Nella prima parte di questa complessa disamina sulla gestione ormonale e farmacologica nelle bodybuilder, abbiamo acquisito le nozioni base per poter comprendere come, con logica, le marcate differenze di risposta metabolica ormonale-adattativa delle atlete metta la diretta interessata o il professionista qualificato a dover comprendere e mettere in pratica delicate e ramificate modalità nella preparazione per il miglioramento delle prestazioni e dell’estetica.
Esistono sensibili differenze importanti tra donne e uomini che fanno uso di PEDs in generale e AAS in particolare. E queste differenze non si limitano alle più evidenti e conosciute come ùgli effetti collaterali androgenici, che risultano più pronunciati nelle donne. E non mi riferisco semplicemente all’acne. No. Mi riferisco alla crescita del clitoride (clitoromegalia), alla crescita eccessiva di peli (irsutismo) e all’abbassamento della voce (disfonia) ecc… . Cose che, ne sono certo, la maggior parte delle donne, se non tutte, vorrebbe assolutamente evitare — soprattutto considerando che alcune di esse potrebbero essere irreversibili. Queste manifestazioni, sono generate da una mancata conoscenza farmacologica e, soprattutto, di differenza dimorfica dell’uso di determinati farmaci su una donna rispetto ad un uomo. La mancata conoscenza e capacità comprensiva e applicativa [comune nel 90% dei “preparatori”] comprende la totale comprensione del principio del “dosaggio minimo efficace” per molecola e del tempo di esposizione con effetti correlati ad esso ed alla dose del/i farmaco/i utilizzato/i.
Di conseguenza, diventa particolarmente importante prestare la dovuta attenzione alle donne per quanto riguarda le molecole utilizzate, il dosaggio, il tempo di esposizione e il monitoraggio degli effetti collaterali.
Iniziamo subito l’immersione nella complessità della preparazione enhanced [lucida, logica e sensata] per una Bodybuilder…
Il fattore AR [Recettore degli Androgeni] nella donna
I Recettori degli Androgeni (AR), noti anche come recettori nucleari della sottofamiglia 3, gruppo C, membro 4 (NR3C4), come abbiamo già accennato nella prima parte, sono ampiamente espressi in diversi tessuti femminili, tra cui l’ovaio, il tessuto endometriale, il seno, il cervello, l’osso, il cuore e il muscolo-scheletrico mediando funzioni cruciali. Diverse malattie AR-dipendenti includono il cancro al seno, dell’ovaio e del pancreas, oltre a carenze anaboliche come l’atrofia muscolare e l’osteoporosi.
L’attività del AR è implicata nella distribuzione del grasso corporeo indicando che gli steroidi sessuali influenzano la differenziazione delle cellule staminali adipose (ASC) in adipociti maturi e le funzioni delle cellule adipose. È stato proposto che gli androgeni svolgano un ruolo primario e dati convincenti dimostrano che la somministrazione di quantità fisiologiche di Testosterone alle donne ha ridotto l’attività della lipasi sensibile agli ormoni adiposi negli adipociti addominali sottocutanei (SC) e ha inibito la lipolisi in vivo.
Un altro punto accennato nella prima parte riguardava la presunta sensibilità “accentuata” degli AR nelle donne, soprattutto in età fertile. Infatti, sebbene risulti che i maschi abbiano un numero di AR totali maggiore rispetto alle femmine, queste ultime sembrano avere una maggiore fosforilazione del AR [vedi maggiore sensibilità recettoriale con modifica repentina della struttura proteica recettoriale].
La fosforilazione recettoriale
La Fosforilazione è un segnale che agisce a livello dell’interazione ligando-recettore. Le cellule, mediante processi di fosforilazione e defosforilazione recettoriale, sono in grado di modulare l’affinità del recettore per il ligando. Di solito, la fosforilazione del recettore induce una modificazione conformazionale nel recettore stesso il quale perde affinità per il proprio ligando. L’interazione è più breve, più difficile o meno duratura, perciò la risposta generata è minore. Nella donna questo risultato sembra essere un mezzo di controllo in risposta ad una precedente attività sovra-regolatoria del recettore androgeno. Da qui l’ipotesi di innesco della maggiore sensibilità agli androgeni osservata nelle donne, in specie in pre-menopausa. E’ comunque corretto sottolineare che è stata notata una fosforilazione complessiva in questi siti simile tra i sessi.
Parlando di AR e fosforilazione, è estremamente utile chiarire nuovamente il (mis)concetto della “saturazione/down-regulation dell’AR” in concomitanza con l’uso di AAS…
Di seguito i “punti chiave” necessari per comprendere la questione AAS/SARM e saturazione AR:
I Recettori degli Androgeni nella maggior parte dei tessuti sono saturi all’estremità inferiore del normale intervallo fisiologico di Testosterone [in ambo i sessi].
Nonostante questa saturazione, la crescita muscolare e la diminuzione della massa grassa è ancora legata al Testosterone in modo dipendente dalla dose, anche a livelli sovra-fisiologici.
L’aumento della sintesi proteica non è l’unico (e forse non il principale) meccanismo attraverso il quale il Testosterone causa la crescita del muscolo-scheletrico.
Gli Androgeni sembrano causare un aumento delle cellule satelliti e dei mioonuclei nei muscoli. L’aggiunta di mionuclei alle fibre muscolari è uno dei meccanismi principali con cui essi crescono in dimensione. Questo aumento delle cellule satelliti e dei mionuclei avviene attraverso un percorso dipendente dal Recettore degli Androgeni.
In molti tessuti, l’aumento della concentrazione di Androgeni porta a un aumento della densità dei Recettori degli Androgeni. Questo può aiutare a dare una spiegazione alla possibilità di crescita potenziale maggiore “off cycle” attraverso il precedente uso di anabolizzanti. A tal proposito ricordiamoci anche della così detta “Memoria Muscolare”.
L’aumento delle cellule satellite deriva dalla differenziazione delle cellule staminali mesodermiche pluripotenti. Queste sono le stesse cellule che si differenziano in adipociti (cellule del tessuto adiposo, quindi grasso). L’aumento della differenziazione di queste cellule in cellule satellite (che generano mionuclei) spiega il perché dosi più elevate di Androgeni portano a una diminuzione della massa grassa.
L’aumento delle cellule satelliti e dei mionuclei nella fibra muscolare è più che raddoppiato quando si confronta la somministrazione di 300mg vs. 600mg di Testosterone Enantato. Queste, ovviamente, sono già dosi sovrafisiologiche e questo dimostra l’opposto dei rendimenti decrescenti; tuttavia c’è ancora probabilmente un “collo di bottiglia” sconosciuto a questa differenziazione.
Al microscopio, le fibre muscolari scheletriche longitudinali rivelano striature distinte e nuclei periferici.
Quindi, la somministrazione di dosi sovrafisiologiche di AAS non satura e/o riduce i recettori androgeni nei muscoli come si pensava in passato. Al contrario, la ricerca mostra che dosi elevate possono aumentare o mantenere l’espressione dei recettori nei mionuclei, stimolando la sintesi proteica e l’ipertrofia.
Sintesi della dinamica dei Recettori Androgeni
Upregulation muscolare: Modelli sperimentali indicano che gli AAS aumentano il numero di recettori androgeni nei tessuti muscolari scheletrici in modo dose-dipendente.
Mionuclei: L’uso di queste sostanze favorisce la proliferazione delle cellule satelliti e la creazione di nuovi mionuclei che esprimono i recettori.
Adattamento tissutale: L’esposizione cronica prolungata può stabilizzare l’espressione dei recettori dopo una fase iniziale di incremento.
Questa caratteristica osservata in ambo i sessi unita al “fattore sensibilità dell’AR” nelle bodybuilder dovrebbe iniziare a far capire che i dosaggi efficaci sono decisamente inferiori a quelli degli uomini in senso generale e specifico per molecola.
La variabile estrogenica
Sappiamo che l’estrogeno prevalente in quantità e potenza è l’E2, anche se diversi suoi metaboliti hanno anche una marcata attività ormonale estrogenica. Quantitativamente, gli Estrogeni circolano a livelli inferiori rispetto agli Androgeni sia negli uomini che nelle donne. Mentre i livelli di Estrogeni sono significativamente più bassi nei maschi rispetto alle femmine. Come tutti gli ormoni steroidei, gli Estrogeni penetrano facilmente attraverso la membrana cellulare. Una volta all’interno della cellula, si legano e attivano i recettori degli estrogeni (ERα e ERβ) che a loro volta modulano l’espressione di molti geni.
La proteina ERα si trova nell’endometrio, nelle cellule del cancro al seno, nelle cellule stromali ovariche e nell’ipotalamo. L’espressione della proteina ERβ è stata documentata nelle cellule della granulosa ovarica, nel rene, nel cervello, nelle ossa, nel cuore, nei polmoni, nella mucosa intestinale, nella prostata e nelle cellule endoteliali. Vi è una popolazione recettoriale anche nel fegato.
Gli estrogeni sembrano promuovere e mantenere la tipica distribuzione del grasso di tipo femminile, caratterizzata dall’accumulo di tessuto adiposo, soprattutto nel deposito di grasso SC, con un accumulo solo modesto di tessuto adiposo intra-addominale. L’E2 aumenta direttamente il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici negli adipociti SC. L’aumento del numero di recettori α2A-adrenergici causa una risposta lipolitica attenuata dei β-agonisti negli adipociti SC.
Nella donna, l’impatto dell’attività biologica degli estrogeni presenta maggiori risultanti sulla composizione corporea e la sua manipolazione rispetto agli uomini. L’E2, come estrogeno dominante, attraverso il legame con le subunità recettoriali influenza altre vie ormonali come l’Asse GH/IGF1.
Infatti, nonostante la produzione giornaliera di hGH è circa 2 volte superiore nelle giovani donne rispetto agli uomini e varia di 20 volte in base allo sviluppo sessuale e all’età, la sua azione (compresa quella del IGF1) è strettamente influenzata dall’attività estrogenica.
I dati che riportano gli effetti degli estrogeni su hGH/IGF-I nelle donne sembrano confusi, in quanto il trattamento con estrogeni aumenta la secrezione di hGH, ma è accompagnato da effetti variabili e persino soppressivi sull’IGF-I circolante. Molti studi hanno poi riportato che la terapia ormonale sostitutiva riduce i livelli di IGF-I, specie se comporta l’uso di forme di E2 per uso orale.
Il fegato è un organo che risponde agli steroidi sessuali, nonché il principale sito del metabolismo regolato dal hGH e la principale fonte di IGF-I endocrino. Molti aspetti della funzione epatica sono perturbati da concentrazioni sovrafisiologiche di estrogeni nella circolazione portale; per lo più raggiungibile attraverso altarazione iatrogena
Il hGH circola nel sangue legato a una proteina ad alta affinità (GHBP). Il fegato è la principale fonte di GHBP, che deriva dalla scissione proteolitica del dominio extracellulare del recettore del hGH (GHR). Il GHBP altera la distribuzione e la farmacocinetica del hGH e probabilmente ne modula l’azione. È emerso di recente che gli estrogeni esercitano effetti profondi su questa componente della fisiologia del hGH/IGF-I.
L’IGF-I circola quasi interamente come un complesso ternario legato all’IGFBP-3 e alla subunità acido labile (ALS), entrambi fortemente regolati dal hGH. L’ALS è influenzato dagli estrogeni in modo simile all’IGF-I. Pertanto, gli effetti degli estrogeni sulla SLA non sono influenzati dalla formulazione degli estrogeni [esogeni Vs. endogeni]. Poiché l’ALS e l’IGF-I sono colocalizzati negli epatociti, la dipendenza dalla via d’azione degli estrogeni suggerisce un effetto simile a quello dell’IGF-I.
Gli estrogeni inibiscono l’attivazione della via JAK/STAT da parte del hGH. L’inibizione è dose-dipendente e deriva dalla soppressione della fosforilazione di JAK2 indotta dal hGH, con conseguente riduzione dell’attività trascrizionale di STAT3 e STAT5. Gli estrogeni non influenzano l’attività di PTP ma stimolano l’espressione di SOCS-2, che a sua volta inibisce l’azione di JAK2. L’espressione di SOCS-2 è sovra-regolata dagli estrogeni in modo ERα-dipendente. Dato il ruolo centrale di JAK2 nell’attivazione di molteplici cascate di segnalazione del GHR, gli estrogeni potrebbero influenzare anche altre vie a valle per esercitare un impatto più ampio sull’azione del hGH.
Risulta sufficientemente chiaro, in base a quanto riportato, che la chiave del controllo estrogenico permette alla bodybuilder di sfruttare al meglio la somministrazione di hGH esogeno il quale, altrimenti, subirebbe limitazioni sia per controllo fisiologico E2-dipendente e sia per aumento delle concentrazioni estrogeniche in caso d’uso di substrati aromatizzabili o per attività estrogenica intrinseca di una molecola [es. Oxymetholone].
Il controllo deve essere ovviamente ben calibrato onde evitare ripercussioni negative dipendenti da un livello di E2 troppo basso, soprattutto in cronico…
Risposta differenziale agli inibitori della Aromatasi/SERM tra uomini e donne
Nota: la variabile incisiva nell’uomo è rappresentata dalla presenza o assenza della attività testicolare possibile per “residuale ipofisario” o per uso di hCG / hMG.
Gli uomini mostrano pochi cambiamenti nella composizione corporea con l’utilizzo di soli AI, nelle donne le cose sono diverse, come osservato tra le atlete e, per esempio, da oncologi presso la University of Pittsburgh negli Stati Uniti.
Sebbene si tratti di donne sopravvissute al cancro al seno, in uno studio esse sono state trattate o con un SERM [Tamoxifene, Toremifene o Fulvestrant] o un AI [Letrozolo, Anastrozolo o Exemestane]. Durante i 24 mesi dello studio la massa grassa delle donne che avevano assunto un SERM era aumentata di 1kg, mentre non vi è stato alcun aumento della massa grassa in coloro che avevano assunto un AI. I SERM non hanno avuto alcun effetto sulla massa magra, mentre gli AI hanno portato ad un aumento superiore al chilogrammo di massa corporea magra.
Ricordiamoci però che l’Exemestane, usato nello studio, non è solo un AI, è anche un androgeno con un lieve effetto anabolizzante. Il suo impatto positivo sulla composizione corporea era stato osservato anche in uno studio italiano svolto su 33 donne che hanno assunto Exemestane per un periodo di 2 anni.
In un altro studio dove sono state monitorate 68 donne anziane, le quali avevano già assunto 20mg al giorno di Tamoxifene per 2-3 anni, ha osservato un sensibile miglioramento della composizione corporea. Una metà delle donne dello studio hanno continuato ad assumere il SERM mentre l’altra metà iniziò ad assumere 25mg al giorno di Exemestane. Nei due anni di durata dello studio le donne del gruppo Exemestane avevano guadagnato una media di 2,2kg di massa magra con una perdita media della massa grassa di 0,7kg.
C’è da considerare inoltre che le donne dello studio non si allenavano. Indi, cosa potrebbe significare in termini di composizione corporea se una atleta assumesse 25mg al giorno di Exemestane nella sua preparazione? Probabilmente, un’atleta di categoria Bikini, non avrebbe bisogno d’altro.
Alcuni chiarimenti sull’uso del Tamoxifene nelle bodybuilder
Il Tamoxifene è un pro-farmaco i cui metaboliti agiscono come modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM), ovvero come agonista parziale dei recettori degli estrogeni (ER), e come Inibitori della Aromatasi (AI). Ha un’attività mista estrogenica e antiestrogenica, con un profilo di effetti diverso a seconda dei tessuti. Ad esempio, il prodotto metabolico del Tamoxifene ha effetti prevalentemente antiestrogenici nel seno, ma prevalentemente estrogenici nell’utero e nel fegato. Nel tessuto mammario, agisce come antagonista ER, inibendo la trascrizione dei geni che rispondono agli estrogeni.[Wang DYet al. (February 2004)] Un effetto collaterale benefico del Tamoxifene è che previene la perdita di massa ossea agendo come agonista ER (cioè imitando gli effetti degli estrogeni) in questo tipo di cellule. Pertanto, inibendo gli osteoclasti, previene l’osteoporosi.
Come accennato, il Tamoxifene agisce come pro-farmaco di metaboliti attivi come l’Endoxifene (4-idrossi-N-desmetiltamoxifene) e l’Afimoxifene (4-idrossitammoxifene; 4-OHT).[Klein DJ et al. (November 2013).] Questi metaboliti hanno un’affinità per gli ER da 30 a 100 volte superiore a quella del Tamoxifene stesso.[Ahmad A et al. (December 2010).] L’Afimoxifene ha mostrato di avere il 178% e il 338% dell’affinità dell’estradiolo per l’ERα e l’ERβ, rispettivamente. [Kuhl H (August 2005).] Le potenze antiestrogeniche dell’Endoxifene e dell’Afimoxifene sono molto simili. Tuttavia, l’Endoxifene è presente in concentrazioni molto più elevate rispetto all’Afimoxifene ed è ora ritenuto la principale forma attiva del Tamoxifene nell’organismo. Il Norendoxifene (4-idrossi-N,N-didesmetiltamoxifene), un altro metabolita attivo del Tamoxifene, è risultato agire come un potente inibitore competitivo dell’Aromatasi (IC50 = 90 nM) ed è con tutta probabilità coinvolto nell’attività antiestrogenica complessiva del Tamoxifene.
Il suo inserimento in pre-contest/Cut, quindi inserendolo con tempistiche adeguate, il Tamoxifene contribuisce alla riduzione dei α2A-AR adipocitari facilitando la mobilitazione e l’uso come substrato energetico (dipendente da dieta e fattori termogenici) degli acidi grassi liberi rilasciati dai depositi di “grasso testardo” in combinazione potenziale con Yohimbina e ACE II inibitori.
Un altra cosa particolarmente interessante riguardante il Tamoxifene, o, meglio i suoi metaboliti attivi, è che può influenzare positivamente il metabolismo del glucosio, in particolare nel muscolo scheletrico. Alcuni studi suggeriscono che il Tamoxifene può avere un impatto sulla tolleranza al glucosio e sulla sensibilità all’insulina, con alcune evidenze che indicano un aumento della resistenza all’insulina in determinati contesti, soprattutto in presenza di obesità. Tuttavia, altre ricerche indicano che il Tamoxifene può migliorare la tolleranza al glucosio, evidenziando la complessità dei suoi effetti sul metabolismo del glucosio. In pratica, l’Afimoxifene agisce come un agonista del ER nel muscolo-scheletrico sopperendo al drastico calo del E2 nella fase Cut/Pre-Contest mantenendo i vantaggi dell’estrogeno la dove maggiormente servono all’atleta. Inoltre, alcuni studi su animali hanno dimostrato che il Tamoxifene può proteggere dai danni muscolari causati dalle contrazioni migliorando il recupero post esercizio, migliorare la forza muscolare e persino migliorare la struttura muscolare.
Di quanto sopra elencato, per un efficace controllo estrogenico in una bodybuilder è sufficiente l’uso combinato di un SERM e un AI. Il Tamoxifene può essere sostituito con il Raloxifene anche se di minore potenza d’impatto. Il Letrozolo risulta invece una potenziale sostituzione al Anastrozolo, diversamente dagli uomini. In caso l’atleta abbia tra gli AAS in uso Drostanolone e/o Methenolone, andranno calibrate con maggiore accuratezza, mgXmg, il SERM e l’AI inseriti. Anche in questo caso occorre dare particolare attenzione ai tempi di soppressione e allo scalo graduale delle molecole regolatrici al termine della preparazione.
In conclusione, sebbene con l’uso cronico il Tamoxifene presenti uno svantaggio sulla composizione corporea nelle donne, il suo utilizzo nel breve sembra comunque mostrare dei vantaggi sulla riduzione della massa grassa. Inserendo il Tamoxifene in una preparazione alla gara o in un ciclo di definizione femminile, viene bloccato l’ effetto estrogenico sulla densità e attività dei recettori α2A-adrenergici, oltre a impedire il legame ormone-recettore con conseguente blocco dell’azione lipogenica degli estrogeni, facilitando la mobilitazione del grasso su fianchi e cosce;
Sebbene, come detto, sia meno impattante, anche il Raloxifene sembra mostrare buoni effetti sulla composizione corporea. In uno studio ad un gruppo di 70 donne di età compresa tra i 70 e gli 80 anni è stata somministrata una dose giornaliera di 60mg di Raloxifene. Ad un altro gruppo di 73 donne è stato somministrato un placebo. La somministrazione di Raloxifene ha ridotto la massa grassa, ma ha anche aumentato la massa corporea magra.
La messa in pratica dei concetti in una preparazione enhanced femminile
Per cominciare, dovrebbe essere chiaro che i cicli delle donne prevedono dosaggi (di gran lunga) inferiori rispetto a quelli degli uomini in termini assoluti. Tuttavia, in termini relativi, possono essere considerati più o meno simili a causa delle concentrazioni fisiologiche molto basse nelle donne [rapporto ormonale]. Mentre gli uomini utilizzano dosaggi che vanno da circa 250mg di Testosterone Enantato fino a diversi grammi di molecole diverse a settimana, le donne tendono a rimanere nell’intervallo inferiore ai 50-100mg di AAS a settimana, o leggermente al di sopra di tale valore. Un dosaggio tipico che si riscontra spesso nelle atlete di Bikini è di circa 5-10mg di Oxandrolone (Anavar) al giorno. Ciò equivale quindi a circa 70 mg di un AAS androgenicamente debole a settimana.
Un altro aspetto che spicca nelle donne è che di solito non seguono cicli di assunzione per periodi molto lunghi, o per lo meno non dovrebbero. Mentre molti uomini assumono AAS per periodi che variano da circa 2 mesi fino a 6 mesi o addirittura un anno, o anche più a lungo, è meno probabile che si verifichino casi simili nelle donne. Proprio come per i dosaggi più bassi, le donne dovrebbero tendere, ed alcune lo fanno, a seguire cicli brevi per evitare e/o ridurre sensibilmente gli effetti androgenici (virilizzanti). Naturalmente, alcune donne [e i loro scellerati “preparatori” che le indirizzano] che assumono AAS lo fanno per mesi e mesi, a volte anche con dosaggi piuttosto elevati. Ma queste donne, le quali sembrano non curarsi del cambio di sesso al quale si sottopongono, o hanno sviluppato un micropene con una voce profonda e virile, oppure — per qualche motivo — tendono ad essere piuttosto resistenti agli effetti collaterali androgenici. E quest’ultimo punto non rappresenta affatto la norma. Inoltre, alcune donne potrebbero pensare di assumere dosaggi relativamente elevati, mentre in realtà il loro dosaggio è insufficiente. Anche questo accade inevitabilmente.
Anche le molecole che usano possono essere diverse da quelle utilizzate dagli uomini. Mentre gli uomini usano, beh, praticamente tutto ciò che ti viene in mente, le donne tendono a utilizzare solo alcune delle molecole disponibili. Gli AAS più diffusi tra le donne sono l’Oxandrolone, lo Stanozololo e l’Oxymetholone. Tutti questi sono AAS assunti per via orale. Poi, leggermente meno comuni, ma comunque molto utilizzati, sono il Methenolone e il Nandrolone. Anche in questo caso, ci sono sempre alcune donne che utilizzano più o meno le stesse molecole degli uomini, come il Testosterone, il Trenbolone e il Methandrostenolone, ma si tratta di casi piuttosto rari e limitati alle categorie più “hard”.
Ci sono diverse ragioni per cui gli AAS per via orale sono così preferiti dalle donne. E non è solo perché è molto più facile prendere una pillola che iniettarsi dell’olio nei glutei. Questo è anche dovuto alla breve emivita degli AAS orali. Mentre gli AAS iniettabili comunemente usati hanno un’emivita di diversi giorni, quelli per via orale hanno un’emivita di sole poche ore. Quindi, ogni volta che si manifesta un effetto collaterale androgenico, è possibile interrompere l’assunzione e l’effetto svanirà più o meno nel giro di 24-48h; mentre con gli AAS iniettabili, persiste per diversi giorni in più, il che potrebbe esacerbarlo ulteriormente. Posso immaginare che possa essere spaventoso sperimentare certi effetti collaterali. Si pensi a una donna che si sveglia e nota che la sua voce suona un po’ più profonda. Allora non è certo rassicurante pensare di essersi appena iniettata il Nandrolone Decanoato, con la sua lunga emivita, proprio la sera prima.
A differenza degli uomini, anche le donne non hanno bisogno di assumere dosaggi elevati. Quindi, mentre negli uomini l’uso orale di AAS è limitato a causa della sua epatotossicità, dato che assumono dosaggi elevati, questo vale in misura molto minore per i dosaggi femminili. L’epatotossicità diventa in gran parte irrilevante quando si utilizzano “dosaggi da bambino” per poche settimane (visto che anche le donne tendono a seguire cicli più brevi). Quindi, uno degli svantaggi dell’uso di SAA per via orale per gli uomini non vale realmente per le donne. Infine, secondo la mia esperienza, gli uomini sembrano preoccuparsi meno delle iniezioni rispetto alle donne. Ma questa è solo un’osservazione che potrebbe essere completamente sbagliata, ovviamente.
Torniamo quindi ai composti utilizzati. Ne ho citati alcuni tra i più diffusi, ma ciò non significa necessariamente che siano la scelta più saggia. So che il metenolone è piuttosto popolare tra le donne, ma penso che sia una delle scelte peggiori per una donna. I sostenitori sostengono che l’effetto androgenico del metenolone non venga amplificato nei tessuti sensibili agli androgeni. L’enzima 5α-reduttasi converte il testosterone nel più potente diidrotestosterone (DHT). Questo, infatti, non avviene con il Methenolone. È già ridotto sul carbonio 5. Quindi, quando raggiunge un tessuto sensibile agli androgeni, il suo effetto non viene amplificato a causa della sua conversione in qualche altro metabolita. Tuttavia, lo svantaggio del metenolone è che il suo effetto probabilmente diminuisce nel tessuto muscolare scheletrico! Il Nandrolone, d’altra parte, a prescindere dalla sua lunga emivita quando esterificato con l’estere Decanoato, sembra una scelta intelligente per le donne. Viene ridotto a un metabolita meno potente nei tessuti sensibili agli androgeni che esprimono l’enzima 5α-reduttasi. Pertanto, sebbene sia inadatto alle donne che non conoscono ancora bene la risposta del proprio corpo agli androgeni a causa della lunga emivita, è più indicato per quelle che invece la conoscono. Mentre l’estere Decanoato iniettato intramuscolarmente ha un’emivita di circa una settimana, l’emivita dell’estere Fenilpropionato è molto più breve, pari a circa due giorni e mezzo. Ciò lo rende l’estere più interessante per le donne. Tuttavia, ciò significa comunque che ci vorrà più di una settimana prima che gli effetti del composto svaniscano.
Il 19-norandrosterone è il principale metabolita urinario del Nandrolone e dei suoi precursori. Viene sintetizzato nel corpo dopo l’assunzione di Nandrolone o proormoni correlati. Si tratta di una molecola steroidea molto idrofoba e poco solubile in acqua la quale viene espulsa attraverso i reni, legata soprattutto a molecole di acido glucuronico o solfati.
Degradazione metabolica da Nandrolone a 19-norandrosterone
Il 19-norandrosterone si lega ai grassi e viene rilasciato lentamente dai depositi muscolari. Di conseguenza, i test urinari possono risultare positivi anche ad un anno o più di distanza dall’ultima assunzione della molecola progenitrice (fino a 12 – 18 mesi). Essendo molecole lipofile, tendono ad accumularsi nel tessuto adiposo e a essere rilasciate nel sangue in modo continuo e prolungato. Inoltre, consideriamo il fatto che la velocità di filtrazione renale ed enzimatica varia da persona a persona, motivo della variabile temporale di rilevamento.
Cosa molto importante da sapere per le atlete [o chi per loro] è che il 19-norandrosterone non ha un effetto androgenico significativo. Si tratta di un metabolita inattivo, il che significa che è un prodotto di scarto biologico e non è in grado di attivare i recettori degli androgeni nel corpo. Quando il fegato metabolizza il Nandrolone per poterlo eliminare, lo converte in 19-norandrosterone. Durante questo processo biochimico, la molecola perde del tutto la capacità di legarsi ai recettori AR. Non può quindi causare crescita muscolare, né effetti collaterali androgeni.
Una nota sul Nandrolone nelle preparazioni delle bodybuilder
Struttura molecolare del Nandrolone
Chi legge con attenzione i miei articoli ed ascolta con altrettanta attenzione i miei video, saprà certamente che non nutro una grande considerazione per l’uso del Nandrolone negli atleti di sesso maschile in particolare. Il motivo è molto semplice e va dalla sua potenza relativa non giustificante un uso che può facilmente creare nel utilizzatore un dis-confort psico-fisico [sbalzi d’umore, depressione, ansia, paranoia, letargia, marcati problemi di bassa libido e difficoltà a raggiungere e mantenere l’erezione ecc…], ad una alterazione marcata della ritenzione idrica con incrementi pressori elevati e aumentate possibilità di sviluppare ipertrofia ventricolare sinistra. Nella donna, però, visti i dosaggi contenuti e le potenzialità sul controllo del tessuto endometriale, la sua applicazione rimane ancora giustificata e sensata. Infatti, l’assunzione di AAS aromatizzabili (AAS in grado di convertirsi in estrogeni) da parte delle donne rendere l’uso concomitante di progestinici sensato. Il motivo è che gli estrogeni causano un ispessimento del rivestimento uterino. Pertanto, una donna che assume AAS aromatizzabili subirà un ispessimento del rivestimento uterino dovuto alla conversione degli AAS in estrogeni. Questo è il motivo per cui nei contraccettivi orali un estrogeno (di solito l’Etinilestradiolo) viene sempre combinato con un progestinico (Levonorgestrel, Norgestimato o Ciproterone, solo per citarne alcuni). I progestinici agiscono in modo opposto rispetto agli estrogeni sul muco uterino, rendendolo nuovamente più sottile. Ciò potrebbe ridurre la quantità di sanguinamento e il dolore associato alle mestruazioni. Inoltre, riduce il rischio di cancro all’utero in modo piuttosto significativo, anche anni dopo la cessazione dell’uso.
Stiamo comunque parlando di dosaggi efficaci pari a 50-100mg/Week di Nandrolone Fenilpropionato.
Se vi steste chiedendo “ma non può usare semplicemente del Progesterone?” … No, capra! A parte il fatto che non vi è paragone in benefici dato che uno [il Nandrolone] agisce anche come anabolizzante mentre il secondo [il Progesterone] sarebbe limitato e limitante a livello metabolico. Inoltre, stiamo parlando di un contesto ben preciso: la preparazione enhanced di una bodybuilder! Servono altre puntualizzazioni? Ecco, andiamo avanti…
Come valutare i migliori AAS per una bodybuilder
Una ipotetica classifica degli AAS migliori per una bodybuilder dovrebbe innanzitutto prendere in considerazione la categoria; d’altronde, una Bikini avrà necessità diverse da una Figure, no?…ovviamente.
Oltre a ciò, i punti “universali” da prendere in considerazione per questo tipo di valutazione sono:
Androgenicità intrinseca e derivata della molecola [quindi diretta sia dalla molecola che dai suoi metaboliti]
Tempo di attività e non soltanto l’emivita
Tollerabilità generale e soggettiva di esposizione alla molecola [vedi anche lasso temporale nel quale i sides androgenici sono facilmente gestibili con la dose minima efficace]
Sensibilità individuale all’androgenicità [vedi anche tendenza soggettiva alla manifestazione dei caratteri sessuali secondari androgeno-correlati]
Elencati i sopracitati punti, bisogna aggiungere che anche in questo caso il famoso [e fallace] test di Hershberger non può essere un mezzo sicuro di valutazione del potenziale androgeno della molecola, o delle molecole, che si andranno ad inserire nella preparazione. Possono invece tornare molto utili i risultati degli studi clinici fatti su pazienti di sesso femminile, nei quali possiamo trovare dettagliate valutazioni della risposta androgenica a seconda del dosaggio e del tempo di trattamento.
A questo punto è utile approfondire la “variabile androgenica” degli AAS e come questa chiarisca ulteriormente come il prima citato test di Hershberger sia praticamente inutile per la valutazione completa di uno steroide anabolizzante androgeno…
Comprendere l’adrogenicità statistica di una molecola in rapporto al DHT
Sappiamo che il Dihydrotestosterone (DHT, 5α-dihydrotestosterone, 5α-DHT, Androstanolone o Atanolone) viene sintetizzato in modo irreversibile dal Testosterone [anche se vi sono vie di sintesi dall’Androstenedione che saltano il passaggio a Testosterone] tramite l’enzima 5α-reduttasi. Ciò avviene in vari tessuti, tra cui gli organi genitali (pene, scroto, clitoride, grandi labbra), la prostata, la pelle, i follicoli piliferi, il fegato e il cervello. Circa il 5-7% del Testosterone subisce la 5α-riduzione in DHT, e nell’organismo maschile vengono sintetizzati circa 200-300μg di DHT al giorno, mentre in una donna adulta sana vengono sintetizzati mediamente circa 50-100µg di DHT al giorno. La maggior parte del DHT viene prodotta nei tessuti periferici come la pelle e il fegato, mentre la maggior parte del DHT circolante proviene specificamente dal fegato. I testicoli e la ghiandola prostatica contribuiscono in misura relativamente modesta alle concentrazioni di DHT in circolo. Nella donna, quasi tutto il DHT circolante e tessutale deriva dalla trasformazione di altri precursori androgeni minori, come l’Androstenedione [con il DHEA a “monte”] o dal Testosterone libero e secreti in modo bilanciato dalle ovaie e dalle ghiandole surrenali.
I livelli plasmatici di DHT riflettono questa ridotta sintesi quotidiana rispetto ai parametri maschili:
Donne:0,14 – 0,76 nmol/L (pari a circa 40–220 pg/ml).
Uomini: 1,03 – 2,92 nmol/L (pari a circa 300–850 pg/ml).
In determinate condizioni, sia normali che patologiche [vedi PMOS], il DHT può essere sintetizzato anche attraverso una via che non prevede il Testosterone come intermedio, ma che passa invece attraverso altri intermedi. Questa via è denominata “via secondaria”.
La via può partire dal 17α-idrossiprogesterone o dal Progesterone e può essere descritta come segue (a seconda del substrato iniziale):
Androstenedione→5α-reduttasi (SRD5A1 o SRD5A2)→5α-androstanedione (noto anche come Androstanedione o 5α-androstane-3,17-dione)→NADPH→17β-idrossi steroide deidrogenasi (17β-HSD, in particolare i tipi 3 o 5)→DHT (5α-dihydrotestosterone).
La “Backdoor Pathway” non viene sempre presa in considerazione nella valutazione clinica dei pazienti con iperandrogenismo, ad esempio a causa di rare anomalie dello sviluppo sessuale come il deficit di 21α-idrossilasi. Ignorare questa via in tali casi può portare a errori diagnostici e confusione, quando la via biosintetica convenzionale degli androgeni non è in grado di spiegare completamente le conseguenze osservate.
Come nel caso della via convenzionale di sintesi del DHT, anche la via alternativa richiede la 5α-reduttasi. Mentre la 5α-riduzione è l’ultima trasformazione nella via classica degli androgeni, essa costituisce il primo passo nella via alternativa.
Il DHT è un potente agonista del AR ed è il ligando endogeno più potente conosciuto di questo recettore. Ha un’affinità (Kd) compresa tra 0,25 e 0,5nM per l’AR umano, che è circa da 2 a 3 volte superiore a quella del Testosterone (Kd = da 0,4 a 1,0 nM) e da 15 a 30 volte superiore a quella degli androgeni surrenali. Inoltre, la velocità di dissociazione del DHT dall’AR è 5 volte più lenta di quella del Testosterone, tranne che nel muscolo-scheletrico. L’EC50 del DHT per l’attivazione dell’AR è pari a 0,13 nM, un valore circa 5 volte superiore a quello del Testosterone (EC50 = 0,66 nM). Nei test biologici, il DHT si è dimostrato da 2,5 a 10 volte più potente del Testosterone.
L’emivita di eliminazione del DHT nell’organismo (53 minuti) è più lunga di quella del Testosterone (34 minuti), e ciò potrebbe spiegare in parte la differenza nella loro potenza relativa. Uno studio sul trattamento transdermico (cerotti) con DHT e Testosterone ha riportato emivite terminali rispettivamente di 2,83 ore e 1,29 ore.
Sebbene il DHT non possa essere aromatizzato, viene comunque convertito in metaboliti con significativa affinità e attività per gli ER. Si tratta del 3α-androstanediolo e del 3β-androstanediolo, che sono agonisti predominanti dell’ERβ.
Il DHT viene inattivato nel fegato e nei tessuti extraepatici, come la pelle e il muscolo-scheletrico, per via della conversione in 3α-androstanediolo e 3β-androstanediolo grazie all’azione, rispettivamente, degli enzimi 3α-idrossisteroide deidrogenasi e 3β-idrossisteroide deidrogenasi. Questi metaboliti vengono a loro volta convertiti, rispettivamente, in Androsterone ed Epiandrosterone, quindi coniugati (tramite glucuronidazione e/o solfatazione), rilasciati in circolo ed escreti nelle urine.
Il DHT costituisce quindi un eccellente substrato per l’enzima 3α-HSD. Questo enzima, espresso nel muscolo-scheletrico umano, lo converte in 3α-androstanediolo, il quale si lega molto debolmente all’AR presentando una capacità miotrofica pressochè inesistente. Questo è il motivo per cui, fin dai primi decenni di ricerca sugli AAS, i ricercatori hanno lavorato al fine di ottenere modifiche strutturali del DHT che ne conservasserò l’alta affinità per l’AR ma riducendo il potenziale androgeno e aumentando la resistenza del 3-cheto gruppo all’azione del 3α-HSD. Da questa ricerca sono nati gli AAS DHT derivati come l’Oxandrolone, lo Stanozololo, il Methenolone e l’Oxymetholone, solo per citarne alcuni.
E qui emerge già un errore di valutazione quando si parla di AAS “attenuati” [come i prima citati DHT derivati] e il potenziale di espressione androgenico nelle donne.
Il paradosso androgenico DHT/AAS tra teoria ed esplicazione biochimica
Sappiamo che il DHT possiede l’affinità di legame per l’AR più elevata tra gli androgeni endogeni e una costante di dissociazione estremamente lenta. Il motivo per cui molti AAS sintetici, anche quelli caratterizzati da un alto indice androgenico teorico o da una derivazione strutturale dal DHT, mostrano una risposta androgenica inferiore o superiore rispetto al DHT nei tessuti bersaglio primari (prostata, cuoio capelluto, pelle) dipende da specifici fattori farmacodinamici e metabolici intracrini.
Esiste un’attività androgenica in vivo del DHT che supera quella di molti AAS con rating teorici elevatissimi (come Fluoxymesterone o Trenbolone). I valori dell’indice androgenico che si trovano nella letteratura classica (il cosiddetto Hershberger Assay), come abbiamo già detto, spesso sovrastimano o distorcono la reale potenza androgenica degli AAS sintetici rispetto al DHT endogeno per via di limiti metodologici e differenze farmacocinetiche.
Il limite del Modello di Hershberger
I numeri nominali (es. Testosterone = 100:100, Trenbolone = 500:500, Halotestin = 850:1900) provengono da studi condotti su ratti castrati.
Come veniva misurata l’androgenicità: Pesando la ghiandola prostatica e il muscolo levator ani del ratto dopo la somministrazione dell’AAS [8 giorni di somministrazione in media].
Il problema del DHT in questo saggio: Se il DHT puro viene iniettato sistemicamente nei ratti o negli umani, viene rapidamente disattivato a livello muscolare dall’enzima 3α-HSD. Tuttavia, nei tessuti bersaglio androgenici (prostata, cute), il DHT è il ligando nativo perfetto per il recettore androgeno (AR).
Il bias del calcolo: Il saggio di Hershberger misura la risposta a dosaggi sistemici equivalenti, non tiene conto dell’accumulo locale in situ guidato dall’enzima 5α-reduttasi nè delle differenze di conformazione recettoriale tra le varie specie.
2. Perché il DHT supera gli AAS nei tessuti target (Cute, Cuoio capelluto, Prostata)?
La ragione principale per cui il DHT manifesta un’azione androgenica/virilizzante superiore risiede nella biologia molecolare del AR e nella transattivazione genica.
A. Conformazione del complesso Ligando-Recettore
Quando il DHT si lega al recettore androgeno, induce un cambiamento conformazionale specifico nella tasca di legame del recettore (LBD – Ligand Binding Domain).
Il complesso DHT-AR ha un tasso di dissociazione estremamente lento. Questa specifica conformazione permette al recettore attivato di reclutare in modo ideale determinati co-attivatori trascrizionali nelle cellule cutanee o prostatiche. Molecole sintetiche come il Trenbolone o il Fluoxymesterone si legano all’AR con altissima affinità, ma la forma tridimensionale che il recettore assume quando si lega a queste molecole sintetiche è diversa: può stimolare fortemente la trascrizione di geni anabolici nel muscolo, ma risultare meno efficiente del DHT nel reclutare i co-attivatori specifici per la trascrizione dei geni responsabili di miniaturizzazione follicolare (alopecia) o ipertrofia prostatica.
B. Amplificazione tramite 5α-Reduttasi locale
I tessuti ad alta sensibilità androgenica esprimono elevate concentrazioni di 5α-reduttasi.
Quando si somministra Testosterone o un composto suscettibile alla 5α-reduttasi, la concentrazione di androgeno all’interno della cellula target aumenta esponenzialmente rispetto ai livelli ematici.
Gli AAS sintetici ad alto indice androgenico sulla carta (es. Fluoxymesterone, Trenbolone, Methyltrienolone) non sono substrati per la 5α-reduttasi. La loro concentrazione all’interno della prostata o del follicolo rimane pari a quella ematica libero-circolante.
Di conseguenza, la concentrazione locale di DHT in tali organi può raggiungere livelli intracellulari enormemente più alti rispetto a quelli ottenibili con la sola diffusione di un AAS sintetico.
Conclusione: Il DHT possiede una selettività d’azione e una capacità di transattivazione genica nei tessuti androgenici che nessun valore teorico di laboratorio per gli AAS sintetici riesce a catturare appieno. Pertanto, un AAS con un valore androgenico nominale di “500” sulla carta non significa necessariamente che causerà un’attività androgenica fisiologica nei tessuti bersaglio 5 volte superiore a quella del DHT.
Conformazione Recettoriale e Reclutamento dei Coattivatori/Corepressori:
Ligandi diversi modificano la forma tridimensionale dell’AR in modi leggermente differenti. Questa variazione di forma determina quali cofattori trascrizionali (coattivatori o corepressori) vengono reclutati sul DNA. Poiché la presenza di questi cofattori varia tra muscolo scheletrico e prostata, molecole diverse mostrano una selettività tessutale differente (principio alla base anche dei SARM).
Se l’AAS rappresenta la “chiave” che inserisce il segnale per accendere il motore (AR), la fosforilazione è l’acceleratore e il regolatore di flusso: determina la durata di permanenza del recettore nel nucleo, con quale forza recluta la macchina trascrizionale per la sintesi proteica e quando il recettore deve essere smaltito per fare spazio a nuove molecole di ligando.
I DHT derivati “must” per le bodybuilder e loro androgenicità
Oxandrolone [Anavar®]
L’Oxandrolone è senzaltro l’AAS che più di tutti viene affiancato ad una preparazione femminile. Fortunatamente esistono ampi dati clinici e farmacologici che documentano gli effetti androgeni e di virilizzazione dell’Oxandrolone sulle donne. Pur essendo un AAS sintetico progettato per avere un rapporto anabolico/androgeno favorevole, mantiene comunque un’attività intrinseca di “agonista “messaggero androgenico” tramite il legame AR che può causare segni sensibili di mascolinizzazione, specie in caso di dosaggi elevati o terapie prolungate.
La soglia di sicurezza emersa dalla letteratura medica sull’Oxandrolone stabilisce che:
Dosi terapeutiche sicure (<0,05 – 0,06 mg/kg/die): In soggetti di sesso femminile trattati per la bassa statura, dosaggi inferiori a questa soglia mostrano effetti di virilizzazione modesti o clinicamente tollerabili.
Dosi superiori a 10mg al giorno: Determinano un aumento esponenziale del rischio di virilizzazione persistente, motivo per cui l’uso a scopi estetici o atletici (spesso a dosaggi molto più alti per incompetenza del “preparatore” e/o della atleta) espone a danni strutturali-somatici marcati, e non solo.
Soglie posologiche ed evidenze cliniche sull’Oxandrolone ed effetti virilizzanti:
Dosaggi clinici standard (2,5 – 5 mg/die): In questa fascia terapeutica (utilizzata storicamente per stati di deperimento organico, recupero post-chirurgico o supporto nella perdita ponderale grave) il rischio di virilizzazione risulta minimo o assente nella maggior parte delle pazienti. Gli eventi avversi sono prevalentemente limitati a transitorie alterazioni lipidiche o minime alterazioni cutanee.
Dosaggi di transizione (5 – 10 mg/die): A dosi prossime o pari a 10 mg al giorno, ma già con dosi >5mg/die, il margine di sicurezza androgenica comincia a ridursi. In studi clinici e osservazionali, a questi livelli compaiono i primi segni lievi di androgenizzazione, quali aumento della seborrea, acne, comparsa di irsutismo e lievi alterazioni del ciclo mestruale.
Dosaggi con netta virilizzazione (>10 mg/die fino a 20mg/die): Il superamento della soglia dei 10mg/die (e in particolar modo a dosi di 15-20mg/die) mostra un’incidenza significativamente più elevata e consistente di segni manifesti di virilizzazione.
Tra questi rientrano:
Abbassamento del timbro vocale (frequenza fondamentale ridotta per alterazione delle corde vocali)/irreversibile.
Irsutismo marcato (distribuzione dei peli di tipo maschile su viso e corpo)/reversibile.
Alopecia androgenetica (diradamento dei capelli con pattern maschile)/irreversibile.
Amenorrea o oligomenorrea/reversibile con variabili.
Reversibilità degli effetti: Come accennato, mentre le manifestazioni cutanee (acne, seborrea) e le alterazioni mestruali tendono a regredire con la sospensione del farmaco, la modificazione strutturale della laringe (approfondimento della voce) e la clitoridomegalia evidenziate ai dosaggi superiori a 10 mg/die, ma in alcuni casi già manifesti superata la soglia dei 5mg/die, mostrano frequentemente un carattere di parziale o totale irreversibilità.
In conclusione, tralasciando l’ignoranza della stragrande maggioranza dei “praparatori” [soprattutto italiani] con dosaggi prescritti che superano ogni logica di ottenimento del risultato prefissato e conservazione della femminilità e salute della atleta, a dosi accuratamente calibrate, l’Oxandrolone può dare all’utilizzatrice un ottimo supporto miotrofico e di miglioramento/mantenimento della forza e cambiamenti favorevoli nella composizione corporea [vedi effetti indiretti su lipolisi e termogenesi]. Visti i dosaggi efficaci richiesti e la peculiarità della molecola di bypassare in parte il primo passaggio epatico, un ciclo di Oxandrolone di 6-8 settimane può portare ad ottimi risultati nel ventaglio di dosaggio [da calibrare come detto sopra] tra i 2.5mg ed i massimo 10mg/die. Ricordarsi, però, che qualsiasi dose superiore a 10mg al giorno aumenterà notevolmente il rischio di virilizzazione e diventerà sempre più superfluo in rapporto al miglioramento ricercato. Le dosi elevate (superiori a 10mg) non sono necessarie, poiché le Bikini hanno persino riportato risultati positivi assumendo dosi minime di 2,5mg al giorno; ciò significa che come aggiunta al ciclo in categorie più “hard” l’effetto additivo di 10mg/die risulterebbe più che ottimale oltre che conservativo per quanto concerne i sides androgenici.ù
Stanozololo [Winstrol®]
Anche per lo Stanozololo, esistono solidi dati clinici storici e contemporanei su i suoi effetti androgeni nelle donne. I dati provengono sia dall’uso terapeutico approvato in passato per patologie specifiche come l’angioedema ereditario e l’osteoporosi post-menopausale, sia dal monitoraggio clinico della medicina dello sport e della tossicologia.
L’evidenza clinica dimostra che lo Stanozololo possiede un potenziale di virilizzazione significativamente più marcato e aggressivo rispetto all’Oxandrolone, anche a causa della sua bassa affinità per le proteine trasportatrici (SHBG), che lascia una quota elevatissima di ormone libero e attivo nel sangue.
Evidenze cliniche sui dosaggi e tollerabilità
Gli studi clinici hanno tracciato precise risposte biologiche in base alle dosi di Stanozololo somministrate:
Dosi minime terapeutiche (fino a 2mg/die): In trial storici su donne affette da angioedema ereditario o in studi su pazienti anziane debilitate (es. Studio Double-Blind su Stanozololo), dosi da 0,5mg a 2mg al giorno hanno mostrato una virilizzazione assente o minima nel breve periodo (6 mesi). Tuttavia, sul lungo termine (oltre i 12-24 mesi), anche a soli 2mg al giorno si sono registrate anomalie mestruali e iniziali segni di virilizzazione in una percentuale di pazienti.
Dosi terapeutiche standard (4mg – 6mg/die): In studi condotti sull’osteoporosi post-menopausale, l’uso di dosi superiori a 4mg al giorno ha aumentato drasticamente l’incidenza di effetti collaterali, con comparsa frequente di irsutismo e alterazioni della voce, oltre a un marcato impatto sulla salute epatica (innalzamento degli enzimi SGOT/AST) e sul profilo lipidico cardiovascolare.
Dosaggi elevati (≥10mg/die fino a 50mg/die in somministrazione iniettabile/orale):
A questi livelli posologici, ampiamente documentati nella letteratura tossicologica ed endocrinologica (spesso associati ad usi extra-terapeutici o a vecchi protocolli oncologici/ematologici ad alto dosaggio), l’incidenza di virilizzazione severa diventa pressoché sistematica. I segni clinici includono i già prima citati effetti virilizzanti marcati.
In uno studio clinico di riferimento, la somministrazione orale di Stanozololo a basse dosi (0,2mg/kg di peso corporeo) ha causato una riduzione del 48,4% dei livelli di SHBG circolante in soli tre giorni.
Questa massiccia riduzione ha un effetto domino sul sistema endocrino femminile:
Aumento del Testosterone libero e/o della frazione libera di altri AAS soggetti a legame con le SHBG: Poiché la SHBG funge da “chaperon” per il Testosterone endogeno (prodotto dalle ovaie e dai surreni), il crollo della SHBG lascia una quantità elevata di Testosterone endogeno o esogeno libero di circolare.
Effetto androgeno amplificato: La donna si trova esposta contemporaneamente all’azione dello Stanozololo libero e a una quota insolitamente alta del proprio Testosterone endogeno o (eventualmente) di quello esogeno cosomministrato non più legato. Questo spiega perché i sintomi di virilizzazione, come la disfonia o l’irsutismo, compaiono molto più rapidamente e a dosaggi inferiori con lo Stanozololo rispetto ad altre molecole.
A proposito di SHBG e AAS in ambito enhanced, vi è un punto che occorre ribadire: livelli sovrafisiologici di androgeni causano una ridiuzione dei livelli di SHBG! In uno studio, un dosaggio di soli 200mg di Testosterone Enantato (144mg di Testosterone) alla settimana ha causato una riduzione dei livelli di SHBG di quasi la metà. In realtà è abbastanza comune osservare livelli bassi di SHBG negli utilizzatori di AAS, e tali livelli si aggirano intorno ai 10nmol/l. Questo avviene sia in caso di dose sovrafisiologica assoluta in mg che a dose con attività sovrafisiologica indipendente dai mg totali. In entrambi i casi, i dati clinici dimostrano che la soppressione avviene attivamente a carico della produzione epaticadi SHBG.
In conclusione, è stato riscontrato che un tetto massimo di 5mg al giorno rappresentano una dose conservativa per evitare la virilizzazione. Qualsiasi dose superiore a 6mg o addirittura a 10mg al giorno causa problemi alle atlete, poiché supera i limiti favorevoli.
Se le donne decidono di assumere Stanozololo, si raccomanda di suddividere la dose a metà, assumendola a distanza di 12 ore l’una dall’altra. E’ stato osservato che ciò può ridurre il rischio di effetti collaterali, poiché le utilizzatrici non subiranno un picco improvviso di AAS liberi e attivi in un’unica somministrazione, mantenendo così livelli più stabili.
Dividendo le dosi, le utilizzatrici riceveranno un apporto costante che manterrà livelli di picco costantemente calmierati nel flusso sanguigno. Pertanto, in base alla esperienza nella ricerca sul campo, una dose di 2,5mg x 2 volte al giorno rappresenta un protocollo prudente ma efficace.
Per un soggetto di sesso femminile, la versione orale aumenta paradossalmente il rischio di virilizzazione acuta precoce a parità di milligrammi. Il crollo istantaneo della SHBG libera istantaneamente grandi quote di AAS attivo, amplificando gli effetti androgeni nel giro di pochissimi giorni dall’inizio dell’assunzione.
Methenolone [Primobolan/Rimobolan®]
Ovviamente, anche per il Methenolone esistono dati clinici storici e pubblicazioni scientifiche sugli effetti virilizzanti (sia in forma di Methenolone Acetato per via orale che Methenolone Enantato per via parenterale) su pazienti di sesso femminile, derivanti principalmente dal suo impiego terapeutico tra gli anni ‘60 e ‘80.
Profilo Clinico e Tollerabilità Femminile
Il Methenolone è stato ampiamente studiato in ambito oncologico (carcinoma mammario avanzato), ematologico (anemie refrattarie) e nella gestione di stati cachettici e sarcopenici, proprio per il suo favorevole (e relativo) rapporto anabolico/androgenico rispetto ad altri AAS.
Effetti Virilizzanti Dose-Dipendenti: Nei trial clinici condotti su pazienti affette da carcinoma mammario (dove venivano somministrati dosaggi elevati, solitamente 100mg/settimana di Enantato o dosi orali quotidiane significative), gli studi condotti da ricercatori come Kennedy e Yarbro (1968) e altri gruppi europei hanno evidenziato la comparsa di segni di virilizzazione.
Tipi di Sintomi Registrati in questo frangente sono stati:
Irsutismo e acne
Voce promossa verso un timbro più grave (disfonia)
Ipertrofia clitoridea (clitoridomegalia)
Alterazioni o soppressione del ciclo mestruale
Tollerabilità a Basso Dosaggio: Quando impiegato a dosaggi terapeutici inferiori o in popolazioni pediatriche/anziane (es. per il recupero di massa magra o osteoporosi), l’incidenza di virilizzazione è risultata nettamente inferiore rispetto a Testosterone, Nandrolone o Fluoxymesterone. La presenza del doppio legame C1-C2 e del gruppo 1-metile riduce l’interazione con il recettore androgeno nei tessuti target cutanei/piliferi rispetto ad altri DHT-derivati non modificati in tali loci strutturali dello scheletro carbossilico.
Negli studi clinici oncologici degli anni ‘60 e ‘70 sull’impiego del Methenolone per il trattamento del carcinoma mammario avanzato o metastatico nelle donne post-menopausa, venivano adottati dosaggi massivi per sfruttare l’azione antiproliferativa mediate dal recettore degli androgeni.
I dati clinici indicano parametri specifici sia per i dosaggi sia per la comparsa di effetti virilizzanti:
Dosaggi Utilizzati negli Studi Clinici
1. Methenolone Enantato (Primobolan Depot – Via Intramuscolare):
Protocollo Massivo (Cooperative Breast Cancer Group / Kennedy & Yarbro, 1968): I dosaggi impiegati arrivavano a 1200mg a settimana (spesso suddivisi in 400mg somministrati 3 volte a settimana).
Protocolli Standard/Comuni: Negli studi europei (es. Notter et al., 1975), le dosi oscillavano tra 400mg e 1200mg a settimana.
Fase di Mantenimento: In caso di remissione o per ridurre gli effetti collaterali, la dose veniva scalata a 100–200mg ogni 1-2 settimane.
2. Methenolone Acetato (Primobolan – Via Orale):
Per il carcinoma mammario avanzato, i dosaggi orali testati erano compresi tra 100mg e 200mg al giorno (e in alcuni trial fino a 300mg/die per periodi prolungati).
Incidenza Percentuale della Virilizzazione in tale contesto terapeutico:
Negli studi condotti con questi schemi posologici ad alto dosaggio, l’incidenza della virilizzazione è risultata estremamente elevata, superiore al 70–80% nelle pazienti trattate a lungo termine:
Insorgenza Temporale: Nelle pazienti trattate con i dosaggi più elevati (1200mg/settimana di Methenolone Enantato), i primi segni di importante virilizzazione comparivano precocemente, solitamente entro 2-3 mesi dall’inizio della terapia.
Profili di Virilizzazione Registrati con queste modalità terapeutiche:
Irsutismo (peluria androgenica): ~70–80% delle pazienti.
Disfonia (abbassamento e promessa della voce): ~50–65% delle pazienti.
Acne e seborrea grave: ~40–60% delle pazienti.
Ipertrofia clitoridea e aumento della libido: ~30–50% delle pazienti.
Differenze di Profilo Virilizzante Rispetto ad Altri Androgeni
Sebbene l’incidenza complessiva fosse elevata a causa dell’entità del dosaggio (fino a 1,2 grammi a settimana), le osservazioni dei ricercatori dell’epoca (come Notter, 1975 e Kennedy, 1968) evidenziarono che:
A parità di efficacia antitumorale rispetto al Testosterone Propionato, il Methenolone dimostrava una virilizzazione meno severa e più lenta nell’insorgenza.
I sintomi virilizzanti legati alla pelle e alla peluria mostravano una parziale o totale reversibilità riducendo il dosaggio o sospendendo il farmaco, mentre la modificazione del timbro vocale risultava persistente o irreversibile se il trattamento ad alte dosi si protraeva oltre i 3-6 mesi.
Fattori di rischio: Soglia e accumulo
La progressione verso la virilizzazione è regolata da due variabili principali:
Dosaggio ematico: Superata la soglia terapeutica minima (storicamente impiegata nei rari protocolli clinici per l’anemia o il deperimento cronico), la specificità anabolizzante del farmaco si satura, accelerando la risposta androgenica.
Emivita della molecola: La versione iniettabile (Methenolone Enantato) possiede un’emivita e vita attiva piuttosto lunga. Questo rende difficile l’interruzione immediata dell’azione farmacologica ai primi segni di raucedine o irsutismo, aumentando il rischio che gli effetti diventino permanenti.
In definitiva, la dose standard per le donne in ambito enhanced dovrebbe attestarsi nel range dei 50–75mg al giorno, da assumere per un periodo generico di 6–8 settimane. Con queste modalità si è osservato un aumento ipertrofico lento e costante, con una riduzione contemporaneamente della b.f..
La biodisponibilità del Methenolone Acetato per via orale (noto commercialmente come Primobolan orale) è considerata bassa-moderata, stimata indicativamente intorno al 10-20%, sebbene non esistano studi farmacocinetici moderni che indichino una percentuale esatta e univoca.
La sua specifica struttura chimica gli permette di resistere al passaggio gastrico ed epatico, ma con una notevole dispersione della dose iniziale.
Dal momento che il Methenolone Acetato non è strutturalmente modificato tramite 17α-alchilazione, cosa che lo rende molto meno epatotossico rispetto ai farmaci 17α-alchilati. La presenza di un gruppo metile in posizione C1 e l’esterificazione con un gruppo acetato in C17 offrono una protezione parziale. Questa conformazione rallenta l’inattivazione da parte degli enzimi epatici, permettendo a una frazione del principio attivo di entrare intatta nella circolazione sistemica. Questo genera sia uno stress epatico inferiore che una biodisponibilità limitata dispetto agli AAS metilati in C17. Infatti, nonostante la protezione strutturale, il fegato degrada una porzione consistente della dose ingerita. Soltanto l’1,63% circa del farmaco viene escreto inalterato nelle urine, mentre il resto viene convertito in almeno 12 metaboliti differenti.
A ciò occorre aggiungere gli altri parametri farmacocinetici e farmacodinamici chiave:
Tempo di picco plasmatico (Tmax): Rapido, solitamente entro 1-2 ore dall’assunzione orale.
Emivita biologica (t1/2): Breve, stimata tra le 6 e le 8 ore. Richiede somministrazioni giornaliere multiple per mantenere livelli plasmatici stabili.
Affinità con le SHBG: Studi di affinità di legame relativa (RBA) indicano che il methenolone ha circa il 16% dell’affinità di legame del Testosterone ed appena il 3% dell’affinità di legame del DHT, che è il legante naturale più affine alla SHBG.
Tendenza alla degradazione del 3-cheto gruppo: il Methenolone conserva una certa tendenza ad una significativa modifica del 3-cheto gruppo per via del enzima 3α-HSD che lo converte in una forma 3α-diol con un potenziale anabolizzante praticamente nullo.
Se si opta per la forma iniettabile [Methenolone Enantato] il dosaggio dovrebbe rimanere nel range dei 50-100mg/week con un punto soglia di tolleranza massima di 75mg/week per la maggior parte delle atlete per un totale di massimo 8 settimane. Il monitoraggio degli eventuali effetti virilizzanti deve essere attenta e accurata al fine di poter intervenire prontamente in caso di bisogno e richiesta interruzione della somministrazione. Uno dei vantaggi dell’uso iniettabile del Methenolone sembrerebbe essere quello di avere un impatto meno negativo sui livelli di colesterolo, anche se il grado di impatto non risulta sempre così apprezzabile. È molto improbabile che la pressione arteriosa aumenti vertiginosamente con l’uso del Methenolone, anche se le donne, tanto quanto gli uomini, dovrebbero monitorarla costantemente durante un ciclo.
Drostanolone [Masteron®]
Dati clinici dettagliati derivanti dall’impiego del Drostanolone legato all’estere Propionato (storicamente noto con i marchi Masteril, Drolban o Masteron) nei protocolli oncologici condotti tra gli anni ‘60 e ‘70 per il trattamento del carcinoma mammario avanzato in donne post-menopausali, non mancano. Poiché il Drostanolone è un derivato del DHT con caratteristiche strutturali date dalle modifiche molecolari rispetto alla sua molecola progenitrice presenta un impatto androgeno potenziale relativo favorevole (grazie soprattutto all’introduzione del gruppo 2α-metile). Venne sviluppato proprio per offrire un’alternativa terapeutica al Testosterone Propionato con un potenziale virilizzante ridotto. Tuttavia, nonostante ciò, i dati clinici storici evidenziano che la virilizzazione rimane un effetto collaterale dose- e tempo-dipendente.
Effetti virilizzanti documentati in ambito clinico
Negli studi clinici nell’essere umano, il dosaggio oncologico standard era elevato, solitamente compreso tra 300mg e 400mg a settimana (somministrati generalmente come 100mg 3 volte a settimana per via intramuscolare di Drostanolone Propionato). A tali posologie:
Incidenza e tollerabilità: Rispetto al Testosterone Propionato, il Drostanolone Propionato ha mostrato una frequenza nettamente inferiore e una minore gravità dei sintomi virilizzanti, rendendolo meglio tollerato dalle pazienti.
Manifestazioni lievi o moderate (frequenti nel medio termine):
Ipersecrezione sebacea e acne.
Ipertricosi / irsutismo (aumento della peluria su viso e corpo).
Aumento della libido.
Manifestazioni marcate o irreversibili (frequenti nel lungo termine o a dosi elevate):
Abbassamento/modificazione del tono della voce (disfonia da ispessimento delle corde vocali).
Ipertrofia clitoridea (clitoridomegalia).
Alopecia androgenetica (diradamento dei capelli con pattern maschile).
Farmacodinamica ed effetto di soglia
Assenza di aromatizzazione: Essendo una molecola 5α-ridotta (struttura DHT), il Drostanolone non può essere convertito in estrogeni dal complesso enzimatico dell’aromatasi. Questo ne esclude effetti pro-estrogenici ma priva l’organismo femminile della contrapposizione protettiva dell’estradiolo sui recettori androgeni nei tessuti periferici.
Affinità recettoriale: Nonostante il suo indice androgenico relativo sia inferiore a quello del DHT nativo, il legame diretto con il recettore degli androgeni (AR) nel tessuto cutaneo, nei follicoli piliferi e nella laringe attiva in modo dose-dipendente la trascrizione dei geni responsabili dei caratteri sessuali secondari maschili.
Reversibilità: Mentre le manifestazioni cutanee (acne, seborrea) tendono a recedere con la sospensione del farmaco, le alterazioni della struttura laringea (voce) e l’ipertrofia clitoridea mostrano un’elevata tendenza all’irreversibilità permanente se la somministrazione prosegue oltre la comparsa dei primi sintomi.
Nonostante il Drostanolone abbia all’apparenza delle similitudini con il Methenolone, i due AAS differiscono sensibilmente nelle loro potenzialità.
Differenze nella struttura molecolare tra la molecola progenitrice di sintesi [DHT] e Drostanolone e Methenolone.
Schema riassuntivo delle differenze molecolari in funzione metabolica e di attività molecolare diretta e indiretta tra Drostanolone e Methenolone.
Differenze Meccanistiche e Clinico-Farmacologiche
Modulazione Sistemica degli Estrogeni: Il Drostanolone possiede la capacità intrinseca ed estrinseca di contrastare gli effetti degli estrogeni, rendendolo utile per ridurre la ritenzione idrica sottocutanea, l’accumulo di liquidi e la comparsa generale di effetti estrogenici. Il Methenolone è direttamente blando in questo e le sue potenzialità di controllo dell’attività estrogenica sembrano a maggior carico dei suoi metaboliti.
Ritenzione Azotata e Mantenimento di Massa: Nonostante sia comune pensare che il Methenolone abbia un’efficienza sensibilmente superiore nel promuovere la sintesi proteica e la ritenzione di azoto in contesti di forte deficit calorico, la sua caducità nel subire la degradazione del 3-cheto gruppo, nonostante le modifiche del doppio legame in C1-C2 e la metilazione in C1 ne garantiscano una certa protezione, ne riduce il potenziale anabolizzante assoluto. Il Drostanolone, considerato per molto tempo un AAS “hardening” muscolare, per via della azione sulla densità per azione androgenica diretta, nella pratica ha mostrato discrete potenzialità anabolizzanti del tutto simili a quelle del Methenolone ma con dosaggi inferiori.
In definitiva, la pratica sul campo e le analisi svolte su cospicui gruppi di atlete monitorate durante l’uso, ha mostrato un ottimale efficacia, con un buon profilo preventivo della comparsa di effetti virilizzanti soprattutto marcati, in un range di dosaggio pari a 50-100mg di Drostanolone Propionato a settimana [pari a 41.5-83mg di Drostanolone] o 60-120mg di Drostanolone Enantato a settimana [pari a 43,2-86,4mg di Drostanolone].
Nota sui sides cardiovascolari ed epatici:
Profilo Lipidico e Cardiovascolare: Entrambi alterano il profilo lipidico (riduzione sensibile del HDL, incremento di LDL/VLDL e Trigliceridi), ma il Drostanolone tende ad avere un impatto leggermente più marcato causa la sua maggiore anti-estrogenicità molecolare.
Tollerabilità Sistemica ed Epatotossicità: Il Methenolone orale, pur non essendo un AAS metilato in C17, sfrutta la metilazione in C1 per resistere al primo passaggio epatico, risultando però eccezionalmente ben tollerato dal fegato rispetto ai classici orali con 17α-alchilati data la bassa resistenza metabolica posta dal suo peculiare tipo di metilazione.
Oxymetholone [Anadrol®]
Tra i derivati del DHT, l’Oxymetholone presenta alcune caratteristiche decisamente particolari per un AAS, anche se confrontato con una “stranezza” (intesa tra gli AAS strutturalmente intesa) come lo Stanozololo visto in precedenza.
Come altri AAS, l’Oxymetholone è un agonista del AR sebben mostri un’affinità significativamente inferiore se confrontata con il Testosterone o il DHT. Nonostante la scarsa affinità recettoriale diretta, mostra una potenza anabolizzante eccezionalmente alta nei tessuti bersaglio. Questo fenomeno avviene grazie a meccanismi non mediati esclusivamente dal legame classico con l’AR (meccanismi non genomici e/o interazioni recettoriali secondarie).
L’Oxymetholone non è un substrato soggetto alla 5α-reduttasi (poiché è già 5α-ridotto) ed è un substrato debole della 3α-idrossisteroide deidrogenasi (3α-HSD); pertanto presenta un elevato potenziale anabolizzante e una ridotta attività androgenica.
Sebbene l’Oxymetholone non sia soggetto ad aromatizzazione, sia direttamente che indirettamente per via dei suoi principali metaboliti, presenta una attività agonista diretta dei recettori degli estrogeni. Questa attivazione intrinseca spiega gli effetti collaterali di natura estrogenica (come la forte ritenzione idrica e la possibile ginecomastia) riscontrati durante il suo utilizzo, senza che avvenga una reale conversione in E2.
Giova ricordare che, l’Oxymetholone non possiede un’affinità di legame (RBA) elevata o classica per l’ER, ma agisce come un agonista funzionale efficace in grado di attivarli in modo diretto o indiretto.
La natura della sua affinità estrogenica si articola in tre aspetti fondamentali:
1. Attivazione intrinseca (Agonismo Diretto)
Sebbene i normali derivati del DHT non abbiano alcuna affinità per i ER (poiché manca loro l’anello A fenolico tipico degli estrogeni), la peculiare modifica strutturale dell’Oxymetholone (il gruppo 2-idrossimetilene) permette alla molecola stessa o ai suoi metaboliti di legarsi direttamente e attivare i recettori ER (in particolare la variante ERα). Nonostante l’affinità biochimica pura sia considerata medio-bassa rispetto all’E2, la sua efficacia biologica è notevole a causa dei dosaggi milligrammici elevati in cui viene tipicamente assunto.
2. Ipotesi della modulazione metabolica
Oltre al legame diretto, la ricerca suggerisce che l’Oxymetholone possa interferire con il metabolismo epatico degli estrogeni. Alterando o inibendo gli enzimi deputati alla disattivazione degli estrogeni, il farmaco può causare un aumento locale o sistemico dei livelli di estrogeni, amplificando l’attivazione dei recettori ER.
Nota farmacologica: Poiché il meccanismo non coinvolge l’enzima Aromatasi, l’uso di inibitori dell’Aromatasi (come l’Anastrozolo o il Letrozolo) risulta, ovviamente, totalmente inefficace per contrastare l’attività estrogenica dell’Oxymetholone. Per bloccare questa attività recettoriale è necessario l’utilizzo di un SERM come il Tamoxifene o il Raloxifene, che competono direttamente per il sito di legame sull’ER.
Sebbene l’Oxymetholone non mostri un’affinità progestinica diretta rilevante al pari dei derivati del 19-nortestosterone (come il Trenbolone o il Nandrolone), la sua spiccata attivazione estrogenica stimola la trascrizione dei recettori del progesterone e può aumentare l’espressività e la secrezione della Prolattina [i cui livelli sono sensibili alle alterazioni ormonali soprattutto del E2 e/o della sua attività “mimica” come avviene con l’Oxymetholone], potenziando sinergicamente lo sviluppo di ginecomastia e la ritenzione idrica nei tessuti bersaglio.
Anche per l’Oxymetholone i dati clinici storici e documentazione farmacologica dettagliata sugli effetti virilizzanti nelle donne, derivanti dal suo impiego terapeutico in endocrinologia ed ematologia (principalmente per il trattamento dell’anemia aplastica e di stati di grave deperimento organico) non mancano.
Incidenza e Fattori Dose-Dipendenti nell’incidenza di comparsa di virilizzazione con la somministrazione di Oxymetholone:
Rapporto di virilizzazione: Nei trial clinici condotti per periodi prolungati (3-6 mesi) a dosaggi terapeutici ematologici (spesso compresi tra 1 e 2mg/kg/die o fino a 50mg/die), l’incidenza della virilizzazione si attesta come frequente (entro il 10% a 50mg/die e >10% con tarature di dosaggio di 2mg/Kg/die).
Irreversibilità: I foglietti illustrativi approvati dalle autorità regolatorie (come la FDA per Anadrol-50) e la letteratura medica sottolineano che le alterazioni virilizzanti — in particolare il cambio di timbro vocale e la clitoridomegalia — tendono a diventare irreversibili se il farmaco non viene sospeso tempestivamente ai primissimi segnali.
L’Oxymetholone, paradossalmente, per dose efficace minima, conserva un potenziale androgenico leggermente inferiore a quello del Methenolone e un potenziale di alterazione dei caratteri sessuali secondari a dosaggi 5 volte superiori rispetto al dosaggio minimo manifestante l’effetto con l’Oxandrolone, e ciò per via delle sue peculiarità di legame e attività non genomica. L’Oxymetholone esercita la sua attività androgena per lo più attraverso un suo metabolita, il Mestanolone.
Infatti, il gruppo idrossimetilenico in posizione C2 dell’Oxymetholone può essere scisso per formare il Mestanolone (17α-methyl-dihydrotestosterone o 17α-methyl-DHT), che contribuisce agli effetti dell’Oxymetholone e che rappresenta il principale metabolita androgenico attivo dell’Oxymetholone.
Meccanismo di formazione: L’Oxymetholone (2-idrossimetilene-17α-metil-DHT) subisce una scissione ossidativa e decarbossilazione epatica sul gruppo 2-idrossimetilene dell’anello A, convertendosi nella forma priva del gruppo in posizione C-2.
Non è determinabile un tasso di conversione percentuale unico a causa di:
Vie metaboliche concorrenti: La conversione in Mestanolone rappresenta solo una delle rotte di biotrasformazione di Fase I dell’Oxymetholone. Una quota rilevante della molecola viene trasformata in metaboliti acidi e seco-steroidi privi di attività androgenica (come l’acido 2,3-seco-5α-androstan-2,3-dioico), in derivati idrossilati o in epimeri al C-17.
Eliminazione e Fase II: Un’importante frazione della sostanza viene direttamente glucuronata ed escreta per via urinaria senza passare per la conversione intermedia in Mestanolone.
Variabilità farmacocinetica: I parametri di eliminazione e i rapporti tra metaboliti variano notevolmente da individuo a individuo.
Implicazioni Cliniche:
Struttura molecolare del Mestanolone.
Data la parziale percentuale di Oxymetholone che si trasforma in Mestanolone, sebbene quest’ultimo è un androgeno puro, non aromatizzabile e con un’elevata affinità recettoriale, l’androgenicità del Oxymetholone rimane contenuta. La presenza del Mestanolone in circolo può diventare un problema in seguito a dosaggi elevati di Oxymetholone. La quota statisticamente maggiore di Mestanolone convertito si andrà a sommare all’azione intrinseca della molecola progenitrice non metabolizzata, contribuendo in modo determinante alla maggior comparsa di effetti virilizzanti nelle donne.
L’Oxymetholone possiede un’affinità di legame estremamente bassa per le SHBG. Questa caratteristica farmacocinetica ha un impatto determinante sulla sua potenza biologica e sulla sua interazione con altre vie metaboliche e ormonali.
Poiché l’Oxymetholone praticamente non si lega alle SHBG, si verificano due fenomeni simultanei:
Massima quota libera: Quasi il 100% dell’Oxymetholone che entra nel flusso ematico rimane in forma “libera” (non legata a proteine di trasporto). Solo la quota libera può attraversare le membrane cellulari e attivare i recettori. Questo spiega in parte perché il farmaco è così potente per concentrazione a livello cellulare nonostante la sua bassa affinità per il recettore degli androgeni.
Spostamento del Testosterone: Anche se l’Oxymetholone ha una bassa affinità per la SHBG, a dosaggi terapeutici elevati (100-150mg) riesce comunque a occupare o interferire indirettamente con i siti di legame della proteina. Questo meccanismo “compete” con il Testosterone (o altri AAS co-somministrati contemporaneamente e soggetti a legame con le SHBG) per il legame con la SHBG, aumentandone la frazione libera e biologicamente attiva nel sangue.
Riduzione della sintesi epatica di SHBG: le concentrazioni elevate che si raggiungono a livello epatico per via della metilazione in C17 porta ad una segnalazione all’organo finalizzata al ridurre drasticamente la sintesi e la secrezione di SHBG nel sangue. Il crollo dei livelli circolanti di SHBG amplifica ulteriormente l’effetto anabolizzante e androgeno complessivo di qualsiasi AAS soggetto alle SHBG presente nel sistema.
Denise Rutkowski
Nonostante vi sia stato in passato un consenso generale sul fatto che l’Oxymetholone non fosse adatto per le donne poiché provocava effetti collaterali gravi negli uomini (alcuni dei quali androgenici) negli ultimi decenni il trend è cambiato grazie alla ricerca e constatazione sul campo. C’è da dire, per onestà, che uno dei primi ad applicare l’Oxymetholone nelle preparazioni femminile fu Dan Duchaine. La culturista Denise Rutkowski, quando era seguita da Dan , aveva nela sua preparazione “Bulk” 25mg/die di Oxymetholone. Questo dosaggio, seppur inferiore allo standard terapeutico minimo di 50mg/die per le pazienti di sesso femminile, garantiva un elevata attività miotrofica, una controllata e del tutto contenuta attività androgena accompagnata dal minimo dis-confort dovuto a possibili incrementi nella ritenzione idrica.
Ricordiamoci che, sebbene la statistica nella virilizzazione segua sempre andamenti dose-tempo dipendenti, l’Oxymetholone rimane uno dei pochi AAS oggetto di studi in cui le donne sono state sottoposte a dosi elevate senza manifestare grave virilizzazione in tempi moderati di esposizione. In uno studio, sono stati somministrati fino a 150mg di Oxymetholone al giorno per 30 settimane a pazienti di sesso femminile e nessuna di loro ha mostrato segni di sensibile mascolinizzazione [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8785183]. Ora, considerate la dose efficace di 25mg/die e tempi contenuti di somministrazione pari a 6-8 settimane… è facile comprendere che il potenziale virilizzante è di gran lunga sotto un ottimale margine di controllo.
Anche Bill Roberts (Ph.D.) condivide la sua esperienza con l’Oxymetholone:
«5 mg di Anavar equivalgono all’incirca a 25mg di Anadrol in termini di rischio di virilizzazione.»
Le competenze e l’esperienza di Bill Roberts (insieme ai miei studi e osservazioni aneddotiche) suggeriscono che l’Oxymetholone possa effettivamente essere uno dei migliori AAS per le donne.
L’errata convinzione che i cicli di Oxymetholone non siano adatti alle donne può essere attribuita alla mancanza di conoscenze pratiche nel mondo del bodybuilding riguardo agli effetti degli AAS sulle donne. Ciò è dovuto al fatto che gli AAS sono meno comunemente utilizzati tra le donne, con conseguente minore diffusione di esperienze personali nella comunità del fitness e ancora meno lucidità nel valutare l’effetto di una singola molecola prima della eventuale valutazioni in contesti che presentano variabili iatrogene incrociate.
In questa disamina sui DHT derivati usati nelle atlete ed il loro profilo di “idoeneità”, una menzione dovrebbe andare alla folle applicazione del Mesterolone [Proviron] in tale contesto.
I dati clinici ufficiali sull’uso del Mesterolone nelle donne sono estremamente limitati e il farmaco non è approvato per l’uso medico nella popolazione femminile. Il Mesterolone è praticamente un androgeno puro sintetico ed estremamente potente in quanto ad androgenicità, derivato dal DHT.
In passato (principalmente tra gli anni ’70 e ’90), gli androgeni venivano talvolta testati o impiegati in modo “off-label” anche nelle pazienti di sesso femminile per scopi specifici, ma la ricerca sul Mesterolone si è poi interrotta a favore di molecole più sicure:
Depressione e disturbi dell’umore: Alcuni piccoli studi clinici in passato hanno valutato il mesterolone per il trattamento degli stati depressivi, della distimia o della perdita di motivazione. Sebbene in rari casi clinici si fosse notato un parziale miglioramento dell’umore e della libido, gli effetti collaterali virilizzanti ne hanno bloccato qualsiasi sviluppo terapeutico per le donne.
Supporto oncologico (Tumore al seno): Storicamente, gli androgeni non aromatizzabili (che non si convertono in estrogeni) venivano studiati come terapia palliativa o di supporto in alcune forme di cancro al seno in fase avanzata o per contrastare il catabolismo severo (perdita di massa muscolare) nei malati oncologici. Anche in questo caso, la ricerca medicina ha scartato il Mesterolone in favore di molecole o altri farmaci molto più contenuti nella virilizzazione potenziale e selettivi.
Nonostante la biodisponibilità orale del Mesterolone si stimata intorno al 3%, quindi decisamente bassa, gli effetti virilizzanti emergono nel giro di poche settimane di assunzione da parte di soggetti di sesso femminile e a dosaggi minimi terapeutici pari a 25mg/die [media di assorbimento effettivo di 750mcg di Mesterolone].
La sua applicazione in una preparazione femminile ha meno senso di quanto ne possa avere per un uomo… con l’aggravante del marcato effetto virilizzante avente componenti irreversibili e relativamente rapide nella comparsa.
Methyldrostanolone [Superdrol®]
Il Methyldrostanolone, noto anche come 2α,17α-dimetil-5α-diidrotestosterone (2α,17α-dimetil-DHT) o come 2α,17α-dimetil-5α-androstan-17β-ol-3-one, è uno steroide androstanico sintetico e un derivato 17α-alchilato del DHT. Più precisamente, siamo difronte ad una molecola di Drostanolone metilata in C-17. La differenza fondamentale con il Drostanolone risiede proprio nella presenza del gruppo metile in C-17α, una modifica strutturale che ne trasforma radicalmente la farmacocinetica, la modalità di assunzione e il profilo di sicurezza della molecola.
La struttura chimica del Methyldrostanolone (17alpha-methyl-2alpha-methyl-5alpha-dihydrotestosterone) presenta elementi precisi che ne determinano l’azione biologica:
Scheletro di base: Deriva dal 5alpha-diidrotestosterone (DHT), un ormone che non può subire l’aromatizzazione in estrogeni.
Gruppo 2-alpha-metile: Questa aggiunta aumenta significativamente la stabilità metabolica della molecola e ne incrementa la resistenza all’enzima 3-alpha-idrossisteroide deidrogenasi, potenziando l’effetto anabolizzante sul tessuto muscolare.
Gruppo 17-alpha-metile (Alchilazione C17-aa): L’introduzione del gruppo metile sul carbonio 17 permette alla molecola di superare indenne il primo passaggio epatico. Questa caratteristica rende il composto altamente biodisponibile per via orale.
Confronto Strutturale e Funzionale: Methyldrostanolone vs Drostanolone
Sebbene le due molecole siano strettamente correlate, la singola variazione sul carbonio 17 altera completamente il metabolismo/attività del farmaco nell’organismo.
Spiegazione delle principali differenze molecolari:
1. Biodisponibilità e via di somministrazione
Il Drostanolone non è protetto contro il metabolismo epatico; per questo motivo deve essere esterificato (legato a un acido grasso come il propionato) e iniettato nei muscoli per evitare la distruzione immediata da parte del fegato. Il Methyldrostanolone, grazie all’alchilazione C17-alpha, resiste ai succhi gastrici e agli enzimi epatici, permettendo l’assunzione sotto forma di compresse orali.
2. Impatto sul fegato (Epatotossicità)
Il Drostanolone non affatica il fegato poiché non possiede la struttura alchilata. Al contrario, il Methyldrostanolone esercita una fortissima pressione sugli epatociti. Il consumo prolungato o a dosaggi elevati di composti 17-alpha-alchilati è associato a ittero colostatico, alterazione transaminasica e potenziale danno d’organo.
3. Potenza anabolizzante
L’aggiunta del gruppo metile in C-17alfa non serve solo a garantire la biodisponibilità orale, ma modifica anche la configurazione spaziale della molecola. Ciò aumenta l’affinità di legame con il recettore androgeno e amplifica l’indice anabolizzante rispetto al Drostanolone standard, traducendosi in una capacità di sintesi proteica e di ritenzione di azoto estremamente più marcata a parità di milligrammi.
4. Attività estrogenica e androgenica
Entrambi i composti non aromatizzano (non si convertono in estrogeni) a causa della loro derivazione dal DHT, escludendo effetti collaterali come la ginecomastia o la ritenzione idrica sistemica. Tuttavia, il Methyldrostanolone mostra un profilo androgenico fortemente accentuato a livello recettoriale periferico, aumentando il rischio di alopecia androgenetica, acne e virilizzazione con una soglia di dose-risposta inferiore.
Non esistono dati clinici ufficiali sugli effetti del Methyldrostanolone sulle donne, poiché la molecola non è mai stata approvata per l’uso medico umano né commercializzata dall’industria farmaceutica. Descritta per la prima volta nella letteratura scientifica nel 1959, è rimasta una sostanza dimenticata fino ai primi anni 2000, quando è stata introdotta nel mercato degli integratori da banco come “proormone/DS”.
Tuttavia, le evidenze biochimiche e i dati aneddotici derivanti dall’abuso in ambito sportivo evidenziano un rischio di virilizzazione eccezionalmente elevato e irreversibile per l’organismo femminile, smentendo la percezione diffusa che lo considera un composto “attenuato” e addirittura con un profilo di rischio virilizzante inferiore all’Oxandrolone.
“Falso Mito” del basso impatto
Nei fallaci test biologici comparativi standardizzati (pubblicati nel testo di riferimento Vida’s Androgens and Anabolic Agents), il Methyldrostanolone mostra parametri teorici apparentemente favorevoli se paragonati al Methyltestosterone:
Capacità anabolizzante orale: 400% rispetto al Testosterone.
Capacità androgena orale: 20% rispetto al Testosterone.
Questo genera un rapporto terapeutico (Q-ratio) pari a 20, un valore nominalmente altissimo che porta all’errata convinzione che il farmaco esprima scarsi effetti mascolinizzanti. Nella realtà biologica della fisiologia femminile, questo dato teorico decade per via della struttura stessa della molecola.
Meccanismi biochimici della virilizzazione nelle donne
Natura di derivato del DHT e similitudini strutturali conservate: Il Methyldrostanolone è una molecola strutturalmente 5-α-ridotta (deriva dal Drostanolone, a cui è stato aggiunto un gruppo metile in C-17 per renderlo attivo oralmente). Essendo già ridotto, non può essere aromatizzato in estrogeni e come il suo substrato di sintesi modificato [vedi Drostanolone] presenta una attività anti-estrogenica sia diretta che indiretta. Nelle donne, in caso di monoterapia con questa molecola, l’assenza praticamente totale di attività recettoriale estrogenica compensatoria lasciando una attività AR massiva, accelerando i processi di mascolinizzazione.
Elevatissima affinità di legame ed effetto dose-dipendente: Poiché il composto è estremamente potente in termini assoluti, le dosi minime necessarie per innescare un grado di anabolismo muscolare apprezzabile sono alla soglia di tolleranza androgenica del corpo femminile. I recettori androgeni della pelle, dei follicoli piliferi e della laringe vengono saturati rapidamente.
In passato, fuorviati da valutazioni parziali e non contestualizzate sulla androgenicità relativa delle molecole proveniente da dati raccolti per via di test su animali, si affermava che 5mg di Methyldrostanolone fornissero un effetto androgenico più debole di 10mg di Oxandrolone e con una ridotta probabilità di sperimentare effetti mascolinizzanti. Peccato, però, che la pratica sul campo ha mostrato tutti i limiti in senso di attenuazione androgenica del Methyldrostanolone dati dalle sue caratteristiche strutturali e da ciò che ne consegue.
Le atlete dovrebbero raramente superare i 5mg/die i quali, come incidenza statistica, hanno in realtà lo stesso potenziale virilizzante di 10mg/die di Oxandrolone con un potenziale miotrofico pressochè simile.
Nota sui sides generali: è ovvio che i sides a carico della lipidemia ematica, Omocisteina, HCT, epatotossicità sono comunque presenti sebbene le dosi ridotte utili nelle atlete permettono un margine di utilizzo, se accompagnate da una adeguata gestione dell’Harm Reduction, temporalmente più esteso rispetto al tempo utile di queste molecole in ambito maschile.
Nota bonus su Androgeni e stimolo lipolitico/termogenico
Spesso, che si parli di bodybuilder maschi o femmine, si cita l’effetto sulla riduzione della body fat attribuito all’uso degli AAS, in special modo quelli “dry”, derivati dal DHT.
Gli ormoni androgeni stimolano la lipolisi e la produzione di calore (termogenesi) agendo sia a livello cellulare diretto sul tessuto adiposo, sia indirettamente tramite la modulazione del sistema nervoso e dell’asse metabolico-energetico.
Meccanismo di Stimolazione della Lipolisi
La lipolisi è l’idrolisi dei trigliceridi conservati negli adipociti in acidi grassi liberi (FFA) e glicerolo. Gli androgeni (come il Testosterone e il DHT) la regolano attraverso quattro vie principali:
Up-regulation dei recettori beta-adrenergici (β1 e β2): L’interazione dell’androgeno con il AR trasloca nel nucleo e incrementa la trascrizione genica dei recettori β-adrenergici sulla membrana degli adipociti. Questo rende il tessuto adiposo significativamente più sensibile alle catecolamine (adrenalina e noradrenalina), amplificando la cascata del legame Gs\Adenilato Ciclasi\cAMP/PKA.
Aumento dell’espressione delle lipasi chiave: La PKA attiva direttamente due enzimi fondamentali: ATGL (Adipose Triglyceride Lipase), che catalizza la prima fase di scissione dei trigliceridi. HSL (Hormone-Sensitive Lipase), mediante fosforilazione. Gli androgeni ne aumentano la sintesi proteica e la densità cellulare.
Inibizione della Lipoproteina Lipasi (LPL): Gli androgeni sopprimono l’attività della LPL viscerale e sottocutanea. Questo riduce la capacità dell’adipocita di riassorbire i chilomicroni e le VLDL circolanti, ostacolando l’accumulo di nuovi trigliceridi (antilipogenesi).
Soppressione della differenziazione adipocitaria: Interferendo con la via di segnalazione Wnt/β-catenina e sopprimendo la trascrizione del fattore PPARγ (Peroxisome Proliferator-Activated Receptor Gamma), gli androgeni inibiscono la conversione delle cellule staminali mesenchimali in nuovi adipociti maturi.
2. Meccanismo di Stimolazione della Termogenesi
La termogenesi avviene principalmente attraverso l’attivazione del tessuto adiposo bruno (BAT) e il fenomeno di “browning” del tessuto adiposo bianco (WAT).
Up-regulation della Proteina Disaccoppiante 1 (UCP1): L’attivazione mediata da AR e dalla via adrenergica (PKA-p38 MAPK) trascrive e attiva la proteina UCP1 (Termogenina) presente sulla membrana mitocondriale interna delle cellule adipose brune e rosate (browning). UCP1 “cortocircuita” il gradiente protonico mitocondriale: l’energia derivante dalla catena di trasporto degli elettroni viene dissipata direttamente sotto forma di calore anziché essere utilizzata per sintetizzare ATP.
Aumento della Biogenesi Mitocondriale: Gli androgeni promuovono l’espressione del coattivatore trascrizionale PGC-1α (PPARγ/Coactivator-1α), che stimola la replicazione dei mitocondri e ne aumenta la densità all’interno del tessuto adiposo.
Attivazione del Sistema Nervoso Simpatico (SNS) Ipotalamico: A livello centrale, gli androgeni agiscono sui recettori AR situati nell’area preottica e nell’ipotalamo ventromediale (VMH). Questo segnale incrementa il tono simpatico centrale efferente diretto verso il BAT e il tessuto muscolare scheletrico, aumentando il dispendio energetico a riposo (BMR).
Incremento del turnover proteico muscolare: L’effetto anabolico scheletrico degli androgeni aumenta la massa magra totale e accelera il turnover sintesi/degradazione delle proteine muscolari, un processo metabolico termogenicamente dispendioso che eleva la temperatura corporea e il consumo calorico basale.
L’azione degli androgeni presenta una marcata dimorfia regionale tra tessuto adiposo viscerale (VAT) e tessuto adiposo sottocutaneo (SAT). Il tessuto viscerale mostra una sensibilità metabolica agli androgeni nettamente superiore rispetto al sottocutaneo.
1. Differenze nell’Azione Lipolitica (VAT vs SAT)
La capacità degli androgeni di stimolare la lipolisi è significativamente più marcata nel tessuto adiposo viscerale grazie a precise caratteristiche recettoriali ed enzimatiche:
Densità dei Recettori Androgeni (AR): Il VAT esprime una densità di recettori androgeni (AR) significativamente maggiore rispetto al SAT. Di conseguenza, l’azione trascrizionale diretta degli androgeni sulla sensitivizzazione adrenergica è amplificata a livello viscerale.
Espressione dei Recettori β1 e β2 Adrenergici: L’up-regulation mediata dagli androgeni sui recettori \beta-adrenergici è molto più pronunciata negli adipociti viscerali. Nel SAT, la densità dei recettori antilipolitici \alpha_2-adrenergici è naturalmente più alta, opponendo una resistenza fisiologica maggiore alla lipolisi indotta da stimoli adrenergici.
Inibizione della Lipoproteina Lipasi (LPL): Gli androgeni sopprimono l’attività della LPL in modo preferenziale nel VAT. L’effetto netto nel distretto viscerale è un forte blocco dell’accumulo di nuovi lipidi accoppiato a un’elevata mobilitazione dei trigliceridi stoccati. Nel SAT l’inibizione della LPL è più moderata.
Turnover degli Acidi Grassi: Gli acidi grassi liberi (FFA) rilasciati dal VAT vengono immessi direttamente nel circolo portale verso il fegato, stimolando l’ossidazione lipidica e la gluconeogenesi, mentre quelli del SAT vengono immessi nel circolo sistemico.
2. Differenze nell’Azione Termogenica e “Browning”
La risposta termogenica varia profondamente in base alle caratteristiche strutturali dei due depositi:
Attitudine al Browning (WAT-to-BAT conversion): Il tessuto adiposo sottocutaneo (specialmente quello inguinale/anteriore) possiede una predisposizione genetica ed epigenetica nettamente superiore a sviluppare adipociti “beige” in risposta all’attivazione della via AR\PGC-1α\UCP1.
Espressione di UCP1: L’induzione dell’espressione della proteina disaccoppiante 1 (UCP1) mediata dagli androgeni e dal tono simpatico è visibilmente più elevata nel SAT “imbianchito” (beiging) rispetto al VAT, rendendo il sottocutaneo il sito primario della dissipazione termica diretta da browning.
Attività Vascolare e Mitocondriale: Sebbene il VAT abbia un tasso metabolico basale più alto e una maggiore vascolarizzazione, la conversione termogenica strutturale (aumento della densità mitocondriale per cellula) guidata dagli androgeni si verifica con maggiore intensità nel deposito sottocutaneo.
4-Chlordehydromethyltestosterone [Oral Turinabol®] – La molecola venuta dall’Est.
Nella storia dello studio e sviluppo degli AAS pochissime molecole possono vantare una specificità sportiva e femminile come quella del Oral Turinabol.
Il 4-Chlorodehydromethyltestosterone (noto commercialmente come Oral Turinabol®) è un derivato del Methandrostenolone [Dianabol®] che unisce le modifiche strutturali di quest’ultimo e del 4-chlorotestosterone [Clostebol].
La molecola fu sintetizzata per la prima volta dal chimico Albert Stachowiak per conto della Jenapharm, un’azienda farmaceutica statale della Germania Est (DDR). Il brevetto venne registrato nel 1961. Il farmaco entrò ufficialmente in commercio nel 1965 per scopi terapeutici legati al recupero da gravi traumi e al deperimento muscolare. Ben presto, l’Oral Turinabol divenne il pilastro centrale del programma di doping sistematico gestito dal governo della Germania dell’Est. Venne somministrato segretamente a circa 10.000 atleti olimpici (soprattutto nel nuoto e nell’atletica leggera), spesso camuffato da compresse vitaminiche. La DDR riuscì così a dominare i medaglieri internazionali per due decenni.
La formula chimica del 4-Chlorodehydromethyltestosterone è C₂₀H₂₇ClO₂. La sua struttura si basa su una complessa “ibridazione” tra il Methandrostenolone e il 4-chlorotestosterone, ottenuta modificando lo scheletro del Testosterone in tre punti critici:
Il doppio legame tra i carboni 1 e 2 (derivato dal Dianabol): Questa modifica altera la geometria tridimensionale dell’anello A del nucleo steroideo. Riduce notevolmente l’affinità della molecola verso l’enzima 5-alfa-reduttasi, impedendo la conversione in un metabolita più androgeno. Al contempo, sposta nettamente il rapporto terapeutico verso l’effetto anabolizzante (sintesi proteica).
L’aggiunta del gruppo metile in posizione 17-alfa (C-17α alchilazione): L’inserimento di un gruppo metile (-CH₃) sul carbonio 17 protegge la molecola dalla rapida disattivazione da parte del fegato durante il primo passaggio digestivo. Ciò garantisce una elevata biodisponibilità per via orale, permettendo l’assunzione in pillole anziché tramite iniezione intramuscolare.
L’atomo di Cloro sul carbonio 4 (derivato dal Clostebol): Questa è la modifica cruciale che differenzia strutturalmente il Turinabol dal comune Dianabol. La presenza del cloro in posizione 4 blocca completamente l’interazione con l’enzima Aromatasi. Di conseguenza, la molecola non può subire la conversione in estrogeni (E2).
Differenze nella struttura molecolare tra Methandrostenolone e 4-chlorotestosterone,
I dati clinici e farmacologici sul 4-clorodeidrometiltestosterone evidenziano una netta e intenzionale dissociazione tra gli effetti anabolizzanti e quelli androgenici, caratteristica che lo distingue da molti altri AAS. Il farmaco è stato infatti formulato specificamente per ridurre al minimo l’androgenicità mantenendo una discreta efficacia sui tessuti muscolari.
Rispetto al Testosterone, non soltanto i fallaci test biologici standardizzati attribuiscono al 4-clorodeidrometiltestosterone un impatto androgenico estremamente basso, tanto da essere irrilevante a dosaggi inferiori a 20mg/die. Questa proprietà deriva dalla sua struttura chimica, che unisce le caratteristiche del Methandrostenolone all’aggiunta di un atomo di cloro in posizione C-4. Questa specifica alterazione impedisce alla molecola di interagire fortemente con l’enzima 5-alfa-reduttasi e riduce drasticamente l’affinità di legame con i recettori androgeni della pelle e della prostata.
Effetti Androgenici Clinici Osservati
Nonostante il profilo spiccatamente anabolizzante, l’Oral Turinabol possiede comunque una attività androgena “residuale” che si manifesta in modo dose-dipendente:
Basso tasso di virilizzazione nelle donne: Durante il suo utilizzo clinico originario nella DDR, studi ed applicazioni su popolazioni pediatriche e femminili dimostrarono una tollerabilità superiore rispetto ad altri AAS. I tipici effetti collaterali androgenici femminili (come l’irsutismo, l’abbassamento della voce e la clitoridomegalia) comparivano molto più raramente e solo a dosaggi elevati.
Minori effetti cutanei e piliferi nei maschi: Rispetto a steroidi più androgenici, i dati storici e la letteratura scientifica evidenziano una minore incidenza di acne grave, pelle grassa e accelerazione della calvizie androgenetica (alopecia) a dosi terapeutiche standard.
Impatto sulla prostata ridotto: Il rischio di ipertrofia prostatica benigna indotta dal farmaco è clinicamente inferiore se paragonato ad agenti altamente androgenici o convertibili in DHT.
