Adipotide – ascesa e caduta di un farmaco sperimentale.

Introduzione:

Come ben sappiamo, la maggior parte dei farmaci con potenziale sulla perdita di peso agiscono sul aumento della lipolisi e/o della termogenesi, ma anche sulla soppressione dell’appetito che può essere presente insieme alle prima citate reazioni iatrogene nella medesima molecola. Ma esiste un farmaco che si differenzia di molto dalle molecole classicamente utilizzate per la riduzione del peso/grasso. Questo farmaco non è molto conosciuto e fino a poco tempo fa era in fase di test su scimmie rhesus obese: si dice che “uccida” le cellule adipose. I ricercatori dell’Università del Texas pensavano che il farmaco potesse un giorno aiutare a combattere l’obesità negli esseri umani.

Infatti, basti pensare che nel giro di soli 20 anni (dal 1990 al 2010), si è verificato un drammatico aumento dell’obesità negli Stati Uniti e i tassi rimangono alti. Nel 2010, nessuno stato degli Stati Uniti aveva una prevalenza di obesità inferiore al 20%. Circa un adulto su tre e un bambino su sei sono obesi. L’obesità è oggi epidemica negli Stati Uniti e una delle principali cause di morte, attribuibile a malattie cardiache, cancro e diabete. L’Europa non se la passa sicuramente bene. Sulla base dell’indice di massa corporea, nel 2019 il 45% degli adulti europei era normopeso, mentre il 53% era in sovrappeso, con un 17% in condizione di obesità.

Nonostante gli sforzi significativi nell’ultimo decennio, pochissimi farmaci sono stati sviluppati con successo per il trattamento dei pazienti obesi. Attualmente, solo due farmaci approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) per la perdita di peso sono disponibili negli Stati Uniti: il soppressore dell’appetito Fentermina e l’inibitore della digestione e assorbimento dei grassi Orlistat. L’Orlistat (Xenical) è un farmaco per la perdita di peso a lungo termine. Questo farmaco riduce la digestione e l’assorbimento dei grassi alimentari nello stomaco e nell’intestino. Altri tentativi di trattare l’obesità si sono concentrati prevalentemente su farmaci volti a sopprimere l’appetito o ad aumentare il metabolismo, ma questi sforzi sono stati ostacolati dai loro effetti collaterali. Sfortunatamente, per una persona nella media è comune riprendere peso indipendentemente dai metodi di trattamento dell’obesità applicati.

Un gruppo di ricercatori ha progettato un farmaco, il peptidomimetico ligando-diretto CKGGRAKDC-GG-D(KLAKLAK)2 (chiamato Adipotide), che è un peptide sintetico che innesca la morte del adipocita. Il farmaco agisce sul tessuto adiposo bianco. Il tessuto adiposo bianco è, per fare un esempio, il tipo di grasso malsano che si accumula sottocute e a livello viscerale.

Caratteristiche del Adipotide:

Più nello specifcio, sto parlando del Prohibitin-targeting peptide 1 (noto anche come prohibitin-TP01 e TP01; nome commerciale Adipotide), un peptidomimetico con sequenza CKGGRAKDC-GG-D(KLAKLAK)2. È un farmaco sperimentale proapoptotico[1] che ha dimostrato di causare una rapida perdita di peso nei topi[2] e nelle scimmie rhesus. [3] Il suo meccanismo d’azione è quello di colpire i vasi sanguigni specifici che riforniscono di sangue il tessuto adiposo, causare il restringimento dei vasi e l’apoptosi delle cellule adipose alimentate da quei vasi.[4] Il TP01 è progettato per legarsi a due recettori, il ANXA2 e quello della prohibitina, che sono specifici dei vasi sanguigni che riforniscono il tessuto adiposo bianco.[5]

Sequenza amminoacidica: Cys-Lys-Gly-Gly-Arg-Ala-Lys-Asp-Cys—Gly-Gly–(Lys-Leu-Ala-Lys-Leu-Ala-Lys)2
Formula Molecolare: C152H252N44O42
Peso Molecolare : 2611.41 g/mol

Studi sul Adipotide:

In precedenti ricerche precliniche, i topi obesi hanno perso circa il 30% del loro peso corporeo con questo peptidomimetico.[6] Scimmie di tre specie diverse hanno mostrato cambiamenti prevedibili e reversibili nella funzione del tubulo prossimale renale.[6] I livelli di grasso corporeo complessivo e addominale sono scesi, con effetti collaterali reversibili nel Peso, BMI e circonferenza addominale che hanno continuato a scendere per tre settimane dopo la fine del trattamento prima di iniziare lentamente a invertire il trend durante la quarta settimana del periodo di follow-up. Le scimmie negli studi non hanno mostrato segni di nausea o di evitamento del cibo. L’effetto renale era dose-dipendente, prevedibile e reversibile. Questa è una scoperta potenzialmente importante poiché gli effetti collaterali spiacevoli hanno limitato l’uso di farmaci approvati che riducono l’assorbimento dei grassi nell’intestino.

