Ottimizzazione ormonale e farmacologica nel BodyBuilding femminile – dalla fisiologia alla pratica “Natty” ed “Enhanced” – [Terza ed ultima Parte – Gestione dei dimorfismi sessuali nella pratica “Enhanced” -]

Introduzione alla Terza ed ultima Parte:

Nella prima parte di questa complessa disamina sulla gestione ormonale e farmacologica nelle bodybuilder, abbiamo acquisito le nozioni base per poter comprendere come, con logica, le marcate differenze di risposta metabolica ormonale-adattativa delle atlete metta la diretta interessata o il professionista qualificato a dover comprendere e mettere in pratica delicate e ramificate modalità nella preparazione per il miglioramento delle prestazioni e dell’estetica.

Bodybuilder flexing in front of a gym mirror

Esistono sensibili differenze importanti tra donne e uomini che fanno uso di PEDs in generale e AAS in particolare. E queste differenze non si limitano alle più evidenti e conosciute come ùgli effetti collaterali androgenici, che risultano più pronunciati nelle donne. E non mi riferisco semplicemente all’acne. No. Mi riferisco alla crescita del clitoride (clitoromegalia), alla crescita eccessiva di peli (irsutismo) e all’abbassamento della voce (disfonia) ecc… . Cose che, ne sono certo, la maggior parte delle donne, se non tutte, vorrebbe assolutamente evitare — soprattutto considerando che alcune di esse potrebbero essere irreversibili. Queste manifestazioni, sono generate da una mancata conoscenza farmacologica e, soprattutto, di differenza dimorfica dell’uso di determinati farmaci su una donna rispetto ad un uomo. La mancata conoscenza e capacità comprensiva e applicativa [comune nel 90% dei “preparatori”] comprende la totale comprensione del principio del “dosaggio minimo efficace” per molecola e del tempo di esposizione con effetti correlati ad esso ed alla dose del/i farmaco/i utilizzato/i.

Di conseguenza, diventa particolarmente importante prestare la dovuta attenzione alle donne per quanto riguarda le molecole utilizzate, il dosaggio, il tempo di esposizione e il monitoraggio degli effetti collaterali.

Iniziamo subito l’immersione nella complessità della preparazione enhanced [lucida, logica e sensata] per una Bodybuilder…

Il fattore AR [Recettore degli Androgeni] nella donna

I Recettori degli Androgeni (AR), noti anche come recettori nucleari della sottofamiglia 3, gruppo C, membro 4 (NR3C4), come abbiamo già accennato nella prima parte, sono ampiamente espressi in diversi tessuti femminili, tra cui l’ovaio, il tessuto endometriale, il seno, il cervello, l’osso, il cuore e il muscolo-scheletrico mediando funzioni cruciali. Diverse malattie AR-dipendenti includono il cancro al seno, dell’ovaio e del pancreas, oltre a carenze anaboliche come l’atrofia muscolare e l’osteoporosi.

Schema in italiano dell’azione del recettore androgenico nella cellula muscolare

L’attività del AR è implicata nella distribuzione del grasso corporeo indicando che gli steroidi sessuali influenzano la differenziazione delle cellule staminali adipose (ASC) in adipociti maturi e le funzioni delle cellule adipose. È stato proposto che gli androgeni svolgano un ruolo primario e dati convincenti dimostrano che la somministrazione di quantità fisiologiche di Testosterone alle donne ha ridotto l’attività della lipasi sensibile agli ormoni adiposi negli adipociti addominali sottocutanei (SC) e ha inibito la lipolisi in vivo.

Un altro punto accennato nella prima parte riguardava la presunta sensibilità “accentuata” degli AR nelle donne, soprattutto in età fertile. Infatti, sebbene risulti che i maschi abbiano un numero di AR totali maggiore rispetto alle femmine, queste ultime sembrano avere una maggiore fosforilazione del AR [vedi maggiore sensibilità recettoriale con modifica repentina della struttura proteica recettoriale].

  • La fosforilazione recettoriale

La Fosforilazione è un segnale che agisce a livello dell’interazione ligando-recettore. Le cellule, mediante processi di fosforilazione e defosforilazione recettoriale, sono in grado di modulare l’affinità del recettore per il ligando. Di solito, la fosforilazione del recettore induce una modificazione conformazionale nel recettore stesso il quale perde affinità per il proprio ligando. L’interazione è più breve, più difficile o meno duratura, perciò la risposta generata è minore. Nella donna questo risultato sembra essere un mezzo di controllo in risposta ad una precedente attività sovra-regolatoria del recettore androgeno. Da qui l’ipotesi di innesco della maggiore sensibilità agli androgeni osservata nelle donne, in specie in pre-menopausa. E’ comunque corretto sottolineare che è stata notata una fosforilazione complessiva in questi siti simile tra i sessi. 

Schema del DHT: attivazione del recettore androgenico, traslocazione nucleare e crescita muscolare

Parlando di AR e fosforilazione, è estremamente utile chiarire nuovamente il (mis)concetto della “saturazione/down-regulation dell’AR” in concomitanza con l’uso di AAS…

Di seguito i “punti chiave” necessari per comprendere la questione AAS/SARM e saturazione AR:

  • I Recettori degli Androgeni nella maggior parte dei tessuti sono saturi all’estremità inferiore del normale intervallo fisiologico di Testosterone [in ambo i sessi].
  • Nonostante questa saturazione, la crescita muscolare e la diminuzione della massa grassa è ancora legata al Testosterone in modo dipendente dalla dose, anche a livelli sovra-fisiologici.
  • L’aumento della sintesi proteica non è l’unico (e forse non il principale) meccanismo attraverso il quale il Testosterone causa la crescita del muscolo-scheletrico.
  • Gli Androgeni sembrano causare un aumento delle cellule satelliti e dei mioonuclei nei muscoli. L’aggiunta di mionuclei alle fibre muscolari è uno dei meccanismi principali con cui essi crescono in dimensione. Questo aumento delle cellule satelliti e dei mionuclei avviene attraverso un percorso dipendente dal Recettore degli Androgeni.
  • In molti tessuti, l’aumento della concentrazione di Androgeni porta a un aumento della densità dei Recettori degli Androgeni. Questo può aiutare a dare una spiegazione alla possibilità di crescita potenziale maggiore “off cycle” attraverso il precedente uso di anabolizzanti. A tal proposito ricordiamoci anche della così detta “Memoria Muscolare”.
  • L’aumento delle cellule satellite deriva dalla differenziazione delle cellule staminali mesodermiche pluripotenti. Queste sono le stesse cellule che si differenziano in adipociti (cellule del tessuto adiposo, quindi grasso). L’aumento della differenziazione di queste cellule in cellule satellite (che generano mionuclei) spiega il perché dosi più elevate di Androgeni portano a una diminuzione della massa grassa.
  • L’aumento delle cellule satelliti e dei mionuclei nella fibra muscolare è più che raddoppiato quando si confronta la somministrazione di 300mg vs. 600mg di Testosterone Enantato. Queste, ovviamente, sono già dosi sovrafisiologiche e questo dimostra l’opposto dei rendimenti decrescenti; tuttavia c’è ancora probabilmente un “collo di bottiglia” sconosciuto a questa differenziazione.
Longitudinal skeletal muscle fibers with peripheral nuclei and 20 µm scale bar
Al microscopio, le fibre muscolari scheletriche longitudinali rivelano striature distinte e nuclei periferici.

Quindi, la somministrazione di dosi sovrafisiologiche di AAS non satura e/o riduce i recettori androgeni nei muscoli come si pensava in passato. Al contrario, la ricerca mostra che dosi elevate possono aumentare o mantenere l’espressione dei recettori nei mionuclei, stimolando la sintesi proteica e l’ipertrofia.

  • Sintesi della dinamica dei Recettori Androgeni
  1. Upregulation muscolare: Modelli sperimentali indicano che gli AAS aumentano il numero di recettori androgeni nei tessuti muscolari scheletrici in modo dose-dipendente.
  2. Mionuclei: L’uso di queste sostanze favorisce la proliferazione delle cellule satelliti e la creazione di nuovi mionuclei che esprimono i recettori.
  3. Adattamento tissutale: L’esposizione cronica prolungata può stabilizzare l’espressione dei recettori dopo una fase iniziale di incremento.

Questa caratteristica osservata in ambo i sessi unita al “fattore sensibilità dell’AR” nelle bodybuilder dovrebbe iniziare a far capire che i dosaggi efficaci sono decisamente inferiori a quelli degli uomini in senso generale e specifico per molecola.

La variabile estrogenica

Sappiamo che l’estrogeno prevalente in quantità e potenza è l’E2, anche se diversi suoi metaboliti hanno anche una marcata attività ormonale estrogenica. Quantitativamente, gli Estrogeni circolano a livelli inferiori rispetto agli Androgeni sia negli uomini che nelle donne. Mentre i livelli di Estrogeni sono significativamente più bassi nei maschi rispetto alle femmine. Come tutti gli ormoni steroidei, gli Estrogeni penetrano facilmente attraverso la membrana cellulare. Una volta all’interno della cellula, si legano e attivano i recettori degli estrogeni (ERα e ERβ) che a loro volta modulano l’espressione di molti geni.

Schema comparativo dei recettori estrogenici ERα ed ERβ e delle loro risposte cellulari

La proteina ERα si trova nell’endometrio, nelle cellule del cancro al seno, nelle cellule stromali ovariche e nell’ipotalamo. L’espressione della proteina ERβ è stata documentata nelle cellule della granulosa ovarica, nel rene, nel cervello, nelle ossa, nel cuore, nei polmoni, nella mucosa intestinale, nella prostata e nelle cellule endoteliali. Vi è una popolazione recettoriale anche nel fegato.

Gli estrogeni sembrano promuovere e mantenere la tipica distribuzione del grasso di tipo femminile, caratterizzata dall’accumulo di tessuto adiposo, soprattutto nel deposito di grasso SC, con un accumulo solo modesto di tessuto adiposo intra-addominale. L’E2 aumenta direttamente il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici negli adipociti SC. L’aumento del numero di recettori α2A-adrenergici causa una risposta lipolitica attenuata dei β-agonisti negli adipociti SC.

Diagramma italiano dei recettori α2A e β-adrenergici, cAMP, PKA, HSL e lipolisi nell’adipocita.

Nella donna, l’impatto dell’attività biologica degli estrogeni presenta maggiori risultanti sulla composizione corporea e la sua manipolazione rispetto agli uomini. L’E2, come estrogeno dominante, attraverso il legame con le subunità recettoriali influenza  altre vie ormonali come l’Asse GH/IGF1.

Infatti, nonostante la produzione giornaliera di hGH è circa 2 volte superiore nelle giovani donne rispetto agli uomini e varia di 20 volte in base allo sviluppo sessuale e all’età, la sua azione (compresa quella del IGF1) è strettamente influenzata dall’attività estrogenica.

I dati che riportano gli effetti degli estrogeni su hGH/IGF-I nelle donne sembrano confusi, in quanto il trattamento con estrogeni aumenta la secrezione di hGH, ma è accompagnato da effetti variabili e persino soppressivi sull’IGF-I circolante. Molti studi hanno poi riportato che la terapia ormonale sostitutiva riduce i livelli di IGF-I, specie se comporta l’uso di forme di E2 per uso orale.

Il fegato è un organo che risponde agli steroidi sessuali, nonché il principale sito del metabolismo regolato dal hGH e la principale fonte di IGF-I endocrino. Molti aspetti della funzione epatica sono perturbati da concentrazioni sovrafisiologiche di estrogeni nella circolazione portale; per lo più raggiungibile attraverso altarazione iatrogena

Diagramma della sintesi epatica di IGF-1 e delle sue azioni sistemiche

Il hGH circola nel sangue legato a una proteina ad alta affinità (GHBP). Il fegato è la principale fonte di GHBP, che deriva dalla scissione proteolitica del dominio extracellulare del recettore del hGH (GHR). Il GHBP altera la distribuzione e la farmacocinetica del hGH e probabilmente ne modula l’azione. È emerso di recente che gli estrogeni esercitano effetti profondi su questa componente della fisiologia del hGH/IGF-I.

L’IGF-I circola quasi interamente come un complesso ternario legato all’IGFBP-3 e alla subunità acido labile (ALS), entrambi fortemente regolati dal hGH. L’ALS è influenzato dagli estrogeni in modo simile all’IGF-I. Pertanto, gli effetti degli estrogeni sulla SLA non sono influenzati dalla formulazione degli estrogeni [esogeni Vs. endogeni]. Poiché l’ALS e l’IGF-I sono colocalizzati negli epatociti, la dipendenza dalla via d’azione degli estrogeni suggerisce un effetto simile a quello dell’IGF-I.

Gli estrogeni inibiscono l’attivazione della via JAK/STAT da parte del hGH. L’inibizione è dose-dipendente e deriva dalla soppressione della fosforilazione di JAK2 indotta dal hGH, con conseguente riduzione dell’attività trascrizionale di STAT3 e STAT5. Gli estrogeni non influenzano l’attività di PTP ma stimolano l’espressione di SOCS-2, che a sua volta inibisce l’azione di JAK2. L’espressione di SOCS-2 è sovra-regolata dagli estrogeni in modo ERα-dipendente. Dato il ruolo centrale di JAK2 nell’attivazione di molteplici cascate di segnalazione del GHR, gli estrogeni potrebbero influenzare anche altre vie a valle per esercitare un impatto più ampio sull’azione del hGH.

Diagram of GH-activated JAK2/STAT5 signaling driving hepatic IGF-1 production

Risulta sufficientemente chiaro, in base a quanto riportato, che la chiave del controllo estrogenico permette alla bodybuilder di sfruttare al meglio la somministrazione di hGH esogeno il quale, altrimenti, subirebbe limitazioni sia per controllo fisiologico E2-dipendente e sia per aumento delle concentrazioni estrogeniche in caso d’uso di substrati aromatizzabili o per attività estrogenica intrinseca di una molecola [es. Oxymetholone].

Il controllo deve essere ovviamente ben calibrato onde evitare ripercussioni negative dipendenti da un livello di E2 troppo basso, soprattutto in cronico…

Risposta differenziale agli inibitori della Aromatasi/SERM tra uomini e donne

Nota: la variabile incisiva nell’uomo è rappresentata dalla presenza o assenza della attività testicolare possibile per “residuale ipofisario” o per uso di hCG / hMG.

Gli uomini mostrano pochi cambiamenti nella composizione corporea con l’utilizzo di soli AI, nelle donne le cose sono diverse, come osservato tra le atlete e, per esempio, da oncologi presso la University of Pittsburgh negli Stati Uniti.

Sebbene si tratti di donne sopravvissute al cancro al seno, in uno studio esse sono state trattate o con un SERM [Tamoxifene, Toremifene o Fulvestrant] o un AI [Letrozolo, Anastrozolo o Exemestane]. Durante i 24 mesi dello studio la massa grassa delle donne che avevano assunto un SERM era aumentata di 1kg, mentre non vi è stato alcun aumento della massa grassa in coloro che avevano assunto un AI. I SERM non hanno avuto alcun effetto sulla massa magra, mentre gli AI hanno portato ad un aumento superiore al chilogrammo di massa corporea magra.

Ricordiamoci però che l’Exemestane, usato nello studio,  non è solo un AI, è anche un androgeno con un lieve effetto anabolizzante. Il suo impatto positivo sulla composizione corporea era stato osservato anche in uno studio italiano svolto su 33 donne che hanno assunto Exemestane per un periodo di 2 anni.

Diagramma in italiano del meccanismo d’azione dell’anastrozolo sulle cellule tumorali mammarie

In un altro studio dove sono state monitorate 68 donne anziane, le quali avevano già assunto 20mg al giorno di Tamoxifene per 2-3 anni, ha osservato un sensibile miglioramento della composizione corporea. Una metà delle donne dello studio hanno continuato ad assumere il SERM mentre l’altra metà iniziò ad assumere 25mg al giorno di Exemestane. Nei due anni di durata dello studio le donne del gruppo Exemestane avevano guadagnato una media di 2,2kg di massa magra con una perdita media della massa grassa di 0,7kg.

C’è da considerare inoltre che le donne dello studio non si allenavano. Indi, cosa potrebbe significare in termini di composizione corporea se una atleta assumesse 25mg al giorno di Exemestane nella sua preparazione? Probabilmente, un’atleta di categoria Bikini, non avrebbe bisogno d’altro.

  • Alcuni chiarimenti sull’uso del Tamoxifene nelle bodybuilder

Il Tamoxifene è un pro-farmaco i cui metaboliti agiscono come modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM), ovvero come agonista parziale dei recettori degli estrogeni (ER), e come Inibitori della Aromatasi (AI). Ha un’attività mista estrogenica e antiestrogenica, con un profilo di effetti diverso a seconda dei tessuti. Ad esempio, il prodotto metabolico del Tamoxifene ha effetti prevalentemente antiestrogenici nel seno, ma prevalentemente estrogenici nell’utero e nel fegato. Nel tessuto mammario, agisce come antagonista ER, inibendo la trascrizione dei geni che rispondono agli estrogeni.[Wang DYet al. (February 2004)] Un effetto collaterale benefico del Tamoxifene è che previene la perdita di massa ossea agendo come agonista ER (cioè imitando gli effetti degli estrogeni) in questo tipo di cellule. Pertanto, inibendo gli osteoclasti, previene l’osteoporosi.

Come accennato, il Tamoxifene agisce come pro-farmaco di metaboliti attivi come l’Endoxifene (4-idrossi-N-desmetiltamoxifene) e l’Afimoxifene (4-idrossitammoxifene; 4-OHT).[Klein DJ et al. (November 2013).] Questi metaboliti hanno un’affinità per gli ER da 30 a 100 volte superiore a quella del Tamoxifene stesso.[Ahmad A et al. (December 2010).] L’Afimoxifene ha mostrato di avere il 178% e il 338% dell’affinità dell’estradiolo per l’ERα e l’ERβ, rispettivamente. [Kuhl H (August 2005).] Le potenze antiestrogeniche dell’Endoxifene e dell’Afimoxifene sono molto simili. Tuttavia, l’Endoxifene è presente in concentrazioni molto più elevate rispetto all’Afimoxifene ed è ora ritenuto la principale forma attiva del Tamoxifene nell’organismo. Il Norendoxifene (4-idrossi-N,N-didesmetiltamoxifene), un altro metabolita attivo del Tamoxifene, è risultato agire come un potente inibitore competitivo dell’Aromatasi (IC50 = 90 nM) ed è con tutta probabilità coinvolto nell’attività antiestrogenica complessiva del Tamoxifene.

Infografica italiana sulla conversione del tamoxifene in metaboliti attivi

Il suo inserimento in pre-contest/Cut, quindi inserendolo con tempistiche adeguate, il Tamoxifene contribuisce alla riduzione dei α2A-AR adipocitari facilitando la mobilitazione e l’uso come substrato energetico (dipendente da dieta e fattori termogenici) degli acidi grassi liberi rilasciati dai depositi di “grasso testardo” in combinazione potenziale con Yohimbina e ACE II inibitori.

Un altra cosa particolarmente interessante riguardante il Tamoxifene, o, meglio i suoi metaboliti attivi, è che può influenzare positivamente il metabolismo del glucosio, in particolare nel muscolo scheletrico. Alcuni studi suggeriscono che il Tamoxifene può avere un impatto sulla tolleranza al glucosio e sulla sensibilità all’insulina, con alcune evidenze che indicano un aumento della resistenza all’insulina in determinati contesti, soprattutto in presenza di obesità. Tuttavia, altre ricerche indicano che il Tamoxifene può migliorare la tolleranza al glucosio, evidenziando la complessità dei suoi effetti sul metabolismo del glucosio. In pratica, l’Afimoxifene agisce come un agonista del ER nel muscolo-scheletrico sopperendo al drastico calo del E2 nella fase Cut/Pre-Contest mantenendo i vantaggi dell’estrogeno la dove maggiormente servono all’atleta. Inoltre, alcuni studi su animali hanno dimostrato che il Tamoxifene può proteggere dai danni muscolari causati dalle contrazioni migliorando il recupero post esercizio, migliorare la forza muscolare e persino migliorare la struttura muscolare.

Infografica italiana sull’afimoxifene e i suoi effetti su forza, infiammazione e metabolismo muscolare

Di quanto sopra elencato, per un efficace controllo estrogenico in una bodybuilder è sufficiente l’uso combinato di un SERM e un AI. Il Tamoxifene può essere sostituito con il Raloxifene anche se di minore potenza d’impatto. Il Letrozolo risulta invece una potenziale sostituzione al Anastrozolo, diversamente dagli uomini. In caso l’atleta abbia tra gli AAS in uso Drostanolone e/o Methenolone, andranno calibrate con maggiore accuratezza, mgXmg, il SERM e l’AI inseriti. Anche in questo caso occorre dare particolare attenzione ai tempi di soppressione e allo scalo graduale delle molecole regolatrici al termine della preparazione.

In conclusione, sebbene con l’uso cronico il Tamoxifene presenti uno svantaggio sulla composizione corporea nelle donne, il suo utilizzo nel breve sembra comunque mostrare dei vantaggi sulla riduzione della massa grassa. Inserendo il Tamoxifene in una preparazione alla gara o in un ciclo di definizione femminile, viene bloccato l’ effetto estrogenico sulla densità e attività dei recettori α2A-adrenergici, oltre a impedire il legame ormone-recettore con conseguente blocco dell’azione lipogenica degli estrogeni, facilitando la mobilitazione del grasso su fianchi e cosce;

Review paper: interazione estrogeni–recettori α2-adrenergici nell’adipocita, con vie di segnalazione ed effetti fisiologici.

Sebbene, come detto, sia meno impattante, anche il Raloxifene sembra mostrare buoni effetti sulla composizione corporea. In uno studio ad un gruppo di 70 donne di età compresa tra i 70 e gli 80 anni è stata somministrata una dose giornaliera di 60mg di Raloxifene. Ad un altro gruppo di 73 donne è stato somministrato un placebo. La somministrazione di Raloxifene ha ridotto la massa grassa, ma ha anche aumentato la massa corporea magra.

La messa in pratica dei concetti in una preparazione enhanced femminile

Per cominciare, dovrebbe essere chiaro che i cicli delle donne prevedono dosaggi (di gran lunga) inferiori rispetto a quelli degli uomini in termini assoluti. Tuttavia, in termini relativi, possono essere considerati più o meno simili a causa delle concentrazioni fisiologiche molto basse nelle donne [rapporto ormonale]. Mentre gli uomini utilizzano dosaggi che vanno da circa 250mg di Testosterone Enantato fino a diversi grammi di molecole diverse a settimana, le donne tendono a rimanere nell’intervallo inferiore ai 50-100mg di AAS a settimana, o leggermente al di sopra di tale valore. Un dosaggio tipico che si riscontra spesso nelle atlete di Bikini è di circa 5-10mg di Oxandrolone (Anavar) al giorno. Ciò equivale quindi a circa 70 mg di un AAS androgenicamente debole a settimana.

Hormone medication boxes, vials, tablets, and anatomy chart in clinic

Un altro aspetto che spicca nelle donne è che di solito non seguono cicli di assunzione per periodi molto lunghi, o per lo meno non dovrebbero. Mentre molti uomini assumono AAS per periodi che variano da circa 2 mesi fino a 6 mesi o addirittura un anno, o anche più a lungo, è meno probabile che si verifichino casi simili nelle donne. Proprio come per i dosaggi più bassi, le donne dovrebbero tendere, ed alcune lo fanno, a seguire cicli brevi per evitare e/o ridurre sensibilmente gli effetti androgenici (virilizzanti). Naturalmente, alcune donne [e i loro scellerati “preparatori” che le indirizzano] che assumono AAS lo fanno per mesi e mesi, a volte anche con dosaggi piuttosto elevati. Ma queste donne, le quali sembrano non curarsi del cambio di sesso al quale si sottopongono, o hanno sviluppato un micropene con una voce profonda e virile, oppure — per qualche motivo — tendono ad essere piuttosto resistenti agli effetti collaterali androgenici. E quest’ultimo punto non rappresenta affatto la norma. Inoltre, alcune donne potrebbero pensare di assumere dosaggi relativamente elevati, mentre in realtà il loro dosaggio è insufficiente. Anche questo accade inevitabilmente.

Anche le molecole che usano possono essere diverse da quelle utilizzate dagli uomini. Mentre gli uomini usano, beh, praticamente tutto ciò che ti viene in mente, le donne tendono a utilizzare solo alcune delle molecole disponibili. Gli AAS più diffusi tra le donne sono l’Oxandrolone, lo Stanozololo e l’Oxymetholone. Tutti questi sono AAS assunti per via orale. Poi, leggermente meno comuni, ma comunque molto utilizzati, sono il Methenolone e il Nandrolone. Anche in questo caso, ci sono sempre alcune donne che utilizzano più o meno le stesse molecole degli uomini, come il Testosterone, il Trenbolone e il Methandrostenolone, ma si tratta di casi piuttosto rari e limitati alle categorie più “hard”.

Ci sono diverse ragioni per cui gli AAS per via orale sono così preferiti dalle donne. E non è solo perché è molto più facile prendere una pillola che iniettarsi dell’olio nei glutei. Questo è anche dovuto alla breve emivita degli AAS orali. Mentre gli AAS iniettabili comunemente usati hanno un’emivita di diversi giorni, quelli per via orale hanno un’emivita di sole poche ore. Quindi, ogni volta che si manifesta un effetto collaterale androgenico, è possibile interrompere l’assunzione e l’effetto svanirà più o meno nel giro di 24-48h; mentre con gli AAS iniettabili, persiste per diversi giorni in più, il che potrebbe esacerbarlo ulteriormente. Posso immaginare che possa essere spaventoso sperimentare certi effetti collaterali. Si pensi a una donna che si sveglia e nota che la sua voce suona un po’ più profonda. Allora non è certo rassicurante pensare di essersi appena iniettata il Nandrolone Decanoato, con la sua lunga emivita, proprio la sera prima.

A differenza degli uomini, anche le donne non hanno bisogno di assumere dosaggi elevati. Quindi, mentre negli uomini l’uso orale di AAS è limitato a causa della sua epatotossicità, dato che assumono dosaggi elevati, questo vale in misura molto minore per i dosaggi femminili. L’epatotossicità diventa in gran parte irrilevante quando si utilizzano “dosaggi da bambino” per poche settimane (visto che anche le donne tendono a seguire cicli più brevi). Quindi, uno degli svantaggi dell’uso di SAA per via orale per gli uomini non vale realmente per le donne. Infine, secondo la mia esperienza, gli uomini sembrano preoccuparsi meno delle iniezioni rispetto alle donne. Ma questa è solo un’osservazione che potrebbe essere completamente sbagliata, ovviamente.

Torniamo quindi ai composti utilizzati. Ne ho citati alcuni tra i più diffusi, ma ciò non significa necessariamente che siano la scelta più saggia. So che il metenolone è piuttosto popolare tra le donne, ma penso che sia una delle scelte peggiori per una donna. I sostenitori sostengono che l’effetto androgenico del metenolone non venga amplificato nei tessuti sensibili agli androgeni. L’enzima 5α-reduttasi converte il testosterone nel più potente diidrotestosterone (DHT). Questo, infatti, non avviene con il Methenolone. È già ridotto sul carbonio 5. Quindi, quando raggiunge un tessuto sensibile agli androgeni, il suo effetto non viene amplificato a causa della sua conversione in qualche altro metabolita. Tuttavia, lo svantaggio del metenolone è che il suo effetto probabilmente diminuisce nel tessuto muscolare scheletrico! Il Nandrolone, d’altra parte, a prescindere dalla sua lunga emivita quando esterificato con l’estere Decanoato, sembra una scelta intelligente per le donne. Viene ridotto a un metabolita meno potente nei tessuti sensibili agli androgeni che esprimono l’enzima 5α-reduttasi. Pertanto, sebbene sia
inadatto alle donne che non conoscono ancora bene la risposta del proprio corpo agli androgeni
a causa della lunga emivita, è più indicato per quelle che invece la conoscono. Mentre l’estere Decanoato iniettato intramuscolarmente ha un’emivita di circa una settimana, l’emivita dell’estere Fenilpropionato è molto più breve, pari a circa due giorni e mezzo. Ciò lo rende l’estere più interessante per le donne. Tuttavia, ciò significa comunque che ci vorrà più di una settimana prima che gli effetti del composto svaniscano.

Il 19-norandrosterone è il principale metabolita urinario del Nandrolone e dei suoi precursori. Viene sintetizzato nel corpo dopo l’assunzione di Nandrolone o proormoni correlati. Si tratta di una molecola steroidea molto idrofoba e poco solubile in acqua la quale viene espulsa attraverso i reni, legata soprattutto a molecole di acido glucuronico o solfati.

Degradazione metabolica da Nandrolone a 19-norandrosterone

Il 19-norandrosterone si lega ai grassi e viene rilasciato lentamente dai depositi muscolari. Di conseguenza, i test urinari possono risultare positivi anche ad un anno o più di distanza dall’ultima assunzione della molecola progenitrice (fino a 12 – 18 mesi). Essendo molecole lipofile, tendono ad accumularsi nel tessuto adiposo e a essere rilasciate nel sangue in modo continuo e prolungato. Inoltre, consideriamo il fatto che la velocità di filtrazione renale ed enzimatica varia da persona a persona, motivo della variabile temporale di rilevamento.

Cosa molto importante da sapere per le atlete [o chi per loro] è che il 19-norandrosterone non ha un effetto androgenico significativo. Si tratta di un metabolita inattivo, il che significa che è un prodotto di scarto biologico e non è in grado di attivare i recettori degli androgeni nel corpo. Quando il fegato metabolizza il Nandrolone per poterlo eliminare, lo converte in 19-norandrosterone. Durante questo processo biochimico, la molecola perde del tutto la capacità di legarsi ai recettori AR. Non può quindi causare crescita muscolare, né effetti collaterali androgeni.

  • Una nota sul Nandrolone nelle preparazioni delle bodybuilder
Struttura molecolare del Nandrolone

Chi legge con attenzione i miei articoli ed ascolta con altrettanta attenzione i miei video, saprà certamente che non nutro una grande considerazione per l’uso del Nandrolone negli atleti di sesso maschile in particolare. Il motivo è molto semplice e va dalla sua potenza relativa non giustificante un uso che può facilmente creare nel utilizzatore un dis-confort psico-fisico [sbalzi d’umore, depressione, ansia, paranoia, letargia, marcati problemi di bassa libido e difficoltà a raggiungere e mantenere l’erezione ecc…], ad una alterazione marcata della ritenzione idrica con incrementi pressori elevati e aumentate possibilità di sviluppare ipertrofia ventricolare sinistra. Nella donna, però, visti i dosaggi contenuti e le potenzialità sul controllo del tessuto endometriale, la sua applicazione rimane ancora giustificata e sensata. Infatti, l’assunzione di AAS aromatizzabili (AAS in grado di convertirsi in estrogeni) da parte delle donne rendere l’uso concomitante di progestinici sensato. Il motivo è che gli estrogeni causano un ispessimento del rivestimento uterino. Pertanto, una donna che assume AAS aromatizzabili subirà un ispessimento del rivestimento uterino dovuto alla conversione degli AAS in estrogeni. Questo è il motivo per cui nei contraccettivi orali un estrogeno (di solito l’Etinilestradiolo) viene sempre combinato con un progestinico (Levonorgestrel, Norgestimato o Ciproterone, solo per citarne alcuni). I progestinici agiscono in modo opposto rispetto agli estrogeni sul muco uterino, rendendolo nuovamente più sottile. Ciò potrebbe ridurre la quantità di sanguinamento e il dolore associato alle mestruazioni. Inoltre, riduce il rischio di cancro all’utero in modo piuttosto significativo, anche anni dopo la cessazione dell’uso.

Stiamo comunque parlando di dosaggi efficaci pari a 50-100mg/Week di Nandrolone Fenilpropionato.

Se vi steste chiedendo “ma non può usare semplicemente del Progesterone?” … No, capra! A parte il fatto che non vi è paragone in benefici dato che uno [il Nandrolone] agisce anche come anabolizzante mentre il secondo [il Progesterone] sarebbe limitato e limitante a livello metabolico. Inoltre, stiamo parlando di un contesto ben preciso: la preparazione enhanced di una bodybuilder! Servono altre puntualizzazioni? Ecco, andiamo avanti…

Come valutare i migliori AAS per una bodybuilder

Una ipotetica classifica degli AAS migliori per una bodybuilder dovrebbe innanzitutto prendere in considerazione la categoria; d’altronde, una Bikini avrà necessità diverse da una Figure, no?…ovviamente.

Oltre a ciò, i punti “universali” da prendere in considerazione per questo tipo di valutazione sono:

  1. Androgenicità intrinseca e derivata della molecola [quindi diretta sia dalla molecola che dai suoi metaboliti]
  2. Tempo di attività e non soltanto l’emivita
  3. Tollerabilità generale e soggettiva di esposizione alla molecola [vedi anche lasso temporale nel quale i sides androgenici sono facilmente gestibili con la dose minima efficace]
  4. Sensibilità individuale all’androgenicità [vedi anche tendenza soggettiva alla manifestazione dei caratteri sessuali secondari androgeno-correlati]
Italian infographic showing Hercherberger test measurements in a male rat

Elencati i sopracitati punti, bisogna aggiungere che anche in questo caso il famoso [e fallace] test di  Hershberger non può essere un mezzo sicuro di valutazione del potenziale androgeno della molecola, o delle molecole, che si andranno ad inserire nella preparazione. Possono invece tornare molto utili i risultati degli studi clinici fatti su pazienti di sesso femminile, nei quali possiamo trovare dettagliate valutazioni della risposta androgenica a seconda del dosaggio e del tempo di trattamento.

A questo punto è utile approfondire la “variabile androgenica” degli AAS e come questa chiarisca ulteriormente come il prima citato test di Hershberger sia praticamente inutile per la valutazione completa di uno steroide anabolizzante androgeno…

Comprendere l’adrogenicità statistica di una molecola in rapporto al DHT

Sappiamo che il Dihydrotestosterone (DHT5α-dihydrotestosterone5α-DHTAndrostanolone o Atanolone) viene sintetizzato in modo irreversibile dal Testosterone [anche se vi sono vie di sintesi dall’Androstenedione che saltano il passaggio a Testosterone] tramite l’enzima 5α-reduttasi. Ciò avviene in vari tessuti, tra cui gli organi genitali (pene, scroto, clitoride, grandi labbra), la prostata, la pelle, i follicoli piliferi, il fegato e il cervello. Circa il 5-7% del Testosterone subisce la 5α-riduzione in DHT, e nell’organismo maschile vengono sintetizzati circa 200-300μg di DHT al giorno, mentre in una donna adulta sana vengono sintetizzati mediamente circa 50-100µg di DHT al giorno. La maggior parte del DHT viene prodotta nei tessuti periferici come la pelle e il fegato, mentre la maggior parte del DHT circolante proviene specificamente dal fegato. I testicoli e la ghiandola prostatica contribuiscono in misura relativamente modesta alle concentrazioni di DHT in circolo. Nella donna, quasi tutto il DHT circolante e tessutale deriva dalla trasformazione di altri precursori androgeni minori, come l’Androstenedione [con il DHEA a “monte”] o dal Testosterone libero e secreti in modo bilanciato dalle ovaie e dalle ghiandole surrenali.

Schema della sintesi del DHT dal testosterone tramite 5α-reduttasi di tipo 1 e 2

I livelli plasmatici di DHT riflettono questa ridotta sintesi quotidiana rispetto ai parametri maschili:

  • Donne: 0,14 – 0,76 nmol/L (pari a circa 40–220 pg/ml).
  • Uomini: 1,03 – 2,92 nmol/L (pari a circa 300–850 pg/ml).

In determinate condizioni, sia normali che patologiche [vedi PMOS], il DHT può essere sintetizzato anche attraverso una via che non prevede il Testosterone come intermedio, ma che passa invece attraverso altri intermedi. Questa via è denominata “via secondaria”.

La via può partire dal 17α-idrossiprogesterone o dal Progesterone e può essere descritta come segue (a seconda del substrato iniziale):

  • 17α-idrossiprogesterone → 5α-pregnan-17α-olo-3,20-dione → 5α-pregnano-3α,17α-diolo-20-one → Androsterone → 5α-androstano-3α,17β-diolo → DHT.
  • Progesterone → 5α-diidroprogesterone → Allopregnanolone → 5α-pregnano-3α,17α-diolo-20-one → Androsterone → 5α-androstano-3α,17β-diolo → DHT.

Esiste anche la “Via del 5α-androstanedione”:

  • Androstenedione→5α-reduttasi (SRD5A1 o SRD5A2)→5α-androstanedione (noto anche come Androstanedione o 5α-androstane-3,17-dione)→NADPH→17β-idrossi steroide deidrogenasi (17β-HSD, in particolare i tipi 3 o 5)→DHT (5α-dihydrotestosterone).

La “Backdoor Pathway” non viene sempre presa in considerazione nella valutazione clinica dei pazienti con iperandrogenismo, ad esempio a causa di rare anomalie dello sviluppo sessuale come il deficit di 21α-idrossilasi. Ignorare questa via in tali casi può portare a errori diagnostici e confusione, quando la via biosintetica convenzionale degli androgeni non è in grado di spiegare completamente le conseguenze osservate.

Come nel caso della via convenzionale di sintesi del DHT, anche la via alternativa richiede la 5α-reduttasi. Mentre la 5α-riduzione è l’ultima trasformazione nella via classica degli androgeni, essa costituisce il primo passo nella via alternativa.

Diagram of conventional and backdoor steroid pathways producing DHT

Il DHT è un potente agonista del AR ed è il ligando endogeno più potente conosciuto di questo recettore. Ha un’affinità (Kd) compresa tra 0,25 e 0,5nM per l’AR umano, che è circa da 2 a 3 volte superiore a quella del Testosterone (Kd = da 0,4 a 1,0 nM) e da 15 a 30 volte superiore a quella degli androgeni surrenali. Inoltre, la velocità di dissociazione del DHT dall’AR è 5 volte più lenta di quella del Testosterone, tranne che nel muscolo-scheletrico. L’EC50 del DHT per l’attivazione dell’AR è pari a 0,13 nM, un valore circa 5 volte superiore a quello del Testosterone (EC50 = 0,66 nM). Nei test biologici, il DHT si è dimostrato da 2,5 a 10 volte più potente del Testosterone.

L’emivita di eliminazione del DHT nell’organismo (53 minuti) è più lunga di quella del Testosterone (34 minuti), e ciò potrebbe spiegare in parte la differenza nella loro potenza relativa. Uno studio sul trattamento transdermico (cerotti) con DHT e Testosterone ha riportato emivite terminali rispettivamente di 2,83 ore e 1,29 ore.

Sebbene il DHT non possa essere aromatizzato, viene comunque convertito in metaboliti con significativa affinità e attività per gli ER. Si tratta del 3α-androstanediolo e del 3β-androstanediolo, che sono agonisti predominanti dell’ERβ.

Il DHT viene inattivato nel fegato e nei tessuti extraepatici, come la pelle e il muscolo-scheletrico, per via della conversione in 3α-androstanediolo e 3β-androstanediolo grazie all’azione, rispettivamente, degli enzimi 3α-idrossisteroide deidrogenasi e 3β-idrossisteroide deidrogenasi. Questi metaboliti vengono a loro volta convertiti, rispettivamente, in Androsterone ed Epiandrosterone, quindi coniugati (tramite glucuronidazione e/o solfatazione), rilasciati in circolo ed escreti nelle urine.

Conversione metabolica del DHT: DHT in 3α-androstanediolo tramite 3α-HSD, cofattore NADPH/H+

Il DHT costituisce quindi un eccellente substrato per l’enzima 3α-HSD. Questo enzima, espresso nel muscolo-scheletrico umano, lo converte in 3α-androstanediolo, il quale si lega molto debolmente all’AR presentando una capacità miotrofica pressochè inesistente. Questo è il motivo per cui, fin dai primi decenni di ricerca sugli AAS, i ricercatori hanno lavorato al fine di ottenere modifiche strutturali del DHT che ne conservasserò l’alta affinità per l’AR ma riducendo il potenziale androgeno e aumentando la resistenza del 3-cheto gruppo all’azione del 3α-HSD. Da questa ricerca sono nati gli AAS DHT derivati come l’Oxandrolone, lo Stanozololo, il Methenolone e l’Oxymetholone, solo per citarne alcuni.

E qui emerge già un errore di valutazione quando si parla di AAS “attenuati” [come i prima citati DHT derivati] e il potenziale di espressione androgenico nelle donne.

Il paradosso androgenico DHT/AAS tra teoria ed esplicazione biochimica

Schema del metabolismo del testosterone e della regolazione genica androgenica

Sappiamo che il DHT possiede l’affinità di legame per l’AR più elevata tra gli androgeni endogeni e una costante di dissociazione estremamente lenta. Il motivo per cui molti AAS sintetici, anche quelli caratterizzati da un alto indice androgenico teorico o da una derivazione strutturale dal DHT, mostrano una risposta androgenica inferiore o superiore rispetto al DHT nei tessuti bersaglio primari (prostata, cuoio capelluto, pelle) dipende da specifici fattori farmacodinamici e metabolici intracrini.

Esiste un’attività androgenica in vivo del DHT che supera quella di molti AAS con rating teorici elevatissimi (come Fluoxymesterone o Trenbolone).
I valori dell’indice androgenico che si trovano nella letteratura classica (il cosiddetto Hershberger Assay), come abbiamo già detto, spesso sovrastimano o distorcono la reale potenza androgenica degli AAS sintetici rispetto al DHT endogeno per via di limiti metodologici e differenze farmacocinetiche.

  1. Il limite del Modello di Hershberger
  • I numeri nominali (es. Testosterone = 100:100, Trenbolone = 500:500, Halotestin = 850:1900) provengono da studi condotti su ratti castrati.
  • Come veniva misurata l’androgenicità: Pesando la ghiandola prostatica e il muscolo levator ani del ratto dopo la somministrazione dell’AAS [8 giorni di somministrazione in media].
  • Il problema del DHT in questo saggio: Se il DHT puro viene iniettato sistemicamente nei ratti o negli umani, viene rapidamente disattivato a livello muscolare dall’enzima 3α-HSD. Tuttavia, nei tessuti bersaglio androgenici (prostata, cute), il DHT è il ligando nativo perfetto per il recettore androgeno (AR).
  • Il bias del calcolo: Il saggio di Hershberger misura la risposta a dosaggi sistemici equivalenti, non tiene conto dell’accumulo locale in situ guidato dall’enzima 5α-reduttasi nè delle differenze di conformazione recettoriale tra le varie specie.

2. Perché il DHT supera gli AAS nei tessuti target (Cute, Cuoio capelluto, Prostata)?

  • La ragione principale per cui il DHT manifesta un’azione androgenica/virilizzante superiore risiede nella biologia molecolare del AR e nella transattivazione genica.

A. Conformazione del complesso Ligando-Recettore

Quando il DHT si lega al recettore androgeno, induce un cambiamento conformazionale specifico nella tasca di legame del recettore (LBD – Ligand Binding Domain).

Schema del complesso DHT-AR sul DNA con trascrizione dell’mRNA

Il complesso DHT-AR ha un tasso di dissociazione estremamente lento. Questa specifica conformazione permette al recettore attivato di reclutare in modo ideale determinati co-attivatori trascrizionali nelle cellule cutanee o prostatiche. Molecole sintetiche come il Trenbolone o il Fluoxymesterone si legano all’AR con altissima affinità, ma la forma tridimensionale che il recettore assume quando si lega a queste molecole sintetiche è diversa: può stimolare fortemente la trascrizione di geni anabolici nel muscolo, ma risultare meno efficiente del DHT nel reclutare i co-attivatori specifici per la trascrizione dei geni responsabili di miniaturizzazione follicolare (alopecia) o ipertrofia prostatica.

B. Amplificazione tramite 5α-Reduttasi locale

I tessuti ad alta sensibilità androgenica esprimono elevate concentrazioni di 5α-reduttasi.

  • Quando si somministra Testosterone o un composto suscettibile alla 5α-reduttasi, la concentrazione di androgeno all’interno della cellula target aumenta esponenzialmente rispetto ai livelli ematici.
  • Gli AAS sintetici ad alto indice androgenico sulla carta (es. Fluoxymesterone, Trenbolone, Methyltrienolone) non sono substrati per la 5α-reduttasi. La loro concentrazione all’interno della prostata o del follicolo rimane pari a quella ematica libero-circolante.
  • Di conseguenza, la concentrazione locale di DHT in tali organi può raggiungere livelli intracellulari enormemente più alti rispetto a quelli ottenibili con la sola diffusione di un AAS sintetico.
Schema della sintesi del DHT e delle sue funzioni nei tessuti

Conclusione:
Il DHT possiede una selettività d’azione e una capacità di transattivazione genica nei tessuti androgenici che nessun valore teorico di laboratorio per gli AAS sintetici riesce a catturare appieno. Pertanto, un AAS con un valore androgenico nominale di “500” sulla carta non significa necessariamente che causerà un’attività androgenica fisiologica nei tessuti bersaglio 5 volte superiore a quella del DHT.

Conformazione Recettoriale e Reclutamento dei Coattivatori/Corepressori:

Androgen receptor domains, DHT binding, membrane, cytoplasm, nucleus, and DNA labeled in Italian
  • Ligandi diversi modificano la forma tridimensionale dell’AR in modi leggermente differenti. Questa variazione di forma determina quali cofattori trascrizionali (coattivatori o corepressori) vengono reclutati sul DNA. Poiché la presenza di questi cofattori varia tra muscolo scheletrico e prostata, molecole diverse mostrano una selettività tessutale differente (principio alla base anche dei SARM).
  • Se l’AAS rappresenta la “chiave” che inserisce il segnale per accendere il motore (AR), la fosforilazione è l’acceleratore e il regolatore di flusso: determina la durata di permanenza del recettore nel nucleo, con quale forza recluta la macchina trascrizionale per la sintesi proteica e quando il recettore deve essere smaltito per fare spazio a nuove molecole di ligando.

I DHT derivati “must” per le bodybuilder e loro androgenicità

  • Oxandrolone [Anavar®]

L’Oxandrolone è senzaltro l’AAS che più di tutti viene affiancato ad una preparazione femminile. Fortunatamente esistono ampi dati clinici e farmacologici che documentano gli effetti androgeni e di virilizzazione dell’Oxandrolone sulle donne. Pur essendo un AAS sintetico progettato per avere un rapporto anabolico/androgeno favorevole, mantiene comunque un’attività intrinseca di “agonista “messaggero androgenico” tramite il legame AR che può causare segni sensibili di mascolinizzazione, specie in caso di dosaggi elevati o terapie prolungate.

La soglia di sicurezza emersa dalla letteratura medica sull’Oxandrolone stabilisce che:

  1. Dosi terapeutiche sicure (<0,05 – 0,06 mg/kg/die): In soggetti di sesso femminile trattati per la bassa statura, dosaggi inferiori a questa soglia mostrano effetti di virilizzazione modesti o clinicamente tollerabili.
  2. Dosi superiori a 10mg al giorno: Determinano un aumento esponenziale del rischio di virilizzazione persistente, motivo per cui l’uso a scopi estetici o atletici (spesso a dosaggi molto più alti per incompetenza del “preparatore” e/o della atleta) espone a danni strutturali-somatici marcati, e non solo.

Soglie posologiche ed evidenze cliniche sull’Oxandrolone ed effetti virilizzanti:

  • Dosaggi clinici standard (2,5 – 5 mg/die): In questa fascia terapeutica (utilizzata storicamente per stati di deperimento organico, recupero post-chirurgico o supporto nella perdita ponderale grave) il rischio di virilizzazione risulta minimo o assente nella maggior parte delle pazienti. Gli eventi avversi sono prevalentemente limitati a transitorie alterazioni lipidiche o minime alterazioni cutanee.
  • Dosaggi di transizione (5 – 10 mg/die): A dosi prossime o pari a 10 mg al giorno, ma già con dosi >5mg/die, il margine di sicurezza androgenica comincia a ridursi. In studi clinici e osservazionali, a questi livelli compaiono i primi segni lievi di androgenizzazione, quali aumento della seborrea, acne, comparsa di irsutismo e lievi alterazioni del ciclo mestruale.
  • Dosaggi con netta virilizzazione (>10 mg/die fino a 20mg/die): Il superamento della soglia dei 10mg/die (e in particolar modo a dosi di 15-20mg/die) mostra un’incidenza significativamente più elevata e consistente di segni manifesti di virilizzazione.

Tra questi rientrano:

  • Abbassamento del timbro vocale (frequenza fondamentale ridotta per alterazione delle corde vocali)/irreversibile.
  • Ipertrofia clitoridea (clitoridomegalia)/parzialmente irreversibile.
  • Irsutismo marcato (distribuzione dei peli di tipo maschile su viso e corpo)/reversibile.
  • Alopecia androgenetica (diradamento dei capelli con pattern maschile)/irreversibile.
  • Amenorrea o oligomenorrea/reversibile con variabili.

Reversibilità degli effetti:
Come accennato, mentre le manifestazioni cutanee (acne, seborrea) e le alterazioni mestruali tendono a regredire con la sospensione del farmaco, la modificazione strutturale della laringe (approfondimento della voce) e la clitoridomegalia evidenziate ai dosaggi superiori a 10 mg/die, ma in alcuni casi già manifesti superata la soglia dei 5mg/die, mostrano frequentemente un carattere di parziale o totale irreversibilità.

In conclusione, tralasciando l’ignoranza della stragrande maggioranza dei “praparatori” [soprattutto italiani] con dosaggi prescritti che superano ogni logica di ottenimento del risultato prefissato e conservazione della femminilità e salute della atleta, a dosi accuratamente calibrate, l’Oxandrolone può dare all’utilizzatrice un ottimo supporto miotrofico e di miglioramento/mantenimento della forza e cambiamenti favorevoli nella composizione corporea [vedi effetti indiretti su lipolisi e termogenesi].
Visti i dosaggi efficaci richiesti e la peculiarità della molecola di bypassare in parte il primo passaggio epatico, un ciclo di Oxandrolone di 6-8 settimane può portare ad ottimi risultati nel ventaglio di dosaggio [da calibrare come detto sopra] tra i 2.5mg ed i massimo 10mg/die. Ricordarsi, però, che qualsiasi dose superiore a 10mg al giorno aumenterà notevolmente il rischio di virilizzazione e diventerà sempre più superfluo in rapporto al miglioramento ricercato.
Le dosi elevate (superiori a 10mg) non sono necessarie, poiché le Bikini hanno persino riportato risultati positivi assumendo dosi minime di 2,5mg al giorno; ciò significa che come aggiunta al ciclo in categorie più “hard” l’effetto additivo di 10mg/die risulterebbe più che ottimale oltre che conservativo per quanto concerne i sides androgenici.ù

  • Stanozololo [Winstrol®]

Anche per lo Stanozololo, esistono solidi dati clinici storici e contemporanei su i suoi effetti androgeni nelle donne. I dati provengono sia dall’uso terapeutico approvato in passato per patologie specifiche come l’angioedema ereditario e l’osteoporosi post-menopausale, sia dal monitoraggio clinico della medicina dello sport e della tossicologia.

L’evidenza clinica dimostra che lo Stanozololo possiede un potenziale di virilizzazione significativamente più marcato e aggressivo rispetto all’Oxandrolone, anche a causa della sua bassa affinità per le proteine trasportatrici (SHBG), che lascia una quota elevatissima di ormone libero e attivo nel sangue.

Evidenze cliniche sui dosaggi e tollerabilità

Gli studi clinici hanno tracciato precise risposte biologiche in base alle dosi di Stanozololo somministrate:

  1. Dosi minime terapeutiche (fino a 2mg/die): In trial storici su donne affette da angioedema ereditario o in studi su pazienti anziane debilitate (es. Studio Double-Blind su Stanozololo), dosi da 0,5mg a 2mg al giorno hanno mostrato una virilizzazione assente o minima nel breve periodo (6 mesi). Tuttavia, sul lungo termine (oltre i 12-24 mesi), anche a soli 2mg al giorno si sono registrate anomalie mestruali e iniziali segni di virilizzazione in una percentuale di pazienti.
  2. Dosi terapeutiche standard (4mg – 6mg/die): In studi condotti sull’osteoporosi post-menopausale, l’uso di dosi superiori a 4mg al giorno ha aumentato drasticamente l’incidenza di effetti collaterali, con comparsa frequente di irsutismo e alterazioni della voce, oltre a un marcato impatto sulla salute epatica (innalzamento degli enzimi SGOT/AST) e sul profilo lipidico cardiovascolare.

Dosaggi elevati (≥10mg/die fino a 50mg/die in somministrazione iniettabile/orale):

  • A questi livelli posologici, ampiamente documentati nella letteratura tossicologica ed endocrinologica (spesso associati ad usi extra-terapeutici o a vecchi protocolli oncologici/ematologici ad alto dosaggio), l’incidenza di virilizzazione severa diventa pressoché sistematica. I segni clinici includono i già prima citati effetti virilizzanti marcati.

In uno studio clinico di riferimento, la somministrazione orale di Stanozololo a basse dosi (0,2mg/kg di peso corporeo) ha causato una riduzione del 48,4% dei livelli di SHBG circolante in soli tre giorni.

Questa massiccia riduzione ha un effetto domino sul sistema endocrino femminile:

  • Aumento del Testosterone libero e/o della frazione libera di altri AAS soggetti a legame con le SHBG: Poiché la SHBG funge da “chaperon” per il Testosterone endogeno (prodotto dalle ovaie e dai surreni), il crollo della SHBG lascia una quantità elevata di Testosterone endogeno o esogeno libero di circolare.
  • Effetto androgeno amplificato: La donna si trova esposta contemporaneamente all’azione dello Stanozololo libero e a una quota insolitamente alta del proprio Testosterone endogeno o (eventualmente) di quello esogeno cosomministrato non più legato. Questo spiega perché i sintomi di virilizzazione, come la disfonia o l’irsutismo, compaiono molto più rapidamente e a dosaggi inferiori con lo Stanozololo rispetto ad altre molecole.
Infografica italiana sul legame tra SHBG e ormoni sessuali

A proposito di SHBG e AAS in ambito enhanced, vi è un punto che occorre ribadire: livelli sovrafisiologici di androgeni causano una ridiuzione dei livelli di SHBG! In uno studio, un dosaggio di soli 200mg di Testosterone Enantato (144mg di Testosterone) alla settimana ha causato una riduzione dei livelli di SHBG di quasi la metà. In realtà è abbastanza comune osservare livelli bassi di SHBG negli utilizzatori di AAS, e tali livelli si aggirano intorno ai 10nmol/l. Questo avviene sia in caso di dose sovrafisiologica assoluta in mg che a dose con attività sovrafisiologica indipendente dai mg totali. In entrambi i casi, i dati clinici dimostrano che la soppressione avviene attivamente a carico della produzione epatica di SHBG.

In conclusione, è stato riscontrato che un tetto massimo di 5mg al giorno rappresentano una dose conservativa per evitare la virilizzazione. Qualsiasi dose superiore a 6mg o addirittura a 10mg al giorno causa problemi alle atlete, poiché supera i limiti favorevoli.

Se le donne decidono di assumere Stanozololo, si raccomanda di suddividere la dose a metà, assumendola a distanza di 12 ore l’una dall’altra. E’ stato osservato che ciò può ridurre il rischio di effetti collaterali, poiché le utilizzatrici non subiranno un picco improvviso di AAS liberi e attivi in un’unica somministrazione, mantenendo così livelli più stabili.

Dividendo le dosi, le utilizzatrici riceveranno un apporto costante che manterrà livelli di picco costantemente calmierati nel flusso sanguigno. Pertanto, in base alla esperienza nella ricerca sul campo, una dose di 2,5mg x 2 volte al giorno rappresenta un protocollo prudente ma efficace.

Per un soggetto di sesso femminile, la versione orale aumenta paradossalmente il rischio di virilizzazione acuta precoce a parità di milligrammi. Il crollo istantaneo della SHBG libera istantaneamente grandi quote di AAS attivo, amplificando gli effetti androgeni nel giro di pochissimi giorni dall’inizio dell’assunzione.

  • Methenolone [Primobolan/Rimobolan®]

Ovviamente, anche per il Methenolone esistono dati clinici storici e pubblicazioni scientifiche sugli effetti virilizzanti (sia in forma di Methenolone Acetato per via orale che Methenolone Enantato per via parenterale) su pazienti di sesso femminile, derivanti principalmente dal suo impiego terapeutico tra gli anni ‘60 e ‘80.

  • Profilo Clinico e Tollerabilità Femminile


Il Methenolone è stato ampiamente studiato in ambito oncologico (carcinoma mammario avanzato), ematologico (anemie refrattarie) e nella gestione di stati cachettici e sarcopenici, proprio per il suo favorevole (e relativo) rapporto anabolico/androgenico rispetto ad altri AAS.

  • Effetti Virilizzanti Dose-Dipendenti: Nei trial clinici condotti su pazienti affette da carcinoma mammario (dove venivano somministrati dosaggi elevati, solitamente 100mg/settimana di Enantato o dosi orali quotidiane significative), gli studi condotti da ricercatori come Kennedy e Yarbro (1968) e altri gruppi europei hanno evidenziato la comparsa di segni di virilizzazione.

Tipi di Sintomi Registrati in questo frangente sono stati:

  1. Irsutismo e acne
  2. Voce promossa verso un timbro più grave (disfonia)
  3. Ipertrofia clitoridea (clitoridomegalia)
  4. Alterazioni o soppressione del ciclo mestruale
  • Tollerabilità a Basso Dosaggio: Quando impiegato a dosaggi terapeutici inferiori o in popolazioni pediatriche/anziane (es. per il recupero di massa magra o osteoporosi), l’incidenza di virilizzazione è risultata nettamente inferiore rispetto a Testosterone, Nandrolone o Fluoxymesterone. La presenza del doppio legame C1-C2 e del gruppo 1-metile riduce l’interazione con il recettore androgeno nei tessuti target cutanei/piliferi rispetto ad altri DHT-derivati non modificati in tali loci strutturali dello scheletro carbossilico.

Negli studi clinici oncologici degli anni ‘60 e ‘70 sull’impiego del Methenolone per il trattamento del carcinoma mammario avanzato o metastatico nelle donne post-menopausa, venivano adottati dosaggi massivi per sfruttare l’azione antiproliferativa mediate dal recettore degli androgeni.

I dati clinici indicano parametri specifici sia per i dosaggi sia per la comparsa di effetti virilizzanti:

  • Dosaggi Utilizzati negli Studi Clinici

1. Methenolone Enantato (Primobolan Depot – Via Intramuscolare):

  • Protocollo Massivo (Cooperative Breast Cancer Group / Kennedy & Yarbro, 1968): I dosaggi impiegati arrivavano a 1200mg a settimana (spesso suddivisi in 400mg somministrati 3 volte a settimana).
  • Protocolli Standard/Comuni: Negli studi europei (es. Notter et al., 1975), le dosi oscillavano tra 400mg e 1200mg a settimana.
  • Fase di Mantenimento: In caso di remissione o per ridurre gli effetti collaterali, la dose veniva scalata a 100–200mg ogni 1-2 settimane.

2. Methenolone Acetato (Primobolan – Via Orale):

  • Per il carcinoma mammario avanzato, i dosaggi orali testati erano compresi tra 100mg e 200mg al giorno (e in alcuni trial fino a 300mg/die per periodi prolungati).

Incidenza Percentuale della Virilizzazione in tale contesto terapeutico:

  • Negli studi condotti con questi schemi posologici ad alto dosaggio, l’incidenza della virilizzazione è risultata estremamente elevata, superiore al 70–80% nelle pazienti trattate a lungo termine:
  • Insorgenza Temporale: Nelle pazienti trattate con i dosaggi più elevati (1200mg/settimana di Methenolone Enantato), i primi segni di importante virilizzazione comparivano precocemente, solitamente entro 2-3 mesi dall’inizio della terapia.

Profili di Virilizzazione Registrati con queste modalità terapeutiche:

  1. Irsutismo (peluria androgenica): ~70–80% delle pazienti.
  2. Disfonia (abbassamento e promessa della voce): ~50–65% delle pazienti.
  3. Acne e seborrea grave: ~40–60% delle pazienti.
  4. Ipertrofia clitoridea e aumento della libido: ~30–50% delle pazienti.
  • Differenze di Profilo Virilizzante Rispetto ad Altri Androgeni

Sebbene l’incidenza complessiva fosse elevata a causa dell’entità del dosaggio (fino a 1,2 grammi a settimana), le osservazioni dei ricercatori dell’epoca (come Notter, 1975 e Kennedy, 1968) evidenziarono che:

  1. A parità di efficacia antitumorale rispetto al Testosterone Propionato, il Methenolone dimostrava una virilizzazione meno severa e più lenta nell’insorgenza.
  2. I sintomi virilizzanti legati alla pelle e alla peluria mostravano una parziale o totale reversibilità riducendo il dosaggio o sospendendo il farmaco, mentre la modificazione del timbro vocale risultava persistente o irreversibile se il trattamento ad alte dosi si protraeva oltre i 3-6 mesi.
  • Fattori di rischio: Soglia e accumulo

La progressione verso la virilizzazione è regolata da due variabili principali:

  1. Dosaggio ematico: Superata la soglia terapeutica minima (storicamente impiegata nei rari protocolli clinici per l’anemia o il deperimento cronico), la specificità anabolizzante del farmaco si satura, accelerando la risposta androgenica.
  2. Emivita della molecola: La versione iniettabile (Methenolone Enantato) possiede un’emivita e vita attiva piuttosto lunga. Questo rende difficile l’interruzione immediata dell’azione farmacologica ai primi segni di raucedine o irsutismo, aumentando il rischio che gli effetti diventino permanenti.

In definitiva, la dose standard per le donne in ambito enhanced dovrebbe attestarsi nel range dei 50–75mg al giorno, da assumere per un periodo generico di 6–8 settimane. Con queste modalità si è osservato un aumento ipertrofico lento e costante, con una riduzione contemporaneamente della b.f..

La biodisponibilità del Methenolone Acetato per via orale (noto commercialmente come Primobolan orale) è considerata bassa-moderata, stimata indicativamente intorno al 10-20%, sebbene non esistano studi farmacocinetici moderni che indichino una percentuale esatta e univoca.

La sua specifica struttura chimica gli permette di resistere al passaggio gastrico ed epatico, ma con una notevole dispersione della dose iniziale.

Dal momento che il Methenolone Acetato non è strutturalmente modificato tramite 17α-alchilazione, cosa che lo rende molto meno epatotossico rispetto ai farmaci 17α-alchilati. La presenza di un gruppo metile in posizione C1 e l’esterificazione con un gruppo acetato in C17 offrono una protezione parziale. Questa conformazione rallenta l’inattivazione da parte degli enzimi epatici, permettendo a una frazione del principio attivo di entrare intatta nella circolazione sistemica. Questo genera sia uno stress epatico inferiore che una biodisponibilità limitata dispetto agli AAS metilati in C17. Infatti, nonostante la protezione strutturale, il fegato degrada una porzione consistente della dose ingerita. Soltanto l’1,63% circa del farmaco viene escreto inalterato nelle urine, mentre il resto viene convertito in almeno 12 metaboliti differenti.

  • A ciò occorre aggiungere gli altri parametri farmacocinetici e farmacodinamici chiave:
  1. Tempo di picco plasmatico (Tmax): Rapido, solitamente entro 1-2 ore dall’assunzione orale.
  2. Emivita biologica (t1/2): Breve, stimata tra le 6 e le 8 ore. Richiede somministrazioni giornaliere multiple per mantenere livelli plasmatici stabili.
  3. Affinità con le SHBG: Studi di affinità di legame relativa (RBA) indicano che il methenolone ha circa il 16% dell’affinità di legame del Testosterone ed appena il 3% dell’affinità di legame del DHT, che è il legante naturale più affine alla SHBG.
  4. Tendenza alla degradazione del 3-cheto gruppo: il Methenolone conserva una certa tendenza ad una significativa modifica del 3-cheto gruppo per via del enzima 3α-HSD che lo converte in una forma 3α-diol con un potenziale anabolizzante praticamente nullo.

Se si opta per la forma iniettabile [Methenolone Enantato] il dosaggio dovrebbe rimanere nel range dei 50-100mg/week con un punto soglia di tolleranza massima di 75mg/week per la maggior parte delle atlete per un totale di massimo 8 settimane. Il monitoraggio degli eventuali effetti virilizzanti deve essere attenta e accurata al fine di poter intervenire prontamente in caso di bisogno e richiesta interruzione della somministrazione. Uno dei vantaggi dell’uso iniettabile del Methenolone sembrerebbe essere quello di avere un impatto meno negativo sui livelli di colesterolo, anche se il grado di impatto non risulta sempre così apprezzabile. È molto improbabile che la pressione arteriosa aumenti vertiginosamente con l’uso del Methenolone, anche se le donne, tanto quanto gli uomini, dovrebbero monitorarla costantemente durante un ciclo.

  • Drostanolone [Masteron®]

Dati clinici dettagliati derivanti dall’impiego del Drostanolone legato all’estere Propionato (storicamente noto con i marchi Masteril, Drolban o Masteron) nei protocolli oncologici condotti tra gli anni ‘60 e ‘70 per il trattamento del carcinoma mammario avanzato in donne post-menopausali, non mancano.
Poiché il Drostanolone è un derivato del DHT con caratteristiche strutturali date dalle modifiche molecolari rispetto alla sua molecola progenitrice presenta un impatto androgeno potenziale relativo favorevole (grazie soprattutto all’introduzione del gruppo 2α-metile). Venne sviluppato proprio per offrire un’alternativa terapeutica al Testosterone Propionato con un potenziale virilizzante ridotto. Tuttavia, nonostante ciò, i dati clinici storici evidenziano che la virilizzazione rimane un effetto collaterale dose- e tempo-dipendente.

  • Effetti virilizzanti documentati in ambito clinico

Negli studi clinici nell’essere umano, il dosaggio oncologico standard era elevato, solitamente compreso tra 300mg e 400mg a settimana (somministrati generalmente come 100mg 3 volte a settimana per via intramuscolare di Drostanolone Propionato). A tali posologie:

  • Incidenza e tollerabilità: Rispetto al Testosterone Propionato, il Drostanolone Propionato ha mostrato una frequenza nettamente inferiore e una minore gravità dei sintomi virilizzanti, rendendolo meglio tollerato dalle pazienti.

Manifestazioni lievi o moderate (frequenti nel medio termine):

  • Ipersecrezione sebacea e acne.
  • Ipertricosi / irsutismo (aumento della peluria su viso e corpo).
  • Aumento della libido.

Manifestazioni marcate o irreversibili (frequenti nel lungo termine o a dosi elevate):

  • Abbassamento/modificazione del tono della voce (disfonia da ispessimento delle corde vocali).
  • Ipertrofia clitoridea (clitoridomegalia).
  • Alopecia androgenetica (diradamento dei capelli con pattern maschile).
  • Farmacodinamica ed effetto di soglia
  1. Assenza di aromatizzazione: Essendo una molecola 5α-ridotta (struttura DHT), il Drostanolone non può essere convertito in estrogeni dal complesso enzimatico dell’aromatasi. Questo ne esclude effetti pro-estrogenici ma priva l’organismo femminile della contrapposizione protettiva dell’estradiolo sui recettori androgeni nei tessuti periferici.
  2. Affinità recettoriale: Nonostante il suo indice androgenico relativo sia inferiore a quello del DHT nativo, il legame diretto con il recettore degli androgeni (AR) nel tessuto cutaneo, nei follicoli piliferi e nella laringe attiva in modo dose-dipendente la trascrizione dei geni responsabili dei caratteri sessuali secondari maschili.
  • Reversibilità: Mentre le manifestazioni cutanee (acne, seborrea) tendono a recedere con la sospensione del farmaco, le alterazioni della struttura laringea (voce) e l’ipertrofia clitoridea mostrano un’elevata tendenza all’irreversibilità permanente se la somministrazione prosegue oltre la comparsa dei primi sintomi.

Nonostante il Drostanolone abbia all’apparenza delle similitudini con il Methenolone, i due AAS differiscono sensibilmente nelle loro potenzialità.

Differenze nella struttura molecolare tra la molecola progenitrice di sintesi [DHT] e Drostanolone e Methenolone.
Schema riassuntivo delle differenze molecolari in funzione metabolica e di attività molecolare diretta e indiretta tra Drostanolone e Methenolone.
  • Differenze Meccanistiche e Clinico-Farmacologiche
  1. Modulazione Sistemica degli Estrogeni: Il Drostanolone possiede la capacità intrinseca ed estrinseca di contrastare gli effetti degli estrogeni, rendendolo utile per ridurre la ritenzione idrica sottocutanea, l’accumulo di liquidi e la comparsa generale di effetti estrogenici. Il Methenolone è direttamente blando in questo e le sue potenzialità di controllo dell’attività estrogenica sembrano a maggior carico dei suoi metaboliti.
  2. Ritenzione Azotata e Mantenimento di Massa: Nonostante sia comune pensare che il Methenolone abbia un’efficienza sensibilmente superiore nel promuovere la sintesi proteica e la ritenzione di azoto in contesti di forte deficit calorico, la sua caducità nel subire la degradazione del 3-cheto gruppo, nonostante le modifiche del doppio legame in C1-C2 e la metilazione in C1 ne garantiscano una certa protezione, ne riduce il potenziale anabolizzante assoluto. Il Drostanolone, considerato per molto tempo un AAS “hardening” muscolare, per via della azione sulla densità per azione androgenica diretta, nella pratica ha mostrato discrete potenzialità anabolizzanti del tutto simili a quelle del Methenolone ma con dosaggi inferiori.

In definitiva, la pratica sul campo e le analisi svolte su cospicui gruppi di atlete monitorate durante l’uso, ha mostrato un ottimale efficacia, con un buon profilo preventivo della comparsa di effetti virilizzanti soprattutto marcati, in un range di dosaggio pari a 50-100mg di Drostanolone Propionato a settimana [pari a 41.5-83mg di Drostanolone] o 60-120mg di Drostanolone Enantato a settimana [pari a 43,2-86,4mg di Drostanolone].

  • Nota sui sides cardiovascolari ed epatici:
  1. Profilo Lipidico e Cardiovascolare: Entrambi alterano il profilo lipidico (riduzione sensibile del HDL, incremento di LDL/VLDL e Trigliceridi), ma il Drostanolone tende ad avere un impatto leggermente più marcato causa la sua maggiore anti-estrogenicità molecolare.
  2. Tollerabilità Sistemica ed Epatotossicità: Il Methenolone orale, pur non essendo un AAS metilato in C17, sfrutta la metilazione in C1 per resistere al primo passaggio epatico, risultando però eccezionalmente ben tollerato dal fegato rispetto ai classici orali con 17α-alchilati data la bassa resistenza metabolica posta dal suo peculiare tipo di metilazione.
  • Oxymetholone [Anadrol®]

Tra i derivati del DHT, l’Oxymetholone presenta alcune caratteristiche decisamente particolari per un AAS, anche se confrontato con una “stranezza” (intesa tra gli AAS strutturalmente intesa) come lo Stanozololo visto in precedenza.

Come altri AAS, l’Oxymetholone è un agonista del AR sebben mostri un’affinità significativamente inferiore se confrontata con il Testosterone o il DHT. Nonostante la scarsa affinità recettoriale diretta, mostra una potenza anabolizzante eccezionalmente alta nei tessuti bersaglio. Questo fenomeno avviene grazie a meccanismi non mediati esclusivamente dal legame classico con l’AR (meccanismi non genomici e/o interazioni recettoriali secondarie).

L’Oxymetholone non è un substrato soggetto alla 5α-reduttasi (poiché è già 5α-ridotto) ed è un substrato debole della 3α-idrossisteroide deidrogenasi (3α-HSD); pertanto presenta un elevato potenziale anabolizzante e una ridotta attività androgenica.

Sebbene l’Oxymetholone non sia soggetto ad aromatizzazione, sia direttamente che indirettamente per via dei suoi principali metaboliti, presenta una attività agonista diretta dei recettori degli estrogeni. Questa attivazione intrinseca spiega gli effetti collaterali di natura estrogenica (come la forte ritenzione idrica e la possibile ginecomastia) riscontrati durante il suo utilizzo, senza che avvenga una reale conversione in E2.

Giova ricordare che, l’Oxymetholone non possiede un’affinità di legame (RBA) elevata o classica per l’ER, ma agisce come un agonista funzionale efficace in grado di attivarli in modo diretto o indiretto.

  • La natura della sua affinità estrogenica si articola in tre aspetti fondamentali:

1. Attivazione intrinseca (Agonismo Diretto)

Sebbene i normali derivati del DHT non abbiano alcuna affinità per i ER (poiché manca loro l’anello A fenolico tipico degli estrogeni), la peculiare modifica strutturale dell’Oxymetholone (il gruppo 2-idrossimetilene) permette alla molecola stessa o ai suoi metaboliti di legarsi direttamente e attivare i recettori ER (in particolare la variante ERα). Nonostante l’affinità biochimica pura sia considerata medio-bassa rispetto all’E2, la sua efficacia biologica è notevole a causa dei dosaggi milligrammici elevati in cui viene tipicamente assunto.

2. Ipotesi della modulazione metabolica

Oltre al legame diretto, la ricerca suggerisce che l’Oxymetholone possa interferire con il metabolismo epatico degli estrogeni. Alterando o inibendo gli enzimi deputati alla disattivazione degli estrogeni, il farmaco può causare un aumento locale o sistemico dei livelli di estrogeni, amplificando l’attivazione dei recettori ER.

Nota farmacologica: Poiché il meccanismo non coinvolge l’enzima Aromatasi, l’uso di inibitori dell’Aromatasi (come l’Anastrozolo o il Letrozolo) risulta, ovviamente, totalmente inefficace per contrastare l’attività estrogenica dell’Oxymetholone. Per bloccare questa attività recettoriale è necessario l’utilizzo di un SERM come il Tamoxifene o il Raloxifene, che competono direttamente per il sito di legame sull’ER.

Infografica dell’attività recettoriale dell’oxymetholone e della trascrizione genica


Sebbene l’Oxymetholone non mostri un’affinità progestinica diretta rilevante al pari dei derivati del 19-nortestosterone (come il Trenbolone o il Nandrolone), la sua spiccata attivazione estrogenica stimola la trascrizione dei recettori del progesterone e può aumentare l’espressività e la secrezione della Prolattina [i cui livelli sono sensibili alle alterazioni ormonali soprattutto del E2 e/o della sua attività “mimica” come avviene con l’Oxymetholone], potenziando sinergicamente lo sviluppo di ginecomastia e la ritenzione idrica nei tessuti bersaglio.

Anche per l’Oxymetholone i dati clinici storici e documentazione farmacologica dettagliata sugli effetti virilizzanti nelle donne, derivanti dal suo impiego terapeutico in endocrinologia ed ematologia (principalmente per il trattamento dell’anemia aplastica e di stati di grave deperimento organico) non mancano.

Incidenza e Fattori Dose-Dipendenti nell’incidenza di comparsa di virilizzazione con la somministrazione di Oxymetholone:

  • Rapporto di virilizzazione: Nei trial clinici condotti per periodi prolungati (3-6 mesi) a dosaggi terapeutici ematologici (spesso compresi tra 1 e 2mg/kg/die o fino a 50mg/die), l’incidenza della virilizzazione si attesta come frequente (entro il 10% a 50mg/die e >10% con tarature di dosaggio di 2mg/Kg/die).
  • Irreversibilità: I foglietti illustrativi approvati dalle autorità regolatorie (come la FDA per Anadrol-50) e la letteratura medica sottolineano che le alterazioni virilizzanti — in particolare il cambio di timbro vocale e la clitoridomegalia — tendono a diventare irreversibili se il farmaco non viene sospeso tempestivamente ai primissimi segnali.

L’Oxymetholone, paradossalmente, per dose efficace minima, conserva un potenziale androgenico leggermente inferiore a quello del Methenolone e un potenziale di alterazione dei caratteri sessuali secondari a dosaggi 5 volte superiori rispetto al dosaggio minimo manifestante l’effetto con l’Oxandrolone, e ciò per via delle sue peculiarità di legame e attività non genomica. L’Oxymetholone esercita la sua attività androgena per lo più attraverso un suo metabolita, il Mestanolone.

Infatti, il gruppo idrossimetilenico in posizione C2 dell’Oxymetholone può essere scisso per formare il Mestanolone (17α-methyl-dihydrotestosterone o 17α-methyl-DHT), che contribuisce agli effetti dell’Oxymetholone e che rappresenta il principale metabolita androgenico attivo dell’Oxymetholone.

  • Meccanismo di formazione: L’Oxymetholone (2-idrossimetilene-17α-metil-DHT) subisce una scissione ossidativa e decarbossilazione epatica sul gruppo 2-idrossimetilene dell’anello A, convertendosi nella forma priva del gruppo in posizione C-2.

Non è determinabile un tasso di conversione percentuale unico a causa di:

  • Vie metaboliche concorrenti: La conversione in Mestanolone rappresenta solo una delle rotte di biotrasformazione di Fase I dell’Oxymetholone. Una quota rilevante della molecola viene trasformata in metaboliti acidi e seco-steroidi privi di attività androgenica (come l’acido 2,3-seco-5α-androstan-2,3-dioico), in derivati idrossilati o in epimeri al C-17.
  • Eliminazione e Fase II: Un’importante frazione della sostanza viene direttamente glucuronata ed escreta per via urinaria senza passare per la conversione intermedia in Mestanolone.
  • Variabilità farmacocinetica: I parametri di eliminazione e i rapporti tra metaboliti variano notevolmente da individuo a individuo.

Implicazioni Cliniche:

Struttura molecolare del Mestanolone.
  • Data la parziale percentuale di Oxymetholone che si trasforma in Mestanolone, sebbene quest’ultimo è un androgeno puro, non aromatizzabile e con un’elevata affinità recettoriale, l’androgenicità del Oxymetholone rimane contenuta. La presenza del Mestanolone in circolo può diventare un problema in seguito a dosaggi elevati di Oxymetholone. La quota statisticamente maggiore di Mestanolone convertito si andrà a sommare all’azione intrinseca della molecola progenitrice non metabolizzata, contribuendo in modo determinante alla maggior comparsa di effetti virilizzanti nelle donne.

L’Oxymetholone possiede un’affinità di legame estremamente bassa per le SHBG. Questa caratteristica farmacocinetica ha un impatto determinante sulla sua potenza biologica e sulla sua interazione con altre vie metaboliche e ormonali.

Poiché l’Oxymetholone praticamente non si lega alle SHBG, si verificano due fenomeni simultanei:

  • Massima quota libera: Quasi il 100% dell’Oxymetholone che entra nel flusso ematico rimane in forma “libera” (non legata a proteine di trasporto). Solo la quota libera può attraversare le membrane cellulari e attivare i recettori. Questo spiega in parte perché il farmaco è così potente per concentrazione a livello cellulare nonostante la sua bassa affinità per il recettore degli androgeni.
  • Spostamento del Testosterone: Anche se l’Oxymetholone ha una bassa affinità per la SHBG, a dosaggi terapeutici elevati (100-150mg) riesce comunque a occupare o interferire indirettamente con i siti di legame della proteina. Questo meccanismo “compete” con il Testosterone (o altri AAS co-somministrati contemporaneamente e soggetti a legame con le SHBG) per il legame con la SHBG, aumentandone la frazione libera e biologicamente attiva nel sangue.
  • Riduzione della sintesi epatica di SHBG: le concentrazioni elevate che si raggiungono a livello epatico per via della metilazione in C17 porta ad una segnalazione all’organo finalizzata al ridurre drasticamente la sintesi e la secrezione di SHBG nel sangue.
    Il crollo dei livelli circolanti di SHBG amplifica ulteriormente l’effetto anabolizzante e androgeno complessivo di qualsiasi AAS soggetto alle SHBG presente nel sistema.
Denise Rutkowski

Nonostante vi sia stato in passato un consenso generale sul fatto che l’Oxymetholone non fosse adatto per le donne poiché provocava effetti collaterali gravi negli uomini (alcuni dei quali androgenici) negli ultimi decenni il trend è cambiato grazie alla ricerca e constatazione sul campo. C’è da dire, per onestà, che uno dei primi ad applicare l’Oxymetholone nelle preparazioni femminile fu Dan Duchaine. La culturista Denise Rutkowski, quando era seguita da Dan , aveva nela sua preparazione “Bulk” 25mg/die di Oxymetholone. Questo dosaggio, seppur inferiore allo standard terapeutico minimo di 50mg/die per le pazienti di sesso femminile, garantiva un elevata attività miotrofica, una controllata e del tutto contenuta attività androgena accompagnata dal minimo dis-confort dovuto a possibili incrementi nella ritenzione idrica.

Ricordiamoci che, sebbene la statistica nella virilizzazione segua sempre andamenti dose-tempo dipendenti, l’Oxymetholone rimane uno dei pochi AAS oggetto di studi in cui le donne sono state sottoposte a dosi elevate senza manifestare grave virilizzazione in tempi moderati di esposizione. In uno studio, sono stati somministrati fino a 150mg di Oxymetholone al giorno per 30 settimane a pazienti di sesso femminile e nessuna di loro ha mostrato segni di sensibile mascolinizzazione [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8785183]. Ora, considerate la dose efficace di 25mg/die e tempi contenuti di somministrazione pari a 6-8 settimane… è facile comprendere che il potenziale virilizzante è di gran lunga sotto un ottimale margine di controllo.

Anche Bill Roberts (Ph.D.) condivide la sua esperienza con l’Oxymetholone:

«5 mg di Anavar equivalgono all’incirca a 25mg di Anadrol in termini di rischio di virilizzazione.»

Le competenze e l’esperienza di Bill Roberts (insieme ai miei studi e osservazioni aneddotiche) suggeriscono che l’Oxymetholone possa effettivamente essere uno dei migliori AAS per le donne.

L’errata convinzione che i cicli di Oxymetholone non siano adatti alle donne può essere attribuita alla mancanza di conoscenze pratiche nel mondo del bodybuilding riguardo agli effetti degli AAS sulle donne. Ciò è dovuto al fatto che gli AAS sono meno comunemente utilizzati tra le donne, con conseguente minore diffusione di esperienze personali nella comunità del fitness e ancora meno lucidità nel valutare l’effetto di una singola molecola prima della eventuale valutazioni in contesti che presentano variabili iatrogene incrociate.

In questa disamina sui DHT derivati usati nelle atlete ed il loro profilo di “idoeneità”, una menzione dovrebbe andare alla folle applicazione del Mesterolone [Proviron] in tale contesto.

I dati clinici ufficiali sull’uso del Mesterolone nelle donne sono estremamente limitati e il farmaco non è approvato per l’uso medico nella popolazione femminile. Il Mesterolone è praticamente un androgeno puro sintetico ed estremamente potente in quanto ad androgenicità, derivato dal DHT.

In passato (principalmente tra gli anni ’70 e ’90), gli androgeni venivano talvolta testati o impiegati in modo “off-label” anche nelle pazienti di sesso femminile per scopi specifici, ma la ricerca sul Mesterolone si è poi interrotta a favore di molecole più sicure:

  • Depressione e disturbi dell’umore: Alcuni piccoli studi clinici in passato hanno valutato il mesterolone per il trattamento degli stati depressivi, della distimia o della perdita di motivazione. Sebbene in rari casi clinici si fosse notato un parziale miglioramento dell’umore e della libido, gli effetti collaterali virilizzanti ne hanno bloccato qualsiasi sviluppo terapeutico per le donne.
  • Supporto oncologico (Tumore al seno): Storicamente, gli androgeni non aromatizzabili (che non si convertono in estrogeni) venivano studiati come terapia palliativa o di supporto in alcune forme di cancro al seno in fase avanzata o per contrastare il catabolismo severo (perdita di massa muscolare) nei malati oncologici. Anche in questo caso, la ricerca medicina ha scartato il Mesterolone in favore di molecole o altri farmaci molto più contenuti nella virilizzazione potenziale e selettivi.

Nonostante la biodisponibilità orale del Mesterolone si stimata intorno al 3%, quindi decisamente bassa, gli effetti virilizzanti emergono nel giro di poche settimane di assunzione da parte di soggetti di sesso femminile e a dosaggi minimi terapeutici pari a 25mg/die [media di assorbimento effettivo di 750mcg di Mesterolone].

La sua applicazione in una preparazione femminile ha meno senso di quanto ne possa avere per un uomo… con l’aggravante del marcato effetto virilizzante avente componenti irreversibili e relativamente rapide nella comparsa.

  • Methyldrostanolone [Superdrol®]

Il Methyldrostanolone, noto anche come 2α,17α-dimetil-5α-diidrotestosterone (2α,17α-dimetil-DHT) o come 2α,17α-dimetil-5α-androstan-17β-ol-3-one, è uno steroide androstanico sintetico e un derivato 17α-alchilato del DHT. Più precisamente, siamo difronte ad una molecola di Drostanolone metilata in C-17. La differenza fondamentale con il Drostanolone risiede proprio nella presenza del gruppo metile in C-17α, una modifica strutturale che ne trasforma radicalmente la farmacocinetica, la modalità di assunzione e il profilo di sicurezza della molecola.

La struttura chimica del Methyldrostanolone (17alpha-methyl-2alpha-methyl-5alpha-dihydrotestosterone) presenta elementi precisi che ne determinano l’azione biologica:

  1. Scheletro di base: Deriva dal 5alpha-diidrotestosterone (DHT), un ormone che non può subire l’aromatizzazione in estrogeni.
  2. Gruppo 2-alpha-metile: Questa aggiunta aumenta significativamente la stabilità metabolica della molecola e ne incrementa la resistenza all’enzima 3-alpha-idrossisteroide deidrogenasi, potenziando l’effetto anabolizzante sul tessuto muscolare.
  3. Gruppo 17-alpha-metile (Alchilazione C17-aa): L’introduzione del gruppo metile sul carbonio 17 permette alla molecola di superare indenne il primo passaggio epatico. Questa caratteristica rende il composto altamente biodisponibile per via orale.
  • Confronto Strutturale e Funzionale: Methyldrostanolone vs Drostanolone

Sebbene le due molecole siano strettamente correlate, la singola variazione sul carbonio 17 altera completamente il metabolismo/attività del farmaco nell’organismo.



  • Spiegazione delle principali differenze molecolari:

1. Biodisponibilità e via di somministrazione

Il Drostanolone non è protetto contro il metabolismo epatico; per questo motivo deve essere esterificato (legato a un acido grasso come il propionato) e iniettato nei muscoli per evitare la distruzione immediata da parte del fegato. Il Methyldrostanolone, grazie all’alchilazione C17-alpha, resiste ai succhi gastrici e agli enzimi epatici, permettendo l’assunzione sotto forma di compresse orali.

2. Impatto sul fegato (Epatotossicità)

Il Drostanolone non affatica il fegato poiché non possiede la struttura alchilata. Al contrario, il Methyldrostanolone esercita una fortissima pressione sugli epatociti. Il consumo prolungato o a dosaggi elevati di composti 17-alpha-alchilati è associato a ittero colostatico, alterazione transaminasica e potenziale danno d’organo.

3. Potenza anabolizzante

L’aggiunta del gruppo metile in C-17alfa non serve solo a garantire la biodisponibilità orale, ma modifica anche la configurazione spaziale della molecola. Ciò aumenta l’affinità di legame con il recettore androgeno e amplifica l’indice anabolizzante rispetto al Drostanolone standard, traducendosi in una capacità di sintesi proteica e di ritenzione di azoto estremamente più marcata a parità di milligrammi.

4. Attività estrogenica e androgenica

Entrambi i composti non aromatizzano (non si convertono in estrogeni) a causa della loro derivazione dal DHT, escludendo effetti collaterali come la ginecomastia o la ritenzione idrica sistemica. Tuttavia, il Methyldrostanolone mostra un profilo androgenico fortemente accentuato a livello recettoriale periferico, aumentando il rischio di alopecia androgenetica, acne e virilizzazione con una soglia di dose-risposta inferiore.

Non esistono dati clinici ufficiali sugli effetti del Methyldrostanolone sulle donne, poiché la molecola non è mai stata approvata per l’uso medico umano né commercializzata dall’industria farmaceutica. Descritta per la prima volta nella letteratura scientifica nel 1959, è rimasta una sostanza dimenticata fino ai primi anni 2000, quando è stata introdotta nel mercato degli integratori da banco come “proormone/DS”.

Tuttavia, le evidenze biochimiche e i dati aneddotici derivanti dall’abuso in ambito sportivo evidenziano un rischio di virilizzazione eccezionalmente elevato e irreversibile per l’organismo femminile, smentendo la percezione diffusa che lo considera un composto “attenuato” e addirittura con un profilo di rischio virilizzante inferiore all’Oxandrolone.

  • “Falso Mito” del basso impatto

Nei fallaci test biologici comparativi standardizzati (pubblicati nel testo di riferimento Vida’s Androgens and Anabolic Agents), il Methyldrostanolone mostra parametri teorici apparentemente favorevoli se paragonati al Methyltestosterone:

  • Capacità anabolizzante orale: 400% rispetto al Testosterone.
  • Capacità androgena orale: 20% rispetto al Testosterone.

Questo genera un rapporto terapeutico (Q-ratio) pari a 20, un valore nominalmente altissimo che porta all’errata convinzione che il farmaco esprima scarsi effetti mascolinizzanti. Nella realtà biologica della fisiologia femminile, questo dato teorico decade per via della struttura stessa della molecola.

  • Meccanismi biochimici della virilizzazione nelle donne
  1. Natura di derivato del DHT e similitudini strutturali conservate:
    Il Methyldrostanolone è una molecola strutturalmente 5-α-ridotta (deriva dal Drostanolone, a cui è stato aggiunto un gruppo metile in C-17 per renderlo attivo oralmente). Essendo già ridotto, non può essere aromatizzato in estrogeni e come il suo substrato di sintesi modificato [vedi Drostanolone] presenta una attività anti-estrogenica sia diretta che indiretta. Nelle donne, in caso di monoterapia con questa molecola, l’assenza praticamente totale di attività recettoriale estrogenica compensatoria lasciando una attività AR massiva, accelerando i processi di mascolinizzazione.
  2. Elevatissima affinità di legame ed effetto dose-dipendente:
    Poiché il composto è estremamente potente in termini assoluti, le dosi minime necessarie per innescare un grado di anabolismo muscolare apprezzabile sono alla soglia di tolleranza androgenica del corpo femminile. I recettori androgeni della pelle, dei follicoli piliferi e della laringe vengono saturati rapidamente.

In passato, fuorviati da valutazioni parziali e non contestualizzate sulla androgenicità relativa delle molecole proveniente da dati raccolti per via di test su animali, si affermava che 5mg di Methyldrostanolone fornissero un effetto androgenico più debole di 10mg di Oxandrolone e con una ridotta probabilità di sperimentare effetti mascolinizzanti. Peccato, però, che la pratica sul campo ha mostrato tutti i limiti in senso di attenuazione androgenica del Methyldrostanolone dati dalle sue caratteristiche strutturali e da ciò che ne consegue.

Le atlete dovrebbero raramente superare i 5mg/die i quali, come incidenza statistica, hanno in realtà lo stesso potenziale virilizzante di 10mg/die di Oxandrolone con un potenziale miotrofico pressochè simile.


Nota sui sides generali: è ovvio che i sides a carico della lipidemia ematica, Omocisteina, HCT, epatotossicità sono comunque presenti sebbene le dosi ridotte utili nelle atlete permettono un margine di utilizzo, se accompagnate da una adeguata gestione dell’Harm Reduction, temporalmente più esteso rispetto al tempo utile di queste molecole in ambito maschile.

Nota bonus su Androgeni e stimolo lipolitico/termogenico

Spesso, che si parli di bodybuilder maschi o femmine, si cita l’effetto sulla riduzione della body fat attribuito all’uso degli AAS, in special modo quelli “dry”, derivati dal DHT.

Gli ormoni androgeni stimolano la lipolisi e la produzione di calore (termogenesi) agendo sia a livello cellulare diretto sul tessuto adiposo, sia indirettamente tramite la modulazione del sistema nervoso e dell’asse metabolico-energetico.

Schema dell’azione lipolitica degli androgeni nell’adipocita tramite recettore AR, cAMP, PKA, HSL e ATGL
  1. Meccanismo di Stimolazione della Lipolisi

La lipolisi è l’idrolisi dei trigliceridi conservati negli adipociti in acidi grassi liberi (FFA) e glicerolo. Gli androgeni (come il Testosterone e il DHT) la regolano attraverso quattro vie principali:

  • Up-regulation dei recettori beta-adrenergici (β1 e β2): L’interazione dell’androgeno con il AR trasloca nel nucleo e incrementa la trascrizione genica dei recettori β-adrenergici sulla membrana degli adipociti. Questo rende il tessuto adiposo significativamente più sensibile alle catecolamine (adrenalina e noradrenalina), amplificando la cascata del legame Gs\Adenilato Ciclasi\cAMP/PKA.
  • Aumento dell’espressione delle lipasi chiave: La PKA attiva direttamente due enzimi fondamentali: ATGL (Adipose Triglyceride Lipase), che catalizza la prima fase di scissione dei trigliceridi. HSL (Hormone-Sensitive Lipase), mediante fosforilazione. Gli androgeni ne aumentano la sintesi proteica e la densità cellulare.
  • Inibizione della Lipoproteina Lipasi (LPL): Gli androgeni sopprimono l’attività della LPL viscerale e sottocutanea. Questo riduce la capacità dell’adipocita di riassorbire i chilomicroni e le VLDL circolanti, ostacolando l’accumulo di nuovi trigliceridi (antilipogenesi).
  • Soppressione della differenziazione adipocitaria: Interferendo con la via di segnalazione Wnt/β-catenina e sopprimendo la trascrizione del fattore PPARγ (Peroxisome Proliferator-Activated Receptor Gamma), gli androgeni inibiscono la conversione delle cellule staminali mesenchimali in nuovi adipociti maturi.

2. Meccanismo di Stimolazione della Termogenesi

  • La termogenesi avviene principalmente attraverso l’attivazione del tessuto adiposo bruno (BAT) e il fenomeno di “browning” del tessuto adiposo bianco (WAT).
  • Up-regulation della Proteina Disaccoppiante 1 (UCP1): L’attivazione mediata da AR e dalla via adrenergica (PKA-p38 MAPK) trascrive e attiva la proteina UCP1 (Termogenina) presente sulla membrana mitocondriale interna delle cellule adipose brune e rosate (browning). UCP1 “cortocircuita” il gradiente protonico mitocondriale: l’energia derivante dalla catena di trasporto degli elettroni viene dissipata direttamente sotto forma di calore anziché essere utilizzata per sintetizzare ATP.
  • Aumento della Biogenesi Mitocondriale: Gli androgeni promuovono l’espressione del coattivatore trascrizionale PGC-1α (PPARγ/Coactivator-1α), che stimola la replicazione dei mitocondri e ne aumenta la densità all’interno del tessuto adiposo.
  • Attivazione del Sistema Nervoso Simpatico (SNS) Ipotalamico: A livello centrale, gli androgeni agiscono sui recettori AR situati nell’area preottica e nell’ipotalamo ventromediale (VMH). Questo segnale incrementa il tono simpatico centrale efferente diretto verso il BAT e il tessuto muscolare scheletrico, aumentando il dispendio energetico a riposo (BMR).
  • Incremento del turnover proteico muscolare: L’effetto anabolico scheletrico degli androgeni aumenta la massa magra totale e accelera il turnover sintesi/degradazione delle proteine muscolari, un processo metabolico termogenicamente dispendioso che eleva la temperatura corporea e il consumo calorico basale.
  • L’azione degli androgeni presenta una marcata dimorfia regionale tra tessuto adiposo viscerale (VAT) e tessuto adiposo sottocutaneo (SAT). Il tessuto viscerale mostra una sensibilità metabolica agli androgeni nettamente superiore rispetto al sottocutaneo.
Diagramma anatomico del tessuto adiposo sottocutaneo e viscerale

1. Differenze nell’Azione Lipolitica (VAT vs SAT)

La capacità degli androgeni di stimolare la lipolisi è significativamente più marcata nel tessuto adiposo viscerale grazie a precise caratteristiche recettoriali ed enzimatiche:

Densità dei Recettori Androgeni (AR): Il VAT esprime una densità di recettori androgeni (AR) significativamente maggiore rispetto al SAT. Di conseguenza, l’azione trascrizionale diretta degli androgeni sulla sensitivizzazione adrenergica è amplificata a livello viscerale.

  • Espressione dei Recettori β1 e β2 Adrenergici: L’up-regulation mediata dagli androgeni sui recettori \beta-adrenergici è molto più pronunciata negli adipociti viscerali. Nel SAT, la densità dei recettori antilipolitici \alpha_2-adrenergici è naturalmente più alta, opponendo una resistenza fisiologica maggiore alla lipolisi indotta da stimoli adrenergici.
  • Inibizione della Lipoproteina Lipasi (LPL): Gli androgeni sopprimono l’attività della LPL in modo preferenziale nel VAT. L’effetto netto nel distretto viscerale è un forte blocco dell’accumulo di nuovi lipidi accoppiato a un’elevata mobilitazione dei trigliceridi stoccati. Nel SAT l’inibizione della LPL è più moderata.
  • Turnover degli Acidi Grassi: Gli acidi grassi liberi (FFA) rilasciati dal VAT vengono immessi direttamente nel circolo portale verso il fegato, stimolando l’ossidazione lipidica e la gluconeogenesi, mentre quelli del SAT vengono immessi nel circolo sistemico.

2. Differenze nell’Azione Termogenica e “Browning”

La risposta termogenica varia profondamente in base alle caratteristiche strutturali dei due depositi:

  • Attitudine al Browning (WAT-to-BAT conversion): Il tessuto adiposo sottocutaneo (specialmente quello inguinale/anteriore) possiede una predisposizione genetica ed epigenetica nettamente superiore a sviluppare adipociti “beige” in risposta all’attivazione della via AR\PGC-1α\UCP1.
  • Espressione di UCP1: L’induzione dell’espressione della proteina disaccoppiante 1 (UCP1) mediata dagli androgeni e dal tono simpatico è visibilmente più elevata nel SAT “imbianchito” (beiging) rispetto al VAT, rendendo il sottocutaneo il sito primario della dissipazione termica diretta da browning.
  • Attività Vascolare e Mitocondriale: Sebbene il VAT abbia un tasso metabolico basale più alto e una maggiore vascolarizzazione, la conversione termogenica strutturale (aumento della densità mitocondriale per cellula) guidata dagli androgeni si verifica con maggiore intensità nel deposito sottocutaneo.
WAT-to-BAT Conversion (Adipose Tissue Browning): white adipose tissue stimulated by cold exposure, exercise, thyroid hormones, and beta-adrenergic signaling becomes beige or BAT-like adipose tissue through mitochondrial biogenesis and UCP1 expression.

4-Chlordehydromethyltestosterone [Oral Turinabol®] – La molecola venuta dall’Est.

Nella storia dello studio e sviluppo degli AAS pochissime molecole possono vantare una specificità sportiva e femminile come quella del Oral Turinabol.

Il 4-Chlorodehydromethyltestosterone (noto commercialmente come Oral Turinabol®) è un derivato del Methandrostenolone [Dianabol®] che unisce le modifiche strutturali di quest’ultimo e del 4-chlorotestosterone [Clostebol].

La molecola fu sintetizzata per la prima volta dal chimico Albert Stachowiak per conto della Jenapharm, un’azienda farmaceutica statale della Germania Est (DDR). Il brevetto venne registrato nel 1961. Il farmaco entrò ufficialmente in commercio nel 1965 per scopi terapeutici legati al recupero da gravi traumi e al deperimento muscolare. Ben presto, l’Oral Turinabol divenne il pilastro centrale del programma di doping sistematico gestito dal governo della Germania dell’Est. Venne somministrato segretamente a circa 10.000 atleti olimpici (soprattutto nel nuoto e nell’atletica leggera), spesso camuffato da compresse vitaminiche. La DDR riuscì così a dominare i medaglieri internazionali per due decenni.

La formula chimica del 4-Chlorodehydromethyltestosterone è C₂₀H₂₇ClO₂. La sua struttura si basa su una complessa “ibridazione” tra il Methandrostenolone e il 4-chlorotestosterone, ottenuta modificando lo scheletro del Testosterone in tre punti critici:

  1. Il doppio legame tra i carboni 1 e 2 (derivato dal Dianabol):
    Questa modifica altera la geometria tridimensionale dell’anello A del nucleo steroideo. Riduce notevolmente l’affinità della molecola verso l’enzima 5-alfa-reduttasi, impedendo la conversione in un metabolita più androgeno. Al contempo, sposta nettamente il rapporto terapeutico verso l’effetto anabolizzante (sintesi proteica).
  2. L’aggiunta del gruppo metile in posizione 17-alfa (C-17α alchilazione):
    L’inserimento di un gruppo metile (-CH₃) sul carbonio 17 protegge la molecola dalla rapida disattivazione da parte del fegato durante il primo passaggio digestivo. Ciò garantisce una elevata biodisponibilità per via orale, permettendo l’assunzione in pillole anziché tramite iniezione intramuscolare.
  3. L’atomo di Cloro sul carbonio 4 (derivato dal Clostebol):
    Questa è la modifica cruciale che differenzia strutturalmente il Turinabol dal comune Dianabol. La presenza del cloro in posizione 4 blocca completamente l’interazione con l’enzima Aromatasi. Di conseguenza, la molecola non può subire la conversione in estrogeni (E2).
Differenze nella struttura molecolare tra Methandrostenolone e 4-chlorotestosterone,

I dati clinici e farmacologici sul 4-clorodeidrometiltestosterone evidenziano una netta e intenzionale dissociazione tra gli effetti anabolizzanti e quelli androgenici, caratteristica che lo distingue da molti altri AAS. Il farmaco è stato infatti formulato specificamente per ridurre al minimo l’androgenicità mantenendo una discreta efficacia sui tessuti muscolari.