Altri Meccanismi ed Effetti Clinici Correlati
I dati di farmacocinetica e biochimica clinica evidenziano altri due elementi cruciali associati alla sua somministrazione:
Affinità con le SHBG e riduzione della sintesi epatica per via della risposta all’attività AR sovrafisiologica: Il Turinabol possiede un’elevata capacità di competere e legarsi alla SHBG oltre che causarne una riduzione nella sintesi epatica. Questo legame “occupa” la SHBG con una simultanea riduzione ematica, determinando un aumento clinico degli AAS liberi soggetti al legame ed eventualmente co-somministrati, amplificando indirettamente l’efficacia globale del profilo ormonale.
Assenza di aromatizzazione: Grazie alla sostituzione con il cloro in C-4, la molecola non è in grado di convertirsi in estrogeni tramite l’enzima Aromatasi. Ciò azzera gli effetti collaterali estrogenici diretti (come la ritenzione idrica idiopatica o l’ipertensione da accumulo di fluidi), sebbene la co-somministrazione con AAS aromatizzabili può far registrare casi di aumentato tasso di sviluppo di ginecomastia dovuti ad aumenti sensibili dei substrati liberi da legame e suscettibili alla conversione in E2 nonché ad un aumento della frazione libera e attiva di E2.
L’Oral Turinabol (identificato nei faldoni segreti con la sigla “Oral-T”) veniva somministrato in dosaggi pianificati meticolosamente in base al peso dell’atleta e alla disciplina sportiva:
Nelle Atlete donne i dosaggi standard oscillavano tra 5mg e 15mg al giorno. Nei periodi di massimo carico pre-competitivo, tuttavia, alcune atlete di lancio del peso o nuoto ricevevano fino a 30mg al giorno. Il farmaco non veniva assunto in modo continuo. Venivano strutturati cicli di più settimane, intervallati da periodi di sospensione per permettere al fegato di recuperare parzialmente e per fare in modo che i livelli ormonali rientrassero nei range normali prima dei controlli ufficiali.
Visto il suo ottimo profilo di controllo della comparsa di effetti virilizzanti ed il suo discreto effetto miotrofico, il 4-clorodeidrometiltestosterone rappresenta un AAS “esotico” particolarmente adatto ad una preparazione femminile con dosaggi mostranti una piena efficacia nel range dei 10-20mg/die, applicati in specie nelle categorie Wellness, Bodyfitness (o Figure) e Fitness (Acrobatico/Coreografico).
L’emivita plasmatica (o di eliminazione) del 4-clorodeidrometiltestosterone è stimata in circa 16 ore. In ambito clinico originario, l’emivita di 16 ore permetteva una singola somministrazione giornaliera per mantenere livelli plasmatici stabili del principio attivo, a differenza di altri AAS orali a emivita più breve (come il Methandrostenolone, che ha un’emivita di circa 3-5 ore e richiede più assunzioni frazionate nella giornata). Tuttavia, in ambito enhanced si opta per una somministrazione frazionata in due assunzioni di egual misura solitamente al mattino e alla sera. Il farmaco richiede circa 3-4 giorni di assunzione continuativa per raggiungere lo steady state (lo stato stazionario in cui la concentrazione ematica si stabilizza). Sebbene l’emivita plasmatica della molecola madre sia di 16 ore, i suoi metaboliti a lungo termine (in particolare i metaboliti con struttura modificata scoperti dai laboratori antidoping negli ultimi anni) rimangono rilevabili nei test delle urine per molti mesi (fino a 6 mesi o più) dopo l’ultima assunzione.
Nel caso ve lo steste chiedendo, i metaboliti a lungo termine dell’Oral Turinabol (come i noti M3, M4 o epiM4) non hanno un’interferenza ormonale clinicamente rilevante sul corpo.
La loro persistenza nell’organismo per mesi non significa che l’azione anabolizzante o il blocco endocrino continuino per tutto quel tempo.
Perché non causano interferenza ormonale?
Inattività biologica: Durante il passaggio nel fegato, la molecola madre subisce profonde modifiche strutturali (riduzione dell’anello A, modifiche dell’anello D ed epimerizzazioni). Queste alterazioni geometriche azzerano l’affinità di legame con i recettori androgeni. I metaboliti a lungo termine sono, a tutti gli effetti, “scarti” inerti e privi di proprietà anabolizzanti o virilizzanti.
Coniugazione per l’escrezione: Per poter essere eliminati attraverso le urine, questi metaboliti vengono legati dal fegato a molecole di acido glucuronico o solfato (fase II del metabolismo). Questo processo li rende altamente idrosolubili e ne neutralizza completamente qualsiasi potenziale attività biologica o interazione con il sistema endocrino.
Concentrazioni infinitesimali: Le tracce che rimangono nei tessuti o che vengono escrete a distanza di mesi (e che i moderni test antidoping WADA riescono a rilevare) si misurano in picogrammi (miliardesimi di milligrammo) per millilitro. Quantità così microscopiche sono biologicamente irrilevanti per indurre modifiche ormonali.
L’unica interazione biochimica degna di nota evidenziata dalle ricerche (come gli studi sui citocromi P450) è che il Turinabol e la sua metabolizzazione iniziale possono esercitare un’inibizione temporanea su alcuni enzimi deputati alla sintesi degli ormoni steroidei endogeni (come il CYP11B2, l’enzima che produce l’Aldosterone). Tuttavia, questo effetto di blocco enzimatico cessa non appena la molecola madre viene smaltita dall’organismo (dopo pochi giorni dalla sospensione).
Gli AAS di “nicchia” per le Bodybuilder
Così come esistono i “must” derivati dal DHT e maggiormente adatti a far parte di una preparazione femminile ben calibrata, vi sono degli AAS che potremmo relegare ad un sottogruppo opzionale e limitato nella sua applicazione in modo “categoria-dipendente”.
Testosterone
Struttura molecolare del Testosterone
E’ ampiamente risaputo che la terapia con Testosterone a basso dosaggio per le donne, quando terapeuticamente necessaria, porta ad un miglioramento della composizione corporea, della salute ossea, l’aumento del desiderio e la soddisfazione sessuale, migliore concentrazione ecc… .
La TRT nelle donne mira a ripristinare i livelli fisiologici naturali (in genere compresi tra 15 e 70ng/dL di Testosterone totale). Una donna sintetizza circa 300mcg di Testosterone al giorno, con un totale settimanale di circa 2.1mg di Testosterone totale. Indi per cui, una TRT dovrebbe attestarsi entro tale soglia settimanale. E, ovviamente, in tale contesto terapeutico, i sides sono del tutto gestibili compresi quelli virilizzanti. Le cose cambiano se parliamo di uno in ambito enhanced.
Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ,ma l’uso del Testosterone (al di fuori della posologia terapeutica) nel Boidybuilding femminile dovrebbe essere relegato alla categoria Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile), con adeguate accortezze. Parliamo pur sempre di una molecola che in ambito femminile, sempre al di fuori di un uso terapeutico, non ha motivo d’essere vista la disponibilità di molecole decisamente più adatte.
Ciò nonostante, alcune atlete si convincono o, spesso, vengono convinte dai loro “preparatori” della presunta bontà dell’inserimento di dosi sovrafisiologiche di Testosterone. In vent’anni ho registrato dosaggi che vanno dai più contenuti 70mg/week di Testosterone Propionato a dosi da novizio di sesso maschile pari a 250mg/week di Enantato o Cypionato [a volte optavano per il Sustanon]. Non serve dire che tale mostruosità di dosaggio generavano [e generano] dei veri e propri cambi di sesso, con effetti sui tratti somatici devastanti ed irreversibili.
Il margine di vantaggio con l’uso del Testosterone in ambito enhanced con dosaggi sovrafisiologici è praticamente inesistente. Dosi sovrafisiologiche di Testosterone nelle donne sono garanzia di una virilizzazione (mascolinizzazione) grave e spesso irreversibile.
E’ utile sottolineare, inoltre, che nelle donne, la conversione del Testosterone in DHT avviene perifericamente nei tessuti bersaglio (come pelle e follicoli piliferi) tramite l’enzima 5-alfa-reduttasi. Sebbene non esista un unico “tasso percentuale” fisso valido per tutto l’organismo, la produzione plasmatica di DHT deriva per circa il 50% dalla conversione diretta del Testosterone e per la restante quota da precursori come l’Androstenedione [si veda la “via secondaria” trattata in precedenza]. Ovviamente, la sintesi di DHT dal Testosterone esogeno dipende dall’azione locale e sistemica dell’enzima 5-alfa-reduttasi (presente nei tessuti bersaglio come la pelle e i follicoli piliferi) e dalla quantità di ormone precursore somministrato. In linea generale, la conversione periferica attinge a una quota circolante, ma l’impatto varia molto in base a fattori individuali e al tipo di terapia.
Fattori che influenzano la conversione
Tessuti periferici: La conversione non avviene in modo uniforme nel sangue, ma in specifici organi e tessuti (pelle, ghiandole sebacee, follicoli) dove l’enzima 5-alfa-reduttasi (nei suoi sottotipi 1 e 2) è più o meno attivo.
Dose somministrata: Un dosaggio esogeno elevato di testosterone aumenta inevitabilmente i substrati disponibili per la conversione rispetto ai normali livelli fisiologici femminili.
Differenze di rapporto: Studi clinici evidenziano che le donne presentano, in proporzione ai loro valori di base, un rapporto circolante tra DHT e Testosterone differente rispetto agli uomini, ma l’aggiunta di testosterone esogeno altera questo equilibrio in modo soggettivo ed epigenetico così come sembra accadere per adattamento in soggetti di sesso maschile trattati in terapia con Testosterone dove i livelli di E2 incrementano di soglia-base dopo circa 6 mesi/1 anno di trattamento o in tempi più rapidi se trattati con dosi sovrafisiologiche dell’ormone.
Questo contribuisce alla rapida comparsa di severi effetti virilizzanti.
Sebbene l’uso di un inibitore della 5α-reduttasi (come la Finasteride o la Dutasteride) possa ridurre in modo significativo l’impatto virilizzante del Testosterone in una donna, questo vale solo per quanto riguarda gli effetti collaterali localizzati nei tessuti in cui l’enzima è espresso.
Non si tratta di una protezione totale o assoluta. Il blocco dell’enzima riduce l’amplificazione androgenica locale, ma lascia l’organismo esposto all’azione diretta del Testosterone circolante.
Gli inibitori della 5α-reduttasi diminuiscono drasticamente la conversione del Testosterone in DHT nei tessuti bersaglio periferici. Di conseguenza, sono efficaci nel mitigare:
Irsutismo: Riduzione della comparsa e della densità di peli terminali spessi in zone tipicamente maschili (viso, petto, schiena).
Alopecia androgenetica: Protezione dei follicoli piliferi del cuoio capelluto dalla miniaturizzazione e dalla successiva caduta dei capelli.
Acne e seborrea: Riduzione della stimolazione delle ghiandole sebacee della pelle, che rispondono fortemente al DHT.
I tessuti responsabili di altri cambiamenti virilizzanti sistemici non si affidano alla conversione in DHT, ma rispondono direttamente al Testosterone stesso (o ad altre vie). Pertanto, la Finasteride o la Dutasteride non offrono alcuna protezione contro:
Ipertrofia clitoridea (Clitoridomegalia): Il tessuto clitorideo risponde direttamente agli alti livelli di testosterone circolante; il blocco della 5-alfa-reduttasi non previene questo cambiamento anatomico.
Abbassamento della voce (Ipertrofia delle corde vocali): Le modifiche strutturali della laringe e delle corde vocali sono mediate direttamente dal testosterone e sono spesso irreversibili.
Non va trascurato nemmeno l’effetto paradosso sugli Estrogeni: Bloccando la conversione in DHT, una quota maggiore di Testosterone rimane disponibile per l’aromatizzazione in E2, il che può alterare l’equilibrio ormonale complessivo della donna e portare ad alterazioni negative sulla composizione corporea e la stessa ipertrofia visti i già citati fattori alteranti dati da alti livelli di E2 nella donna.
Boldenone
Struttura molecolare del Boldenone
Il Boldenone, noto anche come androsta-1,4-dien-17β-ol-3-one, è uno steroide androstanico presente in natura e un derivato del Testosterone. Si tratta specificamente di testosterone con un doppio legame tra le posizioni C1 e C2.
Nel settore veterinario e nel passato uso sportivo, viene commercializzato quasi esclusivamente sotto forma di estere, principalmente come Boldenone Undecilenato (C30H44O3), per prolungarne l’emivita dopo l’iniezione intramuscolare.
La molecola si basa sullo scheletro carbonioso classico del ciclopentanoperidrofenantrene (nucleo steroideo) con modifiche specifiche che ne alterano l’attività rispetto al Testosterone:
Doppio legame tra C1 e C2: Questa è la modifica cruciale. La presenza di un doppio legame tra i carboni 1 e 2 (oltre a quello standard tra C4 e C5) riduce drasticamente l’affinità della molecola con l’enzima 5-alfa-reduttasi. Di conseguenza, il Boldenone viene convertito solo in minima parte in un androgeno più potente (come avviene invece per il Testosterone in DHT) ossia il DHB.
Gruppo ossidrilico (-OH) in posizione 17-beta: Permette il legame con diversi esteri (come l’Undecilenato). L’esterificazione aumenta la lipofilia della molecola, rallentando il suo rilascio nel flusso ematico dal sito di iniezione.
Gruppo chetonico (=O) in posizione 3: Fondamentale per il legame e l’attivazione dei recettori androgeni.
Profilo Farmacologico e Recettoriale
Potenziale Anabolizzante/Androgeno: il Boldenone possiede un potenziale anabolizzante intrinseco simile a quello del Testosterone ma con un impatto androgenico pressoché dimezzato. Questo si traduce in effetti miotrofici ottimali con un sensibile tasso di minore manifestazione di effetti collaterali virilizzanti.
Fattore aromatizzazione: La struttura chimica, al contrario di quanto ipotizzato in passato, non dimezza la sua interazione con l’enzima Aromatasi, anzi; il Boldenone sembra agire come un “ormone esca” per l’Aromatasi dando come prodotto aromatico l’Estrone [E1]. Secondo uno studio, le affinità di legame relative dell’estrone per l’ERα e l’ERβ umani sono rispettivamente il 4,0% e il 3,5% di quelle dell’E2, e le capacità transattivazionali relative dell’E1 sull’ERα e sull’ERβ erano rispettivamente il 2,6% e il 4,3% di quelle dell’E2. Di conseguenza, è stato riportato che l’attività estrogenica dell’E1 è circa il 4% di quella dell’E2. Oltre alla sua bassa potenza estrogenica, l’E1, a differenza dell’estradiolo e dell’E3, non si accumula nei tessuti bersaglio degli estrogeni. Poiché l’E1 può essere trasformato in E2, la maggior parte o tutta la potenza estrogenica dell’E1 in vivo è in realtà dovuta alla conversione in E2. Pertanto, l’E1 è considerato un precursore o proormone di ridotta conversione dell’E2. A differenza dell’E2 e dell’E3, l’E1 non è un ligando del recettore degli estrogeni accoppiato alla proteina G (affinità >10.000 nM)..
Interazione con i glucocorticoidi: Mostra una buona capacità di bloccare i recettori del cortisolo, riducendo il catabolismo muscolare.
Non esistono dati clinici ufficiali o studi controllati sull’uomo relativi agli effetti virilizzanti del Boldenone nelle donne. Il motivo principale è di natura etica e regolatoria: il Boldenone non è mai stato approvato per l’uso medico umano ed è classificato esclusivamente come farmaco per uso veterinario (noto commercialmente come Equipoise o Ganabol). Di conseguenza, la conduzione di trial clinici su soggetti femminili per valutarne la tossicità o gli effetti androgeni è legalmente e deontologicamente vietata.
Tuttavia, la letteratura scientifica dispone di ampie prove indirette, derivanti da studi tossicologici su modelli animali e oltre all’esistenza di dati osservazionali o case report raccolti nella ricerca indipendente in campo del miglioramento delle prestazioni sportive.
Di conseguenza, nonostante la carenza di trial clinici formali, l’impatto virilizzante del Boldenone è ampiamente documentato attraverso altre vie:
Dati epidemiologici e osservazionali in ambito enhanced: Nel mondo del culturismo e dell’atletica leggera, dove la molecola viene abusata illegalmente, i sondaggi e il monitoraggio medico degli atleti confermano l’insorgenza di effetti collaterali virilizzanti dose-dipendenti.
Sebbene il Boldenone possegga un potenziale androgeno inferiore rispetto al Testosterone, ciò non lo rende automaticamente scevro da effetti virilizzanti. In realtà, l’emivita eccezionalmente lunga dell’estere Undecilenato causa un accumulo costante nel sangue, innescando sintomi di mascolinizzazione facendo si che il settaggio del dosaggio non sia una cosa del tutto semplice.
Dai dati raccolti, risulta che il Boldenone sia un farmaco con una discreta tolleranza nelle donne, probabilmente grazie al suo profilo estrogenico: il Boldenone, come abbiamo visto pocanzi, aromatizza principalmente in Estrone (E1), l’estrogeno predominante nelle donne in postmenopausa. In un certo senso, le donne sono predisposte a livelli elevati dell’intero spettro di estrogeni. L’E1, come abbiamo visto, è un estrogeno debole e gli uomini tendono a reagire con effetti di ipoestrogenemia quando usano dosaggi consistenti di AAS che aromatizzano principalmente in E1, come il Nandrolone, probabilmente perché i nostri livelli assoluti di estrogeni sono già molto bassi (3% – 15% di quelli di una donna in premenopausa) e il Testosterone, il nostro steroide sessuale predominante, aromatizza in estradiolo (E2); di conseguenza, in tale contesto, l’equazione concentrazione-attività crea un ambiente a bassa attività estrogenica indipendente dai dosaggi di estrogeni assoluti. Questi farmaci provocano tutti i sintomi del crollo dell’E2, oltre all’ansia e talvolta a quella che Duchaine, in USH II, definì una reazione “pirogena”, ovvero una sensazione simile a una lieve influenza.
Il Boldenone è un androgeno aromatizzabile che aumenta l’IGF-1 durante la fase di massa, quando l’allenamento mira ad aumentare la massa corporea complessiva, in particolare la massa magra. Stimola potentemente l’appetito.
Stimolo del Neuropeptide Y (NPY) e di AgRP [sovraespressi per via della attività degli AAS (e quindi anche Boldenone)] a livello ipotalamico e aumento dell’appetito/fame.
Il boldenone ha effetti mascolinizzanti piuttosto attenuati se le dosi sono accuratamente calibrate; non è un androgeno particolarmente potente. A differenza del Testosterone, non subisce l’amplificazione data dalla 5α-reduttasi trasformandosi in un androgeno più potente come il DHT nei tessuti gonadici e del SNC. Un’altra buona notizia per le signore. La bassa tendenza alla 5α-riduzione in DHB [che ricordiamo avere come metabolita principale il DHT] riduce significativamente il tasso di virilizzazione a patto di non superare un margine soglia che solitamente si attesta a 50mg/week di Boldenone Undecylenato [pari a 31,64mg di Boldenone privo dell’estere (base).]. L’esposizione dovrebbe essere contenuta a non più di 8 settimane consecutive di somministrazione.
Ovviamente il suo uso è “giustificato” solo in contesto di categoria Women’s Physique e Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile).
Methandrostenolone [Dianabol®]
Come sappiamo, il Methandrostenoloneè uno steroide anabolizzante androgeno sintetico derivato dal Testosterone, caratterizzato dalla formula molecolare C₂₀H₂₈O₂. Rispetto al Testosterone, la sua struttura chimica presenta specifiche modifiche molecolari che ne alterano l’efficacia, la stabilità e la via di somministrazione.
Caratteristiche Strutturali Principali
La molecola si basa sullo scheletro a quattro anelli idrocarburici tipico degli steroidi (nucleo ciclopentanoperidrofenantrene) con le seguenti modifiche cruciali:
17α-alchilazione (Gruppo Metilico in C-17): Presenta l’aggiunta di un gruppo metilico (-CH₃) in posizione carbonio 17α. Questa alterazione strutturale protegge la molecola dal metabolismo di primo passaggio nel fegato, rendendola altamente efficace per via orale.
Doppio Legame tra C-1 e C-2: Possiede un doppio legame aggiuntivo nell’anello A (tra i carboni 1 e 2) rispetto al testosterone. Questa modifica riduce l’affinità della molecola per l’enzima 5-alfa-reduttasi, diminuendo in proporzione le sue proprietà androgeniche e potenziandone l’effetto anabolizzante.
Gruppo Ossidrilico in C-17β: Mantiene un gruppo ossidrilico (-OH) essenziale per il legame e l’attivazione dei recettori androgeni cellulari.
Impatto Farmacologico delle Modifiche Molecolari
L’architettura molecolare del Methandrostenolone ne determina il comportamento biologico all’interno dell’organismo:
Elevato potenziale Anabolizzante e moderata Androgenicità: Il doppio legame C1-C2 sposta l’equilibrio a favore della sintesi proteica e della ritenzione di azoto nei muscoli, riducendo parzialmente gli effetti collaterali tipicamente maschili (es. calvizie, irsutismo) rispetto al Testosterone.
Epatotossicità: La presenza del gruppo metilico in C-17 impedisce la rapida disattivazione epatica, ma sottopone il fegato a un forte stress biochimico, rendendo la molecola intrinsecamente epatotossica.
Attività Estrogenica (Aromatizzazione): Nonostante le modifiche, la molecola viene convertita dall’enzima Aromatasi in 17α-methylestradiolo, biologicamente più attivo rispetto al 17β-estradiolo [E2]. Questo fenomeno causa una spiccata tendenza alla ritenzione idrica e alla tendenza a sviluppare ginecomastia.
Esistono fortunatamente solidi dati clinici e storici che documentano i potenziali effetti virilizzanti del Methandrostenolone sulle donne.
Sebbene la molecola sia stata inizialmente sintetizzata negli anni ’50 nel tentativo di creare uno steroide con una spiccata attività anabolizzante e una ridotta componente androgenica rispetto al Testosterone, la pratica clinica e gli studi successivi hanno dimostrato che il suo potenziale di virilizzazione (mascolinizzazione) nelle donne rimane moderatamente elevato e clinicamente rilevante.
I dati clinici provengono principalmente da tre ambiti: la letteratura medica storica (quando il farmaco veniva testato per scopi terapeutici), i casi di studio sulla tossicità e i dati osservazionali legati all’abuso nello sport.
La letteratura scientifica, inclusi report di istituti come il National Institutes of Health (PubMed), evidenzia che l’esposizione al Methandrostenolone nelle donne innesca una serie di cambiamenti fisici indotti [dose dipendente come gravità] dall’attivazione dei recettori degli androgeni nei tessuti periferici: i già visti Ipertrofia del Clitoride (Clitoridomegalia), Disfonia, Irsutismo ecc… .
Evidenze Cliniche Rilevanti e Case Report
Tossicità da Contaminazione Involontaria: Esistono casi clinici emblematici, come quello riportato su PubMed (PMID: 7153061), in cui l’esposizione accidentale o terapeutica a creme contenenti Methandrostenolone in soggetti di sesso femminile in età prepuberale ha causato una virilizzazione fulminea. I sintomi includevano ipertrofia clitoridea, accelerazione della maturazione ossea e abbassamento della voce; a distanza di sei anni dall’interruzione, le alterazioni della voce risultavano ancora presenti.
Il Fenomeno delle Sostituzioni nel Mercato Nero: Studi qualitativi recenti pubblicati su riviste scientifiche come Drug and Alcohol Review mostrano che le donne che fanno uso di AAS cercano generalmente molecole ritenute “più sicure” e a minor impatto androgenico (come l’Oxandrolone). Tuttavia, le analisi di laboratorio rivelano spesso che tali molecole sono contraffatte o sostituite proprio con il Methandrostenolone, determinando la comparsa imprevista e traumatica di gravi sintomi virilizzanti soprattutto per via dei dosaggi assunti.
Proprio a causa di questo profilo di sicurezza estremamente variabile e della probabilità degli effetti mascolinizzanti alla soglia dei dosaggi efficaci, l’uso del Methandrostenolone nelle atlete dovrebbe essere relegato alla categoria Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile) ed a dosaggi tra i 5 ed i massimo 10mg/die per brevi periodi di tempo.
Trenbolone
Struttura molecolare del Trenbolone.
Il Trenbolone, noto anche come 19-nor-δ9,11-testosterone o come estra-4,9,11-trien-17β-ol-3-one, è uno steroide estranico sintetico e un derivato del Nandrolone (19-nortestosterone). Nello specifico, si tratta di nandrolone con due doppi legami aggiuntivi nel nucleo steroideo.
La molecola si distingue per la rimozione dell’atomo di carbonio in posizione 19 (caratteristica della famiglia dei 19-nor) e per l’introduzione di un sistema di tre doppi legami coniugati nello scheletro steroideo:
Doppi Legami Coniugati in C-9, C-11 e C-11, C-12: Questa è la modifica strutturale più importante. La presenza di tre doppi legami consecutivi distorce la forma planare della molecola e altera la densità elettronica attorno agli anelli B e C. Questa configurazione aumenta drasticamente la stabilità metabolica e l’affinità di legame con il recettore androgeno.
Assenza del Carbonio 19 (19-nor): La rimozione del gruppo metilico in C-19 rende la molecola strutturalmente simile al nandrolone, ma il sistema di doppi legami coniugati ne modifica radicalmente il comportamento rispetto a quest’ultimo.
Gruppo Ossidrilico in C-17β: Come negli altri steroidi attivi, questo gruppo è fondamentale per l’interazione con i recettori cellulari. Nelle preparazioni commerciali, questo sito viene solitamente esterificato (es. Trenbolone Acetato, Enantato o Esaidrobensilcarbonato) per prolungarne il rilascio nell’organismo.
L’architettura molecolare del Trenbolone determina un profilo farmacologico unico e di estrema potenza:
Resistenza Totale all’Aromatizzazione: A causa della forte attrazione elettronica esercitata dai tre doppi legami coniugati, l’enzima aromatasi non è in grado di convertire il trenbolone in estrogeni (estradiolo). Di conseguenza, la molecola non causa ritenzione idrica o ginecomastia per via diretta.
Attività Progestinica: Nonostante la mancanza di aromatizzazione, il trenbolone mostra una spiccata affinità per i recettori del progesterone. Questa interazione può comunque indurre effetti collaterali di natura progestinica (che possono mimare o potenziare l’azione degli estrogeni) e una marcata soppressione della produzione endogena di testosterone.
Resistenza alla 5-α-reduttasi: La molecola non viene metabolizzata dall’enzima 5-alfa-reduttasi in un composto più debole (come accade al nandrolone) né in uno più forte (come il DHT per il testosterone). Il Trenbolone esercita la sua immensa potenza androgena direttamente nella sua forma originaria.
Nessuna 17α-alchilazione: Nella sua forma base, non presenta il gruppo metilico in C-17α, motivo per cui non viene somministrato per via orale ma iniettiva (previa esterificazione) per evitare la rapida distruzione epatica, sebbene quest’ultima non sia così elevata.
La molecola di Trenbolone venne sintetizzata per la prima volta nel 1963 dal chimico francese Léon Velluz e dai suoi collaboratori presso i laboratori della società farmaceutica Roussel Uclaf. Fin dai primi studi, la molecola mostrava una straordinaria capacità di aumentare l’efficienza alimentare e la massa muscolare magra nel bestiame. Negli anni ’70 venne commercializzata sotto forma di esteri a breve durata d’azione, come il Finajet e il Finaplix, utilizzati per l'”ingrasso” dei bovini prima della macellazione. L’unico estere strutturato e approvato ufficialmente per l’uso clinico umano è stato il Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato (noto commercialmente come Parabolan). Sviluppato dalla Negma in Francia, veniva prescritto per contrastare il deperimento muscolare cronico, l’atrofia ossea e la forte malnutrizione anche nelle donne.
Bugiardino del Parabola Negma
Il protocollo di dosaggio clinico di Trenbolone negli esseri umani con utilizzo del Parabolan (Negma Laboratories) era il seguente:
114mg Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (75 mg di ormone attivo) a settimana per le prime due settimane (totale 228mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate);
Successivamente 76mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (50mg di ormone attivo) ogni 10 giorni [76 mg, corrispondenti a 50 mg di Trenbolone effettivo, privo dell’estere].
Queste linee guida di trattamento erano applicate anche alle donne.
Il Trenbolone di base ha un’emivita nel sangue estremamente breve. Per questo motivo, viene sintetizzato legando un gruppo estere al gruppo ossidrilico 17β. L’esterificazione rallenta il rilascio del principio attivo dal sito di iniezione intramuscolare:
Trenbolone Acetato: Estere a catena cortissima. Ha un’emivita di circa 1-2 giorni e richiede somministrazioni frequenti. È la forma tuttora impiegata nei pellet veterinari legali (es. negli Stati Uniti).
Trenbolone Enantato: Estere a catena lunga progettato specificamente per il mercato clandestino (mai approvato per uso medico). Ha un’emivita di circa 8-10 giorni.
Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato: L’estere del prima citato Parabolan. Ha un’emivita intermedia-lunga di circa 10-14 giorni, garantendo un rilascio terapeutico dilazionato nel tempo.
Pellet per impianto negli animali contenente Trenbolone Acetato e Estradiolo.
I dati clinici disponibili sugli effetti del Trenbolone nelle donne provengono principalmente dagli studi clinici degli anni ’70 e ’80 relativi all’uso del Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato (Parabolan) e dalla letteratura tossicologica sulla medicina dello sport e sul doping.
I dati confermano che il Trenbolone possiede un indice di virilizzazione estremamente elevato sebbene inferiore al DHT nei tessuti dove viene espresso l’enzima 5α-reduttasi, come riportato nel paragrafo dedicato ai “paradossi” di espressione della androgenicità di una molecola confronto al DHT.
Il Trenbolone esercita effetti androgenici inferiori rispetto al DHT specificamente nei tessuti bersaglio che esprimono elevati livelli dell’enzima 5-alfa-reduttasi, come la prostata, la cute e lo scalpo.
Sebbene il Trenbolone sia universalmente noto per il suo eccezionale potere anabolizzante e per un’affinità di legame con il AR pari o superiore a quella del DHT, il suo comportamento cambia radicalmente a seconda del tessuto in cui agisce a causa della sua interazione con la 5α-reduttasi.
Per comprendere questa differenza, è necessario osservare come reagiscono il Testosterone e il Trenbolone all’interno dei tessuti androgeno-dipendenti (prostata e bulbi piliferi):
Il Testosterone viene potenziato: Nei tessuti cutanei e prostatici, la 5α-reduttasi riduce il Testosterone convertendolo in DHT. Il DHT è un ormone circa 3-4 volte più androgenico del Testosterone stesso, amplificandone enormemente l’effetto locale.
Il Trenbolone non viene potenziato: La struttura molecolare del Trenbolone (caratterizzata da tre doppi legami coniugati sulla struttura steroidea) impedisce la 5α–rediduzione. Quando entra nella prostata o nella pelle, il Trenbolone rimane chimicamente invariato o viene metabolizzato in composti addirittura meno potenti.
Di conseguenza, in quei precisi tessuti, l’azione locale del DHT è nettamente superiore e più aggressiva di quella del Trenbolone.
Questa selettività tissutale fa del Trenbolone un SARM steroideo (Modulatore Selettivo del Recettore Androgeno con struttura steroidea), poiché è in grado di stimolare la crescita muscolare e ossea senza causare una crescita prostatica proporzionale.
Attenzione però alla distinzione della dose: Nella pratica reale, l’effetto androgenico sistemico percepito del Trenbolone resta comunque significativo. Questo accade perché i dosaggi utilizzati comunemente superano di molte volte i livelli di attività fisiologica androgena, interagendo significativamente con i recettori androgeni della pelle e provocando effetti collaterali come acne o perdita di capelli nei soggetti predisposti, pur mancando del “potenziamento” tipico del DHT.
Da un decennio, almeno, il Trenbolone viene sempre più utilizzato dalle bodybuider a dosi controllate (sebbene i “preparatori” incompetenti non manchino). Il fatto che la molecola presenta spiccate caratteristiche di aumento della massa magra e di riduzione della massa grassa, hanno fatto si che questa molecola diventasse un attrattiva anche per le atlete. Quando le utilizzatrici vengono interrogate sul loro uso di Trenbolone riportano una varietà di dosaggio abbastanza eterogenea e, ovviamente, dipendente dall’estere utilizzato. In genere si parte da un dosaggio molto contenuto di 10mg (estere Acetato) a giorni alterni [30-40mg/week] fino ad arrivare ad un dosaggio di 76mg/week [Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato] suddivise in due dosi eguali.
Un altro uso del Trenbolone che è stato riportato in ambito femminile consiste nell’assunzione del farmaco negli ultimi 7 giorni precedenti alla gara per aggiungere durezza e definizione. Generalmente, e per ovvie ragioni, le atlete optano per l’uso del Trenbolone Acetato che, con la sua breve emivita, risulta essere più gestibile in caso vi sia la comparsa di sensibili effetti virilizzanti. Con questo estere la modalità di somministrazione, o meglio di tempistiche di somministrazione, è mutata dal classico, e prima citato, split di 10mg/EOD al microdosing giornaliero (per un totale di 5.72-4.30mg/die iniettate sottocute) per un periodo limitato a 4 settimane. Per assicurarsi una dose precisa, è consigliato l’uso di siringhe da Insulina.
Con esteri più lunghi (Trenbolone Enantato e Hexahydrobenzylcarbonato) le dosi comunemente riportate in ambito femminile rientrano nel range dei 76mg divisi in due dosi da 38mg distanziate da 4 giorni l’una dall’altra (Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato) o dei 70mg divisi in due dosi da 35mg distanziate da 4 giorni l’una dall’altra (Trenbolone Enantato) per un totale di 6 settimane. Questi dosaggi sono discretamente conservativi e volti ad evitare la comparsa di gravi effetti collaterali virilizzanti; i quali, però, non sono da escludersi dal momento che andrebbe valutata la sensibilità individuale.
Le atlete di sesso femminile più esperte usano il Trenbolone in off-season in modo da cogliere i benefici dati dalla molecola sulla crescita della massa muscolare mantenendo al tempo stesso la percentuale di grasso corporeo relativamente bassa (dieta dipendente). D’altro canto, l’uso di questo AAS viene applicato da queste atlete anche durante la preparazione alla gara dove le aiuterà a preservare la massa muscolare precedentemente guadagnata e ridurre marcatamente la massa grassa, mentre stanno seguendo una dieta ipocalorica. Le atlete più spesso inseriscono il Trenbolone durante le ultime settimane di preparazione alla gara o addirittura ne limitano l’uso alla settimana prima dell’esibizione – con un programma di iniezioni più frequente.
E’ corretto riportare che gli effetti collaterali virilizzanti sono stati sperimentati a diverso grado con tutte le pratiche sopra menzionate e in modo dose-dipendente – solitamente sotto forma di aumentata della peluria e acne – e la gravità degli effetti collaterali sembrava essere peggiore nelle donne più giovani. La teoria volta a spiegare tale fenomeno ricerca le cause nella sensibilità androgenica, dove una donna più giovane presenta una sensibilità androgenica più spiccata rispetto ad una donna più matura che può entrare in peri-menopausa: squilibri più marcati = effetti più marcati. Ovviamente questa è semplicemente una speculazione ma sembra comunque essere una spiegazione plausibile.
Le atlete, oltre agli effetti collaterali virilizzanti, hanno anche sperimentato effetti collaterali tipicamente riscontrati anche dagli uomini come tachicardia dopo una sola iniezione, accompagnata da copiosa sudorazione notturna e da insonnia abbastanza grave. L’aumento dell’aggressività, similmente a quanto accade per gli atleti di sesso maschile, è spesso una costante nelle atlete che usano Trenbolone. Anche la neurotossicità potenziale permane, sebbene con incidenza statistica inferiore per via della dose e dei tempi tipici di esposizione.
In definitiva, la dose di Trenbolone considerata “migliore” per le bodybuilder in quanto a rischi di grave virilizzazione/benefici sulla composizione corporea è di 30mg/settimana (Trenbolone Acetato), suddivisi i 3 somministrazioni o microdosing. Dovrebbe essere ovvio che la categoria di riferimento per l’uso di questa molecola rimanga la Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile)…
L’effetto che abbiamo visto in precedenza riguardante il Nandrolone e la sua attività di controllo dell’ispessimento del tessuto endometriale in concomitanza d’uso con AAS aromatizzabili, data dalla sua attività progestinica, è riscontrabile anche con il Trenbolone ad un rapporto di dosaggio pari ad 1/5, statisticamente.
Struttura molecolare del Metribolone
Il Metribolone, il quale consiste in una modifica della struttura carboniosa del Trenbolone alla quale è stata aggiunta una metilazione in C-17, fu descritto per la prima volta in letteratura nel 1965. Fu studiato clinicamente tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, in particolare nel trattamento del cancro al seno avanzato. Il farmaco risultò efficace e mostrò paradossalmente una debole androgenicità alla dose efficace, ma produsse anche gravi segni di epatotossicità e alla fine non fu mai commercializzato.
Tuttavia, anche la sua soglia di manifestazione di virilizzazione è molto sottile. Per questo motivo e per il forte impatto gastrointestinale ed epatico, il Metribolone non è da considerarsi un AAS consigliato per le bodybuilder.
SARM non steroidei nelle preparazioni femminili
I più sapranno già, per lo meno, che i Modulatori Selettivi del Recettore degli Androgeni (SARM) sono una classe di farmaci che attivano selettivamente il AR in tessuti specifici, promuovendo la crescita muscolare e ossea e avendo un impatto minore sui tessuti riproduttivi maschili, come la prostata.
Nonostante un certo numero di persone sia convinta che i SARM siano stati sintetizzati quai trent’anni fa, e che non abbiano nulla a che vedere nel loro sviluppo con gli AAS, la realtà è che il termine si riferisce ad un macrogruppo di molecole affini al AR con un valore terapeutico (vedi potenziale androgeno e anabolizzante) superiore a 1, cioè al Testosterone. Per questa ragione esistono due gruppi di SARM: i SARM steroidei ed i SARM non-steroidei. Di conseguenza, tutti i derivati del Testosterone, del DHT, compresi i 19-Norsteroidi, che sono stati modificati strutturalmente al fine di accentuarne le caratteristiche anabolizzanti e ridurne quelle androgene sono considerabili quali SARM steroidei.
Gli sforzi iniziali per sviluppare SARM steroidei, basati su modifiche della molecola di Testosterone, risalgono agli anni ’40. L’era moderna dei SARM non steroidei è stata scatenata da un lavoro indipendente presso la Ligand Pharmaceuticals e l’Università del Tennessee.(4, 5) Gli scienziati della Ligand Pharmaceuticals sono stati i primi a sviluppare una serie di Chinolinoni ciclici con attività anabolica sul muscolo scheletrico e un certo grado di selettività tissutale. La scoperta di Dalton e Miller che le Aril Propionammidi con somiglianze strutturali con il Bicalutamide e l’Idrossiflutammide potrebbero innescare l’attività trascrizionale AR-dipendente ha fornito la prima guida per lo sviluppo della classe di SARM diaril propionammidi. Il decennio successivo a questi primi sforzi ha visto l’emergere di un gran numero di SARM non steroidei praticamente da tutte le principali aziende farmaceutiche.
Come accennato in precedenza, strutturalmente, i SARM possono essere classificati in SARM steroidei e non steroidei. I SARM steroidei si formano modificando la struttura chimica della molecola di Testosterone (vedi figura seguente).
È stato riconosciuto negli anni ’40 che la sostituzione di un metile in posizione C-17 ritarda il metabolismo presistemico del Testosterone, estendendone l’emivita e rendendolo attivo per via orale. Pertanto, un certo numero di androgeni orali, come il Methylterstosterone, hanno una metilazione in C-17. Tuttavia, gli androgeni 17-alfa alchilati somministrati per via orale, sono potenzialmente epatotossici e abbassano notevolmente il colesterolo HDL plasmatico.
La rimozione del gruppo 19-metile aumenta l’attività anabolizzante del Testosterone (Figura sopra). Pertanto, il 19-nortestosterone ha costituito la base della serie di molecole derivate del Nandrolone. Il Nandrolone è ridotto dalla 5-α reduttasi nei tessuti bersaglio a un androgeno meno potente, il Diidronandrolone (DHN) il quale possiede una androgenicità inferiore al substrato d’origine, ma è meno suscettibile all’aromatizzazione in estrogeni convertendo primariamente nel poco attivo Estrone.
Le sostituzioni alchiliche 7-alfa rendono il Testosterone meno suscettibile alla 5-α riduzione e ne aumentano la selettività tissutale rispetto alla Prostata. Pertanto, il 7-alfa metil, 19-nortestosterone ha attività anabolica teoricamente superiore all’attività androgena, sebbene i test fatti sono stati svolti su topi attraverso il ben poco affidabile se rapportato all’uomo “test di Hershberger” (per approfondimenti clicca qui). Comunque, altre molecole di questa serie con gruppi alchilici variabili sono state studiate per la loro attività anabolica.
L’Oxandrolone, visto in precedenza, è un AAS orale derivato dal DHT che ha un sostituente metilico 17-alfa. La sostituzione del secondo carbonio con l’ossigeno aumenta la stabilità del 3-cheto gruppo e ne aumenta l’attività anabolizzante. Non aromatizza in estrogeno e ha mostrato una bassa attività androgena. Indi, esso è un altro esempio di SARM steroideo.
Gli sforzi pionieristici degli scienziati della Ligand Pharmaceuticals e dell’Università del Tennessee hanno fornito le prime basi della scoperta dei SARM non-steroidei. Da allora, sono state esplorate una serie di categorie strutturali di SARM farmacofori: aril-propionamide (GTX, Inc.), idantoina biciclica (BMS), chinolinoni (Ligand Pharmaceuticals), analoghi della tetraidrochinolina (Kaken Pharmaceuticals, Inc.), benizimidazolo, imidazolopirazolo. , indolo e derivati pirazolina (Johnson e Johnson), derivati azasteroidali (Merck) e derivati anilina, diaril anilina e bezoxazepinoni (GSK) (vedi figura seguente). Poiché è stata pubblicata solo una parte della ricerca sulla scoperta, è probabile che esistano categorie strutturali aggiuntive. Una recente review di Narayanan et al fornisce un eccellente trattato delle strutture dei SARM.
Le modifiche strutturali degli analoghi dell’aril propionammide bicalutamide e idrossiflutamide hanno portato alla scoperta della prima generazione di SARM non steroidei. I composti S1 e S4 in questa serie si legano al AR con elevata affinità e dimostrano selettività tissutale nel impreciso test di Hershberger che utilizza un modello di ratto castrato. In questo modello di ratto castrato, sia S1 che S4 hanno prevenuto l’atrofia indotta dalla castrazione del muscolo levatot ani e hanno agito come deboli agonisti nella Prostata. Alla dose di 3mg/kg/die, S4 ha parzialmente ripristinato il peso della prostata a < 20% di quello intatto, ma ha ripristinato completamente il peso del levator ani, la forza dei muscoli scheletrici, la densità minerale ossea, la forza ossea e la massa corporea magra e ha soppresso LH e FSH. S4 ha anche prevenuto la perdita ossea indotta dall’ovariectomia nel modello di osteoporosi femminile di ratto. La capacità dei SARM non steroidei di promuovere sia la forza muscolare che la forza meccanica ossea costituisce un vantaggio unico rispetto ad altre terapie per l’osteoporosi che aumentano solo la densità ossea.
La selettività tissutale dei SARM potrebbe anche essere correlata a differenze nella loro distribuzione tissutale, potenziali interazioni con la 5α-reduttasi o l’aromatasi CYP19, o l’espressione tessuto-specifica di co-regolatori. Tuttavia, studi di autoradiografia con derivati di bicalutamide e idantoina hanno mostrato che non si accumulano preferenzialmente nei tessuti “anabolizzanti”. L’azione del Testosterone in alcuni tessuti androgeni è amplificata dalla sua conversione in 5α-DHT; i SARM non steroidei non fungono da substrati per la 5α-reduttasi. La selettività tissutale dei SARM potrebbe essere correlata all’espressione tessuto-specifica delle proteine co-regolatorie. Allo stesso modo, alcune differenze delle azioni dei SARM rispetto al Testosterone potrebbero essere correlate all’incapacità dei SARM non steroidei di subire l’aromatizzazione.
I SARM (Modulatori Selettivi del Recettore degli Androgeni) sottoposti a studi clinici sull’uomo includono principalmente Enobosarm (Ostarina), Ligandrol, Vosilasarm (RAD-140) e GSK2881078, sebbene nessuno di essi sia stato ancora approvato per uso commerciale o medico dalle autorità regolatorie come la FDA o l’EMA.
Ecco l’elenco dettagliato dei SARM che hanno raggiunto la fase di sperimentazione clinica sull’uomo e lo stato delle loro ricerche:
SARM principali in sperimentazione clinica
Enobosarm (Ostarina / MK-2866 / GTx-024): Rappresenta il SARM più ampiamente studiato in assoluto. Ha raggiunto la Fase III degli studi clinici per il trattamento della cachessia nei pazienti affetti da tumore polmonare. È stato testato anche in Fase II per l’incontinenza urinaria da sforzo nelle donne e per la perdita di massa ossea.
Ligandrol (LGD-4033 / VK5211): Sottoposto a studi clinici di Fase I e II. È stato testato su soggetti sani e anziani per valutarne la tollerabilità, dimostrando incrementi dose-dipendenti della massa magra e della forza muscolare in periodi di breve durata.
Vosilasarm (Testolone / RAD-140): Ha completato studi di Fase I focalizzati sul trattamento del cancro al seno avanzato (recettore androgeno positivo, ER-positivo). I dati clinici complessivi sull’uomo sono più limitati rispetto a Ostarina e Ligandrol.
GSK2881078: Sviluppato da GlaxoSmithKline, ha superato la Fase I e parte della Fase II. È stato testato su soggetti sani e su pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) per contrastare l’atrofia muscolare.
MK-0773: Ha raggiunto la Fase II di sperimentazione per il trattamento della sarcopenia e della fragilità muscolare nelle donne anziane in post-menopausa.
PF-06260414 e OPK-88004: Altri due SARM meno noti ma ufficialmente inseriti in trial clinici umani per valutarne la selettività tissutale e la sicurezza metabolica.
Struttura molecolare del YK11
SARM con studi clinici interrotti o non testati clinicamente sull’uomo
Andarina (S-4): Spesso menzionata sul web, ha solide basi negli studi preclinici (animali) per l’osteoporosi, ma il suo sviluppo clinico è stato rallentato a causa di effetti collaterali legati a disturbi temporanei della vista (difficoltà di adattamento al buio).
S-23 e YK11: Sono composti estremamente potenti studiati quasi esclusivamente in ambito preclinico (modelli animali) o in vitro. Oltretutto, l’YK11, strutturalmente, rientra nella categoria dei SARM steroidei.
NotasuCardarina (GW501516) e Ibutamoren (MK-677): Sebbene vengano frequentemente etichettati o venduti come SARM nel mercato nero del fitness, non sono SARM. La Cardarina è un agonista PPAR-delta (il cui sviluppo clinico fu interrotto per tossicità e potenziale cancerogenità), mentre l’Ibutamoren è un segretagogo non peptidico dell’hGH.
I risultati degli studi clinici sui SARM testati specificamente sulle donne indicano un’efficacia significativa nel preservare e aumentare la massa muscolare magra e nel combattere alcune forme di tumore. Tuttavia, hanno anche evidenziato alterazioni ormonali sistemiche e tossicità epatica.
Nelle donne, la ricerca si è concentrata prevalentemente su pazienti anziane in post-menopausa (per contrastare la sarcopenia e la fragilità ossea/osteopenia) e su pazienti affette da carcinoma mammario avanzato.
I dati clinici emersi dalle sperimentazioni ufficiali evidenziano i seguenti risultati divisi per molecola:
1. Enobosarm (Ostarina / MK-2866)
L’Enobosarm è il SARM con la più vasta banca dati clinica sulle donne, studiato sia per scopi oncologici che metabolici:
Trattamento del Tumore al Seno (Fase II): Uno studio clinico pubblicato su The Lancet Oncology ha testato l’Enobosarm in donne in post-menopausa con carcinoma mammario metastatico ER-positivo e AR-positivo. Il SARM ha agito come soppressore tumorale, offrendo un beneficio clinico significativo e arrestando la progressione della malattia in una percentuale rilevante di pazienti.
Composizione Corporea (Soggetti Sani): In trial su donne anziane sane in post-menopausa, l’assunzione di Enobosarm per 12 settimane ha portato a un incremento dose-dipendente della massa magra (fino a 1,3kg nel gruppo a dosaggio più alto) e a una riduzione della massa grassa.
Effetti Collaterali Endocrini: Anche se non sono emersi segni visibili di virilizzazione (come irsutismo o abbassamento della voce), i dati di laboratorio hanno mostrato una riduzione significativa degli ormoni LH e FSH e delle SHBG.
2. MK-0773
Sviluppato specificamente per la fragilità muscolare femminile, è stato oggetto di uno studio cardine di Fase IIa:
Pazienti: Donne anziane affette da sarcopenia trattate per 6 mesi.
Efficacia: Il farmaco ha indotto un aumento statisticamente significativo della massa muscolare magra rispetto al placebo.
Il Limite Funzionale: Nonostante l’aumento di tessuto muscolare, non è stato registrato un miglioramento corrispettivo nella forza fisica o nella performance motoria (es. velocità di camminata o capacità di alzarsi dalla sedia) rispetto al gruppo placebo.
Tossicità: Un numero elevato di donne ha manifestato un innalzamento clinicamente rilevante delle transaminasi (enzimi epatici), indicando uno stress nocivo per il fegato, motivo per cui lo sviluppo ha subìto forti rallentamenti.
3. Ligandrol (LGD-4033 / VK5211)
Testato sulle donne principalmente nel contesto del recupero ortopedico post-traumatico:
Studio sulle Fratture dell’Anca (Fase II): Nel 2018, la Viking Therapeutics ha testato la molecola su pazienti anziani (in larga parte donne) in fase di recupero da frattura dell’anca.
Risultati: Le pazienti hanno mostrato un incremento della massa muscolare totale fino al 9,1% e un miglioramento nella distanza percorsa nel test del cammino di 6 metri. I parametri di coagulazione ed emoglobina sono rimasti stabili.
Gli studi clinici confermano che i SARM non steroidei riducono drasticamente, ma non azzerano, gli effetti androgeni nelle donne. Sebbene l’obiettivo terapeutico di queste molecole sia quello di legarsi selettivamente ai tessuti muscolari e ossei evitando gli effetti mascolinizzanti tipici degli AAS/SARM steroidei tradizionali, i dati d’archivio e i report clinici evidenziano la comparsa di risposte androgene sistemiche, specialmente al variare dei dosaggi.
I principali effetti androgeni e virilizzanti osservati nelle donne, sia nei trial clinici che nella letteratura medica legata all’uso off-label di queste molecole, includono:
1. Alopecia androgenetica (Caduta dei capelli)
Il meccanismo: È l’effetto collaterale di natura androgena più comune segnalato dalle donne. I SARM mostrano un’alta affinità per i recettori degli androgeni situati sul cuoio capelluto.
L’effetto: Nelle donne geneticamente predisposte, l’attivazione di questi recettori accelera la miniaturizzazione dei follicoli piliferi. Questo causa un diradamento dei capelli localizzato principalmente sulla parte superiore della testa (pattern femminile di calvizie).
2. Irsutismo e alterazioni della cute
Irsutismo: Negli studi clinici a dosaggi terapeutici controllati (come per l’Enobosarm nel trattamento del tumore al seno), la crescita di peli sul viso o sul corpo è rimasta rara. Tuttavia, nei report clinici relativi a utilizzi fuori etichetta (off-label) a dosi più elevate, è stata riscontrata la comparsa di peli terminali (più scuri e spessi) su mento, labbro superiore e petto.
Acne e seborrea: I SARM stimolano l’attività delle ghiandole sebacee della pelle attraverso i recettori cutanei. Questo porta a una produzione eccessiva di sebo e alla comparsa di acne androgenica, localizzata soprattutto su viso, spalle e schiena.
3. Alterazioni della sfera sessuale e ipertrofia clitoridea
Effetti lievi: Un aumento della libido è comunemente riportato a causa dell’azione stimolante del farmaco sui recettori androgeni del sistema nervoso centrale.
Effetti gravi (Virilizzazione): L’allargamento del clitoride (clitoridomegalia) è l’effetto virilizzante più severo. Negli studi clinici rigorosi e a basse dosi questo effetto è stato quasi nullo, ma la letteratura tossicologica e i casi clinici ospedalieri dimostrano che a dosaggi non controllati questo fenomeno si manifesta. A differenza di altri sintomi, l’ipertrofia del clitoride è spesso irreversibile se l’assunzione si protrae nel tempo.
4. Abbassamento del tono della voce (Disfonia)
Il meccanismo: Gli androgeni stimolano l’ispessimento delle corde vocali e l’ipertrofia della laringe.
L’effetto: Nei trial clinici per la sarcopenia l’incidenza è stata minima, ma l’uso prolungato o l’assunzione di molecole non selettive (o contaminate) provoca una voce progressivamente più rauca, profonda o mascolina. Anche questo effetto, una volta consolidato, presenta un altissimo livello di irreversibilità.
Perché si verificano questi effetti se i SARM sono “selettivi”?
La risposta semplice e banale sarebbe “anche i SARM steroidei hanno un grado variabile di selettività tissutale ed espressione intrinseca e differenziale nei tessuti d’espressione del DHT dell’androgenicità, ma ciò nonostante possono dare luogo ad effetti virilizzanti!”. La risposta meno banale è che, per l’appunto, anche la selettività dei SARM non steroidei non è assoluta ma relativa. Questo significa che:
Potenziale anabolizzante/androgeno: Mentre il Testosterone ha un potenziale equilibrato tra androgenicità e effetto anabolizzante, un SARM può avere un rapporto di di superiorità netta a favore dello stimolo muscolare. Quella quota minima di attività androgena periferica, tuttavia, rimane attiva ed esprime i suoi effetti sugli organi bersaglio femminili, e sempre in modo dose e molecola dipendente.
Tasso di legame recettoriale: Se una donna assume una dose superiore a quella testata nei protocolli clinici (vedi ambito enhanced), i AR nel muscolo scheletrico raggiungono un espressione e tasso di legame massimo relativo. Il farmaco in eccesso inizia a legarsi massicciamente ai recettori androgeni della pelle, dei capelli e degli organi genitali, riducendo di fatto la selettività della molecola.
Di particolare interesse risulta essere anche l’impatto delle SHBG alterate dall’uso dei SARM non steroidei e la sua influenza a livello estrogenico.
1. Il meccanismo: come i SARM alterano gli Estrogeni e la SHBG
La drastica riduzione della SHBG è uno degli effetti biochimici più rapidi e costanti osservati nei trial clinici sui SARM non steroidei. Questa proteina, prodotta dal fegato, ha il compito di legarsi agli ormoni sessuali (androgeni ed estrogeni) per trasportarli nel sangue in modo “inattivo” o “parzialmente attivo”, regolando la quota di ormoni biologicamente attivi o pienamente attivi (liberi).
Nelle donne, l’assunzione di SARM non steroidei innesca una reazione a catena che altera l’equilibrio degli estrogeni attraverso tre passaggi chiave:
[Assunzione SARM] ──> [Fegato riduce SHBG] ──> [Picco transitorio di Estrogeni Liberi] ──> [Il Cervello (Ipofisi) blocca LH/FSH] ──> [Crollo finale della produzione di Estrogeni]
Se parliamo di atlete lo schema risulta:
[Assunzione SARM] ──> [Fegato riduce SHBG] ──> [Picco di substrati cosomministrati liberi e soggetti alla Aromatizzazione] ──> [Picco di Estrogeni Liberi] ──> [difficile gestione della attività estrogenica] ──> [potenziale comparsa di limitazioni dovute all’eccesso estrogenico a livello della attività dell’Asse hGH/IGF1 e della secrezione, frazione libera e attività del IGF1]
Il crollo della SHBG: I SARM si legano ai recettori degli androgeni nel fegato e inviano un segnale che sopprime la produzione di SHBG. Nei trial clinici, i livelli di questa proteina scendono spesso di oltre il 50-80% già nelle prime settimane.
L’effetto “surplus” iniziale: Poiché la SHBG crolla, gli estrogeni (e il Testosterone esogeno o altro substrato aromatizzabile) che prima erano legatidalla proteina si trovano a livelli maggiori liberi nel sangue. Questo causa un picco transitorio o cronico [con differenza di quadro iatrogeno] di estrogeni liberi, che accelera la clearance (l’eliminazione) degli ormoni stessi da parte dell’organismo.
Il blocco dell’asse ipofisi-gonadi (HPTA): Il cervello rileva questo picco anomalo di ormoni liberi e percepisce una situazione di “eccesso”. Per compensare, l’ipofisi riduce drasticamente la secrezione di LH (Ormone Luteinizzante) e FSH (Ormone Follicolo-Stimolante).
Il crollo finale degli Estrogenio la loro alterazione cronica: Senza lo stimolo di LH e FSH, le ovaie riducono o cessano la produzione naturale di estradiolo (estrogeno principale). Il problema delle alterazioni della frazione libera di E2 sorgono anche, e in maniera proporzionale al dosaggio, in caso di cosomministrazione, di Testosterone in dosaggi clinici o, in misura maggiore, a dosaggi sovrafisiologici o con l’assunzione di substrati soggetti all’Aromatasi.
2. Tempi medi di reversibilità dei sintomi dopo la sospensione
Quando una donna interrompe l’assunzione di un SARM non steroidei, il tempo necessario affinché i sintomi scompaiano dipende strettamente dal tipo di tessuto che è stato colpito. Gli effetti si dividono in tre categorie di reversibilità:
Effetti rapidamente reversibili (da 2 a 6 settimane)
Valori biochimici (SHBG, LH, FSH, Estrogeni): Il fegato riprende a produrre SHBG e l’asse ormonale ricomincia a comunicare. I livelli di estradiolo tornano generalmente nella norma entro un mese.
Ciclo mestruale: Il ritorno delle mestruazioni richiede solitamente da 4 a 8 settimane, a seconda della durata del ciclo di SARM e della dose assunta.
Acne e Seborrea: La produzione di sebo cutaneo si normalizza rapidamente entro 15-30 giorni dalla cessazione dello stimolo recettoriale.
Effetti a lenta risoluzione (da 2 a 6 mesi o più)
Alopecia Androgenetica (Caduta dei capelli): Il blocco della caduta avviene entro poche settimane dalla sospensione, ma la ricrescita dei capelli miniaturizzati è un processo estremamente lento. Possono essere necessari molti mesi per recuperare la densità capillare, e in rari casi di forte predisposizione genetica, il danno può rivelarsi permanente se non trattato con terapie topiche specifiche.
Profilo lipidico (Colesterolo HDL): Il recupero del colesterolo buono (spesso abbattuto dai SARM) richiede diversi mesi di alimentazione corretta e attività cardiaca per tornare ai livelli basali.
Effetti irreversibili (o parzialmente reversibili solo con chirurgia)
Ipertrofia clitoridea (Clitoridomegalia): Se il tessuto erettile si è espanso a causa di dosaggi elevati o prolungati, non torna alle dimensioni originarie con la sola sospensione del farmaco. Richiede spesso un intervento chirurgico correttivo (clitoridoplastica).
Abbassamento della voce (Disfonia): L’ispessimento delle corde vocali causato dall’azione androgena è permanente. La voce può perdere una leggera raucedine acuta post-ciclo, ma il tono rimarrà stabilmente più profondo. L’unica soluzione in questo caso è la logopedia o la chirurgia laringea.
Altro punto interessante riguarda la tossicità dei SARM non steroidei. Essa è strettamente legata alla loro emivita (mezza vita) biologica, ovvero al tempo impiegato dall’organismo per eliminare la metà della sostanza in circolo.
A differenza dei primi SARM steroidei a breve durata, molti SARM non steroidei hanno mostrato nei trial clinici un’emivita sorprendentemente lunga (spesso superiore alle 24 ore). Questa caratteristica altera profondamente il profilo di sicurezza del farmaco, poiché influisce sul tasso di accumulo nei tessuti e sulla velocità di insorgenza degli effetti tossici.
Analisi per singolo SARM: Emivita vs Tossicità
I dati emersi dagli studi farmacocinetici permettono di mappare i SARM in base al loro tempo di dimezzamento e ai relativi rischi correlati:
1. Ligandrol (LGD-4033) – L’emivita ingannevole
Struttura molecolare del Ligandrol
Emivita stimata: 24 – 36 ore
Impatto sulla tossicità: Estremamente marcato. A causa di un’emivita che supera la giornata, l’LGD-4033 crea un accumulo progressivo. Nei trial clinici di Fase I, una dose apparentemente minima di soli 1 mg al giorno ha causato una soppressione del testosterone totale e della SHBG vicina all’80% in sole 3 settimane.
Profilo di rischio: La tossicità ormonale si manifesta molto prima rispetto ad altri composti. Bastano cicli brevi per causare un arresto quasi totale della produzione di estrogeni e testosterone nelle donne e negli uomini.
2. Enobosarm (Ostarina / MK-2866) – Il bilanciamento terapeutico
Struttura molecolare del Ostarina
Emivita stimata: 24 ore
Impatto sulla tossicità: È considerata la cinetica più prevedibile e “gestibile” dal punto di vista medico. Avendo un’emivita lineare di circa un giorno, i livelli ematici si stabilizzano rapidamente senza picchi geometrici imprevedibili.
Profilo di rischio: La tossicità epatica e ormonale è strettamente dose-dipendente. A bassi dosaggi clinici (3 mg/die), il fegato riesce a processare la molecola con uno stress minimo (lieve innalzamento delle transaminasi reversibile). Tuttavia, se la durata d’uso supera le 8-12 settimane, l’esposizione prolungata e costante del fegato alla molecola attiva avvia comunque processi di tossicità epatica (fegato grasso o sofferenza epatocellulare). [1]
3. Vosilasarm (RAD-140) – L’alto rischio di accumulo critico
Struttura molecolare del RAD-140
Emivita stimata: 60 – 72 ore (Dato confermato da studi clinici recenti, inizialmente stimata erroneamente in sole 20 ore)
Impatto sulla tossicità: Altissimo. Una mezza vita di 3 giorni significa che dopo una settimana di assunzione quotidiana, la quantità di farmaco attiva nel corpo è quasi il triplo della dose ingerita.
Profilo di rischio: È associato al più alto tasso di tossicità epatica acuta (epatotossicità). I report clinici ospedalieri su soggetti che hanno assunto RAD-140 evidenziano lesioni epatiche colestatiche gravi (blocco del flusso biliare) e ittero. La sua lunghissima emivita fa sì che, anche interrompendo l’assunzione oggi, il fegato continui a subire un insulto tossico massiccio per i successivi 10-15 giorni.
4. GSK2881078 – Progettato per la sicurezza
Struttura molecolare del GSK2881078
Emivita stimata: Oltre 30 ore
Impatto sulla tossicità: Sebbene l’emivita sia lunga, la molecola è stata ingegnerizzata per avere una selettività tissutale estremamente rigorosa.
Profilo di rischio: Nei trial ha mostrato una soppressione ormonale importante a causa della persistenza nel sangue, ma un impatto decisamente inferiore sugli enzimi epatici rispetto al RAD-140 o all’MK-0773, dimostrando che l’emivita lunga amplifica la tossicità solo se la struttura molecolare di base è intrinsecamente gravosa per le cellule del fegato.
In conclusione, i SARM non steroidei con un’emivita più lunga (come il RAD-140) presentano una finestra di sicurezza molto più ristretta e imprevedibile, rendendo l’esposizione prolungata estremamente pericolosa per la salute epatica e cardiovascolare, oltre per la comparsa di effetti virilizzanti in specie in soggetti particolarmente sensibili.
I Rischi di Tossicità Indiretta per il Rene (Nefrotossicità)
I SARM non steroidei a lunga emivita non danneggiano il rene in modo diretto (non sono intrinsecamente tossici per le cellule renali a dosi terapeutiche), ma possono provocare gravi danni attraverso meccanismi secondari:
Nefropatia da cilindri biliari (Bile Cast Nephropathy): È il rischio più grave emerso nei report clinici ospedalieri. Quando un SARM a lunga emivita (come il RAD-140) satura il fegato, causa colestasi (un blocco del flusso della bile) e un picco tossico di bilirubina nel sangue. Questa bilirubinemia estrema sovraccarica i reni: la bilirubina precipita all’interno dei tubuli renali formando dei veri e propri “tappi” (cilindri) che bloccano il flusso dell’urina, portando a insufficienza renale acuta.
Iperfiltrazione glomerulare e pressione: L’effetto anabolizzante e la potenziale ritenzione idrica legata all’alterazione ormonale possono costringere il rene a lavorare a pressioni più alte (iperfiltrazione), un fattore che sul lungo periodo usura i glomeruli.
In sintesi, i reni eliminano i SARM non steroidei a lunga emivita molto lentamente, e dipendendo totalmente dal lavoro di trasformazione chimica svolto dal fegato.
E’ piuttosto intuitivo il perché i SARM non steroidei vengono scelti dalle donne: principalmente per via di una percezione di “sicurezza” rispetto agli AAS/SARM steroidei tradizionali, in quanto promettono di incrementare la massa muscolare e la forza riducendo gli effetti mascolinizzanti (virilizzazione).
Tuttavia, i dati emersi dal mondo dell’anti-doping e dalla medicina dello sport, oltre che dall’importante lavoro svolto dai ricercatori indipendenti sul campo, evidenziano che l’uso nelle atlete comporta dinamiche specifiche, sia sul piano della performance che su quello dei rischi biologici.
Come abbiamo visto fin dalla prima parte di questo lavoro, il tessuto muscolare femminile è estremamente ricettivo a qualsiasi stimolo androgeno esogeno. Le atlete ricercano nei SARM tre effetti principali:
Massimizzazione della sintesi proteica: Permette di costruire massa muscolare magra (ipertrofia) a ritmi biologicamente impossibili per una donna natural.
Preservazione muscolare in deficit calorico: Nelle discipline in cui sono previste categorie di peso (es. powerlifting, sollevamento pesi, arti marziali) o standard estetici estremi (es. bodybuilding categorie Bikini o Figure), i SARM consentono di perdere grasso corporeo mantenendo intatta la forza e la pienezza muscolare.
Recupero accelerato: Riducono drasticamente i tempi di recupero tra allenamenti intensi, limitando il catabolismo indotto dal cortisolo.
I SARM più diffusi nel settore femminile
Enobosarm (Ostarina / MK-2866): È in assoluto il SARM più abusato dalle atlete. Viene considerato “il più leggero” e gestibile, in grado di offrire una moderata crescita muscolare e un forte sostegno articolare con un impatto virilizzante ridotto ai minimi termini se i dosaggi rimangono bassi.
Ligandrol (LGD-4033): Utilizzato nelle fasi di costruzione di massa (bulking) per la sua forte capacità di incrementare la forza e la densità muscolare. Nelle atlete tende però a causare una maggiore ritenzione idrica rispetto all’Ostarina.
Andarina (S-4): Molto popolare nel bodybuilding femminile pre-gara perché favorisce la durezza muscolare e la vascolarizzazione, pur portando con sé il noto rischio di disturbi transitori della vista (visione giallastra o difficoltà di adattamento al buio).
Rischi ed effetti collaterali specifici per le atlete
Mentre per un atleta uomo il principale effetto collaterale è la soppressione del testosterone (che richiede spesso una terapia post-ciclo/PCT), nelle atlete l’uso di SARM altera l’intero sistema riproduttivo e metabolico:
Amenorrea atletica indotta: Il crollo della SHBG e la conseguente soppressione degli ormoni LH e FSH bloccano l’ovulazione. Il ciclo mestruale si interrompe (amenorrea), portando a uno stato temporaneo di infertilità e a sbalzi d’umore severi.
Sindrome da virilizzazione nascosta: Sebbene i SARM siano selettivi, la quota androgena residua si accumula nel tempo. A dosaggi da performance (spesso superiori a quelli terapeutici dei trial clinici), l’atleta rischia la miniaturizzazione dei capelli (alopecia), la comparsa di acne cistica sulla schiena e, nei casi più gravi, l’abbassamento irreversibile del timbro della voce.
Riduzione sensibile del HDL: I SARM abbattono il colesterolo “buono” (HDL), talvolta portandolo a cifre inferiori a 15-20 mg/dL. Nelle atlete, che tipicamente hanno un profilo cardiovascolare eccellente, questo sbilanciamento aumenta temporaneamente il rischio di eventi cardiovascolari e rigidità arteriosa.
Conviene abbandonare i vecchi AAS/SARM steroidei in favore dei SARM non steroidei?
Non direi…
I SARM non hanno lo stesso potenziale di aumento della massa muscolare e della forza rispetto agli steroidi anabolizzanti tradizionali.
Questa differenza netta in termini di potenza pura è il “prezzo” biologico da pagare per la loro selettività. Mentre uno steroide agisce come un interruttore globale che attiva indiscriminatamente ogni recettore androgeno del corpo, i SARM sono progettati per essere più mirati, il che ne limita intrinsecamente il tetto massimo di efficacia anabolizzante.
I motivi scientifici e pratici di questo divario prestazionale si articolano su tre livelli principali:
1. Attività intrinseca sul recettore: Agonisti Parziali vs Agonisti Totali
Steroidi (Agonisti Totali): Molecole come il testosterone, il trenbolone o il nandrolone si legano al recettore degli androgeni (AR) e lo attivano al 100% delle sue potenzialità. Stimolano una trascrizione genetica massiccia e inarrestabile all’interno delle cellule muscolari.
SARM (Agonisti Parziali/Selettivi): La maggior parte dei SARM si comporta come un agonista parziale. Significa che, anche quando saturano completamente tutti i recettori disponibili nel muscolo, la risposta cellulare e la sintesi proteica che riescono a innescare sono biochimicamente inferiori rispetto a quelle generate da uno steroide tradizionale.
2. Il limite della “Saturazione Recettoriale”
Con gli steroidi anabolizzanti, l’aumento della massa muscolare è (purtroppo per la salute) proporzionale alla dose: aumentando i dosaggi in modo estremo, si ottengono guadagni muscolari estremi.
Con i SARM esiste un tetto massimo insuperabile (effetto plateau). Superata una determinata dose terapeutica, i recettori muscolari si saturano completamente. Aumentare ancora il dosaggio non produce più alcun muscolo o forza in più, ma sposta semplicemente il farmaco in eccesso verso gli organi periferici, amplificando gli effetti collaterali e la tossicità epatica senza alcun beneficio atletico.
3. Mancanza di interazione con altri percorsi anabolizzanti
Gli steroidi anabolizzanti più potenti non costruiscono muscoli solo legandosi al recettore degli androgeni, ma sfruttano meccanismi collaterali che i SARM non possiedono:
Antagonismo del Cortisolo: Gli steroidi bloccano attivamente i recettori dei glucocorticoidi, impedendo la scomposizione del muscolo (catabolismo) anche in condizioni di stress estremo.
Interazione con l’Asse del hGH/IGF-1: Molti steroidi aumentano drasticamente i livelli sistemici di IGF-1 (fattore di crescita insulino-simile), stimolando l’iperplasia (creazione di nuove cellule muscolari). I SARM agiscono in modo quasi esclusivo sul recettore AR, mancando di questa sinergia ormonale multipla.
In conclusione, sebbene i SARM non steroidei vengano spesso commercializzati online come “l’alternativa legale e potente agli AAS”, la realtà biochimica dimostra che i loro effetti sulla composizione corporea sono decisamente minori rispetto ai vecchi SARM steroidei.
Per concludere questo paragrafo dedicato all’uso dei SARM non steroidei nelle atlete, in base a quanto scientificamente esposto, il loro uso, più che “da base” potrebbe essere per lo più da ancillare o “booster” per il ciclo evitando un sovraccarico statistico della comparsa di sides di carattere virilizzante. Solo nelle Bikini, a dosaggi contenuti di 5mg/die possono avere un senso come unica molecola anabolizzante AR-correlata; sebbene sia auspicabile la presenza di una TRT o l’uso di una HRT con DHEA.
Il Ligandrol potrebbe essere [a dosaggi limitati a massimo 4mg/die] un ottimo “booster” anabolizzante nelle categorie dalla Figure (o Bodyfitness) alla Women’s Bodybuilding.
Peptidi e preparazione femminile
Introduzione all’argomento:
I peptidi sono brevi catene di amminoacidi unite da legami peptidici. Un polipeptide è una catena peptidica più lunga, continua e non ramificata. I polipeptidi con una massa molecolare pari o superiore a 10.000 Da sono chiamati proteine. Le catene di meno di venti amminoacidi sono chiamate oligopeptidi e includono dipeptidi, tripeptidi e tetrapeptidi.
Gli amminoacidi costituiscono i peptidi come residui. I peptidi sono generalmente “lineari”, con un residuo N-terminale (gruppo amminico) e un residuo C-terminale (gruppo carbossilico) alle estremità. I peptidi ciclici costituiscono una classe a sé stante.
I peptidi sono stati classificati in base alla loro origine e funzione. Alcuni gruppi di peptidi includono peptidi vegetali, peptidi batterici/antibiotici, peptidi fungini, peptidi degli invertebrati, peptidi degli anfibi/della pelle, peptidi del veleno, peptidi antitumorali/contro il cancro, peptidi vaccinali, peptidi immunitari/infiammatori, peptidi cerebrali, peptidi endocrini, peptidi ingeribili, peptidi gastrointestinali, peptidi cardiovascolari, peptidi renali, peptidi respiratori, peptidi oppioidi, peptidi neurotrofici e peptidi emato-encefalici.
Alcuni peptidi ribosomiali sono soggetti a proteolisi. Questi funzionano, tipicamente negli organismi superiori, come ormoni e molecole di segnalazione. Alcuni microbi producono peptidi come antibiotici, come le microcine e le batteriocine.
I peptidi presentano frequentemente modificazioni post-traduzionali come fosforilazione, idrossilazione, solfonazione, palmitoilazione, glicosilazione e formazione di ponti disolfuro. In generale, i peptidi sono lineari, sebbene siano state osservate strutture a cappio. Si verificano anche manipolazioni più insolite, come la racemizzazione degli L-amminoacidi in D-amminoacidi nel veleno dell’ornitorinco.
I peptidi non ribosomiali vengono assemblati da enzimi, non dai ribosomi. Un peptide non ribosomiale comune è il glutatione, un componente delle difese antiossidanti della maggior parte degli organismi aerobici. Altri peptidi non ribosomiali sono più comuni negli organismi unicellulari, nelle piante e nei funghi e vengono sintetizzati da complessi enzimatici modulari chiamati peptide sintetasi non ribosomiali.
Questi complessi sono spesso disposti in modo simile e possono contenere molti moduli diversi per eseguire una vasta gamma di manipolazioni chimiche sul prodotto in via di sviluppo. Questi peptidi sono spesso ciclici e possono presentare strutture cicliche molto complesse, sebbene siano comuni anche i peptidi lineari non ribosomiali. Poiché il sistema è strettamente correlato al meccanismo di sintesi degli acidi grassi e dei polichetidi, si trovano spesso composti ibridi. La presenza di ossazoli o tiazoli indica spesso che il composto è stato sintetizzato in questo modo.
I peptoni derivano dal latte o dalla carne di animali digeriti tramite proteolisi. Oltre a contenere piccoli peptidi, il materiale risultante include grassi, metalli, sali, vitamine e molti altri composti biologici. I peptoni sono utilizzati nei terreni di coltura per batteri e funghi.
I frammenti peptidici si riferiscono a frammenti di proteine utilizzati per identificare o quantificare la proteina di origine. Spesso si tratta di prodotti di degradazione enzimatica effettuata in laboratorio su un campione controllato, ma possono anche essere campioni forensi o paleontologici degradati da agenti naturali.
I peptidi possono interagire con le proteine e altre macromolecole. Sono responsabili di numerose funzioni importanti nelle cellule umane, come la segnalazione cellulare, e agiscono come modulatori immunitari. Infatti, studi hanno riportato che il 15-40% di tutte le interazioni proteina-proteina nelle cellule umane sono mediate dai peptidi. Inoltre, si stima che almeno il 10% del mercato farmaceutico sia basato su prodotti peptidici.
I peptidi si distinguono dalle tradizionali piccole molecole per la loro combinazione unica di sequenza di residui, flessibilità dello scheletro ammidico e suscettibilità alle modifiche chimiche, tutte caratteristiche che determinano la biodisponibilità e la permeabilità di membrana. Modifiche come la ciclizzazione o l’integrazione di amminoacidi non naturali spostano significativamente la posizione di un peptide all’interno dello spazio chimico, alterandone la stabilità e l’affinità per il bersaglio. Di conseguenza, l’analisi dello spazio chimico è uno strumento vitale per lo screening virtuale e la scoperta di regioni di bioattività condivise tra diverse famiglie di peptidi.
Specifiche terminologiche
Struttura molecolare del hGH
E’ utile avere anche una cognizione dei corretti termini e classificazioni delle molecole trattate. Di conseguenza, se ancora non lo sapete, per fare un semplice esempio, l’hGH è genericamente sia identificabile come un ormone peptidicoche come un ormone proteico, poiché i due termini non si escludono a vicenda ma descrivono la stessa natura chimica a diversi livelli di complessità, sebbene genericamente. Ovviamente, per essere pignoli e precisi scientificamente, visto il numero di AA componenti la catena strutturale del hGH, esso andrebbe classificato come “ormone proteico”. Infatti, un peptide è una molecola formata da un numero di amminoacidi che va generalmente da 2 a circa 50. Quando la catena supera questa soglia e diventa più lunga, si parla invece di proteina.
Dipeptide: formato da 2 amminoacidi.
Tripeptide: formato da 3 amminoacidi.
Oligopeptide: formato da un numero piccolo di unità (in genere fino a 10).
Polipeptide: una catena più lunga (da 10 fino a circa 50 amminoacidi).
Per fare chiarezza sulla nomenclatura biochimica, è utile analizzare come si collegano questi termini:
Ormone peptidico (o polipeptidico): Indica la presenza di legami peptidici che uniscono i vari amminoacidi. Le catene più corte (in genere sotto i 50 amminoacidi) sono chiamate semplici peptidi, mentre quelle più lunghe sono definite polipeptidi.
Ormone proteico: Quando una catena polipeptidica supera una determinata lunghezza (solitamente sopra i 50-100 amminoacidi) e assume una struttura tridimensionale precisa e complessa, viene considerata una vera e propria proteina.
Struttura della molecola di Insulina
L’Insulina, per esempio, è un eterodimero composto da due catene polipeptidiche collegate tra loro:
Catena A: contiene 21 amminoacidi.
Catena B: contiene 30 amminoacidi.
Per un totale di 51 AA.
Le due catene sono tenute insieme stabilmente da due ponti disolfuro (legami chimici tra due atomi di zolfo di residui di cisteina). Un terzo ponte disolfuro si trova invece all’interno della stessa catena A. Indi, l’Insulina può essere considerata a ragione un peptide “soglia”.
L’IGF-1 (noto anche come Somatomedina C) è formato da 70 amminoacidi nella sua forma matura e attiva. A differenza dell’insulina, che è composta da due catene separate unite da ponti disolfuro, l’IGF-1 è costituito da una singola catena polipeptidica continua ed è divisa in quattro domini principali:
Struttura molecolare di IGF-1
Dominio B: composto da 29 amminoacidi (all’estremità iniziale o N-terminale).
Dominio C: una sequenza di collegamento formata da 12 amminoacidi (a differenza dell’insulina, questo pezzo non viene rimosso durante la maturazione dell’ormone).
Dominio A: composto da 21 amminoacidi.
Dominio D: un’estensione finale (C-terminale) di 8 amminoacidi, assente nell’insulina.
La stabilità di questa catena da 70 amminoacidi è garantita da tre ponti disolfuro intramolecolari. Indi, in questo caso, l’IGF1 rientra tra gli ormoni proteici propriamente detti.
Di conseguenza, quando parliamo di hGH stiamo parlando di un ormone polipeptidico a catena singola formato da una sequenza di 191 amminoacidi. Poiché la sua catena amminoacidica è particolarmente lunga e strutturata, rientra a pieno titolo nella categoria delle proteine o ormoni proteici.
C’è da chiarire anche un altro punto: non tutti i peptidi sono ormoni, ma molti ormoni importanti sono peptidi.
In termini biochimici, come già detto, un peptide è semplicemente una catena corta di amminoacidi (da 2 a circa 50). Alcuni di questi peptidi fungono da messaggeri chimici nel corpo e vengono quindi classificati come ormoni peptidici. Tuttavia, esistono tantissimi altri peptidi che svolgono funzioni completamente diverse, come i neurotrasmettitori, gli antibiotici naturali o i componenti strutturali della pelle (usati ad esempio nei cosmetici).
Quali ormoni sono peptidi?
Il corpo umano produce moltissimi ormoni peptidici essenziali. Tra i più famosi troviamo:
Insulina: Regola i livelli di glicemia nel sangue.
Ossitocina: L’ormone del legame sociale e del parto.
hGH [identificabile come peptide ma meglio classificabile come ormone proteico]: Stimola lo sviluppo e la rigenerazione cellulare.
Glucagone: Lavora in opposizione all’insulina per alzare la glicemia.
Attenzione a non confondere i peptidi con ormoni derivati da amminoacidi: Molecole AA singole modificate (es. Adrenalina, ormoni tiroidei).
Diversi termini relativi ai peptidi non hanno definizioni di lunghezza precise e spesso il loro utilizzo si sovrappone:
Un polipeptide è una singola catena lineare di molti amminoacidi (di qualsiasi lunghezza), tenuti insieme da legami amidici.
Una proteina è costituita da uno o più polipeptidi (lunghi più di circa 50 amminoacidi).
Un oligopeptide è costituito da pochi amminoacidi (tra due e venti).
Peptidi e ricomposizione corporea
I peptidi per la ricomposizione corporea agiscono come messaggeri biologici mirati a segnalare al corpo di ridurre la massa grassa e preservare o incrementare la massa magra. A seconda del loro meccanismo d’azione, si dividono principalmente in secretagoghi dell’hGH, modulatori del metabolismo ed elementi per il recupero tissutale. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra peptidi approvati per uso medico, integratori orali commerciali e sostanze sperimentali prive di solide regolamentazioni.
Le Categorie Principali di Peptidi
I composti più rilevanti nel panorama della ricomposizione corporea e del fitness si dividono in tre macro-gruppi funzionali:
Secretagoghi del hGH (GHS): Sostanze come il CJC-1295 e l’Ipamorelin. Stimolano l’ipofisi a rilasciare l’hGH in modo pulsatile. Questo asse ormonale ottimizza la mobilitazione e l’ossidazione degli acidi grassi e supporta indirettamente la sintesi proteica. Il limite dei secretagoghi sta nel tempo di adattamento organico all’alterazione dello stimolo di sintesi sovrafisiologico innescando contromisure atte ad attenuarlo [vedi aumento della Somatostatina].
Modulatori del Grasso Viscerale e Metabolismo: Il Tesamorelin e l’AOD9604. Il Tesamorelin è clinicamente studiato per ridurre il tessuto adiposo viscerale profondo. L’AOD9604 (acronimo di Anti-Obesity Drug 9604) isola la frazione lipolitica del hGH senza impattare negativamente sulla glicemia e sul metabolismo degli ormoni tiroidei. Si tratta di una forma modificata e ottimizzata in laboratorio del Fragment 176-191, sintetizzata per resistere meglio alla degradazione e durare più a lungo nell’organismo; la sequenza nativa dell’hGH Fragnment 176-191 inizia con una Fenilalanina (Phe). L’AOD9604, invece, elimina la Fenilalanina in posizione 176 (partendo quindi dal residuo 177) e aggiunge una Tirosina (Tyr) come amminoacido iniziale.
Peptidi di Recupero e Supporto Recettoriale: Il BPC-157 e il TB-500. Non ossidano grasso direttamente. Accelerano la guarigione di tendini e muscoli, permettendo allenamenti più frequenti e intensi.
Modulatori della salute e attività mitocondriale: MOTS-C e SS-031 (Elamipretide). Sono entrambi peptidi mirati alla salute e alla funzionalità dei mitocondri. Sebbene entrambi abbiano come obiettivo principale l’ottimizzazione del metabolismo cellulare e il contrasto allo stress ossidativo, agiscono attraverso meccanismi biologici e strutture chimiche completamente differenti. L’SS-31 ha ricevuto l’autorizzazione ufficiale della FDA il 19 settembre 2025 [commercializzato con il nome di Forzinity (prodotto da Stealth BioTherapeutics)]; è il primo farmaco in assoluto approvato specificamente per colpire e proteggere la membrana interna dei mitocondri.
Differenze di Efficacia e Stato Clinico
La tabella seguente riassume le caratteristiche cliniche e lo stato dei principali peptidi utilizzati per modificare la composizione corporea:
I “peptidi di collagene” rientrano nella tabella in quanto classificati come peptidi di libera vendita nel contesto degli integratori alimentari.
Altri peptidi ed ormoni proteici per la ricomposizione corporea
Se vi steste chiedendo che fine abbia fatto l’rhGH e l’IGF-1 beh, ne abbiamo già parlato approfonditamente nella sezione sulla variabile estrogenica legata all’attività dell’Asse hGH/IGF1. I principi di gestione dell’E2 in caso di somministrazione di rhGH sono ovviamente validi e inerenti anche con l’uso del IGF1, come già detto.
MGF e PEG MGF
L’MGF [Mechano Growth Factor], è composto esattamente da 24 aminoacidi, caratteristica che lo classifica come ormone peptidico in piena regola.
Questo blocco di 24 aminoacidi corrisponde alla sequenza terminale (C-terminale) che si genera quando il gene dell’IGF-1 viene sottoposto a uno splicing alternativo causato da stimoli meccanici o stress muscolare. Le caratteristiche di azione del MGF si concentrano esclusivamente sulla riparazione, sulla rigenerazione e sull’ipertrofia del tessuto muscolare scheletrico in risposta a un danno o a un forte stress meccanico.
A differenza di altri fattori di crescita, l’MGF agisce come un segnale di emergenza locale a brevissimo termine.
1. Attivazione delle Cellule Satellite
L’azione primaria e più importante dell’MGF è il reclutamento delle cellule staminali muscolari, note come cellule satellite.
Proliferazione: L’MGF stimola la rapida divisione di queste cellule dormienti.
Creazione di nuovi nuclei: Le cellule satellite proliferate si fondono con le fibre muscolari esistenti.
Donazione nucleare: Questo processo fornisce alla cellula muscolare nuovi nuclei, aumentando la sua capacità di sintetizzare proteine e di crescere (ipertrofia). [1]
2. Finestra di Azione Locale e Temporale (Fase Iniziale)
L’MGF nativo segue una cinetica d’azione estremamente precisa e limitata:
Rilascio immediato: Viene secreto dal muscolo subito dopo l’allenamento intenso o un trauma.
Azione paracrina/autocrina: Agisce solo all’interno del muscolo bersaglio in cui è stato prodotto, senza circolare in modo significativo nel resto del corpo.
Emivita brevissima: Rimane attivo nel tessuto per pochissimi minuti prima di essere degradato dagli enzimi. Questa rapidità serve a dare l’impulso iniziale alla rigenerazione senza alterare l’equilibrio ormonale sistemico.
3. Effetto Bifasico in Sinergia con l’IGF-1Ea
L’MGF avvia un meccanismo biologico “a staffetta” fondamentale per lo sviluppo muscolare:
Fase 1 (MGF): Subito dopo lo stimolo, l’MGF attiva e moltiplica le cellule satellite, mantenendole in uno stadio immaturo per aumentarne il numero.
Fase 2 (IGF-1 sistemico/Ea): Successivamente, l’espressione di MGF diminuisce e aumenta quella dell’IGF-1 classico. Questo secondo fattore di crescita spinge le cellule satellite precedentemente moltiplicate a differenziarsi, a fondersi e a completare la riparazione strutturale del muscolo.
L’MGF gioca un ruolo cruciale nel contrastare la perdita di massa muscolare (sarcopenia):
Ripristino del pool staminale: Con l’avanzare dell’età, la capacità del corpo di produrre MGF diminuisce drasticamente, riducendo l’attivazione delle cellule satellite.
Mantenimento dell’efficienza: L’azione del peptide aiuta a mantenere giovane ed efficiente la riserva di cellule staminali muscolari, garantendo che il muscolo possa ripararsi anche dopo sforzi intensi in età avanzata.
La versione sintetica PEG-MGF (Pegylated Mechano Growth Factor) nasce per risolvere il più grande limite biologico dell’MGF nativo: la sua emivita brevissima.
Mentre l’MGF prodotto naturalmente dal muscolo viene distrutto dagli enzimi protettivi in appena 5-7 minuti, la versione pegilata riesce a rimanere stabile ed efficace nell’organismo molto più a lungo.
Che cos’è la Pegilazione?
La pegilazione è un processo chimico farmaceutico consolidato che consiste nel legare la catena dei 24 aminoacidi dell’MGF a una molecola di glicole polietilenico (PEG). Il PEG agisce come uno “scudo protettivo”:
Protezione enzimatica: Impedisce alle proteasi (gli enzimi che frammentano le proteine) di aggredire e distruggere prematuramente il peptide.
Rallentamento della clearance renale: Aumenta la dimensione molecolare complessiva, impedendo ai reni di filtrare ed eliminare la sostanza troppo rapidamente.
Principali ambiti di ricerca del PEG-MGF
Grazie alla sua stabilità e alla capacità di circolare nel sangue per più giorni prima di essere metabolizzato, il PEG-MGF viene studiato nei laboratori di medicina rigenerativa per:
Recupero sistemico da traumi muscolari: Trattamento di strappi o lesioni estese.
Riparazione dei tessuti molli: Rigenerazione di tendini e legamenti, notoriamente lenti a guarire per la scarsa vascolarizzazione.
Contrasto all’atrofia: Terapie sperimentali contro la perdita di massa ossea e muscolare legata a gravi patologie o all’invecchiamento precoce (sarcopenia).
L’analisi dei recettori cellulari a cui si lega l’MGF rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e complessi della biologia molecolare applicata ai peptidi.
Per comprendere come agisce, è necessario fare una distinzione cruciale: l’MGF è una variante di splicing dell’IGF-1. L’intero filamento proteico (chiamato pro-IGF-1Ec) contiene sia la sequenza dell’IGF-1 classico sia la coda terminale di 24 aminoacidi (il dominio E). Quando il peptide viene scisso, le due parti agiscono su recettori completamente diversi.
Ecco la mappa dettagliata dei recettori cellulari coinvolti nell’azione dell’MGF e del PEG-MGF:
Differenze nella struttura peptidica del MGF e del PEG-MGF
1. Il Recettore dell’IGF-1 (IGF-1R)
La porzione principale della molecola pro-IGF-1Ec mantiene l’affinità con il recettore nativo della sua famiglia. [1]
Tipo di recettore: È un recettore a attività tirosina chinasica (RTK), strutturato come un tetramero pre-formato sulla membrana cellulare. [1, 2]
Effetto del legame: Quando questa parte si lega all’IGF-1R, si attiva la classica cascata di segnalazione intracellulare (vie PI3K/Akt e MAPK/ERK). Questo stimolo induce la differenziazione terminale delle cellule muscolari e la sintesi proteica (ipertrofia vera e propria).
2. Il “Recettore MGF-Specifico” (Indipendente da IGF-1R)
La vera unicità dell’MGF risiede nella sua coda di 24 aminoacidi (il peptide E-domain). Numerosi studi in vitro hanno dimostrato che se si blocca farmacologicamente il recettore IGF-1R con anticorpi monoclonali specifici, il peptide di 24 aminoacidi dell’MGF continua a funzionare perfettamente.
Evidenza scientifica: Questo dimostra in modo inconfutabile l’esistenza di un recettore specifico per l’MGF separato da quello dell’IGF-1.
Stato della ricerca: Ad oggi, questo recettore specifico non è ancora stato completamente clonato o caratterizzato strutturalmente nei database di biologia molecolare, venendo spesso definito “recettore putativo dell’MGF” o “MGF-R”.
Effetto del legame: L’attivazione di questo percorso indipendente da IGF-1R promuove la proliferazione e la migrazione delle cellule satellite, impedendo loro temporaneamente di differenziarsi. Ciò permette di espandere drasticamente il numero di cellule staminali disponibili prima che intervenga l’IGF-1 a fonderle nel muscolo.
3. Vie di Segnalazione Indirette e Recettori Immunitari
Ricerche più recenti evidenziano che l’MGF e la sua variante stabile PEG-MGF interagiscono con l’ambiente cellulare circostante non solo spingendo sulla crescita muscolare, ma modulando il sistema immunitario locale necessario alla guarigione:
Modulazione dei Macrofagi M2: L’MGF attiva percorsi di segnalazione indipendenti da IGF-1R legati alla via STAT6-AKT. Questo stimola la polarizzazione dei macrofagi verso il fenotipo M2 (antinfiammatorio e riparatore), che coordina l’ambiente immunitario per supportare la rigenerazione dei tessuti dopo il trauma meccanico.
E’ utile sapere che la modificazione chimica tramite pegilazione introduce alterazioni profonde nella dinamica molecolare del peptide. L’aggiunta di una catena di glicole polietilenico (PEG) non si limita a proteggere il frammento di 24 aminoacidi dalla degradazione enzimatica, ma ne modifica radicalmente l’ingombro sterico e l’affinità di legame verso i recettori cellulari.
Per esempio, il PEG-MGF ha un’affinità di legame verso i suoi recettori significativamente inferiore rispetto all’MGF nativo nonostante l’azione nel cronico compensi questa limitatezza in acuto. Infatti, la risposta risiede nel bilancio tra affinità e permanenza.
Il fattore tempo: L’MGF nativo si lega perfettamente e istantaneamente al recettore, ma scompare dal sistema in 5-7 minuti. Il legame è intenso ma brevissimo.
L’effetto “Stocastico e Continuo”: Il PEG-MGF, nonostante la ridotta affinità, vanta un’emivita di 48-120 ore. Anche se l’ingombro sterico rende difficile l’attracco, la molecola fluttua intorno ai recettori per giorni interi. Statisticamente, la stimolazione recettoriale complessiva nel tempo (l’area sotto la curva, o AUC) è enormemente superiore. I recettori vengono attivati in modo continuo e ripetuto, superando lo svantaggio del blocco sterico iniziale.
Bonus: Follistatina [glicoproteina] e ACE-031 [Proteina di fusione sintetica]
La Follistatina e l’ACE-031 sono due potenti agenti biologici progettati per inibire la Miostatina, la proteina che frena lo sviluppo muscolare. Sebbene condividano l’obiettivo finale di massimizzare la crescita muscolare e combattere l’atrofia, differiscono profondamente per struttura molecolare, attività/selettività biologica ed effetti collaterali potenziali.
Effetti sui tessuti e sulla massa muscolare
Entrambe le molecole hanno dimostrato una straordinaria efficacia nei modelli di ricerca animale:
Aumento estremo della massa: Inducono una rapida ipertrofia e iperplasia muscolare (fino a incrementi del 50-100% nei topi di laboratorio).
Applicazioni mediche: Entrambe sono state studiate per patologie neuromuscolari debilitanti come la Distrofia Muscolare di Duchenne o la SLA.
Differenza di efficacia: La Follistatina ha mostrato prestazioni leggermente superiori nei contesti legati alla rigenerazione dall’invecchiamento muscolare e nella cachessia, grazie alla sua affinità molto più elevata con l’Activina.
Effetti collaterali dell’ACE-031
A causa del blocco non selettivo delle proteine morfogenetiche dell’osso (BMP-9 e BMP-10), l’ACE-031 altera l’omeostasi dei vasi sanguigni. Durante i trial clinici umani, questo ha causato effetti collaterali vascolari imprevisti come:
Sangue dal naso (epistassi)
Dilatazione dei capillari cutanei (telangiectasie)
Lievi perdite di sangue dalle gengive (Questi problemi hanno portato alla sospensione dei test clinici sull’uomo per l’ACE-031).
Effetti collaterali della Follistatina
Non interferendo con le proteine vascolari BMP, non causa i problemi di sanguinamento dell’ACE-031. Tuttavia, il suo forte impatto sull’asse dell’activina può:
Compromettere lafertilità (l’activina regola l’ormone FSH nelle ovaie e nei testicoli).
Sovraccaricare tendini e cuore a causa della crescita muscolare troppo rapida.
Queste due strutture amminoacidiche potrebbero essere, prese singolarmente o in abbinamento, parte di una preparazione per la categoria Bodybuilding femminile, viste le richieste di condizione di detta categoria e l’additività che queste due molecole potrebbero dare in un sistema dove la risposta miostatinica tende ad essere più alta più dura la somministrazione di AAS.
Peptidi, atlete e pratica
L’uso di peptidi nel bodybuilding femminile è diventato un argomento di forte interesse poiché queste molecole offrono un’alternativa categoria-dipendente ai classici AAS, oppure un ancillare da aggiungere alla preparazione per migliorarne l’efficacia evitando altre molecole con potenzialità androgena. Tuttavia, la maggior parte di queste molecole circola in un mercato grigio non regolamentato, non sono per lo più approvati per lo sviluppo muscolare e presentano potenziali rischi significativi per la salute a lungo termine.
Ovviamente, le atlete tendono a categorizzare i peptidi in base all’obiettivo ricercato, sebbene l’efficacia e la sicurezza clinica specifica sulle donne siano ancora scarsamente documentate:
1. Secretagoghi dell’hGH (GHS)
Questi composti stimolano l’ipofisi a rilasciare una maggiore quantità di ormone della crescita endogeno:
CJC-1295 e Ipamorelin: Spesso usati in combinazione (“stack”) per aumentare la massa magra e migliorare la qualità della pelle e del sonno.
Sermorelin e Tesamorelin: Utilizzati per favorire la scomposizione del grasso corporeo (lipolisi), in particolare quello viscerale.
2. Peptidi per il Recupero e la Riparazione dei Tessuti
Noti nel gergo sportivo per le loro proprietà rigenerative su tendini, legamenti e muscoli infiammati:
BPC-157: Un peptide derivato da una proteina gastrica, studiato per accelerare la guarigione delle lesioni.
TB-500: Un frammento della Timosina Beta-4 che promuove la migrazione cellulare e la guarigione dei tessuti molli.
3. Peptidi per la Gestione del Peso (incretino-mimetici)
Semaglutide, Tirzepatidee Retatrutide: Farmaci nati per il trattamento del diabete e dell’obesità, usati nelle fasi di definizione estrema (“Cut”) per sopprimere l’appetito e regolare l’attività/sensibilità dell’Insulina.
4. Peptidi mitocondriali
Struttura molecolare del MOTS-C
MOTS-C: Il MOTS-C (Mitochondrial ORF of the 12S rRNA type-c) è un peptide di 16 amminoacidi codificato direttamente dal DNA mitocondriale anziché dal genoma nucleare. Scoperto nel 2015, agisce come un importante messaggero molecolare che regola il metabolismo cellulare, l’omeostasi energetica e la longevità. Viene spesso definito un “mimetico dell’esercizio fisico” perché stimola le stesse vie biochimiche che si attivano durante l’allenamento intenso. Stimola l’enzima AMPK, considerato l’innesco principale del metabolismo energetico. Migliora l’assorbimento del glucosio a livello del tessuto muscolare scheletrico in modo indipendente dall’insulina. Sposta l’utilizzo dei macronutrienti verso il consumo dei grassi per produrre energia ed invia segnali cellulari che favoriscono la creazione di nuovi mitocondri sani. Viene utilizzato per via della sua capacità di prevenire e contrastare l’aumento dell’accumulo di adipe indotta da diete iperlipidiche e ridurre specificatamente l’accumulo di grasso viscerale. Viene anche utilizzato in condizioni di dieta ipocalorica data la sua capacità di protegge il tessuto muscolare e ridurre i tempi nel miglioramento marcato della ricomposizione corporea. Inoltre, può ridurre la lipotossicità e i livelli di infiammazione sistemica cronica.