Nota: le barre nere sono in riferimento ai topi trattati con Adipotide.

Nel complesso, questi dati nei primati stabiliscono che l’Adipotide avrebbe potuto divenire un prototipo di una nuova classe di farmaci candidati che possono essere utili per trattare l’obesità negli esseri umani.


Comunque sia l’Adipotide risulta funziona prendendo di mira le cellule che si trovano nel tessuto adiposo bianco, come affermato da Steven Reinberg a USA Today. L’Adipotide uccide il grasso “interagendo con recettori specifici nei vasi sanguigni degli adipociti e innescando l’espressione di una proteina sintetica che fa morire le cellule. In seguito, quelle cellule morte vengono riassorbite dal corpo e metabolizzate.


Le scimmie trattate con questo peptide sono risultate più magre, almeno. In sole quattro settimane, le scimmie obese hanno perso l’11% del loro peso corporeo.[7] Le scimmie hanno anche perso il 27% del loro grasso addominale, come affermato da Tim Barribeau a io9. Attenzione però: le scimmie che erano già magre non hanno perso nemmeno un chilo, il che significa che la molecola potrebbe mirare solo al grasso extra, o subisce una riduzione nell’attività recettoriale (es. riduzione del numero e densità dei recettori target), senza intaccare la messa grassa essenziale alla sopravvivenza.


I test sono risultati senza dubbio promettenti per l’uso negli esseri umani. Di solito, i farmaci “bruciagrassi” sono testati sui topi. I ricercatori credono che questa ricerca sia particolarmente “rilevante perché è stata fatta con i primati”, ha affermato Jennifer Booton a Fox Business. Inoltre, le scimmie più grasse nello studio erano diventate corpulente grazie al loro stesso eccesso di cibo e alla mancanza di esercizio; proprio come molti umani obesi.

Come accennato in precedenza, uno studio su animali ha mostrato che l’Adipotide può portare a una significativa e rapida perdita di peso distruggendo l’apporto di sangue alle cellule adipose. Il farmaco in questione ha aiutato le scimmie rhesus obese a perdere in media l’11% del loro peso corporeo dopo quattro settimane di trattamento. Il farmaco, che funziona sulla base di un trattamento del cancro, mira alle proteine sulla superficie dei vasi sanguigni che alimentano gli adipociti bianchi e li distrugge rilasciando una molecola di sintesi che innesca un processo naturale di morte cellulare. I ricercatori guidati da scienziati dell’Università del Texas hanno prima studiato l’efficacia del nuovo farmaco su topi obesi che ha causato una diminuzione del 30% del loro peso corporeo. La prova successiva è stata effettuata su 15 scimmie in quanto le loro somiglianze con l’uomo li rendono un buon modello per prevedere la possibile efficacia e gli effetti collaterali di un farmaco nell’uomo, anche se sempre in maniera marginale. Dopo quattro settimane, i 10 primati che hanno ricevuto un’iniezione quotidiana di Adipotide hanno perso in media il 38,7% del loro grasso corporeo totale, rispetto al 14,8% degli altri cinque esemplari che sono stati trattati con placebo. Le scimmie trattate hanno anche perso il 27% del loro grasso addominale, come riportato dagli scienziati nella rivista Science Translational Medicine. [8] Anche l’indice di massa corporea (BMI) e la circonferenza addominale (giro vita) sono stati ridotti, mentre tutte e tre le misure erano invariate nelle scimmie del gruppo di controllo non trattate. Le scimmie macaco Rhesus sono state selezionate dalla colonia per lo studio in base alla loro condizione di obesità, contribuendo a fornire un modello di prova perfetto per l’obesità umana e di trattamento del diabete di tipo II.[4] Da notare, a proposito, è che il trattamento con Adipotide ha anche portato ad una migliore sensibilità all’insulina.[9]

A. Mostra la variazione del fabbisogno di insulina (area sotto la curva) per i gruppi trattati (rosso) e di controllo (blu). L’AUC è stata calcolata da un test IVGTT.
B. Mostra l’indice insulinogenico prima e dopo nei gruppi di trattamento (rosso) e di controllo (blu). I gruppi trattati mostrano una drastica riduzione della secrezione di insulina.
C. Variazione del consumo di cibo nei gruppi trattati (rosso) e di controllo (blu).