Rispetto al Testosterone, non soltanto i fallaci test biologici standardizzati attribuiscono al 4-clorodeidrometiltestosterone un impatto androgenico estremamente basso, tanto da essere irrilevante a dosaggi inferiori a 20mg/die. Questa proprietà deriva dalla sua struttura chimica, che unisce le caratteristiche del Methandrostenolone all’aggiunta di un atomo di cloro in posizione C-4. Questa specifica alterazione impedisce alla molecola di interagire fortemente con l’enzima 5-alfa-reduttasi e riduce drasticamente l’affinità di legame con i recettori androgeni della pelle e della prostata.

  • Effetti Androgenici Clinici Osservati

Nonostante il profilo spiccatamente anabolizzante, l’Oral Turinabol possiede comunque una attività androgena “residuale” che si manifesta in modo dose-dipendente:

  1. Basso tasso di virilizzazione nelle donne: Durante il suo utilizzo clinico originario nella DDR, studi ed applicazioni su popolazioni pediatriche e femminili dimostrarono una tollerabilità superiore rispetto ad altri AAS. I tipici effetti collaterali androgenici femminili (come l’irsutismo, l’abbassamento della voce e la clitoridomegalia) comparivano molto più raramente e solo a dosaggi elevati.
  2. Minori effetti cutanei e piliferi nei maschi: Rispetto a steroidi più androgenici, i dati storici e la letteratura scientifica evidenziano una minore incidenza di acne grave, pelle grassa e accelerazione della calvizie androgenetica (alopecia) a dosi terapeutiche standard.
  3. Impatto sulla prostata ridotto: Il rischio di ipertrofia prostatica benigna indotta dal farmaco è clinicamente inferiore se paragonato ad agenti altamente androgenici o convertibili in DHT.
  • Altri Meccanismi ed Effetti Clinici Correlati

I dati di farmacocinetica e biochimica clinica evidenziano altri due elementi cruciali associati alla sua somministrazione:

  • Affinità con le SHBG e riduzione della sintesi epatica per via della risposta all’attività AR sovrafisiologica: Il Turinabol possiede un’elevata capacità di competere e legarsi alla SHBG oltre che causarne una riduzione nella sintesi epatica. Questo legame “occupa” la SHBG con una simultanea riduzione ematica, determinando un aumento clinico degli AAS liberi soggetti al legame ed eventualmente co-somministrati, amplificando indirettamente l’efficacia globale del profilo ormonale.
  • Assenza di aromatizzazione: Grazie alla sostituzione con il cloro in C-4, la molecola non è in grado di convertirsi in estrogeni tramite l’enzima Aromatasi. Ciò azzera gli effetti collaterali estrogenici diretti (come la ritenzione idrica idiopatica o l’ipertensione da accumulo di fluidi), sebbene la co-somministrazione con AAS aromatizzabili può far registrare casi di aumentato tasso di sviluppo di ginecomastia dovuti ad aumenti sensibili dei substrati liberi da legame e suscettibili alla conversione in E2 nonché ad un aumento della frazione libera e attiva di E2.

L’Oral Turinabol (identificato nei faldoni segreti con la sigla “Oral-T”) veniva somministrato in dosaggi pianificati meticolosamente in base al peso dell’atleta e alla disciplina sportiva:

  • Nelle Atlete donne i dosaggi standard oscillavano tra 5mg e 15mg al giorno. Nei periodi di massimo carico pre-competitivo, tuttavia, alcune atlete di lancio del peso o nuoto ricevevano fino a 30mg al giorno. Il farmaco non veniva assunto in modo continuo. Venivano strutturati cicli di più settimane, intervallati da periodi di sospensione per permettere al fegato di recuperare parzialmente e per fare in modo che i livelli ormonali rientrassero nei range normali prima dei controlli ufficiali.

Visto il suo ottimo profilo di controllo della comparsa di effetti virilizzanti ed il suo discreto effetto miotrofico, il 4-clorodeidrometiltestosterone rappresenta un AAS “esotico” particolarmente adatto ad una preparazione femminile con dosaggi mostranti una piena efficacia nel range dei 10-20mg/die, applicati in specie nelle categorie Wellness, Bodyfitness (o Figure) e Fitness (Acrobatico/Coreografico).

L’emivita plasmatica (o di eliminazione) del 4-clorodeidrometiltestosterone è stimata in circa 16 ore. In ambito clinico originario, l’emivita di 16 ore permetteva una singola somministrazione giornaliera per mantenere livelli plasmatici stabili del principio attivo, a differenza di altri AAS orali a emivita più breve (come il Methandrostenolone, che ha un’emivita di circa 3-5 ore e richiede più assunzioni frazionate nella giornata). Tuttavia, in ambito enhanced si opta per una somministrazione frazionata in due assunzioni di egual misura solitamente al mattino e alla sera. Il farmaco richiede circa 3-4 giorni di assunzione continuativa per raggiungere lo steady state (lo stato stazionario in cui la concentrazione ematica si stabilizza).
Sebbene l’emivita plasmatica della molecola madre sia di 16 ore, i suoi metaboliti a lungo termine (in particolare i metaboliti con struttura modificata scoperti dai laboratori antidoping negli ultimi anni) rimangono rilevabili nei test delle urine per molti mesi (fino a 6 mesi o più) dopo l’ultima assunzione.

Nel caso ve lo steste chiedendo, i metaboliti a lungo termine dell’Oral Turinabol (come i noti M3, M4 o epiM4) non hanno un’interferenza ormonale clinicamente rilevante sul corpo.

La loro persistenza nell’organismo per mesi non significa che l’azione anabolizzante o il blocco endocrino continuino per tutto quel tempo.

Perché non causano interferenza ormonale?

  • Inattività biologica: Durante il passaggio nel fegato, la molecola madre subisce profonde modifiche strutturali (riduzione dell’anello A, modifiche dell’anello D ed epimerizzazioni). Queste alterazioni geometriche azzerano l’affinità di legame con i recettori androgeni. I metaboliti a lungo termine sono, a tutti gli effetti, “scarti” inerti e privi di proprietà anabolizzanti o virilizzanti.
  • Coniugazione per l’escrezione: Per poter essere eliminati attraverso le urine, questi metaboliti vengono legati dal fegato a molecole di acido glucuronico o solfato (fase II del metabolismo). Questo processo li rende altamente idrosolubili e ne neutralizza completamente qualsiasi potenziale attività biologica o interazione con il sistema endocrino.
  • Concentrazioni infinitesimali: Le tracce che rimangono nei tessuti o che vengono escrete a distanza di mesi (e che i moderni test antidoping WADA riescono a rilevare) si misurano in picogrammi (miliardesimi di milligrammo) per millilitro. Quantità così microscopiche sono biologicamente irrilevanti per indurre modifiche ormonali.

L’unica interazione biochimica degna di nota evidenziata dalle ricerche (come gli studi sui citocromi P450) è che il Turinabol e la sua metabolizzazione iniziale possono esercitare un’inibizione temporanea su alcuni enzimi deputati alla sintesi degli ormoni steroidei endogeni (come il CYP11B2, l’enzima che produce l’Aldosterone). Tuttavia, questo effetto di blocco enzimatico cessa non appena la molecola madre viene smaltita dall’organismo (dopo pochi giorni dalla sospensione).

Gli AAS di “nicchia” per le Bodybuilder

Così come esistono i “must” derivati dal DHT e maggiormente adatti a far parte di una preparazione femminile ben calibrata, vi sono degli AAS che potremmo relegare ad un sottogruppo opzionale e limitato nella sua applicazione in modo “categoria-dipendente”.

  • Testosterone
Struttura molecolare del Testosterone

E’ ampiamente risaputo che la terapia con Testosterone a basso dosaggio per le donne, quando terapeuticamente necessaria, porta ad un miglioramento della composizione corporea, della salute ossea, l’aumento del desiderio e la soddisfazione sessuale, migliore concentrazione ecc… .

La TRT nelle donne mira a ripristinare i livelli fisiologici naturali (in genere compresi tra 15 e 70ng/dL di Testosterone totale). Una donna sintetizza circa 300mcg di Testosterone al giorno, con un totale settimanale di circa 2.1mg di Testosterone totale. Indi per cui, una TRT dovrebbe attestarsi entro tale soglia settimanale. E, ovviamente, in tale contesto terapeutico, i sides sono del tutto gestibili compresi quelli virilizzanti. Le cose cambiano se parliamo di uno in ambito enhanced.

Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ,ma l’uso del Testosterone (al di fuori della posologia terapeutica) nel Boidybuilding femminile dovrebbe essere relegato alla categoria Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile), con adeguate accortezze. Parliamo pur sempre di una molecola che in ambito femminile, sempre al di fuori di un uso terapeutico, non ha motivo d’essere vista la disponibilità di molecole decisamente più adatte.

Ciò nonostante, alcune atlete si convincono o, spesso, vengono convinte dai loro “preparatori” della presunta bontà dell’inserimento di dosi sovrafisiologiche di Testosterone. In vent’anni ho registrato dosaggi che vanno dai più contenuti 70mg/week di Testosterone Propionato a dosi da novizio di sesso maschile pari a 250mg/week di Enantato o Cypionato [a volte optavano per il Sustanon]. Non serve dire che tale mostruosità di dosaggio generavano [e generano] dei veri e propri cambi di sesso, con effetti sui tratti somatici devastanti ed irreversibili.

Il margine di vantaggio con l’uso del Testosterone in ambito enhanced con dosaggi sovrafisiologici è praticamente inesistente. Dosi sovrafisiologiche di Testosterone nelle donne sono garanzia di una virilizzazione (mascolinizzazione) grave e spesso irreversibile.

E’ utile sottolineare, inoltre, che nelle donne, la conversione del Testosterone in DHT avviene perifericamente nei tessuti bersaglio (come pelle e follicoli piliferi) tramite l’enzima 5-alfa-reduttasi. Sebbene non esista un unico “tasso percentuale” fisso valido per tutto l’organismo, la produzione plasmatica di DHT deriva per circa il 50% dalla conversione diretta del Testosterone e per la restante quota da precursori come l’Androstenedione [si veda la “via secondaria” trattata in precedenza]. Ovviamente, la sintesi di DHT dal Testosterone esogeno dipende dall’azione locale e sistemica dell’enzima 5-alfa-reduttasi (presente nei tessuti bersaglio come la pelle e i follicoli piliferi) e dalla quantità di ormone precursore somministrato. In linea generale, la conversione periferica attinge a una quota circolante, ma l’impatto varia molto in base a fattori individuali e al tipo di terapia.

Fattori che influenzano la conversione

  • Tessuti periferici: La conversione non avviene in modo uniforme nel sangue, ma in specifici organi e tessuti (pelle, ghiandole sebacee, follicoli) dove l’enzima 5-alfa-reduttasi (nei suoi sottotipi 1 e 2) è più o meno attivo.
  • Dose somministrata: Un dosaggio esogeno elevato di testosterone aumenta inevitabilmente i substrati disponibili per la conversione rispetto ai normali livelli fisiologici femminili.
  • Differenze di rapporto: Studi clinici evidenziano che le donne presentano, in proporzione ai loro valori di base, un rapporto circolante tra DHT e Testosterone differente rispetto agli uomini, ma l’aggiunta di testosterone esogeno altera questo equilibrio in modo soggettivo ed epigenetico così come sembra accadere per adattamento in soggetti di sesso maschile trattati in terapia con Testosterone dove i livelli di E2 incrementano di soglia-base dopo circa 6 mesi/1 anno di trattamento o in tempi più rapidi se trattati con dosi sovrafisiologiche dell’ormone.

Questo contribuisce alla rapida comparsa di severi effetti virilizzanti.

Sebbene l’uso di un inibitore della 5α-reduttasi (come la Finasteride o la Dutasteride) possa ridurre in modo significativo l’impatto virilizzante del Testosterone in una donna, questo vale solo per quanto riguarda gli effetti collaterali localizzati nei tessuti in cui l’enzima è espresso.

Non si tratta di una protezione totale o assoluta. Il blocco dell’enzima riduce l’amplificazione androgenica locale, ma lascia l’organismo esposto all’azione diretta del Testosterone circolante.

Gli inibitori della 5α-reduttasi diminuiscono drasticamente la conversione del Testosterone in DHT nei tessuti bersaglio periferici. Di conseguenza, sono efficaci nel mitigare:

  • Irsutismo: Riduzione della comparsa e della densità di peli terminali spessi in zone tipicamente maschili (viso, petto, schiena).
  • Alopecia androgenetica: Protezione dei follicoli piliferi del cuoio capelluto dalla miniaturizzazione e dalla successiva caduta dei capelli.
  • Acne e seborrea: Riduzione della stimolazione delle ghiandole sebacee della pelle, che rispondono fortemente al DHT.

I tessuti responsabili di altri cambiamenti virilizzanti sistemici non si affidano alla conversione in DHT, ma rispondono direttamente al Testosterone stesso (o ad altre vie). Pertanto, la Finasteride o la Dutasteride non offrono alcuna protezione contro:

  • Ipertrofia clitoridea (Clitoridomegalia): Il tessuto clitorideo risponde direttamente agli alti livelli di testosterone circolante; il blocco della 5-alfa-reduttasi non previene questo cambiamento anatomico.
  • Abbassamento della voce (Ipertrofia delle corde vocali): Le modifiche strutturali della laringe e delle corde vocali sono mediate direttamente dal testosterone e sono spesso irreversibili.

Non va trascurato nemmeno l’effetto paradosso sugli Estrogeni: Bloccando la conversione in DHT, una quota maggiore di Testosterone rimane disponibile per l’aromatizzazione in E2, il che può alterare l’equilibrio ormonale complessivo della donna e portare ad alterazioni negative sulla composizione corporea e la stessa ipertrofia visti i già citati fattori alteranti dati da alti livelli di E2 nella donna.


  • Boldenone
Struttura molecolare del Boldenone

Il Boldenone, noto anche come androsta-1,4-dien-17β-ol-3-one, è uno steroide androstanico presente in natura e un derivato del Testosterone. Si tratta specificamente di testosterone con un doppio legame tra le posizioni C1 e C2.

Nel settore veterinario e nel passato uso sportivo, viene commercializzato quasi esclusivamente sotto forma di estere, principalmente come Boldenone Undecilenato (C30H44O3), per prolungarne l’emivita dopo l’iniezione intramuscolare.

La molecola si basa sullo scheletro carbonioso classico del ciclopentanoperidrofenantrene (nucleo steroideo) con modifiche specifiche che ne alterano l’attività rispetto al Testosterone:

  • Doppio legame tra C1 e C2: Questa è la modifica cruciale. La presenza di un doppio legame tra i carboni 1 e 2 (oltre a quello standard tra C4 e C5) riduce drasticamente l’affinità della molecola con l’enzima 5-alfa-reduttasi. Di conseguenza, il Boldenone viene convertito solo in minima parte in un androgeno più potente (come avviene invece per il Testosterone in DHT) ossia il DHB.
  • Gruppo ossidrilico (-OH) in posizione 17-beta: Permette il legame con diversi esteri (come l’Undecilenato). L’esterificazione aumenta la lipofilia della molecola, rallentando il suo rilascio nel flusso ematico dal sito di iniezione.
  • Gruppo chetonico (=O) in posizione 3: Fondamentale per il legame e l’attivazione dei recettori androgeni.

Profilo Farmacologico e Recettoriale

  • Potenziale Anabolizzante/Androgeno: il Boldenone possiede un potenziale anabolizzante intrinseco simile a quello del Testosterone ma con un impatto androgenico pressoché dimezzato. Questo si traduce in effetti miotrofici ottimali con un sensibile tasso di minore manifestazione di effetti collaterali virilizzanti.
  • Fattore aromatizzazione: La struttura chimica, al contrario di quanto ipotizzato in passato, non dimezza la sua interazione con l’enzima Aromatasi, anzi; il Boldenone sembra agire come un “ormone esca” per l’Aromatasi dando come prodotto aromatico l’Estrone [E1]. Secondo uno studio, le affinità di legame relative dell’estrone per l’ERα e l’ERβ umani sono rispettivamente il 4,0% e il 3,5% di quelle dell’E2, e le capacità transattivazionali relative dell’E1 sull’ERα e sull’ERβ erano rispettivamente il 2,6% e il 4,3% di quelle dell’E2. Di conseguenza, è stato riportato che l’attività estrogenica dell’E1 è circa il 4% di quella dell’E2. Oltre alla sua bassa potenza estrogenica, l’E1, a differenza dell’estradiolo e dell’E3, non si accumula nei tessuti bersaglio degli estrogeni. Poiché l’E1 può essere trasformato in E2, la maggior parte o tutta la potenza estrogenica dell’E1 in vivo è in realtà dovuta alla conversione in E2. Pertanto, l’E1 è considerato un precursore o proormone di ridotta conversione dell’E2. A differenza dell’E2 e dell’E3, l’E1 non è un ligando del recettore degli estrogeni accoppiato alla proteina G (affinità >10.000 nM)..
  • Interazione con i glucocorticoidi: Mostra una buona capacità di bloccare i recettori del cortisolo, riducendo il catabolismo muscolare.

Non esistono dati clinici ufficiali o studi controllati sull’uomo relativi agli effetti virilizzanti del Boldenone nelle donne. Il motivo principale è di natura etica e regolatoria: il Boldenone non è mai stato approvato per l’uso medico umano ed è classificato esclusivamente come farmaco per uso veterinario (noto commercialmente come Equipoise o Ganabol). Di conseguenza, la conduzione di trial clinici su soggetti femminili per valutarne la tossicità o gli effetti androgeni è legalmente e deontologicamente vietata.

Tuttavia, la letteratura scientifica dispone di ampie prove indirette, derivanti da studi tossicologici su modelli animali e oltre all’esistenza di dati osservazionali o case report raccolti nella ricerca indipendente in campo del miglioramento delle prestazioni sportive.

Di conseguenza, nonostante la carenza di trial clinici formali, l’impatto virilizzante del Boldenone è ampiamente documentato attraverso altre vie:

  • Dati epidemiologici e osservazionali in ambito enhanced: Nel mondo del culturismo e dell’atletica leggera, dove la molecola viene abusata illegalmente, i sondaggi e il monitoraggio medico degli atleti confermano l’insorgenza di effetti collaterali virilizzanti dose-dipendenti.

Sebbene il Boldenone possegga un potenziale androgeno inferiore rispetto al Testosterone, ciò non lo rende automaticamente scevro da effetti virilizzanti. In realtà, l’emivita eccezionalmente lunga dell’estere Undecilenato causa un accumulo costante nel sangue, innescando sintomi di mascolinizzazione facendo si che il settaggio del dosaggio non sia una cosa del tutto semplice.

Dai dati raccolti, risulta che il Boldenone sia un farmaco con una discreta tolleranza nelle donne, probabilmente grazie al suo profilo estrogenico: il Boldenone, come abbiamo visto pocanzi, aromatizza principalmente in Estrone (E1), l’estrogeno predominante nelle donne in postmenopausa. In un certo senso, le donne sono predisposte a livelli elevati dell’intero spettro di estrogeni. L’E1, come abbiamo visto, è un estrogeno debole e gli uomini tendono a reagire con effetti di ipoestrogenemia quando usano dosaggi consistenti di AAS che aromatizzano principalmente in E1, come il Nandrolone, probabilmente perché i nostri livelli assoluti di estrogeni sono già molto bassi (3% – 15% di quelli di una donna in premenopausa) e il Testosterone, il nostro steroide sessuale predominante, aromatizza in estradiolo (E2); di conseguenza, in tale contesto, l’equazione concentrazione-attività crea un ambiente a bassa attività estrogenica indipendente dai dosaggi di estrogeni assoluti. Questi farmaci provocano tutti i sintomi del crollo dell’E2, oltre all’ansia e talvolta a quella che Duchaine, in USH II, definì una reazione “pirogena”, ovvero una sensazione simile a una lieve influenza.

Il Boldenone è un androgeno aromatizzabile che aumenta l’IGF-1 durante la fase di massa, quando l’allenamento mira ad aumentare la massa corporea complessiva, in particolare la massa magra. Stimola potentemente l’appetito.

Italian diagram of NPY and AgRP neurons regulating appetite and energy expenditure
Stimolo del Neuropeptide Y (NPY) e di AgRP [sovraespressi per via della attività degli AAS (e quindi anche Boldenone)] a livello ipotalamico e aumento dell’appetito/fame.

Il boldenone ha effetti mascolinizzanti piuttosto attenuati se le dosi sono accuratamente calibrate; non è un androgeno particolarmente potente. A differenza del Testosterone, non subisce l’amplificazione data dalla 5α-reduttasi trasformandosi in un androgeno più potente come il DHT nei tessuti gonadici e del SNC. Un’altra buona notizia per le signore. La bassa tendenza alla 5α-riduzione in DHB [che ricordiamo avere come metabolita principale il DHT] riduce significativamente il tasso di virilizzazione a patto di non superare un margine soglia che solitamente si attesta a 50mg/week di Boldenone Undecylenato [pari a 31,64mg di Boldenone privo dell’estere (base).]. L’esposizione dovrebbe essere contenuta a non più di 8 settimane consecutive di somministrazione.

Ovviamente il suo uso è “giustificato” solo in contesto di categoria Women’s Physique e
Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile).

  • Methandrostenolone [Dianabol®]

Come sappiamo, il Methandrostenoloneè uno steroide anabolizzante androgeno sintetico derivato dal Testosterone, caratterizzato dalla formula molecolare C₂₀H₂₈O₂. Rispetto al Testosterone, la sua struttura chimica presenta specifiche modifiche molecolari che ne alterano l’efficacia, la stabilità e la via di somministrazione.

Caratteristiche Strutturali Principali

La molecola si basa sullo scheletro a quattro anelli idrocarburici tipico degli steroidi (nucleo ciclopentanoperidrofenantrene) con le seguenti modifiche cruciali:

  • 17α-alchilazione (Gruppo Metilico in C-17): Presenta l’aggiunta di un gruppo metilico (-CH₃) in posizione carbonio 17α. Questa alterazione strutturale protegge la molecola dal metabolismo di primo passaggio nel fegato, rendendola altamente efficace per via orale.
  • Doppio Legame tra C-1 e C-2: Possiede un doppio legame aggiuntivo nell’anello A (tra i carboni 1 e 2) rispetto al testosterone. Questa modifica riduce l’affinità della molecola per l’enzima 5-alfa-reduttasi, diminuendo in proporzione le sue proprietà androgeniche e potenziandone l’effetto anabolizzante.
  • Gruppo Ossidrilico in C-17β: Mantiene un gruppo ossidrilico (-OH) essenziale per il legame e l’attivazione dei recettori androgeni cellulari.

Impatto Farmacologico delle Modifiche Molecolari

L’architettura molecolare del Methandrostenolone ne determina il comportamento biologico all’interno dell’organismo:

  • Elevato potenziale Anabolizzante e moderata Androgenicità: Il doppio legame C1-C2 sposta l’equilibrio a favore della sintesi proteica e della ritenzione di azoto nei muscoli, riducendo parzialmente gli effetti collaterali tipicamente maschili (es. calvizie, irsutismo) rispetto al Testosterone.
  • Epatotossicità: La presenza del gruppo metilico in C-17 impedisce la rapida disattivazione epatica, ma sottopone il fegato a un forte stress biochimico, rendendo la molecola intrinsecamente epatotossica.
  • Attività Estrogenica (Aromatizzazione): Nonostante le modifiche, la molecola viene convertita dall’enzima Aromatasi in 17α-methylestradiolo, biologicamente più attivo rispetto al 17β-estradiolo [E2]. Questo fenomeno causa una spiccata tendenza alla ritenzione idrica e alla tendenza a sviluppare ginecomastia.

Esistono fortunatamente solidi dati clinici e storici che documentano i potenziali effetti virilizzanti del Methandrostenolone sulle donne.

Sebbene la molecola sia stata inizialmente sintetizzata negli anni ’50 nel tentativo di creare uno steroide con una spiccata attività anabolizzante e una ridotta componente androgenica rispetto al Testosterone, la pratica clinica e gli studi successivi hanno dimostrato che il suo potenziale di virilizzazione (mascolinizzazione) nelle donne rimane moderatamente elevato e clinicamente rilevante.

I dati clinici provengono principalmente da tre ambiti: la letteratura medica storica (quando il farmaco veniva testato per scopi terapeutici), i casi di studio sulla tossicità e i dati osservazionali legati all’abuso nello sport.

La letteratura scientifica, inclusi report di istituti come il National Institutes of Health (PubMed), evidenzia che l’esposizione al Methandrostenolone nelle donne innesca una serie di cambiamenti fisici indotti [dose dipendente come gravità] dall’attivazione dei recettori degli androgeni nei tessuti periferici: i già visti Ipertrofia del Clitoride (Clitoridomegalia), Disfonia, Irsutismo ecc… .

Evidenze Cliniche Rilevanti e Case Report

  • Tossicità da Contaminazione Involontaria: Esistono casi clinici emblematici, come quello riportato su PubMed (PMID: 7153061), in cui l’esposizione accidentale o terapeutica a creme contenenti Methandrostenolone in soggetti di sesso femminile in età prepuberale ha causato una virilizzazione fulminea. I sintomi includevano ipertrofia clitoridea, accelerazione della maturazione ossea e abbassamento della voce; a distanza di sei anni dall’interruzione, le alterazioni della voce risultavano ancora presenti.
  • Il Fenomeno delle Sostituzioni nel Mercato Nero: Studi qualitativi recenti pubblicati su riviste scientifiche come Drug and Alcohol Review mostrano che le donne che fanno uso di AAS cercano generalmente molecole ritenute “più sicure” e a minor impatto androgenico (come l’Oxandrolone). Tuttavia, le analisi di laboratorio rivelano spesso che tali molecole sono contraffatte o sostituite proprio con il Methandrostenolone, determinando la comparsa imprevista e traumatica di gravi sintomi virilizzanti soprattutto per via dei dosaggi assunti.

Proprio a causa di questo profilo di sicurezza estremamente variabile e della probabilità degli effetti mascolinizzanti alla soglia dei dosaggi efficaci, l’uso del Methandrostenolone nelle atlete dovrebbe essere relegato alla categoria Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile) ed a dosaggi tra i 5 ed i massimo 10mg/die per brevi periodi di tempo.

  • Trenbolone
Struttura molecolare del Trenbolone.

Il Trenbolone, noto anche come 19-nor-δ9,11-testosterone o come estra-4,9,11-trien-17β-ol-3-one, è uno steroide estranico sintetico e un derivato del Nandrolone (19-nortestosterone). Nello specifico, si tratta di nandrolone con due doppi legami aggiuntivi nel nucleo steroideo.

La molecola si distingue per la rimozione dell’atomo di carbonio in posizione 19 (caratteristica della famiglia dei 19-nor) e per l’introduzione di un sistema di tre doppi legami coniugati nello scheletro steroideo:

  • Doppi Legami Coniugati in C-9, C-11 e C-11, C-12: Questa è la modifica strutturale più importante. La presenza di tre doppi legami consecutivi distorce la forma planare della molecola e altera la densità elettronica attorno agli anelli B e C. Questa configurazione aumenta drasticamente la stabilità metabolica e l’affinità di legame con il recettore androgeno.
  • Assenza del Carbonio 19 (19-nor): La rimozione del gruppo metilico in C-19 rende la molecola strutturalmente simile al nandrolone, ma il sistema di doppi legami coniugati ne modifica radicalmente il comportamento rispetto a quest’ultimo.
  • Gruppo Ossidrilico in C-17β: Come negli altri steroidi attivi, questo gruppo è fondamentale per l’interazione con i recettori cellulari. Nelle preparazioni commerciali, questo sito viene solitamente esterificato (es. Trenbolone Acetato, Enantato o Esaidrobensilcarbonato) per prolungarne il rilascio nell’organismo.

L’architettura molecolare del Trenbolone determina un profilo farmacologico unico e di estrema potenza:

  • Resistenza Totale all’Aromatizzazione: A causa della forte attrazione elettronica esercitata dai tre doppi legami coniugati, l’enzima aromatasi non è in grado di convertire il trenbolone in estrogeni (estradiolo). Di conseguenza, la molecola non causa ritenzione idrica o ginecomastia per via diretta.
  • Attività Progestinica: Nonostante la mancanza di aromatizzazione, il trenbolone mostra una spiccata affinità per i recettori del progesterone. Questa interazione può comunque indurre effetti collaterali di natura progestinica (che possono mimare o potenziare l’azione degli estrogeni) e una marcata soppressione della produzione endogena di testosterone.
  • Resistenza alla 5-α-reduttasi: La molecola non viene metabolizzata dall’enzima 5-alfa-reduttasi in un composto più debole (come accade al nandrolone) né in uno più forte (come il DHT per il testosterone). Il Trenbolone esercita la sua immensa potenza androgena direttamente nella sua forma originaria.
  • Nessuna 17α-alchilazione: Nella sua forma base, non presenta il gruppo metilico in C-17α, motivo per cui non viene somministrato per via orale ma iniettiva (previa esterificazione) per evitare la rapida distruzione epatica, sebbene quest’ultima non sia così elevata.

La molecola di Trenbolone venne sintetizzata per la prima volta nel 1963 dal chimico francese Léon Velluz e dai suoi collaboratori presso i laboratori della società farmaceutica Roussel Uclaf. Fin dai primi studi, la molecola mostrava una straordinaria capacità di aumentare l’efficienza alimentare e la massa muscolare magra nel bestiame. Negli anni ’70 venne commercializzata sotto forma di esteri a breve durata d’azione, come il Finajet e il Finaplix, utilizzati per l'”ingrasso” dei bovini prima della macellazione. L’unico estere strutturato e approvato ufficialmente per l’uso clinico umano è stato il Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato (noto commercialmente come Parabolan). Sviluppato dalla Negma in Francia, veniva prescritto per contrastare il deperimento muscolare cronico, l’atrofia ossea e la forte malnutrizione anche nelle donne.

Bugiardino del Parabola Negma

Il protocollo di dosaggio clinico di Trenbolone negli esseri umani con utilizzo del Parabolan (Negma Laboratories) era il seguente:

  • 114mg Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (75 mg di ormone attivo) a settimana per le prime due settimane (totale 228mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate);
  • Successivamente 76mg di Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonate (50mg di ormone attivo) ogni 10 giorni [76 mg, corrispondenti a 50 mg di Trenbolone effettivo, privo dell’estere].

Queste linee guida di trattamento erano applicate anche alle donne.

Il Trenbolone di base ha un’emivita nel sangue estremamente breve. Per questo motivo, viene sintetizzato legando un gruppo estere al gruppo ossidrilico 17β. L’esterificazione rallenta il rilascio del principio attivo dal sito di iniezione intramuscolare:

  • Trenbolone Acetato: Estere a catena cortissima. Ha un’emivita di circa 1-2 giorni e richiede somministrazioni frequenti. È la forma tuttora impiegata nei pellet veterinari legali (es. negli Stati Uniti).
  • Trenbolone Enantato: Estere a catena lunga progettato specificamente per il mercato clandestino (mai approvato per uso medico). Ha un’emivita di circa 8-10 giorni.
  • Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato: L’estere del prima citato Parabolan. Ha un’emivita intermedia-lunga di circa 10-14 giorni, garantendo un rilascio terapeutico dilazionato nel tempo.
Pellet per impianto negli animali contenente Trenbolone Acetato e Estradiolo.

I dati clinici disponibili sugli effetti del Trenbolone nelle donne provengono principalmente dagli studi clinici degli anni ’70 e ’80 relativi all’uso del Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato (Parabolan) e dalla letteratura tossicologica sulla medicina dello sport e sul doping.

I dati confermano che il Trenbolone possiede un indice di virilizzazione estremamente elevato sebbene inferiore al DHT nei tessuti dove viene espresso l’enzima 5α-reduttasi, come riportato nel paragrafo dedicato ai “paradossi” di espressione della androgenicità di una molecola confronto al DHT.

Il Trenbolone esercita effetti androgenici inferiori rispetto al DHT specificamente nei tessuti bersaglio che esprimono elevati livelli dell’enzima 5-alfa-reduttasi, come la prostata, la cute e lo scalpo.

Sebbene il Trenbolone sia universalmente noto per il suo eccezionale potere anabolizzante e per un’affinità di legame con il AR pari o superiore a quella del DHT, il suo comportamento cambia radicalmente a seconda del tessuto in cui agisce a causa della sua interazione con la 5α-reduttasi.

Per comprendere questa differenza, è necessario osservare come reagiscono il Testosterone e il Trenbolone all’interno dei tessuti androgeno-dipendenti (prostata e bulbi piliferi):

  1. Il Testosterone viene potenziato: Nei tessuti cutanei e prostatici, la 5α-reduttasi riduce il Testosterone convertendolo in DHT. Il DHT è un ormone circa 3-4 volte più androgenico del Testosterone stesso, amplificandone enormemente l’effetto locale.
  2. Il Trenbolone non viene potenziato: La struttura molecolare del Trenbolone (caratterizzata da tre doppi legami coniugati sulla struttura steroidea) impedisce la 5αrediduzione. Quando entra nella prostata o nella pelle, il Trenbolone rimane chimicamente invariato o viene metabolizzato in composti addirittura meno potenti.

Di conseguenza, in quei precisi tessuti, l’azione locale del DHT è nettamente superiore e più aggressiva di quella del Trenbolone.

Questa selettività tissutale fa del Trenbolone un SARM steroideo (Modulatore Selettivo del Recettore Androgeno con struttura steroidea), poiché è in grado di stimolare la crescita muscolare e ossea senza causare una crescita prostatica proporzionale.

Attenzione però alla distinzione della dose: Nella pratica reale, l’effetto androgenico sistemico percepito del Trenbolone resta comunque significativo. Questo accade perché i dosaggi utilizzati comunemente superano di molte volte i livelli di attività fisiologica androgena, interagendo significativamente con i recettori androgeni della pelle e provocando effetti collaterali come acne o perdita di capelli nei soggetti predisposti, pur mancando del “potenziamento” tipico del DHT.

Da un decennio, almeno, il Trenbolone viene sempre più utilizzato dalle bodybuider a dosi controllate (sebbene i “preparatori” incompetenti non manchino). Il fatto che la molecola presenta spiccate caratteristiche di aumento della massa magra e di riduzione della massa grassa, hanno fatto si che questa molecola diventasse un attrattiva anche per le atlete. Quando le utilizzatrici vengono interrogate sul loro uso di Trenbolone riportano una varietà di dosaggio abbastanza eterogenea e, ovviamente,  dipendente dall’estere utilizzato.  In genere si parte da un dosaggio molto contenuto di 10mg (estere Acetato) a giorni alterni [30-40mg/week] fino ad arrivare ad un dosaggio di  76mg/week [Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato] suddivise in due dosi eguali.

Un altro uso del Trenbolone che è stato riportato in ambito femminile consiste nell’assunzione del farmaco negli ultimi 7 giorni precedenti alla gara per aggiungere durezza e definizione.  Generalmente, e per ovvie ragioni, le atlete optano per l’uso del Trenbolone Acetato che, con la sua breve emivita, risulta essere più gestibile in caso vi sia la comparsa di sensibili effetti virilizzanti. Con questo estere la modalità di somministrazione, o meglio di tempistiche di somministrazione, è mutata dal classico, e prima citato, split di 10mg/EOD al microdosing giornaliero (per un totale di 5.72-4.30mg/die iniettate sottocute)  per un periodo limitato a 4 settimane. Per assicurarsi una dose precisa, è consigliato l’uso di siringhe da Insulina.

Grafico delle concentrazioni nel tempo di trenbolone acetato e trenbolone esaidrobenzilcarbonato

Con esteri più lunghi (Trenbolone Enantato e Hexahydrobenzylcarbonato) le dosi comunemente riportate in ambito femminile rientrano nel range dei 76mg divisi in due dosi da 38mg distanziate da 4 giorni l’una dall’altra (Trenbolone Hexahydrobenzylcarbonato) o dei 70mg divisi in due dosi da 35mg distanziate da 4 giorni l’una dall’altra (Trenbolone Enantato)  per un totale di 6 settimane. Questi dosaggi sono discretamente conservativi e volti ad evitare la comparsa di gravi effetti collaterali virilizzanti; i quali, però, non sono da escludersi dal momento che andrebbe valutata la sensibilità individuale.

Le atlete di sesso femminile più esperte usano il Trenbolone in off-season in modo da cogliere i benefici dati dalla molecola sulla crescita della massa muscolare mantenendo al tempo stesso la percentuale di grasso corporeo relativamente bassa (dieta dipendente). D’altro canto, l’uso di questo AAS viene applicato da queste atlete anche  durante la preparazione alla gara dove le aiuterà a preservare la massa muscolare precedentemente guadagnata e ridurre marcatamente la massa grassa, mentre stanno seguendo una dieta ipocalorica. Le atlete più spesso inseriscono il Trenbolone durante le ultime settimane di preparazione alla gara o addirittura ne limitano l’uso alla settimana prima dell’esibizione – con un programma di iniezioni più frequente.

E’ corretto riportare che gli effetti collaterali virilizzanti sono stati sperimentati a diverso grado con tutte le pratiche sopra menzionate e in modo dose-dipendente – solitamente sotto forma di aumentata della peluria e acne – e la gravità degli effetti collaterali sembrava essere peggiore nelle donne più giovani. La teoria volta a spiegare tale fenomeno ricerca le cause nella sensibilità androgenica, dove una donna più giovane presenta una sensibilità androgenica più spiccata rispetto ad una donna più matura che può entrare in peri-menopausa: squilibri più marcati = effetti più marcati. Ovviamente questa è semplicemente una speculazione ma sembra comunque essere una spiegazione plausibile.

Le atlete, oltre agli effetti collaterali virilizzanti, hanno anche sperimentato effetti collaterali tipicamente riscontrati anche dagli uomini come tachicardia dopo una sola iniezione, accompagnata da copiosa sudorazione notturna e da insonnia abbastanza grave. L’aumento dell’aggressività, similmente a quanto accade per gli atleti di sesso maschile, è spesso una costante nelle atlete che usano Trenbolone. Anche la neurotossicità potenziale permane, sebbene con incidenza statistica inferiore per via della dose e dei tempi tipici di esposizione.

In definitiva, la dose di Trenbolone considerata “migliore” per le bodybuilder in quanto a rischi di grave virilizzazione/benefici sulla composizione corporea è di 30mg/settimana (Trenbolone Acetato), suddivisi i 3 somministrazioni o microdosing. Dovrebbe essere ovvio che la categoria di riferimento per l’uso di questa molecola rimanga la Women’s Bodybuilding (Culturismo Femminile)…

L’effetto che abbiamo visto in precedenza riguardante il Nandrolone e la sua attività di controllo dell’ispessimento del tessuto endometriale in concomitanza d’uso con AAS aromatizzabili, data dalla sua attività progestinica, è riscontrabile anche con il Trenbolone ad un rapporto di dosaggio pari ad 1/5, statisticamente.

Struttura molecolare del Metribolone

Il Metribolone, il quale consiste in una modifica della struttura carboniosa del Trenbolone alla quale è stata aggiunta una metilazione in C-17, fu descritto per la prima volta in letteratura nel 1965. Fu studiato clinicamente tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, in particolare nel trattamento del cancro al seno avanzato. Il farmaco risultò efficace e mostrò paradossalmente una debole androgenicità alla dose efficace, ma produsse anche gravi segni di epatotossicità e alla fine non fu mai commercializzato.

Tuttavia, anche la sua soglia di manifestazione di virilizzazione è molto sottile. Per questo motivo e per il forte impatto gastrointestinale ed epatico, il Metribolone non è da considerarsi un AAS consigliato per le bodybuilder.

SARM non steroidei nelle preparazioni femminili

I più sapranno già, per lo meno, che i Modulatori Selettivi del Recettore degli Androgeni (SARM) sono una classe di farmaci che attivano selettivamente il AR in tessuti specifici, promuovendo la crescita muscolare e ossea e avendo un impatto minore sui tessuti riproduttivi maschili, come la prostata.

Nonostante un certo numero di persone sia convinta che i SARM siano stati sintetizzati quai trent’anni fa, e che non abbiano nulla a che vedere nel loro sviluppo con gli AAS, la realtà è che il termine si riferisce ad un macrogruppo di molecole affini al AR con un valore terapeutico (vedi potenziale androgeno e anabolizzante) superiore a 1, cioè al Testosterone. Per questa ragione esistono due gruppi di SARM: i SARM steroidei ed i SARM non-steroidei. Di conseguenza, tutti i derivati del Testosterone, del DHT, compresi i 19-Norsteroidi, che sono stati modificati strutturalmente al fine di accentuarne le caratteristiche anabolizzanti e ridurne quelle androgene sono considerabili quali SARM steroidei.

Gli sforzi iniziali per sviluppare SARM steroidei, basati su modifiche della molecola di Testosterone, risalgono agli anni ’40. L’era moderna dei SARM non steroidei è stata scatenata da un lavoro indipendente presso la Ligand Pharmaceuticals e l’Università del Tennessee.(4, 5) Gli scienziati della Ligand Pharmaceuticals sono stati i primi a sviluppare una serie di Chinolinoni ciclici con attività anabolica sul muscolo scheletrico e un certo grado di selettività tissutale. La scoperta di Dalton e Miller che le Aril Propionammidi con somiglianze strutturali con il Bicalutamide e l’Idrossiflutammide potrebbero innescare l’attività trascrizionale AR-dipendente ha fornito la prima guida per lo sviluppo della classe di SARM diaril propionammidi. Il decennio successivo a questi primi sforzi ha visto l’emergere di un gran numero di SARM non steroidei praticamente da tutte le principali aziende farmaceutiche.

Come accennato in precedenza, strutturalmente, i SARM possono essere classificati in SARM steroidei e non steroidei. I SARM steroidei si formano modificando la struttura chimica della molecola di Testosterone (vedi figura seguente).

Struttura: relazione di attività dei SARM steroidei
Adattato da Narayanan et al 2008 (https://www.ncbi.nlm.) e Bhasin et al 2006 (https://www.ncbi.nlm.nih.)

È stato riconosciuto negli anni ’40 che la sostituzione di un metile in posizione C-17 ritarda il metabolismo presistemico del Testosterone, estendendone l’emivita e rendendolo attivo per via orale. Pertanto, un certo numero di androgeni orali, come il Methylterstosterone, hanno una metilazione in C-17. Tuttavia, gli androgeni 17-alfa alchilati somministrati per via orale, sono potenzialmente epatotossici e abbassano notevolmente il colesterolo HDL plasmatico.

La rimozione del gruppo 19-metile aumenta l’attività anabolizzante del Testosterone (Figura sopra). Pertanto, il 19-nortestosterone ha costituito la base della serie di molecole derivate del Nandrolone. Il Nandrolone è ridotto dalla 5-α reduttasi nei tessuti bersaglio a un androgeno meno potente, il Diidronandrolone (DHN) il quale possiede una androgenicità inferiore al substrato d’origine, ma è meno suscettibile all’aromatizzazione in estrogeni convertendo primariamente nel poco attivo Estrone.

Le sostituzioni alchiliche 7-alfa rendono il Testosterone meno suscettibile alla 5-α riduzione e ne aumentano la selettività tissutale rispetto alla Prostata. Pertanto, il 7-alfa metil, 19-nortestosterone ha attività anabolica teoricamente superiore all’attività androgena, sebbene i test fatti sono stati svolti su topi attraverso il ben poco affidabile se rapportato all’uomo “test di Hershberger” (per approfondimenti clicca qui). Comunque, altre molecole di questa serie con gruppi alchilici variabili sono state studiate per la loro attività anabolica.

L’Oxandrolone, visto in precedenza, è un AAS orale derivato dal DHT che ha un sostituente metilico 17-alfa. La sostituzione del secondo carbonio con l’ossigeno aumenta la stabilità del 3-cheto gruppo e ne aumenta l’attività anabolizzante. Non aromatizza in estrogeno e ha mostrato una bassa attività androgena. Indi, esso è un altro esempio di SARM steroideo.

Gli sforzi pionieristici degli scienziati della Ligand Pharmaceuticals e dell’Università del Tennessee hanno fornito le prime basi della scoperta dei SARM non-steroidei. Da allora, sono state esplorate una serie di categorie strutturali di SARM farmacofori: aril-propionamide (GTX, Inc.), idantoina biciclica (BMS), chinolinoni (Ligand Pharmaceuticals), analoghi della tetraidrochinolina (Kaken Pharmaceuticals, Inc.), benizimidazolo, imidazolopirazolo. , indolo e derivati pirazolina (Johnson e Johnson), derivati azasteroidali (Merck) e derivati anilina, diaril anilina e bezoxazepinoni (GSK) (vedi figura seguente). Poiché è stata pubblicata solo una parte della ricerca sulla scoperta, è probabile che esistano categorie strutturali aggiuntive. Una recente review di Narayanan et al fornisce un eccellente trattato delle strutture dei SARM.

Varie classi strutturali di SARM non-steroidei
Adattato da Narayanan et al 2008 (https://www.ncbi.nlm.nih.) e Bhasin et al 2006 (https://www.ncbi.nlm.nih.)
Struttura molecolare Andarina (S4).

Le modifiche strutturali degli analoghi dell’aril propionammide bicalutamide e idrossiflutamide hanno portato alla scoperta della prima generazione di SARM non steroidei. I composti S1 e S4 in questa serie si legano al AR con elevata affinità e dimostrano selettività tissutale nel impreciso test di Hershberger che utilizza un modello di ratto castrato. In questo modello di ratto castrato, sia S1 che S4 hanno prevenuto l’atrofia indotta dalla castrazione del muscolo levatot ani e hanno agito come deboli agonisti nella Prostata. Alla dose di 3mg/kg/die, S4 ha parzialmente ripristinato il peso della prostata a < 20% di quello intatto, ma ha ripristinato completamente il peso del levator ani, la forza dei muscoli scheletrici, la densità minerale ossea, la forza ossea e la massa corporea magra e ha soppresso LH e FSH. S4 ha anche prevenuto la perdita ossea indotta dall’ovariectomia nel modello di osteoporosi femminile di ratto. La capacità dei SARM non steroidei di promuovere sia la forza muscolare che la forza meccanica ossea costituisce un vantaggio unico rispetto ad altre terapie per l’osteoporosi che aumentano solo la densità ossea.

La selettività tissutale dei SARM potrebbe anche essere correlata a differenze nella loro distribuzione tissutale, potenziali interazioni con la 5α-reduttasi o l’aromatasi CYP19, o l’espressione tessuto-specifica di co-regolatori. Tuttavia, studi di autoradiografia con derivati di bicalutamide e idantoina hanno mostrato che non si accumulano preferenzialmente nei tessuti “anabolizzanti”. L’azione del Testosterone in alcuni tessuti androgeni è amplificata dalla sua conversione in 5α-DHT; i SARM non steroidei non fungono da substrati per la 5α-reduttasi. La selettività tissutale dei SARM potrebbe essere correlata all’espressione tessuto-specifica delle proteine co-regolatorie. Allo stesso modo, alcune differenze delle azioni dei SARM rispetto al Testosterone potrebbero essere correlate all’incapacità dei SARM non steroidei di subire l’aromatizzazione.

I SARM (Modulatori Selettivi del Recettore degli Androgeni) sottoposti a studi clinici sull’uomo includono principalmente Enobosarm (Ostarina), Ligandrol, Vosilasarm (RAD-140) e GSK2881078, sebbene nessuno di essi sia stato ancora approvato per uso commerciale o medico dalle autorità regolatorie come la FDA o l’EMA.

Ecco l’elenco dettagliato dei SARM che hanno raggiunto la fase di sperimentazione clinica sull’uomo e lo stato delle loro ricerche:

  • SARM principali in sperimentazione clinica
  1. Enobosarm (Ostarina / MK-2866 / GTx-024): Rappresenta il SARM più ampiamente studiato in assoluto. Ha raggiunto la Fase III degli studi clinici per il trattamento della cachessia nei pazienti affetti da tumore polmonare. È stato testato anche in Fase II per l’incontinenza urinaria da sforzo nelle donne e per la perdita di massa ossea.
  2. Ligandrol (LGD-4033 / VK5211): Sottoposto a studi clinici di Fase I e II. È stato testato su soggetti sani e anziani per valutarne la tollerabilità, dimostrando incrementi dose-dipendenti della massa magra e della forza muscolare in periodi di breve durata.
  3. Vosilasarm (Testolone / RAD-140): Ha completato studi di Fase I focalizzati sul trattamento del cancro al seno avanzato (recettore androgeno positivo, ER-positivo). I dati clinici complessivi sull’uomo sono più limitati rispetto a Ostarina e Ligandrol.
  4. GSK2881078: Sviluppato da GlaxoSmithKline, ha superato la Fase I e parte della Fase II. È stato testato su soggetti sani e su pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) per contrastare l’atrofia muscolare.
  5. MK-0773: Ha raggiunto la Fase II di sperimentazione per il trattamento della sarcopenia e della fragilità muscolare nelle donne anziane in post-menopausa.
  6. PF-06260414 e OPK-88004: Altri due SARM meno noti ma ufficialmente inseriti in trial clinici umani per valutarne la selettività tissutale e la sicurezza metabolica.
Struttura molecolare del YK11
  • SARM con studi clinici interrotti o non testati clinicamente sull’uomo
  1. Andarina (S-4): Spesso menzionata sul web, ha solide basi negli studi preclinici (animali) per l’osteoporosi, ma il suo sviluppo clinico è stato rallentato a causa di effetti collaterali legati a disturbi temporanei della vista (difficoltà di adattamento al buio).
  2. S-23 e YK11: Sono composti estremamente potenti studiati quasi esclusivamente in ambito preclinico (modelli animali) o in vitro. Oltretutto, l’YK11, strutturalmente, rientra nella categoria dei SARM steroidei.

Nota su Cardarina (GW501516) e Ibutamoren (MK-677): Sebbene vengano frequentemente etichettati o venduti come SARM nel mercato nero del fitness, non sono SARM. La Cardarina è un agonista PPAR-delta (il cui sviluppo clinico fu interrotto per tossicità e potenziale cancerogenità), mentre l’Ibutamoren è un segretagogo non peptidico dell’hGH.

I risultati degli studi clinici sui SARM testati specificamente sulle donne indicano un’efficacia significativa nel preservare e aumentare la massa muscolare magra e nel combattere alcune forme di tumore. Tuttavia, hanno anche evidenziato alterazioni ormonali sistemiche e tossicità epatica.

Nelle donne, la ricerca si è concentrata prevalentemente su pazienti anziane in post-menopausa (per contrastare la sarcopenia e la fragilità ossea/osteopenia) e su pazienti affette da carcinoma mammario avanzato.

I dati clinici emersi dalle sperimentazioni ufficiali evidenziano i seguenti risultati divisi per molecola:

1. Enobosarm (Ostarina / MK-2866)

L’Enobosarm è il SARM con la più vasta banca dati clinica sulle donne, studiato sia per scopi oncologici che metabolici:

  • Trattamento del Tumore al Seno (Fase II): Uno studio clinico pubblicato su The Lancet Oncology ha testato l’Enobosarm in donne in post-menopausa con carcinoma mammario metastatico ER-positivo e AR-positivo. Il SARM ha agito come soppressore tumorale, offrendo un beneficio clinico significativo e arrestando la progressione della malattia in una percentuale rilevante di pazienti.
  • Composizione Corporea (Soggetti Sani): In trial su donne anziane sane in post-menopausa, l’assunzione di Enobosarm per 12 settimane ha portato a un incremento dose-dipendente della massa magra (fino a 1,3kg nel gruppo a dosaggio più alto) e a una riduzione della massa grassa.
  • Effetti Collaterali Endocrini: Anche se non sono emersi segni visibili di virilizzazione (come irsutismo o abbassamento della voce), i dati di laboratorio hanno mostrato una riduzione significativa degli ormoni LH e FSH e delle SHBG.

2. MK-0773

Sviluppato specificamente per la fragilità muscolare femminile, è stato oggetto di uno studio cardine di Fase IIa:

  • Pazienti: Donne anziane affette da sarcopenia trattate per 6 mesi.
  • Efficacia: Il farmaco ha indotto un aumento statisticamente significativo della massa muscolare magra rispetto al placebo.
  • Il Limite Funzionale: Nonostante l’aumento di tessuto muscolare, non è stato registrato un miglioramento corrispettivo nella forza fisica o nella performance motoria (es. velocità di camminata o capacità di alzarsi dalla sedia) rispetto al gruppo placebo.
  • Tossicità: Un numero elevato di donne ha manifestato un innalzamento clinicamente rilevante delle transaminasi (enzimi epatici), indicando uno stress nocivo per il fegato, motivo per cui lo sviluppo ha subìto forti rallentamenti.

3. Ligandrol (LGD-4033 / VK5211)

Testato sulle donne principalmente nel contesto del recupero ortopedico post-traumatico:

  • Studio sulle Fratture dell’Anca (Fase II): Nel 2018, la Viking Therapeutics ha testato la molecola su pazienti anziani (in larga parte donne) in fase di recupero da frattura dell’anca.
  • Risultati: Le pazienti hanno mostrato un incremento della massa muscolare totale fino al 9,1% e un miglioramento nella distanza percorsa nel test del cammino di 6 metri. I parametri di coagulazione ed emoglobina sono rimasti stabili.

Gli studi clinici confermano che i SARM non steroidei riducono drasticamente, ma non azzerano, gli effetti androgeni nelle donne. Sebbene l’obiettivo terapeutico di queste molecole sia quello di legarsi selettivamente ai tessuti muscolari e ossei evitando gli effetti mascolinizzanti tipici degli AAS/SARM steroidei tradizionali, i dati d’archivio e i report clinici evidenziano la comparsa di risposte androgene sistemiche, specialmente al variare dei dosaggi.

I principali effetti androgeni e virilizzanti osservati nelle donne, sia nei trial clinici che nella letteratura medica legata all’uso off-label di queste molecole, includono:

1. Alopecia androgenetica (Caduta dei capelli)

  • Il meccanismo: È l’effetto collaterale di natura androgena più comune segnalato dalle donne. I SARM mostrano un’alta affinità per i recettori degli androgeni situati sul cuoio capelluto.
  • L’effetto: Nelle donne geneticamente predisposte, l’attivazione di questi recettori accelera la miniaturizzazione dei follicoli piliferi. Questo causa un diradamento dei capelli localizzato principalmente sulla parte superiore della testa (pattern femminile di calvizie).

2. Irsutismo e alterazioni della cute

  • Irsutismo: Negli studi clinici a dosaggi terapeutici controllati (come per l’Enobosarm nel trattamento del tumore al seno), la crescita di peli sul viso o sul corpo è rimasta rara. Tuttavia, nei report clinici relativi a utilizzi fuori etichetta (off-label) a dosi più elevate, è stata riscontrata la comparsa di peli terminali (più scuri e spessi) su mento, labbro superiore e petto.
  • Acne e seborrea: I SARM stimolano l’attività delle ghiandole sebacee della pelle attraverso i recettori cutanei. Questo porta a una produzione eccessiva di sebo e alla comparsa di acne androgenica, localizzata soprattutto su viso, spalle e schiena.

3. Alterazioni della sfera sessuale e ipertrofia clitoridea

  • Effetti lievi: Un aumento della libido è comunemente riportato a causa dell’azione stimolante del farmaco sui recettori androgeni del sistema nervoso centrale.
  • Effetti gravi (Virilizzazione): L’allargamento del clitoride (clitoridomegalia) è l’effetto virilizzante più severo. Negli studi clinici rigorosi e a basse dosi questo effetto è stato quasi nullo, ma la letteratura tossicologica e i casi clinici ospedalieri dimostrano che a dosaggi non controllati questo fenomeno si manifesta. A differenza di altri sintomi, l’ipertrofia del clitoride è spesso irreversibile se l’assunzione si protrae nel tempo.

4. Abbassamento del tono della voce (Disfonia)

  • Il meccanismo: Gli androgeni stimolano l’ispessimento delle corde vocali e l’ipertrofia della laringe.
  • L’effetto: Nei trial clinici per la sarcopenia l’incidenza è stata minima, ma l’uso prolungato o l’assunzione di molecole non selettive (o contaminate) provoca una voce progressivamente più rauca, profonda o mascolina. Anche questo effetto, una volta consolidato, presenta un altissimo livello di irreversibilità.

Perché si verificano questi effetti se i SARM sono “selettivi”?

La risposta semplice e banale sarebbe “anche i SARM steroidei hanno un grado variabile di selettività tissutale ed espressione intrinseca e differenziale nei tessuti d’espressione del DHT dell’androgenicità, ma ciò nonostante possono dare luogo ad effetti virilizzanti!”. La risposta meno banale è che, per l’appunto, anche la selettività dei SARM non steroidei non è assoluta ma relativa. Questo significa che:

  1. Potenziale anabolizzante/androgeno: Mentre il Testosterone ha un potenziale equilibrato tra androgenicità e effetto anabolizzante, un SARM può avere un rapporto di di superiorità netta a favore dello stimolo muscolare. Quella quota minima di attività androgena periferica, tuttavia, rimane attiva ed esprime i suoi effetti sugli organi bersaglio femminili, e sempre in modo dose e molecola dipendente.
  2. Tasso di legame recettoriale: Se una donna assume una dose superiore a quella testata nei protocolli clinici (vedi ambito enhanced), i AR nel muscolo scheletrico raggiungono un espressione e tasso di legame massimo relativo. Il farmaco in eccesso inizia a legarsi massicciamente ai recettori androgeni della pelle, dei capelli e degli organi genitali, riducendo di fatto la selettività della molecola.

Di particolare interesse risulta essere anche l’impatto delle SHBG alterate dall’uso dei SARM non steroidei e la sua influenza a livello estrogenico.

1. Il meccanismo: come i SARM alterano gli Estrogeni e la SHBG

La drastica riduzione della SHBG è uno degli effetti biochimici più rapidi e costanti osservati nei trial clinici sui SARM non steroidei. Questa proteina, prodotta dal fegato, ha il compito di legarsi agli ormoni sessuali (androgeni ed estrogeni) per trasportarli nel sangue in modo “inattivo” o “parzialmente attivo”, regolando la quota di ormoni biologicamente attivi o pienamente attivi (liberi).

Nelle donne, l’assunzione di SARM non steroidei innesca una reazione a catena che altera l’equilibrio degli estrogeni attraverso tre passaggi chiave:

[Assunzione SARM] ──> [Fegato riduce SHBG] ──> [Picco transitorio di Estrogeni Liberi] ──> [Il Cervello (Ipofisi) blocca LH/FSH] ──> [Crollo finale della produzione di Estrogeni]

Se parliamo di atlete lo schema risulta:

[Assunzione SARM] ──> [Fegato riduce SHBG] ──> [Picco di substrati cosomministrati liberi e soggetti alla Aromatizzazione] ──> [Picco di Estrogeni Liberi] ──> [difficile gestione della attività estrogenica] ──> [potenziale comparsa di limitazioni dovute all’eccesso estrogenico a livello della attività dell’Asse hGH/IGF1 e della secrezione, frazione libera e attività del IGF1]

  • Il crollo della SHBG: I SARM si legano ai recettori degli androgeni nel fegato e inviano un segnale che sopprime la produzione di SHBG. Nei trial clinici, i livelli di questa proteina scendono spesso di oltre il 50-80% già nelle prime settimane.
  • L’effetto “surplus” iniziale: Poiché la SHBG crolla, gli estrogeni (e il Testosterone esogeno o altro substrato aromatizzabile) che prima erano legatidalla proteina si trovano a livelli maggiori liberi nel sangue. Questo causa un picco transitorio o cronico [con differenza di quadro iatrogeno] di estrogeni liberi, che accelera la clearance (l’eliminazione) degli ormoni stessi da parte dell’organismo.
  • Il blocco dell’asse ipofisi-gonadi (HPTA): Il cervello rileva questo picco anomalo di ormoni liberi e percepisce una situazione di “eccesso”. Per compensare, l’ipofisi riduce drasticamente la secrezione di LH (Ormone Luteinizzante) e FSH (Ormone Follicolo-Stimolante).
  • Il crollo finale degli Estrogeni o la loro alterazione cronica: Senza lo stimolo di LH e FSH, le ovaie riducono o cessano la produzione naturale di estradiolo (estrogeno principale). Il problema delle alterazioni della frazione libera di E2 sorgono anche, e in maniera proporzionale al dosaggio, in caso di cosomministrazione, di Testosterone in dosaggi clinici o, in misura maggiore, a dosaggi sovrafisiologici o con l’assunzione di substrati soggetti all’Aromatasi.

2. Tempi medi di reversibilità dei sintomi dopo la sospensione

Quando una donna interrompe l’assunzione di un SARM non steroidei, il tempo necessario affinché i sintomi scompaiano dipende strettamente dal tipo di tessuto che è stato colpito. Gli effetti si dividono in tre categorie di reversibilità:

  • Effetti rapidamente reversibili (da 2 a 6 settimane)
  1. Valori biochimici (SHBG, LH, FSH, Estrogeni): Il fegato riprende a produrre SHBG e l’asse ormonale ricomincia a comunicare. I livelli di estradiolo tornano generalmente nella norma entro un mese.
  2. Ciclo mestruale: Il ritorno delle mestruazioni richiede solitamente da 4 a 8 settimane, a seconda della durata del ciclo di SARM e della dose assunta.
  3. Acne e Seborrea: La produzione di sebo cutaneo si normalizza rapidamente entro 15-30 giorni dalla cessazione dello stimolo recettoriale.
  • Effetti a lenta risoluzione (da 2 a 6 mesi o più)
  1. Alopecia Androgenetica (Caduta dei capelli): Il blocco della caduta avviene entro poche settimane dalla sospensione, ma la ricrescita dei capelli miniaturizzati è un processo estremamente lento. Possono essere necessari molti mesi per recuperare la densità capillare, e in rari casi di forte predisposizione genetica, il danno può rivelarsi permanente se non trattato con terapie topiche specifiche.
  2. Profilo lipidico (Colesterolo HDL): Il recupero del colesterolo buono (spesso abbattuto dai SARM) richiede diversi mesi di alimentazione corretta e attività cardiaca per tornare ai livelli basali.
  • Effetti irreversibili (o parzialmente reversibili solo con chirurgia)
  1. Ipertrofia clitoridea (Clitoridomegalia): Se il tessuto erettile si è espanso a causa di dosaggi elevati o prolungati, non torna alle dimensioni originarie con la sola sospensione del farmaco. Richiede spesso un intervento chirurgico correttivo (clitoridoplastica).
  2. Abbassamento della voce (Disfonia): L’ispessimento delle corde vocali causato dall’azione androgena è permanente. La voce può perdere una leggera raucedine acuta post-ciclo, ma il tono rimarrà stabilmente più profondo. L’unica soluzione in questo caso è la logopedia o la chirurgia laringea.

Altro punto interessante riguarda la tossicità dei SARM non steroidei. Essa è strettamente legata alla loro emivita (mezza vita) biologica, ovvero al tempo impiegato dall’organismo per eliminare la metà della sostanza in circolo.

A differenza dei primi SARM steroidei a breve durata, molti SARM non steroidei hanno mostrato nei trial clinici un’emivita sorprendentemente lunga (spesso superiore alle 24 ore). Questa caratteristica altera profondamente il profilo di sicurezza del farmaco, poiché influisce sul tasso di accumulo nei tessuti e sulla velocità di insorgenza degli effetti tossici.

  • Analisi per singolo SARM: Emivita vs Tossicità

I dati emersi dagli studi farmacocinetici permettono di mappare i SARM in base al loro tempo di dimezzamento e ai relativi rischi correlati:

1. Ligandrol (LGD-4033) – L’emivita ingannevole

Struttura molecolare del Ligandrol
  • Emivita stimata: 24 – 36 ore
  • Impatto sulla tossicità: Estremamente marcato. A causa di un’emivita che supera la giornata, l’LGD-4033 crea un accumulo progressivo. Nei trial clinici di Fase I, una dose apparentemente minima di soli 1 mg al giorno ha causato una soppressione del testosterone totale e della SHBG vicina all’80% in sole 3 settimane.
  • Profilo di rischio: La tossicità ormonale si manifesta molto prima rispetto ad altri composti. Bastano cicli brevi per causare un arresto quasi totale della produzione di estrogeni e testosterone nelle donne e negli uomini.

2. Enobosarm (Ostarina / MK-2866) – Il bilanciamento terapeutico

Struttura molecolare del Ostarina
  • Emivita stimata: 24 ore
  • Impatto sulla tossicità: È considerata la cinetica più prevedibile e “gestibile” dal punto di vista medico. Avendo un’emivita lineare di circa un giorno, i livelli ematici si stabilizzano rapidamente senza picchi geometrici imprevedibili.
  • Profilo di rischio: La tossicità epatica e ormonale è strettamente dose-dipendente. A bassi dosaggi clinici (3 mg/die), il fegato riesce a processare la molecola con uno stress minimo (lieve innalzamento delle transaminasi reversibile). Tuttavia, se la durata d’uso supera le 8-12 settimane, l’esposizione prolungata e costante del fegato alla molecola attiva avvia comunque processi di tossicità epatica (fegato grasso o sofferenza epatocellulare). [1]

3. Vosilasarm (RAD-140) – L’alto rischio di accumulo critico

Struttura molecolare del RAD-140
  • Emivita stimata: 60 – 72 ore (Dato confermato da studi clinici recenti, inizialmente stimata erroneamente in sole 20 ore)
  • Impatto sulla tossicità: Altissimo. Una mezza vita di 3 giorni significa che dopo una settimana di assunzione quotidiana, la quantità di farmaco attiva nel corpo è quasi il triplo della dose ingerita.
  • Profilo di rischio: È associato al più alto tasso di tossicità epatica acuta (epatotossicità). I report clinici ospedalieri su soggetti che hanno assunto RAD-140 evidenziano lesioni epatiche colestatiche gravi (blocco del flusso biliare) e ittero. La sua lunghissima emivita fa sì che, anche interrompendo l’assunzione oggi, il fegato continui a subire un insulto tossico massiccio per i successivi 10-15 giorni.

4. GSK2881078 – Progettato per la sicurezza

Struttura molecolare del GSK2881078
  • Emivita stimata: Oltre 30 ore
  • Impatto sulla tossicità: Sebbene l’emivita sia lunga, la molecola è stata ingegnerizzata per avere una selettività tissutale estremamente rigorosa.
  • Profilo di rischio: Nei trial ha mostrato una soppressione ormonale importante a causa della persistenza nel sangue, ma un impatto decisamente inferiore sugli enzimi epatici rispetto al RAD-140 o all’MK-0773, dimostrando che l’emivita lunga amplifica la tossicità solo se la struttura molecolare di base è intrinsecamente gravosa per le cellule del fegato.

In conclusione, i SARM non steroidei con un’emivita più lunga (come il RAD-140) presentano una finestra di sicurezza molto più ristretta e imprevedibile, rendendo l’esposizione prolungata estremamente pericolosa per la salute epatica e cardiovascolare, oltre per la comparsa di effetti virilizzanti in specie in soggetti particolarmente sensibili.

I Rischi di Tossicità Indiretta per il Rene (Nefrotossicità)

I SARM non steroidei a lunga emivita non danneggiano il rene in modo diretto (non sono intrinsecamente tossici per le cellule renali a dosi terapeutiche), ma possono provocare gravi danni attraverso meccanismi secondari:

  • Nefropatia da cilindri biliari (Bile Cast Nephropathy): È il rischio più grave emerso nei report clinici ospedalieri. Quando un SARM a lunga emivita (come il RAD-140) satura il fegato, causa colestasi (un blocco del flusso della bile) e un picco tossico di bilirubina nel sangue. Questa bilirubinemia estrema sovraccarica i reni: la bilirubina precipita all’interno dei tubuli renali formando dei veri e propri “tappi” (cilindri) che bloccano il flusso dell’urina, portando a insufficienza renale acuta.
  • Iperfiltrazione glomerulare e pressione: L’effetto anabolizzante e la potenziale ritenzione idrica legata all’alterazione ormonale possono costringere il rene a lavorare a pressioni più alte (iperfiltrazione), un fattore che sul lungo periodo usura i glomeruli.

In sintesi, i reni eliminano i SARM non steroidei a lunga emivita molto lentamente, e dipendendo totalmente dal lavoro di trasformazione chimica svolto dal fegato.

E’ piuttosto intuitivo il perché i SARM non steroidei vengono scelti dalle donne: principalmente per via di una percezione di “sicurezza” rispetto agli AAS/SARM steroidei tradizionali, in quanto promettono di incrementare la massa muscolare e la forza riducendo gli effetti mascolinizzanti (virilizzazione).

Tuttavia, i dati emersi dal mondo dell’anti-doping e dalla medicina dello sport, oltre che dall’importante lavoro svolto dai ricercatori indipendenti sul campo, evidenziano che l’uso nelle atlete comporta dinamiche specifiche, sia sul piano della performance che su quello dei rischi biologici.

Come abbiamo visto fin dalla prima parte di questo lavoro, il tessuto muscolare femminile è estremamente ricettivo a qualsiasi stimolo androgeno esogeno. Le atlete ricercano nei SARM tre effetti principali:

  1. Massimizzazione della sintesi proteica: Permette di costruire massa muscolare magra (ipertrofia) a ritmi biologicamente impossibili per una donna natural.
  2. Preservazione muscolare in deficit calorico: Nelle discipline in cui sono previste categorie di peso (es. powerlifting, sollevamento pesi, arti marziali) o standard estetici estremi (es. bodybuilding categorie Bikini o Figure), i SARM consentono di perdere grasso corporeo mantenendo intatta la forza e la pienezza muscolare.
  3. Recupero accelerato: Riducono drasticamente i tempi di recupero tra allenamenti intensi, limitando il catabolismo indotto dal cortisolo.
  • I SARM più diffusi nel settore femminile
  1. Enobosarm (Ostarina / MK-2866): È in assoluto il SARM più abusato dalle atlete. Viene considerato “il più leggero” e gestibile, in grado di offrire una moderata crescita muscolare e un forte sostegno articolare con un impatto virilizzante ridotto ai minimi termini se i dosaggi rimangono bassi.
  2. Ligandrol (LGD-4033): Utilizzato nelle fasi di costruzione di massa (bulking) per la sua forte capacità di incrementare la forza e la densità muscolare. Nelle atlete tende però a causare una maggiore ritenzione idrica rispetto all’Ostarina.
  3. Andarina (S-4): Molto popolare nel bodybuilding femminile pre-gara perché favorisce la durezza muscolare e la vascolarizzazione, pur portando con sé il noto rischio di disturbi transitori della vista (visione giallastra o difficoltà di adattamento al buio).
  • Rischi ed effetti collaterali specifici per le atlete

Mentre per un atleta uomo il principale effetto collaterale è la soppressione del testosterone (che richiede spesso una terapia post-ciclo/PCT), nelle atlete l’uso di SARM altera l’intero sistema riproduttivo e metabolico:

  • Amenorrea atletica indotta: Il crollo della SHBG e la conseguente soppressione degli ormoni LH e FSH bloccano l’ovulazione. Il ciclo mestruale si interrompe (amenorrea), portando a uno stato temporaneo di infertilità e a sbalzi d’umore severi.
  • Sindrome da virilizzazione nascosta: Sebbene i SARM siano selettivi, la quota androgena residua si accumula nel tempo. A dosaggi da performance (spesso superiori a quelli terapeutici dei trial clinici), l’atleta rischia la miniaturizzazione dei capelli (alopecia), la comparsa di acne cistica sulla schiena e, nei casi più gravi, l’abbassamento irreversibile del timbro della voce.
  • Riduzione sensibile del HDL: I SARM abbattono il colesterolo “buono” (HDL), talvolta portandolo a cifre inferiori a 15-20 mg/dL. Nelle atlete, che tipicamente hanno un profilo cardiovascolare eccellente, questo sbilanciamento aumenta temporaneamente il rischio di eventi cardiovascolari e rigidità arteriosa.
  • Conviene abbandonare i vecchi AAS/SARM steroidei in favore dei SARM non steroidei?

Non direi…

  • I SARM non hanno lo stesso potenziale di aumento della massa muscolare e della forza rispetto agli steroidi anabolizzanti tradizionali.

Questa differenza netta in termini di potenza pura è il “prezzo” biologico da pagare per la loro selettività. Mentre uno steroide agisce come un interruttore globale che attiva indiscriminatamente ogni recettore androgeno del corpo, i SARM sono progettati per essere più mirati, il che ne limita intrinsecamente il tetto massimo di efficacia anabolizzante.

I motivi scientifici e pratici di questo divario prestazionale si articolano su tre livelli principali:

1. Attività intrinseca sul recettore: Agonisti Parziali vs Agonisti Totali

  • Steroidi (Agonisti Totali): Molecole come il testosterone, il trenbolone o il nandrolone si legano al recettore degli androgeni (AR) e lo attivano al 100% delle sue potenzialità. Stimolano una trascrizione genetica massiccia e inarrestabile all’interno delle cellule muscolari.
  • SARM (Agonisti Parziali/Selettivi): La maggior parte dei SARM si comporta come un agonista parziale. Significa che, anche quando saturano completamente tutti i recettori disponibili nel muscolo, la risposta cellulare e la sintesi proteica che riescono a innescare sono biochimicamente inferiori rispetto a quelle generate da uno steroide tradizionale.

2. Il limite della “Saturazione Recettoriale”

  • Con gli steroidi anabolizzanti, l’aumento della massa muscolare è (purtroppo per la salute) proporzionale alla dose: aumentando i dosaggi in modo estremo, si ottengono guadagni muscolari estremi.
  • Con i SARM esiste un tetto massimo insuperabile (effetto plateau). Superata una determinata dose terapeutica, i recettori muscolari si saturano completamente. Aumentare ancora il dosaggio non produce più alcun muscolo o forza in più, ma sposta semplicemente il farmaco in eccesso verso gli organi periferici, amplificando gli effetti collaterali e la tossicità epatica senza alcun beneficio atletico.

3. Mancanza di interazione con altri percorsi anabolizzanti

Gli steroidi anabolizzanti più potenti non costruiscono muscoli solo legandosi al recettore degli androgeni, ma sfruttano meccanismi collaterali che i SARM non possiedono:

  • Antagonismo del Cortisolo: Gli steroidi bloccano attivamente i recettori dei glucocorticoidi, impedendo la scomposizione del muscolo (catabolismo) anche in condizioni di stress estremo.
  • Interazione con l’Asse del hGH/IGF-1: Molti steroidi aumentano drasticamente i livelli sistemici di IGF-1 (fattore di crescita insulino-simile), stimolando l’iperplasia (creazione di nuove cellule muscolari). I SARM agiscono in modo quasi esclusivo sul recettore AR, mancando di questa sinergia ormonale multipla.

In conclusione, sebbene i SARM non steroidei vengano spesso commercializzati online come “l’alternativa legale e potente agli AAS”, la realtà biochimica dimostra che i loro effetti sulla composizione corporea sono decisamente minori rispetto ai vecchi SARM steroidei.

Per concludere questo paragrafo dedicato all’uso dei SARM non steroidei nelle atlete, in base a quanto scientificamente esposto, il loro uso, più che “da base” potrebbe essere per lo più da ancillare o “booster” per il ciclo evitando un sovraccarico statistico della comparsa di sides di carattere virilizzante. Solo nelle Bikini, a dosaggi contenuti di 5mg/die possono avere un senso come unica molecola anabolizzante AR-correlata; sebbene sia auspicabile la presenza di una TRT o l’uso di una HRT con DHEA.

Il Ligandrol potrebbe essere [a dosaggi limitati a massimo 4mg/die] un ottimo “booster” anabolizzante nelle categorie dalla Figure (o Bodyfitness) alla Women’s Bodybuilding.

Peptidi e preparazione femminile

  • Introduzione all’argomento:

I peptidi sono brevi catene di amminoacidi unite da legami peptidici. Un polipeptide è una catena peptidica più lunga, continua e non ramificata. I polipeptidi con una massa molecolare pari o superiore a 10.000 Da sono chiamati proteine. Le catene di meno di venti amminoacidi sono chiamate oligopeptidi e includono dipeptidi, tripeptidi e tetrapeptidi.

Gli amminoacidi costituiscono i peptidi come residui. I peptidi sono generalmente “lineari”, con un residuo N-terminale (gruppo amminico) e un residuo C-terminale (gruppo carbossilico) alle estremità. I ​​peptidi ciclici costituiscono una classe a sé stante.

I peptidi sono stati classificati in base alla loro origine e funzione. Alcuni gruppi di peptidi includono peptidi vegetali, peptidi batterici/antibiotici, peptidi fungini, peptidi degli invertebrati, peptidi degli anfibi/della pelle, peptidi del veleno, peptidi antitumorali/contro il cancro, peptidi vaccinali, peptidi immunitari/infiammatori, peptidi cerebrali, peptidi endocrini, peptidi ingeribili, peptidi gastrointestinali, peptidi cardiovascolari, peptidi renali, peptidi respiratori, peptidi oppioidi, peptidi neurotrofici e peptidi emato-encefalici.

Schema della struttura generale di un tetrapeptide con estremità amminica, carbossilica e quattro residui.

Alcuni peptidi ribosomiali sono soggetti a proteolisi. Questi funzionano, tipicamente negli organismi superiori, come ormoni e molecole di segnalazione. Alcuni microbi producono peptidi come antibiotici, come le microcine e le batteriocine.

I peptidi presentano frequentemente modificazioni post-traduzionali come fosforilazione, idrossilazione, solfonazione, palmitoilazione, glicosilazione e formazione di ponti disolfuro. In generale, i peptidi sono lineari, sebbene siano state osservate strutture a cappio. Si verificano anche manipolazioni più insolite, come la racemizzazione degli L-amminoacidi in D-amminoacidi nel veleno dell’ornitorinco.

I peptidi non ribosomiali vengono assemblati da enzimi, non dai ribosomi. Un peptide non ribosomiale comune è il glutatione, un componente delle difese antiossidanti della maggior parte degli organismi aerobici. Altri peptidi non ribosomiali sono più comuni negli organismi unicellulari, nelle piante e nei funghi e vengono sintetizzati da complessi enzimatici modulari chiamati peptide sintetasi non ribosomiali.

Questi complessi sono spesso disposti in modo simile e possono contenere molti moduli diversi per eseguire una vasta gamma di manipolazioni chimiche sul prodotto in via di sviluppo. Questi peptidi sono spesso ciclici e possono presentare strutture cicliche molto complesse, sebbene siano comuni anche i peptidi lineari non ribosomiali. Poiché il sistema è strettamente correlato al meccanismo di sintesi degli acidi grassi e dei polichetidi, si trovano spesso composti ibridi. La presenza di ossazoli o tiazoli indica spesso che il composto è stato sintetizzato in questo modo.

I peptoni derivano dal latte o dalla carne di animali digeriti tramite proteolisi. Oltre a contenere piccoli peptidi, il materiale risultante include grassi, metalli, sali, vitamine e molti altri composti biologici. I peptoni sono utilizzati nei terreni di coltura per batteri e funghi.

I frammenti peptidici si riferiscono a frammenti di proteine ​​utilizzati per identificare o quantificare la proteina di origine. Spesso si tratta di prodotti di degradazione enzimatica effettuata in laboratorio su un campione controllato, ma possono anche essere campioni forensi o paleontologici degradati da agenti naturali.

I peptidi possono interagire con le proteine ​​e altre macromolecole. Sono responsabili di numerose funzioni importanti nelle cellule umane, come la segnalazione cellulare, e agiscono come modulatori immunitari. Infatti, studi hanno riportato che il 15-40% di tutte le interazioni proteina-proteina nelle cellule umane sono mediate dai peptidi. Inoltre, si stima che almeno il 10% del mercato farmaceutico sia basato su prodotti peptidici.

I peptidi si distinguono dalle tradizionali piccole molecole per la loro combinazione unica di sequenza di residui, flessibilità dello scheletro ammidico e suscettibilità alle modifiche chimiche, tutte caratteristiche che determinano la biodisponibilità e la permeabilità di membrana. Modifiche come la ciclizzazione o l’integrazione di amminoacidi non naturali spostano significativamente la posizione di un peptide all’interno dello spazio chimico, alterandone la stabilità e l’affinità per il bersaglio. Di conseguenza, l’analisi dello spazio chimico è uno strumento vitale per lo screening virtuale e la scoperta di regioni di bioattività condivise tra diverse famiglie di peptidi.

  • Specifiche terminologiche
Struttura molecolare del hGH

E’ utile avere anche una cognizione dei corretti termini e classificazioni delle molecole trattate. Di conseguenza, se ancora non lo sapete, per fare un semplice esempio, l’hGH è genericamente sia identificabile come un ormone peptidicoche come un ormone proteico, poiché i due termini non si escludono a vicenda ma descrivono la stessa natura chimica a diversi livelli di complessità, sebbene genericamente. Ovviamente, per essere pignoli e precisi scientificamente, visto il numero di AA componenti la catena strutturale del hGH, esso andrebbe classificato come “ormone proteico”. Infatti, un peptide è una molecola formata da un numero di amminoacidi che va generalmente da 2 a circa 50. Quando la catena supera questa soglia e diventa più lunga, si parla invece di proteina.

  • Dipeptide: formato da 2 amminoacidi.
  • Tripeptide: formato da 3 amminoacidi.
  • Oligopeptide: formato da un numero piccolo di unità (in genere fino a 10).
  • Polipeptide: una catena più lunga (da 10 fino a circa 50 amminoacidi).

Per fare chiarezza sulla nomenclatura biochimica, è utile analizzare come si collegano questi termini:

  • Ormone peptidico (o polipeptidico): Indica la presenza di legami peptidici che uniscono i vari amminoacidi. Le catene più corte (in genere sotto i 50 amminoacidi) sono chiamate semplici peptidi, mentre quelle più lunghe sono definite polipeptidi.
  • Ormone proteico: Quando una catena polipeptidica supera una determinata lunghezza (solitamente sopra i 50-100 amminoacidi) e assume una struttura tridimensionale precisa e complessa, viene considerata una vera e propria proteina.
Struttura della molecola di Insulina

L’Insulina, per esempio, è un eterodimero composto da due catene polipeptidiche collegate tra loro:

  • Catena A: contiene 21 amminoacidi.
  • Catena B: contiene 30 amminoacidi.
  • Per un totale di 51 AA.

Le due catene sono tenute insieme stabilmente da due ponti disolfuro (legami chimici tra due atomi di zolfo di residui di cisteina). Un terzo ponte disolfuro si trova invece all’interno della stessa catena A. Indi, l’Insulina può essere considerata a ragione un peptide “soglia”.

L’IGF-1 (noto anche come Somatomedina C) è formato da 70 amminoacidi nella sua forma matura e attiva. A differenza dell’insulina, che è composta da due catene separate unite da ponti disolfuro, l’IGF-1 è costituito da una singola catena polipeptidica continua ed è divisa in quattro domini principali:

Struttura molecolare di IGF-1
  • Dominio B: composto da 29 amminoacidi (all’estremità iniziale o N-terminale).
  • Dominio C: una sequenza di collegamento formata da 12 amminoacidi (a differenza dell’insulina, questo pezzo non viene rimosso durante la maturazione dell’ormone).
  • Dominio A: composto da 21 amminoacidi.
  • Dominio D: un’estensione finale (C-terminale) di 8 amminoacidi, assente nell’insulina.

La stabilità di questa catena da 70 amminoacidi è garantita da tre ponti disolfuro intramolecolari. Indi, in questo caso, l’IGF1 rientra tra gli ormoni proteici propriamente detti.

Di conseguenza, quando parliamo di hGH stiamo parlando di un ormone polipeptidico a catena singola formato da una sequenza di 191 amminoacidi. Poiché la sua catena amminoacidica è particolarmente lunga e strutturata, rientra a pieno titolo nella categoria delle proteine o ormoni proteici.

C’è da chiarire anche un altro punto: non tutti i peptidi sono ormoni, ma molti ormoni importanti sono peptidi.

In termini biochimici, come già detto, un peptide è semplicemente una catena corta di amminoacidi (da 2 a circa 50). Alcuni di questi peptidi fungono da messaggeri chimici nel corpo e vengono quindi classificati come ormoni peptidici. Tuttavia, esistono tantissimi altri peptidi che svolgono funzioni completamente diverse, come i neurotrasmettitori, gli antibiotici naturali o i componenti strutturali della pelle (usati ad esempio nei cosmetici).

Quali ormoni sono peptidi?

Il corpo umano produce moltissimi ormoni peptidici essenziali. Tra i più famosi troviamo:

  • Insulina: Regola i livelli di glicemia nel sangue.
  • Ossitocina: L’ormone del legame sociale e del parto.
  • hGH [identificabile come peptide ma meglio classificabile come ormone proteico]: Stimola lo sviluppo e la rigenerazione cellulare.
  • Glucagone: Lavora in opposizione all’insulina per alzare la glicemia.

Attenzione a non confondere i peptidi con ormoni derivati da amminoacidi: Molecole AA singole modificate (es. Adrenalina, ormoni tiroidei).

Diversi termini relativi ai peptidi non hanno definizioni di lunghezza precise e spesso il loro utilizzo si sovrappone:

  • Un polipeptide è una singola catena lineare di molti amminoacidi (di qualsiasi lunghezza), tenuti insieme da legami amidici.
  • Una proteina è costituita da uno o più polipeptidi (lunghi più di circa 50 amminoacidi).
  • Un oligopeptide è costituito da pochi amminoacidi (tra due e venti).

  • Peptidi e ricomposizione corporea

I peptidi per la ricomposizione corporea agiscono come messaggeri biologici mirati a segnalare al corpo di ridurre la massa grassa e preservare o incrementare la massa magra. A seconda del loro meccanismo d’azione, si dividono principalmente in secretagoghi dell’hGH, modulatori del metabolismo ed elementi per il recupero tissutale. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra peptidi approvati per uso medico, integratori orali commerciali e sostanze sperimentali prive di solide regolamentazioni.

  • Le Categorie Principali di Peptidi

I composti più rilevanti nel panorama della ricomposizione corporea e del fitness si dividono in tre macro-gruppi funzionali:

  1. Secretagoghi del hGH (GHS): Sostanze come il CJC-1295 e l’Ipamorelin. Stimolano l’ipofisi a rilasciare l’hGH in modo pulsatile. Questo asse ormonale ottimizza la mobilitazione e l’ossidazione degli acidi grassi e supporta indirettamente la sintesi proteica. Il limite dei secretagoghi sta nel tempo di adattamento organico all’alterazione dello stimolo di sintesi sovrafisiologico innescando contromisure atte ad attenuarlo [vedi aumento della Somatostatina].
  2. Modulatori del Grasso Viscerale e Metabolismo: Il Tesamorelin e l’AOD9604. Il Tesamorelin è clinicamente studiato per ridurre il tessuto adiposo viscerale profondo. L’AOD9604 (acronimo di Anti-Obesity Drug 9604) isola la frazione lipolitica del hGH senza impattare negativamente sulla glicemia e sul metabolismo degli ormoni tiroidei. Si tratta di una forma modificata e ottimizzata in laboratorio del Fragment 176-191, sintetizzata per resistere meglio alla degradazione e durare più a lungo nell’organismo; la sequenza nativa dell’hGH Fragnment 176-191 inizia con una Fenilalanina (Phe). L’AOD9604, invece, elimina la Fenilalanina in posizione 176 (partendo quindi dal residuo 177) e aggiunge una Tirosina (Tyr) come amminoacido iniziale.
  3. Peptidi di Recupero e Supporto Recettoriale: Il BPC-157 e il TB-500. Non ossidano grasso direttamente. Accelerano la guarigione di tendini e muscoli, permettendo allenamenti più frequenti e intensi.
  4. Modulatori della salute e attività mitocondriale: MOTS-C e SS-031 (Elamipretide). Sono entrambi peptidi mirati alla salute e alla funzionalità dei mitocondri. Sebbene entrambi abbiano come obiettivo principale l’ottimizzazione del metabolismo cellulare e il contrasto allo stress ossidativo, agiscono attraverso meccanismi biologici e strutture chimiche completamente differenti. L’SS-31 ha ricevuto l’autorizzazione ufficiale della FDA il 19 settembre 2025 [commercializzato con il nome di Forzinity (prodotto da Stealth BioTherapeutics)]; è il primo farmaco in assoluto approvato specificamente per colpire e proteggere la membrana interna dei mitocondri.
  • Differenze di Efficacia e Stato Clinico

La tabella seguente riassume le caratteristiche cliniche e lo stato dei principali peptidi utilizzati per modificare la composizione corporea:

I “peptidi di collagene” rientrano nella tabella in quanto classificati come peptidi di libera vendita nel contesto degli integratori alimentari.
  • Altri peptidi ed ormoni proteici per la ricomposizione corporea

Se vi steste chiedendo che fine abbia fatto l’rhGH e l’IGF-1 beh, ne abbiamo già parlato approfonditamente nella sezione sulla variabile estrogenica legata all’attività dell’Asse hGH/IGF1. I principi di gestione dell’E2 in caso di somministrazione di rhGH sono ovviamente validi e inerenti anche con l’uso del IGF1, come già detto.

  • MGF e PEG MGF

L’MGF [Mechano Growth Factor], è composto esattamente da 24 aminoacidi, caratteristica che lo classifica come ormone peptidico in piena regola.

Questo blocco di 24 aminoacidi corrisponde alla sequenza terminale (C-terminale) che si genera quando il gene dell’IGF-1 viene sottoposto a uno splicing alternativo causato da stimoli meccanici o stress muscolare. Le caratteristiche di azione del MGF si concentrano esclusivamente sulla riparazione, sulla rigenerazione e sull’ipertrofia del tessuto muscolare scheletrico in risposta a un danno o a un forte stress meccanico.

A differenza di altri fattori di crescita, l’MGF agisce come un segnale di emergenza locale a brevissimo termine.

1. Attivazione delle Cellule Satellite

L’azione primaria e più importante dell’MGF è il reclutamento delle cellule staminali muscolari, note come cellule satellite.

  • Proliferazione: L’MGF stimola la rapida divisione di queste cellule dormienti.
  • Creazione di nuovi nuclei: Le cellule satellite proliferate si fondono con le fibre muscolari esistenti.
  • Donazione nucleare: Questo processo fornisce alla cellula muscolare nuovi nuclei, aumentando la sua capacità di sintetizzare proteine e di crescere (ipertrofia). [1]

2. Finestra di Azione Locale e Temporale (Fase Iniziale)

L’MGF nativo segue una cinetica d’azione estremamente precisa e limitata:

  • Rilascio immediato: Viene secreto dal muscolo subito dopo l’allenamento intenso o un trauma.
  • Azione paracrina/autocrina: Agisce solo all’interno del muscolo bersaglio in cui è stato prodotto, senza circolare in modo significativo nel resto del corpo.
  • Emivita brevissima: Rimane attivo nel tessuto per pochissimi minuti prima di essere degradato dagli enzimi. Questa rapidità serve a dare l’impulso iniziale alla rigenerazione senza alterare l’equilibrio ormonale sistemico.

3. Effetto Bifasico in Sinergia con l’IGF-1Ea

L’MGF avvia un meccanismo biologico “a staffetta” fondamentale per lo sviluppo muscolare:

  • Fase 1 (MGF): Subito dopo lo stimolo, l’MGF attiva e moltiplica le cellule satellite, mantenendole in uno stadio immaturo per aumentarne il numero.
  • Fase 2 (IGF-1 sistemico/Ea): Successivamente, l’espressione di MGF diminuisce e aumenta quella dell’IGF-1 classico. Questo secondo fattore di crescita spinge le cellule satellite precedentemente moltiplicate a differenziarsi, a fondersi e a completare la riparazione strutturale del muscolo.

4. Prevenzione dell’Invecchiamento Cellulare Muscolare

L’MGF gioca un ruolo cruciale nel contrastare la perdita di massa muscolare (sarcopenia):

  • Ripristino del pool staminale: Con l’avanzare dell’età, la capacità del corpo di produrre MGF diminuisce drasticamente, riducendo l’attivazione delle cellule satellite.
  • Mantenimento dell’efficienza: L’azione del peptide aiuta a mantenere giovane ed efficiente la riserva di cellule staminali muscolari, garantendo che il muscolo possa ripararsi anche dopo sforzi intensi in età avanzata.

La versione sintetica PEG-MGF (Pegylated Mechano Growth Factor) nasce per risolvere il più grande limite biologico dell’MGF nativo: la sua emivita brevissima.

Mentre l’MGF prodotto naturalmente dal muscolo viene distrutto dagli enzimi protettivi in appena 5-7 minuti, la versione pegilata riesce a rimanere stabile ed efficace nell’organismo molto più a lungo.

  • Che cos’è la Pegilazione?

La pegilazione è un processo chimico farmaceutico consolidato che consiste nel legare la catena dei 24 aminoacidi dell’MGF a una molecola di glicole polietilenico (PEG). Il PEG agisce come uno “scudo protettivo”:

  • Protezione enzimatica: Impedisce alle proteasi (gli enzimi che frammentano le proteine) di aggredire e distruggere prematuramente il peptide.
  • Rallentamento della clearance renale: Aumenta la dimensione molecolare complessiva, impedendo ai reni di filtrare ed eliminare la sostanza troppo rapidamente.


  • Principali ambiti di ricerca del PEG-MGF

Grazie alla sua stabilità e alla capacità di circolare nel sangue per più giorni prima di essere metabolizzato, il PEG-MGF viene studiato nei laboratori di medicina rigenerativa per:

  • Recupero sistemico da traumi muscolari: Trattamento di strappi o lesioni estese.
  • Riparazione dei tessuti molli: Rigenerazione di tendini e legamenti, notoriamente lenti a guarire per la scarsa vascolarizzazione.
  • Contrasto all’atrofia: Terapie sperimentali contro la perdita di massa ossea e muscolare legata a gravi patologie o all’invecchiamento precoce (sarcopenia).

L’analisi dei recettori cellulari a cui si lega l’MGF rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e complessi della biologia molecolare applicata ai peptidi.

Per comprendere come agisce, è necessario fare una distinzione cruciale: l’MGF è una variante di splicing dell’IGF-1. L’intero filamento proteico (chiamato pro-IGF-1Ec) contiene sia la sequenza dell’IGF-1 classico sia la coda terminale di 24 aminoacidi (il dominio E). Quando il peptide viene scisso, le due parti agiscono su recettori completamente diversi.

Ecco la mappa dettagliata dei recettori cellulari coinvolti nell’azione dell’MGF e del PEG-MGF:

Differenze nella struttura peptidica del MGF e del PEG-MGF

1. Il Recettore dell’IGF-1 (IGF-1R)

La porzione principale della molecola pro-IGF-1Ec mantiene l’affinità con il recettore nativo della sua famiglia. [1]

  • Tipo di recettore: È un recettore a attività tirosina chinasica (RTK), strutturato come un tetramero pre-formato sulla membrana cellulare. [1, 2]
  • Effetto del legame: Quando questa parte si lega all’IGF-1R, si attiva la classica cascata di segnalazione intracellulare (vie PI3K/Akt e MAPK/ERK). Questo stimolo induce la differenziazione terminale delle cellule muscolari e la sintesi proteica (ipertrofia vera e propria).

2. Il “Recettore MGF-Specifico” (Indipendente da IGF-1R)

La vera unicità dell’MGF risiede nella sua coda di 24 aminoacidi (il peptide E-domain). Numerosi studi in vitro hanno dimostrato che se si blocca farmacologicamente il recettore IGF-1R con anticorpi monoclonali specifici, il peptide di 24 aminoacidi dell’MGF continua a funzionare perfettamente.

  • Evidenza scientifica: Questo dimostra in modo inconfutabile l’esistenza di un recettore specifico per l’MGF separato da quello dell’IGF-1.
  • Stato della ricerca: Ad oggi, questo recettore specifico non è ancora stato completamente clonato o caratterizzato strutturalmente nei database di biologia molecolare, venendo spesso definito “recettore putativo dell’MGF” o “MGF-R”.
  • Effetto del legame: L’attivazione di questo percorso indipendente da IGF-1R promuove la proliferazione e la migrazione delle cellule satellite, impedendo loro temporaneamente di differenziarsi. Ciò permette di espandere drasticamente il numero di cellule staminali disponibili prima che intervenga l’IGF-1 a fonderle nel muscolo.
Schema del recettore MGF e delle vie PI3K/Akt e MAPK/ERK

3. Vie di Segnalazione Indirette e Recettori Immunitari

Ricerche più recenti evidenziano che l’MGF e la sua variante stabile PEG-MGF interagiscono con l’ambiente cellulare circostante non solo spingendo sulla crescita muscolare, ma modulando il sistema immunitario locale necessario alla guarigione:

  • Modulazione dei Macrofagi M2: L’MGF attiva percorsi di segnalazione indipendenti da IGF-1R legati alla via STAT6-AKT. Questo stimola la polarizzazione dei macrofagi verso il fenotipo M2 (antinfiammatorio e riparatore), che coordina l’ambiente immunitario per supportare la rigenerazione dei tessuti dopo il trauma meccanico.

E’ utile sapere che la modificazione chimica tramite pegilazione introduce alterazioni profonde nella dinamica molecolare del peptide. L’aggiunta di una catena di glicole polietilenico (PEG) non si limita a proteggere il frammento di 24 aminoacidi dalla degradazione enzimatica, ma ne modifica radicalmente l’ingombro sterico e l’affinità di legame verso i recettori cellulari.

Per esempio, il PEG-MGF ha un’affinità di legame verso i suoi recettori significativamente inferiore rispetto all’MGF nativo nonostante l’azione nel cronico compensi questa limitatezza in acuto. Infatti, la risposta risiede nel bilancio tra affinità e permanenza.

  • Il fattore tempo: L’MGF nativo si lega perfettamente e istantaneamente al recettore, ma scompare dal sistema in 5-7 minuti. Il legame è intenso ma brevissimo.
  • L’effetto “Stocastico e Continuo”: Il PEG-MGF, nonostante la ridotta affinità, vanta un’emivita di 48-120 ore. Anche se l’ingombro sterico rende difficile l’attracco, la molecola fluttua intorno ai recettori per giorni interi. Statisticamente, la stimolazione recettoriale complessiva nel tempo (l’area sotto la curva, o AUC) è enormemente superiore. I recettori vengono attivati in modo continuo e ripetuto, superando lo svantaggio del blocco sterico iniziale.
  • Bonus: Follistatina [glicoproteina] e ACE-031 [Proteina di fusione sintetica]

La Follistatina e l’ACE-031 sono due potenti agenti biologici progettati per inibire la Miostatina, la proteina che frena lo sviluppo muscolare. Sebbene condividano l’obiettivo finale di massimizzare la crescita muscolare e combattere l’atrofia, differiscono profondamente per struttura molecolare, attività/selettività biologica ed effetti collaterali potenziali.

  • Effetti sui tessuti e sulla massa muscolare

Entrambe le molecole hanno dimostrato una straordinaria efficacia nei modelli di ricerca animale:

  1. Aumento estremo della massa: Inducono una rapida ipertrofia e iperplasia muscolare (fino a incrementi del 50-100% nei topi di laboratorio).
  2. Applicazioni mediche: Entrambe sono state studiate per patologie neuromuscolari debilitanti come la Distrofia Muscolare di Duchenne o la SLA.
  3. Differenza di efficacia: La Follistatina ha mostrato prestazioni leggermente superiori nei contesti legati alla rigenerazione dall’invecchiamento muscolare e nella cachessia, grazie alla sua affinità molto più elevata con l’Activina.
  • Effetti collaterali dell’ACE-031

A causa del blocco non selettivo delle proteine morfogenetiche dell’osso (BMP-9 e BMP-10), l’ACE-031 altera l’omeostasi dei vasi sanguigni. Durante i trial clinici umani, questo ha causato effetti collaterali vascolari imprevisti come:

  1. Sangue dal naso (epistassi)
  2. Dilatazione dei capillari cutanei (telangiectasie)
  3. Lievi perdite di sangue dalle gengive
    (Questi problemi hanno portato alla sospensione dei test clinici sull’uomo per l’ACE-031).
  • Effetti collaterali della Follistatina

Non interferendo con le proteine vascolari BMP, non causa i problemi di sanguinamento dell’ACE-031. Tuttavia, il suo forte impatto sull’asse dell’activina può:

  • Compromettere la fertilità (l’activina regola l’ormone FSH nelle ovaie e nei testicoli).
  • Sovraccaricare tendini e cuore a causa della crescita muscolare troppo rapida.

Queste due strutture amminoacidiche potrebbero essere, prese singolarmente o in abbinamento, parte di una preparazione per la categoria Bodybuilding femminile, viste le richieste di condizione di detta categoria e l’additività che queste due molecole potrebbero dare in un sistema dove la risposta miostatinica tende ad essere più alta più dura la somministrazione di AAS.

  • Peptidi, atlete e pratica

L’uso di peptidi nel bodybuilding femminile è diventato un argomento di forte interesse poiché queste molecole offrono un’alternativa categoria-dipendente ai classici AAS, oppure un ancillare da aggiungere alla preparazione per migliorarne l’efficacia evitando altre molecole con potenzialità androgena. Tuttavia, la maggior parte di queste molecole circola in un mercato grigio non regolamentato, non sono per lo più approvati per lo sviluppo muscolare e presentano potenziali rischi significativi per la salute a lungo termine.

Ovviamente, le atlete tendono a categorizzare i peptidi in base all’obiettivo ricercato, sebbene l’efficacia e la sicurezza clinica specifica sulle donne siano ancora scarsamente documentate:

1. Secretagoghi dell’hGH (GHS)

Questi composti stimolano l’ipofisi a rilasciare una maggiore quantità di ormone della crescita endogeno:

  • CJC-1295 e Ipamorelin: Spesso usati in combinazione (“stack”) per aumentare la massa magra e migliorare la qualità della pelle e del sonno.
  • Sermorelin e Tesamorelin: Utilizzati per favorire la scomposizione del grasso corporeo (lipolisi), in particolare quello viscerale.