Attualmente, il MOTS-c viene studiato principalmente nella ricerca metabolica, gerontologica e nella medicina della longevità. Gli studi evidenziano che la sua efficacia dipende dallo stato biologico complessivo: non funziona in modo ottimale in presenza di forte stress cronico, privazione di sonno o deficit proteici severi.
Struttura molecolare del SS-31
SS-31: Il composto noto nella ricerca scientifica come SS-31 (più comunemente indicato come SS-31, Elamipretide o MTP-131) è un tetrapeptide sintetico composto da quattro amminoacidi (D-arginina, dimetil-tirosina, lisina e fenilalanina). Si tratta di un peptide antiossidante che mira specificamente ai mitocondri, penetrando attraverso le membrane cellulari in modo indipendente dal potenziale energetico della cellula. Insieme al MOTS-c, rappresenta una delle molecole più studiate nella biochimica della longevità e nel ripristino dell’efficienza cellulare. SS-31 Si lega selettivamente alla Cardiolipina, un fosfolipide cruciale situato nella membrana mitocondriale interna. Ripara e stabilizza le creste mitocondriali, ottimizzando l’architettura della membrana interna. Favorisce il trasporto di elettroni lungo la catena respiratoria, aumentando la produzione di ATP (energia cellulare) e riduce la produzione di ROS e previene la perossidazione lipidica. L’SS-31 ha dimostrato forti proprietà protettive nei confronti di organi ad alto dispendio energetico, specialmente nel contrastare le malattie renali, i disturbi cardiovascolari e il declino del muscolo scheletrico legato all’età. È ampiamente studiato per contrastare i processi neurodegenerativi, l’infiammazione cerebrale e il deterioramento della memoria ed aiuta a interrompere il ciclo biologico di danno cellulare causato dallo stress ossidativo e dalla mitofagia difettosa.
La combinazione tra MOTS-c e SS-31 (Elamipretide) genera una potente sinergia biologica perché le due molecole affrontano la disfunzione [o il potenziamneto] mitocondriale da due angolazioni completamente diverse e complementari: l’SS-31 ripara la struttura fisica del mitocondrio, mentre il MOTS-c ne ottimizza la funzione metabolica e genetica.
Insieme, creano un effetto sinergico che accelera il ripristino dell’energia cellulare e contrasta l’invecchiamento dei tessuti ad alto dispendio energetico (muscoli, cuore, cervello e reni).
Principali Effetti Sinergici Evidenziati dalla Ricerca
1. Ripristino Amplificato dell’Energia (ATP)
L’SS-31 stabilizza le creste della membrana interna del mitocondrio, allineando correttamente i complessi della catena di trasporto degli elettroni. Questo permette al MOTS-c di agire su un “motore” strutturalmente perfetto: il MOTS-c stimola la biogenesi (creazione di nuovi mitocondri) e l’efficienza metabolica, mentre l’SS-31 assicura che ogni singolo mitocondrio produca la massima quantità possibile di ATP senza disperdere energia.
2. Abbattimento Radicale dello Stress Ossidativo e della Lipotossicità
L’invecchiamento e le malattie metaboliche creano un circolo vizioso: i grassi accumulati danneggiano i mitocondri (lipotossicità), i quali producono radicali liberi (ROS), che a loro volta distruggono la cellula.
L’SS-31 interrompe il danno legandosi alla cardiolipina e bloccando la produzione di ROS.
Il MOTS-c elimina la causa scatenante promuovendo la beta-ossidazione, ovvero spingendo la cellula a bruciare attivamente gli acidi grassi in eccesso.
3. Ringiovanimento del Muscolo Scheletrico e Contrasto alla Sarcopenia
La combinazione è particolarmente studiata per il trattamento dell’atrofia muscolare legata all’età. L’azione metabolica del MOTS-c aumenta l’assorbimento del glucosio nei muscoli in modo indipendente dall’insulina. Contemporaneamente, l’SS-31 protegge le fibre muscolari dall’apoptosi (morte cellulare) indotta dallo stress ossidativo, migliorando la forza fisica e la tolleranza allo sforzo in modo nettamente superiore rispetto all’uso dei singoli peptidi isolati.
4. Protezione Cardiovascolare e Renale Avanzata
Gli organi con la più alta densità di mitocondri beneficiano maggiormente di questa sinergia. Negli studi sui modelli di ischemia-riperfusione o danno d’organo, l’azione combinata protegge il tessuto cardiaco e i nefroni renali. L’SS-31 previene il collasso della permeabilità mitocondriale durante lo stress acuto, mentre il MOTS-c riduce l’infiammazione sistemica cronica (es. riducendo citochine come l’IL-6).
Modalità di Co-Somministrazione nella Ricerca
Nei modelli di laboratorio e nei protocolli sperimentali di longevità, i due peptidi non vengono quasi mai miscelati nella stessa siringa a causa delle diverse proprietà chimico-fisiche, ma vengono somministrati in modo strategico:
Fase di “Reset” (SS-31): Spesso utilizzato all’inizio o in concomitanza per stabilizzare le membrane cellulari infiammate.
Fase di “Spinta” (MOTS-c): Inserito per stimolare la risposta metabolica attiva e la biogenesi mitocondriale.
L’aggiunta del 5-Amino-1MQ (5-Amino-1-methylquinolinium)
Struttura molecolare del 5-Amino-1MQ
Il 5-Amino-1MQ (5-Amino-1-methylquinolinium) è un piccolo peptide sintetico permeabile alle membrane cellulari, studiato principalmente per le sue proprietà anti-obesità e per il contrasto all’invecchiamento metabolico. Agisce come un inibitore mirato dell’enzima NNMT (Nicotinamide N-metiltransferasi), un enzima espresso principalmente nel tessuto adiposo e nel fegato che rallenta il metabolismo cellulare.
Se inserito in un contesto di ricerca mitocondriale con molecole come il MOTS-c e l’SS-31, il 5-Amino-1MQ agisce come un terzo pilastro focalizzato sul risparmio del NAD+ e sul dimagrimento per via miglioramento metabolico-energetico.
Meccanismo d’azione
Inibizione dell’enzima NNMT: L’NNMT consuma una molecola chiamata SAM (S-adenosilmetionina) e produce 1-metilnicotinamide, un processo che di fatto riduce la disponibilità di NAD+. Bloccando l’NNMT, il 5-Amino-1MQ previene questo spreco energetico.
Aumento dei livelli di NAD+: Riducendo il consumo indotto dall’NNMT, i livelli cellulari di NAD+ aumentano. Il NAD+ è il carburante fondamentale per i mitocondri e per le sirtuine (le proteine della longevità).
Prevenzione della lipogenesi: Inverte l’ipertrofia degli adipociti (le cellule di grasso), impedendo loro di accumulare ulteriori lipidi e stimolandone lo svuotamento.
Principali effetti e potenziali benefici
Perdita di peso mirata (Grasso Bianco): Accelera il metabolismo basale del tessuto adiposo, promuovendo una riduzione selettiva della massa grassa senza intaccare la massa muscolare.
Rigenerazione del muscolo scheletrico: Aumenta la proliferazione delle cellule staminali muscolari (cellule satellite), accelerando il recupero da infortuni muscolari e contrastando l’atrofia indotta dall’invecchiamento.
Miglioramento del profilo metabolico: Riduce i livelli di colesterolo plasmatico e migliora la sensibilità all’insulina, contrastando la progressione del diabete di tipo 2.
La Sinergia Tripla: MOTS-c + SS-31 + 5-Amino-1MQ
Nei protocolli avanzati di ricerca biochimica sul ringiovanimento cellulare, l’aggiunta di 5-Amino-1MQ al duo MOTS-c e SS-31 crea un effetto consequenziale metabolico perfetto:
SS-31 (La Struttura): Ripara e stabilizza fisicamente la membrana mitocondriale interna.
MOTS-c (Il Segnale): Attiva l’AMPK e dice alla cellula di consumare attivamente gli acidi grassi accumulati.
5-Amino-1MQ (Il Carburante): Blocca l’enzima NNMT, innalzando i livelli di NAD+ che servono sia ai mitocondri (riparati dall’SS-31) sia ai processi bioenergetici stimolati dal MOTS-c.
Nelle linee di ricerca e nei modelli di studio preclinici, la via di somministrazione del 5-Amino-1MQ determina differenze cruciali in termini di biodisponibilità, farmacocinetica ed efficacia biologica.
Somministrazione Orale (Capsule / Polvere)
La via orale è la più comune nei modelli murini (topi) focalizzati sulla perdita di peso a lungo termine e sulle malattie metaboliche croniche.
Biodisponibilità: Medio-bassa. Essendo una molecola idrosolubile, attraversa le membrane intestinali, ma subisce l’effetto di primo passaggio epatico (viene parzialmente metabolizzata dal fegato prima di entrare nel circolo sistemico). [1, 2, 3]
Target primario: Tessuto adiposo viscerale e fegato. È ideale per il trattamento dell’obesità e della steatosi epatica (fegato grasso), poiché la molecola colpisce direttamente l’enzima NNMT epatico e del grasso addominale subito dopo l’assorbimento.
Dosaggio nei modelli di studio: Richiede dosaggi significativamente più alti (spesso compresi tra 20 mg/kg e 30 mg/kg al giorno nei modelli animali) per compensare la perdita di efficacia nel tratto digestivo.
Vantaggi: Rilascio più costante, riduzione dello stress da iniezione nei modelli animali e facilità di gestione per studi a lungo termine.
La via iniettabile viene preferita negli studi incentrati sulla performance muscolare, sulla riparazione dei tessuti e sul ringiovanimento sistemico.
Biodisponibilità: Massima (vicina al 100%). Evita completamente il sistema digerente e il primo passaggio epatico, entrando immediatamente in circolo.
Target primario: Muscolo scheletrico e sistema vascolare. Raggiunge rapidamente le cellule satellite (staminali muscolari) e i tessuti periferici senza degradazione preventiva.
Dosaggio nei modelli di studio: Richiede dosi nettamente inferiori rispetto alla via orale (spesso ridotte di 5-10 volte) per ottenere la stessa concentrazione ematica picco.
Vantaggi: Azione estremamente rapida, picco plasmatico elevato e controllo preciso della quantità di principio attivo che raggiunge i tessuti target. È la via d’elezione quando combinata nello stesso protocollo con MOTS-c o SS-31, che nascono già come iniettabili.
Nota di sicurezza: Il 5-Amino-1MQ [come il MOTS-C in gran parte del mondo] è classificato come un composto chimico destinato esclusivamente alla ricerca scientifica in vitro e nei modelli animali. Non è approvato per il consumo umano o per uso terapeutico da parte delle autorità regolatorie.
Ormoni tiroidei e farmaci termogenici/lipolitici nelle preparazioni femminili
Quando si parla di uso di ormoni tiroidei e farmaci lipolitici/termogenici la differenza tra atleta di sesso femminile e maschile variano nelle sfumature.
Considerando il fattore chiave estrogenico e sua gestione per ottenere l’effetto migliore sulla mobilitazione delle riserve adipose in ambito di una preparazione femminile [cosa più marcata nelle donne], il resto deve basarsi sugli obbiettivi di categoria.
Una Bikini, nella cui categoria i canoni estetici richiedono una composizione corporea caratterizzata da un fisico atletico, proporzionato e dalle linee morbide e femminili, dove viene premiata la simmetria rispetto ai volumi muscolari estremi, sicuramente l’utilizzo di agenti lipolitici/termogenici risulta limitato e per lo più ridotto all’uso di dosaggi di T3 capaci di mantenere in ipocalorica livelli del BMR al pari di una eucalorica/ipercalorica con punte massime al limite del eutiroidismo senza superarlo. In questo caso, la Bikini non dovrà nemmeno essere sottoposta a regimi alimentari inumani e comunque ingiustificati per gli obbiettivi di categoria.
Ovviamente, si sta parlando di dosaggi nella media dei 25mcg/die in un contesto preparatorio nel quale sono presenti AI/SERM e un SARM come l’Ostarina ad un dosaggio di 5mg/die [effetto Protein-Sparing].
Se parliamo di Wellness dove la definizione muscolare richiesta è moderata/intermedia, vi può essere l’aggiunta di un β-agonista, meglio se si tratta di un β2-agonista selettivo come il Salbutamolo o il Clenbuterolo a dosaggi minimi efficaci, e la possibile addizione di Yohimbina.
Si sta parlando sempre di dosaggi di circa 25mcg/die di T3, 4mg/die di Salbutamolo o 40mcg/die di Clenbuterolo con 5mg/die di Yohimbina [lontano dai pasti, a stomaco vuoto e non ravvicinato all’assunzione della dose di β2-agonista (1-2h di distanza onde evitare spiacevoli “incroci di picco”)]. Anche qui sono possibilmente presenti AI/SERM e un AAS attenuato come l’Oxandrolone a basso dosaggio [5-7.5mg/die]; non si esclude la presenza di 2UI di rhGH [il quale ha una azione di potenziamento dell’attività β-agonista dal momento che causa un aumento dell’espressione dei β3-AR con i quali il Clenbuterolo trova una buona affinità].
Nelle categorie Figure/Bodyfitness, Women’s Physique e Women’s Bodybuilding le possibilità protocollari aumentano sensibilmente visto che la richiesta di definiozione muscolare è alta/estrema. In tali contesti l’uso del T3 può essere portato a dosi di soglia più alte pur mantenendo un grado di eutiroidismo limite. Salbutamolo o Clenbuterolo possono essere portati a dosaggi rispettivamente di 6-8mg/die e 60-80mcg/die. In abbinamento alla Yohimbina può essere messo un ACE-inibitore al fine di agire maggiormente sul “grasso testardo”. L’uso del rhGH, abbinato ad un ottimale controllo estrogenico, può essere portato a 4-6UI/die divise in 2-3 somministrazioni non più ravvicinate di 4-5h. Sul versante AAS la atleta può usare una base di Boldenone abbinato ad un orale come l’Oral-Turinabol e l’aggiunta nelle ultime 4-2 settimane prima del contest di 30mg di Trenbolone Acetato a settimana. L’aggiunta di Retatrutide, MOTS-C e SS-31 può facilitare la massimizzazione del raggiungimento dell’obbiettivo di riduzione massima della b.f. nel periodo “critico” di avvicinamento al contest.
Si tratta di semplici esemplificazioni di protocolli potenzialmente applicabili in ambito femminile mantenendo un ottimale controllo sulla possibile comparsa di effetti virilizzanti.
Anche il 7-Keto-DHEA, può essere inserito in una preparazione femminile senza alterare la virilizzazione in ambito ipocalorico e come inibitore enzimatico del Cortisolo.
Struttura molecolare del 7-Keto-DHEA
Il 7-Keto DHEA (noto anche come 3-acetil-7-osso-deidroepiandrosterone) è un metabolita del DHEA. La caratteristica fondamentale che lo differenzia dal DHEA è che non si converte in ormoni sessuali come androgeni o estrogeni. Viene impiegato nel Bodybuilding principalmente per via della sua azione come inibitore competitivo dell’enzima 11-beta HSD 1 (11β-idrossisteroide deidrogenasi tipo 1). L’enzima 11β-HSD 1 si trova principalmente nel fegato, nel tessuto adiposo e nel cervello. Il suo compito principale è convertire il cortisone inattivo in cortisolo attivo, amplificando i livelli di questo ormone dello stress a livello cellulare.
Poiché l’enzima è impegnato a metabolizzare il 7-Keto DHEA (convertendolo in 7β-idrossi-DHEA), riduce la capacità relativa di risintesi del Cortisolo. Questo riduce l’esposizione locale dei tessuti al Cortisolo attivo, e quindi anche al catabolismo muscolare in caso di esposizione a stressor [vedi dieta in forte restrizione calorica] che possono causare elevati livelli di Cortisolo [sebbene non patologico] in cronico.
Ma l’Efedrina?
Struttura molecolare del Efedrina
L’Efedrina, o (−)-(1R,2S)-efedrina, nota anche come (1R,2S)-β-idrossi-N-metil-α-metil-β-fenetilammina o come (1R,2S)-β-idrossi-N-metilamfetamina, è un substrato della Fenetilammina e dell’Amfetamina. La sua struttura chimica è simile a quella della Fenilpropanolammina, della Metanfetamina e dell’Epinefrina (Adrenalina). Si differenzia dalla Metanfetamina solo per la presenza di un gruppo idrossilico (–OH). Chimicamente, l’Efedrina è un alcaloide con uno scheletro di Fenetilammina presente in diverse piante del genere Ephedra (famiglia Ephedraceae). Viene commercializzata più comunemente come sale cloridrato o solfato.
L’Efedrina agisce sul sistema nervoso simpatico attraverso un duplice meccanismo d’azione:
Azione Diretta: Si lega direttamente e attiva i recettori adrenergici alfa (α) e beta (β) della membrana post-sinaptica [priva di selettività].
Azione Indiretta: Penetra nelle terminazioni nervose simpatiche e stimola il rilascio di Noradrenalina endogena dalle vescicole sinaptiche, potenziando la risposta adrenergica fisiologica.
A livello stereochimico, l’isomero naturale (-)-efedrina (1R,2S) presenta la massima efficacia biologica combinando l’azione diretta e indiretta, mentre il suo enantiomero (+) mostra prevalentemente un’attività di tipo indiretto.
Caratteristiche di Attività e Organi Bersaglio
Grazie alla stimolazione diffusa dei recettori α e β, l’Efedrina determina marcati effetti biologici su diversi distretti dell’organismo:
Attività Cardiovascolare (α₁, β₁): Aumenta la forza di contrazione del cuore (inotropismo positivo) e la frequenza cardiaca (cronotropismo positivo) tramite i recettori β₁. L’attivazione dei recettori α₁ induce una vasocostrizione periferica. Il risultato combinato è un netto incremento della pressione arteriosa (sistolica e diastolica).
Attività Respiratoria (β₂): Provoca il rilassamento della muscolatura liscia bronchiale, determinando una potente broncodilatazione.
Attività Decongestionante (α₁): Riduce il flusso sanguigno locale e il gonfiore delle mucose nasali inducendo vasocostrizione, motivo per cui i suoi derivati (come la pseudoefedrina) sono impiegati contro la congestione delle vie aeree.
Attività sul Sistema Nervoso Centrale (SNC): Supera la barriera ematoencefalica agendo come potente stimolante centrale; aumenta lo stato di allerta, riduce il senso di fatica e attenua il sonno.
Attività Metabolica: Accelera il metabolismo basale stimolando la secrezione di catecolamine e promuovendo la termogenesi.
Attività sugli α₂-AR nell’adipocita: questa attività, tipica per una molecola non selettiva dei recettori adrenergici come lo è l’Efedrina, ne riduce il potenziale lipolitico soprattutto sul “grasso testardo”.
A differenza dell’Adrenalina, l’Efedrina resiste alla degradazione degli enzimi digestivi e metabolici (come le COMT), risultando efficace anche per via orale e garantendo una durata d’azione significativamente più prolungata. L’uso ripetuto a brevi intervalli può causare tachifilassi (una rapida diminuzione dell’effetto terapeutico) dovuta all’esaurimento dei depositi di noradrenalina neuronale. La durata d’azione dopo assunzione orale è di 2-4 ore sebbene l’emivita sia stimata essere di 6 ore.
Gli effetti avversi dell’Efedrina hanno un tasso di comparsa molto alto vista la mancanza di selettività a qualunque dosaggio della molecola. Questi effetti derivano direttamente dalla sua potente attività simpaticomimetica e dalla stimolazione adrenergica diffusa e non selettiva. I principali rischi includono:
Apparato Cardiovascolare: Forte aumento della pressione arteriosa (ipertensione), tachicardia, palpitazioni e aritmie. Nei casi più gravi o in soggetti predisposti, può causare ischemia miocardica, infarto del miocardio o ictus cerebrale.
Sistema Nervoso Centrale: Agitazione psicomotoria, nervosismo, ansia grave, insonnia, tremori e vertigini. A dosaggi elevati può indurre psicosi tossiche caratterizzate da paranoia e allucinazioni.
Apparato Gastrointestinale: Forte soppressione dell’appetito (anoressia), nausea, vomito e secchezza delle fauci.
Apparato Urinario: Difficoltà nella minzione e potenziale ritenzione urinaria acuta, in particolare nei soggetti di sesso maschile affetti da ipertrofia prostatica benigna.
Dipendenza e Tolleranza: Il consumo cronico genera rapidamente assuefazione (tachifilassi) e può indurre dipendenza psicologica, con crisi d’astinenza caratterizzate da forte depressione e astenia.
A causa della sua pericolosità e del potenziale uso illecito, la normativa italiana ed internazionale regolamenta l’efedrina in modo severo attraverso tre pilastri principali:
Divieto Assoluto in Galenica Dimagrante
Disciplina dei Precursori di Droghe e Sanzioni
Normativa Antidoping (WADA)
Nonostante gli effetti collaterali siano in gran parte condivisi con i β₂-agonisti selettivi, questi effetti, in questi ultimi, si manifestano in modo dose-sensibilità dipendente. In poche parole, ciò che con l’Efedrina è praticamente certo, con il Salbutamolo o il Clenbuterolo varia a seconda della dose e della sensibilità individuale.
Nota sulla PGF2alfa: A differenza degli uomini, dove nel mondo del bodybuilding l’uso di PGF2alfa esogene viene talvolta tentato per la crescita muscolare o il dimagrimento locale, nelle donne queste molecole possono avere effetti uterini e sistemici sensibilmente problematici se usate al di fuori del controllo medico.
Struttura molecolare della PGF2alfa
Effetti Collaterali e Rischi Gravi:
Crampi Uterini Lancinanti: Anche a dosaggi minimi, l’iniezione causa contrazioni uterine dolorosissime, simili a quelle di un travaglio di parto o di un aborto spontaneo.
Interruzione di Gravidanze Inconsapevoli: Se la donna è all’inizio di una gravidanza non ancora diagnosticata, l’uso di PGF2alfa provoca un aborto immediato, con rischio di emorragie interne severe.
Blocco o Alterazione del Ciclo: Distruggendo precocemente il corpo luteo (luteolisi), alterano completamente l’equilibrio tra estrogeni e progesterone, vanificando qualsiasi sforzo di recupero ormonale (PCT).
Sintomi Sistemici Violenti: Broncocostrizione (grave rischio di asma o blocco respiratorio), vomito, diarrea profusa e immediata, tachicardia e sbalzi drastici della pressione sanguigna.
Pillola anticoncezionale e atlete enhanced
Dato che molte donne ricorrono alla contraccezione ormonale e che interessa anche le atlete enhanced ritorno a parlare di questo argomento.
Il fatto di questo ritorno di trattazione è dovuto alle interazioni che la terapia ormonale anticoncezionale può avere sugli AAS. Più specificamente, può attenuarne gli effetti. La ragione di ciò è duplice. Questi metodi possono determinare un aumento della globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG). L’SHBG si lega saldamente agli AAS e, di conseguenza, riduce la quantità di AAS liberi nella circolazione sanguigna. Inoltre, la contraccezione ormonale può esercitare un effetto antiandrogenico diretto a livello del recettore degli androgeni (AR). Sia gli estrogeni che i progestinici presenti nella contraccezione ormonale influenzano la SHBG. Gli estrogeni aumentano intrinsecamente la SHBG. I progestinici, d’altra parte, si ritiene che influenzino la SHBG attraverso la loro attività androgenica o antiandrogenica: l’attività androgenica la riduce, mentre quella antiandrogenica la aumenta.
Una meta-analisi ha rilevato che i contraccettivi orali combinati (COC) contenenti 20–25µg di Etinilestradiolo (EE) determinano un aumento minore della SHBG (+82 nmol/L) rispetto a quelli contenenti 30–35µg di EE (+116 nmol/L). La meta-analisi ha inoltre messo a confronto i diversi tipi di progestinici contenuti nei COC, in base alla loro generazione. Di solito, si ricorre a una classificazione dei progestinici di prima, seconda, terza e quarta generazione. Tale classificazione si basa sulla data di immissione sul mercato, dove quelli di prima generazione sono i più datati e quelli di quarta generazione i più recenti. Per citare alcuni esempi:
Prima generazione: Levonorgestrel, Noretisterone
Seconda generazione: Norgestimato, Desogestrel, Nomegestrol Acetato
La meta-analisi ha rilevato che l’aumento dell’SHBG era minimo con i progestinici di seconda generazione. Ad esempio, l’aumento medio dell’SHBG era di soli 22 nmol/L nelle donne che assumevano un progestinico di seconda generazione con una dose bassa di estrogeni pari a 20–25 µg di EE. D’altra parte, i progestinici di terza generazione con la stessa dose di estrogeni hanno mostrato un aumento medio dell’SHBG pari a 125 nmol/L. Un aumento simile si osserva con i progestinici di quarta generazione. In termini percentuali, i contraccettivi orali combinati (COC) contenenti un progestinico di seconda generazione sembrano determinare un aumento di circa il 50 %, mentre gli altri provocano aumenti del 150–250 %.
D’altra parte, la somministrazione di AAS riduce l’SHBG. Questo effetto non si osserva solo negli uomini ma anche nelle donne, dove porta a una riduzione di circa il 50 %. Resta da determinare con quale rapidità si manifesti questo effetto. Inoltre, sarebbe interessante verificare come questa diminuzione dell’SHBG si mantenga in presenza di un uso concomitante di COC. Questo, a mia conoscenza, è attualmente sconosciuto. In termini pratici, e se ben tollerato, un COC con un progestinico di seconda generazione e una bassa dose di EE sembra preferibile per ottenere il massimo beneficio da qualsiasi AAS utilizzato. Inoltre, l’uso di AAS può portare a mestruazioni irregolari (oligomenorrea), mestruazioni dolorose (dismenorrea) o anovulazione durante l’uso a causa dell’interruzione della produzione di estrogeni e progesterone. L’uso di un COC può attenuare questi effetti.
E allora, che dire dei potenziali effetti antiandrogenici a livello recettoriale? Dato che i progestinici con attività antiandrogenica determinano un aumento dell’SHBG, mentre quelli con attività androgenica ne causano una diminuzione, è logico che anche in questo ambito i progestinici di seconda generazione siano da preferire. In realtà la questione è più complessa di così, poiché l’androgenicità relativa di un progestinico può dipendere dalla concentrazione di AAS nonché dal tessuto (muscolo vs. fegato), ma è inutile approfondire ulteriormente questo argomento. Semplicemente non ci sono dati affidabili sufficienti per trarne conclusioni valide.
Effetti collaterali androgenici e Harm Reduction
Molti degli effetti collaterali che si riscontrano negli uomini si riscontrano ovviamente anche nelle donne. Acne, peggioramento dei lipidi sierici, aumento dei livelli di ematocrito, epatotossicità e alopecia androgenetica sono stati tutti segnalati nelle donne che fanno uso di AAS. Potrebbe esserci anche un effetto sulla pressione sanguigna e sulla struttura e funzione cardiaca, ma semplicemente non ci sono dati al riguardo (o almeno, non per quanto mi è dato sapere). Inoltre, le donne dovrebbero prestare attenzione agli effetti mascolinizzanti degli AAS. In questa sezione, metterò in evidenza l’abbassamento del tono della voce (disfonia) che può verificarsi, l’eccessiva crescita di peli sul corpo (irsutismo) e l’ingrossamento del clitoride (clitoromegalia). Inoltre, l’uso degli AAS influirà sul ciclo mestruale, portando spesso alla cessazione delle mestruazioni o a cicli irregolari. Aneddoticamente, alcune donne riferiscono una lieve riduzione delle dimensioni del proprio seno. Tuttavia, la letteratura al riguardo è scarsa e non si tratta di un fenomeno riportato in modo coerente nelle pazienti transessuali da donna a uomo. Le segnalazioni aneddotiche possono essere influenzate dalla concomitante riduzione del grasso corporeo, poiché gli AAS vengono spesso utilizzati anche nell’ambito di programmi di dimagrimento.
I sides che interessano in particolar modo le atlete sono i seguenti:
Abbassamento del tono della voce (disfonia)
Avete mai sentito parlare in televisione una bodybuilder? E non mi riferisco a una bikini preparata da un “cane”, ma a quelle davvero massicce. Più massicce della maggior parte di voi che state leggendo questo libro. Se chiudete gli occhi, tendono a sembrare virili. E a volte non solo tendono a sembrare virili, ma sembrano inequivocabilmente un uomo.
È uno degli effetti collaterali dell’uso di AAS nelle donne e tende a manifestarsi, in una certa misura, anche a dosaggi bassi, se assunti per un periodo sufficientemente lungo. Nel 1994 è stato pubblicato un ottimo articolo su questo argomento. Le partecipanti allo studio hanno ricevuto solo 50 mg di nandrolone decanoato ogni 4 settimane, ma per un anno intero. I ricercatori hanno svolto un lavoro eccellente nel valutare la voce di queste partecipanti. Un limite dello studio è che le partecipanti erano donne in postmenopausa. Tuttavia, il nandrolone veniva somministrato in aggiunta alla terapia ormonale sostitutiva (TOS). Pertanto, queste donne avevano livelli adeguati di estrogeni in circolo grazie alla TOS (2 mg di estradiolo al giorno). Il nandrolone è stato prescritto per la loro osteoporosi (grave), una delle indicazioni mediche per cui il Nandrolone può essere prescritto.
Come hanno valutato la voce e le corde vocali di queste donne? Hanno esaminato le corde vocali eseguendo una laringoscopia. In questo modo, hanno verificato la presenza di edema di Reinke¹, laringite (infiammazione della laringe) e aumento della vascolarizzazione delle corde vocali. Inoltre, hanno effettuato delle registrazioni vocali. Le registrazioni vocali includevano la lettura di un testo standard, il parlato spontaneo, il conteggio, le urla, i toni glissati e il canto. Successivamente, hanno valutato il cosiddetto campo vocale. In sostanza, hanno semplicemente verificato alcuni parametri oggettivi: frequenza massima/minima/media, intensità media minima/massima, tempo massimo di fonazione, ecc. Il punto è che hanno eseguito una serie piuttosto completa di test per valutare la voce e le corde vocali.
Nell’introduzione, gli autori sottolineano che studi precedenti indicano che le corde vocali presentano edema e iperemia (aumento del flusso sanguigno) poco dopo il trattamento con AAS. Inoltre, riferiscono che, prima che si notasse la virilizzazione della voce, le pazienti avvertivano sensazioni di globo faringeo e il bisogno di schiarirsi la gola. Suppongo che questi possano essere considerati segnali di allarme precoci. La virilizzazione stessa, osservano, inizia con un’instabilità vocale e un cambiamento di timbro. Secondo la mia esperienza, è un po’ simile a ciò che accade a un ragazzo che entra nella pubertà. La loro voce tende a diventare instabile di tanto in tanto (la voce si spezza). Infine, osservano che si verifica un abbassamento della gamma di frequenze e della frequenza durante il parlato e che questi cambiamenti sembrano essere irreversibili.
Allora, cosa ha evidenziato il loro stesso studio? Entrambi i gruppi hanno registrato un aumento del numero di soggetti con edema di Reinke, con un incremento maggiore riscontrato nel gruppo trattato con nandrolone in associazione alla terapia ormonale sostitutiva (HRT). Tuttavia, questa differenza non era statisticamente significativa tra i due gruppi. Non si è verificato nulla di rilevante per quanto riguarda la laringite (un soggetto ne ha sofferto nel gruppo trattato con nandrolone, mentre nessuno ne ha sofferto nel gruppo trattato solo con terapia ormonale sostitutiva).
I soggetti del gruppo trattato con nandrolone hanno manifestato un numero significativamente maggiore di disturbi della voce, cambiamenti nel timbro, instabilità vocale, abbassamento del tono e perdita delle frequenze alte. Sembrava inoltre esserci qualche indicazione di un aumento della raucedine. Un logopedista ha inoltre riscontrato una maggiore raucedine e instabilità nella voce delle donne del gruppo trattato con nandrolone dopo il trattamento. Tuttavia, va sottolineato che il logopedista non era all’oscuro del trattamento. Ciò comporta un elevato rischio di distorsione da parte dell’osservatore.
Fortunatamente, vi sono anche alcuni risultati più oggettivi. Si è osservata una significativa diminuzione della frequenza più bassa nel gruppo trattato con nandrolone rispetto al gruppo trattato solo con TOS. Da notare che nel gruppo trattato con nandrolone si è osservata una leggera diminuzione, mentre nel gruppo trattato solo con TOS si è registrato un leggero aumento. Una differenza più marcata è stata riscontrata nella frequenza più alta, che è diminuita notevolmente nel gruppo trattato con nandrolone (con un leggerissimo aumento nel gruppo trattato con TOS). Inoltre, la frequenza media durante il parlato è risultata leggermente inferiore nel gruppo trattato con Nandrolone.
Le misurazioni dell’intensità non sono cambiate e l’instabilità vocale non è variata durante la produzione delle vocali. L’assenza di variazioni nell’instabilità vocale durante la produzione delle vocali è probabilmente (in parte) dovuta al fatto che è più facile produrre una voce stabile quando si pronuncia una vocale rispetto a quando si svolgono i compiti di produzione del parlato che sono stati assegnati.
In sintesi, anche un dosaggio basso di AAS (nandrolone 50 mg ogni 4 settimane, in questo caso) può alterare la voce dopo un periodo di tempo sufficientemente lungo (1 anno). La caratteristica distintiva è una frequenza vocale più bassa, sia nel parlato che nella frequenza massima raggiungibile. Inoltre, sembra esserci un aumento dell’instabilità vocale e della raucedine. I disturbi della voce e la raucedine sono aumentati notevolmente nel gruppo trattato con nandrolone. Tuttavia, le variazioni di frequenza osservate in questo studio non sono state significative. La frequenza massima è scesa da 613 a 505 Hz, il che potrebbe non essere così rilevante a meno che non si sia cantanti. Inoltre, la frequenza media durante il parlato ha mostrato un leggero calo da 213 a 195 Hz. Tuttavia, come discuterò più avanti, queste diminuzioni saranno più marcate all’aumentare del dosaggio.
Inoltre, è probabile che vi siano alcune variazioni interindividuali in questo ambito. Alcuni noteranno cambiamenti più o meno marcati rispetto ad altri. In conclusione, sembra prudente tenere attentamente d’occhio la voce quando si utilizzano gli AAS in quanto donna. O, per meglio dire, tenerla d’orecchio. Ciò è particolarmente vero considerando che si ritiene che i cambiamenti nella voce siano per lo più irreversibili.
A conferma di questi risultati, il laboratorio di Bhasin ha riscontrato una diminuzione, dipendente dalla concentrazione, dell’ intonazione media² nelle donne che si sono sottoposte a isterectomia e hanno ricevuto una somministrazione di AAS. Al posto del decanoato di nandrolone, alle donne è stato somministrato enantato di testosterone da 3, 6,25, 12,5 o 25 mg alla settimana (oppure un placebo) per 24 settimane. (Solo i gruppi da 12,5 e 25 mg hanno registrato una diminuzione significativa dell’altezza media del tono.) Ciò che è interessante di questo studio è che non sono stati segnalati cambiamenti nella voce da parte delle partecipanti. Ciò significa che i cambiamenti nel tono possono verificarsi prima che la persona stessa se ne accorga. Sono diventati evidenti solo con i test funzionali della voce. Ciò sottolinea la maggiore cautela che occorre adottare riguardo a questo effetto collaterale: non notare un cambiamento nella propria voce non significa che non ci sia.
Allora, come valutare tutto questo? Beh, immagino che non abbiate un laboratorio per testare la voce a casa, quindi dovrete accontentarvi di alcune app. Un’app per Android che potreste usare è Vocal Pitch Monitor. Potete attivare la visualizzazione della frequenza nelle impostazioni, ma la scala viene mostrata con le note musicali. Ad esempio, la mia voce tende a rimanere poco al di sotto del Do3, che corrisponde a una frequenza di 130 Hz. Quello che potresti fare è scegliere una frase di riferimento, pronunciarla con un tono normale e salvarla nell’app, in modo da poterla confrontare in futuro più e più volte. È importante cercare di mantenere le stesse condizioni (nessun rumore di fondo, stessa distanza dal microfono, ecc.). Inoltre, potresti provare a vedere qual è il tono più alto che riesci a raggiungere con la tua voce. Il calo maggiore sembra verificarsi nel tono massimo, quindi potrebbe essere più facile da individuare. Tuttavia, i telefoni non sono gli strumenti più precisi per valutare questo aspetto, quindi non sempre funziona alla perfezione.
Oltre a ciò, potresti anche semplicemente ascoltare tu stesso le note vocali salvate e confrontarle in modo soggettivo. Inoltre, potresti provare a raggiungere la nota più bassa e quella più alta e vedere dove ti fermi. Qualunque cosa tu faccia, mantieni la coerenza nel corso delle settimane.
Irsutismo
Un effetto collaterale comune nelle donne che assumono AAS è l’insorgenza dell’irsutismo. L’irsutismo deriva dall’azione degli androgeni sui follicoli piliferi, che trasformano i peli vellus in peli terminali.
I peli vellus sono peli corti e morbidi privi di pigmento. È possibile notarli osservando attentamente il viso di una persona. I peli terminali, invece, sono lunghi e ruvidi e (di solito) contengono pigmento. Ad esempio, i capelli sulla sommità della testa sono peli terminali. Inoltre, gli androgeni prolungano la fase anagen del ciclo del follicolo pilifero³. In breve, il ciclo del follicolo pilifero consiste di tre fasi: crescita (anagen), involuzione (catagen) e riposo (telogen). A seguito dell’aumento della durata della fase anagen, i peli diventano più lunghi. In pratica, la trasformazione dei peli vellus in peli terminali e l’estensione della fase anagen determinano una crescita eccessiva dei peli sul viso (baffi e barba), sulle gambe, sulle braccia, sul torace, sulla schiena e nella regione che si estende dall’area genitale all’ombelico.
Correlazione tra indice modificato di Ferriman & Gallwey (mF&G) e videodermoscopico (VDI) in grado di identificare conta, densità e spessore di peli terminali in 4 aree androgeno-dipendenti di donne affette da irsutismo lieve, moderato e severo.
È importante sottolineare che anche la produzione locale di androgeni da parte della 5α-reduttasi potrebbe influire sullo sviluppo dell’irsutismo. La 5α-reduttasi converte il testosterone nel diidrotestosterone (DHT), un androgeno più potente. Ciò porta a un’amplificazione dell’effetto androgenico del testos terone nel tessuto in cui avviene la conversione. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato un miglioramento dell’ irsutismo quando alle donne viene somministrata la finasteride (un inibitore della 5α-reduttasi).
Considerando che la riduzione 5α del nandrolone produce un androgeno meno potente (Diidronandrolone [DHN]), l’effetto androgenico del nandrolone potrebbe risultare attenuato anziché amplificato. Tuttavia, nessuno studio ha confrontato i due composti in termini di fattori di rischio per l’irsutismo nelle donne.
Uno studio suggerisce che circa 1 donna su 5 sviluppi un lieve irsutismo quando le vengono somministrati 150 mg di testosterone enantato ogni 28 giorni [454]. In questo studio, il testosterone è stato utilizzato in associazione con l’estradiolo per valutare gli effetti sulla funzionalità sessuale nelle donne in menopausa. L’aggiunta di estradiolo riduce la frazione libera del testosterone a causa di un conseguente aumento dell’SHBG. Lo stesso studio riporta inoltre che l’irsutismo indotto dal testosterone è reversibile una volta interrotta la somministrazione del composto. L’insorgenza sembra essere relativamente lenta, richiedendo spesso 4–6 mesi prima che diventi evidente. Tuttavia, il tempo di insorgenza potrebbe essere più rapido e il rischio di sviluppare l’irsutismo può essere maggiore quando vengono somministrati dosaggi elevati di AAS, come avviene più comunemente negli atleti che fanno uso di AAS.
L’irsutismo può solitamente essere gestito abbastanza bene. Semplici misure cosmetiche come la rasatura, la depilazione con pinzetta o la ceretta possono già fornire buoni risultati. Tuttavia, la rasatura a volte potrebbe dare l’illusione di rendere i peli più folti, poiché conferisce loro una punta smussata nel punto in cui vengono tagliati. La depilazione con pinzetta e la ceretta possono essere piuttosto dolorose e, in alcuni casi, causare cicatrici, follicolite e iperpigmentazione. Inoltre, potrebbero semplicemente non essere molto pratiche. Alcune zone sono difficili o impossibili da raggiungere da soli. Le zone estese possono inoltre richiedere molto tempo. Sono disponibili anche diversi trattamenti farmacologici, come i contraccettivi orali e gli antiandrogeni. Tuttavia, questi farmaci contrastano anche l’effetto anabolico degli AAS. L’eccezione a questa regola è rappresentata dalla finasteride, che si è dimostrata efficace nel trattamento dell’irsutismo. I dosaggi comunemente utilizzati a questo scopo sono di 2,5–5,0 mg al giorno. Tuttavia, sarebbe efficace solo quando la causa è l’uso di testosterone.
La ragione di ciò risiede nel suo meccanismo d’azione. In breve, la finasteride inibisce l’azione dell’enzima 5α-reduttasi. Questo enzima è responsabile della conversione del testosterone nel DHT, un androgeno più potente. Di conseguenza, l’effetto del testosterone viene amplificato nei tessuti che esprimono questo enzima. Tuttavia, il testosterone è l’unico AAS comunemente usato per il quale l’inibizione di questo enzima è utile. Inoltre, possono essere necessari diversi mesi prima che l’effetto di questi trattamenti farmacologici diventi evidente.
I metodi di depilazione come l’elettrolisi e la fotoepilazione (laser) rappresenterebbero una buona alternativa. L’elettrolisi si presenta in tre varianti: elettrolisi galvanica, termolisi o una combinazione di entrambe (il metodo misto). Ciascuna richiede l’inserimento di un ago nei singoli follicoli piliferi. Di conseguenza, attraverso l’ago viene fatta passare una corrente continua per “elettrocutare” il follicolo pilifero (elettrolisi galvanica), oppure viene utilizzata una corrente alternata per distruggere i follicoli piliferi generando calore (termolisi). Il metodo è piuttosto lento (fino a circa un minuto per follicolo pilifero con l’elettrolisi galvanica) e può risultare in qualche modo doloroso. Tuttavia, a parte questo, è ben tollerato e i risultati sono buoni.
Le sedute di fotoepilazione sono molto più veloci e consentono di trattare ampie superfici nel giro di pochi minuti. Si tratta, quindi, della modalità di trattamento più comune. Vengono emessi impulsi di luce con una specifica lunghezza d’onda, che vengono poi assorbiti dalla melanina (pigmento) del pelo. Il tessuto circostante (il follicolo pilifero) non riesce (o riesce a malapena) ad assorbire questa luce e, di conseguenza, l’energia viene rilasciata sotto forma di calore. Il calore danneggia quindi il follicolo pilifero, impedendo la crescita di nuovi peli da esso. Poiché questo metodo si basa sulla melanina scura presente nei capelli, risulta meno efficace su chi ha capelli privi di melanina scura (capelli bianchi e biondi). L’elettrolisi non dipende dal pigmento e, pertanto, può rappresentare una valida alternativa per chi ha capelli bianchi e biondi. Inoltre, la fotoepilazione sembra causare un aumento della crescita dei peli in alcuni casi. Uno studio ha rilevato che il 10% dei soggetti ha sperimentato un aumento della crescita dei peli nell’area trattata e anche nelle aree adiacenti a quella trattata. Ciò non sembra invece verificarsi con l’elettrolisi.
Ipertrofia clitoridea (clitoromegalia)
Ipertrofia clitoridea
Il clitoride può crescere sotto l’influenza degli androgeni e questo effetto è probabilmente (in gran parte) irreversibile. Non ci sono molti dati al riguardo, ma quelli disponibili provengono da pazienti transessuali da donna a uomo. In uno di questi studi sono stati somministrati 200 mg di testosterone cipionato ogni 2 settimane a transessuali da donna a uomo. All’inizio dello studio, la lunghezza del clitoride in stato di distensione era di 1,4 cm. Questa è aumentata fino a poco più di 3 cm nei primi 4 mesi. Dopo 1 anno è stato raggiunto un plateau con una lunghezza di circa 4,5 cm. Un altro studio riporta risultati simili in pazienti transessuali da donna a uomo trattati con 1000 mg di testosterone undecanoato ogni 3 mesi. Sebbene non sia stato riportato l’andamento temporale della crescita del clitoride, è stata raggiunta una lunghezza media di 4 cm dopo un periodo di trattamento di 12 mesi. Un altro studio che utilizzava il testosterone undecanoato ha invece riportato l’andamento temporale della crescita del clitoride. I pazienti transessuali da donna a uomo hanno ricevuto 1.000 mg di testosterone undecanoato, con la prima iniezione ripetuta dopo 6 settimane e poi dopo 12 settimane. La frequenza delle iniezioni è stata regolata in base ai livelli di testosterone (con una frequenza risultante di una volta ogni 10-14 settimane). La lunghezza del clitoride era di 2 cm al basale ed è aumentata a 3,2, 3,3, 3,6 e 3,8cm rispettivamente a 3, 6, 12 e 24 mesi.
Questi risultati indicano che la crescita del clitoride può avvenire piuttosto rapidamente e a dosaggi simili a quelli utilizzati nella terapia sostitutiva con testosterone per gli uomini. La crescita sembra proseguire lentamente per un periodo fino a circa 1 anno, raggiungendo una lunghezza di circa 4 cm. È importante tenere presente che questi valori possono variare. In alcuni casi la crescita sarà minore, in altri maggiore. Pertanto, sembra prudente valutare regolarmente la lunghezza del clitoride durante l’uso degli AAS. La somministrazione degli AAS dovrebbe essere interrotta quando si verifica la crescita, qualora questo effetto collaterale sia ritenuto inaccettabile in relazione all’uso degli AAS. Dato che questo effetto è probabilmente (in gran parte) irreversibile, la crescita del clitoride sembra inevitabile con cicli più lunghi quando gli AAS vengono somministrati a dosi sufficientemente elevate, nonostante periodi intermittenti di sospensione degli AAS. Ciò potrebbe verificarsi anche con cicli di durata più breve, sebbene al momento non sia chiaro se la crescita del clitoride si verifichi già nei primi giorni o nelle prime settimane di utilizzo. Il testosterone potrebbe inoltre avere un effetto più potente nel determinare la crescita del clitoride rispetto ad altri AAS, a causa della sua conversione nel DHT, un androgeno più potente, nei tessuti bersaglio. Altri AAS potrebbero, pertanto, portare alla clitoromegalia più lentamente a dosaggi equivalenti. Infine, non è chiaro se esista o meno una certa soglia di androgenicità che debba essere raggiunta prima che si verifichi la crescita del clitoride.
La somministrazione di enantato di testosterone con dosi fino a 25 mg alla settimana per 24 settimane in donne sottoposte a isterectomia non ha influito sulle dimensioni del clitoride. Sebbene si tratti di un dosaggio relativamente basso, è comunque ben superiore a quello normalmente prodotto. La clitoromegalia, quindi, sembra evitabile quando si utilizzano dosaggi bassi, ma è necessaria cautela poiché ci sarà sempre un certo grado di variazione interindividuale nella risposta agli androgeni.
Ma gli anti-androgeni hanno senso in una preparazione femminile?
Tra le innumerevoli corbellerie che mi è capitato di sentire in vent’anni di studi e pratica una delle peggiori e senza senso vede proprio l’uso di anti-androgeni in una atleta enhanced al fine di evitare la comparsa di effetti virilizzanti… In tanto che trattenete le risate, per chi capisce l’entità della cosa detta, capiamo meglio di cosa si sta parlando…
Caratteristiche degli Antiandrogeni
Gli antiandrogeni, noti anche come antagonisti degli androgeni, bloccanti del Testosterone o inibitori della sintesi di DHT, sono una classe di farmaci che impediscono agli androgeni, come il Testosterone e il DHT, di esercitare i propri effetti biologici nell’organismo. Agiscono bloccando il recettore degli androgeni (AR) e/o inibendo o sopprimendo la produzione di androgeni [DHT]. Possono essere considerati come gli opposti funzionali degli agonisti dell’AR, ad esempio gli androgeni e gli AAS come il testosterone, il DHT e il Nandrolone, nonché i SARM non steroidei come l’Enobosarm. Gli antiandrogeni sono uno dei tre tipi di antagonisti degli ormoni sessuali; gli altri sono gli antiestrogeni e gli antiprogestinici.
Gli antagonisti del recettore degli androgeni (AR) agiscono legandosi direttamente al recettore e sostituendo in modo competitivo gli androgeni, come il testosterone e il DHT, impedendo loro di attivare il recettore e di mediare i propri effetti biologici. Gli antagonisti dell’AR sono classificati in due tipi, in base alla struttura chimica: steroidei e non steroidei. Gli antagonisti steroidei dell’AR sono strutturalmente correlati agli ormoni steroidei come il testosterone e il progesterone, mentre quelli non steroidei non sono steroidi e presentano una struttura distinta. Gli antagonisti steroidei dell’AR tendono ad avere azioni ormonali fuori bersaglio a causa della loro somiglianza strutturale con altri ormoni steroidei. Al contrario, gli antagonisti non steroidei dell’AR sono selettivi per l’AR e non presentano attività ormonale fuori bersaglio. Per questo motivo, vengono talvolta descritti come antiandrogeni “puri”.
Sebbene siano descritti come antiandrogeni e, in effetti, mostrino generalmente solo tali effetti, la maggior parte o tutti gli antagonisti steroidei del recettore androgenico (AR) non sono in realtà antagonisti “silenziosi” dell’AR, ma piuttosto deboli agonisti parziali, in grado di attivare il recettore in assenza di agonisti dell’AR più potenti come il testosterone e il DHT. Ciò potrebbe avere implicazioni cliniche nel contesto specifico del trattamento del cancro alla prostata. Ad esempio, gli antagonisti steroidei dell’AR sono in grado di aumentare il peso della prostata e accelerare la crescita delle cellule tumorali della prostata in assenza di agonisti dell’AR più potenti, e in alcuni casi clinici è stato riscontrato che lo spironolattone accelera la progressione del cancro alla prostata. Inoltre, mentre l’acetato di ciproterone produce genitali ambigui tramite femminilizzazione nei feti maschi quando somministrato ad animali in gravidanza, è stato riscontrato che provoca la mascolinizzazione dei genitali dei feti femminili di animali in gravidanza. A differenza degli antagonisti steroidei del recettore dell’androgeno (AR), gli antagonisti non steroidei dell’AR sono antagonisti “silenziosi” del recettore e non lo attivano. Questo potrebbe spiegare perché abbiano una maggiore efficacia rispetto agli antagonisti steroidei dell’AR nel trattamento del cancro alla prostata ed è una ragione importante per cui li hanno in gran parte sostituiti per questa indicazione in medicina.
Struttura molecolare del Flutamide
Gli antiandrogeni non steroidei presentano un’affinità relativamente bassa per il recettore degli androgeni (AR) rispetto ai ligandi steroidei dell’AR. Ad esempio, la bicalutamide ha circa il 2% dell’affinità del DHT per l’AR e circa il 20% dell’affinità del CPA per l’AR. Nonostante la loro bassa affinità per l’AR, tuttavia, l’assenza di una debole attività di agonista parziale da parte degli antiandrogeni non steroidei (NSAA) sembra migliorarne la potenza rispetto agli antiandrogeni steroidei. Ad esempio, sebbene la Flutamide abbia un’affinità per l’AR circa 10 volte inferiore rispetto al CPA, nei test biologici mostra una potenza pari o leggermente superiore a quella del CPA come antiandrogeno. Inoltre, le concentrazioni terapeutiche circolanti degli antiandrogeni non steroidei sono molto elevate, dell’ordine di migliaia di volte superiori a quelle del testosterone e del DHT, e ciò consente loro di competere efficacemente e bloccare la segnalazione dell’AR.
Gli antagonisti dell’AR potrebbero non legarsi né bloccare i recettori androgeni di membrana (mAR), che sono distinti dal classico AR nucleare.Tuttavia, i mAR non sembrano essere coinvolti nella mascolinizzazione. Ciò è dimostrato dal fenotipo perfettamente femminile delle donne affette dalla sindrome da insensibilità completa agli androgeni. Queste donne presentano un cariotipo 46,XY (ovvero sono geneticamente «maschi») e livelli elevati di androgeni, ma possiedono un AR difettoso e per questo motivo non subiscono mai la mascolinizzazione. Sono descritte come altamente femminili, sia dal punto di vista fisico che mentale e comportamentale.
Gli antiandrogeni possono essere suddivisi in diverse tipologie in base alla struttura chimica, tra cui gli antiandrogeni steroidei, gli antiandrogeni non steroidei e i peptidi. Gli antiandrogeni steroidei comprendono composti quali l’acetato di ciproterone, lo spironolattone, l’estradiolo, l’acetato di abiraterone e la finasteride; gli antiandrogeni non steroidei comprendono composti quali la bicalutamide, l’elagolix, il dietilstilbestrolo, l’aminoglutetimide e il ketoconazolo; i peptidi comprendono analoghi del GnRH quali la leuprorelina e il cetrorelix.
Gli antiandrogeni si dividono in:
Antagonisti del dominio N-terminale: Gli antagonisti del AR del dominio N-terminale rappresentano una nuova classe di antagonisti dell’AR che, a differenza di tutti gli antagonisti dell’AR attualmente in commercio, si legano al dominio N-terminale (NTD) dell’AR anziché al dominio di legame del ligando (LBD). Si tratta di antagonisti non competitivi e irreversibili dell’AR.
Agenti che inducono la degradazione del recettore degli androgeni: I degradatori selettivi dei recettori degli androgeni (SARD) rappresentano un altro nuovo tipo di antiandrogeno sviluppato di recente. Agiscono potenziando la degradazione del recettore degli androgeni (AR) e sono analoghi ai degradatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERD) come il fulvestrant (un farmaco utilizzato per il trattamento del carcinoma mammario positivo al recettore degli estrogeni).
Inibitori della biosintesi degli androgeni: Gli inibitori della sintesi degli androgeni sono inibitori enzimatici che impediscono la biosintesi degli androgeni. Questo processo avviene principalmente nelle gonadi e nelle ghiandole surrenali, ma si verifica anche in altri tessuti come la prostata, la pelle e i follicoli piliferi. Tra questi farmaci figurano l’aminoglutetimide, il ketoconazolo e l’acetato di abiraterone.
Inibitori della 5α-reduttasi: Gli inibitori della 5α-reduttasi, come la Finasteride e la Dutasteride, sono inibitori della 5α-reduttasi, un enzima responsabile della formazione del DHT a partire dal testosterone. Il DHT è da 2,5 a 10 volte più potente del testosterone come androgeno e viene prodotto in modo selettivo a livello tissutale in base all’espressione della 5α-reduttasi. I tessuti in cui il DHT si forma a un ritmo elevato includono la ghiandola prostatica, la pelle e i follicoli piliferi. Di conseguenza, il DHT è coinvolto nella fisiopatologia dell’iperplasia prostatica benigna, dell’alopecia androgenetica e dell’irsutismo, e gli inibitori della 5α-reduttasi sono utilizzati per trattare queste condizioni.
Antigonadotropine: Le antigonadotropine sono farmaci che inibiscono la secrezione delle gonadotropine da parte dell’ipofisi, mediata dal GnRH. Inibendo la secrezione delle gonadotropine, le antigonadotropine sopprimono la produzione di ormoni sessuali da parte delle gonadi e, di conseguenza, i livelli di androgeni in circolo. I modulatori del GnRH, che comprendono sia gli agonisti che gli antagonisti del GnRH, sono potenti antigonadotropine in grado di ridurre i livelli di androgeni del 95% negli uomini. Inoltre, gli estrogeni e i progestinici agiscono come antigonadotropine esercitando un feedback negativo sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (asse HPG).
Altri agenti vengono utilizzati nelle terapie antiandrogene come:
Modulatori della globulina legante gli ormoni sessuali
Modulatori della globulina legante i corticosteroidi
Anticorticotropine
Sensibilizzatori all’insulina [Metformina]
Immunogeni e vaccini.
Specificato ciò, viene ancora più facile quanto malsana possa essere anche solo l’idea di far assumere un Bicalutamide ad una atleta con la convinzione che essa possa giovarne in termini di evitamento della virilizzazione. Non ha alcun senso l’inserimento di un antiandrogeno dal punto di vista medico e pratico al fine di contrastare la virilizzazione da AAS in una donna, poiché i rischi superano i benefici e le due classi di farmaci sono competitive per gli AR a livello sistemico e quindi anche nel muscolo-scheletrico!
Infatti abbiamo:
Meccanismo competitivo: Gli antiandrogeni bloccano i recettori (AR) a cui gli AAS devono legarsi per esplicare la loro funzione.
Annullamento degli effetti: L’antiandrogeno riduce l’efficacia dell’anabolizzante sia sulla crescita muscolare che sulla performance.
Efficacia parziale: Spesso l’antiandrogeno non riesce a contrastare l’elevata potenza degli AAS sintetici nei tessuti bersaglio di questo.
Effetti irreversibili: Sintomi come il cambiamento della voce e l’ipertrofia clitoridea non regrediscono o si evitano con l’antiandrogeno.
Tossicità epatica: Molti AAS e diversi antiandrogeni (come il Flutamide o la Bicalutamide) sono epatotossici, raddoppiando lo stress sul fegato.
Squilibri ormonalimaggiori: L’accoppiata aumenta il feedback negativo sull’Asse ormonale femminile, causando amenorrea, depressione profonda e osteoporosi precoce.
E’ ancor più ovvio che se si cercano effetti anabolici minimizzando la virilizzazione, si utilizzano molecole non steroidee (come i SARM non steroidei, sebbene non privi di rischi) o dosaggi controllati di AAS a basso impatto androgenico (es. Oxandrolone), sempre sotto stretto controllo.
L’unica applicazione di antiandrogeni che potrebbe giovare alla atleta è quella con soluzioni topiche a base di inibitori della 5α-reduttasi che presentano attività in loco senza praticamente interazioni sistemiche. Questi preparati farmaceutici possono essere utilizzati sul cuoio capelluto, sulla pelle in loco di espressione dell’acne e della crescita di peluria sul viso.
Struttura molecolare del Clascoterone
Il Clascoterone è un farmaco antiandrogeno topico. È approvato come crema all’1% (noto con il marchio Winlevi) per il trattamento dell’acne vulgaris nei pazienti sopra i 12 anni. Inoltre, è in fase di avanzata sperimentazione (in soluzione al 5%, noto come Breezula) come trattamento locale per l’alopecia androgenetica. Esso rappresenta un altra possibilità di applicazione per il controllo del acne, alopecia e irsutismo facciale. Si lega ai recettori degli androgeni nella pelle e sul cuoio capelluto, bloccando l’effetto del DHT senza causare significative inferenze ormonali sistemiche.
La PCT [Post-Cycle Therapy] nelle donne
Alcuni saranno già a conoscenza dello studio HAARLEM e, tra le altre cose, la luce chiarificatrice che ha permesso di fare su una questione che già era oggetto di dubbi: la reale utilità della PCT [Post-Cycle Therapy] nel recupero (e soprattutto nella rapidità di questo) dopo la cessata assunzione di AAS/SARM. Sebbene si tratti di uno studio prospettico, lo studio HAARLEM ha evidenziato come i tempi di recupero dell’Asse HPT in 100 soggetti osservati fosse mediamente lo stesso indipendentemente che loro facessero o meno la PCT. Questo, ovviamente, non esclude l’impatto di “calmierazione” degli effetti psicologici post-cessazione dell’uso di AAS che possono colpire il soggetto. Ma, per il recupero, la media era 3-4 mesi. I dosaggi di AAS utilizzati dai soggetti presi in esame andavano dai 1,110 agli 839mg/settimana. Ovviamente, anche i farmaci per la PCT non sono stati forniti dagli endocrinologi. I soggetti esaminati si sono procurati autonomamente tali farmaci. I ricercatori hanno notato che la maggior parte dei regimi PCT consisteva nell’uso di Tamoxifene Citrato (70% delle volte) e/o Clomifene Citrato (55% delle volte) per 4 settimane dopo il ciclo. Il che, in effetti, rappresenta l’esempio stereotipato di una classica PCT.
Gli esami del sangue sono stati eseguiti su tutti i partecipanti prima del ciclo (T0), durante l’ultima settimana del ciclo (T1), 3 mesi dopo la fine del ciclo (T2), e 1 anno dopo l’inizio del ciclo (T3). Come si può osservare dalla tabella, i valori di Testosterone basale (T0) erano praticamente identici e, come prevedibile, sono risultati aumentati a livelli soprafisiologici durante l’ultima settimana del ciclo (T1). Quindi, 3 mesi dopo la fine del ciclo, i valori sono stati di nuovo praticamente normalizzati in entrambi i gruppi (sebbene leggermente, ma non in modo statisticamente significativo, più bassi nel gruppo PCT).
Ma se volessimo vedere alle donne, una ipotetica PCT sarebbe utile. Andiamo per gradi…
Il Dr. Michael Scally, il “padre” dell’unica PCT che possiamo definire l'”ogica” ma che, in fin dei conti, risulta essere comunque pressochè inutile per i tempi di recupero, aveva ipotizzato anche una PCT per le donne utilizzatrici di AAS.
Ovviamente questa non contemplava l’uso dei classici farmaci da PCT maschile (come Tamoxifene, AI ecc… ) dal momento che risulterebbero potenzialmente dannosi.
Perché la PCT maschile non funziona sulle donne?
Meccanismo differente: Nelle donne, gli AAS/SARM non spengono un singolo interruttore, ma mutilano l’equilibrio tra estrogeni e progesterone, bloccando l’ovulazione.
Rischi dei farmaci per uomo: Farmaci come il SERM (Selective Estrogen Receptor Modulator) o gli inibitori dell’aromatasi alterano l’attività estrogenica in un ambiente dove questa è già fortemente compromessa. Una donna, assumendoli, rischia di peggiorare questo stato di “menopausa iatrogena indotta“, e causare peggioramenti nella depressione, osteoporosi precoce e vampate di calore.
Nelle donne in pre-menopausa, la somministrazione di AAS dovrebbe essere quindi gradualmente scalata fino alla totale sospensione del trattamento. Ciò significa, per esempio, che se un atleta di sesso femminile fa un ciclo di 8 settimane, a partire dalla settimana 6 interromperà l’uso di iniettabili [preferibilmente con emivita breve] e scalerà la dose degli orali nelle settimana successive alla 8°. Come risaputo, la somministrazione di AAS, come per gli uomini, causa una sotto-regolazione dell’HPGA (Asse Ipotalamo Ipofisi Gonadi/Ovaie). La sospensione della somministrazione di AAS produrrà gli stessi sintomi della menopausa, quindi ciò che bisogna fare è diminuire la dose fino al ritorno ottimale del ciclo mestruale. L’esame di laboratorio per determinare i livelli di FSH, LH, Progesterone (P4), E2, e DHEA-S sono buoni indicatori per avere un idea della situazione ormonale e del recupero [a questi è possibile aggiungere E1, Androstenedione, Testosterone (totale e libero) e DHT per una maggiore completezza del quadro ormonale].
Questi marker ormonali mostreranno se l’HPGA e l’HPA hanno subito alterazioni significative. Contrariamente a quanto succede per gli atleti di sesso maschile, il recupero si raggiunge nel giro di 1-2 mesi diminuendo gradualmente la dose di AAS; ovviamente, il tempo, la dose e la/e molecola/e usata/e determinano le variabili temporali oltre le capacità epigenetiche di recupero.
Come già accennato, non vanno assolutamente presi in considerazione SERM e AI (Inibitori dell’Aromatase)! Ciò equivarrebbe ad accentuare i sintomi della menopausa. L’HPGA e l’HPTA hanno dinamiche funzionali differenti.
L’uso del Clomifene e/o delle Gonadotropine può essere presa, ma risulta per lo più superflua e non efficace quanto la diminuzione graduale della dose di AAS fino al ritorno ottimale del ciclo mestruale. Discorso differente può essere fatto per le agoniste di alto livello. Al pari degli agonisti di sesso maschile, la scelta di un bridge o di una HRT risulta più producente nell’ambito della carriera agonistica.
Per le atlete di sesso femminile di età compresa tra i 40 ed i 50 anni la scelta di un bridge (o meglio, di una HRT) può risultare nel complesso la scelta migliore [soprattutto una HRT]. Alcune atlete della fascia di età prima indicata, hanno infatti inserito terapie che includevano l’uso di Testosterone, DHEA e Progesterone a dosaggi terapeutici [HRT].
Punti chiave sulla PCT per le atlete (“Washout”)
I pilastri principali includono:
Riposo totale dalle molecole: Interrompere qualsiasi molecola nelle modalità sopra indicate.
Surplus calorico controllato: Spesso il ciclo scompare anche per la combinazione di farmaci e calorie troppo basse (amenorrea ipotalamica). Aumentare i carboidrati e i grassi sani con gradualità aiuta a ripristinare le vie metaboliche-energetiche in modo più “preciso”, stando estremamente attenti ad ogni feedback.
Riduzione dello stress da allenamento: Svolgere un periodo di scarico attivo in sala pesi può agevolare i processi iniziali del recupero.
Monitoraggio medico: Effettuare esami del sangue mirati per controllare i valori di LH, FSH, Estradiolo, Progesterone, Prolattina, DHEA-S, Testosterone tot e libero, marker epatici, lipidici ecc…
Nei casi più ostinati, sotto stretto controllo ginecologico, farmaci come il Clomifene Citrato vengono talvolta utilizzati per stimolare l’ipofisi e riavviare la maturazione follicolare.
Vorrei rendere noto che, al contrario della PCT maschile che, per lo meno, gode di un riscontro scientifico sebbene prospettico, quella al femminile non ha nemmeno questo. Ci basiamo esclusivamente sui casi analizzati singolarmente e sulla logica estrapolata dalla fisiologia dell’HPTG. Inoltre, anche nel caso della PCT per le donne, essa rappresenta un “riduttore del trauma da interruzione di AAS”, nonostante il recupero sembri seguire “onde” temporali differenti.
Kisspeptina-54 e Zhenolutenper il recupero post ciclo?
In questo scenario, l’uso terapeutico o sperimentale della kisspeptina-54 nelle donne che presentano amenorrea (assenza di ciclo) indotta da AAS si basa su presupposti biologici molto precisi, ma comporta rischi specifici.
Il ruolo potenziale della Kisspeptina-54 nel recupero femminile
La kisspeptina-54 è considerata un potenziale “interruttore di emergenza” per riattivare l’asse ormonale femminile post-AAS per due motivi principali:
Ripristino della pulsatilità: L’ipofisi femminile ha bisogno di stimoli pulsatili di GnRH per produrre LH ed FSH in modo corretto. La kisspeptina-54 stimola i neuroni ipotalamici a riprendere questa corretta frequenza di scarica, che è stata soppressa dagli AAS.
Innesco dell’ovulazione (Picco di LH): Come dimostrato nelle terapie per la fertilità, la kisspeptina-54 ha la capacità unica di indurre un picco fisiologico di LH, l’evento biologico necessario per far scoppiare il follicolo ovarico e riavviare la produzione autonoma di progesterone.
I rischi critici dell’uso post-AAS nelle donne
Nonostante il razionale biologico, l’applicazione pratica presenta ostacoli severi:
Il problema della downregulation (Tachifilassi): Se somministrata in modo continuo, la Kisspeptina sottoregola l’asse anziché riattivarlo. Trovare il dosaggio e la frequenza esatta per simulare un ciclo mestruale femminile (fase follicolare e fase luteale) è estremamente complesso senza un monitoraggio ecografico e ormonale quotidiano.
Iperandrogenismo residuo: Se nel corpo della donna sono ancora presenti metaboliti attivi degli AAS (specialmente quelli a emivita lunga), la Kisspeptina non sarà in grado di compensare ottimamente il feedback negativo cerebrale. Il corpo deve essere totalmente “pulito” prima di tentare qualsiasi stimolazione clinicamente efficace.
Mancanza di protocolli validati: Non esistono studi clinici sull’uso della Kisspeptina per la PCT femminile. I dati attuali derivano solo dal trattamento dell’amenorrea ipotalamica funzionale (da stress o anoressia), in cui i recettori non sono stati alterati da androgeni esogeni.
Esiste un altro peptide che potrebbe essere utile nel approccio di ristabilire la regolare funzione ovarica: si tratta del Zhenoluten.
Zhenoluten è il vero e proprio bioregolatore peptidico naturale specifico per le ovaie all’interno della classificazione dei peptidi sviluppata dal Prof. Khavinson. A differenza di Ovagen (che agisce sul fegato), Zhenoluten è progettato espressamente per supportare il sistema riproduttivo femminile.
Zhenoluten è un integratore alimentare composto da un complesso di peptidi naturali estratti dal tessuto ovarico di giovani animali (complesso peptidico A-15).
Azione sul DNA: i peptidi corti superano la barriera gastrica e interagiscono direttamente con il DNA delle cellule ovariche.
Sintesi proteica: riduce la carenza di peptidi specifici dell’organo, ripristinando la normale sintesi proteica e il metabolismo cellulare all’interno delle ovaie.
Regolazione ormonale: aiuta a ottimizzare la produzione endogena di estrogeni e progesterone, riducendo le fluttuazioni ormonali.
Le indicazioni più comuni includono:
Supporto della funzione ovarica
Miglioramento dell’equilibrio ormonale
Contrasto al declino ormonale legato all’età
Miglioramento della salute riproduttiva
Non si tratta di una terapia ormonale sostitutiva (TOS), ma di un supporto nutrizionale a base di estratti biologici. Trattandosi comunque di un prodotto che influenza l’asse endocrino, è essenziale parlarne con il proprio ginecologo o endocrinologo prima dell’assunzione, specialmente in presenza di patologie estro-dipendenti (come endometriosi o fibromi).
Conclusioni:
Dopo questa lunga disamina sulla gestione ormonale e farmacologica nelle bodybuilder, è chiaro che, se non si desidera diventare il nuovo centro del cambiamento di sesso o un cliente di questo, è di estrema importanza seguire questi punti base:
Scelta accurata della molecola e della famiglia di farmaci che si ha intenzione di usare in base alle reali necessità di categoria della atleta;
Valutazione della androgenicità diretta e indiretta della molecola valutando attentamente il dosaggio e regolando con precisione di controllo il tempo di esposizionealla/e molecola/e;
Monitorare con attenzione [come indicato nella sezione dedicata alla Harm Reduction] il tono della voce, la salute del capello e le modifiche all’apparato genitale;
Agire correttamente sul fattore estrogenico per potenziare gli effetti qualitativi della composizione corporea.
Aggiungere un AAS progestinico se si usano AAS aromatizzabili al fine di avere un effetto di controllo sull’endometrio con l’aggiunta di una azione additiva sul frangente anabolizzante.
Per il resto, e ve lo dico chiaramente, evitate di farvi seguire da semianalfabeti che sono completamente digiuni di fisiologia umana, dimorfismi sessuali e farmacologia tanto clinica quanto applicata per il miglioramento dell’estetica e delle prestazioni con la variabile d’effetto determinato dal genere sessuale. Se volete fare un cambio di sesso “alternativo” beh, fatevi seguire “tranquillamente” da Gennarino socio IFBB con la capacità intellettiva di un cefalo con problemi cognitivi… Fate vobis
Nella prima parte di questo compendio sulla gestione ormonale e farmacologica delle bodybuilder abbiamo analizzato i dimorfismi sessuali ormonali, tissutali e metabolici essenziali da conoscere e comprendere per poter comprendere e gestire nella pratica tutte quelle differenze di genere che rendono la gestione di una atleta (in questa fattispecie estetica/bodybuilder) più complessa e delicata rispetto a quella di un soggetto di sesso maschile.
Ma iniziamo subito dalla gestione performante/estetica di base (vedi “Natty”) nelle atlete…
Il ciclo mestruale in sintesi
Il ciclo mestruale è una serie di cambiamenti naturali nella produzione ormonale e nelle strutture dell’utero e delle ovaie dell’apparato riproduttivo femminile che rendono possibile la gravidanza. Il ciclo ovarico controlla la produzione e il rilascio degli ovuli e il rilascio ciclico di estrogeni e Progesterone. Il ciclo uterino regola la preparazione e il mantenimento della mucosa uterina per accogliere un embrione. Questi cicli sono simultanei e coordinati, e normalmente durano tra i 21 e i 35 giorni, con una durata media di 28 giorni. Il menarca (l’inizio delle prime mestruazioni) si verifica solitamente intorno ai 12 anni; i cicli mestruali continuano per circa 30-45 anni.
Gli ormoni prodotti naturalmente regolano i cicli; l’aumento e la diminuzione ciclica dell’FSH stimolano la produzione e la crescita degli ovociti (cellule uovo immature). L’ormone estrogeno stimola l’ispessimento della mucosa uterina (endometrio) per accogliere un eventuale embrione in caso di fecondazione. L’irrorazione sanguigna della mucosa uterina ispessita fornisce i nutrienti necessari all’eventuale impianto dell’embrione. Se l’impianto non avviene, la mucosa si sfalda e si verifica una perdita di sangue. Innescata dalla diminuzione dei livelli di Progesterone, la mestruazione (comunemente chiamata “ciclo mestruale”) è lo sfaldamento ciclico della mucosa uterina ed è un segno che non si è verificata una gravidanza.
Durante il ciclo mestruale, i livelli di E2 variano del 200%. I livelli di Progesterone [P4] variano di oltre il 1200%.
Ogni ciclo si articola in fasi, determinate da eventi che si verificano nell’ovaio (ciclo ovarico) o nell’utero (ciclo uterino). Il ciclo ovarico comprende la fase follicolare, l’ovulazione e la fase luteale; il ciclo uterino comprende la fase mestruale, la fase proliferativa e la fase secretoria. Il primo giorno del ciclo mestruale è il primo giorno delle mestruazioni, che durano circa 5 giorni. Intorno al quattordicesimo giorno, di solito, l’ovaio rilascia un ovulo.
Il ciclo mestruale può causare in alcune donne la sindrome premestruale, con sintomi che possono includere tensione mammaria e stanchezza. I sintomi più gravi che influiscono sulla vita quotidiana sono classificati come disturbo disforico premestruale e colpiscono il 3-8% delle donne. Durante i primi giorni delle mestruazioni, alcune donne avvertono dolori mestruali che possono irradiarsi dall’addome alla schiena e alla parte superiore delle cosce.
Ciclo Ovulatorio
Tra la menarca e la menopausa, le ovaie alternano regolarmente la fase luteale e quella follicolare durante il ciclo mestruale mensile. Stimolate da quantità gradualmente crescenti di estrogeni nella fase follicolare, le perdite di sangue si arrestano e la mucosa uterina si ispessisce. I follicoli ovarici iniziano a svilupparsi sotto l’influenza di una complessa interazione di ormoni e, dopo diversi giorni, uno, o occasionalmente due, diventano dominanti, mentre i follicoli non dominanti si riducono e muoiono. Verso la metà del ciclo, circa 10-12 ore dopo l’aumento dell’ormone luteinizzante, noto come picco di LH, il follicolo dominante rilascia un ovocita, in un evento chiamato ovulazione.
Ciclo vitale del follicolo, dal follicolo primario destinato all’ovulazione fino all’ovulazione stessa, alla formazione del corpo luteo e alla sua regressione nell’ovaio.
Dopo l’ovulazione, l’ovocita vive per 24 ore o meno senza fecondazione, mentre i resti del follicolo dominante nell’ovaio diventano un corpo luteo, una struttura la cui funzione primaria è quella di produrre grandi quantità dell’ormone progesterone. Sotto l’influenza del progesterone, il rivestimento uterino si modifica per prepararsi al potenziale impianto di un embrione per stabilire una gravidanza. Lo spessore dell’endometrio continua ad aumentare in risposta ai crescenti livelli di estrogeni, che vengono rilasciati dal follicolo antrale (un follicolo ovarico maturo) nella circolazione sanguigna. I livelli massimi di estrogeni vengono raggiunti intorno al tredicesimo giorno del ciclo e coincidono con l’ovulazione. Se l’impianto non avviene entro circa due settimane, il corpo luteo degenera in corpo albicans, che non produce ormoni, causando un brusco calo dei livelli sia di progesterone che di estrogeni. Questo calo fa sì che l’utero perda il suo rivestimento durante le mestruazioni; È in questo periodo che si raggiungono i livelli più bassi di estrogeni.
In un ciclo mestruale ovulatorio, i cicli ovarico e uterino sono concomitanti e coordinati e durano tra i 21 e i 35 giorni, con una media nella popolazione di 27-29 giorni. La durata media del ciclo mestruale umano è simile a quella del ciclo lunare. Alcuni studi hanno suggerito che il ciclo mestruale sia sincronizzato con il ciclo lunare, sebbene l’opinione prevalente sia che non siano correlati.
Fase Follicolare
La Fase Follicolare, nota anche come fase preovulatoria o fase proliferativa, è la fase del ciclo estrale (o, nei primati ad esempio, del ciclo mestruale) durante la quale i follicoli ovarici maturano da follicoli primari a follicoli di Graaf completamente maturi. Termina con l’ovulazione. I principali ormoni che controllano questa fase sono la secrezione dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), che è anche l’ormone follicolo-stimolante (FSH), e dell’ormone luteinizzante (LH). Questi ormoni vengono rilasciati tramite secrezione pulsatile. La durata della fase follicolare può variare a seconda della lunghezza del ciclo mestruale, mentre la fase luteale è solitamente stabile, non subisce variazioni significative e dura 14 giorni.
Grazie all’aumento dell’ormone follicolo-stimolante (FSH) durante i primi giorni del ciclo, alcuni follicoli ovarici vengono stimolati. Questi follicoli, che si sono sviluppati per gran parte dell’anno attraverso un processo noto come follicologenesi, competono tra loro per il predominio. Tutti i follicoli tranne uno smettono di crescere, mentre un follicolo dominante – quello con il maggior numero di recettori per l’FSH – continua a svilupparsi fino alla maturità. I follicoli rimanenti muoiono in un processo chiamato atresia follicolare. L’ormone luteinizzante (LH) stimola ulteriormente lo sviluppo del follicolo ovarico. Il follicolo che raggiunge la maturità è chiamato follicolo antrale e contiene l’ovulo (cellula uovo).
Schema di “reclutamento follicolare” [Fase Follicolare]
Le cellule della teca sviluppano recettori che legano l’LH e, in risposta, secernono grandi quantità di androstenedione. Contemporaneamente, le cellule della granulosa che circondano il follicolo in maturazione sviluppano recettori che legano l’FSH e, in risposta, iniziano a secernere androstenedione, che viene convertito in estrogeni dall’enzima aromatasi. L’estrogeno inibisce l’ulteriore produzione di FSH e LH da parte dell’ipofisi. Questo feedback negativo regola i livelli di FSH e LH. Il follicolo dominante continua a secernere estrogeni e l’aumento dei livelli di estrogeni rende l’ipofisi più responsiva al GnRH proveniente dall’ipotalamo. Con l’aumento degli estrogeni, si innesca un feedback positivo che induce l’ipofisi a secernere più FSH e LH. Questo picco di FSH e LH si verifica solitamente uno o due giorni prima dell’ovulazione ed è responsabile della stimolazione della rottura del follicolo antrale e del rilascio dell’ovocita.
Ovulazione
Intorno al quattordicesimo giorno, l’ovulo viene rilasciato dall’ovaio. Questo processo, chiamato ovulazione, si verifica quando un ovulo maturo viene rilasciato dai follicoli ovarici nella cavità pelvica ed entra nella tuba di Falloppio, circa 10-12 ore dopo il picco del picco di LH. In genere, solo uno dei 15-20 follicoli stimolati raggiunge la piena maturità e viene rilasciato un solo ovulo. L’ovulazione si verifica solo in circa il 10% dei cicli durante i primi due anni successivi al menarca e, all’età di 40-50 anni, il numero di follicoli ovarici è esaurito. L’LH avvia l’ovulazione intorno al quattordicesimo giorno e stimola la formazione del corpo luteo. In seguito a un’ulteriore stimolazione da parte dell’LH, il corpo luteo produce e rilascia estrogeni, progesterone, relaxina (che rilassa l’utero inibendo le contrazioni del miometrio) e inibina (che inibisce l’ulteriore secrezione di FSH).
Il rilascio di LH fa maturare l’ovulo e indebolisce la parete del follicolo nell’ovaio, causando il rilascio dell’ovocita da parte del follicolo completamente sviluppato. Se viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita matura rapidamente in un ootide, che blocca gli altri spermatozoi e diventa un ovulo maturo. Se non viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita degenera. L’ovulo maturo ha un diametro di circa 0,1 mm (0,0039 pollici), ed è la cellula umana più grande.
L’ovulazione tra le due ovaie – la sinistra o la destra – sembra essere casuale; non è noto alcun processo di coordinamento tra destra e sinistra. Occasionalmente entrambe le ovaie rilasciano un ovulo; se entrambi gli ovuli vengono fecondati, il risultato è la nascita di gemelli eterozigoti. Dopo essere stato rilasciato dall’ovaio nella cavità pelvica, l’ovulo viene spinto nella tuba di Falloppio dalle fimbrie, una frangia di tessuto all’estremità di ciascuna tuba. Dopo circa un giorno, un ovulo non fecondato si disintegra o si dissolve nella tuba di Falloppio, mentre un ovulo fecondato raggiunge l’utero in tre-cinque giorni.
La fecondazione avviene solitamente nell’ampolla, la sezione più ampia delle tube di Falloppio. Un ovulo fecondato avvia immediatamente il processo di sviluppo embrionale. L’embrione in via di sviluppo impiega circa tre giorni per raggiungere l’utero e altri tre giorni per impiantarsi nell’endometrio. Al momento dell’impianto ha raggiunto lo stadio di blastocisti: è in questo momento che inizia la gravidanza. La perdita del corpo luteo viene impedita dalla fecondazione dell’ovulo. Il sinciziotrofoblasto (lo strato esterno della blastocisti contenente l’embrione che in seguito diventa lo strato esterno della placenta) produce la gonadotropina corionica umana (hCG), che è molto simile all’LH e preserva il corpo luteo. Durante i primi mesi di gravidanza, il corpo luteo continua a secernere progesterone ed estrogeni a livelli leggermente superiori rispetto a quelli dell’ovulazione. Dopo di che e per il resto della gravidanza, la placenta secerne alti livelli di questi ormoni, insieme all’hCG, che stimola il corpo luteo a secernere più progesterone ed estrogeni, bloccando il ciclo mestruale. Questi ormoni preparano anche le ghiandole mammarie per la produzione di latte.
Fase Luteale
La fase luteale, che dura circa 14 giorni, è la fase finale del ciclo ovarico e corrisponde alla fase secretoria del ciclo uterino. Durante la fase luteale, gli ormoni ipofisari FSH e LH inducono le parti rimanenti del follicolo dominante a trasformarsi in corpo luteo, che produce progesterone. L’aumento del Progesterone inizia a indurre la produzione di estrogeni. Gli ormoni prodotti dal corpo luteo sopprimono anche la produzione di FSH e LH di cui il corpo luteo ha bisogno per mantenersi. Il livello di FSH e LH diminuisce rapidamente e il corpo luteo si atrofizza. La diminuzione dei livelli di Progesterone innesca le mestruazioni e l’inizio del ciclo successivo. Per una singola donna, la durata della fase follicolare varia spesso da ciclo a ciclo; al contrario, la durata della sua fase luteale sarà abbastanza costante da ciclo a ciclo, da 10 a 16 giorni (in media 14 giorni).
Ciclo Uterino in sintesi
Il Ciclo Uterino si articola in tre fasi: Mestruale, Proliferativa e Secretoria.
FaseMestruale
Ogni mese, le mestruazioni iniziano con la diminuzione dei livelli di estrogeni e progesterone e il rilascio di prostaglandine, che provocano la costrizione delle arterie spirali. Questo le fa contrarre, spasmare e rompere. L’afflusso di sangue all’endometrio viene interrotto e le cellule dello strato superiore dell’endometrio (strato funzionale) vengono private di ossigeno e muoiono. Successivamente, l’intero strato viene perso e rimane solo lo strato inferiore, lo strato basale. Un enzima chiamato plasmina scioglie i coaguli di sangue nel fluido mestruale, facilitando il flusso del sangue e il trasporto del rivestimento uterino sfaldato. Il flusso mestruale continua per 2-6 giorni, con una perdita di circa 30-60 millilitri di sangue, e indica che non si è verificata una gravidanza.
Il flusso di sangue normalmente indica che una donna non è incinta, ma questo non può essere considerato una certezza, poiché diversi fattori possono causare sanguinamento durante la gravidanza. Le mestruazioni si verificano in media una volta al mese, dalla menarca alla menopausa, che corrisponde agli anni fertili di una donna. L’età media della menopausa nelle donne è di 52 anni e in genere si verifica tra i 45 e i 55 anni. La menopausa è preceduta da una fase di cambiamenti ormonali chiamata perimenopausa.
L’eumenorrea indica un ciclo mestruale normale e regolare che dura circa i primi cinque giorni del ciclo. Le donne che soffrono di menorragia (mestruazioni abbondanti) sono più soggette a carenza di ferro rispetto alla media.
Durante il flusso, caratteristico di questa fase del Ciclo Uterino, l’organismo risente fortemente del crollo ormonale e del rilascio locale di molecole infiammatorie. Ciò comporta la comparsa di problematiche fisico-somatiche quali:
Dismenorrea: crampi intensi al basso ventre dovuti alle contrazioni dell’utero per espellere il tessuto.
Iperalgesia diffusa: la carenza di estrogeni abbassa la soglia del dolore, rendendo i tessuti più sensibili agli stimoli dolorosi.
Astenia marcata: profonda stanchezza fisica legata al dispendio energetico dell’emorragia e al calo di ferro.
Cefalea da astinenza ormonale: emicranie o mal di testa scatenati proprio dal brusco calo degli estrogeni.
Disturbi gastrointestinali: diarrea, nausea o stitichezza causate dalle prostaglandine che stimolano la muscolatura liscia intestinale.
Mentre la fase premestruale (Luteale) è dominata dall’instabilità, la fase mestruale vera e propria tende a manifestarsi con un ripiegamento delle energie psichiche. Questo porta alla comparsa di problematiche psico-emotive quali:
Spossatezza mentale: difficoltà a sostenere sforzi cognitivi prolungati o alti livelli di attenzione.
Bisogno di isolamento: una naturale propensione all’introspezione e a una minore tolleranza verso l’interazione sociale (social fatigue).
Vulnerabilità emotiva: ipersensibilità agli stimoli esterni, che può tradursi in pianto facile o senso di fragilità.
Disturbi del sonno: difficoltà a riposare bene a causa dei dolori fisici e della termoregolazione alterata.
È importante sottolineare che queste problematiche tendono a concentrarsi nei primi 2-3 giorni della mestruazione. Successivamente, l’ipofisi ricomincia a produrre l’FSH, stimolando la crescita di nuovi follicoli ovarici. Questo riavvia la produzione di estrogeni, portando a un rapido miglioramento dell’umore, della lucidità mentale e dell’energia fisica entro la fine del flusso.
Fase Proliferativa
La fase proliferativa è la seconda fase del ciclo uterino, durante la quale gli estrogeni stimolano la crescita e la proliferazione del rivestimento uterino. La parte finale della fase follicolare si sovrappone alla fase proliferativa del ciclo uterino. Con la maturazione, i follicoli ovarici secernono quantità crescenti di estradiolo, un estrogeno. Gli estrogeni innescano la formazione di un nuovo strato di endometrio nell’utero, con la presenza delle arteriole spirali.
Con l’aumento dei livelli di estrogeni, le cellule della cervice producono un tipo di muco cervicale con un pH più elevato e una viscosità inferiore al normale, rendendolo più favorevole agli spermatozoi. Questo aumenta le probabilità di fecondazione, che avviene tra l’undicesimo e il quattordicesimo giorno del ciclo. Questo muco cervicale si manifesta come una secrezione vaginale abbondante, simile all’albume d’uovo crudo. Per le donne che praticano la consapevolezza della fertilità, è un segno che l’ovulazione potrebbe essere imminente, ma non significa che l’ovulazione avverrà sicuramente.
Dal punto di vista psicofisico, questa fase è biologicamente considerata il periodo di massimo benessere, energia e vitalità della donna. Tuttavia, l’impennata dei livelli di estrogeni e il picco dell’LH in prossimità dell’ovulazione possono talvolta innescare specifiche problematiche psicofisiche in soggetti particolarmente sensibili.
Man mano che ci si avvicina all’ovulazione (fine della fase proliferativa), l’organismo subisce forti stimoli ormonali che possono causare:
Lieve spotting ovulatorio: piccole perdite di sangue causate dal temporaneo e repentino sbalzo ormonale appena prima del rilascio dell’ovocita.
Dolore ovulatorio (Mittelschmerz): fitte o crampi localizzati su un lato del basso addome, causati dalla rottura del follicolo o dalla stimolazione della parete ovarica.
Cefalea da picco estrogenico: sebbene il calo di estrogeni causi il mal di testa mestruale, in alcune donne anche il loro brusco innalzamento ormonale in prossimità dell’ovulazione può scatenare emicranie.
Tensione pelvica e perdite: l’aumento del muco cervicale (filante e acquoso) e l’aumentata vascolarizzazione uterina possono causare una sensazione di pesantezza al basso ventre.
Gli estrogeni stimolano fortemente la produzione di serotonina e dopamina, agendo come un potente “acceleratore” cerebrale. Quando questo stimolo è eccessivo o repentino, possono insorgere:
Ansia da iperattivazione: l’eccesso di energia e la stimolazione del sistema nervoso possono tradursi in uno stato di agitazione, iperattività, ansia o difficoltà a rilassarsi.
Insonnia iniziale: l’elevata lucidità mentale e l’energia fisica circolante possono rendere più difficile l’addormentamento.
Iper-reattività agli stimoli: una sensazione di nervosismo o di “frenesia”, guidata dall’istinto biologico che spinge alla ricerca del partner e all’attività.
Palpitazioni o tachicardia: lievi alterazioni neurovegetative transitorie legate al picco dell’ormone LH.
Mentre le fasi mestruale e secretoria (luteale) sono caratterizzate da un calo delle energie o da un ripiegamento riflessivo, la fase proliferativa è l’esatto opposto. Le problematiche in questo periodo non sono legate a deficit o crolli ormonali, ma a una risposta eccessiva del sistema nervoso alla forte stimolazione estrogenica. Per la maggior parte delle donne, comunque, questa fase rappresenta il picco mensile di produttività, ottimismo e resilienza allo stress.
Fase Secretoria
La fase secretoria è la fase finale del ciclo uterino e corrisponde alla fase luteale del ciclo ovarico. Durante la fase secretoria, il corpo luteo produce progesterone, che svolge un ruolo vitale nel rendere l’endometrio ricettivo all’impianto di una blastocisti (un ovulo fecondato che ha iniziato a svilupparsi). Glicogeno, lipidi e proteine vengono secreti nell’utero e il muco cervicale si addensa. Nelle prime fasi della gravidanza, il progesterone aumenta anche il flusso sanguigno e riduce la contrattilità della muscolatura liscia dell’utero e innalza la temperatura basale.
Se non si verifica una gravidanza, i cicli ovarico e uterino ricominciano.
Le problematiche psicofisiche in questo periodo si dividono nettamente in due momenti: una fase iniziale di adattamento al progesterone e una fase tardiva (premestruale) legata al crollo ormonale.
L’azione del Progesterone e la successiva caduta dei livelli ormonali impattano fortemente sul corpo:
Tensione mammaria e mastodinia: l’aumento di progesterone stimola la ghiandola mammaria, causando turgore, gonfiore e ipersensibilità al tatto.
Ritenzione idrica e gonfiore: l’equilibrio dei fluidi viene alterato, provocando accumulo di liquidi, pesantezza agli arti inferiori e gonfiore addominale.
Rallentamento gastrointestinale: il progesterone rilassa la muscolatura liscia; questo rallenta la digestione portando a stitichezza, meteorismo e senso di pesantezza.
Cefalea e dolori lombari: nella fase secretoria tardiva, il calo ormonale innesca processi infiammatori che si manifestano con mal di testa o dolori alla schiena.
Il Progesterone e il suo metabolita (Allopregnanolone) agiscono direttamente sui recettori cerebrali, influenzando l’umore e l’energia:
Letargia e stanchezza: l’effetto sedativo del progesterone sul sistema nervoso centrale può causare una forte astenia e una riduzione della resistenza fisica.
Instabilità emotiva e irritabilità: sebbene il progesterone sia inizialmente calmante, le repentine fluttuazioni della fase secretoria tardiva riducono la disponibilità di serotonina, scatenando sbalzi d’umore e rabbia biologica.
Annebbiamento mentale (Brain Fog): si riscontrano cali di concentrazione, stanchezza cognitiva e lievi deficit di memoria a breve termine.
Alterazioni del sonno e dell’appetito: l’innalzamento della temperatura corporea basale (indotto dal progesterone) può disturbare il riposo notturno, mentre i cambi ormonali aumentano il desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri.
Mentre la prima metà della fase secretoria è spesso asintomatica o caratterizzata solo da stanchezza e stipsi, è nella fase secretoria tardiva (gli ultimi 5-7 giorni del ciclo) che i sintomi si intensificano drammaticamente. Questo fenomeno costituisce la base biologica della Sindrome Premestruale (SPM) e del più grave Disturbo Disforico Premestruale (DDPM), le cui manifestazioni cessano quasi immediatamente con l’arrivo del flusso mestruale.
Influenza del Ciclo Mestruale (OMC) sull’allenamento della forza e sul recupero
Ricapitolando quanto visto fino ad ora, le mestruazioni si verificano in cicli di circa ventotto (28) giorni per le donne fertili sane. Il ciclo ovulatorio-mestruale (OMC) è importante per la riproduzione, controllato dal sistema endocrino, ed è comunemente diviso in tre (3) fasi: (1) la fase follicolare, (2) l’ovulazione e (3) la fase luteale. L’OMC può influenzare le donne in modi diversi con fluttuazioni di ormoni come Testosterone (T), Estrogeni (E), Progesterone (P), Ormone della Crescita (hGH) e Fattore di Crescita Insulino-Simile 1 (IGF-1). Gli steroidi sessuali femminili predominanti, estrogeni come l’Estradiolo (E2) e progestinici come il Progesterone (P), influenzano una moltitudine di sistemi biologici e svolgono un ruolo importante nelle prestazioni atletiche e nel recupero che allenatori e professionisti cercano di massimizzare.
Tabella che illustra un modello teorico dei diversi approcci formativi basati sulle variazioni ormonali di ciascuna fase del ciclo mestruale femminile. Fasi del ciclo ovulatorio-mestruale (CMO) e obiettivi di allenamento. Le diverse fasi del CMO, i relativi effetti e le prescrizioni di allenamento in un modello teorico.
L’uso dell’allenamento di forza è stato ampiamente dimostrato per migliorare le dimensioni e la funzione muscolare sia negli atleti maschi che nelle atlete femmine. L’allenamento di forza è ora utilizzato anche dalle atlete espressamente per migliorare le prestazioni. Grande importanza riveste il tema della periodizzazione del bodybuilding per le atlete, figure, bikini, wellness, fitness e concorrenti di bodybuilding anche prima del “salto enhanced”. In genere allenatori, professionisti e autori evitano di affrontare questo problema, nella migliore delle ipotesi e se lo fanno, purtroppo, peccano di estrema certezza nei loro punti e convinzioni. Il risultato per l’intera community non è certo dei migliori.
Periodizzazione vs. Programmazione
Periodizzazione: Il processo ciclico e a fasi di gestione della forma fisica e della fatica per ottimizzare l’adattamento, evitare il sovrallenamento non funzionale (NFOR), la sindrome da sovrallenamento (OTS) o gli infortuni, al fine di raggiungere il picco di prestazione in un dato momento.
Programmazione: La microgestione del processo di allenamento attraverso la manipolazione della selezione degli esercizi, del volume, dell’intensità, degli schemi di serie e ripetizioni (vedi la classificazione di Mladen), degli intervalli di riposo, della densità, della frequenza, della variazione, dello sforzo, ecc.
La periodizzazione si riferisce alla scienza delle strutture temporali (cicli) che regolano la predisposizione all’allenamento. La periodizzazione a blocchi è un concetto di periodizzazione, mentre l’allenamento simultaneo è un concetto di programmazione.
Stabilire il rapporto di causa-effetto tra le variazioni dell’attività ormonale durante il ciclo mestruale e la risposta all’esercizio fisico può essere complesso, sebbene rimanga una “finezza” nel complesso con grado di importanza maggiore più la atleta è avanzata. Innanzitutto, le modalità di allenamento aerobico e di resistenza sembrano produrre risposte ormonali diverse, e studi simili possono dare risultati differenti. I livelli ormonali nel sangue e nei tessuti sono influenzati dalla loro produzione da parte dell’organo di origine, dalla loro eliminazione dal flusso sanguigno e dal legame con i recettori bersaglio negli organi e nei tessuti. Quando sono liberi nel flusso sanguigno, gli ormoni steroidei come gli androgeni, gli ormoni surrenali e gli ormoni ovarici circolano e interagiscono con specifiche proteine di trasporto, con solo piccole quantità disponibili per i tessuti. È inoltre importante notare che anche l’allenamento e lo stato nutrizionale dell’atleta possono influenzare gli effetti metabolici e ormonali.
Tabella che confronta in un modello teorico come cambia l’obiettivo dell’allenamento in base alla fase follicolare e alla fase luteale del ciclo mestruale di una donna. Obiettivo dell’allenamento (compiti di periodizzazione) in base alla fase del ciclo mestruale – Effetti dell’allenamento in fase follicolare e luteale su massa e forza muscolare.
Durante la fase follicolare precoce (premestruale), le concentrazioni di Testosterone, estrogeni e Progesterone sono basse, con prove che le atlete sono più vulnerabili agli errori e all’incidenza di infortuni. Pertanto, l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulla rigenerazione e sul lavoro metabolico. Nella fase follicolare intermedia si raccomanda di aumentare l’intensità dell’allenamento man mano che i livelli di estrogeni e GH aumentano e quelli di progesterone diminuiscono. È stato anche suggerito che gli estrogeni abbiano un effetto positivo sui picchi di forza osservati durante la fase follicolare tardiva, appena prima dell’ovulazione, quando raggiungono il picco. Allo stesso tempo, i livelli di progesterone rimangono bassi, quindi l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulle modalità metaboliche e di forza. Quindi, durante l’ovulazione e la fase luteale precoce, l’allenamento di forza dovrebbe essere ad alta intensità e basso volume. I livelli di testosterone, estrogeni e GH sono al loro massimo e gli esercizi dovrebbero coinvolgere i grandi gruppi muscolari degli arti superiori e inferiori e del tronco, come la panca piana, gli squat e i sollevamenti olimpici. Nella fase luteale media, i livelli di E rimangono stabili mentre i livelli di P aumentano. L’esercizio submassimale di lunga durata e bassa intensità sarà adatto a questa fase. Infine, la fase luteale tardiva è caratterizzata dal ritorno delle concentrazioni di testosterone, estrogeni e progesterone ai loro livelli più bassi e l’allenamento riprenderebbe e rimarrebbe simile alla fase follicolare precoce (premestruale).
Punti focali condivisi da altri modelli teorici di programmazione per le atlete in età fertile/pre-menopausa
Esistono altri modelli teorici sulla pianificazione della preparazione nelle atlete di forza/estetiche in età fertile/pre-menopausa. Famosa era quella proposta diversi anni fa da Lyle McDonald. Esistono comunque dei “punti focali” condivisi da questi modelli teorici:
Impatto delle Fasi sulla Fisiologia Muscolare e sull’Allenamento-
Fase Follicolare (dal Giorno 1 all’Ovulazione)
Profilo ormonale: Estrogeni in costante aumento, progesterone ai minimi.