“Lo sviluppo di questo composto per uso umano fornirebbe un modo non chirurgico per ridurre effettivamente il tessuto adiposo bianco accumulato, in contrasto con gli attuali farmaci per la perdita di peso che tentano di controllare l’appetito o prevenire l’assorbimento del grasso alimentare”, ha affermato Renata Pasqualini, co-autore senior dello studio. I precedenti tentativi di trattare l’obesità si sono concentrati principalmente su farmaci volti a sopprimere l’appetito o a causare un aumento del metabolismo, ma questi sforzi sono stati ostacolati dai loro effetti collaterali. Il nuovo farmaco progettato dal gruppo MD Anderson include un agente che si lega a una proteina sulla superficie dei vasi sanguigni che supportano il grasso bianco e un peptide sintetico che innesca la morte delle cellule adipose, non appena il loro approvvigionamento di sangue cessa, le cellule adipose vengono riassorbite e metabolizzate. Il professor Wadih Arap, co-autore senior, ha affermato: “L’obesità è un importante fattore di rischio per lo sviluppo del cancro, più o meno l’equivalente dell’uso del tabacco, ed entrambi sono potenzialmente reversibili”.

Dallo studio su scimmie rhesus, la risonanza magnetica conferma che la perdita di peso deriva da una marcata diminuzione del volume del tessuto adiposo bianco. (A) La variazione percentuale del volume di grasso è stata determinata quantificando il volume con immagini di risonanza magnetica assiale T1-pesata. La variazione è rappresentata come variazione percentuale rispetto al basale (giorno 1) ed è significativamente diminuita alla fine del trattamento e alla fine del recupero (test di Mann-Whitney-Wilcoxon, P = 0,02 e P = 0,04, rispettivamente). Le barre di errore indicano il SEM (controllo, n = 3; trattato, n = 6). (B) Un modello a effetti misti dei dati nel tempo indica la significatività della diminuzione della percentuale di grasso per i gruppi trattati rispetto a quelli di controllo (P < 0,0001). (C) Immagini sagittali e assiali pesate in T1 rappresentative di uno degli animali trattati. L’intervallo del livello di finestra è indicato dalla barra colorata sulla destra. Le immagini assiali sono prese in corrispondenza della sezione trasversale indicata dalla linea bianca tratteggiata nell’immagine sagittale. Una diminuzione del contenuto di grasso è rappresentata da una diminuzione del livello della finestra (cioè dell’intensità della visualizzazione dell’immagine).

Come risultato delle sfide nello sviluppo di farmaci per la perdita di peso, attualmente c’è solo un farmaco per l’obesità approvato dalla FDA (e non solo) sul mercato, Alli, che riduce la digestione e l’assorbimento dei grassi alimentari. “Non ci può essere alcun dubbio sulla necessità di nuove strategie in merito”, ha detto Wadih Arap. “E questo rappresenta un salto di qualità in termini di una nuova strategia per il trattamento dell’obesità”. Pasqualini e il Dr. Wadih Arap, suo marito e anche un ricercatore del M.D. Anderson, sono stati in grado di sviluppare il farmaco per l’obesità dopo aver ideato una tecnica per “mappare” le varie reti di vasi sanguigni nel corpo umano. Durante più di un decennio di ricerca, hanno identificato i piccoli pezzi di proteina che si legano con le varie reti di vasi sanguigni nel corpo. In sostanza, quindi, hanno identificato lo “ZIP codes” per ciascuno di questi tipi di vasi sanguigni, e hanno sintetizzato agenti con “ZIP codes” per i vasi sanguigni delle cellule adipose che possono spegnerli. Il loro lavoro ha dimostrato che le diverse cellule hanno dei vasi sanguigni con “firme molecolari” distinte che i ricercatori paragonano ai codici postali. I ricercatori hanno teorizzato di poter privare i tumori del loro approvvigionamento di sangue combinando una terapia letale con una molecola che ha individuato il CAP dei vasi sanguinei in determinate cellule cancerose bloccandone il rifornimento di ossigeno e substrati energetici. Dopo aver identificato lo “ZIP codes” che pensavano potessero funzionare nel cancro alla prostata, si sono interrogati sulla possibilità di colpire i vasi che alimentano gli adipociti bianchi. [10]

Se iniettato su base giornaliera, i ricercatori ritengono che l’Adipodide potrebbe aiutare le persone a perdere il 40% del loro grasso corporeo in sole quattro settimane. Il team americano dietro il nuovo farmaco affermò che la loro formulazione fosse più sicura dei precedenti farmaci dietetici, che sono stati vietati per timori di sicurezza negli ultimi anni, poiché lavora direttamente sul corpo piuttosto che sul SNC.