2. Peptidi per il Recupero e la Riparazione dei Tessuti

Noti nel gergo sportivo per le loro proprietà rigenerative su tendini, legamenti e muscoli infiammati:

  • BPC-157: Un peptide derivato da una proteina gastrica, studiato per accelerare la guarigione delle lesioni.
  • TB-500: Un frammento della Timosina Beta-4 che promuove la migrazione cellulare e la guarigione dei tessuti molli.

3. Peptidi per la Gestione del Peso (incretino-mimetici)

  • Semaglutide, Tirzepatide e Retatrutide: Farmaci nati per il trattamento del diabete e dell’obesità, usati nelle fasi di definizione estrema (“Cut”) per sopprimere l’appetito e regolare l’attività/sensibilità dell’Insulina.

4. Peptidi mitocondriali

Struttura molecolare del MOTS-C
  • MOTS-C: Il MOTS-C (Mitochondrial ORF of the 12S rRNA type-c) è un peptide di 16 amminoacidi codificato direttamente dal DNA mitocondriale anziché dal genoma nucleare. Scoperto nel 2015, agisce come un importante messaggero molecolare che regola il metabolismo cellulare, l’omeostasi energetica e la longevità. Viene spesso definito un “mimetico dell’esercizio fisico” perché stimola le stesse vie biochimiche che si attivano durante l’allenamento intenso. Stimola l’enzima AMPK, considerato l’innesco principale del metabolismo energetico. Migliora l’assorbimento del glucosio a livello del tessuto muscolare scheletrico in modo indipendente dall’insulina. Sposta l’utilizzo dei macronutrienti verso il consumo dei grassi per produrre energia ed invia segnali cellulari che favoriscono la creazione di nuovi mitocondri sani. Viene utilizzato per via della sua capacità di prevenire e contrastare l’aumento dell’accumulo di adipe indotta da diete iperlipidiche e ridurre specificatamente l’accumulo di grasso viscerale. Viene anche utilizzato in condizioni di dieta ipocalorica data la sua capacità di protegge il tessuto muscolare e ridurre i tempi nel miglioramento marcato della ricomposizione corporea.
    Inoltre, può ridurre la lipotossicità e i livelli di infiammazione sistemica cronica.

Attualmente, il MOTS-c viene studiato principalmente nella ricerca metabolica, gerontologica e nella medicina della longevità. Gli studi evidenziano che la sua efficacia dipende dallo stato biologico complessivo: non funziona in modo ottimale in presenza di forte stress cronico, privazione di sonno o deficit proteici severi.

Struttura molecolare del SS-31
  • SS-31: Il composto noto nella ricerca scientifica come SS-31 (più comunemente indicato come SS-31, Elamipretide o MTP-131) è un tetrapeptide sintetico composto da quattro amminoacidi (D-arginina, dimetil-tirosina, lisina e fenilalanina). Si tratta di un peptide antiossidante che mira specificamente ai mitocondri, penetrando attraverso le membrane cellulari in modo indipendente dal potenziale energetico della cellula. Insieme al MOTS-c, rappresenta una delle molecole più studiate nella biochimica della longevità e nel ripristino dell’efficienza cellulare. SS-31 Si lega selettivamente alla Cardiolipina, un fosfolipide cruciale situato nella membrana mitocondriale interna. Ripara e stabilizza le creste mitocondriali, ottimizzando l’architettura della membrana interna. Favorisce il trasporto di elettroni lungo la catena respiratoria, aumentando la produzione di ATP (energia cellulare) e riduce la produzione di ROS e previene la perossidazione lipidica. L’SS-31 ha dimostrato forti proprietà protettive nei confronti di organi ad alto dispendio energetico, specialmente nel contrastare le malattie renali, i disturbi cardiovascolari e il declino del muscolo scheletrico legato all’età. È ampiamente studiato per contrastare i processi neurodegenerativi, l’infiammazione cerebrale e il deterioramento della memoria ed aiuta a interrompere il ciclo biologico di danno cellulare causato dallo stress ossidativo e dalla mitofagia difettosa.

La combinazione tra MOTS-c e SS-31 (Elamipretide) genera una potente sinergia biologica perché le due molecole affrontano la disfunzione [o il potenziamneto] mitocondriale da due angolazioni completamente diverse e complementari: l’SS-31 ripara la struttura fisica del mitocondrio, mentre il MOTS-c ne ottimizza la funzione metabolica e genetica.

Insieme, creano un effetto sinergico che accelera il ripristino dell’energia cellulare e contrasta l’invecchiamento dei tessuti ad alto dispendio energetico (muscoli, cuore, cervello e reni).


  • Principali Effetti Sinergici Evidenziati dalla Ricerca

1. Ripristino Amplificato dell’Energia (ATP)

L’SS-31 stabilizza le creste della membrana interna del mitocondrio, allineando correttamente i complessi della catena di trasporto degli elettroni. Questo permette al MOTS-c di agire su un “motore” strutturalmente perfetto: il MOTS-c stimola la biogenesi (creazione di nuovi mitocondri) e l’efficienza metabolica, mentre l’SS-31 assicura che ogni singolo mitocondrio produca la massima quantità possibile di ATP senza disperdere energia.

Schema dell’ATP sintasi mitocondriale: gradiente protonico, rotazione meccanica e sintesi di ATP

2. Abbattimento Radicale dello Stress Ossidativo e della Lipotossicità

L’invecchiamento e le malattie metaboliche creano un circolo vizioso: i grassi accumulati danneggiano i mitocondri (lipotossicità), i quali producono radicali liberi (ROS), che a loro volta distruggono la cellula.

  • L’SS-31 interrompe il danno legandosi alla cardiolipina e bloccando la produzione di ROS.
  • Il MOTS-c elimina la causa scatenante promuovendo la beta-ossidazione, ovvero spingendo la cellula a bruciare attivamente gli acidi grassi in eccesso.

3. Ringiovanimento del Muscolo Scheletrico e Contrasto alla Sarcopenia

La combinazione è particolarmente studiata per il trattamento dell’atrofia muscolare legata all’età. L’azione metabolica del MOTS-c aumenta l’assorbimento del glucosio nei muscoli in modo indipendente dall’insulina. Contemporaneamente, l’SS-31 protegge le fibre muscolari dall’apoptosi (morte cellulare) indotta dallo stress ossidativo, migliorando la forza fisica e la tolleranza allo sforzo in modo nettamente superiore rispetto all’uso dei singoli peptidi isolati.

4. Protezione Cardiovascolare e Renale Avanzata

Gli organi con la più alta densità di mitocondri beneficiano maggiormente di questa sinergia. Negli studi sui modelli di ischemia-riperfusione o danno d’organo, l’azione combinata protegge il tessuto cardiaco e i nefroni renali. L’SS-31 previene il collasso della permeabilità mitocondriale durante lo stress acuto, mentre il MOTS-c riduce l’infiammazione sistemica cronica (es. riducendo citochine come l’IL-6).

  • Modalità di Co-Somministrazione nella Ricerca

Nei modelli di laboratorio e nei protocolli sperimentali di longevità, i due peptidi non vengono quasi mai miscelati nella stessa siringa a causa delle diverse proprietà chimico-fisiche, ma vengono somministrati in modo strategico:

  1. Fase di “Reset” (SS-31): Spesso utilizzato all’inizio o in concomitanza per stabilizzare le membrane cellulari infiammate.
  2. Fase di “Spinta” (MOTS-c): Inserito per stimolare la risposta metabolica attiva e la biogenesi mitocondriale.
  • L’aggiunta del 5-Amino-1MQ (5-Amino-1-methylquinolinium)
Struttura molecolare del 5-Amino-1MQ

Il 5-Amino-1MQ (5-Amino-1-methylquinolinium) è un piccolo peptide sintetico permeabile alle membrane cellulari, studiato principalmente per le sue proprietà anti-obesità e per il contrasto all’invecchiamento metabolico. Agisce come un inibitore mirato dell’enzima NNMT (Nicotinamide N-metiltransferasi), un enzima espresso principalmente nel tessuto adiposo e nel fegato che rallenta il metabolismo cellulare.

Se inserito in un contesto di ricerca mitocondriale con molecole come il MOTS-c e l’SS-31, il 5-Amino-1MQ agisce come un terzo pilastro focalizzato sul risparmio del NAD+ e sul dimagrimento per via miglioramento metabolico-energetico.

  • Meccanismo d’azione
  1. Inibizione dell’enzima NNMT: L’NNMT consuma una molecola chiamata SAM (S-adenosilmetionina) e produce 1-metilnicotinamide, un processo che di fatto riduce la disponibilità di NAD+. Bloccando l’NNMT, il 5-Amino-1MQ previene questo spreco energetico.
  2. Aumento dei livelli di NAD+: Riducendo il consumo indotto dall’NNMT, i livelli cellulari di NAD+ aumentano. Il NAD+ è il carburante fondamentale per i mitocondri e per le sirtuine (le proteine della longevità).
  3. Prevenzione della lipogenesi: Inverte l’ipertrofia degli adipociti (le cellule di grasso), impedendo loro di accumulare ulteriori lipidi e stimolandone lo svuotamento.
  • Principali effetti e potenziali benefici
  1. Perdita di peso mirata (Grasso Bianco): Accelera il metabolismo basale del tessuto adiposo, promuovendo una riduzione selettiva della massa grassa senza intaccare la massa muscolare.
  2. Rigenerazione del muscolo scheletrico: Aumenta la proliferazione delle cellule staminali muscolari (cellule satellite), accelerando il recupero da infortuni muscolari e contrastando l’atrofia indotta dall’invecchiamento.
  3. Miglioramento del profilo metabolico: Riduce i livelli di colesterolo plasmatico e migliora la sensibilità all’insulina, contrastando la progressione del diabete di tipo 2.
  • La Sinergia Tripla: MOTS-c + SS-31 + 5-Amino-1MQ

Nei protocolli avanzati di ricerca biochimica sul ringiovanimento cellulare, l’aggiunta di 5-Amino-1MQ al duo MOTS-c e SS-31 crea un effetto consequenziale metabolico perfetto:

  1. SS-31 (La Struttura): Ripara e stabilizza fisicamente la membrana mitocondriale interna.
  2. MOTS-c (Il Segnale): Attiva l’AMPK e dice alla cellula di consumare attivamente gli acidi grassi accumulati.
  3. 5-Amino-1MQ (Il Carburante): Blocca l’enzima NNMT, innalzando i livelli di NAD+ che servono sia ai mitocondri (riparati dall’SS-31) sia ai processi bioenergetici stimolati dal MOTS-c.

Nelle linee di ricerca e nei modelli di studio preclinici, la via di somministrazione del 5-Amino-1MQ determina differenze cruciali in termini di biodisponibilità, farmacocinetica ed efficacia biologica.

Somministrazione Orale (Capsule / Polvere)

La via orale è la più comune nei modelli murini (topi) focalizzati sulla perdita di peso a lungo termine e sulle malattie metaboliche croniche.

  • Biodisponibilità: Medio-bassa. Essendo una molecola idrosolubile, attraversa le membrane intestinali, ma subisce l’effetto di primo passaggio epatico (viene parzialmente metabolizzata dal fegato prima di entrare nel circolo sistemico). [1, 2, 3]
  • Target primario: Tessuto adiposo viscerale e fegato. È ideale per il trattamento dell’obesità e della steatosi epatica (fegato grasso), poiché la molecola colpisce direttamente l’enzima NNMT epatico e del grasso addominale subito dopo l’assorbimento.
  • Dosaggio nei modelli di studio: Richiede dosaggi significativamente più alti (spesso compresi tra 20 mg/kg e 30 mg/kg al giorno nei modelli animali) per compensare la perdita di efficacia nel tratto digestivo.
  • Vantaggi: Rilascio più costante, riduzione dello stress da iniezione nei modelli animali e facilità di gestione per studi a lungo termine.

Somministrazione Iniettabile (Sottocutanea / Intramuscolare / Intraperitoneale)

La via iniettabile viene preferita negli studi incentrati sulla performance muscolare, sulla riparazione dei tessuti e sul ringiovanimento sistemico.

  • Biodisponibilità: Massima (vicina al 100%). Evita completamente il sistema digerente e il primo passaggio epatico, entrando immediatamente in circolo.
  • Target primario: Muscolo scheletrico e sistema vascolare. Raggiunge rapidamente le cellule satellite (staminali muscolari) e i tessuti periferici senza degradazione preventiva.
  • Dosaggio nei modelli di studio: Richiede dosi nettamente inferiori rispetto alla via orale (spesso ridotte di 5-10 volte) per ottenere la stessa concentrazione ematica picco.
  • Vantaggi: Azione estremamente rapida, picco plasmatico elevato e controllo preciso della quantità di principio attivo che raggiunge i tessuti target. È la via d’elezione quando combinata nello stesso protocollo con MOTS-c o SS-31, che nascono già come iniettabili.

Nota di sicurezza: Il 5-Amino-1MQ [come il MOTS-C in gran parte del mondo] è classificato come un composto chimico destinato esclusivamente alla ricerca scientifica in vitro e nei modelli animali. Non è approvato per il consumo umano o per uso terapeutico da parte delle autorità regolatorie.


Ormoni tiroidei e farmaci termogenici/lipolitici nelle preparazioni femminili

Quando si parla di uso di ormoni tiroidei e farmaci lipolitici/termogenici la differenza tra atleta di sesso femminile e maschile variano nelle sfumature.

Considerando il fattore chiave estrogenico e sua gestione per ottenere l’effetto migliore sulla mobilitazione delle riserve adipose in ambito di una preparazione femminile [cosa più marcata nelle donne], il resto deve basarsi sugli obbiettivi di categoria.

Una Bikini, nella cui categoria i canoni estetici richiedono una composizione corporea caratterizzata da un fisico atletico, proporzionato e dalle linee morbide e femminili, dove viene premiata la simmetria rispetto ai volumi muscolari estremi, sicuramente l’utilizzo di agenti lipolitici/termogenici risulta limitato e per lo più ridotto all’uso di dosaggi di T3 capaci di mantenere in ipocalorica livelli del BMR al pari di una eucalorica/ipercalorica con punte massime al limite del eutiroidismo senza superarlo. In questo caso, la Bikini non dovrà nemmeno essere sottoposta a regimi alimentari inumani e comunque ingiustificati per gli obbiettivi di categoria.

Ovviamente, si sta parlando di dosaggi nella media dei 25mcg/die in un contesto preparatorio nel quale sono presenti AI/SERM e un SARM come l’Ostarina ad un dosaggio di 5mg/die [effetto Protein-Sparing].

Se parliamo di Wellness dove la definizione muscolare richiesta è moderata/intermedia, vi può essere l’aggiunta di un β-agonista, meglio se si tratta di un β2-agonista selettivo come il Salbutamolo o il Clenbuterolo a dosaggi minimi efficaci, e la possibile addizione di Yohimbina.  

Si sta parlando sempre di dosaggi di circa 25mcg/die di T3, 4mg/die di Salbutamolo o 40mcg/die di Clenbuterolo con 5mg/die di Yohimbina [lontano dai pasti, a stomaco vuoto e non ravvicinato all’assunzione della dose di β2-agonista (1-2h di distanza onde evitare spiacevoli “incroci di picco”)]. Anche qui sono possibilmente presenti AI/SERM e un AAS attenuato come l’Oxandrolone a basso dosaggio [5-7.5mg/die]; non si esclude la presenza di 2UI di rhGH [il quale ha una azione di potenziamento dell’attività β-agonista dal momento che causa un aumento dell’espressione dei β3-AR con i quali il Clenbuterolo trova una buona affinità].

Nelle categorie Figure/Bodyfitness, Women’s Physique e Women’s Bodybuilding le possibilità protocollari aumentano sensibilmente visto che la richiesta di definiozione muscolare è alta/estrema. In tali contesti l’uso del T3 può essere portato a dosi di soglia più alte pur mantenendo un grado di eutiroidismo limite. Salbutamolo o Clenbuterolo possono essere portati a dosaggi rispettivamente di 6-8mg/die e 60-80mcg/die. In abbinamento alla Yohimbina può essere messo un ACE-inibitore al fine di agire maggiormente sul “grasso testardo”. L’uso del rhGH, abbinato ad un ottimale controllo estrogenico, può essere portato a 4-6UI/die divise in 2-3 somministrazioni non più ravvicinate di 4-5h. Sul versante AAS la atleta può usare una base di Boldenone abbinato ad un orale come l’Oral-Turinabol e l’aggiunta nelle ultime 4-2 settimane prima del contest di 30mg di Trenbolone Acetato a settimana. L’aggiunta di Retatrutide, MOTS-C e SS-31 può facilitare la massimizzazione del raggiungimento dell’obbiettivo di riduzione massima della b.f. nel periodo “critico” di avvicinamento al contest.

Si tratta di semplici esemplificazioni di protocolli potenzialmente applicabili in ambito femminile mantenendo un ottimale controllo sulla possibile comparsa di effetti virilizzanti.

Anche il 7-Keto-DHEA, può essere inserito in una preparazione femminile senza alterare la virilizzazione in ambito ipocalorico e come inibitore enzimatico del Cortisolo.

Struttura molecolare del 7-Keto-DHEA

Il 7-Keto DHEA (noto anche come 3-acetil-7-osso-deidroepiandrosterone) è un metabolita del DHEA. La caratteristica fondamentale che lo differenzia dal DHEA è che non si converte in ormoni sessuali come androgeni o estrogeni. Viene impiegato nel Bodybuilding principalmente per via della sua azione come inibitore competitivo dell’enzima 11-beta HSD 1 (11β-idrossisteroide deidrogenasi tipo 1). L’enzima 11β-HSD 1 si trova principalmente nel fegato, nel tessuto adiposo e nel cervello. Il suo compito principale è convertire il cortisone inattivo in cortisolo attivo, amplificando i livelli di questo ormone dello stress a livello cellulare.

Poiché l’enzima è impegnato a metabolizzare il 7-Keto DHEA (convertendolo in 7β-idrossi-DHEA), riduce la capacità relativa di risintesi del Cortisolo. Questo riduce l’esposizione locale dei tessuti al Cortisolo attivo, e quindi anche al catabolismo muscolare in caso di esposizione a stressor [vedi dieta in forte restrizione calorica] che possono causare elevati livelli di Cortisolo [sebbene non patologico] in cronico.

  • Ma l’Efedrina?
Struttura molecolare del Efedrina

L’Efedrina, o (−)-(1R,2S)-efedrina, nota anche come (1R,2S)-β-idrossi-N-metil-α-metil-β-fenetilammina o come (1R,2S)-β-idrossi-N-metilamfetamina, è un substrato della Fenetilammina e dell’Amfetamina. La sua struttura chimica è simile a quella della Fenilpropanolammina, della Metanfetamina e dell’Epinefrina (Adrenalina). Si differenzia dalla Metanfetamina solo per la presenza di un gruppo idrossilico (–OH). Chimicamente, l’Efedrina è un alcaloide con uno scheletro di Fenetilammina presente in diverse piante del genere Ephedra (famiglia Ephedraceae). Viene commercializzata più comunemente come sale cloridrato o solfato.

L’Efedrina agisce sul sistema nervoso simpatico attraverso un duplice meccanismo d’azione:

  • Azione Diretta: Si lega direttamente e attiva i recettori adrenergici alfa (α) e beta (β) della membrana post-sinaptica [priva di selettività].
  • Azione Indiretta: Penetra nelle terminazioni nervose simpatiche e stimola il rilascio di Noradrenalina endogena dalle vescicole sinaptiche, potenziando la risposta adrenergica fisiologica.

A livello stereochimico, l’isomero naturale (-)-efedrina (1R,2S) presenta la massima efficacia biologica combinando l’azione diretta e indiretta, mentre il suo enantiomero (+) mostra prevalentemente un’attività di tipo indiretto.

  • Caratteristiche di Attività e Organi Bersaglio

Grazie alla stimolazione diffusa dei recettori α e β, l’Efedrina determina marcati effetti biologici su diversi distretti dell’organismo:

  • Attività Cardiovascolare (α₁, β₁): Aumenta la forza di contrazione del cuore (inotropismo positivo) e la frequenza cardiaca (cronotropismo positivo) tramite i recettori β₁. L’attivazione dei recettori α₁ induce una vasocostrizione periferica. Il risultato combinato è un netto incremento della pressione arteriosa (sistolica e diastolica).
  • Attività Respiratoria (β₂): Provoca il rilassamento della muscolatura liscia bronchiale, determinando una potente broncodilatazione.
  • Attività Decongestionante (α₁): Riduce il flusso sanguigno locale e il gonfiore delle mucose nasali inducendo vasocostrizione, motivo per cui i suoi derivati (come la pseudoefedrina) sono impiegati contro la congestione delle vie aeree.
  • Attività sul Sistema Nervoso Centrale (SNC): Supera la barriera ematoencefalica agendo come potente stimolante centrale; aumenta lo stato di allerta, riduce il senso di fatica e attenua il sonno.
  • Attività Metabolica: Accelera il metabolismo basale stimolando la secrezione di catecolamine e promuovendo la termogenesi.
  • Attività sugli α₂-AR nell’adipocita: questa attività, tipica per una molecola non selettiva dei recettori adrenergici come lo è l’Efedrina, ne riduce il potenziale lipolitico soprattutto sul “grasso testardo”.

A differenza dell’Adrenalina, l’Efedrina resiste alla degradazione degli enzimi digestivi e metabolici (come le COMT), risultando efficace anche per via orale e garantendo una durata d’azione significativamente più prolungata. L’uso ripetuto a brevi intervalli può causare tachifilassi (una rapida diminuzione dell’effetto terapeutico) dovuta all’esaurimento dei depositi di noradrenalina neuronale. La durata d’azione dopo assunzione orale è di 2-4 ore sebbene l’emivita sia stimata essere di 6 ore.

Gli effetti avversi dell’Efedrina hanno un tasso di comparsa molto alto vista la mancanza di selettività a qualunque dosaggio della molecola. Questi effetti derivano direttamente dalla sua potente attività simpaticomimetica e dalla stimolazione adrenergica diffusa e non selettiva. I principali rischi includono:

  • Apparato Cardiovascolare: Forte aumento della pressione arteriosa (ipertensione), tachicardia, palpitazioni e aritmie. Nei casi più gravi o in soggetti predisposti, può causare ischemia miocardica, infarto del miocardio o ictus cerebrale.
  • Sistema Nervoso Centrale: Agitazione psicomotoria, nervosismo, ansia grave, insonnia, tremori e vertigini. A dosaggi elevati può indurre psicosi tossiche caratterizzate da paranoia e allucinazioni.
  • Apparato Gastrointestinale: Forte soppressione dell’appetito (anoressia), nausea, vomito e secchezza delle fauci.
  • Apparato Urinario: Difficoltà nella minzione e potenziale ritenzione urinaria acuta, in particolare nei soggetti di sesso maschile affetti da ipertrofia prostatica benigna.
  • Dipendenza e Tolleranza: Il consumo cronico genera rapidamente assuefazione (tachifilassi) e può indurre dipendenza psicologica, con crisi d’astinenza caratterizzate da forte depressione e astenia.

A causa della sua pericolosità e del potenziale uso illecito, la normativa italiana ed internazionale regolamenta l’efedrina in modo severo attraverso tre pilastri principali:

  1. Divieto Assoluto in Galenica Dimagrante
  2. Disciplina dei Precursori di Droghe e Sanzioni
  3. Normativa Antidoping (WADA)

Nonostante gli effetti collaterali siano in gran parte condivisi con i β₂-agonisti selettivi, questi effetti, in questi ultimi, si manifestano in modo dose-sensibilità dipendente. In poche parole, ciò che con l’Efedrina è praticamente certo, con il Salbutamolo o il Clenbuterolo varia a seconda della dose e della sensibilità individuale.

Nota sulla PGF2alfa: A differenza degli uomini, dove nel mondo del bodybuilding l’uso di PGF2alfa esogene viene talvolta tentato per la crescita muscolare o il dimagrimento locale, nelle donne queste molecole possono avere effetti uterini e sistemici sensibilmente problematici se usate al di fuori del controllo medico.

Struttura molecolare della PGF2alfa

Effetti Collaterali e Rischi Gravi:

  • Crampi Uterini Lancinanti: Anche a dosaggi minimi, l’iniezione causa contrazioni uterine dolorosissime, simili a quelle di un travaglio di parto o di un aborto spontaneo.
  • Interruzione di Gravidanze Inconsapevoli: Se la donna è all’inizio di una gravidanza non ancora diagnosticata, l’uso di PGF2alfa provoca un aborto immediato, con rischio di emorragie interne severe.
  • Blocco o Alterazione del Ciclo: Distruggendo precocemente il corpo luteo (luteolisi), alterano completamente l’equilibrio tra estrogeni e progesterone, vanificando qualsiasi sforzo di recupero ormonale (PCT).
  • Sintomi Sistemici Violenti: Broncocostrizione (grave rischio di asma o blocco respiratorio), vomito, diarrea profusa e immediata, tachicardia e sbalzi drastici della pressione sanguigna.

Pillola anticoncezionale e atlete enhanced

Dato che molte donne ricorrono alla contraccezione ormonale e che interessa anche le atlete enhanced ritorno a parlare di questo argomento.

Il fatto di questo ritorno di trattazione è dovuto alle interazioni che la terapia ormonale anticoncezionale può avere sugli AAS. Più specificamente, può attenuarne gli effetti. La ragione di ciò è duplice. Questi metodi possono determinare un aumento della globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG). L’SHBG si lega saldamente agli AAS e, di conseguenza, riduce la quantità di AAS liberi nella circolazione sanguigna.
Inoltre, la contraccezione ormonale può esercitare un effetto antiandrogenico diretto a livello del recettore degli androgeni (AR).
Sia gli estrogeni che i progestinici presenti nella contraccezione ormonale influenzano la SHBG. Gli estrogeni aumentano intrinsecamente la SHBG. I progestinici, d’altra parte, si ritiene che influenzino la SHBG attraverso la loro attività androgenica o antiandrogenica: l’attività androgenica la riduce, mentre quella antiandrogenica la aumenta.

Una meta-analisi ha rilevato che i contraccettivi orali combinati (COC) contenenti 20–25µg di Etinilestradiolo (EE) determinano un aumento minore della SHBG (+82 nmol/L) rispetto a quelli contenenti 30–35µg di EE (+116 nmol/L). La meta-analisi ha inoltre messo a confronto i diversi tipi di progestinici contenuti nei COC, in base alla loro generazione. Di solito, si ricorre a una classificazione dei progestinici di prima, seconda, terza e quarta generazione. Tale classificazione si basa sulla data di immissione sul mercato, dove quelli di prima generazione sono i più datati e quelli di quarta generazione i più recenti. Per citare alcuni esempi:

  • Prima generazione: Levonorgestrel, Noretisterone
  • Seconda generazione: Norgestimato, Desogestrel, Nomegestrol Acetato
  • Terza generazione: Dienogest, Etonogestrel
  • Quarta generazione: Drospirenone, Norelgestromina, Segesterone Acetato

La meta-analisi ha rilevato che l’aumento dell’SHBG era minimo con i progestinici di seconda generazione. Ad esempio, l’aumento medio dell’SHBG era di soli 22 nmol/L nelle donne che assumevano un progestinico di seconda generazione con una dose bassa di estrogeni pari a 20–25 µg di EE. D’altra parte, i progestinici di terza generazione con la stessa dose di estrogeni hanno mostrato un aumento medio dell’SHBG pari a 125 nmol/L. Un aumento simile si osserva con i progestinici di quarta generazione. In termini percentuali, i contraccettivi orali combinati (COC) contenenti un progestinico di seconda generazione sembrano determinare un aumento di circa il 50 %, mentre gli altri provocano aumenti del 150–250 %.

D’altra parte, la somministrazione di AAS riduce l’SHBG. Questo effetto non si osserva solo negli uomini ma anche nelle donne, dove porta a una riduzione di circa il 50 %. Resta da determinare con quale rapidità si manifesti questo effetto. Inoltre, sarebbe interessante verificare come questa diminuzione dell’SHBG si mantenga in presenza di un uso concomitante di COC. Questo, a mia conoscenza, è attualmente sconosciuto. In termini pratici, e se ben tollerato, un COC con un progestinico di seconda generazione e una bassa dose di EE sembra preferibile per ottenere il massimo beneficio da qualsiasi AAS utilizzato. Inoltre, l’uso di AAS può portare a mestruazioni irregolari (oligomenorrea), mestruazioni dolorose (dismenorrea) o anovulazione durante l’uso a causa dell’interruzione della produzione di estrogeni e progesterone. L’uso di un COC può attenuare questi effetti.

E allora, che dire dei potenziali effetti antiandrogenici a livello recettoriale? Dato che i progestinici con attività antiandrogenica determinano un aumento dell’SHBG, mentre quelli con attività androgenica ne causano una diminuzione, è logico che anche in questo ambito i progestinici di seconda generazione siano da preferire. In realtà la questione è più complessa di così, poiché l’androgenicità relativa di un progestinico può dipendere dalla concentrazione di AAS nonché dal tessuto (muscolo vs. fegato), ma è inutile approfondire ulteriormente questo argomento. Semplicemente non ci sono dati affidabili sufficienti per trarne conclusioni valide.

Effetti collaterali androgenici e Harm Reduction

Molti degli effetti collaterali che si riscontrano negli uomini si riscontrano ovviamente anche nelle donne. Acne, peggioramento dei lipidi sierici, aumento dei livelli di ematocrito, epatotossicità e alopecia androgenetica sono stati tutti segnalati nelle donne che fanno uso di AAS. Potrebbe esserci anche un effetto sulla pressione sanguigna e sulla struttura e funzione cardiaca, ma semplicemente non ci sono dati al riguardo (o almeno, non per quanto mi è dato sapere). Inoltre, le donne dovrebbero prestare attenzione agli effetti mascolinizzanti degli AAS. In questa sezione, metterò in evidenza l’abbassamento del tono della voce (disfonia) che può verificarsi, l’eccessiva crescita di peli sul corpo (irsutismo) e l’ingrossamento del clitoride (clitoromegalia). Inoltre, l’uso degli AAS influirà sul ciclo mestruale, portando spesso alla cessazione delle mestruazioni o a cicli irregolari. Aneddoticamente, alcune donne riferiscono una lieve riduzione delle dimensioni del proprio seno. Tuttavia, la letteratura al riguardo è scarsa e non si tratta di un fenomeno riportato in modo coerente nelle pazienti transessuali da donna a uomo. Le segnalazioni aneddotiche possono essere influenzate dalla concomitante riduzione del grasso corporeo, poiché gli AAS vengono spesso utilizzati anche nell’ambito di programmi di dimagrimento.

I sides che interessano in particolar modo le atlete sono i seguenti:

  • Abbassamento del tono della voce (disfonia)

Avete mai sentito parlare in televisione una bodybuilder? E non mi riferisco a una bikini preparata da un “cane”, ma a quelle davvero massicce. Più massicce della maggior parte di voi che state leggendo questo libro. Se chiudete gli occhi, tendono a sembrare virili. E a volte non solo tendono a sembrare virili, ma sembrano inequivocabilmente un uomo.

È uno degli effetti collaterali dell’uso di AAS nelle donne e tende a manifestarsi, in una certa misura, anche a dosaggi bassi, se assunti per un periodo sufficientemente lungo. Nel 1994 è stato pubblicato un ottimo articolo su questo argomento. Le partecipanti allo studio hanno ricevuto solo 50 mg di nandrolone decanoato ogni 4 settimane, ma per un anno intero. I ricercatori hanno svolto un lavoro eccellente nel valutare la voce di queste partecipanti. Un limite dello studio è che le partecipanti erano donne in postmenopausa. Tuttavia, il nandrolone veniva somministrato in aggiunta alla terapia ormonale sostitutiva (TOS). Pertanto, queste donne avevano livelli adeguati di estrogeni in circolo grazie alla TOS (2 mg di estradiolo al giorno). Il nandrolone è stato prescritto per la loro osteoporosi (grave), una delle indicazioni mediche per cui il Nandrolone può essere prescritto.

Come hanno valutato la voce e le corde vocali di queste donne? Hanno esaminato le corde vocali eseguendo una laringoscopia. In questo modo, hanno verificato la presenza di edema di Reinke¹, laringite (infiammazione della laringe) e aumento della vascolarizzazione delle corde vocali. Inoltre, hanno effettuato delle registrazioni vocali. Le registrazioni vocali includevano la lettura di un testo standard, il parlato spontaneo, il conteggio, le urla, i toni glissati e il canto. Successivamente, hanno valutato il cosiddetto campo vocale. In sostanza, hanno semplicemente verificato alcuni parametri oggettivi: frequenza massima/minima/media, intensità media minima/massima, tempo massimo di fonazione, ecc. Il punto è che hanno eseguito una serie piuttosto completa di test per valutare la voce e le corde vocali.

Nell’introduzione, gli autori sottolineano che studi precedenti indicano che le corde vocali presentano edema e iperemia (aumento del flusso sanguigno) poco dopo il trattamento con AAS. Inoltre, riferiscono che, prima che si notasse la virilizzazione della voce, le pazienti avvertivano sensazioni di globo faringeo e il bisogno di schiarirsi la gola. Suppongo che questi possano essere considerati segnali di allarme precoci. La virilizzazione stessa, osservano, inizia con un’instabilità vocale e un cambiamento di timbro. Secondo la mia esperienza, è un po’ simile a ciò che accade a un ragazzo che entra nella pubertà. La loro voce tende a diventare instabile di tanto in tanto (la voce si spezza). Infine, osservano che si verifica un abbassamento della gamma di frequenze e della frequenza durante il parlato e che questi cambiamenti sembrano essere irreversibili.

Allora, cosa ha evidenziato il loro stesso studio? Entrambi i gruppi hanno registrato un aumento del numero di soggetti con edema di Reinke, con un incremento maggiore riscontrato nel gruppo trattato con nandrolone in associazione alla terapia ormonale sostitutiva (HRT). Tuttavia, questa differenza non era statisticamente significativa tra i due gruppi. Non si è verificato nulla di rilevante per quanto riguarda la laringite (un soggetto ne ha sofferto nel gruppo trattato con nandrolone, mentre nessuno ne ha sofferto nel gruppo trattato solo con terapia ormonale sostitutiva).

I soggetti del gruppo trattato con nandrolone hanno manifestato un numero significativamente maggiore di disturbi della voce, cambiamenti nel timbro, instabilità vocale, abbassamento del tono e perdita delle frequenze alte. Sembrava inoltre esserci qualche indicazione di un aumento della raucedine. Un logopedista ha inoltre riscontrato una maggiore raucedine e instabilità nella voce delle donne del gruppo trattato con nandrolone dopo il trattamento. Tuttavia, va sottolineato che il logopedista non era all’oscuro del trattamento. Ciò comporta un elevato rischio di distorsione da parte dell’osservatore.

Fortunatamente, vi sono anche alcuni risultati più oggettivi. Si è osservata una significativa diminuzione della frequenza più bassa nel gruppo trattato con nandrolone rispetto al gruppo trattato solo con TOS. Da notare che nel gruppo trattato con nandrolone si è osservata una leggera diminuzione, mentre nel gruppo trattato solo con TOS si è registrato un leggero aumento. Una differenza più marcata è stata riscontrata nella frequenza più alta, che è diminuita notevolmente nel gruppo trattato con nandrolone (con un leggerissimo aumento nel gruppo trattato con TOS). Inoltre, la frequenza media durante il parlato è risultata leggermente inferiore nel gruppo trattato con Nandrolone.

Le misurazioni dell’intensità non sono cambiate e l’instabilità vocale non è variata durante la produzione delle vocali. L’assenza di variazioni nell’instabilità vocale durante la produzione delle vocali è probabilmente (in parte) dovuta al fatto che è più facile produrre una voce stabile quando si pronuncia una vocale rispetto a quando si svolgono i compiti di produzione del parlato che sono stati assegnati.

In sintesi, anche un dosaggio basso di AAS (nandrolone 50 mg ogni 4 settimane, in questo caso) può alterare la voce dopo un periodo di tempo sufficientemente lungo (1 anno). La caratteristica distintiva è una frequenza vocale più bassa, sia nel parlato che nella frequenza massima raggiungibile. Inoltre, sembra esserci un aumento dell’instabilità vocale e della raucedine. I disturbi della voce e la raucedine sono aumentati notevolmente nel gruppo trattato con nandrolone. Tuttavia, le variazioni di frequenza osservate in questo studio non sono state significative. La frequenza massima è scesa da 613 a 505 Hz, il che potrebbe non essere così rilevante a meno che non si sia cantanti. Inoltre, la frequenza media durante il parlato ha mostrato un leggero calo da 213 a 195 Hz. Tuttavia, come discuterò più avanti, queste diminuzioni saranno più marcate all’aumentare del dosaggio.

Inoltre, è probabile che vi siano alcune variazioni interindividuali in questo ambito. Alcuni noteranno cambiamenti più o meno marcati rispetto ad altri. In conclusione, sembra prudente tenere attentamente d’occhio la voce quando si utilizzano gli AAS in quanto donna. O, per meglio dire, tenerla d’orecchio. Ciò è particolarmente vero considerando che si ritiene che i cambiamenti nella voce siano per lo più irreversibili.

A conferma di questi risultati, il laboratorio di Bhasin ha riscontrato una diminuzione, dipendente dalla concentrazione, dell’ intonazione media² nelle donne che si sono sottoposte a isterectomia e hanno ricevuto una somministrazione di AAS. Al posto del decanoato di nandrolone, alle donne è stato somministrato enantato di testosterone da 3, 6,25, 12,5 o 25 mg alla settimana (oppure un placebo) per 24 settimane. (Solo i gruppi da 12,5 e 25 mg hanno registrato una diminuzione significativa dell’altezza media del tono.) Ciò che è interessante di questo studio è che non sono stati segnalati cambiamenti nella voce da parte delle partecipanti. Ciò significa che i cambiamenti nel tono possono verificarsi prima che la persona stessa se ne accorga. Sono diventati evidenti solo con i test funzionali della voce. Ciò sottolinea la maggiore cautela che occorre adottare riguardo a questo effetto collaterale: non notare un cambiamento nella propria voce non significa che non ci sia.

Allora, come valutare tutto questo? Beh, immagino che non abbiate un laboratorio per testare la voce a casa, quindi dovrete accontentarvi di alcune app. Un’app per Android che potreste usare è Vocal Pitch Monitor. Potete attivare la visualizzazione della frequenza nelle impostazioni, ma la scala viene mostrata con le note musicali. Ad esempio, la mia voce tende a rimanere poco al di sotto del Do3, che corrisponde a una frequenza di 130 Hz. Quello che potresti fare è scegliere una frase di riferimento, pronunciarla con un tono normale e salvarla nell’app, in modo da poterla confrontare in futuro più e più volte. È importante cercare di mantenere le stesse condizioni (nessun rumore di fondo, stessa distanza dal microfono, ecc.). Inoltre, potresti provare a vedere qual è il tono più alto che riesci a raggiungere con la tua voce. Il calo maggiore sembra verificarsi nel tono massimo, quindi potrebbe essere più facile da individuare. Tuttavia, i telefoni non sono gli strumenti più precisi per valutare questo aspetto, quindi non sempre funziona alla perfezione.

Oltre a ciò, potresti anche semplicemente ascoltare tu stesso le note vocali salvate e confrontarle in modo soggettivo. Inoltre, potresti provare a raggiungere la nota più bassa e quella più alta e vedere dove ti fermi. Qualunque cosa tu faccia, mantieni la coerenza nel corso delle settimane.

  • Irsutismo

Un effetto collaterale comune nelle donne che assumono AAS è l’insorgenza dell’irsutismo. L’irsutismo deriva dall’azione degli androgeni sui follicoli piliferi, che trasformano i peli vellus in peli terminali.

I peli vellus sono peli corti e morbidi privi di pigmento. È possibile notarli osservando attentamente il viso di una persona. I peli terminali, invece, sono lunghi e ruvidi e (di solito) contengono pigmento. Ad esempio, i capelli sulla sommità della testa sono peli terminali. Inoltre, gli androgeni prolungano la fase anagen del ciclo del follicolo pilifero³. In breve, il ciclo del follicolo pilifero consiste di tre fasi: crescita (anagen), involuzione (catagen) e riposo (telogen). A seguito dell’aumento della durata della fase anagen, i peli diventano più lunghi. In pratica, la trasformazione dei peli vellus in peli terminali e l’estensione della fase anagen determinano una crescita eccessiva dei peli sul viso (baffi e barba), sulle gambe, sulle braccia, sul torace, sulla schiena e nella regione che si estende dall’area genitale all’ombelico.

Correlazione tra indice modificato di Ferriman & Gallwey (mF&G) e videodermoscopico (VDI) in grado di identificare conta, densità e spessore di peli terminali in 4 aree androgeno-dipendenti di donne affette da irsutismo lieve, moderato e severo.

È importante sottolineare che anche la produzione locale di androgeni da parte della 5α-reduttasi potrebbe influire sullo sviluppo dell’irsutismo. La 5α-reduttasi converte il testosterone nel diidrotestosterone (DHT), un androgeno più potente. Ciò porta a un’amplificazione dell’effetto androgenico del testos terone nel tessuto in cui avviene la conversione. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato un miglioramento dell’ irsutismo quando alle donne viene somministrata la finasteride (un inibitore della 5α-reduttasi).

Considerando che la riduzione 5α del nandrolone produce un androgeno meno potente (Diidronandrolone [DHN]), l’effetto androgenico del nandrolone potrebbe risultare attenuato anziché amplificato. Tuttavia, nessuno studio ha confrontato i due composti in termini di fattori di rischio per l’irsutismo nelle donne.

Uno studio suggerisce che circa 1 donna su 5 sviluppi un lieve irsutismo quando le vengono somministrati 150 mg di testosterone enantato ogni 28 giorni [454]. In questo studio, il testosterone è stato utilizzato in associazione con l’estradiolo per valutare gli effetti sulla funzionalità sessuale nelle donne in menopausa. L’aggiunta di estradiolo riduce la frazione libera del testosterone a causa di un conseguente aumento dell’SHBG. Lo stesso studio riporta inoltre che l’irsutismo indotto dal testosterone è reversibile una volta interrotta la somministrazione del composto. L’insorgenza sembra essere relativamente lenta, richiedendo spesso 4–6 mesi prima che diventi evidente. Tuttavia, il tempo di insorgenza potrebbe essere più rapido e il rischio di sviluppare l’irsutismo può essere maggiore quando vengono somministrati dosaggi elevati di AAS, come avviene più comunemente negli atleti che fanno uso di AAS.

L’irsutismo può solitamente essere gestito abbastanza bene. Semplici misure cosmetiche come la rasatura, la depilazione con pinzetta o la ceretta possono già fornire buoni risultati. Tuttavia, la rasatura a volte potrebbe dare l’illusione di rendere i peli più folti, poiché conferisce loro una punta smussata nel punto in cui vengono tagliati. La depilazione con pinzetta e la ceretta possono essere piuttosto dolorose e, in alcuni casi, causare cicatrici, follicolite e iperpigmentazione. Inoltre, potrebbero semplicemente non essere molto pratiche. Alcune zone sono difficili o impossibili da raggiungere da soli. Le zone estese possono inoltre richiedere molto tempo. Sono disponibili anche diversi trattamenti farmacologici, come i contraccettivi orali e gli antiandrogeni. Tuttavia, questi farmaci contrastano anche l’effetto anabolico degli AAS. L’eccezione a questa regola è rappresentata dalla finasteride, che si è dimostrata efficace nel trattamento dell’irsutismo. I dosaggi comunemente utilizzati a questo scopo sono di 2,5–5,0 mg al giorno. Tuttavia, sarebbe efficace solo quando la causa è l’uso di testosterone.

La ragione di ciò risiede nel suo meccanismo d’azione. In breve, la finasteride inibisce l’azione dell’enzima 5α-reduttasi. Questo enzima è responsabile della conversione del testosterone nel DHT, un androgeno più potente. Di conseguenza, l’effetto del testosterone viene amplificato nei tessuti che esprimono questo enzima. Tuttavia, il testosterone è l’unico AAS comunemente usato per il quale l’inibizione di questo enzima è utile. Inoltre, possono essere necessari diversi mesi prima che l’effetto di questi trattamenti farmacologici diventi evidente.

I metodi di depilazione come l’elettrolisi e la fotoepilazione (laser) rappresenterebbero una buona alternativa. L’elettrolisi si presenta in tre varianti: elettrolisi galvanica, termolisi o una combinazione di entrambe (il metodo misto). Ciascuna richiede l’inserimento di un ago nei singoli follicoli piliferi. Di conseguenza, attraverso l’ago viene fatta passare una corrente continua per “elettrocutare” il follicolo pilifero (elettrolisi galvanica), oppure viene utilizzata una corrente alternata per distruggere i follicoli piliferi generando calore (termolisi). Il metodo è piuttosto lento (fino a circa un minuto per follicolo pilifero con l’elettrolisi galvanica) e può risultare in qualche modo doloroso. Tuttavia, a parte questo, è ben tollerato e i risultati sono buoni.

Le sedute di fotoepilazione sono molto più veloci e consentono di trattare ampie superfici nel giro di pochi minuti. Si tratta, quindi, della modalità di trattamento più comune. Vengono emessi impulsi di luce con una specifica lunghezza d’onda, che vengono poi assorbiti dalla melanina (pigmento) del pelo. Il tessuto circostante (il follicolo pilifero) non riesce (o riesce a malapena) ad assorbire questa luce e, di conseguenza, l’energia viene rilasciata sotto forma di calore. Il calore danneggia quindi il follicolo pilifero, impedendo la crescita di nuovi peli da esso. Poiché questo metodo si basa sulla melanina scura presente nei capelli, risulta meno efficace su chi ha capelli privi di melanina scura (capelli bianchi e biondi). L’elettrolisi non dipende dal pigmento e, pertanto, può rappresentare una valida alternativa per chi ha capelli bianchi e biondi. Inoltre, la fotoepilazione sembra causare un aumento della crescita dei peli in alcuni casi. Uno studio ha rilevato che il 10% dei soggetti ha sperimentato un aumento della crescita dei peli nell’area trattata e anche nelle aree adiacenti a quella trattata. Ciò non sembra invece verificarsi con l’elettrolisi.

  • Ipertrofia clitoridea (clitoromegalia)
Ipertrofia clitoridea

Il clitoride può crescere sotto l’influenza degli androgeni e questo effetto è probabilmente (in gran parte) irreversibile. Non ci sono molti dati al riguardo, ma quelli disponibili provengono da pazienti transessuali da donna a uomo. In uno di questi studi sono stati somministrati 200 mg di testosterone cipionato ogni 2 settimane a transessuali da donna a uomo. All’inizio dello studio, la lunghezza del clitoride in stato di distensione era di 1,4 cm. Questa è aumentata fino a poco più di 3 cm nei primi 4 mesi. Dopo 1 anno è stato raggiunto un plateau con una lunghezza di circa 4,5 cm. Un altro studio riporta risultati simili in pazienti transessuali da donna a uomo trattati con 1000 mg di testosterone undecanoato ogni 3 mesi. Sebbene non sia stato riportato l’andamento temporale della crescita del clitoride, è stata raggiunta una lunghezza media di 4 cm dopo un periodo di trattamento di 12 mesi. Un altro studio che utilizzava il testosterone undecanoato ha invece riportato l’andamento temporale della crescita del clitoride. I pazienti transessuali da donna a uomo hanno ricevuto 1.000 mg di testosterone undecanoato, con la prima iniezione ripetuta dopo 6 settimane e poi dopo 12 settimane. La frequenza delle iniezioni è stata regolata in base ai livelli di testosterone (con una frequenza risultante di una volta ogni 10-14 settimane). La lunghezza del clitoride era di 2 cm al basale ed è aumentata a 3,2, 3,3, 3,6 e 3,8cm rispettivamente a 3, 6, 12 e 24 mesi.

Questi risultati indicano che la crescita del clitoride può avvenire piuttosto rapidamente e a dosaggi simili a quelli utilizzati nella terapia sostitutiva con testosterone per gli uomini. La crescita sembra proseguire lentamente per un periodo fino a circa 1 anno, raggiungendo una lunghezza di circa 4 cm. È importante tenere presente che questi valori possono variare. In alcuni casi la crescita sarà minore, in altri maggiore. Pertanto, sembra prudente valutare regolarmente la lunghezza del clitoride durante l’uso degli AAS. La somministrazione degli AAS dovrebbe essere interrotta quando si verifica la crescita, qualora questo effetto collaterale sia ritenuto inaccettabile in relazione all’uso degli AAS. Dato che questo effetto è probabilmente (in gran parte) irreversibile, la crescita del clitoride sembra inevitabile con cicli più lunghi quando gli AAS vengono somministrati a dosi sufficientemente elevate, nonostante periodi intermittenti di sospensione degli AAS. Ciò potrebbe verificarsi anche con cicli di durata più breve, sebbene al momento non sia chiaro se la crescita del clitoride si verifichi già nei primi giorni o nelle prime settimane di utilizzo. Il testosterone potrebbe inoltre avere un effetto più potente nel determinare la crescita del clitoride rispetto ad altri AAS, a causa della sua conversione nel DHT, un androgeno più potente, nei tessuti bersaglio. Altri AAS potrebbero, pertanto, portare alla clitoromegalia più lentamente a dosaggi equivalenti. Infine, non è chiaro se esista o meno una certa soglia di androgenicità che debba essere raggiunta prima che si verifichi la crescita del clitoride.

La somministrazione di enantato di testosterone con dosi fino a 25 mg alla settimana per 24 settimane in donne sottoposte a isterectomia non ha influito sulle dimensioni del clitoride. Sebbene si tratti di un dosaggio relativamente basso, è comunque ben superiore a quello normalmente prodotto. La clitoromegalia, quindi, sembra evitabile quando si utilizzano dosaggi bassi, ma è necessaria cautela poiché ci sarà sempre un certo grado di variazione interindividuale nella risposta agli androgeni.

Ma gli anti-androgeni hanno senso in una preparazione femminile?

Tra le innumerevoli corbellerie che mi è capitato di sentire in vent’anni di studi e pratica una delle peggiori e senza senso vede proprio l’uso di anti-androgeni in una atleta enhanced al fine di evitare la comparsa di effetti virilizzanti… In tanto che trattenete le risate, per chi capisce l’entità della cosa detta, capiamo meglio di cosa si sta parlando…

  • Caratteristiche degli Antiandrogeni

Gli antiandrogeni, noti anche come antagonisti degli androgeni, bloccanti del Testosterone o inibitori della sintesi di DHT, sono una classe di farmaci che impediscono agli androgeni, come il Testosterone e il DHT, di esercitare i propri effetti biologici nell’organismo. Agiscono bloccando il recettore degli androgeni (AR) e/o inibendo o sopprimendo la produzione di androgeni [DHT]. Possono essere considerati come gli opposti funzionali degli agonisti dell’AR, ad esempio gli androgeni e gli AAS come il testosterone, il DHT e il Nandrolone, nonché i SARM non steroidei come l’Enobosarm. Gli antiandrogeni sono uno dei tre tipi di antagonisti degli ormoni sessuali; gli altri sono gli antiestrogeni e gli antiprogestinici.

Infografica italiana sui farmaci antiandrogeni e relativi meccanismi d’azione

Gli antagonisti del recettore degli androgeni (AR) agiscono legandosi direttamente al recettore e sostituendo in modo competitivo gli androgeni, come il testosterone e il DHT, impedendo loro di attivare il recettore e di mediare i propri effetti biologici. Gli antagonisti dell’AR sono classificati in due tipi, in base alla struttura chimica: steroidei e non steroidei. Gli antagonisti steroidei dell’AR sono strutturalmente correlati agli ormoni steroidei come il testosterone e il progesterone, mentre quelli non steroidei non sono steroidi e presentano una struttura distinta. Gli antagonisti steroidei dell’AR tendono ad avere azioni ormonali fuori bersaglio a causa della loro somiglianza strutturale con altri ormoni steroidei. Al contrario, gli antagonisti non steroidei dell’AR sono selettivi per l’AR e non presentano attività ormonale fuori bersaglio. Per questo motivo, vengono talvolta descritti come antiandrogeni “puri”.

Sebbene siano descritti come antiandrogeni e, in effetti, mostrino generalmente solo tali effetti, la maggior parte o tutti gli antagonisti steroidei del recettore androgenico (AR) non sono in realtà antagonisti “silenziosi” dell’AR, ma piuttosto deboli agonisti parziali, in grado di attivare il recettore in assenza di agonisti dell’AR più potenti come il testosterone e il DHT. Ciò potrebbe avere implicazioni cliniche nel contesto specifico del trattamento del cancro alla prostata. Ad esempio, gli antagonisti steroidei dell’AR sono in grado di aumentare il peso della prostata e accelerare la crescita delle cellule tumorali della prostata in assenza di agonisti dell’AR più potenti, e in alcuni casi clinici è stato riscontrato che lo spironolattone accelera la progressione del cancro alla prostata. Inoltre, mentre l’acetato di ciproterone produce genitali ambigui tramite femminilizzazione nei feti maschi quando somministrato ad animali in gravidanza, è stato riscontrato che provoca la mascolinizzazione dei genitali dei feti femminili di animali in gravidanza. A differenza degli antagonisti steroidei del recettore dell’androgeno (AR), gli antagonisti non steroidei dell’AR sono antagonisti “silenziosi” del recettore e non lo attivano. Questo potrebbe spiegare perché abbiano una maggiore efficacia rispetto agli antagonisti steroidei dell’AR nel trattamento del cancro alla prostata ed è una ragione importante per cui li hanno in gran parte sostituiti per questa indicazione in medicina.

Struttura molecolare del Flutamide

Gli antiandrogeni non steroidei presentano un’affinità relativamente bassa per il recettore degli androgeni (AR) rispetto ai ligandi steroidei dell’AR. Ad esempio, la bicalutamide ha circa il 2% dell’affinità del DHT per l’AR e circa il 20% dell’affinità del CPA per l’AR. Nonostante la loro bassa affinità per l’AR, tuttavia, l’assenza di una debole attività di agonista parziale da parte degli antiandrogeni non steroidei (NSAA) sembra migliorarne la potenza rispetto agli antiandrogeni steroidei. Ad esempio, sebbene la Flutamide abbia un’affinità per l’AR circa 10 volte inferiore rispetto al CPA, nei test biologici mostra una potenza pari o leggermente superiore a quella del CPA come antiandrogeno. Inoltre, le concentrazioni terapeutiche circolanti degli antiandrogeni non steroidei sono molto elevate, dell’ordine di migliaia di volte superiori a quelle del testosterone e del DHT, e ciò consente loro di competere efficacemente e bloccare la segnalazione dell’AR.

Gli antagonisti dell’AR potrebbero non legarsi né bloccare i recettori androgeni di membrana (mAR), che sono distinti dal classico AR nucleare.Tuttavia, i mAR non sembrano essere coinvolti nella mascolinizzazione. Ciò è dimostrato dal fenotipo perfettamente femminile delle donne affette dalla sindrome da insensibilità completa agli androgeni. Queste donne presentano un cariotipo 46,XY (ovvero sono geneticamente «maschi») e livelli elevati di androgeni, ma possiedono un AR difettoso e per questo motivo non subiscono mai la mascolinizzazione. Sono descritte come altamente femminili, sia dal punto di vista fisico che mentale e comportamentale.

Gli antiandrogeni possono essere suddivisi in diverse tipologie in base alla struttura chimica, tra cui gli antiandrogeni steroidei, gli antiandrogeni non steroidei e i peptidi. Gli antiandrogeni steroidei comprendono composti quali l’acetato di ciproterone, lo spironolattone, l’estradiolo, l’acetato di abiraterone e la finasteride; gli antiandrogeni non steroidei comprendono composti quali la bicalutamide, l’elagolix, il dietilstilbestrolo, l’aminoglutetimide e il ketoconazolo; i peptidi comprendono analoghi del GnRH quali la leuprorelina e il cetrorelix.

Gli antiandrogeni si dividono in:

  • Antagonisti del dominio N-terminale: Gli antagonisti del AR del dominio N-terminale rappresentano una nuova classe di antagonisti dell’AR che, a differenza di tutti gli antagonisti dell’AR attualmente in commercio, si legano al dominio N-terminale (NTD) dell’AR anziché al dominio di legame del ligando (LBD). Si tratta di antagonisti non competitivi e irreversibili dell’AR.
  • Agenti che inducono la degradazione del recettore degli androgeni: I degradatori selettivi dei recettori degli androgeni (SARD) rappresentano un altro nuovo tipo di antiandrogeno sviluppato di recente. Agiscono potenziando la degradazione del recettore degli androgeni (AR) e sono analoghi ai degradatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERD) come il fulvestrant (un farmaco utilizzato per il trattamento del carcinoma mammario positivo al recettore degli estrogeni).
  • Inibitori della biosintesi degli androgeni: Gli inibitori della sintesi degli androgeni sono inibitori enzimatici che impediscono la biosintesi degli androgeni. Questo processo avviene principalmente nelle gonadi e nelle ghiandole surrenali, ma si verifica anche in altri tessuti come la prostata, la pelle e i follicoli piliferi. Tra questi farmaci figurano l’aminoglutetimide, il ketoconazolo e l’acetato di abiraterone.
  • Inibitori della 5α-reduttasi: Gli inibitori della 5α-reduttasi, come la Finasteride e la Dutasteride, sono inibitori della 5α-reduttasi, un enzima responsabile della formazione del DHT a partire dal testosterone. Il DHT è da 2,5 a 10 volte più potente del testosterone come androgeno e viene prodotto in modo selettivo a livello tissutale in base all’espressione della 5α-reduttasi. I tessuti in cui il DHT si forma a un ritmo elevato includono la ghiandola prostatica, la pelle e i follicoli piliferi. Di conseguenza, il DHT è coinvolto nella fisiopatologia dell’iperplasia prostatica benigna, dell’alopecia androgenetica e dell’irsutismo, e gli inibitori della 5α-reduttasi sono utilizzati per trattare queste condizioni.
  • Antigonadotropine: Le antigonadotropine sono farmaci che inibiscono la secrezione delle gonadotropine da parte dell’ipofisi, mediata dal GnRH. Inibendo la secrezione delle gonadotropine, le antigonadotropine sopprimono la produzione di ormoni sessuali da parte delle gonadi e, di conseguenza, i livelli di androgeni in circolo. I modulatori del GnRH, che comprendono sia gli agonisti che gli antagonisti del GnRH, sono potenti antigonadotropine in grado di ridurre i livelli di androgeni del 95% negli uomini. Inoltre, gli estrogeni e i progestinici agiscono come antigonadotropine esercitando un feedback negativo sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (asse HPG).

Altri agenti vengono utilizzati nelle terapie antiandrogene come:

  • Modulatori della globulina legante gli ormoni sessuali
  • Modulatori della globulina legante i corticosteroidi
  • Anticorticotropine
  • Sensibilizzatori all’insulina [Metformina]
  • Immunogeni e vaccini.

Specificato ciò, viene ancora più facile quanto malsana possa essere anche solo l’idea di far assumere un Bicalutamide ad una atleta con la convinzione che essa possa giovarne in termini di evitamento della virilizzazione. Non ha alcun senso l’inserimento di un antiandrogeno dal punto di vista medico e pratico al fine di contrastare la virilizzazione da AAS in una donna, poiché i rischi superano i benefici e le due classi di farmaci sono competitive per gli AR a livello sistemico e quindi anche nel muscolo-scheletrico!

Infatti abbiamo:

  • Meccanismo competitivo: Gli antiandrogeni bloccano i recettori (AR) a cui gli AAS devono legarsi per esplicare la loro funzione.
  • Annullamento degli effetti: L’antiandrogeno riduce l’efficacia dell’anabolizzante sia sulla crescita muscolare che sulla performance.
  • Efficacia parziale: Spesso l’antiandrogeno non riesce a contrastare l’elevata potenza degli AAS sintetici nei tessuti bersaglio di questo.
  • Effetti irreversibili: Sintomi come il cambiamento della voce e l’ipertrofia clitoridea non regrediscono o si evitano con l’antiandrogeno.
  • Tossicità epatica: Molti AAS e diversi antiandrogeni (come il Flutamide o la Bicalutamide) sono epatotossici, raddoppiando lo stress sul fegato.
  • Squilibri ormonali maggiori: L’accoppiata aumenta il feedback negativo sull’Asse ormonale femminile, causando amenorrea, depressione profonda e osteoporosi precoce.

E’ ancor più ovvio che se si cercano effetti anabolici minimizzando la virilizzazione, si utilizzano molecole non steroidee (come i SARM non steroidei, sebbene non privi di rischi) o dosaggi controllati di AAS a basso impatto androgenico (es. Oxandrolone), sempre sotto stretto controllo.

L’unica applicazione di antiandrogeni che potrebbe giovare alla atleta è quella con soluzioni topiche a base di inibitori della 5α-reduttasi che presentano attività in loco senza praticamente interazioni sistemiche. Questi preparati farmaceutici possono essere utilizzati sul cuoio capelluto, sulla pelle in loco di espressione dell’acne e della crescita di peluria sul viso.

Struttura molecolare del Clascoterone

Il Clascoterone è un farmaco antiandrogeno topico. È approvato come crema all’1% (noto con il marchio Winlevi) per il trattamento dell’acne vulgaris nei pazienti sopra i 12 anni. Inoltre, è in fase di avanzata sperimentazione (in soluzione al 5%, noto come Breezula) come trattamento locale per l’alopecia androgenetica. Esso rappresenta un altra possibilità di applicazione per il controllo del acne, alopecia e irsutismo facciale. Si lega ai recettori degli androgeni nella pelle e sul cuoio capelluto, bloccando l’effetto del DHT senza causare significative inferenze ormonali sistemiche.

La PCT [Post-Cycle Therapy] nelle donne

Alcuni saranno già a conoscenza dello studio HAARLEM e, tra le altre cose, la luce chiarificatrice che ha permesso di fare su una questione che già era oggetto di dubbi: la reale utilità della PCT [Post-Cycle Therapy] nel recupero (e soprattutto nella rapidità di questo) dopo la cessata assunzione di AAS/SARM. Sebbene si tratti di uno studio prospettico, lo studio HAARLEM ha evidenziato come i tempi di recupero dell’Asse HPT in 100 soggetti osservati fosse mediamente lo stesso indipendentemente che loro facessero o meno la PCT. Questo, ovviamente, non esclude l’impatto di “calmierazione” degli effetti psicologici post-cessazione dell’uso di AAS che possono colpire il soggetto. Ma, per il recupero, la media era 3-4 mesi. I dosaggi di AAS utilizzati dai soggetti presi in esame andavano dai 1,110 agli 839mg/settimana. Ovviamente, anche i farmaci per la PCT non sono stati forniti dagli endocrinologi. I soggetti esaminati si sono procurati autonomamente tali farmaci. I ricercatori hanno notato che la maggior parte dei regimi PCT consisteva nell’uso di Tamoxifene Citrato (70% delle volte) e/o Clomifene Citrato (55% delle volte) per 4 settimane dopo il ciclo. Il che, in effetti, rappresenta l’esempio stereotipato di una classica PCT.

Gli esami del sangue sono stati eseguiti su tutti i partecipanti prima del ciclo (T0), durante l’ultima settimana del ciclo (T1), 3 mesi dopo la fine del ciclo (T2), e 1 anno dopo l’inizio del ciclo (T3).  Come si può osservare dalla tabella, i valori di Testosterone basale (T0) erano praticamente identici e, come prevedibile, sono risultati aumentati a livelli soprafisiologici durante l’ultima settimana del ciclo (T1). Quindi, 3 mesi dopo la fine del ciclo, i valori sono stati di nuovo praticamente normalizzati in entrambi i gruppi (sebbene leggermente, ma non in modo statisticamente significativo, più bassi nel gruppo PCT).

Ma se volessimo vedere alle donne, una ipotetica PCT sarebbe utile. Andiamo per gradi…

Il Dr. Michael Scally, il “padre” dell’unica PCT che possiamo definire l'”ogica” ma che, in fin dei conti, risulta essere comunque pressochè inutile per i tempi di recupero, aveva ipotizzato anche una PCT per le donne utilizzatrici di AAS.

Ovviamente questa non contemplava l’uso dei classici farmaci da PCT maschile (come Tamoxifene, AI ecc… ) dal momento che risulterebbero potenzialmente dannosi.

  • Perché la PCT maschile non funziona sulle donne?
  1. Meccanismo differente: Nelle donne, gli AAS/SARM non spengono un singolo interruttore, ma mutilano l’equilibrio tra estrogeni e progesterone, bloccando l’ovulazione.
  2. Rischi dei farmaci per uomo: Farmaci come il SERM (Selective Estrogen Receptor Modulator) o gli inibitori dell’aromatasi alterano l’attività estrogenica in un ambiente dove questa è già fortemente compromessa. Una donna, assumendoli, rischia di peggiorare questo stato di “menopausa iatrogena indotta“, e causare peggioramenti nella depressione, osteoporosi precoce e vampate di calore.

Nelle donne in pre-menopausa, la somministrazione di AAS dovrebbe essere quindi gradualmente scalata fino alla totale sospensione del trattamento. Ciò significa, per esempio, che se un atleta di sesso femminile fa un ciclo di 8 settimane, a partire dalla settimana 6 interromperà l’uso di iniettabili [preferibilmente con emivita breve] e scalerà la dose degli orali nelle settimana successive alla 8°.
Come risaputo, la somministrazione di AAS, come per gli uomini, causa una sotto-regolazione dell’HPGA (Asse Ipotalamo Ipofisi Gonadi/Ovaie). La sospensione della somministrazione di AAS produrrà gli stessi sintomi della menopausa, quindi ciò che bisogna fare è diminuire la dose fino al ritorno ottimale del ciclo mestruale. L’esame di laboratorio per determinare i livelli di FSH, LH, Progesterone (P4), E2, e DHEA-S sono buoni indicatori per avere un idea della situazione ormonale e del recupero [a questi è possibile aggiungere E1, Androstenedione, Testosterone (totale e libero) e DHT per una maggiore completezza del quadro ormonale].

Questi marker ormonali mostreranno se l’HPGA e l’HPA hanno subito alterazioni significative. Contrariamente a quanto succede per gli atleti di sesso maschile, il recupero si raggiunge nel giro di 1-2 mesi diminuendo gradualmente la dose di AAS; ovviamente, il tempo, la dose e la/e molecola/e usata/e determinano le variabili temporali oltre le capacità epigenetiche di recupero.

Come già accennato, non vanno assolutamente presi in considerazione SERM e AI (Inibitori dell’Aromatase)! Ciò equivarrebbe ad accentuare i sintomi della menopausa. L’HPGA e l’HPTA hanno dinamiche funzionali differenti.

L’uso del Clomifene e/o delle Gonadotropine può essere presa, ma risulta per lo più superflua e non efficace quanto la diminuzione graduale della dose di AAS fino al ritorno ottimale del ciclo mestruale. Discorso differente può essere fatto per le agoniste di alto livello. Al pari degli agonisti di sesso maschile, la scelta di un bridge o di una HRT risulta più producente nell’ambito della carriera agonistica. 

Per le atlete di sesso femminile di età compresa tra i 40 ed i 50 anni la scelta di un bridge (o meglio, di una HRT) può risultare nel complesso la scelta migliore [soprattutto una HRT]. Alcune atlete della fascia di età prima indicata, hanno infatti inserito terapie che includevano l’uso di Testosterone, DHEA e Progesterone a dosaggi terapeutici [HRT].

  • Punti chiave sulla PCT per le atlete (“Washout”)
Infografica in italiano sulle tre fasi di recupero dell’asse HPG femminile: soppressione, riattivazione e ripristino dell’ovulazione.

I pilastri principali includono:

  • Riposo totale dalle molecole: Interrompere qualsiasi molecola nelle modalità sopra indicate.
  • Surplus calorico controllato: Spesso il ciclo scompare anche per la combinazione di farmaci e calorie troppo basse (amenorrea ipotalamica). Aumentare i carboidrati e i grassi sani con gradualità aiuta a ripristinare le vie metaboliche-energetiche in modo più “preciso”, stando estremamente attenti ad ogni feedback.
  • Riduzione dello stress da allenamento: Svolgere un periodo di scarico attivo in sala pesi può agevolare i processi iniziali del recupero.
  • Monitoraggio medico: Effettuare esami del sangue mirati per controllare i valori di LH, FSH, Estradiolo, Progesterone, Prolattina, DHEA-S, Testosterone tot e libero, marker epatici, lipidici ecc…

Nei casi più ostinati, sotto stretto controllo ginecologico, farmaci come il Clomifene Citrato vengono talvolta utilizzati per stimolare l’ipofisi e riavviare la maturazione follicolare.

Vorrei rendere noto che, al contrario della PCT maschile che, per lo meno, gode di un riscontro scientifico sebbene prospettico, quella al femminile non ha nemmeno questo. Ci basiamo esclusivamente sui casi analizzati singolarmente e sulla logica estrapolata dalla fisiologia dell’HPTG. Inoltre, anche nel caso della PCT per le donne, essa rappresenta un “riduttore del trauma da interruzione di AAS”, nonostante il recupero sembri seguire “onde” temporali differenti.

  • Kisspeptina-54 e Zhenoluten per il recupero post ciclo?

In questo scenario, l’uso terapeutico o sperimentale della kisspeptina-54 nelle donne che presentano amenorrea (assenza di ciclo) indotta da AAS si basa su presupposti biologici molto precisi, ma comporta rischi specifici.

Il ruolo potenziale della Kisspeptina-54 nel recupero femminile

Diagramma dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi con GnRH, LH, FSH e feedback

La kisspeptina-54 è considerata un potenziale “interruttore di emergenza” per riattivare l’asse ormonale femminile post-AAS per due motivi principali:

  • Ripristino della pulsatilità: L’ipofisi femminile ha bisogno di stimoli pulsatili di GnRH per produrre LH ed FSH in modo corretto. La kisspeptina-54 stimola i neuroni ipotalamici a riprendere questa corretta frequenza di scarica, che è stata soppressa dagli AAS.
  • Innesco dell’ovulazione (Picco di LH): Come dimostrato nelle terapie per la fertilità, la kisspeptina-54 ha la capacità unica di indurre un picco fisiologico di LH, l’evento biologico necessario per far scoppiare il follicolo ovarico e riavviare la produzione autonoma di progesterone.

I rischi critici dell’uso post-AAS nelle donne

Nonostante il razionale biologico, l’applicazione pratica presenta ostacoli severi:

  1. Il problema della downregulation (Tachifilassi): Se somministrata in modo continuo, la Kisspeptina sottoregola l’asse anziché riattivarlo. Trovare il dosaggio e la frequenza esatta per simulare un ciclo mestruale femminile (fase follicolare e fase luteale) è estremamente complesso senza un monitoraggio ecografico e ormonale quotidiano.
  2. Iperandrogenismo residuo: Se nel corpo della donna sono ancora presenti metaboliti attivi degli AAS (specialmente quelli a emivita lunga), la Kisspeptina non sarà in grado di compensare ottimamente il feedback negativo cerebrale. Il corpo deve essere totalmente “pulito” prima di tentare qualsiasi stimolazione clinicamente efficace.
  3. Mancanza di protocolli validati: Non esistono studi clinici sull’uso della Kisspeptina per la PCT femminile. I dati attuali derivano solo dal trattamento dell’amenorrea ipotalamica funzionale (da stress o anoressia), in cui i recettori non sono stati alterati da androgeni esogeni.

Esiste un altro peptide che potrebbe essere utile nel approccio di ristabilire la regolare funzione ovarica: si tratta del Zhenoluten.

Zhenoluten è il vero e proprio bioregolatore peptidico naturale specifico per le ovaie all’interno della classificazione dei peptidi sviluppata dal Prof. Khavinson. A differenza di Ovagen (che agisce sul fegato), Zhenoluten è progettato espressamente per supportare il sistema riproduttivo femminile.

Zhenoluten è un integratore alimentare composto da un complesso di peptidi naturali estratti dal tessuto ovarico di giovani animali (complesso peptidico A-15).

  • Azione sul DNA: i peptidi corti superano la barriera gastrica e interagiscono direttamente con il DNA delle cellule ovariche.
  • Sintesi proteica: riduce la carenza di peptidi specifici dell’organo, ripristinando la normale sintesi proteica e il metabolismo cellulare all’interno delle ovaie.
  • Regolazione ormonale: aiuta a ottimizzare la produzione endogena di estrogeni e progesterone, riducendo le fluttuazioni ormonali.

Le indicazioni più comuni includono:

  • Supporto della funzione ovarica
  • Miglioramento dell’equilibrio ormonale
  • Contrasto al declino ormonale legato all’età
  • Miglioramento della salute riproduttiva

Non si tratta di una terapia ormonale sostitutiva (TOS), ma di un supporto nutrizionale a base di estratti biologici. Trattandosi comunque di un prodotto che influenza l’asse endocrino, è essenziale parlarne con il proprio ginecologo o endocrinologo prima dell’assunzione, specialmente in presenza di patologie estro-dipendenti (come endometriosi o fibromi).

Conclusioni:

Dopo questa lunga disamina sulla gestione ormonale e farmacologica nelle bodybuilder, è chiaro che, se non si desidera diventare il nuovo centro del cambiamento di sesso o un cliente di questo, è di estrema importanza seguire questi punti base:

  • Scelta accurata della molecola e della famiglia di farmaci che si ha intenzione di usare in base alle reali necessità di categoria della atleta;
  • Valutazione della androgenicità diretta e indiretta della molecola valutando attentamente il dosaggio e regolando con precisione di controllo il tempo di esposizione alla/e molecola/e;
  • Monitorare con attenzione [come indicato nella sezione dedicata alla Harm Reduction] il tono della voce, la salute del capello e le modifiche all’apparato genitale;
  • Agire correttamente sul fattore estrogenico per potenziare gli effetti qualitativi della composizione corporea.
  • Aggiungere un AAS progestinico se si usano AAS aromatizzabili al fine di avere un effetto di controllo sull’endometrio con l’aggiunta di una azione additiva sul frangente anabolizzante.
Trainer in gym beside speech bubble reading “E ALLORA, CE L’HAI QUESTA MASSA O NO? SPREMITI DI PIÙ, FORZA! NON VOGLIO SCUSE!”; shirt reads “PALESTRA OLYMPIA - MILANO.”

Per il resto, e ve lo dico chiaramente, evitate di farvi seguire da semianalfabeti che sono completamente digiuni di fisiologia umana, dimorfismi sessuali e farmacologia tanto clinica quanto applicata per il miglioramento dell’estetica e delle prestazioni con la variabile d’effetto determinato dal genere sessuale. Se volete fare un cambio di sesso “alternativo” beh, fatevi seguire “tranquillamente” da Gennarino socio IFBB con la capacità intellettiva di un cefalo con problemi cognitivi… Fate vobis

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

Riferimenti:

  • Book on Steroids – Peter Bond
  •  Huether SE, McCance KL (2019). Understanding Pathophysiology
  • Hamley, I. W. (September 2020). introduction to Peptide Science. Wiley. 
  •  Bennett NC, Gardiner RA, Hooper JD, Johnson DW, Gobe GC (2010). “Molecular cell biology of androgen receptor signalling”. Int. J. Biochem. Cell Biol.
  •  Hsu E, Bajaj T (2022). “Beta 2 Agonists”StatPearls. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing. PMID 31194406. Retrieved 5 April 2022 – via NCBI.
  • Llewellyn W (2017). Anabolics. Molecular Nutrition Llc.

Ottimizzazione ormonale e farmacologica nel BodyBuilding femminile – dalla fisiologia alla pratica “Natty” ed “Enhanced” – [Seconda Parte – dalla gestione teorica del OMC alla pillola anticoncezionale]

Introduzione alla seconda parte:

Nella prima parte di questo compendio sulla gestione ormonale e farmacologica delle bodybuilder abbiamo analizzato i dimorfismi sessuali ormonali, tissutali e metabolici essenziali da conoscere e comprendere per poter comprendere e gestire nella pratica tutte quelle differenze di genere che rendono la gestione di una atleta (in questa fattispecie estetica/bodybuilder) più complessa e delicata rispetto a quella di un soggetto di sesso maschile.

Ma iniziamo subito dalla gestione performante/estetica di base (vedi “Natty”) nelle atlete…

Il ciclo mestruale in sintesi

Il ciclo mestruale è una serie di cambiamenti naturali nella produzione ormonale e nelle strutture dell’utero e delle ovaie dell’apparato riproduttivo femminile che rendono possibile la gravidanza. Il ciclo ovarico controlla la produzione e il rilascio degli ovuli e il rilascio ciclico di estrogeni e Progesterone. Il ciclo uterino regola la preparazione e il mantenimento della mucosa uterina per accogliere un embrione. Questi cicli sono simultanei e coordinati, e normalmente durano tra i 21 e i 35 giorni, con una durata media di 28 giorni. Il menarca (l’inizio delle prime mestruazioni) si verifica solitamente intorno ai 12 anni; i cicli mestruali continuano per circa 30-45 anni.

Gli ormoni prodotti naturalmente regolano i cicli; l’aumento e la diminuzione ciclica dell’FSH stimolano la produzione e la crescita degli ovociti (cellule uovo immature). L’ormone estrogeno stimola l’ispessimento della mucosa uterina (endometrio) per accogliere un eventuale embrione in caso di fecondazione. L’irrorazione sanguigna della mucosa uterina ispessita fornisce i nutrienti necessari all’eventuale impianto dell’embrione. Se l’impianto non avviene, la mucosa si sfalda e si verifica una perdita di sangue. Innescata dalla diminuzione dei livelli di Progesterone, la mestruazione (comunemente chiamata “ciclo mestruale”) è lo sfaldamento ciclico della mucosa uterina ed è un segno che non si è verificata una gravidanza.

Durante il ciclo mestruale, i livelli di E2 variano del 200%. I livelli di Progesterone [P4] variano di oltre il 1200%.

Ogni ciclo si articola in fasi, determinate da eventi che si verificano nell’ovaio (ciclo ovarico) o nell’utero (ciclo uterino). Il ciclo ovarico comprende la fase follicolare, l’ovulazione e la fase luteale; il ciclo uterino comprende la fase mestruale, la fase proliferativa e la fase secretoria. Il primo giorno del ciclo mestruale è il primo giorno delle mestruazioni, che durano circa 5 giorni. Intorno al quattordicesimo giorno, di solito, l’ovaio rilascia un ovulo.

Il ciclo mestruale può causare in alcune donne la sindrome premestruale, con sintomi che possono includere tensione mammaria e stanchezza. I sintomi più gravi che influiscono sulla vita quotidiana sono classificati come disturbo disforico premestruale e colpiscono il 3-8% delle donne. Durante i primi giorni delle mestruazioni, alcune donne avvertono dolori mestruali che possono irradiarsi dall’addome alla schiena e alla parte superiore delle cosce.

  • Ciclo Ovulatorio

Tra la menarca e la menopausa, le ovaie alternano regolarmente la fase luteale e quella follicolare durante il ciclo mestruale mensile. Stimolate da quantità gradualmente crescenti di estrogeni nella fase follicolare, le perdite di sangue si arrestano e la mucosa uterina si ispessisce. I follicoli ovarici iniziano a svilupparsi sotto l’influenza di una complessa interazione di ormoni e, dopo diversi giorni, uno, o occasionalmente due, diventano dominanti, mentre i follicoli non dominanti si riducono e muoiono. Verso la metà del ciclo, circa 10-12 ore dopo l’aumento dell’ormone luteinizzante, noto come picco di LH, il follicolo dominante rilascia un ovocita, in un evento chiamato ovulazione.

Ciclo vitale del follicolo, dal follicolo primario destinato all’ovulazione fino all’ovulazione stessa, alla formazione del corpo luteo e alla sua regressione nell’ovaio.

Dopo l’ovulazione, l’ovocita vive per 24 ore o meno senza fecondazione, mentre i resti del follicolo dominante nell’ovaio diventano un corpo luteo, una struttura la cui funzione primaria è quella di produrre grandi quantità dell’ormone progesterone. Sotto l’influenza del progesterone, il rivestimento uterino si modifica per prepararsi al potenziale impianto di un embrione per stabilire una gravidanza. Lo spessore dell’endometrio continua ad aumentare in risposta ai crescenti livelli di estrogeni, che vengono rilasciati dal follicolo antrale (un follicolo ovarico maturo) nella circolazione sanguigna. I livelli massimi di estrogeni vengono raggiunti intorno al tredicesimo giorno del ciclo e coincidono con l’ovulazione. Se l’impianto non avviene entro circa due settimane, il corpo luteo degenera in corpo albicans, che non produce ormoni, causando un brusco calo dei livelli sia di progesterone che di estrogeni. Questo calo fa sì che l’utero perda il suo rivestimento durante le mestruazioni; È in questo periodo che si raggiungono i livelli più bassi di estrogeni.

In un ciclo mestruale ovulatorio, i cicli ovarico e uterino sono concomitanti e coordinati e durano tra i 21 e i 35 giorni, con una media nella popolazione di 27-29 giorni. La durata media del ciclo mestruale umano è simile a quella del ciclo lunare. Alcuni studi hanno suggerito che il ciclo mestruale sia sincronizzato con il ciclo lunare, sebbene l’opinione prevalente sia che non siano correlati.

  • Fase Follicolare

La Fase Follicolare, nota anche come fase preovulatoria o fase proliferativa, è la fase del ciclo estrale (o, nei primati ad esempio, del ciclo mestruale) durante la quale i follicoli ovarici maturano da follicoli primari a follicoli di Graaf completamente maturi. Termina con l’ovulazione. I principali ormoni che controllano questa fase sono la secrezione dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), che è anche l’ormone follicolo-stimolante (FSH), e dell’ormone luteinizzante (LH). Questi ormoni vengono rilasciati tramite secrezione pulsatile. La durata della fase follicolare può variare a seconda della lunghezza del ciclo mestruale, mentre la fase luteale è solitamente stabile, non subisce variazioni significative e dura 14 giorni.

Grazie all’aumento dell’ormone follicolo-stimolante (FSH) durante i primi giorni del ciclo, alcuni follicoli ovarici vengono stimolati. Questi follicoli, che si sono sviluppati per gran parte dell’anno attraverso un processo noto come follicologenesi, competono tra loro per il predominio. Tutti i follicoli tranne uno smettono di crescere, mentre un follicolo dominante – quello con il maggior numero di recettori per l’FSH – continua a svilupparsi fino alla maturità. I ​​follicoli rimanenti muoiono in un processo chiamato atresia follicolare. L’ormone luteinizzante (LH) stimola ulteriormente lo sviluppo del follicolo ovarico. Il follicolo che raggiunge la maturità è chiamato follicolo antrale e contiene l’ovulo (cellula uovo).

Schema di “reclutamento follicolare” [Fase Follicolare]

Le cellule della teca sviluppano recettori che legano l’LH e, in risposta, secernono grandi quantità di androstenedione. Contemporaneamente, le cellule della granulosa che circondano il follicolo in maturazione sviluppano recettori che legano l’FSH e, in risposta, iniziano a secernere androstenedione, che viene convertito in estrogeni dall’enzima aromatasi. L’estrogeno inibisce l’ulteriore produzione di FSH e LH da parte dell’ipofisi. Questo feedback negativo regola i livelli di FSH e LH. Il follicolo dominante continua a secernere estrogeni e l’aumento dei livelli di estrogeni rende l’ipofisi più responsiva al GnRH proveniente dall’ipotalamo. Con l’aumento degli estrogeni, si innesca un feedback positivo che induce l’ipofisi a secernere più FSH e LH. Questo picco di FSH e LH si verifica solitamente uno o due giorni prima dell’ovulazione ed è responsabile della stimolazione della rottura del follicolo antrale e del rilascio dell’ovocita.

  • Ovulazione

Intorno al quattordicesimo giorno, l’ovulo viene rilasciato dall’ovaio. Questo processo, chiamato ovulazione, si verifica quando un ovulo maturo viene rilasciato dai follicoli ovarici nella cavità pelvica ed entra nella tuba di Falloppio, circa 10-12 ore dopo il picco del picco di LH. In genere, solo uno dei 15-20 follicoli stimolati raggiunge la piena maturità e viene rilasciato un solo ovulo. L’ovulazione si verifica solo in circa il 10% dei cicli durante i primi due anni successivi al menarca e, all’età di 40-50 anni, il numero di follicoli ovarici è esaurito. L’LH avvia l’ovulazione intorno al quattordicesimo giorno e stimola la formazione del corpo luteo. In seguito a un’ulteriore stimolazione da parte dell’LH, il corpo luteo produce e rilascia estrogeni, progesterone, relaxina (che rilassa l’utero inibendo le contrazioni del miometrio) e inibina (che inibisce l’ulteriore secrezione di FSH).

Il rilascio di LH fa maturare l’ovulo e indebolisce la parete del follicolo nell’ovaio, causando il rilascio dell’ovocita da parte del follicolo completamente sviluppato. Se viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita matura rapidamente in un ootide, che blocca gli altri spermatozoi e diventa un ovulo maturo. Se non viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita degenera. L’ovulo maturo ha un diametro di circa 0,1 mm (0,0039 pollici), ed è la cellula umana più grande.

L’ovulazione tra le due ovaie – la sinistra o la destra – sembra essere casuale; non è noto alcun processo di coordinamento tra destra e sinistra. Occasionalmente entrambe le ovaie rilasciano un ovulo; se entrambi gli ovuli vengono fecondati, il risultato è la nascita di gemelli eterozigoti. Dopo essere stato rilasciato dall’ovaio nella cavità pelvica, l’ovulo viene spinto nella tuba di Falloppio dalle fimbrie, una frangia di tessuto all’estremità di ciascuna tuba. Dopo circa un giorno, un ovulo non fecondato si disintegra o si dissolve nella tuba di Falloppio, mentre un ovulo fecondato raggiunge l’utero in tre-cinque giorni.

La fecondazione avviene solitamente nell’ampolla, la sezione più ampia delle tube di Falloppio. Un ovulo fecondato avvia immediatamente il processo di sviluppo embrionale. L’embrione in via di sviluppo impiega circa tre giorni per raggiungere l’utero e altri tre giorni per impiantarsi nell’endometrio. Al momento dell’impianto ha raggiunto lo stadio di blastocisti: è in questo momento che inizia la gravidanza. La perdita del corpo luteo viene impedita dalla fecondazione dell’ovulo. Il sinciziotrofoblasto (lo strato esterno della blastocisti contenente l’embrione che in seguito diventa lo strato esterno della placenta) produce la gonadotropina corionica umana (hCG), che è molto simile all’LH e preserva il corpo luteo. Durante i primi mesi di gravidanza, il corpo luteo continua a secernere progesterone ed estrogeni a livelli leggermente superiori rispetto a quelli dell’ovulazione. Dopo di che e per il resto della gravidanza, la placenta secerne alti livelli di questi ormoni, insieme all’hCG, che stimola il corpo luteo a secernere più progesterone ed estrogeni, bloccando il ciclo mestruale. Questi ormoni preparano anche le ghiandole mammarie per la produzione di latte.

  • Fase Luteale

La fase luteale, che dura circa 14 giorni, è la fase finale del ciclo ovarico e corrisponde alla fase secretoria del ciclo uterino. Durante la fase luteale, gli ormoni ipofisari FSH e LH inducono le parti rimanenti del follicolo dominante a trasformarsi in corpo luteo, che produce progesterone. L’aumento del Progesterone inizia a indurre la produzione di estrogeni. Gli ormoni prodotti dal corpo luteo sopprimono anche la produzione di FSH e LH di cui il corpo luteo ha bisogno per mantenersi. Il livello di FSH e LH diminuisce rapidamente e il corpo luteo si atrofizza. La diminuzione dei livelli di Progesterone innesca le mestruazioni e l’inizio del ciclo successivo. Per una singola donna, la durata della fase follicolare varia spesso da ciclo a ciclo; al contrario, la durata della sua fase luteale sarà abbastanza costante da ciclo a ciclo, da 10 a 16 giorni (in media 14 giorni).

Ciclo Uterino in sintesi

Il Ciclo Uterino si articola in tre fasi: Mestruale, Proliferativa e Secretoria.

  • Fase Mestruale

Ogni mese, le mestruazioni iniziano con la diminuzione dei livelli di estrogeni e progesterone e il rilascio di prostaglandine, che provocano la costrizione delle arterie spirali. Questo le fa contrarre, spasmare e rompere. L’afflusso di sangue all’endometrio viene interrotto e le cellule dello strato superiore dell’endometrio (strato funzionale) vengono private di ossigeno e muoiono. Successivamente, l’intero strato viene perso e rimane solo lo strato inferiore, lo strato basale. Un enzima chiamato plasmina scioglie i coaguli di sangue nel fluido mestruale, facilitando il flusso del sangue e il trasporto del rivestimento uterino sfaldato. Il flusso mestruale continua per 2-6 giorni, con una perdita di circa 30-60 millilitri di sangue, e indica che non si è verificata una gravidanza.

Il flusso di sangue normalmente indica che una donna non è incinta, ma questo non può essere considerato una certezza, poiché diversi fattori possono causare sanguinamento durante la gravidanza. Le mestruazioni si verificano in media una volta al mese, dalla menarca alla menopausa, che corrisponde agli anni fertili di una donna. L’età media della menopausa nelle donne è di 52 anni e in genere si verifica tra i 45 e i 55 anni. La menopausa è preceduta da una fase di cambiamenti ormonali chiamata perimenopausa.

L’eumenorrea indica un ciclo mestruale normale e regolare che dura circa i primi cinque giorni del ciclo. Le donne che soffrono di menorragia (mestruazioni abbondanti) sono più soggette a carenza di ferro rispetto alla media.

Durante il flusso, caratteristico di questa fase del Ciclo Uterino, l’organismo risente fortemente del crollo ormonale e del rilascio locale di molecole infiammatorie. Ciò comporta la comparsa di problematiche fisico-somatiche quali:

  1. Dismenorrea: crampi intensi al basso ventre dovuti alle contrazioni dell’utero per espellere il tessuto.
  2. Iperalgesia diffusa: la carenza di estrogeni abbassa la soglia del dolore, rendendo i tessuti più sensibili agli stimoli dolorosi.
  3. Astenia marcata: profonda stanchezza fisica legata al dispendio energetico dell’emorragia e al calo di ferro.
  4. Cefalea da astinenza ormonale: emicranie o mal di testa scatenati proprio dal brusco calo degli estrogeni.
  5. Disturbi gastrointestinali: diarrea, nausea o stitichezza causate dalle prostaglandine che stimolano la muscolatura liscia intestinale.

Mentre la fase premestruale (Luteale) è dominata dall’instabilità, la fase mestruale vera e propria tende a manifestarsi con un ripiegamento delle energie psichiche. Questo porta alla comparsa di problematiche psico-emotive quali:

  1. Spossatezza mentale: difficoltà a sostenere sforzi cognitivi prolungati o alti livelli di attenzione.
  2. Bisogno di isolamento: una naturale propensione all’introspezione e a una minore tolleranza verso l’interazione sociale (social fatigue).
  3. Vulnerabilità emotiva: ipersensibilità agli stimoli esterni, che può tradursi in pianto facile o senso di fragilità.
  4. Disturbi del sonno: difficoltà a riposare bene a causa dei dolori fisici e della termoregolazione alterata.

È importante sottolineare che queste problematiche tendono a concentrarsi nei primi 2-3 giorni della mestruazione. Successivamente, l’ipofisi ricomincia a produrre l’FSH, stimolando la crescita di nuovi follicoli ovarici. Questo riavvia la produzione di estrogeni, portando a un rapido miglioramento dell’umore, della lucidità mentale e dell’energia fisica entro la fine del flusso.

  • Fase Proliferativa

La fase proliferativa è la seconda fase del ciclo uterino, durante la quale gli estrogeni stimolano la crescita e la proliferazione del rivestimento uterino. La parte finale della fase follicolare si sovrappone alla fase proliferativa del ciclo uterino. Con la maturazione, i follicoli ovarici secernono quantità crescenti di estradiolo, un estrogeno. Gli estrogeni innescano la formazione di un nuovo strato di endometrio nell’utero, con la presenza delle arteriole spirali.

Con l’aumento dei livelli di estrogeni, le cellule della cervice producono un tipo di muco cervicale con un pH più elevato e una viscosità inferiore al normale, rendendolo più favorevole agli spermatozoi. Questo aumenta le probabilità di fecondazione, che avviene tra l’undicesimo e il quattordicesimo giorno del ciclo. Questo muco cervicale si manifesta come una secrezione vaginale abbondante, simile all’albume d’uovo crudo. Per le donne che praticano la consapevolezza della fertilità, è un segno che l’ovulazione potrebbe essere imminente, ma non significa che l’ovulazione avverrà sicuramente.

Dal punto di vista psicofisico, questa fase è biologicamente considerata il periodo di massimo benessere, energia e vitalità della donna. Tuttavia, l’impennata dei livelli di estrogeni e il picco dell’LH in prossimità dell’ovulazione possono talvolta innescare specifiche problematiche psicofisiche in soggetti particolarmente sensibili.


Man mano che ci si avvicina all’ovulazione (fine della fase proliferativa), l’organismo subisce forti stimoli ormonali che possono causare:

  1. Lieve spotting ovulatorio: piccole perdite di sangue causate dal temporaneo e repentino sbalzo ormonale appena prima del rilascio dell’ovocita.
  2. Dolore ovulatorio (Mittelschmerz): fitte o crampi localizzati su un lato del basso addome, causati dalla rottura del follicolo o dalla stimolazione della parete ovarica.
  3. Cefalea da picco estrogenico: sebbene il calo di estrogeni causi il mal di testa mestruale, in alcune donne anche il loro brusco innalzamento ormonale in prossimità dell’ovulazione può scatenare emicranie.
  4. Tensione pelvica e perdite: l’aumento del muco cervicale (filante e acquoso) e l’aumentata vascolarizzazione uterina possono causare una sensazione di pesantezza al basso ventre.

Gli estrogeni stimolano fortemente la produzione di serotonina e dopamina, agendo come un potente “acceleratore” cerebrale. Quando questo stimolo è eccessivo o repentino, possono insorgere:

  1. Ansia da iperattivazione: l’eccesso di energia e la stimolazione del sistema nervoso possono tradursi in uno stato di agitazione, iperattività, ansia o difficoltà a rilassarsi.
  2. Insonnia iniziale: l’elevata lucidità mentale e l’energia fisica circolante possono rendere più difficile l’addormentamento.
  3. Iper-reattività agli stimoli: una sensazione di nervosismo o di “frenesia”, guidata dall’istinto biologico che spinge alla ricerca del partner e all’attività.
  4. Palpitazioni o tachicardia: lievi alterazioni neurovegetative transitorie legate al picco dell’ormone LH.

Mentre le fasi mestruale e secretoria (luteale) sono caratterizzate da un calo delle energie o da un ripiegamento riflessivo, la fase proliferativa è l’esatto opposto. Le problematiche in questo periodo non sono legate a deficit o crolli ormonali, ma a una risposta eccessiva del sistema nervoso alla forte stimolazione estrogenica. Per la maggior parte delle donne, comunque, questa fase rappresenta il picco mensile di produttività, ottimismo e resilienza allo stress.


  • Fase Secretoria

La fase secretoria è la fase finale del ciclo uterino e corrisponde alla fase luteale del ciclo ovarico. Durante la fase secretoria, il corpo luteo produce progesterone, che svolge un ruolo vitale nel rendere l’endometrio ricettivo all’impianto di una blastocisti (un ovulo fecondato che ha iniziato a svilupparsi). Glicogeno, lipidi e proteine ​​vengono secreti nell’utero e il muco cervicale si addensa. Nelle prime fasi della gravidanza, il progesterone aumenta anche il flusso sanguigno e riduce la contrattilità della muscolatura liscia dell’utero e innalza la temperatura basale.

Se non si verifica una gravidanza, i cicli ovarico e uterino ricominciano.

Le problematiche psicofisiche in questo periodo si dividono nettamente in due momenti: una fase iniziale di adattamento al progesterone e una fase tardiva (premestruale) legata al crollo ormonale.

L’azione del Progesterone e la successiva caduta dei livelli ormonali impattano fortemente sul corpo:

  1. Tensione mammaria e mastodinia: l’aumento di progesterone stimola la ghiandola mammaria, causando turgore, gonfiore e ipersensibilità al tatto.
  2. Ritenzione idrica e gonfiore: l’equilibrio dei fluidi viene alterato, provocando accumulo di liquidi, pesantezza agli arti inferiori e gonfiore addominale.
  3. Rallentamento gastrointestinale: il progesterone rilassa la muscolatura liscia; questo rallenta la digestione portando a stitichezza, meteorismo e senso di pesantezza.
  4. Cefalea e dolori lombari: nella fase secretoria tardiva, il calo ormonale innesca processi infiammatori che si manifestano con mal di testa o dolori alla schiena.

Il Progesterone e il suo metabolita (Allopregnanolone) agiscono direttamente sui recettori cerebrali, influenzando l’umore e l’energia:

  1. Letargia e stanchezza: l’effetto sedativo del progesterone sul sistema nervoso centrale può causare una forte astenia e una riduzione della resistenza fisica.
  2. Instabilità emotiva e irritabilità: sebbene il progesterone sia inizialmente calmante, le repentine fluttuazioni della fase secretoria tardiva riducono la disponibilità di serotonina, scatenando sbalzi d’umore e rabbia biologica.
  3. Annebbiamento mentale (Brain Fog): si riscontrano cali di concentrazione, stanchezza cognitiva e lievi deficit di memoria a breve termine.
  4. Alterazioni del sonno e dell’appetito: l’innalzamento della temperatura corporea basale (indotto dal progesterone) può disturbare il riposo notturno, mentre i cambi ormonali aumentano il desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri.

Mentre la prima metà della fase secretoria è spesso asintomatica o caratterizzata solo da stanchezza e stipsi, è nella fase secretoria tardiva (gli ultimi 5-7 giorni del ciclo) che i sintomi si intensificano drammaticamente. Questo fenomeno costituisce la base biologica della Sindrome Premestruale (SPM) e del più grave Disturbo Disforico Premestruale (DDPM), le cui manifestazioni cessano quasi immediatamente con l’arrivo del flusso mestruale.

Influenza del Ciclo Mestruale (OMC) sull’allenamento della forza e sul recupero

Ricapitolando quanto visto fino ad ora, le mestruazioni si verificano in cicli di circa ventotto (28) giorni per le donne fertili sane. Il ciclo ovulatorio-mestruale (OMC) è importante per la riproduzione, controllato dal sistema endocrino, ed è comunemente diviso in tre (3) fasi: (1) la fase follicolare, (2) l’ovulazione e (3) la fase luteale. L’OMC può influenzare le donne in modi diversi con fluttuazioni di ormoni come Testosterone (T), Estrogeni (E), Progesterone (P), Ormone della Crescita (hGH) e Fattore di Crescita Insulino-Simile 1 (IGF-1). Gli steroidi sessuali femminili predominanti, estrogeni come l’Estradiolo (E2) e progestinici come il Progesterone (P), influenzano una moltitudine di sistemi biologici e svolgono un ruolo importante nelle prestazioni atletiche e nel recupero che allenatori e professionisti cercano di massimizzare.

Tabella che illustra un modello teorico dei diversi approcci formativi basati sulle variazioni ormonali di ciascuna fase del ciclo mestruale femminile. Fasi del ciclo ovulatorio-mestruale (CMO) e obiettivi di allenamento. Le diverse fasi del CMO, i relativi effetti e le prescrizioni di allenamento in un modello teorico.

L’uso dell’allenamento di forza è stato ampiamente dimostrato per migliorare le dimensioni e la funzione muscolare sia negli atleti maschi che nelle atlete femmine. L’allenamento di forza è ora utilizzato anche dalle atlete espressamente per migliorare le prestazioni. Grande importanza riveste il tema della periodizzazione del bodybuilding per le atlete, figure, bikini, wellness, fitness e concorrenti di bodybuilding anche prima del “salto enhanced”. In genere allenatori, professionisti e autori evitano di affrontare questo problema, nella migliore delle ipotesi e se lo fanno, purtroppo, peccano di estrema certezza nei loro punti e convinzioni. Il risultato per l’intera community non è certo dei migliori.

Periodizzazione vs. Programmazione

  • Periodizzazione: Il processo ciclico e a fasi di gestione della forma fisica e della fatica per ottimizzare l’adattamento, evitare il sovrallenamento non funzionale (NFOR), la sindrome da sovrallenamento (OTS) o gli infortuni, al fine di raggiungere il picco di prestazione in un dato momento.
  • Programmazione: La microgestione del processo di allenamento attraverso la manipolazione della selezione degli esercizi, del volume, dell’intensità, degli schemi di serie e ripetizioni (vedi la classificazione di Mladen), degli intervalli di riposo, della densità, della frequenza, della variazione, dello sforzo, ecc.

La periodizzazione si riferisce alla scienza delle strutture temporali (cicli) che regolano la predisposizione all’allenamento. La periodizzazione a blocchi è un concetto di periodizzazione, mentre l’allenamento simultaneo è un concetto di programmazione.

Stabilire il rapporto di causa-effetto tra le variazioni dell’attività ormonale durante il ciclo mestruale e la risposta all’esercizio fisico può essere complesso, sebbene rimanga una “finezza” nel complesso con grado di importanza maggiore più la atleta è avanzata. Innanzitutto, le modalità di allenamento aerobico e di resistenza sembrano produrre risposte ormonali diverse, e studi simili possono dare risultati differenti. I livelli ormonali nel sangue e nei tessuti sono influenzati dalla loro produzione da parte dell’organo di origine, dalla loro eliminazione dal flusso sanguigno e dal legame con i recettori bersaglio negli organi e nei tessuti. Quando sono liberi nel flusso sanguigno, gli ormoni steroidei come gli androgeni, gli ormoni surrenali e gli ormoni ovarici circolano e interagiscono con specifiche proteine ​​di trasporto, con solo piccole quantità disponibili per i tessuti. È inoltre importante notare che anche l’allenamento e lo stato nutrizionale dell’atleta possono influenzare gli effetti metabolici e ormonali.