Effetti fisiologici: L’estradiolo esercita un effetto neuroprotettivo e anabolico/anticatabolico, aumentando l’eccitabilità neuromuscolare e la sensibilità all’insulina. La capacità di tollerare i carboidrati e di stoccare glicogeno muscolare è massima.
Implicazioni per l’allenamento:
Forza e ipertrofia: Fase ideale per applicare il massimo volume e alta intensità (sovraccarico progressivo).
Recupero: Tempi di recupero tra le serie e tra i workout tendenzialmente più rapidi.
Fase Ovulatoria (intorno al Giorno 14)
Profilo ormonale: Picco massimo di estrogeni, picco di LH e FSH, inizio dell’ascesa del progesterone.
Effetti fisiologici: Si registra spesso il picco assoluto di espressione della forza massima (1RM). Contestualmente, gli alti livelli di estradiolo e la relaxina riducono la rigidità del collagene nei tendini e nei legamenti (aumentando la lassità articolare, ad esempio del legamento crociato anteriore).
Implicazioni per l’allenamento:
Test di forza: Ottima finestra per testare i massimali.
Prevenzione infortuni: Cura rigorosa del riscaldamento e del controllo motorio sugli esercizi multiarticolari ad alto carico (squat, stacchi).
3. Fase Luteale (dall’Ovulazione alle Mestruazioni)
Profilo ormonale: Progesterone elevato (con un secondo picco moderato di estrogeni a metà fase).
Effetti fisiologici:
Il progesterone è un ormone Catabolico/Termogenico: aumenta la temperatura corporea basale di 0,3–0,5 °C e il dispendio energetico a riposo, ma riduce l’efficienza della dissipazione del calore. Aumenta la percezione dello sforzo (RPE) a parità di carico e riduce la sensibilità insulinica sistemica, favorendo l’ossidazione dei grassi rispetto all’uso del glicogeno. L’attivazione dell’asse aldosterone-renina può causare ritenzione idrica intracellulare ed extracellulare.
Implicazioni per l’allenamento:
Gestione del carico: Fase idonea a un lavoro più orientato alla densità o a volumi moderati con autoregolazione (RIR/RPE).
Nutrizione: Può essere utile incrementare leggermente la quota di grassi salubri a scapito dei carboidrati se la tolleranza glicidica peggiora.
4. Tarda Fase Luteale / Premestruale (Sindrome Premestruale – PMS)
Profilo ormonale: Crollo drastico di estrogeni e progesterone.
Effetti fisiologici: Possibile presenza di crampi addominali, sonnolenza, sbalzi d’umore, infiammazione di basso grado ed emicrania.
Implicazioni per l’allenamento:
Ottima finestra per pianificare una settimana di scarico (deload) o per ridurre la frequenza delle sessioni se i sintomi interferiscono marcatamente con la prestazione.
Evidenze Scientifiche e Pratica sul Campo
Mentre la teoria endocrinologica suggerisce di periodizzare l’allenamento rigidamente sulle fasi del ciclo (es. Menstrual Cycle Phase-Based Training), la letteratura scientifica più recente (Colenso-Semple et al., 2023; McNulty et al., 2020) evidenzia che:
La variabilità inter-individuale è enorme: Alcune atlete mantengono inalterati i livelli di forza per tutto il mese, mentre altre risentono fortemente del calo ormonale premestruale.
L’autoregolazione supera gli schemi fissi: Usare la scala RPE (Rating of Perceived Exertion) o le RIR (Reps in Reserve) permette di adattare il carico in tempo reale al livello di recupero della giornata, senza forzare scarichi quando la prestazione è ancora elevata.
Punti Chiave
Per strutturare una periodizzazione basata sul ciclo mestruale (spesso definita Menstrual Cycle-Based Training), l’obiettivo principale è concentrare i picchi di stress allenante (volume e carichi massimali) quando l’ambiente ormonale è più favorevole, sfruttando l’autoregolazione per le fasi a minor capacità di recupero. Ecco un modello pratico strutturato su un ciclo teorico di 28 giorni.
Modello di Periodizzazione in 4 Fasi
Fase 1: Inizio Fase Follicolare / Mestruazione (Giorno 1–5)
Status Ormonale: Estrogeni e progesterone ai minimi.
Obiettivo: Gestione dei sintomi, mantenimento, eventuale scarico attivo.
Parametri di Allenamento:
Volume: Medio-basso (-20/30% rispetto allo standard).
Intensità: Moderata (RIR 2-3 / RPE 7-8).
Focus: Esercizi multiarticolari a carico controllato o macchine/cavi per ridurre lo stress sistemico se sono presenti crampi o letargia.
Strategia: Se i primi 1-2 giorni presentano sintomatologia acuta, è la finestra ideale per inserire il Deload (scarico programmato) o sedute di mobilità/cardio LISS.
Fase 2: Tarda Fase Follicolare (Giorno 6–13)
Status Ormonale: Estradiolo in ripida ascesa; progesterone basso.
Obiettivo: Massimo Accumulo di Volume e Ipertrofia.
Parametri di Allenamento:
Volume: Alto (picco di serie allenanti settimanali).
Intensità: Alta (RIR 1-2 / RPE 8-9).
Frequenza: È possibile allenare i gruppi muscolari con maggiore frequenza (es. 3-4 volte a settimana) grazie alla capacità di recupero stimolata dagli estrogeni.
Focus: Sovraccarico progressivo, lavoro a cedimento programmato su esercizi complementari e ad alto stress metabolico.
Fase 3: Fase Ovulatoria (Giorno 14–16)
Status Ormonale: Picco massimo di estrogeni e testosterone libero.
Obiettivo: Picco di Forza Massima (Intensificazione).
Parametri di Allenamento:
Volume: Moderato.
Intensità: Massima (RIR 0-1 / RPE 9-10, lavoro a basse ripetizioni: 1–5 RM).
Precauzioni: L’elevata lassità legamentosa indotta dal picco estrogenico richiede la massima attenzione tecnica negli esercizi a catena cinematica chiusa (Squat, Stacchi, Distensioni pesanti).
Nota: Riscaldamento articolare e avvicinamento ai carichi devono essere curati con estremo rigore in questa finestra.
Fase 4: Fase Luteale e Premestruale (Giorno 17–28)
Status Ormonale: Progesterone dominatore; calo progressivo finale di tutti gli ormoni.
Obiettivo: Mantenimento della forza, gestione dell’affaticamento centrale e autoregolazione.
Parametri di Allenamento:
Giorno 17–21 (Alta Fase Luteale): Mantenimento dell’intensità sui fondamentali, ma con leggera riduzione del volume totale (meno serie complementari).
Giorno 22–28 (Tarda Fase Luteale / Premestruale): Riduzione sia dell’intensità che del volume. Innalzamento del RIR (RIR 3-4).
Strategia Operativa: Passare all’uso della scala RPE/RIR anziché rincorrere percentuali fisse sul bilanciere. Se a causa della temperatura corporea più alta e del progesterone 80 kg percepiti “sembrano” 90 kg, si scala il carico mantenedo lo stimolo target senza accumulare fatica sistemica inutile.
Di seguito un esempio di come varia la gestione dei carichi e del volume sullo stesso esercizio guida (es. Squat) durante il mese:
Regola d’Oro: Individualizzazione e Logbook
I cicli eugonadici (naturali) non sono tutti identici a 28 giorni e molte atlete non risentono significativamente delle variazioni ormonali. Per applicare questo sistema al meglio:
Traccia il ciclo insieme al logbook degli allenamenti: Annotare per 2-3 mesi le prestazioni (tonnellaggio e RPE) contestualmente al giorno del ciclo.
Identifica i tuoi/suoi “punti critici”: Se noti che dal giorno 24 alla mestruazione la forza crolla del 10%, programma preventivamente lo scarico in quei giorni. Se invece la prestazione resta stabile, mantieni la progressione lineare standard senza forzare scarichi non necessari.
Nella fase luteale, l’innalzamento del progesterone e il parallelo calo della sensibilità insulinica determinano sia la tendenza a trattenere liquidi (tramite la stimolazione dell’asse aldosterone-renina) sia il fisiologico calo energetico e i craving di carboidrati (dovuti a una minor efficienza nell’uso del glicogeno e al calo della serotonina). Per contrastare questi sintomi e mantenere alte le prestazioni in palestra, è possibile intervenire con specifici accorgimenti nutrizionali e una mirata integrazione.
Gestione alimentare su modello teorica
Una strategia alimentare basata sul ciclo mestruale (o cycle syncing) sfrutta le fluttuazioni degli estrogeni e del progesterone per ottimizzare i livelli di energia, controllare la fame e ridurre i fastidi tipici come crampi e ritenzione idrica. Adattare i nutrienti alle diverse fasi permette di assecondare i cambiamenti metabolici del corpo femminile.
Strategia alimentari dettagliata per Fase
1. Fase Mestruale (Giorni 1 – 5)
Il corpo si trova in una fase di eliminazione dei tessuti. Le perdite ematiche riducono le riserve di Ferro, causando spesso stanchezza.
Cosa inserire: Alimenti ricchi di ferro biodisponibile (carne magra, bresaola) e fonti vegetali (lenticchie, ceci) abbinate sempre a vitamina C (limone, arance, kiwi) per massimizzarne l’assorbimento.
Azione antinfiammatoria: Pesce azzurro (salmone, sgombro) ricco di Omega-3 o integratore con ratio EPA:DHA di 4:2 per contrastare i crampi uterini.
Da limitare: Caffè, alcol ed un eccesso di Calcio e ECGC, poiché ostacolano l’assimilazione del Ferro e del Magnesio.
Pre-allenamento: Uno spuntino leggero con carboidrati facilmente digeribili (es. una banana o una fetta biscottata con miele) se i crampi lo consentono.
Post-allenamento: Proteine magre associate a fonti di vitamina C e ferro (es. bresaola con limone) per compensare le perdite ematiche.
2. Fase Follicolare (Giorni 6 – 12)
Gli estrogeni aumentano, migliorando significativamente la sensibilità all’Insulina e la tolleranza ai carboidrati.
Cosa inserire: Carboidrati complessi (riso integrale, pasta integrale, Farro) per assecondare i picchi di energia fisici.
Proteine strutturali: Fonti proteiche magre ad alto valore biologico (pollo, tacchino, uova) utili per supportare la maturazione dei follicoli e il recupero/crescita muscolare.
Pre-allenamento: Carboidrati complessi 2 ore prima dello sforzo. Se l’allenamento è lungo, inserire gel o intra-workout.
Post-allenamento: Finestra anabolica ottimale. Assumere carboidrati e proteine in rapporto 3:1 per un iniziale recupero muscolare ottimale.
3. Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15)
Il picco ormonale massimo può dare una sferzata di energia, ma richiede anche un lavoro extra da parte del fegato per smaltire gli ormoni usati.
Cosa inserire: Verdure della famiglia delle crocifere (broccoli, cavolfiore, rucola) che contengono sostanze utili a supportare la disintossicazione epatica.
Idratazione e fibre: Molta acqua e verdura cruda per evitare la stitichezza associata ai rapidi cambi ormonali.
Nutrizione strategica: Integrare con antiossidanti (NAC, Glutatione, Silimarina, Astaxantina, ecc…) per contrastare lo stress ossidativo dell’alta intensità.
4. Fase Luteale e Premestruale (Giorni 16 – 28)
Il progesterone sale, rallentando la motilità intestinale e aumentando il dispendio calorico a riposo (fino a 200-300 kcal in più al giorno), il che provoca la classica fame chimica (craving). La sensibilità insulinica peggiora.
Gestione dei carboidrati: Ridurre leggermente i carboidrati semplici e gli zuccheri raffinati, che aumenterebbero la ritenzione e i picchi di glicemia.
Grassi buoni e fibre: Spazio a grassi sani come avocado, frutta secca (mandorle, noci) e olio extravergine d’oliva, che stabilizzano il senso di sazietà.
Alleati del buonumore: Alimenti ricchi di magnesio e vitamina B6 (semi di zucca, banane) per stimolare la Serotonina e placare l’irritabilità.
Contro il gonfiore: Alimenti drenanti come finocchi, sedano e asparagi. Limitare i formaggi stagionati e i cibi industriali ricchi di sale.
Idratazione critica: Il Progesterone altera l’equilibrio dei fluidi. È fondamentale bere acqua con elettroliti (sodio, potassio, magnesio) prima, durante e dopo lo sforzo per evitare i crampi. Pre-allenamento: Uno spuntino a base di grassi e proteine (es. MCT con yogurt greco) se l’attività è prettamente aerobica o mista.
Punti chiave nutrizionali per fase:
Fase Follicolare (Giorni 6 – 12): La Fase Anabolica
È il momento migliore per costruire tessuto muscolare e spingere i carichi al massimo. La sensibilità all’insulina è ottimale, permettendoti di gestire quote elevate di carboidrati senza accumulare grasso.
Nutrizione: Imposta qui i giorni a carboidrati alti (High Carb). Concentra la maggior parte dei carboidrati complessi attorno all’allenamento (pre e post-workout) per saturare il glicogeno muscolare. Mantieni le proteine stabili.
In palestra: Focus su ipertrofia e forza. È la fase ideale per cercare il sovraccarico progressivo, aumentare il volume di lavoro o testare i massimali sui fondamentali (squat, panca, stacco).
Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15): Picco di Forza
Il picco di estrogeni e testosterone ti regala la massima espressione di forza del mese, ma la lassità legamentosa è al massimo.
Nutrizione: Mantieni i carboidrati medio-alti per sostenere l’intensità. Introduci una quota maggiore di antiossidanti per combattere lo stress infiammatorio dei carichi pesanti.
In palestra: Puoi sollevare carichi molto pesanti (basse ripetizioni, alta intensità), ma cura in modo maniacale il riscaldamento e la tecnica di esecuzione per evitare infortuni articolari.
Fase Luteale (Giorni 16 – 28): Gestione della Ritenzione e del Deload
Il progesterone aumenta il catabolismo muscolare, peggiora la sensibilità insulinica e favorisce la ritenzione idrica extracellulare, che può appannare la condizione visiva.
Nutrizione: Passa a giorni a carboidrati medio-bassi e grassi più alti (Low Carb / High Fat). I grassi sani aiutano a stabilizzare la glicemia e a frenare le voglie di dolce tipiche della fase premestruale. Aumenta l’apporto idrico e riduci il sodio discrezionale per contrastare la ritenzione.
In palestra: Nella prima metà della fase luteale puoi ancora allenarti intensamente. Negli ultimi 4-5 giorni prima del ciclo (fase premestruale), se la stanchezza e il gonfiore sono invalidanti, programma una settimana di scarico (deload) riducendo il volume del 30-40%.
Fase Mestruale (Giorni 1 – 5): Ripristino e Reclutamento Neutro
Il corpo si resetta. Il gonfiore svanisce rapidamente grazie al crollo del progesterone, rivelando spesso una condizione fisica più “dura” e definita.
Nutrizione: Riporta gradualmente i carboidrati a livelli medi. Assicura una quota proteica costante per preservare la massa magra e inserisci cibi ricchi di ferro per compensare le perdite.
In palestra: Ascolta il tuo corpo. Se i dolori sono forti, focalizzati su sessioni di pompaggio a carichi inferiori o aumenta i tempi di recupero tra le serie. Se non hai dolori, puoi ricominciare gradualmente a spingere.
Alterazioni nella digeribilità e assorbimento alimentare durante il ciclo mestruale
Il ciclo mestruale influenza direttamente sia la digestione sia la percezione dell’assorbimento degli alimenti attraverso le continue fluttuazioni degli ormoni e il rilascio di molecole infiammatorie. Gli estrogeni e il Progesterone non agiscono solo sull’utero, ma interagiscono anche con i recettori del tratto gastrointestinale, alterando la velocità del transito intestinale e la sensibilità viscerale lungo tutto il mese.
Gli effetti della fase mestruale (Durante il ciclo)
All’inizio delle mestruazioni, i livelli di Progesterone crollano e l’endometrio rilascia le prostaglandine, molecole che servono a far contrarre l’utero per espellere il sangue con i residui tissutali.
Accelerazione e crampi: le prostaglandine entrano nel flusso sanguigno e raggiungono l’intestino, stimolando contrazioni anomale della sua muscolatura.
Ipermotilità e diarrea: questo stimolo improvviso accelera il transito, riducendo il tempo a disposizione dell’intestino per riassorbire l’acqua dai cibi, provocando spesso feci liquide o diarrea.
Impatto sull’assorbimento e sul microbiota
Le variazioni ormonali modificano temporaneamente anche la composizione del microbiota intestinale e l’efficienza digestiva:
Alterazione della flora batterica: i cambiamenti della flora intestinale durante i giorni del flusso compromettono la corretta scomposizione e fermentazione dei nutrienti.
Nutrienti e infiammazione: lo stato infiammatorio generale può rendere l’intestino più permeabile o irritabile, modificando la tolleranza verso cibi elaborati, zuccheri raffinati o grassi saturi.
Questo legame è così stretto che chi soffre della sindrome del colon irritabile nota una drastica ciclicità nel peggioramento dei propri sintomi gastrointestinali in corrispondenza del calendario mestruale.
Le fluttuazioni cicliche di estradiolo e Progesterone creano un vero e proprio ecosistema dinamico all’interno dell’intestino. Gli ormoni sessuali influenzano il microbiota intestinale sia agendo direttamente sui recettori della mucosa, sia indirettamente modificando il tempo di transito e l’ambiente chimico intestinale.
La transizione tra la fase follicolare e quella luteale modifica la diversità e la composizione delle specie batteriche attraverso meccanismi ben precisi.
1. Fase Follicolare: il dominio dell’Estradiolo
Durante questa fase (dalla fine della mestruazione all’ovulazione), l’Estradiolo sale progressivamente fino a raggiungere il suo picco massimo. Ciò comporta:
Maggiore diversità microbica (Alpha Diversity): alti livelli di E2 sono associati a una maggiore ricchezza e stabilità delle specie batteriche nell’intestino. Un microbiota diversificato è sinonimo di un intestino resiliente.
Sostegno ai batteri benefici: l’E2 promuove la crescita di ceppi protettivi e antinfiammatori come i Lactobacillus e i Bifidobacterium. Questo avviene anche perché gli estrogeni stimolano la produzione di muco e la deposizione di glicogeno, che funge da nutrimento per questi batteri.
Il ruolo dell’Estroboloma: in questa fase è massimo il lavoro dell’estroboloma, un gruppo specifico di geni del microbiota intestinale capaci di produrre l’enzima beta-glucuronidasi. Questo enzima serve a “riattivare” gli estrogeni precedentemente metabolizzati dal fegato, consentendo il loro riassorbimento nel sangue e mantenendo l’equilibrio ormonale sistemico.
2. Fase Luteale: l’ascesa del Progesterone
Dopo l’ovulazione, il corpo luteo inizia a produrre grandi quantità di Progesterone, che domina l’intera seconda metà del ciclo.
Aumento della Beta Diversity (Variazione della composizione): la ricerca scientifica evidenzia che il passaggio alla fase luteale avanzata modifica la composizione complessiva dei microbi (beta-diversity) rispetto alla fase follicolare.
Shift verso batteri anaerobi e fermentativi: l’aumento del Progesterone correla con una leggera proliferazione di batteri opportunisti o anaerobi a scapito di alcuni ceppi eubiotici.
Rallentamento del transito e sub-disbiosi: il Progesterone riduce la motilità intestinale. Il cibo staziona più a lungo nel colon (aumento del tempo di transito), alterando il pH locale e favorendo la proliferazione di batteri fermentativi responsabili di meteorismo e gonfiore (idrogeno e metano-produttori).
3. La fase pre-mestruale e il crollo ormonale
Negli ultimissimi giorni della fase luteale, se non è avvenuto il concepimento, E2 e Progesterone crollano contemporaneamente in modo drastico.
Disbiosi transitoria e infiammazione: questo improvviso deficit ormonale, unito al rilascio locale di prostaglandine, destabilizza la barriera intestinale. La ridotta protezione immunitaria favorisce una temporanea condizione di disbiosi (squilibrio della flora batterica).
Perdita dei ceppi benefici: l’improvvisa carenza di estradiolo toglie il substrato ideale ai lattobacilli, mentre le scariche diarroiche tipiche del flusso mestruale (causate dall’ipermotilità intestinale) tendono a “lavare via” meccanicamente parte della flora microbica residente.
Potenziale integrazione di trattamento
Per contrastare le alterazioni della motilità intestinale e la disbiosi ciclica causate dalle fluttuazioni di E2 e Progesterone, l’integrazione alimentare deve mirare a due obiettivi: regolarizzare il transito (evitando la stipsi o la diarrea da ciclo) e supportare l’estroboloma e la barriera intestinale.
L’integrazione ideale si divide in base alla fase del ciclo e al sintomo prevalente.
1. Per l’equilibrio del microbiota (Tutto il mese)
Probiotici mirati (Lactobacillus e Bifidobacterium): Ceppi come Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus plantarum e Bifidobacterium lactis aiutano a mantenere intatta la barriera intestinale e supportano l’estroboloma nella corretta gestione degli estrogeni.
Prebiotici (Inulina a catena corta o PHGG): La gomma di guar parzialmente idrolizzata (PHGG) è un’ottima fibra solubile. Non crea gonfiore (a differenza di altre fibre) e nutre i batteri “buoni”, regolarizzando sia la stipsi che la diarrea.
2. Fase Luteale (Contro stipsi, gonfiore e craving)
Magnesio Citrato o Bisglicinato: È il minerale chiave in questa fase. Rilassa la muscolatura liscia dell’intestino (contrastando la stipsi da progesterone) e riduce i crampi uterini. Aiuta anche a modulare il sistema nervoso, riducendo la fame nervosa di dolci.
Enzimi digestivi (con lattasi e alfa-galattosidasi): Assunti prima dei pasti principali nella settimana che precede il ciclo, aiutano a scomporre carboidrati complessi e lattosio, riducendo drasticamente la fermentazione batterica e il conseguente gonfiore.
3. Fase Mestruale (Contro ipermotilità, diarrea e infiammazione)
Omega-3 (EPA e DHA): Acidi grassi essenziali ad alta azione antinfiammatoria. Contrastano la produzione eccessiva di prostaglandine, riducendo sia il dolore mestruale (dismenorrea) sia l’iper-attivazione dell’intestino che causa la diarrea.
Butirrato (o Acido Butirrico): È un postbiotico, ovvero il nutrimento principale delle cellule del colon. Assumerlo durante i giorni del flusso aiuta a “sfiammare” rapidamente la mucosa intestinale e a compattare le feci in caso di scariche.
4. Supporto metabolico degli estrogeni
Agnocasto (Vitex agnus-castus): Se il gonfiore intestinale e la disbiosi sono accompagnati da una forte sindrome premestruale (PMS), l’agnocasto può aiutare a bilanciare il rapporto tra estrogeni e progesterone a livello centrale.
Integratori potenziali per la FaseFollicolare
Durante la fase follicolare (giorni 6-12), il corpo di una bodybuilder sperimenta livelli crescenti di estrogeni, una eccellente sensibilità all’insulina e la massima capacità di stoccare glicogeno muscolare. È il momento ideale per spingere l’acceleratore sull’ipertrofia e sulla forza.
L’integrazione in questa fase deve essere finalizzata a massimizzare la potenza, ottimizzare la sintesi proteica e sostenere l’alto volume di allenamento.
1. Creatina Monoidrato
La creatina è l’integratore regina per il bodybuilding, ma in questa fase lavora in perfetta sinergia con il tuo stato ormonale.
Perché usarla ora: Gli estrogeni alti favoriscono l’ingresso dei nutrienti e dell’acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intracellulare). La creatina potenzia questo effetto, massimizzando il volume cellulare, la sintesi di ATP e la forza esplosiva nei sollevamenti sub-massimali.
Modalità di assunzione: Consigliata l’assunzione regolare giornaliera, preferibilmente insieme a un pasto post-workout ricco di carboidrati per sfruttare la spinta insulinica.
Visto che la fase follicolare è il momento in cui tolleri e utilizzi meglio i carboidrati, i tuoi allenamenti saranno probabilmente ad alto volume e ad alta densità.
Perché usarle ora: Le Ciclodestrine altamente ramificate o Cluster Dextrin forniscono un rilascio rapidissimo di glucosio ai muscoli senza appesantire lo stomaco. Sostengono la glicemia durante le sessioni intense di gambe o dorso, ritardando la fatica centrale e periferica.
Modalità di assunzione: Sciolte nella borraccia da sorseggiare durante l’allenamento.
3. Aminoacidi Essenziali (EAA) o Sieroproteine (Whey)
La capacità anabolica del corpo è al massimo, quindi i mattoni per la ricostruzione muscolare devono essere prontamente disponibili.
Perché usarli ora: Sostengono la sintesi proteica immediata nel pre, intra o post-allenamento. In combinazione con l’alto apporto di carboidrati di questa fase, massimizzano l’attivazione della via metabolica mTOR (responsabile della crescita muscolare).
Modalità di assunzione: Assunti come EAA durante l’allenamento oppure come Whey Isolate immediatamente dopo.
4. Citrullina Malato e Beta-Alanina (Pre-Workout e Intra o Post-Workout)
In questa fase ricerchi la massima performance e la massima congestione muscolare (pump).
Perché usarli ora: La citrullina malato aumenta la produzione di ossido nitrico, migliorando il flusso sanguigno e l’apporto di ossigeno e nutrienti ai muscoli sotto sforzo. La beta-alanina agisce da tampone contro l’acido lattico, permettendoti di completare quelle ripetizioni extra fondamentali per l’ipertrofia.
Modalità di assunzione: Utilizzate nel pre-workout circa 30-45 minuti prima dell’allenamento.
Integratori potenziali per la Fase Luteale
Durante la fase luteale (giorni 16-28), il corpo di una bodybuilder sperimenta il dominio del Progesterone. Questo ormone riduce la sensibilità all’insulina, aumenta leggermente il catabolismo muscolare, innalza la temperatura corporea (maggiore percezione della fatica) e favorisce la ritenzione idrica extracellulare.
L’integrazione peri-workout in questa fase cambia radicalmente: l’obiettivo si sposta sul controllo della glicemia, il contrasto al catabolismo, l’idratazione profonda e il supporto al sistema nervoso (spesso appesantito dal calo di serotonina premestruale).
Il progesterone altera l’equilibrio dei fluidi e del sodio nel corpo, causando ritenzione idrica e aumentando il rischio di crampi muscolari.
Perché usarli: Ripristinano l’idratazione intracellulare (portando l’acqua dentro il muscolo e togliendola da sotto la pelle) e mantengono intatta la conducibilità nervosa per la contrazione muscolare.
Timing: Da sorseggiare durante l’allenamento (Intra-workout).
2. Aminoacidi Essenziali (EAA) ad Alto Dosaggio
Poiché la sensibilità all’insulina peggiora e il catabolismo proteico è più marcato a causa del progesterone, l’uso massiccio di carboidrati intra-workout non è più la scelta ideale.
Perché usarli: Gli EAA proteggono la massa magra dal catabolismo durante l’allenamento senza stimolare eccessivamente l’insulina in un momento in cui il corpo è meno ricettivo verso i carboidrati.
Timing: Intra-workout insieme agli elettroliti.
3. Magnesio Bisglicinato e Vitamina B6
La fase luteale (specialmente l’ultima settimana premestruale) porta con sé stanchezza, calo del tono dell’umore e sonno disturbato.
Perché usarli: Il magnesio riduce i crampi uterini e muscolari, stabilizza il sistema nervoso e migliora la qualità del riposo notturno (fondamentale per il recupero muscolare). La vitamina B6 agisce in sinergia per regolare l’attività ormonale e supportare la produzione di serotonina.
Timing: Da assumere la sera prima di dormire.
4. Caffeina e Adattogeni (es. Ashwagandha)
La percezione dello sforzo in palestra aumenta notevolmente a causa della temperatura corporea basale più alta.
Perché usarli: La caffeina nel pre-workout aiuta a superare la letargia pre-ciclo. Gli adattogeni aiutano a modulare i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che tende a impennarsi in questa fase.
Timing: Pre-workout.
Principali differenze rispetto alla Fase Follicolare:
Meno Carboidrati Intra-workout: Sostituiti da un mix più robusto di EAA ed Elettroliti per evitare picchi glicemici e gestire la ritenzione.
Focus sul Sistema Nervoso: Maggiore attenzione all’uso di minerali rilassanti (Magnesio la sera) e stimolanti puliti nel pre-workout per contrastare la svogliatezza.
1. Per il Contrasto alla Ritenzione Idrica
Rapporto Sodio:liquidi e Sodio:Potassio:
Assicurarsi di assumere una quota sufficiente di liquidi [es. 0.5-1lt ogni 10Kg di peso] con un adeguato apporto di NaCl [ratio 0.5-1:1 NaCl:Lt] e una quota di Potassio pari a ratio media di 1:2 [1g Na:2g di K+; 1gNaCl= 400mg Na] .
Magnesio (Bisglicinato o Citrato), specie se in carenza e/o in necessità di correzione sulla parte assunta con il piano nutrizionale:
Dosaggio: 200–400mg/die (assunto preferibilmente la sera).
Meccanismo d’azione: Regola l’equilibrio elettrolitico e riduce la ritenzione idrica legata alle fluttuazioni ormonali premestruali. Modula inoltre la trasmissione neuromuscolare, riducendo crampi e ansia.
Non tagliare il Sodio: Ridurre drasticamente il sale da cucina attiva ulteriormente l’Aldosterone, peggiorando la ritenzione idrica. Mantieni il Sodio costante e rapporta adeguatamente la quota di Potassio tramite l’alimentazione (banane, spinaci, patate, avocado, finocchi) o l’integrazione.
Incrementa l’apporto idrico: Bere più acqua (30–40ml/kg di peso corporeo) segnala all’organismo di migliorare la compartimentalizzazione dell’acqua ed eliminare i liquidi in eccesso negli spazi extracellulari.
Bromelina:
La Bromelina è un rimedio naturale efficace per contrastare la ritenzione idrica nella fase luteale (giorni 15-28 del ciclo), ma non agisce come un classico diuretico forzato. Questo enzima, estratto principalmente dal gambo dell’ananas, contrasta il tipico gonfiore pre-mestruale intervenendo su microcircolazione, infiammazione e rallentamento digestivo provocati dal picco di progesterone.
Dosaggio: 2.000-10.000 GDU/die lontano dai pasti.
Meccanismo d’azione: degrada le strutture proteiche extracellulari che intrappolano i liquidi nei tessuti, facilitando il drenaggio linfatico di gambe e caviglie gonfie. Riduce l’eccessiva permeabilità dei vasi sanguigni, impedendo la fuoriuscita di liquidi che causa la ritenzione localizzata. Se presa in prossimità dei pasti, e dal momento che nella fase luteale la digestione rallenta, trattandosi di un enzima proteolitico, la Bromelina scinde le catene aminoacidi che compongono le proteine alimentari velocizzando lo svuotamento gastrico.
Vitamina B6 (Piridossina / P-5-P):
Dosaggio: 25–50 mg/die (spesso in sinergia con il Magnesio).
Meccanismo: Agisce come cofattore nella sintesi dei neurotrasmettitori e ha dimostrato una spiccata azione nel ridurre il gonfiore premestruale e la ritenzione di liquidi indotta dagli estrogeni.
Tè di Giava (noto anche come Orthosiphono Baffo di Gatto)
Il Tè di Giava è uno dei diuretici naturali più potenti per contrastare la ritenzione idrica nella fase Luteale.
Mentre la Bromelina agisce svuotando i tessuti congestionati grazie a un’azione antinfiammatoria, l’Orthosiphon lavora direttamente sui reni. Stimola l’escrezione di liquidi, sodio e cloro, contrastando l’azione dell’ormone Aldosterone che, sotto l’influsso del Progesterone, impenna la ritenzione idrica nei 14 giorni precedenti il ciclo.
Dosaggio: Generalmente dai 300mg ai 600mg al giorno di estratto secco titolato (in Sinensetina) .
Meccanismo d’azione: Il Progesterone stimola il riassorbimento del Sodio a livello renale. L’Orthosiphon ne forza l’escrezione urinaria, “sgonfiando” i tessuti. Incrementa sensibilmente il volume di urina prodotto senza però depauperare le riserve di Potassio dell’organismo, poiché la pianta stessa ne è naturalmente ricchissima. A differenza del tè verde o nero, il Tè di Giava ha livelli quasi nulli di Caffeina (circa lo 0.04%). Questo evita l’eccitazione e l’aumento del Cortisolo in acuto, che peggiorerebbero la ritenzione e soprattutto l’irritabilità tipiche della sindrome premestruale (PMS).
Tarassaco ed Equiseto
Il Tarassaco e l’Equiseto costituiscono una delle coppie fitoterapiche più efficaci e bilanciate per gestire la ritenzione idrica nella fase Luteale.
Mentre il Tarassaco agisce come un diuretico diretto e depurativo del fegato (organo chiave per metabolizzare l’eccesso di estrogeni e Progesterone), l’Equiseto favorisce l’eliminazione dei liquidi garantendo al contempo un’azione di forte rimineralizzazione, evitando la spossatezza tipica del periodo pre-mestruale.
La combinazione di queste due piante risponde perfettamente alle alterazioni ormonali degli ultimi 14 giorni del ciclo:
Tarassaco (Azione Diuretica e Splancnica): Definito in francese “pissenlit” per le sue spiccate proprietà diuretiche, stimola la diuresi in modo rapido. Contiene elevate quantità di potassio, il che compensa la naturale perdita di minerali legata all’aumento delle minzioni. Inoltre, sostiene la funzione epatica, aiutando il corpo a smaltire i cataboliti ormonali che causano ritenzione.
Equiseto (Azione Drenante e Rimineralizzante): Conosciuto come Coda Cavallina, è straordinariamente ricco di silicio organico, calcio e potassio. Agisce come un diuretico volumetrico (aumenta l’acqua eliminata) senza intaccare l’equilibrio degli elettroliti. Il silicio stimola inoltre il microcircolo, prevenendo la sensazione di gambe pesanti e doloranti tipica dei giorni precedenti il ciclo.
Dosaggio: 500mg-1.5g di estratto secco di Tarassaco diviso durante la prima parte della giornata; 250-900mg di estratto secco di Equiseto diviso in due assunzioni giornaliere.
Per contrastare efficacemente l’accumulo di liquidi, il protocollo va attuato esclusivamente dal giorno 15 del ciclo fino alla comparsa del flusso mestruale.
L’efficacia terapeutica di questo protocollo richiede attenzione in presenza di determinate condizioni fisiche o patologie:
Problematiche Gastriche: Il Tarassaco stimola fortemente le secrezioni gastriche. È controindicato o da usare con estrema cautela in caso di gastrite, reflusso gastroesofageo o ulcera peptica.
Calcoli Biliari: Il Tarassaco ha un effetto coleretico (stimola la produzione di bile). Non va assunto se si soffre di ostruzione delle vie biliari o calcolosi senza parere medico.
Farmaci Diuretici o Cardioaspirina: Evitare l’assunzione concomitante con diuretici di sintesi (es. furosemide) o farmaci per la pressione per scongiurare cali pressori o squilibri di potassio.
2. Per il Contrasto al Calo Energetico e ai Craving
L-Triptofano o 5-HTP:
Dosaggio: 100–300mg di 5-HTP (o 500mg-1.5g di L-Triptofano) a fine giornata.
Modalità esemplificative di applicazione integrativa:
Fase Follicolare (Giorni 1-14): Sospensione o dosaggio minimo. Gli estrogeni sono alti, l’umore è stabile e la fame nervosa è biologicamente ai minimi.
Fase Luteale (Giorni 15-28): Inizio dell’assunzione mirata. Si assume preferibilmente nel tardo pomeriggio (ore 17:00-18:00), il momento della giornata in cui i livelli di serotonina calano fisiologicamente e si scatena il picco di fame nervosa o il desiderio di dolci dopo cena.
Meccanismo d’azione:L-Triptofano e 5-HTP (5-Idrossitriptofano) [ quest’ultimo sintetizzato dal&nb sp;sistema nervoso centrale a partire dall’amminoacido L-Triptofano, attraverso l’azione dell’enzima Triptofano Idrossilasi] riducono, con impatto d’ordine d’ifferente, la fame nervosa aumentando i livelli di Serotonina nel cervello, il neurotrasmettitore chiave per la regolazione dell’umore, del senso di sazietà e del controllo degli impulsi alimentari, in particolare verso alimenti glucidici e ricchi di zuccheri e grassi [vedi anche “altamente palatabili”].
Ricordiamoci che nella seconda metà del ciclo (giorni 15-28), i livelli di estrogeni calano rapidamente. Gli estrogeni stimolano normalmente la produzione e la stabilità della Serotonina nel cervello. Quando questi ormoni diminuiscono, si verifica un vero e proprio deficit biochimico di Serotonina.
Questo deficit si traduce nei classici sintomi della Sindrome Premestruale (PMS) tra i quali troviamo la “fame chimica” e craving di carboidrati/dolci (il cervello cerca gli zuccheri per stimolare l’Insulina, che a sua volta favorisce l’ingresso del Triptofano nel cervello per produrre Serotonina).
In fase luteale, lo stress percepito è maggiore e i livelli di Cortisolo tendono ad alzarsi. Il Cortisolo elevato attiva un enzima chiamato triptofano 2,3-diossigenasi (TDO), che devia il Triptofano alimentare verso un’altra via (la via della kynurenina), impedendogli di diventare Serotonina.
Il Triptofano integrato in dosi mirate tenta di saturare questa via per lasciarne una quota libera per il cervello.
Il 5-HTP ha un vantaggio decisivo in questa fase: non risente del blocco enzimatico Cortisolo-indotto. Salta l’enzima TDO e si converte direttamente in Serotonina nel cervello, spegnendo la fame nervosa da stress ormonale in modo molto più rapido.
Inoltre, il Progesterone, alto nella fase luteale, stimola l’appetito a livello ipotalamico per preparare il corpo a una potenziale gravidanza (aumentando il dispendio energetico basale). Elevando i livelli di Serotonina con 5-HTP o Triptofano, si attivano i recettori 5-HT2C nell’ipotalamo. Questo segnale contrasta la spinta iperfagica del Progesterone, ripristinando il normale senso di sazietà precoce durante i pasti.
Ovviamente, gran parte della fame nervosa pre-mestruale non è dettata da vera necessità calorica, ma dalla ricerca di un effetto sedativo o compensatorio contro l’ansia e la tristezza. L’aumento di Serotonina migliora il tono dell’umore nei giorni critici precedenti il flusso, eliminando il bisogno psicologico di usare il cibo come “automedicazione”.
Interazioni farmacologiche: le interazioni farmacologiche del 5-HTP e del Triptofano sono classificate come maggiori e potenzialmente gravi. Poiché entrambe le sostanze aumentano direttamente la produzione di Serotonina nel sistema nervoso centrale, il rischio principale legato alle loro interazioni è lo sviluppo della sindrome serotoninergica, un’emergenza medica causata da un eccesso tossico di Serotonina nel cervello.
Le interazioni comprendono le seguenti classi di farmaci:
La combinazione con molecole che aumentano la permanenza o la produzione di serotonina crea un effetto cumulativo pericoloso.
SSRI (Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): es. Fluoxetina, Sertraline, Citalopram, Paroxetina.
SNRI (Inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina): es. Venlafaxina, Duloxetina.
Triciclici: es. Clomipramina, Amitriptilina.
iMAO (Inibitori delle monoamino ossidasi): es. Tranilicipromina, Moclobemide. L’uso concomitante con iMAO blocca la degradazione della serotonina, esponendo al massimo rischio di crisi ipertensive gravi.
-Farmaci per l’Emicrania (Triptani)
I Triptani agiscono stimolano direttamente i recettori della Serotonina per costringere i vasi sanguigni cerebrali.
Effetto: L’associazione con 5-HTP o Triptofano amplifica la stimolazione recettoriale, aumentando il rischio di vasocostrizione eccessiva e sindrome serotoninergica.
-Analgesici Oppioidi Centrali
Alcuni antidolorifici ad azione centrale possiedono proprietà intrinseche di inibizione della ricaptazione della serotonina.
Effetto: La combinazione ne innalza bruscamente i livelli sinaptici.
-Antibiotici Specifici (Linezolid)
Il Linezolid è un antibiotico utilizzato per infezioni gravi che agisce anche come un debole inibitore reversibile delle MAO (iMAO). Non deve mai essere associato a precursori della serotonina per evitare tossicità neurologica.
-Farmaci per il Parkinson (Carbidopa)
La Carbidopa blocca la conversione periferica del 5-HTP, aumentandone la quota che arriva al cervello. Questa interazione può causare un eccesso di serotonina e, in rari casi documentati, alterazioni cutanee infiammatorie simili alla sclerodermia.
-Destrometorfano (Antitussivi comuni)
Presente in molti sciroppi per la tosse da banco, il destrometorfano ha proprietà serotoninergiche. L’uso con 5-HTP o Triptofano richiede estrema cautela.
Interazione 5-HTP + Triptofano insieme: Anche l’assunzione simultanea dei due integratori è considerata un’interazione maggiore da evitare. Sovrapporre due molecole della stessa catena metabolica sovraccarica il sistema senza apportare benefici reali, aumentando solo gli effetti collaterali gastrici (nausea, reflusso).
Relora®
La Relora® è un complesso brevettato a base di estratti vegetali specificamente formulato per contrastare lo stress, l’ansia e la fame nervosa.
A differenza del 5-HTP o del Triptofano, che agiscono aumentando direttamente la Serotonina, la Relora riduce l’appetito emotivo modulando l’Asse HPA e normalizzando i livelli di Cortisolo, l’ormone che, se elevato, spinge il corpo a cercare cibi grassi e zuccheri.
Il brevetto si compone di una sinergia standardizzata di due cortecce utilizzate da secoli nella Medicina Tradizionale Cinese:
Magnolia (Magnolia officinalis): Contiene due potenti principi attivi, l’Onochiolo e il Magnololo, noti per le loro proprietà rilassanti, ansiolitiche e di rilassamento muscolare.
Sughero dell’Amur (Phellodendron amurense): Ricco di Berberina, una molecola ampiamente studiata per il supporto alla regolazione della glicemia e per la sensibilità all’insulina.
Meccanismo d’azione: La Relora agisce come un adattogeno non sedativo, permettendo di gestire l’ansia diurna senza causare sonnolenza:
Abbassamento del Cortisolo: Studi clinici dimostrano che l’assunzione di Relora può ridurre i livelli di cortisolo salivare fino al 18% in soggetti moderatamente stressati. Meno cortisolo significa un segnale biologico interrotto verso l’accumulo di grasso addominale e la fine del craving di zuccheri.
Modulazione dei Recettori GABA: I principi attivi della Magnolia si legano ai recettori GABA-A nel cervello, simulando l’effetto calmante dei neurotrasmettitori rilassanti. Questo disinnesca l’ansia immediata e la tensione emotiva che portano all’abbuffata compensatoria (binge eating).
Controllo Glicemico e della Sazietà: Grazie alla presenza di Berberina, aiuta a stabilizzare i livelli di glicemia ematica. Evitando possibili fluttuazioni glicemiche, riduce drasticamente gli attacchi improvvisi di fame.
La Relora trova un’ottima applicazione nella gestione dei sintomi della Sindrome Premestruale (PMS):
Contrasta l’irritabilità: Riduce i parametri di rabbia, stanchezza e confusione tipici del crollo degli estrogeni nei giorni precedenti il flusso.
Blocca lo stress-eating da Progesterone: Il Progesterone aumenta la suscettibilità allo stress; la Relora agisce da scudo ormonale protettivo eliminando la ricerca di “comfort food”.
Dosaggi: i dosaggi comunemente impiegati negli studi e nei prodotti in commercio prevedono:
Interazioni Farmacologiche: Pur non agendo direttamente sulle vie della Serotonina come il 5-HTP, è raccomandata cautela e il parere del medico se si assumono psicofarmaci, ansiolitici (benzodiazepine) o antidepressivi, per evitare un potenziamento eccessivo dell’effetto rilassante.
Diidroberberina [DHB]
Struttura molecolare di Diidroberberina [DHB]
La Diidroberberina rappresenta l’evoluzione di sintesi della Berberina classica poiché vanta una biodisponibilità fino a 5 volte superiore e, richiedendo dosaggi molto più bassi, azzera o quasi i possibili comuni effetti collaterali gastrointestinali (come crampi, diarrea o stitichezza).
Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti le mestruazioni), il picco di Progesterone altera la normale sensibilità all’Insulina. Molte donne sperimentano una transitoria resistenza insulinica periferica: le cellule subiscono una alterazione nell’uptake di glucosio, i livelli glicemici subiscono brusche oscillazioni e il cervello, percependo una non sussistente carenza di energia, risponde scatenando un desiderio incontrollabile di carboidrati e zuccheri raffinati.
Attivazione dell’enzima AMPK: Definita un “mimo dell’esercizio fisico”, la DHB attiva la proteina chinasi AMP-attivata (AMPK). Questo processo forza le cellule muscolari a catturare il glucosio circolante senza sovraccaricare il pancreas, stabilizzando istantaneamente la glicemia.
Stimolazione del GLP-1: La DHB favorisce la secrezione endogena di GLP-1 (l’ormone della sazietà secreto dall’intestino). L’aumento di GLP-1 rallenta lo svuotamento gastrico e invia un segnale di appagamento biologico all’ipotalamo, spegnendo la ricerca compulsiva di cibo.
Modulazione dell’Insulina: Riducendo l’iperinsulinemia tipica della seconda metà del ciclo, impedisce i successivi “crolli ipoglicemici reattivi”, che sono i veri responsabili degli attacchi di fame chimica pre-mestruale.
A differenza della Berberina standard (che richiede 500-1500mg frazionati), il brevetto standardizzato di Diidroberberina (spesso commercializzato come GlucoVantage®) è efficace a dosaggi ridotti:
Interazioni farmacologiche: la Diidroberberina ha un impatto metabolico sovrapponibile a quello di alcuni farmaci:
Inibitori del CYP450: La Berberina inibisce alcuni enzimi epatici (come il CYP3A4), potendo aumentare la concentrazione ematica di farmaci concomitanti (es. alcune statine o sedativi).
Farmaci Ipoglicemizzanti: Non deve mai essere associata a farmaci per il diabete o per l’insulino-resistenza come la Metformina a meno di prescrizioni specifiche dello specialista, e quindi senza stretto controllo medico, a causa del rischio sinergico di ipoglicemia.
Myo-inositolo e Cromo Picolinato
La combinazione di Myo-inositolo e Cromo Picolinato è una delle strategie più solide e sicure per gestire la sensibilità all’insulina, i blocchi metabolici e i craving di zuccheri nella fase luteale.
Mentre molecole più potenti come la diidroberberina o la berberina agiscono con un meccanismo quasi sovrapponibile a quello dei farmaci e presentano diverse controindicazioni, l’associazione di Myo-inositolo (un composto naturale appartenente alla famiglia delle vitamine del gruppo B) e Cromo (un minerale traccia essenziale) lavora come un nutraceutico di supporto fisiologico, ideale anche per l’uso sul lungo periodo.
Meccanismo d’azione: la combo Myo-Inositolo/Cromo Picolinato interviene su due livelli cellulari distinti:
1. Cromo Picolinato: Il “Chiavistello” del Recettore
Il cromo è il componente fondamentale del Fattore di Tolleranza al Glucosio (GTF).
Agisce all’esterno della cellula: si lega al recettore dell’insulina e ne amplifica l’attività, permettendo all’ormone di legarsi in modo più efficace.
Aumenta l’espressione dei trasportatori GLUT4 sulla superficie cellulare, facilitando l’ingresso del glucosio nel muscolo anziché lo stoccaggio nel tessuto adiposo.
2. Myo-Inositolo: Il “Messaggero” Intracellulare
Agisce all’interno della cellula come secondo messaggero (sotto forma di inositolo-fosfoglicano).
Una volta che l’insulina si è legata al recettore, il Myo-inositolo traduce il segnale chimico in un’azione pratica, dicendo alla cellula di consumare quel glucosio per produrre energia (glicolisi).
A livello ovarico, migliora la qualità ovocitaria e regolarizza il ciclo, motivo per cui è il gold standard nel trattamento della PCOS (Sindrome dell’Ovaio Policistico).
Per contrastare la ritenzione, la fame nervosa e la stanchezza pre-mestruale, i dosaggi standard della letteratura scientifica prevedono:
Sicurezza e Vantaggi Rispetto alla Berberina
Tollerabilità Gastrointestinale Eccellente: Non causa i disturbi intestinali (diarrea, crampi) spesso tipici della Berberina classica.
Supporto Neurochimico: Il Myo-inositolo è coinvolto anche nella segnalazione della Serotonina; pertanto, oltre all’effetto metabolico sulla glicemia, esercita un blando effetto positivo sul tono dell’umore e sull’ansia pre-mestruale.
Creatina Monoidrato
La Creatina Monoidrato è un integratore altamente strategico durante la fase luteale, non solo per la performance sportiva ma anche per contrastare i tipici sintomi neurologici, l’affaticamento mentale e la spossatezza della sindrome premestruale (PMS).
Ovviamente, la Creatina non peggiora la ritenzione idrica extra-cellulare (quella che fa sentire gonfie e pesanti in fase luteale), ma favorisce un’idratazione intra-cellulare benefica per il muscolo e per il cervello.
Meccanismo d’azione: Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti il ciclo), i livelli di estrogeni e progesterone subiscono repentine oscillazioni. Questo impatta direttamente sulla sintesi e sulla biodisponibilità della creatina endogena. Gli studi scientifici dimostrano che l’efficacia e il fabbisogno di Creatina nella donna sono strettamente legati alle fasi ormonali:
1. Contrasto alla Spasticità Uterina e ai Crampi
I livelli elevati di progesterone aumentano il catabolismo proteico e possono ridurre l’efficienza energetica muscolare. La creatina ripristina rapidamente le riserve di ATP (energia cellulare), aiutando a gestire meglio la fatica muscolare e riducendo l’intensità dei crampi della fase pre-mestruale e mestruale.
2. Supporto Neurologico e contro il “Brain Fog”
Il crollo degli estrogeni riduce la disponibilità di creatina nel lobo frontale del cervello, l’area deputata al controllo dell’umore, della cognizione e del sonno. L’integrazione di creatina in questa fase:
Migliora la lucidità mentale e riduce la nebbia cognitiva (brain fog).
Allevia i sintomi di stanchezza mentale legati alla privazione del sonno, molto comune nella settimana pre-mestruale.
Supporta il tono dell’umore contrastando i sintomi depressivi transitori della PMS.
3. Ritenzione Idrica: Facciamo Chiarezza
Molte donne temono la creatina per paura di gonfiarsi. In realtà, la ritenzione indotta dalla fase luteale è extra-cellulare (liquidi che ristagnano nei tessuti cutanei a causa dell’aldosterone). La creatina, invece, richiama acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intra-cellulare). Questo processo:
Rende il muscolo visivamente più tonico, non “gonfio d’acqua”.
Migliora lo stato idrico generale dell’organismo, aiutando paradossalmente a smuovere i liquidi stagnanti extra-cellulari se abbinata a un corretto apporto idrico.
Per trarre il massimo beneficio dalla creatina in relazione al ciclo mestruale, la scienza suggerisce un approccio cronico anziché l’assunzione occasionale:
Nota sulla ciclicità: Sebbene sia ideale assumerla continuativamente per tutto il mese per mantenere saturate le riserve muscolari e cerebrali, alcune atlete aumentano il dosaggio da 3g a >>5g specificamente durante la fase luteale per massimizzare il supporto cognitivo e contrastare il picco di stanchezza.
Cosa concludere dei modelli preparatori basati sul ciclo mestruale?
Pianificare la preparazione sul ciclo mestruale significa lavorare con il proprio corpo e non per schemi universali prefissati, come già accennato in precedenza. Non significa stravolgere i fondamentali del bodybuilding (sovraccarico progressivo, quota proteica, costanza), ma significa modularne l’intensità e il timing dei nutrienti secondo feedback soggettivi [quindi variabili individuali] per progredire costantemente alla massima efficienza possibile.
La variabile della Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica [“vecchia” Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS)]
La Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS) [da maggio 2026, attraverso un consenso globale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, viene denominata ufficialmente Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica, nota a livello internazionale con l’acronimo PMOS (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome)] influenza la preparazione di una bodybuilder attraverso una complessa interazione ormonale che agisce come un’arma a doppio taglio, offrendo un potenziale vantaggio nella costruzione della massa muscolare ma ostacolando severamente la perdita di grasso e il recupero. La gestione del percorso agonistico richiede una calibrazione accurata della dieta, dell’allenamento contro-resistenza, delle sessioni cardio e dello stress endocrino per aggirare la flessibilità metabolica ridotta tipica della patologia.
Impatto sulle Prestazioni e sulla Crescita (Off-Season)
L’ambiente endocrino della PMOS altera i normali feedback ipertrofici del Bodybuilding
Sviluppo muscolare accelerato: I livelli basali più elevati di Testosterone libero e la disregolazione androgenica facilitano l’espressione della forza massimale. Questo permette guadagni di massa magra significativi durante le fasi di surplus calorico rispetto alle atlete eugonadiche.
Resistenza anabolica periferica: L’insulino-resistenza associata ostacola la corretta veicolazione/ripartizione dei macronutrienti e, quindi, degli aminoacidi nel miocita, richiedendo strategie alimentari specifiche per sfruttare l’induzione dell’ipertrofia.
Impatto sulla Definizione (Cut o Contest Prep)
La fase di cutting rappresenta la sfida principale per l’atleta affetta da PMOS:
Blocco del dimagrimento: L’iperinsulinemia cronica agisce come un potente alteratore della lipolisi. Il corpo tende a preservare il tessuto adiposo, specialmente nella zona viscerale e addominale, riducendo l’efficienza mobilitatoria dei deficit calorici standard.
Ritenzione idrica e infiammazione: Gli sbalzi nel rapporto estrogeni/progesterone, uniti a livelli cronici di infiammazione sistemica di basso grado, causano forte ritenzione extracellulare. Questo ostacola la valutazione oggettiva della condizione muscolare (“look” velato sul palco o in spiaggia).
Strategie di Gestione della Preparazione
La preparazione di una atleta con PMOS non può seguire i protocolli standard basati su restrizioni estreme e cardio estenuante.
1. Manipolazione dei Carboidrati e Macronutrienti
Fonti di CHO a lento assorbimento: Prediligere fonti di carboidrati complessi ricchi di fibre per regolare meglio la glicemia ed evitare fluttuazioni glicemiche controproducenti in un ambiente metabolico tendenzialmente IR.
Timing strategico: Concentrare la quota maggiore di carboidrati esclusivamente nella finestra peri-workout, sfruttando la traslocazione insulino-indipendente dei trasportatori GLUT-4 indotta dalla contrazione muscolare.
Grassi salubri: Mantenere un apporto lipidico controllato ma denso di acidi grassi essenziali [Omega-3] per mitigare lo stato infiammatorio.
2. Programmazione del Cardio e dell’Allenamentoin sala pesi
Cardio a bassa intensità (LISS): Evitare sessioni estenuanti di corsa o circuiti metabolici ad altissimo impatto. Scegliere camminate in pendenza sul tapis roulant o Byke senza stressare il sistema nervoso.
Allenamento contro resistenze denso: Sessioni di sollevamento pesi intense e concentrate, mantenendo un volume totale gestibile per non eccedere nella risposta stressogena endocrina.
Scheda esemplificatica per una Bodybuilder con PMOS (Upper/Lower Split)
3. Monitoraggio e gestione dello Stress
Un eccesso di stress psicofisico (tipico delle ultime settimane di prep o Cut ) aumenta il Cortisolo in cronico, il quale peggiora direttamente l’insulino-resistenza e altera il dimagrimento.
Integrare protocolli di scarico periodici strutturati ed assicurare una qualità del sonno impeccabile per supportare i processi metabolici.
4. Integrazione Specifica per la Sensibilità Insulinica
Inositolo (Myo-inositolo e/o D-chiro-inositolo): ottimo per migliorare la funzionalità dei recettori insulinici a livello cellulare.
Diidroberberina e/o Acido R-Alfa-Lipoico: Supporti metabolici utili per migliorare l’IR e la stabilità della glicemia ematica durante le fasi di carico dei carboidrati.
Omega-3 e Antiossidanti: Utilizzo costante di acidi grassi EPA/DHA e Coenzima Q10 per modulare l’infiammazione sistemica ovarica e tissutale.
La Metformina è un farmaco ipoglicemizzante/insulino-sensibilizzante ampiamente utilizzato “off-label” nella gestione della Sindrome dell’Ovaio Policistico (PMOS), mirato principalmente a contrastare l’insulino-resistenza che colpisce fino all’80% delle donne affette da questa condizione. Sebbene sia nata come farmaco di prima scelta per il diabete di tipo 2, la sua capacità di migliorare l’azione dell’Insulina si traduce in significativi benefici ormonali, riproduttivi e metabolici per le pazienti con PMOS.
Migliora la sensibilità periferica all’insulina (specialmente nei muscoli e nel fegato).
Riduce la produzione di glucosio da parte del fegato.
Abbassa i livelli di androgeni circolanti, riducendo di conseguenza i sintomi dell’iperandrogenismo.
Ripristino del ciclo mestruale e dell’ovulazione: Riducendo i livelli di insulina e androgeni, favorisce la maturazione dei follicoli e la regolarità del ciclo, migliorando la fertilità naturale.
Gestione del peso corporeo: Supporta la perdita di peso e la riduzione del grasso viscerale, contrastando la tendenza al sovrappeso tipica della sindrome.
Riduzione di acne e irsutismo: Il calo degli ormoni maschili attenua la crescita di peli superflui e le manifestazioni cutanee.
Protezione metabolica a lungo termine: Riduce il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, sindrome metabolica e problematiche cardiovascolari nel tempo.
La Ripartizione dei Macronutrienti in un piano alimentare di una BodyBuilder con PMOS
La composizione dei pasti deve rispettare precise priorità biologiche per l’atleta con PMOS:
Proteine (“Alte” e Costanti): Mantenerle stabili a circa 2.2 – 2.5g per kg di massa magra. Hanno un alto potere saziante, un elevato effetto termogenico (TEF) e preservano i muscoli dal catabolismo in prep e Cut. Prediligere fonti magre ad alto valore biologico (pollo, albumi, merluzzo, isolati del siero ecc…).
Grassi (Controllati e Qualitativi): Non scendere mai sotto lo 0.8g per kg per non penalizzare ulteriormente la produzione ormonale (già alterata nella PMOS). Scegliere grassi monoinsaturi e polinsaturi (olio d’oliva, avocado, salmone, integratore di Omega-3 ) che aiutano a regolare l’infiammazione di basso grado.
Carboidrati (Selettivi): La quota rimanente delle calorie va ai carboidrati. Devono essere preferibilmente a lento assorbimento, ricchi di fibre (verdure a foglia verde insieme ai cereali raffinati se si hanno particolari problemi con carichi di fibre importanti, cereali integrali, legumi se tollerati).
Ovviamente tenere conto anche:
Associazione Fissa: Non consumare carboidrati da soli. Associarli sempre a una quota di proteine e grassi sani per rallentare lo svuotamento gastrico e regolarizzare la soglia glicemica ematica.
L’importanza delle Fibre: Consumere ai pasti principali una porzione di verdura fibrosa (es. finocchi, zucchine, insalata). Importanti per il microbiota e la regolazione dell’assorbimento della componente glucidica del pasto.
Frequenza dei Pasti: Non esiste una regola aurea, sebbene una media di 4 o 5 pasti ben distanziati (ogni 3.5 – 4 ore) permette una digestione ottimale e una glicemia basale stabile.
Le donne con PMOS hanno un rischio significativamente maggiore di soffrire di craving (desiderio compulsivo di cibo), in particolare verso i carboidrati raffinati e ricchi di grassi. Nelle atlete di bodybuilding questo fenomeno è amplificato dallo stress metabolico della restrizione calorica e richiede una comprensione dei meccanismi biologici per essere arginato.
L’insulino-resistenza, presente in circa l’80% delle donne con PMOS, altera l’ingresso del glucosio nelle cellule. Il corpo secerne quindi quantità massicce di Insulina per compensare. Questo picco ematico può causare alterazioni sensibili della glicemia ematica le quali, percepite a livello celebrale, percependo una carenza di energia cellulare, inviano un segnale d’emergenza immediato: il craving di zuccheri semplici e grassi per rialzare la glicemia e la disponibilità energetica.
La PMOS altera la produzione e la sensibilità alla Leptina (l’ormone che segnala la sazietà) e alla Grelina (l’ormone della fame). Anche dopo un pasto caloricamente e volumetricamente adeguato, i recettori cerebrali non ricevono correttamente il segnale di “pienezza”, lasciando l’atleta in uno stato di appetito perenne e insoddisfazione biologica e psicologica.
Inoltre, livelli elevati di Testosterone libero e altri androgeni stimolano direttamente i centri dell’appetito situati nell’ipotalamo. Questo neuro-squilibrio aumenta la suscettibilità verso i cibi altamente palatabili (ricchi di grassi e zuccheri).
Infine, la restrizione calorica forzata della contest prep o del Cut, unita agli sbalzi d’umore tipici della PCOS, abbassa i livelli di Serotonina. Il corpo cerca di compensare questa carenza richiedendo carboidrati, i quali causano condizioni metabolico-ematiche favorevoli al passaggio attraverso la barriera ematoencefalica di elevate quantità di Triptofano permettendo così una maggiore sintesi potenziale di Serotonina.
Schema alimentare esemplificativo per una Bodybuilder con PMOS
Pillola anticoncezionali e possibili impatti su prestazione e composizione corporea
Introduzione al farmaco
Le pillole contraccettive orali (OCP), note anche come pillole anticoncezionali, sono farmaci assunti per via orale a scopo contraccettivo. L’introduzione della pillola anticoncezionale (“la pillola”) nel 1960 ha rivoluzionato le opzioni contraccettive, suscitando un acceso dibattito nella letteratura scientifica e sociale e nei media.
Sono ampiamente disponibili due tipi di pillole contraccettive orali femminili, da assumere una volta al giorno:
La pillola contraccettiva orale combinata contiene estrogeni e un progestinico; comunemente nota come “la pillola”.
La pillola a base di solo progestinico, comunemente nota come “minipillola”.
Se assunta correttamente (secondo le indicazioni del medico), ha un’efficacia del 99%. Se assunta in modo tipico, l’efficacia è del 91%, principalmente a causa della scarsa aderenza al dosaggio giornaliero raccomandato. Gli effetti collaterali della pillola possono includere mal di testa, vertigini, nausea, dolore al seno, sbalzi d’umore, acne (sebbene possa anche contribuire a ridurre l’acne, insieme ad alcuni tipi di cancro e altre fonti di rischio medico) e gonfiore.
Una pillola offre il vantaggio di dover essere assunta solo una volta alla settimana:
Ormeloxifene, un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni.
Struttura molecolare del Levonorgestrel
Le pillole contraccettive d’emergenza (“pillole del giorno dopo”) si assumono al momento del rapporto sessuale o entro pochi giorni successivi:
Levonorgestrel, venduto con il nome commerciale Plan B.
Ulipristal Acetato.
Mifepristone e Misoprostolo, se usati in combinazione, sono efficaci per oltre il 95% durante i primi 50 giorni di gravidanza.
Effetti collaterali
Cancro al seno: gli studi dimostrano un rischio maggiore di cancro al seno tra le utilizzatrici di contraccettivi ormonali (in particolare la pillola anticoncezionale) rispetto alle non utilizzatrici. Questo studio ha anche specificamente menzionato che è l’estrogeno a svolgere un ruolo nello sviluppo del cancro al seno, mentre il ruolo del progestinico non è ancora chiaro.
Ictus: l’ictus è considerato un altro effetto collaterale dei contraccettivi ormonali e, soprattutto, della pillola anticoncezionale, in particolare durante il primo anno di utilizzo.
Depressione: le evidenze dimostrano che l’uso di contraccettivi orali è associato a un aumento del rischio di depressione. Sebbene il rischio diminuisca con la continuazione dell’assunzione, rimane comunque un rischio maggiore di depressione sia tra le utilizzatrici che tra le non utilizzatrici di contraccettivi orali.
Meccanismo d’azione
La pillola anticoncezionale previene la gravidanza principalmente bloccando l’ovulazione, ispessendo il muco cervicale e assottigliando l’endometrio. Sfrutta ormoni sintetici per modificare il ciclo riproduttivo naturale alterando la funzionalità/fisiologia dell’Asse HPG.
I tre meccanismi d’azione
Blocco dell’ovulazione: Gli ormoni bloccano i segnali del cervello (FSH e LH) diretti alle ovaie. Nessun ovulo viene fatto maturare o rilasciato. Senza ovulo, la fecondazione è impossibile.
Ispessimento del muco cervicale: Il muco sul collo dell’utero diventa molto denso e vischioso. Questa barriera fisica impedisce agli spermatozoi di risalire verso l’utero.
Assottigliamento dell’endometrio: La mucosa che riveste l’utero rimane sottile. Se un ovulo venisse rilasciato e fecondato, non troverebbe l’ambiente adatto per impiantarsi.
Differenze in base al tipo di pillola
L’efficacia e il meccanismo variano leggermente a seconda del tipo di farmaco utilizzato.
Il “falso” ciclo mestruale
I blister tradizionali contengono 21 pillole attive e 7 pillole placebo (o una pausa di 7 giorni). Durante i giorni di sospensione, il calo ormonale provoca l’emorragia da sospensione. Non si tratta di una vera mestruazione, ma di un sanguinamento indotto dalla mancanza di ormoni.
E’ utile ricordare che la pillola anticoncezionale sopprime l’Asse HPG (ipotalamo-ipofisi-gonadi/ovaie) attraverso un meccanismo di feedback negativo. Gli ormoni sintetici contenuti nel farmaco ingannano il cervello, facendogli credere che i livelli ormonali siano già sufficientemente alti.
La soppressione dell’HPGA avviene attraverso il:
Blocco dell’ipotalamo: Gli ormoni della pillola (estrogeni e progestinici) inibiscono il rilascio del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine) da parte dell’ipotalamo.
Blocco dell’ipofisi: Senza lo stimolo del GnRH, l’ipofisi anteriore smette di secernere l’FSH e l’LH.
Inattività delle gonadi (ovaie): La mancanza di FSH impedisce la maturazione dei follicoli ovarici. L’assenza del picco di LH impedisce l’ovulazione. Le ovaie entrano in uno stato di temporaneo “riposo” o “menopausa artificiale”.
Le conseguenze della soppressione dell’Asse HPG sono:
Livelli ormonali endogeni piatti: La produzione naturale di estradiolo e progesterone da parte delle ovaie crolla a livelli minimi e costanti.
Ciclo artificiale: I livelli ormonali non oscillano più come in un ciclo naturale. Le fluttuazioni naturali vengono sostituite dall’apporto costante della pillola.
Reversibilità: La soppressione è temporanea. Nella maggior parte dei casi, la sospensione della pillola permette all’asse HPG di riattivarsi autonomamente entro poche settimane o mesi.
Impatto potenziale su prestazione e composizione corporea
L’uso della pillola anticoncezionale influisce sulla prestazione e sulla composizione corporea di una bodybuilder principalmente riducendo la quota di Testosterone libero nel sangue e alterando la gestione dei liquidi extracellulari, pur mantenendo un impatto complessivamente neutro sulla forza massimale. Di fatto, la pillola non impedisce la crescita muscolare o il dimagrimento, ma rende l’ottimizzazione estetica e prestativa più complessa a causa di specifici meccanismi ormonali.
Effetti sulla composizione corporea
L’assunzione della pillola influisce sui parametri estetici e strutturali attraverso tre canali principali:
Sintesi della massa magra più complessa: Gli estrogeni esogeni stimolano il fegato a produrre maggiori quantità di SHBG (Globulina legante gli ormoni sessuali). Questa proteina si lega al testosterone, riducendo la quota di ormone libero utilizzabile dai recettori muscolari per l’ipertrofia. Alcuni studi indicano che chi assume la pillola ottiene guadagni di massa magra leggermente inferiori rispetto a chi si allena senza contraccettivi.
Ritenzione idrica extracellulare: Gli estrogeni contenuti nei contraccettivi stimolano la secrezione di aldosterone. Questo ormone aumenta il riassorbimento renale di sodio, portando all’accumulo di liquidi nei tessuti. Nel bodybuilding, questo fenomeno può “appannare” la definizione muscolare.
Accumulo e ridistribuzione del grasso: La pillola non causa un aumento diretto della massa grassa. Tuttavia, la parziale soppressione dell’ovulazione e l’effetto di determinati progestinici possono alterare la sensibilità all’insulina o stimolare l’appetito attraverso l’ipotalamo. Questo può rendere più faticosa la fase di “cut” (definizione).
Effetti sulla prestazione sportiva
Le variazioni nei livelli ormonali sintetici modificano la risposta all’allenamento ad alta intensità:
Forza e potenza stabili: La letteratura scientifica concorda sul fatto che la forza massima e la capacità contrattile del muscolo non subiscono cali significativi a causa del farmaco.
Termoregolazione alterata: I contraccettivi orali tendono a innalzare leggermente la temperatura corporea basale. Questo fattore può anticipare l’affaticamento durante sessioni di allenamento molto intense o in ambienti caldi.
Recupero e infiammazione: L’uso della pillola può associarsi a un incremento cronico dei livelli di cortisolo. Una gestione attenta del riposo e della nutrizione diventa quindi essenziale per evitare stati di sovrallenamento.
L’importanza della formulazione e l’androgenicità
Non tutte le pillole agiscono allo stesso modo. L’impatto finale dipende fortemente dal tipo di progestinico utilizzato, che si divide in base al suo indice di androgenicità: [1]
Progestinici ad alta androgenicità (es. levonorgestrel): Hanno una struttura simile al testosterone. Possono limitare meno la sintesi muscolare, ma presentano maggiori rischi di effetti collaterali virilizzanti (es. acne).
Progestinici anti-androgenici (es. drospirenone, ciproterone acetato): Contrastano i recettori degli androgeni. Aiutano a ridurre drasticamente la ritenzione idrica, ma rendono ancora più complessa la crescita muscolare e possono ridurre i livelli di IGF-1.
In ambito agonistico o di alta prestazione, la scelta del contraccettivo richiede una profonda personalizzazione ginecologica, valutando con esami ormonali preventivi la formulazione che meglio bilancia le esigenze di salute con gli obiettivi estetici della atleta.
La superiorità della HRT [hormone replacement therapy] all’uso della pillola anticoncezionale
Soprattutto se parliamo di atlete e di prestazione sportiva e composizione corporea nel bodybuilding, la Terapia Ormonale Sostitutiva (HRT/TRT) con Testosterone, Estradiolo transdermico, DHEA e Progesterone transdermico è nettamente superiore rispetto all’uso della pillola anticoncezionale.
Mentre la pillola introduce ormoni sintetici che sopprimono l’asse HPG e riducono gli androgeni liberi, la HRT con ormoni bioidentici mira a ripristinare o ottimizzare i livelli fisiologici esatti di Testosterone, E2, DHEA [Androstenedione, E1 e E3] e Progesterone [Allopregnanolone]. Questo elimina gli svantaggi metabolici e psicofisici dei contraccettivi orali.
L’aggiunta di DHEA e del Progesterone bioidentico alla terapia con Testosterone ed Estradiolo rende questo protocollo ancora più completo e superiore dal punto di vista della composizione corporea, del recupero cellulare e della salute generale di una bodybuilder.
Mentre l’accoppiata Testosterone/Estradiolo [sebbene quest’ultimo può essere considerato opzionale per la presenza del Testosterone e del DHEA] si occupa principalmente dell’anabolismo diretto, l’inclusione di DHEA e Progesterone ricrea lo spettro ormonale fisiologico perfetto, ottimizzando la gestione dello stress, del sonno e della ritenzione idrica.
Perché la HRT è superiore nel bodybuilding femminile?
L’accoppiata di testosterone ed estradiolo bioidentici offre vantaggi biologici insostituibili per un’atleta:
[HRT Bioidentica] ──> Livelli Ormonali Lineari (No picchi/crolli) ──> Massima Affinità Recettoriale ──> Sintesi Proteica Ottimale. [DHEA] ──────> Supporto surrenale, spinta metabolica e recupero neurale [PROGESTERONE] ──> Antagonista dell’aldosterone, ottimizzazione del sonno profondità e SNC
Testosterone libero ottimizzato: La HRT fornisce testosterone che non viene neutralizzato da picchi di SHBG indotti dalla pillola. Il testosterone libero si lega direttamente ai recettori androgeni muscolari, promuovendo una sintesi proteica e un recupero nettamente superiori.
Presenza dell’Estradiolo bioidentico (E2): L’estradiolo non è un “nemico” nel bodybuilding. Se mantenuto nei range fisiologici, l’estradiolo è altamente anabolico: protegge le articolazioni, migliora la sensibilità all’insulina, favorisce la salute ossea e stimola i recettori del glucosio nel muscolo. La pillola sostituisce l’estradiolo con l’etinilestradiolo, che non ha le stesse proprietà protettive a livello muscolo-tendineo.
DHEA (Deidroepiandosterone): È il precursore di tutti gli ormoni sessuali. Nel bodybuilding, agisce come potente neurosteroide e modulatore del sistema immunitario. Aiuta a ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress che distrugge la massa muscolare), migliora la sensibilità all’insulina, aumenta la densità ossea e favorisce l’utilizzo dei grassi a scopo energetico (lipolisi). Progesterone Bioidentico: A differenza dei progestinici sintetici della pillola (che causano ritenzione), il progesterone naturale agisce come un diuretico naturale. Antagonizza i recettori dell’aldosterone, aiutando l’atleta a eliminare l’acqua extracellulare e a ottenere un aspetto muscolare più “duro” e definito. Inoltre, stimola i recettori GABA nel cervello, migliorando drasticamente la qualità del sonno (fase REM e profonda), momento in cui avviene il massimo recupero muscolare.
Assenza di progestinici sintetici: La HRT elimina l’uso dei progestinici della pillola, i quali possono causare ritenzione idrica extracellulare “appannando” la definizione o alterare negativamente l’appetito e la composizione corporea.
La sinergia perfetta per la composizione corporea
Nel contesto del bodybuilding femminile, questo approccio a 4 vie risolve i problemi tipici dei protocolli incompleti:
Evita la dominanza estrogenica: L’estradiolo senza progesterone può causare accumulo di grasso sui recettori tipicamente femminili (fianchi e cosce). Il progesterone bilancia questo effetto, facilitando il dimagrimento localizzato.
Protegge le ghiandole surrenali: Gli allenamenti intensi e le diete restrittive (cut) svuotano le riserve di DHEA. Mantenerlo nei range ottimali previene il “burnout” surrenale e i blocchi metabolici.
Avvertenze d’obbligo
Anche questo protocollo avanzato presenta dei vincoli: non ha un effetto contraccettivo certo o a livello elevato (l’ovulazione potrebbe non essere bloccata, ma ciò dipende dal grado di soppressione dell’Asse per via iatrogena) e richiede quindi una precisione millimetrica nei prelievi ematici per calibrare le quattro molecole e metaboliti annessi senza causare squilibri o effetti virilizzanti. In questo caso, l’applicazione della Spirale al rame (IUD) risulta un opzione non ormonale da affiancare alla HRT/TRT.
Conclusioni sulla pillola anticoncezionale nel Bodybuilding femminile
La pillola anticoncezionale non è un limite assoluto per una Bodybuilder, ma può presentare sfide fisiologiche specifiche e fattori limitanti, come abbiamo visto. Sebbene la letteratura scientifica più recente confermi che la pillola non impedisca la crescita muscolare (ipertrofia) o lo sviluppo della forza negli allenamenti contro-resistenza, il profilo ormonale alterato può influenzare la composizione corporea e la gestione della preparazione agonistica o il tentativo di massimizzare il miglioramento estetico.
Chi mi conosce da più tempo sa bene che l’argomento enhanced in contesto femminile è stato spesso trattato in modo approfondito in diversi miei lavori; da articoli a video fino ai seminari. Trattandosi di un argomento complesso e proseguendo nella ricerca teorico-pratica negli anni, ho ritenuto utile ritornare sull’argomento anche per continuare a sfatare quei miti da “pitecus palestriculus” che continuano a rendere il bodybuilding femminile più una sorta di “Casablkanca” che uno sport estetico, così come è nato e dovrebbe essere.
In questo articolo si tratterà quindi di ottimizzazione farmacologica nel Bodybuilding femminile per le prestazioni e l’estetica basata su solide basi scientifiche. Tutto ciò richiederà una ricca introduzione sulla fisiologia ormonale nelle donne, cosa che permetterà meglio di comprendere: metabolismo degli estrogeni, degli androgeni, sensibilità recettoriale, periodizzazione nel OMC [ovulatory-menstrual cycle] , protocolli per la PCOS, strategie per la menopausa e selezione di composti con dati farmacocinetici ecc… . Niente bias.
In questa prima parte inizieremo dalle basi della steroidogenesi per poi proseguire con la diversità d’impatto dei vari sistemi ormonali steroidei fino alle differenze dimorfiche dell’Asse hGH/IGF1 e della distribuzione e mobilitazione del tessuto adiposo… Impegnativo ma di estrema utilità se si vuole diventare lucidi conoscitori dell’argomento trattato…
Le basi della steroidogenesi nella donna
La biosintesi degli steroidi [vedi steroidogenesi] nelle donne è il processo metabolico articolato in più fasi che [similmente a quanto avviene nell’uomo] converte il Colesterolo in ormoni steroidei — tra cui progestinici, androgeni, estrogeni, glucocorticoidi e mineralcorticoidi — principalmente all’interno delle ovaie, delle ghiandole surrenali e dei tessuti bersaglio periferici.
Substrato primario fondamentale e prima fase
Colesterolo: il precursore universale di tutti gli ormoni steroidei.
Sintesi del Pregnenolone: l’enzima mitocondriale CYP11A1 scinde la catena laterale del Colesterolo, formando il Pregnenolone, che funge da molecola “di genesi” per tutte le vie metaboliche successive.
Pregnenolone – lo steroide progenitore –
Adolf Butenandt
Il Pregnenolone fu sintetizzato per la prima volta da Adolf Butenandt e dai suoi collaboratori nel 1934.
Il Pregnenolone è noto chimicamente anche come pregn-5-en-3β-ol-20-one. Come altri steroidi, è costituito da quattro idrocarburi ciclici interconnessi. Il composto contiene gruppi funzionali chetonici e idrossilici, due ramificazioni metiliche e un doppio legame in posizione C5, nell’anello idrocarburico B. Come molti ormoni steroidei, è idrofobico. Il derivato solfato, il Pregnenolone Solfato, è idrosolubile.
Il 3β-diidroprogesterone (pregn-4-en-3β-ol-20-one) è un isomero del Pregnenolone in cui il doppio legame in C5 è stato sostituito da un doppio legame in C4.
Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo. Questa conversione comporta l’idrossilazione della catena laterale nelle posizioni C20 e C22, con scissione della catena laterale. L’enzima che svolge questa funzione è il citocromo P450scc, situato nei mitocondri e regolato dagli ormoni trofici dell’ipofisi anteriore, quali l’Ormone Adrenocorticotropo [ACTH], l’Ormone Follicolo-Stimolante [FSH] e l’Ormone Luteinizzante [LH], nelle ghiandole surrenali e nelle gonadi. Nella trasformazione del Colesterolo in Pregnenolone sono presenti due intermedi, il 22R-idrossicolesterolo e il 20α,22R-diidrossicolesterolo, e tutte e tre le fasi della trasformazione sono catalizzate dal P450scc. Il Pregnenolone viene prodotto principalmente nelle ghiandole surrenali, nelle gonadi e nel cervello. Sebbene il Pregnenolone venga prodotto anche nelle gonadi e nel cervello, la maggior parte del Pregnenolone circolante deriva dalla corteccia surrenale.
Il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo tramite la reazione di Ossidazione di Oppenauer.
Il Pregnenolone è lipofilo e attraversa facilmente la barriera emato-encefalica. Ciò è in contrasto con il Pregnenolone Solfato, che non attraversa la barriera emato-encefalica.
Dopo la sua sintesi il Pregnenolone subisce un ulteriore metabolismo steroideo secondo una delle seguenti vie:
Il Pregnenolone può essere convertito in Progesterone. La fase enzimatica cruciale si articola in due fasi, che coinvolgono una 3β-idrossisteroide deidrogenasi e una Δ5-4 isomerasi. Quest’ultima trasferisce il doppio legame dalla posizione C5 alla posizione C4 sull’anello A. Il Progesterone costituisce il punto di ingresso nella via Δ4, che porta alla produzione di 17α-idrossiprogesterone e Androstenedione, precursori del Testosterone e dell’Estrone. Anche l’Aldosterone e i corticosteroidi derivano dal Progesterone o dai suoi derivati.
Il Pregnenolone può essere convertito in 17α-idrossipregnenolone dall’enzima 17α-idrossilasi (CYP17A1). Seguendo questa via, denominata via Δ5, il passo successivo è la conversione in Deidroepiandrosterone (DHEA) tramite la 17,20-liasi (CYP17A1). Il DHEA è il precursore dell’Androstenedione.
Il Pregnenolone può essere convertito in Androstadienolo dalla 16-ene sintasi (CYP17A1).
Il Pregnenolone può essere convertito in solfato di Pregnenolone dalla steroide solfotransferasi, e questa conversione può essere invertita dalla steroide solfatasi.
I livelli ematici circolanti ritenuti normali per il Pregnenolone sono i seguenti:
Uomini: da 10 a 200ng/dL
Donne: da 10 a 230ng/dL
Bambini: da 10 a 48ng/dL
Ragazzi adolescenti: da 10 a 50ng/dL
Ragazze adolescenti: da 15 a 84ng/dL
È stato riscontrato che i livelli medi di Pregnenolone non differiscono in modo significativo nelle donne in postmenopausa e negli uomini anziani (rispettivamente 40 e 39ng/dL).
Il Pregnenolone è un endocannabinoide allosterico, in quanto agisce come modulatore allosterico negativo del recettore CB1. Il Pregnenolone è coinvolto in un ciclo naturale di feedback negativo contro l’attivazione del recettore CB1 negli animali. Impedisce agli agonisti del recettore CB1, come il tetraidrocannabinolo (THC), il principale principio attivo della cannabis, di attivare completamente il recettore CB1. Un composto correlato, l’AEF0117, è stato derivato dal Pregnenolone ed è più specifico per questo tipo di attività.
È stato riscontrato che il pregnenolone si lega con elevata affinità, dell’ordine dei nanomolari, alla proteina 2 associata ai microtubuli (MAP2) nel cervello. A differenza del pregnenolone, il solfato di pregnenolone non si è legato ai microtubuli. Il progesterone, invece, si è legato con un’affinità simile a quella del pregnenolone, sebbene, a differenza di quest’ultimo, non abbia aumentato il legame della MAP2 alla tubulina. È stato osservato che il pregnenolone induce la polimerizzazione dei microtubuli nelle colture neuronali e aumenta la crescita dei neuriti nelle cellule PC12 trattate con il fattore di crescita nervoso. Pertanto, il pregnenolone potrebbe controllare la formazione e la stabilizzazione dei microtubuli nei neuroni e potrebbe influenzare sia lo sviluppo neurale durante la fase prenatale sia la plasticità neurale durante l’invecchiamento.
Sebbene il pregnenolone di per sé non possieda queste attività, il suo metabolita, il solfato di pregnenolone, è un modulatore allosterico negativo del recettore GABAA nonché un modulatore allosterico positivo del recettore NMDA. Inoltre, è stato dimostrato che il solfato di pregnenolone attiva il canale ionico TRPM3 (Transient Receptor Potential M3) negli epatociti e nelle isole pancreatiche, provocando l’ingresso di calcio e il conseguente rilascio di insulina.
È stato dimostrato che il Pregnenolone agisce come agonista del recettore X dei pregnani. Il Pregnenolone non presenta attività progestinica, corticosteroidea, estrogenica, androgenica o antiandrogenica.
Principali sedi di produzione steroidea negli individui di sesso femminile
Ovaie: utilizzano un sistema a due cellule e due gonadotropine (LH e FSH). L’LH stimola le cellule della teca a produrre androgeni (Androstenedione), mentre l’FSH induce le cellule della granulosa a utilizzare l’enzima Aromatasi per convertire tali androgeni in estrogeni.
Corteccia surrenale: produce mineralcorticoidi (Aldosterone), glucocorticoidi (Cortisolo) e androgeni surrenali (DHEA e Androstenedione).
Tessuti periferici (intracrinologia): il tessuto adiposo, la pelle e il fegato convertono localmente i precursori surrenali inattivi (come il DHEA) in steroidi sessuali attivi. Questa sintesi locale diventa la fonte dominante di estrogeni dopo la menopausa.
Placenta: funge da fonte endocrina temporanea durante la gravidanza per sintetizzare grandi quantità di Progesterone ed estrogeni.
Principali classi di ormoni prodotti
Progestinici: Progesterone (regola il rivestimento uterino e il ciclo mestruale).
Androgeni: DHEA, Androstenedione e Testosterone (precursori degli estrogeni e fattori determinanti per la salute delle ossa e dei muscoli e per la libido).
Estrogeni: Estradiolo, Estrone ed Estriolo (ormoni sessuali femminili primari che regolano la salute riproduttiva e metabolica).
Corticosteroidi: Cortisolo (stress e metabolismo) e Aldosterone (pressione sanguigna ed equilibrio elettrolitico).
Two-cell, two-gonadotropin theory?
La Two-cell, two-gonadotropin theory [Teoria delle due cellule e delle due gonadotropine] spiega come le ovaie collaborino utilizzando due tipi distinti di cellule e due ormoni ipofisari per sintetizzare gli estrogeni.
Meccanismo fondamentale
Questo sistema supera una limitazione specifica: nessuno dei due tipi di cellule possiede tutti gli enzimi necessari per convertire autonomamente il colesterolo in estrogeni.
Cellule della teca (strato esterno): stimolate dall’LH, assorbono il Colesterolo e lo convertono in androgeni (principalmente Androstenedione e una piccola quantità di Testosterone). Le cellule della teca sono prive dell’Enzima Aromatasi, pertanto non possono convertire questi androgeni in estrogeni. Gli androgeni, invece, si diffondono attraverso la membrana basale nelle vicine cellule della granulosa.
Cellule della granulosa (strato interno): stimolate dall’FSH. Queste cellule sono prive dell’enzima chiave (CYP17A1) necessario per convertire i progestinici in androgeni, il che significa che non possono produrre autonomamente i propri precursori degli androgeni. Tuttavia, sono ricche di Aromatasi. Assorbono gli androgeni ricevuti dalle cellule della teca e li aromatizzano (convertono) in estrogeni (principalmente Estradiolo).
Significato clinico
Sviluppo follicolare: questa produzione ormonale coordinata stimola la crescita del follicolo ovarico e prepara il rivestimento uterino a una potenziale gravidanza.
Ovulazione: l’aumento dei livelli di Estradiolo derivante da questo processo finisce per innescare il picco di LH necessario per l’ovulazione.
Sindrome dell’ovaio policistico (PCOS): uno squilibrio in questo sistema — spesso caratterizzato da un’eccessiva stimolazione delle cellule della teca da parte dell’LH — porta a una sovrapproduzione di androgeni, causando i sintomi classici della PCOS (iperandrogenismo e anovulazione).
L’insulino-resistenza stimola direttamente e indirettamente le cellule della teca ovarica a produrre una quantità eccessiva di androgeni, rappresentando il meccanismo chiave alla base dell’iperandrogenismo nella PCOS.
Mentre i tessuti come i muscoli e il fegato diventano resistenti all’Insulina, le cellule della teca mantengono un’alta sensibilità a questo ormone, subendo gli effetti negativi dei livelli elevati di Insulina nel sangue.
L’iperinsulinemia compensatoria agisce direttamente sulle cellule della teca attraverso i recettori dell’Insulina e i recettori del IGF-1.
Aumento di CYP11A1: L’Insulina accelera l’attività dell’enzima di clivaggio della catena laterale del Colesterolo, aumentando la conversione del Colesterolo in Pregnenolone.
Aumento di CYP17A1: L’Insulina stimola fortemente l’attività della 17α-idrossilasi/17,20-liasi. Questo è l’enzima chiave che converte i progestinici in androgeni (Androstenedione e Testosterone).
L’Insulina non agisce da sola, ma potenzia la risposta della teca ai segnali ipofisari.
Amplificazione del segnale: L’Insulina aumenta il numero di recettori per l’LH sulle cellule della teca.
Iper-reattività: Di conseguenza, anche normali o lievi picchi di LH provocano una produzione massiccia e sproporzionata di androgeni rispetto a quanto avverrebbe in condizioni di normale sensibilità insulinica.
L’insulina altera la biodisponibilità degli ormoni a livello sistemico agendo sul fegato.
Inibizione della SHBG: Alti livelli di Insulina sopprimono la produzione epatica della globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG).
Più testosterone libero: Con meno SHBG disponibile nel sangue per legare e “disattivare” gli androgeni, la quota di Testosterone libero (la frazione biologicamente attiva che causa irsutismo, acne e blocca l’ovulazione) aumenta drasticamente.
L’iperandrogenismo e l’anovulazione cronica sono strettamente legati in un circolo vizioso: l’eccesso di androgeni altera sia la maturazione fisica dei follicoli nell’ovaio, sia i segnali ormonali che partono dal cervello.
Reclutamento eccessivo: Gli androgeni stimolano inizialmente la crescita di troppi piccoli follicoli precoci.
Mancanza di selezione: L’eccesso di androgeni locali impedisce ai follicoli di rispondere correttamente all’FSH (ormone follicolo-stimolante). Senza il giusto segnale dell’FSH, nessun follicolo riesce a completare la maturazione e a diventare dominante.
Aspetto policistico: I follicoli si bloccano a uno stadio intermedio (circa 2-9 mm) e si accumulano nella corteccia ovarica, dando all’ovaio il classico aspetto “policistico” all’ecografia.
Accelerazione del generatore di impulsi: Gli androgeni (spesso convertiti localmente in estrogeni) riducono la sensibilità dell’ipotalamo al progesterone.
Iperproduzione di LH: Questo causa un aumento della frequenza dei battiti del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine), che stimola l’ipofisi a produrre troppo LH rispetto all’FSH.
Mancanza del picco ovulatorio: Poiché i livelli di LH sono costantemente alti e l’FSH è basso, viene a mancare il picco acuto di LH necessario a far scoppiare il follicolo per liberare l’ovocita.
Iperplasia della teca: Lo strato di cellule della teca si ispessisce, producendo ancora più androgeni.
Ispessimento della tonaca albuginea: La capsula esterna dell’ovaio diventa più densa e fibrosa, creando una vera e propria barriera meccanica che ostacola la rottura del follicolo e la successiva ovulazione.
Il ruolo degli androgeni nella salute e nel benessere delle donne
Sia negli uomini che nelle donne, gli androgeni endogeni — tra cui il Testosterone, il DHT, l’Androstenedione (A), il DHEA e il DHEA-S) — vengono sintetizzati in vari tessuti, tra cui:
le ghiandole surrenali,
le ovaie,
i testicoli,
la placenta,
il cervello e
la pelle.
Nelle donne, il Testosterone circolante deriva in parte dalla secrezione ovarica e surrenale; in confronto, quantità simili derivano dalla conversione enzimatica dell’A e del DHEA-S. Nell’ovaio, la produzione di Testosterone aumenta durante le fasi follicolari e raggiunge i livelli massimi al momento dell’ovulazione e nella fase Luteale; le ghiandole surrenali, al contrario, producono solo piccole quantità di Testosterone. La maggior parte del Testosterone circolante è legata in modo reversibile alle proteine plasmatiche, tra cui:
la globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG) (50–60%) e
l’albumina (40–50%).
Solo l’1–2% del Testosterone plasmatico è libero e biodisponibile; inoltre, questa frazione libera può essere ulteriormente ridotta dall’aumento dei livelli di SHBG indotto dalla terapia sostitutiva con estrogeni o l’uso di SERM.
Dimero di SHBG umano
La metà dei livelli circolanti di Testosterone e DHT deriva dalla conversione enzimatica dei precursori androgeni surrenali circolanti (DHEA-S, DHEA e A). La conversione del Testosterone in DHT è mediata dalla 5α-reduttasi (isoforme di tipo I e II). Tra questi androgeni, il DHT presenta la maggiore affinità per il recettore degli androgeni (AR) ed è il più potente dal punto di vista biologico tra gli androgeni endogeni. Il DHT non può essere ulteriormente aromatizzato in estrogeni, il che ne aumenta l’emivita.
Il DHEA plasmatico deriva da:
secrezione delle cellule della zona reticolare della corteccia surrenale (50%),
secrezione ovarica (20%) e
metabolismo periferico del DHEA-S (30%).
Il DHEA stesso è instabile e può essere convertito in Androstenedione (A) dalla 3β-idrossisteroide deidrogenasi (3βHSD); successivamente, l’Androstenedione può essere convertito in Testosterone dalla 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17βHSD), nonché in DHT dalle 5α-reduttasi presenti nel tessuto endometriale.
Nelle donne, circa la metà del DHEA circolante deriva dai pre-androgeni; in particolare, la zona reticolare rappresenta l’80% del DHEA-S presente nella circolazione femminile, mentre la parte restante proviene dalle ovaie. Il principale pre-androgeno è il DHEA-S, che viene convertito in DHEA, DHT ed Estrogeni attraverso specifici passaggi enzimatici. Il DHEA-S plasmatico, presente in concentrazioni significative, funge da ampio serbatoio di substrato per la conversione in DHEA, androgeni e/o estrogeni nei tessuti periferici. Le concentrazioni plasmatiche significative di DHEA-S sono, in parte, una conseguenza del suo forte legame con l’albumina, che ne prolunga l’emivita; di conseguenza, le concentrazioni plasmatiche di DHEA-S riflettono la produzione di androgeni da parte delle ghiandole surrenali. La secrezione di DHEA-S è principalmente sotto il controllo dell’asse ipotalamo-ipofisario ed è stimolata dall’ACTH; tuttavia, la sua secrezione è modulata da altri ormoni quali l’Estradiolo, la Prolattina e l’IGF-1.
In larga misura, il Testosterone deriva dal metabolismo dell’Androstene tramite la 17βHSD (tipo 5).
Le 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD, HSD17B) (EC 1.1.1.51), note anche come 17-chetosteroidi reduttasi (17-KSR), sono un gruppo di ossidoreduttasi alcoliche che catalizzano la riduzione dei 17-chetosteroidi e la deidrogenazione dei 17β-idrossisteroidi nella steroidogenesi e nel metabolismo degli steroidi. Ciò comprende l’interconversione tra DHEA e Androstenediolo, tra Androstenedione e Testosterone, e tra Estrone ed Estradiolo.
Le principali reazioni catalizzate dalla 17β-HSD (come la conversione dell’Androstenedione in Testosterone) sono reazioni di idrogenazione (riduzione), piuttosto che reazioni di deidrogenazione (ossidazione).
La 17β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 5 (17βHSD5), nota anche come membro C3 della famiglia 1 delle aldo-cheto reduttasi (AKR1C3), è un enzima chiave che converte gli androgeni surrenali inattivi in Testosterone e DHT attivi. Essa stimola la produzione locale di ormoni e la crescita delle cellule tumorali nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione.
Funzione, ruolo e importanza clinica:
Conversione steroidea: converte l’Androstenedione e il DHEA in androgeni attivi.
Localizzazione tissutale: presente nella prostata, nel fegato, nel seno e nei tessuti riproduttivi.
Collegamento con le patologie: favorisce la crescita tumorale e la resistenza al trattamento nei tumori della prostata e della mammella.
Bersaglio farmacologico: i ricercatori prendono di mira questo enzima per bloccare la produzione di Testosterone all’interno dei tumori quando la terapia ormonale standard fallisce.
Inibitori: farmaci sperimentali come l’ASP9521 sono oggetto di studio per bloccare l’attività di questo specifico enzima.
Come già riportato, nelle donne, livelli plasmatici elevati di Testosterone sono correlati all’incidenza della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), osservata in circa il 20% delle giovani donne. La PCOS è associata a oligomenorrea, disfunzione ovulatoria e infertilità. L’iperandrogenismo nella PCOS è un fattore critico che predispone le donne all’obesità, all’insulino-resistenza e alla sindrome metabolica.
Nelle donne adulte, i livelli plasmatici di androgeni e di SHBG diminuiscono progressivamente con l’avanzare dell’età, con riduzioni marcate e significative correlate alla menopausa; a titolo esemplificativo, i livelli di Testosterone totale nelle donne di età compresa tra i 65 e i 74 anni sono pari a circa un terzo di quelli osservati nelle ventenni. In confronto, i livelli di Testosterone libero diminuiscono con l’età del 90%, mentre i livelli di DHEA-S e A diminuiscono entrambi di circa un terzo. Nelle donne in premenopausa, le ovaie sono la fonte principale di Estradiolo, che funge da ormone estrogenico predominante circolante agendo sui tessuti bersaglio distali. Nelle donne in postmenopausa, a causa della cessazione della funzione ovarica, gli estrogeni vengono prodotti in una serie di siti extragonadici, tra cui il tessuto adiposo, le ossa, il cervello, l’endotelio vascolare e le cellule muscolari lisce dell’aorta, dove agiscono localmente in modo paracrino o intracrino. La loro concentrazione locale nei tessuti dipende da una fonte esterna di precursori androgenici, poiché i tessuti extragonadici non sono in grado di convertire il Colesterolo in steroidi.
Il fatto che l’ovaio postmenopausale abbia un’attività endocrina significativa nella produzione di androgeni è in qualche modo controverso. Alcuni studi hanno riportato che i livelli circolanti di androgeni (ovvero T, A, DHEA e DHEA-S) sono estremamente rilevanti nel -fornire substrato per la biosintesi degli estrogeni periferici, attraverso l’aromatizzazione periferica di A e T. Poiché l’attività dell’Aromatasi rimane inalterata nelle donne sottoposte a ovariectomia, è stato ipotizzato che l’ovaio in postmenopausa non sia una fonte significativa di produzione di androgeni. Al contrario, altri studi hanno osservato che l’ovariectomia bilaterale ha determinato una riduzione marcata e prolungata dei livelli sia di T totale che di T biodisponibile, suggerendo che l’ovaio in postmenopausa rappresenti una fonte fondamentale di androgeni per tutto l’arco della vita delle donne anziane.
Da un punto di vista farmacologico, gli AAS, che possono derivare dal Testosterone, dal DHT o dal 19-nortestosterone, includono l’Oxandrolone, lo Stanozololo, il Nandrolone, il Trenbolone e altre molecole applicate attualmente ma soprattutto in passato anche in pazienti di sesso femminile.
Gli AAS sono classificati principalmente in due classi farmacologiche:
androgeni aromatizzabili, come il Testosterone, che viene metabolizzato in Estradiolo dall’Aromatasi, il quale interagisce poi sia con l’ERα e l’ERβ, e
androgeni non aromatizzabili, come il DHT, che si lega esclusivamente al AR. Gli androgeni sintetici, come l’Oxandrolone e lo Stanozololo, non sono soggetti all’aromatizzazione, il che ne priva il potenziale estrogenico.
Una delle difficoltà più complesse negli studi clinici che coinvolgono gli ormoni gonadici è la misurazione accurata e affidabile dei livelli plasmatici di ormoni. Inoltre, poiché le concentrazioni plasmatiche di androgeni nelle donne sono basse, i test immunologici per il testosterone disponibili in commercio forniscono solitamente risultati contraddittori. Di conseguenza, la misurazione accurata dei livelli plasmatici di testosterone, DHT ed estradiolo nelle donne richiede un metodo alternativo convalidato, come la cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa in tandem (LC-MS/MS), che è tecnicamente molto più complessa e costosa rispetto a un test immunologico commerciale.