Nonostante i riscontri positivi avuti su topi e scimmie, la ricerca sul Adipotide è stata interrotta nel 2019.[11] Tale decisione può essere riconducibile al potenziale effetto collaterale a carico dei reni, sebbene tale effetto fosse stato ridimensionato dalle dichiarazioni dei ricercatori per via della sua facile reversibilità.

Conclusioni:

Ora, sappiamo che l’Adipotide agisce sui vasi sanguinei degli adipociti bianchi causando una cessazione del flusso sanguineo e, di conseguenza, del rifornimento cellulare di ossigeno e substrati energetici: il risultato è l’apoptosi cellulare. Ma, come ho precedentemente riportato, sebbene la sua somministrazione in scimmie abbia portato ad una perdita del’11% del peso corporeo totale e il 27% della massa grassa addominale, la sua sperimentazione è stata praticamente interrotta nel 2019, nonostante l’espressione degli effetti collaterali fosse stata descritta come facilmente reversibile e non preoccupante (vedi funzione renale).

L’Adipotide non è un peptide sconosciuto agli atleti, soprattutto nella sottocultura del BodyBuilding. Sono circa 11 anni che se ne parla, anche se la discussione è sempre stata di nicchia rispetto ad altre molecole. Ed è proprio perchè se ne sa poco che bisogna fare dei dovuti chiarimenti.

Se si analizza con attenzione lo studio svolto su scimmie rhesus se ne può notare l’esatto significato dei dati, e su come questi potrebbero darci un idea su eventuali vantaggi e svantaggi di utilizzo.

Ad una coorte di scimmie (n = 15) sono stati somministrati tre livelli di dose di Adipotide (0,25, 0,43 e 0,75 mg/kg) al giorno per 28 giorni. Le scimmie rhesus magre che hanno ricevuto Adipotide (0,25 e 0,43 mg/kg) non hanno perso peso. Le scimmie del gruppo con la dose più alta hanno mantenuto il peso precedente allo studio o hanno mostrato una lieve perdita di peso.

Nelle scimmie sottoposte a necroscopia 24 ore dopo la dose finale di Adipotide, sono state osservate lesioni associate al rene che sono risultate dipendenti dalla dose; tali lesioni non erano presenti nel gruppo di controllo . Le lesioni osservate sono state classificate da minime a lievi nel gruppo a bassa dose, da minime a lievi nella maggior parte delle scimmie a dose media e da minime a moderate nel gruppo ad alta dose. Le lesioni primarie sono state classificate come degenerative/necrotiche (necrosi monocellulare) e reattive/rigenerative. Nelle scimmie sottoposte a necrosi alla fine del periodo di recupero, è stata osservata una degenerazione tubulare minima con poche cellule degenerate in una scimmia del gruppo a dose media e in due scimmie del gruppo ad alta dose. La rigenerazione tubulare e la necrosi tubulare (singola cellula con poche cellule necrotiche) erano minime in tutte le scimmie dopo il recupero. Pertanto, l’effetto collaterale principale dell’Adipotide è un danno renale relativamente lieve, prevedibile e reversibile e un’alterazione della funzione tubulare. L’accumulo anomalo di lipidi (compresa la steatosi epatica) non è stato osservato in nessuna delle scimmie che hanno ricevuto Adipotide.

E’ emerso, valutando dose-risposta ed effetti collaterali, che la dose ottimale era di 0.43mg/Kg peso per le scimmie rhesus, e non per l’uomo! La dose conservativa per l’uomo non è nota. Se dovessimo rapportare il dosaggio usato per le scimmie ad un dosaggio per l’uomo, utilizzando l’apposita formula, esso risulterebbe pari a circa 0.14mg/Kg per 28 giorni.

Valutazione antropometrica di scimmie rhesus obese trattate a dose fissa (0,43 mg/kg, sottocutaneo al giorno) di Adipotide. (Da A a C) La variazione percentuale media rispetto al basale del peso corporeo, della circonferenza addominale e dell’IMC è stata calcolata settimanalmente durante gli intervalli di trattamento (28 giorni) e di recupero (28 giorni) per ogni animale che ha ricevuto Adipotide o soluzione salina. Nel gruppo di trattamento, è stata osservata una marcata diminuzione (A) del peso corporeo medio (10,6%), (B) dell’IMC (10,0%) e (C) della circonferenza addominale (8,4%) rispetto alle misurazioni di base. Le barre di errore indicano il SEM (controllo, n = 5; trattato, n = 10). (Da D a F) Questi risultati erano statisticamente significativi (modello a effetti misti, P < 0,0001 per ogni variabile). Durante un periodo di recupero di 4 settimane, la diminuzione del peso corporeo, della circonferenza addominale e del BMI ha iniziato a invertirsi lentamente.