Tabella che confronta in un modello teorico come cambia l’obiettivo dell’allenamento in base alla fase follicolare e alla fase luteale del ciclo mestruale di una donna. Obiettivo dell’allenamento (compiti di periodizzazione) in base alla fase del ciclo mestruale – Effetti dell’allenamento in fase follicolare e luteale su massa e forza muscolare.

Durante la fase follicolare precoce (premestruale), le concentrazioni di Testosterone, estrogeni e Progesterone sono basse, con prove che le atlete sono più vulnerabili agli errori e all’incidenza di infortuni. Pertanto, l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulla rigenerazione e sul lavoro metabolico. Nella fase follicolare intermedia si raccomanda di aumentare l’intensità dell’allenamento man mano che i livelli di estrogeni e GH aumentano e quelli di progesterone diminuiscono. È stato anche suggerito che gli estrogeni abbiano un effetto positivo sui picchi di forza osservati durante la fase follicolare tardiva, appena prima dell’ovulazione, quando raggiungono il picco. Allo stesso tempo, i livelli di progesterone rimangono bassi, quindi l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulle modalità metaboliche e di forza. Quindi, durante l’ovulazione e la fase luteale precoce, l’allenamento di forza dovrebbe essere ad alta intensità e basso volume. I livelli di testosterone, estrogeni e GH sono al loro massimo e gli esercizi dovrebbero coinvolgere i grandi gruppi muscolari degli arti superiori e inferiori e del tronco, come la panca piana, gli squat e i sollevamenti olimpici. Nella fase luteale media, i livelli di E rimangono stabili mentre i livelli di P aumentano. L’esercizio submassimale di lunga durata e bassa intensità sarà adatto a questa fase. Infine, la fase luteale tardiva è caratterizzata dal ritorno delle concentrazioni di testosterone, estrogeni e progesterone ai loro livelli più bassi e l’allenamento riprenderebbe e rimarrebbe simile alla fase follicolare precoce (premestruale).

Punti focali condivisi da altri modelli teorici di programmazione per le atlete in età fertile/pre-menopausa

Esistono altri modelli teorici sulla pianificazione della preparazione nelle atlete di forza/estetiche in età fertile/pre-menopausa. Famosa era quella proposta diversi anni fa da Lyle McDonald. Esistono comunque dei “punti focali” condivisi da questi modelli teorici:

  • Impatto delle Fasi sulla Fisiologia Muscolare e sull’Allenamento-
  1. Fase Follicolare (dal Giorno 1 all’Ovulazione)
  • Profilo ormonale: Estrogeni in costante aumento, progesterone ai minimi.
  • Effetti fisiologici: L’estradiolo esercita un effetto neuroprotettivo e anabolico/anticatabolico, aumentando l’eccitabilità neuromuscolare e la sensibilità all’insulina. La capacità di tollerare i carboidrati e di stoccare glicogeno muscolare è massima.

Implicazioni per l’allenamento:

  • Forza e ipertrofia: Fase ideale per applicare il massimo volume e alta intensità (sovraccarico progressivo).
  • Recupero: Tempi di recupero tra le serie e tra i workout tendenzialmente più rapidi.
  1. Fase Ovulatoria (intorno al Giorno 14)
  • Profilo ormonale: Picco massimo di estrogeni, picco di LH e FSH, inizio dell’ascesa del progesterone.
  • Effetti fisiologici: Si registra spesso il picco assoluto di espressione della forza massima (1RM). Contestualmente, gli alti livelli di estradiolo e la relaxina riducono la rigidità del collagene nei tendini e nei legamenti (aumentando la lassità articolare, ad esempio del legamento crociato anteriore).

Implicazioni per l’allenamento:

  • Test di forza: Ottima finestra per testare i massimali.
  • Prevenzione infortuni: Cura rigorosa del riscaldamento e del controllo motorio sugli esercizi multiarticolari ad alto carico (squat, stacchi).

3. Fase Luteale (dall’Ovulazione alle Mestruazioni)

  • Profilo ormonale: Progesterone elevato (con un secondo picco moderato di estrogeni a metà fase).

Effetti fisiologici:

  • Il progesterone è un ormone Catabolico/Termogenico: aumenta la temperatura corporea basale di 0,3–0,5 °C e il dispendio energetico a riposo, ma riduce l’efficienza della dissipazione del calore. Aumenta la percezione dello sforzo (RPE) a parità di carico e riduce la sensibilità insulinica sistemica, favorendo l’ossidazione dei grassi rispetto all’uso del glicogeno. L’attivazione dell’asse aldosterone-renina può causare ritenzione idrica intracellulare ed extracellulare.

Implicazioni per l’allenamento:

  • Gestione del carico: Fase idonea a un lavoro più orientato alla densità o a volumi moderati con autoregolazione (RIR/RPE).
  • Nutrizione: Può essere utile incrementare leggermente la quota di grassi salubri a scapito dei carboidrati se la tolleranza glicidica peggiora.

4. Tarda Fase Luteale / Premestruale (Sindrome Premestruale – PMS)

  • Profilo ormonale: Crollo drastico di estrogeni e progesterone.
  • Effetti fisiologici: Possibile presenza di crampi addominali, sonnolenza, sbalzi d’umore, infiammazione di basso grado ed emicrania.

Implicazioni per l’allenamento:

  • Ottima finestra per pianificare una settimana di scarico (deload) o per ridurre la frequenza delle sessioni se i sintomi interferiscono marcatamente con la prestazione.

Evidenze Scientifiche e Pratica sul Campo

Mentre la teoria endocrinologica suggerisce di periodizzare l’allenamento rigidamente sulle fasi del ciclo (es. Menstrual Cycle Phase-Based Training), la letteratura scientifica più recente (Colenso-Semple et al., 2023; McNulty et al., 2020) evidenzia che:

  1. La variabilità inter-individuale è enorme: Alcune atlete mantengono inalterati i livelli di forza per tutto il mese, mentre altre risentono fortemente del calo ormonale premestruale.
  2. L’autoregolazione supera gli schemi fissi: Usare la scala RPE (Rating of Perceived Exertion) o le RIR (Reps in Reserve) permette di adattare il carico in tempo reale al livello di recupero della giornata, senza forzare scarichi quando la prestazione è ancora elevata.

Punti Chiave

Per strutturare una periodizzazione basata sul ciclo mestruale (spesso definita Menstrual Cycle-Based Training), l’obiettivo principale è concentrare i picchi di stress allenante (volume e carichi massimali) quando l’ambiente ormonale è più favorevole, sfruttando l’autoregolazione per le fasi a minor capacità di recupero.
Ecco un modello pratico strutturato su un ciclo teorico di 28 giorni.

  • Modello di Periodizzazione in 4 Fasi

Fase 1: Inizio Fase Follicolare / Mestruazione (Giorno 1–5)

  • Status Ormonale: Estrogeni e progesterone ai minimi.
  • Obiettivo: Gestione dei sintomi, mantenimento, eventuale scarico attivo.

Parametri di Allenamento:

  • Volume: Medio-basso (-20/30% rispetto allo standard).
  • Intensità: Moderata (RIR 2-3 / RPE 7-8).
  • Focus: Esercizi multiarticolari a carico controllato o macchine/cavi per ridurre lo stress sistemico se sono presenti crampi o letargia.
  • Strategia: Se i primi 1-2 giorni presentano sintomatologia acuta, è la finestra ideale per inserire il Deload (scarico programmato) o sedute di mobilità/cardio LISS.

Fase 2: Tarda Fase Follicolare (Giorno 6–13)

  • Status Ormonale: Estradiolo in ripida ascesa; progesterone basso.
  • Obiettivo: Massimo Accumulo di Volume e Ipertrofia.

Parametri di Allenamento:

  • Volume: Alto (picco di serie allenanti settimanali).
  • Intensità: Alta (RIR 1-2 / RPE 8-9).
  • Frequenza: È possibile allenare i gruppi muscolari con maggiore frequenza (es. 3-4 volte a settimana) grazie alla capacità di recupero stimolata dagli estrogeni.
  • Focus: Sovraccarico progressivo, lavoro a cedimento programmato su esercizi complementari e ad alto stress metabolico.

Fase 3: Fase Ovulatoria (Giorno 14–16)

  • Status Ormonale: Picco massimo di estrogeni e testosterone libero.
  • Obiettivo: Picco di Forza Massima (Intensificazione).

Parametri di Allenamento:

  • Volume: Moderato.
  • Intensità: Massima (RIR 0-1 / RPE 9-10, lavoro a basse ripetizioni: 1–5 RM).
  • Precauzioni: L’elevata lassità legamentosa indotta dal picco estrogenico richiede la massima attenzione tecnica negli esercizi a catena cinematica chiusa (Squat, Stacchi, Distensioni pesanti).

Nota: Riscaldamento articolare e avvicinamento ai carichi devono essere curati con estremo rigore in questa finestra.

Fase 4: Fase Luteale e Premestruale (Giorno 17–28)

  • Status Ormonale: Progesterone dominatore; calo progressivo finale di tutti gli ormoni.
  • Obiettivo: Mantenimento della forza, gestione dell’affaticamento centrale e autoregolazione.

Parametri di Allenamento:

  • Giorno 17–21 (Alta Fase Luteale): Mantenimento dell’intensità sui fondamentali, ma con leggera riduzione del volume totale (meno serie complementari).
  • Giorno 22–28 (Tarda Fase Luteale / Premestruale): Riduzione sia dell’intensità che del volume. Innalzamento del RIR (RIR 3-4).
  • Strategia Operativa: Passare all’uso della scala RPE/RIR anziché rincorrere percentuali fisse sul bilanciere. Se a causa della temperatura corporea più alta e del progesterone 80 kg percepiti “sembrano” 90 kg, si scala il carico mantenedo lo stimolo target senza accumulare fatica sistemica inutile.

Scheda Esempio: Applicazione Pratica (Upper / Lower Split)


Di seguito un esempio di come varia la gestione dei carichi e del volume sullo stesso esercizio guida (es. Squat) durante il mese:

  • Regola d’Oro: Individualizzazione e Logbook

I cicli eugonadici (naturali) non sono tutti identici a 28 giorni e molte atlete non risentono significativamente delle variazioni ormonali. Per applicare questo sistema al meglio:

  1. Traccia il ciclo insieme al logbook degli allenamenti: Annotare per 2-3 mesi le prestazioni (tonnellaggio e RPE) contestualmente al giorno del ciclo.
  2. Identifica i tuoi/suoi “punti critici”: Se noti che dal giorno 24 alla mestruazione la forza crolla del 10%, programma preventivamente lo scarico in quei giorni. Se invece la prestazione resta stabile, mantieni la progressione lineare standard senza forzare scarichi non necessari.

Nella fase luteale, l’innalzamento del progesterone e il parallelo calo della sensibilità insulinica determinano sia la tendenza a trattenere liquidi (tramite la stimolazione dell’asse aldosterone-renina) sia il fisiologico calo energetico e i craving di carboidrati (dovuti a una minor efficienza nell’uso del glicogeno e al calo della serotonina). Per contrastare questi sintomi e mantenere alte le prestazioni in palestra, è possibile intervenire con specifici accorgimenti nutrizionali e una mirata integrazione.

  • Gestione alimentare su modello teorica

Una strategia alimentare basata sul ciclo mestruale (o cycle syncing) sfrutta le fluttuazioni degli estrogeni e del progesterone per ottimizzare i livelli di energia, controllare la fame e ridurre i fastidi tipici come crampi e ritenzione idrica. Adattare i nutrienti alle diverse fasi permette di assecondare i cambiamenti metabolici del corpo femminile.

Strategia alimentari dettagliata per Fase

1. Fase Mestruale (Giorni 1 – 5)

Il corpo si trova in una fase di eliminazione dei tessuti. Le perdite ematiche riducono le riserve di Ferro, causando spesso stanchezza.

  • Cosa inserire: Alimenti ricchi di ferro biodisponibile (carne magra, bresaola) e fonti vegetali (lenticchie, ceci) abbinate sempre a vitamina C (limone, arance, kiwi) per massimizzarne l’assorbimento.
  • Azione antinfiammatoria: Pesce azzurro (salmone, sgombro) ricco di Omega-3 o integratore con ratio EPA:DHA di 4:2 per contrastare i crampi uterini.
  • Da limitare: Caffè, alcol ed un eccesso di Calcio e ECGC, poiché ostacolano l’assimilazione del Ferro e del Magnesio.
  • Pre-allenamento: Uno spuntino leggero con carboidrati facilmente digeribili (es. una banana o una fetta biscottata con miele) se i crampi lo consentono.
  • Post-allenamento: Proteine magre associate a fonti di vitamina C e ferro (es. bresaola con limone) per compensare le perdite ematiche.

2. Fase Follicolare (Giorni 6 – 12)

Gli estrogeni aumentano, migliorando significativamente la sensibilità all’Insulina e la tolleranza ai carboidrati.

  • Cosa inserire: Carboidrati complessi (riso integrale, pasta integrale, Farro) per assecondare i picchi di energia fisici.
  • Proteine strutturali: Fonti proteiche magre ad alto valore biologico (pollo, tacchino, uova) utili per supportare la maturazione dei follicoli e il recupero/crescita muscolare.
  • Pre-allenamento: Carboidrati complessi 2 ore prima dello sforzo. Se l’allenamento è lungo, inserire gel o intra-workout.
  • Post-allenamento: Finestra anabolica ottimale. Assumere carboidrati e proteine in rapporto 3:1 per un iniziale recupero muscolare ottimale.

3. Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15)

Il picco ormonale massimo può dare una sferzata di energia, ma richiede anche un lavoro extra da parte del fegato per smaltire gli ormoni usati.

  • Cosa inserire: Verdure della famiglia delle crocifere (broccoli, cavolfiore, rucola) che contengono sostanze utili a supportare la disintossicazione epatica.
  • Idratazione e fibre: Molta acqua e verdura cruda per evitare la stitichezza associata ai rapidi cambi ormonali.
  • Nutrizione strategica: Integrare con antiossidanti (NAC, Glutatione, Silimarina, Astaxantina, ecc…) per contrastare lo stress ossidativo dell’alta intensità.

4. Fase Luteale e Premestruale (Giorni 16 – 28)

Il progesterone sale, rallentando la motilità intestinale e aumentando il dispendio calorico a riposo (fino a 200-300 kcal in più al giorno), il che provoca la classica fame chimica (craving). La sensibilità insulinica peggiora.

  • Gestione dei carboidrati: Ridurre leggermente i carboidrati semplici e gli zuccheri raffinati, che aumenterebbero la ritenzione e i picchi di glicemia.
  • Grassi buoni e fibre: Spazio a grassi sani come avocado, frutta secca (mandorle, noci) e olio extravergine d’oliva, che stabilizzano il senso di sazietà.
  • Alleati del buonumore: Alimenti ricchi di magnesio e vitamina B6 (semi di zucca, banane) per stimolare la Serotonina e placare l’irritabilità.
  • Contro il gonfiore: Alimenti drenanti come finocchi, sedano e asparagi. Limitare i formaggi stagionati e i cibi industriali ricchi di sale.
  • Idratazione critica: Il Progesterone altera l’equilibrio dei fluidi. È fondamentale bere acqua con elettroliti (sodio, potassio, magnesio) prima, durante e dopo lo sforzo per evitare i crampi.
    Pre-allenamento: Uno spuntino a base di grassi e proteine (es. MCT con yogurt greco) se l’attività è prettamente aerobica o mista.

Punti chiave nutrizionali per fase:

  • Fase Follicolare (Giorni 6 – 12): La Fase Anabolica

È il momento migliore per costruire tessuto muscolare e spingere i carichi al massimo. La sensibilità all’insulina è ottimale, permettendoti di gestire quote elevate di carboidrati senza accumulare grasso.

  1. Nutrizione: Imposta qui i giorni a carboidrati alti (High Carb). Concentra la maggior parte dei carboidrati complessi attorno all’allenamento (pre e post-workout) per saturare il glicogeno muscolare. Mantieni le proteine stabili.
  2. In palestra: Focus su ipertrofia e forza. È la fase ideale per cercare il sovraccarico progressivo, aumentare il volume di lavoro o testare i massimali sui fondamentali (squat, panca, stacco).
  • Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15): Picco di Forza

Il picco di estrogeni e testosterone ti regala la massima espressione di forza del mese, ma la lassità legamentosa è al massimo.

  1. Nutrizione: Mantieni i carboidrati medio-alti per sostenere l’intensità. Introduci una quota maggiore di antiossidanti per combattere lo stress infiammatorio dei carichi pesanti.
  2. In palestra: Puoi sollevare carichi molto pesanti (basse ripetizioni, alta intensità), ma cura in modo maniacale il riscaldamento e la tecnica di esecuzione per evitare infortuni articolari.
  • Fase Luteale (Giorni 16 – 28): Gestione della Ritenzione e del Deload

Il progesterone aumenta il catabolismo muscolare, peggiora la sensibilità insulinica e favorisce la ritenzione idrica extracellulare, che può appannare la condizione visiva.

  1. Nutrizione: Passa a giorni a carboidrati medio-bassi e grassi più alti (Low Carb / High Fat). I grassi sani aiutano a stabilizzare la glicemia e a frenare le voglie di dolce tipiche della fase premestruale. Aumenta l’apporto idrico e riduci il sodio discrezionale per contrastare la ritenzione.
  2. In palestra: Nella prima metà della fase luteale puoi ancora allenarti intensamente. Negli ultimi 4-5 giorni prima del ciclo (fase premestruale), se la stanchezza e il gonfiore sono invalidanti, programma una settimana di scarico (deload) riducendo il volume del 30-40%.
  • Fase Mestruale (Giorni 1 – 5): Ripristino e Reclutamento Neutro

Il corpo si resetta. Il gonfiore svanisce rapidamente grazie al crollo del progesterone, rivelando spesso una condizione fisica più “dura” e definita.

  1. Nutrizione: Riporta gradualmente i carboidrati a livelli medi. Assicura una quota proteica costante per preservare la massa magra e inserisci cibi ricchi di ferro per compensare le perdite.
  2. In palestra: Ascolta il tuo corpo. Se i dolori sono forti, focalizzati su sessioni di pompaggio a carichi inferiori o aumenta i tempi di recupero tra le serie. Se non hai dolori, puoi ricominciare gradualmente a spingere.

Alterazioni nella digeribilità e assorbimento alimentare durante il ciclo mestruale

Il ciclo mestruale influenza direttamente sia la digestione sia la percezione dell’assorbimento degli alimenti attraverso le continue fluttuazioni degli ormoni e il rilascio di molecole infiammatorie. Gli estrogeni e il Progesterone non agiscono solo sull’utero, ma interagiscono anche con i recettori del tratto gastrointestinale, alterando la velocità del transito intestinale e la sensibilità viscerale lungo tutto il mese.

  • Gli effetti della fase mestruale (Durante il ciclo)

All’inizio delle mestruazioni, i livelli di Progesterone crollano e l’endometrio rilascia le prostaglandine, molecole che servono a far contrarre l’utero per espellere il sangue con i residui tissutali.

  • Accelerazione e crampi: le prostaglandine entrano nel flusso sanguigno e raggiungono l’intestino, stimolando contrazioni anomale della sua muscolatura.
  • Ipermotilità e diarrea: questo stimolo improvviso accelera il transito, riducendo il tempo a disposizione dell’intestino per riassorbire l’acqua dai cibi, provocando spesso feci liquide o diarrea.
  • Impatto sull’assorbimento e sul microbiota

Le variazioni ormonali modificano temporaneamente anche la composizione del microbiota intestinale e l’efficienza digestiva:

  • Alterazione della flora batterica: i cambiamenti della flora intestinale durante i giorni del flusso compromettono la corretta scomposizione e fermentazione dei nutrienti.
  • Nutrienti e infiammazione: lo stato infiammatorio generale può rendere l’intestino più permeabile o irritabile, modificando la tolleranza verso cibi elaborati, zuccheri raffinati o grassi saturi.

Questo legame è così stretto che chi soffre della sindrome del colon irritabile nota una drastica ciclicità nel peggioramento dei propri sintomi gastrointestinali in corrispondenza del calendario mestruale.

Le fluttuazioni cicliche di estradiolo e Progesterone creano un vero e proprio ecosistema dinamico all’interno dell’intestino. Gli ormoni sessuali influenzano il microbiota intestinale sia agendo direttamente sui recettori della mucosa, sia indirettamente modificando il tempo di transito e l’ambiente chimico intestinale.

La transizione tra la fase follicolare e quella luteale modifica la diversità e la composizione delle specie batteriche attraverso meccanismi ben precisi.

1. Fase Follicolare: il dominio dell’Estradiolo

Durante questa fase (dalla fine della mestruazione all’ovulazione), l’Estradiolo sale progressivamente fino a raggiungere il suo picco massimo. Ciò comporta:

  • Maggiore diversità microbica (Alpha Diversity): alti livelli di E2 sono associati a una maggiore ricchezza e stabilità delle specie batteriche nell’intestino. Un microbiota diversificato è sinonimo di un intestino resiliente.
  • Sostegno ai batteri benefici: l’E2 promuove la crescita di ceppi protettivi e antinfiammatori come i Lactobacillus e i Bifidobacterium. Questo avviene anche perché gli estrogeni stimolano la produzione di muco e la deposizione di glicogeno, che funge da nutrimento per questi batteri.
  • Il ruolo dell’Estroboloma: in questa fase è massimo il lavoro dell’estroboloma, un gruppo specifico di geni del microbiota intestinale capaci di produrre l’enzima beta-glucuronidasi. Questo enzima serve a “riattivare” gli estrogeni precedentemente metabolizzati dal fegato, consentendo il loro riassorbimento nel sangue e mantenendo l’equilibrio ormonale sistemico.

2. Fase Luteale: l’ascesa del Progesterone

Dopo l’ovulazione, il corpo luteo inizia a produrre grandi quantità di Progesterone, che domina l’intera seconda metà del ciclo.

  • Aumento della Beta Diversity (Variazione della composizione): la ricerca scientifica evidenzia che il passaggio alla fase luteale avanzata modifica la composizione complessiva dei microbi (beta-diversity) rispetto alla fase follicolare.
  • Shift verso batteri anaerobi e fermentativi: l’aumento del Progesterone correla con una leggera proliferazione di batteri opportunisti o anaerobi a scapito di alcuni ceppi eubiotici.
  • Rallentamento del transito e sub-disbiosi: il Progesterone riduce la motilità intestinale. Il cibo staziona più a lungo nel colon (aumento del tempo di transito), alterando il pH locale e favorendo la proliferazione di batteri fermentativi responsabili di meteorismo e gonfiore (idrogeno e metano-produttori).

3. La fase pre-mestruale e il crollo ormonale

Negli ultimissimi giorni della fase luteale, se non è avvenuto il concepimento, E2 e Progesterone crollano contemporaneamente in modo drastico.

  • Disbiosi transitoria e infiammazione: questo improvviso deficit ormonale, unito al rilascio locale di prostaglandine, destabilizza la barriera intestinale. La ridotta protezione immunitaria favorisce una temporanea condizione di disbiosi (squilibrio della flora batterica).
  • Perdita dei ceppi benefici: l’improvvisa carenza di estradiolo toglie il substrato ideale ai lattobacilli, mentre le scariche diarroiche tipiche del flusso mestruale (causate dall’ipermotilità intestinale) tendono a “lavare via” meccanicamente parte della flora microbica residente.
  • Potenziale integrazione di trattamento

Per contrastare le alterazioni della motilità intestinale e la disbiosi ciclica causate dalle fluttuazioni di E2 e Progesterone, l’integrazione alimentare deve mirare a due obiettivi: regolarizzare il transito (evitando la stipsi o la diarrea da ciclo) e supportare l’estroboloma e la barriera intestinale.

L’integrazione ideale si divide in base alla fase del ciclo e al sintomo prevalente.

1. Per l’equilibrio del microbiota (Tutto il mese)

  • Probiotici mirati (Lactobacillus e Bifidobacterium): Ceppi come Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus plantarum e Bifidobacterium lactis aiutano a mantenere intatta la barriera intestinale e supportano l’estroboloma nella corretta gestione degli estrogeni.
  • Prebiotici (Inulina a catena corta o PHGG): La gomma di guar parzialmente idrolizzata (PHGG) è un’ottima fibra solubile. Non crea gonfiore (a differenza di altre fibre) e nutre i batteri “buoni”, regolarizzando sia la stipsi che la diarrea.

2. Fase Luteale (Contro stipsi, gonfiore e craving)

  • Magnesio Citrato o Bisglicinato: È il minerale chiave in questa fase. Rilassa la muscolatura liscia dell’intestino (contrastando la stipsi da progesterone) e riduce i crampi uterini. Aiuta anche a modulare il sistema nervoso, riducendo la fame nervosa di dolci.
  • Enzimi digestivi (con lattasi e alfa-galattosidasi): Assunti prima dei pasti principali nella settimana che precede il ciclo, aiutano a scomporre carboidrati complessi e lattosio, riducendo drasticamente la fermentazione batterica e il conseguente gonfiore.

3. Fase Mestruale (Contro ipermotilità, diarrea e infiammazione)

  • Omega-3 (EPA e DHA): Acidi grassi essenziali ad alta azione antinfiammatoria. Contrastano la produzione eccessiva di prostaglandine, riducendo sia il dolore mestruale (dismenorrea) sia l’iper-attivazione dell’intestino che causa la diarrea.
  • Butirrato (o Acido Butirrico): È un postbiotico, ovvero il nutrimento principale delle cellule del colon. Assumerlo durante i giorni del flusso aiuta a “sfiammare” rapidamente la mucosa intestinale e a compattare le feci in caso di scariche.

4. Supporto metabolico degli estrogeni

  • Agnocasto (Vitex agnus-castus): Se il gonfiore intestinale e la disbiosi sono accompagnati da una forte sindrome premestruale (PMS), l’agnocasto può aiutare a bilanciare il rapporto tra estrogeni e progesterone a livello centrale.

Integratori potenziali per la Fase Follicolare

Durante la fase follicolare (giorni 6-12), il corpo di una bodybuilder sperimenta livelli crescenti di estrogeni, una eccellente sensibilità all’insulina e la massima capacità di stoccare glicogeno muscolare. È il momento ideale per spingere l’acceleratore sull’ipertrofia e sulla forza.

L’integrazione in questa fase deve essere finalizzata a massimizzare la potenza, ottimizzare la sintesi proteica e sostenere l’alto volume di allenamento.

1. Creatina Monoidrato

La creatina è l’integratore regina per il bodybuilding, ma in questa fase lavora in perfetta sinergia con il tuo stato ormonale.

  • Perché usarla ora: Gli estrogeni alti favoriscono l’ingresso dei nutrienti e dell’acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intracellulare). La creatina potenzia questo effetto, massimizzando il volume cellulare, la sintesi di ATP e la forza esplosiva nei sollevamenti sub-massimali.
  • Modalità di assunzione: Consigliata l’assunzione regolare giornaliera, preferibilmente insieme a un pasto post-workout ricco di carboidrati per sfruttare la spinta insulinica.

2. Carboidrati Intra-Workout (Ciclodestrine Altamente Branchate – HBCD)

Visto che la fase follicolare è il momento in cui tolleri e utilizzi meglio i carboidrati, i tuoi allenamenti saranno probabilmente ad alto volume e ad alta densità.

  • Perché usarle ora: Le Ciclodestrine altamente ramificate o Cluster Dextrin forniscono un rilascio rapidissimo di glucosio ai muscoli senza appesantire lo stomaco. Sostengono la glicemia durante le sessioni intense di gambe o dorso, ritardando la fatica centrale e periferica.
  • Modalità di assunzione: Sciolte nella borraccia da sorseggiare durante l’allenamento.

3. Aminoacidi Essenziali (EAA) o Sieroproteine (Whey)

La capacità anabolica del corpo è al massimo, quindi i mattoni per la ricostruzione muscolare devono essere prontamente disponibili.

  • Perché usarli ora: Sostengono la sintesi proteica immediata nel pre, intra o post-allenamento. In combinazione con l’alto apporto di carboidrati di questa fase, massimizzano l’attivazione della via metabolica mTOR (responsabile della crescita muscolare).
  • Modalità di assunzione: Assunti come EAA durante l’allenamento oppure come Whey Isolate immediatamente dopo.

4. Citrullina Malato e Beta-Alanina (Pre-Workout e Intra o Post-Workout)

In questa fase ricerchi la massima performance e la massima congestione muscolare (pump).

Citrulline malate and beta-alanine supplement containers beside gym equipment
  • Perché usarli ora: La citrullina malato aumenta la produzione di ossido nitrico, migliorando il flusso sanguigno e l’apporto di ossigeno e nutrienti ai muscoli sotto sforzo. La beta-alanina agisce da tampone contro l’acido lattico, permettendoti di completare quelle ripetizioni extra fondamentali per l’ipertrofia.
  • Modalità di assunzione: Utilizzate nel pre-workout circa 30-45 minuti prima dell’allenamento.

Integratori potenziali per la Fase Luteale

Durante la fase luteale (giorni 16-28), il corpo di una bodybuilder sperimenta il dominio del Progesterone. Questo ormone riduce la sensibilità all’insulina, aumenta leggermente il catabolismo muscolare, innalza la temperatura corporea (maggiore percezione della fatica) e favorisce la ritenzione idrica extracellulare.

L’integrazione peri-workout in questa fase cambia radicalmente: l’obiettivo si sposta sul controllo della glicemia, il contrasto al catabolismo, l’idratazione profonda e il supporto al sistema nervoso (spesso appesantito dal calo di serotonina premestruale).

1. Elettroliti Completi (Sodio, Potassio, Magnesio)

Trail runner drinking an electrolyte supplement on a lakeside mountain road

Il progesterone altera l’equilibrio dei fluidi e del sodio nel corpo, causando ritenzione idrica e aumentando il rischio di crampi muscolari.

  • Perché usarli: Ripristinano l’idratazione intracellulare (portando l’acqua dentro il muscolo e togliendola da sotto la pelle) e mantengono intatta la conducibilità nervosa per la contrazione muscolare.
  • Timing: Da sorseggiare durante l’allenamento (Intra-workout).

2. Aminoacidi Essenziali (EAA) ad Alto Dosaggio

Amino acid supplement container and shaker bottle on a gym bench

Poiché la sensibilità all’insulina peggiora e il catabolismo proteico è più marcato a causa del progesterone, l’uso massiccio di carboidrati intra-workout non è più la scelta ideale.

  • Perché usarli: Gli EAA proteggono la massa magra dal catabolismo durante l’allenamento senza stimolare eccessivamente l’insulina in un momento in cui il corpo è meno ricettivo verso i carboidrati.
  • Timing: Intra-workout insieme agli elettroliti.

3. Magnesio Bisglicinato e Vitamina B6

La fase luteale (specialmente l’ultima settimana premestruale) porta con sé stanchezza, calo del tono dell’umore e sonno disturbato.

  • Perché usarli: Il magnesio riduce i crampi uterini e muscolari, stabilizza il sistema nervoso e migliora la qualità del riposo notturno (fondamentale per il recupero muscolare). La vitamina B6 agisce in sinergia per regolare l’attività ormonale e supportare la produzione di serotonina.
  • Timing: Da assumere la sera prima di dormire.

4. Caffeina e Adattogeni (es. Ashwagandha)

La percezione dello sforzo in palestra aumenta notevolmente a causa della temperatura corporea basale più alta.

  1. Perché usarli: La caffeina nel pre-workout aiuta a superare la letargia pre-ciclo. Gli adattogeni aiutano a modulare i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che tende a impennarsi in questa fase.
  2. Timing: Pre-workout.

  • Principali differenze rispetto alla Fase Follicolare:
  1. Meno Carboidrati Intra-workout: Sostituiti da un mix più robusto di EAA ed Elettroliti per evitare picchi glicemici e gestire la ritenzione.
  2. Focus sul Sistema Nervoso: Maggiore attenzione all’uso di minerali rilassanti (Magnesio la sera) e stimolanti puliti nel pre-workout per contrastare la svogliatezza.


1. Per il Contrasto alla Ritenzione Idrica

  • Rapporto Sodio:liquidi e Sodio:Potassio:

Assicurarsi di assumere una quota sufficiente di liquidi [es. 0.5-1lt ogni 10Kg di peso] con un adeguato apporto di NaCl [ratio 0.5-1:1 NaCl:Lt] e una quota di Potassio pari a ratio media di 1:2 [1g Na:2g di K+; 1gNaCl= 400mg Na] .

  • Magnesio (Bisglicinato o Citrato), specie se in carenza e/o in necessità di correzione sulla parte assunta con il piano nutrizionale:

Dosaggio: 200–400mg/die (assunto preferibilmente la sera).

Meccanismo d’azione: Regola l’equilibrio elettrolitico e riduce la ritenzione idrica legata alle fluttuazioni ormonali premestruali. Modula inoltre la trasmissione neuromuscolare, riducendo crampi e ansia.

  • Non tagliare il Sodio: Ridurre drasticamente il sale da cucina attiva ulteriormente l’Aldosterone, peggiorando la ritenzione idrica. Mantieni il Sodio costante e rapporta adeguatamente la quota di Potassio tramite l’alimentazione (banane, spinaci, patate, avocado, finocchi) o l’integrazione.
  • Incrementa l’apporto idrico: Bere più acqua (30–40ml/kg di peso corporeo) segnala all’organismo di migliorare la compartimentalizzazione dell’acqua ed eliminare i liquidi in eccesso negli spazi extracellulari.
  • Bromelina:

La Bromelina è un rimedio naturale efficace per contrastare la ritenzione idrica nella fase luteale (giorni 15-28 del ciclo), ma non agisce come un classico diuretico forzato. Questo enzima, estratto principalmente dal gambo dell’ananas, contrasta il tipico gonfiore pre-mestruale intervenendo su microcircolazione, infiammazione e rallentamento digestivo provocati dal picco di progesterone.

Dosaggio: 2.000-10.000 GDU/die lontano dai pasti.

Meccanismo d’azione: degrada le strutture proteiche extracellulari che intrappolano i liquidi nei tessuti, facilitando il drenaggio linfatico di gambe e caviglie gonfie. Riduce l’eccessiva permeabilità dei vasi sanguigni, impedendo la fuoriuscita di liquidi che causa la ritenzione localizzata. Se presa in prossimità dei pasti, e dal momento che nella fase luteale la digestione rallenta, trattandosi di un enzima proteolitico, la Bromelina scinde le catene aminoacidi che compongono le proteine alimentari velocizzando lo svuotamento gastrico.

  • Vitamina B6 (Piridossina / P-5-P):

Dosaggio: 25–50 mg/die (spesso in sinergia con il Magnesio).

Meccanismo: Agisce come cofattore nella sintesi dei neurotrasmettitori e ha dimostrato una spiccata azione nel ridurre il gonfiore premestruale e la ritenzione di liquidi indotta dagli estrogeni.

  • Tè di Giava (noto anche come Orthosiphon o Baffo di Gatto)
Naturale Tè di Giava integratore alimentare Orthosiphon stamineus, 60 capsule, drenante e depurativo, beside a Gym Gear shaker, towel, and lifting belt in a gym

Il Tè di Giava è uno dei diuretici naturali più potenti per contrastare la ritenzione idrica nella fase Luteale.

Mentre la Bromelina agisce svuotando i tessuti congestionati grazie a un’azione antinfiammatoria, l’Orthosiphon lavora direttamente sui reni. Stimola l’escrezione di liquidi, sodio e cloro, contrastando l’azione dell’ormone Aldosterone che, sotto l’influsso del Progesterone, impenna la ritenzione idrica nei 14 giorni precedenti il ciclo.

Dosaggio: Generalmente dai 300mg ai 600mg al giorno di estratto secco titolato (in Sinensetina) .

Meccanismo d’azione: Il Progesterone stimola il riassorbimento del Sodio a livello renale. L’Orthosiphon ne forza l’escrezione urinaria, “sgonfiando” i tessuti. Incrementa sensibilmente il volume di urina prodotto senza però depauperare le riserve di Potassio dell’organismo, poiché la pianta stessa ne è naturalmente ricchissima.
A differenza del tè verde o nero, il Tè di Giava ha livelli quasi nulli di Caffeina (circa lo 0.04%). Questo evita l’eccitazione e l’aumento del Cortisolo in acuto, che peggiorerebbero la ritenzione e soprattutto l’irritabilità tipiche della sindrome premestruale (PMS).

  • Tarassaco ed Equiseto
Bottles labeled 500mg TARASSACO and 400mg EQUISETO, herbal dietary supplements, in a gym

Il Tarassaco e l’Equiseto costituiscono una delle coppie fitoterapiche più efficaci e bilanciate per gestire la ritenzione idrica nella fase Luteale.

Mentre il Tarassaco agisce come un diuretico diretto e depurativo del fegato (organo chiave per metabolizzare l’eccesso di estrogeni e Progesterone), l’Equiseto favorisce l’eliminazione dei liquidi garantendo al contempo un’azione di forte rimineralizzazione, evitando la spossatezza tipica del periodo pre-mestruale.

La combinazione di queste due piante risponde perfettamente alle alterazioni ormonali degli ultimi 14 giorni del ciclo:

  • Tarassaco (Azione Diuretica e Splancnica): Definito in francese “pissenlit” per le sue spiccate proprietà diuretiche, stimola la diuresi in modo rapido. Contiene elevate quantità di potassio, il che compensa la naturale perdita di minerali legata all’aumento delle minzioni. Inoltre, sostiene la funzione epatica, aiutando il corpo a smaltire i cataboliti ormonali che causano ritenzione.
  • Equiseto (Azione Drenante e Rimineralizzante): Conosciuto come Coda Cavallina, è straordinariamente ricco di silicio organico, calcio e potassio. Agisce come un diuretico volumetrico (aumenta l’acqua eliminata) senza intaccare l’equilibrio degli elettroliti. Il silicio stimola inoltre il microcircolo, prevenendo la sensazione di gambe pesanti e doloranti tipica dei giorni precedenti il ciclo.

Dosaggio: 500mg-1.5g di estratto secco di Tarassaco diviso durante la prima parte della giornata; 250-900mg di estratto secco di Equiseto diviso in due assunzioni giornaliere.

Per contrastare efficacemente l’accumulo di liquidi, il protocollo va attuato esclusivamente dal giorno 15 del ciclo fino alla comparsa del flusso mestruale.

L’efficacia terapeutica di questo protocollo richiede attenzione in presenza di determinate condizioni fisiche o patologie:

  • Problematiche Gastriche: Il Tarassaco stimola fortemente le secrezioni gastriche. È controindicato o da usare con estrema cautela in caso di gastrite, reflusso gastroesofageo o ulcera peptica.
  • Calcoli Biliari: Il Tarassaco ha un effetto coleretico (stimola la produzione di bile). Non va assunto se si soffre di ostruzione delle vie biliari o calcolosi senza parere medico.
  • Farmaci Diuretici o Cardioaspirina: Evitare l’assunzione concomitante con diuretici di sintesi (es. furosemide) o farmaci per la pressione per scongiurare cali pressori o squilibri di potassio.

2. Per il Contrasto al Calo Energetico e ai Craving

  • L-Triptofano o 5-HTP:
L-TRIPTOFANO 500 mg, 5-HTP 100 mg, and GYM bottles on a gym bench


Dosaggio: 100–300mg di 5-HTP (o 500mg-1.5g di L-Triptofano) a fine giornata.

Modalità esemplificative di applicazione integrativa:

  • Fase Follicolare (Giorni 1-14): Sospensione o dosaggio minimo. Gli estrogeni sono alti, l’umore è stabile e la fame nervosa è biologicamente ai minimi.
  • Fase Luteale (Giorni 15-28): Inizio dell’assunzione mirata. Si assume preferibilmente nel tardo pomeriggio (ore 17:00-18:00), il momento della giornata in cui i livelli di serotonina calano fisiologicamente e si scatena il picco di fame nervosa o il desiderio di dolci dopo cena.

Meccanismo d’azione: L-Triptofano e 5-HTP (5-Idrossitriptofano) [  quest’ultimo sintetizzato dal&nb sp;sistema nervoso centrale    a partire dall’amminoacido  L-Triptofano, attraverso l’azione dell’enzima  Triptofano Idrossilasi] riducono, con impatto d’ordine d’ifferente, la fame nervosa aumentando i livelli di Serotonina nel cervello, il neurotrasmettitore chiave per la regolazione dell’umore, del senso di sazietà e del controllo degli impulsi alimentari, in particolare verso alimenti glucidici e ricchi di zuccheri e grassi [vedi anche “altamente palatabili”].

Ricordiamoci che nella seconda metà del ciclo (giorni 15-28), i livelli di estrogeni calano rapidamente. Gli estrogeni stimolano normalmente la produzione e la stabilità della Serotonina nel cervello. Quando questi ormoni diminuiscono, si verifica un vero e proprio deficit biochimico di Serotonina.

Questo deficit si traduce nei classici sintomi della Sindrome Premestruale (PMS) tra i quali troviamo la “fame chimica” e craving di carboidrati/dolci (il cervello cerca gli zuccheri per stimolare l’Insulina, che a sua volta favorisce l’ingresso del Triptofano nel cervello per produrre Serotonina).

In fase luteale, lo stress percepito è maggiore e i livelli di Cortisolo tendono ad alzarsi. Il Cortisolo elevato attiva un enzima chiamato triptofano 2,3-diossigenasi (TDO), che devia il Triptofano alimentare verso un’altra via (la via della kynurenina), impedendogli di diventare Serotonina.

  • Il Triptofano integrato in dosi mirate tenta di saturare questa via per lasciarne una quota libera per il cervello.
  • Il 5-HTP ha un vantaggio decisivo in questa fase: non risente del blocco enzimatico Cortisolo-indotto. Salta l’enzima TDO e si converte direttamente in Serotonina nel cervello, spegnendo la fame nervosa da stress ormonale in modo molto più rapido.

Inoltre, il Progesterone, alto nella fase luteale, stimola l’appetito a livello ipotalamico per preparare il corpo a una potenziale gravidanza (aumentando il dispendio energetico basale). Elevando i livelli di Serotonina con 5-HTP o Triptofano, si attivano i recettori 5-HT2C nell’ipotalamo. Questo segnale contrasta la spinta iperfagica del Progesterone, ripristinando il normale senso di sazietà precoce durante i pasti.

Ovviamente, gran parte della fame nervosa pre-mestruale non è dettata da vera necessità calorica, ma dalla ricerca di un effetto sedativo o compensatorio contro l’ansia e la tristezza. L’aumento di Serotonina migliora il tono dell’umore nei giorni critici precedenti il flusso, eliminando il bisogno psicologico di usare il cibo come “automedicazione”.

Interazioni farmacologiche: le interazioni farmacologiche del 5-HTP e del Triptofano sono classificate come maggiori e potenzialmente gravi. Poiché entrambe le sostanze aumentano direttamente la produzione di Serotonina nel sistema nervoso centrale, il rischio principale legato alle loro interazioni è lo sviluppo della sindrome serotoninergica, un’emergenza medica causata da un eccesso tossico di Serotonina nel cervello.

Le interazioni comprendono le seguenti classi di farmaci:

Farmaci Antidepressivi (Controindicazione Assoluta)

La combinazione con molecole che aumentano la permanenza o la produzione di serotonina crea un effetto cumulativo pericoloso.

  • SSRI (Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): es. Fluoxetina, Sertraline, Citalopram, Paroxetina.
  • SNRI (Inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina): es. Venlafaxina, Duloxetina.
  • Triciclici: es. Clomipramina, Amitriptilina.
  • iMAO (Inibitori delle monoamino ossidasi): es. Tranilicipromina, Moclobemide. L’uso concomitante con iMAO blocca la degradazione della serotonina, esponendo al massimo rischio di crisi ipertensive gravi.

-Farmaci per l’Emicrania (Triptani)

I Triptani agiscono stimolano direttamente i recettori della Serotonina per costringere i vasi sanguigni cerebrali.

  • Molecole interessate: Sumatriptan, Zolmitriptan, Rizatriptan.
  • Effetto: L’associazione con 5-HTP o Triptofano amplifica la stimolazione recettoriale, aumentando il rischio di vasocostrizione eccessiva e sindrome serotoninergica.

-Analgesici Oppioidi Centrali

Alcuni antidolorifici ad azione centrale possiedono proprietà intrinseche di inibizione della ricaptazione della serotonina.

  • Molecole interessate: Tramadolo, Meperidina, Pentazocina.
  • Effetto: La combinazione ne innalza bruscamente i livelli sinaptici.

-Antibiotici Specifici (Linezolid)

  • Il Linezolid è un antibiotico utilizzato per infezioni gravi che agisce anche come un debole inibitore reversibile delle MAO (iMAO). Non deve mai essere associato a precursori della serotonina per evitare tossicità neurologica.

-Farmaci per il Parkinson (Carbidopa)

  • La Carbidopa blocca la conversione periferica del 5-HTP, aumentandone la quota che arriva al cervello. Questa interazione può causare un eccesso di serotonina e, in rari casi documentati, alterazioni cutanee infiammatorie simili alla sclerodermia.

-Destrometorfano (Antitussivi comuni)

  • Presente in molti sciroppi per la tosse da banco, il destrometorfano ha proprietà serotoninergiche. L’uso con 5-HTP o Triptofano richiede estrema cautela.

Interazione 5-HTP + Triptofano insieme: Anche l’assunzione simultanea dei due integratori è considerata un’interazione maggiore da evitare. Sovrapporre due molecole della stessa catena metabolica sovraccarica il sistema senza apportare benefici reali, aumentando solo gli effetti collaterali gastrici (nausea, reflusso).


  • Relora®

La Relora® è un complesso brevettato a base di estratti vegetali specificamente formulato per contrastare lo stress, l’ansia e la fame nervosa.

A differenza del 5-HTP o del Triptofano, che agiscono aumentando direttamente la Serotonina, la Relora riduce l’appetito emotivo modulando l’Asse HPA e normalizzando i livelli di Cortisolo, l’ormone che, se elevato, spinge il corpo a cercare cibi grassi e zuccheri.

Il brevetto si compone di una sinergia standardizzata di due cortecce utilizzate da secoli nella Medicina Tradizionale Cinese:

  • Magnolia (Magnolia officinalis): Contiene due potenti principi attivi, l’Onochiolo e il Magnololo, noti per le loro proprietà rilassanti, ansiolitiche e di rilassamento muscolare.
  • Sughero dell’Amur (Phellodendron amurense): Ricco di Berberina, una molecola ampiamente studiata per il supporto alla regolazione della glicemia e per la sensibilità all’insulina.

Meccanismo d’azione: La Relora agisce come un adattogeno non sedativo, permettendo di gestire l’ansia diurna senza causare sonnolenza:

  1. Abbassamento del Cortisolo: Studi clinici dimostrano che l’assunzione di Relora può ridurre i livelli di cortisolo salivare fino al 18% in soggetti moderatamente stressati. Meno cortisolo significa un segnale biologico interrotto verso l’accumulo di grasso addominale e la fine del craving di zuccheri.
  2. Modulazione dei Recettori GABA: I principi attivi della Magnolia si legano ai recettori GABA-A nel cervello, simulando l’effetto calmante dei neurotrasmettitori rilassanti. Questo disinnesca l’ansia immediata e la tensione emotiva che portano all’abbuffata compensatoria (binge eating).
  3. Controllo Glicemico e della Sazietà: Grazie alla presenza di Berberina, aiuta a stabilizzare i livelli di glicemia ematica. Evitando possibili fluttuazioni glicemiche, riduce drasticamente gli attacchi improvvisi di fame.

La Relora trova un’ottima applicazione nella gestione dei sintomi della Sindrome Premestruale (PMS):

  1. Contrasta l’irritabilità: Riduce i parametri di rabbia, stanchezza e confusione tipici del crollo degli estrogeni nei giorni precedenti il flusso.
  2. Blocca lo stress-eating da Progesterone: Il Progesterone aumenta la suscettibilità allo stress; la Relora agisce da scudo ormonale protettivo eliminando la ricerca di “comfort food”.

Dosaggi: i dosaggi comunemente impiegati negli studi e nei prodotti in commercio prevedono:

Interazioni Farmacologiche: Pur non agendo direttamente sulle vie della Serotonina come il 5-HTP, è raccomandata cautela e il parere del medico se si assumono psicofarmaci, ansiolitici (benzodiazepine) o antidepressivi, per evitare un potenziamento eccessivo dell’effetto rilassante.

  • Diidroberberina [DHB]
Struttura molecolare di Diidroberberina [DHB]

La Diidroberberina rappresenta l’evoluzione di sintesi della Berberina classica poiché vanta una biodisponibilità fino a 5 volte superiore e, richiedendo dosaggi molto più bassi, azzera o quasi i possibili comuni effetti collaterali gastrointestinali (come crampi, diarrea o stitichezza).

Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti le mestruazioni), il picco di Progesterone altera la normale sensibilità all’Insulina. Molte donne sperimentano una transitoria resistenza insulinica periferica: le cellule subiscono una alterazione nell’uptake di glucosio, i livelli glicemici subiscono brusche oscillazioni e il cervello, percependo una non sussistente carenza di energia, risponde scatenando un desiderio incontrollabile di carboidrati e zuccheri raffinati.

  • Attivazione dell’enzima AMPK: Definita un “mimo dell’esercizio fisico”, la DHB attiva la proteina chinasi AMP-attivata (AMPK). Questo processo forza le cellule muscolari a catturare il glucosio circolante senza sovraccaricare il pancreas, stabilizzando istantaneamente la glicemia.
  • Stimolazione del GLP-1: La DHB favorisce la secrezione endogena di GLP-1 (l’ormone della sazietà secreto dall’intestino). L’aumento di GLP-1 rallenta lo svuotamento gastrico e invia un segnale di appagamento biologico all’ipotalamo, spegnendo la ricerca compulsiva di cibo.
  • Modulazione dell’Insulina: Riducendo l’iperinsulinemia tipica della seconda metà del ciclo, impedisce i successivi “crolli ipoglicemici reattivi”, che sono i veri responsabili degli attacchi di fame chimica pre-mestruale.

A differenza della Berberina standard (che richiede 500-1500mg frazionati), il brevetto standardizzato di Diidroberberina (spesso commercializzato come GlucoVantage®) è efficace a dosaggi ridotti:

Interazioni farmacologiche: la Diidroberberina ha un impatto metabolico sovrapponibile a quello di alcuni farmaci:

  • Inibitori del CYP450: La Berberina inibisce alcuni enzimi epatici (come il CYP3A4), potendo aumentare la concentrazione ematica di farmaci concomitanti (es. alcune statine o sedativi).
  • Farmaci Ipoglicemizzanti: Non deve mai essere associata a farmaci per il diabete o per l’insulino-resistenza come la Metformina a meno di prescrizioni specifiche dello specialista, e quindi senza stretto controllo medico, a causa del rischio sinergico di ipoglicemia.
  • Myo-inositolo e Cromo Picolinato
Molecular models labeled Myo-inositolo and Cromo Picolinato

La combinazione di Myo-inositolo e Cromo Picolinato è una delle strategie più solide e sicure per gestire la sensibilità all’insulina, i blocchi metabolici e i craving di zuccheri nella fase luteale.

Mentre molecole più potenti come la diidroberberina o la berberina agiscono con un meccanismo quasi sovrapponibile a quello dei farmaci e presentano diverse controindicazioni, l’associazione di Myo-inositolo (un composto naturale appartenente alla famiglia delle vitamine del gruppo B) e Cromo (un minerale traccia essenziale) lavora come un nutraceutico di supporto fisiologico, ideale anche per l’uso sul lungo periodo.

Meccanismo d’azione: la combo Myo-Inositolo/Cromo Picolinato interviene su due livelli cellulari distinti:

1. Cromo Picolinato: Il “Chiavistello” del Recettore

  • Il cromo è il componente fondamentale del Fattore di Tolleranza al Glucosio (GTF).
  • Agisce all’esterno della cellula: si lega al recettore dell’insulina e ne amplifica l’attività, permettendo all’ormone di legarsi in modo più efficace.
  • Aumenta l’espressione dei trasportatori GLUT4 sulla superficie cellulare, facilitando l’ingresso del glucosio nel muscolo anziché lo stoccaggio nel tessuto adiposo.

2. Myo-Inositolo: Il “Messaggero” Intracellulare

  • Agisce all’interno della cellula come secondo messaggero (sotto forma di inositolo-fosfoglicano).
  • Una volta che l’insulina si è legata al recettore, il Myo-inositolo traduce il segnale chimico in un’azione pratica, dicendo alla cellula di consumare quel glucosio per produrre energia (glicolisi).
  • A livello ovarico, migliora la qualità ovocitaria e regolarizza il ciclo, motivo per cui è il gold standard nel trattamento della PCOS (Sindrome dell’Ovaio Policistico).

Per contrastare la ritenzione, la fame nervosa e la stanchezza pre-mestruale, i dosaggi standard della letteratura scientifica prevedono:

  • Sicurezza e Vantaggi Rispetto alla Berberina
  1. Tollerabilità Gastrointestinale Eccellente: Non causa i disturbi intestinali (diarrea, crampi) spesso tipici della Berberina classica.
  2. Supporto Neurochimico: Il Myo-inositolo è coinvolto anche nella segnalazione della Serotonina; pertanto, oltre all’effetto metabolico sulla glicemia, esercita un blando effetto positivo sul tono dell’umore e sull’ansia pre-mestruale.
  • Creatina Monoidrato

La Creatina Monoidrato è un integratore altamente strategico durante la fase luteale, non solo per la performance sportiva ma anche per contrastare i tipici sintomi neurologici, l’affaticamento mentale e la spossatezza della sindrome premestruale (PMS).

Ovviamente, la Creatina non peggiora la ritenzione idrica extra-cellulare (quella che fa sentire gonfie e pesanti in fase luteale), ma favorisce un’idratazione intra-cellulare benefica per il muscolo e per il cervello.

Meccanismo d’azione: Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti il ciclo), i livelli di estrogeni e progesterone subiscono repentine oscillazioni. Questo impatta direttamente sulla sintesi e sulla biodisponibilità della creatina endogena. Gli studi scientifici dimostrano che l’efficacia e il fabbisogno di Creatina nella donna sono strettamente legati alle fasi ormonali:

1. Contrasto alla Spasticità Uterina e ai Crampi

I livelli elevati di progesterone aumentano il catabolismo proteico e possono ridurre l’efficienza energetica muscolare. La creatina ripristina rapidamente le riserve di ATP (energia cellulare), aiutando a gestire meglio la fatica muscolare e riducendo l’intensità dei crampi della fase pre-mestruale e mestruale.

2. Supporto Neurologico e contro il “Brain Fog”

Il crollo degli estrogeni riduce la disponibilità di creatina nel lobo frontale del cervello, l’area deputata al controllo dell’umore, della cognizione e del sonno. L’integrazione di creatina in questa fase:

  • Migliora la lucidità mentale e riduce la nebbia cognitiva (brain fog).
  • Allevia i sintomi di stanchezza mentale legati alla privazione del sonno, molto comune nella settimana pre-mestruale.
  • Supporta il tono dell’umore contrastando i sintomi depressivi transitori della PMS.

3. Ritenzione Idrica: Facciamo Chiarezza

Molte donne temono la creatina per paura di gonfiarsi. In realtà, la ritenzione indotta dalla fase luteale è extra-cellulare (liquidi che ristagnano nei tessuti cutanei a causa dell’aldosterone). La creatina, invece, richiama acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intra-cellulare). Questo processo:

  • Rende il muscolo visivamente più tonico, non “gonfio d’acqua”.
  • Migliora lo stato idrico generale dell’organismo, aiutando paradossalmente a smuovere i liquidi stagnanti extra-cellulari se abbinata a un corretto apporto idrico.

Per trarre il massimo beneficio dalla creatina in relazione al ciclo mestruale, la scienza suggerisce un approccio cronico anziché l’assunzione occasionale:

Nota sulla ciclicità: Sebbene sia ideale assumerla continuativamente per tutto il mese per mantenere saturate le riserve muscolari e cerebrali, alcune atlete aumentano il dosaggio da 3g a >>5g specificamente durante la fase luteale per massimizzare il supporto cognitivo e contrastare il picco di stanchezza.

Cosa concludere dei modelli preparatori basati sul ciclo mestruale?

Pianificare la preparazione sul ciclo mestruale significa lavorare con il proprio corpo e non per schemi universali prefissati, come già accennato in precedenza. Non significa stravolgere i fondamentali del bodybuilding (sovraccarico progressivo, quota proteica, costanza), ma significa modularne l’intensità e il timing dei nutrienti secondo feedback soggettivi [quindi variabili individuali] per progredire costantemente alla massima efficienza possibile.

La variabile della Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica [“vecchia” Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS)]

La Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS) [da maggio 2026, attraverso un consenso globale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, viene denominata ufficialmente Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica, nota a livello internazionale con l’acronimo PMOS (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome)] influenza la preparazione di una bodybuilder attraverso una complessa interazione ormonale che agisce come un’arma a doppio taglio, offrendo un potenziale vantaggio nella costruzione della massa muscolare ma ostacolando severamente la perdita di grasso e il recupero. La gestione del percorso agonistico richiede una calibrazione accurata della dieta, dell’allenamento contro-resistenza, delle sessioni cardio e dello stress endocrino per aggirare la flessibilità metabolica ridotta tipica della patologia.

  • Impatto sulle Prestazioni e sulla Crescita (Off-Season)

L’ambiente endocrino della PMOS altera i normali feedback ipertrofici del Bodybuilding

  • Sviluppo muscolare accelerato: I livelli basali più elevati di Testosterone libero e la disregolazione androgenica facilitano l’espressione della forza massimale. Questo permette guadagni di massa magra significativi durante le fasi di surplus calorico rispetto alle atlete eugonadiche.
  • Resistenza anabolica periferica: L’insulino-resistenza associata ostacola la corretta veicolazione/ripartizione dei macronutrienti e, quindi, degli aminoacidi nel miocita, richiedendo strategie alimentari specifiche per sfruttare l’induzione dell’ipertrofia.
  • Impatto sulla Definizione (Cut o Contest Prep)

La fase di cutting rappresenta la sfida principale per l’atleta affetta da PMOS:

  • Blocco del dimagrimento: L’iperinsulinemia cronica agisce come un potente alteratore della lipolisi. Il corpo tende a preservare il tessuto adiposo, specialmente nella zona viscerale e addominale, riducendo l’efficienza mobilitatoria dei deficit calorici standard.
  • Ritenzione idrica e infiammazione: Gli sbalzi nel rapporto estrogeni/progesterone, uniti a livelli cronici di infiammazione sistemica di basso grado, causano forte ritenzione extracellulare. Questo ostacola la valutazione oggettiva della condizione muscolare (“look” velato sul palco o in spiaggia).
  • Strategie di Gestione della Preparazione

La preparazione di una atleta con PMOS non può seguire i protocolli standard basati su restrizioni estreme e cardio estenuante.

1. Manipolazione dei Carboidrati e Macronutrienti

  • Fonti di CHO a lento assorbimento: Prediligere fonti di carboidrati complessi ricchi di fibre per regolare meglio la glicemia ed evitare fluttuazioni glicemiche controproducenti in un ambiente metabolico tendenzialmente IR.
  • Timing strategico: Concentrare la quota maggiore di carboidrati esclusivamente nella finestra peri-workout, sfruttando la traslocazione insulino-indipendente dei trasportatori GLUT-4 indotta dalla contrazione muscolare.
  • Grassi salubri: Mantenere un apporto lipidico controllato ma denso di acidi grassi essenziali [Omega-3] per mitigare lo stato infiammatorio.

2. Programmazione del Cardio e dell’Allenamento in sala pesi

  • Cardio a bassa intensità (LISS): Evitare sessioni estenuanti di corsa o circuiti metabolici ad altissimo impatto. Scegliere camminate in pendenza sul tapis roulant o Byke senza stressare il sistema nervoso.
  • Allenamento contro resistenze denso: Sessioni di sollevamento pesi intense e concentrate, mantenendo un volume totale gestibile per non eccedere nella risposta stressogena endocrina.
Scheda esemplificatica per una Bodybuilder con PMOS (Upper/Lower Split)

3. Monitoraggio e gestione dello Stress

  • Un eccesso di stress psicofisico (tipico delle ultime settimane di prep o Cut ) aumenta il Cortisolo in cronico, il quale peggiora direttamente l’insulino-resistenza e altera il dimagrimento.
  • Integrare protocolli di scarico periodici strutturati ed assicurare una qualità del sonno impeccabile per supportare i processi metabolici.

4. Integrazione Specifica per la Sensibilità Insulinica

  • Inositolo (Myo-inositolo e/o D-chiro-inositolo): ottimo per migliorare la funzionalità dei recettori insulinici a livello cellulare.
  • Diidroberberina e/o Acido R-Alfa-Lipoico: Supporti metabolici utili per migliorare l’IR e la stabilità della glicemia ematica durante le fasi di carico dei carboidrati.
  • Omega-3 e Antiossidanti: Utilizzo costante di acidi grassi EPA/DHA e Coenzima Q10 per modulare l’infiammazione sistemica ovarica e tissutale.

La Metformina è un farmaco ipoglicemizzante/insulino-sensibilizzante ampiamente utilizzato “off-label” nella gestione della Sindrome dell’Ovaio Policistico (PMOS), mirato principalmente a contrastare l’insulino-resistenza che colpisce fino all’80% delle donne affette da questa condizione. Sebbene sia nata come farmaco di prima scelta per il diabete di tipo 2, la sua capacità di migliorare l’azione dell’Insulina si traduce in significativi benefici ormonali, riproduttivi e metabolici per le pazienti con PMOS.

  • Migliora la sensibilità periferica all’insulina (specialmente nei muscoli e nel fegato).
  • Riduce la produzione di glucosio da parte del fegato.
  • Abbassa i livelli di androgeni circolanti, riducendo di conseguenza i sintomi dell’iperandrogenismo.
  • Ripristino del ciclo mestruale e dell’ovulazione: Riducendo i livelli di insulina e androgeni, favorisce la maturazione dei follicoli e la regolarità del ciclo, migliorando la fertilità naturale.
  • Gestione del peso corporeo: Supporta la perdita di peso e la riduzione del grasso viscerale, contrastando la tendenza al sovrappeso tipica della sindrome.
  • Riduzione di acne e irsutismo: Il calo degli ormoni maschili attenua la crescita di peli superflui e le manifestazioni cutanee.
  • Protezione metabolica a lungo termine: Riduce il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, sindrome metabolica e problematiche cardiovascolari nel tempo.
  • La Ripartizione dei Macronutrienti in un piano alimentare di una BodyBuilder con PMOS

La composizione dei pasti deve rispettare precise priorità biologiche per l’atleta con PMOS:

  • Proteine (“Alte” e Costanti): Mantenerle stabili a circa 2.2 – 2.5g per kg di massa magra. Hanno un alto potere saziante, un elevato effetto termogenico (TEF) e preservano i muscoli dal catabolismo in prep e Cut. Prediligere fonti magre ad alto valore biologico (pollo, albumi, merluzzo, isolati del siero ecc…).
  • Grassi (Controllati e Qualitativi): Non scendere mai sotto lo 0.8g per kg per non penalizzare ulteriormente la produzione ormonale (già alterata nella PMOS). Scegliere grassi monoinsaturi e polinsaturi (olio d’oliva, avocado, salmone, integratore di Omega-3 ) che aiutano a regolare l’infiammazione di basso grado.
  • Carboidrati (Selettivi): La quota rimanente delle calorie va ai carboidrati. Devono essere preferibilmente a lento assorbimento, ricchi di fibre (verdure a foglia verde insieme ai cereali raffinati se si hanno particolari problemi con carichi di fibre importanti, cereali integrali, legumi se tollerati).

Ovviamente tenere conto anche:

  • Associazione Fissa: Non consumare carboidrati da soli. Associarli sempre a una quota di proteine e grassi sani per rallentare lo svuotamento gastrico e regolarizzare la soglia glicemica ematica.
  • L’importanza delle Fibre: Consumere ai pasti principali una porzione di verdura fibrosa (es. finocchi, zucchine, insalata). Importanti per il microbiota e la regolazione dell’assorbimento della componente glucidica del pasto.
  • Frequenza dei Pasti: Non esiste una regola aurea, sebbene una media di 4 o 5 pasti ben distanziati (ogni 3.5 – 4 ore) permette una digestione ottimale e una glicemia basale stabile.

Le donne con PMOS hanno un rischio significativamente maggiore di soffrire di craving (desiderio compulsivo di cibo), in particolare verso i carboidrati raffinati e ricchi di grassi. Nelle atlete di bodybuilding questo fenomeno è amplificato dallo stress metabolico della restrizione calorica e richiede una comprensione dei meccanismi biologici per essere arginato.

L’insulino-resistenza, presente in circa l’80% delle donne con PMOS, altera l’ingresso del glucosio nelle cellule. Il corpo secerne quindi quantità massicce di Insulina per compensare. Questo picco ematico può causare alterazioni sensibili della glicemia ematica le quali, percepite a livello celebrale, percependo una carenza di energia cellulare, inviano un segnale d’emergenza immediato: il craving di zuccheri semplici e grassi per rialzare la glicemia e la disponibilità energetica.

La PMOS altera la produzione e la sensibilità alla Leptina (l’ormone che segnala la sazietà) e alla Grelina (l’ormone della fame). Anche dopo un pasto caloricamente e volumetricamente adeguato, i recettori cerebrali non ricevono correttamente il segnale di “pienezza”, lasciando l’atleta in uno stato di appetito perenne e insoddisfazione biologica e psicologica.

Inoltre, livelli elevati di Testosterone libero e altri androgeni stimolano direttamente i centri dell’appetito situati nell’ipotalamo. Questo neuro-squilibrio aumenta la suscettibilità verso i cibi altamente palatabili (ricchi di grassi e zuccheri).

Infine, la restrizione calorica forzata della contest prep o del Cut, unita agli sbalzi d’umore tipici della PCOS, abbassa i livelli di Serotonina. Il corpo cerca di compensare questa carenza richiedendo carboidrati, i quali causano condizioni metabolico-ematiche favorevoli al passaggio attraverso la barriera ematoencefalica di elevate quantità di Triptofano permettendo così una maggiore sintesi potenziale di Serotonina.

Schema alimentare esemplificativo per una Bodybuilder con PMOS

Pillola anticoncezionali e possibili impatti su prestazione e composizione corporea

  • Introduzione al farmaco
Cerazette, Microgynon 30, Yasmin, and Evra contraceptive products

Le pillole contraccettive orali (OCP), note anche come pillole anticoncezionali, sono farmaci assunti per via orale a scopo contraccettivo. L’introduzione della pillola anticoncezionale (“la pillola”) nel 1960 ha rivoluzionato le opzioni contraccettive, suscitando un acceso dibattito nella letteratura scientifica e sociale e nei media.

Sono ampiamente disponibili due tipi di pillole contraccettive orali femminili, da assumere una volta al giorno:

  • La pillola contraccettiva orale combinata contiene estrogeni e un progestinico; comunemente nota come “la pillola”.
  • La pillola a base di solo progestinico, comunemente nota come “minipillola”.

Se assunta correttamente (secondo le indicazioni del medico), ha un’efficacia del 99%. Se assunta in modo tipico, l’efficacia è del 91%, principalmente a causa della scarsa aderenza al dosaggio giornaliero raccomandato. Gli effetti collaterali della pillola possono includere mal di testa, vertigini, nausea, dolore al seno, sbalzi d’umore, acne (sebbene possa anche contribuire a ridurre l’acne, insieme ad alcuni tipi di cancro e altre fonti di rischio medico) e gonfiore.

Una pillola offre il vantaggio di dover essere assunta solo una volta alla settimana:

  • Ormeloxifene, un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni.
Struttura molecolare del Levonorgestrel

Le pillole contraccettive d’emergenza (“pillole del giorno dopo”) si assumono al momento del rapporto sessuale o entro pochi giorni successivi:

  • Levonorgestrel, venduto con il nome commerciale Plan B.
  • Ulipristal Acetato.
  • Mifepristone e Misoprostolo, se usati in combinazione, sono efficaci per oltre il 95% durante i primi 50 giorni di gravidanza.

Effetti collaterali

  1. Cancro al seno: gli studi dimostrano un rischio maggiore di cancro al seno tra le utilizzatrici di contraccettivi ormonali (in particolare la pillola anticoncezionale) rispetto alle non utilizzatrici. Questo studio ha anche specificamente menzionato che è l’estrogeno a svolgere un ruolo nello sviluppo del cancro al seno, mentre il ruolo del progestinico non è ancora chiaro.
  2. Ictus: l’ictus è considerato un altro effetto collaterale dei contraccettivi ormonali e, soprattutto, della pillola anticoncezionale, in particolare durante il primo anno di utilizzo.
  3. Depressione: le evidenze dimostrano che l’uso di contraccettivi orali è associato a un aumento del rischio di depressione. Sebbene il rischio diminuisca con la continuazione dell’assunzione, rimane comunque un rischio maggiore di depressione sia tra le utilizzatrici che tra le non utilizzatrici di contraccettivi orali.
  • Meccanismo d’azione

La pillola anticoncezionale previene la gravidanza principalmente bloccando l’ovulazione, ispessendo il muco cervicale e assottigliando l’endometrio. Sfrutta ormoni sintetici per modificare il ciclo riproduttivo naturale alterando la funzionalità/fisiologia dell’Asse HPG.

I tre meccanismi d’azione

  • Blocco dell’ovulazione: Gli ormoni bloccano i segnali del cervello (FSH e LH) diretti alle ovaie. Nessun ovulo viene fatto maturare o rilasciato. Senza ovulo, la fecondazione è impossibile.
  • Ispessimento del muco cervicale: Il muco sul collo dell’utero diventa molto denso e vischioso. Questa barriera fisica impedisce agli spermatozoi di risalire verso l’utero.
  • Assottigliamento dell’endometrio: La mucosa che riveste l’utero rimane sottile. Se un ovulo venisse rilasciato e fecondato, non troverebbe l’ambiente adatto per impiantarsi.

Differenze in base al tipo di pillola

L’efficacia e il meccanismo variano leggermente a seconda del tipo di farmaco utilizzato.

Il “falso” ciclo mestruale

I blister tradizionali contengono 21 pillole attive e 7 pillole placebo (o una pausa di 7 giorni). Durante i giorni di sospensione, il calo ormonale provoca l’emorragia da sospensione. Non si tratta di una vera mestruazione, ma di un sanguinamento indotto dalla mancanza di ormoni.

E’ utile ricordare che la pillola anticoncezionale sopprime l’Asse HPG (ipotalamo-ipofisi-gonadi/ovaie) attraverso un meccanismo di feedback negativo. Gli ormoni sintetici contenuti nel farmaco ingannano il cervello, facendogli credere che i livelli ormonali siano già sufficientemente alti.

La soppressione dell’HPGA avviene attraverso il:

  1. Blocco dell’ipotalamo: Gli ormoni della pillola (estrogeni e progestinici) inibiscono il rilascio del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine) da parte dell’ipotalamo.
  2. Blocco dell’ipofisi: Senza lo stimolo del GnRH, l’ipofisi anteriore smette di secernere l’FSH e l’LH.
  3. Inattività delle gonadi (ovaie): La mancanza di FSH impedisce la maturazione dei follicoli ovarici. L’assenza del picco di LH impedisce l’ovulazione. Le ovaie entrano in uno stato di temporaneo “riposo” o “menopausa artificiale”.
Diagramma in italiano sul ciclo ormonale normale e la soppressione dell’asse HPG con pillola anticoncezionale.

Le conseguenze della soppressione dell’Asse HPG sono:

  1. Livelli ormonali endogeni piatti: La produzione naturale di estradiolo e progesterone da parte delle ovaie crolla a livelli minimi e costanti.
  2. Ciclo artificiale: I livelli ormonali non oscillano più come in un ciclo naturale. Le fluttuazioni naturali vengono sostituite dall’apporto costante della pillola.
  3. Reversibilità: La soppressione è temporanea. Nella maggior parte dei casi, la sospensione della pillola permette all’asse HPG di riattivarsi autonomamente entro poche settimane o mesi.
  • Impatto potenziale su prestazione e composizione corporea

L’uso della pillola anticoncezionale influisce sulla prestazione e sulla composizione corporea di una bodybuilder principalmente riducendo la quota di Testosterone libero nel sangue e alterando la gestione dei liquidi extracellulari, pur mantenendo un impatto complessivamente neutro sulla forza massimale. Di fatto, la pillola non impedisce la crescita muscolare o il dimagrimento, ma rende l’ottimizzazione estetica e prestativa più complessa a causa di specifici meccanismi ormonali.

Effetti sulla composizione corporea

L’assunzione della pillola influisce sui parametri estetici e strutturali attraverso tre canali principali:

  • Sintesi della massa magra più complessa: Gli estrogeni esogeni stimolano il fegato a produrre maggiori quantità di SHBG (Globulina legante gli ormoni sessuali). Questa proteina si lega al testosterone, riducendo la quota di ormone libero utilizzabile dai recettori muscolari per l’ipertrofia. Alcuni studi indicano che chi assume la pillola ottiene guadagni di massa magra leggermente inferiori rispetto a chi si allena senza contraccettivi.
  • Ritenzione idrica extracellulare: Gli estrogeni contenuti nei contraccettivi stimolano la secrezione di aldosterone. Questo ormone aumenta il riassorbimento renale di sodio, portando all’accumulo di liquidi nei tessuti. Nel bodybuilding, questo fenomeno può “appannare” la definizione muscolare.
  • Accumulo e ridistribuzione del grasso: La pillola non causa un aumento diretto della massa grassa. Tuttavia, la parziale soppressione dell’ovulazione e l’effetto di determinati progestinici possono alterare la sensibilità all’insulina o stimolare l’appetito attraverso l’ipotalamo. Questo può rendere più faticosa la fase di “cut” (definizione).

Effetti sulla prestazione sportiva

Le variazioni nei livelli ormonali sintetici modificano la risposta all’allenamento ad alta intensità:

  • Forza e potenza stabili: La letteratura scientifica concorda sul fatto che la forza massima e la capacità contrattile del muscolo non subiscono cali significativi a causa del farmaco.
  • Termoregolazione alterata: I contraccettivi orali tendono a innalzare leggermente la temperatura corporea basale. Questo fattore può anticipare l’affaticamento durante sessioni di allenamento molto intense o in ambienti caldi.
  • Recupero e infiammazione: L’uso della pillola può associarsi a un incremento cronico dei livelli di cortisolo. Una gestione attenta del riposo e della nutrizione diventa quindi essenziale per evitare stati di sovrallenamento.

L’importanza della formulazione e l’androgenicità

Non tutte le pillole agiscono allo stesso modo. L’impatto finale dipende fortemente dal tipo di progestinico utilizzato, che si divide in base al suo indice di androgenicità: [1]

  1. Progestinici ad alta androgenicità (es. levonorgestrel): Hanno una struttura simile al testosterone. Possono limitare meno la sintesi muscolare, ma presentano maggiori rischi di effetti collaterali virilizzanti (es. acne).
  2. Progestinici anti-androgenici (es. drospirenone, ciproterone acetato): Contrastano i recettori degli androgeni. Aiutano a ridurre drasticamente la ritenzione idrica, ma rendono ancora più complessa la crescita muscolare e possono ridurre i livelli di IGF-1.

In ambito agonistico o di alta prestazione, la scelta del contraccettivo richiede una profonda personalizzazione ginecologica, valutando con esami ormonali preventivi la formulazione che meglio bilancia le esigenze di salute con gli obiettivi estetici della atleta.

La superiorità della HRT [hormone replacement therapy] all’uso della pillola anticoncezionale

Soprattutto se parliamo di atlete e di prestazione sportiva e composizione corporea nel bodybuilding, la Terapia Ormonale Sostitutiva (HRT/TRT) con Testosterone, Estradiolo transdermico, DHEA e Progesterone transdermico è nettamente superiore rispetto all’uso della pillola anticoncezionale.

Four tubes labeled Testosterone 2%, Estradiol 0.1%, DHEA 10%, and Progesterone 5%.

Mentre la pillola introduce ormoni sintetici che sopprimono l’asse HPG e riducono gli androgeni liberi, la HRT con ormoni bioidentici mira a ripristinare o ottimizzare i livelli fisiologici esatti di Testosterone, E2, DHEA [Androstenedione, E1 e E3] e Progesterone [Allopregnanolone]. Questo elimina gli svantaggi metabolici e psicofisici dei contraccettivi orali.

L’aggiunta di DHEA e del Progesterone bioidentico alla terapia con Testosterone ed Estradiolo rende questo protocollo ancora più completo e superiore dal punto di vista della composizione corporea, del recupero cellulare e della salute generale di una bodybuilder.

Mentre l’accoppiata Testosterone/Estradiolo [sebbene quest’ultimo può essere considerato opzionale per la presenza del Testosterone e del DHEA] si occupa principalmente dell’anabolismo diretto, l’inclusione di DHEA e Progesterone ricrea lo spettro ormonale fisiologico perfetto, ottimizzando la gestione dello stress, del sonno e della ritenzione idrica.


  • Perché la HRT è superiore nel bodybuilding femminile?

L’accoppiata di testosterone ed estradiolo bioidentici offre vantaggi biologici insostituibili per un’atleta:

[HRT Bioidentica] ──> Livelli Ormonali Lineari (No picchi/crolli) ──> Massima Affinità Recettoriale ──> Sintesi Proteica Ottimale.
[DHEA] ──────> Supporto surrenale, spinta metabolica e recupero neurale
[PROGESTERONE] ──> Antagonista dell’aldosterone, ottimizzazione del sonno profondità e SNC

  • Testosterone libero ottimizzato: La HRT fornisce testosterone che non viene neutralizzato da picchi di SHBG indotti dalla pillola. Il testosterone libero si lega direttamente ai recettori androgeni muscolari, promuovendo una sintesi proteica e un recupero nettamente superiori.
  • Presenza dell’Estradiolo bioidentico (E2): L’estradiolo non è un “nemico” nel bodybuilding. Se mantenuto nei range fisiologici, l’estradiolo è altamente anabolico: protegge le articolazioni, migliora la sensibilità all’insulina, favorisce la salute ossea e stimola i recettori del glucosio nel muscolo. La pillola sostituisce l’estradiolo con l’etinilestradiolo, che non ha le stesse proprietà protettive a livello muscolo-tendineo.
  • DHEA (Deidroepiandosterone): È il precursore di tutti gli ormoni sessuali. Nel bodybuilding, agisce come potente neurosteroide e modulatore del sistema immunitario. Aiuta a ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress che distrugge la massa muscolare), migliora la sensibilità all’insulina, aumenta la densità ossea e favorisce l’utilizzo dei grassi a scopo energetico (lipolisi).
    Progesterone Bioidentico: A differenza dei progestinici sintetici della pillola (che causano ritenzione), il progesterone naturale agisce come un diuretico naturale. Antagonizza i recettori dell’aldosterone, aiutando l’atleta a eliminare l’acqua extracellulare e a ottenere un aspetto muscolare più “duro” e definito. Inoltre, stimola i recettori GABA nel cervello, migliorando drasticamente la qualità del sonno (fase REM e profonda), momento in cui avviene il massimo recupero muscolare.
  • Assenza di progestinici sintetici: La HRT elimina l’uso dei progestinici della pillola, i quali possono causare ritenzione idrica extracellulare “appannando” la definizione o alterare negativamente l’appetito e la composizione corporea.
  • La sinergia perfetta per la composizione corporea

Nel contesto del bodybuilding femminile, questo approccio a 4 vie risolve i problemi tipici dei protocolli incompleti:

  1. Evita la dominanza estrogenica: L’estradiolo senza progesterone può causare accumulo di grasso sui recettori tipicamente femminili (fianchi e cosce). Il progesterone bilancia questo effetto, facilitando il dimagrimento localizzato.
  2. Protegge le ghiandole surrenali: Gli allenamenti intensi e le diete restrittive (cut) svuotano le riserve di DHEA. Mantenerlo nei range ottimali previene il “burnout” surrenale e i blocchi metabolici.

Avvertenze d’obbligo

Anche questo protocollo avanzato presenta dei vincoli: non ha un effetto contraccettivo certo o a livello elevato (l’ovulazione potrebbe non essere bloccata, ma ciò dipende dal grado di soppressione dell’Asse per via iatrogena) e richiede quindi una precisione millimetrica nei prelievi ematici per calibrare le quattro molecole e metaboliti annessi senza causare squilibri o effetti virilizzanti. In questo caso, l’applicazione della Spirale al rame (IUD) risulta un opzione non ormonale da affiancare alla HRT/TRT.



Conclusioni sulla pillola anticoncezionale nel Bodybuilding femminile

La pillola anticoncezionale non è un limite assoluto per una Bodybuilder, ma può presentare sfide fisiologiche specifiche e fattori limitanti, come abbiamo visto. Sebbene la letteratura scientifica più recente confermi che la pillola non impedisca la crescita muscolare (ipertrofia) o lo sviluppo della forza negli allenamenti contro-resistenza, il profilo ormonale alterato può influenzare la composizione corporea e la gestione della preparazione agonistica o il tentativo di massimizzare il miglioramento estetico.

Fine Seconda Parte…

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

Riferimenti:

Ottimizzazione ormonale e farmacologica nel BodyBuilding femminile – dalla fisiologia alla pratica “Natty” ed “Enhanced” – [Parte Prima – fisiologia e dimorfismi]

Introduzione:

Infographic on pharmacological optimization and cycle phases for female bodybuilding with illustrations of muscle growth, fat reduction, and drug types

Chi mi conosce da più tempo sa bene che l’argomento enhanced in contesto femminile è stato spesso trattato in modo approfondito in diversi miei lavori; da articoli a video fino ai seminari. Trattandosi di un argomento complesso e proseguendo nella ricerca teorico-pratica negli anni, ho ritenuto utile ritornare sull’argomento anche per continuare a sfatare quei miti da “pitecus palestriculus” che continuano a rendere il bodybuilding femminile più una sorta di “Casablkanca” che uno sport estetico, così come è nato e dovrebbe essere.

In questo articolo si tratterà quindi di ottimizzazione farmacologica nel Bodybuilding femminile per le prestazioni e l’estetica basata su solide basi scientifiche. Tutto ciò richiederà una ricca introduzione sulla fisiologia ormonale nelle donne, cosa che permetterà meglio di comprendere: metabolismo degli estrogeni, degli androgeni, sensibilità recettoriale, periodizzazione nel OMC [ovulatory-menstrual cycle] , protocolli per la PCOS, strategie per la menopausa e selezione di composti con dati farmacocinetici ecc… . Niente bias.

In questa prima parte inizieremo dalle basi della steroidogenesi per poi proseguire con la diversità d’impatto dei vari sistemi ormonali steroidei fino alle differenze dimorfiche dell’Asse hGH/IGF1 e della distribuzione e mobilitazione del tessuto adiposo… Impegnativo ma di estrema utilità se si vuole diventare lucidi conoscitori dell’argomento trattato…

Le basi della steroidogenesi nella donna

La biosintesi degli steroidi [vedi steroidogenesi] nelle donne è il processo metabolico articolato in più fasi che [similmente a quanto avviene nell’uomo] converte il Colesterolo in ormoni steroidei — tra cui progestinici, androgeni, estrogeni, glucocorticoidi e mineralcorticoidi — principalmente all’interno delle ovaie, delle ghiandole surrenali e dei tessuti bersaglio periferici.

Steroid biosynthesis pathway diagram with hormones cholesterol to aldosterone, cortisol, testosterone, estradiol
  • Substrato primario fondamentale e prima fase
  1. Colesterolo: il precursore universale di tutti gli ormoni steroidei.
  2. Sintesi del Pregnenolone: l’enzima mitocondriale CYP11A1 scinde la catena laterale del Colesterolo, formando il Pregnenolone, che funge da molecola “di genesi” per tutte le vie metaboliche successive.
  • Pregnenolone – lo steroide progenitore –
Adolf Butenandt

Il Pregnenolone fu sintetizzato per la prima volta da Adolf Butenandt e dai suoi collaboratori nel 1934.

Il Pregnenolone è noto chimicamente anche come pregn-5-en-3β-ol-20-one. Come altri steroidi, è costituito da quattro idrocarburi ciclici interconnessi. Il composto contiene gruppi funzionali chetonici e idrossilici, due ramificazioni metiliche e un doppio legame in posizione C5, nell’anello idrocarburico B. Come molti ormoni steroidei, è idrofobico. Il derivato solfato, il Pregnenolone Solfato, è idrosolubile.

Il 3β-diidroprogesterone (pregn-4-en-3β-ol-20-one) è un isomero del Pregnenolone in cui il doppio legame in C5 è stato sostituito da un doppio legame in C4.

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo. Questa conversione comporta l’idrossilazione della catena laterale nelle posizioni C20 e C22, con scissione della catena laterale. L’enzima che svolge questa funzione è il citocromo P450scc, situato nei mitocondri e regolato dagli ormoni trofici dell’ipofisi anteriore, quali l’Ormone Adrenocorticotropo [ACTH], l’Ormone Follicolo-Stimolante [FSH] e l’Ormone Luteinizzante [LH], nelle ghiandole surrenali e nelle gonadi. Nella trasformazione del Colesterolo in Pregnenolone sono presenti due intermedi, il 22R-idrossicolesterolo e il 20α,22R-diidrossicolesterolo, e tutte e tre le fasi della trasformazione sono catalizzate dal P450scc. Il Pregnenolone viene prodotto principalmente nelle ghiandole surrenali, nelle gonadi e nel cervello. Sebbene il Pregnenolone venga prodotto anche nelle gonadi e nel cervello, la maggior parte del Pregnenolone circolante deriva dalla corteccia surrenale.

Il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo tramite la reazione di Ossidazione di Oppenauer.

Il Pregnenolone è lipofilo e attraversa facilmente la barriera emato-encefalica. Ciò è in contrasto con il Pregnenolone Solfato, che non attraversa la barriera emato-encefalica.

Dopo la sua sintesi il Pregnenolone subisce un ulteriore metabolismo steroideo secondo una delle seguenti vie:

  • Il Pregnenolone può essere convertito in Progesterone. La fase enzimatica cruciale si articola in due fasi, che coinvolgono una 3β-idrossisteroide deidrogenasi e una Δ5-4 isomerasi. Quest’ultima trasferisce il doppio legame dalla posizione C5 alla posizione C4 sull’anello A. Il Progesterone costituisce il punto di ingresso nella via Δ4, che porta alla produzione di 17α-idrossiprogesterone e Androstenedione, precursori del Testosterone e dell’Estrone. Anche l’Aldosterone e i corticosteroidi derivano dal Progesterone o dai suoi derivati.
  • Il Pregnenolone può essere convertito in 17α-idrossipregnenolone dall’enzima 17α-idrossilasi (CYP17A1). Seguendo questa via, denominata via Δ5, il passo successivo è la conversione in Deidroepiandrosterone (DHEA) tramite la 17,20-liasi (CYP17A1). Il DHEA è il precursore dell’Androstenedione.
  • Il Pregnenolone può essere convertito in Androstadienolo dalla 16-ene sintasi (CYP17A1).
  • Il Pregnenolone può essere convertito in solfato di Pregnenolone dalla steroide solfotransferasi, e questa conversione può essere invertita dalla steroide solfatasi.

I livelli ematici circolanti ritenuti normali per il Pregnenolone sono i seguenti:

  • Uomini: da 10 a 200ng/dL
  • Donne: da 10 a 230ng/dL
  • Bambini: da 10 a 48ng/dL
  • Ragazzi adolescenti: da 10 a 50ng/dL
  • Ragazze adolescenti: da 15 a 84ng/dL

È stato riscontrato che i livelli medi di Pregnenolone non differiscono in modo significativo nelle donne in postmenopausa e negli uomini anziani (rispettivamente 40 e 39ng/dL).

Il Pregnenolone è un endocannabinoide allosterico, in quanto agisce come modulatore allosterico negativo del recettore CB1. Il Pregnenolone è coinvolto in un ciclo naturale di feedback negativo contro l’attivazione del recettore CB1 negli animali. Impedisce agli agonisti del recettore CB1, come il tetraidrocannabinolo (THC), il principale principio attivo della cannabis, di attivare completamente il recettore CB1. Un composto correlato, l’AEF0117, è stato derivato dal Pregnenolone ed è più specifico per questo tipo di attività.

Diagram of pregnenolone binding to CB1 receptor with detailed binding site

È stato riscontrato che il pregnenolone si lega con elevata affinità, dell’ordine dei nanomolari, alla proteina 2 associata ai microtubuli (MAP2) nel cervello. A differenza del pregnenolone, il solfato di pregnenolone non si è legato ai microtubuli. Il progesterone, invece, si è legato con un’affinità simile a quella del pregnenolone, sebbene, a differenza di quest’ultimo, non abbia aumentato il legame della MAP2 alla tubulina. È stato osservato che il pregnenolone induce la polimerizzazione dei microtubuli nelle colture neuronali e aumenta la crescita dei neuriti nelle cellule PC12 trattate con il fattore di crescita nervoso. Pertanto, il pregnenolone potrebbe controllare la formazione e la stabilizzazione dei microtubuli nei neuroni e potrebbe influenzare sia lo sviluppo neurale durante la fase prenatale sia la plasticità neurale durante l’invecchiamento.

Sebbene il pregnenolone di per sé non possieda queste attività, il suo metabolita, il solfato di pregnenolone, è un modulatore allosterico negativo del recettore GABAA nonché un modulatore allosterico positivo del recettore NMDA. Inoltre, è stato dimostrato che il solfato di pregnenolone attiva il canale ionico TRPM3 (Transient Receptor Potential M3) negli epatociti e nelle isole pancreatiche, provocando l’ingresso di calcio e il conseguente rilascio di insulina.

È stato dimostrato che il Pregnenolone agisce come agonista del recettore X dei pregnani. Il Pregnenolone non presenta attività progestinica, corticosteroidea, estrogenica, androgenica o antiandrogenica.

  • Principali sedi di produzione steroidea negli individui di sesso femminile
  1. Ovaie: utilizzano un sistema a due cellule e due gonadotropine (LH e FSH). L’LH stimola le cellule della teca a produrre androgeni (Androstenedione), mentre l’FSH induce le cellule della granulosa a utilizzare l’enzima Aromatasi per convertire tali androgeni in estrogeni.
  2. Corteccia surrenale: produce mineralcorticoidi (Aldosterone), glucocorticoidi (Cortisolo) e androgeni surrenali (DHEA e Androstenedione).
  3. Tessuti periferici (intracrinologia): il tessuto adiposo, la pelle e il fegato convertono localmente i precursori surrenali inattivi (come il DHEA) in steroidi sessuali attivi. Questa sintesi locale diventa la fonte dominante di estrogeni dopo la menopausa.
  4. Placenta: funge da fonte endocrina temporanea durante la gravidanza per sintetizzare grandi quantità di Progesterone ed estrogeni.
Diagram of female steroid hormone production indicating brain, adrenal gland, ovaries, and reproductive organs
  • Principali classi di ormoni prodotti
  1. Progestinici: Progesterone (regola il rivestimento uterino e il ciclo mestruale).
  2. Androgeni: DHEA, Androstenedione e Testosterone (precursori degli estrogeni e fattori determinanti per la salute delle ossa e dei muscoli e per la libido).
  3. Estrogeni: Estradiolo, Estrone ed Estriolo (ormoni sessuali femminili primari che regolano la salute riproduttiva e metabolica).
  4. Corticosteroidi: Cortisolo (stress e metabolismo) e Aldosterone (pressione sanguigna ed equilibrio elettrolitico).
Diagram of female steroid hormone pathways including progestogens, corticosteroids, androgens, estrogens, and hormone regulation
  • Two-cell, two-gonadotropin theory?

La Two-cell, two-gonadotropin theory [Teoria delle due cellule e delle due gonadotropine] spiega come le ovaie collaborino utilizzando due tipi distinti di cellule e due ormoni ipofisari per sintetizzare gli estrogeni.

  • Meccanismo fondamentale

Questo sistema supera una limitazione specifica: nessuno dei due tipi di cellule possiede tutti gli enzimi necessari per convertire autonomamente il colesterolo in estrogeni.

  1. Cellule della teca (strato esterno): stimolate dall’LH, assorbono il Colesterolo e lo convertono in androgeni (principalmente Androstenedione e una piccola quantità di Testosterone). Le cellule della teca sono prive dell’Enzima Aromatasi, pertanto non possono convertire questi androgeni in estrogeni. Gli androgeni, invece, si diffondono attraverso la membrana basale nelle vicine cellule della granulosa.
  2. Cellule della granulosa (strato interno): stimolate dall’FSH. Queste cellule sono prive dell’enzima chiave (CYP17A1) necessario per convertire i progestinici in androgeni, il che significa che non possono produrre autonomamente i propri precursori degli androgeni. Tuttavia, sono ricche di Aromatasi. Assorbono gli androgeni ricevuti dalle cellule della teca e li aromatizzano (convertono) in estrogeni (principalmente Estradiolo).
Two-cell two-gonadotropin ovarian mechanism diagram
  • Significato clinico
  1. Sviluppo follicolare: questa produzione ormonale coordinata stimola la crescita del follicolo ovarico e prepara il rivestimento uterino a una potenziale gravidanza.
  2. Ovulazione: l’aumento dei livelli di Estradiolo derivante da questo processo finisce per innescare il picco di LH necessario per l’ovulazione.
  3. Sindrome dell’ovaio policistico (PCOS): uno squilibrio in questo sistema — spesso caratterizzato da un’eccessiva stimolazione delle cellule della teca da parte dell’LH — porta a una sovrapproduzione di androgeni, causando i sintomi classici della PCOS (iperandrogenismo e anovulazione).

L’insulino-resistenza stimola direttamente e indirettamente le cellule della teca ovarica a produrre una quantità eccessiva di androgeni, rappresentando il meccanismo chiave alla base dell’iperandrogenismo nella PCOS.

Mentre i tessuti come i muscoli e il fegato diventano resistenti all’Insulina, le cellule della teca mantengono un’alta sensibilità a questo ormone, subendo gli effetti negativi dei livelli elevati di Insulina nel sangue.

L’iperinsulinemia compensatoria agisce direttamente sulle cellule della teca attraverso i recettori dell’Insulina e i recettori del IGF-1.

  • Aumento di CYP11A1: L’Insulina accelera l’attività dell’enzima di clivaggio della catena laterale del Colesterolo, aumentando la conversione del Colesterolo in Pregnenolone.
  • Aumento di CYP17A1: L’Insulina stimola fortemente l’attività della 17α-idrossilasi/17,20-liasi. Questo è l’enzima chiave che converte i progestinici in androgeni (Androstenedione e Testosterone).

L’Insulina non agisce da sola, ma potenzia la risposta della teca ai segnali ipofisari.

  • Amplificazione del segnale: L’Insulina aumenta il numero di recettori per l’LH sulle cellule della teca.
  • Iper-reattività: Di conseguenza, anche normali o lievi picchi di LH provocano una produzione massiccia e sproporzionata di androgeni rispetto a quanto avverrebbe in condizioni di normale sensibilità insulinica.

L’insulina altera la biodisponibilità degli ormoni a livello sistemico agendo sul fegato.

  • Inibizione della SHBG: Alti livelli di Insulina sopprimono la produzione epatica della globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG).
  • Più testosterone libero: Con meno SHBG disponibile nel sangue per legare e “disattivare” gli androgeni, la quota di Testosterone libero (la frazione biologicamente attiva che causa irsutismo, acne e blocca l’ovulazione) aumenta drasticamente.

L’iperandrogenismo e l’anovulazione cronica sono strettamente legati in un circolo vizioso: l’eccesso di androgeni altera sia la maturazione fisica dei follicoli nell’ovaio, sia i segnali ormonali che partono dal cervello.

  • Reclutamento eccessivo: Gli androgeni stimolano inizialmente la crescita di troppi piccoli follicoli precoci.
  • Mancanza di selezione: L’eccesso di androgeni locali impedisce ai follicoli di rispondere correttamente all’FSH (ormone follicolo-stimolante). Senza il giusto segnale dell’FSH, nessun follicolo riesce a completare la maturazione e a diventare dominante.
  • Aspetto policistico: I follicoli si bloccano a uno stadio intermedio (circa 2-9 mm) e si accumulano nella corteccia ovarica, dando all’ovaio il classico aspetto “policistico” all’ecografia.
  • Accelerazione del generatore di impulsi: Gli androgeni (spesso convertiti localmente in estrogeni) riducono la sensibilità dell’ipotalamo al progesterone.
  • Iperproduzione di LH: Questo causa un aumento della frequenza dei battiti del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine), che stimola l’ipofisi a produrre troppo LH rispetto all’FSH.
  • Mancanza del picco ovulatorio: Poiché i livelli di LH sono costantemente alti e l’FSH è basso, viene a mancare il picco acuto di LH necessario a far scoppiare il follicolo per liberare l’ovocita.
  • Iperplasia della teca: Lo strato di cellule della teca si ispessisce, producendo ancora più androgeni.
  • Ispessimento della tonaca albuginea: La capsula esterna dell’ovaio diventa più densa e fibrosa, creando una vera e propria barriera meccanica che ostacola la rottura del follicolo e la successiva ovulazione.

Il ruolo degli androgeni nella salute e nel benessere delle donne

Sia negli uomini che nelle donne, gli androgeni endogeni — tra cui il Testosterone, il DHT, l’Androstenedione (A), il DHEA e il DHEA-S) — vengono sintetizzati in vari tessuti, tra cui:

  1. le ghiandole surrenali,
  2. le ovaie,
  3. i testicoli,
  4. la placenta,
  5. il cervello e
  6. la pelle.

Nelle donne, il Testosterone circolante deriva in parte dalla secrezione ovarica e surrenale; in confronto, quantità simili derivano dalla conversione enzimatica dell’A e del DHEA-S. Nell’ovaio, la produzione di Testosterone aumenta durante le fasi follicolari e raggiunge i livelli massimi al momento dell’ovulazione e nella fase Luteale; le ghiandole surrenali, al contrario, producono solo piccole quantità di Testosterone. La maggior parte del Testosterone circolante è legata in modo reversibile alle proteine plasmatiche, tra cui:

  1. la globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG) (50–60%) e
  2. l’albumina (40–50%).

Solo l’1–2% del Testosterone plasmatico è libero e biodisponibile; inoltre, questa frazione libera può essere ulteriormente ridotta dall’aumento dei livelli di SHBG indotto dalla terapia sostitutiva con estrogeni o l’uso di SERM.

Dimero di SHBG umano

La metà dei livelli circolanti di Testosterone e DHT deriva dalla conversione enzimatica dei precursori androgeni surrenali circolanti (DHEA-S, DHEA e A). La conversione del Testosterone in DHT è mediata dalla 5α-reduttasi (isoforme di tipo I e II). Tra questi androgeni, il DHT presenta la maggiore affinità per il recettore degli androgeni (AR) ed è il più potente dal punto di vista biologico tra gli androgeni endogeni. Il DHT non può essere ulteriormente aromatizzato in estrogeni, il che ne aumenta l’emivita.

  • Il DHEA plasmatico deriva da:
  1. secrezione delle cellule della zona reticolare della corteccia surrenale (50%),
  2. secrezione ovarica (20%) e
  3. metabolismo periferico del DHEA-S (30%).

Il DHEA stesso è instabile e può essere convertito in Androstenedione (A) dalla 3β-idrossisteroide deidrogenasi (3βHSD); successivamente, l’Androstenedione può essere convertito in Testosterone dalla 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17βHSD), nonché in DHT dalle 5α-reduttasi presenti nel tessuto endometriale.

Diagram showing the main metabolic pathway converting DHEA into various steroid hormones including testosterone, estrone, estradiol, and dihydrotestosterone with associated enzymes.

Nelle donne, circa la metà del DHEA circolante deriva dai pre-androgeni; in particolare, la zona reticolare rappresenta l’80% del DHEA-S presente nella circolazione femminile, mentre la parte restante proviene dalle ovaie. Il principale pre-androgeno è il DHEA-S, che viene convertito in DHEA, DHT ed Estrogeni attraverso specifici passaggi enzimatici. Il DHEA-S plasmatico, presente in concentrazioni significative, funge da ampio serbatoio di substrato per la conversione in DHEA, androgeni e/o estrogeni nei tessuti periferici. Le concentrazioni plasmatiche significative di DHEA-S sono, in parte, una conseguenza del suo forte legame con l’albumina, che ne prolunga l’emivita; di conseguenza, le concentrazioni plasmatiche di DHEA-S riflettono la produzione di androgeni da parte delle ghiandole surrenali. La secrezione di DHEA-S è principalmente sotto il controllo dell’asse ipotalamo-ipofisario ed è stimolata dall’ACTH; tuttavia, la sua secrezione è modulata da altri ormoni quali l’Estradiolo, la Prolattina e l’IGF-1.

In larga misura, il Testosterone deriva dal metabolismo dell’Androstene tramite la 17βHSD (tipo 5).

Le 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD, HSD17B) (EC 1.1.1.51), note anche come 17-chetosteroidi reduttasi (17-KSR), sono un gruppo di ossidoreduttasi alcoliche che catalizzano la riduzione dei 17-chetosteroidi e la deidrogenazione dei 17β-idrossisteroidi nella steroidogenesi e nel metabolismo degli steroidi. Ciò comprende l’interconversione tra DHEA e Androstenediolo, tra Androstenedione e Testosterone, e tra Estrone ed Estradiolo.

Le principali reazioni catalizzate dalla 17β-HSD (come la conversione dell’Androstenedione in Testosterone) sono reazioni di idrogenazione (riduzione), piuttosto che reazioni di deidrogenazione (ossidazione).