In un sistema omeostatico fisiologico femminile, gli androgeni (come il Testosterone) sono ormoni fondamentali per il benessere psicofisico dell’individuo, in tutte le fasi della vita e con le corrette modifiche terapeutiche. Favoriscono il desiderio sessuale, contribuiscono alla formazione di ossa e muscoli forti, aumentano l’energia e proteggono la salute del cuore e del cervello in ottimale rapporto con l’attività estrogenica [vedi soprattutto Estradiolo]. Livelli equilibrati migliorano l’umore generale, la vitalità e le funzioni fisiche.
Principali benefici per la salute
Salute sessuale: migliora la libido, l’afflusso di sangue ai genitali, l’eccitazione e la soddisfazione orgasmica.
Resistenza ossea: aiuta a mantenere la massa ossea e favorisce un sano rimodellamento osseo.
Muscoli e metabolismo: favorisce il trofismo muscolare, la forza fisica e l’equilibrio metabolico.
Cervello e umore: contribuisce alle funzioni cognitive, all’energia e al benessere psicologico generale.
Usi medici e contesto
Supporto alla menopausa: il Testosterone a basso dosaggio [3.5mg/week] viene talvolta utilizzato per trattare il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo (HSDD) nelle donne in postmenopausa, quando altri trattamenti non risultano sufficienti.
Rimedio alla carenza: può aiutare a ripristinare l’energia e la funzione sessuale nelle donne con insufficienza androgenica accertata (ad esempio in seguito alla rimozione chirurgica delle ovaie).
Precauzioni: dosi elevate possono causare effetti collaterali quali acne, crescita di peli sul viso, abbassamento del tono della voce, ipertrofia clitoridea ecc… . Sono in corso ricerche sulla sicurezza a lungo termine.
AR e sensibilità agli androgeni nelle donne
Struttura del Recettore degli Androgeni
Sebbene le donne presentino naturalmente livelli di Testosterone circolante molto più bassi rispetto agli uomini, si osserva una maggiore sensibilità a livello degli organi-bersaglio o dei tessuti agli androgeni. Questa maggiore reattività fa sì che anche livelli ematici di poco alterati di questi ormoni possano comunque provocare segni fisici evidenti, sia a livello di acne, diradamento dei capelli in soggetti predisposti o una crescita eccessiva di peli, che a livello muscolo-scheletrico.
L’AR umano è un regolatore della trascrizione appartenente alla famiglia dei recettori nucleari. La struttura del gene dell’AR, l’mRNA maturo sottoposto a splicing e i domini proteici presentano somiglianze con altri membri della famiglia: i recettori degli estrogeni e i recettori del progesterone. L’AR comprende 8 esoni diversi che formano la proteina AR, costituita da 4 domini, ciascuno con una funzione specifica:
il dominio N-terminale (NTD);
il dominio di legame al DNA (DBD);
una regione cerniera (HR); e
il dominio C-terminale di legame al ligando (LBD).
Quando l’AR è presente nel citosol, rimane nella sua forma trascrizionalmente inattiva, stabilizzata dalla proteina chaperone molecolare HSP90 (proteina da shock termico 90). Una volta che un ligando (come il Testosterone o il DHT) si lega all’LBD, l’AR si dissocia dall’HSP90. Successivamente, si dimerizza e si traslocca nel nucleo, dove si lega all’elemento di risposta agli androgeni nella regione regolatoria dei suoi geni bersaglio, modulandone così l’espressione.
Alla luce dell’elevata presenza di AR nelle donne (vedi tabella sopra), è opportuno analizzare in modo approfondito il loro ruolo fondamentale nella patogenesi dell’iperandrogenismo. È quindi importante individuare le manifestazioni cliniche più comuni. Una di queste manifestazioni è l’irsutismo, che colpisce fino al 15% di tutte le donne e il 70-80% delle donne affette da iperandrogenismo. I metodi di valutazione visiva del tipo di crescita dei peli, come il punteggio di Ferriman-Gallwey, sono efficaci nel determinare la gravità dell’irsutismo e nel distinguerlo dall’ipertricosi (crescita eccessiva di peli indipendenti dagli androgeni). La virilizzazione rappresenta un processo rapido in cui si manifestano gravi caratteristiche cliniche di un marcato eccesso di androgeni endogeni o esogeni. Nell’ambito di uno spettro più ampio, può includere: irsutismo, acne, alopecia androgenetica, ingrossamento del clitoride, abbassamento del tono della voce, aumento della massa muscolare, riduzione delle dimensioni del seno e, frequentemente, amenorrea. Inoltre, l’iperandrogenismo è correlato a numerose alterazioni metaboliche, ad esempio: iperinsulinemia, insulino-resistenza, iperglicemia, dislipidemia e aumento del rischio di aterosclerosi. Queste caratteristiche costituiscono le componenti fondamentali della sindrome metabolica. È importante sottolineare che le variazioni dei livelli di AR nell’iperandrogenismo devono essere mediate da vie regolate dai AR.
Un esempio dell’importanza dell’AR è il rischio confermato di cancro al seno nelle donne in premenopausa con concentrazioni sieriche elevate di Testosterone, Androstenedione e DHEA-S. Pertanto, le nuove terapie contro il cancro al seno prendono di mira l’AR per la sua espressione osservata nei tre principali sottotipi di cancro al seno. È importante sottolineare che l’AR si è già dimostrato un bersaglio promettente per le terapie antiandrogeniche nel cancro al seno triplo-negativo, il più aggressivo.
I AR possono presentare variabili espressive maggiori nel sistema muscolo-scheletrico delle donne, sebbene la vera peculiarità più volte osservata riguarda l’attivazione/sensibilità recettoriale. Questo ci da come risultante una maggiore risposta dose/tempo agli androgeni/AAS rispetto ai soggetti di sesso maschile. Sembrerebbe trattarsi di una caratteristica regolativa/compensativa in risposta a concentrazioni androgene dimorfiche inferiori.
Consideriamo, infatti, che negli uomini il Testosterone totale è tipicamente tra 300 e 1000ng/dL [range standard 3ng/mL-11.5ng/mL], mentre nelle donne varia tra 15 e 76ng/dL [range standard 0,15 e 0,76ng/ml]. Gli uomini presentano quindi livelli circa 10-20 volte superiori rispetto alle donne.
Struttura molecolare dell’Estradiolo
Discorso inverso sembra poter essere fatto con gli estrogeni per gli uomini. Nelle donne in età fertile l’Estradiolo [E2] varia tra 15 e 350pg/mL (con picchi più alti), mentre negli uomini i valori normali sono compresi tra 10 e 40pg/mL con un range soglia massimo di 60pg/mL. Le donne presentano quindi concentrazioni medie da 5 a 10 volte superiori di E2 rispetto agli uomini. Si noti che piccole variazioni nei livelli di E2 nell’uomo possono generare effetti clinici evidenti (ciò avviene in variazione soggettiva alla sensibilità individuale insieme a quella intrinseca di genere). Si è affermato che ciò sia dovuto più che altro alla stretta finestra di eufunzione rispetto ad una maggiore sensibilità biologica intrinseca rispetto alla donna. Nonostante ciò, molti casi studio hanno evidenziato che:
Presenza di sensibilità intrinseca: nonostante la comparsa di problematiche legate ad eccessi o carenze di E2 mostrano variabili soggettive legate a fattori a monte [vedi, per esempio, tasso d’espressione dell’Aromatasi e risposta epigenetica ad alterazioni iatrogene comprendenti l’espressione dei gene che regola il ER], una costante sembra essere una spiccata sensibilità a variazioni minime su tessuti/sistemi diversi.
Similitudini di risposta alle alterazioni: come nelle donne variazioni anche minime nelle concentrazioni di AAS danno risposte evidenti [seppur variabili] anche nell’uomo le fluttuazioni di E2 [in alcuni casi la sensibilità interessa anche il meno attivo E1] danno risposte evidenti sebbene differenziate da grado e area tissutale/sistemica.
Nel complesso, stiamo vivendo un’era entusiasmante caratterizzata da nuove scoperte nel campo dei AR e dei loro molteplici ruoli nelle donne. Quanto esposto in questo paragrafo evidenzia che la conoscenza della segnalazione degli AR e delle alterazioni della struttura dei recettori è fondamentale per comprendere la risposta androgenica, tanto in terapia quanto in campo del miglioramento delle prestazioni. Pertanto, gli sforzi scientifici futuri saranno in parte volti a chiarire ulteriormente l’importanza degli AR nella salute, nelle prestazioni [ed estetica] e nelle patologie delle donne rivestiranno un’importanza fondamentale.
Asse hGH/IGF-1, E2 e dimorfismi sessuali
L’Asse Ormone della Crescita/Fattore di Crescita Insulino-Simile-1 [Asse hGH/IGF-1] svolge un ruolo fondamentale nella promozione della crescita lineare nei bambini, mentre negli adulti il suo ruolo è principalmente di rilevanza metabolica. L’hGH viene secreto dalla ghiandola pituitaria e stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che a sua volta inibisce la secrezione del hGH attraverso un meccanismo di feedback negativo. Il fegato è il principale responsabile del pool circolante di IGF-I, delle sei proteine leganti l’IGF (da IGFBP-1 a -6) e della subunità labile in ambiente acido (ALS). In circolo, circa il 99% del pool di IGF-I è legato con elevata affinità alle IGFBP, che circolano in eccesso molare rispetto all’IGF-I; ciò spiega perché meno dell’1% circoli come IGF-I libero e non legato. Fungendo da vettori dell’IGF-I circolante, le IGFBP e l’ALS prolungano l’emivita dell’IGF-I e ne modulano l’accesso ai tessuti, controllandone così l’azione.
Interazione dell’Insulina
L’Insulina, una volta secreta dalle cellule β del pancreas, viene trasportata dalla vena porta direttamente al fegato, determinando un’elevata esposizione degli epatociti. In particolare, il fegato è uno dei principali organi bersaglio degli effetti metabolici dell’Insulina ed esercita un’estrazione di primo passaggio che può raggiungere l’85% dell’Insulina convogliata dalla vena porta. Inoltre, grazie alla sua capacità di regolare la sensibilità epatica al hGH, il trasporto intra-portale dell’Insulina si è rivelato un fattore coadiuvante essenziale per un’efficace sintesi epatica di IGF-I indotta dal hGH. Infatti, si può considerare la capacità dell’Insulina di controllare la sensibilità epatica al hGH come una normale risposta fisiologica ai cambiamenti nutrizionali. Durante il digiuno, con livelli ridotti di Insulina intraportale, la sensibilità epatica al hGH diminuisce, determinando una riduzione dei livelli sierici di IGF-I nonostante un aumento compensatorio della secrezione di hGH. Al contrario, l’eccesso alimentare aumenta i livelli di Insulina intraportale, potenziando la sensibilità epatica al hGH in misura tale che una secrezione relativamente bassa di hGH sia sufficiente a mantenere la sintesi e la secrezione epatiche di IGF-I a livelli normali, nonché livelli circolanti normali di IGF-I. Questa risposta del hGH ai cambiamenti nutrizionali è fisiologicamente appropriata in quanto porta ad un aumento dell’insulino-resistenza mediata dal hGH che previene l’ipoglicemia durante il digiuno e ad una diminuzione dell’insulino-resistenza mediata dal hGH durante i periodi di sovralimentazione. Tuttavia, anche alcune patologie (ad esempio, l’obesità, la sindrome di Cushing, il diabete di tipo 1 [T1D] e l’anoressia nervosa) e alcuni farmaci di uso comune [ad esempio, i glucocorticoidi e gli agonisti del GLP-1RA)] che influenzano la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche possono alterare l’asse hGH/IGF-I. Poiché il hGH, l’IGF-I e l’Insulina modulano continuamente la secrezione e l’azione reciproca sia in condizioni di salute che di malattia, una buona comprensione dei meccanismi alla base di queste interazioni riveste importanza sia clinica che al fine del miglioramento delle prestazioni/estetica.
La secrezione ipofisaria dell’hGH è regolata dalla stimolazione del GHRH e dall’inibizione della Somatostatina, entrambi secreti dall’ipotalamo. La secrezione dell’hGH è episodica e pulsatile, con livelli che variano tra picchi e valli e livelli molto bassi tra un impulso e l’altro. L’hGH stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che agisce a sua volta sull’ipofisi inibendo la secrezione di hGH. Il IGF-I influenza la regolazione della secrezione di hGH a livello dell’ipotalamo inibendo l’espressione genica del GHRH e stimolando la secrezione di Somatostatina, mentre a livello dell’ipofisi l’IGF-I inibisce la secrezione spontanea e quella stimolata dal GHRH del hGH. A differenza della natura episodica e pulsatile della secrezione di hGH, l’IGF-I viene secreto in modo continuo, ha un’emivita più lunga [per via del legame con le proteine di trasporto IGFP] e presenta concentrazioni più stabili nel sangue. Pertanto, l’IGF-I viene utilizzato come biomarcatore dello stato secretorio del hGH, poiché i suoi livelli riflettono la secrezione integrata di hGH nell’arco delle 24 ore.
Oltre all’Insulina, esistono altri ormoni in grado di influenzare la secrezione ipofisaria di hGH, quali la Grelina, gli estrogeni e gli androgeni. La Grelina, un peptide gastrico con potenti proprietà secretagoghe del hGH, amplifica la secrezione ipotalamica di GHRH e ne potenzia gli effetti di stimolazione del hGH ipofisario. Gli estrogeni stimolano la secrezione ipofisaria di hGH, ma inibiscono l’azione del hGH sul fegato sopprimendo la segnalazione del GHR. Inoltre, gli estrogeni possono potenziare l’azione della Grelina, mentre gli androgeni potenziano le azioni periferiche del hGH. Infine, la secrezione ipofisaria di hGH è inversamente correlata all’adiposità viscerale intra-addominale attraverso meccanismi che dipendono dai flussi di acidi grassi liberi (FFA).
L’Insulina inibisce la secrezione di hGH, ma i meccanismi alla base di questo fenomeno non sono ancora ben chiari e si ipotizza che agiscano a diversi livelli. A livello dell’ipofisi, si è visto che l’Insulina sopprime direttamente la secrezione ipofisaria di hGH indipendentemente dal recettore dell’IGF-I (IGF-IR). A livello epatico, sembrerebbe che l’Insulina stimola la sintesi della proteina GHR e il legame del hGH al GHR in modo dose-dipendente. Analogamente, è stata osservata una ridotta espressione epatica del GHR e un ridotto legame del hGH in seguito all’induzione del diabete, e che il trattamento con Insulina facilita il legame del hGH. Queste possibilità evidenziano il ruolo chiave che l’Insulina svolge nella modulazione della risposta epatica al hGH e sostengono l’idea che l’Insulina abbia un ruolo importante nella regolazione della sensibilità epatica al hGH attraverso la sua capacità di influenzare direttamente l’espressione del GHR e il legame del hGH. Tuttavia, per quanto a nostra conoscenza, questa ipotesi deve ancora essere inconfutabilmente dimostrata nell’uomo.
Inoltre, oltre a regolare i livelli circolanti di IGF-I attraverso il suo effetto sulla sensibilità epatica al GH, l’insulina inibisce anche la sintesi e la secrezione epatica della proteina legante l’IGF-1 (IGFBP-1), un inibitore dell’azione dell’IGF-I (7). Pertanto, la relazione tra insulina e IGFBP-1 è inversa (34), per cui l’IGFBP-1 è bassa in condizioni di iperinsulinemia ma elevata in condizioni di ipoinsulinemia (35). Poiché i livelli di IGFBP-1 fluttuano nel corso della giornata (36), ciò ha portato all’ipotesi che l’IGFBP-1 colleghi l’azione dell’IGF-I all’apporto nutrizionale. Tuttavia, i dati attuali indicano che l’IGFBP-1 funge più da “freno” all’azione dell’IGF-I, inibendo la segnalazione anabolica durante la deplezione nutrizionale, piuttosto che da “acceleratore” dell’azione dell’IGF-I durante l’eccesso alimentare. La logica è che, in circostanze fisiologiche normali, il calo dell’IGFBP-1 dal suo livello massimo stimolato durante il digiuno notturno (34) al livello osservato dopo l’assunzione di cibo, su base molare, è relativamente modesto e porta solo a lievi aumenti dell’IGF-I libero sierico (7, 37, 38). Un’altra spiegazione è che le concentrazioni molari delle altre cinque IGFBP superano di gran lunga la concentrazione dell’IGFBP-1 (39) e, non essendo completamente sature, le altre cinque IGFBP sono pienamente in grado di sequestrare l’aumento dell’IGF-I libero secondario alle riduzioni dell’IGFBP-1 circolante. Tuttavia, quando i livelli di IGFBP-1 sono cronicamente ridotti in presenza di iperinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, obesità, sindrome di Cushing e terapia con glucocorticoidi), entra in gioco l’effetto “acceleratore” dell’IGFBP-1, che determina un aumento dell’IGF-I libero sierico. Al contrario, durante un’ipoinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, malnutrizione, anoressia nervosa e diabete di tipo 1), i livelli di IGFBP-1 aumentano di diverse volte, portando a una maggiore formazione di complessi tra IGF-I e IGFBP-1 e a una netta riduzione dell’IGF-I libero (effetto “freno”).
Interazione dell’E2
Il 17β-estradiolo [E2] ha azioni fisiologiche che non si limitano agli organi riproduttivi sia nelle femmine che nei maschi (Simpson et al., 2005; Barros e Gustafsson, 2011). Il fegato è un bersaglio diretto degli estrogeni poiché esprime il ERα, che è collegato, tra l’altro, all’omeostasi dei lipidi e del glucosio (Foryst-Ludwig e Kintscher, 2010; Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012) e alla crescita corporea (Vidal et al., 2000). Gli estrogeni possono modulare l’azione del hGH nel fegato agendo a livello centrale, regolando la secrezione ipofisaria di hGH, e, a livello periferico, modulando la segnalazione del hGH. La maggior parte degli studi precedenti si è concentrata sull’influenza degli estrogeni sulla secrezione ipofisaria di hGH (Kerrigan e Rogol, 1992). È stato dimostrato che il rilascio ipofisario di hGH, specifico per sesso, ha un forte impatto sulla regolazione trascrizionale epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Tuttavia, esistono anche prove evidenti che gli estrogeni modulano l’azione del hGH a livello dell’espressione e della segnalazione del GHR. In particolare, è stato dimostrato che l’E2 induce il soppressore della segnalazione delle citochine (SOCS)-2, il quale a sua volta regola negativamente la via di segnalazione GHR-Janus chinasi (JAK)-2-trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione (STAT)-5 (Leung et al., 2004; Santana-Farre et al., 2008). Questo fenomeno è clinicamente rilevante poiché la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT-5 riveste particolare importanza nella regolazione delle azioni endocrine, metaboliche e legate alla differenziazione sessuale del hGH nel fegato. È importante sottolineare che l’alterazione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 è associata a cambiamenti metabolici epatici che includono steatosi epatica, fibrosi e carcinoma epatocellulare (Baik et al., 2011). Questa interazione è rilevante anche in considerazione della diffusa esposizione degli esseri umani agli estrogeni o a composti correlati agli estrogeni (Wolthers et al., 2001). In questo lavoro riassumeremo le molteplici conseguenze biologiche che possono manifestarsi a seguito dell’interazione tra E2 e hGH nel fegato.
Rappresentazione schematica dell’asse somatotropico. Il GHRH e la Somatostatina (SS), due ormoni ipotalamici, controllano la sintesi e il rilascio di hGH dall’ipofisi. Il GHRH è regolato negativamente (linee tratteggiate) dal feedback delle concentrazioni ematiche di hGH e IGF-I. Gli acidi grassi liberi (FFA) inibiscono il rilascio di hGH, mentre la leptina e la grelina lo stimolano. Anche gli ormoni sessuali e altri fattori agiscono a livello centrale per stimolare il rilascio di hGH. Il hGH circolante agisce direttamente su molti organi per stimolare la produzione di IGF-I, con la produzione di IGF-I nel fegato che rappresenta la principale fonte di IGF-I nel sangue. Il hGH ha anche effetti diretti su molti tessuti bersaglio, che possono essere indipendenti dall’azione dell’IGF-I.
Dimorfismo sessuale
Gli ormoni sessuali determinano un modello di secrezione dell’hGH ipofisario dipendente dal sesso, che svolge un ruolo fondamentale nella definizione e nel mantenimento del dimorfismo sessuale della trascrizione genica epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Le analisi genomiche e bioinformatiche hanno contribuito a chiarire i meccanismi molecolari coinvolti nella trascrizione genica epatica regolata dal hGH (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005; Waxman e O’Connor, 2006; Wauthier et al., 2010). L’espressione dipendente dal sesso e la regolazione da parte del hGH caratterizzano diverse famiglie di geni epatici coinvolti nel metabolismo degli endo- e xenobiotici, nonché in importanti funzioni metaboliche (ad esempio, il metabolismo dei lipidi); il 20–30% di tutti i geni epatici presenta un modello di espressione specifico per sesso. La maggior parte di queste differenze epatiche legate al sesso è spiegata dal modello di secrezione del hGH specifico delle femmine, attraverso l’induzione di trascritti predominanti nelle femmine e la soppressione di quelli predominanti nei maschi. È stato dimostrato che la somministrazione continua di hGH aumenta l’espressione epatica del fattore di trascrizione SREBP-1c e dei suoi geni bersaglio a valle (Tollet-Egnell et al., 2001), nonché la sintesi epatica di trigliceridi (TG) e la secrezione di VLDL (Sjoberg et al., 1996). Come menzionato in precedenza, le azioni del hGH nel fegato determinano un aumento della lipogenesi (cioè l’induzione di SREBP-1c) e una diminuzione dell’ossidazione dei lipidi (cioè l’inibizione del PPARα), oltre a favorire la crescita anabolica nei tessuti periferici (cioè muscoli, ossa) (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005). Per quanto riguarda la presente revisione, gli estrogeni provocano effetti opposti sul metabolismo dei lipidi e del glucosio, il che rappresenta un punto rilevante delle interazioni regolatorie tra estrogeni e hGH.
Il fegato, un bersaglio fisiologico degli estrogeni
La segnalazione degli estrogeni può essere mediata da diversi recettori (Heldring et al., 2007). La maggior parte degli effetti estrogenici noti è mediata dall’interazione diretta degli estrogeni con i fattori di trascrizione che si legano al DNA, ERα ed ERβ. La segnalazione classica degli estrogeni avviene attraverso il legame diretto dei dimeri di ER agli elementi sensibili agli estrogeni (ES) nelle regioni regolatorie dei geni bersaglio degli estrogeni, seguito dall’attivazione del meccanismo trascrizionale nel sito di inizio della trascrizione. Inoltre, gli estrogeni possono modulare l’espressione genica attraverso un secondo meccanismo in cui gli ER interagiscono con altri fattori di trascrizione, come STAT5, tramite un processo denominato «crosstalk dei fattori di trascrizione». Gli estrogeni possono anche esercitare effetti attraverso meccanismi non genomici, che comportano l’attivazione di vie di segnalazione a valle delle chinasi, quali PKA, PKC e MAPK, tramite ER localizzati sulla membrana. Un recettore orfano accoppiato alla proteina G (GPR)-30 presente nella membrana cellulare media la segnalazione non genomica e rapida degli estrogeni. Infine, l’E2 presenta un’affinità simile per l’ERα e l’ERβ e questi recettori vengono attivati da un’ampia gamma di ligandi, tra cui i modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM) (ad es. il raloxifene) e molti altri composti. L’ERβ è espresso nell’ovaio, nella prostata, nel polmone, nel tratto gastrointestinale, nella vescica, nel sistema ematopoietico e nel sistema nervoso centrale, mentre l’ERα è espresso principalmente nei tessuti riproduttivi, nei reni, nelle ossa, nel tessuto adiposo bianco e nel fegato. Il fegato esprime ERα ma livelli quasi impercettibili di ERβ, il che indica che le azioni specifiche degli estrogeni nel fegato possono essere riprodotte utilizzando agonisti selettivi di ERα come il propil-pirazolo-triolo (PPT) (Lundholm et al., 2008). Nel complesso, i dati sopra menzionati indicano che i meccanismi coinvolti nella segnalazione degli ER sono influenzati dal fenotipo cellulare, dal gene bersaglio e dall’attività o dall’interazione con altre reti di segnalazione. Il fegato rappresenta un sito in cui possono svilupparsi interazioni fisiologicamente e terapeuticamente rilevanti tra estrogeni e GH. Particolarmente rilevante è l’interazione degli estrogeni con la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nella regolazione della crescita somatica, del metabolismo dei lipidi e del glucosio e della “sessualità epatica”.
Effetti fisiologici dell’E2 e del hGH sul metabolismo dei lipidi e del glucosio nel fegato.
Crescita somatica e composizione corporea
È ben noto che gli steroidi sessuali e l’ormone della crescita (GH) interagiscono strettamente per regolare la crescita puberale (Kerrigan e Rogol, 1992). È interessante notare che la perdita di ERα (ERαKO), ma non di ERβ, media importanti effetti degli estrogeni sullo scheletro dei topi maschi durante la crescita e la maturazione (Vidal et al., 2000). Un fenotipo simile a quello dei topi ERαKO si riscontra nei topi o negli esseri umani con deficit di aromatasi, che presentano una carenza di estrogeni (Riggs et al., 2002). Inoltre, le differenze di composizione corporea legate al genere sono in parte mediate dagli steroidi sessuali che modulano l’asse GH-IGF-I (LeRoith, 2009; Rogol, 2010; Birzniece et al., 2011). Ciò è supportato dall’osservazione che le differenze di genere nella composizione corporea emergono durante la crescita puberale. Inoltre, l’efficacia dell’attività del GH è modulata dagli estrogeni anche in età adulta. Ciò è esemplificato dal fatto che le donne rispondono in misura minore rispetto agli uomini al trattamento con GH (Burman et al., 1997); il trattamento con GH induce un maggiore aumento della massa magra e una maggiore riduzione della massa grassa, oppure un maggiore aumento degli indici di ricambio osseo e della massa ossea, nei pazienti maschi affetti da GHD rispetto alle pazienti di sesso femminile. Rilevante per la fisiologia del GH è l’alterazione della biodisponibilità dell’IGF-I mediante somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni [rivisto da Leung et al., 2004]. La disponibilità e l’attività dell’IGF-I nei tessuti sono regolate dalle proteine leganti l’IGF (IGFBP) (Kaplan e Cohen, 2007; LeRoith e Yakar, 2007; Ohlsson et al., 2009). L’IGF-I circola quasi interamente sotto forma di complesso ternario legato all’IGFBP-3 e all’ALS, entrambi fortemente regolati dal GH a livello epatico. Questo complesso ternario regola la biodisponibilità dell’IGF-I. Anche l’IGFBP-1 è una proteina di origine epatica che si lega alla piccola frazione di IGF-I libero e ne attenua l’effetto ipoglicemico (Lewitt et al., 1991). Contrariamente al suo effetto soppressivo sull’ALS e sull’IGF-I, la somministrazione orale di estrogeni aumenta l’IGFBP-1 circolante. È prevedibile che l’aumento dell’IGFBP-1 riduca ulteriormente la frazione libera di IGF-I, il che dovrebbe ridurne l’attività. È interessante notare che l’attivazione della via di segnalazione GH-STAT5b induce l’espressione di ALS e IGF-I ma inibisce l’IGFBP-1 (Ono et al., 2007). Pertanto, l’inibizione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nel fegato (vedi sotto) contribuisce molto probabilmente agli effetti degli estrogeni su IGF-I, ALS e IGFBP-1. Di conseguenza, gli estrogeni esercitano effetti profondi sulle IGFBP di origine epatica quando somministrati per via orale, il che molto probabilmente modifica le azioni biologiche dell’IGF-I. Inoltre, la somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni può inibire gli effetti metabolici regolati dal GH (ad esempio, l’ossidazione dei lipidi, la sintesi proteica) (Huang e O’Sullivan, 2009). Questi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea sono attenuati dalla somministrazione transdermica, il che suggerisce che il fegato sia la sede principale del controllo regolatorio da parte degli estrogeni.
Rappresentazione schematica delle vie di segnalazione utilizzate dall’ormone della crescita (hGH) per regolare la crescita e il metabolismo. Il hGH si lega a un dimero preformato del recettore del hGH (GHR), con conseguente attivazione della tirosin chinasi JAK2 legata alla sequenza del dominio 1 del recettore, prossimale alla membrana. Contemporaneamente, viene attivata anche la chinasi Src. La segnalazione canonica della proteina tirosin chinasi JAK2 tramite STAT5 prevede la fosforilazione di residui di tirosina chiave nel dominio citoplasmatico del GHR, che si legano al dominio SH2 (Src homology 2) di STAT5a/b, reclutando le proteine STAT al JAK2 attivato e facilitandone così la fosforilazione della tirosina e la successiva dimerizzazione attraverso i loro motivi SH2. Il dimerizzato STAT5 trasloca nel nucleo per regolare la trascrizione genica. STAT1 e STAT3 subiscono una fosforilazione diretta della tirosina da parte di JAK2 senza la necessità di legame al recettore. L’ERK può essere attivato da SRC e/o PLCγ e Ras, oppure da JAK2 tramite gli adattatori SHC, GRB e SOS. JNK è attivato da SRC. La via di segnalazione della PtdIns 3-chinasi e della serina-treonina-proteina chinasi mTOR è attivata da JAK2 tramite la fosforilazione di IRS. Queste vie di segnalazione influenzano, direttamente o indirettamente, la trascrizione dei geni coinvolti nella crescita e nel metabolismo. ERK, chinasi extracellulare regolata dal segnale; FAK, chinasi di adesione focale; Grb, proteina legata al recettore del fattore di crescita; IRS, substrato del recettore dell’insulina; JAK2, Janus chinasi 2; JNK, c-Jun N-terminale chinasi; MEK, chinasi 2 della proteina chinasi attivata dal mitogeno a doppia specificità; mTOR, bersaglio della rapamicina nei mammiferi; PI3K, fosfoinositide 3-chinasi; PKC, proteina chinasi C; PLCγ, fosfolipasi Cγ; SHC, proteina trasformante contenente il dominio SH2; SOCS, soppressore della segnalazione delle citochine; SOS, figlio di Sevenless; SRC, proto-oncogene tirosina-proteina chinasi Src; STAT, trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione.
Gli estrogeni possono modulare l’azione del GH sul fegato influenzandone la risposta, il che comporta variazioni nell’espressione epatica del recettore GHR e un’interazione con la via di segnalazione JAK2-STAT5 attivata dal GH (Leung et al., 2004) (Figura 3). In particolare, l’E2 può indurre l’espressione di SOCS2 e SOCS3, che a loro volta regolano negativamente la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5, portando a una riduzione dell’attività trascrizionale nel fegato. Pertanto, oltre alla regolazione da parte dell’E2 del modello dimorfico sessuale della secrezione ipofisaria di GH, l’induzione dell’espressione delle SOCS e l’inibizione della via di segnalazione JAK2-STAT5 costituiscono un meccanismo molto rilevante che, in parte, potrebbe spiegare come gli estrogeni inibiscano direttamente gli effetti del GH in diverse azioni regolate da STAT5 (ad esempio, crescita somatica, composizione corporea, metabolismo e funzioni epatiche legate al genere). Abbiamo osservato che la somministrazione a lungo termine di dosi fisiologiche di E2 a ratti maschi affetti da GHD (ipotiroidei) regola diversi membri della famiglia SOCS attraverso una complessa interazione con il GH e gli ormoni tiroidei (Santana-Farre et al., 2008). Ipoteticamente, anche altri membri dei regolatori negativi della famiglia STAT potrebbero contribuire all’interazione degli estrogeni con la segnalazione del GH nel fegato. Ciò si spiega con la stimolazione da parte di ERα dell’espressione di PIAS3, che si lega a STAT3 e ne blocca l’attività di legame al DNA. È interessante notare che l’attivazione di ER da parte di E2, seguita dall’interazione diretta di ER con STAT5, possa anche inibire l’attività trascrizionale dipendente da STAT5 (Faulds et al., 2001; Wang et al., 2004). D’altra parte, è stato dimostrato che l’attivazione di ERα o ERβ da parte dell’E2, attraverso meccanismi non genomici, induce un programma trascrizionale dipendente da STAT5 (e STAT3) nelle cellule endoteliali (Bjornstrom e Sjoberg, 2005). Nel complesso, questi studi hanno evidenziato un’interazione diretta tra la segnalazione dell’ER e quella di STAT5 e dimostrano inoltre che le conseguenze funzionali di questa interazione dipendono dalle precise condizioni dell’ambiente intracellulare.
Diversi studi hanno suggerito che la segnalazione mediata dall’E2 possa svolgere un ruolo importante nel controllo del metabolismo dei lipidi e del glucosio (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Studi condotti sia sull’uomo che sui roditori indicano che livelli alterati di estrogeni o dei loro recettori possono portare a un fenotipo simile alla sindrome metabolica (ovvero, insulino-resistenza, adiposità, dislipidemia). Ad esempio, le donne in postmenopausa hanno una probabilità tre volte maggiore di sviluppare anomalie associate alla sindrome metabolica rispetto alle donne in premenopausa (Eshtiaghi et al., 2010). Inoltre, è stato dimostrato che la terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni e progestinici nelle donne in postmenopausa riduce il tessuto adiposo viscerale, la glicemia a digiuno e i livelli di insulina (Munoz et al., 2002). Osservazioni cliniche su maschi con deficit di ERα o con livelli ridotti di aromatasi hanno evidenziato lo sviluppo di aumento del peso corporeo, insulino-resistenza e iperinsulinemia (Smith et al., 1994; Jones et al., 2007). Analogamente, i topi ERαKO e quelli con deficit di aromatasi sviluppano insulino-resistenza, adiposità intra-addominale, steatosi e compromissione dell’ossidazione dei lipidi nel fegato, condizioni che possono essere invertite dal trattamento con E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007). L’influenza benefica degli estrogeni sulla normalizzazione dell’omeostasi lipidica e glicemica è evidenziata anche nei topi ob/ob e in quelli alimentati con una dieta ricca di grassi, modelli di obesità e diabete di tipo 2. In entrambi i modelli, il trattamento con E2 migliora la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina e riduce il peso nei topi alimentati con una dieta ricca di grassi (Gao et al., 2006; Bryzgalova et al., 2008). Studi condotti su topi ERαKO hanno dimostrato che l’ERα media principalmente gli effetti metabolici benefici degli estrogeni, quali l’inibizione della lipogenesi, il miglioramento della sensibilità all’insulina e della tolleranza al glucosio e la riduzione dell’adiposità (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Al contrario, i topi ERβKO non mostrano alterazioni della sensibilità all’insulina e/o del peso corporeo. Tuttavia, esistono alcune evidenze secondo cui l’ERβ potrebbe essere dannoso per il mantenimento di una regolare omeostasi del glucosio e dei lipidi. Oltre alle osservazioni relative all’ERαKO, è stato riportato che l’ablazione selettiva dell’ERα nella regione ipotalamica del cervello o nelle cellule ematopoietiche/mieloidi determina un aumento del peso corporeo e una ridotta tolleranza al glucosio (Ribas et al., 2011; Xu et al., 2011). L’insulino-resistenza nei topi ERαKO è in gran parte localizzata nel fegato e comporta un aumento del contenuto lipidico e della produzione epatica di glucosio. Sorprendentemente, l’ablazione selettiva di ERα a livello epatico (LERKO) non ha riprodotto il fenotipo osservato nei topi ERαKO (Matic et al., 2013). I topi LERKO non hanno aumentato il peso corporeo né hanno sviluppato intolleranza al glucosio o insulino-resistenza, nemmeno in seguito a una dieta ricca di grassi. Gli autori ipotizzano la presenza di uno o più meccanismi compensatori non identificati oppure che la resistenza all’insulina epatica si verifichi come effetto secondario dell’ablazione della segnalazione dell’E2 in altri tipi cellulari. Inoltre, il trattamento dei topi ob/ob con l’agonista selettivo dell’ERα PPT può migliorare la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, il che conferma il ruolo fondamentale della segnalazione dell’ERα nel controllo dell’omeostasi del glucosio. Anche la segnalazione estrogenica tramite GPR-30 è stata implicata nella produzione di insulina e nell’omeostasi del glucosio (Mårtensson et al., 2009). Come menzionato in precedenza, l’assenza di E2 o della segnalazione GHR-JAK2-STAT5 causa adiposità e steatosi epatica, che possono essere attenuate rispettivamente dalla somministrazione di E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007) o con la terapia sostitutiva con GH (LeRoith e Yakar, 2007), rispettivamente. Ciò suggerisce che la segnalazione dell’E2 e del GH regoli reti cellulari sovrapposte correlate al controllo fisiologico del metabolismo dei lipidi e del glucosio.
Punti chiave sulla relazione “riduttiva” dell’attività del hGH e dell’IGF-1 E2 correlata
E’ importante, al fine della comprensione del presente lavoro, che l’E2 riduce l’azione periferica dell’hGH nel fegato, in particolare se vi si creano concentrazioni elevate in loco d’organo. Sebbene gli estrogeni aumentino la secrezione di hGH da parte dell’ipofisi, inibiscono contemporaneamente la segnalazione del hGH nei tessuti epatici, riducendo la produzione di mediatori a valle come l’IGF-1.
I meccanismi di down-regulation del hGH da parte dell’E2 sono:
Inibizione della via JAK/STAT: l’estradiolo sopprime la segnalazione indotta dal GH attraverso la via JAK2-STAT5.
Induzione delle SOCS: gli estrogeni stimolano l’espressione delle proteine soppressive della segnalazione delle citochine (SOCS), come la SOCS2, che bloccano attivamente le cascate di segnalazione del GHR.
Dipendenza nelle concentrazioni di E2 epatico iatrogeno dipendente: l’instaurarsi di alte concentrazioni di E2 o composti correlati a livello epatico esercita un forte effetto di primo passaggio epatico che attenua efficacemente la produzione sistemica di IGF-1, mentre la condizione fisiologica evita in gran parte, ma non del tutto, questa profonda down-regulation epatica.
Inoltre, l’E2 può aumentare i livelli di specifiche proteine leganti il fattore di crescita insulino-simile (IGFBP), ovvero l’IGFBP-1 e l’IGFBP-3. Queste proteine leganti contribuiscono a regolare la quantità di IGF-1 disponibile/attiva per le cellule.
Effetti dell’E2 su specifiche IGFBP
IGFBP-1: Gli estrogeni aumentano generalmente i livelli sierici di IGFBP-1, il che può ridurre la quantità di IGF-1 libero e attivo in circolazione. L’estradiolo per via orale ha un effetto stimolante particolarmente forte sulla produzione epatica di IGFBP-1 a causa del passaggio diretto attraverso la circolazione portale di primo passaggio.
IGFBP-3: Gli studi dimostrano che l’estradiolo può aumentare la sintesi e i livelli sierici di IGFBP-3, agendo in sinergia con le vie dell’ormone della crescita in vari tessuti.
Altre IGFBP: L’estradiolo può anche aumentare i livelli locali o sistemici di IGFBP-2 e IGFBP-4 in specifici tessuti bersaglio come il cervello, l’ipofisi o la cartilagine ossea.
Differenze di genere nella biologia del tessuto adiposo
In ambito clinico, le differenze di genere nell’adiposità e nel metabolismo variano a seconda delle fasi della vita. Prima della pubertà, vi è poca differenza nella distribuzione del tessuto adiposo, ma durante la pubertà precoce, le differenze nella traiettoria del peso e nella composizione corporea diventano più evidenti. Ad esempio, gli uomini tendono a sviluppare una maggiore distribuzione centrale del grasso durante la transizione dall’adolescenza alla giovane età adulta. Le donne in premenopausa hanno livelli più elevati di estrogeni che hanno un effetto protettivo contro l’aumento di peso, aumentando il dispendio energetico e distribuendo il tessuto adiposo nelle regioni sottocutanee. Parte di questo aumento del dispendio energetico deriva dall’effetto estrogenico del “browning” o attività metabolica del tessuto adiposo. Il BAT è metabolicamente più attivo a causa dell’aumento del numero di mitocondri. Ciò è stato dimostrato in campioni bioptici e nell’aumento dell’espressione genica per la funzione mitocondriale. Le donne in postmenopausa aumentano di peso in parte a causa della naturale diminuzione dell’E2 endogeno durante la menopausa. Questa riduzione del dispendio energetico può essere prevenuta dalla terapia sostitutiva con estrogeni; Tuttavia, il rischio di malattie metaboliche non sembra migliorare. Questa risposta agli estrogeni può essere sessualmente dimorfica poiché gli estrogeni in vitro aumentano l’espressione sia di ERα che di ERβ negli adipociti sottocutanei delle donne, ma aumentano solo ERα negli adipociti sottocutanei e viscerali degli uomini.
Le donne con livelli di SHBG notevolmente inferiori e alti livelli di Testosterone biodisponibile presentavano un aumento del tessuto adiposo addominale e viscerale. Negli uomini, l’aumento del testosterone biodisponibile diminuiva l’obesità addominale e il profilo di rischio metabolico. Lo studio SWAN ha dimostrato che le donne nere avevano livelli di SHBG più elevati rispetto alle donne bianche, mentre sia le donne nere che quelle ispaniche avevano un indice di androgeni liberi (FAI) inferiore rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la maggiore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne nere e ispaniche. Le donne cinesi avevano livelli di SHBG significativamente inferiori e un FAI più elevato rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la minore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne cinesi. Essere consapevoli dell’influenza del gruppo etnico e del genere sull’adiposità può essere utile per identificare il rischio individuale e la scelta della gestione migliore del soggetto.
Nelle donne in postmenopausa, il tessuto adiposo bianco (WAT) diventa il principale loco di sintesi di estrogeni per l’organismo, la cui produzione dipende da una significativa espressione e attività dell’Aromatasi. In particolare, nel WAT, l’Aromatasi converte l’Estrone [E1], un prodotto aromatico derivato dall’Androstenedione, quest’ultimo secreto dalla ghiandola surrenale, in E2 tramite la classe di enzimi 17-beta idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD). Tuttavia, i livelli di estrogeni prodotti da questa via metabolica non sono in grado di compensare la perdita della produzione ovarica di estrogeni; di conseguenza, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) può essere necessaria per le donne in postmenopausa. Ciononostante, il 17β-estradiolo (17β-E2) è la principale forma di estrogeno circolante e biologicamente attiva. È anche la forma più studiata nella regolazione del tessuto adiposo e, pertanto, utilizzeremo il termine generico estrogeno per riferirci al 17β-estradiolo in senso lato.
Oltre all’attivazione tradizionale degli ER, gli estrogeni possono anche associarsi e attivare un recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a una proteina G chiamato GPER o GPER30. Il GPER sembra essere fondamentale per guidare i percorsi indipendenti dagli ER e media gli effetti non genomici degli estrogeni. In seguito all’attivazione del GPER da parte del 17β-estradiolo, vengono attivate le vie MAPK (Erk1/2) e dell’adenilato ciclasi per promuovere varie attività cellulari. In particolare, è stato suggerito che il GPER promuova l’inibizione dell’apoptosi indotta dallo stress ossidativo mediata dagli estrogeni, l’aumento della crescita cellulare attraverso la stimolazione dell’espressione della ciclina D e la sovraregolazione della produzione del fattore di crescita nervoso nei macrofagi. Questo repertorio biologico unico e diversificato ha forti implicazioni sulla biologia e sulla progressione del cancro al seno. Questa gamma di attività esiste anche per il tessuto adiposo, e tutti gli ER e il GPER3 sono espressi all’interno di vari depositi di WAT. Tuttavia, l’ERα è stato il più ampiamente studiato e sembra guidare la maggior parte delle funzioni del WAT correlate agli estrogeni. Al contrario, i ruoli di ERβ e GPER non sono ben caratterizzati; tuttavia, entrambi i recettori degli estrogeni sembrano regolare il metabolismo.
Il tessuto adiposo bianco (WAT) è disperso e non contiguo in tutto il corpo, rappresentando la potenziale eterogeneità di questo organo. Ad esempio, il WAT può essere suddiviso in due ampie localizzazioni anatomiche, sottocutaneo e viscerale, che possono essere ulteriormente separate in compartimenti distinti chiamati depositi. Il grasso sottocutaneo si trova sotto il derma, mentre il grasso viscerale circonda gli organi interni all’interno della cavità corporea . Questa macroscopica distribuzione anatomica sembra avere anche significative implicazioni metaboliche. Il grasso sottocutaneo sembra essere metabolicamente protettivo, mentre il grasso viscerale contribuisce alla disregolazione metabolica . Questa distribuzione anatomica protettiva del WAT è particolarmente rilevante tra uomini e donne. Ad esempio, le donne tendono ad avere il 10-20% in più di grasso corporeo rispetto agli uomini con lo stesso indice di massa corporea (BMI) . Tuttavia, le donne in premenopausa accumulano preferenzialmente grasso sottocutaneo nella parte inferiore del corpo, nei fianchi e nelle cosce e presentano una ridotta adiposità viscerale . Inoltre, le donne in premenopausa sono più protette dallo sviluppo di malattie metaboliche, probabilmente a causa dell’aumento del rapporto tra grasso sottocutaneo e grasso viscerale. Al contrario, gli uomini spesso accumulano grasso viscerale in eccesso, che porta a disturbi metabolici e malattie cardiovascolari . Tuttavia, le donne in postmenopausa spesso accumulano grasso viscerale riducendo al contempo i depositi di tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Questo effetto è dovuto principalmente alla mancanza di estrogeni, che predispone le donne alle malattie metaboliche . Infatti, studi che utilizzano i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), i dati di valutazione nutrizionale più estesi disponibili su interviste ed esami fisici, hanno dimostrato che un aumento dell’adiposità viscerale o centralizzata è associato al rischio più significativo di mortalità nelle donne . Uno studio britannico ha ulteriormente supportato questa nozione dimostrando un rischio simile di mortalità e adiposità viscerale nelle donne . In generale, un elevato deposito di grasso viscerale è associato ai più alti rischi di malattie metaboliche e morte prematura, indipendentemente dal sesso. Pertanto, si ritiene che i cambiamenti complessivi nei siti di accumulo del tessuto adiposo e le risposte sessualmente dimorfiche che controllano la disposizione del grasso corporeo spieghino perché gli uomini sviluppano malattie cardiometaboliche prima delle donne.
Cosa potrebbe spiegare queste differenze metaboliche e l’adiposità tra uomini e donne? Sembra che dipenda da dove avviene la crescita del tessuto adiposo e dalla biodisponibilità degli estrogeni. Prove crescenti da studi su esseri umani e roditori hanno dimostrato che livelli più elevati di estrogeni aumentano l’espansione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo e smorzano la crescita del tessuto adiposo bianco viscerale. Oltre alla distribuzione del grasso corporeo, i livelli di estrogeni ovarici possono ulteriormente proteggere dai segnali obesogeni e dalle malattie metaboliche . La ricerca ha dimostrato che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni dovuta alla menopausa o all’ovariectomia aumenta il rischio di sviluppare obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Nei roditori e negli esseri umani, la terapia sostitutiva con estradiolo o HRT inverte l’obesità riducendo la massa di grasso viscerale, migliorando così la forma fisica metabolica. Negli esseri umani, l’HRT ha dimostrato di avere numerosi effetti metabolici benefici nelle donne in post-menopausa. Ad esempio, in uno studio di 3 anni, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) ha ridotto statisticamente i livelli di glucosio a digiuno e ha abbassato significativamente l’incidenza del diabete . Inoltre, la TOS ha aumentato l’HDL e ridotto l’LDL, determinando profili lipidici più sani. Inoltre, le donne in postmenopausa che assumevano estrogeni hanno mostrato una diminuzione dell’adiposità viscerale, che ha ridotto il loro rischio di malattie cardiovascolari. In accordo con questi studi, i roditori ovariectomizzati sottoposti a terapia sostitutiva con estradiolo hanno mostrato una riduzione dell’assunzione di cibo e un aumento del dispendio energetico, proteggendoli dall’accumulo di massa grassa. È interessante notare che queste osservazioni non si limitano alle donne; la ricerca suggerisce che anche gli uomini e i topi maschi traggono beneficio dall’attività e dalla segnalazione degli estrogeni. Ad esempio, studi hanno dimostrato che la perdita della segnalazione degli estrogeni nei maschi promuove l’obesità e compromette il metabolismo del glucosio. Inoltre, la terapia ormonale di transizione di genere nelle donne trans che assumono estrogeni mostra una distribuzione del grasso corporeo più femminile e un rapporto vita-fianchi inferiore. Pertanto, gli estrogeni circolanti contribuiscono alla distribuzione, al rimodellamento e al mantenimento del grasso corporeo, ma come vengono mantenuti i livelli di estrogeni circolanti e l’attività dei recettori degli estrogeni?
La modulazione degli estrogeni ha un impatto sull’adiposità nelle donne in pre e postmenopausa, ma questo effetto è guidato dai recettori degli estrogeni (ER)? Nelle donne in premenopausa in sovrappeso o obese, si possono osservare differenze nell’espressione dei recettori degli estrogeni nei tessuti adiposi addominali e glutei. Questi dati suggeriscono che la disponibilità dei recettori potrebbe essere fondamentale per contrastare i depositi di grasso regionali in risposta a un bilancio energetico positivo. Uno studio sull’uomo che confrontava le differenze regionali nel tessuto sottocutaneo addominale e femorale in donne in pre e postmenopausa ha rilevato che le differenze metaboliche dipendevano dall’espressione dell’isotipo dei recettori degli estrogeni. Ovvero, queste differenze metaboliche (cioè la sensibilità all’insulina) derivavano dalle alterazioni nel rapporto tra ERα e ERβ tra i due depositi di grasso. Un rapporto ERα/ERβ più elevato è stato osservato nelle donne in premenopausa rispetto alle donne in postmenopausa. Inoltre, il trattamento di soggetti sia pre che postmenopausali con 17β-estradiolo ha aumentato il rapporto ERα/ERβ all’interno del WAT, suggerendo che i cambiamenti mediati dagli estrogeni nel rapporto ER sono fondamentali per indurre la sensibilità all’insulina del WAT. Sebbene interessanti e fisiologicamente rilevanti, i meccanismi che governano questa risposta devono ancora essere chiariti. Un potenziale meccanismo regolatorio che spiega questi cambiamenti nel rapporto ERα:ERβ potrebbe essere dovuto a un silenziamento potenziato del promotore di ERα tramite metilazione del DNA. Questo sembra verificarsi nell’aorta del ratto, ma mancano studi che esaminino la metilazione del promotore di ERα nel grasso e non può essere collegato a malattie metaboliche. Ciò che è chiaro è il costante aumento dell’adiposità, in particolare del WAT viscerale, e l’alterato metabolismo energetico dei topi maschi e femmine privi di ERα. Questo obesogeno e l’alterato equilibrio energetico nei topi privi di ERα sono ulteriormente accentuati quando alimentati con una dieta ricca di grassi.
Tuttavia, l’aumento dell’adiposità nei topi ERα nulli potrebbe essere indipendente dalla biologia del tessuto adiposo bianco e potrebbe essere collegato alla regolazione ipotalamica degli estrogeni e dei recettori degli estrogeni (ER). Ad esempio, la riduzione dell’espressione di ERα nel nucleo ventromediale (VMN) ha causato un aumento di peso attraverso un’alterazione del dispendio energetico indipendentemente dall’assunzione di cibo. Inoltre, la riduzione dell’espressione di ERα nel VMN provoca disfunzioni metaboliche nei ratti. Tuttavia, gli effetti indotti dagli estrogeni sull’assunzione di cibo possono essere osservati in risposta a microiniezioni a basso dosaggio di 17β-estradiolo nel cervello. In accordo con ciò, alcuni studi hanno suggerito che gli estrogeni diminuiscono i peptidi oressigeni per ridurre l’assunzione di cibo. Ad esempio, una riduzione del neuropeptide Y (NPY), un potente stimolatore dell’appetito, è stata associata ad un aumento dei livelli circolanti di estrogeni e all’attività dei recettori degli estrogeni mediata dagli estrogeni . Nello specifico, la trascrizione di NPY corrisponde al rapporto ERα:ERβ presente nell’ipotalamo. Quando il rapporto è alto, viene trascritto meno NPY; al contrario, quando il rapporto è basso, viene prodotto NPY . Inoltre, le variazioni del livello dell’ormone della fame grelina sono state associate a diverse fasi del ciclo ovarico . In particolare, l’infusione di grelina durante il diestro uno e il diestro due stimola l’assunzione di cibo, ma non durante il proestro o l’estro, in coincidenza con il picco dei livelli di estrogeni. A sostegno di questa nozione, i topi knockout per il recettore della grelina ovariectomizzati non sviluppano iperfagia o aumento di peso corporeo. Ciò suggerisce che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni aumenta l’assunzione di cibo liberando la grelina da un effetto inibitorio tonico degli estrogeni. Pertanto, gli estrogeni normalmente sopprimono la funzione della grelina per bloccare l’assunzione di cibo, ma in assenza di estrogeni, la secrezione di grelina è incontrollata, mediando la risposta iperfagica. Non è ancora chiaro in che modo gli estrogeni influenzino l’alimentazione mediata dalla grelina e se questi effetti possano derivare dalla segnalazione, dalla secrezione o dall’espressione dei recettori della grelina.
Mentre l’ablazione del gene ERα porta a una risposta metabolica disfunzionale distinta e robusta, la delezione del gene ERβ appare meno evidente. È interessante notare che la delezione di ERβ in tutto il corpo non ha praticamente alcun effetto sull’adiposità o sul bilancio energetico . Questa osservazione ha portato all’ipotesi che ERβ promuovesse l’obesità e i disturbi metabolici. Tale osservazione è stata ulteriormente supportata da un aumento di 10 volte della concentrazione di 17β-estradiolo nei topi ERα nulli, il che suggerisce un aumento del flusso di segnalazione degli estrogeni attraverso ERβ. A sostegno di questa visione, i topi ERβ nulli ovariectomizzati erano protetti dall’obesità . Tuttavia, studi successivi hanno dimostrato che i topi ERβ nulli erano in realtà più suscettibili all’obesità ma protetti contro l’insulino-resistenza. Questo effetto obesogeno sui topi ERβ nulli è stato ulteriormente accentuato dall’ovariectomia. In linea con questi studi sui roditori, uno studio genetico umano ha rivelato cinque polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) nell’ERβ associati all’obesità sia nei maschi che nelle femmine. Tuttavia, i meccanismi molecolari e le caratteristiche regolatorie dell’ERβ nell’obesità indotta dalla dieta devono ancora essere chiariti. Ma nuovi studi stanno iniziando a suggerire che l’ERβ potrebbe avere un ruolo metabolicamente protettivo regolando l’attività dei mitocondri del tessuto adiposo bianco (WAT). Ad esempio, nei roditori, i ligandi specifici dell’ERβ sembrano aumentare il dispendio energetico e l’attività dei mitocondri del WAT, anche in assenza di estrogeni circolanti . Inoltre, i cambiamenti nei geni di accumulo di grasso e nelle adipochine sono stati correlati all’attivazione dell’ERβ rispetto all’ERα o al rapporto tra i due recettori . Nel complesso, questi studi suggerirebbero che sia l’ERα che l’ERβ sono necessari per un corretto metabolismo energetico al fine di mediare la flessibilità metabolica. Nel loro insieme, l’attivazione degli isotipi del recettore degli estrogeni (ER), il profilo di espressione dell’ER, l’interazione tra il recettore dell’ER e il DNA e le attività non genomiche degli estrogeni rappresentano aree di ricerca cruciali che contribuiranno a risolvere i quesiti ancora irrisolti.
Oltre alle risposte mediate dal genoma ligando-recettore, gli estrogeni possono anche avere risposte non genomiche mediate da GPER (recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a proteine G). GPER è espresso nelle membrane intracellulari e, come altri GPCR, accoppia la segnalazione degli estrogeni a cambiamenti nell’attività dell’adenilato ciclasi, della chinasi e dei canali ionici. In particolare, GPER può anche regolare indirettamente l’espressione dei geni bersaglio. GPER è espresso in una moltitudine di tessuti; tuttavia, GPER non sembra essere coinvolto nella riproduzione mediata dagli estrogeni . Questo perché i topi privi di GPER sono fertili, mentre i topi privi di ERα sono infertili . All’interno del tessuto adiposo, i ruoli metabolici di GPER rimangono elusivi, ma negli ultimi anni sono state raccolte maggiori informazioni, che sono state recentemente esaminate in . In breve, alcuni studi mostrano che la carenza di GPER porta a una riduzione del peso corporeo e della crescita ossea nelle femmine, e altri studi hanno riportato un aumento significativo della massa grassa quando il GPER viene eliminato . Al contrario, diversi studi hanno mostrato un effetto del GPER o della sua attivazione sul peso corporeo anche in risposta a una dieta ricca di grassi . Nel complesso, la capacità degli estrogeni di regolare la massa grassa e la distribuzione sessualmente dimorfica dipende dall’espressione del recettore, dalla biodisponibilità e sintesi degli estrogeni e dall’età.
Tuttavia, gli estrogeni sembrano avere un ruolo diretto nella soppressione dei geni di accumulo lipidico e nell’attivazione preferenziale delle vie lipolitiche. Ad esempio, negli adipociti e nelle cellule tumorali, è stato dimostrato che il recettore ER interagisce direttamente con il recettore gamma attivato dai proliferatori dei perossisomi (Pparγ), un fattore chiave nell’accumulo di lipidi e nell’adipogenesi, bloccandone l’attività trascrizionale. Il blocco dell’attività di Pparγ ha diverse implicazioni sia nel compartimento delle cellule progenitrici adipose che in quello degli adipociti. Ad esempio, il blocco dell’attività di Pparγ mediato dagli estrogeni nelle cellule progenitrici adipose impedirebbe l’adipogenesi e ostacolerebbe il potenziale beneficio metabolico dell’iperplasia. Al contrario, la soppressione dell’attività trascrizionale di Pparγ negli adipociti maturi da parte degli estrogeni reprimerebbe la biogenesi lipidica e i geni di sensibilizzazione all’insulina. Come notato in precedenza, questi effetti degli estrogeni su Pparγ potrebbero essere specifici per il deposito e potrebbero avere ulteriori passaggi di regolazione trascrizionale che controllano i geni bersaglio di Pparg. Oltre a Pparγ, è stato dimostrato che gli estrogeni e i loro livelli reprimono direttamente la trascrizione del gene della lipoproteina lipasi (LPL) e diminuiscono l’attività della LPL attraverso modifiche post-trascrizionali . Ad esempio, le analisi cliniche dei livelli sierici di trigliceridi mostrano un aumento nelle donne in postmenopausa, ma vengono normalizzati o addirittura ridotti in risposta alla terapia ormonale sostitutiva (HRT) . Analogamente, nelle donne obese, una minore attività della LPL a digiuno è stata associata a livelli più elevati di estrogeni circolanti. È fondamentale sottolineare che l’attività della LPL è responsabile della conversione dei trigliceridi in acidi grassi liberi, consentendo l’assorbimento di acidi grassi liberi nei tessuti non epatici. Pertanto, la riduzione dell’espressione della LPL o la diminuzione della sua attività attraverso modifiche post-trascrizionali attenuerà l’assorbimento di acidi grassi liberi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni regolino l’attività e l’espressione genica della lipoproteina lipasi (LPL) in modo specifico per il tessuto adiposo bianco (WAT). In generale, sembrano mancare studi di trascrizione genetica su larga scala che esaminino il ruolo della segnalazione estrogenica nella regolazione dell’espressione genica degli adipociti sottocutanei e viscerali. Studi incentrati sulla comprensione dell’interazione tra steroidi sessuali e geni potrebbero contribuire a chiarire queste associazioni, così come studi osservazionali per descrivere le differenze nella distribuzione e nell’attività del tessuto adiposo bianco maschile e femminile.
Gli estrogeni potrebbero anche facilitare i tassi di lipolisi degli adipociti. L’attivazione dell’ERα da parte degli estrogeni sembra aumentare l’espressione dei recettori adrenergici alfa2A antilipolitici solo nel tessuto adiposo bianco sottocutaneo, ma non in quello viscerale . Inoltre, l’esame della distribuzione del grasso in donne affette da sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), una patologia in cui le ovaie producono una quantità eccessiva di androgeni, ha mostrato un’espansione preferenziale del tessuto adiposo bianco viscerale con una riduzione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Si ritiene che questi cambiamenti nell’immagazzinamento e nel rimodellamento del tessuto adiposo nelle pazienti con PCOS siano dovuti ai livelli plasmatici di androgeni, che bloccano la lipolisi e stimolano la lipogenesi nei compartimenti viscerali. Inoltre, i topi ovariectomizzati trattati con estradiolo hanno mostrato risposte lipolitiche potenziate, favorendo l’ossidazione degli acidi grassi liberi e non il loro accumulo. Questo effetto lipolitico potrebbe essere attribuito ai cambiamenti nell’espressione genica indotti dagli estrogeni nel recettore nucleare dell’ormone dell’ossidazione degli acidi grassi, Pparδ, e nelle sue vie di ossidazione degli acidi grassi . Inoltre, l’ossidazione lipidica potrebbe richiedere l’attività non genomica dell’estradiolo per attivare rapidamente la proteina chinasi attivata da AMP. Tuttavia, sono necessarie ulteriori informazioni per comprendere l’intero spettro degli effetti degli estrogeni sulla lipolisi, sui tassi di lipolisi e sull’espressione genica dei geni lipolitici e lipogenici.
Struttura del VEGFA[Vascular endothelial growth factor A]
Poiché gli estrogeni possono regolare la crescita sottocutanea e bloccare l’espansione del tessuto adiposo viscerale, i ricercatori hanno esaminato se gli estrogeni modulano il potenziale angiogenico di vari depositi di tessuto adiposo. Infatti, le donne in postmenopausa tendono ad avere una riduzione del flusso sanguigno nel tessuto adiposo, aumentando la loro suscettibilità alle malattie metaboliche. I dati suggeriscono anche che l’attivazione dell’ER regola positivamente l’espressione genica del VEGFA. In accordo con ciò, il blocco dell’attività dell’ER ha mostrato una diminuzione dell’espressione genica del VEGFA, con conseguente ipertrofia degli adipociti, infiammazione e insulino-resistenza. È stato anche dimostrato che la segnalazione degli estrogeni regola l’angiotensinogeno nel fegato. È stato dimostrato che l’angiotensinogeno regola il flusso e la pressione sanguigna ed è spesso elevato nei pazienti obesi, aumentando l’ipertensione indotta dall’obesità. Coerentemente con questa nozione, l’angiotensinogeno è espresso e secreto dagli adipociti e aumenta all’interno degli adipociti ipertrofici. Inoltre, nei modelli murini, sembra che gli adipociti siano la principale fonte di angiotensinogeno e possano spiegare le variazioni della pressione sanguigna sistolica in risposta a una dieta ricca di grassi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni siano un mediatore dell’espressione e dell’attività dell’angiotensinogeno. È ben documentato che gli estrogeni possono regolare la biologia dei vasi sanguigni nel contesto dell’aterosclerosi e dell’ipertensione e che le donne in postmenopausa perdono la protezione da queste condizioni. Ad esempio, il tessuto adiposo perivascolare regola il tono vascolare, ma nelle donne in postmenopausa il tessuto adiposo bianco perivascolare si espande, aumentando la dissezione arteriosa. Sebbene questi indizi evidenzino che gli estrogeni regolano la biologia e il tono vascolare nel tessuto adiposo bianco e in altri sistemi di organi, sembra che i meccanismi molecolari e trascrizionali debbano ancora essere completamente determinati.
La variabile dell’E2 sulla α2-AR:β2-AR ratio
È stato dimostrato che il progesterone aumenta la sintesi dei recettori β2-AR durante la gravidanza e il numero di proteine G attivate, motivo per cui può essere combinato con gli agonisti dei recettori β2-AR nella minaccia di parto pretermine. L’espressione dei recettori α1-AR nel miometrio è influenzata dagli ormoni steroidei sessuali femminili, principalmente dagli estrogeni. Il 17β-estradiolo diminuisce l’espressione dei recettori α1A-AR, ma non influenza l’espressione dei recettori α1D-AR. Gli estrogeni svolgono un ruolo importante nell’influenza diretta sui sottotipi di recettori α2-AR, che sono anche coinvolti nel meccanismo della lipolisi.
I recettori α2-AR sono stati suddivisi in sottotipi α2A, α2B e α2C. Tutti e tre i sottotipi recettoriali sono accoppiati alla subunità α della proteina Gi sensibile alla tossina della pertosse e diminuiscono l’attività dell’adenilato ciclasi (AC) e le correnti di Ca2+ voltaggio-dipendenti, attivando allo stesso tempo le correnti di K+ dipendenti dal recettore. La stimolazione di questi recettori porta all’inibizione del feedback presinaptico del rilascio di (-)-noradrenalina sui neuroni adrenergici e media una varietà di funzioni cellulari, come la vasocostrizione, l’aumento della pressione sanguigna e la nocicezione. In determinate circostanze, i recettori α2-AR possono accoppiarsi non solo alle proteine Gi ma anche alle proteine Gs, con conseguente attivazione dell’AC.
Nel tessuto adiposo sottocutaneo (sc), gli estrogeni possono aumentare il numero di recettori α2A-AR, che sono coinvolti nell’inibizione della lipolisi. Ciò può contribuire al tipico modello di distribuzione del grasso femminile, in cui il grasso viene immagazzinato maggiormente a livello sottocutaneo piuttosto che viscerale. Inoltre, una condizione estrogenica non ben manipolata può rendere, dato questo effetto, più difficile raggiungere definizioni estremizzate.
E’ stato infatti osservato che l’aumento del numero di recettori α2A-AR causa una risposta lipolitica attenuata dell’Epinefrina negli adipociti sc; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-AR negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Dai risultati ci viene mostrato che gli estrogeni abbassano la risposta lipolitica nel deposito di grasso sc aumentando il numero di recettori α2A-AR, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Questi risultati dimostrano che gli estrogeni attenuano la risposta lipolitica attraverso la sovraregolazione del numero di recettori α2A-AR antilipolitici solo nel sc e non nei depositi di grasso viscerale. Pertanto, questi risultati offrono una spiegazione del modo in cui gli estrogeni, se non ben modulati, rendono molto più ostica la mobilitazione del grasso sc in specie nella donna.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15070958/]
Quindi, gli estrogeni regolano positivamente i α2A-AR direttamente nel tessuto adiposo sottocutaneo umano tramite il ERα. Questo meccanismo aumenta l’attività antilipolitica, riduce la degradazione del grasso in risposta alle catecolamine come l’Epinefrina e contribuisce a mantenere la tipica distribuzione del grasso nella parte inferiore del corpo femminile e nel tessuto adiposo sottocutaneo.
Meccanismo d’azione
Specificità recettoriale: Gli estrogeni agiscono attraverso il ERα per modulare il numero di recettori adrenergici [vedi ratio tra α2-AR (antilipolitico) e β2-AR(lipolitico) a favore del α2-AR].
Specificità del deposito: L’aumento dell’espressione si verifica esclusivamente nei depositi di grasso sottocutaneo (sc) piuttosto che in quelli viscerali o intra-addominali.
Sottoregolazionedella lipolisi: Un numero maggiore di recettori α2A-AR (che inibiscono l’adenilato ciclasi) attenua l’effetto mobilizzante del grasso dell’Epinefrina negli adipociti sottocutanei.
Implicazioni fisiologiche
Distribuzione del grasso: Inibendo la mobilizzazione del grasso specificamente nelle aree sottocutanee (regioni gluteo-femorali), gli estrogeni favoriscono l’accumulo di grasso nei depositi della parte inferiore del corpo rispetto all’accumulo viscerale.
Dualismo tra protezione metabolica e limitazione estetica: Questa regolazione dell’accumulo sito-specifica impedisce al grasso di accumularsi negli spazi intra-addominali, proteggendo così dai rischi metabolici associati all’obesità viscerale. Ciò nonostante, in un contesto di miglioramento della composizione corporea in specie nel BodyBuilding, questa caratteristica risulta limitante richiedendo specifiche modifiche nella preparazione.
Equilibrio dei recettori adrenergici
Le catecolamine (Adrenalina e Noradrenalina) si legano sia ai recettori β stimolatori che ai recettori α2A inibitori presenti sugli adipociti:
Gli adipociti sottocutanei esprimono un’elevata densità di recettori α2A adrenergici, in particolare nelle donne a causa della segnalazione estrogenica. Questo agisce come un “freno” molecolare che smorza la degradazione del grasso.
Gli adipociti viscerali esprimono un’elevata densità di recettori β₁ e β₂ e livelli inferiori di recettori α2A, rendendoli altamente sensibili alla stimolazione che induce la scissione del grasso.
Una nota sui Glucocorticoidi e Mineralocorticoidi nella donna
Le donne presentano generalmente concentrazioni basali totali più elevate di glucocorticoidi (Cortisolo) a causa del legame con le proteine, mentre le loro concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone) fluttuano ciclicamente e sono altamente sensibili alle interazioni tra ormoni sessuali. Al contrario, gli uomini mostrano concentrazioni basali più stabili, ma presentano picchi molto più netti e più elevati nei livelli di glucocorticoidi quando sottoposti a stress acuto.
Concentrazioni di glucocorticoidi (Cortisolo)
Sebbene entrambi i sessi mantengano il cortisolo entro un intervallo fisiologico ampio e simile (da 5 a 25 mcg/dL al mattino), le dinamiche di concentrazione e i meccanismi di regolazione sottostanti differiscono:
Cortisolo totale vs. libero: le donne presentano livelli di cortisolo circolante totale più elevati principalmente perché gli estrogeni stimolano la produzione di globulina legante il cortisolo (CBG) nel fegato. Tuttavia, la concentrazione di cortisolo “libero” (biologicamente attivo) rimane altamente comparabile tra uomini e donne sani.
Reattività allo stress acuto: quando esposti a stress psicologico o fisico acuto, gli uomini mostrano un picco di concentrazione di glucocorticoidi significativamente più forte e più rapido. Le donne mostrano una risposta acuta del cortisolo più attenuata, tranne durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando la loro risposta allo stress rispecchia da vicino quella degli uomini.
Ritmo circadiano: entrambi i sessi seguono un ritmo circadiano preciso, ma le donne mostrano frequentemente una risposta del cortisolo al risveglio (CAR) leggermente più pronunciata, ovvero un picco mattutino più ripido subito dopo il risveglio.
Concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone)
Le concentrazioni basali di mineralcorticoidi sono fortemente dimorfiche a causa dell’impatto diretto delle fluttuazioni ormonali sul sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS):
Variabilità ciclica vs. stabilità: Gli uomini mantengono concentrazioni basali di mineralcorticoidi molto stabili giorno per giorno. Le donne, invece, sperimentano enormi fluttuazioni a seconda del ciclo mestruale. Durante la fase luteale, le concentrazioni di aldosterone raddoppiano o triplicano perché il progesterone blocca i recettori dei mineralcorticoidi, costringendo l’organismo a produrre più aldosterone per mantenere l’equilibrio del sodio.
Selettività e sensibilità tissutale: Gli uomini mostrano naturalmente una maggiore sensibilità alle variazioni della pressione sanguigna indotte dal sale. Le donne beneficiano di meccanismi estrogenici protettivi che limitano l’iperattivazione dei recettori dei mineralcorticoidi nel sistema cardiovascolare, il che significa che una concentrazione simile di aldosterone causa meno danni vascolari nelle donne rispetto agli uomini.
Differenze a livello di recettori e meccanismi di feedback
Il modo in cui queste concentrazioni influenzano l’organismo è determinato dall’espressione dei recettori nel cervello e negli organi. Gli uomini presentano una concentrazione basale più elevata di recettori dei glucocorticoidi (GR) e recettori dei mineralcorticoidi (MR) in aree come l’ippocampo. Di conseguenza, gli uomini possiedono un meccanismo di feedback negativo altamente efficiente che interrompe rapidamente la risposta allo stress. Le donne presentano un sistema di feedback più graduale, il che significa che, sebbene le loro concentrazioni di ormoni dello stress non raggiungano picchi così elevati, il ritorno alla normalità richiede più tempo.
Appetito e chimica cerebrale: fattori scatenanti comportamentali
Lo stress cronico altera le vie neurali che regolano la fame in modo diverso nei due sessi:
Donne (Iperfagia edonica): L’aumento del Cortisolo interagisce con gli estrogeni alterando profondamente i centri cerebrali che regolano l’appetito. Le donne stressate producono livelli più elevati dell’ormone della fame Grelina e mostrano un declino più rapido dell’attività della corteccia prefrontale (il centro di controllo degli impulsi del cervello). I dati epidemiologici di uno studio mostrano che le donne sperimentano aumenti significativamente maggiori dell’indice di massa corporea (BMI) in seguito a importanti eventi stressanti rispetto agli uomini. Sperimentano un’intensa voglia di cibi iper-appetitosi e ad alta densità calorica (zucchero e grassi).
Uomini (Strategie di coping basate su sostanze): Gli uomini stressati sono biologicamente meno inclini all’alimentazione compulsiva indotta dallo stress. Al contrario, come evidenziato dalla ricerca sui meccanismi di coping, gli uomini sono più propensi a ricorrere all’alcol o al fumo per far fronte alla pressione cronica. Questo introduce calorie liquide “vuote” che aggirano i normali segnali di sazietà e accelerano ulteriormente l’accumulo di grasso viscerale nel fegato e nell’addome.
Il paradosso del RAAS nella donna in età fertile
Nelle donne in età fertile si verifica un fenomeno unico: l’attività del RAAS è naturalmente più alta durante la fase luteale del ciclo mestruale, ma senza causare ipertensione.
Il ruolo del progesterone: Durante la fase luteale, i livelli di progesterone si impennano. Il progesterone è un potente antagonista competitivo dei recettori dei mineralocorticoidi (MR); in parole semplici, blocca i recettori dell’aldosterone.
La risposta compensatoria: Per evitare una massiva perdita di sodio e una conseguente disidratazione, il corpo della donna risponde attivando fortemente il RAAS. La produzione di renina e aldosterone raddoppia o triplica per superare il blocco del progesterone.
La protezione degli estrogeni: Nonostante l’elevata concentrazione di componenti del RAAS in questa fase, gli estrogeni stimolano la produzione di ossido nitrico e promuovono la vasodilatazione, proteggendo i vasi sanguigni e impedendo l’aumento della pressione arteriosa.
Il vero rischio clinico legato a un aumento dell’attività del RAAS nella donna si manifesta dopo la menopausa.
Perdita del freno estrogenico: Nonostante l’E2 aumenti l’espressione del Angiotensiogeno epatico, con il calo degli estrogeni in menopausa, svanisce l’effetto vasodilatatore protettivo. L’angiotensina II inizia a stringere i vasi in modo incontrollato.
Spostamento verso il recettore AT1: Il deficit di estrogeni sposta l’equilibrio del RAAS verso l’attivazione dei recettori AT1 (che promuovono infiammazione, vasocostrizione e fibrosi) a discapito dei recettori AT2 (protettivi).
Conseguenze cliniche: Questo cambiamento molecolare spiega perché, dopo la menopausa, le donne mostrano una suscettibilità accelerata all’ipertensione sensibile al sale, all’ipertrofia cardiaca e alla rigidità arteriosa rispetto agli uomini della stessa età.
Sintesi sul dimorfismo sessuale ormonale-metabolico
Le differenze ormonali e metaboliche tra uomo e donna costituiscono il fondamento fisiologico della dimorfia sessuale, influenzando la composizione corporea, l’utilizzo dei substrati energetici, la risposta all’esercizio e la suscettibilità a diverse condizioni patologiche e pratiche cliniche o PEDs.
Profilo Ormonale
Le principali differenze endocrine risiedono nei livelli basali degli steroidi sessuali e nel loro pattern di secrezione.
Androgeni vs. Estrogeni e Progesterone Testosterone (Uomo): Prodotto principalmente dalle cellule di Leydig nei testicoli (95%) e dalle ghiandole surrenali. I livelli plasmatici fisiologici nell’uomo adulto variano indicativamente tra 300 e 1000 ng/dL. Il testosterone stimola la sintesi proteica muscolare via recettore AR, la densità ossea, la lipolisi e la produzione di eritropoietina (EPO).
Estrogeni (E2 / Estradiolo) e Progesterone (Donna): Nelle donne in età fertile, i livelli di estradiolo oscillano ciclicamente tra 30 e 400 pg/mL a seconda della fase del ciclo mestruale (follicolare vs. luteale/ovulatoria). Gli estrogeni hanno un ruolo protettivo sul sistema cardiovascolare, modulano la sensibilità insulinica, migliorano la salute ossea e favoriscono l’accumulo di grasso periferico/ginoide.
Pattern di Secrezione: Nell’uomo la secrezione dell’asse HHG (ipotalamo-ipofisi-gonadi) segue un ritmo circadiano (con picco nelle prime ore del mattino). Nella donna in età fertile segue un ritmo infradiano (ciclo mestruale di ~28 giorni) con marcate fluttuazioni nella sensibilità ai nutrienti e nell’idratazione corporea.
2. Distribuzione del Grasso:
Uomo (Androide): Predominanza di accumulo viscerale e addominale. Il grasso viscerale è più lipoliticamente attivo e pro-infiammatorio.
Donna (Ginoide): Predominanza di accumulo sottocutaneo su fianchi e glutei/cosce, guidato dagli estrogeni e dall’attività della lipoproteina lipasi (LPL) gluteo-femorale.
3. Ossidazione dei Nutrienti durante l’Esercizio
Ossidazione dei Lipidi (Donna): Durante l’esercizio aerobico a pari intensità relativa (%VO2max), le donne ossidano una quota maggiore di grassi rispetto ai carboidrati. L’estradiolo attiva vie di segnalazione (es. AMPK) che promuovono l’ingresso degli acidi grassi nei mitocondri.
Risparmio del Glicogeno (Donna): Questo maggior ricorso ai lipidi permette alla donna di risparmiare il glicogeno muscolare ed epatico, conferendo una maggiore resistenza alla fatica nei lavori di lunga durata/ultra-endurance.
Ossidazione dei Carboidrati (Uomo): Gli uomini dipendono in misura maggiore dai carboidrati (glicogenolisi e glicolisi) durante il lavoro submassimale e massimale. Sensibilità Insulinica e Metabolismo del Glucosio
Donne: Presentano una sensibilità insulinica muscolare mediamente superiore nell’arco della vita (fino alla menopause), in parte grazie all’azione protettiva degli estrogeni e alla maggiore densità capillare per unità di massa muscolare.
Uomini: Tendono a sviluppare più facilmente insulino-resistenza sistemica in presenza di surplus calorico, a causa del rapido accumulo di tessuto adiposo viscerale e intraepatico.
La transizione verso la menopausa e la sua fase conclamata rappresentano un reset neuroendocrino e metabolico profondo. Con la cessazione della funzione ovarica follicolare, la brusca caduta degli estrogeni e del progesterone — unita a una complessa riorganizzazione della sensibilità recettoriale — altera radicalmente l’omeostasi glucidica, lipidica e la composizione corporea.
4. Il Quadro Endocrino e il Declino degli Steroidi Sessuali
Con la menopausa, l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) subisce una drastica de-soppressione per assenza del feedback negativo indotto dagli steroidi ovarici:
Estradiolo (E2): Crolla da livelli ciclici (fino a 300-400pg/mL) a valori costantemente bassi (<10-20pg/mL). L’Estrone (E1), derivante dalla conversione periferica dell’Androstenedione da parte dell’aromatasi nel tessuto adiposo, diventa l’estrogeno circolante dominante, pur essendo un agonista recettoriale nettamente meno potente di E2.
Progesterone: Scompare quasi completamente a causa dell’assenza del corpo luteo e dell’ovulazione.
5. Androgeni (Testosterone e DHEA):
Il Testosterone varia in modo meno brusco rispetto agli estrogeni: l’ovaio in menopausa continua a produrne piccole quote guidate dalle alte concentrazioni di LH, unitamente alla produzione surrenalica. Ciò genera un iperandrogenismo relativo (aumento del rapporto Testosterone/Estradiolo libero).
SHBG (Sex Hormone-Binding Globulin): La riduzione della sintesi epatica di SHBG — indotta dal deficit estrogenico — aumenta la frazione libera e biologicamente attiva sia degli estrogeni residui sia degli androgeni.
6. Sensibilità Recettoriale e Rimodellamento Metabolico
A. L’impatto della carenza di steroidi sessuali si esplica attraverso la perdita della segnalazione dei recettori estrogenici ERα e ERβ nei tessuti metabolicamente attivi (muscolo scheletrico, fegato, tessuto adiposo e sistema vascolare).
B. Shift della Distribuzione Adipocitaria: Da Ginoide ad Androide Inattivazione della LPL Gluteo-Femorale: Gli estrogeni mantengono attiva la lipoproteina lipasi (LPL) nel distretto sottocutaneo inferiore. Senza E2, la LPL sottocutanea riduce la propria attività, mentre aumenta il deposito lipidico nel distretto viscerale (addominale). Infiammazione di Basso Grado: Il tessuto adiposo viscerale espanso recluta macrofagi M1 pro-infiammatori e secerne citochine TNF-alpha, IL-6, favorendo uno stato flogistico cronico che peggiora ulteriormente l’insulino-resistenza sistemica.
C. Profilo Lipidico e Salute Cardiovascolare Down-regulation dei Recettori LDL Epatici: La mancanza di estrogeni riduce l’espressione dei recettori per le LDL a livello epatico, portando a un incremento significativo del colesterolo LDL e dei trigliceridi ematici, unito a una contrazione o alterazione funzionale delle HDL. Tono Vascolare: Viene meno la stimolazione della sintesi di ossido nitrico endoteliale (eNOS) mediate da ERα, aumentando la rigidità arteriosa e la pressione arteriosa sistemica.
7. Risposta agli Steroidi Sessuali Esogeni
La sensibilità del tessuto bersaglio alla somministrazione esogena di steroidi cambia significativamente in relazione alla tempistica di avvio del trattamento e al contesto recettoriale.
Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS / HRT) La “Finestra d’Opportunità” (Timing Hypothesis): Se la TOS (a base di E2 bioidentico, affiancato da progesterone/progestinico a protezione endometriale nelle donne non isterectomizzate) viene avviata precocemente nella perimenopausa o nei primi anni di menopausa (<60 anni o <10 anni dalla menopausa), ripristina la sensibilità insulinica, previene l’accumulo di grasso viscerale, preserva la densità minerale ossea (BMD) e protegge la funzione endoteliale.
Somministrazione Tardiva: L’avvio della TOS a distanza di molti anni dall’avvenuta menopausa trova vasi e recettori in uno stato indurito/pro-infiammatorio, riducendo i benefici metabolici e aumentando il rischio tromboembolico e cardiovascolare.
Via di Somministrazione: La via transdermica per l’Estradiolo evita il primo passaggio epatico, non altera i fattori della coagulazione e la SHBG, e garantisce una risposta metabolica e un profilo di sicurezza sovrapponibili alla fisiologia.
8. Sensibilità agli Androgeni Esogeni
In caso di deficit sintomatico di libido e affaticamento marcato, micro-dosi di Testosterone (sotto stretta supervisione medica) mostrano un’elevata sensibilità recettoriale nel tessuto osseo, muscolare e cerebrale. Tuttavia, la risposta della donna in menopausa agli androgeni è estremamente sensibile alle dosi: nonostante non sembri manifestarsi come nel periodo pre-menopausa, sottili sovradossaggi portano rapidamente a segni di virilizzazione, riduzione delle HDL e ritenzione idrica, data la differente densità/sensibilità recettoriale presumibilmente correlata al volume di distribuzione ridotto rispetto all’uomo.
Butenandt, Adolf; Westphal, Ulrich; Cobler, Heinz (12 September 1934). “Über einen Abbau des Stigmasterins zu corpus-luteum-wirksamen Stoffen; ein Beitrag zur Konstitution des Corpusluteum-Hormons (Vorläuf. Mitteil.)”. Berichte der Deutschen Chemischen Gesellschaft (A and B Series). 67 (9): 1611–1616.
Henderson E, Weinberg M, Wright WA (April 1950). “Pregnenolone”. J. Clin. Endocrinol. Metab. 10 (4): 455–74.
Introduzione all’interazione tra ormoni sessuali e Aldosterone:
Come abbiamo già visto nella prima parte, l’Aldosterone è il principale ormone steroideo mineralcorticoide prodotto dalla zona glomerulosa in risposta a livelli elevati di Potassio, all’Angiotensina II e alla stimolazione dell’Adrenocorticotropina. È una componente fondamentale del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), che svolge un ruolo centrale nella regolazione omeostatica della pressione arteriosa (PA); inoltre, stimola il riassorbimento del Sodio e l’escrezione del Potassio nella porzione distale del nefrone.
L’Aldosterone deriva dal colesterolo, che funge da precursore comune per tutti gli ormoni steroidei, ed è immagazzinato all’interno di goccioline lipidiche intracellulari e mobilizzato verso i mitocondri in seguito a stimolazione. Nei mitocondri, una serie di reazioni enzimatiche che coinvolgono il colesterolo culmina nella produzione di aldosterone. Il trasferimento intramitocondriale del colesterolo è facilitato dalla proteina regolatrice acuta steroidogenica da 30 kDa. Una volta entrato nei mitocondri, il colesterolo viene convertito in Pregnenolone, un processo attivato dalla scissione della catena laterale da parte del citocromo P450 (CYP11A1). A seguito di diverse fasi enzimatiche successive, viene infine trasformato in Aldosterone tramite l’enzima aldosterone sintasi codificato dal gene CYP11B2.
L’Aldosterone attraversa facilmente la membrana cellulare e si lega ai recettori dei mineralcorticoidi situati nel citoplasma. Una volta legato all’aldosterone, il recettore dei mineralcorticoidi si dimerizza, si traslocca nel nucleo e agisce come fattore di trascrizione attivato dal ligando, dove si lega a regioni specifiche del DNA contenenti elementi di risposta al recettore dei mineralcorticoidi. Il legame del complesso aldosterone-recettore dei mineralcorticoidi a questi elementi di risposta del DNA porta alla trascrizione e alla traduzione dei geni a valle. In particolare, questo processo induce l’espressione di geni come la chinasi 1 stimolata dal siero e dai glucocorticoidi (SGK1), che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione e nell’attivazione delle proteine di trasporto ionico, compreso il canale del sodio delle cellule epiteliali (ENaC) nelle cellule principali. Successivamente, l’ENaC attivato favorisce il riassorbimento di sodio e acqua e regola il volume dei liquidi e l’equilibrio sodico. L’omeostasi del sodio è regolata da pompe protoniche, quali l’H+-ATPasi e l’H+-K+-ATPasi, presenti nelle cellule intercalate. Oltre alla via genomica, l’Aldosterone esercita un effetto rapido attraverso vie non genomiche. Nel citoplasma, il complesso Aldosterone-recettore dei mineralcorticoidi attiva SGK1, che fosforila Nedd4-2 (proteina 4-2 espressa nelle cellule precursori neurali e sottoregolata durante lo sviluppo) e ne induce l’interazione con i membri della famiglia 14-3-3 delle proteine regolatrici. L’azione concertata di SGK1 e 14-3-3 sembra interrompere l’ubiquitinazione dell’ENaC mediata da Nedd4-2, fornendo così un meccanismo attraverso il quale SGK1 modula la corrente di Na(+) mediata dall’ENaC.
Un numero crescente di evidenze cliniche e molecolari suggerisce che gli steroidi sessuali modulino i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del MR. Pertanto, nelle diverse fasi della vita i cambiamenti ormonali, come le alterazioni ormonali iatrogeno-indotte, possono influenzare l’attività del MR e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del MR sui bersagli epiteliali ed endoteliali. Ciò, a sua volta, determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari, nonché di danno renale.
Evidenza clinica dell’intermodulazione tra gli ormoni sessuali e l’aldosterone sul recettore dei mineralcorticoidi
Struttura del Recettore dei Mineralocorticoidi.
Le donne sane presentano livelli sierici di Aldosterone più elevati rispetto agli uomini sani; tali livelli aumentano nella fase luteale del ciclo mestruale rispetto alla fase follicolare. L’aumento dei livelli di Progesterone durante la fase luteale del ciclo estrale e la gravidanza determina un aumento compensatorio dell’attività del RAAS e della sintesi di Aldosterone. Questa risposta è innescata dalla ridotta attività del MR nelle cellule bersaglio dell’Aldosterone e contribuisce al mantenimento dell’omeostasi.
Inoltre, gli ormoni sessuali e l’età regolano i livelli di Aldosterone e svolgono un ruolo fondamentale nella fisiopatologia dell’ipertensione nelle donne in postmenopausa. La marcata riduzione della produzione di estrogeni nelle donne in postmenopausa comporta un aumento della pressione arteriosa, e una terapia sostitutiva precoce a base di estrogeni potrebbe prevenire tale aumento della pressione arteriosa e la progressione dell’aterosclerosi. Studi sperimentali hanno dimostrato che i livelli di Aldosterone circolante aumentano dopo la menopausa e che la terapia estrogenica riduce tale effetto.
Struttura molecolare del Aldosterone.
Al contrario, l’uso della contraccezione orale combinata aumenta i livelli di Aldosterone ma riduce quelli di Renina. Si ipotizza che la contraccezione orale possa contribuire all’ipertensione attraverso un effetto di “primo passaggio”, in cui gli estrogeni per via orale inducono la produzione epatica del substrato della Renina, l’Angiotensinogeno, determinando un aumento dell’Angiotensina I che a sua volta viene convertita in Angiotensina II. In uno studio sono state valutate circa 500 donne di età compresa tra i 17 e i 27 anni. Le utilizzatrici di contraccettivi orali hanno mostrato un rapporto Aldosterone-Renina (ARR) mediano superiore del 42% all’età di 17 anni e un ARR mediano superiore del 23% all’età di 27 anni rispetto alle non utilizzatrici. Come previsto, questi cambiamenti potrebbero aver portato a risultati falsi positivi nello screening per l’Aldosteronismo primario. A differenza della concentrazione di Renina, l’attività plasmatica della Renina è rimasta invariata durante il trattamento con contraccettivi orali. Questa stabilità può essere attribuita all’effetto compensatorio dell’elevato substrato della Renina, che viene controbilanciato dalla soppressione del rilascio renale di Renina attiva, come evidenziato da una concentrazione di Renina più bassa.
Struttura molecolare della Renina.
Nelle donne che assumono pillole a base di solo Progesterone, il marcato effetto anti-recettore dei mineralcorticoidi è associato prevalentemente al Drospirenone, un progestinico derivato dallo Spironolattone. Tuttavia, tale effetto si attenua poiché il Drospirenone è stato rimosso dagli MRA a causa della sua attività progestinica. Ciononostante, tale effetto non si osserva in genere quando si utilizzano pillole a base di solo Progesterone contenenti Levonorgestrel o Desogestrel.
Anche nei ìmaschi, gli ormoni sessuali modulano la produzione di Aldosterone attraverso interazioni complesse. Il Testosterone tende ad inibire l’attività dell’enzima aldosterone sintasi e la secrezione dell’Aldosterone. Al contrario, gli estrogeni stimolano la biosintesi dell’ormone.
Studi sperimentali indicano che il Testosterone riduce l’espressione dell’mRNA dell’aldosterone sintasi e abbassa i livelli basali e stimolati di Aldosterone. Sebbene la ricerca clinica sia meno estesa, alcune osservazioni suggeriscono che anche negli uomini l’aumento dei livelli di androgeni durante la pubertà sia correlato a una diminuzione dei tassi di Aldosterone circolante e dell’attività reninica.
Gli estrogeni – in particolare l’Estradiolo – stimolano la biosintesi dell’Aldosterone attivando recettori specifici (come il recettore classico degli estrogeni ERβ e il recettore accoppiato a proteina G) nella corteccia surrenale. Il Progesterone, altro precursore ormonale, come altri progestinici di sintesi, agisce invece come anti-mineralocorticoide inibendo l’azione dell’Aldosterone a livello del suo recettore bersaglio.
L’equilibrio tra questi ormoni influenza direttamente la regolazione della pressione sanguigna e il bilancio idrico ed elettrolitico. Un eccesso o un difetto in questa modulazione mediata dagli steroidi sessuali può contribuire all’insorgenza di ipertensione e malattie cardiovascolari.
Prove molecolari del ruolo degli estrogeni nella biosintesi dell’Aldosterone
L’Estradiolo (E2), una delle tre principali forme di estrogeno, svolge diverse funzioni biologiche e agisce su numerosi tessuti e organi. Gli estrogeni esercitano un effetto benefico sulla regolazione della pressione arteriosa e sul rischio di malattie cardiovascolari attraverso l’attivazione dei recettori classici degli estrogeni (ERα ed ERβ). La segnalazione estrogenica ligando-dipendente ha inizio con il legame dell’estrogeno al recettore degli estrogeni. In assenza di E2, questi recettori si legano alla proteina da shock termico 90 e rimangono inattivi. Una volta attivata, la risposta trascrizionale specifica della cellula agli estrogeni dipende da molteplici fattori, quali le proteine coregolatrici e le caratteristiche dei promotori dei geni sensibili agli estrogeni. Poiché gli ormoni sono modulatori della trascrizione, il profilo dei geni modulati dipende anche da altre vie di segnalazione attive nella cellula al momento dell’esposizione ormonale. Un recettore accoppiato alle proteine G, il GPER (noto anche come GPR30 e GPER-1), svolge un ruolo nella mediazione dei rapidi effetti non genomici degli estrogeni in vari tessuti e cellule. Il GPER è stato inizialmente descritto come un recettore specifico per gli estrogeni, ma successivamente si è scoperto che si lega in modo promiscuo ad altri steroidi e media effetti dell’aldosterone indipendenti dal recettore dei mineralcorticoidi in diversi tipi di cellule.
Da sinistra: struttura del ERα e del ERβ
Numerosi studi hanno suggerito un ruolo degli estrogeni nella regolazione dell’Aldosterone in condizioni fisiologiche e fisiopatologiche. Nella ghiandola surrenale fetale umana è stata osservata un’elevata espressione di ERβ, mentre quella di ERα risultava bassa. In particolare, nel periodo post-adrenarca, l’ERα era appena rilevabile nella ghiandola surrenale, mentre l’ERβ veniva rilevato prevalentemente nella zona reticolare. Inoltre, più recentemente, è stata identificata la presenza del GPER, che risulta altamente espresso non solo nella zona glomerulosa normale, ma anche nel tessuto dell’adenoma aldosteronoparo (APA), dove l’immunoistochimica era molto più intensa per il GPER-1 rispetto all’ERβ.
Studi sperimentali in vitro hanno dimostrato un duplice effetto degli estrogeni che si bilancia a vicenda, ma che presenta manifestazioni diverse a seconda del livello specifico di espressione dei recettori degli estrogeni nella corteccia surrenale. Inizialmente, gli estrogeni inibiscono la sintesi dell’Aldosterone agendo direttamente sull’ERβ. Tuttavia, quando l’espressione dell’ERβ diminuisce o viene antagonizzata, l’E2 stimola potentemente l’espressione dell’Aldosterone sintasi e il rilascio di Aldosterone attraverso un meccanismo che coinvolge la stimolazione del GPER-1.
Nelle donne in premenopausa (a), gli estrogeni inibiscono la sintesi di aldosterone agendo principalmente sull’ERβ. Nelle donne in menopausa (b), si verifica la cessazione della produzione di estrogeni e questi inducono l’aldosterone sintasi attraverso l’attivazione del GPER. CYP11B2, aldosterone sintasi, anche chiamata steroide 18-idrossilasi, corticosterone 18-monoossigenasi o P450C18; ERβ, recettore degli estrogeni beta; GPER, recettore degli estrogeni accoppiato a proteina G 1, anche noto come recettore accoppiato a proteina G 30; MR, recettore dei mineralcorticoidi.
In condizioni fisiologiche, gli estrogeni inibiscono la sintesi dell’Aldosterone agendo sull’ERβ, il che spiega la mancata induzione della secrezione di aldosterone quando somministrati in vitro. Non è possibile stabilire con certezza se la sintesi di Aldosterone mediata dagli estrogeni attraverso l’ERβ sia conciliabile con il fatto che le donne sane in premenopausa presentino livelli sierici di Aldosterone più elevati rispetto agli uomini sani della stessa età a causa dell’attività del GPER. È stato descritto che nelle ghiandole surrenali, a differenza dell’ipofisi, l’espressione del GPER non presenta dismorfismo sessuale.
Nei tessuti privi dell’inibizione tonica dell’ERβ, come gli APA, gli estrogeni possono far emergere un potente effetto secretagogo sull’Aldosterone attraverso il sottotipo di recettore GPER-1. L’E2 regola anche l’espressione dei recettori degli estrogeni. Pertanto, livelli più elevati di estrogeni nelle donne in premenopausa e la perdita di estrogeni nelle donne in postmenopausa possono influenzare l’espressione e la quantità relativa di ERα, ERβ e GPER nella corteccia surrenale e, di conseguenza, i livelli di Aldosterone.
Resta da determinare se la densità del GPER e la sua affinità per l’E2, nonché le vie correlate, cambino con l’età e lo stato postmenopausale. Tuttavia, poiché il GPER è un recettore accoppiato alla proteina G attivato dall’aldosterone stesso e soggetto a desensibilizzazione dipendente dalla GRK2 — un processo noto per essere influenzato dall’invecchiamento —, è plausibile che i livelli di Aldosterone possano essere parzialmente modulati dalla GRK2 nelle donne in postmenopausa.
Un altro probabile meccanismo regolatorio è costituito dalle proteine di segnalazione delle proteine G (RGS), che regolano negativamente i recettori accoppiati alle proteine G. È noto che alcune proteine RGS, in particolare RGS2 e RGS4, regolano la sintesi surrenale di aldosterone in risposta all’Angiotensina II, ed è stato riportato che almeno la RGS2 viene soppressa dagli estrogeni. Dato che l’interazione AT1R-GPER interferisce con la sintesi dell’Aldosterone, è del tutto plausibile che anche le proteine RGS siano coinvolte negli effetti degli estrogeni sulla produzione di Aldosterone da parte della corteccia surrenale.
Prove molecolari del ruolo del Progesterone nella biosintesi dell’Aldosterone e del suo effetto sul recettore dei mineralcorticoidi
Il Progesterone è noto per essere un composto anti-mineralcorticoide che esercita un potente effetto natriuretico, agendo principalmente come inibitore competitivo dell’Aldosterone attraverso il MR nel tubulo renale distale. Tale inibizione porta a una maggiore escrezione di Sodio, un fenomeno osservato nelle donne in gravidanza o durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando i livelli di Aldosterone aumentano tipicamente. Nelle donne in gravidanza o nella fase luteale del ciclo mestruale, i livelli di Progesterone aumentano rispettivamente di oltre 100 e 20 volte e mostrano un’attività anti-mineralcorticoide competitiva per il recettore dei mineralcorticoidi nell’ordine dei nanomolari (Ki 1,2 nM e IC50 11,0 nM). Tuttavia, l’Aldosterone può comunque agire sui tessuti sensibili al MR grazie alla maggiore stabilità del complesso Aldosterone-MR rispetto al complesso Progesterone-MR. Inoltre, l’inattivazione locale del pre-recettore del Progesterone da parte dell’enzima 20-alfa-idrossisteroide deidrogenasi (AKR1C1), che converte il Progesterone in 20-idrossiprogesterone inattivo, mostra un’affinità ridotta per il MR umano (Ki 10,8 nM e IC50 282,5 nM).