Va notato, inoltre, che l’effetto sensibile di perdita di grasso si è notato solo nelle scimmie in sovrappeso, mentre in quelle magre la differenza è stata irrisoria. Ciò significa che, se tale peptide venisse usato da un soggetto in sovrappeso o obeso l’effetto potrebbe essere decisamente più significativo sul totale della body fat presente alla fine della terapia rispetto all’inizio paragonato a, per esempio, un bodybuilder con il 10% di bf. Sto parlando del PARAGONE DEL TOTALE DELLA BODY FAT ALL’INIZIO E ALLA FINE DELLA TERAPIA INDIPENDENTEMENTE DALLA PERCENTUALE. in soldoni, è ovvio che uno con il 20% di bf avrà una perdita ponderale maggiore di uno con il 10%, partendo con più grasso… ecco, non mi sto riferendo a questo.

Questa differenza di risposta può essere spiegata attraverso meccanismi di controllo recettoriali che portano ad una sottoregolazione maggiore quanto più la percentuale di grasso e bassa.

Ovviamente non sto consigliando a nessuno di diventare una cavia da esperimenti, d’altronde non sappiamo praticamente nulla sugli effetti collaterali nell’uomo e sul loro grado anche qualora combaciassero in buona parte con quelli osservati nelle scimmie.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. “Prohibitin-targeting peptide 1”NCI Drug Dictionary. National Cancer Institutes. 2 February 2011.
  2. Kolonin MG, Saha PK, Chan L, Pasqualini R, Arap W (June 2004). “Reversal of obesity by targeted ablation of adipose tissue”. Nature Medicine. Nature Publishing Group. 10 (6): 625–32.
  3.  “Blood vessel mapping reveals four new ‘ZIP codes'”. medicalxpress. 24 October 2011. Retrieved 10 November 2011.
  4. Barnhart KF, Christianson DR, Hanley PW, Driessen WH, Bernacky BJ, Baze WB, et al. (November 2011). “A peptidomimetic targeting white fat causes weight loss and improved insulin resistance in obese monkeys”Science Translational Medicine3 (108): 108ra112.
  5. Staquicini FI, Cardó-Vila M, Kolonin MG, Trepel M, Edwards JK, Nunes DN, et al. (November 2011). “Vascular ligand-receptor mapping by direct combinatorial selection in cancer patients”Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America
  6. Experts Applaud a Cancer Drug for Immediate Weight Loss | News Tonight.
  7. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3425411/
  8. PressTV – Experimental drug can help weight Loss.
  9. WTOP Mobile.
  10. Arrowhead Research Corp : The Wall Street Journal: Drug Offers Hope in Obesity Fight | 4-Traders.
  11.  “Prohibitin targeting peptide 1”Adis Insight. Springer Nature Switzerland AG.

PEDs tra uso e abuso: Trenbolone.

Continua la disamina dei principali PEDs utilizzati e del confine che delimita l’uso dall’abuso. Nel primo articolo della serie abbiamo analizzato l’Oxymetholone e come questa molecola sia soggetta a facile abuso da un numero considerevole di atleti di diverse categorie. In questo secondo articolo analizzeremo il Trenbolone, una molecola “must” nel BodyBuilding.

Caratteristiche della molecola di Trenbolone:

Il Trenbolone, noto anche come 19-nor-δ9,11-testosterone o come estra-4,9,11-trien-17β-ol-3-one, è un 19 nor- steroide derivato dal Nandrolone, e condivide con il suo precursore la modifica molecolare in C-19. Nello specifico, il Trenbolone è Nandrolone con due doppi legami aggiuntivi nel nucleo steroideo. Le differenze strutturali tra la molecola di Trenbolone e quella di Nandrolone, quindi, comprendono il doppio legame presente in C9– C10, che inibisce totalmente l’aromatizzazione e aumenta la resistenza al passaggio epatico, e quello in C11-C12 che aumenta l’affinità per il recettore androgeno, rendendo il Trenbolone uno degli anabolizzante con la più forte affinità AR.[1]

Differenze nella struttura molecolare tra Nandrolone e Trenbolone.