La 17β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 5 (17βHSD5), nota anche come membro C3 della famiglia 1 delle aldo-cheto reduttasi (AKR1C3), è un enzima chiave che converte gli androgeni surrenali inattivi in Testosterone e DHT attivi. Essa stimola la produzione locale di ormoni e la crescita delle cellule tumorali nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione.

Funzione, ruolo e importanza clinica:

  • Conversione steroidea: converte l’Androstenedione e il DHEA in androgeni attivi.
  • Localizzazione tissutale: presente nella prostata, nel fegato, nel seno e nei tessuti riproduttivi.
  • Collegamento con le patologie: favorisce la crescita tumorale e la resistenza al trattamento nei tumori della prostata e della mammella.
  • Bersaglio farmacologico: i ricercatori prendono di mira questo enzima per bloccare la produzione di Testosterone all’interno dei tumori quando la terapia ormonale standard fallisce.
  • Inibitori: farmaci sperimentali come l’ASP9521 sono oggetto di studio per bloccare l’attività di questo specifico enzima.

Come già riportato, nelle donne, livelli plasmatici elevati di Testosterone sono correlati all’incidenza della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), osservata in circa il 20% delle giovani donne. La PCOS è associata a oligomenorrea, disfunzione ovulatoria e infertilità. L’iperandrogenismo nella PCOS è un fattore critico che predispone le donne all’obesità, all’insulino-resistenza e alla sindrome metabolica.

Nelle donne adulte, i livelli plasmatici di androgeni e di SHBG diminuiscono progressivamente con l’avanzare dell’età, con riduzioni marcate e significative correlate alla menopausa; a titolo esemplificativo, i livelli di Testosterone totale nelle donne di età compresa tra i 65 e i 74 anni sono pari a circa un terzo di quelli osservati nelle ventenni. In confronto, i livelli di Testosterone libero diminuiscono con l’età del 90%, mentre i livelli di DHEA-S e A diminuiscono entrambi di circa un terzo. Nelle donne in premenopausa, le ovaie sono la fonte principale di Estradiolo, che funge da ormone estrogenico predominante circolante agendo sui tessuti bersaglio distali. Nelle donne in postmenopausa, a causa della cessazione della funzione ovarica, gli estrogeni vengono prodotti in una serie di siti extragonadici, tra cui il tessuto adiposo, le ossa, il cervello, l’endotelio vascolare e le cellule muscolari lisce dell’aorta, dove agiscono localmente in modo paracrino o intracrino. La loro concentrazione locale nei tessuti dipende da una fonte esterna di precursori androgenici, poiché i tessuti extragonadici non sono in grado di convertire il Colesterolo in steroidi.

Diagram showing female characteristics and symptoms of PCOS including hormonal imbalance, dermatological symptoms, metabolic and physical effects, reproductive health issues, and emotional well-being.

Il fatto che l’ovaio postmenopausale abbia un’attività endocrina significativa nella produzione di androgeni è in qualche modo controverso. Alcuni studi hanno riportato che i livelli circolanti di androgeni (ovvero T, A, DHEA e DHEA-S) sono estremamente rilevanti nel -fornire substrato per la biosintesi degli estrogeni periferici, attraverso l’aromatizzazione periferica di A e T. Poiché l’attività dell’Aromatasi rimane inalterata nelle donne sottoposte a ovariectomia, è stato ipotizzato che l’ovaio in postmenopausa non sia una fonte significativa di produzione di androgeni. Al contrario, altri studi hanno osservato che l’ovariectomia bilaterale ha determinato una riduzione marcata e prolungata dei livelli sia di T totale che di T biodisponibile, suggerendo che l’ovaio in postmenopausa rappresenti una fonte fondamentale di androgeni per tutto l’arco della vita delle donne anziane.

Da un punto di vista farmacologico, gli AAS, che possono derivare dal Testosterone, dal DHT o dal 19-nortestosterone, includono l’Oxandrolone, lo Stanozololo, il Nandrolone, il Trenbolone e altre molecole applicate attualmente ma soprattutto in passato anche in pazienti di sesso femminile.

Gli AAS sono classificati principalmente in due classi farmacologiche:

  1. androgeni aromatizzabili, come il Testosterone, che viene metabolizzato in Estradiolo dall’Aromatasi, il quale interagisce poi sia con l’ERα e l’ERβ, e
  2. androgeni non aromatizzabili, come il DHT, che si lega esclusivamente al AR. Gli androgeni sintetici, come l’Oxandrolone e lo Stanozololo, non sono soggetti all’aromatizzazione, il che ne priva il potenziale estrogenico.

Una delle difficoltà più complesse negli studi clinici che coinvolgono gli ormoni gonadici è la misurazione accurata e affidabile dei livelli plasmatici di ormoni. Inoltre, poiché le concentrazioni plasmatiche di androgeni nelle donne sono basse, i test immunologici per il testosterone disponibili in commercio forniscono solitamente risultati contraddittori. Di conseguenza, la misurazione accurata dei livelli plasmatici di testosterone, DHT ed estradiolo nelle donne richiede un metodo alternativo convalidato, come la cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa in tandem (LC-MS/MS), che è tecnicamente molto più complessa e costosa rispetto a un test immunologico commerciale.

In un sistema omeostatico fisiologico femminile, gli androgeni (come il Testosterone) sono ormoni fondamentali per il benessere psicofisico dell’individuo, in tutte le fasi della vita e con le corrette modifiche terapeutiche. Favoriscono il desiderio sessuale, contribuiscono alla formazione di ossa e muscoli forti, aumentano l’energia e proteggono la salute del cuore e del cervello in ottimale rapporto con l’attività estrogenica [vedi soprattutto Estradiolo]. Livelli equilibrati migliorano l’umore generale, la vitalità e le funzioni fisiche.

  • Principali benefici per la salute
  1. Salute sessuale: migliora la libido, l’afflusso di sangue ai genitali, l’eccitazione e la soddisfazione orgasmica.
  2. Resistenza ossea: aiuta a mantenere la massa ossea e favorisce un sano rimodellamento osseo.
  3. Muscoli e metabolismo: favorisce il trofismo muscolare, la forza fisica e l’equilibrio metabolico.
  4. Cervello e umore: contribuisce alle funzioni cognitive, all’energia e al benessere psicologico generale.
  • Usi medici e contesto
  1. Supporto alla menopausa: il Testosterone a basso dosaggio [3.5mg/week] viene talvolta utilizzato per trattare il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo (HSDD) nelle donne in postmenopausa, quando altri trattamenti non risultano sufficienti.
  2. Rimedio alla carenza: può aiutare a ripristinare l’energia e la funzione sessuale nelle donne con insufficienza androgenica accertata (ad esempio in seguito alla rimozione chirurgica delle ovaie).
  3. Precauzioni: dosi elevate possono causare effetti collaterali quali acne, crescita di peli sul viso, abbassamento del tono della voce, ipertrofia clitoridea ecc… . Sono in corso ricerche sulla sicurezza a lungo termine.

AR e sensibilità agli androgeni nelle donne

Struttura del Recettore degli Androgeni

Sebbene le donne presentino naturalmente livelli di Testosterone circolante molto più bassi rispetto agli uomini, si osserva una maggiore sensibilità a livello degli organi-bersaglio o dei tessuti agli androgeni. Questa maggiore reattività fa sì che anche livelli ematici di poco alterati di questi ormoni possano comunque provocare segni fisici evidenti, sia a livello di acne, diradamento dei capelli in soggetti predisposti o una crescita eccessiva di peli, che a livello muscolo-scheletrico.

L’AR umano è un regolatore della trascrizione appartenente alla famiglia dei recettori nucleari. La struttura del gene dell’AR, l’mRNA maturo sottoposto a splicing e i domini proteici presentano somiglianze con altri membri della famiglia: i recettori degli estrogeni e i recettori del progesterone. L’AR comprende 8 esoni diversi che formano la proteina AR, costituita da 4 domini, ciascuno con una funzione specifica:

  1. il dominio N-terminale (NTD);
  2. il dominio di legame al DNA (DBD);
  3. una regione cerniera (HR); e
  4. il dominio C-terminale di legame al ligando (LBD).

Quando l’AR è presente nel citosol, rimane nella sua forma trascrizionalmente inattiva, stabilizzata dalla proteina chaperone molecolare HSP90 (proteina da shock termico 90). Una volta che un ligando (come il Testosterone o il DHT) si lega all’LBD, l’AR si dissocia dall’HSP90. Successivamente, si dimerizza e si traslocca nel nucleo, dove si lega all’elemento di risposta agli androgeni nella regione regolatoria dei suoi geni bersaglio, modulandone così l’espressione.

Alla luce dell’elevata presenza di AR nelle donne (vedi tabella sopra), è opportuno analizzare in modo approfondito il loro ruolo fondamentale nella patogenesi dell’iperandrogenismo. È quindi importante individuare le manifestazioni cliniche più comuni. Una di queste manifestazioni è l’irsutismo, che colpisce fino al 15% di tutte le donne e il 70-80% delle donne affette da iperandrogenismo. I metodi di valutazione visiva del tipo di crescita dei peli, come il punteggio di Ferriman-Gallwey, sono efficaci nel determinare la gravità dell’irsutismo e nel distinguerlo dall’ipertricosi (crescita eccessiva di peli indipendenti dagli androgeni). La virilizzazione rappresenta un processo rapido in cui si manifestano gravi caratteristiche cliniche di un marcato eccesso di androgeni endogeni o esogeni. Nell’ambito di uno spettro più ampio, può includere: irsutismo, acne, alopecia androgenetica, ingrossamento del clitoride, abbassamento del tono della voce, aumento della massa muscolare, riduzione delle dimensioni del seno e, frequentemente, amenorrea. Inoltre, l’iperandrogenismo è correlato a numerose alterazioni metaboliche, ad esempio: iperinsulinemia, insulino-resistenza, iperglicemia, dislipidemia e aumento del rischio di aterosclerosi. Queste caratteristiche costituiscono le componenti fondamentali della sindrome metabolica. È importante sottolineare che le variazioni dei livelli di AR nell’iperandrogenismo devono essere mediate da vie regolate dai AR.

Un esempio dell’importanza dell’AR è il rischio confermato di cancro al seno nelle donne in premenopausa con concentrazioni sieriche elevate di Testosterone, Androstenedione e DHEA-S. Pertanto, le nuove terapie contro il cancro al seno prendono di mira l’AR per la sua espressione osservata nei tre principali sottotipi di cancro al seno. È importante sottolineare che l’AR si è già dimostrato un bersaglio promettente per le terapie antiandrogeniche nel cancro al seno triplo-negativo, il più aggressivo.

I AR possono presentare variabili espressive maggiori nel sistema muscolo-scheletrico delle donne, sebbene la vera peculiarità più volte osservata riguarda l’attivazione/sensibilità recettoriale. Questo ci da come risultante una maggiore risposta dose/tempo agli androgeni/AAS rispetto ai soggetti di sesso maschile. Sembrerebbe trattarsi di una caratteristica regolativa/compensativa in risposta a concentrazioni androgene dimorfiche inferiori.

Consideriamo, infatti, che negli uomini il Testosterone totale è tipicamente tra 300 e 1000ng/dL [range standard 3ng/mL-11.5ng/mL], mentre nelle donne varia tra 15 e 76ng/dL [range standard 0,15 e 0,76ng/ml]. Gli uomini presentano quindi livelli circa 10-20 volte superiori rispetto alle donne.

Struttura molecolare dell’Estradiolo

Discorso inverso sembra poter essere fatto con gli estrogeni per gli uomini. Nelle donne in età fertile l’Estradiolo [E2] varia tra 15 e 350pg/mL (con picchi più alti), mentre negli uomini i valori normali sono compresi tra 10 e 40pg/mL con un range soglia massimo di 60pg/mL. Le donne presentano quindi concentrazioni medie da 5 a 10 volte superiori di E2 rispetto agli uomini. Si noti che piccole variazioni nei livelli di E2 nell’uomo possono generare effetti clinici evidenti (ciò avviene in variazione soggettiva alla sensibilità individuale insieme a quella intrinseca di genere). Si è affermato che ciò sia dovuto più che altro alla stretta finestra di eufunzione rispetto ad una maggiore sensibilità biologica intrinseca rispetto alla donna. Nonostante ciò, molti casi studio hanno evidenziato che:

  • Presenza di sensibilità intrinseca: nonostante la comparsa di problematiche legate ad eccessi o carenze di E2 mostrano variabili soggettive legate a fattori a monte [vedi, per esempio, tasso d’espressione dell’Aromatasi e risposta epigenetica ad alterazioni iatrogene comprendenti l’espressione dei gene che regola il ER], una costante sembra essere una spiccata sensibilità a variazioni minime su tessuti/sistemi diversi.
  • Similitudini di risposta alle alterazioni: come nelle donne variazioni anche minime nelle concentrazioni di AAS danno risposte evidenti [seppur variabili] anche nell’uomo le fluttuazioni di E2 [in alcuni casi la sensibilità interessa anche il meno attivo E1] danno risposte evidenti sebbene differenziate da grado e area tissutale/sistemica.

Nel complesso, stiamo vivendo un’era entusiasmante caratterizzata da nuove scoperte nel campo dei AR e dei loro molteplici ruoli nelle donne. Quanto esposto in questo paragrafo evidenzia che la conoscenza della segnalazione degli AR e delle alterazioni della struttura dei recettori è fondamentale per comprendere la risposta androgenica, tanto in terapia quanto in campo del miglioramento delle prestazioni. Pertanto, gli sforzi scientifici futuri saranno in parte volti a chiarire ulteriormente l’importanza degli AR nella salute, nelle prestazioni [ed estetica] e nelle patologie delle donne rivestiranno un’importanza fondamentale.

Asse hGH/IGF-1, E2 e dimorfismi sessuali

Schema asse hGH IGF-1 regolazione e feedback

L’Asse Ormone della Crescita/Fattore di Crescita Insulino-Simile-1 [Asse hGH/IGF-1] svolge un ruolo fondamentale nella promozione della crescita lineare nei bambini, mentre negli adulti il suo ruolo è principalmente di rilevanza metabolica. L’hGH viene secreto dalla ghiandola pituitaria e stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che a sua volta inibisce la secrezione del hGH attraverso un meccanismo di feedback negativo. Il fegato è il principale responsabile del pool circolante di IGF-I, delle sei proteine leganti l’IGF (da IGFBP-1 a -6) e della subunità labile in ambiente acido (ALS). In circolo, circa il 99% del pool di IGF-I è legato con elevata affinità alle IGFBP, che circolano in eccesso molare rispetto all’IGF-I; ciò spiega perché meno dell’1% circoli come IGF-I libero e non legato. Fungendo da vettori dell’IGF-I circolante, le IGFBP e l’ALS prolungano l’emivita dell’IGF-I e ne modulano l’accesso ai tessuti, controllandone così l’azione.

  • Interazione dell’Insulina
Insulin secretion from pancreatic beta cells diagram

L’Insulina, una volta secreta dalle cellule β del pancreas, viene trasportata dalla vena porta direttamente al fegato, determinando un’elevata esposizione degli epatociti. In particolare, il fegato è uno dei principali organi bersaglio degli effetti metabolici dell’Insulina ed esercita un’estrazione di primo passaggio che può raggiungere l’85% dell’Insulina convogliata dalla vena porta. Inoltre, grazie alla sua capacità di regolare la sensibilità epatica al hGH, il trasporto intra-portale dell’Insulina si è rivelato un fattore coadiuvante essenziale per un’efficace sintesi epatica di IGF-I indotta dal hGH. Infatti, si può considerare la capacità dell’Insulina di controllare la sensibilità epatica al hGH come una normale risposta fisiologica ai cambiamenti nutrizionali. Durante il digiuno, con livelli ridotti di Insulina intraportale, la sensibilità epatica al hGH diminuisce, determinando una riduzione dei livelli sierici di IGF-I nonostante un aumento compensatorio della secrezione di hGH. Al contrario, l’eccesso alimentare aumenta i livelli di Insulina intraportale, potenziando la sensibilità epatica al hGH in misura tale che una secrezione relativamente bassa di hGH sia sufficiente a mantenere la sintesi e la secrezione epatiche di IGF-I a livelli normali, nonché livelli circolanti normali di IGF-I. Questa risposta del hGH ai cambiamenti nutrizionali è fisiologicamente appropriata in quanto porta ad un aumento dell’insulino-resistenza mediata dal hGH che previene l’ipoglicemia durante il digiuno e ad una diminuzione dell’insulino-resistenza mediata dal hGH durante i periodi di sovralimentazione. Tuttavia, anche alcune patologie (ad esempio, l’obesità, la sindrome di Cushing, il diabete di tipo 1 [T1D] e l’anoressia nervosa) e alcuni farmaci di uso comune [ad esempio, i glucocorticoidi e gli agonisti del GLP-1RA)] che influenzano la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche possono alterare l’asse hGH/IGF-I. Poiché il hGH, l’IGF-I e l’Insulina modulano continuamente la secrezione e l’azione reciproca sia in condizioni di salute che di malattia, una buona comprensione dei meccanismi alla base di queste interazioni riveste importanza sia clinica che al fine del miglioramento delle prestazioni/estetica.

Diagram of hypothalamic-pituitary axis showing GHRH secretion and growth hormone release into circulation

La secrezione ipofisaria dell’hGH è regolata dalla stimolazione del GHRH e dall’inibizione della Somatostatina, entrambi secreti dall’ipotalamo. La secrezione dell’hGH è episodica e pulsatile, con livelli che variano tra picchi e valli e livelli molto bassi tra un impulso e l’altro. L’hGH stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che agisce a sua volta sull’ipofisi inibendo la secrezione di hGH. Il IGF-I influenza la regolazione della secrezione di hGH a livello dell’ipotalamo inibendo l’espressione genica del GHRH e stimolando la secrezione di Somatostatina, mentre a livello dell’ipofisi l’IGF-I inibisce la secrezione spontanea e quella stimolata dal GHRH del hGH. A differenza della natura episodica e pulsatile della secrezione di hGH, l’IGF-I viene secreto in modo continuo, ha un’emivita più lunga [per via del legame con le proteine di trasporto IGFP] e presenta concentrazioni più stabili nel sangue. Pertanto, l’IGF-I viene utilizzato come biomarcatore dello stato secretorio del hGH, poiché i suoi livelli riflettono la secrezione integrata di hGH nell’arco delle 24 ore.

Oltre all’Insulina, esistono altri ormoni in grado di influenzare la secrezione ipofisaria di hGH, quali la Grelina, gli estrogeni e gli androgeni. La Grelina, un peptide gastrico con potenti proprietà secretagoghe del hGH, amplifica la secrezione ipotalamica di GHRH e ne potenzia gli effetti di stimolazione del hGH ipofisario. Gli estrogeni stimolano la secrezione ipofisaria di hGH, ma inibiscono l’azione del hGH sul fegato sopprimendo la segnalazione del GHR. Inoltre, gli estrogeni possono potenziare l’azione della Grelina, mentre gli androgeni potenziano le azioni periferiche del hGH. Infine, la secrezione ipofisaria di hGH è inversamente correlata all’adiposità viscerale intra-addominale attraverso meccanismi che dipendono dai flussi di acidi grassi liberi (FFA).

L’Insulina inibisce la secrezione di hGH, ma i meccanismi alla base di questo fenomeno non sono ancora ben chiari e si ipotizza che agiscano a diversi livelli. A livello dell’ipofisi, si è visto che l’Insulina sopprime direttamente la secrezione ipofisaria di hGH indipendentemente dal recettore dell’IGF-I (IGF-IR). A livello epatico, sembrerebbe che l’Insulina stimola la sintesi della proteina GHR e il legame del hGH al GHR in modo dose-dipendente. Analogamente, è stata osservata una ridotta espressione epatica del GHR e un ridotto legame del hGH in seguito all’induzione del diabete, e che il trattamento con Insulina facilita il legame del hGH. Queste possibilità evidenziano il ruolo chiave che l’Insulina svolge nella modulazione della risposta epatica al hGH e sostengono l’idea che l’Insulina abbia un ruolo importante nella regolazione della sensibilità epatica al hGH attraverso la sua capacità di influenzare direttamente l’espressione del GHR e il legame del hGH. Tuttavia, per quanto a nostra conoscenza, questa ipotesi deve ancora essere inconfutabilmente dimostrata nell’uomo.

Inoltre, oltre a regolare i livelli circolanti di IGF-I attraverso il suo effetto sulla sensibilità epatica al GH, l’insulina inibisce anche la sintesi e la secrezione epatica della proteina legante l’IGF-1 (IGFBP-1), un inibitore dell’azione dell’IGF-I (7). Pertanto, la relazione tra insulina e IGFBP-1 è inversa (34), per cui l’IGFBP-1 è bassa in condizioni di iperinsulinemia ma elevata in condizioni di ipoinsulinemia (35). Poiché i livelli di IGFBP-1 fluttuano nel corso della giornata (36), ciò ha portato all’ipotesi che l’IGFBP-1 colleghi l’azione dell’IGF-I all’apporto nutrizionale. Tuttavia, i dati attuali indicano che l’IGFBP-1 funge più da “freno” all’azione dell’IGF-I, inibendo la segnalazione anabolica durante la deplezione nutrizionale, piuttosto che da “acceleratore” dell’azione dell’IGF-I durante l’eccesso alimentare. La logica è che, in circostanze fisiologiche normali, il calo dell’IGFBP-1 dal suo livello massimo stimolato durante il digiuno notturno (34) al livello osservato dopo l’assunzione di cibo, su base molare, è relativamente modesto e porta solo a lievi aumenti dell’IGF-I libero sierico (7, 37, 38). Un’altra spiegazione è che le concentrazioni molari delle altre cinque IGFBP superano di gran lunga la concentrazione dell’IGFBP-1 (39) e, non essendo completamente sature, le altre cinque IGFBP sono pienamente in grado di sequestrare l’aumento dell’IGF-I libero secondario alle riduzioni dell’IGFBP-1 circolante. Tuttavia, quando i livelli di IGFBP-1 sono cronicamente ridotti in presenza di iperinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, obesità, sindrome di Cushing e terapia con glucocorticoidi), entra in gioco l’effetto “acceleratore” dell’IGFBP-1, che determina un aumento dell’IGF-I libero sierico. Al contrario, durante un’ipoinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, malnutrizione, anoressia nervosa e diabete di tipo 1), i livelli di IGFBP-1 aumentano di diverse volte, portando a una maggiore formazione di complessi tra IGF-I e IGFBP-1 e a una netta riduzione dell’IGF-I libero (effetto “freno”).

  • Interazione dell’E2

Il 17β-estradiolo [E2] ha azioni fisiologiche che non si limitano agli organi riproduttivi sia nelle femmine che nei maschi (Simpson et al., 2005; Barros e Gustafsson, 2011). Il fegato è un bersaglio diretto degli estrogeni poiché esprime il ERα, che è collegato, tra l’altro, all’omeostasi dei lipidi e del glucosio (Foryst-Ludwig e Kintscher, 2010; Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012) e alla crescita corporea (Vidal et al., 2000). Gli estrogeni possono modulare l’azione del hGH nel fegato agendo a livello centrale, regolando la secrezione ipofisaria di hGH, e, a livello periferico, modulando la segnalazione del hGH. La maggior parte degli studi precedenti si è concentrata sull’influenza degli estrogeni sulla secrezione ipofisaria di hGH (Kerrigan e Rogol, 1992). È stato dimostrato che il rilascio ipofisario di hGH, specifico per sesso, ha un forte impatto sulla regolazione trascrizionale epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Tuttavia, esistono anche prove evidenti che gli estrogeni modulano l’azione del hGH a livello dell’espressione e della segnalazione del GHR. In particolare, è stato dimostrato che l’E2 induce il soppressore della segnalazione delle citochine (SOCS)-2, il quale a sua volta regola negativamente la via di segnalazione GHR-Janus chinasi (JAK)-2-trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione (STAT)-5 (Leung et al., 2004; Santana-Farre et al., 2008). Questo fenomeno è clinicamente rilevante poiché la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT-5 riveste particolare importanza nella regolazione delle azioni endocrine, metaboliche e legate alla differenziazione sessuale del hGH nel fegato. È importante sottolineare che l’alterazione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 è associata a cambiamenti metabolici epatici che includono steatosi epatica, fibrosi e carcinoma epatocellulare (Baik et al., 2011). Questa interazione è rilevante anche in considerazione della diffusa esposizione degli esseri umani agli estrogeni o a composti correlati agli estrogeni (Wolthers et al., 2001). In questo lavoro riassumeremo le molteplici conseguenze biologiche che possono manifestarsi a seguito dell’interazione tra E2 e hGH nel fegato.

Rappresentazione schematica dell’asse somatotropico. Il GHRH e la Somatostatina (SS), due ormoni ipotalamici, controllano la sintesi e il rilascio di hGH dall’ipofisi. Il GHRH è regolato negativamente (linee tratteggiate) dal feedback delle concentrazioni ematiche di hGH e IGF-I. Gli acidi grassi liberi (FFA) inibiscono il rilascio di hGH, mentre la leptina e la grelina lo stimolano. Anche gli ormoni sessuali e altri fattori agiscono a livello centrale per stimolare il rilascio di hGH. Il hGH circolante agisce direttamente su molti organi per stimolare la produzione di IGF-I, con la produzione di IGF-I nel fegato che rappresenta la principale fonte di IGF-I nel sangue. Il hGH ha anche effetti diretti su molti tessuti bersaglio, che possono essere indipendenti dall’azione dell’IGF-I.
  • Dimorfismo sessuale

Gli ormoni sessuali determinano un modello di secrezione dell’hGH ipofisario dipendente dal sesso, che svolge un ruolo fondamentale nella definizione e nel mantenimento del dimorfismo sessuale della trascrizione genica epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Le analisi genomiche e bioinformatiche hanno contribuito a chiarire i meccanismi molecolari coinvolti nella trascrizione genica epatica regolata dal hGH (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005; Waxman e O’Connor, 2006; Wauthier et al., 2010). L’espressione dipendente dal sesso e la regolazione da parte del hGH caratterizzano diverse famiglie di geni epatici coinvolti nel metabolismo degli endo- e xenobiotici, nonché in importanti funzioni metaboliche (ad esempio, il metabolismo dei lipidi); il 20–30% di tutti i geni epatici presenta un modello di espressione specifico per sesso. La maggior parte di queste differenze epatiche legate al sesso è spiegata dal modello di secrezione del hGH specifico delle femmine, attraverso l’induzione di trascritti predominanti nelle femmine e la soppressione di quelli predominanti nei maschi. È stato dimostrato che la somministrazione continua di hGH aumenta l’espressione epatica del fattore di trascrizione SREBP-1c e dei suoi geni bersaglio a valle (Tollet-Egnell et al., 2001), nonché la sintesi epatica di trigliceridi (TG) e la secrezione di VLDL (Sjoberg et al., 1996). Come menzionato in precedenza, le azioni del hGH nel fegato determinano un aumento della lipogenesi (cioè l’induzione di SREBP-1c) e una diminuzione dell’ossidazione dei lipidi (cioè l’inibizione del PPARα), oltre a favorire la crescita anabolica nei tessuti periferici (cioè muscoli, ossa) (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005). Per quanto riguarda la presente revisione, gli estrogeni provocano effetti opposti sul metabolismo dei lipidi e del glucosio, il che rappresenta un punto rilevante delle interazioni regolatorie tra estrogeni e hGH.

  • Il fegato, un bersaglio fisiologico degli estrogeni

La segnalazione degli estrogeni può essere mediata da diversi recettori (Heldring et al., 2007). La maggior parte degli effetti estrogenici noti è mediata dall’interazione diretta degli estrogeni con i fattori di trascrizione che si legano al DNA, ERα ed ERβ. La segnalazione classica degli estrogeni avviene attraverso il legame diretto dei dimeri di ER agli elementi sensibili agli estrogeni (ES) nelle regioni regolatorie dei geni bersaglio degli estrogeni, seguito dall’attivazione del meccanismo trascrizionale nel sito di inizio della trascrizione. Inoltre, gli estrogeni possono modulare l’espressione genica attraverso un secondo meccanismo in cui gli ER interagiscono con altri fattori di trascrizione, come STAT5, tramite un processo denominato «crosstalk dei fattori di trascrizione». Gli estrogeni possono anche esercitare effetti attraverso meccanismi non genomici, che comportano l’attivazione di vie di segnalazione a valle delle chinasi, quali PKA, PKC e MAPK, tramite ER localizzati sulla membrana. Un recettore orfano accoppiato alla proteina G (GPR)-30 presente nella membrana cellulare media la segnalazione non genomica e rapida degli estrogeni. Infine, l’E2 presenta un’affinità simile per l’ERα e l’ERβ e questi recettori vengono attivati da un’ampia gamma di ligandi, tra cui i modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM) (ad es. il raloxifene) e molti altri composti. L’ERβ è espresso nell’ovaio, nella prostata, nel polmone, nel tratto gastrointestinale, nella vescica, nel sistema ematopoietico e nel sistema nervoso centrale, mentre l’ERα è espresso principalmente nei tessuti riproduttivi, nei reni, nelle ossa, nel tessuto adiposo bianco e nel fegato. Il fegato esprime ERα ma livelli quasi impercettibili di ERβ, il che indica che le azioni specifiche degli estrogeni nel fegato possono essere riprodotte utilizzando agonisti selettivi di ERα come il propil-pirazolo-triolo (PPT) (Lundholm et al., 2008). Nel complesso, i dati sopra menzionati indicano che i meccanismi coinvolti nella segnalazione degli ER sono influenzati dal fenotipo cellulare, dal gene bersaglio e dall’attività o dall’interazione con altre reti di segnalazione. Il fegato rappresenta un sito in cui possono svilupparsi interazioni fisiologicamente e terapeuticamente rilevanti tra estrogeni e GH. Particolarmente rilevante è l’interazione degli estrogeni con la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nella regolazione della crescita somatica, del metabolismo dei lipidi e del glucosio e della “sessualità epatica”.


Effetti fisiologici dell’E2 e del hGH sul metabolismo dei lipidi e del glucosio nel fegato.
  • Crescita somatica e composizione corporea

È ben noto che gli steroidi sessuali e l’ormone della crescita (GH) interagiscono strettamente per regolare la crescita puberale (Kerrigan e Rogol, 1992). È interessante notare che la perdita di ERα (ERαKO), ma non di ERβ, media importanti effetti degli estrogeni sullo scheletro dei topi maschi durante la crescita e la maturazione (Vidal et al., 2000). Un fenotipo simile a quello dei topi ERαKO si riscontra nei topi o negli esseri umani con deficit di aromatasi, che presentano una carenza di estrogeni (Riggs et al., 2002). Inoltre, le differenze di composizione corporea legate al genere sono in parte mediate dagli steroidi sessuali che modulano l’asse GH-IGF-I (LeRoith, 2009; Rogol, 2010; Birzniece et al., 2011). Ciò è supportato dall’osservazione che le differenze di genere nella composizione corporea emergono durante la crescita puberale. Inoltre, l’efficacia dell’attività del GH è modulata dagli estrogeni anche in età adulta. Ciò è esemplificato dal fatto che le donne rispondono in misura minore rispetto agli uomini al trattamento con GH (Burman et al., 1997); il trattamento con GH induce un maggiore aumento della massa magra e una maggiore riduzione della massa grassa, oppure un maggiore aumento degli indici di ricambio osseo e della massa ossea, nei pazienti maschi affetti da GHD rispetto alle pazienti di sesso femminile. Rilevante per la fisiologia del GH è l’alterazione della biodisponibilità dell’IGF-I mediante somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni [rivisto da Leung et al., 2004]. La disponibilità e l’attività dell’IGF-I nei tessuti sono regolate dalle proteine leganti l’IGF (IGFBP) (Kaplan e Cohen, 2007; LeRoith e Yakar, 2007; Ohlsson et al., 2009). L’IGF-I circola quasi interamente sotto forma di complesso ternario legato all’IGFBP-3 e all’ALS, entrambi fortemente regolati dal GH a livello epatico. Questo complesso ternario regola la biodisponibilità dell’IGF-I. Anche l’IGFBP-1 è una proteina di origine epatica che si lega alla piccola frazione di IGF-I libero e ne attenua l’effetto ipoglicemico (Lewitt et al., 1991). Contrariamente al suo effetto soppressivo sull’ALS e sull’IGF-I, la somministrazione orale di estrogeni aumenta l’IGFBP-1 circolante. È prevedibile che l’aumento dell’IGFBP-1 riduca ulteriormente la frazione libera di IGF-I, il che dovrebbe ridurne l’attività. È interessante notare che l’attivazione della via di segnalazione GH-STAT5b induce l’espressione di ALS e IGF-I ma inibisce l’IGFBP-1 (Ono et al., 2007). Pertanto, l’inibizione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nel fegato (vedi sotto) contribuisce molto probabilmente agli effetti degli estrogeni su IGF-I, ALS e IGFBP-1. Di conseguenza, gli estrogeni esercitano effetti profondi sulle IGFBP di origine epatica quando somministrati per via orale, il che molto probabilmente modifica le azioni biologiche dell’IGF-I. Inoltre, la somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni può inibire gli effetti metabolici regolati dal GH (ad esempio, l’ossidazione dei lipidi, la sintesi proteica) (Huang e O’Sullivan, 2009). Questi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea sono attenuati dalla somministrazione transdermica, il che suggerisce che il fegato sia la sede principale del controllo regolatorio da parte degli estrogeni.

Rappresentazione schematica delle vie di segnalazione utilizzate dall’ormone della crescita (hGH) per regolare la crescita e il metabolismo. Il hGH si lega a un dimero preformato del recettore del hGH (GHR), con conseguente attivazione della tirosin chinasi JAK2 legata alla sequenza del dominio 1 del recettore, prossimale alla membrana. Contemporaneamente, viene attivata anche la chinasi Src. La segnalazione canonica della proteina tirosin chinasi JAK2 tramite STAT5 prevede la fosforilazione di residui di tirosina chiave nel dominio citoplasmatico del GHR, che si legano al dominio SH2 (Src homology 2) di STAT5a/b, reclutando le proteine ​​STAT al JAK2 attivato e facilitandone così la fosforilazione della tirosina e la successiva dimerizzazione attraverso i loro motivi SH2. Il dimerizzato STAT5 trasloca nel nucleo per regolare la trascrizione genica. STAT1 e STAT3 subiscono una fosforilazione diretta della tirosina da parte di JAK2 senza la necessità di legame al recettore. L’ERK può essere attivato da SRC e/o PLCγ e Ras, oppure da JAK2 tramite gli adattatori SHC, GRB e SOS. JNK è attivato da SRC. La via di segnalazione della PtdIns 3-chinasi e della serina-treonina-proteina chinasi mTOR è attivata da JAK2 tramite la fosforilazione di IRS. Queste vie di segnalazione influenzano, direttamente o indirettamente, la trascrizione dei geni coinvolti nella crescita e nel metabolismo. ERK, chinasi extracellulare regolata dal segnale; FAK, chinasi di adesione focale; Grb, proteina legata al recettore del fattore di crescita; IRS, substrato del recettore dell’insulina; JAK2, Janus chinasi 2; JNK, c-Jun N-terminale chinasi; MEK, chinasi 2 della proteina chinasi attivata dal mitogeno a doppia specificità; mTOR, bersaglio della rapamicina nei mammiferi; PI3K, fosfoinositide 3-chinasi; PKC, proteina chinasi C; PLCγ, fosfolipasi Cγ; SHC, proteina trasformante contenente il dominio SH2; SOCS, soppressore della segnalazione delle citochine; SOS, figlio di Sevenless; SRC, proto-oncogene tirosina-proteina chinasi Src; STAT, trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione.

Gli estrogeni possono modulare l’azione del GH sul fegato influenzandone la risposta, il che comporta variazioni nell’espressione epatica del recettore GHR e un’interazione con la via di segnalazione JAK2-STAT5 attivata dal GH (Leung et al., 2004) (Figura 3). In particolare, l’E2 può indurre l’espressione di SOCS2 e SOCS3, che a loro volta regolano negativamente la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5, portando a una riduzione dell’attività trascrizionale nel fegato. Pertanto, oltre alla regolazione da parte dell’E2 del modello dimorfico sessuale della secrezione ipofisaria di GH, l’induzione dell’espressione delle SOCS e l’inibizione della via di segnalazione JAK2-STAT5 costituiscono un meccanismo molto rilevante che, in parte, potrebbe spiegare come gli estrogeni inibiscano direttamente gli effetti del GH in diverse azioni regolate da STAT5 (ad esempio, crescita somatica, composizione corporea, metabolismo e funzioni epatiche legate al genere). Abbiamo osservato che la somministrazione a lungo termine di dosi fisiologiche di E2 a ratti maschi affetti da GHD (ipotiroidei) regola diversi membri della famiglia SOCS attraverso una complessa interazione con il GH e gli ormoni tiroidei (Santana-Farre et al., 2008). Ipoteticamente, anche altri membri dei regolatori negativi della famiglia STAT potrebbero contribuire all’interazione degli estrogeni con la segnalazione del GH nel fegato. Ciò si spiega con la stimolazione da parte di ERα dell’espressione di PIAS3, che si lega a STAT3 e ne blocca l’attività di legame al DNA. È interessante notare che l’attivazione di ER da parte di E2, seguita dall’interazione diretta di ER con STAT5, possa anche inibire l’attività trascrizionale dipendente da STAT5 (Faulds et al., 2001; Wang et al., 2004). D’altra parte, è stato dimostrato che l’attivazione di ERα o ERβ da parte dell’E2, attraverso meccanismi non genomici, induce un programma trascrizionale dipendente da STAT5 (e STAT3) nelle cellule endoteliali (Bjornstrom e Sjoberg, 2005). Nel complesso, questi studi hanno evidenziato un’interazione diretta tra la segnalazione dell’ER e quella di STAT5 e dimostrano inoltre che le conseguenze funzionali di questa interazione dipendono dalle precise condizioni dell’ambiente intracellulare.

Diagram showing estradiol effects on glucose metabolism and lipid metabolism including cells and molecules involved.

Diversi studi hanno suggerito che la segnalazione mediata dall’E2 possa svolgere un ruolo importante nel controllo del metabolismo dei lipidi e del glucosio (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Studi condotti sia sull’uomo che sui roditori indicano che livelli alterati di estrogeni o dei loro recettori possono portare a un fenotipo simile alla sindrome metabolica (ovvero, insulino-resistenza, adiposità, dislipidemia). Ad esempio, le donne in postmenopausa hanno una probabilità tre volte maggiore di sviluppare anomalie associate alla sindrome metabolica rispetto alle donne in premenopausa (Eshtiaghi et al., 2010). Inoltre, è stato dimostrato che la terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni e progestinici nelle donne in postmenopausa riduce il tessuto adiposo viscerale, la glicemia a digiuno e i livelli di insulina (Munoz et al., 2002). Osservazioni cliniche su maschi con deficit di ERα o con livelli ridotti di aromatasi hanno evidenziato lo sviluppo di aumento del peso corporeo, insulino-resistenza e iperinsulinemia (Smith et al., 1994; Jones et al., 2007). Analogamente, i topi ERαKO e quelli con deficit di aromatasi sviluppano insulino-resistenza, adiposità intra-addominale, steatosi e compromissione dell’ossidazione dei lipidi nel fegato, condizioni che possono essere invertite dal trattamento con E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007). L’influenza benefica degli estrogeni sulla normalizzazione dell’omeostasi lipidica e glicemica è evidenziata anche nei topi ob/ob e in quelli alimentati con una dieta ricca di grassi, modelli di obesità e diabete di tipo 2. In entrambi i modelli, il trattamento con E2 migliora la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina e riduce il peso nei topi alimentati con una dieta ricca di grassi (Gao et al., 2006; Bryzgalova et al., 2008). Studi condotti su topi ERαKO hanno dimostrato che l’ERα media principalmente gli effetti metabolici benefici degli estrogeni, quali l’inibizione della lipogenesi, il miglioramento della sensibilità all’insulina e della tolleranza al glucosio e la riduzione dell’adiposità (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Al contrario, i topi ERβKO non mostrano alterazioni della sensibilità all’insulina e/o del peso corporeo. Tuttavia, esistono alcune evidenze secondo cui l’ERβ potrebbe essere dannoso per il mantenimento di una regolare omeostasi del glucosio e dei lipidi. Oltre alle osservazioni relative all’ERαKO, è stato riportato che l’ablazione selettiva dell’ERα nella regione ipotalamica del cervello o nelle cellule ematopoietiche/mieloidi determina un aumento del peso corporeo e una ridotta tolleranza al glucosio (Ribas et al., 2011; Xu et al., 2011). L’insulino-resistenza nei topi ERαKO è in gran parte localizzata nel fegato e comporta un aumento del contenuto lipidico e della produzione epatica di glucosio. Sorprendentemente, l’ablazione selettiva di ERα a livello epatico (LERKO) non ha riprodotto il fenotipo osservato nei topi ERαKO (Matic et al., 2013). I topi LERKO non hanno aumentato il peso corporeo né hanno sviluppato intolleranza al glucosio o insulino-resistenza, nemmeno in seguito a una dieta ricca di grassi. Gli autori ipotizzano la presenza di uno o più meccanismi compensatori non identificati oppure che la resistenza all’insulina epatica si verifichi come effetto secondario dell’ablazione della segnalazione dell’E2 in altri tipi cellulari. Inoltre, il trattamento dei topi ob/ob con l’agonista selettivo dell’ERα PPT può migliorare la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, il che conferma il ruolo fondamentale della segnalazione dell’ERα nel controllo dell’omeostasi del glucosio. Anche la segnalazione estrogenica tramite GPR-30 è stata implicata nella produzione di insulina e nell’omeostasi del glucosio (Mårtensson et al., 2009). Come menzionato in precedenza, l’assenza di E2 o della segnalazione GHR-JAK2-STAT5 causa adiposità e steatosi epatica, che possono essere attenuate rispettivamente dalla somministrazione di E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007) o con la terapia sostitutiva con GH (LeRoith e Yakar, 2007), rispettivamente. Ciò suggerisce che la segnalazione dell’E2 e del GH regoli reti cellulari sovrapposte correlate al controllo fisiologico del metabolismo dei lipidi e del glucosio.

  • Punti chiave sulla relazione “riduttiva” dell’attività del hGH e dell’IGF-1 E2 correlata

E’ importante, al fine della comprensione del presente lavoro, che l’E2 riduce l’azione periferica dell’hGH nel fegato, in particolare se vi si creano concentrazioni elevate in loco d’organo. Sebbene gli estrogeni aumentino la secrezione di hGH da parte dell’ipofisi, inibiscono contemporaneamente la segnalazione del hGH nei tessuti epatici, riducendo la produzione di mediatori a valle come l’IGF-1.

  • I meccanismi di down-regulation del hGH da parte dell’E2 sono:
  1. Inibizione della via JAK/STAT: l’estradiolo sopprime la segnalazione indotta dal GH attraverso la via JAK2-STAT5.
  2. Induzione delle SOCS: gli estrogeni stimolano l’espressione delle proteine soppressive della segnalazione delle citochine (SOCS), come la SOCS2, che bloccano attivamente le cascate di segnalazione del GHR.
  3. Dipendenza nelle concentrazioni di E2 epatico iatrogeno dipendente: l’instaurarsi di alte concentrazioni di E2 o composti correlati a livello epatico esercita un forte effetto di primo passaggio epatico che attenua efficacemente la produzione sistemica di IGF-1, mentre la condizione fisiologica evita in gran parte, ma non del tutto, questa profonda down-regulation epatica.

Inoltre, l’E2 può aumentare i livelli di specifiche proteine leganti il fattore di crescita insulino-simile (IGFBP), ovvero l’IGFBP-1 e l’IGFBP-3. Queste proteine leganti contribuiscono a regolare la quantità di IGF-1 disponibile/attiva per le cellule.

  • Effetti dell’E2 su specifiche IGFBP
  1. IGFBP-1: Gli estrogeni aumentano generalmente i livelli sierici di IGFBP-1, il che può ridurre la quantità di IGF-1 libero e attivo in circolazione. L’estradiolo per via orale ha un effetto stimolante particolarmente forte sulla produzione epatica di IGFBP-1 a causa del passaggio diretto attraverso la circolazione portale di primo passaggio.
  2. IGFBP-3: Gli studi dimostrano che l’estradiolo può aumentare la sintesi e i livelli sierici di IGFBP-3, agendo in sinergia con le vie dell’ormone della crescita in vari tessuti.
  3. Altre IGFBP: L’estradiolo può anche aumentare i livelli locali o sistemici di IGFBP-2 e IGFBP-4 in specifici tessuti bersaglio come il cervello, l’ipofisi o la cartilagine ossea.

Differenze di genere nella biologia del tessuto adiposo

In ambito clinico, le differenze di genere nell’adiposità e nel metabolismo variano a seconda delle fasi della vita. Prima della pubertà, vi è poca differenza nella distribuzione del tessuto adiposo, ma durante la pubertà precoce, le differenze nella traiettoria del peso e nella composizione corporea diventano più evidenti. Ad esempio, gli uomini tendono a sviluppare una maggiore distribuzione centrale del grasso durante la transizione dall’adolescenza alla giovane età adulta. Le donne in premenopausa hanno livelli più elevati di estrogeni che hanno un effetto protettivo contro l’aumento di peso, aumentando il dispendio energetico e distribuendo il tessuto adiposo nelle regioni sottocutanee. Parte di questo aumento del dispendio energetico deriva dall’effetto estrogenico del “browning” o attività metabolica del tessuto adiposo. Il BAT è metabolicamente più attivo a causa dell’aumento del numero di mitocondri. Ciò è stato dimostrato in campioni bioptici e nell’aumento dell’espressione genica per la funzione mitocondriale. Le donne in postmenopausa aumentano di peso in parte a causa della naturale diminuzione dell’E2 endogeno durante la menopausa. Questa riduzione del dispendio energetico può essere prevenuta dalla terapia sostitutiva con estrogeni; Tuttavia, il rischio di malattie metaboliche non sembra migliorare. Questa risposta agli estrogeni può essere sessualmente dimorfica poiché gli estrogeni in vitro aumentano l’espressione sia di ERα che di ERβ negli adipociti sottocutanei delle donne, ma aumentano solo ERα negli adipociti sottocutanei e viscerali degli uomini.

Front and back views of female body highlighting areas of high, moderate, and low adipose tissue density

Le donne con livelli di SHBG notevolmente inferiori e alti livelli di Testosterone biodisponibile presentavano un aumento del tessuto adiposo addominale e viscerale. Negli uomini, l’aumento del testosterone biodisponibile diminuiva l’obesità addominale e il profilo di rischio metabolico. Lo studio SWAN ha dimostrato che le donne nere avevano livelli di SHBG più elevati rispetto alle donne bianche, mentre sia le donne nere che quelle ispaniche avevano un indice di androgeni liberi (FAI) inferiore rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la maggiore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne nere e ispaniche. Le donne cinesi avevano livelli di SHBG significativamente inferiori e un FAI più elevato rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la minore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne cinesi. Essere consapevoli dell’influenza del gruppo etnico e del genere sull’adiposità può essere utile per identificare il rischio individuale e la scelta della gestione migliore del soggetto.

Nelle donne in postmenopausa, il tessuto adiposo bianco (WAT) diventa il principale loco di sintesi di estrogeni per l’organismo, la cui produzione dipende da una significativa espressione e attività dell’Aromatasi. In particolare, nel WAT, l’Aromatasi converte l’Estrone [E1], un prodotto aromatico derivato dall’Androstenedione, quest’ultimo secreto dalla ghiandola surrenale, in E2 tramite la classe di enzimi 17-beta idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD). Tuttavia, i livelli di estrogeni prodotti da questa via metabolica non sono in grado di compensare la perdita della produzione ovarica di estrogeni; di conseguenza, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) può essere necessaria per le donne in postmenopausa. Ciononostante, il 17β-estradiolo (17β-E2) è la principale forma di estrogeno circolante e biologicamente attiva. È anche la forma più studiata nella regolazione del tessuto adiposo e, pertanto, utilizzeremo il termine generico estrogeno per riferirci al 17β-estradiolo in senso lato.

Oltre all’attivazione tradizionale degli ER, gli estrogeni possono anche associarsi e attivare un recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a una proteina G chiamato GPER o GPER30. Il GPER sembra essere fondamentale per guidare i percorsi indipendenti dagli ER e media gli effetti non genomici degli estrogeni. In seguito all’attivazione del GPER da parte del 17β-estradiolo, vengono attivate le vie MAPK (Erk1/2) e dell’adenilato ciclasi per promuovere varie attività cellulari. In particolare, è stato suggerito che il GPER promuova l’inibizione dell’apoptosi indotta dallo stress ossidativo mediata dagli estrogeni, l’aumento della crescita cellulare attraverso la stimolazione dell’espressione della ciclina D e la sovraregolazione della produzione del fattore di crescita nervoso nei macrofagi. Questo repertorio biologico unico e diversificato ha forti implicazioni sulla biologia e sulla progressione del cancro al seno. Questa gamma di attività esiste anche per il tessuto adiposo, e tutti gli ER e il GPER3 sono espressi all’interno di vari depositi di WAT. Tuttavia, l’ERα è stato il più ampiamente studiato e sembra guidare la maggior parte delle funzioni del WAT correlate agli estrogeni. Al contrario, i ruoli di ERβ e GPER non sono ben caratterizzati; tuttavia, entrambi i recettori degli estrogeni sembrano regolare il metabolismo.

Microscopic view of white adipose tissue with labeled cells and diagram of adipocyte anatomy showing nucleus, lipid droplet, mitochondria, and organelles

Il tessuto adiposo bianco (WAT) è disperso e non contiguo in tutto il corpo, rappresentando la potenziale eterogeneità di questo organo. Ad esempio, il WAT può essere suddiviso in due ampie localizzazioni anatomiche, sottocutaneo e viscerale, che possono essere ulteriormente separate in compartimenti distinti chiamati depositi. Il grasso sottocutaneo si trova sotto il derma, mentre il grasso viscerale circonda gli organi interni all’interno della cavità corporea . Questa macroscopica distribuzione anatomica sembra avere anche significative implicazioni metaboliche. Il grasso sottocutaneo sembra essere metabolicamente protettivo, mentre il grasso viscerale contribuisce alla disregolazione metabolica . Questa distribuzione anatomica protettiva del WAT è particolarmente rilevante tra uomini e donne. Ad esempio, le donne tendono ad avere il 10-20% in più di grasso corporeo rispetto agli uomini con lo stesso indice di massa corporea (BMI) . Tuttavia, le donne in premenopausa accumulano preferenzialmente grasso sottocutaneo nella parte inferiore del corpo, nei fianchi e nelle cosce e presentano una ridotta adiposità viscerale . Inoltre, le donne in premenopausa sono più protette dallo sviluppo di malattie metaboliche, probabilmente a causa dell’aumento del rapporto tra grasso sottocutaneo e grasso viscerale. Al contrario, gli uomini spesso accumulano grasso viscerale in eccesso, che porta a disturbi metabolici e malattie cardiovascolari . Tuttavia, le donne in postmenopausa spesso accumulano grasso viscerale riducendo al contempo i depositi di tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Questo effetto è dovuto principalmente alla mancanza di estrogeni, che predispone le donne alle malattie metaboliche . Infatti, studi che utilizzano i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), i dati di valutazione nutrizionale più estesi disponibili su interviste ed esami fisici, hanno dimostrato che un aumento dell’adiposità viscerale o centralizzata è associato al rischio più significativo di mortalità nelle donne . Uno studio britannico ha ulteriormente supportato questa nozione dimostrando un rischio simile di mortalità e adiposità viscerale nelle donne . In generale, un elevato deposito di grasso viscerale è associato ai più alti rischi di malattie metaboliche e morte prematura, indipendentemente dal sesso. Pertanto, si ritiene che i cambiamenti complessivi nei siti di accumulo del tessuto adiposo e le risposte sessualmente dimorfiche che controllano la disposizione del grasso corporeo spieghino perché gli uomini sviluppano malattie cardiometaboliche prima delle donne.

Cosa potrebbe spiegare queste differenze metaboliche e l’adiposità tra uomini e donne? Sembra che dipenda da dove avviene la crescita del tessuto adiposo e dalla biodisponibilità degli estrogeni. Prove crescenti da studi su esseri umani e roditori hanno dimostrato che livelli più elevati di estrogeni aumentano l’espansione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo e smorzano la crescita del tessuto adiposo bianco viscerale. Oltre alla distribuzione del grasso corporeo, i livelli di estrogeni ovarici possono ulteriormente proteggere dai segnali obesogeni e dalle malattie metaboliche . La ricerca ha dimostrato che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni dovuta alla menopausa o all’ovariectomia aumenta il rischio di sviluppare obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Nei roditori e negli esseri umani, la terapia sostitutiva con estradiolo o HRT inverte l’obesità riducendo la massa di grasso viscerale, migliorando così la forma fisica metabolica. Negli esseri umani, l’HRT ha dimostrato di avere numerosi effetti metabolici benefici nelle donne in post-menopausa. Ad esempio, in uno studio di 3 anni, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) ha ridotto statisticamente i livelli di glucosio a digiuno e ha abbassato significativamente l’incidenza del diabete . Inoltre, la TOS ha aumentato l’HDL e ridotto l’LDL, determinando profili lipidici più sani. Inoltre, le donne in postmenopausa che assumevano estrogeni hanno mostrato una diminuzione dell’adiposità viscerale, che ha ridotto il loro rischio di malattie cardiovascolari. In accordo con questi studi, i roditori ovariectomizzati sottoposti a terapia sostitutiva con estradiolo hanno mostrato una riduzione dell’assunzione di cibo e un aumento del dispendio energetico, proteggendoli dall’accumulo di massa grassa. È interessante notare che queste osservazioni non si limitano alle donne; la ricerca suggerisce che anche gli uomini e i topi maschi traggono beneficio dall’attività e dalla segnalazione degli estrogeni. Ad esempio, studi hanno dimostrato che la perdita della segnalazione degli estrogeni nei maschi promuove l’obesità e compromette il metabolismo del glucosio. Inoltre, la terapia ormonale di transizione di genere nelle donne trans che assumono estrogeni mostra una distribuzione del grasso corporeo più femminile e un rapporto vita-fianchi inferiore. Pertanto, gli estrogeni circolanti contribuiscono alla distribuzione, al rimodellamento e al mantenimento del grasso corporeo, ma come vengono mantenuti i livelli di estrogeni circolanti e l’attività dei recettori degli estrogeni?

Diagram comparing estrogen receptors ERα and ERβ showing receptor domains, tissue distribution in human body, signaling pathways, and biological effects.

La modulazione degli estrogeni ha un impatto sull’adiposità nelle donne in pre e postmenopausa, ma questo effetto è guidato dai recettori degli estrogeni (ER)? Nelle donne in premenopausa in sovrappeso o obese, si possono osservare differenze nell’espressione dei recettori degli estrogeni nei tessuti adiposi addominali e glutei. Questi dati suggeriscono che la disponibilità dei recettori potrebbe essere fondamentale per contrastare i depositi di grasso regionali in risposta a un bilancio energetico positivo. Uno studio sull’uomo che confrontava le differenze regionali nel tessuto sottocutaneo addominale e femorale in donne in pre e postmenopausa ha rilevato che le differenze metaboliche dipendevano dall’espressione dell’isotipo dei recettori degli estrogeni. Ovvero, queste differenze metaboliche (cioè la sensibilità all’insulina) derivavano dalle alterazioni nel rapporto tra ERα e ERβ tra i due depositi di grasso. Un rapporto ERα/ERβ più elevato è stato osservato nelle donne in premenopausa rispetto alle donne in postmenopausa. Inoltre, il trattamento di soggetti sia pre che postmenopausali con 17β-estradiolo ha aumentato il rapporto ERα/ERβ all’interno del WAT, suggerendo che i cambiamenti mediati dagli estrogeni nel rapporto ER sono fondamentali per indurre la sensibilità all’insulina del WAT. Sebbene interessanti e fisiologicamente rilevanti, i meccanismi che governano questa risposta devono ancora essere chiariti. Un potenziale meccanismo regolatorio che spiega questi cambiamenti nel rapporto ERα:ERβ potrebbe essere dovuto a un silenziamento potenziato del promotore di ERα tramite metilazione del DNA. Questo sembra verificarsi nell’aorta del ratto, ma mancano studi che esaminino la metilazione del promotore di ERα nel grasso e non può essere collegato a malattie metaboliche. Ciò che è chiaro è il costante aumento dell’adiposità, in particolare del WAT viscerale, e l’alterato metabolismo energetico dei topi maschi e femmine privi di ERα. Questo obesogeno e l’alterato equilibrio energetico nei topi privi di ERα sono ulteriormente accentuati quando alimentati con una dieta ricca di grassi.

Tuttavia, l’aumento dell’adiposità nei topi ERα nulli potrebbe essere indipendente dalla biologia del tessuto adiposo bianco e potrebbe essere collegato alla regolazione ipotalamica degli estrogeni e dei recettori degli estrogeni (ER). Ad esempio, la riduzione dell’espressione di ERα nel nucleo ventromediale (VMN) ha causato un aumento di peso attraverso un’alterazione del dispendio energetico indipendentemente dall’assunzione di cibo. Inoltre, la riduzione dell’espressione di ERα nel VMN provoca disfunzioni metaboliche nei ratti. Tuttavia, gli effetti indotti dagli estrogeni sull’assunzione di cibo possono essere osservati in risposta a microiniezioni a basso dosaggio di 17β-estradiolo nel cervello. In accordo con ciò, alcuni studi hanno suggerito che gli estrogeni diminuiscono i peptidi oressigeni per ridurre l’assunzione di cibo. Ad esempio, una riduzione del neuropeptide Y (NPY), un potente stimolatore dell’appetito, è stata associata ad un aumento dei livelli circolanti di estrogeni e all’attività dei recettori degli estrogeni mediata dagli estrogeni . Nello specifico, la trascrizione di NPY corrisponde al rapporto ERα:ERβ presente nell’ipotalamo. Quando il rapporto è alto, viene trascritto meno NPY; al contrario, quando il rapporto è basso, viene prodotto NPY . Inoltre, le variazioni del livello dell’ormone della fame grelina sono state associate a diverse fasi del ciclo ovarico . In particolare, l’infusione di grelina durante il diestro uno e il diestro due stimola l’assunzione di cibo, ma non durante il proestro o l’estro, in coincidenza con il picco dei livelli di estrogeni. A sostegno di questa nozione, i topi knockout per il recettore della grelina ovariectomizzati non sviluppano iperfagia o aumento di peso corporeo. Ciò suggerisce che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni aumenta l’assunzione di cibo liberando la grelina da un effetto inibitorio tonico degli estrogeni. Pertanto, gli estrogeni normalmente sopprimono la funzione della grelina per bloccare l’assunzione di cibo, ma in assenza di estrogeni, la secrezione di grelina è incontrollata, mediando la risposta iperfagica. Non è ancora chiaro in che modo gli estrogeni influenzino l’alimentazione mediata dalla grelina e se questi effetti possano derivare dalla segnalazione, dalla secrezione o dall’espressione dei recettori della grelina.

Mentre l’ablazione del gene ERα porta a una risposta metabolica disfunzionale distinta e robusta, la delezione del gene ERβ appare meno evidente. È interessante notare che la delezione di ERβ in tutto il corpo non ha praticamente alcun effetto sull’adiposità o sul bilancio energetico . Questa osservazione ha portato all’ipotesi che ERβ promuovesse l’obesità e i disturbi metabolici. Tale osservazione è stata ulteriormente supportata da un aumento di 10 volte della concentrazione di 17β-estradiolo nei topi ERα nulli, il che suggerisce un aumento del flusso di segnalazione degli estrogeni attraverso ERβ. A sostegno di questa visione, i topi ERβ nulli ovariectomizzati erano protetti dall’obesità . Tuttavia, studi successivi hanno dimostrato che i topi ERβ nulli erano in realtà più suscettibili all’obesità ma protetti contro l’insulino-resistenza. Questo effetto obesogeno sui topi ERβ nulli è stato ulteriormente accentuato dall’ovariectomia. In linea con questi studi sui roditori, uno studio genetico umano ha rivelato cinque polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) nell’ERβ associati all’obesità sia nei maschi che nelle femmine. Tuttavia, i meccanismi molecolari e le caratteristiche regolatorie dell’ERβ nell’obesità indotta dalla dieta devono ancora essere chiariti. Ma nuovi studi stanno iniziando a suggerire che l’ERβ potrebbe avere un ruolo metabolicamente protettivo regolando l’attività dei mitocondri del tessuto adiposo bianco (WAT). Ad esempio, nei roditori, i ligandi specifici dell’ERβ sembrano aumentare il dispendio energetico e l’attività dei mitocondri del WAT, anche in assenza di estrogeni circolanti . Inoltre, i cambiamenti nei geni di accumulo di grasso e nelle adipochine sono stati correlati all’attivazione dell’ERβ rispetto all’ERα o al rapporto tra i due recettori . Nel complesso, questi studi suggerirebbero che sia l’ERα che l’ERβ sono necessari per un corretto metabolismo energetico al fine di mediare la flessibilità metabolica. Nel loro insieme, l’attivazione degli isotipi del recettore degli estrogeni (ER), il profilo di espressione dell’ER, l’interazione tra il recettore dell’ER e il DNA e le attività non genomiche degli estrogeni rappresentano aree di ricerca cruciali che contribuiranno a risolvere i quesiti ancora irrisolti.

Oltre alle risposte mediate dal genoma ligando-recettore, gli estrogeni possono anche avere risposte non genomiche mediate da GPER (recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a proteine ​​G). GPER è espresso nelle membrane intracellulari e, come altri GPCR, accoppia la segnalazione degli estrogeni a cambiamenti nell’attività dell’adenilato ciclasi, della chinasi e dei canali ionici. In particolare, GPER può anche regolare indirettamente l’espressione dei geni bersaglio. GPER è espresso in una moltitudine di tessuti; tuttavia, GPER non sembra essere coinvolto nella riproduzione mediata dagli estrogeni . Questo perché i topi privi di GPER sono fertili, mentre i topi privi di ERα sono infertili . All’interno del tessuto adiposo, i ruoli metabolici di GPER rimangono elusivi, ma negli ultimi anni sono state raccolte maggiori informazioni, che sono state recentemente esaminate in . In breve, alcuni studi mostrano che la carenza di GPER porta a una riduzione del peso corporeo e della crescita ossea nelle femmine, e altri studi hanno riportato un aumento significativo della massa grassa quando il GPER viene eliminato . Al contrario, diversi studi hanno mostrato un effetto del GPER o della sua attivazione sul peso corporeo anche in risposta a una dieta ricca di grassi . Nel complesso, la capacità degli estrogeni di regolare la massa grassa e la distribuzione sessualmente dimorfica dipende dall’espressione del recettore, dalla biodisponibilità e sintesi degli estrogeni e dall’età.

Tuttavia, gli estrogeni sembrano avere un ruolo diretto nella soppressione dei geni di accumulo lipidico e nell’attivazione preferenziale delle vie lipolitiche. Ad esempio, negli adipociti e nelle cellule tumorali, è stato dimostrato che il recettore ER interagisce direttamente con il recettore gamma attivato dai proliferatori dei perossisomi (Pparγ), un fattore chiave nell’accumulo di lipidi e nell’adipogenesi, bloccandone l’attività trascrizionale. Il blocco dell’attività di Pparγ ha diverse implicazioni sia nel compartimento delle cellule progenitrici adipose che in quello degli adipociti. Ad esempio, il blocco dell’attività di Pparγ mediato dagli estrogeni nelle cellule progenitrici adipose impedirebbe l’adipogenesi e ostacolerebbe il potenziale beneficio metabolico dell’iperplasia. Al contrario, la soppressione dell’attività trascrizionale di Pparγ negli adipociti maturi da parte degli estrogeni reprimerebbe la biogenesi lipidica e i geni di sensibilizzazione all’insulina. Come notato in precedenza, questi effetti degli estrogeni su Pparγ potrebbero essere specifici per il deposito e potrebbero avere ulteriori passaggi di regolazione trascrizionale che controllano i geni bersaglio di Pparg. Oltre a Pparγ, è stato dimostrato che gli estrogeni e i loro livelli reprimono direttamente la trascrizione del gene della lipoproteina lipasi (LPL) e diminuiscono l’attività della LPL attraverso modifiche post-trascrizionali . Ad esempio, le analisi cliniche dei livelli sierici di trigliceridi mostrano un aumento nelle donne in postmenopausa, ma vengono normalizzati o addirittura ridotti in risposta alla terapia ormonale sostitutiva (HRT) . Analogamente, nelle donne obese, una minore attività della LPL a digiuno è stata associata a livelli più elevati di estrogeni circolanti. È fondamentale sottolineare che l’attività della LPL è responsabile della conversione dei trigliceridi in acidi grassi liberi, consentendo l’assorbimento di acidi grassi liberi nei tessuti non epatici. Pertanto, la riduzione dell’espressione della LPL o la diminuzione della sua attività attraverso modifiche post-trascrizionali attenuerà l’assorbimento di acidi grassi liberi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni regolino l’attività e l’espressione genica della lipoproteina lipasi (LPL) in modo specifico per il tessuto adiposo bianco (WAT). In generale, sembrano mancare studi di trascrizione genetica su larga scala che esaminino il ruolo della segnalazione estrogenica nella regolazione dell’espressione genica degli adipociti sottocutanei e viscerali. Studi incentrati sulla comprensione dell’interazione tra steroidi sessuali e geni potrebbero contribuire a chiarire queste associazioni, così come studi osservazionali per descrivere le differenze nella distribuzione e nell’attività del tessuto adiposo bianco maschile e femminile.

Gli estrogeni potrebbero anche facilitare i tassi di lipolisi degli adipociti. L’attivazione dell’ERα da parte degli estrogeni sembra aumentare l’espressione dei recettori adrenergici alfa2A antilipolitici solo nel tessuto adiposo bianco sottocutaneo, ma non in quello viscerale . Inoltre, l’esame della distribuzione del grasso in donne affette da sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), una patologia in cui le ovaie producono una quantità eccessiva di androgeni, ha mostrato un’espansione preferenziale del tessuto adiposo bianco viscerale con una riduzione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Si ritiene che questi cambiamenti nell’immagazzinamento e nel rimodellamento del tessuto adiposo nelle pazienti con PCOS siano dovuti ai livelli plasmatici di androgeni, che bloccano la lipolisi e stimolano la lipogenesi nei compartimenti viscerali. Inoltre, i topi ovariectomizzati trattati con estradiolo hanno mostrato risposte lipolitiche potenziate, favorendo l’ossidazione degli acidi grassi liberi e non il loro accumulo. Questo effetto lipolitico potrebbe essere attribuito ai cambiamenti nell’espressione genica indotti dagli estrogeni nel recettore nucleare dell’ormone dell’ossidazione degli acidi grassi, Pparδ, e nelle sue vie di ossidazione degli acidi grassi . Inoltre, l’ossidazione lipidica potrebbe richiedere l’attività non genomica dell’estradiolo per attivare rapidamente la proteina chinasi attivata da AMP. Tuttavia, sono necessarie ulteriori informazioni per comprendere l’intero spettro degli effetti degli estrogeni sulla lipolisi, sui tassi di lipolisi e sull’espressione genica dei geni lipolitici e lipogenici.

Struttura del VEGFA [Vascular endothelial growth factor A]

Poiché gli estrogeni possono regolare la crescita sottocutanea e bloccare l’espansione del tessuto adiposo viscerale, i ricercatori hanno esaminato se gli estrogeni modulano il potenziale angiogenico di vari depositi di tessuto adiposo. Infatti, le donne in postmenopausa tendono ad avere una riduzione del flusso sanguigno nel tessuto adiposo, aumentando la loro suscettibilità alle malattie metaboliche. I dati suggeriscono anche che l’attivazione dell’ER regola positivamente l’espressione genica del VEGFA. In accordo con ciò, il blocco dell’attività dell’ER ha mostrato una diminuzione dell’espressione genica del VEGFA, con conseguente ipertrofia degli adipociti, infiammazione e insulino-resistenza. È stato anche dimostrato che la segnalazione degli estrogeni regola l’angiotensinogeno nel fegato. È stato dimostrato che l’angiotensinogeno regola il flusso e la pressione sanguigna ed è spesso elevato nei pazienti obesi, aumentando l’ipertensione indotta dall’obesità. Coerentemente con questa nozione, l’angiotensinogeno è espresso e secreto dagli adipociti e aumenta all’interno degli adipociti ipertrofici. Inoltre, nei modelli murini, sembra che gli adipociti siano la principale fonte di angiotensinogeno e possano spiegare le variazioni della pressione sanguigna sistolica in risposta a una dieta ricca di grassi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni siano un mediatore dell’espressione e dell’attività dell’angiotensinogeno. È ben documentato che gli estrogeni possono regolare la biologia dei vasi sanguigni nel contesto dell’aterosclerosi e dell’ipertensione e che le donne in postmenopausa perdono la protezione da queste condizioni. Ad esempio, il tessuto adiposo perivascolare regola il tono vascolare, ma nelle donne in postmenopausa il tessuto adiposo bianco perivascolare si espande, aumentando la dissezione arteriosa. Sebbene questi indizi evidenzino che gli estrogeni regolano la biologia e il tono vascolare nel tessuto adiposo bianco e in altri sistemi di organi, sembra che i meccanismi molecolari e trascrizionali debbano ancora essere completamente determinati.

  • La variabile dell’E2 sulla α2-AR:β2-AR ratio
Highlight estradiol-induced increase of α2-AR in adipocyte

È stato dimostrato che il progesterone aumenta la sintesi dei recettori β2-AR durante la gravidanza e il numero di proteine ​​G attivate, motivo per cui può essere combinato con gli agonisti dei recettori β2-AR nella minaccia di parto pretermine. L’espressione dei recettori α1-AR nel miometrio è influenzata dagli ormoni steroidei sessuali femminili, principalmente dagli estrogeni. Il 17β-estradiolo diminuisce l’espressione dei recettori α1A-AR, ma non influenza l’espressione dei recettori α1D-AR. Gli estrogeni svolgono un ruolo importante nell’influenza diretta sui sottotipi di recettori α2-AR, che sono anche coinvolti nel meccanismo della lipolisi.

I recettori α2-AR sono stati suddivisi in sottotipi α2A, α2B e α2C. Tutti e tre i sottotipi recettoriali sono accoppiati alla subunità α della proteina Gi sensibile alla tossina della pertosse e diminuiscono l’attività dell’adenilato ciclasi (AC) e le correnti di Ca2+ voltaggio-dipendenti, attivando allo stesso tempo le correnti di K+ dipendenti dal recettore. La stimolazione di questi recettori porta all’inibizione del feedback presinaptico del rilascio di (-)-noradrenalina sui neuroni adrenergici e media una varietà di funzioni cellulari, come la vasocostrizione, l’aumento della pressione sanguigna e la nocicezione. In determinate circostanze, i recettori α2-AR possono accoppiarsi non solo alle proteine ​​Gi ma anche alle proteine ​​Gs, con conseguente attivazione dell’AC.

Nel tessuto adiposo sottocutaneo (sc), gli estrogeni possono aumentare il numero di recettori α2A-AR, che sono coinvolti nell’inibizione della lipolisi. Ciò può contribuire al tipico modello di distribuzione del grasso femminile, in cui il grasso viene immagazzinato maggiormente a livello sottocutaneo piuttosto che viscerale. Inoltre, una condizione estrogenica non ben manipolata può rendere, dato questo effetto, più difficile raggiungere definizioni estremizzate.

Diagram showing α2-AR inhibiting and β2-AR stimulating lipolysis in an adipocyte

E’ stato infatti osservato che l’aumento del numero di recettori α2A-AR causa una risposta lipolitica attenuata dell’Epinefrina negli adipociti sc; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-AR negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Dai risultati ci viene mostrato che gli estrogeni abbassano la risposta lipolitica nel deposito di grasso sc aumentando il numero di recettori α2A-AR, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Questi risultati dimostrano che gli estrogeni attenuano la risposta lipolitica attraverso la sovraregolazione del numero di recettori α2A-AR antilipolitici solo nel sc e non nei depositi di grasso viscerale. Pertanto, questi risultati offrono una spiegazione del modo in cui gli estrogeni, se non ben modulati, rendono molto più ostica la mobilitazione del grasso sc in specie nella donna.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15070958/]

Quindi, gli estrogeni regolano positivamente i α2A-AR direttamente nel tessuto adiposo sottocutaneo umano tramite il ERα. Questo meccanismo aumenta l’attività antilipolitica, riduce la degradazione del grasso in risposta alle catecolamine come l’Epinefrina e contribuisce a mantenere la tipica distribuzione del grasso nella parte inferiore del corpo femminile e nel tessuto adiposo sottocutaneo.

  • Meccanismo d’azione
  1. Specificità recettoriale: Gli estrogeni agiscono attraverso il ERα per modulare il numero di recettori adrenergici [vedi ratio tra α2-AR (antilipolitico) e β2-AR (lipolitico) a favore del α2-AR].
  2. Specificità del deposito: L’aumento dell’espressione si verifica esclusivamente nei depositi di grasso sottocutaneo (sc) piuttosto che in quelli viscerali o intra-addominali.
  3. Sottoregolazione della lipolisi: Un numero maggiore di recettori α2A-AR (che inibiscono l’adenilato ciclasi) attenua l’effetto mobilizzante del grasso dell’Epinefrina negli adipociti sottocutanei.
  • Implicazioni fisiologiche
  • Distribuzione del grasso: Inibendo la mobilizzazione del grasso specificamente nelle aree sottocutanee (regioni gluteo-femorali), gli estrogeni favoriscono l’accumulo di grasso nei depositi della parte inferiore del corpo rispetto all’accumulo viscerale.
  • Dualismo tra protezione metabolica e limitazione estetica: Questa regolazione dell’accumulo sito-specifica impedisce al grasso di accumularsi negli spazi intra-addominali, proteggendo così dai rischi metabolici associati all’obesità viscerale. Ciò nonostante, in un contesto di miglioramento della composizione corporea in specie nel BodyBuilding, questa caratteristica risulta limitante richiedendo specifiche modifiche nella preparazione.

Equilibrio dei recettori adrenergici

Le catecolamine (Adrenalina e Noradrenalina) si legano sia ai recettori β stimolatori che ai recettori α2A inibitori presenti sugli adipociti:

  • Gli adipociti sottocutanei esprimono un’elevata densità di recettori α2A adrenergici, in particolare nelle donne a causa della segnalazione estrogenica. Questo agisce come un “freno” molecolare che smorza la degradazione del grasso.
  • Gli adipociti viscerali esprimono un’elevata densità di recettori β₁ e β₂ e livelli inferiori di recettori α2A, rendendoli altamente sensibili alla stimolazione che induce la scissione del grasso.

Una nota sui Glucocorticoidi e Mineralocorticoidi nella donna

Le donne presentano generalmente concentrazioni basali totali più elevate di glucocorticoidi (Cortisolo) a causa del legame con le proteine, mentre le loro concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone) fluttuano ciclicamente e sono altamente sensibili alle interazioni tra ormoni sessuali. Al contrario, gli uomini mostrano concentrazioni basali più stabili, ma presentano picchi molto più netti e più elevati nei livelli di glucocorticoidi quando sottoposti a stress acuto.

Schema asse ipotalamo ipofisi surrene
  • Concentrazioni di glucocorticoidi (Cortisolo)

Sebbene entrambi i sessi mantengano il cortisolo entro un intervallo fisiologico ampio e simile (da 5 a 25 mcg/dL al mattino), le dinamiche di concentrazione e i meccanismi di regolazione sottostanti differiscono:

  1. Cortisolo totale vs. libero: le donne presentano livelli di cortisolo circolante totale più elevati principalmente perché gli estrogeni stimolano la produzione di globulina legante il cortisolo (CBG) nel fegato. Tuttavia, la concentrazione di cortisolo “libero” (biologicamente attivo) rimane altamente comparabile tra uomini e donne sani.
  2. Reattività allo stress acuto: quando esposti a stress psicologico o fisico acuto, gli uomini mostrano un picco di concentrazione di glucocorticoidi significativamente più forte e più rapido. Le donne mostrano una risposta acuta del cortisolo più attenuata, tranne durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando la loro risposta allo stress rispecchia da vicino quella degli uomini.
  3. Ritmo circadiano: entrambi i sessi seguono un ritmo circadiano preciso, ma le donne mostrano frequentemente una risposta del cortisolo al risveglio (CAR) leggermente più pronunciata, ovvero un picco mattutino più ripido subito dopo il risveglio.
  • Concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone)

Le concentrazioni basali di mineralcorticoidi sono fortemente dimorfiche a causa dell’impatto diretto delle fluttuazioni ormonali sul sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS):

  1. Variabilità ciclica vs. stabilità: Gli uomini mantengono concentrazioni basali di mineralcorticoidi molto stabili giorno per giorno. Le donne, invece, sperimentano enormi fluttuazioni a seconda del ciclo mestruale. Durante la fase luteale, le concentrazioni di aldosterone raddoppiano o triplicano perché il progesterone blocca i recettori dei mineralcorticoidi, costringendo l’organismo a produrre più aldosterone per mantenere l’equilibrio del sodio.
  2. Selettività e sensibilità tissutale: Gli uomini mostrano naturalmente una maggiore sensibilità alle variazioni della pressione sanguigna indotte dal sale. Le donne beneficiano di meccanismi estrogenici protettivi che limitano l’iperattivazione dei recettori dei mineralcorticoidi nel sistema cardiovascolare, il che significa che una concentrazione simile di aldosterone causa meno danni vascolari nelle donne rispetto agli uomini.
  • Differenze a livello di recettori e meccanismi di feedback

Il modo in cui queste concentrazioni influenzano l’organismo è determinato dall’espressione dei recettori nel cervello e negli organi. Gli uomini presentano una concentrazione basale più elevata di recettori dei glucocorticoidi (GR) e recettori dei mineralcorticoidi (MR) in aree come l’ippocampo. Di conseguenza, gli uomini possiedono un meccanismo di feedback negativo altamente efficiente che interrompe rapidamente la risposta allo stress. Le donne presentano un sistema di feedback più graduale, il che significa che, sebbene le loro concentrazioni di ormoni dello stress non raggiungano picchi così elevati, il ritorno alla normalità richiede più tempo.

  • Appetito e chimica cerebrale: fattori scatenanti comportamentali

Lo stress cronico altera le vie neurali che regolano la fame in modo diverso nei due sessi:

  1. Donne (Iperfagia edonica): L’aumento del Cortisolo interagisce con gli estrogeni alterando profondamente i centri cerebrali che regolano l’appetito. Le donne stressate producono livelli più elevati dell’ormone della fame Grelina e mostrano un declino più rapido dell’attività della corteccia prefrontale (il centro di controllo degli impulsi del cervello). I dati epidemiologici di uno studio mostrano che le donne sperimentano aumenti significativamente maggiori dell’indice di massa corporea (BMI) in seguito a importanti eventi stressanti rispetto agli uomini. Sperimentano un’intensa voglia di cibi iper-appetitosi e ad alta densità calorica (zucchero e grassi).
  2. Uomini (Strategie di coping basate su sostanze): Gli uomini stressati sono biologicamente meno inclini all’alimentazione compulsiva indotta dallo stress. Al contrario, come evidenziato dalla ricerca sui meccanismi di coping, gli uomini sono più propensi a ricorrere all’alcol o al fumo per far fronte alla pressione cronica. Questo introduce calorie liquide “vuote” che aggirano i normali segnali di sazietà e accelerano ulteriormente l’accumulo di grasso viscerale nel fegato e nell’addome.
Diagram of ghrelin signaling pathways in brain regulating appetite, metabolism, and reward
  • Il paradosso del RAAS nella donna in età fertile

Nelle donne in età fertile si verifica un fenomeno unico: l’attività del RAAS è naturalmente più alta durante la fase luteale del ciclo mestruale, ma senza causare ipertensione.

  1. Il ruolo del progesterone: Durante la fase luteale, i livelli di progesterone si impennano. Il progesterone è un potente antagonista competitivo dei recettori dei mineralocorticoidi (MR); in parole semplici, blocca i recettori dell’aldosterone.
  2. La risposta compensatoria: Per evitare una massiva perdita di sodio e una conseguente disidratazione, il corpo della donna risponde attivando fortemente il RAAS. La produzione di renina e aldosterone raddoppia o triplica per superare il blocco del progesterone.
  3. La protezione degli estrogeni: Nonostante l’elevata concentrazione di componenti del RAAS in questa fase, gli estrogeni stimolano la produzione di ossido nitrico e promuovono la vasodilatazione, proteggendo i vasi sanguigni e impedendo l’aumento della pressione arteriosa.
Estrogen effects on RAAS pathway diagram

Il vero rischio clinico legato a un aumento dell’attività del RAAS nella donna si manifesta dopo la menopausa.

  1. Perdita del freno estrogenico: Nonostante l’E2 aumenti l’espressione del Angiotensiogeno epatico, con il calo degli estrogeni in menopausa, svanisce l’effetto vasodilatatore protettivo. L’angiotensina II inizia a stringere i vasi in modo incontrollato.
  2. Spostamento verso il recettore AT1: Il deficit di estrogeni sposta l’equilibrio del RAAS verso l’attivazione dei recettori AT1 (che promuovono infiammazione, vasocostrizione e fibrosi) a discapito dei recettori AT2 (protettivi).
  3. Conseguenze cliniche: Questo cambiamento molecolare spiega perché, dopo la menopausa, le donne mostrano una suscettibilità accelerata all’ipertensione sensibile al sale, all’ipertrofia cardiaca e alla rigidità arteriosa rispetto agli uomini della stessa età.

Sintesi sul dimorfismo sessuale ormonale-metabolico

Le differenze ormonali e metaboliche tra uomo e donna costituiscono il fondamento fisiologico della dimorfia sessuale, influenzando la composizione corporea, l’utilizzo dei substrati energetici, la risposta all’esercizio e la suscettibilità a diverse condizioni patologiche e pratiche cliniche o PEDs.

Hormonal and tissue sexual dimorphism diagram
  1. Profilo Ormonale

Le principali differenze endocrine risiedono nei livelli basali degli steroidi sessuali e nel loro pattern di secrezione.

  • Androgeni vs. Estrogeni e Progesterone Testosterone (Uomo): Prodotto principalmente dalle cellule di Leydig nei testicoli (95%) e dalle ghiandole surrenali. I livelli plasmatici fisiologici nell’uomo adulto variano indicativamente tra 300 e 1000 ng/dL. Il testosterone stimola la sintesi proteica muscolare via recettore AR, la densità ossea, la lipolisi e la produzione di eritropoietina (EPO).
  • Estrogeni (E2 / Estradiolo) e Progesterone (Donna): Nelle donne in età fertile, i livelli di estradiolo oscillano ciclicamente tra 30 e 400 pg/mL a seconda della fase del ciclo mestruale (follicolare vs. luteale/ovulatoria). Gli estrogeni hanno un ruolo protettivo sul sistema cardiovascolare, modulano la sensibilità insulinica, migliorano la salute ossea e favoriscono l’accumulo di grasso periferico/ginoide.
  • Pattern di Secrezione: Nell’uomo la secrezione dell’asse HHG (ipotalamo-ipofisi-gonadi) segue un ritmo circadiano (con picco nelle prime ore del mattino). Nella donna in età fertile segue un ritmo infradiano (ciclo mestruale di ~28 giorni) con marcate fluttuazioni nella sensibilità ai nutrienti e nell’idratazione corporea.

2. Distribuzione del Grasso:

  • Uomo (Androide): Predominanza di accumulo viscerale e addominale. Il grasso viscerale è più lipoliticamente attivo e pro-infiammatorio.
  • Donna (Ginoide): Predominanza di accumulo sottocutaneo su fianchi e glutei/cosce, guidato dagli estrogeni e dall’attività della lipoproteina lipasi (LPL) gluteo-femorale.

3. Ossidazione dei Nutrienti durante l’Esercizio

  • Ossidazione dei Lipidi (Donna): Durante l’esercizio aerobico a pari intensità relativa (%VO2max), le donne ossidano una quota maggiore di grassi rispetto ai carboidrati. L’estradiolo attiva vie di segnalazione (es. AMPK) che promuovono l’ingresso degli acidi grassi nei mitocondri.
  • Risparmio del Glicogeno (Donna): Questo maggior ricorso ai lipidi permette alla donna di risparmiare il glicogeno muscolare ed epatico, conferendo una maggiore resistenza alla fatica nei lavori di lunga durata/ultra-endurance.
  • Ossidazione dei Carboidrati (Uomo): Gli uomini dipendono in misura maggiore dai carboidrati (glicogenolisi e glicolisi) durante il lavoro submassimale e massimale. Sensibilità Insulinica e Metabolismo del Glucosio
  • Donne: Presentano una sensibilità insulinica muscolare mediamente superiore nell’arco della vita (fino alla menopause), in parte grazie all’azione protettiva degli estrogeni e alla maggiore densità capillare per unità di massa muscolare.
  • Uomini: Tendono a sviluppare più facilmente insulino-resistenza sistemica in presenza di surplus calorico, a causa del rapido accumulo di tessuto adiposo viscerale e intraepatico.

La transizione verso la menopausa e la sua fase conclamata rappresentano un reset neuroendocrino e metabolico profondo. Con la cessazione della funzione ovarica follicolare, la brusca caduta degli estrogeni e del progesterone — unita a una complessa riorganizzazione della sensibilità recettoriale — altera radicalmente l’omeostasi glucidica, lipidica e la composizione corporea.

4. Il Quadro Endocrino e il Declino degli Steroidi Sessuali

Con la menopausa, l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) subisce una drastica de-soppressione per assenza del feedback negativo indotto dagli steroidi ovarici:

  • Estradiolo (E2): Crolla da livelli ciclici (fino a 300-400pg/mL) a valori costantemente bassi (<10-20pg/mL). L’Estrone (E1), derivante dalla conversione periferica dell’Androstenedione da parte dell’aromatasi nel tessuto adiposo, diventa l’estrogeno circolante dominante, pur essendo un agonista recettoriale nettamente meno potente di E2.
  • Progesterone: Scompare quasi completamente a causa dell’assenza del corpo luteo e dell’ovulazione.

5. Androgeni (Testosterone e DHEA):

  • Il Testosterone varia in modo meno brusco rispetto agli estrogeni: l’ovaio in menopausa continua a produrne piccole quote guidate dalle alte concentrazioni di LH, unitamente alla produzione surrenalica. Ciò genera un iperandrogenismo relativo (aumento del rapporto Testosterone/Estradiolo libero).
  • SHBG (Sex Hormone-Binding Globulin): La riduzione della sintesi epatica di SHBG — indotta dal deficit estrogenico — aumenta la frazione libera e biologicamente attiva sia degli estrogeni residui sia degli androgeni.

6. Sensibilità Recettoriale e Rimodellamento Metabolico

A. L’impatto della carenza di steroidi sessuali si esplica attraverso la perdita della segnalazione dei recettori estrogenici ERα e ERβ nei tessuti metabolicamente attivi (muscolo scheletrico, fegato, tessuto adiposo e sistema vascolare).

B. Shift della Distribuzione Adipocitaria: Da Ginoide ad Androide Inattivazione della LPL Gluteo-Femorale: Gli estrogeni mantengono attiva la lipoproteina lipasi (LPL) nel distretto sottocutaneo inferiore. Senza E2, la LPL sottocutanea riduce la propria attività, mentre aumenta il deposito lipidico nel distretto viscerale (addominale). Infiammazione di Basso Grado: Il tessuto adiposo viscerale espanso recluta macrofagi M1 pro-infiammatori e secerne citochine TNF-alpha, IL-6, favorendo uno stato flogistico cronico che peggiora ulteriormente l’insulino-resistenza sistemica.

C. Profilo Lipidico e Salute Cardiovascolare Down-regulation dei Recettori LDL Epatici: La mancanza di estrogeni riduce l’espressione dei recettori per le LDL a livello epatico, portando a un incremento significativo del colesterolo LDL e dei trigliceridi ematici, unito a una contrazione o alterazione funzionale delle HDL. Tono Vascolare: Viene meno la stimolazione della sintesi di ossido nitrico endoteliale (eNOS) mediate da ERα, aumentando la rigidità arteriosa e la pressione arteriosa sistemica.

7. Risposta agli Steroidi Sessuali Esogeni

La sensibilità del tessuto bersaglio alla somministrazione esogena di steroidi cambia significativamente in relazione alla tempistica di avvio del trattamento e al contesto recettoriale.

  • Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS / HRT) La “Finestra d’Opportunità” (Timing Hypothesis): Se la TOS (a base di E2 bioidentico, affiancato da progesterone/progestinico a protezione endometriale nelle donne non isterectomizzate) viene avviata precocemente nella perimenopausa o nei primi anni di menopausa (<60 anni o <10 anni dalla menopausa), ripristina la sensibilità insulinica, previene l’accumulo di grasso viscerale, preserva la densità minerale ossea (BMD) e protegge la funzione endoteliale.
  • Somministrazione Tardiva: L’avvio della TOS a distanza di molti anni dall’avvenuta menopausa trova vasi e recettori in uno stato indurito/pro-infiammatorio, riducendo i benefici metabolici e aumentando il rischio tromboembolico e cardiovascolare.
  • Via di Somministrazione: La via transdermica per l’Estradiolo evita il primo passaggio epatico, non altera i fattori della coagulazione e la SHBG, e garantisce una risposta metabolica e un profilo di sicurezza sovrapponibili alla fisiologia.

8. Sensibilità agli Androgeni Esogeni

  • In caso di deficit sintomatico di libido e affaticamento marcato, micro-dosi di Testosterone (sotto stretta supervisione medica) mostrano un’elevata sensibilità recettoriale nel tessuto osseo, muscolare e cerebrale. Tuttavia, la risposta della donna in menopausa agli androgeni è estremamente sensibile alle dosi: nonostante non sembri manifestarsi come nel periodo pre-menopausa, sottili sovradossaggi portano rapidamente a segni di virilizzazione, riduzione delle HDL e ritenzione idrica, data la differente densità/sensibilità recettoriale presumibilmente correlata al volume di distribuzione ridotto rispetto all’uomo.

Fine Prima Parte…

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]


Riferimenti:

AAS e influenza, gestione e controllo dell’attività del Cortisolo e dell’Aldosterone – [Prima Parte].

Introduzione:

Androgen and glucocorticoid receptor interaction diagram

I ruoli fisiologici degli androgeni e dei glucocorticoidi sono molto diversi, e ciò si riflette nelle loro applicazioni cliniche. Gli androgeni sono gli steroidi sessuali principalmente coinvolti nello sviluppo e nel mantenimento degli organi riproduttivi maschili e nella spermatogenesi. Clinicamente, possono apportare benefici come terapia ormonale sostitutiva per gli uomini ipogonadici, al limite dell’ipogonadismo con sintomatologia correlata o in casi di cachessia grave o osteoporosi. D’altra parte, nella terapia del carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, l’azione degli androgeni viene bloccata dalla deprivazione androgenica, dagli inibitori della sintesi androgenica e/o dall’uso di antagonisti del recettore degli androgeni (AR). I glucocorticoidi, invece, controllano principalmente l’infiammazione e il metabolismo, il che ha portato al loro ampio utilizzo nel trattamento di disturbi infiammatori e immunologici.

Gli effetti degli androgeni e dei glucocorticoidi sono mediati dai rispettivi recettori, l’AR e il recettore dei glucocorticoidi (GR), entrambi recettori nucleari. I recettori nucleari sono fattori di trascrizione inducibili da ligandi; possiedono un dominio di legame al DNA (DBD) situato centralmente, collegato tramite una regione cerniera a un dominio di legame al ligando (LBD) carbossiterminale e a una funzione di attivazione (NTD) amminoterminale. Il DBD è costituito da due moduli di coordinazione dello Zinco e rappresenta il dominio caratteristico della famiglia dei recettori nucleari.

Prove cliniche e molecolari sempre più numerose suggeriscono anche che gli steroidi sessuali modulano i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del recettore dei mineralcorticoidi. Pertanto, marcate variazioni ormonali possono influenzare l’attività del recettore dei mineralcorticoidi e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del recettore dei mineralcorticoidi sui tessuti epiteliali ed endoteliali. Ciò a sua volta determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari e di danni renali.

In questi due articoli andremo ad analizzare l’attività fisiologica di Cortisolo e Aldosterone e gli effetti sistemici della loro alterazione per poi approfondire l’interazione degli AAS con i sistemi ormonali in questione e come questo possa essere gestito per il miglioramento della preparazione, estetica e Harm Reduction.

Cortisolo – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-

  • Biosintesi e affinità recettoriale
Molecola di Cortisolo

Il Cortisolo è un ormone steroideo, appartenente alla classe degli ormoni glucocorticoidi. Quando viene utilizzato come farmaco, è noto come Idrocortisone.

Il Cortisolo viene sintetizzato nel corpo umano a partire dal Colesterolo dalla zona fascicolata della ghiandola surrenale, il secondo dei tre strati che compongono la corteccia surrenale. Questa corteccia forma la “corteccia” esterna di ciascuna ghiandola surrenale, situata sopra i reni. Il rilascio di Cortisolo è controllato dall’Ipotalamo nel cervello. La secrezione dell’Ormone di Rilascio della Corticotropina da parte dell’Ipotalamo innesca le cellule della vicina Ipofisi anteriore a secernere l’Ormone Adrenocorticotropo (ACTH) nel sistema vascolare, attraverso il quale viene trasportato alla corteccia surrenale. L’ACTH stimola la sintesi di Cortisolo e di altri glucocorticoidi, mineralcorticoidi e androgeni, come Aldosterone e Deidroepiandrosterone [DHEA].

Percorsi di regolazione fisiologica del cortisolo nell’organismo. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) controlla la sintesi del cortisolo nella ghiandola surrenale e il suo rilascio nella circolazione. L’attività dell’asse HPA è regolata dall’orologio circadiano, dal feedback negativo del cortisolo circolante, da fattori di stress esterni e da altri fattori. Il cortisolo e il cortisone inattivo vengono convertiti l’uno nell’altro dagli enzimi 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD) per l’attivazione e l’inattivazione reversibili nei tessuti periferici. Il fegato, il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico sono i siti predominanti dell’attivazione del cortisolo da parte dell’11β-HSD1, mentre il rene è il sito predominante per l’inattivazione reversibile del cortisolo da parte dell’11β-HSD2. L’inattivazione finale del cortisolo avviene nel fegato attraverso la riduzione enzimatica in tetraidrocortisolo (THF), 5α-tetraidrocortisolo (5α-THF) e tetraidrocortisone (THE). Questi metaboliti vengono infine eliminati dall’organismo attraverso la filtrazione renale e l’escrezione nelle urine.

Il Cortisolo è un corticosteroide pregnano anche noto come 11β,17α,21-triidrossipregn-4-ene-3,20-dione.

Il nome “Cortisolo” deriva dalla parola “corteccia”. Corteccia significa “strato esterno”, in riferimento alla corteccia surrenale, la parte della ghiandola surrenale in cui viene sintetizzato il cortisolo.

Sebbene la corteccia surrenale umana produca anche Aldosterone nella zona glomerulare e alcuni ormoni sessuali nella zona reticolare, il Cortisolo è la sua principale secrezione nell’uomo e in diverse altre specie. Nell’uomo, la midollare della ghiandola surrenale si trova sotto la corteccia e secerne principalmente le catecolamine Adrenalina (epinefrina) e Noradrenalina (norepinefrina) sotto stimolazione simpatica.

La sintesi del Cortisolo nella ghiandola surrenale è stimolata dal lobo anteriore dell’ipofisi tramite l’ACTH; la produzione di ACTH è a sua volta stimolata dal CRH, rilasciato dall’ipotalamo, come abbiamo accennato in precedenza. L’ACTH aumenta la concentrazione di colesterolo nella membrana mitocondriale interna, attraverso la regolazione della proteina regolatrice acuta della steroidogenesi. Stimola inoltre la principale tappa limitante della sintesi del Cortisolo, in cui il colesterolo viene convertito in Pregnenolone e catalizzato dal citocromo P450SCC (enzima di scissione della catena laterale).

Il Cortisolo viene metabolizzato reversibilmente in Cortisone dal sistema 11-beta idrossisteroide deidrogenasi (11-beta HSD), che è costituito da due enzimi: 11-beta HSD1 e 11-beta HSD2. Il metabolismo del Cortisolo in Cortisone comporta l’ossidazione del gruppo idrossilico in posizione 11-beta.

Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 5-alfa tetraidrocortisolo (5-alfa THF) e 5-beta tetraidrocortisolo (5-beta THF), reazioni per le quali la 5-alfa reduttasi e la 5-beta reduttasi sono rispettivamente i fattori limitanti la velocità. La 5-beta reduttasi è anche il fattore limitante la velocità nella conversione del Cortisone in Tetraidrocortisone.

Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 6β-idrossicortisolo dalle monoossigenasi del citocromo P450-3A, principalmente CYP3A4. I farmaci che inducono il CYP3A4 possono accelerare la clearance del Cortisolo.

Il Cortisolo agisce come agonista dei recettori dei corticosteroidi, inclusi il recettore dei glucocorticoidi (GR) e il recettore dei mineralcorticoidi (MR). Il Cortisolo è anche un agonista dei recettori dei corticosteroidi di membrana, inclusi i recettori dei glucocorticoidi di membrana (mGR) e i recettori dei mineralcorticoidi di membrana (mMR).

Oltre alla sua azione agonista sui recettori dei corticosteroidi, è stato riportato che il Cortisolo è un regolatore bifasico altamente potente del recettore GABAA, agendo come modulatore allosterico positivo a basse concentrazioni (1-10 pM) e come modulatore allosterico negativo ad alte concentrazioni (10-1.000 nM).

Negli esseri umani si riscontrano cicli diurni dei livelli di Cortisolo. Negli esseri umani, questo ciclo è caratterizzato da alti livelli di Cortisolo al mattino presto, poco prima o al momento del risveglio. Questo è spesso noto come risposta del cortisolo al risveglio. I livelli di cortisolo diminuiscono poi durante il giorno, raggiungendo il minimo in tarda serata. Oltre al ritmo diurno nel ciclo giorno-notte, il Cortisolo viene rilasciato anche con un ritmo ultradiano. Questo ritmo ultradiano è caratterizzato da impulsi orari di secrezione di Cortisolo.

  • Effetti fisiologici

-Metabolismo del Glucosio

Il Cortisolo regola il metabolismo del glucosio e promuove la gluconeogenesi (sintesi del glucosio) nel fegato, producendo glucosio da fornire ad altri tessuti. Aumenta anche i livelli di glucosio nel sangue riducendo l’assorbimento di glucosio nei muscoli e nel tessuto adiposo, diminuendo la sintesi proteica e aumentando la scomposizione dei grassi in acidi grassi (lipolisi). Tutti questi passaggi metabolici hanno l’effetto netto di aumentare i livelli di glucosio nel sangue, che alimentano il cervello e altri tessuti durante la risposta di lotta o fuga. Il cortisolo è anche responsabile del rilascio di aminoacidi dai muscoli, fornendo un substrato per la gluconeogenesi. Il suo impatto è complesso e diversificato.

In generale, il cortisolo stimola la gluconeogenesi (la sintesi di glucosio “nuovo” a partire da fonti non glucidiche, che avviene principalmente nel fegato, ma anche nei reni e nell’intestino tenue in determinate circostanze). L’effetto netto è un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue, ulteriormente compensato da una diminuzione della sensibilità dei tessuti periferici all’insulina, impedendo così a questi ultimi di assorbire il glucosio dal sangue. Il cortisolo ha un effetto permissivo sull’azione degli ormoni che aumentano la produzione di glucosio, come il glucagone e l’adrenalina.

Il cortisolo svolge anche un ruolo importante, seppur indiretto, nella glicogenolisi epatica e muscolare (la scomposizione del glicogeno in glucosio-1-fosfato e glucosio), che avviene in seguito all’azione del glucagone e dell’adrenalina. Inoltre, il cortisolo facilita l’attivazione della glicogeno fosforilasi, necessaria affinché l’adrenalina possa esercitare il suo effetto sulla glicogenolisi.

Paradossalmente, il cortisolo promuove sia la gluconeogenesi (biosintesi di molecole di glucosio) nel fegato sia la glicogenesi (polimerizzazione delle molecole di glucosio in glicogeno); pertanto, è più corretto considerarlo come uno stimolatore del metabolismo glucosio/glicogeno nel fegato. Questo contrasta con l’effetto del cortisolo nel muscolo scheletrico, dove la glicogenolisi è promossa indirettamente attraverso le catecolamine. In questo modo, cortisolo e catecolamine agiscono sinergicamente per promuovere la scomposizione del glicogeno muscolare in glucosio, che viene poi utilizzato nel tessuto muscolare.

In breve, il cortisolo contrasta l’insulina, contribuisce all’iperglicemia stimolando la gluconeogenesi e inibisce l’uso periferico del glucosio (insulino-resistenza) diminuendo la traslocazione dei trasportatori di glucosio (in particolare GLUT4) alla membrana cellulare. Il cortisolo aumenta anche la sintesi di glicogeno (glicogenesi) nel fegato, immagazzinando il glucosio in una forma facilmente accessibile.