Il Progesterone può inoltre influenzare direttamente la produzione di Aldosterone da parte delle ghiandole surrenali. Utilizzando un test biologico in vitro che prevedeva l’impiego di una linea cellulare di rene embrionale umano (HEK-293), abbiamo valutato l’effetto del progesterone sull’attività dell’aldosterone sintasi umana di tipo selvatico (CYP11B2) e di un enzima chimerico (CYP11B1/CYP11B2). Sono stati trasfettati plasmidi contenenti gli enzimi CYP11B1/CYP11B2 di tipo selvatico e chimerico. Il Progesterone ha inibito in modo competitivo l’aldosterone sintasi di tipo selvatico con efficacia simile e potenza maggiore rispetto all’enzima chimerico.
Il Progesterone, sia per un aumento fisiologico durante il ciclo, sia per induzione, incrementa la produzione di Aldosterone surrenale poiché ne costituisce il substrato di sintesi. Il Progesterone potrebbe inoltre aumentare i livelli di Aldosterone nel sangue inibendo il legame dell’Aldosterone al recettore dei mineralcorticoidi durante la fase Luteale del ciclo mestruale.
Infine, abbiamo osservato che il meccanismo ipotetico è correlato al progesterone in quanto substrato per la sintesi dell’aldosterone, e potremmo ipotizzare che, in condizioni di livelli fisiologicamente elevati di progesterone, la sintesi possa aumentare. Due studi sull’uomo hanno dimostrato che la somministrazione per via orale di progesterone micronizzato a donne sane per 4–8 giorni ha aumentato i livelli sierici di aldosterone, ma non ha modificato il PRA né l’AngII plasmatico. In vitro, l’aggiunta di progesterone a cellule isolate della zona glomerulosa di ratto ha causato un aumento di 2,8 volte nella produzione di aldosterone, mentre l’aggiunta di estradiolo non ha avuto alcun effetto. Questi dati suggeriscono che il progesterone possa avere un’influenza diretta sulla produzione surrenale di aldosterone, indicando che questo potrebbe essere uno dei meccanismi responsabili dell’aumento della produzione di aldosterone osservato in stati fisiologici con livelli elevati di progesterone
Pertanto, il Progesterone può svolgere ruoli distinti a seconda della sua concentrazione e delle condizioni fisiologiche o sperimentali. Di seguito sono riportati i possibili ruoli svolti dal progesterone:
È un antagonista del recettore dei mineralcorticoidi.
Può potenzialmente inibire gli enzimi della sintasi dell’Aldosterone (gene wild-type e chimerico).
È un precursore della biosintesi dell’Aldosterone.
Prove molecolari del coinvolgimento del Testosterone nella biosintesi dell’Aldosterone
Gli effetti del Testosterone sui livelli di Aldosterone hanno evidenziato discrepanze nei parametri di risposta cellulare, suggerendo che gli effetti degli ormoni gonadici sulla funzione surrenale variano a seconda della specie, del sesso, dell’età, della stagione e delle condizioni ambientali.
Alcuni studi hanno dimostrato che il recettore degli androgeni è espresso nelle ghiandole surrenali fetali. Inoltre, è stato riscontrato che il testosterone esercita un effetto inibitorio sul rilascio basale di Aldosterone, suggerendo che gli androgeni possano avere un effetto diretto sullo sviluppo e sulla funzione delle ghiandole surrenali fetali. Negli studi sugli animali, è stato dimostrato che l’esposizione prenatale al testosterone altera l’espressione surrenale di geni fondamentali coinvolti nella steroidogenesi e nella produzione ormonale. Uno di questi studi, condotto da More et al., ha riportato che nelle femmine di ratto di 6 mesi esposte al testosterone in fase prenatale, i livelli di mRNA dell’Aldosterone sintasi (CYP11B2) si sono ridotti, ma tale effetto non è stato osservato in altri geni steroidogenici surrenali. Di conseguenza, i livelli plasmatici di aldosterone erano inferiori nelle femmine di ratto esposte al testosterone. Pertanto, è plausibile che il testosterone riduca i livelli di mRNA del CYP11B2 surrenale, causando una diminuzione dei livelli plasmatici di aldosterone.
Kau et al. hanno evidenziato variazioni nei livelli di aldosterone dopo la castrazione nei ratti maschi. In seguito all’orchidectomia, i livelli plasmatici di aldosterone sono aumentati nei ratti maschi e sono stati ripristinati mediante terapia sostitutiva con testosterone. Risultati simili sono stati riportati da Carsia et al. nelle cellule surrenali di lucertole sottoposte a orchidectomia [69]. Uno studio ha utilizzato ratti Wistar e ratti spontaneamente ipertesi e predisposti all’ictus sottoposti a una dieta a base di olio di colza, che ha ridotto significativamente i livelli di testosterone nei testicoli e nel plasma. La diminuzione dei livelli plasmatici di testosterone è stata accompagnata da un aumento dell’aldosterone plasmatico [70]. Nelle cellule surrenali bovine, l’emisuccinato di testosterone stimola il legame dell’angiotensina alla membrana e la biosintesi dell’aldosterone. Nel 2009, Yanes et al. hanno osservato che i ratti maschi Dahl sensibili al sale sottoposti a una dieta a basso contenuto di sale presentavano livelli più elevati di mRNA dell’angiotensinogeno intrarenale rispetto alle femmine. Una dieta ricca di sale per 4 settimane ha aumentato i livelli di mRNA e di proteina dell’angiotensinogeno nella corteccia renale solo nei ratti maschi Dahl sensibili al sale, effetto che è stato impedito dalla castrazione. La terapia sostitutiva con testosterone nei ratti Dahl sensibili al sale castrati ha aumentato la pressione arteriosa, il danno renale e la sovraregolazione dell’angiotensinogeno renale associata alla dieta ad alto contenuto di sale. Gli autori hanno suggerito che il testosterone contribuisca allo sviluppo dell’ipertensione e del danno renale nei ratti Dahl maschi sensibili al sale alimentati con una dieta ad alto contenuto di sale, possibilmente attraverso la sovraregolazione del sistema renina-angiotensina intrarenale.
Il testosterone e l’androgeno sintetico metilandrostenediolo riducono l’espressione dell’mRNA del CYP11B2 nei mitocondri surrenali delle femmine di ratto. Inoltre, il testosterone e due suoi analoghi inibiscono l’aldosterone sintasi umana di tipo selvatico.
Uno sguardo specifico alla correlazione tra androgeni e ritenzione idrica e sodica
Gli androgeni (come abbiamo visto per il Testosterone) causano ritenzione idrica e di sodio principalmente attivando il RAAS e aumentando l’espressione dei canali epiteliali del sodio (ENaC) nei reni. Inoltre, gli androgeni possono aromatizzarsi in estrogeni, il che favorisce ulteriormente la ritenzione di liquidi. Ciò provoca spesso un lieve gonfiore o un aumento di “peso da ritenzione idrica” oltre che alterazioni pressorie e stress cardio-renale.
I meccanismi principali della ritenzione idrica androgeno-correlata sono:
Attivazione del RAAS: il Testosterone, per esempio, stimola il sistema renina-angiotensina, segnalando all’organismo di trattenere il sale.
Stimolazione dell’ENaC: gli androgeni aumentano direttamente l’espressione dei canali del sodio nei reni, determinando un aumento del riassorbimento del sodio.
Aromatizzazione in estrogeni: una parte del testosterone si converte in estradiolo, che interagisce con le vie dell’aldosterone per trattenere l’acqua extracellulare.
AAS e ritenzione idrica/salina diretta e indiretta
Gli AAS causano ritenzione idrica e di sodio direttamente, con gradi differenti, principalmente alterando l’equilibrio elettrolitico dell’organismo, spesso stimolando il RAAS e aumentando l’attività di ritenzione di sodio e liquidi similmente a quella dell’Aldosterone. Ciò costringe i reni a trattenere il sale in eccesso, provocando l’accumulo di liquidi nei tessuti e l’aumento del volume ematico con forte stress cardio-renale.
Cause della ritenzione idrica/sodica AAS-correlata:
Stimolazione dell’Aldosterone: molti AAS (soprattutto alcune varianti per via orale) aumentano l’espressione dell’Aldosterone e l’attività agonista del MR. Come sappiamo, l’Aldosterone induce i reni a riassorbire Sodio e acqua, espellendo al contempo il Potassio creando scompensi elettrolitici.
Azione diretta degli AAS a livello del tubulo renale: gli AAS, a diverso grado e con sistemi che potremmo definire di “compensazione”, agiscono agiscono direttamente sulla ritenzione di Sodio e liquidi a livello del tubulo prossimale, a differenza dell’Aldosterone che agisce a livello del tubulo distale.
Stimolo del RAAS e della Endotelina: il Testosterone, per esempio, aumenta la pressione arteriosa renale stimolando il RAAS e sovra-regolando l’Endotelina.
Conversione in estrogeni: alcuni AAS sono soggetti ad aromatizzazione in estrogeni. Livelli elevati di estrogeni aumentano direttamente la ritenzione di liquidi e il gonfiore localizzato. Sebbene l’alterazione estrogeno-correlata e a carico del E2 sull’espressione del angiotensiogeno eopoatico sia un fattore alterante l’omeostasi idro-salina corporea di grado elevato, forme metilate in C-7 o in C-17 del E2 [vedi 7a-Methylestradiolo derivato dall’aromatizzazione del Trestolole e il 17a-Methylestaradiolo derivato dalla aromatizzazione, per esempio, del Methandrostenolone] hanno un impatto notevolmente superiore a parità di concentrazioni ematiche.
DHT e DHT derivati: sembrerebbe che il DHT abbia un effetto inferiore sulla ritenzione idrica e sodica rispetto al Testosterone o all’E2, sebbene sia strettamente correlata alle concentrazioni ematiche raggiunte. Questo spiega, almeno in parte, il motivo per cui DHT derivati come l’Oxandrolone, oltre all’assenza del fattore estrogenico, abbiano un basso impatto sulla ritenzione idrica e sodica.
Espansione del volume ematico: man mano che il Sodio si accumula nell’organismo, attira l’acqua nei vasi sanguigni e nei tessuti circostanti, causando gonfiore, tumefazione delle estremità e aumento della pressione sanguigna.
Flusso di Sodio alla macula densa: stimolando direttamente il riassorbimento del Sodio a livello del tubulo prossimale, gli AAS fanno si che meno Sodio arrivi alla macula densa. Il rene, in questo modo, “percepisce” uno stato di ipovolemia così che non si vada ad innescare la natriuresi.
Schema esemplificativo dell’influenza dei livelli di Testosterone e l’aumento della attività del Aldosterone.
Sappiamo che il Testosterone modula l’espressione del canale epiteliale del sodio (ENaC). L’interazione varia a seconda del tessuto: nei reni, promuove l’espressione delle subunità di ENaC, influenzando il riassorbimento del Sodio e la pressione arteriosa; negli organi riproduttivi (es. deferenti), regola la concentrazione di Sodio e fluidi per la fertilità maschile. Ovviamente, in condizione sovrafisiologica avviene un sovrastimolo diretto a livello dei AR nel rene, aumentando l’espressione dell’ENaC. Questo causa un maggiore riassorbimento di Sodio e acqua, aumentando i volumi plasmatici e contribuendo alla potenziale ritenzione idrica ed ipertensione.
I meccanismi comprendono:
Azione Renale: Il Testosterone regola le subunità dell’mRNA dell’ENaC (in particolare la subunità α) nei dotti collettori renali.
Interazione Ormonale: Quantità elevate di Testosterone aumentano l’attività di questo canale, mimando parzialmente gli effetti di ormoni regolatori dei fluidi come l’Aldosterone, anche se attraverso percorsi biochimici distinti.
Conversione: parte del Testosterone in eccesso viene convertita in DHT e in E2 (tramite l’enzima Aromatasi), molecole che, come già visto, influenzano ulteriormente l’equilibrio elettrolitico.
L’iperattività dell’ENaC causata da alti livelli di Testosterone (o AAS con variabili dipendenti dalle peculiarità molecolari) porta comunemente a:
Edemi: Gonfiore diffuso, specialmente a carico di caviglie, gambe e viso.
Ipertensione: Un innalzamento della pressione arteriosa dovuto all’espansione del volume ematico.
Squilibri Elettrolitici: Possibile alterazione dei livelli di Potassio (che viene escreto maggiormente sebbene non a livelli osservabili con l’attività del Aldosterone) e Sodio (che viene trattenuto).
Nandrolone – l'”AAS booster” della ritenzione idrica/sodica –
Struttura molecolare del Nandrolone.
Il Nandrolone induce comunemente e massivamente ritenzione di Sodio e acqua. Questo meccanismo è determinato principalmente dalla sua interazione diretta e indiretta con i MR e i ER, cosa che può alterare l’equilibrio elettrolitico e aumentare i livelli sierici di Aldosterone. Questa ritenzione di liquidi si manifesta spesso con edema, gonfiore addominale e aumento della pressione arteriosa.
Il Nandrolone attiva il RAAS, aumentando i livelli ematici dell’enzima di conversione dell’Angiotensina I (ACE) e l’espressione dell’mRNA del recettore AT₁ (Angiotensina II) e del recettore dei mineralcorticoidi (MR) nel cuore. Il ramo classico del RAAS comprende l’angiotensinogeno, la renina, l’angiotensina I, l’angiotensina II, l’Aldosterone e il recettore AT₁. Il recettore AT₁ stimola la ritenzione idrica. Analogamente, il MR favorisce la ritenzione idrica ed è attivato dall’Aldosterone. È importante notare che il RAAS, oltre a regolare l’equilibrio idrico, è coinvolto anche nella regolazione della crescita delle cellule del tessuto connettivo, nel metabolismo del tessuto connettivo lasso e denso e nei siti di riparazione tissutale. Le articolazioni sono costituite da questi tessuti connettivi, ossa, tendini e legamenti. Il Nandrolone aumenta probabilmente l’equilibrio del liquido sinoviale attraverso gli effetti del RAAS sulla crescita e sul metabolismo del tessuto connettivo.
L’attivazione eccessiva del RAAS è associata a vasocostrizione, ipertrofia cardiaca (ovvero ipertrofia ventricolare sinistra; LVH) e fibrosi che causa infarto miocardico. Il Nandrolone blocca il beneficio cardioprotettivo adattativo dell’allenamento aerobico in un modello di cardiopatia e provoca ipertrofia cardiaca attraverso un aumento della deposizione di collagene. Secondo questi dati, tale crescita del tessuto cardiaco del ventricolo sinistro è prevenibile mediante il blocco del recettore AT₁ (es. Losartan) e/o il blocco del recettore MR (e.s. Spironolattone) ma non vi è, ovviamente, certezza terapeutica.
La dualità di questi effetti – da un lato il sostegno articolare e, dall’altro, l’ipertrofia ventricolare sinistra – costituisce l’ennesimo caso in cui l’utilizzatore deve valutare i benefici di articolazioni robuste in grado di sostenere carichi pesanti e voluminosi rispetto ai danni al cuore, e al sistema cardio-renale, per quanto inizialmente apparentemente invisibili e potenzilmente reversibili possano essere [senza contare, poi, gli altri innumerevoli problemi annessi al Nandrolone come quelli di natura sessuale e psichiatrica].
Struttura molecolare del Mibolerone.
Il Mibolerone, noto anche come 7α,17α-dimetil-19-nortestosterone (DMNT) o come 7α,17α-dimetilestr-4-en-17β-ol-3-one, è uno steroide estrane sintetico e un derivato 17α-alchilato del nandrolone (19-nortestosterone). È il derivato 17α-metilico del Trestolone (7α-metil-19-nortestosterone; MENT). Altri AAS correlati includono Metribolone (17α-metil-δ9,11-19-nortestosterone) e dimetiltrienolone (7α,17α-dimetil-δ9,11-19-nortestosterone).
I dati sull’uomo non sono molti e per lo più raccolti da casi studio e aneddotica. Sembrerebbe comunque esercitare un certo potenziale edematoso nonostante non converta in un prodotto aromatico.
Al problema della ritenzione idrica massiva si aggiunge la spiccata attività eritropoietica del Nandrolone [stimola la massa eritrocitaria, o “aumento del volume ematico”]. Infatti, è un ematogenico più potente dell’Oxymetholone (Anadrol), utilizzato clinicamente, specie in passato, per tale effetto. Dal punto di vista meccanicistico, si ritiene che l’effetto sulla massa eritrocitaria avvenga attraverso la stimolazione della produzione di eritropoietina (EPO) e della secrezione di globuli rossi da parte del midollo osseo, con il coinvolgimento dell’epcidina e dell’eritroferrone, il che implica il metabolismo del ferro in un modo che “spinge” ulteriormente la produzione da parte del midollo osseo di globuli rossi, chiamati eritrociti.
Il Nandrolone induce l’eritropoiesi stimolando la produzione di EPO da parte dei reni; il fegato diminuisce la produzione di epcidina, aumentando così la disponibilità di Ferro; tutti questi segnali convergono sul midollo osseo, incrementando la produzione di eritrociti (globuli rossi).
L’eritrocitosi, o policitemia, è la condizione associata a livelli di ematocrito superiori al 54% o di emoglobina superiori a 17,5g/dL. L’emoglobina è la proteina presente negli eritrociti che si lega all’ossigeno (O₂); l’ematocrito è invece la percentuale (%) del volume ematico occupata dagli eritrociti. In sostanza, quindi, il Nandrolone potenzia in modo particolare la capacità del sangue di trasportare ossigeno.
È importante notare che, la somma dei rischi potenziali di eventi tromboembolici come infarti o ictus, dati dagli aumenti dell’ematocrito e dell’emoglobina in combinazione con un aumento della ritenzione idrica e della pressione arteriosa derivante da questa, alza statisticamente e significativamente la possibilità che l’utilizzatore possa incorrere in eventi avversi anche particolarmente gravi.
Ma non finisce qui… Sappiamo, infatti, che L’AR è espresso sia nelle cellule endoteliali che in quelle della muscolatura liscia vascolare. Le cellule endoteliali modulano la coagulazione del sangue nel sistema vascolare, secernendo composti vasoattivi tra cui l’ossido nitrico (NO). Attraverso le sue vie rapide non genomiche (ad es. PKA, PKC, MAPK), il Nandrolone può stimolare una rapida vasodilatazione tramite meccanismi endotelio-dipendenti e -indipendenti. Il primo meccanismo deriva dall’aumentata biodisponibilità di NO tramite l’attivazione dell’eNOS mediata dall’AR e dal rilascio di fattori vasodilatatori nelle cellule muscolari lisce vascolari. Purtroppo, però, questo meccanismo sul medio-lungo termine porta il Nandrolone a provocare danni endoteliali alterando l’equilibrio redox cellulare e riducendo la biodisponibilità dell’NO. Questo meccanismo comporta una compromissione della vasodilatazione, un aumento dello stress ossidativo e l’apoptosi delle cellule endoteliali, predisponendo in ultima analisi il sistema cardiovascolare all’ipertensione, alla trombosi e all’aterosclerosi.
Come avviene questo apparente “paradosso”?
Compromissione della via dell’ossido nitrico: il nandrolone riduce significativamente la fosforilazione dell’eNOS (ossido nitrico sintasi endoteliale) e dell’Akt, diminuendo la capacità dell’arteria di dilatarsi e di regolare correttamente il flusso sanguigno.
Stress ossidativo e apoptosi: lo steroide aumenta le concentrazioni intracellulari di calcio e stimola l’attività della NADPH ossidasi, favorendo l’accumulo di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e innescando la morte delle cellule endoteliali.
Squilibrio dei tioli: l’esposizione a lungo termine compromette la funzione delle perossiredossine (PRDX1 e PRDX2), causando uno squilibrio tra tioli e disolfuri che porta a disfunzione vascolare, infiammazione e aggregazione piastrinica anomala.
Rimodellamento cardiaco: oltre al danno vascolare, il nandrolone provoca ipertrofia cardiaca patologica, alterando la meccanica cardiaca e la perfusione coronarica.
In uno studio sono state esposte le cellule endoteliali al Testosterone, al Androstenedione (il precursore del Testosterone), al Nandrolone e a due suoi precursori. Successivamente sono state registrate le concentrazioni in cui la metà delle cellule smetteva di crescere. I risultati sono riportati nella figura seguenti.
Più un AAS riduce la crescita delle cellule dei vasi sanguigni, tanto più risulta pericoloso l’AAS per il cuore e i vasi sanguigni. Il Nandrolone è molto più dannoso del Testosterone, come mostrato nella figura sopra esposta.
I grafici di seguito esposti mostrano l’effetto del Testosterone [blu], del Nandrolone [nero] e del Norandrostenediolo [verde] sulla crescita e lo sviluppo delle cellule endoteliali. Il Nandrolone mostra un effetto molto maggiore su queste cellule seguito dal Testosterone.
Esiste una vecchia usanza, diffusa negli spogliatoi di mezzo mondo, di abbinare in stack Nandrolone, Methandrostenolone [Dianabol] e Testosterone in Bulk… Del Testosterone e del Nandrolone abbiamo abbastanza dati (in specie sull’argomento ivi trattato) per farci un idea delle potenziali conseguenze a carico cardio-renale… sul Methandrostenolone c’è una nota da aggiungere…
Nei dati relativi ad atleti ben allenati nel campo della forza e della potenza (sollevatori di pesi), è risultato evidente l’aumento della pressione arteriosa e dell’indice di eiezione indotto dal Dianabol. A dosi comprese tra 10mg/giorno e 25mg/giorno, il Dianabol ha aumentato la pressione sistolica da poco più di 120mmHg a 140mmHg (differenza significativa), senza alcun effetto statisticamente significativo sulla pressione diastolica. A 15mg/giorno, il Dianabol ha aumentato l’indice di eiezione, ovvero il volume di sangue espulso dal ventricolo sinistro per battito [per superficie corporea], del 20%.
Ora, se abbiniamo questa caratteristica, esplicata già con dosi del tutto contenute, agli effetti potenziali sulla ritenzione idrica/sodica del Testosterone ai quali si vanno ad aggiungere i massivi effetti su questo effetto dati dal Nandrolone [considerando anche il danno endoteliale e la propensione maggiore a indurre ipertrofia del ventricolo sinistro], l’aggiunta del Methandrostenolone crea il “mix perfetto” per grosse problematiche cardio-renali che mettono sotto alto rischio l’utilizzatore. Se dovessimo aggiungere anche il fattore riguardante l’aromatizzazione del Methandrostenolone in 17α-Methylestradiolo il quale si colloca, in termini di potenza estrogenica mg per mg, a metà strada tra il 7α-Methylestradiolo [derivato dall’aromatizzazione del Trestolone/MENT] e il 17β-Estradiolo [derivato dall’aromatizzazione del Testosterone], la risultante sarebbe ancora peggiore sui punti qui analizzati.
Come già accennato, il Progesterone e alcuni progestinici specifici, come il Drospirenone, hanno un forte effetto anti-aldosteronico (antimineralcorticoide), ma la maggior parte dei progestinici sintetici standard non lo possiede. Il Nandrolone, come altri 19-norsteroidi con attività progestinica non presenta questa peculiarità, come abbiamo visto.
D’altronde, la maggior parte delle progestine sintetiche più comuni (come il Levonorgestrel o il Medrossiprogesterone Acetato) non inibiscono l’Aldosterone e potrebbero invece favorire la ritenzione idrica.
Dihydroboldenone [DHB] – non così “dry” –
Struttura molecolare del Dihydroboldenone.
Il Dihydroboldenone (noto anche come 1-Testosterone abbreviato e soprannominato 1-Testo, 1-T e DHB), è uno steroide anabolico-androgeno sintetico (AAS) e un derivato 5α-ridotto del Boldenone (Δ1-testosterone). Non è soggetto all’enzima Aromatasi, di conseguenza è sempre stato considerato un AAS “dry”.
Va considerato che il DHB è stato descritto per la prima volta nella letteratura scientifica e negli studi metabolici all’inizio degli anni ’70, sebbene le prime testimonianze precise relative alla sintesi dello steroide di base risalgano alla caratterizzazione farmaceutica standard degli androgeni 5α-ridotti in quel periodo. Dopo la sua descrizione, il DHB venne accantonato non subendo alcun trial clinico. Dovettero passare circa trent’anni affinché questo AAS riemergesse negli Stati Uniti dove venne venduto legalmente online fino al 2005, quando è stato riclassificato come sostanza della Tabella III.
Uno studio del 2006 stabilì che l’1-testosterone possiede un’elevata potenza androgenica e anabolica anche senza essere metabolizzato in altra struttura molecolare, pertanto può essere definito come un tipico steroide anabolizzante. Il DHB sembra non avere una selettività tissutale particolarmente accentuata e si lega in modo piuttosto forte al AR, con conseguente elevata capacità di stimolare la transattivazione AR-dipendente. In vivo, su animali, una dose equimolare di DHB ha la stessa capacità di stimolare la crescita della prostata, delle vescicole seminali e del muscolo levatr ani, sensibile agli androgeni, dello steroide anabolizzante di riferimento, il Testosterone Propionato; tuttavia, a differenza del Testosterone Propionato, il DHB, proprio per la sua scarsa selettività tissutale, aumenta anche il peso del fegato.
Un altra particolarità del DHB risiede nel suo metabolita principale. Si è scoperto che il DHB produce i seguenti metaboliti nelle urine in ordine di concentrazione:
5α-diidrotestosterone (DHT)
5α-androst-1-ene-3α,17β-diolo
5α-androst-1-ene-3,17-dione
5α-androst-1-ene-3α-ol-17-one
1-epitestosterone
Il DHB produce DHT come metabolita primario, nonostante non sia riducibile dalla 5α-reduttasi. Esistono solo spiegazioni imperfette riguardo alla sintesi di DHT come metabolita del DHB. Peter Bond ha affermato di essere rimasto sorpreso dall’identificazione da parte di Fragkaki del DHT come metabolita primario del DHB, poiché ciò suggerisce che un enzima finora non identificato sia responsabile della 1,2-diidrogenazione di questo androst-1-ene-3-one.
Giova ricordare che alte concentrazioni circolanti di DHT hanno il potenziale di alterare il RAAS similmente a quanto visto per il Testosterone.
Ed è forse la sua tendenza a dare come metabolita primario il DHT la causa del maggior effetto riscontrato in aneddotica e in casi studio sul riassorbimento del Sodio dal tubulo renale prossimale.
Poiché il DHB presenta potenziali negativi a livello epatico [ipertrofia disfunzionale], e che il fegato è l’organo fondamentale nel metabolismo dei farmaci e i reni ne curano l’escrezione, le dosi elevate di AAS di solito hanno già di per se un impatto su questi organi (Frankenfeld et al., 2014). Lo stress ossidativo è stato fortemente implicato nella tossicità epatica e renale indotta dal DHB come dal Boldenone. A questo proposito, El-Moghazy et al. (2012) e Farag et al. (2015) hanno riportato che l’iniezione di Boldenone ha provocato stress ossidativo a livello epatico e renale, come evidenziato dall’alterazione dei livelli di superossido dismutasi (SOD), glutatione e malondialdeide (MDA). Questo, in base a quanto osservato nei test di casi studio con dosi variabili di DHB, sembrerebbe mostrarsi in modo più marcato mg per mg per via delle caratteristiche molecolari e metaboliche derivanti da esse.
Struttura della Hsp90.
Le proteine da shock termico (HSP) sono una componente fondamentale della risposta cellulare allo stress finalizzata alla riduzione del danno, al recupero rapido e all’omeostasi (Atalay et al., 2009). L’Hsp90 è una delle Hsp più comunemente riconosciute; si tratta di una proteina chaperone che consente ad altre molecole di ripiegarsi correttamente e stabilizza le proteine contro lo stress termico. Inoltre, controlla la crescita delle proteine cellulari (Tukaj e Węgrzyn, 2016) e facilita il trasporto intracellulare, la degradazione proteica e la segnalazione cellulare (Pearl, 2016). Inoltre, l’Hsp90 svolge un ruolo fondamentale nella protezione delle cellule da varie condizioni di stress (Parcellier et al., 2003). In particolare, diversi studi precedenti hanno confermato la forte correlazione tra la sovraespressione di Hsp90 e le condizioni di stress ossidativo (Profumo et al., 2018; Castro et al., 2019). A questo proposito, è stato precedentemente riportato che lo stress ossidativo indotto dagli AAS innesca una sovraregolazione dell’Hsp90 nei tessuti renali di topi trattati con Nandrolone Decanoato (ND) (Riezzo et al., 2014).
Esame istopatologico della nefrosclerosi dell’arteria arcuata, che si presenta come un ispessimento dell’intima con un’architettura a buccia di cipolla. Si tratta presumibilmente di una manifestazione di nefropatia ipertensiva.
Sia il Boldenone che il DHB sono stati accusati di poter causare nefrosclerosi, glomerulosclerosi distruttiva e insufficienza renale acuta (Taher et al., 2008; Winnett et al., 2011). La statistica di comparsa di questi possibili effetti collaterali, già riportati per altri AAS, sono difficili da scindere dal momento che la variabili farmacologiche, specie nei casi studio, sono molteplici e difficili da scindere. Sappiamo che negli animali, la monoterapia con queste due molecole, ha causato danno epatico e renale, ma nell’uomo la quantificazione è ancora in essere come lo è la ricerca. Si potrebbe, tutt’alpiù, viste le osservazioni sul campo, affermare con le dovute precauzioni che esista una dose “minima efficace” di DHB la quale potrebbe mantenere bassi gli effetti negativi sul rene (e non solo) sfruttando l’unica caratteristica affascinante di questa molecola [che ricordo non essere altro che Methenolone privo della metilazione in C-1 e per ciò meno resistente all’azione dei metaboliti di degrado del 3-Keto gruppo]:
Sembrerebbe che il DHB possa agire come inibitore della 17β-HSD1, aumentando così i livelli di E1 e diminuendo quelli di E2. Il DHT, strutturalmente simile al DHB, è un noto, seppur debole, inibitore della 17β-HSD1. Affinché gli androgeni DHT o Testosterone (T) diventino buoni ligandi per questo enzima, devono imitare più da vicino la forma planare dell’anello A dell’E2 e presentare un ampio nucleo idrofobico. Il DHB soddisfa entrambi i requisiti, differenziandosi dal DHT per un doppio legame C-1,2, che gli conferisce un anello A più simile a quello degli estrogeni, e dal Testosterone per il suo ampio scheletro idrofobico di 5α-androstene. Tali 5α-androsteni hanno un’affinità 173 volte maggiore per l’AR rispetto alla loro controparte orientata in β, ad esempio, il DHT ha una maggiore planarità ed è meno ingombrante rispetto al Testosterone per adattarsi alla cavità idrofobica del sito di legame sull’AR.
L’enzima 17β-HSD1 è altamente espresso nel tessuto adiposo e nella prostata degli uomini. La sua funzione è quella di catalizzare la riduzione dell’estrogeno debole E1 all’estrogeno forte E2, e la sua espressione è positivamente correlata all’attivazione dell’E1 e ai livelli di E2. L’inibizione della 17β-HSD1 riduce l’E2, sebbene la sua completa abolizione (a 0,00 pg/mL) richiederebbe anche l’inibizione dell’Aromatasi e della Solfatasi.
La 17β-HSD1 catalizza l’ultimo passaggio nella biosintesi degli estrogeni attivi (E2 e 5-androstene-3β,17β-diolo); sebbene l’E1 sia il suo substrato primario, l’enzima presenta una certa attività anche per substrati non estrogenici. Il DHT è un substrato non specifico per la 17β-HSD1 e si lega ad essa in modo simile all’E2, con un orientamento analogo, ma con alcune differenze per adattarsi all’ingombro sterico aggiuntivo (ad esempio, il gruppo metilico in posizione C-19). Il complesso (17β-HSD1-DHT) presenta siti di legame per gli steroidi ben definiti e il valore di Km noto per il DHT è 17 volte superiore a quello per l’E2 (quindi è necessaria una maggiore quantità di DHT per saturare l’enzima) e l’attività specifica è 26 volte inferiore.
Legame di 17β-HSD1 con il DHT: (A) – (E) Cristallizzazione 3D e dati di docking del complesso DHT/17β-HSD1.
In conclusione, il DHB, se inibisce la 17β-HSD1, deve essere debolmente inibitore – certamente non con una specificità sufficiente per essere commercializzato per uso clinico nel trattamento del cancro al seno ma sufficiente per agevolare il controllo dell’E2 nell’enhanced. Sebbene la letteratura citata suggerisca che gli androgeni in posizione C19 non siano inibitori della 17β-HSD1 altamente potenti e selettivi – tali da consentire un buon legame e un’elevata velocità di reazione – gli androgeni sono ligandi attivi per l’enzima. Per massimizzare il legame, un inibitore progettato per essere specifico per la 17β-HSD1 deve imitare la forma planare dell’anello A dell’E2 e mantenere un ampio nucleo idrofobico in grado di interagire con il sito di legame degli steroidi dell’enzima. L’anello A più simile agli estrogeni e l’ampio scheletro idrofobico di 5α-androstene del DHB corrispondono a questi requisiti, rendendolo un androgeno C19 che è teoricamente più potentemente inibitore della 17β-HSD1 rispetto al DHT.
Conversione e interconversione del Estrone [E1] in Estradiolo [E2], tramite enzima 17β-HSD1, e del E2 in E1, tramite enzima 17β-HSD2.
Questo, seppur minimo, controllo sulla conversione del E1 in E2 tramite l’interazione inibitoria del 17β-HSD1 potrebbe essere minimamente riducente gli effetti sulla ritenzione idrica e sodica prima discussi ma non tali da compensarli e rendere meno invasiva a livello renale questa particolare molecola.
In definitiva, il DHB è un androgeno attenuato 1-ene, appartenente alla stessa classe dello Stenbolone e del Methenolone (Primobolan), considerato un anabolizzante blando anche in rapporto ai precedentemente detti. È notoriamente intollerabile a livello di “pip” post iniezione e la sua bassa selettività tessuto-specifica dell’AR non lo rende sicuramente, al contrario delle dicerie da forum, il “light Tren”. Spesso commercializzato nel mercato nero in soluzione con il guaiacolo (un irritante chimico, disinfettante ed espettorante per la tosse pericoloso, probabilmente cancerogeno) rendono il suo uso, di fatto, un intrinseco rischio cancerogeno, epatotossico e di tossicità renale. La sua caratteristica più interessante è la potenziale, seppur non selettiva, inibizione dell’enzima 17β-HSD1. Per coloro che sono particolarmente sensibili agli estrogeni potenti come l’E2 il DHB potrebbe essere allettante da usare per i suoi lievi effetti di influenza modulatrice sugli estrogeni a dosaggi bassi.
Trenbolone – l’ennesima versatilità di un controverso 19-norsteroide –
L’alterazione del metabolismo dei corticosteroidi e l’attivazione del recettore dei mineralcorticoidi (MR) sono state associate a malattie cardiovascolari (Briet e Chiffrin, 2010; Hadoke et al., 2009; Lastra et al., 2010).
L’antagonismo del MR inibisce l’assorbimento di ioni sodio (Na⁺) indotto dall’Aldosterone nei reni, nelle cellule principali del dotto collettore (Rafestin-Oblin et al., 2002) e influenza il trasporto di Na⁺ nella vescica. Le principali conseguenze dell’antagonismo del recettore dei mineralcorticoidi sono i disturbi elettrolitici (conseguenze dell’alterata azione dell’Aldosterone) e lo sviluppo di ipertensione e malattie cardiovascolari.
Il Trenbolone, probabilmente agendo in modo analogo allo steroide sperimentale Metribolone, antagonizza il MR, causando così aterosclerosi (accumulo di placche nelle arterie) e infiammazione, dannose per il cuore. Classico esempio di come un vantaggio nel breve periodo può trasformarsi in un grave peggioramento sul lungo periodo.
Struttura molecolare del Metribolone.
Il Metribolone, noto anche come 17α-metiltrenbolone, così come 17α-metil-δ9,11-19-nortestosterone o 17α-metilestra-4,9,11-trien-17β-ol-3-one, è uno steroide estranico sintetico e un derivato 17α-alchilato del Nandrolone (19-nortestosterone); più precisamente è il derivato metilato in C17α del Trenbolone (δ9,11-19-nortestosterone) e l’analogo deidrogenato in C9 e C11 (δ9,11) del Normethandrone (17α-metil-19-nortestosterone). Altri parenti stretti e derivati del metribolone includono il Mibolerone (7α,17α-dimetil-19-nortestosterone) e il Dimetiltrienolone (RU-2420; 7α,17α-dimetil-δ9,11-19-nortestosterone). Oltre agli AAS, il Trimetiltrienolone (R2956; 2α,2β,17α-trimetil-δ9,11-19-nortestosterone), un antiandrogeno altamente potente, è stato derivato dal Metribolone.
Oltre al AR, il Metribolone ha un’elevata affinità per il recettore del progesterone (PR) e si lega anche al recettore dei glucocorticoidi (GR). Il farmaco è stato inoltre identificato nel 2007 come un potente antimineralcorticoide, con un’affinità per il MR simile a quella dell’Aldosterone e dello Spironolattone.
Se a questa caratteristica si aggiunge l’alta selettività recettoriale a livello tissutale del Trenbolone, ed una, apparente, non particolare azione a livello del tubulo renale prossimale e sul riassorbimento del Sodio, si comprende come questa molecola continui a presentare peculiarità applicabili con largo vantaggio anche nel periodo pre-contest. Ma attenzione però, perchè la dose e il tempo di somministrazione fanno la differenza tra grado di vantaggio favorevole e svantaggio preponderante.
L’abuso del Trenbolone comporta comunque dei rischi significativi per la salute renale, con potenzialità di causare principalmente ipertensione, forte stress fisico e potenziale insufficienza renale. I rischi per la funzionalità renale legati all’abuso di Trenbolone comprendono:
Ipertensione: Aumenta la pressione sanguigna, danneggiando i piccoli vasi sanguigni all’interno dei reni.
Iperfiltrazione glomerulare: Costringe i reni a lavorare eccessivamente a causa dell’attività antimineralocortioide e di diete ad alto contenuto proteico, scompensate a livello salino e causando danni strutturali come la glomerulosclerosi segmentale focale (FSGS).
Disfunzione epatorenale: Un grave stress o insufficienza epatica causati dal farmaco possono innescare un danno o un’insufficienza renale acuta secondaria.
Riduzione della crescita cellulare: dosi elevate rallentano la riparazione e la normale proliferazione delle cellule endoteliali.
Riduzione dell’ossido nitrico: un uso sul lungo termine blocca i segnali benefici che normalmente inducono i vasi sanguigni a rilassarsi e dilatarsi.
Alterazione dei livelli degli ioni calcio: modifica i livelli di calcio all’interno delle cellule, il che può innescare un danno cellulare precoce o la morte cellulare (apoptosi).
Variabile forme modificate di E2 e loro impatto sulla ritenzione idrica e sodica
Sia l’iperestrogenismo causata dall’uso di dosi sovrafisiologiche di Testosterone che un aumento delle forme modificate del’E2, le quali, anche se non in alte concentrazioni, presentano una attività metabolica recettoriale-tissutale maggiore mg per mg, provocano ritenzione idrica aumentando l’accumulo di sodio alterando il RAAS, incrementando l’angiotensiogeno epatico, la permeabilità dei vasi sanguigni e interagendo con l’Aldosterone. Questo squilibrio porta a sintomi comuni come gonfiore, edema e ritenzione idrica con aumento di pressione e stress cardio-renale.
Struttura molecolare del 17α–Methylestradiolo.
Il 17α-methylestradiolo (17α-ME), noto anche come 17α-metilestra-1,3,5(10)-triene-3,17β-diolo, è uno steroide estranico sintetico e un derivato dell’Etradiolo sebbene sia anche il prodotto aromatico di AAS come il Methandrostenolone e il Methyltestosterone. È specificamente il derivato dell’Estradiolo con un gruppo metilico nelle posizioni C17α.
Il Methylestradiolo è un estrogeno, o un agonista del recettore degli estrogeni. Mostra un’affinità per il recettore degli estrogeni leggermente inferiore rispetto all’estradiolo o all’Etinilestradiolo ma una potenza di legame maggiore.
Il 17α-ME, come accennato in precedenza, è un metabolita attivo degli AAS Methyltestosterone (17α-metiltestosterone), Methandrostenolone (17α-metil-δ1-testosterone) e Normethandrone (17α-metil-19-nortestosterone), ed è responsabile dei loro effetti collaterali estrogenici, come ginecomastia e marcata ritenzione idrica.
Grazie alla presenza del suo gruppo metilico C17α, il 17α-ME non può essere disattivato dall’ossidazione del gruppo idrossilico C17β, con conseguente miglioramento della stabilità metabolica e della potenza rispetto all’Estradiolo.
Nonostante l’affinità di legame risulti maggiore per il 17β-estradiolo, la potenza di legame e la stabilità sono maggiori per il 17α-methylestradiolo. Si potrebbe paragonare alle differenze di azione tra Testosterone e DHT con quest’ultimo che presenta una affinità all’AR maggiore ma una stabilità e forza di legame inferiore [vedi resistenza enzimatica] rispetto al Testosterone.
Struttura molecolare del 7α-methylestradiolo.
Il 7α-methylestradiolo (7α-Me-E2), noto anche come 7α-metilestra-1,3,5(10)-triene-3,17β-diolo, è un estrogeno sintetico e un metabolita attivo dell’AAS Trestolone. È considerato responsabile dell’attività estrogenica del Trestolone. Fatto particolare, questa molecola estrogenica mostra un’affinità maggiore per l’AR rispetto all’Estradiolo.
Secondo la teoria delle potenze estrogeniche dipendenti dal composto (per AAS) e individualizzate (per utilizzatore), l’estrogenicità si riferisce agli effetti associati all’attivazione dei recettori ER-α e β (quest’ultima generalmente opposta alla prima) e dipende da fattori dipendenti dal composto (per AAS) e individualizzati (per utilizzatore) che determinano sia (A) i livelli ematici effettivi, sia (B) gli effetti a livello tissutale, dei prodotti aromatici di un AAS.
Il prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, ha una potenza superiore a quella dell’E2 nelle cellule aventi recettori per gli estrogeni (ER). L’efficacia viene determinata misurando l’effetto, ad esempio la crescita (in questo caso, nelle cellule di carcinoma mammario). L’EC₅₀ (EC50) è determinata dalle concentrazioni alle quali il ligando innesca la crescita e può essere confermata dalla misurazione della progressione del ciclo cellulare (ovvero, l’ingresso nella fase S del ciclo cellulare).
L’affinità di legame (IC₅₀) del prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, è pari al 101% di quella dell’E2, che viene tipicamente utilizzato come composto di riferimento per il legame con i recettori per gli estrogeni, data la sua notevole efficacia, potenza e affinità per il recettore ER-α, come riportato in letteratura.
Struttura molecolare del Trestolone.
Confrontando il tasso di aromatizzazione tra Trestolone e Nandrolone, Attardi et al. hanno scoperto che, “[a] 180 minuti, circa il 23% del Trestolone si convertiva in 7α-ME e circa il 13% del Nandrolone in [E1]-E2”. Poiché il Nandrolone aromatizza a una velocità pari al 20% di quella del Testosterone (T), possiamo dedurre che il Trestolone aromatizza a circa il 35% della velocità del T in 7α-ME, con una potenza quattro volte superiore rispetto all’E2, ovvero per quanto riguarda la crescita delle cellule tumorali del seno. Una semplice moltiplicazione del tasso di aromatizzazione (35%) × EC50 (7α-methylestradiolo) × RBA (7α-methylestradiolo) ≈ il potenziale di crescita del Trestolone nelle cellule contenenti ER superiore del 40% rispetto al T.
Questa deduzione, quindi, supporta le segnalazioni degli utilizzatori secondo cui il Trestolone è un potente agente estrogenico. Matematicamente, possiamo affermare che 50mg al giorno di Trestolone Enantato sono approssimativamente equivalenti, in termini di attività estrogenica, a 500mg di Testosterone Enantato assunti settimanalmente.
Il Trestolone sostituisce E₂ e P₄ per promuovere l’equilibrio dei fluidi attraverso molteplici meccanismi.
Inoltre, gli effetti gestagenici del Trestolone potenziano notevolmente i suoi effetti ipertensivi ed edematosi (propensione alla ritenzione idrica).
L’edema, o ritenzione idrica, è il segno distintivo dell’eccessiva estrogenicità, abbinata alla azione intrinseca degli androgeni, nei culturisti che fanno uso di AAS.
Il diagramma qui sopra illustra come il Trestolone agisca in molteplici modi per promuovere la ritenzione idrica (edema) e l’ipertensione (aumento della pressione sanguigna sistolica; aumento della pressione differenziale). Il Trestolone è analogo all’E₂ (estradiolo; E2) e al P₄ (Progesterone) rispetto al 7α-ME e alla sua potenza del 29,2% nell’attivare il PR come il P₄.
Il Trestolone, quindi, promuove la ritenzione idrica agendo su:
Il cervello e il sistema nervoso centrale (SNC) per aumentare la sete e l’appetito per il sodio tramite la segnalazione dell’Angiotensina II (ANG II), e i reni agendo su:
Ormoni antidiuretici, ad esempio l’Arginina Vasopressina (AVP), riducendo la minzione; il RAAS, aumentando il bilancio del sodio; e/o
I tubuli renali, promuovendo la ritenzione di sodio e acqua come già descritto.
Struttura molecolare del Progesterone.
Sempre il diagramma sopra esposto illustra anche, in parte, come il Trestolone, sostituendo l’E₂ (Estradiolo; E2) e il P₄ (Progesterone), promuova l’aumento della pressione differenziale. Ciò avviene incrementando l’equilibrio idrico (ovvero, provocando gonfiore) attraverso i suoi effetti edematosi e agendo sugli osmorecettori del sistema nervoso centrale (SNC) e sui barocettori del sistema nervoso periferico (SNP), nonché sull’Angiotensina II (ANG II), sull’AVP e sui neuroni in diversi sistemi.
Inoltre, il Trestolone aumenta significativamente la pressione sanguigna sistolica (ovvero la pressione differenziale) a una dose settimanale inferiore a 2mg.
La pressione differenziale (Pp) è la differenza (mmHg) tra la pressione sistolica e quella diastolica. Una pressione differenziale normale è quindi di 40mmHg (120mmHg – 80mmHg = 40mmHg).
La pressione differenziale (Pp) rappresenta la forza generata dal cuore ad ogni contrazione, ovvero la compliance arteriosa (C). Un valore normale della pressione differenziale è di 40mmHg; una Pp < 25% della pressione sistolica indica ipotensione o restringimento del setto, mentre una Pp > 100 mmHg indica ipertensione o dilatazione del setto.
La variazione della pressione differenziale (ΔPp) è proporzionale alla variazione di volume (ΔV) ma inversamente proporzionale alla compliance arteriosa (C):
ΔPp = ΔV/C
Poiché la variazione di volume è dovuta alla gittata sistolica (SV) del sangue espulso dal ventricolo sinistro, possiamo approssimare la pressione differenziale con la seguente formula:
Pp = SV/C
Un giovane adulto sano a riposo ha un volume sistolico (VS) di circa 80mL. La compliance arteriosa (C) è di circa 2mL/mmHg, il che conferma che la pressione differenziale normale è di circa 40mmHg.
Il Trestolone, pertanto, induce un aumento della pressione differenziale, incrementando il volume sistolico.
Il Trestolone, aumentando la ritenzione di sodio e liquidi, incrementa il volume plasmatico. Inoltre, aumenta rapidamente l’emoglobina.
L’Emoglobina (Hb) è una proteina legante l’ossigeno (O₂) presente negli Eritrociti (globuli rossi) (Hb 13,5 – 17 g/dL [uomini], 12 – 15,5 g/dL [donne]).
L’Ematocrito (HCT) rappresenta la percentuale del volume ematico occupata dagli Eritrociti [uomini 41-51%, donne 36-47%].
L’Ematocrito (HCT) è correlato all’Emoglobina (Hb) dalla seguente formula:
Hb (g/dL) × 3 ≈ HCT (%)
Esempio: Hb di 15 g/dL ≈ HCT del 45%.
I livelli di emoglobina sono aumentati significativamente (149 ± 2,9 g/L → 154 ± 3,3; dimensione dell’effetto: 1,724; %Δ: +3,35%; intervallo di confidenza al 95%) con Trestolone (~ 2 mg q.w.) a 12 settimane, e un modello simile (da 0,44 a 0,46; dimensione dell’effetto: 2; %Δ: +4,5%; non significativo) è stato osservato nell’ematocrito, ma questo non ha raggiunto la significatività statistica. Nel gruppo Testosterone (~ 120 mg q.w.), al contrario, è stato osservato un aumento progressivo più lento della concentrazione di emoglobina che è diventato significativo solo a 48 settimane. C’è stato anche un aumento complessivo significativo dell’ematocrito nel gruppo Testosterone, sebbene nessuno dei singoli punti temporali di trattamento fosse significativamente diverso dal pre-trattamento (0,45 ± 0,01).
In definitiva, il Trestolone favorisce in particolare il gonfiore attraverso la sua azione sui reni (regolando la ritenzione di liquidi e sodio) e sul cervello (aumentando la sete e l’assunzione di sodio) e in particolare promuove l’ipertensione, soprattutto l’aumento della pressione differenziale, aumentando il volume sistolico tramite l’aumento del volume plasmatico e dell’ematocrito, ovvero della viscosità o densità del sangue.
Uno dei peggiori con il Nandrolone per gli effetti cardio-renali…
Variabile rhGH sul RAAS
Struttura molecolare tridimensionale della Somatotropina [hGH].
In letteratura viene riportato chiaramente che quello della ritenzioni di liquidi in seguito a somministrazione di rhGH sia un effetto collaterale concreto e documentato. Infatti, la maggior parte dei dati indicano che i pazienti adulti con deficit di hGH sono disidratati, cioè non hanno un volume d’acqua positivo nel corpo, e presentano una bassa concentrazione di acqua extracellulare nel plasma. Quando viene avviata la terapia sostitutiva con rhGH in questi pazienti i loro fluidi corporei vengono ripristinati alla normalità. La capacità di ritenzione dei fluidi del rhGH dovrebbe quindi essere considerata in ambito clinico come una normalizzazione fisiologica desiderabile dell’omeostasi dei liquidi corporei piuttosto che un effetto collaterale sgradevole ma, ovviamente, nel Bodybuilding le cose cambiano nettamente.
La letteratura riporta la conclusione che l’rhGH aumenta l’ADH [Ormone Antidiuretico, conosciuto anche come Vasopressina], come effetto che trova la sua causa nella attivazione del RAAS. Infatti, l’rhGH aumenta la Somatostatina, e dato che il rene possiede recettori specifici per la Somatostatina questi possono attivare il RAAS.
Negli studi la somministrazione di rhGH ha determinato un calo nelle 24 ore dell’escrezione urinaria di Sodio (197 +/- 38 a 42 +/- 20 mmol, media +/- SD, P meno di 0,005), una riduzione del volume delle urine (1.652 + / – 182-848 +/- 348 mL, P inferiore a 0,05), ma non l’osmolalità. Il PRA [Attività della Renina Plasmatica] è aumentato in modo significativo di 1.118 +/- 73 a 3.608 +/- 1.841 fmol angiotensina 1 L / s (P meno di 0,005), il che è stato associato con un aumento di sette volte nella concentrazione plasmatica (52 +/- 12-402 + / – 99 pg / mL, P meno di 0,001). L’osmolalità del plasma e le concentrazioni di AVP [Arginina Vasopressina] non sono cambiate in modo significativo. I risultati mostrano che la ritenzione di Sodio indotta dal rhGH comporta l’attivazione del RAAS. Questo meccanismo può spiegare in parte l’insorgenza dell’espansione del volume plasmatico e l’ipertensione e suggerisce un rischio di ritenzione di liquidi e, eventualmente, l’ipertensione nei soggetti trattati con dosi sovrafisiologiche di rhGH per il trattamento della bassa statura o per finalità estetiche.
Struttura molecolare del ADH.
L’hGH, tuttavia, provoca un rialzo del ADH (Ormone Antidiuretico o Vasopressina). L’ADH è un costrittore coronarico molto potente che costringe anche le vene. Il segnale di sintesi parte dall’ipotalamo. Le terminazioni nervose di alcuni neuroni nell’ipotalamo raggiungono la pituitaria posteriore, dove l’ADH e l’Oxitocina vengono prodotte. l’ADH può arrivare fino ad un livello che supera di 20 i livelli normali a causa della paura, della rabbia, e dello stress. Ciò può causare costrizione coronarica in pochi minuti, e questo può portare ad un attacco cardiaco.
Il hGH causa un aumento del ADH, e come effetto diretto di questo, la ritenzione idrica aumenta, e ciò provoca un aumento della pressione sanguinea. L’aumento del ADH causato dal rhGH è dose-dipendente; che è il motivo per il quale bisogna ridurre la dose, insieme alle altre variabili, se la pressione arteriosa sale in modo eccessivo, fino a quando il sistema circolatorio si regola per gestire la cosa.
L’uso della Clonidina sembra specifico per questa caratteristica di alterazione idrica-pressoria rhGH dipendente. Essa provoca alcuni effetti collaterali, ma non è causa di impotenza. È indicata se si soffre di pressione alta causata da livelli elevati di ADH.
Ovviamente, la somministrazione di rhGH, in concomitanza con AAS fortemente aromatizzabili, e che già intrinsecamente posseggono caratteristiche di alterazione dal grado variabile sul RAAS e il riassorbimento del Sodio, fa si che il problema peggiori considerevolmente peggiorando addizionalmente, se in circostanze di ipercalorica, con il perggiormante dell’insulino resistenza.
La Clondina, comunque, viene consigliata principalmente perché agisce direttamente sul ADH è la ritenzione idrica causata da quest’ultimo. Attenti però al fattore dosaggio-tolleranza-interazione con altri farmaci co-somministrati.
In definitiva, la Clonidina viene assunta, in ambito Bodybuilding per contrastare l’effetto di un aumento del ADH dovuto alla somministrazione di rhGH, prima di dormire.
Ricapitolando, la principale causa della ritenzione idrica dovuta all’uso di rhGH sembra doversi ricondurre all’aumento della secrezione di ADH (Ormone Antidiuretico) e, come avviene per il hGH, esso viene secreto dalla ghiandola pituitaria posteriore.
Quindi, sappiamo che l’rhGH aumenta i livelli di ADH, e l’ADH aumenta la ritenzione idrica, che può causare (causalità a grado individuale e legata all’entità dell’aumento) una più alta pressione sanguigna. Come già detto, l’aumento del ADH è rhGH-dose-dipendente.
Alcuni affermano che una delle possibili cause della ritenzione idrica da rhGH sia la qualità dei prodotti venduti e acquistati attraverso il mercato nero. Sinceramente, la purezza può giocare una percentuale sull’effetto “ritenzione idrica” ma non credo che sia così statisticamente significativa (anche se il contenuto risulti essere hCG e non rhGH).
La soluzione al problema della ritenzione idrica da rhGH risulta essere, oltre alla possibilità di sospensione dell’ormone proteico, quella di alterare in negativo la secrezione di ADH GH-indotta. E’ possibile fare ciò con il prima citato farmaco Clonidina che presenta un azione principale nei confronti della secrezione di ADH. La dose “tipica” di Clonidina si aggira intorno ai 2mg ogni 12 ore, ma si tratta comunque di riferimenti generici soggetti a marcate variazioni individuali le quali possono comprendere dosaggi inferiori e tempistiche di assunzione più lunghe. Il fatto che la Clonidina sembri non causare impotenza, ciò rende questo composto decisamente meno problematico di altri farmaci per la pressione.
La Clonidina, nonostante tutto, presenta comunque dei possibili rischi legati all’abbassamento eccessivo della pressione specie se vi sono farmaci con i quali presenta interazione; e non credo ci sia bisogno di sottolineare cosa ciò potrebbe comportare.
I meccanismi e l’impatto fisiologico del rhGH sono:
Azione renale: l’rhGH altera le proteine di trasporto renale come NKCC2, aumentando la ritenzione diretta di Sodio e acqua.
Cambiamenti ormonali: può stimolare il RAAS, aumentando i livelli di Aldosterone e ADH che a loro volta favoriscono la ritenzione di elettroliti e liquidi.
Modifiche della composizione corporea: può verificarsi un’espansione dell’acqua extracellulare fino al 15-25%, che spesso si manifesta come un rapido aumento di peso o un incremento della “massa magra” piuttosto che come una reale crescita dei tessuti.
Come gestire al maglio la situazione?
Calibrare secondo esigenze soggettive i quantitativi di Sodio assunti evitando cibi processati e/o contenenti un eccesso di Sodio;
Rapportare adeguatamente il Potassio secondo calcolo minuzioso delle variabili della preparazione che potrebbero portare a iperkaliemia;
Dividere il dosaggio giornaliero di rhGH ad un minimo di 2 iniezioni. I ricercatori che hanno fissato gli effetti collaterali del rhGH durante gli esperimenti, di solito iniettano ai loro pazienti dosi che comportano protocolli di iniezione anomali – 3 iniezioni con dosaggio elevato a settimana. Tali protocolli perturbano l’equilibrio fisiologico della ANP [peptide natriuretico atriale] e della Vasopressina molto più dei protocollo con iniezioni frequenti, che è simile alla secrezione umana naturale. Il direttore del Palm Springs Life Extension, il Dr.Edmund Chein e il suo socio Dr. L. Cass Terry, che ha trattato oltre 800 pazienti, afferma che la scissione del dosaggio giornaliero di rhGH in 2 sole iniezioni, potrebbe quasi ridurre gli effetti collaterali di rhGH legati alla ritenzione idrica;
Per quanto banale, cessare l’assunzione di alcol. Conosco alcuni BBr o presunti tali che fanno uso di alcol. L’alcol provoca ritenzione idrica oltre ad essere tossico su più fronti;
Bere più acqua rapportandola correttamente con il Sodio e le perdite urinarie e legate alla sudorazione. Il consumo limitato di acqua causa un aumento della Vasopressina con conseguente aumento della ritenzione idrica;
L’uso della Clonidina dovrebbe essere preso con cautela e sotto stretto controllo medico per via delle possibili interazioni con altre componenti della preparazione.
Variabili ARBs e ACE-II inibitori sul equilibrio elettrolitico
Gli ACE-II inibitori e i farmaci che agiscono come antagonista sui recettori dell’Angiotensina II [ARBs] sono spesso utilizzati dai bodybuilder per gestire l’ipertensione e per prevenire l’ipertrofia ventricolare sinistra.
I bloccanti del recettore dell’Angiotensina II (ARB), formalmente detti antagonisti del recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1), sono un gruppo di farmaci che si legano al recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1) inibendone l’attivazione, bloccando così la contrazione arteriolare e la ritenzione di sodio indotte dal RAAS.
Il loro utilizzo principale è nel trattamento dell’ipertensione (pressione alta), della nefropatia diabetica (danno renale dovuto al diabete) e dell’insufficienza cardiaca congestizia. Bloccano selettivamente l’attivazione del recettore AT1, impedendo il legame dell’Angiotensina II, a differenza degli ACE-inibitori.
Gli ARB e gli ACE-inibitori, che presentano una funzione sulla concentrazione del substrato, sono entrambi indicati come farmaci antipertensivi di prima linea nei pazienti che sviluppano ipertensione associata a insufficienza cardiaca sinistra. Tuttavia, gli ARBs sembrano produrre meno effetti collaterali rispetto agli ACE-inibitori per via della neutralità sugli aumenti della Bradichinina.
Queste molecole sono quindi antagonisti del recettore AT1; ovvero, bloccano l’attivazione dei recettori AT1 dell’Angiotensina II. I recettori AT1 si trovano nelle cellule muscolari lisce dei vasi sanguigni, nelle cellule corticali della ghiandola surrenale e nelle sinapsi dei nervi adrenergici. Il blocco dei recettori AT1 provoca direttamente vasodilatazione, riduce la secrezione di vasopressina e diminuisce la produzione e la secrezione di aldosterone, tra le altre azioni. L’effetto combinato riduce la pressione sanguigna.
Gli ARBs più utilizzati in ambito cuclturistico sono il Telmisartan [Micardis] e Losartan [Cozaar], sebbene sia il primo ad avere una diffusione d’uso maggiore in questo contesto.
Il Telmisartan mostra un’elevata affinità per il recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1), con un’affinità di legame 3000 volte maggiore per AT1 rispetto ad AT2.
Oltre ad avere una azione riduttiva sul RAAS, il Telmisartan agisce come agonista parziale del recettore PPAR-γ, un regolatore centrale del metabolismo dell’insulina e del glucosio. Si ritiene che la duplice modalità d’azione del Telmisartan possa fornire benefici protettivi contro i danni vascolari e renali causati dal diabete e dalle malattie cardiovascolari (CVD). Come agonista parziale, attiva il recettore del 25-30%. Studi clinici hanno dimostrato che il Telmisartan aumenta la sensibilità all’insulina, riduce la fibrosi e l’ipertrofia cardiaca e migliora la funzione endoteliale; tutti questi effetti possono essere attribuiti alla sua attività sul PPAR-γ. L’attività nefroprotettiva del Telmisartan è attribuita sia all’antagonismo dell’Angiotensina II sia al miglioramento della funzione endoteliale derivante dal PPAR-γ.
Il Telmisartan attiva i recettori PPAR-δ in diversi tessuti. Nei topi, ciò si traduce in effetti come un aumento della resistenza e una riduzione dello stoccaggio dei trigliceridi negli adipociti. Tuttavia, il Telmisartan non migliora le prestazioni di camminata (distanza percorsa in 6 minuti) nelle persone affette da arteriopatia periferica degli arti inferiori.
Il Telmisartan sembra poter attivare anche il PPAR-α e inibire il CYP2J2.
Il CYP2J2 si localizza nel reticolo endoplasmatico e si ritiene sia un enzima importante responsabile del metabolismo degli acidi grassi polinsaturi endogeni in molecole di segnalazione.
Un aumento del rilevamento di mRNA e proteina CYP2J2 è stato evidente nel 77% delle linee cellulari di carcinoma dei pazienti. La proliferazione cellulare è stata regolata positivamente da CYP2J2 e, inoltre, è stato dimostrato che CYP2J2 promuove la progressione del tumore. È stata inoltre riscontrata una maggiore quantità di mRNA di CYP2J2 in vari tipi di tumore, tra cui adenocarcinoma esofageo, carcinoma mammario e carcinoma gastrico, rispetto a quella del tessuto normale circostante.
Il CYP2J2 è sovraespresso in diversi tipi di cancro e la sua sovraespressione forzata in linee cellulari tumorali umane accelera la proliferazione e protegge le cellule dall’apoptosi.
Gli inibitori dell’enzima di conversione dell’Angiotensina (ACE-inibitori o ACE II-inibitori) sono anch’essi utilizzati principalmente per il trattamento dell’ipertensione e dell’insufficienza cardiaca. Questa classe di farmaci agisce provocando il rilassamento dei vasi sanguigni e una riduzione del volume ematico, con conseguente abbassamento della pressione sanguigna e diminuzione del fabbisogno di ossigeno del cuore.
Gli ACE-inibitori inibiscono l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina, un componente importante del sistema renina-angiotensina che converte l’angiotensina I in angiotensina II e idrolizza la bradichinina. Pertanto, gli ACE-inibitori riducono la formazione di angiotensina II, un vasocostrittore, e aumentano i livelli di bradichinina, un peptide vasodilatatore. Questa combinazione ha un effetto sinergico nell’abbassare la pressione sanguigna.
Tra gli ACE-inibitori più frequentemente prescritti figurano benazepril, zofenopril, perindopril, trandolapril, captopril, enalapril, lisinopril e ramipril. L’Enalapril e il Captopril sono generalmente i più utilizzati nel Bodybuilding, soprattutto il Captorpil in contesto Cut per facilitare la mobilitazione del “grasso testardo” vista la capacità di questa classe di farmaci di modificare la α2-AR/β2-AR ratio nell’adipocita a favore dei β2-AR.
Struttura molecolare tridimensionale della Bradichinina.
Sappiamo che gli ACE inibitori bloccano la conversione dell’Angiotensina I (ATI) in Angiotensina II (ATII). In tal modo, riducono la resistenza arteriolare e aumentano la capacità venosa; diminuiscono la gittata cardiaca, l’indice cardiaco, il lavoro sistolico e il volume; riducono la resistenza nei vasi sanguigni renali; e portano ad un aumento della natriuresi (escrezione di sodio nelle urine). La concentrazione di renina nel sangue aumenta a seguito del feedback negativo dovuto alla ridotta conversione di ATI in ATII, e i livelli di ATI aumentano per lo stesso motivo, mentre le concentrazioni di ATII e aldosterone diminuiscono. I livelli di bradichinina aumentano perché l’enzima di conversione dell’angiotensina degrada anche la bradichinina e la sua inibizione riduce l’inattivazione della Bradichinina.
L’inserimento di 2000-5000 GDU di Bromelina possono “tamponare” il problema derivante dal aumento della Bradichinina con l’uso di questa classe di farmaci. Vi sono infatti alcuni studi scientifici che mostrano che l’attività “bradichinasica” (di distruzione della Bradichinina) della Bromelina possa aiutare a l’accumulo della Bradichinina e ridurre la tosse indotta da questi farmaci.
La Bromelina è un insieme di enzimi proteolitici estratti principalmente dal gambo e dal frutto dell’ananas, ampiamente utilizzato sotto forma di integratore alimentare per le sue proprietà antinfiammatorie, drenanti e digestive.
Il legame tra la Bromelina e la Bradichinina rappresenta il cuore del meccanismo biochimico con cui questo estratto dell’ananas riesce a ridurre drasticamente il dolore, l’infiammazione e l’edema (gonfiore).
La Bromelina agisce sulla bradichinina attraverso due vie principali:
Inattivazione Diretta: Sfruttando la sua natura di enzima proteolitico, la Bromelina idrolizza (scompone e distrugge) la Bradichinina e il suo precursore (il chininogeno) nei tessuti infiammati.
Blocco della Produzione: Riduce l’attività della callicreina plasmatica, l’enzima responsabile della generazione di nuova Bradichinina.
La neutralizzazione della Bradichinina da parte della Bromelina si traduce in tre effetti terapeutici immediati:
Effetto Analgesico (Antidolorifico): Meno bradichinina significa una minore stimolazione delle fibre nervose responsabili della trasmissione del dolore, specialmente in caso di traumi, artrite e infiammazioni articolari.
Effetto Antiedemigeno (Anti-gonfiore): Riducendo i livelli di bradichinina, si blocca l’eccessiva permeabilità vascolare. I vasi smettono di “perdere” liquidi nei tessuti circostanti, accelerando il riassorbimento del gonfiore e dei lividi.
Miglioramento del Microcircolo: Il controllo della permeabilità e la contestuale azione fibrinolitica della bromelina migliorano l’ossigenazione e la circolazione locale nel sito del trauma.
Il Captopril [conosciuto anche sotto il nome commerciale Capoten] è il primo degli ACE-inibitori sintetizzati e immessi in commercio. Come accennato in precedenza, esso, insieme al Enalapril, viene utilizzato maggiormente nel Bodybuilding in alternativa agli ARBs se l’obbiettivo va oltre il controllo della ritenzione idrica/sodica e di controllo del RAAS.
Sia gli ARBs che gli ACE-inibitori possono portare a condizioni di Iperkaliemia [eccesso di Potassio].
L’iperkaliemia è un livello elevato di potassio (K+) nel sangue. I livelli normali di potassio sono compresi tra 3,5 e 5,0 mmol/L (3,5 e 5,0 mEq/L), mentre livelli superiori a 5,5 mmol/L sono definiti come iperkaliemia. In genere l’iperkaliemia non causa sintomi. Occasionalmente, quando è grave, può causare palpitazioni, dolori muscolari, debolezza muscolare o intorpidimento. L’iperkaliemia può causare un ritmo cardiaco anomalo che può provocare arresto cardiaco e morte.
Elettrocardiogramma che mostra derivazioni precordiali in caso di iperkaliemia.
Numerosi farmaci possono causare un aumento del potassio nel sangue, tra cui antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi (ad es. spironolattone, eplerenone e finerenone), FANS, diuretici risparmiatori di potassio (ad es. amiloride), bloccanti del recettore dell’angiotensina e inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina. La gravità è suddivisa in lieve (5,5 – 5,9 mmol/L), moderata (6,0 – 6,5 mmol/L) e grave (> 6,5 mmol/L). Livelli elevati possono essere rilevati su un elettrocardiogramma (ECG), sebbene l’assenza di cambiamenti ECG non escluda l’iperkaliemia. Le proprietà di misurazione dei cambiamenti ECG nella previsione dell’iperkaliemia non sono note. La pseudoiperkaliemia, dovuta alla rottura delle cellule durante o dopo il prelievo del campione di sangue, deve essere esclusa.
Il trattamento iniziale in caso di alterazioni dell’ECG consiste in sali, come il gluconato di calcio o il cloruro di calcio. Altri farmaci utilizzati per ridurre rapidamente i livelli di potassio nel sangue includono insulina con destrosio, salbutamolo e bicarbonato di sodio. I farmaci che potrebbero peggiorare la condizione dovrebbero essere interrotti e dovrebbe essere iniziata una dieta a basso contenuto di potassio. Le misure per rimuovere il potassio dal corpo includono diuretici come la furosemide, leganti del potassio come il polistirene solfonato (Kayexalate) e il ciclosilicato di zirconio di sodio e l’emodialisi. L’emodialisi è il metodo più efficace.
Con l’uso di farmaci ARBs e ACE-inibitori, considerando anche le possibili variabili integrative legate all’uso supplementare di Potassio (nelle sue varie forme) o di prodotti contenenti una certa quantità dello stesso, il pericolo che si instauri una condizione di iperkaliemia è statisticamente significativo. Oltretutto, il Potassio integrativo viene inserito nelle preparazioni dove è contemplato l’uso di Clenbuterolo, il quale è noto causare una deplezione di Potassio, nota come ipokaliemia, costringendo il Potassio a spostarsi rapidamente dal flusso sanguigno alle cellule del corpo. Questo pericoloso spostamento può causare tachicardia, crampi muscolari e aritmie cardiache. In quanto agonista β2, il farmaco stimola le pompe cellulari che trasportano il Potassio all’interno delle cellule, abbassando i livelli ematici anche se il Potassio totale nell’organismo è normale. Spesso il Clenbuterolo abbassa contemporaneamente anche altri minerali chiave come Magnesio e Fosforo. L’esercizio fisico intenso o la sudorazione eccessiva, combinati con questo squilibrio cellulare, peggiorano la deplezione. In questo caso, la gestione delle quantità di Sodio e Potassio assunte giornalmente richiede esami più approfonditi misurando i livelli di Potassio e Sodio tramite un esame del sangue e gestendo su dieta, farmaci e la funzione renale.
I metodi di gestione dell’assunzione e controllo dell’equilibrio salino sono:
Esami ematici: dosaggio di Sodio, Potassio, creatinina e azotemia per valutare i reni.
Dieta: riduzione di cibi ricchi di Potassio come frutta e verdura specifiche e rapportare il giusto quantitativo di Sodio in base ai risultati emersi dal controllo ematico.
Terapia medico-farmacologica: aggiustamento o sospensione di farmaci come ACE-inibitori o Diuretici, oppure uso di resine e leganti del potassio per favorirne l’eliminazione.
Possibilità di gestione “combinata” della ritenzione idrica e di Sodio AAS-correlata
Abbiamo visto che una caratteristica indipendente dallo stimolo del Aldosterone e/o dell’interazione con il MR degli AAS (con differenze di grado e dose), e che causa ritenzione idrica e di Sodio, è quella di agire sul riassorbimento del Sodio a livello del tubulo prossimale. La domanda che alcuni si potrebbero porre è se possa essere possibile contrastare efficacemente questa variabile, soprattutto in pre-contest/Cut.
Esistono dei farmaci che bloccano il riassorbimento di Sodio nel tubulo prossimale come, ad esempio, gli inibitori dell’anidrasi carbonica e gli inibitori del SGLT2, che riducono i livelli di liquidi e aiutano a gestire condizioni come l’insufficienza cardiaca, l’iperglicemia e l’infiammazione.
Il tubulo contorto prossimale (PCT) riassorbe circa il 65% del sodio filtrato, rendendolo un bersaglio farmacologico strategico. Il riassorbimento del sodio in questa sede avviene accoppiato ad altri soluti tramite trasportatori specifici sul versante luminale.
Schema dettagliato del Nefrone
I farmaci che bloccano il riassorbimento di Sodio a questo livello agiscono inibendo questi co-trasportatori e scambiatori specifici:
Inibitori SGLT2 (SGLT2i / Gliflozine)
Bloccano il cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), situato prevalentemente nel segmento S1/S2 del tubulo prossimale. –Meccanismo: SGLT2 riassorbe normalmente il 90% del Glucosio filtrato insieme al Sodio con stechiometria 1:1. Bloccandolo, aumenta l’escrezione di Glucosio (glicosuria) e Sodio (natriuresi). –Molecole principali: Empagliflozin, Dapagliflozin, Canagliflozin. –Effetto sistemico: Oltre all’effetto ipoglicemizzante, riducono la pressione intraglomerulare attivando il feedback tubuloglomerulare (aumento del carico di Sodio/Cloro alla macula densa), offrendo spiccata nefroprotezione e cardioprotezione.
Inibitori dell’Anidrasi Carbonica
Agiscono direttamente sullo scambiatore sodio-idrogeno 3 (NHE3) inibendo l’enzima anidrasi carbonica (sia luminale che citoplasmatica). -Meccanismo: L’inibizione dell’anidrasi carbonica blocca la produzione di H+ intracellulare necessario allo scambiatore Na+/H+ (NHE3) per riassorbire Sodio e secrezionare protoni nel lume. -Molecole principali: Acetazolamide. -Effetto sistemico: Aumentano l’escrezione di sodio e HCO₃⁻, portando ad acidosi metabolica ipercloremica. Hanno una blanda azione diuretica, usati oggi principalmente per il glaucoma, la malattia da altitudine e il tracciamento dell’alcalosi metabolica.
Inibitori Diretti di NHE3 (Sotagliflozin e molecole sperimentali)
Struttura molecolare del Sotaglifozin.
Lo scambiatore Na+/H+ (NHE3) è responsabile del riassorbimento della maggior parte del Sodio nel tubulo prossimale. –Meccanismo: Blocco diretto del trasportatore apicale NHE3. –Molecole principali: Sotagliflozin (doppio inibitore SGLT1/SGLT2 che mostra anche una parziale inibizione di NHE3 a livello intestinale/renale) e composti in fase sperimentale (es. Tenapanor, approvato principalmente a livello intestinale ma con target molecolare su NHE3).
Nota sull’efficacia natriuretica: Sebbene il tubulo prossimale riassorba oltre la metà del Sodio filtrato, i diuretici che agiscono esclusivamente qui hanno un effetto natriuretico modesto come diuretici isolati. Questo perché l’ansa di Henle e i segmenti distali compensano ampiamente riassorbendo il Sodio in eccesso che sfugge al tubulo prossimale (fenomeno noto come escape distale). Ecco perché l’azione deve essere combinata con gli altri fattori determinanti l’alterazione dell’equilibrio elettrolitico e idrico organico.
E per quanto riguarda l’espressione del canale epiteliale del Sodio (ENaC)? Nonostante esistano farmaci bloccanti diretti del canale (Pore blockers) e antagonisti e modulatori indiretti, l’uso in pre-contest/Cut del Trenbolone può avere un effetto “tampone” su questa variabile più che sufficiente se gli altri fattori sopra esposti sono adeguatamente gestiti.
Punti chiave per la gestione della ritenzione idrica e di Sodio AAS-correlata
Da sinistra: l’analogo 5α-ridotto e l’analogo 11-deidrogenato e metabolita del Fluoximesterone, 5α-Dihydrofluoxymesterone e 11-Oxofluoxymesterone.
Evitare dosaggi oltre il minimo efficace correlato alla vostra maturità (o massima espressione epigenetica dose-risposta);
Evitare molecole con un carico di sides maggiore ai benefici come Nandrolone e Trestolone (quest’ultimo con un discorso a parte a piccole dosi e in Bulk);
Agire sul livello di E2 (ed E1) in modo più stretto in prossimità della competizione, evitando di mantenere livelli estrogenici troppo bassi [<15pg] per più di 3-4 settimane;
Se si è atleti avanzati vi è la possibilità di inserire del Trenbolone (seguendo sempre la linea del primo punto) sia per la sua azione sui GR che per la sua attività come antagonista dei MR;
Il Fluoxymesterone, citato come molecola addittiva per il controllo dell’attività e metabolismo dei GR e Cortisolo, oltre alle accortezze “riduttive” la sua peculiarità di legame con l’enzima di conversione 11β-HSD2 che converte il Cortisolo attivo in Cortisone inattivo, va dosato letteralmente “al mg” dal momento che i suoi metaboliti fortemente androgeni ed attivi [5α-dihydrofluoxymesterone e 11-oxofluoxymesterone], se in concentrazioni eccessivamente alte, oltre a disconfort nervoso, possono causare un forte stimolo nel riassorbimento del Sodio dal tubulo prossimale;
Consumate adeguate quantità di liquidi in base al vostro peso e alle vostre necessità [indicazioni di base su equazione perdita di liquidi con urine+perdita di liquidi con la sudorazione = Lt d’acqua/die > Lt d’acqua/die X 0.5-1g di NaCl = ratio acqua:NaCl]
Mantenere un buon rapporto tra Sodio e Potassio di 1:2 [1g di NaCl:2g di K – 1g di NaCl = 393-394mg di Na > media 400mg di Sodio/Na]
Modulare l’attività dei glucocorticoidi nel pre-contest come detto nella prima parte;
Se si usano ARBs o ACE-inibitori fate estrema attenzione ai livelli di Potassio e alle quantità assunte;
L’uso di rhGH, specie a dosi elevate, può esacerbare la ritenzione idrica e di Sodio peggiorando il quadro generale di stress cardio-renale. L’uso specifico della Clonidina, se presenti altri farmaci anti-ipertensivi, può portare a grave ipotensione con svenimento e/o collasso;
L’uso di Clenbuterolo, per via della richiesta di “Harm Reduction” di inserire mediamente 2g di Potassio elementare, comporta una maggiore attenzione sul controllo dell’assunzione totale di Potassio e delle sue concentrazioni ematiche;
La possibilità di inserire inibitori del riasorbimento del Sodio dal tubulo prossimale rende più accurata la gestione idrosalina ma anche molto più complessa da gestire [caldamente sconsigliata fuori dallo stretto controllo di personale qualificato];
Come abbiamo visto, non è richiesto l’inserimento di uno specifico bloccante del canale epiteliale del Sodio (ENaC);
Ogni aggiunta di farmaci alla preparazione, se da un lato può migliorare un aspetto della stessa, crea una maggiore possibilità di incorrere statisticamente in eventi avversi anche gravi.
Conclusioni:
Come abbiamo visto, la complessità delle vie inerenti ai GR e ai MR comporta risposte e controrisposte che possono rendere differente il risultato della preparazione e gli esiti sulla salute generale e specifica d’organo. Nessuna delle specifiche esposte rappresenta, ovviamente, una indicazione di applicazione o un incitamento alla pratica. Il presente lavoro in due parti, che vede in queste ultime note la sua conclusione, è stato realizzato con l’unico scopo di informare e far comprendere la mole di dettagli e caratteristiche che interessano la sfera delle interazioni e manipolazioni del metabolismo e attività dei GR e dei MR esponendo nel dettaglio ogni principale variabile possibile emersa nel corso degli anni di ricerca.
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La ricerca scientifica è in continuo sviluppo, e nonostante abbia scritto un corposo articolo sugli incretino-mimetici qualche tempo fa, l’avanzare dei dati disponibili su nuove molecole appartenenti a questa famiglia, ormai largamente in uso in campo medico e off-label, mi spingono a scrivere questo nuovo articolo in tema.
Introduzione:
E’ risaputo che l’intervento attraverso la modifica dello stile di vita rimane la strategia terapeutica di prima linea per il trattamento dell’obesità. In particolare, l’adesione alla dieta Mediterranea — un modello alimentare ricco di frutta, verdura, cereali integrali, olio d’oliva e proteine magre — ha dimostrato miglioramenti significativi nella steatosi epatica e nell’insulino-resistenza tra i pazienti con MAFLD. Inoltre, è stato dimostrato che programmi di esercizio fisico strutturati, che integrano sia l’allenamento aerobico che quello contro-resistenza, riducono il contenuto di grasso nel fegato e migliorano il controllo glicemico. Tuttavia, nonostante i benefici ben documentati dei cambiamenti nello stile di vita, mantenere l’aderenza a lungo termine rimane una sfida per molte persone, che spesso richiede un supporto multidisciplinare e strategie di cambiamento comportamentale a lungo termine. Quando necessario, gli interventi farmacologici sono essenziali per colmare il divario e garantire una prevenzione e una gestione efficaci di queste condizioni correlate.
Numerosi trattamenti farmacologici mirano a interrompere queste connessioni dannose, e molti di essi si concentrano sulle vie ormonali delle incretine e sulla regolazione dell’appetito, come già visto nel precedente articolo. Tre dei più comuni ormoni peptidici incretinici sono il Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1), il Polipeptide Insulinotropico glucosio-dipendente (GIP) e il Glucagone. L’emergere degli agonisti del recettore del GLP-1, come il primo agonista clinicamente approvato, l’Exenatide, nel 2005, ha aperto la strada a un’approfondita esplorazione di queste molecole. In breve tempo sono state introdotte altre molecole, come la Liraglutide, la Dulaglutide e la Semaglutide, che offrono una somministrazione settimanale. Oltre a garantire un controllo più efficace del glucosio e a favorire una significativa perdita di peso, questi farmaci hanno consentito una riduzione dei tassi di gravi effetti avversi cardiovascolari, insufficienza cardiaca, malattie renali e morte cardiovascolare. Questi risultati promettenti hanno portato allo sviluppo dei primi agonisti duali, tra cui spicca la Tirzepatide, un agonista dei recettori GIP e GLP-1. La Tirzepatide ha ottenuto riduzioni significative dei livelli di emoglobina glicata A1c (HbA1c) e del peso corporeo rispetto al placebo. Inoltre, è stato riscontrato che la Tirzepatide ha un effetto più pronunciato rispetto all’agonista del GLP-1 Semaglutide nelle persone con DMT2. L’incidenza di eventi avversi gastrointestinali (GI) è aumentata rispetto al placebo; tuttavia, né la Tirzepatide né il Semaglutide hanno aumentato il rischio di eventi avversi gravi o di ipoglicemia grave.
La Retatrutide, un agonista triplo recettoriale, mira a rivoluzionare la farmacoterapia dell’obesità e del diabete di tipo 2. Questo farmaco innovativo ha dimostrato di migliorare i risultati terapeutici, determinando riduzioni più marcate sia del peso corporeo che dei livelli di HbA1c rispetto alle attuali terapie farmacologiche.
-Recettori Molecolari Bersaglio-
Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1)
Il GLP-1 è un ormone incretinico secreto prevalentemente dal tratto intestinale, soprattutto in risposta ai pasti. Le cellule L dell’intestino tenue sono responsabili della sua produzione a partire da un gene del proglucagone. È stato inoltre dimostrato che la produzione di questa molecola avviene anche nelle cellule α del pancreas e nel sistema nervoso centrale, in aree quali il nucleo del tratto solitario e la microglia. Agisce prevalentemente attivando un recettore che induce la stimolazione del rilascio di insulina, diminuisce la secrezione di glucagone, riduce l’assunzione di cibo e ritarda lo svuotamento gastrico (GE) influenzando la motilità gastrica e intestinale. I recettori del GLP-1 si trovano in una varietà di tessuti quali il pancreas, la mucosa gastrica, i reni, i polmoni, il cuore, la pelle, le cellule immunitarie e il cervello. Si tratta di recettori accoppiati alle proteine G eptelicoidi composti da 463 aminoacidi che, una volta attivati, stimolano la formazione di adenosina monofosfato ciclico (cAMP) seguita dall’attivazione delle vie della proteina chinasi A.
In particolare per quanto riguarda il sistema nervoso centrale, l’espressione dei recettori del GLP-1 in regioni correlate alla gratificazione, quali l’ipotalamo, l’amigdala, il nucleo accumbens, il nucleo paraventricolare, l’area tegmentale ventrale, il locus coeruleus e il tronco encefalico, potrebbe suggerire una possibile associazione tra l’apprendimento della gratificazione e sintomi quali l’anedonia in patologie quali la depressione. Tuttavia, la natura multifattoriale e poligenica di questa diagnosi richiede ulteriori indagini prima di giungere a una conclusione definitiva. È stato inoltre dimostrato che l’attivazione del GLP-1 riduce l’infiammazione diminuendo l’attività dei macrofagi. I suoi effetti sulla sazietà e sull’assunzione di cibo si riscontrano sia in individui sani che in pazienti obesi e diabetici.
Secreto anche dalle cellule K intestinali, il GIP è una proteina secreta prevalentemente in fase postprandiale. È costituito da 42 aminoacidi che si formano in seguito alla proteolisi di un precursore di 153 aminoacidi. I recettori del GIP esistono in due isoforme, costituite rispettivamente da 466 e 493 aminoacidi, che, una volta attivate, mostrano un aumento del calcio intracellulare e dell’acido arachidonico. La loro attivazione è correlata anche all’attivazione dell’adenilato ciclasi. Agendo su questi recettori, espressi in diversi tessuti, tra cui principalmente le cellule β pancreatiche e, in misura minore, il tessuto adiposo e quello nervoso, il GIP stimola la secrezione di glicogeno sia in condizioni di normoglicemia che di iperglicemia. Riduce inoltre l’appetito esercitando un effetto negativo sulla GE e favorendo il rilascio di insulina da parte del pancreas, agendo in sinergia con il GLP-1. Tuttavia, agisce in contrasto con il GLP-1 per quanto riguarda il rilascio di glucagone, potenziandone il rilascio. Inoltre, si è riscontrato che le vie dipendenti dai fattori di crescita, come la MAPK (chinasi 1 e 2 regolate da segnali extracellulari [ERK 1/2]) e la proteina chinasi B, sono influenzate dall’attivazione del GIP. Sono stati descritti anche gli effetti del GIP sul tessuto adiposo, poiché è stato dimostrato che stimola l’adipogenesi, inibisce la lipolisi e stimola la lipogenesi de novo. Inoltre, è stato dimostrato che il GIP ha un’influenza diretta sulle ossa, inducendo l’attività degli osteoblasti.
Glucagone
Infine, il Glucagone, derivato da una molecola precursore denominata pro-glucagone composta da 180 aminoacidi, è un ormone presente principalmente nelle cellule α del pancreas. È stata descritta anche la sua produzione nell’intestino tenue. Dopo la sua scoperta nel 1921, il suo contributo alla fisiopatologia del diabete mellito di tipo 2 ha inaugurato una nuova era nei farmaci antidiabetici e nello studio delle malattie metaboliche. È costituito da 29 aminoacidi e il suo gene è localizzato sul cromosoma 2. I recettori del Glucagone si trovano principalmente negli epatociti del fegato e nei reni. È stata descritta un’espressione minore anche in altri tessuti come il cuore, il pancreas, il tessuto adiposo e il tratto gastrointestinale. I recettori del Glucagone sono recettori accoppiati alle proteine G che, quando stimolati, determinano un aumento dell’AMPc e del Calcio intracellulari che, a loro volta, attivano la via della proteina chinasi A. Il principale fattore che ne determina il rilascio è il basso livello di glucosio nel sangue, e i recettori del Glucagone si trovano in molti tessuti, con gli epatociti come sede più comune. Il Glucagone consente la gluconeogenesi e la glicogenolisi nel fegato, bloccando al contempo la glicogenesi. Questi effetti portano a livelli elevati di glucosio nel sangue. Il Glucagone riduce anche la motilità gastrointestinale e, agendo sul tessuto adiposo, diminuisce la lipogenesi e induce la lipolisi, portando ad un aumento della produzione di acidi grassi non esterificati e corpi chetonici. È stato inoltre osservato che il Glucagone agisce sul tessuto adiposo bruno nei modelli animali, inducendo la termogenesi e il dispendio energetico. Tuttavia, gli studi condotti sull’uomo non hanno dimostrato più di un effetto modesto sul dispendio energetico, senza raggiungere una rilevanza clinica.
Recettore del Glucagone
-Aspetti generali della Retatrutide-
Struttura molecolare — Farmacologia
La Retatrutide è quindi una terapia promettente che agisce su tutti i recettori e attività molecolari correlate sopra menzionate; si tratta di un agonista triplo recettoriale. La Retatrutide è un peptide sintetico che agisce come agonista dei recettori del GLP-1, del GIP e del Glucagone (Figura seguente). La struttura chimica della Retatrutide gli consente di legarsi in modo specifico a questi recettori.
La Retatrutide si dispiega in un’unica struttura elicoidale continua che gli consente di attraversare il dominio transmembranario del recettore con il suo segmento N-terminale. Il segmento C-terminale partecipa alle interazioni con l’elica α N-terminale del dominio extracellulare, con l’estremità extracellulare dell’elica transmembranaria 1 del recettore del GLP-1 e con l’ansa extracellulare 1 del recettore del GIP. Questa molecola è più potente sul recettore GIP umano (EC50: 0,0643 nM) e meno potente sui recettori del GLP-1 (EC50: 0,775 nM) e del Glucagone (EC50: 5,79 nM). Ha un’azione dose-dipendente e provoca una diminuzione dello svuotamento gastrico, mentre, con un’emivita di 6 giorni, può essere somministrato prevalentemente su base settimanale. La Retatrutide viene metabolizzata prevalentemente a livello epatico, ma non interagisce con gli enzimi del citocromo P450.
Struttura molecolare della Retatrutide
I suoi effetti determinano una significativa riduzione del peso e una diminuzione dei livelli di HbA1c. Gli effetti indesiderati più frequenti sono nausea, diarrea, vomito e stitichezza. Tuttavia, questi hanno portato a casi non rari di interruzione della terapia, e la loro intensità era chiaramente correlata a dosaggi più elevati. Studi pratici indicano che i tassi di interruzione dei GLP-1RA possono raggiungere valori compresi tra il 20% e il 50% entro il primo anno e che i pazienti spesso utilizzano dosaggi significativamente inferiori rispetto a quelli testati negli studi clinici. Effetti avversi meno comuni sono stati un aumento temporaneo dei livelli di alanina aminotransferasi (ALT), aumento della frequenza cardiaca e iperestesia cutanea.
-Risultati emersi dagli studi sull’uomo-
Trials di Fase I
Coksun et al. a Singapore hanno condotto uno studio di fase 1 per valutare la sicurezza e il profilo farmacocinetico della Retatrutide. Allo studio hanno partecipato 47 soggetti sani, 45 dei quali hanno ricevuto almeno una dose. La concentrazione massima è stata raggiunta entro 12-72 ore dalla somministrazione. L’emivita media era di circa 6 giorni. Rispetto al placebo, la Retatrutide ha determinato variazioni simili nei livelli basali di glucosio a digiuno. Dopo la somministrazione di dosi da 4,5 e 6 mg, i livelli medi di glucagone a digiuno sono diminuiti a partire da 24 ore dopo la somministrazione fino al giorno 15. Il retatrutide ha determinato una riduzione del peso corporeo medio a tutti i livelli di dosaggio, tranne che alla dose di 0,1 mg. La riduzione di peso ha raggiunto il picco ai livelli di dosaggio compresi tra 3 e 6 mg. Gli effetti avversi più comuni correlati al trattamento dello studio sono stati disturbi gastrointestinali quali vomito, distensione addominale e nausea, tuttavia per lo più di intensità lieve.
A seguito degli studi condotti sugli animali, Urva et al. hanno progettato uno studio di fase 1b a dosi multiple crescenti su pazienti affetti da diabete di tipo 2. A questi pazienti è stato somministrato Retatrutide una volta alla settimana (in gruppi di dosaggio da 0,5, 1,5, 3, 3/6 e 3/6/9/12 mg), placebo o 1,5 mg di Dulaglutide. Retatrutide 0,5, 1,5 e 3 mg sono stati somministrati per 12 settimane. Il gruppo da 3/6 mg ha ricevuto 3 mg di Retatrutide nelle settimane 1-4 e 6 mg nelle settimane 5-12. Infine, il gruppo da 3/6/9/12 mg ha ricevuto 3 mg nelle prime due settimane, 6 mg nelle settimane 3-4, 9 mg nelle settimane 5-8 e 12 mg nelle settimane 9-12. Lo svuotamento gastrico è stato valutato 2 giorni prima del trattamento e 24 ore dopo la somministrazione della dose nei giorni 2, 30 e 79. In sintesi, 72 partecipanti hanno ricevuto almeno una dose del farmaco, mentre 43 hanno completato lo studio. L’età media dei partecipanti era di 58,4 ± 7,4 anni, l’IMC medio era di 32,1 ± 5,1 kg/m², l’HbA1c era dell’8,66 ± 0,92%. Il maggiore effetto sullo svuotamento gastrico è stato riscontrato dopo la prima dose di Retatrutide, mentre era inferiore con le dosi successive, nonostante l’aumento del dosaggio.
Trials di Fase II
In uno studio di fase II in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, Jastreboff et al. hanno somministrato Retatrutide in dosi fino a 8 mg per un totale di 48 settimane a pazienti con un BMI ≥ 30 kg/m² o con un BMI compreso tra 27 e 30 kg/m² e una patologia concomitante correlata al peso. L’endpoint primario dello studio era la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 24 settimane di terapia. Gli endpoint secondari erano la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 48 settimane e la presenza di una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15%. Sono stati arruolati in totale 338 adulti. La variazione percentuale media del peso corporeo a 24 settimane nei gruppi trattati con Retatrutide, calcolata con il metodo dei minimi quadrati, è stata del −7,2% nel gruppo da 1 mg e fino al −17,5% nel gruppo da 12 mg, rispetto al −1,6% nel gruppo placebo. Inoltre, a 48 settimane, le stesse percentuali erano pari a −8,7% nel gruppo da 1 mg, −24,2% nel gruppo da 12 mg e −2,1% nel gruppo placebo. A 48 settimane, si è verificata una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15% nel 100%, 93% e 83% dei soggetti che hanno ricevuto 12 mg di Retatrutide e nel 27%, 9% e 2% di quelli che hanno ricevuto il placebo. Gli effetti avversi più comuni erano anch’essi di natura gastrointestinale e correlati alla dose e sono stati parzialmente mitigati con una dose iniziale più bassa (2 mg vs. 4 mg). Pertanto, negli adulti con obesità, il trattamento con Retatrutide per 48 settimane ha determinato riduzioni sostanziali del peso corporeo.
Analogamente, Rosenstock et al. hanno condotto uno studio randomizzato, in doppio cieco, di fase 2, in cui erano ammessi all’arruolamento adulti di età compresa tra i 18 e i 75 anni affetti da diabete di tipo 2, con HbA1c compresa tra il 7,0% e il 10,5% e BMI compreso tra 25 e 50 kg/m². I partecipanti sono stati trattati con dieta ed esercizio fisico da soli o con una dose stabile di metformina per almeno 3 mesi prima dello screening. Sono stati inoltre assegnati in modo casuale a ricevere iniezioni settimanali di placebo, 1,5 mg di Dulaglutide o dosi di mantenimento di Retatrutide pari a 0,5 mg, 4 mg (dose iniziale 2 mg), 4 mg (senza aumento), 8 mg (dose iniziale 2 mg), 8 mg (dose iniziale 4 mg) o 12 mg (dose iniziale 2 mg). L’endpoint primario era la variazione dell’HbA1c dal basale a 24 settimane, mentre gli endpoint secondari includevano la variazione dell’HbA1c e del peso corporeo a 36 settimane. A 24 settimane, le variazioni medie dei minimi quadrati rispetto al basale dell’HbA1c con retatrutide erano pari a –0,43% per il gruppo da 0,5 mg, –1,39% per il gruppo con aumento graduale a 4 mg, –1,30% per il gruppo da 4 mg, –1,99% per il gruppo con aumento graduale lento a 8 mg, –1,88% per il gruppo con aumento rapido della dose a 8 mg e –2,02% per il gruppo con aumento della dose a 12 mg, contro –0,01% per il gruppo placebo e –1,41% per il gruppo trattato con Dulaglutide 1,5 mg. Le riduzioni dell’HbA1c con Retatrutide sono risultate significativamente maggiori (p < 0,0001) rispetto al placebo in tutti i gruppi tranne quello da 0,5 mg e maggiori rispetto al Dulaglutide da 1,5 mg nel gruppo con aumento graduale a 8 mg (p = 0,0019) e nel gruppo con aumento graduale a 12 mg (p = 0,0002). I risultati sono stati confermati a 36 settimane. Il peso corporeo è diminuito in modo dose-dipendente con Retatrutide a 36 settimane fino al 16,94% per il gruppo con aumento progressivo della dose a 12 mg, rispetto al 3,00% con il placebo e al 2,02% con 1,5 mg di Dulaglutide. È risultato evidente che Retatrutide ha mostrato miglioramenti clinicamente significativi nel controllo glicemico e riduzioni impressionanti del peso corporeo nei pazienti con diabete di tipo 2, pur essendo relativamente sicuro.
Un altro studio di fase II condotto da Sanyal et al. ha cercato di dimostrare gli effetti del Retatrutide sulla steatosi epatica. 98 pazienti con un contenuto di grasso epatico ≥10% (come definito dalla frazione di grasso in base alla densità protonica mediante risonanza magnetica) sono stati assegnati in modo casuale a un trattamento di 48 settimane con Retatrutide per via sottocutanea una volta alla settimana (a dosi di 1, 4, 8 o 12 mg) o a un trattamento con placebo. In totale, 76 partecipanti sono riusciti a completare questo sottostudio. La variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico a 24 settimane è stata di −42,9% (1 mg), −57,0% (4 mg), −81,4% (8 mg), −82,4% (12 mg) e +0,3% (placebo). A 24 settimane, il grasso epatico normale (<5%) è stato raggiunto dal 27% (1 mg), dal 52% (4 mg), dal 79% (8 mg), dall’86% (12 mg) e dallo 0% (placebo) dei partecipanti. A 48 settimane, la variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico era pari a −51,3% (1 mg), −59,0% (4 mg), −81,7% (8 mg), −86,0% (12 mg) e −4,6% (placebo). Inoltre, un contenuto totale di grasso epatico < 5% a 48 settimane è stato raggiunto con dosi da 8 mg (nell’89% dei partecipanti) e da 12 mg (nel 93% dei partecipanti). La riduzione del grasso epatico è stata associata a perdita di peso, riduzione del grasso addominale e miglioramento della sensibilità all’insulina e del metabolismo dei lipidi.
Trials di Fase III
Risultati dello studio TRIUMPH-1 [2026], uno studio clinico di fase 3 volto a valutare l’efficacia e la sicurezza della Retatrutide in adulti affetti da obesità o sovrappeso, con almeno una comorbilità correlata al peso e senza diabete. A 80 settimane, tutte le dosi della Retatrutide (4mg, 9mg e 12mg) hanno raggiunto gli endpoint primari e secondari chiave per l’obesità, determinando una perdita di peso clinicamente significativa.
I soggetti con un BMI basale ≥35 che hanno partecipato a un’estensione dello studio hanno continuato a perdere peso, raggiungendo una perdita media di 85,0 libbre (30,3%) a 104 settimane. Alla dose di 4mg, raggiunta con un solo aumento, i partecipanti hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%) a 80 settimane, con un tasso di interruzione osservato inferiore a causa di eventi avversi rispetto al placebo.