Gli esteri del Trenbolone, che presentano un estere in posizione C17β, includono il Trenbolone Acetato, il Trenbolone Enantato, il Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate e il Trenbolone Undecanoato.[2][3][4][5]

Il Trenbolone ha sia effetti anabolizzanti che androgeni.[4] Una volta metabolizzato, il Trenbolone causa un aumento dell’assorbimento di ioni ammonio da parte del tessuto muscolare, effetto che porta ad un aumento del tasso di sintesi proteica. Può anche avere effetti secondari di stimolo dell’appetito (effetto oressizzante) e di diminuzione del tasso catabolico, con quest’ultima caratteristica condivisa in diversa misura con tutti gli AAS.[6] Almeno uno studio svolto sui ratti ha dimostrato che il Trenbolone può indurre l’espressione genica del recettore degli androgeni (AR) almeno allo stesso livello del Diidrotestosterone (DHT). Questa caratteristica sta a indicare che il Trenbolone può causare un aumento delle caratteristiche sessuali secondarie maschili senza la necessità che esso converta in un androgeno più potente.[7]

Gli studi sul metabolismo del Trenbolone sono quanto meno eterogenei, con alcuni studi che mostrano che è metabolizzato dall’enzima Aromatasi o 5α-reduttasi in composti estrogenici e androgenici, nonostante le sue caratteristiche escludano questa potenzialità.[8][9]

Il Trenbolone si lega con alta affinità anche al recettore del Progesterone,[4][10][11][12] e al recettore dei glucocorticoidi.[11]

Per prolungare la sua emivita, il Trenbolone viene somministrato sotto forma di molecola coniugata ad un estere come i precedentemente citati Trenbolone Acetato, Trenbolone Enantato o Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate.[2][3][13][4] Le Lipasi plasmatiche poi scindono il gruppo estere nel flusso sanguigno rendendo libero, e quindi attivo, il Trenbolone.

Dosaggio di Trenbolone per il bestiame Vs dosaggio per esseri umani – :

Il Trenbolone Acetato è stato ed è utilizzato in medicina veterinaria nel bestiame per aumentarne la crescita muscolare e l’appetito, mentre Il Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate in passato è stato utilizzato clinicamente negli esseri umani, ma dalla fine degli anni 90 non è più commercializzato legalmente per tale scopo.[2][3][13][4]

Se si dà un’occhiata alla pagina ufficiale del sito che presenta il prodotto veterinario Finaplix-H, che consiste in pellet da impianto contenenti Trenbolone Acetato e utilizzati ancora oggi nel bestiame, si può notare come il dosaggio somministrato ad una mucca per indurne un aumento di peso è pari a 200mg. Avete capito bene, sono 200mg per capo di bestiame! Ok, sono bovini, hanno caratteristiche diverse tra metabolismo di escrezione, sensibilità recettoriale e risposta genica, ma già questo punto dovrebbe farvi cominciare a riflettere.

E’ altresì utile sottolineare che la somministrazione dei 10 pellet da 200mg di Trenbolone Acetato l’uno avviene per ogni singolo capo di bestiame nel giro di 63 giorni. Ciò significa un totale di 2g di Trenbolone Acetato (1.740mg di Trenbolone effettivo) per capo di bestiame nelle ultime 9 settimane circa prima della macellazione.

E l’uso clinico del Trenbolone negli esseri umani?

Come alcuni di voi già sapranno, nonostante la mancanza di prove cliniche su esseri umani, negli anni 70, in Francia, venne immesso sul mercato farmaceutico il Trenbolone per uso umano, sotto il nome commerciale di Parabolan (Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate), prodotto dalla Negma Laboratories.

Il Parabolan era usato clinicamente come agente anabolizzante per il risparmio proteico in caso di cachessia (deperimento della massa magra) e nella malnutrizione, oltre che per combattere alcune forme di osteoporosi. Le sue linee guida di prescrizione includevano  raccomandazioni per il trattamento delle popolazioni androgeno-sensibile, come le donne e gli anziani. Grazie alle sue marcate proprietà androgene, tuttavia, il farmaco è stato controindicato per l’uso nei bambini, e soprattutto nelle giovani donne. Il Parabolan è rimasto sul mercato francese per un tempo molto lungo, anche se è stato interrotto (volontariamente) dalla Negma nel 1997. Da allora, nessun altro preparato a base di Trenbolone è stato approvato per uso umano.

Il Parabolan era generalmente somministrato ad un dosaggio clinico pari a 3 fiale al mese (228mg totali). La terapia veniva avviata il primo mese con tutte e 3 fiale somministrate nel corso dei primi 15 giorni. Durante i successivi 3 mesi, veniva somministrata una iniezione (76 mg) ogni 10 giorni. 76mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate equivalgono a circa 50mg di Trenbolone attivo dopo la scissione del legame molecolare con l’estere.

Il protocollo di dosaggio clinico di Trenbolone negli esseri umani con utilizzo del Parabolan (Negma Laboratories) era il seguente:

  • 114mg Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (75 mg di ormone attivo) a settimana per le prime due settimane (totale 228mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate);
  • Successivamente 76mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (50mg di ormone attivo) ogni 10 giorni.