-Metabolismo proteico e lipidico

Livelli elevati di Cortisolo, se prolungati, possono portare a proteolisi (degradazione delle proteine) e atrofia muscolare. La ​​ragione della proteolisi è quella di fornire al tessuto interessato una materia prima per la gluconeogenesi; vedi aminoacidi glucogenici. Gli effetti del cortisolo sul metabolismo lipidico sono più complicati poiché la lipogenesi è osservata in pazienti con livelli circolanti di glucocorticoidi (cioè cortisolo) cronicamente elevati, sebbene un aumento acuto del cortisolo circolante promuova la lipolisi. La spiegazione usuale per giustificare questa apparente discrepanza è che l’aumento della concentrazione di glucosio nel sangue (attraverso l’azione del cortisolo) stimolerà il rilascio di insulina. L’insulina stimola la lipogenesi, quindi questa è una conseguenza indiretta dell’aumento della concentrazione di cortisolo nel sangue, ma si verificherà solo su una scala temporale più lunga.

Il cortisolo aumenta gli aminoacidi liberi nel siero inibendo la formazione di collagene, diminuendo l’assorbimento di aminoacidi da parte dei muscoli e inibendo la sintesi proteica. Il cortisolo (come l’opticortinolo) può inibire inversamente le cellule precursori dell’IgA nell’intestino dei vitelli. Il cortisolo inibisce anche l’IgA nel siero, come fa con l’IgM; tuttavia, non è dimostrato che inibisca l’IgE.

Si parla di effetti in acuto e propedeutici ad eventi anabolici consequenziali per modifica di condizioni induttive una risposta organica. I problemi sopraggiungono quando i livelli di Cotisolo si alzano in cronico oltre il basale.

-Ossa e Collagene

Struttura molecolare del RANKL

Il cortisolo riduce la formazione ossea, favorendo lo sviluppo a lungo termine dell’osteoporosi se cronicizzato (malattia ossea progressiva). Il meccanismo alla base di questo fenomeno è duplice: il cortisolo stimola la produzione di RANKL da parte degli osteoblasti, che a sua volta stimola, legandosi ai recettori RANK, l’attività degli osteoclasti, cellule responsabili del riassorbimento di calcio dall’osso, e inibisce anche la produzione di osteoprotegerina (OPG), che agisce come recettore “esca” e cattura parte del RANKL prima che questo possa attivare gli osteoclasti tramite RANK. In altre parole, quando il RANKL si lega all’OPG, non si verifica alcuna risposta, a differenza del legame con RANK che porta all’attivazione degli osteoclasti.

Trasporta inoltre il potassio fuori dalle cellule in cambio di un numero uguale di ioni sodio (vedi sopra). Questo può innescare l’iperkaliemia da shock metabolico post-operatorio. Il cortisolo riduce anche l’assorbimento di calcio nell’intestino. Il cortisolo riduce la sintesi del collagene.

-Bilancio degli Elettroliti

Il cortisolo aumenta la velocità di filtrazione glomerulare e il flusso plasmatico renale dai reni, incrementando così l’escrezione di fosfato, oltre ad aumentare la ritenzione di sodio e acqua e l’escrezione di potassio agendo sui recettori dei mineralcorticoidi. Aumenta anche l’assorbimento di sodio e acqua e l’escrezione di potassio nell’intestino.

Sistema filtrazione glomerulare

Il cortisolo promuove l’assorbimento di sodio attraverso l’intestino tenue dei mammiferi. Tuttavia, la deplezione di sodio non influisce sui livelli di cortisolo, quindi il cortisolo non può essere utilizzato per regolare il sodio sierico. Lo scopo originario del cortisolo potrebbe essere stato il trasporto del sodio. Questa ipotesi è supportata dal fatto che i pesci d’acqua dolce utilizzano il cortisolo per stimolare l’ingresso di sodio, mentre i pesci d’acqua salata hanno un sistema basato sul cortisolo per espellere il sodio in eccesso.

Un carico di sodio aumenta l’intensa escrezione di potassio mediata dal cortisolo. In questo caso, il corticosterone è paragonabile al cortisolo. Affinché il potassio possa uscire dalla cellula, il cortisolo sposta un numero uguale di ioni sodio all’interno della cellula.[33] Questo dovrebbe rendere la regolazione del pH molto più semplice (a differenza della normale situazione di carenza di potassio, in cui due ioni sodio entrano per ogni tre ioni potassio che escono, più simile all’effetto del desossicorticosterone).

-Risposta immunitaria

Il cortisolo previene il rilascio nell’organismo di sostanze che causano infiammazione. Viene utilizzato per trattare patologie derivanti da un’eccessiva attività della risposta anticorpale mediata dai linfociti B. Esempi includono malattie infiammatorie e reumatiche, nonché allergie. L’idrocortisone topico a basso dosaggio, disponibile senza prescrizione medica in alcuni paesi, viene utilizzato per trattare problemi cutanei come eruzioni cutanee ed eczema.

Struttura molecolare del TNF-alfa.

Il cortisolo inibisce la produzione di interleuchina 12 (IL-12), interferone gamma (IFN-gamma), IFN-alfa e fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa) da parte delle cellule presentanti l’antigene (APC) e dei linfociti T helper (linfociti Th1), ma aumenta la produzione di interleuchina 4, interleuchina 10 e interleuchina 13 da parte dei linfociti Th2. Questo cambiamento determina uno spostamento verso una risposta immunitaria di tipo Th2 anziché una generale immunosoppressione. Si ritiene che l’attivazione del sistema dello stress (e il conseguente aumento del cortisolo e spostamento verso la risposta Th2) osservata durante un’infezione sia un meccanismo protettivo che previene un’eccessiva attivazione della risposta infiammatoria.[19]

Il cortisolo può indebolire l’attività del sistema immunitario. Il cortisolo impedisce la proliferazione delle cellule T rendendo le cellule T produttrici di interleuchina-2 insensibili all’interleuchina-1 e incapaci di produrre il fattore di crescita delle cellule T IL-2. Il cortisolo riduce l’espressione del recettore IL-2R sulla superficie delle cellule T helper, necessario per indurre una risposta immunitaria cellulare Th1. Ciò favorisce quindi uno spostamento verso la dominanza Th2 e il rilascio delle citochine sopra elencate, che determina la dominanza Th2 e favorisce la risposta immunitaria anticorpale umorale mediata dalle cellule B.

Struttura molecolare del IL-6.

Il cortisolo ha anche un effetto di feedback negativo sull’IL-1. Il meccanismo di feedback negativo funziona in questo modo: uno stressor immunitario induce le cellule immunitarie periferiche a rilasciare IL-1 e altre citochine come IL-6 e TNF-alfa. Queste citochine stimolano l’ipotalamo, che a sua volta rilascia l’ormone di rilascio della corticotropina (CRH). Il CRH, a sua volta, stimola la produzione di ormone adrenocorticotropo (ACTH), tra le altre cose, nella ghiandola surrenale, che (tra le altre cose) aumenta la produzione di cortisolo. Il cortisolo chiude quindi il ciclo inibendo la produzione di TNF-alfa nelle cellule immunitarie e rendendole meno reattive all’IL-1.

Attraverso questo sistema, finché lo stressor immunitario è di lieve entità, la risposta viene regolata al livello corretto. In generale, l’ipotalamo utilizza il cortisolo per ridurre la risposta una volta che la sua produzione corrisponde allo stress indotto sul sistema immunitario. Ma in caso di infezione grave o in situazioni in cui il sistema immunitario è eccessivamente sensibilizzato a un antigene (come nelle reazioni allergiche) o si verifica un’ondata massiccia di antigeni (come può accadere con i batteri endotossici), il punto di equilibrio corretto potrebbe non essere mai raggiunto [necessario chiarimento]. Inoltre, a causa della down-regulation dell’immunità Th1 da parte del cortisolo e di altre molecole di segnalazione, alcuni tipi di infezione (come quella da Mycobacterium tuberculosis) possono indurre l’organismo a bloccare la modalità di attacco errata, utilizzando una risposta umorale mediata da anticorpi quando sarebbe necessaria una risposta cellulare.

I linfociti includono i linfociti B, che sono le cellule produttrici di anticorpi dell’organismo e sono quindi i principali agenti dell’immunità umorale. Un numero maggiore di linfociti nei linfonodi, nel midollo osseo e nella pelle indica che l’organismo sta aumentando la sua risposta immunitaria umorale. I linfociti B rilasciano anticorpi nel flusso sanguigno. Questi anticorpi riducono l’infezione attraverso tre vie principali: neutralizzazione, opsonizzazione e attivazione del complemento. Gli anticorpi neutralizzano i patogeni legandosi alle proteine ​​di superficie, impedendo loro di aderire alle cellule dell’ospite. Nell’opsonizzazione, gli anticorpi si legano al patogeno e creano un bersaglio per le cellule immunitarie fagocitiche, che lo individuano e vi si agganciano, consentendo loro di distruggere il patogeno più facilmente. Infine, gli anticorpi possono anche attivare le molecole del complemento, che possono combinarsi in vari modi per promuovere l’opsonizzazione o persino agire direttamente per lisare un batterio. Esistono molti tipi diversi di anticorpi e la loro produzione è molto complessa, coinvolgendo diversi tipi di linfociti, ma in generale i linfociti e altre cellule che regolano e producono anticorpi migrano verso i linfonodi per favorire il rilascio di questi anticorpi nel flusso sanguigno.

Dall’altro lato, ci sono le cellule natural killer (NK); queste cellule hanno la capacità di eliminare minacce di dimensioni maggiori come batteri, parassiti e cellule tumorali. Uno studio separato ha scoperto che il cortisolo disarma efficacemente le cellule natural killer, riducendo l’espressione dei loro recettori di citotossicità naturali. La prolattina ha l’effetto opposto. Aumenta l’espressione dei recettori di citotossicità sulle cellule natural killer, incrementandone la potenza di fuoco.

Azione delle cellule Natural Killer

Il cortisolo stimola molti enzimi contenenti rame (spesso fino al 50% del loro potenziale totale), tra cui la lisil ossidasi, un enzima che reticola il collagene e l’elastina. Particolarmente utile per il sistema immunitario.

La carenza di cortisolo può causare una condizione chiamata insufficienza surrenalica, che può provocare sintomi come affaticamento, perdita di peso, bassa pressione sanguigna, nausea, vomito e dolore addominale. L’insufficienza surrenalica può anche compromettere la capacità dell’organismo di far fronte allo stress e alle infezioni, poiché il cortisolo contribuisce a mobilitare le risorse energetiche, ad aumentare la frequenza cardiaca e a ridurre i processi metabolici non essenziali durante lo stress. Pertanto, sopprimendo la produzione di cortisolo, alcuni virus possono eludere il sistema immunitario e indebolire la salute generale e la resistenza dell’organismo.

Il Cortisolo stimola la secrezione di acido gastrico. L’unico effetto diretto del Cortisolo sull’escrezione di ioni idrogeno da parte dei reni è quello di stimolare l’escrezione di ioni ammonio disattivando l’enzima glutaminasi renale.

-Memoria e Stress

Il Cortisolo agisce in sinergia con l’adrenalina (epinefrina) per creare ricordi di eventi emotivi a breve termine; questo è il meccanismo proposto per la memorizzazione di ricordi vividi e potrebbe originarsi come mezzo per ricordare cosa evitare in futuro. Tuttavia, l’esposizione prolungata al cortisolo danneggia le cellule dell’ippocampo; questo danno provoca un apprendimento compromesso.
Lo stress prolungato può portare ad alti livelli di cortisolo circolante (considerato uno dei più importanti tra i diversi “ormoni dello stress”). Le donne mostrano aumenti di cortisolo maggiori rispetto agli uomini in caso di stress cronico.

Livelli elevati di Cortisolo possono causare gonfiore e ritenzione idrica al viso, conferendogli un aspetto rotondo e gonfio, noto come “viso da cortisolo”. Questo non è dovuto allo stress quotidiano, ma a rari disturbi ormonali.

  • Regolazione e alterazione dei livelli di Cortisolo

-Regolazione

Feedback positivo e negativo dell’Asse HPA.

Il controllo primario del Cortisolo è affidato all’ACTH, un peptide prodotto dall’ipofisi. Una volta rilasciato dall’ipofisi, l’ACTH viaggia nella circolazione generale fino alla ghiandola surrenale, dove si lega ai recettori della melanocortina 2, stimolando la produzione di cortisolo. L’ACTH è a sua volta controllato dal CRH, un peptide ipotalamico, che è sotto controllo nervoso. Il CRH agisce in sinergia con l’arginina vasopressina, l’angiotensina II e l’adrenalina.

L’assunzione di potassio aumenta anche i livelli di ACTH e cortisolo negli esseri umani. Questo è probabilmente il motivo per cui la carenza di potassio provoca una diminuzione del cortisolo (come già accennato) e una riduzione della conversione dell’11-deossicortisolo in cortisolo. Questo potrebbe anche avere un ruolo nel dolore dell’artrite reumatoide; i livelli di potassio cellulare sono sempre bassi nell’artrite reumatoide.

È stato inoltre dimostrato che la presenza di acido ascorbico, in particolare ad alte dosi, media la risposta allo stress psicologico e accelera la diminuzione dei livelli di cortisolo circolante nell’organismo dopo lo stress. Questo declino può essere evidenziato da una diminuzione della pressione sanguigna sistolica e diastolica e da una riduzione dei livelli di cortisolo salivare dopo il trattamento con acido ascorbico.

-Fattori che aumentano i livelli di cortisolo

  • Le infezioni virali aumentano i livelli di cortisolo attraverso l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) da parte delle citochine.
  • L’esercizio aerobico intenso (VO2 max elevato) o prolungato, come l’esercizio contro-resistenza, aumenta transitoriamente i livelli di cortisolo per incrementare la gluconeogenesi e mantenere la glicemia; tuttavia, il cortisolo torna a livelli normali dopo i pasti (ovvero, ripristinando un equilibrio energetico neutro).
  • Traumi gravi o eventi stressanti possono elevare i livelli di cortisolo nel sangue per periodi prolungati.
  • Le diete a basso contenuto calorico e/o di carboidrati causano un aumento a breve termine del cortisolo a riposo (circa 3 settimane) e aumentano la risposta del cortisolo all’esercizio aerobico a breve e lungo termine.
  • L’aumento della concentrazione di grelina, l’ormone che stimola l’appetito, aumenta i livelli di cortisolo.
  • Alterazioni iatrogene [vedi uso/abuso di AAS, beta-agonisti ecc…] possono innescare risposte di aumento della sintesi di Cortisolo nel medio/lungo termine

Alcune patologie sono correlate a una produzione anomala di Cortisolo, come ad esempio:

  • Ipercortisolismo primario (sindrome di Cushing): livelli eccessivi di cortisolo
  • Ipercortisolismo secondario (tumore ipofisario che causa la malattia di Cushing, pseudo-sindrome di Cushing)
  • Ipocortisolismo primario (malattia di Addison, sindrome di Nelson): livelli insufficienti di cortisolo
  • Ipocortisolismo secondario (tumore ipofisario, sindrome di Sheehan)

*Nessuna traccia della fantomatica “Adrenal Fatigue”…

-Aldosterone – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-

Struttura molecolare dell’Aldosterone

Come già detto in precedenza, i corticosteroidi vengono sintetizzati a partire dal colesterolo nella zona glomerulare e nella zona fascicolata della corteccia surrenale. La maggior parte delle reazioni steroidogeniche è catalizzata da enzimi della famiglia del citocromo P450. Questi enzimi si trovano nei mitocondri e richiedono l’adrenodossina come cofattore (ad eccezione della 21-idrossilasi e della 17α-idrossilasi).

L’Aldosterone e il corticosterone condividono la prima parte delle loro vie biosintetiche. Le fasi finali sono mediate dall’Aldosterone sintasi (per l’Aldosterone) o dalla 11β-idrossilasi (per il corticosterone). Questi enzimi sono quasi identici (condividono le funzioni di 11β-idrossilazione e 18-idrossilazione), ma l’aldosterone sintasi è anche in grado di effettuare un’ossidazione in posizione 18. Inoltre, l’aldosterone sintasi si trova nella zona glomerulare, al margine esterno della corteccia surrenale. L’11β-idrossilasi si trova nella zona glomerulare e nella zona fascicolata.

Biosintesi dell’Aldosterone

Steroidogenesi, che mostra la sintesi di aldosterone nell’angolo in alto a destra.
L’aldosterone sintasi è normalmente assente in altre sezioni della ghiandola surrenale.

-Stimolo secretorio

La sintesi di Aldosterone è stimolata da diversi fattori:

  • aumento della concentrazione plasmatica di angiotensina III, un metabolita dell’angiotensina II;
  • aumento dei livelli plasmatici di angiotensina II, ACTH o potassio, presenti in proporzione alle carenze di sodio nel plasma. (L’aumento del livello di potassio regola la sintesi di aldosterone depolarizzando le cellule della zona glomerulare, il che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti). Il livello di angiotensina II è regolato dall’angiotensina I, che a sua volta è regolata dalla renina, un ormone secreto dai reni.
  • Le concentrazioni sieriche di potassio sono il principale stimolatore della secrezione di aldosterone.
  • Il test di stimolazione con ACTH, talvolta utilizzato per stimolare la produzione di aldosterone insieme al cortisolo al fine di determinare la presenza di insufficienza surrenalica primaria o secondaria. Tuttavia, l’ACTH ha solo un ruolo minore nella regolazione della produzione di aldosterone; Nell’ipopituitarismo non si verifica atrofia della zona glomerulare.
  • Acidosi plasmatica
  • I recettori di stiramento situati negli atri del cuore. Se viene rilevata una diminuzione della pressione sanguigna, la ghiandola surrenale viene stimolata da questi recettori a rilasciare aldosterone, che aumenta il riassorbimento di sodio dalle urine, dal sudore e dall’intestino. Ciò causa un aumento dell’osmolarità nel fluido extracellulare, che alla fine riporterà la pressione sanguigna verso la normalità.
  • L’adrenoglomerulotropina, un fattore lipidico, ottenuto da estratti della ghiandola pineale. Stimola selettivamente la secrezione di aldosterone.
  • La secrezione di aldosterone ha un ritmo circadiano.
Il sistema renina-angiotensina, che evidenzia il ruolo dell’aldosterone tra le ghiandole surrenali e i reni.

-Controllo del rilascio di Aldosterone dalla corteccia surrenale

L’angiotensina II è coinvolta nella regolazione dell’aldosterone e ne costituisce il meccanismo di regolazione principale. L’angiotensina II agisce in sinergia con il potassio e il feedback del potassio è praticamente inattivo in assenza di angiotensina II. Una piccola parte della regolazione derivante dall’angiotensina II deve avvenire indirettamente a causa della diminuzione del flusso sanguigno attraverso il fegato dovuta alla costrizione dei capillari. Quando il flusso sanguigno diminuisce, diminuisce anche la degradazione dell’aldosterone da parte degli enzimi epatici.

Struttura molecolare della Angiotensina II.

Sebbene la produzione sostenuta di aldosterone richieda un ingresso persistente di calcio attraverso i canali del Ca2+ attivati ​​a bassa tensione, le cellule isolate della zona glomerulare sono considerate non eccitabili, con potenziali di membrana registrati troppo iperpolarizzati per consentire l’ingresso dei canali del Ca2+. Tuttavia, le cellule della zona glomerulare di topo all’interno di sezioni di surrene generano spontaneamente oscillazioni del potenziale di membrana a bassa periodicità; questa innata eccitabilità elettrica delle cellule della zona glomerulare fornisce una piattaforma per la produzione di un segnale ricorrente dei canali Ca2+ che può essere controllato dall’angiotensina II e dal potassio extracellulare, i 2 principali regolatori della produzione di aldosterone. I canali Ca2+ voltaggio-dipendenti sono stati rilevati nella zona glomerulare della ghiandola surrenale umana, il che suggerisce che i bloccanti dei canali Ca2+ possono influenzare direttamente la biosintesi adrenocorticale dell’aldosterone in vivo.

La quantità di renina plasmatica secreta e che influenza la regolazione della secrezione di Aldosterone è una funzione indiretta del potassio sierico, probabilmente determinato da sensori presenti nell’arteria carotide.


L’ACTH, un peptide ipofisario, ha anche un certo effetto stimolante sull’aldosterone, probabilmente stimolando la formazione di desossicorticosterone, un precursore dell’aldosterone. L’aldosterone aumenta in caso di perdita di sangue, gravidanza e possibilmente anche in altre circostanze come sforzo fisico, shock endotossico e ustioni.


La produzione di Aldosterone è influenzata, in misura maggiore o minore, dal controllo nervoso, che integra l’inverso della pressione dell’arteria carotide, il dolore, la postura e probabilmente le emozioni (ansia, paura e ostilità) (incluso lo stress chirurgico). L’ansia aumenta l’Aldosterone, il che deve essersi evoluto a causa del ritardo temporale coinvolto nella migrazione dell’aldosterone nel nucleo cellulare. Pertanto, per un animale è vantaggioso anticipare un futuro bisogno derivante dall’interazione con un predatore, poiché un contenuto sierico troppo elevato di potassio ha effetti molto negativi sulla trasmissione nervosa.


I barocettori sensibili alla pressione si trovano nelle pareti dei vasi di quasi tutte le grandi arterie del torace e del collo, ma sono particolarmente abbondanti nei seni delle arterie carotidi e nell’arco aortico. Questi recettori specializzati sono sensibili alle variazioni della pressione arteriosa media. Un aumento della pressione rilevata determina un aumento della frequenza di scarica dei barocettori e una risposta di feedback negativo, che abbassa la pressione arteriosa sistemica. Il rilascio di aldosterone causa ritenzione di sodio e acqua, con conseguente aumento del volume ematico e aumento della pressione sanguigna, che viene rilevato dai barocettori. Per mantenere la normale omeostasi, questi recettori rilevano anche la bassa pressione sanguigna o il basso volume ematico, provocando il rilascio di aldosterone. Ciò determina la ritenzione di sodio nei reni, con conseguente ritenzione idrica e aumento del volume ematico.

Riflesso barocettivo.


I livelli di Aldosterone variano in funzione inversa dell’assunzione di sodio, rilevata tramite la pressione osmotica. La pendenza della risposta dell’aldosterone al potassio sierico è quasi indipendente dall’assunzione di sodio. L’aldosterone aumenta con un basso apporto di sodio, ma il tasso di aumento dell’aldosterone plasmatico all’aumentare del potassio nel siero non è molto inferiore con un elevato apporto di sodio rispetto a un basso apporto. Pertanto, il potassio è fortemente regolato dall’aldosterone a tutti i livelli di assunzione di sodio, quando l’apporto di potassio è adeguato, come avviene solitamente nelle diete dei cacciatori-raccoglitori.


Il feedback della concentrazione di aldosterone stessa è di natura non morfologica (ovvero, diverso dalle variazioni del numero o della struttura delle cellule) ed è debole, quindi i feedback elettrolitici predominano a breve termine.

-Recetori mineralocorticoidi

Recettore Mineralocorticoide

I recettori steroidei sono intracellulari poiché gli ormoni steroidei sono in grado di attraversare la membrana cellulare senza bisogno di un trasportatore specifico. Il complesso recettore-minerale-aldosterone (MR) si lega al DNA a specifici elementi di risposta ormonale, il che porta alla trascrizione di geni specifici. Alcuni dei geni trascritti sono cruciali per il trasporto transepiteliale del sodio, tra cui le tre subunità del canale epiteliale del sodio (ENaC), le pompe Na+/K+ e le loro proteine ​​regolatrici, rispettivamente la chinasi indotta da siero e glucocorticoidi e il fattore induttore del canale.

Il recettore MR è stimolato sia dall’aldosterone che dal cortisolo, ma un meccanismo protegge l’organismo dall’eccessiva stimolazione del recettore dell’aldosterone da parte dei glucocorticoidi (come il cortisolo), che risultano essere presenti in concentrazioni molto più elevate rispetto ai mineralcorticoidi nell’individuo sano. Questo meccanismo è costituito da un enzima chiamato 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD). Questo enzima si localizza insieme ai recettori steroidei surrenali intracellulari e converte il cortisolo in cortisone, un metabolita relativamente inattivo con scarsa affinità per il recettore dei mineralcorticoidi (MR). La liquirizia, che contiene acido glicirretinico, può inibire l’11β-HSD e portare a una sindrome da eccesso di mineralcorticoidi.

-Attività fisiologica

L’Aldosterone è il principale tra i diversi membri endogeni della classe dei mineralcorticoidi nell’uomo. Il desossicorticosterone è un altro importante membro di questa classe. L’Aldosterone tende a promuovere la ritenzione di Na+ e acqua e a ridurre la concentrazione plasmatica di K+ attraverso i seguenti meccanismi:

  1. Agendo sui recettori nucleari dei mineralcorticoidi (MR) presenti nelle cellule principali del tubulo distale e del dotto collettore del nefrone renale, regola positivamente e attiva le pompe Na+/K+ basolaterali, che pompano tre ioni sodio fuori dalla cellula, nel liquido interstiziale, e due ioni potassio all’interno della cellula dal liquido interstiziale. Questo crea un gradiente di concentrazione che determina il riassorbimento di ioni sodio (Na+) e acqua (che segue il sodio) nel sangue e la secrezione di ioni potassio (K+) nelle urine (lume del dotto collettore).
  2. L’aldosterone regola positivamente i canali del sodio epiteliali (ENaC) nel dotto collettore e nel colon, aumentando la permeabilità della membrana apicale al Na+ e quindi l’assorbimento.
  3. Il Cl− viene riassorbito insieme ai cationi di sodio per mantenere l’equilibrio elettrochimico del sistema.
  4. L’aldosterone stimola la secrezione di K+ nel lume tubulare.
  5. L’aldosterone stimola il riassorbimento di Na+ e acqua dall’intestino, dalle ghiandole salivari e sudoripare in cambio di K+.
  6. L’aldosterone stimola la secrezione di H+ tramite l’H+/ATPasi nelle cellule intercalate dei tubuli collettori corticali.
  7. L’aldosterone regola positivamente l’espressione del NCC nel tubulo contorto distale in modo cronico e la sua attività in modo acuto.
Rilascio e azione dell’Aldosterone

L’Aldosterone è responsabile del riassorbimento di circa il 2% del sodio filtrato nei reni, una quantità quasi pari all’intero contenuto di sodio nel sangue umano in condizioni normali di filtrazione glomerulare.

L’Aldosterone, probabilmente agendo attraverso i recettori dei mineralcorticoidi, può influenzare positivamente la neurogenesi nel giro dentato.

-Alterazioni dei livelli di Aldosterone

L’iperaldosteronismo è caratterizzato da livelli di aldosterone anormalmente elevati, mentre l’ipoaldosteronismo da livelli di aldosterone anormalmente ridotti.

La misurazione dell’aldosterone nel sangue può essere definita concentrazione plasmatica di aldosterone (PAC), che può essere confrontata con l’attività reninica plasmatica (PRA) come rapporto aldosterone/renina.

Normalmente (a sinistra), il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) viene attivato quando una ridotta perfusione renale innesca il rilascio di renina, che converte l’angiotensinogeno epatico in angiotensina I; quest’ultima viene poi trasformata dall’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) in angiotensina II per ripristinare la pressione sanguigna e il volume ematico, attraverso la vasocostrizione e la secrezione di Aldosterone. Nell’iperaldosteronismo (a destra), la produzione di Aldosterone diventa autonoma, sopprimendo l’attività della renina e dell’angiotensina II, mentre provoca ipertensione, ipopotassiemia, alcalosi metabolica e rimodellamento cardiovascolare/renale disadattivo.


L’iperaldosteronismo primario è caratterizzato da una sovrapproduzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali, quando non è il risultato di un’eccessiva secrezione di renina. Porta a ipertensione arteriosa (pressione alta) associata a ipokaliemia, solitamente un indizio diagnostico. L’iperaldosteronismo secondario, d’altra parte, è dovuto a un’iperattività del sistema renina-angiotensina.

La sindrome di Conn è un iperaldosteronismo primario causato da un adenoma secernente aldosterone.

A seconda della causa e di altri fattori, l’iperaldosteronismo può essere trattato chirurgicamente e/o farmacologicamente, ad esempio con antagonisti dell’aldosterone.

Il rapporto renina/aldosterone è un test di screening efficace per individuare l’iperaldosteronismo primario correlato agli adenomi surrenalici. È l’esame del sangue sierico più sensibile per differenziare le cause primarie da quelle secondarie di iperaldosteronismo. I campioni di sangue prelevati quando il paziente è rimasto in piedi per più di 2 ore sono più sensibili rispetto a quelli prelevati quando il paziente è sdraiato. Prima del test, è importante non limitare l’assunzione di sale e correggere eventuali bassi livelli di potassio, poiché questi possono sopprimere la secrezione di Aldosterone.

Struttura molecolare del Fludrocortisone.


Un test di stimolazione con ACTH per la determinazione dell’aldosterone può aiutare a stabilire la causa dell’ipoaldosteronismo: una bassa risposta dell’aldosterone indica un ipoaldosteronismo primario delle ghiandole surrenali, mentre una risposta elevata indica un ipoaldosteronismo secondario. La causa più comune di questa condizione (e dei relativi sintomi) è il morbo di Addison, che viene tipicamente trattato con Fludrocortisone, il quale ha una persistenza molto più lunga (1 giorno) nel flusso sanguigno.

I fattori chiave che innescano o aumentano il rilascio di Aldosterone includono:

  • Potassio sierico elevato (K+): anche un piccolo aumento del potassio nel sangue stimola direttamente la corteccia surrenale a secernere aldosterone, che successivamente spinge i reni a espellere il potassio in eccesso.
  • Bassa pressione o basso volume sanguigno: i barocettori nei reni rilevano una diminuzione della pressione sanguigna o un basso volume sanguigno (disidratazione, perdita di sangue), portando al rilascio di renina. Questo avvia il RAAS, producendo in definitiva angiotensina II, un potente innesco per la sintesi di aldosterone.
  • Bassi livelli di sodio nel sangue (Na+): una diminuzione dei livelli di sodio indica una riduzione del volume dei liquidi, che stimola naturalmente il RAAS a produrre più aldosterone, causando il riassorbimento di sodio da parte dei reni.
  • Ormone adrenocorticotropo (ACTH): prodotto dall’ipofisi, l’ACTH fornisce un innesco secondario per il rilascio di aldosterone, in particolare durante periodi di stress fisico o psicologico acuto.
  • Condizioni mediche: le malattie sottostanti possono causare aumenti cronici e dannosi dell’aldosterone. Condizioni come l’aldosteronismo primario (tumori o iperplasia surrenale), l’insufficienza cardiaca congestizia, la cirrosi epatica e la stenosi dell’arteria renale inducono cronicamente il corpo a produrre un eccesso di aldosterone.
  • Aumento iatrogeno-dipendente: Diuretici (Tiazidici e dell’Ansa), alterazioni nei livelli/attività estrogenica, Amiodarone, Antagonisti della dopamina (Metoclopramide, Domperidone) e Litio possono provocare un aumento dei livelli di Aldosterone.

Il Cortisolo ha la capacità di legarsi e attivare i recettori dell’Aldosterone (recettori mineralocorticoidi) con la affinità dell’Aldosterone stesso. Questa interazione è fisiologicamente ostacolata da uno specifico enzima protettivo, ma può causare problemi quando i livelli di Cortisolo sono eccessivamente elevati.

Questo meccanismo si esplica attraverso:

  • Stessa affinità: Il cortisolo e l’aldosterone hanno una struttura chimica simile. Entrambi si legano perfettamente al recettore mineralocorticoide (MR).
  • Enzima scudo (11β-HSD2): In condizioni normali, l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi tipo 2 (11β-HSD2) trasforma il cortisolo in cortisone (inattivo) nei tessuti sensibili all’aldosterone, come i reni. Questo impedisce al cortisolo di occupare il recettore.
  • Saturazione dell’enzima: Se il cortisolo nel sangue è troppo alto (ad esempio nella sindrome di Cushing o anche in condizioni di forte stress), l’enzima non riesce a smaltirlo tutto.
  • Effetto pseudo-iperaldosteronismo: Il cortisolo in eccesso supera lo scudo enzimatico e attiva in massa i recettori dell’aldosterone.
  • Ritenzione di liquidi: L’attivazione anomala spinge i reni a trattenere sodio e acqua e a eliminare potassio.
  • Ipertensione e ipokaliemia: Questo legame improprio provoca quindi pressione alta e bassi livelli di potassio nel sangue, simulando un eccesso di aldosterone anche se i veri livelli di aldosterone sono bassi.

Ricordiamoci, inoltre, che il rapporto tra i livelli circolanti di Cortisolo e quelli di Aldosterone è caratterizzato da una netta sproporzione quantitativa a favore del Cortisolo, pur condividendo i due ormoni la stessa origine anatomica ed elementi di regolazione comuni.

  • La sproporzione: I livelli di cortisolo totale circolante sono circa 1000 volte superiori a quelli dell’aldosterone.
  • La frazione libera: Anche considerando che gran parte del cortisolo viaggia legato a proteine di trasporto (come la CBG), la sua quota “libera” e biologicamente attiva resta comunque circa 100 volte superiore a quella dell’aldosterone.
  • Canali principali indipendenti: Il cortisolo è regolato dall’asse ipotalamo-ipofisi tramite l’ormone ACTH (in risposta allo stress e al ritmo circadiano). L’aldosterone è regolato principalmente dal sistema renina-angiotensina (in risposta a pressione e volume del sangue) e dai livelli di potassio.
  • Lo stimolo comune (ACTH): L’ACTH controlla pienamente il cortisolo, ma esercita anche un effetto stimolante acuto e transitorio sulla produzione di aldosterone. Per questo motivo, in situazioni di forte stress o al mattino presto, entrambi gli ormoni mostrano un picco di secrezione simultaneo.

In medicina specialistica, il rapporto tra le concentrazioni di Aldosterone e Cortisolo (Aldosterone-to-Cortisol Ratio) viene calcolato per procedure diagnostiche specifiche:

  • Campionamento venoso surrenalico (AVS): Quando si indaga un iperaldosteronismo primario per capire se il problema è in un solo surrene o in entrambi, si preleva il sangue direttamente dalle vene surrenali. Il cortisolo viene usato come “indicatore di controllo” per verificare che l’ago sia posizionato correttamente nella vena.
  • Valutazione della selettività: Si confronta il rapporto aldosterone/cortisolo della vena surrenalica destra con quella sinistra. Se il rapporto da un lato è notevolmente più alto rispetto all’altro, significa che quel legame produce aldosterone in modo autonomo (es. un adenoma monolaterale).

Androgeni/AAS e interazione con i Recettori Glucocorticoidi-

Gli Androgeni e i Glucocorticoidi esercitano spesso effetti fisiologici opposti e i loro recettori corrispondenti, il recettore degli androgeni (AR) e il recettore dei glucocorticoidi (GR), interagiscono frequentemente. Questa interazione avviene tramite eterodimerizzazione fisica diretta, competizione per i siti di legame e regolazione tessuto-specifica dei geni bersaglio.

Da sinistra: Recettore degli Androgeni e Recettore dei Glucocorticoidi.

Le dinamiche chiave tra i due recettori e propri ligandi includono:

  • Eterodimerizzazione diretta del recettore: AR e GR possono legarsi fisicamente l’uno all’altro. Nelle cellule in cui entrambi i recettori sono espressi, possono formare eterodimeri AR-GR che si legano a siti del DNA condivisi, potenzialmente attenuando o modificando le risposte trascrizionali di entrambi gli ormoni.
  • Reattività crociata del recettore: mentre gli androgeni attivano principalmente l’AR, possono anche legarsi in modo competitivo al GR. Ad esempio, nel muscolo scheletrico, è stato dimostrato che alte dosi di androgeni spostano i glucocorticoidi dal GR, il che si ritiene blocchi parzialmente gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) dei glucocorticoidi e promuova la crescita muscolare anabolica.
  • Interferenza trascrizionale: poiché sia ​​l’AR che il GR sono recettori nucleari strettamente correlati, condividono somiglianze strutturali nei loro domini di legame al DNA (DBD). Possono competere per le stesse sequenze del promotore genico (elementi di risposta ormonale, o HRE). La risposta esclusiva a un ormone rispetto a un altro dipende in larga misura dal contesto cellulare e dalle interazioni con le proteine ​​ausiliarie.
  • Interazione metabolica: l’equilibrio ormonale tra l’attività dei recettori degli androgeni (AR) e dei glucocorticoidi (GR) regola fortemente il metabolismo. I glucocorticoidi generalmente favoriscono l’accumulo di grasso e l’insulino-resistenza, mentre gli androgeni promuovono la massa muscolare e la lipolisi. Nei tessuti metabolicamente attivi, la segnalazione androgenica contribuisce a tamponare o limitare l’attività dei glucocorticoidi per prevenire la sindrome metabolica.

Questa interazione influisce su tessuti specifici, come ad esempio:

  • Muscolo scheletrico (crescita muscolare vs. atrofia),
  • Tessuto adiposo (metabolismo dei grassi),
  • Tessuto prostatico (segnalazione del recettore degli androgeni e resistenza al cancro).

Quando si inseriscono nell’equazione gli AAS esogeni ed il loro uso in ambito BodyBuilding le dinamiche cambiano di entità e grado d’effetto. AAS diversi hanno impatti diversi con il metabolismo dei glucocorticoidi e l’influenza dei ligandi.

Ovviamente, anche gli AAS interagiscono con i GR principalmente come antagonisti competitivi. Legandosi direttamente al GR, gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, impedendo al Cortisolo di attivare i processi catabolici e infiammatori mediati dal GR stesso. Questa interazione rappresenta un elemento fondamentale per comprendere gli effetti di questi composti sulla crescita muscolare e sul metabolismo.

Punti chiave dell’interazione AAS/GR

  • Effetto anticatabolico: Poiché i glucocorticoidi promuovono la degradazione muscolare e gli AAS bloccano l’attività dei GR, gran parte dell’azione di risparmio muscolare e anabolica degli AAS è attribuita a questo antagonismo.
  • Competizione recettoriale: Studi (come quelli sull’AAS sintetico oxandrolone) mostrano un antagonismo non competitivo e competitivo significativo in cui gli AAS interferiscono con l’attivazione trascrizionale indotta dal cortisolo all’interno della cellula.
  • Regolazione positiva dei recettori: Mentre gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, alcune ricerche suggeriscono che possono anche aumentare la densità o l’immunoreattività dei GR in alcuni tessuti (come l’ippocampo nel sistema nervoso centrale), il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e sull’umore degli AAS.

Sia il AR che il GR fanno parte della superfamiglia dei recettori steroidei nucleari. Una volta legati a un ormone, si spostano nel nucleo, si legano a specifiche sequenze di DNA e modificano l’espressione genica. A causa di somiglianze strutturali, diversi steroidi anabolizzanti (AAS) possono legarsi ai GR ma non riescono a innescare la stessa trascrizione a valle dei glucocorticoidi naturali o sintetici.

Ma analizziamo questa interazione osservando l’impatto di diversi AAS…

  • Testosterone
Struttura molecolare del Testosterone.

L’interazione tra Testosterone e GR avviene principalmente attraverso tre meccanismi:

  1. legame competitivo tra i recettori,
  2. interferenza trascrizionale a valle e
  3. regolazione enzimatica nei tessuti bersaglio.

In condizioni fisiologiche normali, il Testosterone e i glucocorticoidi (come il Cortisolo) agiscono generalmente come antagonisti funzionali per bilanciare i processi anabolici (di costruzione) e catabolici (di degradazione).

Sebbene il Testosterone agisca principalmente sul AR, a concentrazioni più elevate, come durante un ciclo di AAS, può interagire direttamente in modo significativo con il GR. Ciò comporta:

  • Effetto di spostamento: alti livelli di Testosterone possono spostare in modo competitivo i glucocorticoidi dal legame al GR.
  • Effetto anticatabolico: nel muscolo scheletrico, il Testosterone agisce come un debole antagonista del GR. Bloccando il legame dei glucocorticoidi al GR, il Testosterone previene l’atrofia muscolare e la degradazione proteica indotte dal Cortisolo.

I recettori del Testosterone e dei glucocorticoidi sono entrambi recettori nucleari che condividono strutture e siti di legame al DNA simili.

  • Competizione tra co-chaperoni: sia l’AR che il GR si affidano alle stesse proteine ​​da shock termico (come HSP90) e immunofiline (come FKBP5) per ripiegarsi e funzionare correttamente. Un’elevata attivazione di una via può esaurire le risorse cellulari condivise, sopprimendo l’altra via.
  • Interferenza trascrizionale: l’AR e il GR attivati ​​possono interagire fisicamente o competere per gli stessi elementi di risposta ormonale (HRE) sul DNA. Questa interazione può amplificare o silenziare selettivamente specifici geni metabolici e comportamentali.

Nei tessuti come i testicoli (cellule di Leydig), l’interazione è gestita da enzimi locali che controllano l’accesso dell’ormone ai recettori.

  • Ciclo 11β-HSD1: l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 1 (11β-HSD1) metabolizza i glucocorticoidi attivi per proteggere la produzione di Testosterone.
  • Accoppiamento redox: la biosintesi del Testosterone utilizza vie energetiche cellulari (NADPH) che si coordinano con l’11β-HSD1, creando un rapido meccanismo locale per impedire che alti livelli di stress blocchino immediatamente la segnalazione riproduttiva.

A livello sistemico, in condizioni fisiologiche, l’interazione tra l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) ha un impatto significativo sul comportamento.

  • Il blocco della dominanza: secondo l’ipotesi del doppio ormone, gli effetti comportamentali del Testosterone (come la ricerca di status e la dominanza) si osservano solo quando i livelli basali di Cortisolo sono bassi. Un’elevata attivazione del sistema dei GR blocca o inverte completamente i comportamenti indotti dal Testosterone.
Struttura della 5α-reduttasi.

L’isoenzima di tipo 1 della 5α-reduttasi è ampiamente espresso nel fegato, dove modula la clearance dei glucocorticoidi. Una mancanza di attività della 5α-reduttasi di tipo 1, associata a una secrezione di Testosterone abrogata come nel caso della somministrazione di AAS sintetici senza base di Testosterone, concentra i glucocorticoidi (ad esempio, Cortisolo) nel fegato, riducendo l’escrezione di glucocorticoidi anche senza aumenti significativi nel sangue. Inoltre, vi sono prove nel ratto che la 5α-riduzione centrale (cioè cerebrale) del Testosterone è un passaggio necessario per la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone tramite la ridotta secrezione dell’ACTH.

Questo accumulo di glucocorticoidi epatici, a sua volta, aumenta la gluconeogenesi, incrementando così la glicemia e la steatosi, influenzando la sensibilità all’insulina, riducendola e causando insulino-resistenza. Di conseguenza, quindi, con la presenza di adeguati livelli di Testosterone, viene mantenuta o migliorata un’importante funzione della 5α-reduttasi, ovvero la sensibilità all’insulina.

La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone dipende dall’amplificazione del recettore 5α nel cervello e nel fegato, dove rispettivamente diminuisce la secrezione di ACTH e aumenta la clearance epatica dei glucocorticoidi. Questa modulazione dei glucocorticoidi si sovrappone in parte agli effetti del Testosterone sulla sensibilità all’insulina e sull’anabolismo muscolare, dove gli effetti antiglucocorticoidi aumentano di per la sensibilità all’insulina, ma il Testosterone aumenta di per se anche la sensibilità all’insulina, la massa magra e il metabolismo dei tessuti molli attraverso un aumento di WISP-2.

  • Methandrostenolone [Dianabol]
Struttura molecolare del Methandrostenolone.

Il Methandrostenolone (comunemente noto con il suo nome commerciale originale, Dianabol) interagisce, similmente al Testosterone, con i GR principalmente come antagonista competitivo. Sebbene il suo meccanismo d’azione primario sia l’attivazione del recettore degli androgeni per promuovere la sintesi proteica, la sua interazione secondaria con i recettori dei glucocorticoidi gioca un ruolo fondamentale nella sua efficacia complessiva nella costruzione muscolare, prevenendo la degradazione muscolare.

Di conseguenza l’interazione del Methandrostenolone con l’attività dei GR interessa:

  • Legame competitivo: il Methandrostenolone si lega direttamente ai recettori dei glucocorticoidi nel tessuto muscolare scheletrico. Sposta fisicamente i glucocorticoidi catabolici endogeni, come il cortisolo, dai loro specifici siti recettoriali citoplasmatici.
  • Antagonismo del catabolismo: i glucocorticoidi normalmente segnalano all’organismo di scomporre il tessuto muscolare in aminoacidi (catabolismo) in periodi di stress. Bloccando questi recettori, il Methandrostenolone sopprime questo segnale di degradazione.
  • Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione prolungata ad alte dosi di androgeni sintetici riduce o diminuisce la densità complessiva dei recettori dei glucocorticoidi funzionali nel citosol muscolare. Interruzione della trascrizione: impedendo al cortisolo di formare un complesso stabile con il recettore dei glucocorticoidi, il Methandrostenolone arresta la trascrizione dei geni responsabili dell’atrofia muscolare e dell’infiammazione.
  • L’effetto anticatabolico: la crescita muscolare è determinata dal bilancio netto tra sintesi proteica (anabolismo) e degradazione proteica (catabolismo). Il Methandrostenolone agisce simultaneamente su entrambi i lati di questa equazione. Forza un bilancio proteico netto positivo alimentando la crescita attraverso i recettori degli androgeni e frenando la degradazione tramite il blocco dei recettori dei glucocorticoidi.
  • Recupero migliorato: i livelli di cortisolo aumentano drasticamente dopo un allenamento fisico intenso. L’inibizione competitiva del Methandrostenolone a livello dei recettori dei glucocorticoidi attenua questa risposta allo stress, consentendo al tessuto muscolare di recuperare e ricostruirsi molto più velocemente.

Ma le vere peculiarità del Methandrostenolone sul metabolismo dei glucocorticoidi vanno ben oltre…

Effetti del Methandrostenolone sull’escrezione urinaria di 17-idrossicorticosteroidi (17-OHCS), metaboliti del cortisolo secreti dalla ghiandola surrenale.

Il Methandrostenolone “smorza” l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) ad un livello elevato, modulando i glucocorticoidi abbassando la sintesi e/o la secrezione dell’ACTH. La ​​soppressione dell’ACTH da parte del Methandrostenolone è evidente entro il decimo giorno e, dopo la sospensione, l’ACTH ritorna a livelli normali o leggermente superiori alla norma entro 1-4 settimane. Questa soppressione dell’ACTH colpisce in particolare il cortisolo: la maggiore diminuzione delle frazioni di 17-chetosteroidi si è verificata nelle frazioni 11-ossigenate (ad esempio, 11-chetoetiocholanolone). Questa inibizione della sintesi e/o della secrezione di ACTH endogeno potrebbe verificarsi a livello ipotalamico o ipofisario. Vi sono, inoltre, effetti sul pool di androgeni surrenali, che possono avere un effetto sull’umore, sull’energia e sul benessere.

In breve, il Methandrostenolone riduce il cortisolo sopprimendo la secrezione di ACTH da parte dell’ipofisi.

La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Dianabol, attraverso la soppressione dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH), si traduce principalmente in una diminuzione del cortisolo e in un bilancio tra MPS:MPB più elevato.

Parlando del Methandrostenolone non possiamo non aprire una parentesi sul Boldenone e la sua interazione con i GR.

Struttura molecolare del Boldenone.

Il Boldenone interagisce con i GR principalmente attraverso un antagonismo competitivo, similmente al Testosterone. Legandosi a questi recettori nel tessuto muscolare, sposta i glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) dai loro siti di legame. Questo blocco contribuisce a prevenire la degradazione proteica (effetto anticatabolico), favorendo un ambiente anabolico (di costruzione muscolare) netto.

L’interazione del Boldenone con i GR non si limita al tessuto muscolare. Studi sul sistema nervoso centrale (come l’ippocampo del ratto) indicano che il Boldenone possa modulare l’immunoreattività dei recettori dei glucocorticoidi, il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e centrali.

Struttura molecolare del Dihydroboldenone.

La forma 5α-ridotta del Boldenone, il Dihydroboldenone [DHB], presenta una bassa affinità di legame per il GR. Tuttavia, poiché si lega con una bassa affinità e occupa il GR, può impedire il legame dei glucocorticoidi endogeni. Occupando il GR senza attivare completamente le vie cataboliche (di atrofia muscolare) associate ai glucocorticoidi, inibisce in modo competitivo gli effetti di degradazione muscolare del Cortisolo. Questo effetto anti-catabolico spesso integra la sua attività anabolica diretta.

  • Stanozololo [Winstrol™]
Struttura molecolare dello Stanozololo

Anche lo Stanozololo interagisce con i GR attraverso un meccanismo anticatabolico. A differenza degli androgeni endogeni, agisce come antagonista competitivo e modulatore allosterico negativo dell’attività dei glucocorticoidi, contribuendo a bloccare gli ormoni catabolici responsabili della perdita di massa muscolare e favorendo una migliore sintesi proteica e riparazione dei tessuti.

I meccanismi di interazione sono:

  • Legame diretto al recettore: lo stanozololo ha un’affinità di legame per i recettori GR citosolici classici nel tessuto muscolare.
  • Antagonismo competitivo: legandosi ai recettori GR, blocca l’azione dei glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) impedendo loro di innescare la degradazione muscolare. Ciò produce un marcato effetto anticatabolico.
  • Modulazione di membrana: nel fegato, lo Stanozololo agisce come modulatore allosterico negativo delle proteine ​​leganti i glucocorticoidi a bassa affinità (LAGS). Questa modulazione limita l’attività del recettore dei glucocorticoidi, creando specifiche differenze metaboliche (ad esempio, cambiamenti nella sintesi delle glicoproteine ​​plasmatiche) non riscontrabili con il Testosterone.
  • Azione anticatabolica: protegge il tessuto muscolare dalla degradazione a scopo energetico, promuovendo un ambiente favorevole al mantenimento della massa magra e al recupero atletico.
  • Sintesi del collagene: è stato dimostrato che lo stanozololo induce i fibroblasti e aumenta la produzione di collagene, un processo spesso mediato dalla sovraregolazione del fattore di crescita trasformante beta (TGF-β).
  • Disponibilità dei recettori: in alcuni modelli murini, l’uso prolungato di Stanozololo ha anche dimostrato di alterare l’espressione dei recettori dei glucocorticoidi a bassa affinità nel cervello, il che potrebbe essere correlato ad alterazioni della funzione dei neurotrasmettitori e dei profili dell’umore.

Nel fegato, il LAGS è un sito di legame a bassa affinità per i glucocorticoidi come il cortisolo, che lega debolmente gli ormoni catabolici circolanti liberi. Solo lo stanozololo ha dimostrato di provocare un’inattivazione del sito di legame del LAGS dipendente dal tempo e dalla dose, irreversibile, il che suggerisce una modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS.

Tra i 17-AA, lo Stanozololo è uno dei più potenti (Stanozololo > Fluoximesterone [“Halo”; Androxy®; Ora-Testryl®; Ultandren®] > Methandrostenolone [“Dianabol”] > Methyltestosterone):

↓affinità per i glucocorticoidi (ad es. cortisolo)
↓numero di siti di legame del LAGS
↑velocità di dissociazione dei glucocorticoidi dai siti di legame dei glucocorticoidi.

Il nuovo meccanismo dello Stanozololo rispetto agli altri 17AA che lo rende non solo particolarmente potente ma unico nella sua inattivazione irreversibile del sito di legame LAGS è che questa azione è mediata dal suo metabolita 16β-idrossilato (16β-ST).

Ma ecco il punto cruciale: la conseguenza sistemica netta di questa regolazione allosterica negativa da parte dello Stanozololo è un effettivo aumento della segnalazione classica del recettore dei glucocorticoidi (GR) (ovvero, un aumento del catabolismo del muscolo scheletrico) dovuto all’aumento della disponibilità di glucocorticoidi per il GR citosolico. Eh si, gli effetti potenzialmente positivi sopra elencati non controbilanciano totalmente questa caratteristica negativa.

Questa caratteristica peculiare dello Stanozololo è quindi sfavorevole. ✖ Aumento del catabolismo muscolare (non è una cosa positiva™). Bisognerebbe rammentarlo ai fan del suo uso in pre-contest.

  • Fluoxymesterone [Halotestin™]
Struttura molecolare del Fluoxymesterone.

Il Fluoxymesterone esercita effetti antiglucocorticoidi legandosi al recettore dei glucocorticoidi (GR) come antagonista. Poiché questa modalità di legame competitivo è indicata da test su vari tessuti (ad esempio, bioassay GR CALUX® sui mammiferi e cellule gliali H-4), è probabile che sia sistemica, a differenza della modalità di modulazione del GR specifica per il tessuto muscolare scheletrico.

Fluoxymesterone (evidenziato sull’asse delle ordinate) e transattivazione (in blu) del GR (evidenziata sull’asse delle ascisse) (48% rispetto al Desametasone).

Nel muscolo scheletrico umano, esiste una correlazione “modesta” (R² = 0,38) tra l’espressione del GR e la percentuale di grasso corporeo, e una correlazione “più significativa” (R² = 0,70) tra l’espressione del GR e l’indice di massa corporea (BMI) che indica un’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del fluoximesterone e la regolazione del tessuto adiposo.

Antagonismo dell’attività dei glucocorticoidi (HC) mediata dal recettore GR.
Grafico di regressione lineare che illustra la correlazione tra la percentuale di grasso corporeo e il GR.
Grafico di regressione lineare che illustra la relazione tra BMI e GR.

Occorre tuttavia precisare un punto riguardo all’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Fluoxymesterone e la riduzione della massa grassa. Per inferenza, potremmo dedurre, osservando con i nostri occhi, che il Fluoxymesterone è particolarmente efficace nel ridurre la massa grassa. Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non generalizzare le ipotesi sul Cortisolo e sulla massa grassa applicandole al caso dell’antagonismo del recettore dei glucocorticoidi (GR) da parte del Fluoxymesterone . Questo perché:

  1. Il Fluoximesterone inibisce anche in modo competitivo l’enzima 11β-HSD2 [come l’Oxymetholone e il Testosterone] che controlla l’ossidazione del Cortisolo, inattivandolo e aumentando così, potenzialmente, gli effetti del Cortisolo attivo, con conseguente aumento del Cortisolo sierico e libero.
  2. La natura della regolazione dei tessuti metabolici da parte dell’enzima 11β-HSD2, inclusi il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico, non è ben compresa, a differenza di quanto accade per l’enzima 11β-HSD1, che converte il Cortisone inattivo in Cortisolo. Pertanto, la nostra comprensione di come questo aspetto dell’azione del Fluoximesterone sui tessuti adiposi è incompleta a causa della scarsità di letteratura sull’argomento.
  3. L’interazione tra AR e GR nei confronti dei glucocorticoidi e degli androgeni è dipendente dal contesto e dal tessuto. L’attività del Fluoxymesterone regola quindi l’espressione genica in modo diverso nei diversi tessuti metabolici, compresi quelli che si trovano nei depositi di grasso (ad esempio, grasso bianco o bruno) e nel muscolo scheletrico.
  4. La natura dell’interazione tra AR e GR è ancora poco definita.

Come risaputo, il Fluoxymesterone è un AAS orale metilato in C-17, con una attività androgena elevata e non soggetto all’enzima Aromatasi.

Nonostante quest’ultimo punto, la casa produttrice (Pfizer) riporta nelle avvertenze del prodotto una caratteristica che non ci si aspetta da una molecola priva di attività estrogenica diretta e indiretta: “L’edema, con o senza insufficienza cardiaca congestizia, può essere una seria complicanza in pazienti con preesistente malattia cardiaca, renale o epatica”.

Se siete stati attenti ai punti sopra elencati capirete il perché di questa possibilità: Il Fluoxymesterone si lega all’enzima 11-beta-HSD2, enzima preposto alla conversione del Cortisolo in Cortisone (inattivo). Di conseguenza il gruppo 11-idrossile del Fluoxymesterone viene convertito in un gruppo 11-oxo. Poiché l’attività dell’11-beta-HSD2 subisce una riduzione, si osserva un aumento della concentrazione di Cortisolo!

Interazioni di affinità tra il Fluoxymesterone e l’enzima 11-beta-HSD2 con modifiche strutturali consequenziali.

Il Fluoxymesterone possiede quindi una marcata attività inibitoria dell’11-beta-HSD2. Si è constatato che il Fluoxymesterone esplica una potenza maggiore sull’alterazione dei livelli di Cortisolo dell’Acido Glicirretico, sostanza presente nella liquirizia che causa un aumentano della produzione endogena di corticosteroidi, attraverso l’inibizione degli enzimi 4 e 5-beta-reduttasi che inattivano gli steroidi.

L’Oxymesterone – o 4-idrossi-17-metil-testosterone – e, in misura minore, l’Oxymetholone inibiscono l’11-beta-HSD2 quasi quanto il Fluoxymesterone.

Struttura molecolare del 7-Keto-DHEA

Fortunatamente, questo trend negativo che va a ridurre i benefici riportati in precedenza legati alla modulazione dell’attività dei GR, può essere sensibilmente marginato sia con abbinamenti specifici con altri AAS [ma questo lo vedremo successivamente] e sia con l’uso concomitante di un inibitore della 11-beta-HSD1 come il 7-Keto-DHEA. Questo metabolita del DHEA riducendo l’attività del 11-beta-HSD1 che converte il Cortisone in Cortisolo riduce sensibilmente quest’ultimo così da riportare un equilibrio a favore dell’anabolismo e di competizione recettoriale.

Conversione e interconversione da Cortisone>Cortisolo a Cortisolo>Cortisone.

Il meccanismo d’azione è semplificabile in:

  • Inibizione competitiva: il 7-keto-DHEA condivide con il Cortisone lo stesso sito di legame molecolare sull’enzima 11β-HSD1.
  • Blocco enzimatico: occupando l’enzima, impedisce all’11β-HSD1 di convertire il Cortisone in Cortisolo attivo.
  • Downregulation locale: questa azione riduce la segnalazione dello stress specifica per i tessuti, principalmente in aree quali le cellule adipose viscerali e il tessuto epatico.
  • Migliore perdita di grasso: la riduzione dell’attività locale del Cortisolo nei tessuti adiposi contrasta la tendenza dell’ormone ad interferire, quando i livelli sono alterati da forte stress psicofisico [es. preparazione alla gare], con la mobilitazione del grasso di deposito.
  • Termogenesi: la riduzione dell’attività del Cortisolo consente all’organismo di aumentare le proteine disaccoppianti, che permettono la dispersione dell’energia dei substrati di deposito in calore.
  • Nessuna conversione in ormoni sessuali: a differenza del DHEA, il 7-keto-DHEA non può convertirsi in Testosterone o estrogeni, il che significa che altera l’attività del Cortisolo senza causare effetti androgenici o estrogenici.
Biosintesi del 7-Keto-DHEA


Sembrerebbe che il 7-keto-DHEA abbia un effetto inibitorio debole sull’11β-HSD2. L’11β-HSD2 funge infatti da enzima primario a monte, responsabile della produzione del 7-keto-DHEA all’interno di alcuni tessuti umani.

In un affascinante meccanismo metabolico, la ricerca dimostra che l’11β-HSD2 è un enzima chiave nella via biosintetica naturale del 7-Keto-DHEA.

Innanzitutto, il DHEA viene convertito in 7α-idrossi-DHEA dall’enzima CYP7B1. Successivamente, l’11β-HSD2 guida l’ossidazione unidirezionale di tale metabolita per sintetizzare attivamente il 7-Keto-DHEA all’interno di tessuti come i reni.

Questa stretta correlazione nella biosintesi ha fatto ipotizzare che l’assunzione di 7-Keto-DHEA esogeno possa sottoregolare, come meccanismo di feedback negativo, la sintesi di 11β-HSD2.

Non esistono prove a riguardo ed i dati empirici ci mostrano effetti positivi sui livelli di Cortisolo in concomitanza della somministrazione di 7-Keto-DHEA in soggetti che presentano livelli alterati sub-clinici con conseguenti vantaggi sulla composizione corporea e la prestazione.

Sappiamo adesso che il Fluoxymesterone interagisce in modo unico con il GR, conferendogli effetti sinergici con altri AAS durante la restrizione calorica (ad esempio, nella preparazione alle gare e nella fase di definizione). E sappiamo che riduce la massa grassa e aumenta o preserva quella muscolare.

  • Oxandrolone [Anavar™]
Struttura molecolare del Oxandrolone.

L’Oxandrolone esercita potenti effetti anticatabolici principalmente inibendo l’azione del cortisolo e di altri glucocorticoidi. Ciò avviene non attraverso il legame diretto con il recettore dei glucocorticoidi (GR), bensì tramite un meccanismo di interazione unico con il recettore degli androgeni (AR).

L’Oxandrolone riduce la transattivazione del recettore dei glucocorticoidi (GR) aumentando la formazione dell’eterodimero tra il recettore degli androgeni (AR) e il GR (AR-GR) e regolando l’interazione tra AR e GR; ciò, a sua volta, riduce l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercitando effetti anticatabolici.

Probabilmente conoscerete già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’Oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.

Probabilmente i lettori conoscono già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.

L’AR si oppone in generale all’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, stimola il passaggio dal cortisolo attivo al cortisone inattivo tramite l’11β-HSD1, probabilmente attiva il GR-β che contrasta il catabolismo del recettore classico e può formare eterodimeri con il GR classico per regolare la trascrizione [interazione incrociata], “frenando” gli effetti dei glucocorticoidi (ad es., Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di traduzione/espressione genica/sintesi proteica, reclutando chaperone e coregolatori (elementi di risposta agli androgeni o ARE ed elementi di risposta ai glucocorticoidi o GRE).

L’Oxandrolone regola negativamente l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi (ad es. il Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di espressione genica (cioè traduzione, sintesi proteica), regolando l’interazione incrociata GR/AR. Ciò significa che l’Oxandrolone agisce non inibendo in modo competitivo il legame dei glucocorticoidi (antagonismo del GR) [a differenza, quindi, del Fluoxymesterone (o del Testosterone)], né esclusivamente tramite chaperoni/coregolatori ARE/GRE o modificazioni della cromatina, e certamente non riducendo il numero di GR, ma piuttosto attraverso un meccanismo di interazione incrociata tra l’AR e il GR.

In pratica, questa regolazione degli effetti catabolici da parte dell’Oxandrolone tramite interazione offre un’ulteriore caratteristica degli AAS che garantisce una potenziale sinergia in coppia con quel sottogruppo di AAS i cui effetti anticatabolici e di modulazione dei glucocorticoidi derivano da meccanismi distinti privi di interazione.

L’associazione dell’Oxandrolone con corticosteroidi prescritti (come il Prednisone, il Desametasone, l’Idrocortisone o il Metilprednisolone) viene talvolta utilizzata intenzionalmente in ambito clinico per contrastare l’atrofia muscolare e l’osteoporosi indotte da trattamento a lungo termine con corticosteroidi. Ciò nonostante in corso di applicazione clinica possono emergere effetti collaterali anche gravi.

Quindi, l’effetto anticatabolico del Oxandrolone deriva dalla sua regolazione incrociata del Cortisolo in sede di legame recettoriale.

Struttura molecolare del Methyldrostanolone.

Il Methyldrostanolone, che spesso viene paragonato all’Oxandrolone per i suoi effetti sulla composizione corporea, presenta un’affinità di legame molto bassa e una transattivazione funzionale minima o nulla a livello del GR. Non esercita effetti glucocorticoidi diretti né effetti anti-glucocorticoidi significativi nell’organismo.

Secondo il Federal Register, gli studi che valutano le proprietà del Methyldrostanolone dimostrano che esso non si lega in modo significativo al GR né lo attiva. Il Methyldrostanolone è privo delle caratteristiche molecolari tipiche dei corticosteroidi (ad esempio, il gruppo 17β-chetone o il gruppo 11β-idrossile), il che significa che non può mimare l’azione del Cortisolo. A differenza di alcuni altri steroidi anabolizzanti noti per agire come antagonisti dei glucocorticoidi inibendo la degradazione proteica, il meccanismo d’azione principale del Methyldrostanolone è mediato quasi esclusivamente dal recettore degli androgeni.

  • Trenbolone
Struttura molecolare del Trenbolone.

Il Trenbolone interagisce con i GR legandosi ad essi con un’affinità da moderata ad alta. In questo modo, il Trenbolone agisce come antagonista, bloccando a livello cellulare gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) del Cortisolo. Ma la sua interazione con i GR non si limita a questo…

Il Trenbolone sopprime l’espressione dell’mRNA del recettore dei glucocorticoidi (GR) nel muscolo scheletrico, ottenendo così un effetto anticatabolico selettivo a livello tissutale. Il bilancio proteico muscolare netto è dato dalla differenza tra la sintesi proteica muscolare e la degradazione proteica muscolare (bilancio proteico muscolare netto = MPS – MPB). Pertanto, il Trenbolone agisce non solo aumentando il lato MPS dell’equazione, incrementando l’espressione muscolare di IGF-I e IGF-IEb (aumento di 3,6 volte dell’espressione dell’mRNA di IGF-IEb e di 5 volte di quella di IGF-I) e aumentando l’espressione della catena pesante della miosina (MHC), ma sopprime in modo unico il numero di GR (su cui agiscono i glucocorticoidi come il cortisolo per catabolizzare il tessuto muscolare legandosi come ligandi), oltre a sopprimere l’espressione dell’mRNA di MuRF1 e di atrogin-1 (in misura maggiore rispetto al Testosterone), altre vie del catabolismo muscolare, per ridurre l’MPB.

Durante diversi stati catabolici, la via dell’ubiquitina-proteasoma aumenta la disgregazione proteica che porta all’atrofia muscolare. Nello specifico, due ubiquitin ligasi, MuRF1 e MAFbx (anche denominate Atrogin-1) fungono da marker dell’atrofia muscolare in diverse condizioni cataboliche come il digiuno, il cancro, l’insufficienza renale e il diabete. È stato dimostrato che il Trenbolone riduce significativamente l’espressione del mRNA del MuRF1 e del Atrogin-1 nei tessuti muscolo-scheletrici di un fattore 3 nei ratti castrati. I tassi di Atrogina-1 sono stati soppressi in questi animali ad un livello ancora maggiore rispetto a quanto osservato con la somministrazione di Testosterone.

È stato dimostrato che il Trenbolone riduce le concentrazioni circolanti di Corticosterone nei roditori e del Cortisolo nei bovini impiantati. L’evidenza suggerisce che il Trenbolone agisca a livello delle ghiandole surrenali sopprimendo la sintesi del Cortisolo ACTH-stimolata e sopprimendo il rilascio di Cortisolo.

I Glucocorticoidi tendono anche ad aumentare i livelli di trigliceridi intramuscolari. Se il Trenbolone riduce ì livelli di trigliceridi intramuscolari, allora questo potrebbe essere un fattore primario dietro all’aspetto muscolare poco “voluminoso” (nonostante la presenza di un carico glucidico pienamente sufficiente) che molti tendono ad avere con il suo uso?.

Struttura molecolare del Trestolone.

Il Trestolone (MENT), un altro famoso trieno, agisce principalmente come un agonista altamente potente del AR e del PR. Sebbene non si leghi direttamente al GR, la sua interazione con la via di segnalazione del GR è altamente sinergica.

Punti chiave:

  • Recettore dei glucocorticoidi (GR): il Trestolone mostra un’affinità di legame diretta trascurabile o nulla per il GR. Non agisce come antagonista diretto dei glucocorticoidi, a differenza di composti quali il Mifepristone o il Trenbolone.
  • Interferenza trascrizionale: attraverso un meccanismo simile a quello di altri steroidi derivati dal 19-nor, il AR, fortemente attivato, può interagire a valle per interferire con le vie di segnalazione indotte dal Cortisolo.
  • Preservazione muscolare: promuovendo in modo aggressivo la sintesi proteica e la ritenzione di azoto tramite l’AR, il Trestolone neutralizza efficacemente i segnali di atrofia muscolare (catabolici) innescati dal Cortisolo e dal recettore del glucocorticoide (GR).

Per le sue caratteristiche a livello dei GR, il Trenbolone trova particolare sinergia in co-somministrazione con Oxandrolone e Fluoxymesterone in periodo pre-contest/fase finale del Cut.

  • Nandrolone
Struttura molecolare del Nandrolone.

Il Nandrolone interagisce con i GR agendo principalmente come antagonista competitivo, il che significa che si lega al recettore senza attivarlo, impedendo così ai glucocorticoidi naturali (come il cortisolo) di esercitare i loro effetti catabolici e di atrofia muscolare. Per via di questa specifica interazione di legame, il Nandrolone inverte parzialmente l’atrofia muscolare indotta dai glucocorticoidi e contribuisce a promuovere un ambiente anabolico (di costruzione dei tessuti) nel muscolo scheletrico.

I meccanismi chiave di questa interazione includono:

  • Competizione per i recettori: il Nandrolone compete direttamente con i glucocorticoidi per i siti di legame nel citoplasma delle cellule muscolari, impedendo ai glucocorticoidi di avviare l’espressione genica catabolica.
  • Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione a lungo termine a dosi sovrafarmacologiche di nandrolone determina una downregulation (riduzione della densità) dei recettori dei glucocorticoidi nel sistema nervoso centrale, in particolare nell’ippocampo.
  • Cambiamenti metabolici: antagonizzando i GR nel fegato e nei muscoli, il Nandrolone può interferire con i processi fisiologici tipicamente regolati dai glucocorticoidi, quali la produzione di glucosio a digiuno e la gluconeogenesi.

Punti chiave sugli AAS ed il loro grado di interazione con i GR ed il Cortisolo:

Bodybuilder monitoring cortisol levels with lab equipment
  • Il Testosterone di per se presenta delle caratteristiche antagoniste del GR le quali vanno a comporre il suo completo potenziale anabolizzante; la sua versatilità nella gestione dei dosaggi secondo caratteristiche soggettive [vedi tasso di aromatizzazione] e parte della preparazione, nonché la conversione in E2 e DHT onde evitare crash psicofisici, lo rendono certamente un elemento pressoché immancabile in ogni preparazione ben strutturata, ma la sua potenza antagonista non è sicuramente un elemento non migliorabile con altre molecole specie in contesti dove livelli e attività del Cortisolo sono acutizzati.
  • Il Methandrostenolone mostra un ottima caratteristica di controllo sulla attività surrenalica e il metabolismo del Cortisolo. Essendo, però, una molecola aromatizzabile in una forma di E2 più attiva tissutalmente e cellularmente, vedi 17α-Methylestradiolo, la sua praticità d’uso non comprende un inserimento [almeno di facile gestione] in una fase di pre-contest o Cut.
  • Il Boldenone, essendo di per se un AAS utilizzabile in preparazione alla gara come “ormone esca” per l’Aromatasi e la facilitazione del controllo degli estrogeni, avendo anche una affinità antagonista con il GR, rappresenta una possibile presenza funzionale su più livelli in un pre-contest o Cut.
  • La modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS data dallo Stanozololo, con conseguente aumento della frazione di Cortisolo interagente con il tessuto muscolare, unita alla alterazione delle trame di collagene a livello articolare con dolori annessi, e senza citare il possibile impatto sullo spessore della pelle per via dello stimolo del Collagene di tipo III, rendono questa tanto osannata molecola per il “pre-contest” decisamente sostituibile con un largo margine di guadagno per l’atleta.
  • Il Fluoxymesterone presenta una modesta attività antagonista del GR a livello sistemico e una attività più marcata sull’attività dei GR a livello del tessuto adiposo. Questa caratteristica rendono questo AAS anti-adipogenico in ipercalorica e lipolitico con facilità di mobilitazione delle riserve di trigliceridi adipocitari in regime ipocalorico. Inoltre, il Fluoxymesterone presenta una forte stimolazione nella produzione di Ca+ con una maggiore forza e potenza esprimibile e una spinta sensibile a livello del SNC, che in regimi di ristrettezza calorica protratta possono fare la differenza nel completamento ottimale di una preparazione di alto livello. L’inconveniente del 11β-HSD2 è largamente compensato dall’uso concomitante di 7-Keto-DHEA e altri AAS modulatori specifici dei GR [vedi Oxandrolone e Trenbolone].
  • L’Oxandrolone, con la sua attività di riduzione della transattivazione del GR che aumenta la formazione dell’eterodimero tra il AR e il GR (AR-GR) regolando l’interazione tra AR e GR, traducendosi nella mancata attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercita significativi effetti anticatabolici. Se a questo aggiungiamo la sua capacità spiccata di aumentare le riserve di fosfocreatina e la forza esprimibile anche in condizioni di restrizione calorica, la sua capacità di aumentare la chetogenesi epatica in condizioni di deprivazione o abbassamento dei CHO, e il suo impatto positivo nella guarigione e recupero delle ferite, aumenta significativamente i livelli di procollagene di tipo I e III nei fibroblasti e nelle articolazioni nel breve periodo [4-6 weeks] lo rendono un AAS sicuramente più adatto e dai profitti maggiori in un contesto pre-contest/Cut rispetto allo Stanozololo.
  • Il Trenbolone presenta la più ampia gamma di interazione diretta e indiretta con i GR tra gli AAS. Oltre ad esercitare una attività antagonista diretta al GR, il Trenbolone ne causa una riduzione sensibile in modo tessuto-specifico a livello del muscolo-scheletrico. Un uso tattico con dosaggi limitati e calibrati sul soggetto e la sua tolleranza, rendono il Trenbolone una base per il controllo della attività del Cortisolo in momenti dove il controllo di questa risulta richiesto come in pre-contest/fase finale del Cut. Per i soggetti avanzati, soprattutto agonisti, l’uso abbinato nelle ultime settimane della preparazione alla gara di Trenbolone, Oxandrolone e Fluoxymesterone [questi ultimi calibrati in una ratio base di 3:2] può significare il raggiungimento di una forma esteticamente sopraffina in quanto a durezza, pienezza e bassa b.f. .
  • Anche il Trestolone è decisamente interessante in quanto alle sue interazioni con i GR e l’attività del Cortisolo. Tuttavia, la sua natura aromatizzabile al potente 7α-Methylestradiolo lo rendono un AAS da poter inserire a moderati dosaggi in Bulk ma non in Cut o pre-contest.
  • Il Nandrolone si sa, da più problemi che vantaggi, e sebbene presenti alcune peculiarità sulla attività dei GR e del Cortisolo, l’impatto sui GR a livello cerebrale [ippocampo], oltre alla sua propensione ad esercitare stati paranoici e depressivi per via della sua attività progestinica [per lo meno il Trenbolone può essere usato efficacemente a piccole dosi mitigando tali effetti], e la forte ritenzione idrica che accompagna il suo uso [ma questo lo vedremo meglio nella seconda parte], fanno propendere per uno scarto generale e specifico per contesti pre-gara o Cut.

Fine Prima Parte…

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

Riferimenti:

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Furstenberger, C., Vuorinen, A., Da Cunha, T., Kratschmar, D. V., Saugy, M., Schuster, D., & Odermatt, A. (2012). The Anabolic Androgenic Steroid Fluoxymesterone Inhibits 11 -Hydroxysteroid Dehydrogenase 2-Dependent Glucocorticoid Inactivation. Toxicological Sciences, 126(2), 353–361. doi:10.1093/toxsci/kfs022

Fernández, L., Chirino, R., Boada, L. D., Navarro, D., Cabrera, N., del Rio, I., & Díaz-Chico, B. N. (1994). Stanozolol and danazol, unlike natural androgens, interact with the low affinity glucocorticoid-binding sites from male rat liver microsomes. Endocrinology, 134(3), 1401–1408. doi:10.1210/endo.134.3.8119180

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Retatrutide – l’incretino-mimetico tri-agonista –

Nota introduttiva

La ricerca scientifica è in continuo sviluppo, e nonostante abbia scritto un corposo articolo sugli incretino-mimetici qualche tempo fa, l’avanzare dei dati disponibili su nuove molecole appartenenti a questa famiglia, ormai largamente in uso in campo medico e off-label, mi spingono a scrivere questo nuovo articolo in tema.

Introduzione:

E’ risaputo che l’intervento attraverso la modifica dello stile di vita rimane la strategia terapeutica di prima linea per il trattamento dell’obesità. In particolare, l’adesione alla dieta Mediterranea — un modello alimentare ricco di frutta, verdura, cereali integrali, olio d’oliva e proteine magre — ha dimostrato miglioramenti significativi nella steatosi epatica e nell’insulino-resistenza tra i pazienti con MAFLD. Inoltre, è stato dimostrato che programmi di esercizio fisico strutturati, che integrano sia l’allenamento aerobico che quello contro-resistenza, riducono il contenuto di grasso nel fegato e migliorano il controllo glicemico. Tuttavia, nonostante i benefici ben documentati dei cambiamenti nello stile di vita, mantenere l’aderenza a lungo termine rimane una sfida per molte persone, che spesso richiede un supporto multidisciplinare e strategie di cambiamento comportamentale a lungo termine. Quando necessario, gli interventi farmacologici sono essenziali per colmare il divario e garantire una prevenzione e una gestione efficaci di queste condizioni correlate.

Numerosi trattamenti farmacologici mirano a interrompere queste connessioni dannose, e molti di essi si concentrano sulle vie ormonali delle incretine e sulla regolazione dell’appetito, come già visto nel precedente articolo. Tre dei più comuni ormoni peptidici incretinici sono il Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1), il Polipeptide Insulinotropico glucosio-dipendente (GIP) e il Glucagone. L’emergere degli agonisti del recettore del GLP-1, come il primo agonista clinicamente approvato, l’Exenatide, nel 2005, ha aperto la strada a un’approfondita esplorazione di queste molecole. In breve tempo sono state introdotte altre molecole, come la Liraglutide, la Dulaglutide e la Semaglutide, che offrono una somministrazione settimanale. Oltre a garantire un controllo più efficace del glucosio e a favorire una significativa perdita di peso, questi farmaci hanno consentito una riduzione dei tassi di gravi effetti avversi cardiovascolari, insufficienza cardiaca, malattie renali e morte cardiovascolare. Questi risultati promettenti hanno portato allo sviluppo dei primi agonisti duali, tra cui spicca la Tirzepatide, un agonista dei recettori GIP e GLP-1. La Tirzepatide ha ottenuto riduzioni significative dei livelli di emoglobina glicata A1c (HbA1c) e del peso corporeo rispetto al placebo. Inoltre, è stato riscontrato che la Tirzepatide ha un effetto più pronunciato rispetto all’agonista del GLP-1 Semaglutide nelle persone con DMT2. L’incidenza di eventi avversi gastrointestinali (GI) è aumentata rispetto al placebo; tuttavia, né la Tirzepatide né il Semaglutide hanno aumentato il rischio di eventi avversi gravi o di ipoglicemia grave.

La Retatrutide, un agonista triplo recettoriale, mira a rivoluzionare la farmacoterapia dell’obesità e del diabete di tipo 2. Questo farmaco innovativo ha dimostrato di migliorare i risultati terapeutici, determinando riduzioni più marcate sia del peso corporeo che dei livelli di HbA1c rispetto alle attuali terapie farmacologiche.

-Recettori Molecolari Bersaglio-

  • Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1)

Il GLP-1 è un ormone incretinico secreto prevalentemente dal tratto intestinale, soprattutto in risposta ai pasti. Le cellule L dell’intestino tenue sono responsabili della sua produzione a partire da un gene del proglucagone. È stato inoltre dimostrato che la produzione di questa molecola avviene anche nelle cellule α del pancreas e nel sistema nervoso centrale, in aree quali il nucleo del tratto solitario e la microglia. Agisce prevalentemente attivando un recettore che induce la stimolazione del rilascio di insulina, diminuisce la secrezione di glucagone, riduce l’assunzione di cibo e ritarda lo svuotamento gastrico (GE) influenzando la motilità gastrica e intestinale. I recettori del GLP-1 si trovano in una varietà di tessuti quali il pancreas, la mucosa gastrica, i reni, i polmoni, il cuore, la pelle, le cellule immunitarie e il cervello. Si tratta di recettori accoppiati alle proteine G eptelicoidi composti da 463 aminoacidi che, una volta attivati, stimolano la formazione di adenosina monofosfato ciclico (cAMP) seguita dall’attivazione delle vie della proteina chinasi A.

In particolare per quanto riguarda il sistema nervoso centrale, l’espressione dei recettori del GLP-1 in regioni correlate alla gratificazione, quali l’ipotalamo, l’amigdala, il nucleo accumbens, il nucleo paraventricolare, l’area tegmentale ventrale, il locus coeruleus e il tronco encefalico, potrebbe suggerire una possibile associazione tra l’apprendimento della gratificazione e sintomi quali l’anedonia in patologie quali la depressione. Tuttavia, la natura multifattoriale e poligenica di questa diagnosi richiede ulteriori indagini prima di giungere a una conclusione definitiva. È stato inoltre dimostrato che l’attivazione del GLP-1 riduce l’infiammazione diminuendo l’attività dei macrofagi. I suoi effetti sulla sazietà e sull’assunzione di cibo si riscontrano sia in individui sani che in pazienti obesi e diabetici.

  • Polipeptide Insulinotropico Glucosio-Dipendente (GIP)

Secreto anche dalle cellule K intestinali, il GIP è una proteina secreta prevalentemente in fase postprandiale. È costituito da 42 aminoacidi che si formano in seguito alla proteolisi di un precursore di 153 aminoacidi. I recettori del GIP esistono in due isoforme, costituite rispettivamente da 466 e 493 aminoacidi, che, una volta attivate, mostrano un aumento del calcio intracellulare e dell’acido arachidonico. La loro attivazione è correlata anche all’attivazione dell’adenilato ciclasi. Agendo su questi recettori, espressi in diversi tessuti, tra cui principalmente le cellule β pancreatiche e, in misura minore, il tessuto adiposo e quello nervoso, il GIP stimola la secrezione di glicogeno sia in condizioni di normoglicemia che di iperglicemia. Riduce inoltre l’appetito esercitando un effetto negativo sulla GE e favorendo il rilascio di insulina da parte del pancreas, agendo in sinergia con il GLP-1. Tuttavia, agisce in contrasto con il GLP-1 per quanto riguarda il rilascio di glucagone, potenziandone il rilascio. Inoltre, si è riscontrato che le vie dipendenti dai fattori di crescita, come la MAPK (chinasi 1 e 2 regolate da segnali extracellulari [ERK 1/2]) e la proteina chinasi B, sono influenzate dall’attivazione del GIP. Sono stati descritti anche gli effetti del GIP sul tessuto adiposo, poiché è stato dimostrato che stimola l’adipogenesi, inibisce la lipolisi e stimola la lipogenesi de novo. Inoltre, è stato dimostrato che il GIP ha un’influenza diretta sulle ossa, inducendo l’attività degli osteoblasti.

  • Glucagone

Infine, il Glucagone, derivato da una molecola precursore denominata pro-glucagone composta da 180 aminoacidi, è un ormone presente principalmente nelle cellule α del pancreas. È stata descritta anche la sua produzione nell’intestino tenue. Dopo la sua scoperta nel 1921, il suo contributo alla fisiopatologia del diabete mellito di tipo 2 ha inaugurato una nuova era nei farmaci antidiabetici e nello studio delle malattie metaboliche. È costituito da 29 aminoacidi e il suo gene è localizzato sul cromosoma 2. I recettori del Glucagone si trovano principalmente negli epatociti del fegato e nei reni. È stata descritta un’espressione minore anche in altri tessuti come il cuore, il pancreas, il tessuto adiposo e il tratto gastrointestinale. I recettori del Glucagone sono recettori accoppiati alle proteine G che, quando stimolati, determinano un aumento dell’AMPc e del Calcio intracellulari che, a loro volta, attivano la via della proteina chinasi A. Il principale fattore che ne determina il rilascio è il basso livello di glucosio nel sangue, e i recettori del Glucagone si trovano in molti tessuti, con gli epatociti come sede più comune. Il Glucagone consente la gluconeogenesi e la glicogenolisi nel fegato, bloccando al contempo la glicogenesi. Questi effetti portano a livelli elevati di glucosio nel sangue. Il Glucagone riduce anche la motilità gastrointestinale e, agendo sul tessuto adiposo, diminuisce la lipogenesi e induce la lipolisi, portando ad un aumento della produzione di acidi grassi non esterificati e corpi chetonici. È stato inoltre osservato che il Glucagone agisce sul tessuto adiposo bruno nei modelli animali, inducendo la termogenesi e il dispendio energetico. Tuttavia, gli studi condotti sull’uomo non hanno dimostrato più di un effetto modesto sul dispendio energetico, senza raggiungere una rilevanza clinica.

Recettore del Glucagone

-Aspetti generali della Retatrutide-

  • Struttura molecolare — Farmacologia

La Retatrutide è quindi una terapia promettente che agisce su tutti i recettori e attività molecolari correlate sopra menzionate; si tratta di un agonista triplo recettoriale. La Retatrutide è un peptide sintetico che agisce come agonista dei recettori del GLP-1, del GIP e del Glucagone (Figura seguente). La struttura chimica della Retatrutide gli consente di legarsi in modo specifico a questi recettori.

La Retatrutide si dispiega in un’unica struttura elicoidale continua che gli consente di attraversare il dominio transmembranario del recettore con il suo segmento N-terminale. Il segmento C-terminale partecipa alle interazioni con l’elica α N-terminale del dominio extracellulare, con l’estremità extracellulare dell’elica transmembranaria 1 del recettore del GLP-1 e con l’ansa extracellulare 1 del recettore del GIP. Questa molecola è più potente sul recettore GIP umano (EC50: 0,0643 nM) e meno potente sui recettori del GLP-1 (EC50: 0,775 nM) e del Glucagone (EC50: 5,79 nM). Ha un’azione dose-dipendente e provoca una diminuzione dello svuotamento gastrico, mentre, con un’emivita di 6 giorni, può essere somministrato prevalentemente su base settimanale. La Retatrutide viene metabolizzata prevalentemente a livello epatico, ma non interagisce con gli enzimi del citocromo P450.

Struttura molecolare della Retatrutide

I suoi effetti determinano una significativa riduzione del peso e una diminuzione dei livelli di HbA1c. Gli effetti indesiderati più frequenti sono nausea, diarrea, vomito e stitichezza. Tuttavia, questi hanno portato a casi non rari di interruzione della terapia, e la loro intensità era chiaramente correlata a dosaggi più elevati. Studi pratici indicano che i tassi di interruzione dei GLP-1RA possono raggiungere valori compresi tra il 20% e il 50% entro il primo anno e che i pazienti spesso utilizzano dosaggi significativamente inferiori rispetto a quelli testati negli studi clinici. Effetti avversi meno comuni sono stati un aumento temporaneo dei livelli di alanina aminotransferasi (ALT), aumento della frequenza cardiaca e iperestesia cutanea.

-Risultati emersi dagli studi sull’uomo-

  • Trials di Fase I

Coksun et al. a Singapore hanno condotto uno studio di fase 1 per valutare la sicurezza e il profilo farmacocinetico della Retatrutide. Allo studio hanno partecipato 47 soggetti sani, 45 dei quali hanno ricevuto almeno una dose. La concentrazione massima è stata raggiunta entro 12-72 ore dalla somministrazione. L’emivita media era di circa 6 giorni. Rispetto al placebo, la Retatrutide ha determinato variazioni simili nei livelli basali di glucosio a digiuno. Dopo la somministrazione di dosi da 4,5 e 6 mg, i livelli medi di glucagone a digiuno sono diminuiti a partire da 24 ore dopo la somministrazione fino al giorno 15. Il retatrutide ha determinato una riduzione del peso corporeo medio a tutti i livelli di dosaggio, tranne che alla dose di 0,1 mg. La riduzione di peso ha raggiunto il picco ai livelli di dosaggio compresi tra 3 e 6 mg. Gli effetti avversi più comuni correlati al trattamento dello studio sono stati disturbi gastrointestinali quali vomito, distensione addominale e nausea, tuttavia per lo più di intensità lieve.

A seguito degli studi condotti sugli animali, Urva et al. hanno progettato uno studio di fase 1b a dosi multiple crescenti su pazienti affetti da diabete di tipo 2. A questi pazienti è stato somministrato Retatrutide una volta alla settimana (in gruppi di dosaggio da 0,5, 1,5, 3, 3/6 e 3/6/9/12 mg), placebo o 1,5 mg di Dulaglutide. Retatrutide 0,5, 1,5 e 3 mg sono stati somministrati per 12 settimane. Il gruppo da 3/6 mg ha ricevuto 3 mg di Retatrutide nelle settimane 1-4 e 6 mg nelle settimane 5-12. Infine, il gruppo da 3/6/9/12 mg ha ricevuto 3 mg nelle prime due settimane, 6 mg nelle settimane 3-4, 9 mg nelle settimane 5-8 e 12 mg nelle settimane 9-12. Lo svuotamento gastrico è stato valutato 2 giorni prima del trattamento e 24 ore dopo la somministrazione della dose nei giorni 2, 30 e 79. In sintesi, 72 partecipanti hanno ricevuto almeno una dose del farmaco, mentre 43 hanno completato lo studio. L’età media dei partecipanti era di 58,4 ± 7,4 anni, l’IMC medio era di 32,1 ± 5,1 kg/m², l’HbA1c era dell’8,66 ± 0,92%. Il maggiore effetto sullo svuotamento gastrico è stato riscontrato dopo la prima dose di Retatrutide, mentre era inferiore con le dosi successive, nonostante l’aumento del dosaggio.

  • Trials di Fase II

In uno studio di fase II in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, Jastreboff et al. hanno somministrato Retatrutide in dosi fino a 8 mg per un totale di 48 settimane a pazienti con un BMI ≥ 30 kg/m² o con un BMI compreso tra 27 e 30 kg/m² e una patologia concomitante correlata al peso. L’endpoint primario dello studio era la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 24 settimane di terapia. Gli endpoint secondari erano la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 48 settimane e la presenza di una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15%. Sono stati arruolati in totale 338 adulti. La variazione percentuale media del peso corporeo a 24 settimane nei gruppi trattati con Retatrutide, calcolata con il metodo dei minimi quadrati, è stata del −7,2% nel gruppo da 1 mg e fino al −17,5% nel gruppo da 12 mg, rispetto al −1,6% nel gruppo placebo. Inoltre, a 48 settimane, le stesse percentuali erano pari a −8,7% nel gruppo da 1 mg, −24,2% nel gruppo da 12 mg e −2,1% nel gruppo placebo. A 48 settimane, si è verificata una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15% nel 100%, 93% e 83% dei soggetti che hanno ricevuto 12 mg di Retatrutide e nel 27%, 9% e 2% di quelli che hanno ricevuto il placebo. Gli effetti avversi più comuni erano anch’essi di natura gastrointestinale e correlati alla dose e sono stati parzialmente mitigati con una dose iniziale più bassa (2 mg vs. 4 mg). Pertanto, negli adulti con obesità, il trattamento con Retatrutide per 48 settimane ha determinato riduzioni sostanziali del peso corporeo.

Analogamente, Rosenstock et al. hanno condotto uno studio randomizzato, in doppio cieco, di fase 2, in cui erano ammessi all’arruolamento adulti di età compresa tra i 18 e i 75 anni affetti da diabete di tipo 2, con HbA1c compresa tra il 7,0% e il 10,5% e BMI compreso tra 25 e 50 kg/m². I partecipanti sono stati trattati con dieta ed esercizio fisico da soli o con una dose stabile di metformina per almeno 3 mesi prima dello screening. Sono stati inoltre assegnati in modo casuale a ricevere iniezioni settimanali di placebo, 1,5 mg di Dulaglutide o dosi di mantenimento di Retatrutide pari a 0,5 mg, 4 mg (dose iniziale 2 mg), 4 mg (senza aumento), 8 mg (dose iniziale 2 mg), 8 mg (dose iniziale 4 mg) o 12 mg (dose iniziale 2 mg). L’endpoint primario era la variazione dell’HbA1c dal basale a 24 settimane, mentre gli endpoint secondari includevano la variazione dell’HbA1c e del peso corporeo a 36 settimane. A 24 settimane, le variazioni medie dei minimi quadrati rispetto al basale dell’HbA1c con retatrutide erano pari a –0,43% per il gruppo da 0,5 mg, –1,39% per il gruppo con aumento graduale a 4 mg, –1,30% per il gruppo da 4 mg, –1,99% per il gruppo con aumento graduale lento a 8 mg, –1,88% per il gruppo con aumento rapido della dose a 8 mg e –2,02% per il gruppo con aumento della dose a 12 mg, contro –0,01% per il gruppo placebo e –1,41% per il gruppo trattato con Dulaglutide 1,5 mg. Le riduzioni dell’HbA1c con Retatrutide sono risultate significativamente maggiori (p < 0,0001) rispetto al placebo in tutti i gruppi tranne quello da 0,5 mg e maggiori rispetto al Dulaglutide da 1,5 mg nel gruppo con aumento graduale a 8 mg (p = 0,0019) e nel gruppo con aumento graduale a 12 mg (p = 0,0002). I risultati sono stati confermati a 36 settimane. Il peso corporeo è diminuito in modo dose-dipendente con Retatrutide a 36 settimane fino al 16,94% per il gruppo con aumento progressivo della dose a 12 mg, rispetto al 3,00% con il placebo e al 2,02% con 1,5 mg di Dulaglutide. È risultato evidente che Retatrutide ha mostrato miglioramenti clinicamente significativi nel controllo glicemico e riduzioni impressionanti del peso corporeo nei pazienti con diabete di tipo 2, pur essendo relativamente sicuro.

Un altro studio di fase II condotto da Sanyal et al. ha cercato di dimostrare gli effetti del Retatrutide sulla steatosi epatica. 98 pazienti con un contenuto di grasso epatico ≥10% (come definito dalla frazione di grasso in base alla densità protonica mediante risonanza magnetica) sono stati assegnati in modo casuale a un trattamento di 48 settimane con Retatrutide per via sottocutanea una volta alla settimana (a dosi di 1, 4, 8 o 12 mg) o a un trattamento con placebo. In totale, 76 partecipanti sono riusciti a completare questo sottostudio. La variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico a 24 settimane è stata di −42,9% (1 mg), −57,0% (4 mg), −81,4% (8 mg), −82,4% (12 mg) e +0,3% (placebo). A 24 settimane, il grasso epatico normale (<5%) è stato raggiunto dal 27% (1 mg), dal 52% (4 mg), dal 79% (8 mg), dall’86% (12 mg) e dallo 0% (placebo) dei partecipanti. A 48 settimane, la variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico era pari a −51,3% (1 mg), −59,0% (4 mg), −81,7% (8 mg), −86,0% (12 mg) e −4,6% (placebo). Inoltre, un contenuto totale di grasso epatico < 5% a 48 settimane è stato raggiunto con dosi da 8 mg (nell’89% dei partecipanti) e da 12 mg (nel 93% dei partecipanti). La riduzione del grasso epatico è stata associata a perdita di peso, riduzione del grasso addominale e miglioramento della sensibilità all’insulina e del metabolismo dei lipidi.

  • Trials di Fase III

Risultati dello studio TRIUMPH-1 [2026], uno studio clinico di fase 3 volto a valutare l’efficacia e la sicurezza della Retatrutide in adulti affetti da obesità o sovrappeso, con almeno una comorbilità correlata al peso e senza diabete. A 80 settimane, tutte le dosi della Retatrutide (4mg, 9mg e 12mg) hanno raggiunto gli endpoint primari e secondari chiave per l’obesità, determinando una perdita di peso clinicamente significativa.

I soggetti con un BMI basale ≥35 che hanno partecipato a un’estensione dello studio hanno continuato a perdere peso, raggiungendo una perdita media di 85,0 libbre (30,3%) a 104 settimane. Alla dose di 4mg, raggiunta con un solo aumento, i partecipanti hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%) a 80 settimane, con un tasso di interruzione osservato inferiore a causa di eventi avversi rispetto al placebo.

Per quanto riguarda l’endpoint primario, i partecipanti trattati con Retatrutide 9mg e 12mg hanno perso in media rispettivamente 64,4 libbre (25,9%) e 70,3 libbre (28,3%). Coloro che hanno assunto la dose da 4mg di Retatrutide, con un solo aumento del dosaggio, hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%). In particolare, il 65,3% dei partecipanti trattati con Retatrutide 12mg ha raggiunto un BMI <30, scendendo al di sotto della soglia di obesità a 80 settimane, compreso il 37,5% di coloro che hanno iniziato con obesità di classe 3 (BMI ≥40). 1 In un’estensione in cieco prestabilita per i soggetti con un BMI ≥35, i partecipanti che hanno continuato con Retatrutide 12mg fino a 104 settimane hanno perso in media 85,0 libbre (30,3%). Inoltre, la Retatrutide ha mostrato miglioramenti significativi rispetto al basale in alcuni fattori di rischio cardiovascolare, tra cui la circonferenza della vita, il colesterolo non-HDL, i Trigliceridi, la pressione sistolica e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP).

Per quanto riguarda l’estimando del regime terapeutico, ogni livello di dosaggio di Retatrutide ha portato a miglioramenti negli endpoint primari e secondari chiave, nonché nell’estensione prestabilita, tra cui:

  • Variazione percentuale del peso corporeo a 80 settimane: -17,6% (-19,8 kg; -43,7 libbre; 4 mg); -23,7% (-26,7 kg; -58,9 libbre; 9 mg); -25,0% (-28,2 kg; -62,1 libbre; 12 mg) e -3,9% (-4,4 kg; -9,7 libbre; placebo)
  • Variazione percentuale del peso corporeo a 104 settimane: -25,7% (-30,6 kg; -67,5 libbre; da 4 mg a MTD); -28,7% (-35,6 kg; -78,4 libbre; da 9 mg a MTD); -29,9% (-38,1 kg; -83,9 libbre; da 12 mg a MTD) e -18,9% (-22,3 kg; -49,1 libbre; da placebo a MTD)

I tipi di eventi avversi osservati erano generalmente in linea con quelli riscontrati negli studi clinici condotti su altre terapie a base di incretine. Gli eventi avversi più comuni tra i partecipanti trattati con retatrutide (4 mg, 9 mg, 12 mg, rispetto al placebo, rispettivamente) sono stati nausea (28,6%, 38,4% e 42,4% contro il 14,8%), diarrea (25,2%, 34,1% e 32,0% contro il 13,5%), stitichezza (23,8%, 25,9% e 26,1% rispetto al 10,9%), vomito (10,6%, 22,8% e 25,3% rispetto al 4,8%) e infezione del tratto respiratorio superiore (14,2%, 12,2% e 13,1% rispetto all’11,6%) . Si sono verificati casi di disestesia nel 5,1%, 12,3% e 12,5% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto allo 0,9% con il placebo, mentre l’incidenza di infezioni del tratto urinario si è verificata nel 7,5%, 8,8% e 8,4% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto al 5,3% con il placebo. Gli episodi di disestesia e le infezioni del tratto urinario sono stati generalmente di entità da lieve a moderata; la maggior parte si è risolta durante il trattamento e la maggior parte dei partecipanti ha continuato ad assumere retatrutide. I tassi di interruzione del trattamento a causa di eventi avversi sono stati del 4,1%, 6,9% e 11,3% rispettivamente con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispetto al 4,9% con il placebo.

Principali risultati della fase III:

  • Perdita di peso (TRIUMPH-1): negli adulti affetti da obesità o sovrappeso, la dose settimanale da 12 mg ha determinato una notevole perdita di peso media del 28,3% a 80 settimane. Uno studio di estensione di due anni (104 settimane) condotto sul sottogruppo con il peso maggiore (BMI ≥ 35) ha mostrato una notevole riduzione media del peso corporeo del 30,3% (con una perdita media di 85 libbre).
  • Diabete di tipo 2 (TRANSCEND-T2D-1): Negli adulti con diabete di tipo 2, la dose da 12 mg ha prodotto una perdita di peso media del 15,3% a 40 settimane. In particolare, fino al 40% dei pazienti ha raggiunto livelli normali di HbA1c (<5,7%) e quasi il 90% ha raggiunto valori <7,0%.
  • Osteoartrite (TRIUMPH-4): I pazienti affetti da obesità e osteoartrite del ginocchio hanno registrato una perdita di peso del 28,7% insieme a una significativa riduzione del dolore al ginocchio a 68 settimane.

Conclusioni:

È fondamentale comprendere che la perdita di peso non è sempre benefica per la salute; in determinate circostanze, può portare a una riduzione clinicamente significativa della massa muscolare e ossea, anziché alla riduzione desiderata del grasso corporeo. Questo fenomeno solleva importanti interrogativi sulla qualità e sulla composizione della perdita di peso, poiché il mantenimento della massa magra è essenziale per preservare la forza complessiva, la mobilità e la salute metabolica. Pertanto, è necessario progettare studi che non si concentrino solo sulla percentuale, ma che indaghino anche sui cambiamenti della composizione corporea che accompagnano la perdita di peso.

Va tuttavia sottolineato che, sebbene la Retatrutide appaia promettente come terapia dimagrante per gli adulti, il suo impiego sperimentale non è attualmente approvato per bambini e adolescenti. La sicurezza e l’efficacia della Retatrutide non sono state stabilite nella popolazione pediatrica. Gli studi clinici attualmente in corso si sono concentrati esclusivamente sugli adulti e mancano dati relativi al suo impiego nei bambini e negli adolescenti. Pertanto, la Retatrutide non è indicato per i soggetti di età inferiore ai 18 anni. Per i bambini e gli adolescenti, la prevenzione e la gestione dell’obesità dovrebbero dare priorità agli interventi non farmacologici. Le modifiche dello stile di vita, tra cui una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare, sono la pietra angolare della prevenzione dell’obesità pediatrica. La U.S. Preventive Services Task Force raccomanda ai medici di effettuare screening per l’obesità nei bambini e negli adolescenti di età pari o superiore a 6 anni e di offrire loro o indirizzarli verso interventi comportamentali intensivi e completi per promuovere miglioramenti nel peso corporeo.

Tuttavia, non si può negare che gli studi di fase III sulla Retatrutide hanno fino a questo momento dimostrato una riduzione del peso e miglioramenti cardiometabolici senza precedenti.

In conclusione, il Retatrutide sembra preannunciare un significativo progresso nel campo della farmacoterapia per l’obesità e il controllo del peso. Grazie al suo eccellente profilo di sicurezza e alle notevoli percentuali di perdita di peso, suscita indubbiamente grande entusiasmo nella comunità medica.