Per quanto riguarda l’endpoint primario, i partecipanti trattati con Retatrutide 9mg e 12mg hanno perso in media rispettivamente 64,4 libbre (25,9%) e 70,3 libbre (28,3%). Coloro che hanno assunto la dose da 4mg di Retatrutide, con un solo aumento del dosaggio, hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%). In particolare, il 65,3% dei partecipanti trattati con Retatrutide 12mg ha raggiunto un BMI <30, scendendo al di sotto della soglia di obesità a 80 settimane, compreso il 37,5% di coloro che hanno iniziato con obesità di classe 3 (BMI ≥40). 1 In un’estensione in cieco prestabilita per i soggetti con un BMI ≥35, i partecipanti che hanno continuato con Retatrutide 12mg fino a 104 settimane hanno perso in media 85,0 libbre (30,3%). Inoltre, la Retatrutide ha mostrato miglioramenti significativi rispetto al basale in alcuni fattori di rischio cardiovascolare, tra cui la circonferenza della vita, il colesterolo non-HDL, i Trigliceridi, la pressione sistolica e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP).
Per quanto riguarda l’estimando del regime terapeutico, ogni livello di dosaggio di Retatrutide ha portato a miglioramenti negli endpoint primari e secondari chiave, nonché nell’estensione prestabilita, tra cui:
Variazione percentuale del peso corporeo a 104 settimane: -25,7% (-30,6 kg; -67,5 libbre; da 4 mg a MTD); -28,7% (-35,6 kg; -78,4 libbre; da 9 mg a MTD); -29,9% (-38,1 kg; -83,9 libbre; da 12 mg a MTD) e -18,9% (-22,3 kg; -49,1 libbre; da placebo a MTD)
I tipi di eventi avversi osservati erano generalmente in linea con quelli riscontrati negli studi clinici condotti su altre terapie a base di incretine. Gli eventi avversi più comuni tra i partecipanti trattati con retatrutide (4 mg, 9 mg, 12 mg, rispetto al placebo, rispettivamente) sono stati nausea (28,6%, 38,4% e 42,4% contro il 14,8%), diarrea (25,2%, 34,1% e 32,0% contro il 13,5%), stitichezza (23,8%, 25,9% e 26,1% rispetto al 10,9%), vomito (10,6%, 22,8% e 25,3% rispetto al 4,8%) e infezione del tratto respiratorio superiore (14,2%, 12,2% e 13,1% rispetto all’11,6%) . Si sono verificati casi di disestesia nel 5,1%, 12,3% e 12,5% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto allo 0,9% con il placebo, mentre l’incidenza di infezioni del tratto urinario si è verificata nel 7,5%, 8,8% e 8,4% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto al 5,3% con il placebo. Gli episodi di disestesia e le infezioni del tratto urinario sono stati generalmente di entità da lieve a moderata; la maggior parte si è risolta durante il trattamento e la maggior parte dei partecipanti ha continuato ad assumere retatrutide. I tassi di interruzione del trattamento a causa di eventi avversi sono stati del 4,1%, 6,9% e 11,3% rispettivamente con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispetto al 4,9% con il placebo.
Principali risultati della fase III:
Perdita di peso (TRIUMPH-1): negli adulti affetti da obesità o sovrappeso, la dose settimanale da 12 mg ha determinato una notevole perdita di peso media del 28,3% a 80 settimane. Uno studio di estensione di due anni (104 settimane) condotto sul sottogruppo con il peso maggiore (BMI ≥ 35) ha mostrato una notevole riduzione media del peso corporeo del 30,3% (con una perdita media di 85 libbre).
Diabete di tipo 2 (TRANSCEND-T2D-1): Negli adulti con diabete di tipo 2, la dose da 12 mg ha prodotto una perdita di peso media del 15,3% a 40 settimane. In particolare, fino al 40% dei pazienti ha raggiunto livelli normali di HbA1c (<5,7%) e quasi il 90% ha raggiunto valori <7,0%.
Osteoartrite (TRIUMPH-4): I pazienti affetti da obesità e osteoartrite del ginocchio hanno registrato una perdita di peso del 28,7% insieme a una significativa riduzione del dolore al ginocchio a 68 settimane.
Conclusioni:
È fondamentale comprendere che la perdita di peso non è sempre benefica per la salute; in determinate circostanze, può portare a una riduzione clinicamente significativa della massa muscolare e ossea, anziché alla riduzione desiderata del grasso corporeo. Questo fenomeno solleva importanti interrogativi sulla qualità e sulla composizione della perdita di peso, poiché il mantenimento della massa magra è essenziale per preservare la forza complessiva, la mobilità e la salute metabolica. Pertanto, è necessario progettare studi che non si concentrino solo sulla percentuale, ma che indaghino anche sui cambiamenti della composizione corporea che accompagnano la perdita di peso.
Va tuttavia sottolineato che, sebbene la Retatrutide appaia promettente come terapia dimagrante per gli adulti, il suo impiego sperimentale non è attualmente approvato per bambini e adolescenti. La sicurezza e l’efficacia della Retatrutide non sono state stabilite nella popolazione pediatrica. Gli studi clinici attualmente in corso si sono concentrati esclusivamente sugli adulti e mancano dati relativi al suo impiego nei bambini e negli adolescenti. Pertanto, la Retatrutide non è indicato per i soggetti di età inferiore ai 18 anni. Per i bambini e gli adolescenti, la prevenzione e la gestione dell’obesità dovrebbero dare priorità agli interventi non farmacologici. Le modifiche dello stile di vita, tra cui una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare, sono la pietra angolare della prevenzione dell’obesità pediatrica. La U.S. Preventive Services Task Force raccomanda ai medici di effettuare screening per l’obesità nei bambini e negli adolescenti di età pari o superiore a 6 anni e di offrire loro o indirizzarli verso interventi comportamentali intensivi e completi per promuovere miglioramenti nel peso corporeo.
Tuttavia, non si può negare che gli studi di fase III sulla Retatrutide hanno fino a questo momento dimostrato una riduzione del peso e miglioramenti cardiometabolici senza precedenti.
In conclusione, il Retatrutide sembra preannunciare un significativo progresso nel campo della farmacoterapia per l’obesità e il controllo del peso. Grazie al suo eccellente profilo di sicurezza e alle notevoli percentuali di perdita di peso, suscita indubbiamente grande entusiasmo nella comunità medica.
La presentazione della domanda di autorizzazione per la commercializzazione della Retatrutide è prevista intorno al 2027.
Nella prima parte di questa disamina sono state passate in rassegna diverse informazioni necessarie per comprendere cosa sono le Incretine e quali sono le loro principali azioni. Si è poi passati a descrivere la classe di farmaci degli Incretino-Mimetici discorrendo sulla loro sintesi, tipologia molecolare [in ordine cronologico in base alla data di commercializzazione] e caratteristiche di azione sia per quanto concerne le attività positive che quelle negative. In conclusione, si è accennato alla consistente diffusione dell’uso “cosmetico” di tali farmaci.
In questa seconda ed ultima parte vedremo come questa relativamente nuova classe di farmaci abbia trovato un certo spazio di diffusione nel Fitness e (sebbene in minor parte) nel BodyBuilding. Verranno discussi i punti di attrattiva e le limitazioni (e rischi) legati al loro uso.
Le “attrattive” degli Incretino-Mimetici:
L’obesità è una grave epidemia che affligge la società del così detto “occidente americanizzato”. I farmaci iniettabili sottocutanei inizialmente concepiti per la gestione del diabete di tipo II, come la Semaglutide e altri agonisti del recettore del GLP-1, stanno rapidamente guadagnando popolarità per i loro effetti sulla perdita di peso. Questi farmaci (Ozempic, Wegovy, Saxenda e Mounjaro) sono onnipresenti sui social media e sono promossi da celebrità di tutte le fasce demografiche. “Viso da Ozempic” e ‘sedere da Ozempic’ sono ormai concetti mainstream che evidenziano i possibili cambiamenti morfologici che si verificano con questi farmaci. Con la diffusione non controllata da personale qualificato dell’uso di questi farmaci, è aumentato anche l’elenco dei potenziali effetti avversi.
Nella prima parte di questa disamina si è constatato che gli Incretino-Mimetici hanno potenzialità che si esprimono su modifiche della composizione corporea e che riguardano principalmente:
Rallentamento dello svuotamento gastrico con riduzione del senso di fame derivante dal aumento del senso di sazietà;
Gli effetti elettrofisiologici dell’attivazione del GLP-1R nelle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del comportamento alimentare riducendo il senso di fame e il consumo di cibo;
Indirettamente, per via della stimolazione insulinica, aumento del senso di sazietà dato dal picco insulinico a livello ipotalamico;
Miglioramento del ripartizionamento Kcal attraverso il miglioramento della sensibilità all’insulina.
L'”attrattiva” che ha spinto (e che spinge) diverse persone di diverse classi sociali e di ambo i sessi a prendere in considerazione e concretizzare l’uso di questi farmaci è fondamentalmente ridotta alla riduzione della fame/appetito. Ma questo riguarda la persona “nella media”, la ragazza/donna alla ricerca di rapide soluzioni per l’imminente prova costume o per il servizio fotografico, sfilata ecc…
Nel Bodybuilding questa classe di farmaci ebbe una serie di attrattive comprendenti lo sfruttamento di tutti i punti sopra elencati. E, di conseguenza, si ipotizzarono fasi della preparazione nelle quali applicare tale categoria farmaceutica. Limitandone l’uso in “Cut” per ragioni legate al rischio (seppur limitato in monoterapia) di incorrere in eventi ipoglicemici, l'”attrattiva d’uso” riguardava il potenziale in fasi di “Recomp”; quindi non propriamente “ipocalorico” o, al massimo, leggermente ipocaloriche e non ipoglucidiche.
Ricomposizione corporea, Ripartizionamento calorico e Insulino-Sensibilità:
Ma chiariamo alcuni termini per schiarirci le idee…
Ricomposizione corporea: si intende il raggiungimento di un obiettivo o un risultato desiderato di un regime alimentare e di allenamento (e di farmaci), come il “Cut” o il “Bulk”.
“Cut”: si intende, propriamente, una diminuzione della massa grassa (FM) e il mantenimento della massa muscolare (LBM).
“Bulk”: si intende un aumento della LBM con una concomitante attenuazione dell’aumento della FM.
“Recomp” [comunemente intesa]: è definita come un aumento della LBM e la diminuzione della FM.
La suddivisione terminologica corretta è un concetto funzionale all’obiettivo di tutti gli interventi dietetici razionali.
Il rapporto p (rapporto di ripartizione) descrive le proteine depositate nei tessuti della LBM in relazione all’apporto energetico e, viceversa, le proteine perse dai tessuti della LBM in relazione al deficit energetico.
Il p-ratio comprende i fattori di:
stato ormonale (cioè i livelli assoluti di ormoni chiave noti);
sensibilità all’insulina;
sensibilità alla Leptina.
Esiste un’interazione tra il punto 1 e 3.
La prima chiave è…
Sensibilità all’Insulina: quando si è a dieta (cioè in uno stato di deficit energetico), la resistenza all’Insulina fisiologica è una condizione favorevole all’uso del grasso di deposito limitando l’uso del glucosio da parte del muscolo come substrato energetico, risparmiando il glucosio per il cervello e l’utilizzo degli Acidi Grassi intramuscolare. In condizioni di uscita da un regime ipocalorico, in uno stato di migliorata insulino-sensibilità, l’aumento calorico di una fase di “Bulk” vede, almeno inizialmente, un ripartizionamento delle Kcal al miocita a discapito del adipocita; tale condizione di inverte col protrarsi del regime ipercalorico.
I fattori che influenzano la sensibilità all’insulina includono [1]:
Livelli di grasso corporeo; B.F. % (predittore primario): ↑B.F. ⇒ ↑Acidi Grassi come substrato energetico (risparmiando glucosio e proteine [che possono essere utilizzate dal fegato nella gluconeogenesi]) e detta la segnalazione delle adipochine (cioè gli ormoni secernenti gli adipociti [leptina, TNF-α, IL-…, adiponectina, etc.]) ⇒ ↓ sensibilità all’insulina;
Contrazione muscolare (cioè attività, come ad esempio locomozione, allenamento contro-resistenza) ⇒ ↑ assorbimento di glucosio nella cellula muscolare; traslocazione di GLUT-4 ⇒ ↑ sensibilità all’Insulina;
Dieta: elevata quantità di carboidrati (in ipercalorica), grassi saturi e poche fibre ⇒ ↓ sensibilità all’Insulina;
Stoccaggio del Glicogeno o Supercompensazione [successivo ad una deplezione] ⇒ ↑assorbimento di glucosio e glicogenesi ⇒↑sensibilità Insulinica;
Deplezione di glicogeno (ad esempio, nel periodo successivo a un allenamento intenso, prima di un’alimentazione particolarmente ricca di carboidrati) ⇒ sottoregolazione (deplezione pressoché totale) della disponibilità di glucosio e promozione dell’ossidazione di Acidi Grassi dopo il depauperamento delle scorte di glicogeno muscolare (in media < 700 g negli adulti) ⇒ ↑ Acidi Grassi liberi nel sangue (circolanti) ⇒ ↓ sensibilità all’Insulina;
Fattori genetici in parte modificabili dai farmaci, ad esempio, nei casi di ipogonadismo, l’applicazione TRT inverte chiaramente l’insulino-resistenza nei casi in cui l’eziologia dell’insulino-resistenza è riconducibile alla carenza di Testosterone.
La seconda chiave è…
Struttura molecolare della Leptina
La Leptina: come sappiamo bene, la Leptina è un ormone, più precisamente è una adipochina, secreta principalmente dagli adipociti, che si correla con la %B.F.;↑%B.F. ⇒ ↑Leptina. (i depositi viscerali e quelli sottocutanei hanno rapporti diversi con la Leptina). A una data percentuale di B.F., le donne producono ~2 – 3 volte più Leptina rispetto agli uomini. Le concentrazioni di Leptina cambiano con la restrizione energetica e la sovralimentazione. La Leptina è un segnalatore primario di regolazione dell’accumulo di energia che riflette:
la percentuale di B.F.;
l’assunzione di energia.
Esempio 1: all’inizio di una dieta ipocalorica, la Leptina può diminuire del 50% entro 1 settimana (o meno) – anche se ovviamente il soggetto a dieta non ha perso il 50% di B.F. – quindi, in un primo momento, i cambiamenti della concentrazione di Leptina non sono correlati alla B.F. (piuttosto segnalano l’assunzione di energia).
Dopo il calo iniziale, si assiste a un declino più graduale della Leptina in relazione alla perdita di %B.F. .
Esempio 2: in caso di sovralimentazione, la Leptina subisce un incremento in modo altrettanto rapido (cioè senza relazione con la %B.F., ma in relazione all’assunzione di energia).
A breve termine, la secrezione di Leptina è determinata principalmente dalla disponibilità di glucosio, per cui la riduzione della disponibilità di glucosio nella cellula adiposa (dieta ipocalorica) ⇒ ↓Leptina e viceversa.
Gli effetti specifici dell’ormone Leptina includono effetti sul pancreas e sul fegato, nel muscolo scheletrico ↑FA e ↓AA e l’uso del glucosio come substrato energetico (aumentando la perdita di grasso, promuovendo il risparmio di proteine)… [1]
Modello classico Leptina-Melanocortina
In sostanza, il partizionamento (p-ratio) è un concetto che associa la Leptina e la sensibilità all’Insulina come fattori principali che determinano il modo in cui le variazioni dell’apporto calorico e del contenuto di macronutrienti influiscono sul metabolismo (influenzando profondamente la composizione corporea) e sullo stato ormonale. Possiamo modificarlo e migliorarlo, tenendo conto dei tessuti bersaglio e del nostro obiettivo (ad esempio, se Bulk o Cut).
Inoltre, non bisogna confondere il potenziamento dell’insulino-resistenza fisiologica sulla perdita di grasso con l’erronea valutazione che l’insulino-resistenza sia salutare. L’insulino-resistenza, soprattutto in una persona sedentaria, è associata alla sindrome metabolica, al diabete di tipo II, per non parlare del grasso viscerale, ecc.
L’insulino-resistenza è uno stato in cui i tessuti dell’organismo (ad esempio, fegato, pancreas, muscolo scheletrico) presentano una scarsa recettività con l’Insulina continuando, se si parla in particolare del fegato, a produrre glucosio in quantità inappropriate. Questo stato di iperglicemia è un effetto piuttosto che la causa dell’insulino-resistenza, anche se i livelli tossici di glucosio degradano la reattività delle isole pancreatiche all’Insulina rappresentando così una delle vie/meccanismi dell’insulino-resistenza, peggiorando la stessa condizione.
Ma tutto questo cosa centra con gli Incretino-Mimetici? Se non ci siete ancora arrivati, calma e capirete …
Agonisti del recettore GLP-1 e GIP:
La perdita di grasso si verifica con gli agonisti del GLP-1 e della GIP (Incretino-mimetici) – come la Semaglutide e la Tirzepatide – che sono veri e propri agenti sensibilizzanti dell’Insulina. Tuttavia, non è la sensibilità all’Insulina di per sé che è responsabile della perdita di grasso con questa classe di farmaci – ma piuttosto, come abbiamo già visto, la perdita di grasso avviene grazie agli altri effetti di questi farmaci, come l’alterazione potenziale delle preferenze alimentari, il ritardo dello svuotamento gastrico, il senso di sazietà, che promuovono il controllo dell’appetito e riducono l’assunzione di energia.
Sappiamo che gli agonisti del GLP-1 e del GIP migliorano direttamente la sensibilità all’insulina modulando la secrezione di Insulina – accoppiandola alla presenza di elevate concentrazioni di glucosio. Questa secrezione di Insulina si attenua quando le concentrazioni di glucosio nel sangue diminuiscono e si avvicinano all’euglicemia. Inoltre, anche se indirettamente, riducendo l’assunzione di cibo, questi farmaci determinano una riduzione della %B.F.. La riduzione della percentuale di B.F. dovuta alla riduzione dell’assunzione di cibo riduce le riserve di massa grassa (e quindi gli FFA circolanti), migliorando ulteriormente la sensibilità all’Insulina.
La stragrande maggioranza degli agenti per la perdita di grasso, in quanto agenti lipolitici, favoriscono l’insulino-resistenza. Ad esempio i β-agonisti, non selettivi come l’Efedrina o selettivi come il Clenbuterolo, oppure lo stimolante da banco per eccellenza la caffeina, agendo in modo analogo o aumentano l’azione delle catecolamine (epinefrina e noradrenalina, o adrenalina e noradrelanina) possono portare ad un peggioramento di questa condizione.
Diagramma schematico che rappresenta la via di segnalazione dell’insulino-resistenza cardiaca mediata dai β-AR. Tale meccanismo interessa (tra gli altri tessuti) anche il muscolo-scheletrico.
Quando tessuti come il fegato e le cellule adipose vedono ridotta l’interazione con l’Insulina, il glucosio non viene ottimamente assorbito dalle cellule. Con un marcato calo del glucosio, il fegato inizia a metabolizzare gli acidi grassi liberi (FFA), aumentando così i livelli di chetoni nel sangue e impedendo che vengano riesterificati nelle cellule adipose (in ipocalorica). Nel fegato e nelle cellule adipose, senza che l’Insulina interagisca ottimamente con questi tessuti, si verifica una soppressione della sintesi/lipogenesi dei grassi (negli adipociti) e della sintesi di lipoproteine a bassissima densità (VLDL) (nel fegato).
Incretino-mimetici, miglioramento della sensibilità all’Insulina e preservazione della massa muscolo-scheletrica:
La classificazione degli incretino-mimetici come agenti di ripartizione calorica:
Nel BodyBuilding, il fascino verso questa classe di farmaci si concentra anche sul funzionamento degli agonisti del GLP-1 e della GIP sull’insulino-resistenza, poiché quest’ultima durante la restrizione calorica nel muscolo scheletrico (>60% del peso corporeo, più nei bodybuilder) è un’immagine non proprio esaltante, con le riserve di glicogeno che vengono prima catabolizzate abbastanza rapidamente; poi i trigliceridi intramuscolari (che rappresentano solo l’1% del peso del muscolo idratato, fino al 2% del volume, dato che il grasso è meno denso del muscolo scheletrico, e ~1/3 dell’energia muscolare, dato che il grasso è energeticamente denso) e infine, se necessario, l’organismo utilizzerà gli AA (catabolizzando le proteine muscolari; proteolisi) per ottenere l’energia necessaria a svolgere le attività giornaliere. Questi agenti, quindi, nella misura in cui sono sensibilizzanti per l’Insulina, dovrebbero servire a promuovere il mantenimento della LBM durante il “Cut”.
In effetti, come si evince dalla seguente immagine tratta da un articolo di ricerca di Volpe et. al del 2022 [2], la Semaglutide preserva in modo abbastanza efficace la LBM e riduce in modo preferenziale la FM, con riduzioni solo clinicamente insignificanti dell’indice di massa magra (FFMI, kg/m²) e dell’indice della muscolatura scheletrica durante il periodo iniziale di adattamento, che poi si attenua:
In un certo senso, quindi, migliorando il grado di sensibilità all’Insulina dell’equazione della p-ratio, gli incretino-mimetici possono essere classificati come agenti di ripartizione calorica, a grandi linee come il Clenbuterolo, ma invece di promuovere l’insulino-resistenza come i β-agonisti, la migliorano.
* Ovviamente, creare un ambiente significativamente insulino-sensibile in un contesto ipocalorico (soprattutto se ipoglucidico) può mettere l’utilizzatore a maggior rischio (sebbene limitato) di ipoglicemia o calo glicemico borderline con effetti simili allo stato di ipoglicemia (tremore, sudorazione copiosa ecc…).
Per coloro che hanno familiarità con questi concetti, derivanti dalle discussioni sul bodybuilding, può risultare molto confuso il fatto che l’iperglicemia (elevata quantità di glucosio nel sangue) è solo uno dei fattori associati all’insulino-resistenza, ma in realtà non è sinonimo di insulino-resistenza (iperglicemia ≠ insulino-resistenza). Sì, ridurre la glicemia a livelli normali è molto importante per migliorare la sensibilità all’insulina durante l’uso dell’ormone della crescita esogeno (rhGH), perché il glucosio è tossico per le cellule β pancreatiche. Questa glucotossicità a livello delle cellule pancreatiche si traduce in una diminuzione della risposta secretoria dell’insulina all’iperglicemia, alimentando così il fuoco dell’iperglicemia e della glucotossicità, contribuendo all’insulino-resistenza – ma non costituendone l’unica eziologia.
La sensibilità all’Insulina è multifattoriale e comprende componenti sistemiche (ad esempio, QUICKI) e periferiche (ad esempio, GLUT-4) ed è regolata a livello centrale da GLP-1 e GIP. L’iperglicemia è solo uno dei fattori (l’altro è l’Insulina) che funge da proxy dell’insulino-resistenza sistemica. Vi sono altri aspetti, tra cui la tolleranza ai carboidrati [vedi anche capacità di tolleranza del metabolismo glucidico], ecc.
In tema di insulino-resistenza, è utile ricordare che l’Insulina endogena viene secreta in modo pulsatile per regolare il metabolismo glucidico e lipidico, la crescita cellulare ecc…, a differenza del Testosterone che viene secreto in modo più stabile (rilascio graduale nel sangue, ma soggetto a variazioni diurne, ad esempio una maggiore secrezione al mattino rispetto a mezzogiorno/sera). Gli aumenti cronici di Insulina, ad esempio quelli relativi al profilo di rilascio di una bassa dose giornaliera di Insulina Glargine (Lantus), presentano un’area sotto la curva (AUC) relativamente ampia a causa del profilo di rilascio (concentrazioni elevate per lunghi periodi di tempo) rispetto ai normali profili di rilascio dell’Insulina endogena (paragonabili alla farmacocinetica dell’Insulina regolare, ad esempio Actrapid, Novolin o HumuLin -R). L’elevata AUC di Lantus e/o le dosi di Insulina regolare esogena moderatamente elevate e frequenti sono descritte come iperinsulinemia cronica.
Questa resistenza non avviene per feedback negativo a livello delle cellule β.
Al contrario, l’iperinsulinemia cronica che causa l’insulino-resistenza è multifattoriale e comprende:
L’aumento dell’HOMA-IR e la diminuzione del QUICKI (misure biochimiche dell’insulino-resistenza e della sensibilità all’Insulina, rispettivamente).
L’alterata trasduzione del segnale insulinico dovuta alla disfunzione del recettore dell’Insulina (IR) e alla diminuzione dell’autofosforilazione dell’IR, che blocca la traslocazione del GLUT-4 sulla superficie cellulare nelle cellule muscolari e adipose, con conseguente aumento del glucosio nel sangue [3]:
Segnalazione dell’Insulina durante l’insulino-resistenza. Durante l’insulino-resistenza, la segnalazione attraverso le chinasi AKT è parzialmente compromessa. Non tutte le vie AKT-dipendenti sono interessate, così come altre vie di segnalazione, indicando che l’insulino-resistenza è selettiva. Pertanto, l’iperinsulinemia, in presenza di insulino-resistenza, promuove le attività anaboliche delle cellule attraverso la via MEK-ERK e attraverso mTORC1. Sebbene la via PIK/AKT sia compromessa durante l’insulino-resistenza e fornisca solo una traslocazione insufficiente di GLUT4 per l’assorbimento del glucosio e un’attivazione carente di eNOS, sembra esserci un’attivazione normale di mTORC1. Oltre alle conseguenze anaboliche della segnalazione attraverso la via MEK/ERK descritte nella figura, si osserva un’aumentata espressione di ET-1 e PAt-1 (non mostrato), nonché l’inibizione dell’autofagia e del fattore nucleare Nrf2, che compromettono rispettivamente il turnover dei costituenti cellulari e i meccanismi di difesa delle cellule dallo stress radicale. L’iperinsulinemia riduce l’assorbimento del glucosio non solo attraverso lo smorzamento della via PIK/AKT (resistenza all’Insulina), ma anche attraverso altre vie ancora sconosciute.
3. Aumento dei livelli e dell’attività di sn-1,2-diacilglicerolo (DAG) grazie alla sintesi de novo.
Le limitazioni degli Incretino-Mimetici dietro all’iniziale entusiasmo:
Se ci dovessimo basare su quanto esposto fino a questo punto, saremo tutti d’accordo nell’ammantare della nomea di “farmaci prodigiosi per la ricomposizione corporea” tanto la Semaglutide quanto il Tirzepatide e tutti gli altri membri di questa classe. Ma, dal momento che, la conoscenza per essere utile deve essere sufficientemente approfondita, occorre indagare meglio sulle caratteristiche di questi farmaci.
Sappiamo che la Semaglutide è effettivamente associata alla perdita di peso con una differenza media dell’11,85% rispetto al placebo emersa dalle ultime review. Il consolidamento degli studi ha mostrato che nausea, vomito, costipazione e diarrea sono gli eventi avversi più comuni. Nonostante questi effetti sembrano essere per lo più di gravità da lieve a moderata, la loro risoluzione totale era spesso connessa al termine del trattamento.
Dal momento che gli Incretino-mimetici causano una riduzione del senso di fame, in modo anche significativo (dose dipendente), rallentano lo svuotamento gastrico portando anche ad eventi diarroici preceduti da mal assorbimento dei nutrienti, senza sottovalutare il rischio di paresi gastrica, la facilità di perdere massa muscolare in un contesto ipocalorico è molto alta, specie se non supportata da agenti anabolizzanti; l’inserimento di questi ultimi, però, non “tampona” la possibile condizione di mal assorbimento e/o scarsa assunzione proteica/alimentare.
Inoltre, la paresi gastrica è una condizione che un bodybuilder sano di mente cerca di evitare a tutti i costi combattendoci già se sussiste abuso di Insulina e/o hGH.
Trattando la limitazione data da una potenziale eccessiva inappetenza, è giusto specificare un impatto singolare che le Incretine (e gli Incretino-Mimetici) hanno sulle preferenze alimentari. Sappiamo, infatti, che gli alimenti maggiormente palatabili sono tipicamente ricchi di grassi e/o zuccheri e tendono a essere preferiti a quelli a basso contenuto di grassi/zuccheri. L’entità di questa preferenza, tuttavia, può essere influenzata da peptidi intestinali quali la Grelina e il GLP-1. La Grelina e il GLP-1 sono influenzati in modo differenziato dal consumo di alimenti palatabili. Tralasciando la Grelina, le concentrazioni di GLP-1 a digiuno predicono negativamente l’assunzione di alimenti ricchi di zuccheri semplici in un paradigma di distributori automatici, che gli autori dello studio hanno interpretato come prova del fatto che il GLP-1 svolge un ruolo nelle vie di ricompensa che regolano l’assunzione di zuccheri semplici. Diversi studi riportano anche un’alterazione delle preferenze alimentari dopo l’intervento di bypass gastrico, con un allontanamento dalla preferenza per gli zuccheri/grassi elevati. L’assunzione di alimenti appetibili, in particolare di soluzioni zuccherate, è aumentata dalla Grelina, mentre il GLP-1 riduce preferenzialmente l’assunzione di alimenti ad alto contenuto di grassi e zuccheri, almeno dopo una somministrazione acuta. Inoltre, i lavori condotti sull’uomo rivelano che la preferenza per i grassi e gli zuccheri può essere alterata dalla chirurgia bariatrica e contribuire alla perdita di peso, ma non è ancora stato stabilito se questi effetti siano legati a un’alterazione del segnale della Grelina o del GLP-1. Infine, i livelli circolanti di Grelina e GLP-1 possono essere indicativi del consumo di cibo appetibile nell’uomo.[https://www.frontiersin.org/]
Schema che descrive i principali effetti elettrofisiologici dell’attivazione del GLP-1R nelle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del comportamento alimentare. (A) Il GLP-1 (compresi i suoi agonisti) si lega al GLP-1R postsinaptico per depolarizzare il potenziale di membrana e/o aumentare la frequenza di sparo nella maggior parte delle regioni cerebrali, ma iperpolarizza il potenziale di membrana in alcune aree cerebrali. Diversi meccanismi ionici, tra cui il canale cationico non selettivo, il canale K+ e il canale TRPC5, possono essere coinvolti nell’attivazione della depolarizzazione o iperpolarizzazione indotta dal GLP-1R. (B) Oltre ai recettori postsinaptici, il GLP-1 agisce sui GLP-1R presinaptici per modulare la neurotrasmissione glutammatergica e GABAergica. ARC, nucleo arcuato; BNST, nucleo del letto della stria terminale; Glu, glutammato; CRH, ormone di rilascio della corticotropina; HC, ippocampo; LH, ipotalamo laterale; NAc, nucleo accumbens; NPY/AgRP, Neuropeptide Y/Peptide legato al gene Agouti; OB, bulbo olfattivo; PBN, nucleo parabrachiale; POMC, proopiomelanocortina; PVN, nucleo paraventricolare; PVT, nucleo talamico paraventricolare; VTA, area tegmentale ventrale.
Di conseguenza, nonostante gli indizi di cui sopra, l’uso di Incretino-Mimetici potrebbe ridurre marcatamente il consumo di cibo indipendentemente dalla fonte anche se, come abbiamo visto, l’effetto anoressizzante del GLP-1 sembra essere a maggior carico della componente alimentare glucidico-lipidica.
Tornando invece sulla questione legata al catabolismo muscolo-scheletrico e l’uso concomitante di agenti anabolizzanti, per ovviare a questo problema nei pazienti trattati con Semaglutide, è stato avviato uno studio clinico di fase 2b, multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo, randomizzato, per la determinazione della dose e per valutare la sicurezza e l’efficacia di Ostarina 3mg, Ostarina 6mg o placebo come trattamento per preservare la massa muscolare e aumentare la perdita di grasso in circa 150 pazienti con obesità sarcopenica o pazienti anziani in sovrappeso (>60 anni di età) trattati con Semaglutide (Wegovy®). L’endpoint primario è la massa corporea magra totale e gli endpoint secondari chiave sono la massa grassa corporea totale e la funzione fisica misurata dal test di salita delle scale a 16 settimane.
Dopo aver completato la parte di determinazione della dose di efficacia dello studio clinico di Fase 2b, si prevede che i partecipanti continueranno in cieco in uno studio clinico di estensione di Fase 2b in cui tutti i pazienti smetteranno di ricevere un GLP-1 RA, ma continueranno ad assumere un placebo, Ostarina 3mg o Ostarina 6mg per ulteriori 12 settimane. Lo studio clinico di estensione di fase 2b valuterà se l’Ostarina è in grado di mantenere la massa muscolare e prevenire l’aumento di grasso e peso che si verifica dopo l’interruzione di un GLP-1 RA.
Lo studio clinico è condotto in 14 centri clinici negli Stati Uniti. È stato raggiunto l’arruolamento completo dei circa 150 pazienti nello studio di fase 2b QUALITY. L’azienda prevede ora che l’ultimo paziente a completare lo studio di fase 2b QUALITY sarà nel dicembre 2024, con i risultati clinici di prima linea per lo studio clinico di fase 2b QUALITY attesi nel gennaio 2025. Inoltre, i risultati principali per lo studio clinico di estensione di Fase 2b in cieco separato possono ora essere attesi nel secondo trimestre solare del 2025.
Ovviamente, queste limitazioni, incisive nel Culturismo, interessano tutti gli Incretino-Mimetici, compresa la Tirzepatide la quale sembrerebbe avere un maggior margine di efficacia e “sicurezza” per quanto riguarda il rischio (seppur limitato in monoterapia) di eventi ipoglicemici.
Il motivo di questa riduzione di rischio ipoglicemico è dovuta alla doppia affinità recettoriale della Tirzepatide la quale, come abbiamo visto, possiede una attività agonista per i recettori del GLP-1 e del GIP. Ed è proprio il legame e l’attivazione di quest’ultimo recettore (GIP) da parte della Tirzepatide a permettere ciò. Infatti, l’attivazione del recettore GIP stimola la secrezione di Glucagone in modo glucosio-dipendente nelle persone sane, con un’attività maggiore in presenza di glicemie più basse. Ciò significa che, raggiunta la soglia euglicemica i livelli di glucosio nel sangue verranno mantenuti più facilmente all’interno di questa soglia per via dell’attività del Glucagone secreto dalle cellule α delle isole di Langerhans.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/]
Sebbene i trials clinici suggeriscano che la Tirzepatide riduca la glucagonemia, un recente studio dimostra che la Tirzepatide è un potente stimolatore della secrezione di Glucagone nelle condizioni sopradette.
Quindi la Tirzepatide è superiore alla Semaglutide?
Alcuni studi recenti hanno messo a confronto la Semaglutide e la Tirzepatide per la perdita di peso. Studi di ricerca del 2021, del 2023 e del 2024 suggeriscono che la Tirzepatide può determinare una maggiore perdita di peso rispetto alla Semaglutide.
Variazione percentuale media del peso corporeo a 3, 6 e 12 mesi di trattamento per la popolazione complessiva, i soggetti con diabete di tipo II (TD2) e quelli senza TD2. Le barre rappresentano le variazioni medie del peso corporeo dal basale al punto di riferimento tra la popolazione di pazienti ancora in trattamento, abbinata in base al punteggio di propensione. Barre scure (Semaglutide); Barre chiare (Tirzepatide).
Ma questi studi presentano alcuni importanti limiti.
Le dosi di Semaglutide e Tirzepatide somministrate ai partecipanti non erano, per ovvie ragioni, uguali. La Semaglutide e Tirzepatide funzionano in modo leggermente diverso, come ormai sappiamo, e quindi i ricercatori hanno scelto livelli di dose comparabili. Tuttavia, la dose di Tirzepatide era più alta, il che potrebbe aver, anche di poco, influenzato i risultati.
Tabella comparativa tra il dosaggio della Semaglutide [Wegovy] e quella della Tirzepatide [Zepbound] usato negli studi.
Sappiamo altresì che la Tirzepatide ha una maggiore affinità con i recettori GIP rispetto ai recettori GLP-1. Di conseguenza, la ratio della dose di Tirzepatide con quella di Semaglutide risulta maggiormente a carico della prima.
La Tirzepatide è attualmente approvata dalla FDA per l’uso in persone in sovrappeso o con obesità, indipendentemente dal fatto che soffrano o meno di diabete di tipo II. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che la Tirzepatide sia un farmaco che non ha bisogno di essere somministrato in caso di mancanza della condizione diabetica.
Negli studi dove la Tirzepatide è stata somministrata a soggetti obesi, sono comunque stati osservati miglioramenti in tutte le misure cardiometaboliche. Gli eventi avversi più comuni con la Tirzepatide sono i medesimi riscontrati con la Semaglutide o altri membri della stessa famiglia. Essi sono stati di tipo gastrointestinale e la maggior parte di questi sono stati di gravità lieve o moderata e si sono verificati principalmente durante l’aumento della dose. Gli eventi avversi hanno causato l’interruzione del trattamento nel 4,3%, 7,1%, 6,2% e 2,6% dei partecipanti che hanno ricevuto dosi di Tirzepatide da 5, 10 e 15mg e placebo, rispettivamente.
In uno studio di 72 settimane su partecipanti con obesità, 5mg, 10mg o 15mg di Tirzepatide una volta alla settimana hanno fornito riduzioni sostanziali e durature del peso corporeo.
Effetto della Tirzepatide somministrata una volta alla settimana, rispetto al placebo, sul peso corporeo. Le medie dei minimi quadrati sono presentate, se non diversamente specificato. Il pannello A mostra la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alla settimana 72, derivata da un modello di analisi della covarianza per la stima del regime di trattamento (TRE). Il pannello B mostra la variazione percentuale del peso corporeo in base alle settimane dalla randomizzazione, derivata da un modello misto per misure ripetute (MMRM) per la stima dell’efficacia; sono riportate anche le stime alla settimana 72 per la stima del regime di trattamento. I riquadri C e D mostrano le percentuali di partecipanti che hanno avuto riduzioni di peso di almeno il 5%, 10%, 15%, 20% e 25% dal basale alla settimana 72. Per il riquadro C, la percentuale è stata calcolata in base al numero di settimane di randomizzazione. Per il pannello C, la percentuale è stata calcolata con l’uso delle regole di Rubin, combinando le percentuali dei partecipanti che hanno raggiunto l’obiettivo nei set di dati imputati. I valori mancanti alla settimana 72 sono stati imputati con MMRM se la mancanza era dovuta esclusivamente a Covid-19 e con imputazione multipla se la mancanza non era dovuta a Covid-19. Per il pannello D, la percentuale di partecipanti che hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione del peso è stata ottenuta dividendo il numero di partecipanti che hanno raggiunto i rispettivi obiettivi alla settimana 72 per il numero di partecipanti con un valore al basale e almeno un valore post-base non mancante. I valori mancanti alla settimana 72 sono stati imputati dall’analisi MMRM. Le barre 𝙸 indicano gli intervalli di confidenza al 95%.
Nella pratica su bodybuilder, si sono osservati i minori sides comparati a ottimi risultati su insulino-resistenza e riduzione contenuta della fame con dosaggi settimanali di 2.5mg.
Alla luce di ciò, e in contesto aspecifico, la Tirzepatide mostra un moderato vantaggio gestionale rispetto alla Semaglutide.
Si è parlato di un ipotetico “rebound” di Grelina con incremento della fame e del consumo calorico (con aumento di peso) dopo la cessazione d’uso di Semaglutide o Tirzepatide. Al momento non esistono dati certi che ci indichino un reale collegamento equazionale tra cessazione d’uso di GLP-1 agonisti > picco in cronico della Grelina > iperfagia > aumento ponderale di peso. Sappiamo, però, che le variazioni di Grelina e GLP-1 a 6 mesi dalla cessazione di una dieta ipocalorica non hanno predetto il recupero del peso da 6 a 18 mesi. Ciò significa che, in un soggetto sano, potrebbe si esserci una maggiore attività della Grelina nelle prime settimane dopo cessazione d’uso di un incretino-mimetico (calo soglia ematica del farmaco e stabilizzazione dei livelli endogeni di GLP-1), ma l’aumento del peso successivo potrebbe risultare con maggiore probabilità dalla modifica omeostatica multi-fattoriale la quale, per trovare un nuovo equilibrio, richiede per lo meno un arco di tempo direttamente proporzionale al tempo di trattamento. Si consideri, inoltre, che un anno dopo la sospensione della Semaglutide sottocutanea a 2,4mg una volta alla settimana e dell’intervento sullo stile di vita, i soggetti possono mostrare una riacquisizione di due terzi della perdita di peso precedente, con cambiamenti simili nelle variabili cardiometaboliche. Qualcosa di un possibile rebound grelinico…
Concentrazione totale di GLP-1 durante un giorno di frequenti prelievi di sangue dopo 3 notti di sonno abituale (9 ore a letto, riquadri neri) o breve (4 ore a letto, riquadri bianchi) in uomini (pannello A) e donne (pannello B). Il tempo è presentato come minuti dal campione a digiuno. Il campione a digiuno è stato prelevato alle 08:00. I pasti e gli spuntini sono stati serviti dopo i prelievi di 0, 240 e 480 minuti e a 660 minuti. L’ora di andare a letto era a 840 minuti (sonno abituale) e a 1.020 minuti (sonno breve) rispetto al prelievo a digiuno (equivalente alle 22:00 e alle 01:00 per il sonno abituale e breve, rispettivamente). I livelli mattutini (P = 0,10) e notturni (P = 0,12) tendevano a essere più bassi e i livelli pomeridiani erano significativamente più bassi (P = 0,016) durante il sonno breve rispetto al sonno abituale nelle donne, mentre negli uomini le concentrazioni pomeridiane di GLP-1 tendevano a essere più alte dopo il sonno breve rispetto al sonno abituale (P = 0,10). I dati sono medie non aggiustate e SEM, n = 14 uomini o 13 donne.Concentrazione di Grelina totale durante un giorno di frequenti prelievi di sangue dopo 3 notti di sonno abituale (9 ore a letto, riquadri neri) o breve (4 ore a letto, riquadri bianchi) in uomini (pannello A) e donne (pannello B). Il tempo è presentato come minuti dal campione a digiuno. Il campione a digiuno è stato prelevato alle 08:00. I pasti e gli spuntini sono stati serviti dopo i prelievi di 0, 240 e 480 minuti e a 660 minuti. L’ora di andare a letto era a 840 minuti (sonno abituale) e a 1.020 minuti (sonno breve) rispetto al prelievo a digiuno (equivalente alle 22:00 e alle 01:00 per il sonno abituale e breve, rispettivamente). I livelli di Grelina mattutina più elevati sono stati osservati dopo il sonno breve rispetto al sonno abituale negli uomini; nelle donne non sono state osservate differenze tra i periodi di sonno. I dati sono medie non aggiustate e SEM, n = 14 uomini o 13 donne.
Conclusioni:
Arrivati alla conclusione di questa disamina abbiamo tutti gli elementi per valutare l’eventuale senso di utilizzo degli Incretino-Mimetici in contesti al di fuori del trattamento del diabete di tipo II o di soggetti obesi.
Le limitazioni date dagli effetti collaterali più comuni, se contestualizzate in una preparazione di un bodybuilder, possono causare non poche problematiche specie nelle vicinanze di una gara; vedi, ad esempio, estrema riduzione dell’assunzione calorica e proteica, mal assorbimento e gonfiore addominale o paresi gastrica.
Sebbene la possibilità di eventi ipoglicemici sia contenuta, e ancor più rara con la Tirzepatide in monoterapia, il rischio, in concomitanza dell’effetto sulla insulino-sensibilità degli AAS o di altre molecole co-somministrate, di questo sides può aumentare in modo sensibile durante una dieta ipocalorica.
In tal sede non ho preso in considerazione i due più preoccupanti, e più rari, effetti collaterali legati all’uso di incretino-mimetici: Tumore Midollare della Tiroide [MTC] e Pancreatite. Quest’ultima può manifestarsi anche con l’uso di AAS, seppur raramente, specie in caso d’uso di molecole aromatizzabili; la presenza di un incretino-mimetico in tali circostanze potrebbe avere un incidenza maggiore nello sviluppo e manifestazione della Pancreatite.[https://jmedicalcasereports.biomedcentral.com/]
In definitiva, i vantaggi potenziali di una una insulino-sensibiltà maggiore iatrogeno-dipendente (visti in precedenza) con l’uso di Incretino-Mimetici è, con i dovuti distinguo complessivi, ottenibile con l’uso di Metformina la quale presenta un margine di sicurezza decisamente più ampio.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
Riferimenti:
Semaglutide and Tirzepatide are More Than Just Weight Loss Drugs [di Type-IIx]
[1] McDonald, L. The Ultimate Diet 2.0: Advanced Cyclical Dieting for Achieving Super Leanness. (2003). Lyle McDonald Publishing.
[2] Volpe S, Lisco G, Racaniello D, Fanelli M, Colaianni V, Vozza A, Triggiani V, Sabbà C, Tortorella C, De Pergola G, Piazzolla G. Once-Weekly Semaglutide Induces an Early Improvement in Body Composition in Patients with Type 2 Diabetes: A 26-Week Prospective Real-Life Study. Nutrients. 2022 Jun 10;14(12):2414. doi: 10.3390/nu14122414.
[3] Kolb H, Kempf K, Röhling M, Martin S. Insulin: too much of a good thing is bad. BMC Med. 2020;18(1):224. Published 2020 Aug 21. doi:10.1186/s12916-020-01688-6
Gli incretino-mimetici sono una recente classe di farmaci antidiabete che prevede la modulazione del sistema delle Incretine. Si legano e attivano i recettori del peptide glucagone-simile-1 (GLP-1) sulle beta-cellule pancreatiche, dando inizio alla secrezione e alla sintesi di Insulina. Gli incretino-mimetici di ultima generazione hanno attività sia sul recettore del GLP-1 sia su quello del Polipeptide Inibitore Gastrico (GIP), un ormone inibitore della famiglia delle secretine (Incretine) con ruolo principale, essendo un’Incretina, di stimolare la secrezione di Insulina.
Poiché questi composti non hanno attività insulinotropica a concentrazioni di glucosio inferiori, il rischio di ipoglicemia – una nota carenza degli attuali trattamenti antidiabete – è basso. Inoltre, è stato dimostrato che gli incretino-mimetici sono associati a effetti benefici sui fattori di rischio cardiovascolare, come la perdita di peso, la riduzione della pressione sanguigna e le modifiche del profilo lipidico. Ciò nonostante, gli effetti avversi che possono causare non sono trascurabili e la loro diffusione per uso “Off-Label” ne ha mostrato le limitazioni sia in soggetti obesi che in utilizzatori per finalità estetiche.
La disamina che seguirà sarà divisa in due parti preposte a spiegare, a partire dalla loro genesi, il funzionamento delle incretine per poi passare in rassegna le caratteristiche di quelle che sono le forme farmaceutiche di incretino-mimetici utilizzate in medicina e in ambito “Off-Label/ricreativo”.
In questa prima parte vedremo nel dettaglio le incretine endogene e le molecole incretino-mimentiche presenti nel mercato…
Ormoni Incretinici [Incretine]:
Joel Habener
Negli anni ’70, Jens Juul Holst e Joel Habener iniziarono la ricerca sull’ormone GLP-1, inizialmente in relazione alla malattia dell’ulcera duodenale.[1] Esaminarono gli ormoni secreti durante l’alimentazione e li testarono su pancreas di maiale, portando alla scoperta della notevole potenza del GLP-1 nel 1988. Il loro lavoro, che in seguito ha contribuito in modo significativo al trattamento del diabete e dell’obesità, è valso a loro e a Daniel Drucker il premio della Fondazione Warren Alpert del 2021.[1] La ricerca è proseguita e nel 1993 Michael Nauck è riuscito a infondere il GLP-1 in persone affette da diabete di tipo II, stimolando l’Insulina e inibendo il Glucagone e portando la glicemia a livelli normali. Tuttavia, il trattamento dei pazienti diabetici con gli ormoni GLP-1 ha provocato notevoli effetti collaterali, inducendo i ricercatori finanziati da Novo Nordisk a cercare di sviluppare un composto adatto all’uso terapeutico.[1]
Nel 1998 un team di ricercatori di Novo Nordisk, guidato dalla scienziata Lotte Bjerre Knudsen, ha sviluppato la Liraglutide, un agonista del recettore del peptide glucagone-simile-1 con potenziale di utilizzo per il trattamento del diabete di tipo II.[2]
Gli ormoni incretinici GLP-1 e il GIP sono ormoni peptidici intestinali rilasciati in risposta all’ingestione di cibo.(3) L’effetto più importante del GLP-1 e del GIP è la loro capacità di potenziare la secrezione di Insulina indotta dal Glucosio da parte del pancreas – il cosiddetto effetto incretinico. Nei soggetti sani l’effetto incretinico rappresenta fino al 70% dell’Insulina secreta in risposta all’ingestione di Glucosio.(4) Il GLP-1 è un polipeptide di 30 aminoacidi sintetizzato dal proglucagone nelle cellule endocrine L distribuite principalmente nella mucosa della parte distale dell’intestino tenue e del colon. Il GIP è un polipeptide di 42 aminoacidi rilasciato dalle cellule endocrine K presenti nella mucosa del duodeno e della parte superiore del digiuno.(5) Mentre il GLP-1 viene rapidamente degradato (dall’enzima ubiquitario dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4)) in circolo con un’emivita apparente di 1 – 1,5 minuti,(6) il GIP viene degradato più lentamente, con un’emivita per l’ormone intatto di 7 minuti.(7) L’ormone aumenta la secrezione di Insulina all’inizio del pasto, ma non ha alcuna attività insulinotropica a concentrazioni di glucosio inferiori (meno di 4mM), non favorendo così l’ipoglicemia. Il GLP-1 aumenta anche la biosintesi dell’Insulina e l’espressione genica della stessa. Inoltre, esercita azioni trofiche e protettive sulle beta-cellule(8) e inibisce fortemente la secrezione pancreatica di Glucagone in modo glucosio-dipendente.(9) Al contrario, è stato dimostrato che la GIP stimola la secrezione di Glucagone. Gli ormoni esercitano il loro effetto insulinotropico attraverso recettori accoppiati a proteine G sulle beta-cellule pancreatiche.(10) Oltre agli effetti sul pancreas endocrino, entrambi gli ormoni hanno diverse altre funzioni. I recettori del GLP-1 si trovano in varie regioni del cervello (11) e, una volta attivati, promuovono il senso di sazietà che, in combinazione con l’inibizione della motilità gastrointestinale indotta dal GLP-1 (mediata dal nervo vago (12) ), riduce l’assunzione di cibo e, consequenzialmente, il peso corporeo. I recettori del GLP-1 si trovano anche nel cuore (13) e la maggior parte dei dati suggerisce che il GLP-1 esercita effetti protettivi sul miocardio. È stato inoltre riscontrato che il GLP-1 riduce l’aumento postprandiale dei trigliceridi e abbassa la concentrazione di acidi grassi liberi nell’uomo.(14) Infine, studi su animali e sull’uomo indicano che il GLP-1 ha proprietà natriuretiche e diuretiche attraverso la modulazione dello scambio renale Na+/H+ (15) – un meccanismo che potrebbe servire a ridurre la pressione sanguigna. La GIP non sembra avere effetti fisiologici sul tratto gastrointestinale, sull’appetito o sull’assunzione di cibo, ma può avere un ruolo nel metabolismo dei lipidi (16) e delle ossa.(17)
Azioni del GLP-1 nei tessuti periferici. Il GLP-1 agisce direttamente sul pancreas endocrino, sul cuore, sullo stomaco e sul cervello, mentre le azioni su fegato e muscoli sono indirette.
Nei pazienti con diabete di tipo II l’effetto incretinico è gravemente ridotto.(18, 19) Questo tratto fisiopatologico gioca probabilmente un ruolo centrale nell’incapacità di questi pazienti di secernere una quantità di Insulina sufficiente a prevenire l’iperglicemia in seguito all’assunzione di glucosio per via orale.(20-30) L’attenuata secrezione postprandiale (21) e la diminuita potenza insulinotropica del GLP-1 (22), in combinazione con l’abolizione dell’effetto insulinotropico del GIP (23) , sembrano essere responsabili del ridotto effetto incretinico nei pazienti con diabete di tipo II. Poiché l’effetto insulinotropico del solo GLP-1 (e non del GIP) è conservato nei pazienti con diabete di tipo II, sono state sviluppate modalità di trattamento antidiabete basate sull’effetto di questo peptide. È interessante notare che l’infusione endovenosa (iv) di GLP-1 nativo è in grado di normalizzare la glicemia nei pazienti con diabete di tipo 2, (24) ma a causa della breve emivita del GLP-1, la somministrazione terapeutica del GLP-1 nativo non è praticabile. Pertanto, per sfruttare le azioni benefiche del GLP-1 nel diabete di tipo II, sono stati sviluppati agonisti stabili a lunga durata d’azione del recettore del GLP-1 (incretino-mimetici). Nella sezione seguente verranno descritti gli incretino-mimetici disponibili, le loro caratteristiche e applicazioni.
Ruoli contrastanti di GLP-1 e GIP sull’omeostasi del glucosio. Il GLP-1 secreto nella vena porta attiva un sensore del glucosio portale che segnala, tramite afferenze vagali, il sistema nervoso centrale e, a sua volta, le efferenze vagali aumentano la secrezione di Insulina. Sia il GLP-1 che il GIP attivano anche direttamente la secrezione di Insulina attraverso il legame con i loro recettori distinti sulle cellule β dell’isolotto.
Farmaci Incretino-mimetici:
Exenatide[approvato nel 2005/2012]
L’Exenatide, il primo di questa classe di farmaci, è stato introdotto sul mercato negli Stati Uniti nel 2005 e in Europa nel 2007 con il nome commerciale Byetta® (Amylin Pharmaceuticals/Eli Lilly).
L’Exenatide è un peptide di 39 aminoacidi; è una versione sintetica dell’exendin-4, un peptide presente nel veleno del “mostro di Gila”.
L’ Exenatide è stata isolata per la prima volta nel 1992 presso il Veterans Administration Medical Center di New York City.[25]
L’Exenatide si lega al recettore umano intatto del Peptide Glucagone-Simile-1 (GLP-1R) in modo simile al GLP-1; l’Exenatide ha un’omologia aminoacidica del 50% con il GLP-1 e ha un’emivita più lunga in vivo.[26]
Si ritiene che l’Exenatide faciliti il controllo del glucosio in almeno cinque modi:
L’Exenatide aumenta la risposta del Pancreas[27] (cioè aumenta la secrezione di Insulina) in risposta al consumo dei pasti; il risultato è il rilascio di una quantità di Insulina maggiore e più appropriata che aiuta a ridurre l’aumento della glicemia dovuto al consumo di cibo. Una volta che i livelli di glucosio nel sangue si avvicinano ai valori normali, la risposta del Pancreas alla produzione di Insulina si riduce; altri farmaci (come la rInsulina ) sono efficaci nell’abbassare la glicemia, ma possono “superare” il loro obiettivo e causare un abbassamento eccessivo della glicemia, provocando la pericolosa condizione di ipoglicemia.
L’Exenatide sopprime anche il rilascio di Glucagone da parte del Pancreas in risposta al pasto, impedendo al fegato di produrre eccessivamente glucosio quando non è necessario e prevenendo così l’iperglicemia (livelli elevati di glucosio nel sangue).
L’Exenatide contribuisce a rallentare lo svuotamento gastrico e quindi a ridurre la velocità di comparsa nel sangue del glucosio derivato dai pasti.
L’Exenatide ha un effetto sottile ma prolungato di riduzione dell’appetito e di promozione della sazietà attraverso i recettori ipotalamici (recettori diversi da quelli dell’Amilina). La maggior parte delle persone che utilizzano l’Exenatide perdono lentamente peso e, in genere, la perdita di peso maggiore è ottenuta dalle persone più in sovrappeso all’inizio della terapia con l’Exenatide. Gli studi clinici hanno dimostrato che l’effetto di riduzione del peso continua allo stesso ritmo per 2,25 anni di uso continuato. Se suddivisi in quartili di perdita di peso, il 25% più alto registra una sostanziale perdita di peso, mentre il 25% più basso non registra alcuna perdita o un lieve aumento di peso.
L’Exenatide riduce il contenuto di grasso nel fegato. L’accumulo di grasso nel fegato o la malattia del fegato grasso non alcolico (NAFLD) è fortemente correlata a diversi disturbi metabolici, in particolare a un basso livello di HDL e a Trigliceridi elevati, presenti nei pazienti con diabete di tipo II. È emerso che l’Exenatide ha ridotto il grasso epatico nei topi[28], nei ratti[29] e nell’uomo.[30]
I principali effetti collaterali del Exenatide (che condivide con tutte le molecole apopartenenti alla sua “famiglia”) sono nausea e vomito da lievi a moderati e transitori. L’incidenza dell’ipoglicemia associata al trattamento è bassa (31) – apparentemente dovuta agli effetti insulinotropi e glucagonostatici del GLP-1, dipendenti dal glucosio. Tuttavia, in combinazione con altri ipoglicemizzanti l’incidenza aumenta e dipende dalla dose di questi. Nella maggior parte degli studi con Exenatide gli episodi ipoglicemici minori sono definiti come glucosio plasmatico <3,3mM; negli studi LEAD sono definiti come glucosio plasmatico <3,1 mM. Negli studi che utilizzano Exenatide in combinazione con ipoglicemizzanti il rischio di episodi ipoglicemici minori è riportato tra il 15% e il 36%.(32) Nello studio Exenatide/Insulina Glargine l’1,5% dei pazienti ha sperimentato un’ipoglicemia grave.(33) Non c’è stata differenza tra i gruppi e l’incidenza è stata simile nei due gruppi.
Circa il 40% dei pazienti trattati con Exenatide in studi a lungo termine, controllati con placebo, ha sviluppato anticorpi contro il peptide durante le prime 30 settimane di trattamento.(32) L’esatto impatto degli anticorpi a lungo termine deve essere stabilito. L’Exenatide non è raccomandata durante la gravidanza o l’allattamento a causa della mancanza di dati sufficienti. L’Exenatide non deve essere utilizzata in pazienti con insufficienza renale, poiché viene eliminata principalmente nei reni attraverso la filtrazione glomerulare (31) e sono stati segnalati casi di insufficienza renale acuta. Nessun dato indica l’inibizione o l’induzione degli enzimi di metabolizzazione dei farmaci del citocromo P450. Dal 2005 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha ricevuto 170 segnalazioni di pancreatite in pazienti trattati con Exenatide e ha ricevuto segnalazioni di pancreatite acuta, alcune delle quali erano casi gravi di pancreatite emorragica o necrotizzante in pazienti che assumevano Exenatide. Negli studi LEAD sono state osservate in totale (al 2010) 9 segnalazioni di pancreatite, nei pazienti trattati con Exanatide. E’ tutt’ora poco chiaro il nesso causale tra pancreatite ed Exenatide. Tuttavia, si raccomanda di interrompere il trattamento con incretino-mimetici in caso di sospetta pancreatite.(34) È stato suggerito che i risultati sul cancro nei roditori siano causati da un meccanismo non genotossico e specifico mediato dal recettore GLP-1 a cui i roditori sono particolarmente sensibili. La rilevanza per l’uomo è probabilmente insignificante dal punto di vista clinico, ma sono necessari ulteriori studi per chiarire i potenziali meccanismi alla base dello sviluppo del tumore delle cellule C nei pazienti trattati con analoghi del GLP-1 e le loro possibili implicazioni cliniche.(35)
Nel marzo 2013, la FDA ha pubblicato una Drug Safety Communication in cui annunciava l’avvio di indagini sui mimetici dell’incretina a causa dei risultati ottenuti da ricercatori accademici.[36] Poche settimane dopo, l’Agenzia europea per i medicinali ha avviato un’indagine simile sugli agonisti del GLP-1 e sugli inibitori della DPP-4.[37]
53 cause consolidate contro i produttori di “prodotti GLP-1/DPP-4” sono state archiviate nel 2015.[38]
Nel 2016 è stato pubblicato un lavoro che dimostra che è in grado di invertire l’alterata segnalazione del calcio nelle cellule epatiche steatotiche, che a sua volta potrebbe essere associata a un corretto controllo del glucosio.[39]
È in fase di valutazione per il trattamento del morbo di Parkinson.[40] Uno studio clinico di fase 3, iniziato nel gennaio 2020, ha avuto la sua data di completamento il 30 giugno 2024 (NCT04232969).[41]
L’Exenatide si presenta come soluzione parenterale destinata all’iniezione. Può essere somministrata nel sottocute dell’addome, del braccio o della coscia. Per migliorare la tollerabilità gastrointestinale, la terapia con Exenatide deve essere iniziata a 5mcg per dose somministrata due volte al giorno per almeno un mese. La dose di Exenatide può poi essere aumentata a 10mcg due volte al giorno.(31) La soddisfazione dei pazienti che hanno utilizzato Exenatide è stata valutata in un paio di studi. L’aggiunta di Exenatide a Metformina e altri ipoglicemizzanti ha determinato un miglioramento significativo della soddisfazione per il trattamento e della qualità di vita correlata alla salute dei pazienti dal basale a 26 settimane.(42) Il miglioramento è stato simile per i pazienti trattati con Insulina Glargine.
Liraglutide [approvato nel 2010]
La Liraglutide è un analogo acilato del GLP-1 umano e presenta il 97% di omologia di sequenza con il GLP-1 nativo. L’analogo è prodotto con la tecnologia del DNA ricombinante nel lievito.(43) Ha un effetto sul recettore del GLP-1 simile a quello descritto per l’Exenatide. Un elevato grado di legame con le proteine plasmatiche causa una minore suscettibilità al metabolismo da parte della DPP-4 e l’emivita dopo la somministrazione di Liraglutide è di circa 13 ore.(44) Questo profilo d’azione prolungato rende Liraglutide adatto alla somministrazione una volta al giorno. Non ci sono differenze clinicamente significative nella farmacocinetica di Liraglutide tra soggetti di sesso maschile e femminile, soggetti di razza diversa o soggetti anziani e giovani.(45)
La Liraglutide, venduta tra l’altro con i marchi Victoza e Saxenda, è un farmaco antidiabetico utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II e dell’obesità cronica.[46][47] Si tratta di una terapia di seconda linea per il diabete dopo la terapia di prima linea con la Metformina.[46][48] Non sono chiari i suoi effetti sugli esiti di salute a lungo termine, come le malattie cardiache e l’aspettativa di vita.[46][49] Viene somministrata mediante iniezione sotto cutanea.[46]
La Liraglutide è stata approvata per uso medico nell’Unione Europea nel 2009 e negli Stati Uniti nel 2010.[50][51] Nel 2021 è stato il 166° farmaco più comunemente prescritto negli Stati Uniti, con oltre 3 milioni di prescrizioni.[52][53]
L’azione prolungata della Liraglutide si ottiene attaccando una molecola di acido grasso in una posizione della molecola GLP-1-(7-37), consentendole di auto-associarsi e di legarsi all’albumina nel tessuto sottocutaneo e nel flusso sanguigno. Il GLP-1 attivo viene quindi rilasciato dall’albumina a un ritmo lento e costante. Il legame con l’albumina determina inoltre una degradazione più lenta e un’eliminazione renale ridotta rispetto a quella del GLP-1-(7-37).[54]
A) La struttura molecolare del GLP-1 umano. B) La struttura molecolare di Exenatide (il colore grigio indica le differenze di struttura rispetto al GLP-1 umano). C) La struttura molecolare della Liraglutide (il colore grigio indica le differenze di struttura rispetto al GLP-1 umano).
Come abbiamo visto, La Liraglutide è un agonista acilato del recettore del GLP-1, derivato dal GLP-1-(7-37) umano, una forma meno comune di GLP-1 endogeno.
Riduce l’iperglicemia correlata ai pasti (per 24 ore dopo la somministrazione) aumentando la secrezione di Insulina (solo) quando richiesto dall’aumento dei livelli di glucosio, ritardando lo svuotamento gastrico e sopprimendo la secrezione prandiale di Glucagone.[54][55]
Quindi, la Liraglutide provoca il rilascio di Insulina nelle cellule beta pancreatiche in presenza di una glicemia elevata. Questa secrezione di Insulina si attenua quando le concentrazioni di glucosio diminuiscono e si avvicinano all’euglicemia (livello normale di glucosio nel sangue). Diminuisce inoltre la secrezione di Glucagone in modo glucosio-dipendente e ritarda lo svuotamento gastrico. A differenza del GLP-1 endogeno, la Liraglutide è stabile contro la degradazione metabolica da parte delle peptidasi, con un’emivita plasmatica di 13 ore.[56][54]
Nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, è stato dimostrato che la Liraglutide riduce il rischio di morte per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale o ictus non fatale. Le linee guida dell’ADA considerano attualmente Liraglutide una terapia farmacologica di prima linea per il diabete di tipo II (di solito insieme alla Metformina), in particolare per i pazienti con malattie cardiovascolari aterosclerotiche o obesità.[57] Una revisione Cochrane del 2011 ha dimostrato una riduzione dell’HbA1c dello 0,24% in più con Liraglutide. Del 24% in più con Liraglutide a 1,8 mg rispetto a Insulina Glargine, 0,33% in più rispetto a Exenatide 10mcg due volte al giorno, Sitagliptin e Rosiglitazone. In uno studio randomizzato e controllato (RCT) che ha confrontato Liraglutide, Insulina Glargine, Glimepiride e Sitagliptin (tutti aggiunti alla Metformina) con un follow-up di cinque anni, Insulina Glargine e Liraglutide sono risultate modestamente più efficaci nel raggiungimento e nel mantenimento dell’HbA1c target,[58] senza alcuna differenza negli esiti delle malattie microvascolari e cardiovascolari.[59]
La Liraglutide può anche essere utilizzata insieme alla dieta e all’esercizio fisico per la gestione cronica del peso negli adulti.[46] La Liraglutide ha portato a una perdita di peso maggiore rispetto ad alcuni precedenti analoghi del peptide glucagone-simile,[60] ma è meno efficace della dose standard di Semaglutide per la perdita di peso.[61][62]
In un recente studio pubblicato nel settembre 2024, Liraglutide ha aiutato i bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni a ridurre l’indice di massa corporea del 7,4% in uno studio di 56 settimane.[63] Se da un lato lo studio ha mostrato i potenziali benefici del farmaco, dall’altro solleva preoccupazioni riguardo all’uso di farmaci contro l’obesità in bambini così piccoli.[64] Novo Nordisk, l’azienda innovatrice che commercializza Liraglutide, ha chiesto alle autorità di regolamentazione statunitensi ed europee di estendere l’approvazione di Saxenda anche a questa fascia d’età più giovane, dato che attualmente è approvato solo per adolescenti e adulti.[65]
aUso di 1.8mg di Liraglutide.
Come per l’Exenatide, la Liraglutide ha un effetto significativo sul peso corporeo, come dimostrano i dati relativi a Liraglutide somministrata a 1,8mg/die. Liraglutide ha ridotto il peso corporeo medio o è stato neutro rispetto al placebo o ai comparatori attivi, in monoterapia (66) e in combinazione con uno (67) o due (68) agenti antidiabete orali. Lo studio LEAD 662 ha esaminato il profilo lipidico con Exenatide e Liraglutide. Sono state osservate riduzioni significative maggiori dei trigliceridi (-0,4 vs -0,2 mM) e degli acidi grassi liberi (-0,17 vs -0,10 mM) nel gruppo Liraglutide. Entrambi i composti hanno causato una riduzione significativa della pressione arteriosa (pressione sistolica -2,2 mmHg e pressione diastolica -1,5 mmHg) senza differenze significative tra i due composti.
Tra gli effetti collaterali si annoverano ipoglicemia, nausea, vertigini, dolore addominale e dolore nel sito di iniezione.[46] Gli effetti collaterali gastrointestinali tendono a essere più forti all’inizio del periodo di trattamento e si attenuano con il tempo.[60] Altri effetti collaterali gravi possono includere angioedema, pancreatite, malattie della cistifellea e problemi renali. L’uso in gravidanza e durante l’allattamento non è sicuro.[46] Una black box warning avverte che nei ratti trattati con Liraglutide sono stati osservati tumori midollari della tiroide, ma è “Sconosciuto se Liraglutide causi tumori delle cellule C della tiroide, incluso il carcinoma midollare della tiroide (MTC), nell’uomo, poiché la rilevanza per l’uomo di tali tumori nei roditori non è stata determinata.”[46]
A proposito del MTC, a esposizioni otto volte superiori a quelle utilizzate nell’uomo, la Liraglutide ha causato un aumento statisticamente significativo dei tumori alla tiroide nei ratti. La rilevanza clinica di questi risultati è sconosciuta.[69] Negli studi clinici, il tasso di tumori alla tiroide nei pazienti trattati con Liraglutide è stato di 1,3 per 1000 anni-paziente (4 persone) rispetto a 1,0 per 1000 pazienti (1 persona) nei gruppi di confronto. L’unica persona nel gruppo di confronto e quattro delle cinque persone nel gruppo Liraglutide avevano marcatori sierici (calcitonina elevata) suggestivi di una malattia preesistente al basale.[69]
L’FDA ha dichiarato che la calcitonina sierica, un biomarcatore del carcinoma midollare della tiroide, era leggermente aumentata nei pazienti con Liraglutide, ma ancora nei limiti della norma, e che era necessario un monitoraggio continuo per 15 anni in un registro dei tumori.[70]
Un altro effetto collaterale preoccupante è rappresentato dalla possibilità (sebbene rara) di sviluppare pancreatite.
Nel 2013, un gruppo della Johns Hopkins ha riportato un’associazione con apparenza statisticamente significativa tra l’ospedalizzazione per pancreatite acuta e un precedente trattamento con derivati del GLP-1 (come la precedentemente vista Exenatide) e inibitori della DPP-4 (come il Sitagliptin).[71] In risposta, la FDA degli Stati Uniti e l’Agenzia Europea per i Medicinali hanno condotto una revisione di tutti i dati disponibili in merito alla possibile connessione tra i mimetici dell’Incretina e la pancreatite o il cancro al pancreas. In una lettera congiunta del 2014 al New England Journal of Medicine, le agenzie hanno concluso che “Un’analisi congiunta dei dati di 14.611 pazienti con diabete di tipo II provenienti da 25 studi clinici nel database di sitagliptin non ha fornito alcuna prova convincente di un aumento del rischio di pancreatite o di cancro al pancreas” e “Entrambe le agenzie concordano sul fatto che le affermazioni relative a un’associazione causale tra i farmaci a base di Incretine e la pancreatite o il cancro al pancreas, espresse di recente nella letteratura scientifica e nei media, non sono coerenti con i dati attuali”. L’FDA e l’EMA non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva su tale relazione causale. Sebbene la totalità dei dati esaminati fornisca rassicurazioni, la pancreatite continuerà a essere considerata un rischio associato a questi farmaci finché non saranno disponibili ulteriori dati; entrambe le agenzie continuano a indagare su questo segnale di sicurezza”[72].
Albiglutide [approvato nel 2014]
L’Albiglutide (nome commerciale Eperzan in Europa e Tanzeum negli Stati Uniti) è un farmaco agonista del GLP-1 commercializzato da GlaxoSmithKline (GSK) per il trattamento del diabete di tipo II.
L’Albiglutide è un peptide composto da 645 aminoacidi proteinogenici con 17 ponti disolfuro. Gli aminoacidi 1-30 e 31-60 costituiscono due copie di GLP-1 umano modificato, in cui l’alanina in posizione 2 è stata scambiata con una glicina per migliorare la resistenza alla DPP-4.[73] La sequenza rimanente è costituita da albumina umana.
Viene bioingegnerizzata nel lievito Saccharomyces cerevisiae utilizzando la tecnologia del DNA ricombinante.[74]
Fasi applicative della tecnologia del DNA ricombinante.
Il farmaco è stato brevettato dalla Human Genome Sciences e sviluppato in collaborazione con GSK.[75]
La GSK ha presentato domanda di approvazione alla FDA statunitense il 14 gennaio 2013 e all’Agenzia europea per i medicinali (EMA) il 7 marzo 2013. Nel marzo 2014, GSK ha ricevuto dalla Commissione Europea l’approvazione per la commercializzazione di Albiglutide con il nome di Eperzan.[76] Nell’aprile 2014, la FDA statunitense ha approvato Albiglutide con il nome di Tanzeum.[77]
Nell’agosto 2017, GSK annunciò l’intenzione di ritirare il farmaco dal mercato mondiale entro luglio 2018 per motivi economici.[78]
L’Albiglutide, come gli altri incretino-mimetici, è stato utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II negli adulti. Può essere utilizzato da solo (se la terapia con Metformina è inefficace o non tollerata) o in combinazione con altri farmaci antidiabetici, comprese le forme di Insulina.[74]
Secondo un’analisi del 2015, l’Albiglutide è meno efficace di altri agonisti del GLP-1 per la riduzione dell’HbA1c e la perdita di peso. Sembra inoltre avere meno effetti collaterali rispetto alla maggior parte degli altri farmaci di questa classe, ad eccezione delle reazioni nel sito di iniezione che sono più comuni con Albiglutide rispetto, ad esempio, a Liraglutide.[79]
Dopo l’iniezione sottocutanea, l’Albiglutide raggiunge le massime concentrazioni ematiche dopo tre-cinque giorni. Le concentrazioni allo stato stazionario vengono raggiunte dopo tre-cinque settimane. Essendo resistente alla dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4),[73] l’enzima che scompone il GLP-1, l’Albiglutide ha un’emivita biologica di cinque (da quattro a sette) giorni, notevolmente più lunga rispetto agli analoghi del GLP-1 più vecchi, l’Exenatide e la Liraglutide. [80][81] Ciò consente una somministrazione una volta alla settimana,[74] a differenza della Liraglutide ma come la forma a rilascio prolungato dell’Exenatide.
L’Albiglutide agisce come agonista del recettore GLP-1, il che lo rende un tipo di incretino-mimetico. Questo provoca un aumento della secrezione di insulina, soprattutto in presenza di glucosio elevato nel sangue, e rallenta anche lo svuotamento gastrico.[74]
La differenza nel meccanismo d’azione del Albiglutide con gli altri agonisti del recettore del GLP-1, dipende dalla sua struttura la quale rende difficile l’attraversamento della barriera emato-encefalica. Ciò significa che non influisce sul sistema nervoso centrale come altri agonisti del recettore del GLP-1 e potrebbe essere responsabile della limitata perdita di peso osservata con questo farmaco.[81]
Dulaglutide[approvato nel 2014]
La Dulaglutide, venduta tra l’altro con il nome commerciale Trulicity,[8] è un farmaco utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II in combinazione con la dieta e l’esercizio fisico.[83][84] È inoltre approvato negli Stati Uniti per la riduzione degli eventi cardiovascolari avversi maggiori negli adulti con diabete di tipo II che presentano una malattia cardiovascolare conclamata o molteplici fattori di rischio cardiovascolare.[85]
Come per gli altri incretino-mimetici visti in precedenza, la Dulaglutide si lega ai recettori del GLP-1, rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche. Contemporaneamente, il peptide riduce l’elevata secrezione di Glucagone inibendo le cellule α del pancreas, poiché è noto che il Glucagone è elevato in modo inappropriato nei pazienti diabetici.
Più precisamente, la Dulaglutide è un agonista del recettore del GLP-1 costituito da GLP-1(7-37) legato covalentemente a un frammento Fc di IgG4 umana.
La sicurezza e l’efficacia della Dulaglutide sono state valutate in sei studi clinici in cui 3.342 soggetti con diabete di tipo II hanno ricevuto Dulaglutide. I soggetti che hanno ricevuto Dulaglutide hanno registrato un miglioramento del controllo glicemico, osservato con riduzioni del livello di HbA1c.[86]
La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato la Dulaglutide con una strategia di valutazione e mitigazione dei rischi (REMS),[86] e ha concesso l’approvazione di Trulicity a Eli Lilly and Company.[86] La REMS consiste in una serie di misure che Eli Lilly adotterà per sensibilizzare i medici sul rischio di pancreatite e sul potenziale rischio di carcinoma midollare della tiroide associato al farmaco.[87]
Nel 2020, la FDA ha approvato due dosi più elevate del farmaco, 3,0mg e 4,5mg, sulla base dei risultati dello studio AWARD-11 che hanno dimostrato una migliore riduzione del glucosio e benefici sul peso.[88]
Il peptide è indicato per gli adulti con diabete di tipo II come aggiunta alla dieta e all’esercizio fisico per migliorare il controllo glicemico. La Dulaglutide non è indicato nel trattamento di soggetti con diabete di tipo I o di pazienti con chetoacidosi diabetica perché questi problemi sono dovuti all’incapacità delle isole pancreatiche di produrre Insulina e una delle azioni della Dulaglutide è quella di stimolare le isole funzionanti a produrre più Insulina. La Dulaglutide può essere utilizzata da solo o in combinazione con altri farmaci per il diabete di tipo II, in particolare Metformina, Sulfoniluree, Tiazolidinedioni e Insulina da assumere contemporaneamente ai pasti.[89]
Il programma di sperimentazione clinica di fase 3 del farmaco ha dimostrato riduzioni dell’emoglobina A1c di circa l’1% con le dosi di 0,75mg e 1,5mg del farmaco, insieme a una perdita di peso media di circa 5Kg. Le dosi più elevate da 3,0mg e 4,5mg, approvate nel 2020, hanno dimostrato riduzioni dell’emoglobina A1c più vicine all’1,5% e una perdita di peso leggermente superiore.[90]
DPP-4
Una meta-analisi del 2017 non ha supportato l’ipotesi che il trattamento con agonisti del GLP-1 o inibitori della DPP-4 aumenti la mortalità per tutte le cause nei diabetici di tipo II.[91]
La Dulaglutide viene assorbita lentamente dopo l’iniezione sottocutanea. In uno studio farmacocinetico condotto su 20 adulti sani, la Cmax si è verificata entro 24-48 ore dalla somministrazione. La biodisponibilità assoluta media di Dulaglutide dopo iniezioni sottocutanee di dosi singole da 0,75mg e 1,5mg è stata rispettivamente del 65% e del 47%. L’emivita media della Dulaglutide somministrato a varie dosi è stata di circa 3,75 giorni (89,9 ore). Questa emivita prolungata consente la somministrazione una volta alla settimana. Le informazioni di prescrizione indicano un’emivita di circa 5 giorni.
Gli effetti collaterali più comuni includono disturbi gastrointestinali, come dispepsia, inappetenza, nausea, vomito, dolore addominale, diarrea.[92] Alcuni pazienti possono manifestare reazioni avverse gravi: pancreatite acuta (i sintomi includono dolore addominale persistente e grave, che talvolta si irradia alla schiena ed è accompagnato da vomito), ipoglicemia, insufficienza renale (che talvolta può richiedere l’emodialisi). Il rischio di ipoglicemia aumenta se il farmaco è usato in combinazione con Sulfoniluree o Insulina.[93][94] Esiste anche un rischio potenziale di carcinoma midollare della tiroide associato all’uso del farmaco.[87]
Lixisenatide [approvato nel 2016]
La Lixisenatide (nome commerciale Lyxumia nell’Unione Europea e Adlyxin negli Stati Uniti e prodotto da Sanofi) è un agonista del recettore GLP-1 iniettabile una volta al giorno per il trattamento del diabete di tipo II.
È stato sintetizzato dalla danese Zealand Pharma A/S;[95] nel 2003 Zealand lo ha concesso in licenza a Sanofi, che ha sviluppato il farmaco.[96] La Lixisenatide è stata approvata dalla Commissione europea nel febbraio 2013.
La Lixisenatide è un peptide composto da 44 aminoacidi, con un gruppo amidico sul suo terminale C.[97]
E’ stata descritta come “des-38-prolina-exendin-4 (Heloderma suspectum)-(1-39)-peptidilpenta-L-lisil-L-lisinamide”, ovvero è derivata dai primi 39 aminoacidi della sequenza del peptide exendin-4, isolato dal veleno del “mostro di Gila”, omettendo la Prolina in posizione 38 e aggiungendo sei residui di Lisina. La sua sequenza completa è:
La Lixisenatide, appartenendo alla classe dei farmaci agonisti del GLP-1, come per i precedentemente trattati composti agisce rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche.
I risultati di una ricerca condotta da McClean PL et al. hanno dimostrato che la Liraglutide e la Lixisenatide sono promettenti come potenziali trattamenti farmacologici della malattia di Alzheimer AD. La Lixisenatide è risultata ugualmente efficace a una dose inferiore rispetto alla Liraglutide in alcuni dei parametri misurati dopo dieci settimane di iniezioni intraperitoneali giornaliere di Liraglutide (2,5 o 25 nmol/kg) o Lixisenatide (1 o 10 nmol/kg) o soluzione fisiologica in topi APP/PS1 a un’età in cui le placche amiloidi si erano già formate. Analizzando la plasticità sinaptica nell’ippocampo, l’LTP è stato fortemente aumentato nei topi APP/PS1 da entrambi i farmaci, con maggiore efficacia con la Lixisenatide. La riduzione del numero di sinapsi osservata nei topi APP/PS1 è stata evitata dai due farmaci. Il carico di placche amiloidi e il carico di placche Congo rosso positivo a nucleo denso nella corteccia sono stati ridotti da entrambi i farmaci a tutte le dosi. Anche la risposta infiammatoria cronica (attivazione microgliale) è stata ridotta da tutti i trattamenti.[98]
Cai HY et al. hanno dimostrato in uno studio che la lixisenatide è in grado di ridurre le placche amiloidi, i grovigli neurofibrillari e la neuroinfiammazione negli ippocampi di topi femmina APP/PS1/tau di 12 mesi; l’attivazione della via di segnalazione PKA-CREB e l’inibizione della p38-MAPK potrebbero essere i meccanismi importanti nella funzione neuroprotettiva della lixisenatide. Pertanto, la lixisenatide potrebbe avere il potenziale per essere sviluppata come nuova terapia per l’AD. [99] Liu Wet al hanno trovato risultati interessanti confrontando exendin-4 (10 nmol/kg), liraglutide (25 nmol/kg) e lixisenatide (10 nmol/kg): è emerso che exendin-4 non ha mostrato effetti protettivi alla dose scelta, mentre sia liraglutide che lixisenatide hanno mostrato effetti nel prevenire la compromissione motoria indotta da MPTP (Rotarod, locomozione in campo aperto, test di catalessi), la riduzione dei livelli di tirosina idrossilasi (TH) (sintesi di dopamina) nella substantia nigra e nei gangli della base, una riduzione della molecola di segnalazione pro-apoptotica BAX e un aumento della molecola di segnalazione anti-apoptotica B-cell lymphoma-2. I risultati precedenti dimostrano che sia la liraglutide che la lixisenatide sono superiori all’exendin-4 ed entrambi i farmaci sono promettenti come nuovo trattamento della malattia di Parkinson.[100]
Un altro studio condotto da Kerry Hunter et al. ha analizzato gli agonisti del recettore GLP-1 liraglutide e lixisenatide. Sono state valutate le cinetiche di attraversamento della barriera ematoencefalica (BBB), l’attivazione del GLP-1R attraverso la misurazione dei livelli di cAMP e gli effetti fisiologici nel cervello sulla proliferazione delle cellule staminali neuronali e sulla neurogenesi. Entrambi i farmaci sono stati in grado di attraversare la BBB. La lixisenatide ha attraversato la BBB a tutte le dosi testate (2,5, 25 o 250 nmol/kg ip.) quando misurate 30 minuti dopo l’iniezione e a 2,5-25 nmol/kg ip. 3 ore dopo l’iniezione. La lixisenatide ha anche aumentato la neurogenesi nel cervello. La liraglutide ha attraversato la BBB a 25 e 250 nmol/kg ip. ma nessun aumento è stato rilevato a 2,5 nmol/kg ip. 30 minuti dopo l’iniezione, e a 250 nmol/kg ip. a 3 ore dopo l’iniezione. Liraglutide e lixisenatide hanno aumentato i livelli di cAMP nel cervello, con lixisenatide più efficace. I risultati precedenti suggeriscono che questi nuovi analoghi dell’incretina attraversano la BBB mostrando attività fisiologica e neurogenesi nel cervello, il che li rende buoni candidati per essere utilizzati come trattamento delle malattie neurodegenerative.[101]
Anche la Lixisenatide è utilizzata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per il trattamento del diabete di tipo II.[97] Nell’Unione Europea il suo uso è limitato all’integrazione della terapia Insulinica.[102][103] Al 2017 non è chiaro se influisca sul rischio di morte di una persona.[104]
Viene fornito in un autoiniettore contenente quattordici dosi e viene iniettato per via sottocutanea.[97]
La Lixisenatide non deve essere utilizzata da persone che hanno problemi di svuotamento gastrico.[97] La Lixisenatide ritarda lo svuotamento gastrico, il che può modificare la velocità con cui altri farmaci assunti oralmente esplicano la loro efficacia.[97]
Dopo la somministrazione sottocutanea nell’uomo, la Lixisenatide mostra una farmacocinetica lineare e un’emivita di eliminazione dipendente dall’assorbimento di 2-3 ore.
La dose iniziale di Lixisenatide è di 10mcg una volta al giorno, per 14 giorni. La dose di mantenimento è successivamente di 20mcg una volta al giorno nell’ora che precede il primo pasto della giornata o il pasto serale.
In circa lo 0,1% dei casi le persone hanno avuto reazioni anafilattiche alla lixisenatide e in circa lo 0,2% dei casi il farmaco ha causato pancreatite.[97] L’uso con insulina o sulfonilurea può causare ipoglicemia.[97] In alcuni casi, persone senza malattie renali hanno avuto lesioni renali acute e in alcune persone con malattie renali esistenti la condizione è peggiorata. Poiché la Lixisenatide è un peptide, le persone possono sviluppare una risposta immunitaria nei suoi confronti che finirà per rendere il farmaco inefficace; le persone che hanno sviluppato anticorpi contro la Lixisenatide tendono ad avere una maggiore infiammazione nel sito di iniezione.[97]
Almeno il 5% delle persone ha avuto nausea, vomito, diarrea, mal di testa o vertigini dopo l’assunzione di Lixisenatide.[97]
Semaglutide [approvata nel 2017]
La Semaglutide è chimicamente simile al GLP-1 umano.[105-41] Mancano i primi sei aminoacidi del GLP-1.[105] Le sostituzioni sono effettuate nelle posizioni 8 e 34 del GLP-1 (posizioni 2 e 28 della Semaglutide), dove l’Alanina e la Lisina sono sostituite rispettivamente dall’acido 2-aminoisobutirrico e dall’Arginina. La sostituzione dell’Alanina impedisce la degradazione chimica da parte della dipeptidil peptidasi-4.[106] La Lisina in posizione 26 del GLP-1 (posizione 20 del Semaglutide) ha una lunga catena attaccata, che termina con una catena di 17 atomi di carbonio e un gruppo carbossilico.[106] Ciò aumenta il legame del farmaco con le proteine trasportatrici nel sangue (albumina), consentendo una più lunga presenza nella circolazione sanguigna.[106]
L’emivita del Semaglutide nel sangue è di circa sette giorni (165-184 ore).
Come per gli altri incretino-mimetici, la Semaglutide è un agonista del recettore del GLP -1.[107][108][109] Il farmaco riduce i livelli di glucosio nel sangue. Sembra inoltre che aumenti la crescita delle cellule β pancreatiche, responsabili della produzione e del rilascio di Insulina.[110][111] Inoltre, inibisce la produzione di Glucagone, l’ormone che aumenta la glicogenolisi (rilascio dei carboidrati immagazzinati dal fegato) e la Gluconeogenesi (sintesi di nuovo glucosio). Riduce l’assunzione di cibo abbassando l’appetito e rallentando la digestione nello stomaco e suo svuotamento,[112] contribuendo a ridurre il peso corporeo.[113][114]
Effetti di svuotamento gastrico degli agonisti del recettore del glucagone peptide-1 ad azione breve rispetto a quelli ad azione prolungata (GLP-1RA). (A) I GLP-1RA a breve durata d’azione sopprimono lo svuotamento gastrico, prolungando la presenza di cibo nello stomaco e nella parte superiore dell’intestino tenue; il ridotto flusso transpilorico provoca un ritardo nell’assorbimento intestinale del glucosio e una diminuzione della secrezione insulinica postprandiale. I GLP-1RA a breve durata d’azione possono anche sopprimere direttamente la secrezione di glucagone. (B) I GLP-1RA a lunga durata d’azione non influenzano significativamente la motilità gastrica, a causa della tachifilassi. Invece, i GLP-1RA ad azione prolungata esercitano maggiormente il loro effetto attraverso il pancreas, aumentando la secrezione di insulina e inibendo la secrezione di glucagone attraverso il rilascio paracrino di somatostatina. Agendo sul sistema nervoso centrale, sia i GLP-1RA a più breve (A) che a più lunga durata d’azione (B) aumentano la sazietà e possono anche indurre la nausea. Adattato da Meier. Adattato su autorizzazione di Macmillan Publishers Ltd: Nature Reviews Endocrinology 2012;8(12):728-42, copyright 2012.
Nel giugno 2008 è stato avviato uno studio clinico di fase II al fine di esaminare la Semaglutide come terapia per il diabete da somministrare una volta alla settimana, come alternativa ad azione prolungata alla Liraglutide .[115][116] Gli studi clinici sono iniziati nel gennaio 2016 e si sono conclusi nel maggio 2017.[117][118]
Nel giugno 2021, una versione iniettabile a dosaggio più elevato, venduta con il marchio Wegovy, è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense come farmaco anti-obesità per la gestione del peso a lungo termine negli adulti.[119-15] Nel novembre 2021, il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha raccomandato di concedere a Novo Nordisk A/S l’autorizzazione all’immissione in commercio di Wegovy[120]. Nel gennaio 2022, Wegovy è stato approvato per uso medico nell’Unione Europea.[121]
Nel gennaio 2023, l’etichetta di Rybelsus è stata aggiornata per indicare che può essere utilizzato come trattamento di prima linea per gli adulti con diabete di tipo 2.[122]
Nel marzo 2021, in uno studio di fase III randomizzato, in doppio cieco, 1.961 adulti con un indice di massa corporea pari o superiore a 30 sono stati assegnati, in un rapporto 2:1, a un trattamento con Semaglutide sottocutaneo una volta alla settimana o placebo, più un intervento sullo stile di vita. Gli studi si sono svolti in 129 siti in 16 Paesi di Asia, Europa, Nord America e Sud America. La variazione percentuale media del peso corporeo alla settimana 68 è stata di -14,9% nel gruppo Semaglutide contro -2,4% con placebo, per una differenza di trattamento stimata di -12,4 punti percentuali (95% CI, da -13,4 a -11,5).[123][124][125][126]
Una revisione dei trattamenti anti-obesità del 2022 ha rilevato che il Semaglutide e la Tirzepatide (che ha un meccanismo d’azione sovrapponibile) erano più promettenti dei precedenti farmaci anti-obesità, anche se meno efficaci della chirurgia bariatrica.[127]
Nel marzo 2023, un funzionario di Novo Nordisk ha dichiarato che i pazienti che utilizzano la Semaglutide per perdere peso possono riacquistare il peso originario entro 5 anni dall’interruzione del trattamento.[128]
Nel marzo 2024, l’FDA ha esteso l’indicazione di Semaglutide (Wegovy) per ridurre il rischio di morte cardiovascolare, infarto e ictus in adulti con malattie cardiovascolari e obesità o sovrappeso. L’efficacia e la sicurezza di questa nuova indicazione sono state studiate in uno studio multinazionale, multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo, che ha assegnato in modo casuale oltre 17.600 partecipanti a ricevere Semaglutide (Wegovy) o placebo.[129] I partecipanti di entrambi i gruppi hanno ricevuto anche un trattamento medico standard (ad es, Semaglutide (Wegovy) ha ridotto significativamente il rischio di eventi cardiovascolari avversi maggiori (morte cardiovascolare, infarto e ictus), che si sono verificati nel 6,5% dei partecipanti che hanno ricevuto Semaglutide (Wegovy) rispetto all’8% dei partecipanti che hanno ricevuto placebo.[129]
Una meta-analisi del 2014 ha rilevato che la Semaglutide può essere efficace nell’abbassare gli enzimi epatici (transaminite) e nel migliorare alcune caratteristiche radiologicamente osservate della malattia epatica steatotica associata a disfunzione metabolica.[130]
Nel luglio 2023, l’Agenzia islandese per i medicinali ha segnalato due casi di pensieri suicidi e un caso di autolesionismo tra i consumatori del farmaco, inducendo a valutare la sicurezza di Ozempic,[131] Wegovy, Saxenda e altri farmaci simili.[132] Nel gennaio 2024, una revisione preliminare condotta dalla FDA ha confermato che non sono state trovate prove che suggeriscano che il farmaco causi pensieri o azioni suicide.[133][134]
La Semaglutide ha dimostrato di poter ridurre l’interesse per il consumo di alcol tra gli utilizzatori. Gli scienziati ipotizzano che il Semaglutide possa influenzare le regioni cerebrali coinvolte nella dipendenza e nella regolazione dell’appetito, sebbene i meccanismi esatti siano ancora in fase di studio. La ricerca sugli animali ha indicato che farmaci simili alla Semaglutide possono ridurre l’assunzione di alcolici.[135]
La Semaglutide e farmaci simili, come la Dulaglutide e la Liraglutide, sono stati utilizzati per trattare il disturbo da alimentazione incontrollata (BED), in quanto possono minimizzare i pensieri ossessivi sul cibo e gli impulsi ad abbuffarsi.[136][137] Alcuni utilizzatori di questi farmaci hanno riferito di aver ridotto in modo significativo quello che è colloquialmente noto come “food noise” (pensieri costanti e inarrestabili di mangiare nonostante non si abbia fisicamente fame), che può essere un fattore di BED.[138][139]
Attualmente, la Semaglutide indicata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per migliorare il controllo glicemico negli adulti con diabete di tipo II.[140][141]
La formulazione a dosi più elevate di Semaglutide è indicata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per la gestione del peso a lungo termine negli adulti con obesità (indice di massa corporea (IMC) iniziale ≥ 30 kg/m2) o in sovrappeso (IMC iniziale ≥ 27 kg/m2) e con almeno una comorbidità correlata al peso.[142]
Nel marzo 2024, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha ampliato l’indicazione di Semaglutide (Wegovy), in combinazione con una dieta a ridotto contenuto calorico e un aumento dell’attività fisica, per ridurre il rischio di morte cardiovascolare, infarto e ictus in adulti obesi o in sovrappeso con malattie cardiovascolari.[143]
La dose iniziale è di 0,25mg di Semaglutide una volta alla settimana. Dopo 4 settimane, la dose deve essere aumentata a 0,5 mg una volta alla settimana. Dopo almeno 4 settimane con una dose da 0,5 mg una volta alla settimana, la dose può essere aumentata a 1 mg una volta alla settimana per migliorare ulteriormente il controllo glicemico. Dopo almeno 4 settimane con una dose da 1 mg una volta alla settimana, la dose può essere aumentata a 2 mg una volta alla settimana per migliorare ulteriormente il controllo glicemico.
Semaglutide 0,25mg non è una dose di mantenimento. Non sono raccomandate dosi superiori a 2 mg alla settimana.
Quando Ozempic viene aggiunto alla terapia in atto a base di Metformina e/o Tiazolidinedione o dell’ inibitore del cotrasportatore sodio-glucosio (SGLT2), la dose di Metformina e/o Tiazolidinedione o dell’inibitore SGLT2 può essere mantenuta senza variazioni.
Quando Ozempic viene aggiunto alla terapia in atto con Sulfanilurea o con un’insulina, è necessario considerare una riduzione della dose di Sulfanilurea o di insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia (vedere paragrafi 4.4 e 4.8).
Non è necessario automonitorare la glicemia per aggiustare la dose di Ozempic. L’auto-monitoraggio della glicemia è necessario per correggere la dose di Sulfanilurea e insulina, in particolare quando si inizia Ozempic e si riduce l’insulina. Si raccomanda un approccio graduale alla riduzione dell’insulina.
Similmente agli altri incretino-mimetici, possibili effetti avversi con l’uso di questo peptide includono nausea, diarrea, vomito, costipazione, dolore addominale, cefalea, affaticamento, indigestione/bruciore di stomaco, vertigini, distensione addominale, eruttazioni, ipoglicemia (basso livello di glucosio nel sangue) nelle persone con diabete di tipo II (ma non limitato ad esse), flatulenza, gastroenterite e malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). In passato è stato sospettato di causare pancreatite e può causare gastroparesi e ostruzione intestinale.[144]Tra le persone a cui è stato prescritto un agonista del recettore del GLP-1, lo 0,1% ha ricevuto una diagnosi di gastroparesi. L’1% ha ricevuto una diagnosi di gastroparesi almeno sei mesi dopo, il che equivale a un aumento del 52% del rischio di diagnosi di gastroparesi durante l’assunzione di un farmaco di questa classe.[145] Una meta-analisi del 2019 non ha indicato un rischio significativamente elevato di pancreatite acuta.[146]Secondo il sistema di segnalazione degli eventi avversi dell’FDA (FAERS), più di 150 pazienti che assumevano Ozempic hanno riportato ileo o ostruzioni intestinali dopo l’assunzione del farmaco.[147]
Confronto visivo tra stomaco sano e stomaco con gastroparesi.
L’etichetta dell’FDA statunitense per il Semaglutide contiene un boxed warning per i tumori della tiroide a cellule C nei roditori.[148] Non è noto se il Semaglutide causi tumori della tiroide a cellule C, incluso il carcinoma midollare della tiroide, nell’uomo.[149]
Tirzepatide[approvato nel 2022]
La Tirzepatide è un farmaco antidiabetico utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II [150][151][152][153] e per la perdita di peso.[154][155] La Tirzepatide viene somministrata tramite iniezioni sottocutanee.[150][151] Viene venduta con i marchi Mounjaro per il trattamento del diabete,[150] e Zepbound per la perdita di peso.[154] La Tirzepatide è un agonista del recettore del GIP e del GLP-1.[154]
La sintesi della Tirzepatide è stata divulgata per la prima volta nei brevetti depositati da Eli Lilly and Company.[156] Questa utilizza la sintesi standard di peptidi in fase solida, con un gruppo protettivo allilossicarbonilico sulla Lisina in posizione 20 della catena lineare degli amminoacidi, consentendo una serie finale di trasformazioni chimiche in cui l’ammina della catena laterale di tale Lisina viene derivatizzata con il frammento contenente lipidi.
Per questo composto sono stati riportati processi di produzione su larga scala.[157]
La Tirzepatide è un analogo dell’ormone GIP umano con una porzione diacidica grassa C20, utilizzata per ottimizzare l’assorbimento e il metabolismo del composto.[158] La sezione diacidica grassa (acido eicosanedioico) è legata tramite un acido glutammico e due unità di acido (2-(2-aminoetossi)etossico)acetico alla catena laterale del residuo di Lisina. Questa disposizione consente un’emivita molto più lunga, prolungando il tempo tra una dose e l’altra, grazie alla sua elevata affinità con l’albumina.[159]
Quindi, la Tirzepatide è un polipeptide lineare di 39 aminoacidi che è stato modificato chimicamente mediante lipidazione per migliorarne l’assorbimento nelle cellule e la stabilità al metabolismo.[158] Ha completato la sperimentazione di fase III a livello globale nel 2021.[160][161]
La Tirzepatide ha un’affinità maggiore per i recettori GIP rispetto ai recettori GLP-1 e questo comportamento da doppio agonista ha dimostrato di produrre una maggiore riduzione dell’iperglicemia rispetto a un agonista selettivo dei recettori GLP-1.[162] Studi di segnalazione hanno riportato che la Tirzepatide imita le azioni del GIP naturale sul recettore GIP. [Studi di segnalazione hanno riportato che la Tirzepatide imita le azioni del GIP naturale sul recettore del GIP.[163] Tuttavia, sul recettore del GLP-1, la Tirzepatide mostra una predilezione per la generazione di cAMP (un messaggero associato alla regolazione del metabolismo del glicogeno, degli zuccheri e dei lipidi), piuttosto che per il reclutamento della β-arrestina. Questa combinazione di preferenza verso il recettore GIP e di proprietà di segnalazione distinte del GLP-1 suggerisce che questo agonismo distorto aumenta la secrezione di Insulina.[163] È stato riportato che la Tirzepatide aumenta i livelli di adiponectina, un’adipochina coinvolta nella regolazione del metabolismo del glucosio e dei lipidi, con un aumento massimo del 26% rispetto al basale dopo 26 settimane, al dosaggio di 10mg.[162]
GIP e GLP-1: somiglianze e differenze. La GIP è secreta dalle cellule K dell’intestino tenue prossimale (duodeno e digiuno), mentre il GLP-1 è secreto dalle cellule L dell’intestino tenue e crasso (ileo distale e colon), in seguito all’introduzione di carboidrati, trigliceridi, proteine o aminoacidi. Un’importante eccezione è rappresentata dalla glutammina, che è uno stimolatore specifico del GLP-1. GIP e GLP-1 determinano la secrezione di Insulina in modo dipendente dal glucosio. Le azioni del GLP-1 e del GIP sulla secrezione di Glucagone sono diverse: il GLP-1 sopprime il Glucagone durante l’iperglicemia, ma non in presenza di una normale concentrazione di glucosio plasmatico a digiuno, mentre il GIP può stimolare la secrezione di Glucagone a digiuno, durante l’ipoglicemia e l’iperglicemia. Per quanto riguarda il tessuto adiposo, il GLP-1 stimola la lipolisi, mentre il GIP determina un accumulo di grasso corporeo.