Si sta ovviamente parlando di dosaggi basati su protocolli clinici, ma sono pienamente considerabili dosaggi più che efficaci specie per un atleta al suo primo utilizzo della suddetta molecola legata al suddetto estere. Parliamo comunque di 75mg di Trenbolone effettivo a settimana. Paragonandolo poi al dosaggio utilizzato per il bestiame (200mg di Trenbolone Acetato equivalente a 174mg di Trenbolone effettivo), si capisce che l’uso di dosaggi nell’ordine di 400-600mg a settimana di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (circa 300-400mg di Trenbolone effettivo) o 700mg di Trenbolone Acetato (609mg di Trenbolone effettivo) siano palesemente e a tutti gli effetti un abuso della molecola. Tralasciando certe abitudini yankee che consistono nella somministrazione massiva di Trenbolone a dosaggi fino ad 1g a settimana! Certo, 1g legato all’estere, ma se fate un po’ i conti l’abuso persiste indipendentemente dall’estere, con una variabile discreta tra estere Acetato e estere Enantato o Hexahydrobenzylcarbonate.

Per quanto possa urtare la convinzione di alcuni, usare il Trenbolone a dosaggi più alti di quelli somministrati ad un bovino di 720-1100Kg non è esattamente una pratica sostenibile.

Ad oggi non abbiamo informazioni certe sull’effetto che questo farmaco possa avere negli esseri umani, quindi sarebbe saggio evitarne quantomeno l’abuso. E questo è un dato di fatto.

La questione degli effetti collaterali a carico della sfera cognitiva:

Chi mi segue e legge i miei lavori conoscerà la mia posizioni in merito al Nandrolone e allo sbilanciamento tra “benefici e rischi”, a favore di questi ultimi, dati dal suo utilizzo, in specie a scopi dopanti. Infatti, l’uso del Nandrolone ha un significativo impatto sul SNC, con particolari differenze nel grado di manifestazione rispetto ad altri AAS non progestinici. Questo effetto del Nandrolone sul Sistema Nervoso Centrale è stato osservato scientificamente. Nello studio intitolato “The Impact of Nandrolone Decanoate on the Central Nervous System” vengono descritti chiaramente i numerosi effetti psicologici di questa molecola. Essi comprendono e influenzano:

1- Aggressività
2- Ansia, paura e stress
3- Ricompensa e dipendenza
4- Apprendimento, memoria e capacità di lavoro
5- Locomozione e attività fisica
6- Effetti sulla HPAA (Asse Ipotalamo-Pituitaria-Surrene)
7- Effetto sui neurotrasmettitori: Recettore Acido γ-Aminobutirrico Tipo A (GABAA); Recettori 5-idrossitriptamina (5-HT) e 5-HT; Recettori della Dopamina e Recettori Oppioidi.

Questi effetti sono potenzialmente riconducibili a tutti i progestinici, compreso il Trenbolone. Sebbene vi siano differenze sia nel grado di manifestazione dell’influenza che nel rapporto tra “vantaggi e svantaggi”, senza dubbio a favore del Trenbolone, questi aspetti neurologici non dovrebbero essere comunque tralasciati.

Diversi anni fa pubblicai uno studio realizzato dagli scienziati molecolari Fucui Ma e Daicheng Liu della Shandong Normal University (Cina) i quali esposero i risultati ottenuti osservando la risposta di ratti trattati con Trenbolone. Gli animali del esperimento mostrarono cambiamenti quasi immediati nel cervello.

I neuroni nel cervello sono in grado di conservare le informazioni e di elaborarle perché creano continuamente nuove connessioni tra loro. La Proteina precorritrice della beta-amiloide [APP] svolge un ruolo importante in questo processo. Per essere precisi: la APP è una proteina di trans-membrana di tipo 1.

Proteina Precorritrice della Beta-Amiloide [APP]

Gli enzimi scompongono la APP in pezzi e se questo processo si svolge correttamente le cellule cerebrali funzionano in modo normale. Ma se gli enzimi iniziano a non agire come dovrebbero – a causa di geni difettosi o fattori ambientali pericolosi – si formano frammenti proteici tossici. Il più rischioso di questi è l’amiloide-beta-42, che si accumula nel cervello, formando placche e uccidendo infine i neuroni. Il cervello delle persone decedute a causa dell’Alzheimer contengono grandi quantità di amiloidi-beta-42, per cui la maggior parte dei neurologi pensa che l’amiloide-beta-42 sia la causa dell’Alzheimer e di forme legate alla demenza.

Il Testosterone, l’Estradiolo e il DHT offrono protezione contro l’Alzheimer, con influenza incrociata e interdipendente. Ecco perché Ma e Lui si sono chiesti quale effetto avrebbe avuto il Trenbolone sulla formazione di amiloide-beta-42. Così, hanno somministrato a dei topi 5 iniezioni di Trenbolone in un periodo di 48 ore. L’equivalente umano delle dosi utilizzate dai ricercatori sarebbe di circa 0,85mg per kg di peso corporeo.