La presentazione della domanda di autorizzazione per la commercializzazione della Retatrutide è prevista intorno al 2027.

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

Riferimenti:

Uso degli inibitori dei SGLT come PEDs e “Harm Reduction”

Introduzione:

La ricerca spasmodica di nuove molecole da aggiungere al già ricco corollario a disposizione dell’atleta enhanced rischia di farci trascurare la piena conoscenza di molecole “datate” ma lungi dall’essere completamente comprese nel loro pieno potenziale applicativo. Se ci pensiamo, molecole come la Metformina, dopo più di cento anni, stanno mostrando nuove possibilità applicative anche per ciò che concerne la composizione corporea. E vogliamo parlare del Boldenone e delle recenti scoperte effettuate direttamente sul campo riguardanti le sue potenzialità come “ormone esca” per l’Aromatasi? Non sto ovviamente affermando che non si debba proseguire con una ricerca volta alla identificazione di nuove molecole, ma se dobbiamo parlare di priorità in campo enhanced, appunto, il discorso cambia. Cambia essenzialmente per due cose: 1) presenza di numerose molecole che rendono obsoleto e/o non necessario l’inserimento di altre che, nonostante alcuni vantaggi più o meno degni di nota, non offrono cambiamenti tali e conoscenza gestionali pari o superiori alle “vecchie molecole” e 2) la mancanza di una universale, o quasi, conoscenza di molecole in uso da decenni.

Fatte queste doverose premesse, in questo articolo parlerò dei Sodium-dependent glucose cotransporters (o sodium-glucose linked transporterSGLT; in italiano Cotrasportatori del Glucosio Sodio-Dipendenti), e dei loro inibitori i quali si stanno dimostrando dei promettenti farmaci ancillari soprattutto, ma non solo, per l’Harm Reduction cardio-renale.

Introduzione ai SGLT e inibitori SGLT:

I Cotrasportatori di Glucosio Sodio-Dipendenti (o trasportatori sodio-glucosio, SGLT) sono una famiglia di trasportatori di glucosio presenti nella mucosa intestinale (enterociti) dell’intestino tenue (SGLT1) e nel tubulo prossimale del nefrone (SGLT2 nel tubulo contorto prossimale [PCT] e SGLT1 nel tubulo retto prossimale [PST]). Contribuiscono al riassorbimento renale del glucosio. Nei reni, il 100% del glucosio filtrato nel glomerulo deve essere riassorbito lungo il nefrone (98% nel PCT, tramite SGLT2). Se la concentrazione plasmatica di glucosio è troppo alta (iperglicemia), il glucosio passa nelle urine (glucosuria) perché gli SGLT sono saturi con il glucosio filtrato.

Strutture molecolari di SGLT 1 (B) e SGLT2 (A).

Nei mammiferi, il movimento del glucosio dentro e fuori le cellule è ottenuto dai trasportatori del glucosio (GLUT) sulla membrana cellulare. I GLUT si dividono in due tipi strutturalmente e funzionalmente distinti: (1 GLUT, che operano per diffusione facilitata (1, 2); e (2 SGLT, che trasportano attivamente il glucosio contro il gradiente di concentrazione accoppiandosi con il sodio (3, 4). I GLUT sono presenti in tutte le cellule del corpo per facilitare il trasporto del glucosio nelle cellule e le concentrazioni di glucosio dentro e fuori le cellule diventano uguali con l’operazione dei GLUT 1. Negli SGLT, che comprendono una famiglia di almeno sei diverse isoforme nell’uomo, glucosio e sodio vengono simultaneamente cotrasportati nelle cellule utilizzando il gradiente di concentrazione del sodio (5). Tra questi SGLT, SGLT1 e SGLT2 sono stati frequentemente studiati, perché svolgono un ruolo chiave nel trasporto di glucosio e sodio attraverso la membrana dell’orletto a spazzola delle cellule intestinali e renali (3 , 6) .

Struttura molecolare del GLUT1

Nell’epitelio intestinale, l’afflusso di glucosio nelle cellule epiteliali è catalizzato da SGLT1 situato nella membrana apicale, e il glucosio fluisce nella circolazione attraverso GLUT2 situato nella membrana basolaterale (5, 7). Inoltre, i due tipi di trasportatori, GLUT e SGLT, lavorano insieme nelle cellule tubulari renali, con gli SGLT (SGLT2 e SGLT1) che trasportano il glucosio nelle cellule tubulari attraverso la membrana apicale, e i GLUT (GLUT2 e GLUT1) che trasportano il glucosio attraverso la membrana basolaterale nella circolazione sanguigna (7, 8).

Robert K. Crane

Nell’agosto del 1960, a Praga, Robert K. Crane presentò per la prima volta la sua scoperta del cotrasporto sodio-glucosio come meccanismo di assorbimento intestinale del glucosio.[9]

La scoperta del cotrasporto da parte di Crane fu la prima proposta in assoluto di accoppiamento di flusso in biologia.[10][11]

Recentemente, sono stati sviluppati inibitori di SGLT2, basati su un nuovo concetto di azione antidiabetica mediante l’inibizione del riassorbimento renale del glucosio e l’aumento dell’escrezione di glucosio nelle urine. Gli inibitori di SGLT2 riducono la glicotossicità abbassando la glicemia, e studi clinici su larga scala hanno riportato una diminuzione della mortalità cardiovascolare e gli effetti protettivi renali (12) . Inoltre, SGLT1 è responsabile dell’assorbimento del glucosio nell’intestino tenue e del riassorbimento di parte del carico di glucosio filtrato nel rene (13) , e potrebbe essere un bersaglio interessante per il mantenimento di un buon controllo glicemico e il miglioramento della disfunzione renale (7 , 14) .

Struttura molecolare della Florizina.

La Florizina, un diidrocalcone isolato dalla corteccia dei meli nel 1835, è nota per essere la prima sostanza naturale con attività inibitoria SGLT [15]. A causa delle sue somiglianze con gli estratti di china e salice, la florizina era precedentemente considerata un candidato per il trattamento di febbri, malattie infettive e malaria [16]. Circa 50 anni dopo, Chasis et al. [17] hanno riferito che la Florizina inibisce il riassorbimento renale del glucosio e aumenta l’escrezione urinaria di glucosio. L’associazione tra la Florizina e il sistema di trasporto attivo del glucosio dell’orletto a spazzola del tubulo prossimale è stata rivelata all’inizio degli anni ’70. Inoltre, diversi studi in vivo su modelli animali diabetici hanno dimostrato che la somministrazione di Florizina ha ridotto i livelli di glicemia a digiuno e/o postprandiali e aumentato la sensibilità all’Insulina [18,19,20,21]. Più recentemente, Katsuno et al. [22] hanno riportato che la Florizina ha inibito sia l’SGLT1 che l’SGLT2 umano, con valori di costante inibitoria (Ki) rispettivamente di 151 e 18,6 nM. Tuttavia, nonostante i suoi sufficienti effetti inibitori contro gli SGLT, la Florizina è stata infine considerata inappropriata per un ulteriore sviluppo come farmaco antiperglicemico a causa di alcuni svantaggi critici. In primo luogo, la Florizina inibisce sia SGLT1 che SGLT2 con bassa selettività terapeutica. L’inibizione di SGLT1, che è localizzata principalmente nell’intestino tenue, può causare diversi effetti collaterali gastrointestinali, come diarrea, disidratazione e malassorbimento. In secondo luogo, la Florizina è scarsamente assorbita nell’intestino tenue, a causa della sua bassa biodisponibilità orale. In terzo luogo, la Floretina, un metabolita idrolitico della Florizina catalizzato dalle β-glicosidasi, inibisce fortemente il trasportatore ubiquitario del glucosio 1 (GLUT1), che può quindi ostacolare l’assorbimento del glucosio in vari tessuti [23,24].

Struttura molecolare di Vanillina-β-D-glucopiranoside (glucovanillina), un glicoside utilizzato come aromatizzante.

Per superare queste limitazioni, diverse aziende farmaceutiche hanno avviato ricerche approfondite per sviluppare nuovi analoghi a base di florizina con biodisponibilità e stabilità migliorate, nonché selettività per SGLT2. Nelle fasi iniziali, si sono concentrate sugli analoghi degli O-glicosidi ed è stato sviluppato un inibitore selettivo di SGLT2 disponibile per via orale, il T-1095 [25]. Il T-1095 ha subito un ampio metabolismo epatico nella sua forma attiva, il T-1095A, con conseguente diminuzione dose-dipendente del riassorbimento urinario del glucosio e soppressione dell’aumento della glicemia, insieme a un aumento dell’escrezione urinaria di glucosio. I valori di IC50 calcolati del T-1095A per SGLT1 e SGLT2 umani erano rispettivamente di circa 200 nM e 50 nM, il che rifletteva attività inibitorie più selettive e potenti rispetto al florizina [26]. Sono stati sviluppati altri derivati dell’O-glucoside sergliflozin [26], remogliflozin [27] e AVE2268 [28,29] e le loro proprietà farmacocinetiche e/o farmacodinamiche sono state valutate in vari contesti in vivo e clinici [30,31,32,33,34,35,36,37,38,39,40]. Sebbene questi inibitori dell’O-glicoside abbiano mostrato una degradazione mediata dalla glucosidasi minimizzata e una maggiore esposizione sistemica, la loro scarsa stabilità farmacocinetica e la selettività farmacologica incompleta per SGLT2 hanno rivolto l’interesse di molti scienziati e aziende farmaceutiche verso altri derivati della florizina, i C-glucosidi.

Struttura molecolare di Depaglifozin

Da quando è stata eseguita la prima sintesi di analoghi del C-glicoside della florizina nel 2000 [41], sono stati effettuati numerosi tentativi di trovare sostituenti ottimali con sufficiente potenza e selettività contro SGLT2. Di conseguenza, nel 2008, Meng et al. [42] hanno sviluppato dapagliflozin, con sostituenti etossilici lipofili in posizione 4 sull’anello B della florizina. Dapagliflozin ha mostrato una potenza oltre 1200 volte superiore per SGLT2 umano [IC50 (nM): 1,12] rispetto a SGLT1 [IC50 (nM): 1391]. Una risposta glicosurica dose-dipendente e una diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue a digiuno e postprandiale sono state osservate anche dopo somministrazione orale di dapagliflozin ai ratti [43,44]. In quanto candidato antidiabetico innovativo, l’efficacia del dapagliflozin è stata valutata in molti studi clinici e questo agente ha mostrato una significativa riduzione dei livelli di glucosio plasmatico e di emoglobina glicata (HbA1c), un migliore controllo glicemico e una riduzione del peso corporeo [45,46,47,48,49,50,51,52]. Il dapagliflozin è stato approvato e commercializzato per la prima volta in Europa nel 2012 e anche il comitato della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato questo farmaco per il trattamento del diabete di tipo 2 nel gennaio 2014.

Struttura molecolare di Empagliflozin

A partire dalla comparsa di dapagliflozin, sono stati successivamente sviluppati diversi inibitori del C-glucoside. Canagliflozin, caratterizzato da un derivato tiofenico del C-glucoside [53], è stato approvato dalla FDA nel 2013. Insieme a una differenza di oltre 400 volte nelle attività inibitorie tra SGLT1 e SGLT2 umani [IC50 (nM) SGLT1: 910; SGLT2: 2,2] [53], canagliflozin ha mostrato buone proprietà antiperglicemiche paragonabili a dapagliflozin in molte pratiche cliniche [54,55,56,57]. Empagliflozin è stato il terzo agente nella classe gliflozin approvato sia dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) che dalla FDA nel 2014, avendo la più alta selettività per SGLT2 rispetto a SGLT1 (circa 2700 volte) tra gli inibitori SGLT2 sul mercato [57]. Negli ultimi anni, molte industrie farmaceutiche giapponesi hanno guidato lo sviluppo di inibitori SGLT2 di nuova generazione, tra cui ipragliflozin, tofogliflozin e luseogliflozin. Altri composti, ertugliflozin e LX-4211 (sotagliflozin, un doppio inibitore SGLT1/2), sono ora in fase avanzata di sperimentazione clinica [57].

  • Riepilogo

Ricapitolando, gli SGLT costituiscono una vasta famiglia di proteine di membrana correlate a vari trasporti di glucosio, amminoacidi, vitamine e alcuni ioni attraverso la membrana apicale del lume, inclusi l’intestino tenue e i tubuli renali. Nell’uomo, sono state segnalate sei diverse isoforme e due trasportatori, le proteine SGLT1 (soluto-trasportatore [SLC]5A1) e SGLT2 (SLC5A2), sono state ampiamente studiate (58) . SGLT1 è stato scoperto tramite clonazione di espressione nel 1987 (59) , e SGLT2 è stato identificato tramite screening per omologia nel 1994 (60) . I GLUT equilibrano i livelli di glucosio su entrambi i lati della membrana plasmatica, poiché il gradiente di glucosio attraverso la membrana è la forza motrice, mentre SGLT2 può esercitare differenze nella concentrazione di glucosio, poiché il gradiente di sodio transmembrana è la forza motrice per l’assorbimento del glucosio.

SGLT1 è responsabile dell’assorbimento del glucosio nell’intestino tenue, mentre SGLT2 è responsabile del riassorbimento del glucosio nel rene (61, 62). Considerando le funzioni fisiologiche di SGLT1 e SGLT2, la ricerca sul recupero di farmaci mirati ai trasportatori è ragionevole. Nel 1987, è stato riportato che la florizina, un inibitore di SGLT1 e SGLT2, inverte il diabete sperimentale in ratti parzialmente pancreatectomizzati (63). Gli inibitori di SGLT sono stati sviluppati utilizzando la florizina come composto guida (64, 65), con conseguente sviluppo di inibitori di SGLT2, che sono stati lanciati con successo sul mercato (66, 67).

Per quanto riguarda gli altri SGLT, SGLT3 (nome del gene: SLC5A4), che è espresso nell’intestino, nella milza, nel fegato, nei reni, nel muscolo scheletrico e nei neuroni colinergici, non è un SGLT funzionale e sembra agire come un sensore del glucosio nella membrana plasmatica dei neuroni colinergici (67). Ci sono solo pochi rapporti sugli altri SGLT: SGLT4, SGLT5 e SGLT6. SGLT4 (nome del gene: SLC5A9) è espresso nell’intestino tenue, nei reni, nel fegato, nei polmoni, nel cervello, nella trachea, nell’utero e nel pancreas; SGLT5 (nome del gene: SLC5A10) è espresso solo nei reni; e SGLT6 (nome del gene: SLC5A11) è considerato un trasportatore di d-glucosio a bassa affinità nell’intestino tenue (67). I ruoli fisiologici di questi SGLT rimangono sconosciuti.

Proprietà basali del SGLT1:

La proteina SGLT1, codificata dal gene SLC5A sul cromosoma 22q13.1, è composta da 664 amminoacidi, comprendenti 14 domini α-elicoidali transmembrana, un singolo sito di glicosilazione tra le eliche transmembrana 5 e 6 e due siti di fosforilazione, tra le eliche transmembrana 6 e 7 e tra 8 e (68) . I terminali NH2 e COOH si trovano rispettivamente nelle membrane extracellulari e intracellulari e si suppone che il dominio di legame al glucosio includa i residui amminoacidici 457–460 (69). SGLT1 è un trasportatore ad alta affinità per il glucosio (costante di Michaelis-Menten [K m] = 0,4 mmol/L) e il galattosio, mentre il fruttosio non viene trasportato (70). Due ioni sodio vengono trasportati attraverso SGLT1 per ogni molecola di glucosio e questo cotrasportatore è autorizzato a trasportare il glucosio nelle cellule contro il suo gradiente di concentrazione.

L’espressione dell’mRNA SGLT1 è stata rilevata mediante reazione a catena della polimerasi con trascrizione inversa nei seguenti tessuti nell’uomo: intestino tenue, rene, muscolo scheletrico, fegato, polmone, cuore, trachea, prostata, testicolo, cervice uterina, stomaco, tessuto adiposo mesenterico, cellule α pancreatiche, colon e cervello (71). L’espressione della proteina SGLT1 è stata localizzata nell’orletto a spazzola apicale dell’intestino tenue e nei tubuli prossimali tardivi, ed è stata rilevata anche nei seguenti tessuti nell’uomo: ghiandole salivari, fegato, polmone, muscolo scheletrico, cuore e cellule α pancreatiche (72).

SGLT1 esercita l’attività di trasporto tramite numerose regolazioni molecolari, tra cui le protein chinasi. SGLT1 contiene siti di regolazione specifici per ceppo da parte della protein chinasi A (PKA) e della protein chinasi C (PKC): un sito PKA nell’uomo e nel coniglio, nessuno nel ratto; cinque siti PKC di consenso nell’uomo e nei ratti e quattro siti nei conigli (73). L’attivazione di PKA ha portato a un aumento del numero di proteine SGLT1 nella membrana dell’intestino tenue nei ratti (74) e l’attivatore di PKA, 8-bromo-adenosina monofosfato ciclico, o forskolina, ha aumentato la capacità di SGLT e l’attività di SGLT1 nella membrana plasmatica (75). L’espressione e l’attività di SGLT1 sono regolate positivamente dall’attività di PKA e gli effetti sull’attivazione di SGLT1 sono stati inibiti dall’inibitore di PKA, H-89 (76). Sono stati segnalati anche effetti mediati da PKC su SGLT1, ma sono ammesse evidenti differenze tra le specie e gli effetti sono controversi. L’attivazione di PKC ha ridotto la capacità di trasporto di SGLT1 nei ratti e nei conigli, ma ha aumentato la capacità negli esseri umani (74) .

In altri studi, l’attivazione della proteina chinasi attivata dall’adenosina monofosfato ha aumentato il trasporto massimo di glucosio sodio-dipendente (77) l’eliminazione della chinasi 3 inducibile dal siero e dai glucocorticoidi ha causato una diminuzione dell’attività intestinale di SGLT1 (78) e la chinasi ricca di prolina alanina correlata a Ste20p ha causato una diminuzione dell’abbondanza di SGLT1 nella membrana plasmatica (79).

L’attività e l’espressione intestinale di SGLT1 sono regolate dal contenuto di carboidrati nella dieta. L’attività e l’espressione di SGLT1 sono aumentate in topi, ratti e pecore alimentati con una dieta ricca di zuccheri (80) e sono mantenute dalla presenza di nutrienti luminali nell’intestino umano (81). Inoltre, l’attività e l’espressione di SGLT1 sono correlate a un ritmo diurno che correla le ore di veglia con la massima espressione di SGLT1 (82).

Proprietà basali del SGLT2:

SGLT2

La proteina SGLT2, codificata da SLC5A2, è composta da 672 amminoacidi e i suoi terminali NH2 e COOH sono extracellulari (83) . I valori di K m nell’SGLT2 umano per glucosio e sodio sono rispettivamente 2 e 25 mmol/L e, a differenza di SGLT1, SGLT2 è un trasportatore di glucosio a bassa affinità e alta capacità (84). SGLT2 è espresso prevalentemente nel rene di roditori e umani e basse espressioni di mRNA sono state rilevate nelle ghiandole mammarie, testicoli, fegato, polmoni, intestino, muscolo scheletrico, milza e cervelletto (85) . Inoltre, SGLT2 è segnalato come espresso nelle cellule α pancreatiche e correlato alla secrezione di glucagone (86). SGLT2 è localizzato nella membrana luminale dei segmenti (S)1 e S2 dei tubuli prossimali renali negli esseri umani e nei roditori, mentre SGLT1 è localizzato nella membrana luminale del segmento S3 (87) . SGLT2 è principalmente responsabile del riassorbimento del glucosio nel nefrone e ≥80% del glucosio filtrato viene riassorbito nei segmenti S1 e S2 dei tubuli prossimali attraverso SGLT2 (88) .

L’attivazione della proteina chinasi A e della PKC ha aumentato l’assorbimento del glucosio rispettivamente del 225 e del 150% nelle cellule renali embrionali umane che esprimono SGLT2 (89). Per quanto riguarda i meccanismi, l’effetto mediato dalla PKA potrebbe essere correlato a un aumento del tasso di fusione delle vescicole con la membrana; tuttavia, non è stato trovato alcun meccanismo simile sull’effetto mediato dalla PKC. Inoltre, l’espressione di SGLT2 è aumentata attraverso l’attivazione della proteina di scambio attivata direttamente dall’adenosina monofosfato ciclico/PKA attraverso la chinasi regolata dal segnale extracellulare/p38 e la proteina chinasi attivata dal mitogeno (90). Nella linea cellulare renale suina, l’interleuchina-6 e il fattore di necrosi tumorale-α hanno aumentato l’espressione dell’mRNA e della proteina SGLT2 (91) e, analogamente, la fosforilazione del fattore di crescita trasformante-β1 e del fattore di trascrizione a valle, smad3, hanno aumentato il livello della proteina SGLT2 nelle cellule tubulari prossimali renali umane (92).

Proprietà funzionali degli SGLT:

  • Intestino tenue

L’SGLT1 nell’intestino tenue è localizzato nella membrana cellulare apicale che compone l’orletto a spazzola . SGLT1 è responsabile del trasporto di glucosio o galattosio dal lume alle cellule epiteliali, mentre il trasportatore facilitatore, GLUT2, è successivamente responsabile del trasporto di glucosio dalla membrana basolaterale alla circolazione sanguigna .

Il livello di espressione di SGLT1 determina la capacità di assorbimento del glucosio e subisce regolazioni a breve e lungo termine a seconda dei nutrienti luminali. Una dieta ricca di glucosio o una dieta ricca di sodio aumentano il livello di espressione di SGLT1 nell’intestino tenue. Inoltre, un aumento delle concentrazioni luminali di glucosio induce la traslocazione di GLUT2 alla membrana dell’orletto a spazzola.

L’espressione di SGLT1 nell’intestino tenue è aumentata nel diabete, che è considerato correlato alla risposta a un maggiore apporto di glucosio nella dieta. L’espressione intestinale dell’mRNA di SGLT1 è aumentata nei modelli animali diabetici, come i modelli diabetici indotti da streptozotocina e i ratti Otsuka Long-Evans Tokushima Fatty. Nei pazienti con diabete di tipo 2, l’espressione dell’mRNA e della proteina SGLT1 intestinale nella membrana dell’orletto a spazzola era più elevata e anche l’assorbimento intestinale del glucosio era elevato. Si ritiene che la regolazione positiva dell’assorbimento del glucosio mediato da SGLT1 nell’intestino tenue induca la rapida iperglicemia postprandiale nel diabete (93).

  • Rene

Nel rene, il glucosio viene trasportato attraverso la membrana apicale del tubulo contorto prossimale da SGLT2 e SGLT1, ed esce attraverso la membrana basolaterale del tubulo prossimale dai trasportatori facilitatori GLUT2 e GLUT1 . SGLT2 è espresso nella parte superiore del tubulo prossimale, segmenti S1 e S2, mentre SGLT1 è espresso nella parte inferiore del tubulo prossimale, il segmento S3 negli esseri umani e nei roditori.

Nella capacità di riassorbimento del glucosio filtrato nell’euglicemia, SGLT2 esercita la funzione principale, mostrando il suddetto riassorbimento del glucosio ≥80%, mentre SGLT1 riassorbe il glucosio rimanente o circa il 5% del glucosio filtrato. Come punto da notare, il rapporto di accoppiamento di glucosio e sodio è diverso tra i due cotrasportatori: SGLT2 trasporta glucosio e sodio in un rapporto 1:1, mentre SGLT1 trasporta glucosio e sodio in un rapporto 1:2 . La proprietà di trasporto di SGLT2 aumenta il potere di concentrazione per riassorbire il glucosio consegnato alla parte distale del segmento S3 del tubulo prossimale 49. Inoltre, è stato riportato che SGLT1 prepara la capacità altamente riservata di riassorbimento del glucosio. Quando l’inibizione farmacologica di SGLT2 induce il flusso di glucosio a valle nel tubulo prossimale distale, SGLT1 può compensare il riassorbimento del glucosio. Di conseguenza, gli esseri umani euglicemici trattati con inibitori di SGLT2 hanno mantenuto un riassorbimento frazionario del glucosio del 40-50% , e il valore medio del riassorbimento frazionario del glucosio nei topi knockout (KO) SGLT2 euglicemici era del 36% . Nei topi selvatici, l’inibitore di SGLT2, empagliflozin, ha aumentato in modo dose-dipendente l’escrezione urinaria di glucosio, mentre la curva dose-risposta è stata spostata verso sinistra e la risposta massima è raddoppiata nei topi KO per SGLT1. L’effetto compensatorio di SGLT1 è supportato anche da studi su topi SGLT1/SGLT2 doppio KO e topi SGLT1 KO trattati con inibitore di SGLT2 87. L’iperglicemia sostenuta, che induce il superamento della capacità di trasporto dell’SGLT2 prossimale, ha aumentato il flusso di glucosio al tubulo prossimale distale e ha migliorato il riassorbimento del glucosio mediato da SGLT1. La capacità riservata di riassorbimento del glucosio e l’effetto compensatorio di SGLT1 sono proprietà notevoli in considerazione della funzione fisiologica.

Nei modelli animali di diabete di tipo 1 e di tipo 2, il livello della proteina renale SGLT2 è risultato aumentato, mentre i risultati riportati per i livelli renali di SGLT1 sono controversi. I ratti trattati con streptozotocina hanno mostrato un aumento dell’espressione di mRNA e proteine di SGLT1 nella corteccia renale (92, 93). Inoltre, l’espressione di mRNA renale di SGLT1 nei ratti Zucker grassi è risultata aumentata (94). Nei topi ob/ob, il livello della proteina SGLT1 della membrana renale è risultato aumentato, ma l’espressione di mRNA è risultata diminuita. Al contrario, è stato riportato che il livello della proteina SGLT1 della membrana renale è risultato diminuito nei topi Akita diabetici. Le proprietà di SGLT2 e SGLT1 nel riassorbimento renale del glucosio in condizioni euglicemiche sono ben comprese; tuttavia, tali proprietà nello stato diabetico rimangono poco note e, in particolare, una migliore comprensione del significato fisiologico nella regolazione renale di SGLT1 è un argomento fondamentale per il futuro.

  • Cuore

La localizzazione della proteina SGLT1 è stata riscontrata nei capillari cardiaci nell’uomo e nei ratti, mentre l’espressione non è stata riscontrata nei capillari dell’intestino tenue . Inoltre, SGLT1 è stato segnalato come espresso nella membrana cellulare dei cardiomiociti nell’uomo e nei topi. Pertanto, SGLT1 cardiaco potrebbe essere coinvolto nel trasporto del glucosio dai capillari ai cardiomiociti. Al contrario, SGLT2 non è espresso nel cuore. Nel cuore, due trasportatori di glucosio facilitati, GLUT1 e GLUT4, svolgono un ruolo primario nell’assorbimento del glucosio: GLUT1 per l’assorbimento basale del glucosio e GLUT4 per l’assorbimento insulino-dipendente del glucosio. Considerati i ruoli fisiologici di SGLT1 nel cuore, il coinvolgimento con i trasportatori di glucosio facilitati è essenziale e non può essere ignorato.

L’espressione dell’mRNA cardiaco di SGLT1 è stata segnalata come aumentata nei pazienti con diabete di tipo 2 e cardiomiopatia diabetica. Nei ratti diabetici trattati con streptozotocina, l’espressione dell’mRNA e della proteina GLUT4 è diminuita, mentre l’espressione dell’mRNA di GLUT1 non è cambiata significativamente. La riduzione dell’attività cardiaca di GLUT4 ha portato a una diminuzione dell’assorbimento del glucosio e allo sviluppo di cardiomiopatia diabetica, mentre i ruoli fisiologici di GLUT1 nel cuore rimangono poco chiari.

Uno studio recente ha riportato che la sovraespressione cardiaca cronica di SGLT1 nei topi ha portato a ipertrofia cardiaca patologica e insufficienza ventricolare sinistra, e l’inibizione cardiaca di SGLT1 ha attenuato il fenotipo della malattia. Al contrario, uno studio recente ha anche riportato che il doppio inibitore di SGLT1/SGLT2 ha esacerbato la disfunzione cardiaca dopo infarto miocardico sperimentale nei ratti (95) . Considerando che SGLT2 non è espresso nel cuore, questo effetto potrebbe essere collegato all’inibizione di SGLT1. Non è ancora chiaro se l’inibizione cardiaca di SGLT1 eserciti effetti protettivi sulle malattie cardiovascolari. Sono necessarie ulteriori ricerche.

  • Cervello

L’espressione dell’mRNA di SGLT1 è stata riscontrata nel cervello di esseri umani, conigli, maiali e roditori. Nei conigli e nei maiali, l’espressione dell’mRNA di SGLT1 è stata riscontrata nei neuroni della corteccia frontale, nelle cellule di Purkinje del cervelletto e nei neuroni dell’ippocampo 50. Nei roditori, l’espressione dell’mRNA di SGLT1 è stata riscontrata nei neuroni della corteccia cerebrale, dell’ippocampo, dell’ipotalamo, del corpo striato e del cervelletto. La proteina SGLT1 è stata espressa nei piccoli vasi del cervello dei roditori. Inoltre, un analogo del glucosio selettivo per SGLT1 marcato radioattivamente non è riuscito a superare la barriera emato-encefalica, suggerendo che SGLT1 è localizzato solo nella membrana luminale delle cellule endoteliali. Considerando la localizzazione e la funzione dell’SGLT1, quest’ultimo nel cervello potrebbe svolgere un ruolo chiave come fonte di approvvigionamento energetico per i neuroni in caso di aumento della richiesta di glucosio, come in caso di ipossiemia e ipoglicemia (96).

  • Altri organi

Sono stati segnalati alcuni casi di SGLT1 nel polmone, nel fegato, nel pancreas e nei linfociti T. L’mRNA di SGLT1 è stato rilevato nella trachea, nei bronchi e nel tessuto polmonare negli esseri umani, e la proteina SGLT1 è stata rilevata nelle cellule alveolari di tipo 2 e nella membrana luminale delle cellule di Clara nei bronchioli negli esseri umani e nei ratti. L’assorbimento di glucosio mediato da SGLT1 potrebbe essere responsabile dell’assorbimento dei liquidi e fornisce energia per la produzione di tensioattivi nelle cellule alveolari di tipo 2 e di mucina e tensioattivi nelle cellule di Clara.

L’mRNA di SGLT1 è stato rilevato nel fegato e nella cistifellea negli esseri umani , e la proteina SGLT1 è stata rilevata nella membrana apicale delle cellule epiteliali dei dotti biliari negli esseri umani e nei ratti.

Piccole quantità di mRNA di SGLT1 sono state rilevate nel pancreas degli esseri umani, e l’espressione di mRNA e proteine di SGLT1 è stata trovata nelle cellule α pancreatiche di esseri umani e topi (97). Inoltre, l’espressione di mRNA di SGLT1 è stata trovata nei linfociti T attivati dei topi. I ruoli fisiologici di SGLT1 nel fegato, nel pancreas e nei linfociti T non sono ben compresi.

Potenziale terapeutico dell’inibizione di SGLT1 e SGLT2:

Il potenziale terapeutico degli inibitori selettivi di SGLT2 come strategia antiperglicemica è stato ampiamente dimostrato. Al contrario, il potenziale terapeutico, in termini di efficacia e sicurezza, dell’inibitore duale di SGLT2/SGLT1 o dell’inibitore selettivo di SGLT1 rimane meno chiaro.

  • Inibitori SGLT1
Struttura molecolare di KGA-2727

L’iperglicemia postprandiale è un fattore di rischio per l’insufficienza cardiovascolare e la microangiopatia diabetica, inclusa la retinopatia. Poiché l’assorbimento del glucosio dall’intestino tenue è principalmente mediato da SGLT1, un miglioramento dell’iperglicemia postprandiale con un inibitore di SGLT1 sarebbe sicuramente una terapia utile. Nei ratti diabetici, una singola dose di KGA-2727, un inibitore selettivo di SGLT1, ha migliorato l’iperglicemia postprandiale e la sua somministrazione cronica ha ridotto i livelli di emoglobina A1c, suggerendo che l’inibizione di SGLT1 potrebbe mantenere un buon controllo glicemico a lungo termine. In un test di tolleranza al glucosio orale con KGA-2727, i livelli plasmatici di insulina, così come i livelli di glucosio plasmatico, sono stati ridotti e sono attesi anche effetti protettivi sul pancreas.

Struttura molecolare del GLP-1.

Studi recenti hanno riportato che i topi SGLT1 KO e i topi trattati con floridzina avevano livelli plasmatici di GLP-1 totale inferiori 5 minuti dopo la stimolazione con glucosio rispetto ai topi wild-type e ai topi di controllo, rispettivamente (98). Questo risultato suggerisce che SGLT1 è necessario per innescare la secrezione di GLP-1 nella fase precoce dopo la stimolazione con glucosio. Al contrario, un altro studio ha riportato che i topi SGLT1 KO avevano elevati livelli plasmatici di GLP-1 totale da 30 minuti a 6 ore dopo un pasto contenente glucosio. L’aumento del GLP-1 totale plasmatico nella fase tardiva dopo un pasto è stato osservato anche in esseri umani sani trattati con inibitore di SGLT1 e pazienti con diabete di tipo 2 trattati con inibitore di SGLT1/2. Un possibile meccanismo di rilascio ritardato di GLP-1 è la fermentazione del glucosio in acidi grassi a catena corta (SCFA). L’inibizione di SGLT1 nella fase iniziale dell’intestino riduce l’assorbimento del glucosio e quindi aumenta il suo apporto alle parti più distali dell’intestino tenue, dove il glucosio viene utilizzato dal microbioma per formare SCFA. Gli SCFA inducono la secrezione del peptide-1 simile al glucagone attraverso i recettori accoppiati alle proteine G, tra cui il recettore accoppiato alle proteine G 41 e il recettore accoppiato alle proteine G (98) . Da quanto sopra, sebbene l’inibizione di SGLT1 riduca il rilascio di GLP-1 stimolato dal glucosio nella fase iniziale, gli SCFA generati dalla fermentazione del glucosio inducono il rilascio di GLP-1 nella fase tardiva, suggerendo che l’inibitore di SGLT1 aumenta i livelli netti di GLP-1 circolante.

Un aspetto preoccupante è che, nell’intestino tenue, si ritiene che l’inibitore di SGLT1 induca effetti collaterali gastrointestinali, inclusa la diarrea, ma non sono stati osservati gravi effetti collaterali gastrointestinali nel trattamento degli inibitori selettivi di SGLT1, GSK-1614235 e KGA-2727, o di un inibitore duale di SGLT1/SGLT2, la sotagliflozin (99).

Gli inibitori di SGLT1 inducono un ritardo nell’assorbimento dei monosaccaridi e quindi nella loro ritenzione, e potrebbero migliorare le condizioni intestinali nei pazienti diabetici attraverso cambiamenti nel microbiota intestinale. Un aumento della produzione di propionato nel microbiota del colon con una maggiore esposizione al glucosio avrebbe contribuito a effetti metabolici intestinali positivi.

SGLT1 è espresso nella membrana dell’orletto a spazzola del segmento S3 del tubulo prossimale nel rene e riassorbe il glucosio che sfugge al riassorbimento mediato da SGLT2 nei segmenti S1 e S2. Studi su topi SGLT2 KO e inibitori selettivi di SGLT2 hanno descritto la capacità di trasporto renale di SGLT1, mostrando che il riassorbimento del glucosio mediato da SGLT1 viene mantenuto al 40-50% con l’inibizione di SGLT2 in condizioni euglicemiche . L’inibizione di SGLT2 in condizioni di iperglicemia prolungata e grave che supera la capacità di trasporto di SGLT2 attiva la piena capacità di trasporto renale di SGLT1 e SGLT1 esercita una funzione compensatoria nel riassorbimento renale del glucosio. Pertanto, si prevede che la terapia combinata di un inibitore SGLT1 e un inibitore SGLT2 o di un doppio inibitore SGLT1/SGLT2 induca una glicosuria e un controllo glicemico significativamente maggiori rispetto a un singolo inibitore SGLT1 o SGLT2 (100). Inoltre, è stato osservato un effetto più forte della doppia inibizione SGLT1/SGLT2 sui livelli di glucosio nel sangue nei topi con iperglicemia modesta, così come in quelli con euglicemia. Pertanto, gli effetti combinati della doppia inibizione SGLT1/SGLT2 potrebbero indurre effetti sinergici sui tubuli prossimali precoci e distali.

Sebbene gli inibitori selettivi dell’SGLT1 non siano ancora sul mercato, alcuni composti (ad esempio, LX2761 e JTT-662) sono in fase di sviluppo per il trattamento del diabete.

  • Inibitori SGLT2
Struttura molecolare di Canagliflozin

Gli inibitori selettivi dell’SGLT2 – dapagliflozin, canagliflozin, empagliflozin, ipragliflozin, luseogliflozin e tofogliflozin – sono stati approvati per il trattamento del diabete di tipo 2 (101) . Questi inibitori dell’SGLT2 riducono i livelli plasmatici di glucosio con un meccanismo diverso rispetto ad altri farmaci antidiabetici, che comporta un aumento dell’escrezione renale di glucosio attraverso l’SGLT2 nel tubulo prossimale, con conseguente riduzione della tossicità del glucosio. Al contrario, i meccanismi di altri farmaci sono come per la metformina: inibizione della gluconeogenesi nel fegato; derivati della sulfonilurea, analoghi del peptide glucagone-simile (GLP)-1 e inibitori del dipeptidil peptide-4: aumento della secrezione di insulina nel pancreas; e tiazolidinedioni: miglioramento della sensibilità all’insulina. Questi inibitori dell’SGLT2 hanno una diversa selettività per l’inibizione di SGLT2 rispetto a SGLT1. La selettività SGLT2/SGLT1 è ≥1.000 volte maggiore in dapagliflozin, empagliflozin, luseogliflozin e tofogliflozin, mentre la selettività di canagliflozin e ipragliflozin è inferiore, rispettivamente 190 e 250 volte (101) .

In studi preclinici su modelli animali diabetici, gli inibitori di SGLT2 hanno ridotto i livelli di glucosio a digiuno e non a digiuno, i livelli di emoglobina A1c e la pressione sanguigna, e migliorato l’intolleranza al glucosio (102). Inoltre, gli inibitori di SGLT2 hanno un meccanismo d’azione diverso dagli altri farmaci antidiabetici, come descritto sopra, e possono essere utilizzati in combinazione con questi farmaci, così come in monoterapia per il trattamento del diabete di tipo 2 (103).

Studi recenti hanno riportato che gli inibitori di SGLT2 hanno avuto un effetto protettivo renale in modelli animali di nefropatia diabetica (104). Gli effetti protettivi renali degli inibitori di SGLT2 sono stati dimostrati anche in studi clinici (105). Il meccanismo d’azione è ipotizzato come segue: l’inibitore SGLT2 aumenta la quantità di sodio trasportata al tubulo distale sopprimendo l’assorbimento di sodio nel tubulo prossimale. Di conseguenza, viene attivato il feedback tubuloglomerulare attraverso la macula densa, che consente la contrazione arteriolare afferente e normalizza la velocità di filtrazione glomerulare (106) .

Inibitori del SGLT2 nella perdita di peso e miglioramento della composizione corporea:

Sappiamo che gli inibitori del SGLT2 offrono un meccanismo insulino-indipendente per migliorare i livelli di glucosio nel sangue e sono approvati per il trattamento del diabete di tipo 2. Promuovono l’escrezione urinaria di glucosio inibendone il riassorbimento dall’urina nel tubulo prossimale del rene (fino a circa il 50%). L’entità della glicosuria risultante è proporzionale alla glicemia al di sopra della soglia [107].

Gli inibitori del SGLT2 (ad esempio, dapagliflozin, canagliflozin ed empagliflozin) e i GLP1-RA; ad esempio, exenatide, liraglutide e semaglutide) sono entrambi utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2, ma portano anche a una perdita di peso corporeo, in gran parte dovuta alla riduzione del grasso corporeo. Inoltre, gli effetti sulla glicemia e sul peso corporeo sono sostenuti per diversi anni con queste classi di farmaci [108]. Tuttavia, l’entità della perdita di peso è modesta sia nel diabete di tipo 2 che nell’obesità senza diabete. Per gli inibitori SGLT2 approvati si registra in media una perdita di peso di circa 1,5-2 kg (aggiustata per placebo), per gli inibitori del GLP1-RA di 2-4 kg e per la combinazione di 3-5 kg [109]. Pertanto, sono necessarie terapie dimagranti più efficaci per questo tipo specifico di pazienti.

  • Controllo sulla glicemia

Gli inibitori SGLT2 hanno mostrato riduzioni costanti dei livelli di HbA1c rispetto al basale nei pazienti con diabete di tipo 2 in tutti i punti temporali. Le meta-analisi mostrano differenze medie nelle riduzioni di HbA1c rispetto al placebo da -1,4% a -0,5% [110]; queste riduzioni sono simili a quelle di altri agenti ipoglicemizzanti [111]. Questi risultati non sono sorprendenti per un farmaco sviluppato per il trattamento del diabete di tipo 2. Gli studi clinici che esaminano gli effetti degli inibitori SGLT2 sull’HbA1c in soggetti sovrappeso o obesi senza diabete di tipo 2 sono limitati. In due studi della durata di 12 e 24 settimane, gli inibitori SGLT2 da soli (rispettivamente canagliflozin e dapagliflozin) non hanno influenzato i livelli di HbA1c rispetto al placebo nei soggetti sovrappeso e obesi [112]. Tuttavia, gli inibitori SGLT2 in combinazione con un GLP1-RA hanno ridotto significativamente l’HbA1c nei soggetti obesi senza diabete, rispetto al placebo [113].

La meta-analisi mostra che gli inibitori SGLT2 riducono significativamente i valori di glicemia a digiuno da -2,0 a -1,1 mmol/L [114]. La capacità di abbassare la glicemia degli inibitori SGLT2 è dipendente dalla glicemia [115], il che riduce al minimo gli eventi ipoglicemici. La concentrazione plasmatica di glucosio è determinata principalmente da fattori ormonali e neurali (come insulina, glucagone e catecolamine), che regolano la produzione endogena di glucosio [116]. Gli inibitori SGLT2 stimolano la produzione epatica di glucosio e aumentano anche la secrezione di glucagone, che promuove la produzione endogena di glucosio e limita la loro capacità di abbassare la glicemia [117].

  • Effetti sul peso corporeo e sull’adiposità:

Gli inibitori di SGLT2 causano direttamente la perdita di peso corporeo attraverso l’escrezione di glucosio (perdita di calorie) nei reni. L’inibizione di SGLT2 agisce in modo glucosio-dipendente e può comportare l’eliminazione di circa 60-100 g di glucosio al giorno nelle urine. La perdita di peso con la terapia con inibitori di SGLT2 è stata costantemente osservata in diversi studi sul diabete di tipo 2, indipendentemente dal fatto che i pazienti assumano inibitori di SGLT2 in monoterapia o in combinazione con ulteriori terapie ipoglicemizzanti. I risultati delle meta-analisi di rete mostrano riduzioni del peso corporeo rispetto al placebo per tutti i trattamenti con inibitori di SGLT2 di circa 1,5-2 kg [118] e questi effetti sono dose-dipendenti [119]. I dati clinici fino a 4 anni mostrano che la riduzione del peso corporeo con inibitori di SGLT2 viene mantenuta [120]. Tuttavia, gli inibitori SGLT2 causano una perdita di peso sostanzialmente inferiore a quella prevista dall’energia escreta tramite glicosuria, perché provocano un aumento adattativo dell’assunzione di energia, inclusi aumenti compensatori dell’appetito/apporto calorico [121]. Pertanto, la combinazione di inibitori SGLT2 con farmaci che agiscono attraverso meccanismi diversi potrebbe essere l’approccio più efficace per una perdita di peso significativa e affrontare i meccanismi controregolatori che mantengono il peso corporeo [122]. Studi recenti che valutano la co-somministrazione di inibitori SGLT2 con altre classi di farmaci hanno mostrato risultati promettenti. Ad esempio, lo studio DURATION-8 ha dimostrato che la perdita di peso corporeo media con la combinazione di exenatide (GLP1-RA, che sopprime l’appetito) una volta alla settimana e dapagliflozin (inibitore SGLT2) una volta al giorno nei pazienti con diabete di tipo 2 era maggiore di quella con le sole monoterapie [123].

Solo pochi studi hanno esaminato gli effetti degli inibitori SGLT2 sulla perdita di peso in soggetti obesi senza diabete. Bays et al. hanno dimostrato che canagliflozin 100 mg da solo riduce il peso corporeo di 2,8 kg [124]. La co-somministrazione di inibitori SGLT2 con GLP1-RA riduce il peso corporeo di 4,5 kg a 24 settimane di trattamento e questa perdita di peso viene mantenuta fino a 1 anno (-5,7 kg) in individui obesi senza diabete [125]. Ancora più importante, la perdita di peso è dovuta principalmente a una riduzione del tessuto adiposo sottocutaneo e viscerale, piuttosto che del tessuto magro. Un altro studio che esplora la terapia di combinazione di canagliflozin con fentermina, un farmaco simile all’anfetamina utilizzato per sopprimere l’appetito e approvato per la gestione del peso, ha dimostrato una perdita di peso superiore rispetto al placebo (-7,3 kg contro -0,6 kg) in un periodo di 26 settimane [126]. Tuttavia, gli studi che esplorano gli effetti della terapia combinata sono stati pochi e con dosi limitate. Pertanto, il pieno potenziale di riduzione del peso deve essere esplorato in più studi, tra cui l’ottimizzazione delle dosi, la sicurezza e l’inclusione di interventi sullo stile di vita. Sono attualmente in corso altri studi clinici che valutano gli effetti degli inibitori SGLT2 in soggetti obesi senza diabete, utilizzati da soli o in combinazione con altri farmaci (identificativo ClinicalTrial.gov: NCT03093103, NCT03710460, NCT02635386, NCT02695810).

Nei ratti obesi indotti dalla dieta e trattati con inibitori dell’SGLT2, la lipolisi e i livelli circolanti di corpi chetonici risultano aumentati [127, 128]. Nei pazienti con diabete di tipo 2 o con obesità senza diabete, la glicosuria indotta dagli inibitori dell’SGLT2 riduce i livelli plasmatici di glucosio e insulina e aumenta le concentrazioni di glucagone a digiuno e post-prandiali. La riduzione della concentrazione circolante di glucosio, insieme ai cambiamenti ormonali, determina la mobilizzazione delle riserve lipidiche [129]. Ciò porta a cambiamenti nell’utilizzo dei substrati energetici, favorendo l’utilizzo dei lipidi per la produzione di energia [130]. In condizioni di ridotto rapporto portale insulina/glucagone, la lipolisi aumenta nel tessuto adiposo e rilascia acidi grassi non esterificati che vengono convertiti in corpi chetonici nel fegato attraverso la beta-ossidazione mitocondriale e la chetogenesi [131], determinando una condizione metabolica simile a un digiuno prolungato [132].

Inoltre, è stato dimostrato che gli inibitori SGLT2 riducono l’infiammazione del tessuto adiposo e aumentano il tessuto adiposo bruno nei modelli di roditori [133, 134]. La riduzione dell’infiammazione nel tessuto adiposo sarebbe particolarmente importante nell’obesità, poiché l’infiammazione cronica di basso grado nel tessuto adiposo è un importante mediatore nello sviluppo di complicazioni legate all’obesità, come la resistenza all’insulina e il diabete di tipo 2 [135].

  • Lipidi ematici

In generale, il trattamento con inibitori SGLT2 ha effetti minori sul profilo lipidico. Sebbene alcuni studi abbiano dimostrato che gli inibitori SGLT2 aumentano modestamente i livelli di colesterolo HDL rispetto al placebo, sono disponibili anche dati che suggeriscono un piccolo aumento del colesterolo LDL [136, 137]. Pertanto, attualmente non vi sono prove chiare che le variazioni delle lipoproteine nel sangue siano importanti per i risultati clinici complessivi dopo il trattamento con inibitori SGLT2.

Recenti progressi nella scoperta di nuovi inibitori SGLT2 da fitocomposti:

Prima di giungere alle conclusioni sull’applicazione ed eventuali vantaggi d’uso degli inibitori selettivi SGLT2, è interessante ed utile riportare nuovi promettenti inibitori di questa categoria di origine naturale (fitocomposti).

Sebbene molti inibitori dei SGLT2 siano ora disponibili e ampiamente utilizzati, sono ancora in corso numerosi sforzi per trovare nuovi composti attivi da prodotti naturali/fitocomposti come candidati validi per nuovi inibitori dei SGLT2, come la Florizina. Le strutture chimiche di diversi importanti fitocomposti sono riportati di seguito:

  • Sophora flavescens (Fabaceae)

La Sophora flavescens (S. flavescens) è una delle medicine tradizionali cinesi più popolari e importanti. La radice di questa specie (nota come “Kushen”) è ampiamente utilizzata per il trattamento di molte malattie, tra cui febbre, dissenteria, ittero, leucorrea, infezioni cutanee piogeniche, scabbia, gonfiore e dolore. Ad oggi, oltre 200 costituenti sono stati isolati da S. flavescens e i principali componenti di questa pianta sono alcaloidi e flavonoidi [138]. Oltre ai suoi usi tradizionali, sono stati condotti numerosi studi per scoprire altri effetti terapeutici di S. flavescens, come effetti antitumorali, antinfiammatori, antinocicettivi, antianafilattici, antiasmatici, antimicrobici, cardioprotettivi e immunoregolatori, utilizzando i suoi estratti grezzi e i principali composti attivi [138].

Sato et al. [139], come ricerca di follow-up sulla scoperta che l’estratto metanolo di S. flavescens ha una potente attività inibitoria di SGLT, hanno analizzato nove composti isolati dalla radice essiccata di S. flavescens per i loro effetti sull’inibizione di SGLT. È interessante notare che, ad eccezione della pterocarpina (1), tre composti con strutture a base di isoflavonoidi, vale a dire maackiaina (2), variabilina (3) e formononetina (4), hanno mostrato un’attività inibitoria esclusiva solo contro SGLT2, ma non contro SGLT1. Pertanto, si suggerisce che la presenza del gruppo funzionale idrossilico nell’isoflavonoide sia cruciale per l’acquisizione dell’attività inibitoria di SGLT2. Nel frattempo, la maggior parte dei composti flavanonici ha inibito ampiamente entrambi gli SGLT, con selettività contro SGLT2. I due composti più potenti erano (−)–kurarinone (5) e soforaflavanone G (6), con valori IC50 rispettivamente di 10,4 e 18,7 μM per SGLT1 e 1,7 e 4,1 μM per SGLT2. Si presumeva che l’aumento dell’inibizione di SGLT1 fosse attribuibile al gruppo funzionale lavandulile comune in posizione C-8.

Più recentemente, Yang et al. [140] hanno riportato gli effetti dei glicosidi isoflavonoidi dalla radice di S. flavescens sull’inibizione di SGLT2. Tutti e nove i composti isolati nella ricerca hanno mostrato attività inibitoria di SGLT2, con la più forte inibizione di SGLT2 nel composto 7 [IC50 (μM): 2,6 ± 0,18]. Inoltre, anche il composto 8 ha mostrato un’inibizione moderata per SGLT2 [IC50 (μM): 15,3 ± 1,44]. Poiché lo studio è stato progettato come una semplice valutazione di screening e l’attività inibitoria è stata stabilita solo per SGLT2, l’importanza conformazionale dell’attività inibitoria e la selettività contro SGLT2 non sono state discusse.

Strutture chimiche dei composti attivi di Sophora flavescens [60,61].
  • Acer nikoense (Aceraceae)

Acer nikoense (A. nikoense) è originario e ampiamente distribuito in Giappone, e gli estratti della corteccia del suo fusto sono utilizzati nella medicina popolare giapponese per il trattamento di disturbi epatici e malattie oculari [141]. Diversi costituenti attivi di A. nikoense, tra cui specifiche acerogenine diarileptanoidi cicliche, sono stati valutati per i loro effetti antitumorali, antinfiammatori, antimicotici e antibatterici [142].

Morita et al. [143] hanno valutato gli effetti di quattro composti isolati dalla corteccia di A. nikoense e sedici derivati correlati sull’attività inibitoria degli SGLT. Due diarileptanoidi ciclici, acerogenina A (9) e B (10), hanno presentato una marcata inibizione sia per SGLT1 [IC50 (μM) 9: 20,0; 10: 26,0] che per SGLT2 [IC50 (μM) 9: 94,0; 10: 43.0], mentre altri composti isolati (incluso un diarileptanoide aciclico) non hanno mostrato un’inibizione sufficiente di nessuno dei due SGLT.

In particolare, i derivati chetonici in posizione C-11 (con o senza ulteriore sostituzione del gruppo idrossilico per l’estere metilico in posizione C-2) dell’acerogenina A/B, composti 11 (acerogenina C), 12 e 13, hanno acquisito un’attività inibitoria selettiva aumentata contro SGLT2 rispetto a SGLT1 rispetto ai loro precursori alla stessa concentrazione testata. Inoltre, un altro derivato dell’acerogenina A, caratterizzato da diidrossilazione in posizione C-11 (14), ha mostrato le attività inibitorie più potenti contro entrambi gli SGLT, senza selettività. Questi risultati suggeriscono che la posizione e/o la presenza di un gruppo idrossilico in posizione C-9 o C-11 e la loro stereochimica potrebbero non essere una struttura chiave per l’inibizione degli SGLT. La modifica del sistema ad anello diarileptanoide (come la sostituzione dell’ammide o la formazione di legami C-C insaturi) ha determinato una diminuzione dell’inibizione degli SGLT, indicando che la conformazione ad anello delle acerogenine e dei suoi derivati può influenzare l’effetto inibitorio di ciascun costituente contro gli SGLT.

Strutture chimiche dei composti attivi di Acer nikoense [62].
  • Alstonia macrophylla (Apocynaceae)

L’Alstonia macrophylla (A. macrophylla), chiamata anche alstonia dura o legno di latte duro, è originaria delle regioni del Sud-est asiatico come Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia e Vietnam. Questa pianta è stata tradizionalmente utilizzata come tonico generale, afrodisiaco, anticolerico, antidissenteriale, antipiretico, emmenagogo e agente vulnerario in Thailandia [144]. Essendo una ricca fonte di diversi fitochimici, sono state dimostrate diverse attività biologiche, tra cui effetti antimalarici, antimicrobici, antiossidanti, antidiabetici, antinfiammatori, antipiretici, antipsicotici, antifertilizzanti e antiprotozoari, utilizzando vari estratti e composti attivi di A. macrophylla [145].

Arai et al. [146] hanno isolato venti composti alcaloidi dalle foglie di A. macrophylla e hanno valutato il potenziale inibitorio di SGLT di questi costituenti. Dei venti composti, cinque alcaloidi di tipo picralina hanno mostrato una buona inibizione di SGLT1 e SGLT2, con la più alta in 10-metossi-N(1)-metilburnammina-17-O-veratrato [15, IC50 (μM) SGLT1: 4,0; SGLT2: 0,5] e alstifillanina D [16, IC50 (μM) SGLT1: 5,0; SGLT2: 2,0]. Nel frattempo, altri composti alcaloidi di tipo ajmalina e macrolina non hanno mostrato attività inibitoria contro SGLT1 e/o SGLT2. I risultati dell’approccio della relazione struttura-attività (SAR) hanno suggerito che la presenza di una catena laterale estere in posizione C-17 può svolgere un ruolo fondamentale nell’attività inibitoria di SGLT. Quando è stato valutato un ulteriore studio SAR utilizzando otto derivati, il derivato idrossilico nell’alstifillina D (17) ha migliorato la selettività per SGLT2 più degli altri, sebbene il valore IC50 assoluto sia stato leggermente aumentato [IC50 (μM) SGLT1: 50,0; SGLT2: 7,0].

Strutture chimiche dei composti attivi di Alstonia macrophylla [63].
  • Gnetum gnemonoides (Gnetaceae)

Gnetum gnemonoides (G. gnemonoides) è una specie di liane tropicali, ampiamente distribuita nella regione del Sud-est asiatico-Pacifico, tra cui Malesia, Indonesia, Filippine, Nuova Guinea e Arcipelago di Bismarck. Sebbene non esista ancora alcun rapporto scientifico sull’efficacia medicinale di G. gnemonoides, è noto che gli stilbeni isolati dalla specie Gnetum possiedono proprietà biologiche come attività epatoprotettiva, antiossidante, antimicrobica e inibitoria enzimatica [147].

Shimokawa et al. [148] hanno isolato due trimeri di stilbeni, gneulina A (18) e B (19), costituiti da unità di ossiresveratrolo, dalla corteccia essiccata di G. gnemonoides, e ne hanno semplicemente analizzato l’effetto sull’inibizione di SGLT1 e SGLT2. Questi due composti hanno entrambi mostrato un’attività inibitoria moderata e non selettiva per ciascun SGLT [IC50 (μM) 18 SGLT1: 27,0, SGLT2: 25,0; 19 SGLT1: 37,0, SGLT2: 18,0]. Hanno anche scoperto di recente due diidroflavonolo-C-glucosidi, il noidesol A e B, ma questi composti non hanno mostrato alcun potenziale inibitorio per gli SGLT.

Strutture chimiche dei composti attivi di Gnetum gnemonoides [64].
  • Schisandra chinensis (Schisandraceae)

La Schisandra chinensis (S. chinensis, comunemente chiamata “bacca dai cinque sapori”) è originaria della Cina settentrionale e dell’Estremo Oriente russo, e i suoi frutti sono tradizionalmente utilizzati come agente anti-invecchiamento, antitussivo, sedativo e tonico [149]. La S. chinensis contiene vari fitochimici, tra cui polifenoli, lignani e triterpenoidi, e i suoi effetti farmacologici su vari sistemi organici sono stati ampiamente valutati [150].

Qu et al. [151] hanno recentemente valutato le attività inibitorie degli SGLT di Schisandrae Chinensis Fructus (SCF), allo scopo di identificare specifici composti inibitori dell’SGLT2. Nello screening iniziale con estratti acquosi ed etanolici di SCF a una concentrazione priva di citotossicità (1 mg/mL), sono stati osservati tassi di inibizione più potenti per entrambi gli SGLT con l’estratto etanolico. Dopo il frazionamento dell’estratto etanolico di SCF, un totale di nove frazioni (F1–F9) sono state sottoposte a un’ulteriore valutazione dell’inibizione di SGLT. Delle sei frazioni che hanno mostrato attività inibitoria contro SGLT1 e/o SGLT2, solo due frazioni (F8 e F9) hanno mostrato significativi pattern selettivi per SGLT2, con un tasso di inibizione rispettivamente del 41,9% e del 36,7% rispetto al controllo.

Sono stati infine studiati gli effetti di tre comuni composti lignanici isolati da F8, deossischisandrina, schisandrina B (γ-schisandrina) e schisandrina sull’inibizione di SGLT. Tuttavia, nessuno di essi ha mostrato attività inibitoria contro nessuno dei due SGLT, suggerendo che questi lignani principali non siano i componenti principali dell’inibizione di SGLT in SCF.

Struttura chimica della Schisandrina B (γ-schisandrina) .

Conclusioni sugli inibitori dei SGLT1 e 2:

Da quando sono stati chiariti i ruoli importanti dell’SGLT2 nel riassorbimento renale del glucosio e nell’omeostasi sistemica del glucosio nell’organismo umano, l’inibizione dell’SGLT2 è stata considerata un promettente bersaglio terapeutico per il trattamento del diabete mellito di tipo 2. Dall’inizio del XXI secolo, diversi inibitori dell’SGLT2 derivati da un composto attivo naturale, la Florizina, hanno iniziato a essere commercializzati e ampiamente utilizzati come monoterapia o in combinazione con altri agenti ipoglicemizzanti orali.

Un vantaggio degli inibitori SGLT2, rispetto a diverse altre terapie ipoglicemizzanti, è il basso potenziale di indurre ipoglicemia, a meno che non siano combinati con insulina o secretagoghi dell’insulina. Questo perché l’escrezione urinaria di glucosio per impostazione predefinita diminuisce o cessa quando il glucosio plasmatico diminuisce, ma possono esserci anche contributi attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico durante l’ipoglicemia che riduce la velocità di filtrazione glomerulare e quindi la glicosuria, nonché attraverso l’aumento della gluconeogenesi epatica, sebbene la cosomministrazione di Metformina può alterare questo aspetto.

In generale, gli inibitori SGLT2 sono ben tollerati e l’effetto avverso più comune è un aumento del rischio di infezioni genitali micotiche di circa quattro-sei volte rispetto al placebo o al comparatore attivo, e questo è osservato sia nelle donne che negli uomini. Questo è il risultato di una maggiore concentrazione di glucosio nelle urine che può facilitare l’insorgenza di infezioni nelle regioni urogenitali inferiori. Si prevede che lo stesso meccanismo promuova anche le infezioni del tratto urinario, ma nelle meta-analisi si riscontra una tendenza a un aumento minore fino a 1,5-piegare, e questo non è coerente tra gli studi. I rischi per tali effetti collaterali sono simili tra i diversi inibitori SGLT2.

Prove recenti suggeriscono che possono verificarsi anche episodi di chetoacidosi, e ciò potrebbe essere motivo di particolare preoccupazione tra gli individui con deficit di Insulina, compresi quelli con diabete di tipo 2, diabete di tipo 1 o diabete autoimmune latente negli adulti (LADA) di lunga data.

Infine, il programma CANVAS ha segnalato un aumento del rischio di fratture ossee e amputazioni degli arti inferiori con canagliflozin. Né fratture ossee né amputazioni degli arti inferiori sono state segnalate con gli altri inibitori SGLT2, né in un altro studio di analisi del mondo reale, pertanto sono necessarie ulteriori valutazioni prima di trarre conclusioni definitive.

Sebbene il bodybuilder nella media sia più propenso a sentirsi attirato all’uso off-label di questa classe di farmaci per il taglio calorico che possono contribuire a creare senza modifiche alimentari [rimando ai 60-100g di glucosio al giorno escreto con le urine corrispondente ad un range di perdita in Kcal pari a 240-400Kcal/die], gli effetti più interessanti sono da ricercarsi nel potenziale “harm reduction” nefro-cardiaco. Infatti, Gli inibitori del SGLT2 hanno dimostrato significativi effetti cardioprotettivi, che vanno oltre la semplice riduzione della glicemia. Questi benefici sono osservati nei pazienti con e senza diabete e includono una riduzione dei ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e un miglioramento della funzionalità cardiaca. I meccanismi sono molteplici e possono coinvolgere alterazioni del metabolismo cardiaco e vie antinfiammatorie e antifibrotiche.

Gli inibitori dell’SGLT2 possono alterare il modo in cui il cuore utilizza l’energia, migliorandone potenzialmente l’efficienza. Possono ridurre l’infiammazione cardiaca, un fattore chiave nelle malattie cardiache.
Gli inibitori dell’SGLT2 possono aiutare a prevenire o ridurre la formazione di tessuto cicatriziale (fibrosi) nel cuore, che può comprometterne la funzionalità.
Possono contribuire a smorzare l’iperattività del sistema nervoso simpatico, che può sovraccaricare il cuore.
Gli inibitori dell’SGLT2 possono migliorare la salute dei vasi sanguigni, importante per il trasporto di ossigeno e nutrienti al cuore.

Sebbene non sia il meccanismo primario, un certo grado di diuresi (aumento della minzione) e natriuresi (aumento dell’escrezione di sodio) può contribuire a ridurre la pressione e il volume sanguigno, il che può essere benefico per la salute del cuore.
Gli inibitori dell’SGLT2 possono aumentare i livelli di eritropoietina, determinando un aumento della produzione di globuli rossi e potenzialmente migliorando l’apporto di ossigeno al cuore. Questo ultimo punto potrebbe risultare problematico per gli atleti enhanced particolarmente sensibili allo stimolo della eritropoiesi.

Come già accennato, gli inibitori del SGLT2 hanno mostrato benefici significativi per la salute renale, anche in soggetti non diabetici. Sono sempre più riconosciuti per la loro capacità di rallentare la progressione della malattia renale cronica (CKD) e ridurre il rischio di insufficienza renale.
Gli inibitori dell’SGLT2 agiscono principalmente bloccando il riassorbimento di glucosio e sodio nei tubuli prossimali dei reni. Questo porta a una maggiore escrezione di glucosio nelle urine, contribuendo ad abbassare i livelli di glicemia. Riducendo il riassorbimento di sodio e glucosio, gli inibitori dell’SGLT2 possono ridurre il carico di lavoro sui reni e abbassare la pressione all’interno dei glomeruli (le unità filtranti dei reni).
È stato dimostrato che gli inibitori dell’SGLT2 riducono i livelli di albumina nelle urine (albuminuria), un marcatore di danno renale.
La velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR) è una misura della funzionalità renale. È stato dimostrato che gli inibitori dell’SGLT2 rallentano il declino dell’eGFR, indicando una progressione più lenta della malattia renale cronica.

Di conseguenza, è stato dimostrato che gli inibitori dell’SGLT2 possono ridurre significativamente il rischio di insufficienza renale nei soggetti con e senza diabete.
Gli inibitori dell’SGLT2 offrono anche protezione cardiovascolare, riducendo il rischio di insufficienza cardiaca, infarto e ictus.
I benefici degli inibitori dell’SGLT2 nel rallentare la progressione della malattia renale cronica sono osservati in diversi stadi della malattia, compresi quelli precoci e avanzati.
Ciò nonostante, Gli inibitori dell’SGLT2 sono generalmente sconsigliati nei soggetti con eGFR molto basso (tipicamente inferiore a 20mL/min/1,73 m²).
La decisione di utilizzare gli inibitori SGLT2 deve essere presa consultando un medico, tenendo conto delle caratteristiche individuali del paziente e della sua storia clinica.
In conclusione, gli inibitori SGLT2 si sono rivelati una valida opzione terapeutica per la gestione della malattia renale, offrendo protezione contro l’insufficienza renale e altre complicanze associate alla malattia renale cronica e complicazioni cardiovascolari. Tali caratteristiche, hanno fatto si che gli inibitori degli SGLT2 venissero inseriti come ancillari nelle preparazioni di bodybuilding al fine di offrire una “riduzione del danno” a carico cardio-renale.

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

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Incretino-mimetici: un anamnesi scientifica di una “moda farmacologica”[2° ed ultima Parte].

Nella prima parte di questa disamina sono state passate in rassegna diverse informazioni necessarie per comprendere cosa sono le Incretine e quali sono le loro principali azioni. Si è poi passati a descrivere la classe di farmaci degli Incretino-Mimetici discorrendo sulla loro sintesi, tipologia molecolare [in ordine cronologico in base alla data di commercializzazione] e caratteristiche di azione sia per quanto concerne le attività positive che quelle negative. In conclusione, si è accennato alla consistente diffusione dell’uso “cosmetico” di tali farmaci.

In questa seconda ed ultima parte vedremo come questa relativamente nuova classe di farmaci abbia trovato un certo spazio di diffusione nel Fitness e (sebbene in minor parte) nel BodyBuilding. Verranno discussi i punti di attrattiva e le limitazioni (e rischi) legati al loro uso.

Le “attrattive” degli Incretino-Mimetici:

L’obesità è una grave epidemia che affligge la società del così detto “occidente americanizzato”. I farmaci iniettabili sottocutanei inizialmente concepiti per la gestione del diabete di tipo II, come la Semaglutide e altri agonisti del recettore del GLP-1, stanno rapidamente guadagnando popolarità per i loro effetti sulla perdita di peso. Questi farmaci (Ozempic, Wegovy, Saxenda e Mounjaro) sono onnipresenti sui social media e sono promossi da celebrità di tutte le fasce demografiche. “Viso da Ozempic” e ‘sedere da Ozempic’ sono ormai concetti mainstream che evidenziano i possibili cambiamenti morfologici che si verificano con questi farmaci. Con la diffusione non controllata da personale qualificato dell’uso di questi farmaci, è aumentato anche l’elenco dei potenziali effetti avversi.

Nella prima parte di questa disamina si è constatato che gli Incretino-Mimetici hanno potenzialità che si esprimono su modifiche della composizione corporea e che riguardano principalmente:

  • Rallentamento dello svuotamento gastrico con riduzione del senso di fame derivante dal aumento del senso di sazietà;
  • Gli effetti elettrofisiologici dell’attivazione del GLP-1R nelle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del comportamento alimentare riducendo il senso di fame e il consumo di cibo;
  • Indirettamente, per via della stimolazione insulinica, aumento del senso di sazietà dato dal picco insulinico a livello ipotalamico;
  • Miglioramento del ripartizionamento Kcal attraverso il miglioramento della sensibilità all’insulina.

L'”attrattiva” che ha spinto (e che spinge) diverse persone di diverse classi sociali e di ambo i sessi a prendere in considerazione e concretizzare l’uso di questi farmaci è fondamentalmente ridotta alla riduzione della fame/appetito. Ma questo riguarda la persona “nella media”, la ragazza/donna alla ricerca di rapide soluzioni per l’imminente prova costume o per il servizio fotografico, sfilata ecc…

Nel Bodybuilding questa classe di farmaci ebbe una serie di attrattive comprendenti lo sfruttamento di tutti i punti sopra elencati. E, di conseguenza, si ipotizzarono fasi della preparazione nelle quali applicare tale categoria farmaceutica. Limitandone l’uso in “Cut” per ragioni legate al rischio (seppur limitato in monoterapia) di incorrere in eventi ipoglicemici, l'”attrattiva d’uso” riguardava il potenziale in fasi di “Recomp”; quindi non propriamente “ipocalorico” o, al massimo, leggermente ipocaloriche e non ipoglucidiche.

Ricomposizione corporea, Ripartizionamento calorico e Insulino-Sensibilità:

Ma chiariamo alcuni termini per schiarirci le idee…

  • Ricomposizione corporea: si intende il raggiungimento di un obiettivo o un risultato desiderato di un regime alimentare e di allenamento (e di farmaci), come il “Cut” o il “Bulk”.
  • Cut”: si intende, propriamente, una diminuzione della massa grassa (FM) e il mantenimento della massa muscolare (LBM).
  • Bulk”: si intende un aumento della LBM con una concomitante attenuazione dell’aumento della FM.
  • “Recomp” [comunemente intesa]: è definita come un aumento della LBM e la diminuzione della FM.

La suddivisione terminologica corretta è un concetto funzionale all’obiettivo di tutti gli interventi dietetici razionali.

Il rapporto p (rapporto di ripartizione) descrive le proteine depositate nei tessuti della LBM in relazione all’apporto energetico e, viceversa, le proteine perse dai tessuti della LBM in relazione al deficit energetico.

Il p-ratio comprende i fattori di:

  1. stato ormonale (cioè i livelli assoluti di ormoni chiave noti);
  2. sensibilità all’insulina;
  3. sensibilità alla Leptina.

Esiste un’interazione tra il punto 1 e 3.

La prima chiave è…

  • Sensibilità all’Insulina: quando si è a dieta (cioè in uno stato di deficit energetico), la resistenza all’Insulina fisiologica è una condizione favorevole all’uso del grasso di deposito limitando l’uso del glucosio da parte del muscolo come substrato energetico, risparmiando il glucosio per il cervello e l’utilizzo degli Acidi Grassi intramuscolare. In condizioni di uscita da un regime ipocalorico, in uno stato di migliorata insulino-sensibilità, l’aumento calorico di una fase di “Bulk” vede, almeno inizialmente, un ripartizionamento delle Kcal al miocita a discapito del adipocita; tale condizione di inverte col protrarsi del regime ipercalorico.

I fattori che influenzano la sensibilità all’insulina includono [1]:

  1. Livelli di grasso corporeo; B.F. % (predittore primario): ↑B.F. ⇒ ↑Acidi Grassi come substrato energetico (risparmiando glucosio e proteine [che possono essere utilizzate dal fegato nella gluconeogenesi]) e detta la segnalazione delle adipochine (cioè gli ormoni secernenti gli adipociti [leptina, TNF-α, IL-…, adiponectina, etc.]) ⇒ ↓ sensibilità all’insulina;
  2. Contrazione muscolare (cioè attività, come ad esempio locomozione, allenamento contro-resistenza) ⇒ ↑ assorbimento di glucosio nella cellula muscolare; traslocazione di GLUT-4 ⇒ ↑ sensibilità all’Insulina;
  3. Dieta: elevata quantità di carboidrati (in ipercalorica), grassi saturi e poche fibre ⇒ ↓ sensibilità all’Insulina;
  4. Stoccaggio del Glicogeno o Supercompensazione [successivo ad una deplezione] ⇒ ↑assorbimento di glucosio e glicogenesi ⇒↑sensibilità Insulinica;
  5. Deplezione di glicogeno (ad esempio, nel periodo successivo a un allenamento intenso, prima di un’alimentazione particolarmente ricca di carboidrati) ⇒ sottoregolazione (deplezione pressoché totale) della disponibilità di glucosio e promozione dell’ossidazione di Acidi Grassi dopo il depauperamento delle scorte di glicogeno muscolare (in media < 700 g negli adulti) ⇒ ↑ Acidi Grassi liberi nel sangue (circolanti) ⇒ ↓ sensibilità all’Insulina;
  6. Fattori genetici in parte modificabili dai farmaci, ad esempio, nei casi di ipogonadismo, l’applicazione TRT inverte chiaramente l’insulino-resistenza nei casi in cui l’eziologia dell’insulino-resistenza è riconducibile alla carenza di Testosterone.

La seconda chiave è…

Struttura molecolare della Leptina

La Leptina: come sappiamo bene, la Leptina è un ormone, più precisamente è una adipochina, secreta principalmente dagli adipociti, che si correla con la %B.F.;↑%B.F. ⇒ ↑Leptina. (i depositi viscerali e quelli sottocutanei hanno rapporti diversi con la Leptina). A una data percentuale di B.F., le donne producono ~2 – 3 volte più Leptina rispetto agli uomini. Le concentrazioni di Leptina cambiano con la restrizione energetica e la sovralimentazione. La Leptina è un segnalatore primario di regolazione dell’accumulo di energia che riflette:

  1. la percentuale di B.F.;
  2. l’assunzione di energia.

Esempio 1: all’inizio di una dieta ipocalorica, la Leptina può diminuire del 50% entro 1 settimana (o meno) – anche se ovviamente il soggetto a dieta non ha perso il 50% di B.F. – quindi, in un primo momento, i cambiamenti della concentrazione di Leptina non sono correlati alla B.F. (piuttosto segnalano l’assunzione di energia).

Dopo il calo iniziale, si assiste a un declino più graduale della Leptina in relazione alla perdita di %B.F. .

Esempio 2: in caso di sovralimentazione, la Leptina subisce un incremento in modo altrettanto rapido (cioè senza relazione con la %B.F., ma in relazione all’assunzione di energia).

A breve termine, la secrezione di Leptina è determinata principalmente dalla disponibilità di glucosio, per cui la riduzione della disponibilità di glucosio nella cellula adiposa (dieta ipocalorica) ⇒ ↓Leptina e viceversa.

Gli effetti specifici dell’ormone Leptina includono effetti sul pancreas e sul fegato, nel muscolo scheletrico ↑FA e ↓AA e l’uso del glucosio come substrato energetico (aumentando la perdita di grasso, promuovendo il risparmio di proteine)… [1]

Modello classico Leptina-Melanocortina

In sostanza, il partizionamento (p-ratio) è un concetto che associa la Leptina e la sensibilità all’Insulina come fattori principali che determinano il modo in cui le variazioni dell’apporto calorico e del contenuto di macronutrienti influiscono sul metabolismo (influenzando profondamente la composizione corporea) e sullo stato ormonale. Possiamo modificarlo e migliorarlo, tenendo conto dei tessuti bersaglio e del nostro obiettivo (ad esempio, se Bulk o Cut).

Inoltre, non bisogna confondere il potenziamento dell’insulino-resistenza fisiologica sulla perdita di grasso con l’erronea valutazione che l’insulino-resistenza sia salutare. L’insulino-resistenza, soprattutto in una persona sedentaria, è associata alla sindrome metabolica, al diabete di tipo II, per non parlare del grasso viscerale, ecc.

L’insulino-resistenza è uno stato in cui i tessuti dell’organismo (ad esempio, fegato, pancreas, muscolo scheletrico) presentano una scarsa recettività con l’Insulina continuando, se si parla in particolare del fegato, a produrre glucosio in quantità inappropriate. Questo stato di iperglicemia è un effetto piuttosto che la causa dell’insulino-resistenza, anche se i livelli tossici di glucosio degradano la reattività delle isole pancreatiche all’Insulina rappresentando così una delle vie/meccanismi dell’insulino-resistenza, peggiorando la stessa condizione.

Ma tutto questo cosa centra con gli Incretino-Mimetici? Se non ci siete ancora arrivati, calma e capirete …

Agonisti del recettore GLP-1 e GIP:

La perdita di grasso si verifica con gli agonisti del GLP-1 e della GIP (Incretino-mimetici) – come la Semaglutide e la Tirzepatide – che sono veri e propri agenti sensibilizzanti dell’Insulina. Tuttavia, non è la sensibilità all’Insulina di per sé che è responsabile della perdita di grasso con questa classe di farmaci – ma piuttosto, come abbiamo già visto, la perdita di grasso avviene grazie agli altri effetti di questi farmaci, come l’alterazione potenziale delle preferenze alimentari, il ritardo dello svuotamento gastrico, il senso di sazietà, che promuovono il controllo dell’appetito e riducono l’assunzione di energia.

Sappiamo che gli agonisti del GLP-1 e del GIP migliorano direttamente la sensibilità all’insulina modulando la secrezione di Insulina – accoppiandola alla presenza di elevate concentrazioni di glucosio. Questa secrezione di Insulina si attenua quando le concentrazioni di glucosio nel sangue diminuiscono e si avvicinano all’euglicemia. Inoltre, anche se indirettamente, riducendo l’assunzione di cibo, questi farmaci determinano una riduzione della %B.F.. La riduzione della percentuale di B.F. dovuta alla riduzione dell’assunzione di cibo riduce le riserve di massa grassa (e quindi gli FFA circolanti), migliorando ulteriormente la sensibilità all’Insulina.

La stragrande maggioranza degli agenti per la perdita di grasso, in quanto agenti lipolitici, favoriscono l’insulino-resistenza. Ad esempio i β-agonisti, non selettivi come l’Efedrina o selettivi come il Clenbuterolo, oppure lo stimolante da banco per eccellenza la caffeina, agendo in modo analogo o aumentano l’azione delle catecolamine (epinefrina e noradrenalina, o adrenalina e noradrelanina) possono portare ad un peggioramento di questa condizione.

Diagramma schematico che rappresenta la via di segnalazione dell’insulino-resistenza cardiaca mediata dai β-AR. Tale meccanismo interessa (tra gli altri tessuti) anche il muscolo-scheletrico.

Quando tessuti come il fegato e le cellule adipose vedono ridotta l’interazione con l’Insulina, il glucosio non viene ottimamente assorbito dalle cellule. Con un marcato calo del glucosio, il fegato inizia a metabolizzare gli acidi grassi liberi (FFA), aumentando così i livelli di chetoni nel sangue e impedendo che vengano riesterificati nelle cellule adipose (in ipocalorica). Nel fegato e nelle cellule adipose, senza che l’Insulina interagisca ottimamente con questi tessuti, si verifica una soppressione della sintesi/lipogenesi dei grassi (negli adipociti) e della sintesi di lipoproteine a bassissima densità (VLDL) (nel fegato).

Incretino-mimetici, miglioramento della sensibilità all’Insulina e preservazione della massa muscolo-scheletrica:

La classificazione degli incretino-mimetici come agenti di ripartizione calorica:

Nel BodyBuilding, il fascino verso questa classe di farmaci si concentra anche sul funzionamento degli agonisti del GLP-1 e della GIP sull’insulino-resistenza, poiché quest’ultima durante la restrizione calorica nel muscolo scheletrico (>60% del peso corporeo, più nei bodybuilder) è un’immagine non proprio esaltante, con le riserve di glicogeno che vengono prima catabolizzate abbastanza rapidamente; poi i trigliceridi intramuscolari (che rappresentano solo l’1% del peso del muscolo idratato, fino al 2% del volume, dato che il grasso è meno denso del muscolo scheletrico, e ~1/3 dell’energia muscolare, dato che il grasso è energeticamente denso) e infine, se necessario, l’organismo utilizzerà gli AA (catabolizzando le proteine muscolari; proteolisi) per ottenere l’energia necessaria a svolgere le attività giornaliere. Questi agenti, quindi, nella misura in cui sono sensibilizzanti per l’Insulina, dovrebbero servire a promuovere il mantenimento della LBM durante il “Cut”.

In effetti, come si evince dalla seguente immagine tratta da un articolo di ricerca di Volpe et. al del 2022 [2], la Semaglutide preserva in modo abbastanza efficace la LBM e riduce in modo preferenziale la FM, con riduzioni solo clinicamente insignificanti dell’indice di massa magra (FFMI, kg/m²) e dell’indice della muscolatura scheletrica durante il periodo iniziale di adattamento, che poi si attenua:

In un certo senso, quindi, migliorando il grado di sensibilità all’Insulina dell’equazione della p-ratio, gli incretino-mimetici possono essere classificati come agenti di ripartizione calorica, a grandi linee come il Clenbuterolo, ma invece di promuovere l’insulino-resistenza come i β-agonisti, la migliorano.

* Ovviamente, creare un ambiente significativamente insulino-sensibile in un contesto ipocalorico (soprattutto se ipoglucidico) può mettere l’utilizzatore a maggior rischio (sebbene limitato) di ipoglicemia o calo glicemico borderline con effetti simili allo stato di ipoglicemia (tremore, sudorazione copiosa ecc…).

Per coloro che hanno familiarità con questi concetti, derivanti dalle discussioni sul bodybuilding, può risultare molto confuso il fatto che l’iperglicemia (elevata quantità di glucosio nel sangue) è solo uno dei fattori associati all’insulino-resistenza, ma in realtà non è sinonimo di insulino-resistenza (iperglicemia ≠ insulino-resistenza). Sì, ridurre la glicemia a livelli normali è molto importante per migliorare la sensibilità all’insulina durante l’uso dell’ormone della crescita esogeno (rhGH), perché il glucosio è tossico per le cellule β pancreatiche. Questa glucotossicità a livello delle cellule pancreatiche si traduce in una diminuzione della risposta secretoria dell’insulina all’iperglicemia, alimentando così il fuoco dell’iperglicemia e della glucotossicità, contribuendo all’insulino-resistenza – ma non costituendone l’unica eziologia.

La sensibilità all’Insulina è multifattoriale e comprende componenti sistemiche (ad esempio, QUICKI) e periferiche (ad esempio, GLUT-4) ed è regolata a livello centrale da GLP-1 e GIP. L’iperglicemia è solo uno dei fattori (l’altro è l’Insulina) che funge da proxy dell’insulino-resistenza sistemica. Vi sono altri aspetti, tra cui la tolleranza ai carboidrati [vedi anche capacità di tolleranza del metabolismo glucidico], ecc.

In tema di insulino-resistenza, è utile ricordare che l’Insulina endogena viene secreta in modo pulsatile per regolare il metabolismo glucidico e lipidico, la crescita cellulare ecc…, a differenza del Testosterone che viene secreto in modo più stabile (rilascio graduale nel sangue, ma soggetto a variazioni diurne, ad esempio una maggiore secrezione al mattino rispetto a mezzogiorno/sera). Gli aumenti cronici di Insulina, ad esempio quelli relativi al profilo di rilascio di una bassa dose giornaliera di Insulina Glargine (Lantus), presentano un’area sotto la curva (AUC) relativamente ampia a causa del profilo di rilascio (concentrazioni elevate per lunghi periodi di tempo) rispetto ai normali profili di rilascio dell’Insulina endogena (paragonabili alla farmacocinetica dell’Insulina regolare, ad esempio Actrapid, Novolin o HumuLin -R). L’elevata AUC di Lantus e/o le dosi di Insulina regolare esogena moderatamente elevate e frequenti sono descritte come iperinsulinemia cronica.

Questa resistenza non avviene per feedback negativo a livello delle cellule β.

Al contrario, l’iperinsulinemia cronica che causa l’insulino-resistenza è multifattoriale e comprende:

  1. L’aumento dell’HOMA-IR e la diminuzione del QUICKI (misure biochimiche dell’insulino-resistenza e della sensibilità all’Insulina, rispettivamente).
  2. L’alterata trasduzione del segnale insulinico dovuta alla disfunzione del recettore dell’Insulina (IR) e alla diminuzione dell’autofosforilazione dell’IR, che blocca la traslocazione del GLUT-4 sulla superficie cellulare nelle cellule muscolari e adipose, con conseguente aumento del glucosio nel sangue [3]:
Segnalazione dell’Insulina durante l’insulino-resistenza. Durante l’insulino-resistenza, la segnalazione attraverso le chinasi AKT è parzialmente compromessa. Non tutte le vie AKT-dipendenti sono interessate, così come altre vie di segnalazione, indicando che l’insulino-resistenza è selettiva. Pertanto, l’iperinsulinemia, in presenza di insulino-resistenza, promuove le attività anaboliche delle cellule attraverso la via MEK-ERK e attraverso mTORC1. Sebbene la via PIK/AKT sia compromessa durante l’insulino-resistenza e fornisca solo una traslocazione insufficiente di GLUT4 per l’assorbimento del glucosio e un’attivazione carente di eNOS, sembra esserci un’attivazione normale di mTORC1. Oltre alle conseguenze anaboliche della segnalazione attraverso la via MEK/ERK descritte nella figura, si osserva un’aumentata espressione di ET-1 e PAt-1 (non mostrato), nonché l’inibizione dell’autofagia e del fattore nucleare Nrf2, che compromettono rispettivamente il turnover dei costituenti cellulari e i meccanismi di difesa delle cellule dallo stress radicale. L’iperinsulinemia riduce l’assorbimento del glucosio non solo attraverso lo smorzamento della via PIK/AKT (resistenza all’Insulina), ma anche attraverso altre vie ancora sconosciute.

3. Aumento dei livelli e dell’attività di sn-1,2-diacilglicerolo (DAG) grazie alla sintesi de novo.

Le limitazioni degli Incretino-Mimetici dietro all’iniziale entusiasmo:

Se ci dovessimo basare su quanto esposto fino a questo punto, saremo tutti d’accordo nell’ammantare della nomea di “farmaci prodigiosi per la ricomposizione corporea” tanto la Semaglutide quanto il Tirzepatide e tutti gli altri membri di questa classe. Ma, dal momento che, la conoscenza per essere utile deve essere sufficientemente approfondita, occorre indagare meglio sulle caratteristiche di questi farmaci.

Sappiamo che la Semaglutide è effettivamente associata alla perdita di peso con una differenza media dell’11,85% rispetto al placebo emersa dalle ultime review. Il consolidamento degli studi ha mostrato che nausea, vomito, costipazione e diarrea sono gli eventi avversi più comuni. Nonostante questi effetti sembrano essere per lo più di gravità da lieve a moderata, la loro risoluzione totale era spesso connessa al termine del trattamento.

Dal momento che gli Incretino-mimetici causano una riduzione del senso di fame, in modo anche significativo (dose dipendente), rallentano lo svuotamento gastrico portando anche ad eventi diarroici preceduti da mal assorbimento dei nutrienti, senza sottovalutare il rischio di paresi gastrica, la facilità di perdere massa muscolare in un contesto ipocalorico è molto alta, specie se non supportata da agenti anabolizzanti; l’inserimento di questi ultimi, però, non “tampona” la possibile condizione di mal assorbimento e/o scarsa assunzione proteica/alimentare.

Inoltre, la paresi gastrica è una condizione che un bodybuilder sano di mente cerca di evitare a tutti i costi combattendoci già se sussiste abuso di Insulina e/o hGH.

Trattando la limitazione data da una potenziale eccessiva inappetenza, è giusto specificare un impatto singolare che le Incretine (e gli Incretino-Mimetici) hanno sulle preferenze alimentari. Sappiamo, infatti, che gli alimenti maggiormente palatabili sono tipicamente ricchi di grassi e/o zuccheri e tendono a essere preferiti a quelli a basso contenuto di grassi/zuccheri. L’entità di questa preferenza, tuttavia, può essere influenzata da peptidi intestinali quali la Grelina e il GLP-1. La Grelina e il GLP-1 sono influenzati in modo differenziato dal consumo di alimenti palatabili. Tralasciando la Grelina, le concentrazioni di GLP-1 a digiuno predicono negativamente l’assunzione di alimenti ricchi di zuccheri semplici in un paradigma di distributori automatici, che gli autori dello studio hanno interpretato come prova del fatto che il GLP-1 svolge un ruolo nelle vie di ricompensa che regolano l’assunzione di zuccheri semplici. Diversi studi riportano anche un’alterazione delle preferenze alimentari dopo l’intervento di bypass gastrico, con un allontanamento dalla preferenza per gli zuccheri/grassi elevati. L’assunzione di alimenti appetibili, in particolare di soluzioni zuccherate, è aumentata dalla Grelina, mentre il GLP-1 riduce preferenzialmente l’assunzione di alimenti ad alto contenuto di grassi e zuccheri, almeno dopo una somministrazione acuta. Inoltre, i lavori condotti sull’uomo rivelano che la preferenza per i grassi e gli zuccheri può essere alterata dalla chirurgia bariatrica e contribuire alla perdita di peso, ma non è ancora stato stabilito se questi effetti siano legati a un’alterazione del segnale della Grelina o del GLP-1. Infine, i livelli circolanti di Grelina e GLP-1 possono essere indicativi del consumo di cibo appetibile nell’uomo.[https://www.frontiersin.org/]

Schema che descrive i principali effetti elettrofisiologici dell’attivazione del GLP-1R nelle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del comportamento alimentare. (A) Il GLP-1 (compresi i suoi agonisti) si lega al GLP-1R postsinaptico per depolarizzare il potenziale di membrana e/o aumentare la frequenza di sparo nella maggior parte delle regioni cerebrali, ma iperpolarizza il potenziale di membrana in alcune aree cerebrali. Diversi meccanismi ionici, tra cui il canale cationico non selettivo, il canale K+ e il canale TRPC5, possono essere coinvolti nell’attivazione della depolarizzazione o iperpolarizzazione indotta dal GLP-1R. (B) Oltre ai recettori postsinaptici, il GLP-1 agisce sui GLP-1R presinaptici per modulare la neurotrasmissione glutammatergica e GABAergica. ARC, nucleo arcuato; BNST, nucleo del letto della stria terminale; Glu, glutammato; CRH, ormone di rilascio della corticotropina; HC, ippocampo; LH, ipotalamo laterale; NAc, nucleo accumbens; NPY/AgRP, Neuropeptide Y/Peptide legato al gene Agouti; OB, bulbo olfattivo; PBN, nucleo parabrachiale; POMC, proopiomelanocortina; PVN, nucleo paraventricolare; PVT, nucleo talamico paraventricolare; VTA, area tegmentale ventrale.

Di conseguenza, nonostante gli indizi di cui sopra, l’uso di Incretino-Mimetici potrebbe ridurre marcatamente il consumo di cibo indipendentemente dalla fonte anche se, come abbiamo visto, l’effetto anoressizzante del GLP-1 sembra essere a maggior carico della componente alimentare glucidico-lipidica.

Tornando invece sulla questione legata al catabolismo muscolo-scheletrico e l’uso concomitante di agenti anabolizzanti, per ovviare a questo problema nei pazienti trattati con Semaglutide, è stato avviato uno studio clinico di fase 2b, multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo, randomizzato, per la determinazione della dose e per valutare la sicurezza e l’efficacia di Ostarina 3mg, Ostarina 6mg o placebo come trattamento per preservare la massa muscolare e aumentare la perdita di grasso in circa 150 pazienti con obesità sarcopenica o pazienti anziani in sovrappeso (>60 anni di età) trattati con Semaglutide (Wegovy®). L’endpoint primario è la massa corporea magra totale e gli endpoint secondari chiave sono la massa grassa corporea totale e la funzione fisica misurata dal test di salita delle scale a 16 settimane.

Dopo aver completato la parte di determinazione della dose di efficacia dello studio clinico di Fase 2b, si prevede che i partecipanti continueranno in cieco in uno studio clinico di estensione di Fase 2b in cui tutti i pazienti smetteranno di ricevere un GLP-1 RA, ma continueranno ad assumere un placebo, Ostarina 3mg o Ostarina 6mg per ulteriori 12 settimane. Lo studio clinico di estensione di fase 2b valuterà se l’Ostarina è in grado di mantenere la massa muscolare e prevenire l’aumento di grasso e peso che si verifica dopo l’interruzione di un GLP-1 RA.

Lo studio clinico è condotto in 14 centri clinici negli Stati Uniti. È stato raggiunto l’arruolamento completo dei circa 150 pazienti nello studio di fase 2b QUALITY. L’azienda prevede ora che l’ultimo paziente a completare lo studio di fase 2b QUALITY sarà nel dicembre 2024, con i risultati clinici di prima linea per lo studio clinico di fase 2b QUALITY attesi nel gennaio 2025. Inoltre, i risultati principali per lo studio clinico di estensione di Fase 2b in cieco separato possono ora essere attesi nel secondo trimestre solare del 2025.

Ovviamente, queste limitazioni, incisive nel Culturismo, interessano tutti gli Incretino-Mimetici, compresa la Tirzepatide la quale sembrerebbe avere un maggior margine di efficacia e “sicurezza” per quanto riguarda il rischio (seppur limitato in monoterapia) di eventi ipoglicemici.

Il motivo di questa riduzione di rischio ipoglicemico è dovuta alla doppia affinità recettoriale della Tirzepatide la quale, come abbiamo visto, possiede una attività agonista per i recettori del GLP-1 e del GIP. Ed è proprio il legame e l’attivazione di quest’ultimo recettore (GIP) da parte della Tirzepatide a permettere ciò. Infatti, l’attivazione del recettore GIP stimola la secrezione di Glucagone in modo glucosio-dipendente nelle persone sane, con un’attività maggiore in presenza di glicemie più basse. Ciò significa che, raggiunta la soglia euglicemica i livelli di glucosio nel sangue verranno mantenuti più facilmente all’interno di questa soglia per via dell’attività del Glucagone secreto dalle cellule α delle isole di Langerhans.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/]

Sebbene i trials clinici suggeriscano che la Tirzepatide riduca la glucagonemia, un recente studio dimostra che la Tirzepatide è un potente stimolatore della secrezione di Glucagone nelle condizioni sopradette.

Quindi la Tirzepatide è superiore alla Semaglutide?

Alcuni studi recenti hanno messo a confronto la Semaglutide e la Tirzepatide per la perdita di peso. Studi di ricerca del 2021, del 2023 e del 2024 suggeriscono che la Tirzepatide può determinare una maggiore perdita di peso rispetto alla Semaglutide.

Variazione percentuale media del peso corporeo a 3, 6 e 12 mesi di trattamento per la popolazione complessiva, i soggetti con diabete di tipo II (TD2) e quelli senza TD2. Le barre rappresentano le variazioni medie del peso corporeo dal basale al punto di riferimento tra la popolazione di pazienti ancora in trattamento, abbinata in base al punteggio di propensione. Barre scure (Semaglutide); Barre chiare (Tirzepatide).

Ma questi studi presentano alcuni importanti limiti.

Le dosi di Semaglutide e Tirzepatide somministrate ai partecipanti non erano, per ovvie ragioni, uguali. La Semaglutide e Tirzepatide funzionano in modo leggermente diverso, come ormai sappiamo, e quindi i ricercatori hanno scelto livelli di dose comparabili. Tuttavia, la dose di Tirzepatide era più alta, il che potrebbe aver, anche di poco, influenzato i risultati.

Tabella comparativa tra il dosaggio della Semaglutide [Wegovy] e quella della Tirzepatide [Zepbound] usato negli studi.

Sappiamo altresì che la Tirzepatide ha una maggiore affinità con i recettori GIP rispetto ai recettori GLP-1. Di conseguenza, la ratio della dose di Tirzepatide con quella di Semaglutide risulta maggiormente a carico della prima.

La Tirzepatide è attualmente approvata dalla FDA per l’uso in persone in sovrappeso o con obesità, indipendentemente dal fatto che soffrano o meno di diabete di tipo II. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che la Tirzepatide sia un farmaco che non ha bisogno di essere somministrato in caso di mancanza della condizione diabetica.

Negli studi dove la Tirzepatide è stata somministrata a soggetti obesi, sono comunque stati osservati miglioramenti in tutte le misure cardiometaboliche. Gli eventi avversi più comuni con la Tirzepatide sono i medesimi riscontrati con la Semaglutide o altri membri della stessa famiglia. Essi sono stati di tipo gastrointestinale e la maggior parte di questi sono stati di gravità lieve o moderata e si sono verificati principalmente durante l’aumento della dose. Gli eventi avversi hanno causato l’interruzione del trattamento nel 4,3%, 7,1%, 6,2% e 2,6% dei partecipanti che hanno ricevuto dosi di Tirzepatide da 5, 10 e 15mg e placebo, rispettivamente.

In uno studio di 72 settimane su partecipanti con obesità, 5mg, 10mg o 15mg di Tirzepatide una volta alla settimana hanno fornito riduzioni sostanziali e durature del peso corporeo.

Effetto della Tirzepatide somministrata una volta alla settimana, rispetto al placebo, sul peso corporeo.
Le medie dei minimi quadrati sono presentate, se non diversamente specificato. Il pannello A mostra la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alla settimana 72, derivata da un modello di analisi della covarianza per la stima del regime di trattamento (TRE). Il pannello B mostra la variazione percentuale del peso corporeo in base alle settimane dalla randomizzazione, derivata da un modello misto per misure ripetute (MMRM) per la stima dell’efficacia; sono riportate anche le stime alla settimana 72 per la stima del regime di trattamento. I riquadri C e D mostrano le percentuali di partecipanti che hanno avuto riduzioni di peso di almeno il 5%, 10%, 15%, 20% e 25% dal basale alla settimana 72. Per il riquadro C, la percentuale è stata calcolata in base al numero di settimane di randomizzazione. Per il pannello C, la percentuale è stata calcolata con l’uso delle regole di Rubin, combinando le percentuali dei partecipanti che hanno raggiunto l’obiettivo nei set di dati imputati. I valori mancanti alla settimana 72 sono stati imputati con MMRM se la mancanza era dovuta esclusivamente a Covid-19 e con imputazione multipla se la mancanza non era dovuta a Covid-19. Per il pannello D, la percentuale di partecipanti che hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione del peso è stata ottenuta dividendo il numero di partecipanti che hanno raggiunto i rispettivi obiettivi alla settimana 72 per il numero di partecipanti con un valore al basale e almeno un valore post-base non mancante. I valori mancanti alla settimana 72 sono stati imputati dall’analisi MMRM. Le barre 𝙸 indicano gli intervalli di confidenza al 95%.

Nella pratica su bodybuilder, si sono osservati i minori sides comparati a ottimi risultati su insulino-resistenza e riduzione contenuta della fame con dosaggi settimanali di 2.5mg.

Alla luce di ciò, e in contesto aspecifico, la Tirzepatide mostra un moderato vantaggio gestionale rispetto alla Semaglutide.

  • Si è parlato di un ipotetico “rebound” di Grelina con incremento della fame e del consumo calorico (con aumento di peso) dopo la cessazione d’uso di Semaglutide o Tirzepatide. Al momento non esistono dati certi che ci indichino un reale collegamento equazionale tra cessazione d’uso di GLP-1 agonisti > picco in cronico della Grelina > iperfagia > aumento ponderale di peso. Sappiamo, però, che le variazioni di Grelina e GLP-1 a 6 mesi dalla cessazione di una dieta ipocalorica non hanno predetto il recupero del peso da 6 a 18 mesi. Ciò significa che, in un soggetto sano, potrebbe si esserci una maggiore attività della Grelina nelle prime settimane dopo cessazione d’uso di un incretino-mimetico (calo soglia ematica del farmaco e stabilizzazione dei livelli endogeni di GLP-1), ma l’aumento del peso successivo potrebbe risultare con maggiore probabilità dalla modifica omeostatica multi-fattoriale la quale, per trovare un nuovo equilibrio, richiede per lo meno un arco di tempo direttamente proporzionale al tempo di trattamento. Si consideri, inoltre, che un anno dopo la sospensione della Semaglutide sottocutanea a 2,4mg una volta alla settimana e dell’intervento sullo stile di vita, i soggetti possono mostrare una riacquisizione di due terzi della perdita di peso precedente, con cambiamenti simili nelle variabili cardiometaboliche. Qualcosa di un possibile rebound grelinico…
Concentrazione totale di GLP-1 durante un giorno di frequenti prelievi di sangue dopo 3 notti di sonno abituale (9 ore a letto, riquadri neri) o breve (4 ore a letto, riquadri bianchi) in uomini (pannello A) e donne (pannello B). Il tempo è presentato come minuti dal campione a digiuno. Il campione a digiuno è stato prelevato alle 08:00. I pasti e gli spuntini sono stati serviti dopo i prelievi di 0, 240 e 480 minuti e a 660 minuti. L’ora di andare a letto era a 840 minuti (sonno abituale) e a 1.020 minuti (sonno breve) rispetto al prelievo a digiuno (equivalente alle 22:00 e alle 01:00 per il sonno abituale e breve, rispettivamente). I livelli mattutini (P = 0,10) e notturni (P = 0,12) tendevano a essere più bassi e i livelli pomeridiani erano significativamente più bassi (P = 0,016) durante il sonno breve rispetto al sonno abituale nelle donne, mentre negli uomini le concentrazioni pomeridiane di GLP-1 tendevano a essere più alte dopo il sonno breve rispetto al sonno abituale (P = 0,10). I dati sono medie non aggiustate e SEM, n = 14 uomini o 13 donne.
Concentrazione di Grelina totale durante un giorno di frequenti prelievi di sangue dopo 3 notti di sonno abituale (9 ore a letto, riquadri neri) o breve (4 ore a letto, riquadri bianchi) in uomini (pannello A) e donne (pannello B). Il tempo è presentato come minuti dal campione a digiuno. Il campione a digiuno è stato prelevato alle 08:00. I pasti e gli spuntini sono stati serviti dopo i prelievi di 0, 240 e 480 minuti e a 660 minuti. L’ora di andare a letto era a 840 minuti (sonno abituale) e a 1.020 minuti (sonno breve) rispetto al prelievo a digiuno (equivalente alle 22:00 e alle 01:00 per il sonno abituale e breve, rispettivamente). I livelli di Grelina mattutina più elevati sono stati osservati dopo il sonno breve rispetto al sonno abituale negli uomini; nelle donne non sono state osservate differenze tra i periodi di sonno. I dati sono medie non aggiustate e SEM, n = 14 uomini o 13 donne.