Negli studi preliminari finanziati dall’industria che hanno confrontato la Tirzepatide con la Semaglutide, la Tirzepatide ha mostrato un miglioramento minore delle riduzioni (2,01%-2,30% a seconda del dosaggio) nei test dell’emoglobina glicata rispetto alla Semaglutide (1,86%). [164] Una dose di 10mg si è dimostrata efficace anche nel ridurre l’insulino-resistenza, con una riduzione di circa l’8% rispetto al basale, misurata utilizzando l’HOMA2-IR (calcolato con l’Insulina a digiuno).[162] I livelli a digiuno delle proteine che legano l’IGF, come IGFBP1 e IGFBP2, sono aumentati in seguito al trattamento con Tirzepatide, aumentando la sensibilità all’Insulina.[162]
IGFBP1
Una meta-analisi del 2021 ha mostrato che, nell’arco di un anno di utilizzo clinico, la Tirzepatide è risultata superiore a Dulaglutide, Semaglutide, Degludec e Insulina glargine per quanto riguarda l’efficacia glicemica e la riduzione dell’obesità.[165]
In uno studio di fase III, in doppio cieco, randomizzato e controllato, sostenuto da Eli Lilly, adulti non diabetici con un indice di massa corporea pari o superiore a 30, o pari o superiore a 27 e almeno una complicazione correlata al peso, escluso il diabete, sono stati randomizzati a ricevere Tirzepatide sottocutanea una volta alla settimana (5mg, 10mg o 15mg) o placebo. La variazione percentuale media del peso alla settimana 72 è stata di -15,0% (intervallo di confidenza [IC] al 95%, da -15,9 a -14,2) con dosi settimanali di Tirzepatide di 5mg, -19,5% (IC al 95%, da -20,4 a -18,5) con dosi di 10mg e -20,9% (IC al 95%, da -21,8 a -19,9) con dosi di 15mg. La variazione di peso nel gruppo placebo è stata del -3,1% (95% CI, da -4,3 a -1,9).[166][167][168]
La Tirzepatide è stata approvata per uso medico nell’Unione Europea nel settembre 2022.[169][170]
La dose iniziale di Tirzepatide è 2,5mg una volta a settimana. Dopo 4 settimane, la dose deve essere aumentata a 5mg una volta a settimana. Se necessario, è possibile aumentare la dose con incrementi di 2,5mg dopo un minimo di 4 settimane con la dose in uso.
Le dosi di mantenimento raccomandate sono 5mg, 10mg e 15mg.
La dose massima è 15mg una volta a settimana.
Quando Tirzepatide viene aggiunto alla terapia esistente con Metformina e/o inibitore del co- trasportatore di sodio-glucosio 2 (SGLT2i), può essere mantenuta la dose in uso di Metformina e/o SGLT2i.
Quando Tirzepatide viene aggiunto alla terapia esistente con una sulfonilurea e/o Insulina, si può considerare una riduzione della dose di sulfonilurea o Insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia. L’automonitoraggio della glicemia è necessario per aggiustare la dose di sulfonilurea e Insulina. Si raccomanda un approccio graduale per la riduzione dell’Insulina.
Gli studi preclinici, di fase I e clinici di fase II hanno indicato che la Tirzepatide presenta effetti avversi simili a quelli di altri agonisti del recettore GLP-1, come visto in precedenza. Questi effetti si verificano in gran parte a livello del tratto gastrointestinale.[171] I più frequentemente osservati sono nausea, diarrea e vomito, la cui incidenza è aumentata con l’entità del dosaggio (cioè la probabilità è maggiore quanto più alta è la dose). Anche il numero di pazienti che hanno interrotto l’assunzione di Tirzepatide è aumentato con l’aumentare del dosaggio: i pazienti che assumevano 15mg avevano un tasso di interruzione del 25% rispetto al 5,1% dei pazienti che assumevano 5mg e all’11,1% di quelli che assumevano Dulaglutide.[172] In misura leggermente minore, i pazienti hanno anche riferito una riduzione dell’appetito.[171] Altri effetti collaterali segnalati sono stati dispepsia, costipazione, dolore addominale, vertigini e ipoglicemia.[173][174]
Uso off-label e “ricreativo”:
Oltre ai loro usi medici, gli agonisti del GLP-1 hanno visto una massiva diffusione in ambito della perdita di peso a fini “estetici” nel Fitness e in parte nel BodyBuilding, resa popolare da influencer e celebrità.[175] I venditori del mercato nero offrono online prodotti non autorizzati che si spacciano per agonisti del GLP-1. Questa pratica è illegale sia negli Stati Uniti che in Europa, ma alcuni acquirenti si rivolgono a rivenditori non autorizzati perché non hanno la possibilità di farsi prescrivere legalmente il farmaco.[176][177][178][179][180] Gli acquirenti, ovviamente, corrono rischi dovuti a farmaci contraffatti o di qualità inferiore venduti da soggetti non autorizzati.[181]
L’uso, le modalità di applicazione e le limitazioni degli incretino-mimetici in campo “cosmetico” saranno riportate nella seconda parte…
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DISCLAIMER: Il presente articolo è a solo scopo educativo, di intrattenimento e informativo. Non rappresenta in alcun modo una forma di incitamento all’uso/abuso di sostanze dopanti. L’autore ed il sito, per tanto, è esentato da qualsiasi responsabilità dipendente dalla libera scelta individuale.
Introduzione:
L’uso dell’eritropoietina (EPO) per migliorare le prestazioni atletiche, soprattutto nel ciclismo agonistico, è una questione controversa da oltre vent’anni. Nonostante la sua diffusione e le controversie che ne derivano, mancano ancora prove scientifiche solide che ne dimostrino l’efficacia nel migliorare le prestazioni dei ciclisti ben allenati.
Jules Heuberger e il suo team del Centre for Human Drug Research nei Paesi Bassi si sono posti l’obiettivo di affrontare scientificamente proprio questa domanda: L’EPO migliora effettivamente le prestazioni dei ciclisti esperti? Hanno condotto uno studio in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo – considerato il “gold standard” della ricerca scientifica – con dosaggi di EPO che rispecchiano l’uso reale nel ciclismo agonistico. Questo articolo ne condivide i risultati.
Ma partiamo con ordine…
Caratteristiche e azioni dell’Eritropoietina (EPO)
Paul Carnot
Nel 1905, Paul Carnot propose l’idea che un ormone regolasse la produzione di globuli rossi. Dopo aver condotto esperimenti su conigli sottoposti a salasso, Carnot e la sua studentessa laureata Clotilde-Camille Deflandre[1] attribuirono un aumento dei globuli rossi nei conigli trattati a un fattore emotropico chiamato emopoietina. Eva Bonsdorff e Eeva Jalavisto chiamarono la sostanza emopoietica “eritropoietina”. K.R. Reissman e Allan J. Erslev hanno dimostrato che una certa sostanza, circolante nel sangue, è in grado di stimolare la produzione di globuli rossi e di aumentare l’ematocrito. Questa sostanza è stata purificata e confermata come eritropoietina.[2][3]
Nel 1977, Goldwasser e Kung hanno purificato l’EPO.[4] L’EPO pura ha permesso di identificare parzialmente la sequenza aminoacidica e di isolare il gene.[2] L’EPO sintetica è stata utilizzata per la prima volta con successo per correggere l’anemia nel 1987.[5] Nel 1985, Lin et al. hanno isolato il gene dell’eritropoietina umana da una libreria genomica di fagi e l’hanno utilizzato per produrre l’EPO.[6] Nel 1989, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato l’ormone Epogen per l’uso in alcune anemie.[7][8]
Gregg L. Semenza e Peter J. Ratcliffe hanno studiato il gene dell’EPO e la sua regolazione ossigeno-dipendente. Insieme a William Kaelin Jr. hanno ricevuto il Premio Nobel 2019 per la Fisiologia o la Medicina per la loro scoperta del fattore inducibile dell’ipossia (HIF), che regola il gene dell’EPO, così come altri geni, in risposta all’ipossia.[9]
L’Eritropoietina (/ɪˌrɪθroʊˈpɔɪ. ɪtɪn, -rə-, -pɔɪˈɛtɪn, -ˈiːtɪn/; [10][11][12] EPO), nota anche come eritropoetina, ematopoietina o emopoietina, è una citochina glicoproteica secreta principalmente dai reni in risposta all’ipossia cellulare; stimola la produzione di globuli rossi (eritropoiesi) nel midollo osseo. Bassi livelli di EPO (circa 10mU/mL) sono costantemente secreti in quantità sufficiente a compensare il normale ricambio dei globuli rossi. Le cause comuni di ipossia cellulare che determinano livelli elevati di EPO (fino a 10.000mU/mL) comprendono qualsiasi anemia e l’ipossiemia dovuta a malattie polmonari croniche e alla bocca.
L’Eritropoietina è prodotta dai fibroblasti interstiziali del rene in stretta associazione con il capillare peritubulare e il tubulo contorto prossimale. Viene prodotta anche nelle cellule perisinusoidali del fegato. La produzione epatica predomina nel periodo fetale e perinatale; la produzione renale predomina nell’età adulta. È omologa della trombopoietina.
rhEPO
L’Eritropoietina esogena, l’Eritropoietina umana da DNA ricombinante (rhEPO), viene prodotta con la tecnologia del DNA ricombinante in coltura cellulare e viene chiamata collettivamente agenti stimolanti l’eritropoiesi (ESA): due esempi sono l’epoetina alfa e l’epoetina beta. Gli ESA sono utilizzati nel trattamento dell’anemia nella malattia renale cronica, dell’anemia nella mielodisplasia e dell’anemia da chemioterapia oncologica. I rischi della terapia includono morte, infarto miocardico, ictus, tromboembolismo venoso e recidiva del tumore. Il rischio aumenta quando il trattamento con EPO aumenta i livelli di emoglobina oltre 11g/dL fino a 12g/dL: questo è da evitare.
GATA2
Come accennato, i livelli di eritropoietina nel sangue sono piuttosto bassi in assenza di anemia, circa 10mU/mL. Tuttavia, in caso di stress ipossico, la produzione di EPO può aumentare fino a 1000 volte, raggiungendo 10.000mU/mL di sangue. Negli adulti, l’EPO è sintetizzata principalmente dalle cellule interstiziali nel letto capillare peritubulare della corteccia renale, con quantità aggiuntive prodotte nel fegato,[13][14][15] e nei periciti del cervello.[16] Si ritiene che la regolazione si basi su un meccanismo di feedback che misura l’ossigenazione del sangue e la disponibilità di ferro.[17] I fattori di trascrizione per l’EPO sintetizzati costitutivamente, noti come fattori inducibili dall’ipossia, sono idrossilati e digeriti proteosomicamente in presenza di ossigeno e ferro. Durante la normossia, GATA2 inibisce la regione promotrice dell’EPO. I livelli di GATA2 diminuiscono durante l’ipossia e permettono di promuovere la produzione di EPO.[18]
PGC-1α
La produzione di eritropoietina può essere indotta da HIF-2α e da PGC-1α.[19] L’eritropoietina attiva anche questi fattori, dando luogo a un ciclo di feedback positivo.[19]
È stato dimostrato che l’eritropoietina esercita i suoi effetti legandosi al recettore dell’eritropoietina (EpoR).[20][21] L’EPO si lega al recettore dell’eritropoietina sulla superficie dei progenitori dei globuli rossi e attiva una cascata di segnalazione JAK2. Questo avvia le vie di STAT5, PIK3 e Ras MAPK. Ciò determina la differenziazione, la sopravvivenza e la proliferazione delle cellule eritroidi.[22] Vengono inoltre espressi SOCS1, SOCS3 e CIS, che agiscono come regolatori negativi del segnale delle citochine.[23]
L’espressione del recettore dell’eritropoietina ad alto livello è localizzata nelle cellule progenitrici eritroidi. Sebbene sia stato riferito che i recettori dell’EPO si trovano in una serie di altri tessuti, come il cuore, il muscolo, il rene e il tessuto nervoso periferico/centrale, questi risultati sono confusi dalla non specificità dei reagenti, come gli anticorpi anti-EpoR.[24] In esperimenti controllati, un recettore funzionale dell’EPO non viene rilevato in questi tessuti.[25] Nel flusso sanguigno, gli stessi globuli rossi non esprimono il recettore dell’eritropoietina, quindi non possono rispondere all’EPO. Tuttavia, è stata segnalata una dipendenza indiretta della longevità dei globuli rossi nel sangue dai livelli plasmatici di eritropoietina, un processo definito neocitolisi.[26] Inoltre, vi sono prove inconfutabili che l’espressione del recettore dell’EPO è regolata in modo elevato nelle lesioni cerebrali.[27]
L’eritropoietina è un ormone essenziale per la produzione di globuli rossi. Senza di essa, l’eritropoiesi definitiva non ha luogo. In condizioni di ipossia, il rene produrrà e secernerà eritropoietina per aumentare la produzione di globuli rossi, mirando alle sottopopolazioni di CFU-E, proeritroblasti ed eritroblasti basofili nella differenziazione. L’eritropoietina ha un effetto primario sui progenitori e sui precursori dei globuli rossi (che si trovano nel midollo osseo degli esseri umani), promuovendo la loro sopravvivenza attraverso la protezione di queste cellule dall’apoptosi, o morte cellulare.
IL-6
L’eritropoietina è il fattore eritropoietico primario che coopera con vari altri fattori di crescita (ad esempio, IL-3, IL-6, glucocorticoidi e SCF) coinvolti nello sviluppo della linea eritroide da progenitori multipotenti. Le cellule eritroidi a formazione di unità di esplosione (BFU-E) iniziano a esprimere il recettore per l’eritropoietina e sono sensibili all’eritropoietina. Lo stadio successivo, l’unità formante colonie eritroidi (CFU-E), esprime la massima densità di recettori per l’eritropoietina ed è completamente dipendente dall’eritropoietina per l’ulteriore differenziazione. Anche i precursori dei globuli rossi, i proeritroblasti e gli eritroblasti basofili, esprimono il recettore dell’eritropoietina e ne sono quindi influenzati.
È stato riferito che l’eritropoietina ha una serie di azioni che vanno oltre la stimolazione dell’eritropoiesi, tra cui l’ipertensione dipendente dalla vasocostrizione, la stimolazione dell’angiogenesi e la promozione della sopravvivenza cellulare attraverso l’attivazione dei recettori dell’EPO, con conseguenti effetti anti-apoptotici sui tessuti ischemici. Questa proposta è tuttavia controversa, in quanto numerosi studi non hanno dimostrato alcun effetto.[28] È inoltre incoerente con i bassi livelli di recettori dell’EPO su queste cellule. Gli studi clinici condotti su esseri umani con tessuti ischemici cardiaci, neurali e renali non hanno dimostrato gli stessi benefici osservati negli animali. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato un effetto neuroprotettivo sulla neuropatia diabetica, ma questi dati non sono stati confermati da studi clinici condotti sui nervi peroneo profondo, peroneo superficiale, tibiale e surale.[29]
Come sappiamo, le eritropoietine disponibili come agenti terapeutici sono prodotte con la tecnologia del DNA ricombinante in coltura cellulare e comprendono Epogen/Procrit (epoetina alfa) e Aranesp (darbepoetina alfa); sono utilizzate per il trattamento dell’anemia derivante da malattie renali croniche,[30] dell’anemia indotta dalla chemioterapia in pazienti affetti da cancro, da malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn e colite ulcerosa)[31] e da mielodisplasia dovuta al trattamento del cancro (chemioterapia e radiazioni). I foglietti illustrativi includono avvertenze relative all’aumento del rischio di morte, infarto del miocardio, ictus, tromboembolismo venoso e recidiva del tumore, in particolare quando viene utilizzato per aumentare i livelli di emoglobina a più di 11g/dL – 12g/dL.[32]
L’EPO è altamente glicosilata (40% del peso molecolare totale), con un’emivita nel sangue di circa 5 ore. L’emivita dell’EPO può variare tra le versioni endogene e quelle ricombinanti. L’ulteriore glicosilazione o altre alterazioni dell’EPO attraverso la tecnologia ricombinante hanno portato a un aumento della stabilità dell’EPO nel sangue (richiedendo così iniezioni meno frequenti).
EPO come PEDs
Come farmaco per il miglioramento delle prestazioni, l’EPO è stato vietato dall’inizio degli anni ’90, ma un primo test non è stato disponibile fino alle Olimpiadi estive del 2000. Prima che questo test fosse disponibile, alcuni atleti sono stati sanzionati dopo aver confessato di aver fatto uso di EPO, ad esempio nel caso Festina, quando fu trovata un’auto con prodotti dopanti per la squadra ciclistica Festina.
A questo punto, però, è necessario comprendere le questioni di fondo relative all’uso dell’EPO nello sport e, in particolare, il suo impatto sulle prestazioni ciclistiche. Molti atleti agonisti e osservatori ritengono che l’EPO migliori le prestazioni atletiche aumentando la produzione di globuli rossi e l’apporto di ossigeno ai muscoli. Come abbiamo visto precedentemente, infatti, la rHuEPO clinica viene utilizzata per trattare l’anemia, aumentando il numero di globuli rossi nei pazienti, il che implica che potrebbe fare lo stesso per gli atleti. Questa logica ha contribuito al suo status di sostanza vietata dalla maggior parte delle agenzie antidoping, a partire proprio dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1990.
Tuttavia, nonostante questa convinzione diffusa e il suo uso illecito tra gli atleti, è difficile trovare prove scientifiche concrete a sostegno dei suoi effetti di miglioramento delle prestazioni nei ciclisti ben allenati.
Mentre molti si concentrano sul potenziale dell’EPO di aumentare la massa dei globuli rossi e la capacità di trasportare ossigeno, altri, più previdenti, ritengono che il suo uso improprio possa portare a gravi effetti negativi. Sono state rilasciate innumerevoli dichiarazioni relative a complicazioni cardiovascolari come ipertensione, trombosi e aumento del rischio di ictus, nonché a disturbi ematologici come la policitemia.
Inoltre, alcuni avvertono che la somministrazione o il dosaggio improprio dell’EPO possono provocare uno squilibrio nella produzione di globuli rossi, portando a livelli pericolosi di ematocrito e viscosità, che a loro volta possono aumentare il rischio di coaguli di sangue e altri eventi cardiovascolari. Tuttavia, come abbiamo detto in questa serie, i presunti pericoli dell’EPO nel ciclismo di prestazione sono stati oggetto di analisi e studi, che hanno dimostrato che le agenzie sportive si sono spesso basate su affermazioni non comprovate.
Sebbene alcuni considerino l’EPO tra i migliori farmaci per il miglioramento delle prestazioni nel ciclismo, esistono studi che ne confermano la potenziale pericolosità.
Sebbene l’entità dei rischi associati all’uso dell’eritropoietina (EPO) negli atleti rimanga incerta, i dati provenienti da revisioni della letteratura e da studi condotti su soggetti sani e allenati forniscono indicazioni sui potenziali pericoli.
Pressione sanguigna sistolica
In uno studio, i ricercatori hanno notato un notevole aumento della pressione arteriosa sistolica, sia a riposo che durante l’esercizio submassimale, in seguito alla somministrazione di EPO. L’aumento della pressione arteriosa può predisporre gli atleti a complicazioni cardiovascolari, tra cui l’ipertensione e l’aumento del rischio di eventi trombotici.
Eventi trombotici
Le evidenze delle revisioni della letteratura evidenziano anche un’elevata incidenza di eventi trombotici nei pazienti trattati con dosi elevate di rHuEPO rispetto a quelli che ricevono un placebo. Tuttavia, è importante notare che questi studi hanno tipicamente utilizzato dosi significativamente superiori a quelle comunemente utilizzate negli studi sulle prestazioni di resistenza. Fattori come l’aumento della viscosità del sangue, l’aumento della coagulazione, l’attivazione endoteliale, la reattività piastrinica e l’infiammazione possono contribuire a questi eventi avversi.
Impatto con l’esercizio fisico
È inoltre importante considerare i cambiamenti fisiologici indotti dall’esercizio fisico acuto. Questi impatti includono riduzioni del volume plasmatico e del volume sanguigno accompagnate da un aumento dell’ematocrito, potenzialmente in grado di esacerbare il rischio di eventi trombotici negli atleti di resistenza, soprattutto in condizioni di disidratazione e ipertermia.
Non conclusività delle prove
Sebbene questi risultati suggeriscano potenziali pericoli associati all’uso di EPO negli atleti, mancano prove conclusive. Non è possibile trarre conclusioni definitive senza studi di ricerca ben progettati che analizzino specificamente gli effetti dell’EPO sulle prestazioni e sulla sicurezza dei ciclisti d’élite.
Heuberger et al. [33] hanno progettato uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo per affrontare le incertezze che circondano gli effetti e la sicurezza dell’uso dell’EPO in ciclisti ben allenati. Questo studio si propone di analizzare in modo rigoroso l’impatto di NeoRecormon, una forma di eritropoietina umana ricombinante sintetica, sulle prestazioni e sui parametri di sicurezza nei ciclisti d’élite.
Lo studio si è concentrato sugli effetti su ciclisti ben allenati, comprendendo 48 soggetti sani e stabili dal punto di vista medico, reclutati tramite pubblicità sui media e associazioni ciclistiche. Questi soggetti sono stati selezionati per rappresentare l’élite del ciclismo, con un alto livello di forma fisica ed esperienza di allenamento. Il protocollo dello studio prevedeva un periodo di 8 settimane durante il quale i partecipanti sarebbero stati assegnati in modo casuale a ricevere NeoRecormon o un placebo.
NeoRecormon è stato somministrato a dosi di 2000, 5000 o tra 6000 e 10.000 UI alla settimana. L’obiettivo era quello di raggiungere l’intervallo prefissato, con aggiustamenti necessari in base ai risultati dell’emoglobina (Hb) o dell’ematocrito (Ht).
Lo studio ha avuto una durata totale di 129 giorni, con un periodo di trattamento di 8 settimane. Questo lasso di tempo ha permesso di valutare in modo completo le prestazioni e la sicurezza dopo la somministrazione di NeoRecormon. Prima e dopo il periodo di intervento sono state condotte valutazioni dettagliate delle metriche di prestazione, tra cui resistenza, potenza e utilizzo dell’ossigeno.
Obiettivi primari
L’obiettivo dello studio era esplorare gli effetti di NeoRecormon sulle prestazioni ciclistiche in ciclisti ben allenati. L’obiettivo è stato raggiunto con diversi mezzi, tra cui valutazioni separate delle prestazioni in test da sforzo, in condizioni di gara e la misurazione dei marcatori ematologici tramite il Passaporto Biologico dell’Atleta. Sono state effettuate anche misurazioni del flusso sanguigno per valutare le risposte fisiologiche alla somministrazione di EPO.
Obiettivi secondari
Gli obiettivi secondari comprendevano un’ulteriore esplorazione degli effetti del NeoRecormon in un contesto di gara su strada, per facilitare la determinazione della sua capacità tra gli integratori e i farmaci che migliorano le prestazioni ciclistiche. Altri obiettivi comprendevano una valutazione completa del suo profilo di sicurezza in ciclisti ben allenati e una valutazione dei metodi di rilevamento del doping per l’uso del NeoRecormon.
I risultati dello studio
La valutazione della sicurezza del trattamento con rHuEPO in ciclisti ben allenati ha rivelato risultati rassicuranti. I segni vitali come il peso, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna erano simili tra i due gruppi di trattamento, mentre gli eventi avversi osservati erano da lievi a moderati e comparabili tra i gruppi. In particolare, non sono stati segnalati eventi avversi gravi (di grado 3 o peggiore) in nessuno dei due gruppi.
Mentre alcuni marcatori della funzione endoteliale hanno mostrato un leggero aumento con il trattamento con rHuEPO, suggerendo un potenziale aumento della trombogenicità, non ci sono stati segni clinici di effetti avversi associati alla somministrazione di rHuEPO.
In termini di miglioramento delle prestazioni, il trattamento con rHuEPO ha portato a miglioramenti nei test di laboratorio di esercizio massimale, con conseguente aumento della resistenza e delle prestazioni. Tuttavia, i suoi effetti sui test di esercizio submassimale e sulle prestazioni nelle corse su strada non sono stati rilevabili. Nel complesso, i risultati dello studio sono stati meno pronunciati rispetto alle affermazioni spesso riportate nella letteratura popolare e nei resoconti aneddotici. Ciò sottolinea l’importanza di una ricerca basata sull’evidenza per valutare l’efficacia e la sicurezza di interventi di miglioramento delle prestazioni come l’EPO.
L’assenza di effetti significativi di miglioramento delle prestazioni osservati nello studio può essere attribuita a diversi fattori:
Differenze contestuali
Gli effetti dell’EPO possono essere più pronunciati in eventi a più tappe come il Tour de France, in cui la resistenza e il recupero giocano un ruolo critico, rispetto a gare di un solo giorno come quella del Mont Ventoux inclusa nello studio. La durata e l’intensità degli eventi possono influenzare la rilevabilità degli effetti dell’EPO.
Dimensione dello studio e potenza statistica
La dimensione del campione dello studio potrebbe essere stata insufficiente per rilevare sottili differenze nei risultati delle prestazioni, in particolare nel contesto della corsa su strada. La complessità della misurazione delle prestazioni nelle competizioni ciclistiche reali e la variabilità inerente alle prestazioni dei singoli atleti possono aver limitato la potenza statistica dello studio nel rilevare effetti significativi.
Entità ridotta dei benefici
È possibile che i benefici della rHuEPO sulle prestazioni, pur essendo presenti, siano minori di quanto si tende a sostenere o a credere, il che li rende difficili da distinguere in assenza di campioni più ampi o di tecniche di misurazione più sensibili.
Conclusioni sulla sicurezza dell’EPO e sul miglioramento delle prestazioni
Sulla base dei risultati dello studio controllato in doppio cieco, la sicurezza dell’uso dell’EPO per migliorare le prestazioni ciclistiche rimane un argomento di dibattito e di cautela. Sebbene non siano state osservate differenze significative negli eventi avversi tra i gruppi EPO e placebo, lo studio ha rivelato un aumento preoccupante dei marcatori endoteliali, in particolare E-selectina e P-selectina, associati a trombogenicità e infiammazione.
Questi risultati suggeriscono un potenziale aumento del rischio cardiovascolare associato al trattamento con rHuEPO, che potrebbe non essere stato adeguatamente colto a causa della bassa incidenza di eventi cardiovascolari negli atleti sani. La limitata potenza dello studio nel rilevare tali rischi sottolinea la necessità di ulteriori ricerche con campioni di dimensioni maggiori e periodi di follow-up più lunghi.
Dato l’uso diffuso e non controllato della rHuEPO tra gli atleti, non si può escludere il rischio potenziale di eventi cardiovascolari. Pertanto, sebbene l’EPO possa offrire benefici per le prestazioni, il suo uso deve essere affrontato con cautela e gli atleti devono essere consapevoli dei potenziali rischi associati alla sua somministrazione.
Per il futuro, è indispensabile condurre studi su larga scala con periodi di follow-up prolungati per valutare in modo completo la sicurezza e l’efficacia dell’uso dell’EPO nei ciclisti ben allenati. È necessario implementare politiche e regolamenti basati sull’evidenza per mitigare i potenziali rischi associati all’abuso di sostanze che migliorano le prestazioni, evitando consapevolmente di usare iperboli o esagerazioni per demonizzare una sostanza.
Comprendere il protocollo di dosaggio dell’EPO
I ricercatori del CHDR hanno progettato e attuato con cura un protocollo di dosaggio dell’EPO [33], con l’obiettivo di replicare le pratiche note nel ciclismo professionistico, garantendo al contempo la sicurezza dei partecipanti e il rispetto degli standard etici. I partecipanti assegnati al gruppo rHuEPO (eritropoietina umana ricombinante) hanno ricevuto otto dosi totali durante il periodo di studio.
Il regime di dosaggio prevedeva la somministrazione di una dose media di rHuEPO, sotto forma di NeoRecormon, di 5000 UI per partecipante a settimana durante le prime 4 settimane dello studio. Successivamente, la dose è stata aumentata a 7000 UI a settimana per le restanti 4 settimane. Per mitigare il rischio di parametri ematologici eccessivi, ai partecipanti che hanno superato un aumento del 15% dell’emoglobina rispetto al basale o che hanno raggiunto una concentrazione di ematocrito superiore al 52% sono state somministrate iniezioni di placebo in cinque occasioni.
La dose media di rHuEPO somministrata per tutto il periodo di studio è stata di 48.000 UI, pari a una media di 6000 UI a settimana. Questa strategia di dosaggio ha determinato un aumento sostanziale della concentrazione di emoglobina, con un incremento medio del 12% fino a 10,2 mmol/L, e un aumento del 16% dei livelli di ematocrito, che ha raggiunto il 50%. Al contrario, i partecipanti al gruppo placebo hanno mostrato concentrazioni di emoglobina ed ematocrito relativamente stabili per tutta la durata dello studio.
I diari dei partecipanti sono stati tenuti con una documentazione meticolosa, contribuendo a confermare l’aderenza al regime di integrazione prescritto per tutto il periodo dello studio, garantendo coerenza e affidabilità nella somministrazione delle dosi di rHuEPO.
In seguito, approfondiremo il razionale di questa strategia di dosaggio, le sue implicazioni per le prestazioni ciclistiche e il contesto più ampio delle linee guida per il dosaggio dell’EPO sotto controllo medico.
Un esempio di protocollo di 8 settimane
Un esempio di protocollo di 8 settimane per la somministrazione di NeoRecormon potrebbe essere il seguente:
Settimana 1-4: Dosaggio di NeoRecormon da 2000 a 10.000 UI alla settimana (aggiustato in base alle misurazioni di Hb e Ht).
Settimana 5-8: continui aggiustamenti del dosaggio di NeoRecormon secondo le necessità, con regolare monitoraggio dei parametri ematologici.
Integrazione giornaliera: 50 mg di vitamina C e 200 mg di ferro per ottimizzare l’assorbimento e la salute generale.
I dettagli del dosaggio di NeoRecormon spiegati
Il farmaco sperimentale utilizzato nello studio era l’eritropoietina umana ricombinante (rHuEPO) NeoRecormon, contenente il principio attivo Epoëtine beta. NeoRecormon è stato somministrato per via sottocutanea (nel tessuto adiposo sotto la pelle) ai partecipanti rispettando uno schema di dosaggio attentamente studiato, nella speranza di ottimizzare i parametri ematologici riducendo al minimo i rischi potenziali.
Il protocollo di dosaggio di NeoRecormon si è basato su uno schema decisionale completo, ideato per guidare i ricercatori nell’aggiustamento del dosaggio in base alle caratteristiche e alle risposte dei singoli partecipanti, in particolare alla concentrazione di emoglobina (Hb) e ai livelli di ematocrito (Ht). Questo albero decisionale è stato un aiuto visivo per facilitare il processo decisionale in tempo reale per quanto riguarda gli aggiustamenti durante il periodo di trattamento di 8 settimane.
L’albero decisionale delineava vari scenari basati sulle misurazioni di Hb e Ht prima di ogni somministrazione di NeoRecormon o placebo. Se l’Ht di un partecipante superava il 52%, indicando un alto rischio di complicazioni ematologiche, la somministrazione del dosaggio veniva prontamente interrotta per ridurre i rischi potenziali. Al contrario, se i livelli di Ht erano inferiori al 52%, l’albero decisionale indirizzava i ricercatori a valutare la concentrazione di Hb del partecipante per determinare il dosaggio appropriato di NeoRecormon.
Ecco le fasi dell’albero decisionale in dettaglio:
Se il livello di Ht raggiungeva un valore superiore o uguale al 52%, il doping veniva interrotto. Se i livelli di Hb scendono al di sotto di circa 1,15x, anche il dosaggio si interrompe.
Se i livelli di Hb erano superiori o uguali a 1,10x, il dosaggio sarebbe rimasto a 2000IU/settimana.
Se la situazione non si fosse evoluta prima di 5 settimane, il dosaggio sarebbe arrivato a 5000IU/settimana; se la situazione non si fosse evoluta dopo 5 settimane o più, il dosaggio sarebbe stato aumentato a più o uguale a 6000IU/settimana, con un dosaggio massimo di 10.000IU/settimana.
Il dosaggio di NeoRecormon variava da 2.000 a 10.000 UI alla settimana, con la flessibilità di aggiustare questo intervallo in base alla risposta di ciascun partecipante al trattamento. Questo intervallo di dosaggio è stato concepito per garantire l’efficacia nell’innalzare i livelli di Hb e Ht all’interno dell’intervallo target, riducendo al minimo il rischio di effetti avversi.
Valutazione dei benefici e dei rischi
NeoRecormon è un farmaco registrato con un profilo di sicurezza noto, che lo rende adatto all’uso in contesti di ricerca. Tuttavia, i ricercatori hanno riconosciuto la possibilità di effetti collaterali, tra cui reazioni anafilattoidi, anche se con un basso tasso di incidenza di ≤1 su 10.000 casi. Per questo motivo, tutte le somministrazioni del farmaco in studio sono state condotte in un ambiente clinico sotto stretta supervisione medica, contribuendo a mitigare i rischi.
Metodologia di monitoraggio
I partecipanti sono stati monitorati attentamente per tutta la durata dello studio e le loro condizioni mediche sono state valutate regolarmente per garantire la sicurezza e il benessere. Gli aggiustamenti del dosaggio sono stati effettuati, se necessario, in base ai parametri ematologici e alle risposte individuali al trattamento, guidati dall’algoritmo dell’albero decisionale.
Rispettando il protocollo di dosaggio prescritto, seguendo accuratamente l’albero decisionale e implementando rigorose misure di sicurezza, i ricercatori miravano a ottimizzare l’efficacia e la sicurezza della somministrazione di NeoRecormon nel migliorare le prestazioni ciclistiche dei partecipanti.
Valutazione della sicurezza e del rischio dell’uso di NeoRecormon
NeoRecormon, un’eritropoietina umana ricombinante (rHuEPO), è comunemente utilizzato in ambito clinico per il trattamento di diverse condizioni mediche, tra cui l’anemia associata a malattie renali croniche e alla chemioterapia del cancro. Il suo profilo di sicurezza è stato ampiamente studiato, con linee guida di dosaggio ben stabilite per garantire l’efficacia (in questi contesti medici) riducendo al minimo i rischi potenziali.
Il rischio più comunemente associato a NeoRecormon riguarda il suo potenziale aumento dei livelli di ematocrito e di emoglobina che, se elevati eccessivamente, possono portare a complicazioni come trombosi, ipertensione ed eventi cardiovascolari. Tuttavia, se somministrato entro gli intervalli di dosaggio raccomandati, NeoRecormon è generalmente considerato sicuro ed efficace per gli scopi medici previsti. La ricerca ha anche dimostrato che l’aumento delle prestazioni dell’EPO probabilmente non è così pericoloso come le organizzazioni antidoping vorrebbero far credere al pubblico.
Confronto con un programma di pre-donazione di sangue autologo
Gli effetti dell’uso di NeoRecormon nei pazienti che partecipano a programmi di pre-donazione di sangue autologo assomigliano molto a quelli dei volontari sani. In entrambi gli scenari, è stato riconosciuto un aumento della produzione di globuli rossi. Il Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (SmPC) per NeoRecormon in un programma di pre-donazione di sangue autologo specifica una dose massima raccomandata di 1200 UI/kg a settimana per somministrazione sottocutanea, equivalente a 90.000 UI per un individuo di 75 kg.
In questo protocollo di dosaggio dell’EPO, che prevede dosi pianificate da 2.000 a 10.000 UI alla settimana, i dosaggi di NeoRecormon sono ben al di sotto del limite massimo raccomandato. Pertanto, il rischio associato alla somministrazione di NeoRecormon nello studio è considerato piccolo e accettabile.
Integrazione obbligatoria
Per sostenere gli effetti fisiologici della somministrazione di NeoRecormon e ridurre i rischi potenziali, ai partecipanti è stata prescritta un’integrazione giornaliera obbligatoria di 50 mg di vitamina C (acido ascorbico) e 200 mg di ferro (ferrofumarato) per tutto il periodo di trattamento di 8 settimane. Questi integratori contribuiscono a ottimizzare il metabolismo del ferro, l’eritropoiesi e la salute generale durante la terapia con EPO.
Supervisione medica e misure di Harm Reduction
La supervisione medica durante la somministrazione di NeoRecormon controlla da vicino i parametri ematologici, i segni vitali e lo stato di salute generale dei partecipanti, con controlli dettagliati eseguiti prima di ogni dose, il che significa 8 controlli durante tutto il processo. I partecipanti hanno sempre ricevuto le iniezioni in un ambiente clinico sotto la diretta supervisione di un professionista sanitario, garantendo una corretta somministrazione e la gestione immediata di eventuali reazioni avverse.
Le misure di Harm Reduction includono:
Valutazione settimanale dei parametri ematologici per individuare e prevenire aumenti eccessivi dei livelli di Hb e Ht.
Fornitura di un’integrazione obbligatoria di vitamina C e ferro per supportare l’eritropoiesi e minimizzare il rischio di carenza di ferro.
Interruzione tempestiva del dosaggio di NeoRecormon se i parametri ematologici superano soglie predefinite o se si verificano reazioni avverse.
Esami del sangue effettuati
Durante lo studio, i partecipanti sono stati inoltre sottoposti a esami del sangue settimanali per monitorare i parametri ematologici, tra cui:
Concentrazione di emoglobina
Livelli di ematocrito
Conteggio dei globuli rossi
Conteggio delle piastrine
Profilo di coagulazione
Questi esami del sangue hanno fornito informazioni cruciali per valutare la sicurezza e l’efficacia della somministrazione di NeoRecormon e per guidare gli aggiustamenti del dosaggio, se necessario.
Implicazioni per i medici dello sport e per i pazienti che praticano l’automedicazione
Per i medici sportivi che si trovano di fronte a pazienti che si curano da soli con l’EPO o che ne considerano l’uso per migliorare le prestazioni, questa ricerca fornisce indicazioni preziose su ciò che costituisce un protocollo di dosaggio supervisionato da un medico con le giuste misure di sicurezza. Lo studio sottolinea l’importanza di livelli di dosaggio accurati, di un monitoraggio regolare dei parametri ematologici e dell’aderenza ai regimi di integrazione per ridurre i rischi potenziali e ottimizzare i benefici.
Criteri per i dosaggi iniziali, per le modifiche o per l’interruzione del trattamento
I criteri che hanno portato alla direzione degli aggiustamenti sono stati:
Parametri ematologici di base (livelli di Hb e Ht)
Risposta ai dosaggi iniziali (per esempio, tasso di aumento di Hb e Ht)
Valori di soglia per le concentrazioni di Hb e Ht per evitare aumenti eccessivi
Comparsa di reazioni avverse o di sintomi suggestivi di complicazioni ematologiche
Questi criteri hanno guidato i ricercatori nell’individualizzazione dei regimi di trattamento e nel garantire la sicurezza dei partecipanti durante lo studio.
Rischi ed effetti collaterali monitorati
I ricercatori hanno monitorato attentamente i partecipanti per individuare potenziali rischi ed effetti collaterali, tra cui:
Aumento eccessivo dei livelli di Hb e Ht con conseguenti complicazioni ematologiche (ad es. trombosi, ipertensione).
Reazioni anafilattoidi o risposte allergiche alle iniezioni di NeoRecormon.
Carenza di ferro o disturbi del metabolismo del ferro dovuti all’aumento dell’eritropoiesi.
La valutazione regolare dei parametri ematologici e la valutazione clinica hanno permesso di individuare e gestire precocemente gli eventi avversi, riducendo al minimo il loro impatto sulla sicurezza e sul benessere dei partecipanti.
Conclusioni:
Uno studio del 2007 ha dimostrato che l’EPO ha un effetto significativo sulle prestazioni di esercizio.[chiarisci][https://link.springer.com/article/] Uno studio del 2017 ha dimostrato che allo sforzo submassimale gli effetti dell’EPO non erano distinguibili da quelli del placebo. Si afferma che “[Allo] sforzo [submassimale]…[la potenza media] non differiva tra i gruppi”. Tuttavia, “alla potenza massima [da sforzo] era più alta nel gruppo rHuEPO rispetto al gruppo placebo”. Quindi, anche se non c’erano differenze a livelli inferiori di sforzo, allo sforzo massimale il gruppo EPO ha comunque ottenuto risultati migliori rispetto al gruppo placebo.[https://www.thelancet.com/]
Ma attraverso l’approfondimento di questo articolo abbiamo compreso che il protocollo di dosaggio qui discusso fa luce sull’uso potenziale dell’EPO per migliorare le prestazioni ciclistiche sotto supervisione, e con questo articolo è stato dimostrato che potrebbe essere efficace in determinati contesti. Questo protocollo è un’ottima risorsa per chi sta valutando l’uso dell’EPO e sottolinea l’importanza di aderire a pratiche scientificamente valide per ottimizzare i risultati dando priorità alla sicurezza.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
Riferimenti:
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I reni sono responsabili, tra l’altro, del filtraggio del sangue e della produzione di urina. Lo fanno creando un filtrato dalle grandi quantità di sangue che li attraversano. Di solito, più di un litro di sangue passa attraverso i reni ogni minuto. Se si sottrae la frazione non fluida, lasciando quindi il plasma sanguigno, questo si traduce in circa 625 ml di plasma sanguigno che passa attraverso i reni ogni minuto. Circa un quinto di questo fluido viene filtrato attraverso i capillari glomerulari (vedi figura sotto) in ogni singolo nefrone di cui sono composti i reni. Il nefrone è l’unità funzionale del rene. Ciascuno di essi è in grado di filtrare il sangue e di produrre l’urina. Un rene è composto all’incirca da 1 milione di nefroni, ma la percentuale varia notevolmente da una persona all’altra [1]. Il fluido che viene filtrato attraverso i capillari glomerulari viene catturato in un “sacco” chiamato capsula di Bowman. La velocità con cui questo fluido, o filtrato glomerulare, viene catturato collettivamente nella capsula di Bowman da tutti i nefroni al minuto è definita velocità di filtrazione glomerulare (eGFR). Negli adulti sani è di circa 125mL/min (il 20% dei 625mL/min di cui sopra).
Circa 625 mL/min di flusso di plasma renale (RPF) passano attraverso i reni, di cui 125 mL/min vengono catturati dalla capsula di Bowman. Di conseguenza, quasi tutto questo viene riassorbito (REAB; 124 mL/min), portando a una produzione di urina di circa 1 mL/min. Immagine tratta da Guyton and Hall Textbook of Medical Physiology 13a edizione.
Stima della velocità di filtrazione glomerulare (eGFR)
La stima del eGFR viene utilizzata come indicatore della funzione renale. Il metodo migliore per farlo è utilizzare una sostanza che viene filtrata liberamente dal glomerulo e non viene né secreta, né riassorbita, né sintetizzata, né metabolizzata dal rene. Pertanto, qualsiasi quantità di sostanza venga filtrata dal glomerulo viene escreta anche nelle urine. Pertanto, l’eGFR può essere ricavato con precisione dalle misurazioni delle urine e dalla conoscenza della quantità somministrata. Il gold standard per misurarlo è l’utilizzo di una sostanza chiamata inulina. È poco utilizzata nella pratica perché è costosa, la maggior parte dei laboratori non è in grado di dosarla e per una valutazione più accurata è necessaria un’endovena con diversi campioni di sangue e la cateterizzazione della vescica. Tutto sommato, non è molto pratico.
Per questo motivo, l’eGFR viene spesso stimato in base alla concentrazione di creatinina nel siero. La creatinina non viene riassorbita o metabolizzata dai reni e viene filtrata liberamente a livello del glomerulo. Inoltre, l’apporto dal tessuto muscolare scheletrico è costante (essendo un prodotto di degradazione della creatina), per cui non è necessario somministrarla per via endovenosa, a differenza dell’inulina. Tuttavia, può verificarsi una significativa secrezione tubulare di creatinina [2]. Pertanto, pur non essendo assolutamente perfetta, queste proprietà della creatinina la rendono comunque utile per ricavare l’eGFR. Sono state stabilite diverse formule che possono fornire una stima del eGFR in base alla sua concentrazione. Tutte si basano sul presupposto che livelli di creatinina più elevati implicano una minore eliminazione di creatinina, ovvero una diminuzione del eGFR.
La formula attualmente raccomandata nella pratica clinica è l’equazione della Chronic Kidney Disease Epidemiology Collaboration (CKD-EPI) [3]. In precedenza, veniva comunemente utilizzata la Modification of Diet in Renal Disease (MDRD). L’equazione CKD-EPI tiene conto, oltre che della concentrazione di creatinina sierica, del sesso, dell’età e del gruppo etnico ed è corretta per un’area di superficie corporea di 1,73 m2. In questo modo si ottengono valori di eGFR con un’unità di misura di mL/min/1,73m2. Un eGFR normale o elevato è considerato superiore a 90 [3].
Problemi con l’eGFR basato sulla creatinina negli utilizzatori di AAS
La stima del eGFR basata sulla concentrazione di creatinina nel siero è notoriamente inaffidabile nei soggetti muscolosi. Poiché il muscolo è il principale sito di immagazzinamento della creatina nell’organismo, i soggetti muscolosi hanno una maggiore quantità di creatina nel corpo. Di conseguenza, anche il tasso di produzione di creatinina è più elevato. Di conseguenza, con tassi di clearance simili, anche i livelli di creatinina nel siero saranno più elevati. Di conseguenza, queste formule sottostimano il vero eGFR. Un altro problema che si presenta in questa popolazione è quello causato dall’integrazione di creatina. L’integrazione di creatina è una pratica comune tra i soggetti che si allenano contro-resistenza ed è efficace nell’aumentare le riserve corporee di creatina [4]. Di conseguenza, la produzione di creatinina è in assoluto più elevata. Inoltre, la creatina etil-estere in particolare può portare a un forte aumento dei livelli di creatinina nel siero [5, 6]. Il motivo più probabile è che la creatina etil-estere viene rapidamente degradata in creatinina nell’organismo dopo l’ingestione [7]. Anche l’ingestione di carne cotta può aumentare transitoriamente i livelli di creatinina nel siero per diverse ore [8]. Inoltre, ci sono prove che indicano che l’uso di steroidi anabolizzanti potrebbe aumentare la biosintesi della creatina. La creatina viene sintetizzata con un meccanismo a due fasi, come illustrato di seguito:
La reazione catalizzata dall’AGAT, che forma l’acido guanidinoacetico, è la fase limitante della sintesi della creatina [9]. È stato riscontrato che la somministrazione di uno steroide anabolizzante (17α-metil testosterone) aumenta l’espressione di AGAT [10]. Inoltre, ha aumentato l’escrezione di acido guanidinoacetico nelle urine del 70%. L’insieme di questi dati suggerisce fortemente che gli steroidi anabolizzanti, almeno quelli biodisponibili per via orale, stimolano la biosintesi della creatina. Di conseguenza, potrebbero aumentare l’accumulo di creatina e quindi influenzare anche il tasso assoluto di produzione di creatinina. Infine, la maggior parte dei consumatori di steroidi anabolizzanti consuma anche una dieta ad alto contenuto proteico. È stato riscontrato che una dieta ad alto contenuto proteico aumenta la eGFR [11]. Si noti che non si tratta di una sovrastima del eGFR, ma di un leggero aumento del eGFR reale.
Riassumendo, i seguenti fattori possono influenzare i livelli di creatinina sierica e quindi l’eGFR stimato senza influenzare effettivamente l’eGFR reale:
Essere più muscolosi
Integrazione di creatina (in particolare di creatina etil-estere)
Aver mangiato carne cotta nelle ore precedenti la misurazione
Assunzione di steroidi anabolizzanti (per via orale).
Detto questo, se si tiene conto del fatto che l’eGFR sarà alterato da questi fattori, si possono comunque osservare variazioni dell’eGFR nel tempo. Supponendo di mantenere tutto abbastanza costante, queste variazioni possono essere indicative di cambiamenti nella velocità di filtrazione glomerulare.
Gli AAS influenzano l’eGFR basato sulla creatinina
Pochi studi hanno misurato l’effetto degli steroidi anabolizzanti, in particolare del Testosterone Enantato, sui livelli di creatinina sierica. Bhasin et al. hanno riportato un lieve aumento da 1,0mg/dL a 1,1mg/dL in uomini normali che ricevevano 600mg di Testosterone Enantato settimanalmente in associazione a esercizi contro-resistenza [12]. Tuttavia, uno studio successivo dello stesso gruppo non ha rilevato cambiamenti significativi nei livelli di creatinina sierica in giovani uomini sani che ricevevano dosi graduate di Testosterone Enantato da 25 a 600mg settimanali per una durata di 20 settimane [13]. Lo stesso gruppo, sempre con un design di studio simile, ma in uomini più anziani, ha riscontrato un aumento da 1,03 a 1,17mg/dL negli uomini che ricevevano 600mg settimanali e da 1,12 a 1,19mg/dL nel gruppo che riceveva 125mg settimanali (che è limite di dosaggio della terapia sostitutiva del Testosterone [TRT]) [14]. Anche uno studio che ha fornito il proormone orale 1-androsterone al dosaggio di 330mg al giorno per 4 settimane ha rilevato un aumento da 1,1mg/dL a 1,3mg/dL dei livelli di creatinina sierica [15]. Gli autori hanno anche calcolato l’eGFR, che è sceso da 88,3 a 71,9ml/min/1,73m2. Non è chiaro se questi aumenti della creatinina sierica riflettano un’effettiva diminuzione del eGFR o se siano semplicemente artefatti derivanti dai problemi relativi all’eGFR basato sulla creatinina, come sottolineato in precedenza. In particolare, non sono note disfunzioni o malattie renali causate dagli steroidi anabolizzanti, ad eccezione di alcuni casi riportati.
Alternative all’eGFR basato sulla creatinina
Nei casi in cui vi siano chiare ragioni per sospettare che l’eGFR basato sui livelli di creatinina sierica sia impreciso, si possono utilizzare alcuni metodi alternativi. Uno di questi si basa sulla misurazione dei livelli di cistatina C nel siero. L’idea è più o meno simile a quella della misurazione della creatinina. La differenza principale è che la cistatina C è prodotta da tutte le cellule (nucleate) a un tasso relativamente costante. Tuttavia, una differenza importante è che una certa metabolizzazione della sostanza avviene nei tubuli. Inoltre, mentre inizialmente si pensava che non fosse influenzata dal sesso, dall’età o dalla massa muscolare, le prove che si stanno accumulando suggeriscono che in realtà lo sia. Diversi studi hanno rilevato che è influenzato da sesso, età, razza, peso, altezza, composizione corporea e stato di fumatore [16, 17, 18]. Tuttavia, uno studio ha concluso che la cistatina C potrebbe rappresentare un’alternativa più adeguata per valutare la funzione renale nei soggetti con massa muscolare più elevata quando si sospetta una lieve compromissione renale [19]. È probabile che l’eGFR basato sulla cistatina C possa fornire un’immagine più chiara del vero eGFR di quanto non faccia l’eGFR basato sulla creatinina nei soggetti allenati contro-resistenza che fanno o non fanno uso di steroidi anabolizzanti. Infine, i dati suggeriscono che la combinazione delle due misurazioni potrebbe addirittura fornire un quadro ancora più accurato di una delle due da sola nella malattia renale cronica [20]. Tuttavia, questi dati non sono stati verificati in modo specifico nei soggetti muscolosi/bodybuilder.
Negli studi di ricerca vengono utilizzati anche marcatori più affidabili come lo Iotalamato e lo Ioexolo. Entrambi possono essere utilizzati con una singola iniezione in bolo, ma richiedono misurazioni plasmatiche multiple. Tuttavia, sono entrambi poco costosi e forniscono stime migliori rispetto all’eGFR basato sulla creatinina/cistatina C. L’Iotalamato, per quanto ne so, è il meno utilizzato nella pratica clinica ed è radioattivo (lo Ioexolo non lo è). Lo Iohexolo comporta un piccolo rischio di nefrotossicità e di reazione allergica (soprattutto ad alte dosi). Lo menziono più per completezza che per altro, in quanto non è qualcosa che dovrebbe essere usato di routine.
Glomerulosclerosi focale segmentale (FSGS) e rilevamento del danno renale con la misurazione delle urine
In letteratura ci sono pochissime segnalazioni di steroidi anabolizzanti dannosi per i reni. Un articolo degno di nota che riporta disfunzioni renali nei consumatori di steroidi anabolizzanti è quello del 2010 di Herlitz et al. [21]. Descrive 10 pazienti provenienti dagli archivi del loro laboratorio di patologia renale in un periodo di 10 anni. I pazienti erano tutti culturisti con una lunga storia di uso di steroidi anabolizzanti. Sono state prelevate biopsie renali che hanno rivelato una glomerulosclerosi focale segmentaria (FSGS) in nove di loro, e quattro di loro presentavano anche glomerulomegalia. In uno dei pazienti non sono stati riscontrati segni di FSGS, ma solo di glomerulomegalia. Che cos’è la FSGS? È un termine un po’ generico per indicare un gruppo di malattie che portano a lesioni glomerulari, mediate da diversi insulti diretti o inerenti al podocita (le cellule che formano la superficie esterna dei capillari glomerulari) [22]. O forse, per meglio dire, è un reperto istologico che non indica necessariamente una malattia specifica. In ogni caso, nella FSGS i podociti iniziano a cambiare forma, diventando più o meno appiattiti (effacement). A un certo punto, il podocita muore e si stacca dalla membrana basale. Poiché i podociti sono cosiddetti “differenziati terminali”, non possono andare incontro a divisione cellulare (proliferare). Pertanto, queste cellule vengono sostituite da tessuto connettivo (sclerosi). Ovviamente il tessuto connettivo non funziona come i podociti e quindi la funzione di filtraggio del glomerulo è compromessa.
Questo può manifestarsi con la perdita di proteine nelle urine. Che non dovrebbero esserci (a parte alcune tracce). I bodybuilder di questo studio hanno perso grandi quantità di proteine nelle urine (in media circa 10 grammi al giorno). In prospettiva, di solito non dovrebbe trattarsi di più di qualche milligrammo. Uno dei bodybuilder era addirittura in grado di produrre il proprio frullato proteico, visto che ha fatto la pipì con ben 26 g di proteine al giorno. In particolare, anche la creatinina sierica era marcatamente elevata in questi soggetti. Mentre l’intervallo di normalità va da 0,9mg/dL a 1,3mg/dL, questi soggetti presentavano in media livelli di creatinina sierica pari a 3,0mg/dL, con uno che raggiungeva l’incredibile valore di 7,8mg/dL. Ovviamente, queste grandi deviazioni sono chiaramente causate da una diminuzione della funzione renale.
Ci sono alcune cose che vorrei sottolineare in questo articolo. Uno è che questi bodybuilder non erano bodybuilder medi. Il loro IMC medio era di 35 kg/m2. Erano dannatamente enormi. Quattro di loro hanno ammesso di aver fatto uso di steroidi anabolizzanti in combinazione con il GH e uno di loro con l’Insulina. Inoltre, sei avevano anche l’ipertensione. Di seguito è riportata la foto di uno di loro:
Sono riusciti a effettuare un follow-up di otto dei soggetti dopo la sospensione degli steroidi anabolizzanti (a tutti, tranne uno, erano stati prescritti anche dei farmaci, per lo più inibitori del sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone [RAAS]). Al follow-up, sono stati osservati grandi miglioramenti nella proteinuria e miglioramenti variabili nei livelli di creatinina sierica. In particolare, un paziente è ricaduto nell’uso di steroidi anabolizzanti e ha visto aumentare di nuovo in modo considerevole l’escrezione di proteine nelle urine.
Sebbene sia difficile affermare che tutto questo possa essere il risultato dell’uso di steroidi anabolizzanti, sembra probabile che in alcuni rari casi l’uso cronico eccessivo di steroidi anabolizzanti possa portare a questo fenomeno. Anche perché non se ne parla molto in letteratura, nonostante i milioni e milioni di consumatori di steroidi anabolizzanti sparsi per il mondo. Tuttavia, potrebbe esserci una significativa sottostima, in quanto forme più lievi di danno renale potrebbero passare inosservate, anche con le misurazioni di routine dell’eGFR. La diagnosi precoce può essere ottenuta con il test delle proteine nelle urine, che raramente viene effettuato senza indicazione.
Per questo motivo, si potrebbe raccomandare di effettuare le misurazioni delle urine con una certa regolarità. Ad esempio, annualmente o semestralmente. Lievi aumenti di albumina nelle urine dovrebbero indurre a ripetere l’esame, poiché possono derivare, ad esempio, da un’infezione o dall’esercizio fisico, senza essere causati da un vero e proprio danno renale. In caso di elevazioni persistenti o elevate, è necessario avviare un ulteriore follow-up e, idealmente, interrompere l’uso di steroidi anabolizzanti.
Nota: la ricerca in atto ha ipotizzato che l’uso di AAS sia adittivo al possibile emergere di disfunzioni renali. I risultati di alcuni studi indicano infatti che un’elevata assunzione di proteine, l’uso di AAS, in particolare gli schemi, tra cui il Boldenone Undecylenato, e altri farmaci con un certo “carico renale”, aumentano l’ecogenicità corticale, lo spessore del parenchima renale e il volume renale nei bodybuilder.
Interazione di rInsulina e rhGH sulla funzionalità renale
L’insulino-resistenza è una caratteristica comune nei bodybuilder che usano per lunghi periodi di tempo protocolli di hGH/Insulina. L’IR è comune nei pazienti con malattia renale cronica (CKD), anche in assenza di diabete (DeFronzo et al., 1981; Shinohara et al., 2002; Becker et al., 2005; Kobayashi et al., 2005; Landau et al., 2011), ed è un fattore di rischio per la progressione della CKD (Fox et al., 2004). La sua prevalenza nella CKD varia dal 30 al 50% e dipende principalmente dal metodo di misurazione adottato (Spoto et al., 2016). L’insulino-resistenza può essere rilevata nelle fasi iniziali, quando l’eGFR è ancora nel range di normalità, suggerendo un ruolo potenziale nell’innescare la CKD (Fliser et al., 1998). Un ampio studio basato sulla coorte Atherosclerosis Risk in Communities (ARICs) ha confermato che lo sviluppo della CKD aumenta in stretto parallelismo con il numero di criteri della sindrome metabolica misurati negli adulti non diabetici, e questa relazione rimane significativa anche dopo aver controllato lo sviluppo di diabete e ipertensione (Kurella et al., 2005). L’insulino-resistenza è stata anche associata a una prevalente CKD e a un rapido declino della funzione renale in individui asiatici anziani e non diabetici (Cheng et al., 2012) e alla microalbuminuria nella popolazione generale (Mykkänen et al, 1998) e in pazienti con T1DM (Yip et al., 1993; Ekstrand et al., 1998) e T2DM (Groop et al., 1993), indicando che questa relazione è indipendente dal diabete (Mykkänen et al., 1998; Chen et al., 2003, 2004). Il meccanismo proposto per cui l’IR contribuisce al danno renale prevede il peggioramento dell’emodinamica renale attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico (Rowe et al., 1981), la ritenzione di sodio, la diminuzione dell’attività della Na+, K+-ATPasi e l’aumento del GFR (Gluba et al., 2013).
L’eziologia dell’IR nella CKD è multifattoriale e dipende da fattori di rischio classici e specifici della CKD, come l’inattività fisica, l’infiammazione e lo stress ossidativo, le alterazioni delle adipochine, la carenza di vitamina D, l’acidosi metabolica, l’anemia e le tossine microbiche (Spoto et al., 2016).
L’emodialisi a lungo termine ha un effetto positivo sull’IR (DeFronzo et al., 1978), ma ci sono pochi dati clinici sull’effetto della dialisi peritoneale.
Oltre a essere un fattore di rischio per l’insorgenza e la progressione della CKD, l’IR è anche coinvolta nell’aumento del rischio cardiovascolare (CV) in questa popolazione. L’IR può essere responsabile dell’ipertensione arteriosa attraverso la stimolazione diretta del RAAS (Nickenig et al., 1998), l’attivazione del sistema simpatico (Sowers et al., 2001) e la sottoregolazione del sistema dei peptidi natriuretici (Sarzani et al., 1999).
Similmente a quanto accade nei pazienti acromegalici, livelli cronicamente alti di rhGH possono essere associati a ipertrofia renale nell’uomo [Kamenický P et al. 2014]. In uno studio caso-controllo, la lunghezza del rene valutata mediante ecografia renale è risultata significativamente aumentata di circa 5cm (55%) e 2cm (20%) rispettivamente nei pazienti acromegalici attivi e controllati [Auriemma RS et al. 2010]. Le dimensioni del rene si normalizzano rapidamente entro 3-6 mesi nei pazienti acromegalici sottoposti a chirurgia transfenoidale [Zhang Z et al. 2018]. Mancano studi sistematici sull’istologia renale nei pazienti acromegalici. Rari casi, in cui i pazienti acromegalici sono stati sottoposti a biopsia renale a causa della sindrome nefrosica o della proteinuria persistente, hanno rivelato una glomerulosclerosi focale segmentaria [Takai M et al. 2001]. In un paziente acromegalico che presentava proteinuria di gamma nefrosica e glomerulosclerosi focale segmentaria alla biopsia renale, la proteinuria si è rapidamente normalizzata dopo l’asportazione del tumore, ma è ritornata 4 mesi dopo, rispondendo però al trattamento con Prednisolone [Wang R et al. 2021]. Nei pazienti acromegalici sottoposti a biopsia renale è stata notata solo un’ipertrofia moderata o non glomerulare.
I pazienti acromegalici presentano un’iperfiltrazione glomerulare caratterizzata da un aumento di circa il 15% del eGFR e del RPF rispetto ai soggetti sani, che è reversibile nella maggior parte dei pazienti, ma non in tutti, con la rimozione chirurgica degli adenomi ipofisari [Fujio S et al. 2016]. Si ritiene che l’iperfiltrazione glomerulare persistente contribuisca allo sviluppo di albuminuria nei pazienti acromegalici sottoposti a chirurgia tardiva [Grunenwald S et al. 2011]. Nello studio Baldelli, la microalbuminuria è stata riportata nel 55% dei pazienti acromegalici e associata a ipertensione, alterata tolleranza al glucosio e diabete [Baldelli R et al. 2008].
Similmente a quanto osservato con gli abusatori di rhGH, i pazienti acromegalici mostrano un aumento dell’acqua corporea totale e del sodio e possono presentare un edema evidente. Questi cambiamenti sono legati alle proprietà di ritenzione di sodio del GH e dell’IGF-1 attraverso l’ENaC nei tubuli distali renali e possono essere invertiti se i pazienti sono sottoposti a un trattamento efficace del tumore che produce GH [Kamenický P et al. 2020]. L’acqua corporea totale (56% contro 50% del peso corporeo) ed extracellulare (20% contro 15% del peso corporeo), così come il sodio scambiabile, sono risultati aumentati nei pazienti acromegalici rispetto ai soggetti sani, mentre non sono state rilevate differenze nel contenuto di acqua intracellulare [Ikkos D et al. 1954]. Anche il volume plasmatico è risultato aumentato in questi pazienti [Hirsch EZ et al. 1969]. Le conseguenze cliniche di queste alterazioni sono l’ipertensione arteriosa, l’ipertrofia ventricolare sinistra e l’insufficienza cardiaca congestizia, che contribuiscono all’aumento complessivo della mortalità nei pazienti non trattati. È importante notare che l’ipertensione arteriosa è associata a un esito inferiore in questi pazienti [Vila G et al. 2020]. Inoltre, i pazienti acromegalici diabetici presentano un’ipertrofia ventricolare sinistra più pronunciata rispetto ai pazienti non diabetici [Nemes A et al. 2020].
I pazienti acromegalici spesso presentano una lieve iperfosfatemia nonostante l’aumento del eGFR, a causa dell’aumento del TmP/eGFR, che può essere utilizzato come misura completa dello stato della malattia e può essere invertito con il trattamento [Xie T et al. 2020]. I meccanismi sottostanti includono l’up-regulation del cotrasportatore Na-Pi 2a nei tubuli prossimali renali indotta dall’IGF-1 e un maggiore assorbimento intestinale di fosfato, dovuto all’aumento della sintesi di calcitriolo indotto dal GH. I pazienti mostrano spesso concentrazioni sieriche verso l’intervallo superiore di normalità in associazione a ipercalciuria [Manroa P et al. 2014]. Questi risultati sono molto probabilmente correlati alla sintesi di calcitriolo indotta dal GH, con conseguente aumento dell’assorbimento intestinale di calcio, poiché i livelli di calcitriolo tendono a essere elevati in questi pazienti. Inoltre, nei pazienti acromegalici è stato dimostrato un maggiore assorbimento di calcio nei reni, molto probabilmente legato alla stimolazione indotta dal calcitriolo dell’espressione di TRPV5 nei tubuli renali distali [Suzuki Y et al. 2008]. Si ritiene che l’alterato metabolismo del calcio contribuisca all’aumento della fragilità scheletrica osservato nei pazienti acromegalici [Mazziotti G et al. 2013].
Conclusioni:
Sebbene non vi siano prove certe della correlazione tra patologie renali e AAS, questi ultimi hanno mostrato di poter causare peggioramenti della funzionalità renale anche solo in modo transitorio. La loro azione addittiva con altre molecole e loro alterazione del contesto metabolico (vedi abuso di rInsulina e rhGH con conseguente peggioramento dell’IR) può essere in parte la causa delle problematiche renali osservati in diversi bodybuilder Enhanced, specie di alto livello. Gli studi svolti su animali hanno mostrato possibili attività nefrotossiche in particolari AAS come, ad esempio, il Boldenone. La ricerca, seppur in piccolo, continua e un giorno potremmo avere le idee più chiare sulla reale correlazione tra AAS (e PEDs) e malattie renali.
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Nella 2° parte abbiamo analizzato le caratteristiche e funzioni biochimiche della Glutammina. In questa terza parte, invece, andremo ad analizzare due AA legati tra loro per via metabolica, la L-Citrullina e la L-Arginina.
Dalla L-Citrullina alla L-Arginina – Biologia e principali attività:
Il composto organico Citrullina è un α-amminoacido (formula H2NC(O)NH(CH 2)3CH(NH2)CO2H. ).[1] Sebbene sia stato nominato e descritto dai gastroenterologi fin dalla fine del XIX secolo, è stato isolato per la prima volta dall’anguria nel 1914 dai ricercatori giapponesi Yotaro Koga e Ryo Odake [2] [3] e ulteriormente codificato da Mitsunori Wada dell’Università Imperiale di Tokyo nel 1930.[4] La L-Citrullina è un composto aminoacidico non proteico (non viene utilizzato per formare proteine strutturali come gli enzimi) e, a differenza della L-Arginina, non è ampiamente presente in tutte le proteine. Si trova in concentrazioni particolarmente alte nell’anguria (da cui deriva il suo nome, dato che i cocomeri sono conosciuti come Citrullus vulgaris[1]), dove si trova in media a 2,1mg/g di peso umido (anche se i numeri assoluti variano)[2] e si è notato che il consumo di anguria aumenta in modo acuto sia l’Arginina plasmatica che la Citrullina (3.3 kg di anguria equivalgono a 10g di L-Arginina supplementare)[3][4] e di aumentare l’Arginina e l’Ornitina a digiuno del 12-22% in seguito al consumo di 780-1560g al giorno.[5]
Altre fonti alimentari di L-Citrullina sono i meloni, i meloni amari, le zucchine, le zucche e i cetrioli.[6]
La Citrullina viene sintetizzata nell’organismo attraverso una delle due vie: riciclata dall’Arginina (la conversione dell’arginina in ossido nitrico lascia la citrullina come sottoprodotto)[7][8] o prodotta dall’azoto (e da una parte del carbonio) contenuto nella L-glutammina,[9] dove l’enzima ornitina transcarbamilasi utilizza sia l’Ornitina che il carbamoilfosfato (che richiede la Clutammina) per produrre Citrullina negli enterociti.[10][11]
Sembra che la via dell’Arginina sia responsabile di circa il 10% della Citrullina circolante, mentre la via della Glutammina ne rappresenta il 90%;[6] la riduzione dei livelli plasmatici di Glutammina può ridurre la Citrullina plasmatica.[12]
Per quanto riguarda il ciclo dell’urea (uno dei meccanismi alla base del 10%), la L-Arginina viene convertita in L-Ornitina tramite l’enzima arginasi (cedendo urea come cofattore)[13][14] e da qui l’Ornitina (utilizzando il carbamoilfosfato come cofattore) viene sottoposta all’enzima Ornitina carbamoiltransferasi per produrre L-Citrullina. In questo senso, la via metabolica dall’Arginina alla Citrullina (attraverso l’Ornitina) provoca un aumento dell’urea e una concomitante diminuzione dell’ammoniaca, utilizzata dall’enzima carbamoilfosfato sintasi per creare carbamoilfosfato.[15] Se necessario, l’arginina può essere convertita direttamente in L-Citrullina attraverso un enzima arginina deiminasi per produrre, anziché richiedere, ammoniaca.[16]
Il ciclo si forma quando la citrullina si lega con l’L-aspartato (correlato all’acido D-aspartico come isomero) per formare l’arginosuccinato attraverso l’enzima arginosuccinato sintasi, quindi l’enzima arginosuccinato lisasi degrada l’arginosuccinato in arginina libera e fumarato; l’arginina rientra quindi nel ciclo dell’urea. [Il fumarato può semplicemente entrare nel ciclo TCA (Krebs) come intermedio energetico,[17] e la citrullina regola negativamente l’enzima arginasi.[18]
Anche la conversione della citrullina in L-arginosuccinato e la successiva conversione in L-arginina è coinvolta nel ciclo dell’ossido nitrico piuttosto che nel ciclo dell’urea, con l’unica differenza che l’arginina si converte direttamente in citrullina (cedendo una molecola di ossido nitrico) piuttosto che essere convertita indirettamente tramite l’ornitina.[18][19]
Come accennato, l’Arginina entra prima in contrata con il metabolismo intestinale e splancnico, in cui una certa quantità di essa viene consumata dagli enterociti o interconvertita in L-citrullina o L-ornitina. Oltre all’elevato utilizzo dell’arginina da parte del fegato, anche l’assorbimento intestinale dell’arginina è scarso in condizioni normali e aumenta in varie patologie.[20] Sembra che una quantità minima di L-arginina arrivi ai tessuti sistemici rispetto agli altri aminoacidi del ciclo dell’urea, dato che la L-ornitina supplementare raggiunge una concentrazione sierica doppia rispetto alla L-arginina e la L-citrullina 9,3 volte superiore. Ciò sembra direttamente correlato al grado di metabolismo epatico e intestinale.[21][22][23]
L’Arginina alimentare rappresenta il 40-60% dell’arginina sierica, come evidenziato da un calo equivalente durante i periodi di assenza di arginina. Il tasso di conversione della L-citrullina in L-arginina non sembra influenzato dall’assunzione con la dieta.[24]
La citrullina di per sé è più che altro un sottoprodotto del metabolismo dell’arginina (ciclo dell’ossido nitrico) e dell’ornitina (ciclo dell’urea) e viene semplicemente riconvertita in arginina tramite l’arginosuccinato. Detto questo, l’integrazione di citrullina influisce positivamente anche sulle concentrazioni di arginina e ornitina, quindi anche la loro bioattività è rilevante.
L’arginina può essere convertita in L-citrullina attraverso gli enzimi dell’ossido nitrico sintasi (NOS), di cui esistono forme endoteliali (eNOS) e neuronali specifiche (nNOS), nonché una forma inducibile (iNOS) che risponde ai segnali infiammatori. La conversione dell’arginina attraverso gli enzimi NOS produce ossido nitrico come sottoprodotto più importante, e la Citrullina è vista come un sottoprodotto.[25] La Citrullina può poi riconvertirsi in L-arginina attraverso l’arginosuccinato, ma la L-ornitina non è coinvolta nella via dell’ossido nitrico.
La L-Citrullina viene assorbita nell’intestino in misura molto maggiore rispetto alla sua controparte L-Arginina e determina un livello plasmatico più elevato di L-Arginina attraverso il ciclo Arginina/Ornitina/Citrullina.[26] Viene assorbita attraverso numerosi trasportatori sodio-dipendenti.[27]
È stato osservato che l’integrazione orale di citrullina nell’uomo a 0,18 g/kg raddoppia l’arginina plasmatica[28], cosa che è stata replicata altrove[29], insieme a un aumento equivalente delle concentrazioni di ornitina[29], ma questi raddoppi di arginina e ornitina sono associati a un aumento di 6-11 volte della citrullina plasmatica[28][29].
Una singola dose di 6 g di citrullina malato (0,08 g/kg) in atleti prima dell’esercizio fisico ha fatto registrare aumenti della citrullina plasmatica (aumento del 173%), dell’ornitina (aumento del 152%) e dell’arginina (aumento del 123%) quando misurata dopo l’esercizio fisico, valori che si sono normalizzati con 3 ore di riposo.[30] Questa stessa dose è stata notata altrove per aumentare la citrullina plasmatica e l’arginina in misura simile.[31]
È interessante notare che gli studi sopra citati che hanno utilizzato 0,18 g/kg di citrullina hanno rilevato un aumento di 6-11 volte della citrullina a fronte di un mero raddoppio dell’arginina e dell’ornitina[28][29], mentre lo studio successivo che ha utilizzato 6 g (calcolati come 0,08 g/kg) ha registrato un aumento molto minore della citrullina, ma ha comunque più che raddoppiato sia l’arginina che l’ornitina. [30] Ciò è stato osservato anche in uno studio dose-risposta che ha utilizzato da 2 a 15 g di citrullina, in cui la citrullina nel plasma ha seguito una dipendenza lineare dalla dose, mentre sia l’arginina che l’ornitina hanno avuto una dipendenza minore dalla dose.[29] Gli autori hanno ipotizzato che, dato che l’aumento dell’arginina è stato inferiore a quello previsto e che la citrullina sierica è il principale predittore della sintesi dell’arginina[19], ciò indichi il raggiungimento di una fase di limitazione della velocità nei reni.
È stato osservato che la citrullina non influenza i livelli sierici degli aminoacidi a catena ramificata a riposo,[21] ma può accelerare la deplezione dei BCAA indotta dall’esercizio fisico prolungato (aumentandone l’utilizzo come carburante).[20]
Con l’integrazione di citrullina è stata notata una riduzione della glutammina (13% dopo 0,18 g/kg di citrullina per 7 giorni)[21], anche se un altro studio ha rilevato che l’uso acuto di 6 g di citrullina (0,08 g/kg) non ha alterato le concentrazioni di glutammina.[20]
Gli altri aminoacidi testati (acido glutammico, acido aspartico, asparagina, alanina, lisina, triptofano, fenilalanina, L-tirosina, istidina) sono per lo più inalterati.[20]
Circa l’83% della citrullina ingerita per via orale sembra essere assorbita dai reni[26][27][28] dove viene convertita in L-arginina nei tubuli prossimali (attraverso gli enzimi arginosuccinato sintasi e arginosuccinato liasi[29]); Questa conversione della citrullina in arginina (sia da citrullina supplementare che da quella prodotta come sottoprodotto della creazione di ossido nitrico da parte dell’arginina) rappresenta il 5-15% dell’arginina circolante. [11][30]
Il meccanismo principale con cui l’integrazione di arginina (e, per estensione, di L-citrullina) influisce sulla salute del sangue è quello di essere il substrato per gli enzimi dell’ossido nitrico sintasi (NOS) per la produzione di ossido nitrico, che poi segnala attraverso i recettori ciclici solubili della guanilina la produzione di cGMP. La produzione di ossido nitrico e la successiva produzione di cGMP intracellulare sono alla base di buona parte dei benefici dell’arginina.
Gli enzimi NOS si presentano in tre isoforme principali: [32][33] la NOS inducibile (iNOS), che viene creata in risposta a fattori di stress infiammatori, la NOS neuronale (nNOS), che è stata scoperta per la prima volta nei neuroni e si trova anche nelle terminazioni motorie dei muscoli scheletrici, e la NOS endoteliale (eNOS), che inizialmente si pensava si trovasse solo nell’endotelio, ma è piuttosto diffusa[34], compreso il tessuto cerebrale.[35][36]
Gli enzimi NOS lavorano in dimeri uniti testa a testa e i meccanismi catalitici dipendono da questa dimerizzazione, oltre che dall’eme, dalla tetraidrobiopterina, dalla calmodulina, dal NADPH (come donatore di elettroni) e da FMN e FAD.[37][38][39] Di conseguenza, gli enzimi NOS (tutte e tre le isoforme) sono flavoproteine che richiedono NADPH. [40][41][42] La loro struttura e funzione è complessa (esaminata qui[43]), ma esiste un sito di legame di base per l’arginina e gli elettroni donati dal NADPH fanno sì che l’arginina si converta in citrullina, rilasciando come sottoprodotto l’ossido nitrico; l’iNOS utilizza esclusivamente e l’eNOS può anche utilizzare un intermedio radicale libero chiamato Nω-idrossi-L-arginina (L-NOHA), che si degrada in citrullina e ossido nitrico in presenza di H2O2.[32][44]
L’aumento dell’ossido nitrico (solitamente misurato attraverso le concentrazioni plasmatiche di nitrato/nitrito, citrullina o cGMP urinario) sembra essere aumentato con la L-arginina in persone affette da ipertensione essenziale,[45] arterotrombosi,[46] e diabete di tipo II. [47] Gli studi condotti su atleti altrimenti sani che assumono L-arginina sono piuttosto contrastanti; ci sono casi in cui i biomarcatori del metabolismo dell’ossido nitrico sono aumentati[48] mentre altri studi non notano alcuna modifica.[49][50][51] Non sorprende che i benefici associati all’ossido nitrico non si verifichino quando i biomarcatori dell’ossido nitrico non sono aumentati.
L’inaffidabilità dell’aumento dell’ossido nitrico da parte dell’arginina può essere dovuta al fatto che le concentrazioni fisiologiche di arginina (40-100µM nello spazio extracellulare[52] e forse fino a 800µM a livello intracellulare[53]) sono sufficienti a saturare intrinsecamente l’ossido nitrico sintasi endoteliale (eNOS) (di solito si dichiara una Km di 3µM[54][55], ma a volte viene misurata fino a 29μM[56). Ciò implica che l’enzima è già al massimo dell’efficacia e che un’ulteriore integrazione non aumenta il tasso di conversione (a causa di un arretrato di arginina nel siero); l’osservazione che l’arginina aumenta ancora l’ossido nitrico a volte (anche se in modo inaffidabile) è indicata come il paradosso della L-arginina.[57][58]
Questa teoria è in linea con le osservazioni secondo cui a volte il metabolismo dell’ossido nitrico non viene influenzato nonostante aumenti fino al 300% dell’arginina plasmatica.[59]
Uno studio ha osservato un aumento transitorio della produzione di ossido nitrico che sembra essere più simile a quello di un agonista che di un substrato[60] e successivamente è stato scoperto che l’arginina ha la capacità di attivare i recettori α2-adrenergici,[61] che possono stimolare direttamente l’ossido nitrico senza richiedere la conversione in citrullina attraverso la NOS. Tuttavia, l’arginina è risultata piuttosto debole (superata dall’agmatina)[61] ma questo meccanismo non è ancora stato escluso.
Inoltre, l’arginina extracellulare sembra essere un fattore determinante per il rilascio di ossido nitrico[56] (il trasportatore CAT1 che trasporta l’arginina è altamente associato alla eNOS[62] e l’inibizione dell’afflusso extracellulare impedisce l’attivazione della eNOS[63]), mentre la concentrazione intracellulare di arginina non sembra essere associata. [58] Poiché il trasporto è necessario, ma l’arginina intracellulare non è di per sé necessaria, si ritiene che la colocalizzazione di CAT1 con eNOS[62][64] possa svolgere un ruolo nella stimolazione dell’attività di eNOS.
ADMA
L’ADMA è un metabolita metilato dell’arginina e sembra agire in opposizione all’arginina inibendo le azioni dell’enzima NOS e la conseguente produzione di ossido nitrico. Livelli eccessivi di ADMA possono essere causati da fattori di stress ossidativo che diminuiscono l’attività dell’enzima che lo degrada, mentre la riduzione dell’ADMA provoca una vasodilatazione dovuta alla produzione di ossido nitrico.
Sebbene la maggior parte delle evidenze suggerisca che l’ADMA non aumenta con l’integrazione di L-arginina (questi studi notano che il rapporto arginina:ADMA è aumentato a causa dell’aumento dell’arginina plasmatica), ci sono prove limitate che suggeriscono un aumento che richiede ulteriori indagini.[38]
L’integrazione orale di arginina (anche la citrullina si applica in questo caso perché aumenta l’arginina plasmatica) è in grado di aumentare il flusso sanguigno nelle persone con flusso sanguigno ridotto e, sebbene abbia il potenziale di ridurre la pressione sanguigna, sembra un po’ inaffidabile e può verificarsi solo negli ipertesi. Esistono prove contrastanti sugli effetti dell’integrazione di arginina sul flusso sanguigno in persone con resistenza periferica o cladicazione intermittente, con studi a breve termine che notano un beneficio e studi a più lungo termine che notano un’alterazione.[65][66]
L’integrazione di citrullina sembra ridurre la pressione sanguigna e migliorare il flusso sanguigno in situazioni in cui il flusso sanguigno è altrimenti ostacolato o la pressione sanguigna è più alta del normale, ma la citrullina non ha effetti di riduzione unidirezionali; può essere inefficace in persone normotese a riposo.[41]
In atleti allenati a cui sono stati somministrati 6 g di citrullina malato prima di un test ciclistico prolungato (137 km), l’aumento dell’ormone della crescita indotto dall’esercizio sembra essere aumentato; quando è stato misurato subito dopo l’esercizio, il gruppo con citrullina aveva concentrazioni di GH più elevate del 66,8%, che (dopo 3 ore di riposo) si sono attenuate al 28%.[20] Altrove, dosi di 2-15 g di citrullina non sono riuscite a influenzare l’ormone della crescita a riposo, se misurate nell’arco di 8 ore.[22]
Le concentrazioni di IGF-1 dopo 0,18 g/kg di citrullina per 7 giorni non sono state influenzate in modo significativo.
Durante l’esercizio fisico, sebbene uno studio che ha utilizzato 3 g di L-arginina (associata a 2.200 mg di L-ornitina e 12 mg di vitamina B12) per 3 settimane abbia rilevato un aumento del 35,7% della secrezione di ormone della crescita indotta dall’esercizio fisico (che si è normalizzata entro un’ora)[67], altri studi notano il contrario; è stato osservato che l’integrazione di arginina determina un minore picco di ormone della crescita durante l’esercizio fisico rispetto all’esercizio fisico da solo[68][69] e che, sebbene sembri influenzare maggiormente i giovani rispetto agli anziani[70], si dice che influisca su entrambi i gruppi di età. [L’entità della soppressione (supponendo che il 100% sia il valore di base) è stata notata intorno a un aumento del 300-500% visto con l’esercizio fisico, attenuato al 200%.[68]
È possibile che un aumento eccessivo dell’ormone della crescita stimoli un feedback autogeno, il che spiegherebbe come gli individui più anziani siano meno sensibili a questa soppressione, in quanto hanno intrinsecamente meno picchi di GH dovuti all’esercizio fisico rispetto ai giovani.[71] Infine, poiché i picchi dell’ormone della crescita si normalizzano comunque nel giro di poche ore[67][71], non si sa esattamente quanto sia preoccupante questa soppressione (dato che le concentrazioni di ormone della crescita nelle 24 ore sono più rilevanti).
A riposo, l’integrazione di 5-9 g di L-arginina è in grado di provocare un aumento delle concentrazioni di picco dell’ormone della crescita (aumento del 34,4-120%), mentre 13 g sono risultati inefficaci a causa della sofferenza intestinale che impedisce l’assorbimento della L-arginina.[36]
Negli studi che misurano la secrezione di GH nelle 24 ore, non sono state riscontrate alterazioni significative con la somministrazione di 2 g due volte al giorno[72] o con dosi acute di 5 g.[73] Ciò è potenzialmente legato a un noto fenomeno di feedback autonomo dell’ormone della crescita,[69][74][75] e un effetto modulatorio simile sull’ormone della crescita si riscontra anche durante la restrizione del sonno (in cui una riduzione del rilascio di ormone della crescita indotto dal sonno viene compensato durante le ore di luce). È stato osservato che l’arginina ad alte dosi (250mg/kg di arginina aspartato al giorno, circa 17,5g di arginina) aumenta l’impulso di GH nel sonno a onde lente di circa il 60%, pur non avendo un’influenza sufficiente sulle concentrazioni di GH durante la veglia.[76] Non è chiaro come questo grande aumento influisca sulle concentrazioni di ormone della crescita nell’intera giornata.
L’integrazione di arginina nei ratti è in grado di aumentare il nitrato urinario post-esercizio, indicativo della produzione di ossido nitrico.[77] Aumenti nella produzione di ossido nitrico (nitrato urinario o sierico) sono stati confermati anche nell’uomo in seguito ad assunzione orale o infusione endovenosa.[78]
Non sempre si riscontra un aumento della produzione di ossido nitrico (anche nonostante l’aumento dell’arginina plasmatica), suggerendo che l’attività dell’enzima NOS potrebbe essere un fattore limitante. Per quanto riguarda gli studi in acuto (assunzione di una singola dose di L-arginina prima dell’esercizio), 3 g di arginina (sotto forma di AAKG) non hanno apportato benefici all’allenamento con i pesi,[79] 6 g di L-arginina per 3 giorni non hanno modificato i risultati del cicloergometro in atleti di judo, mentre un protocollo simile in ciclisti allenati ha rilevato un miglioramento del tempo di esaurimento (25,8%).[80]
Alcuni studi hanno utilizzato una forma di arginina nota come GAKIC (Glycine L-Arginine α-Ketoisocaproic acid) e hanno rilevato un aumento della potenza media durante gli sprint di 10s su cicloergometro (con 11,2 g di GAKIC)[81] e un aumento del 10,5+/-0. Questi studi, tuttavia, sono confusi sia dall’inclusione della glicina sia da quella del metabolita della leucina, l’acido α-chetoisocaproico.
Per quanto riguarda gli studi più cronici, l’integrazione di L-arginina (come asparato) con 2,8 o 5,7 g di arginina al giorno per 4 settimane non è riuscita a modificare le prestazioni o altri biomarcatori[82]; anche uno studio precedente, condotto per 2 settimane con una metodologia simile, ha fallito.[83] Nel complesso, quando si esaminano le revisioni o le meta-analisi sull’argomento L-arginina e prestazioni sportive, si nota che è promettente, ma manca un consenso sufficiente per raccomandarla come ergogenico.[84]
Si ritiene che la citrullina sia un agente pro-erettile in quanto è un precursore dell’arginina, e l’arginina è il substrato da cui viene prodotto l’ossido nitrico che può poi indurre il cGMP (attraverso la via NO/cGMP/VEGF);[65] un aumento del cGMP è anche l’effetto finale degli inibitori della PDE5 come il viagra o l’icariina dall’erba cornuta.[66]
Negli uomini con disfunzione erettile, valutata come debolezza dell’erezione (valutata con il punteggio di durezza yerettile[67]), la somministrazione di 1.500 mg di citrullina al giorno (due dosi da 750 mg) per un mese è stata in grado di apportare benefici alla metà dei 24 pazienti valutati (valutati come “molto soddisfatti” del trattamento), mentre il miglioramento del placebo è stato solo dell’8,3%.[68]
La citrullina sembra interagire con il metabolismo dei BCAA nell’organismo, anche se gli studi sull’uomo sembrano avere risultati diversi a seconda del contesto dello studio.
La citrullina può mediare positivamente la segnalazione della leucina attraverso mTOR, il che suggerisce teoricamente una sinergia. L’applicazione di questa combinazione ai sollevatori di pesi non è ancora stata studiata, quindi il sinergismo è attualmente solo un’ipotesi piuttosto che un fatto dimostrato.
Il nitrato è un piccolo donatore di ossido nitrico che costituisce il principale bioattivo del succo di barbabietola. Il nitrito sierico (forma ridotta del nitrato) sembra aumentare durante l’esercizio fisico in seguito al consumo di 6 g di citrullina malato, che si ritiene sia un indicatore dell’aumento della produzione di ossido nitrico.[20]
I farmaci a base di statine possono aumentare l’espressione dell’enzima che media la conversione dell’arginina in ossido nitrico e per questo motivo è possibile che vi sia un sinergismo per tutto ciò che riguarda l’ossido nitrico. Questo non è ancora stato testato in un sistema vivente.
L-Citrullina come sostituto alla L-Arginina?
L’integrazione di L-citrullina è stata definita un’alternativa alla L-arginina, in quanto ne aggira lo scarso assorbimento e si converte in L-arginina nei reni. La L-citrullina tecnicamente segue aumenti dose-dipendenti della L-arginina sierica fino a 15 g, ma la dose orale più alta di citrullina assunta ha ritorni sempre minori (cioè per ogni 5 g in più di citrullina ingerita si aggiunge meno arginina al siero).[85]
È stato osservato che la citrullina orale a 0,18 g/kg raddoppia approssimativamente l’arginina plasmatica (aumento del 100%)[86][87] o è leggermente superiore (123%) con 0,08 g/kg.[88] Poiché le dosi più elevate di L-citrullina hanno una minore conversione in arginina[85], è improbabile che la L-citrullina supplementare possa essere utilizzata per superare l’arginina per l’aumento acuto dell’arginina sierica.
Gli studi che hanno confrontato direttamente la L-arginina con la L-citrullina hanno osservato che entrambe aumentano la Cmax a livelli comparabili a dosi orali simili (Cmax di 79+/-8μM per 3 g di citrullina e 84+/-9μM per l’arginina), ma la citrullina risulta in un’AUC complessiva maggiore (48,7% in più rispetto all’arginina). [Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, anche fino all’ingestione di 15g di citrullina, non si verifica un aumento significativo dell’escrezione di citrullina.[85] L’assenza di un aumento dell’eliminazione di L-citrullina dal sangue nonostante l’integrazione consentirebbe di avere un pool di L-citrullina disponibile per la conversione su richiesta in L-arginina.
Citrullina Malato:
La Citrullina Malato (CM), una combinazione di L-citrullina e acido malico, è stata pubblicizzata come un aiuto ergogenico (che aumenta l’energia) per l’allenamento contro-resistenza e l’esercizio ad alta intensità.
Come abbiamo visto, la L-citrullina è un precursore dell’ossido nitrico (NO), un vasodilatatore che può migliorare l’apporto di sangue e ossigeno ai muscoli durante l’esercizio. Tuttavia, le prove finora disponibili suggeriscono che il miglioramento del flusso sanguigno non è il meccanismo attivo degli effetti ergogenici del CM. Il meccanismo potrebbe invece essere dovuto alla capacità della citrullina di favorire l’eliminazione dell’ammoniaca durante l’esercizio ad alta intensità, alla capacità del malato di aumentare la produzione di ATP, a un aumento dell’espressione genica o a una maggiore efficienza della navetta malato-aspartato.
La maggior parte delle ricerche condotte finora ha utilizzato una dose acuta di 8 grammi di CM un’ora prima dell’esercizio. Sebbene l’assunzione di CM un’ora prima dell’esercizio rimanga la migliore raccomandazione, alcuni dati suggeriscono che dosi maggiori, fino a 15 grammi, potrebbero essere più benefiche.
È stato dimostrato che l’ingestione di una serie di dosi di CM (2-15 grammi) non ha effetti negativi sui marker ematologici. Sebbene la sicurezza di un’integrazione di CM a lungo termine richieda ulteriori indagini, le ricerche condotte finora indicano che la CM è ben tollerata nella maggior parte degli individui.
Ricerche preliminari hanno suggerito che 8 grammi di CM ingeriti un’ora prima dell’esercizio fisico aumentano la resistenza muscolare (ripetizioni fino al cedimento) in uomini e donne. Tuttavia, ricerche più recenti hanno suggerito che il CM potrebbe non avere un beneficio sulle prestazioni nell’allenamento contro-resistenza, potenzialmente a causa di variazioni nei tempi e nei dosaggi.[89]
Arginina AKG:
La differenza principale tra la L-arginina e Arginina AKG è che la L-arginina è un aminoacido non essenziale che l’organismo è in grado di produrre, mentre l’arginina AKG è un sale della L-arginina e dell’acido α-chetoglutarato. Inoltre, la L-arginina regola il flusso sanguigno attraverso la produzione di ossido nitrico, mentre l’Arginina AKG dovrebbe potenzialmente aumentare il flusso sanguigno, l’energia e il recupero.
Nella nutrizione sportiva, l’AKG è stato utilizzato come integratore per migliorare la sintesi proteica muscolare e diminuire la disgregazione muscolare, ed è quindi utilizzato dagli atleti per migliorare la composizione corporea.[90][91] L’integrazione di AKG potrebbe anche migliorare le prestazioni atletiche. Uno studio ha rilevato che un integratore di arginina e alfa-chetoglutarato (AAKG) ha migliorato la forza nella panca, ma non la capacità aerobica. Sono necessarie ulteriori ricerche per sostenere le affermazioni sull’AKG come aiuto ergogenico.[92]
L’AKG viene utilizzato anche per il recupero da interventi chirurgici o traumi, perché è un precursore dell’aminoacido glutammina. Sebbene la glutammina sia un aminoacido non essenziale, viene talvolta definita “condizionatamente essenziale” perché la quantità di glutammina di cui l’organismo ha bisogno per il recupero dopo un trauma significativo può superare la quantità che l’organismo è in grado di produrre. In questo caso, un integratore di AKG può aiutare il processo di recupero.[93][94]
L’AKG è stato proposto come integratore per la longevità; alcune ricerche condotte su vermi tondi, ratti e topi suggeriscono che potrebbe aumentare la durata della vita e ritardare l’insorgenza di malattie legate all’età, anche se gli studi clinici dovranno confermare questi risultati.[95][96]
Nelle persone con malattie renali croniche, in particolare in quelle sottoposte a dialisi, la somministrazione di AKG in combinazione con il calcio ha migliorato i biomarcatori della funzione renale.[97][98]
In uno studio è stato rilevato che l’AKG aumenta l’espressione di involucrina, filaggrina e serina palmitoil transferasi. Queste molecole sono tutte importanti per la struttura dello strato esterno della pelle e per l’idratazione dello strato esterno della pelle, quindi l’uso di AKG per via topica potrebbe migliorare l’aspetto della pelle.[99][100]
Nella ricerca, i dosaggi utilizzati variano da 3,6 g a 6 g, con dosaggi più elevati nelle persone che hanno subito ustioni, ma non è ancora stata stabilita una dose giornaliera raccomandata.[101] Poiché gli effetti sono dose-dipendenti, trovare una raccomandazione di dosaggio accurata sarà una parte importante della ricerca in corso.[102]
Sicurezza e tossicità:
La citrullina sembra essere ben tollerata dai ratti in dosi fino a 3 g/kg di peso corporeo[58][46]. Negli esseri umani, 15 g di citrullina assunti acutamente non sembrano causare diarrea o disturbi intestinali[22], il che è notevolmente diverso rispetto all’ornitina e all’arginina che possono causare diarrea a dosaggi di 10 g se assunti in bolo[74][75] a causa del limitato assorbimento di questi aminoacidi che poi procedono verso il colon causando diarrea osmotica.[74]
Il limite di sicurezza osservato, ovvero la dose più alta in cui si può essere relativamente sicuri che non si verifichino effetti collaterali nel corso della vita, è stato suggerito in 20 g di arginina al giorno in forma di integratore (al di sopra dell’assunzione di cibo).[103] Dosi più elevate sono state testate e ben tollerate, ma non esistono prove che suggeriscano la loro sicurezza in tutte le popolazioni nel corso della vita.
La L-arginina ha un tasso di assorbimento gastrointestinale piuttosto scarso. Può inoltre agire come assorbente, rilasciando acqua ed elettroliti nel lume intestinale attraverso la stimolazione dell’ossido nitrico e inducendo disturbi gastrici e diarrea.[12] Questo fenomeno è noto come diarrea osmolitica e tende a verificarsi a dosi orali superiori a 10 g circa, se assunte in bolo.[36]
Si pensa che ciò avvenga attraverso la stimolazione della produzione di ossido nitrico, poiché la D-Arginina (incapace di produrre NO) non produce diarrea[104] e l’ossido nitrico stesso è noto per essere un meccanismo attraverso il quale molti lassativi osmolitici funzionano.[105]
Singoli boli di 5-9 g di L-arginina senza cibo non sembrano causare disturbi intestinali come dosi superiori a 10 g,[36] suggerendo che, almeno per uno stomaco vuoto, il dosaggio di 9 g è un limite superiore.
Conclusioni:
L’Integrazione di L-citrullina si è dimostrata più redditizia tra costi e benefici (vedi assorbimento intestinale) rispetto alla L-arginina. L’uso alternativo di Citrullina Malato può portare ad eventi gastrointestinali più frequenti rispetto alla semplice forma L-citrullina. Nonostante la ridotta biodisponibilità orale della L-arginina, questa può essere mixata con L-citrullina per un effetto additivo, anche se non rappresenta un vero e proprio vantaggio proprio di tale abbinamento.
L’assunzione di L-arginina e/o L-citrullina vede la sua miglior tempistica prima dell’allenamento al fine di aumentare il flusso sanguigno ai distretti allenati, per effetto della vasodilatazione NO indotta.
Ciò si traduce in:
Aumento dell’apporto di nutrienti e ossigeno al tessuto muscolare abbinato ad un effetto di pulizia dalle molecole di scarto, come l’acido lattico;
Esaltazione dilatatoria sul reticolo venoso sottocutaneo, che migliora la qualità estetica in definizione.
Bonus: l’abbinamento con estratto di barbabietola notoriamente ricco di nitrati.
Come effetto diretto dell’introduzione nell’organismo di estratto di barbabietola abbiamo un aumento della sintesi di ossido nitrico (NOs), dovuta, per l’appunto, ai nitrati (NO3-) contenuti in questo vegetale, convertiti rapidamente in nitriti (NO2-2) tramite enzimi che si trovano fin dal tratto orofaringeo, gastrointestinale e tracheo-bronchiale. Dato ciò, la sintesi di NO sfrutta un percorso non usuale come quello della L-Arginina, ma coadiuvante a questa e alla L-Citrullina.
Le concentrazioni di nitrati raggiungono il picco dopo circa un’ora dalla sua ingestione, per ritornare ai livelli basali dopo quasi 24h, mentre gli effetti della L-Arginina permangono per almeno 75-80 minuti, per poi iniziare a tornare ai livelli basali.
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