L’amiloide-beta-42 si è accumulata nel cervello dei ratti maschi trattati con Trenbolone. Il grafico seguente mostra i risultati emersi nel periodo di 48 ore nel quale sono state distribuite le 5 iniezioni di Trenbolone.

Il grafico qui sopra (barre grigie), riporta i dati estrapolati dagli esperimenti in vitro che i ricercatori hanno inoltre svolto con le cellule cerebrali esponendole per 48 ore a 100 nanomoli di Trenbolone [TB]. L’aggiunta di un antiandrogeno come la Flutamina [Flu] ha ridotto l’accumulo di amiloide-beta-42. Così è emerso che i danni cerebrali causati dal Trenbolone sono dovuti agli effetti androgeni di questa molecola.

Una combinazione di Trenbolone e DHT ha mostrato di aumentare l’accumulo di amiloide-beta-42.

In definitiva, per quanto emerso dallo studio, dal momento che i danni ai neuroni possono verificarsi molto prima dei sintomi clinici dei disturbi neurodegenerativi, l’esposizione al Trenbolone dovrebbe essere considerata come un fattore ambientale ad alto rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer. Ciò nonostante, si parla ancora di ipotesi le quali dovrebbero essere accertate ed avvalorate da ulteriori ricerche.

Siamo più o meno tutti consapevoli del fatto che l’aumento dell’aggressività riscontrabile in diversi bodybuilder “doped” sia una costante con variabili di intensità tra soggetto e soggetto. Ma è piuttosto facile osservare maggiori problemi di instabilità mentale negli utilizzatori di Trenbolone rispetto ad altri AAS.

Generalmente, se un soggetto ha una personalità già di base aggressiva, con l’aumento degli androgeni circolanti tale caratteristica subisce una significativa esacerbazione.

Non stupisce, quindi, che i modelli animali trattati con Trenbolone mostrino effettivamente un degrado cognitivo.

Conclusioni sul Trenbolone:

Grazie ai molti dati enpirici ed aneddotici da me raccolti negli anni riguardo al Trenbolone e al suo utilizzo da parte dei BodyBuilder e PowerLifter, vi esorto innanzi tutto ad essere molto cauti con un suo possibile uso, soprattutto quando si è consapevoli del fatto che i dati clinici a riguardo sono scarsi e basati su modelli animali.

Nonostante alcuni di voi saranno sicuramente sorpresi del fatto che il Trenbolone non è un farmaco che ha avuto studi sugli esseri umani, la verità è questa.

Ci sono molte persone convinte del fatto che, dato l’utilizzo diffuso e annoso nella comunità del Bodybuilding di questa molecola, e dato che è stato precedentemente prescritto clinicamente per il trattamento di malattie degenerative muscolo-scheletriche nell’uomo, il Trenbolone possa essere somministrato con una certa sicurezza anche a dosaggi elevati. Peccato però che di “dati di sicurezza” nell’uso umano non vi sia la minima traccia. Ci si basa solo e soltanto su dati empirici e aneddotici!

Paradossalmente, esistono più dati clinici su esseri umani di molecole relativamente recenti rispetto al Trenbolone che, tanto per delucidazioni temporali, è stato sintetizzato per la prima volta nel 1963.

Qualora una persona decidesse di testare il Trenbolone dovrebbe tenere conto di alcuni punti “conservativi”:

  • Non superare un dosaggio iniziale pari a 76-100mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato o di 100mg di Trenbolone Enantato a settimana. Una dose massima iniziale può essere pari a 150mg di Trenbolone Acetato a settimana;
  • Successivamente, calibrare il dosaggio attraverso la formula 2mg/Kg (Trenbolone/Kg di peso corporeo) a settimana (es. 90Kg = 180mg);
  • Ridurre l’uso della molecola a massimo 1-2 volte l’anno.

ATTENZIONE! Non si tratta di consigli ma di divulgazione preventiva! Non per nulla, questi articoli nascono come mezzo per evitare l’abuso sconsiderato di PEDs!

Continuare ad usare dosaggi molto al di sopra del margine utile e conservativo non porterà a nessun reale vantaggio. E ciò non interessa soltanto gli individui con una genetica nella media, in parte convinti che basti usare un dosaggio maggiore e crescente per essere quello che non si è, ma anche e soprattutto i tendenti “freak”, soggetti che come la mal erba crescono con dosaggi tutt’altro che facenti parte della posologia dei doped “millennial”.

Per il resto, ad ognuno la propria riflessione in merito e il dialogo con la propria coscienza.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

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