Conclusioni:

Arrivati alla conclusione di questa disamina abbiamo tutti gli elementi per valutare l’eventuale senso di utilizzo degli Incretino-Mimetici in contesti al di fuori del trattamento del diabete di tipo II o di soggetti obesi.

Le limitazioni date dagli effetti collaterali più comuni, se contestualizzate in una preparazione di un bodybuilder, possono causare non poche problematiche specie nelle vicinanze di una gara; vedi, ad esempio, estrema riduzione dell’assunzione calorica e proteica, mal assorbimento e gonfiore addominale o paresi gastrica.

Sebbene la possibilità di eventi ipoglicemici sia contenuta, e ancor più rara con la Tirzepatide in monoterapia, il rischio, in concomitanza dell’effetto sulla insulino-sensibilità degli AAS o di altre molecole co-somministrate, di questo sides può aumentare in modo sensibile durante una dieta ipocalorica.

In tal sede non ho preso in considerazione i due più preoccupanti, e più rari, effetti collaterali legati all’uso di incretino-mimetici: Tumore Midollare della Tiroide [MTC] e Pancreatite. Quest’ultima può manifestarsi anche con l’uso di AAS, seppur raramente, specie in caso d’uso di molecole aromatizzabili; la presenza di un incretino-mimetico in tali circostanze potrebbe avere un incidenza maggiore nello sviluppo e manifestazione della Pancreatite.[https://jmedicalcasereports.biomedcentral.com/]

In definitiva, i vantaggi potenziali di una una insulino-sensibiltà maggiore iatrogeno-dipendente (visti in precedenza) con l’uso di Incretino-Mimetici è, con i dovuti distinguo complessivi, ottenibile con l’uso di Metformina la quale presenta un margine di sicurezza decisamente più ampio.

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

Riferimenti:

  • Semaglutide and Tirzepatide are More Than Just Weight Loss Drugs [di Type-IIx]

[1] McDonald, L. The Ultimate Diet 2.0: Advanced Cyclical Dieting for Achieving Super Leanness. (2003). Lyle McDonald Publishing.

[2] Volpe S, Lisco G, Racaniello D, Fanelli M, Colaianni V, Vozza A, Triggiani V, Sabbà C, Tortorella C, De Pergola G, Piazzolla G. Once-Weekly Semaglutide Induces an Early Improvement in Body Composition in Patients with Type 2 Diabetes: A 26-Week Prospective Real-Life Study. Nutrients. 2022 Jun 10;14(12):2414. doi: 10.3390/nu14122414.

[3] Kolb H, Kempf K, Röhling M, Martin S. Insulin: too much of a good thing is bad. BMC Med. 2020;18(1):224. Published 2020 Aug 21. doi:10.1186/s12916-020-01688-6

Incretino-mimetici: un anamnesi scientifica di una “moda farmacologica”[1° Parte].

Introduzione:

Gli incretino-mimetici sono una recente classe di farmaci antidiabete che prevede la modulazione del sistema delle Incretine. Si legano e attivano i recettori del peptide glucagone-simile-1 (GLP-1) sulle beta-cellule pancreatiche, dando inizio alla secrezione e alla sintesi di Insulina. Gli incretino-mimetici di ultima generazione hanno attività sia sul recettore del GLP-1 sia su quello del Polipeptide Inibitore Gastrico (GIP), un ormone inibitore della famiglia delle secretine (Incretine) con ruolo principale, essendo un’Incretina, di stimolare la secrezione di Insulina.

Poiché questi composti non hanno attività insulinotropica a concentrazioni di glucosio inferiori, il rischio di ipoglicemia – una nota carenza degli attuali trattamenti antidiabete – è basso. Inoltre, è stato dimostrato che gli incretino-mimetici sono associati a effetti benefici sui fattori di rischio cardiovascolare, come la perdita di peso, la riduzione della pressione sanguigna e le modifiche del profilo lipidico. Ciò nonostante, gli effetti avversi che possono causare non sono trascurabili e la loro diffusione per uso “Off-Label” ne ha mostrato le limitazioni sia in soggetti obesi che in utilizzatori per finalità estetiche.

La disamina che seguirà sarà divisa in due parti preposte a spiegare, a partire dalla loro genesi, il funzionamento delle incretine per poi passare in rassegna le caratteristiche di quelle che sono le forme farmaceutiche di incretino-mimetici utilizzate in medicina e in ambito “Off-Label/ricreativo”.

In questa prima parte vedremo nel dettaglio le incretine endogene e le molecole incretino-mimentiche presenti nel mercato…

Ormoni Incretinici [Incretine]:

Joel Habener

Negli anni ’70, Jens Juul Holst e Joel Habener iniziarono la ricerca sull’ormone GLP-1, inizialmente in relazione alla malattia dell’ulcera duodenale.[1] Esaminarono gli ormoni secreti durante l’alimentazione e li testarono su pancreas di maiale, portando alla scoperta della notevole potenza del GLP-1 nel 1988. Il loro lavoro, che in seguito ha contribuito in modo significativo al trattamento del diabete e dell’obesità, è valso a loro e a Daniel Drucker il premio della Fondazione Warren Alpert del 2021.[1] La ricerca è proseguita e nel 1993 Michael Nauck è riuscito a infondere il GLP-1 in persone affette da diabete di tipo II, stimolando l’Insulina e inibendo il Glucagone e portando la glicemia a livelli normali. Tuttavia, il trattamento dei pazienti diabetici con gli ormoni GLP-1 ha provocato notevoli effetti collaterali, inducendo i ricercatori finanziati da Novo Nordisk a cercare di sviluppare un composto adatto all’uso terapeutico.[1]

Nel 1998 un team di ricercatori di Novo Nordisk, guidato dalla scienziata Lotte Bjerre Knudsen, ha sviluppato la Liraglutide, un agonista del recettore del peptide glucagone-simile-1 con potenziale di utilizzo per il trattamento del diabete di tipo II.[2]

Gli ormoni incretinici GLP-1 e il GIP sono ormoni peptidici intestinali rilasciati in risposta all’ingestione di cibo.(3) L’effetto più importante del GLP-1 e del GIP è la loro capacità di potenziare la secrezione di Insulina indotta dal Glucosio da parte del pancreas – il cosiddetto effetto incretinico. Nei soggetti sani l’effetto incretinico rappresenta fino al 70% dell’Insulina secreta in risposta all’ingestione di Glucosio.(4) Il GLP-1 è un polipeptide di 30 aminoacidi sintetizzato dal proglucagone nelle cellule endocrine L distribuite principalmente nella mucosa della parte distale dell’intestino tenue e del colon. Il GIP è un polipeptide di 42 aminoacidi rilasciato dalle cellule endocrine K presenti nella mucosa del duodeno e della parte superiore del digiuno.(5) Mentre il GLP-1 viene rapidamente degradato (dall’enzima ubiquitario dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4)) in circolo con un’emivita apparente di 1 – 1,5 minuti,(6) il GIP viene degradato più lentamente, con un’emivita per l’ormone intatto di 7 minuti.(7) L’ormone aumenta la secrezione di Insulina all’inizio del pasto, ma non ha alcuna attività insulinotropica a concentrazioni di glucosio inferiori (meno di 4mM), non favorendo così l’ipoglicemia. Il GLP-1 aumenta anche la biosintesi dell’Insulina e l’espressione genica della stessa. Inoltre, esercita azioni trofiche e protettive sulle beta-cellule(8) e inibisce fortemente la secrezione pancreatica di Glucagone in modo glucosio-dipendente.(9) Al contrario, è stato dimostrato che la GIP stimola la secrezione di Glucagone. Gli ormoni esercitano il loro effetto insulinotropico attraverso recettori accoppiati a proteine G sulle beta-cellule pancreatiche.(10) Oltre agli effetti sul pancreas endocrino, entrambi gli ormoni hanno diverse altre funzioni. I recettori del GLP-1 si trovano in varie regioni del cervello (11) e, una volta attivati, promuovono il senso di sazietà che, in combinazione con l’inibizione della motilità gastrointestinale indotta dal GLP-1 (mediata dal nervo vago (12) ), riduce l’assunzione di cibo e, consequenzialmente, il peso corporeo. I recettori del GLP-1 si trovano anche nel cuore (13) e la maggior parte dei dati suggerisce che il GLP-1 esercita effetti protettivi sul miocardio. È stato inoltre riscontrato che il GLP-1 riduce l’aumento postprandiale dei trigliceridi e abbassa la concentrazione di acidi grassi liberi nell’uomo.(14) Infine, studi su animali e sull’uomo indicano che il GLP-1 ha proprietà natriuretiche e diuretiche attraverso la modulazione dello scambio renale Na+/H+ (15) – un meccanismo che potrebbe servire a ridurre la pressione sanguigna. La GIP non sembra avere effetti fisiologici sul tratto gastrointestinale, sull’appetito o sull’assunzione di cibo, ma può avere un ruolo nel metabolismo dei lipidi (16) e delle ossa.(17)

Azioni del GLP-1 nei tessuti periferici. Il GLP-1 agisce direttamente sul pancreas endocrino, sul cuore, sullo stomaco e sul cervello, mentre le azioni su fegato e muscoli sono indirette.

Nei pazienti con diabete di tipo II l’effetto incretinico è gravemente ridotto.(18, 19) Questo tratto fisiopatologico gioca probabilmente un ruolo centrale nell’incapacità di questi pazienti di secernere una quantità di Insulina sufficiente a prevenire l’iperglicemia in seguito all’assunzione di glucosio per via orale.(20-30) L’attenuata secrezione postprandiale (21) e la diminuita potenza insulinotropica del GLP-1 (22), in combinazione con l’abolizione dell’effetto insulinotropico del GIP (23) , sembrano essere responsabili del ridotto effetto incretinico nei pazienti con diabete di tipo II. Poiché l’effetto insulinotropico del solo GLP-1 (e non del GIP) è conservato nei pazienti con diabete di tipo II, sono state sviluppate modalità di trattamento antidiabete basate sull’effetto di questo peptide. È interessante notare che l’infusione endovenosa (iv) di GLP-1 nativo è in grado di normalizzare la glicemia nei pazienti con diabete di tipo 2, (24) ma a causa della breve emivita del GLP-1, la somministrazione terapeutica del GLP-1 nativo non è praticabile. Pertanto, per sfruttare le azioni benefiche del GLP-1 nel diabete di tipo II, sono stati sviluppati agonisti stabili a lunga durata d’azione del recettore del GLP-1 (incretino-mimetici). Nella sezione seguente verranno descritti gli incretino-mimetici disponibili, le loro caratteristiche e applicazioni.

Ruoli contrastanti di GLP-1 e GIP sull’omeostasi del glucosio. Il GLP-1 secreto nella vena porta attiva un sensore del glucosio portale che segnala, tramite afferenze vagali, il sistema nervoso centrale e, a sua volta, le efferenze vagali aumentano la secrezione di Insulina. Sia il GLP-1 che il GIP attivano anche direttamente la secrezione di Insulina attraverso il legame con i loro recettori distinti sulle cellule β dell’isolotto.

Farmaci Incretino-mimetici:

  • Exenatide [approvato nel 2005/2012]

L’Exenatide, il primo di questa classe di farmaci, è stato introdotto sul mercato negli Stati Uniti nel 2005 e in Europa nel 2007 con il nome commerciale Byetta® (Amylin Pharmaceuticals/Eli Lilly).

L’Exenatide è un peptide di 39 aminoacidi; è una versione sintetica dell’exendin-4, un peptide presente nel veleno del “mostro di Gila”.

L’ Exenatide è stata isolata per la prima volta nel 1992 presso il Veterans Administration Medical Center di New York City.[25]

L’Exenatide si lega al recettore umano intatto del Peptide Glucagone-Simile-1 (GLP-1R) in modo simile al GLP-1; l’Exenatide ha un’omologia aminoacidica del 50% con il GLP-1 e ha un’emivita più lunga in vivo.[26]

Si ritiene che l’Exenatide faciliti il controllo del glucosio in almeno cinque modi:

  1. L’Exenatide aumenta la risposta del Pancreas[27] (cioè aumenta la secrezione di Insulina) in risposta al consumo dei pasti; il risultato è il rilascio di una quantità di Insulina maggiore e più appropriata che aiuta a ridurre l’aumento della glicemia dovuto al consumo di cibo. Una volta che i livelli di glucosio nel sangue si avvicinano ai valori normali, la risposta del Pancreas alla produzione di Insulina si riduce; altri farmaci (come la rInsulina ) sono efficaci nell’abbassare la glicemia, ma possono “superare” il loro obiettivo e causare un abbassamento eccessivo della glicemia, provocando la pericolosa condizione di ipoglicemia.
  2. L’Exenatide sopprime anche il rilascio di Glucagone da parte del Pancreas in risposta al pasto, impedendo al fegato di produrre eccessivamente glucosio quando non è necessario e prevenendo così l’iperglicemia (livelli elevati di glucosio nel sangue).
  3. L’Exenatide contribuisce a rallentare lo svuotamento gastrico e quindi a ridurre la velocità di comparsa nel sangue del glucosio derivato dai pasti.
  4. L’Exenatide ha un effetto sottile ma prolungato di riduzione dell’appetito e di promozione della sazietà attraverso i recettori ipotalamici (recettori diversi da quelli dell’Amilina). La maggior parte delle persone che utilizzano l’Exenatide perdono lentamente peso e, in genere, la perdita di peso maggiore è ottenuta dalle persone più in sovrappeso all’inizio della terapia con l’Exenatide. Gli studi clinici hanno dimostrato che l’effetto di riduzione del peso continua allo stesso ritmo per 2,25 anni di uso continuato. Se suddivisi in quartili di perdita di peso, il 25% più alto registra una sostanziale perdita di peso, mentre il 25% più basso non registra alcuna perdita o un lieve aumento di peso.
  5. L’Exenatide riduce il contenuto di grasso nel fegato. L’accumulo di grasso nel fegato o la malattia del fegato grasso non alcolico (NAFLD) è fortemente correlata a diversi disturbi metabolici, in particolare a un basso livello di HDL e a Trigliceridi elevati, presenti nei pazienti con diabete di tipo II. È emerso che l’Exenatide ha ridotto il grasso epatico nei topi[28], nei ratti[29] e nell’uomo.[30]

I principali effetti collaterali del Exenatide (che condivide con tutte le molecole apopartenenti alla sua “famiglia”) sono nausea e vomito da lievi a moderati e transitori. L’incidenza dell’ipoglicemia associata al trattamento è bassa (31) – apparentemente dovuta agli effetti insulinotropi e glucagonostatici del GLP-1, dipendenti dal glucosio. Tuttavia, in combinazione con altri ipoglicemizzanti l’incidenza aumenta e dipende dalla dose di questi. Nella maggior parte degli studi con Exenatide gli episodi ipoglicemici minori sono definiti come glucosio plasmatico <3,3mM; negli studi LEAD sono definiti come glucosio plasmatico <3,1 mM. Negli studi che utilizzano Exenatide in combinazione con ipoglicemizzanti il rischio di episodi ipoglicemici minori è riportato tra il 15% e il 36%.(32) Nello studio Exenatide/Insulina Glargine l’1,5% dei pazienti ha sperimentato un’ipoglicemia grave.(33) Non c’è stata differenza tra i gruppi e l’incidenza è stata simile nei due gruppi.

Circa il 40% dei pazienti trattati con Exenatide in studi a lungo termine, controllati con placebo, ha sviluppato anticorpi contro il peptide durante le prime 30 settimane di trattamento.(32) L’esatto impatto degli anticorpi a lungo termine deve essere stabilito. L’Exenatide non è raccomandata durante la gravidanza o l’allattamento a causa della mancanza di dati sufficienti. L’Exenatide non deve essere utilizzata in pazienti con insufficienza renale, poiché viene eliminata principalmente nei reni attraverso la filtrazione glomerulare (31) e sono stati segnalati casi di insufficienza renale acuta. Nessun dato indica l’inibizione o l’induzione degli enzimi di metabolizzazione dei farmaci del citocromo P450. Dal 2005 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha ricevuto 170 segnalazioni di pancreatite in pazienti trattati con Exenatide e ha ricevuto segnalazioni di pancreatite acuta, alcune delle quali erano casi gravi di pancreatite emorragica o necrotizzante in pazienti che assumevano Exenatide. Negli studi LEAD sono state osservate in totale (al 2010) 9 segnalazioni di pancreatite, nei pazienti trattati con Exanatide. E’ tutt’ora poco chiaro il nesso causale tra pancreatite ed Exenatide. Tuttavia, si raccomanda di interrompere il trattamento con incretino-mimetici in caso di sospetta pancreatite.(34) È stato suggerito che i risultati sul cancro nei roditori siano causati da un meccanismo non genotossico e specifico mediato dal recettore GLP-1 a cui i roditori sono particolarmente sensibili. La rilevanza per l’uomo è probabilmente insignificante dal punto di vista clinico, ma sono necessari ulteriori studi per chiarire i potenziali meccanismi alla base dello sviluppo del tumore delle cellule C nei pazienti trattati con analoghi del GLP-1 e le loro possibili implicazioni cliniche.(35)

Nel marzo 2013, la FDA ha pubblicato una Drug Safety Communication in cui annunciava l’avvio di indagini sui mimetici dell’incretina a causa dei risultati ottenuti da ricercatori accademici.[36] Poche settimane dopo, l’Agenzia europea per i medicinali ha avviato un’indagine simile sugli agonisti del GLP-1 e sugli inibitori della DPP-4.[37]

53 cause consolidate contro i produttori di “prodotti GLP-1/DPP-4” sono state archiviate nel 2015.[38]

Nel 2016 è stato pubblicato un lavoro che dimostra che è in grado di invertire l’alterata segnalazione del calcio nelle cellule epatiche steatotiche, che a sua volta potrebbe essere associata a un corretto controllo del glucosio.[39]

È in fase di valutazione per il trattamento del morbo di Parkinson.[40] Uno studio clinico di fase 3, iniziato nel gennaio 2020, ha avuto la sua data di completamento il 30 giugno 2024 (NCT04232969).[41]

L’Exenatide si presenta come soluzione parenterale destinata all’iniezione. Può essere somministrata nel sottocute dell’addome, del braccio o della coscia. Per migliorare la tollerabilità gastrointestinale, la terapia con Exenatide deve essere iniziata a 5mcg per dose somministrata due volte al giorno per almeno un mese. La dose di Exenatide può poi essere aumentata a 10mcg due volte al giorno.(31) La soddisfazione dei pazienti che hanno utilizzato Exenatide è stata valutata in un paio di studi. L’aggiunta di Exenatide a Metformina e altri ipoglicemizzanti ha determinato un miglioramento significativo della soddisfazione per il trattamento e della qualità di vita correlata alla salute dei pazienti dal basale a 26 settimane.(42) Il miglioramento è stato simile per i pazienti trattati con Insulina Glargine.

  • Liraglutide [approvato nel 2010]

La Liraglutide è un analogo acilato del GLP-1 umano e presenta il 97% di omologia di sequenza con il GLP-1 nativo. L’analogo è prodotto con la tecnologia del DNA ricombinante nel lievito.(43) Ha un effetto sul recettore del GLP-1 simile a quello descritto per l’Exenatide. Un elevato grado di legame con le proteine plasmatiche causa una minore suscettibilità al metabolismo da parte della DPP-4 e l’emivita dopo la somministrazione di Liraglutide è di circa 13 ore.(44) Questo profilo d’azione prolungato rende Liraglutide adatto alla somministrazione una volta al giorno. Non ci sono differenze clinicamente significative nella farmacocinetica di Liraglutide tra soggetti di sesso maschile e femminile, soggetti di razza diversa o soggetti anziani e giovani.(45)

La Liraglutide, venduta tra l’altro con i marchi Victoza e Saxenda, è un farmaco antidiabetico utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II e dell’obesità cronica.[46][47] Si tratta di una terapia di seconda linea per il diabete dopo la terapia di prima linea con la Metformina.[46][48] Non sono chiari i suoi effetti sugli esiti di salute a lungo termine, come le malattie cardiache e l’aspettativa di vita.[46][49] Viene somministrata mediante iniezione sotto cutanea.[46]

La Liraglutide è stata approvata per uso medico nell’Unione Europea nel 2009 e negli Stati Uniti nel 2010.[50][51] Nel 2021 è stato il 166° farmaco più comunemente prescritto negli Stati Uniti, con oltre 3 milioni di prescrizioni.[52][53]

L’azione prolungata della Liraglutide si ottiene attaccando una molecola di acido grasso in una posizione della molecola GLP-1-(7-37), consentendole di auto-associarsi e di legarsi all’albumina nel tessuto sottocutaneo e nel flusso sanguigno. Il GLP-1 attivo viene quindi rilasciato dall’albumina a un ritmo lento e costante. Il legame con l’albumina determina inoltre una degradazione più lenta e un’eliminazione renale ridotta rispetto a quella del GLP-1-(7-37).[54]

A) La struttura molecolare del GLP-1 umano. B) La struttura molecolare di Exenatide (il colore grigio indica le differenze di struttura rispetto al GLP-1 umano). C) La struttura molecolare della Liraglutide (il colore grigio indica le differenze di struttura rispetto al GLP-1 umano).

Come abbiamo visto, La Liraglutide è un agonista acilato del recettore del GLP-1, derivato dal GLP-1-(7-37) umano, una forma meno comune di GLP-1 endogeno.

Riduce l’iperglicemia correlata ai pasti (per 24 ore dopo la somministrazione) aumentando la secrezione di Insulina (solo) quando richiesto dall’aumento dei livelli di glucosio, ritardando lo svuotamento gastrico e sopprimendo la secrezione prandiale di Glucagone.[54][55]

Quindi, la Liraglutide provoca il rilascio di Insulina nelle cellule beta pancreatiche in presenza di una glicemia elevata. Questa secrezione di Insulina si attenua quando le concentrazioni di glucosio diminuiscono e si avvicinano all’euglicemia (livello normale di glucosio nel sangue). Diminuisce inoltre la secrezione di Glucagone in modo glucosio-dipendente e ritarda lo svuotamento gastrico. A differenza del GLP-1 endogeno, la Liraglutide è stabile contro la degradazione metabolica da parte delle peptidasi, con un’emivita plasmatica di 13 ore.[56][54]

Nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, è stato dimostrato che la Liraglutide riduce il rischio di morte per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale o ictus non fatale. Le linee guida dell’ADA considerano attualmente Liraglutide una terapia farmacologica di prima linea per il diabete di tipo II (di solito insieme alla Metformina), in particolare per i pazienti con malattie cardiovascolari aterosclerotiche o obesità.[57] Una revisione Cochrane del 2011 ha dimostrato una riduzione dell’HbA1c dello 0,24% in più con Liraglutide. Del 24% in più con Liraglutide a 1,8 mg rispetto a Insulina Glargine, 0,33% in più rispetto a Exenatide 10mcg due volte al giorno, Sitagliptin e Rosiglitazone. In uno studio randomizzato e controllato (RCT) che ha confrontato Liraglutide, Insulina Glargine, Glimepiride e Sitagliptin (tutti aggiunti alla Metformina) con un follow-up di cinque anni, Insulina Glargine e Liraglutide sono risultate modestamente più efficaci nel raggiungimento e nel mantenimento dell’HbA1c target,[58] senza alcuna differenza negli esiti delle malattie microvascolari e cardiovascolari.[59]

La Liraglutide può anche essere utilizzata insieme alla dieta e all’esercizio fisico per la gestione cronica del peso negli adulti.[46] La Liraglutide ha portato a una perdita di peso maggiore rispetto ad alcuni precedenti analoghi del peptide glucagone-simile,[60] ma è meno efficace della dose standard di Semaglutide per la perdita di peso.[61][62]

In un recente studio pubblicato nel settembre 2024, Liraglutide ha aiutato i bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni a ridurre l’indice di massa corporea del 7,4% in uno studio di 56 settimane.[63] Se da un lato lo studio ha mostrato i potenziali benefici del farmaco, dall’altro solleva preoccupazioni riguardo all’uso di farmaci contro l’obesità in bambini così piccoli.[64] Novo Nordisk, l’azienda innovatrice che commercializza Liraglutide, ha chiesto alle autorità di regolamentazione statunitensi ed europee di estendere l’approvazione di Saxenda anche a questa fascia d’età più giovane, dato che attualmente è approvato solo per adolescenti e adulti.[65]

aUso di 1.8mg di Liraglutide.

Come per l’Exenatide, la Liraglutide ha un effetto significativo sul peso corporeo, come dimostrano i dati relativi a Liraglutide somministrata a 1,8mg/die. Liraglutide ha ridotto il peso corporeo medio o è stato neutro rispetto al placebo o ai comparatori attivi, in monoterapia (66) e in combinazione con uno (67) o due (68) agenti antidiabete orali. Lo studio LEAD 662 ha esaminato il profilo lipidico con Exenatide e Liraglutide. Sono state osservate riduzioni significative maggiori dei trigliceridi (-0,4 vs -0,2 mM) e degli acidi grassi liberi (-0,17 vs -0,10 mM) nel gruppo Liraglutide. Entrambi i composti hanno causato una riduzione significativa della pressione arteriosa (pressione sistolica -2,2 mmHg e pressione diastolica -1,5 mmHg) senza differenze significative tra i due composti.

Tra gli effetti collaterali si annoverano ipoglicemia, nausea, vertigini, dolore addominale e dolore nel sito di iniezione.[46] Gli effetti collaterali gastrointestinali tendono a essere più forti all’inizio del periodo di trattamento e si attenuano con il tempo.[60] Altri effetti collaterali gravi possono includere angioedema, pancreatite, malattie della cistifellea e problemi renali. L’uso in gravidanza e durante l’allattamento non è sicuro.[46] Una black box warning avverte che nei ratti trattati con Liraglutide sono stati osservati tumori midollari della tiroide, ma è “Sconosciuto se Liraglutide causi tumori delle cellule C della tiroide, incluso il carcinoma midollare della tiroide (MTC), nell’uomo, poiché la rilevanza per l’uomo di tali tumori nei roditori non è stata determinata.”[46]

A proposito del MTC, a esposizioni otto volte superiori a quelle utilizzate nell’uomo, la Liraglutide ha causato un aumento statisticamente significativo dei tumori alla tiroide nei ratti. La rilevanza clinica di questi risultati è sconosciuta.[69] Negli studi clinici, il tasso di tumori alla tiroide nei pazienti trattati con Liraglutide è stato di 1,3 per 1000 anni-paziente (4 persone) rispetto a 1,0 per 1000 pazienti (1 persona) nei gruppi di confronto. L’unica persona nel gruppo di confronto e quattro delle cinque persone nel gruppo Liraglutide avevano marcatori sierici (calcitonina elevata) suggestivi di una malattia preesistente al basale.[69]

L’FDA ha dichiarato che la calcitonina sierica, un biomarcatore del carcinoma midollare della tiroide, era leggermente aumentata nei pazienti con Liraglutide, ma ancora nei limiti della norma, e che era necessario un monitoraggio continuo per 15 anni in un registro dei tumori.[70]

Un altro effetto collaterale preoccupante è rappresentato dalla possibilità (sebbene rara) di sviluppare pancreatite.

Nel 2013, un gruppo della Johns Hopkins ha riportato un’associazione con apparenza statisticamente significativa tra l’ospedalizzazione per pancreatite acuta e un precedente trattamento con derivati del GLP-1 (come la precedentemente vista Exenatide) e inibitori della DPP-4 (come il Sitagliptin).[71] In risposta, la FDA degli Stati Uniti e l’Agenzia Europea per i Medicinali hanno condotto una revisione di tutti i dati disponibili in merito alla possibile connessione tra i mimetici dell’Incretina e la pancreatite o il cancro al pancreas. In una lettera congiunta del 2014 al New England Journal of Medicine, le agenzie hanno concluso che “Un’analisi congiunta dei dati di 14.611 pazienti con diabete di tipo II provenienti da 25 studi clinici nel database di sitagliptin non ha fornito alcuna prova convincente di un aumento del rischio di pancreatite o di cancro al pancreas” e “Entrambe le agenzie concordano sul fatto che le affermazioni relative a un’associazione causale tra i farmaci a base di Incretine e la pancreatite o il cancro al pancreas, espresse di recente nella letteratura scientifica e nei media, non sono coerenti con i dati attuali”. L’FDA e l’EMA non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva su tale relazione causale. Sebbene la totalità dei dati esaminati fornisca rassicurazioni, la pancreatite continuerà a essere considerata un rischio associato a questi farmaci finché non saranno disponibili ulteriori dati; entrambe le agenzie continuano a indagare su questo segnale di sicurezza”[72].

  • Albiglutide [approvato nel 2014]

L’Albiglutide (nome commerciale Eperzan in Europa e Tanzeum negli Stati Uniti) è un farmaco agonista del GLP-1 commercializzato da GlaxoSmithKline (GSK) per il trattamento del diabete di tipo II.

L’Albiglutide è un peptide composto da 645 aminoacidi proteinogenici con 17 ponti disolfuro. Gli aminoacidi 1-30 e 31-60 costituiscono due copie di GLP-1 umano modificato, in cui l’alanina in posizione 2 è stata scambiata con una glicina per migliorare la resistenza alla DPP-4.[73] La sequenza rimanente è costituita da albumina umana.

Viene bioingegnerizzata nel lievito Saccharomyces cerevisiae utilizzando la tecnologia del DNA ricombinante.[74]

Fasi applicative della tecnologia del DNA ricombinante.

Il farmaco è stato brevettato dalla Human Genome Sciences e sviluppato in collaborazione con GSK.[75]

La GSK ha presentato domanda di approvazione alla FDA statunitense il 14 gennaio 2013 e all’Agenzia europea per i medicinali (EMA) il 7 marzo 2013. Nel marzo 2014, GSK ha ricevuto dalla Commissione Europea l’approvazione per la commercializzazione di Albiglutide con il nome di Eperzan.[76] Nell’aprile 2014, la FDA statunitense ha approvato Albiglutide con il nome di Tanzeum.[77]

Nell’agosto 2017, GSK annunciò l’intenzione di ritirare il farmaco dal mercato mondiale entro luglio 2018 per motivi economici.[78]

L’Albiglutide, come gli altri incretino-mimetici, è stato utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II negli adulti. Può essere utilizzato da solo (se la terapia con Metformina è inefficace o non tollerata) o in combinazione con altri farmaci antidiabetici, comprese le forme di Insulina.[74]

Secondo un’analisi del 2015, l’Albiglutide è meno efficace di altri agonisti del GLP-1 per la riduzione dell’HbA1c e la perdita di peso. Sembra inoltre avere meno effetti collaterali rispetto alla maggior parte degli altri farmaci di questa classe, ad eccezione delle reazioni nel sito di iniezione che sono più comuni con Albiglutide rispetto, ad esempio, a Liraglutide.[79]

Dopo l’iniezione sottocutanea, l’Albiglutide raggiunge le massime concentrazioni ematiche dopo tre-cinque giorni. Le concentrazioni allo stato stazionario vengono raggiunte dopo tre-cinque settimane. Essendo resistente alla dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4),[73] l’enzima che scompone il GLP-1, l’Albiglutide ha un’emivita biologica di cinque (da quattro a sette) giorni, notevolmente più lunga rispetto agli analoghi del GLP-1 più vecchi, l’Exenatide e la Liraglutide. [80][81] Ciò consente una somministrazione una volta alla settimana,[74] a differenza della Liraglutide ma come la forma a rilascio prolungato dell’Exenatide.

L’Albiglutide agisce come agonista del recettore GLP-1, il che lo rende un tipo di incretino-mimetico. Questo provoca un aumento della secrezione di insulina, soprattutto in presenza di glucosio elevato nel sangue, e rallenta anche lo svuotamento gastrico.[74]

La differenza nel meccanismo d’azione del Albiglutide con gli altri agonisti del recettore del GLP-1, dipende dalla sua struttura la quale rende difficile l’attraversamento della barriera emato-encefalica. Ciò significa che non influisce sul sistema nervoso centrale come altri agonisti del recettore del GLP-1 e potrebbe essere responsabile della limitata perdita di peso osservata con questo farmaco.[81]

  • Dulaglutide [approvato nel 2014]

La Dulaglutide, venduta tra l’altro con il nome commerciale Trulicity,[8] è un farmaco utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II in combinazione con la dieta e l’esercizio fisico.[83][84] È inoltre approvato negli Stati Uniti per la riduzione degli eventi cardiovascolari avversi maggiori negli adulti con diabete di tipo II che presentano una malattia cardiovascolare conclamata o molteplici fattori di rischio cardiovascolare.[85]

Come per gli altri incretino-mimetici visti in precedenza, la Dulaglutide si lega ai recettori del GLP-1, rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche. Contemporaneamente, il peptide riduce l’elevata secrezione di Glucagone inibendo le cellule α del pancreas, poiché è noto che il Glucagone è elevato in modo inappropriato nei pazienti diabetici.

Più precisamente, la Dulaglutide è un agonista del recettore del GLP-1 costituito da GLP-1(7-37) legato covalentemente a un frammento Fc di IgG4 umana.

La sicurezza e l’efficacia della Dulaglutide sono state valutate in sei studi clinici in cui 3.342 soggetti con diabete di tipo II hanno ricevuto Dulaglutide. I soggetti che hanno ricevuto Dulaglutide hanno registrato un miglioramento del controllo glicemico, osservato con riduzioni del livello di HbA1c.[86]

La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato la Dulaglutide con una strategia di valutazione e mitigazione dei rischi (REMS),[86] e ha concesso l’approvazione di Trulicity a Eli Lilly and Company.[86] La REMS consiste in una serie di misure che Eli Lilly adotterà per sensibilizzare i medici sul rischio di pancreatite e sul potenziale rischio di carcinoma midollare della tiroide associato al farmaco.[87]

Nel 2020, la FDA ha approvato due dosi più elevate del farmaco, 3,0mg e 4,5mg, sulla base dei risultati dello studio AWARD-11 che hanno dimostrato una migliore riduzione del glucosio e benefici sul peso.[88]

Il peptide è indicato per gli adulti con diabete di tipo II come aggiunta alla dieta e all’esercizio fisico per migliorare il controllo glicemico. La Dulaglutide non è indicato nel trattamento di soggetti con diabete di tipo I o di pazienti con chetoacidosi diabetica perché questi problemi sono dovuti all’incapacità delle isole pancreatiche di produrre Insulina e una delle azioni della Dulaglutide è quella di stimolare le isole funzionanti a produrre più Insulina. La Dulaglutide può essere utilizzata da solo o in combinazione con altri farmaci per il diabete di tipo II, in particolare Metformina, Sulfoniluree, Tiazolidinedioni e Insulina da assumere contemporaneamente ai pasti.[89]

Il programma di sperimentazione clinica di fase 3 del farmaco ha dimostrato riduzioni dell’emoglobina A1c di circa l’1% con le dosi di 0,75mg e 1,5mg del farmaco, insieme a una perdita di peso media di circa 5Kg. Le dosi più elevate da 3,0mg e 4,5mg, approvate nel 2020, hanno dimostrato riduzioni dell’emoglobina A1c più vicine all’1,5% e una perdita di peso leggermente superiore.[90]

DPP-4

Una meta-analisi del 2017 non ha supportato l’ipotesi che il trattamento con agonisti del GLP-1 o inibitori della DPP-4 aumenti la mortalità per tutte le cause nei diabetici di tipo II.[91]

La Dulaglutide viene assorbita lentamente dopo l’iniezione sottocutanea. In uno studio farmacocinetico condotto su 20 adulti sani, la Cmax si è verificata entro 24-48 ore dalla somministrazione. La biodisponibilità assoluta media di Dulaglutide dopo iniezioni sottocutanee di dosi singole da 0,75mg e 1,5mg è stata rispettivamente del 65% e del 47%. L’emivita media della Dulaglutide somministrato a varie dosi è stata di circa 3,75 giorni (89,9 ore). Questa emivita prolungata consente la somministrazione una volta alla settimana. Le informazioni di prescrizione indicano un’emivita di circa 5 giorni.

Gli effetti collaterali più comuni includono disturbi gastrointestinali, come dispepsia, inappetenza, nausea, vomito, dolore addominale, diarrea.[92] Alcuni pazienti possono manifestare reazioni avverse gravi: pancreatite acuta (i sintomi includono dolore addominale persistente e grave, che talvolta si irradia alla schiena ed è accompagnato da vomito), ipoglicemia, insufficienza renale (che talvolta può richiedere l’emodialisi). Il rischio di ipoglicemia aumenta se il farmaco è usato in combinazione con Sulfoniluree o Insulina.[93][94] Esiste anche un rischio potenziale di carcinoma midollare della tiroide associato all’uso del farmaco.[87]

  • Lixisenatide [approvato nel 2016]

La Lixisenatide (nome commerciale Lyxumia nell’Unione Europea e Adlyxin negli Stati Uniti e prodotto da Sanofi) è un agonista del recettore GLP-1 iniettabile una volta al giorno per il trattamento del diabete di tipo II.

È stato sintetizzato dalla danese Zealand Pharma A/S;[95] nel 2003 Zealand lo ha concesso in licenza a Sanofi, che ha sviluppato il farmaco.[96] La Lixisenatide è stata approvata dalla Commissione europea nel febbraio 2013.

La Lixisenatide è un peptide composto da 44 aminoacidi, con un gruppo amidico sul suo terminale C.[97]

E’ stata descritta come “des-38-prolina-exendin-4 (Heloderma suspectum)-(1-39)-peptidilpenta-L-lisil-L-lisinamide”, ovvero è derivata dai primi 39 aminoacidi della sequenza del peptide exendin-4, isolato dal veleno del “mostro di Gila”, omettendo la Prolina in posizione 38 e aggiungendo sei residui di Lisina. La sua sequenza completa è:

H–His–Gly–Glu–Gly–Thr–Phe–Thr–Ser–Asp–Leu–Ser–Lys–Gln–Met–Glu–Glu–Glu–Ala–Val–Arg–Leu–Phe–Ile–Glu–Trp–Leu–Lys–Asn–Gly–Gly–Pro–Ser–Ser–Gly–Ala–Pro–Pro–Ser–Lys–Lys–Lys–Lys–Lys–Lys–NH2

La Lixisenatide, appartenendo alla classe dei farmaci agonisti del GLP-1, come per i precedentemente trattati composti agisce rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche.

I risultati di una ricerca condotta da McClean PL et al. hanno dimostrato che la Liraglutide e la Lixisenatide sono promettenti come potenziali trattamenti farmacologici della malattia di Alzheimer AD. La Lixisenatide è risultata ugualmente efficace a una dose inferiore rispetto alla Liraglutide in alcuni dei parametri misurati dopo dieci settimane di iniezioni intraperitoneali giornaliere di Liraglutide (2,5 o 25 nmol/kg) o Lixisenatide (1 o 10 nmol/kg) o soluzione fisiologica in topi APP/PS1 a un’età in cui le placche amiloidi si erano già formate. Analizzando la plasticità sinaptica nell’ippocampo, l’LTP è stato fortemente aumentato nei topi APP/PS1 da entrambi i farmaci, con maggiore efficacia con la Lixisenatide. La riduzione del numero di sinapsi osservata nei topi APP/PS1 è stata evitata dai due farmaci. Il carico di placche amiloidi e il carico di placche Congo rosso positivo a nucleo denso nella corteccia sono stati ridotti da entrambi i farmaci a tutte le dosi. Anche la risposta infiammatoria cronica (attivazione microgliale) è stata ridotta da tutti i trattamenti.[98]

Cai HY et al. hanno dimostrato in uno studio che la lixisenatide è in grado di ridurre le placche amiloidi, i grovigli neurofibrillari e la neuroinfiammazione negli ippocampi di topi femmina APP/PS1/tau di 12 mesi; l’attivazione della via di segnalazione PKA-CREB e l’inibizione della p38-MAPK potrebbero essere i meccanismi importanti nella funzione neuroprotettiva della lixisenatide. Pertanto, la lixisenatide potrebbe avere il potenziale per essere sviluppata come nuova terapia per l’AD. [99] Liu Wet al hanno trovato risultati interessanti confrontando exendin-4 (10 nmol/kg), liraglutide (25 nmol/kg) e lixisenatide (10 nmol/kg): è emerso che exendin-4 non ha mostrato effetti protettivi alla dose scelta, mentre sia liraglutide che lixisenatide hanno mostrato effetti nel prevenire la compromissione motoria indotta da MPTP (Rotarod, locomozione in campo aperto, test di catalessi), la riduzione dei livelli di tirosina idrossilasi (TH) (sintesi di dopamina) nella substantia nigra e nei gangli della base, una riduzione della molecola di segnalazione pro-apoptotica BAX e un aumento della molecola di segnalazione anti-apoptotica B-cell lymphoma-2. I risultati precedenti dimostrano che sia la liraglutide che la lixisenatide sono superiori all’exendin-4 ed entrambi i farmaci sono promettenti come nuovo trattamento della malattia di Parkinson.[100]

Un altro studio condotto da Kerry Hunter et al. ha analizzato gli agonisti del recettore GLP-1 liraglutide e lixisenatide. Sono state valutate le cinetiche di attraversamento della barriera ematoencefalica (BBB), l’attivazione del GLP-1R attraverso la misurazione dei livelli di cAMP e gli effetti fisiologici nel cervello sulla proliferazione delle cellule staminali neuronali e sulla neurogenesi. Entrambi i farmaci sono stati in grado di attraversare la BBB. La lixisenatide ha attraversato la BBB a tutte le dosi testate (2,5, 25 o 250 nmol/kg ip.) quando misurate 30 minuti dopo l’iniezione e a 2,5-25 nmol/kg ip. 3 ore dopo l’iniezione. La lixisenatide ha anche aumentato la neurogenesi nel cervello. La liraglutide ha attraversato la BBB a 25 e 250 nmol/kg ip. ma nessun aumento è stato rilevato a 2,5 nmol/kg ip. 30 minuti dopo l’iniezione, e a 250 nmol/kg ip. a 3 ore dopo l’iniezione. Liraglutide e lixisenatide hanno aumentato i livelli di cAMP nel cervello, con lixisenatide più efficace. I risultati precedenti suggeriscono che questi nuovi analoghi dell’incretina attraversano la BBB mostrando attività fisiologica e neurogenesi nel cervello, il che li rende buoni candidati per essere utilizzati come trattamento delle malattie neurodegenerative.[101]

Anche la Lixisenatide è utilizzata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per il trattamento del diabete di tipo II.[97] Nell’Unione Europea il suo uso è limitato all’integrazione della terapia Insulinica.[102][103] Al 2017 non è chiaro se influisca sul rischio di morte di una persona.[104]

Viene fornito in un autoiniettore contenente quattordici dosi e viene iniettato per via sottocutanea.[97]

La Lixisenatide non deve essere utilizzata da persone che hanno problemi di svuotamento gastrico.[97] La Lixisenatide ritarda lo svuotamento gastrico, il che può modificare la velocità con cui altri farmaci assunti oralmente esplicano la loro efficacia.[97]

Dopo la somministrazione sottocutanea nell’uomo, la Lixisenatide mostra una farmacocinetica lineare e un’emivita di eliminazione dipendente dall’assorbimento di 2-3 ore.

La dose iniziale di Lixisenatide è di 10mcg una volta al giorno, per 14 giorni. La dose di mantenimento è successivamente di 20mcg una volta al giorno nell’ora che precede il primo pasto della giornata o il pasto serale.

In circa lo 0,1% dei casi le persone hanno avuto reazioni anafilattiche alla lixisenatide e in circa lo 0,2% dei casi il farmaco ha causato pancreatite.[97] L’uso con insulina o sulfonilurea può causare ipoglicemia.[97] In alcuni casi, persone senza malattie renali hanno avuto lesioni renali acute e in alcune persone con malattie renali esistenti la condizione è peggiorata. Poiché la Lixisenatide è un peptide, le persone possono sviluppare una risposta immunitaria nei suoi confronti che finirà per rendere il farmaco inefficace; le persone che hanno sviluppato anticorpi contro la Lixisenatide tendono ad avere una maggiore infiammazione nel sito di iniezione.[97]

Almeno il 5% delle persone ha avuto nausea, vomito, diarrea, mal di testa o vertigini dopo l’assunzione di Lixisenatide.[97]

  • Semaglutide [approvata nel 2017]

La Semaglutide è chimicamente simile al GLP-1 umano.[105-41] Mancano i primi sei aminoacidi del GLP-1.[105] Le sostituzioni sono effettuate nelle posizioni 8 e 34 del GLP-1 (posizioni 2 e 28 della Semaglutide), dove l’Alanina e la Lisina sono sostituite rispettivamente dall’acido 2-aminoisobutirrico e dall’Arginina. La sostituzione dell’Alanina impedisce la degradazione chimica da parte della dipeptidil peptidasi-4.[106] La Lisina in posizione 26 del GLP-1 (posizione 20 del Semaglutide) ha una lunga catena attaccata, che termina con una catena di 17 atomi di carbonio e un gruppo carbossilico.[106] Ciò aumenta il legame del farmaco con le proteine trasportatrici nel sangue (albumina), consentendo una più lunga presenza nella circolazione sanguigna.[106]

L’emivita del Semaglutide nel sangue è di circa sette giorni (165-184 ore).

Come per gli altri incretino-mimetici, la Semaglutide è un agonista del recettore del GLP -1.[107][108][109] Il farmaco riduce i livelli di glucosio nel sangue. Sembra inoltre che aumenti la crescita delle cellule β pancreatiche, responsabili della produzione e del rilascio di Insulina.[110][111] Inoltre, inibisce la produzione di Glucagone, l’ormone che aumenta la glicogenolisi (rilascio dei carboidrati immagazzinati dal fegato) e la Gluconeogenesi (sintesi di nuovo glucosio). Riduce l’assunzione di cibo abbassando l’appetito e rallentando la digestione nello stomaco e suo svuotamento,[112] contribuendo a ridurre il peso corporeo.[113][114]

Effetti di svuotamento gastrico degli agonisti del recettore del glucagone peptide-1 ad azione breve rispetto a quelli ad azione prolungata (GLP-1RA). (A) I GLP-1RA a breve durata d’azione sopprimono lo svuotamento gastrico, prolungando la presenza di cibo nello stomaco e nella parte superiore dell’intestino tenue; il ridotto flusso transpilorico provoca un ritardo nell’assorbimento intestinale del glucosio e una diminuzione della secrezione insulinica postprandiale. I GLP-1RA a breve durata d’azione possono anche sopprimere direttamente la secrezione di glucagone. (B) I GLP-1RA a lunga durata d’azione non influenzano significativamente la motilità gastrica, a causa della tachifilassi. Invece, i GLP-1RA ad azione prolungata esercitano maggiormente il loro effetto attraverso il pancreas, aumentando la secrezione di insulina e inibendo la secrezione di glucagone attraverso il rilascio paracrino di somatostatina. Agendo sul sistema nervoso centrale, sia i GLP-1RA a più breve (A) che a più lunga durata d’azione (B) aumentano la sazietà e possono anche indurre la nausea. Adattato da Meier. Adattato su autorizzazione di Macmillan Publishers Ltd: Nature Reviews Endocrinology 2012;8(12):728-42, copyright 2012.

Nel giugno 2008 è stato avviato uno studio clinico di fase II al fine di esaminare la Semaglutide come terapia per il diabete da somministrare una volta alla settimana, come alternativa ad azione prolungata alla Liraglutide .[115][116] Gli studi clinici sono iniziati nel gennaio 2016 e si sono conclusi nel maggio 2017.[117][118]

Nel giugno 2021, una versione iniettabile a dosaggio più elevato, venduta con il marchio Wegovy, è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense come farmaco anti-obesità per la gestione del peso a lungo termine negli adulti.[119-15] Nel novembre 2021, il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha raccomandato di concedere a Novo Nordisk A/S l’autorizzazione all’immissione in commercio di Wegovy[120]. Nel gennaio 2022, Wegovy è stato approvato per uso medico nell’Unione Europea.[121]

Nel gennaio 2023, l’etichetta di Rybelsus è stata aggiornata per indicare che può essere utilizzato come trattamento di prima linea per gli adulti con diabete di tipo 2.[122]

Nel marzo 2021, in uno studio di fase III randomizzato, in doppio cieco, 1.961 adulti con un indice di massa corporea pari o superiore a 30 sono stati assegnati, in un rapporto 2:1, a un trattamento con Semaglutide sottocutaneo una volta alla settimana o placebo, più un intervento sullo stile di vita. Gli studi si sono svolti in 129 siti in 16 Paesi di Asia, Europa, Nord America e Sud America. La variazione percentuale media del peso corporeo alla settimana 68 è stata di -14,9% nel gruppo Semaglutide contro -2,4% con placebo, per una differenza di trattamento stimata di -12,4 punti percentuali (95% CI, da -13,4 a -11,5).[123][124][125][126]

Una revisione dei trattamenti anti-obesità del 2022 ha rilevato che il Semaglutide e la Tirzepatide (che ha un meccanismo d’azione sovrapponibile) erano più promettenti dei precedenti farmaci anti-obesità, anche se meno efficaci della chirurgia bariatrica.[127]

Nel marzo 2023, un funzionario di Novo Nordisk ha dichiarato che i pazienti che utilizzano la Semaglutide per perdere peso possono riacquistare il peso originario entro 5 anni dall’interruzione del trattamento.[128]

Nel marzo 2024, l’FDA ha esteso l’indicazione di Semaglutide (Wegovy) per ridurre il rischio di morte cardiovascolare, infarto e ictus in adulti con malattie cardiovascolari e obesità o sovrappeso. L’efficacia e la sicurezza di questa nuova indicazione sono state studiate in uno studio multinazionale, multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo, che ha assegnato in modo casuale oltre 17.600 partecipanti a ricevere Semaglutide (Wegovy) o placebo.[129] I partecipanti di entrambi i gruppi hanno ricevuto anche un trattamento medico standard (ad es, Semaglutide (Wegovy) ha ridotto significativamente il rischio di eventi cardiovascolari avversi maggiori (morte cardiovascolare, infarto e ictus), che si sono verificati nel 6,5% dei partecipanti che hanno ricevuto Semaglutide (Wegovy) rispetto all’8% dei partecipanti che hanno ricevuto placebo.[129]

Una meta-analisi del 2014 ha rilevato che la Semaglutide può essere efficace nell’abbassare gli enzimi epatici (transaminite) e nel migliorare alcune caratteristiche radiologicamente osservate della malattia epatica steatotica associata a disfunzione metabolica.[130]

Nel luglio 2023, l’Agenzia islandese per i medicinali ha segnalato due casi di pensieri suicidi e un caso di autolesionismo tra i consumatori del farmaco, inducendo a valutare la sicurezza di Ozempic,[131] Wegovy, Saxenda e altri farmaci simili.[132] Nel gennaio 2024, una revisione preliminare condotta dalla FDA ha confermato che non sono state trovate prove che suggeriscano che il farmaco causi pensieri o azioni suicide.[133][134]

La Semaglutide ha dimostrato di poter ridurre l’interesse per il consumo di alcol tra gli utilizzatori. Gli scienziati ipotizzano che il Semaglutide possa influenzare le regioni cerebrali coinvolte nella dipendenza e nella regolazione dell’appetito, sebbene i meccanismi esatti siano ancora in fase di studio. La ricerca sugli animali ha indicato che farmaci simili alla Semaglutide possono ridurre l’assunzione di alcolici.[135]

La Semaglutide e farmaci simili, come la Dulaglutide e la Liraglutide, sono stati utilizzati per trattare il disturbo da alimentazione incontrollata (BED), in quanto possono minimizzare i pensieri ossessivi sul cibo e gli impulsi ad abbuffarsi.[136][137] Alcuni utilizzatori di questi farmaci hanno riferito di aver ridotto in modo significativo quello che è colloquialmente noto come  “food noise” (pensieri costanti e inarrestabili di mangiare nonostante non si abbia fisicamente fame), che può essere un fattore di BED.[138][139]

Attualmente, la Semaglutide indicata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per migliorare il controllo glicemico negli adulti con diabete di tipo II.[140][141]

La formulazione a dosi più elevate di Semaglutide è indicata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per la gestione del peso a lungo termine negli adulti con obesità (indice di massa corporea (IMC) iniziale ≥ 30 kg/m2) o in sovrappeso (IMC iniziale ≥ 27 kg/m2) e con almeno una comorbidità correlata al peso.[142]

Nel marzo 2024, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha ampliato l’indicazione di Semaglutide (Wegovy), in combinazione con una dieta a ridotto contenuto calorico e un aumento dell’attività fisica, per ridurre il rischio di morte cardiovascolare, infarto e ictus in adulti obesi o in sovrappeso con malattie cardiovascolari.[143]

La dose iniziale è di 0,25mg di Semaglutide una volta alla settimana. Dopo 4 settimane, la dose deve essere aumentata a 0,5 mg una volta alla settimana. Dopo almeno 4 settimane con una dose da 0,5 mg una volta alla settimana, la dose può essere aumentata a 1 mg una volta alla settimana per migliorare ulteriormente il controllo glicemico. Dopo almeno 4 settimane con una dose da 1 mg una volta alla settimana, la dose può essere aumentata a 2 mg una volta alla settimana per migliorare ulteriormente il controllo glicemico.

Semaglutide 0,25mg non è una dose di mantenimento. Non sono raccomandate dosi superiori a 2 mg alla settimana.

Quando Ozempic viene aggiunto alla terapia in atto a base di Metformina e/o Tiazolidinedione o dell’ inibitore del cotrasportatore sodio-glucosio (SGLT2), la dose di Metformina e/o Tiazolidinedione o dell’inibitore SGLT2 può essere mantenuta senza variazioni.

Quando Ozempic viene aggiunto alla terapia in atto con Sulfanilurea o con un’insulina, è necessario considerare una riduzione della dose di Sulfanilurea o di insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia (vedere paragrafi 4.4 e 4.8).

Non è necessario automonitorare la glicemia per aggiustare la dose di Ozempic. L’auto-monitoraggio della glicemia è necessario per correggere la dose di Sulfanilurea e insulina, in particolare quando si inizia Ozempic e si riduce l’insulina. Si raccomanda un approccio graduale alla riduzione dell’insulina.

Similmente agli altri incretino-mimetici, possibili effetti avversi con l’uso di questo peptide includono nausea, diarrea, vomito, costipazione, dolore addominale, cefalea, affaticamento, indigestione/bruciore di stomaco, vertigini, distensione addominale, eruttazioni, ipoglicemia (basso livello di glucosio nel sangue) nelle persone con diabete di tipo II (ma non limitato ad esse), flatulenza, gastroenterite e malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). In passato è stato sospettato di causare pancreatite e può causare gastroparesi e ostruzione intestinale.[144]Tra le persone a cui è stato prescritto un agonista del recettore del GLP-1, lo 0,1% ha ricevuto una diagnosi di gastroparesi. L’1% ha ricevuto una diagnosi di gastroparesi almeno sei mesi dopo, il che equivale a un aumento del 52% del rischio di diagnosi di gastroparesi durante l’assunzione di un farmaco di questa classe.[145] Una meta-analisi del 2019 non ha indicato un rischio significativamente elevato di pancreatite acuta.[146]Secondo il sistema di segnalazione degli eventi avversi dell’FDA (FAERS), più di 150 pazienti che assumevano Ozempic hanno riportato ileo o ostruzioni intestinali dopo l’assunzione del farmaco.[147]

Confronto visivo tra stomaco sano e stomaco con gastroparesi.

L’etichetta dell’FDA statunitense per il Semaglutide contiene un boxed warning per i tumori della tiroide a cellule C nei roditori.[148] Non è noto se il Semaglutide causi tumori della tiroide a cellule C, incluso il carcinoma midollare della tiroide, nell’uomo.[149]

  • Tirzepatide [approvato nel 2022]

La Tirzepatide è un farmaco antidiabetico utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II [150][151][152][153] e per la perdita di peso.[154][155] La Tirzepatide viene somministrata tramite iniezioni sottocutanee.[150][151] Viene venduta con i marchi Mounjaro per il trattamento del diabete,[150] e Zepbound per la perdita di peso.[154] La Tirzepatide è un agonista del recettore del GIP e del GLP-1.[154]

La sintesi della Tirzepatide è stata divulgata per la prima volta nei brevetti depositati da Eli Lilly and Company.[156] Questa utilizza la sintesi standard di peptidi in fase solida, con un gruppo protettivo allilossicarbonilico sulla Lisina in posizione 20 della catena lineare degli amminoacidi, consentendo una serie finale di trasformazioni chimiche in cui l’ammina della catena laterale di tale Lisina viene derivatizzata con il frammento contenente lipidi.

Per questo composto sono stati riportati processi di produzione su larga scala.[157]

La Tirzepatide è un analogo dell’ormone GIP umano con una porzione diacidica grassa C20, utilizzata per ottimizzare l’assorbimento e il metabolismo del composto.[158] La sezione diacidica grassa (acido eicosanedioico) è legata tramite un acido glutammico e due unità di acido (2-(2-aminoetossi)etossico)acetico alla catena laterale del residuo di Lisina. Questa disposizione consente un’emivita molto più lunga, prolungando il tempo tra una dose e l’altra, grazie alla sua elevata affinità con l’albumina.[159]

Quindi, la Tirzepatide è un polipeptide lineare di 39 aminoacidi che è stato modificato chimicamente mediante lipidazione per migliorarne l’assorbimento nelle cellule e la stabilità al metabolismo.[158] Ha completato la sperimentazione di fase III a livello globale nel 2021.[160][161]

La Tirzepatide ha un’affinità maggiore per i recettori GIP rispetto ai recettori GLP-1 e questo comportamento da doppio agonista ha dimostrato di produrre una maggiore riduzione dell’iperglicemia rispetto a un agonista selettivo dei recettori GLP-1.[162] Studi di segnalazione hanno riportato che la Tirzepatide imita le azioni del GIP naturale sul recettore GIP. [Studi di segnalazione hanno riportato che la Tirzepatide imita le azioni del GIP naturale sul recettore del GIP.[163] Tuttavia, sul recettore del GLP-1, la Tirzepatide mostra una predilezione per la generazione di cAMP (un messaggero associato alla regolazione del metabolismo del glicogeno, degli zuccheri e dei lipidi), piuttosto che per il reclutamento della β-arrestina. Questa combinazione di preferenza verso il recettore GIP e di proprietà di segnalazione distinte del GLP-1 suggerisce che questo agonismo distorto aumenta la secrezione di Insulina.[163] È stato riportato che la Tirzepatide aumenta i livelli di adiponectina, un’adipochina coinvolta nella regolazione del metabolismo del glucosio e dei lipidi, con un aumento massimo del 26% rispetto al basale dopo 26 settimane, al dosaggio di 10mg.[162]

GIP e GLP-1: somiglianze e differenze. La GIP è secreta dalle cellule K dell’intestino tenue prossimale (duodeno e digiuno), mentre il GLP-1 è secreto dalle cellule L dell’intestino tenue e crasso (ileo distale e colon), in seguito all’introduzione di carboidrati, trigliceridi, proteine o aminoacidi. Un’importante eccezione è rappresentata dalla glutammina, che è uno stimolatore specifico del GLP-1. GIP e GLP-1 determinano la secrezione di Insulina in modo dipendente dal glucosio. Le azioni del GLP-1 e del GIP sulla secrezione di Glucagone sono diverse: il GLP-1 sopprime il Glucagone durante l’iperglicemia, ma non in presenza di una normale concentrazione di glucosio plasmatico a digiuno, mentre il GIP può stimolare la secrezione di Glucagone a digiuno, durante l’ipoglicemia e l’iperglicemia. Per quanto riguarda il tessuto adiposo, il GLP-1 stimola la lipolisi, mentre il GIP determina un accumulo di grasso corporeo.

Negli studi preliminari finanziati dall’industria che hanno confrontato la Tirzepatide con la Semaglutide, la Tirzepatide ha mostrato un miglioramento minore delle riduzioni (2,01%-2,30% a seconda del dosaggio) nei test dell’emoglobina glicata rispetto alla Semaglutide (1,86%). [164] Una dose di 10mg si è dimostrata efficace anche nel ridurre l’insulino-resistenza, con una riduzione di circa l’8% rispetto al basale, misurata utilizzando l’HOMA2-IR (calcolato con l’Insulina a digiuno).[162] I livelli a digiuno delle proteine che legano l’IGF, come IGFBP1 e IGFBP2, sono aumentati in seguito al trattamento con Tirzepatide, aumentando la sensibilità all’Insulina.[162]

IGFBP1

Una meta-analisi del 2021 ha mostrato che, nell’arco di un anno di utilizzo clinico, la Tirzepatide è risultata superiore a Dulaglutide, Semaglutide, Degludec e Insulina glargine per quanto riguarda l’efficacia glicemica e la riduzione dell’obesità.[165]

In uno studio di fase III, in doppio cieco, randomizzato e controllato, sostenuto da Eli Lilly, adulti non diabetici con un indice di massa corporea pari o superiore a 30, o pari o superiore a 27 e almeno una complicazione correlata al peso, escluso il diabete, sono stati randomizzati a ricevere Tirzepatide sottocutanea una volta alla settimana (5mg, 10mg o 15mg) o placebo. La variazione percentuale media del peso alla settimana 72 è stata di -15,0% (intervallo di confidenza [IC] al 95%, da -15,9 a -14,2) con dosi settimanali di Tirzepatide di 5mg, -19,5% (IC al 95%, da -20,4 a -18,5) con dosi di 10mg e -20,9% (IC al 95%, da -21,8 a -19,9) con dosi di 15mg. La variazione di peso nel gruppo placebo è stata del -3,1% (95% CI, da -4,3 a -1,9).[166][167][168]

La Tirzepatide è stata approvata per uso medico nell’Unione Europea nel settembre 2022.[169][170]

La dose iniziale di Tirzepatide è 2,5mg una volta a settimana. Dopo 4 settimane, la dose deve essere aumentata a 5mg una volta a settimana. Se necessario, è possibile aumentare la dose con incrementi di 2,5mg dopo un minimo di 4 settimane con la dose in uso.

Le dosi di mantenimento raccomandate sono 5mg, 10mg e 15mg.

La dose massima è 15mg una volta a settimana.

Quando Tirzepatide viene aggiunto alla  terapia esistente con Metformina e/o inibitore del co- trasportatore di sodio-glucosio 2 (SGLT2i), può essere mantenuta la dose in uso di Metformina e/o SGLT2i.

Quando Tirzepatide viene aggiunto alla terapia esistente con una sulfonilurea e/o Insulina, si può considerare una riduzione della dose di sulfonilurea o Insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia. L’automonitoraggio della glicemia è necessario per aggiustare la dose di sulfonilurea e Insulina. Si raccomanda un approccio graduale per la riduzione dell’Insulina.

Gli studi preclinici, di fase I e clinici di fase II hanno indicato che la Tirzepatide presenta effetti avversi simili a quelli di altri agonisti del recettore GLP-1, come visto in precedenza. Questi effetti si verificano in gran parte a livello del tratto gastrointestinale.[171] I più frequentemente osservati sono nausea, diarrea e vomito, la cui incidenza è aumentata con l’entità del dosaggio (cioè la probabilità è maggiore quanto più alta è la dose). Anche il numero di pazienti che hanno interrotto l’assunzione di Tirzepatide è aumentato con l’aumentare del dosaggio: i pazienti che assumevano 15mg avevano un tasso di interruzione del 25% rispetto al 5,1% dei pazienti che assumevano 5mg e all’11,1% di quelli che assumevano Dulaglutide.[172] In misura leggermente minore, i pazienti hanno anche riferito una riduzione dell’appetito.[171] Altri effetti collaterali segnalati sono stati dispepsia, costipazione, dolore addominale, vertigini e ipoglicemia.[173][174]

Uso off-label e “ricreativo”:

Oltre ai loro usi medici, gli agonisti del GLP-1 hanno visto una massiva diffusione in ambito della perdita di peso a fini “estetici” nel Fitness e in parte nel BodyBuilding, resa popolare da influencer e celebrità.[175] I venditori del mercato nero offrono online prodotti non autorizzati che si spacciano per agonisti del GLP-1. Questa pratica è illegale sia negli Stati Uniti che in Europa, ma alcuni acquirenti si rivolgono a rivenditori non autorizzati perché non hanno la possibilità di farsi prescrivere legalmente il farmaco.[176][177][178][179][180] Gli acquirenti, ovviamente, corrono rischi dovuti a farmaci contraffatti o di qualità inferiore venduti da soggetti non autorizzati.[181]

L’uso, le modalità di applicazione e le limitazioni degli incretino-mimetici in campo “cosmetico” saranno riportate nella seconda parte…

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

Riferimenti:

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ACE II inibitori, ARB, ricomposizione corporea e “Stubborn Fat”

Introduzione:

Il concetto di “ricomposizione corporea” nel Fitness e nel BodyBuilding è senza dubbio considerabile come il “fattore dominante” ricercato dal momento che si tratta, molto semplicemente, del miglioramento quantitativo e qualitativo della massa contrattile (muscolo-scheletrico) a discapito della massa grassa e della ritenzione idrica extacellulare. Che si parli di “Natursl” o “Enhanced”, oltre alle variabili alimentari e allenanti vi sono quelle supplementative rappresentate, dipendentemente dalla “filosofia” scelta, da supplementi OTC e da farmaci utilizzati in ambito off-label.

Caffeina e p-Sinefrina rappresentano i lipolitici/termogenici OTC più utilizzati con un discreto margine di efficacia. Nel contesto “Enhanced”, invece, le classi di farmaci utilizzate al fine di accentuare la riduzione (direttamente o indirettamente) della massa grassa sono diverse e comprendono comunemente:

  • i β2-agonisti (non selettivi e selettivi) come Efedrina, Clenbuterolo e Salbutamolo;
  • i β3-agonisti selettivi come il Mirabegron;
  • gli agenti anoressizzanti con azione sui neurotrasmettitori come la Sibutramina, la Lorcaserina, l’Amfepramone e il Benfluorex;
  • gli anoressizzanti analoghi incretinici come la Semaglutide, il Liraglutide e il Tirzepatide;
  • i tiroidei Tiroxina (T4), Triiodotironina (T3) e Diiodotironina (T2);
  • i tireomimetici come l’Eprotirome, il Sobetirome, il Resmetirome e il profarmaco VK2809;
  • i disaccoppianti della fosforilazione ossidativa come il 2,4-dinitrofenolo (DNP);
  • stimolanti il Il Peptide Natriuretico Atriale (ANP) – vedi, ad esempio, i β-bloccanti – ;
  • α2-antagonisti come la Yohimbina e l’α-yohimbina [Rauwolscine];
  • trattamenti mesoterapici a base di Fosfatidilcolina e/o Acidi Biliari.

A questo elenco, però, andrebbe aggiunta una classe di farmaci che molto poco intuitivamente ci fa pensare alla riduzione della massa grassa. Tale classe di farmaci è rappresentata dagli ACE II inibitori.

Per iniziare a comprendere del perchè questi farmaci possono rappresentare una componente funzionale nel miglioramento della composizione corporea, bisogna parlare di “Stubborn Fat” [“Grasso Testardo”]. Perchè è proprio in questa specifica e caratteristica area del tessuto adiposo che l’ACE II inibitore può contribuire alla riduzione della massa grassa.

Al fine di avere una visione di insieme più completa, è necessario trattare in modo adeguato tutte le componenti dell'”equazione”…

Tessuto adiposo e sue caratteristiche:

Il tessuto adiposo (noto anche come grasso corporeo o semplicemente grasso) è un tessuto connettivo lasso composto principalmente da adipociti.[1][2] Contiene anche la frazione vascolare stromale (SVF) di cellule tra cui preadipociti, fibroblasti, cellule endoteliali vascolari e una varietà di cellule immunitarie come i macrofagi del tessuto adiposo. Il suo ruolo non è semplicemente e solo quello di immagazzinare energia sotto forma di lipidi, ma anche di ammortizzare e isolare il corpo e rappresenta un vero e proprio organo endocrino.

Leptina

Infatti, il tessuto adiposo veniva considerato inerte dal punto di vista ormonale, ma negli ultimi anni è stato riconosciuto come un importante organo endocrino,[3] in quanto produce ormoni come Leptina, Estrogeni, Resistina e Citochine (in particolare il TNFα). Nell’obesità, il tessuto adiposo è coinvolto nel rilascio cronico di marcatori pro-infiammatori noti come adipochine, che sono responsabili dello sviluppo della sindrome metabolica, una costellazione di malattie tra cui il diabete di tipo II, le malattie cardiovascolari e l’aterosclerosi.[2][4]

Preadipociti umani sottocutanei.

Il tessuto adiposo deriva dai preadipociti e la sua formazione sembra essere controllata in parte dal gene dell’adipe. Sappiamo ormai bene che vi sono due principali tipi di tessuto adiposo, il tessuto adiposo bianco (WAT), che immagazzina energia, e il tessuto adiposo bruno (BAT), che genera calore corporeo. Il tessuto adiposo, più precisamente il tessuto adiposo bruno, è stato identificato per la prima volta dal naturalista svizzero Conrad Gessner nel 1551.[5]

  • Grasso Viscerale e Sottocutaneo:

Grasso Viscerale: Il grasso viscerale o addominale[6] (noto anche come grasso d’organo o grasso intra-addominale) si trova all’interno della cavità addominale, stipato tra gli organi (stomaco, fegato, intestino, reni, ecc.). Il grasso viscerale è diverso dal grasso sottocutaneo e dal grasso intramuscolare presente nei muscoli scheletrici. Il grasso nella parte inferiore del corpo, come nelle cosce e nei glutei, è sottocutaneo e non è un tessuto omogeneo, mentre il grasso nell’addome è per lo più viscerale e semi-fluido.[7] Il grasso viscerale è composto da diversi depositi adiposi, tra cui il tessuto adiposo mesenterico, il tessuto adiposo bianco epididimale (EWAT) e i depositi perirenali. Il grasso viscerale viene spesso espresso in termini di area in cm2 (VFA, visceral fat area).[8]

Da sinistra: Normale funzione dell’insulina nell’adipocita e Resistenza all’Insulina nell’adipocita.

Un eccesso di grasso viscerale è noto come obesità addominale, o “grasso della pancia”, in cui l’addome sporge eccessivamente. Nuovi sviluppi, come il Body Volume Index (BVI), sono specificamente progettati per misurare il volume addominale e il grasso addominale. L’eccesso di grasso viscerale è anche legato al diabete di tipo II,[9] all’insulino-resistenza,[10] alle malattie infiammatorie,[11] e ad altre patologie correlate all’obesità.[12] Allo stesso modo, è stato dimostrato che l’accumulo di grasso del collo (o tessuto adiposo cervicale) è associato alla mortalità.[13] Diversi studi hanno suggerito che il grasso viscerale può essere previsto da semplici misure antropometriche,[14] e predice la mortalità in modo più accurato dell’indice di massa corporea o della circonferenza vita.[15]

Gli uomini hanno maggiori probabilità di accumulare grasso nell’addome a causa delle differenze tra gli ormoni sessuali. L’estrogeno causa l’accumulo di grasso nei glutei, nelle cosce e nei fianchi delle donne.[16][17] Quando le donne raggiungono la menopausa e gli estrogeni prodotti dalle ovaie diminuiscono, il grasso migra dai glutei, dai fianchi e dalle cosce alla vita;[18] in seguito il grasso viene accumulato nell’addome.[7]

Il grasso viscerale può essere causato da un eccesso di livelli di cortisolo.[19] Almeno 10 ore MET a settimana di esercizio aerobico portano a una riduzione del grasso viscerale in chi non ha disturbi legati al metabolismo.[20] Anche l’allenamento contro-resistenza e la restrizione calorica riducono il grasso viscerale, anche se il loro effetto può non essere cumulativo.[21] Sia l’esercizio che la dieta ipocalorica causano la perdita di grasso viscerale, ma l’esercizio ha un effetto maggiore sul grasso viscerale rispetto al grasso totale. [22] L’esercizio fisico ad alta intensità è un modo per ridurre efficacemente il grasso addominale totale.[23][24] Una dieta ipocalorica combinata con l’esercizio fisico riduce il grasso corporeo totale e il rapporto tra tessuto adiposo viscerale e tessuto adiposo sottocutaneo, suggerendo una mobilitazione preferenziale del grasso viscerale rispetto al grasso sottocutaneo.[25] Il grasso addominale è fortemente soggetto alle variabili dell’Insulino-resistenza/sensibilità.

Grasso Sottocutaneo: La maggior parte del grasso non viscerale rimanente si trova appena sotto la pelle, in una regione chiamata ipoderma.[26] Questo grasso sottocutaneo non è correlato a molte delle classiche patologie legate all’obesità, come le malattie cardiache, il cancro e l’ictus, e alcune prove suggeriscono addirittura che potrebbe essere protettivo.[27] Il modello tipicamente femminile (o ginecoide) di distribuzione del grasso corporeo intorno ai fianchi, alle cosce e ai glutei è costituito da grasso sottocutaneo, e quindi rappresenta un rischio minore per la salute rispetto al grasso viscerale.[28][29]

Come tutti gli altri organi adiposi, il grasso sottocutaneo è parte attiva del sistema endocrino e secerne gli ormoni Leptina e Resistina.[26]

La relazione tra lo strato adiposo sottocutaneo e il grasso corporeo totale di una persona viene spesso modellata utilizzando equazioni di regressione. La più popolare di queste equazioni è stata creata da Durnin e Wormersley, che hanno testato in modo rigoroso molti tipi di dermoprotezione e, di conseguenza, hanno creato due formule per calcolare la densità corporea di uomini e donne. Queste equazioni presentano una correlazione inversa tra le pieghe cutanee e la densità corporea: all’aumentare della somma delle pieghe cutanee, la densità corporea diminuisce.[30]

Fattori come il sesso, l’età, le dimensioni della popolazione o altre variabili possono rendere le equazioni non valide e inutilizzabili e, a partire dal 2012, le equazioni di Durnin e Wormersley rimangono solo stime del reale livello di grassezza di una persona. Nuove formule sono ancora in fase di creazione.[30]

Gli adipociti del grasso sottocutaneo sono il target degli sforzi di manipolazione dietetica, allenante e supplementativa per ridurre al massimo la percentuale di grasso corporeo. Vi sono comunque aree di distribuzione del grasso sottocutaneo con tassi di mobilitazione lipidica differenti tra gli individui. Ed è proprio in riferimento alle aree di più difficile mobilitazione che ci si riferisce con il termina “grasso ostinato” .

  • Fisiologia del tessuto adiposo:

Gli acidi grassi liberi (FFA) vengono rilasciati dalla lipoproteina lipasi (LPL) ed entrano nell’adipocita, dove vengono riassemblati in trigliceridi mediante esterificazione con il glicerolo.[2] Il tessuto adiposo umano contiene circa l’87% di lipidi.[31]

Esiste un flusso costante di FFA che entrano ed escono dal tessuto adiposo.[2] La direzione netta di questo flusso è controllata dall’insulina e dalla leptina: se l’insulina è elevata, c’è un flusso netto di FFA verso l’interno e solo quando l’insulina è bassa gli FFA possono lasciare il tessuto adiposo. La secrezione di Insulina è stimolata dall’aumento della glicemia, dagli AA insulinogenici e in piccola parte dai grassi.[32]

β2-AR

Nell’uomo, la lipolisi (idrolisi dei trigliceridi in acidi grassi liberi) è controllata attraverso il settaggio equilibrato dei recettori β-adrenergici lipolitici e dell’antilipolisi mediata dai recettori α2A-adrenergici.

L’equilibrio tra β2 e α2A-AR determina le caratteristiche peculiari dell’adipocita in termini di lisi dei trigliceridi di deposito (perdita di grasso). Infatti, se l’equilibrio tende a perdersi in favore dei α2A-AR a discapito dei β2-AR ci troviamo di fronte al già prima citato “grasso testardo”.

  • Distribuzione degli Adrenocettori negli adipociti bianchi, bruni e beige

Gli adipociti bianchi sono il tipo di adipocita predominante nell’organismo e sono localizzati in depositi WAT distinti, caratterizzati da grasso intra-addominale (grasso viscerale che circonda gli organi interni, ovvero grasso mesenterico, perirenale e gonadico) o sottocutaneo (come il grasso inguinale). Gli adipociti bianchi immagazzinano energia (glucosio e acidi grassi) sotto forma di trigliceridi all’interno di un’unica goccia lipidica e il WAT agisce anche come organo endocrino per il rilascio di adipochine come la leptina e l’adiponectina che regolano l’omeostasi energetica dell’intero corpo (Galic, Oakhill, & Steinberg, 2010).

Differenze nella visualizzazione, nella funzione e nell’espressione dei geni firma negli adipociti bianchi, bruni e beige e l’attuale comprensione dell’espressione e della funzione degli adrenocettori (AR) nei roditori e nell’uomo. La mancata menzione di un sottotipo di adrenocettore indica che non esistono prove attuali dell’espressione/funzione della proteina recettoriale. In alcuni casi, l’evidenza funzionale si basa sull’uso di agonisti non selettivi (✦), tra cui l’Isoprenalina (Bartesaghi et al., 2015) e l’Efedrina (Carey et al., 2013) o di antagonisti (✧), tra cui la Fentolamina (Stich et al., 1999) o una combinazione di Propranololo e SR59230A per inibire tutte le risposte mediate dai β-adrenocettori (Imai et al., 2006). *L’assorbimento di 2-[18F]fluoro-2-deossiglucosio è stato misurato in risposta all’agonista selettivo dei β3-adrenocettori mirabegron nel tessuto adiposo bruno umano (Cypess et al., 2015). BA: adipocita bruno; UCP1: proteina di disaccoppiamento 1; WA: adipocita bianco

Nei roditori, tutti e tre i sottotipi di β-adrenocettori sono espressi in una serie di depositi sottocutanei e viscerali (Collins et al., 1994; Collins, Daniel, & Rohlfs, 1999; Germack, Starzec, Vassy, & Perret, 1997; Granneman, 1992; Hollenga & Zaagsma, 1989; Komai et al, 2016; Llado et al., 2002; Susulic et al., 1995), con il β3-adrenocettore che è il principale recettore responsabile della lipolisi mediata dal β-adrenocettore negli adipociti bianchi maturi. L’espressione del β-adrenocettore è influenzata anche dallo stato di differenziazione dell’adipocita bianco. L’agonista generale dei β-adrenocettori, l’Isoprenalina, ma non l’agonista altamente selettivo dei β3-adrenocettori, il CL316243, aumenta la proliferazione dei preadipociti, suggerendo un ruolo mediato dai β1-adrenocettori, mentre sia i β1-adrenocettori che i β3-adrenocettori mediano la lipolisi negli adipociti maturi (Germack et al., 1997; Klaus, Seivert, & Boeuf, 2001; Louis, Jackman, Nero, Iakovidis, & Louis, 2000; Susulic et al., 1995). È stato escluso un ruolo del β2-adrenocettore utilizzando antagonisti e agonisti selettivi del recettore.

Questi studi dimostrano collettivamente che i β-adrenocettori sono essenziali per la funzione del WAT, ma che esistono meccanismi di compensazione quando manca il β3-adrenocettore. Non ci sono prove convincenti di un contributo funzionale da parte degli α1- o α2-adrenocettori negli adipociti bianchi autentici dei roditori (Merlin, Sato, Nowell, et al., 2018). Le conoscenze sulla regolazione dell’adiponectina da parte degli adrenocettori sono meno numerose. L’adiponectina, una seconda adipochina secreta dagli adipociti bianchi e bruni, regola l’assorbimento del glucosio, la lipogenesi, la lipolisi e l’ossidazione degli acidi grassi in diversi tessuti, compreso il WAT, in modo autocrino.

Negli esseri umani, l’α1A-adrenocettore mostra una forte espressione in tutti i campioni adulti nativi, ma un’espressione trascurabile negli adipociti coltivati. Al contrario, l’mRNA per l’α1B-adrenocettore è osservato nei tessuti nativi ma anche negli adipociti differenziati di tutti i depositi, mentre l’espressione dell’α1D-adrenocettore è estremamente bassa sia nei tessuti che nelle colture primarie. L’α2A-adrenocettore mostra una forte espressione nei depositi di WAT adulto, un’espressione molto più bassa nel BAT e un’espressione bassa ma significativa nelle colture di adipociti umani maturi. L’espressione dell’α2B-adrenocettore è massima nel BAT fetale, mentre quella dell’α2C-adrenocettore è elevata nel WAT adulto e nel BAT fetale. Livelli significativi di mRNA di α2C-adrenocettori sono osservati anche negli adipociti bruni interscapolari fetali in coltura. Come accennato in precedenza, esiste un’ampia letteratura sul ruolo dei β-adrenocettori nel tessuto adiposo animale; è quindi interessante che tutti e tre i recettori siano espressi nei depositi adiposi umani nativi. Gli mRNA dei β1- e β2-adrenocettori sono presenti in tutti i depositi del BAT e del WAT, mentre l’mRNA del β3-adrenocettore è espresso principalmente nel BAT sopraclaveare adulto. Come altri marcatori termogenici, il numero di β3-adrenocettori è aumentato nel BAT sovraclaveare di un soggetto esposto al freddo (Chondronikola et al., 2016).

Rapporti precedenti hanno utilizzato la RT-PCR per dimostrare l’espressione dei β3-adrenocettori nel WAT, sebbene i segnali fossero costantemente più elevati nel BAT infantile o nel BAT perirenale (Krief et al., 1993; Lonnqvist et al., 1993; Tavernier et al., 1996). Il riscontro costante di una bassissima espressione di β3-adrenocettori nel WAT, sia da RT-PCR che da RNA-Seq, suggerisce che potrebbero esistere sottopopolazioni minori di cellule positive ai β3-adrenocettori nei depositi di WAT umano.

Le colture di adipociti derivate dalla SVF di depositi adiposi umani mostrano un’espressione trascurabile dei β3-adrenocettori, anche dopo il differenziamento in presenza di cocktail altamente adipogenici (Ding et al., 2018; Shinoda et al., 2015). L’mRNA del β1-adrenocettore è trascurabile anche negli adipociti umani primari, mentre il β2-adrenocettore è espresso nelle colture differenziate con valori medi di frammenti per kilobase per milione di reads di 1,8 (adipociti bruni sopraclavicolari) e 2,2 (adipociti bianchi sottocutanei). La mancanza di espressione dei β3-adrenocettori si verifica parallelamente a bassi livelli di mRNA per PPARGC1A, CPT1B e UCP1, tutti elementi centrali per il controllo cellulare della termogenesi. Ciò suggerisce che la differenziazione di adipociti bruni o beige termogenici è difficile da ottenere sperimentalmente negli adipociti umani primari derivati dalla SVF. Shinoda et al. (2015) hanno osservato che la differenziazione di colture clonali di adipociti bruni sopraclavicolari in presenza di 1 μM di Rosiglitazone e/o il trattamento degli adipociti maturi con 10 μM di Forskolina per 4 ore era sufficiente a indurre livelli di espressione di UCP1 simili a quelli osservati nelle biopsie scBAT native, come osservato nelle colture di adipociti bruni e beige di topo (Merlin, Sato, Chia, et al., 2018). Questo tipo di induzione potrebbe essere necessaria per promuovere l’espressione dei β3-adrenocettori, di PPARGC1A e di CPT1B.

L’espressione a basso livello dei sottotipi di β-adrenocettori è stata rilevata mediante qPCR nelle cellule staminali umane multipotenti di derivazione adiposa, con un rapporto di 3:12:1 per i β1:β2:β3-adrenocettori (Mattsson et al., 2011), ma solo gli agonisti dei β1- e β3-adrenocettori aumentano i livelli di mRNA e di proteina di UCP1 in queste cellule (Mattsson et al., 2011). Le cellule differenziate SGBS e PAZ6 sono state analizzate mediante RNA-Seq (Guennoun et al., 2015). L’espressione del β3-adrenocettore non è rilevabile nelle cellule SGBS, ma è significativa nelle cellule PAZ6 differenziate (2,5 RPKM (reads per kilobase per million mapped reads); Guennoun et al., 2015). È quindi evidente che i livelli di espressione degli adrenocettori e dei marcatori termogenici devono essere considerati in diversi sistemi modello quando si studiano potenziali agenti di “inbrunenti”.

Il WAT umano e gli adipociti bianchi dei roditori differiscono significativamente nell’espressione degli α2-adrenocettori, con un’alta espressione degli α2-adrenocettori nel WAT umano (Galitzky, Larrouy, Berlan, & Lafontan, 1990; Mauriege et al, 1991; Mauriege, Marette, et al, 1995; Mauriege, Prud’homme, Lemieux, Tremblay, & Despres, 1995), ma bassa espressione negli adipociti bianchi dei roditori (Merlin, Sato, Nowell, et al. , 2018; Valet et al., 2000). Ormai sappiamo che l’attivazione di α2-adrenocettori accoppiati a Gαi/o negli adipociti bianchi umani inibisce gli aumenti della lipolisi stimolati dalle catecolamine, contrastando così la lipolisi mediata dai β-adrenocettori (Stich et al, 1999), e gli adipociti bianchi degli esseri umani obesi presentano livelli aumentati di α2-adrenocettori, aumento di α2: β-adrenocettori e un aumento delle risposte mediate dagli α2-adrenocettori (Galitzky et al, 1990; Mauriege et al. , 1991; Mauriege, Marette, et al., 1995; Mauriege, Prud’homme, et al., 1995). Quando l’α2-adrenocettore umano è sovraespresso nel tessuto adiposo di topi KO con β3-adrenocettore, la lipolisi mediata dalla catecolamina negli adipociti bianchi è attenuata e i topi sviluppano una maggiore obesità con una dieta ad alto contenuto di grassi (Valet et al., 2000). Nonostante l’espressione significativa degli α1A- e α1B-adrenocettori nel tessuto adiposo umano nativo, non vi sono prove funzionali convincenti di un’attività diretta delle catecolamine.

  • “Stubborn Fat”

I due tipi di adrenocettori sopra citati, non controllano solo il metabolismo delle cellule grasse, ma anche il flusso sanguigno in entrata e in uscita da queste ultime. Di conseguenza, i β2-AR aumentano la lipolisi e il flusso sanguigno del tessuto adiposo mentre i α2A-AR inibiscono la lipolisi e il flusso sanguigno del tessuto adiposo.

Quindi, le diverse aree del grasso corporeo hanno una diversa distribuzione degli adrenorecettori β2 e α2A e questo influisce profondamente sulla capacità o meno di mobilitare e trasportare il grasso al di fuori di esse.

L’esempio più estremo è quello del grasso corporeo inferiore (fianchi e cosce), in cui è stato riscontrato un numero di recettori α2A circa 9 volte maggiore rispetto ai recettori β2. Alcune ricerche suggeriscono che il grasso addominale degli uomini ha una maggiore densità di recettori α2A (rispetto, ad esempio, al grasso viscerale), anche se non è così accentuato come per il grasso corporeo inferiore. Sebbene non sia stato studiato, è probabile che anche il grasso della parte inferiore della schiena sia relativamente resistente agli stimoli lipolitici, a causa di un numero maggiore di recettori α2A.

I dismorfismi sessuali sulla ripartizione calorica sembrano mostrare che nelle donne, dopo un pasto, può verificarsi una distribuzione calorica preferenziale nel grasso dell’area inferiore del corpo, oltre ad una ridistribuzione del grasso dalla parte superiore a quella inferiore del corpo.

Non è raro, infatti, che le donne lamentino una perdita sensibile nella parte superiore del corpo con una concomitante ed apparente peggioramento dei depositi adiposi nella parte inferiore. Una donna potrebbe mobilitare bene il grasso della parte superiore del corpo, ma immagazzinare parte di quel grasso nei depositi della parte inferiore del corpo. La parte superiore del corpo diventa più magra, quella inferiore più grassa. Questa possibilità può interessare a diverso grado anche gli uomini.

Come accennato in precedenza, oltre alle differenze nella reattività agli stimoli lipolitici, i depositi di “grasso testardo” hanno un flusso sanguigno significativamente più scarso rispetto ad altri depositi.

Alcuni studi hanno dimostrato che il flusso sanguigno nella parte inferiore del corpo può essere inferiore del 67% rispetto ad altri depositi. Il grasso viscerale ha un flusso sanguigno estremamente buono e viene mobilitato molto rapidamente.

La scarsa circolazione sanguigna ha due conseguenze importanti. In primo luogo, significa che gli ormoni trasportati dal sangue non possono raggiungere a concentrazioni ottimali le cellule adipose. In secondo luogo, un flusso sanguigno insufficiente rende più difficile far uscire il grasso mobilitato dalla cellula grassa per ossidarlo altrove.

Il motivo per cui il flusso sanguigno è così scarso non è ben definito. In parte potrebbe trattarsi semplicemente di un minor numero di vasi sanguigni, visto che gli studi di imaging ne mostrano pochi in quell’area. Inoltre, sembra che i vasi sanguigni della parte inferiore del corpo abbiano più recettori α2A che β2; ciò ha la stessa conseguenza della lipolisi. Più recettori α2A significano più vasocostrizione e meno vasodilatazione, il che si traduce in un minor flusso sanguigno.

Un fattore da tenere in considerazione è che, l’Estradiolo aumenta direttamente il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici negli adipociti sottocutanei. L’aumento del numero di recettori α2A-adrenergici causa una risposta lipolitica attenuata delle Catecolamine o delle ammine simpaticomimentiche negli adipociti sottocutanei; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-adrenergici negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale.

Questi risultati mostrano che una cattiva gestione degli estrogeni abbassa la risposta lipolitica nel deposito di grasso sottocutaneo aumentando il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Si è scoperto che questo effetto degli estrogeni è causato dal sottotipo α del recettore degli estrogeni (ERα).

Questi risultati dimostrano che una sovraespressione estrogenica attenua la risposta lipolitica attraverso la sovra-regolazione del numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici solo nel sottocutaneo e non nei depositi di grasso viscerale. Ciò rappresenta una spiegazione del modo in cui gli estrogeni mantengono la tipica distribuzione del grasso femminile nel sottocute, poiché gli estrogeni sembrano inibire la lipolisi solo nei depositi sottocutanei, spostando così l’assimilazione del grasso dai depositi intra-addominali a quelli sottocutanei peggiorando la situazione dei depositi di “grasso testardo” pre-esistenti e “generandone” di nuovi.

Antagonisti degli α2-AR:

Fentolamina; un α2 bloccante

Gli α2 bloccanti sono un sottoinsieme della classe dei farmaci α-bloccanti e sono antagonisti del recettore adrenergico α2. Sono utilizzati principalmente nella ricerca, avendo trovato un’applicazione clinica limitata nella medicina umana. Gli α2 bloccanti aumentano il rilascio di Noradrenalina e bloccano, per l’appunto, l’attività recettoriale degli α2-AR.

La Yohimbina, storicamente utilizzata come afrodisiaco, è talvolta impiegata in medicina veterinaria (anche se ora è stata ampiamente sostituita dall’atipamezolo) per invertire gli effetti degli α2-AR, come la Medetomidina, utilizzati come sedativi durante gli interventi chirurgici.[33]

Gli antidepressivi tetraciclici Mianserina e Mirtazapina sono α2-bloccanti , anche se la loro efficacia come antidepressivi può derivare dalla loro attività su altri siti recettoriali.

Meccanicamente, i α2-bloccanti aumentano i neurotrasmettitori adrenergici, dopaminergici e serotoninergici e inducono la secrezione di Insulina, riducendo i livelli di zucchero nel sangue.

La sospensione repentina degli α2-bloccanti può essere difficile o pericolosa, poiché la sottoregolazione globale dei neurotrasmettitori può causare sintomi di depressione e altri problemi neurologici, e l’aumento dei livelli di zucchero nel sangue insieme alla diminuzione della sensibilità all’insulina può causare in alcuni casi stati diabetici. Inoltre, può verificarsi una riduzione della microcircolazione insieme alla supersensibilità all’adrenalina in organi come il fegato.

  • Yohimbina e α-yohinbina
Yohimbina

Non vi è dubbio che la Yohimbina rappresenti l’α2-antagonista più usato per ridurre il grasso corporeo e, nello specifico, le zone del “grasso testardo”.

Se assunta alla dose raccomandata (≤0,2mg per kg di peso corporeo), la Yohimbina può causare nausea, dolore addominale, vertigini, nervosismo e ansia.[34]

Dosi più elevate di Yohimbina possono essere pericolose; un rapporto del 2005 ha rilevato che la Yohimbina ha il più alto tasso di effetti tossici di qualsiasi prodotto botanico.[35] Casi di ingestione di Yohimbina in eccesso hanno suggerito che l’ansia, l’ipertensione (pressione alta), la tachicardia (frequenza cardiaca elevata), le aritmie e l’agitazione sono tra gli effetti collaterali più gravi di questo composto.[35]

La Yohimbina è un α2-antagonista adrenergico selettivo. In altre parole, ha come bersaglio e inattiva una classe di recettori del sistema nervoso che risponde al neurotrasmettitore Noradrenalina.[36] L’antagonismo dei recettori α2 aumenta il rilascio di Noradrenalina da parte del sistema nervoso simpatico, causando gli effetti stimolanti e “iperadrenergici” della Yohimbina.

La Yohimbina inibisce anche l’attività dei recettori α2 sulle cellule adipose, dove la Noradrenalina agisce normalmente per sopprimere il rilascio di grasso. L’inibizione dell’effetto antilipolitico della Noradrenalina consente una maggiore lipolisi (e conseguente ossidazione lipidica).[37]

Dosi giornaliere totali di 0,2mg/kg di peso corporeo sono state utilizzate con successo per aumentare la mobilitazione lipidica dai depositi di “grasso testardo” e la successiva ossidazione dei grassi senza implicazioni significative sui parametri cardiovascolari come la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Ciò si traduce in un dosaggio giornaliero totale di:

  • 14 mg per una persona di 68 kg
  • 18 mg per una persona di 91 kg
  • 22 mg per una persona di 113 kg.

Queste dosi totali giornaliere si riferiscono all’uso di Yohimbina come unico agente con azione riduttiva sulla attività dei recettori α2. Tali dosaggi vengono spesso suddivise e assunte in due o quattro dosi nel corso della giornata. Ad esempio, una persona di 68 kg potrebbe assumere 7mg due volte al giorno (lontano dai pasti) per raggiungere una dose totale di 14mg.

Nota: non tutti i soggetti sono in grado di tollerare la “dose piena” ricavata dalla sopra citata formula. In quel caso, l’utilizzatore mantiene la tose tollerabile raggiunta.

Rauwlscina

Se si considera lo stesso recettore α2, la Yohimbina sembra avere una selettività per la subunità α2C piuttosto che per la A o la B; la selettività è compresa tra 4 e 15 volte,[38] mentre la Rauwolscina [α-yohimbina] sembra non essere selettiva tra queste tre subunità.[39][38] La Rauwlscina sembra essere efficace a livello del recettore quanto la Yohimbina ma con una emivita di circa 5h contro i 30 minuti della prima emivita della Yohimbina.[40]

Il fatto che la Yohimbina è selettiva per la subunità α2C più che per altre subunità, compresa l’importante A, se parliamo di α2-AR adipocitari, la sua efficacia risulta moderatamente ridotta per la riduzione del “grasso testardo”, sebbene la subunità α2C sia ad un certo grado espressa anche nel WAT; o per lo meno lo è se utilizzata come unico agente interferente l’attività adipocitaria dei α2-AR.

Introduzione agli ACE II inibitori:

Captopril

Leonard T. Skeggs e i suoi colleghi (tra cui Norman Shumway) scoprirono l’ACE [Inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina] nel plasma nel 1956.[41] Le scoperte avvenute nel corso di un annosa ricerca hanno portato allo sviluppo del Captopril, il primo ACE-inibitore attivo per via orale, nel 1975.[42]

Bradichinina

Gli ACE inibitori inibiscono l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina, un componente importante del sistema renina-angiotensina che converte l’angiotensina I in angiotensina II e idrolizza la bradichinina.[43] Pertanto, gli ACE inibitori diminuiscono la formazione di angiotensina II, un vasocostrittore, e aumentano il livello di bradichinina, un vasodilatatore peptidico.[43] Questa combinazione è sinergica nell’abbassare la pressione sanguigna.

Gli ACE-inibitori riducono l’attività del sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone (RAAS) come evento eziologico (causale) primario nello sviluppo dell’ipertensione nelle persone con diabete mellito, come parte della sindrome da insulino-resistenza o come manifestazione di una malattia renale.[44][45]

Il sistema renina-angiotensina-aldosterone è un importante meccanismo di regolazione della pressione sanguigna. I marcatori di squilibrio elettrolitico e idrico nell’organismo, come l’ipotensione, la bassa concentrazione di sodio nel tubulo distale, la diminuzione del volume sanguigno e l’elevato tono simpatico, innescano il rilascio dell’enzima renina dalle cellule dell’apparato juxtaglomerulare del rene.

Renina

La renina attiva un proormone circolante derivato dal fegato, l’angiotensinogeno, mediante scissione proteolitica di tutti i suoi residui aminoacidici, tranne i primi dieci, noti come angiotensina I. L’ACE (enzima di conversione dell’angiotensina) rimuove quindi altri due residui, convertendo l’angiotensina I in angiotensina II. L’ACE si trova nella circolazione polmonare e nell’endotelio di molti vasi sanguigni.[46] Il sistema aumenta la pressione sanguigna aumentando la quantità di sale e acqua trattenuta dal corpo, sebbene l’angiotensina II sia anche un potente vasocostrittore.[47]

Struttura dell’Angiotensina I e II

Gli ACE-inibitori sono stati inizialmente approvati per il trattamento dell’ipertensione e possono essere utilizzati da soli o in combinazione con altri farmaci antipertensivi. In seguito, si sono rivelati utili per altre malattie cardiovascolari e renali[48], tra cui:

  • Infarto miocardico acuto (attacco cardiaco)[49]
  • Insufficienza cardiaca (disfunzione sistolica ventricolare sinistra)[50]
  • Complicanze renali del diabete mellito (nefropatia diabetica), grazie alla riduzione della pressione arteriosa e alla prevenzione del danno da iperfiltrazione glomerulare[51].

Angiotesina II e tessuto adiposo:

Noradrenalina

L’angiotensina II determina, tra le atre cose, un aumento del rilascio di catecolamine (Noradrenalina), della sensibilità alle catecolamine e della loro attività.[52]

L’angiotensina II può essere prodotta dal tessuto adiposo umano; a questo proposito, l’angiotensinogeno e gli enzimi coinvolti nella sua conversione in Ang II, nonché le vie RAS (renina, enzima di conversione dell’angiotensina: ACE) e non RAS (catepsina D, catepsina G) sono espressi nel tessuto adiposo umano. Inoltre, anche i recettori dell’Ang II sono espressi nel tessuto adiposo, il che suggerisce un ruolo locale di questo ormone nella regolazione dell’adipogenesi, del metabolismo lipidico e nella patogenesi dell’obesità28,48. L’influenza dell’Ang II sugli adipociti è mediata dall’attivazione dei recettori АТ1 e АТ2, coinvolgendo diversi sistemi di trasduzione del segnale, tra cui le risposte Са 2+, la proliferazione e la differenziazione cellulare, l’accumulo di trigliceridi, l’espressione dei geni delle adipochine e la secrezione di queste ultime [53]. L’angiotensina II ha anche un effetto anti-adipogenico, riducendo la differenziazione delle cellule pre-adipose umane [54]. Pertanto, questo ormone potrebbe rappresentare un fattore protettivo contro l’espansione incontrollata del tessuto adiposo [55].Questo effetto anti-adipogenico dell’Ang II è stato osservato anche nel grasso omentale di esseri umani affetti da obesità, con la partecipazione della via della chinasi regolata dal segnale extracellulare/1,2 (ERK/1,2) e la fosforilazione del recettore gamma attivato dal proliferatore del perossisoma (pPARG) [56]. Durante questo processo, l’origine dell’Ang II può essere sia da RAS che da vie non RAS; queste ultime potrebbero essere più importanti in questo processo [57]. Tuttavia, oltre a questo effetto, l’Ang II può aumentare il contenuto di trigliceridi e l’attività di due enzimi lipogenici (FAS: sintasi degli acidi grassi e GPDH: glicerolo-3-fosfato deidrogenasi) in colture primarie di cellule adipose umane, suggerendo un controllo dell’adiposità attraverso la regolazione della sintesi e dell’immagazzinamento dei lipidi negli adipociti [58]. L’Ang II regola anche il flusso sanguigno regionale verso il tessuto adiposo e le dimensioni e il numero delle cellule grasse [59]. Queste scoperte sono state confermate dal blocco sperimentale dell’Ang II, che influenza direttamente il peso corporeo e l’adiposità [60].

Effetti adipogenici e anti-adipogenici del sistema renina-angiotensina (RAS). La produzione locale di angiotensina II (Ang II) nel tessuto adiposo è coinvolta nella regolazione dell’adipogenesi e del metabolismo lipidico. L’Ang II ha un effetto anti-adipogenico riducendo la differenziazione adipogenica delle cellule pre-adipose umane con la partecipazione di ERK e pPARG. L’Ang II può anche aumentare il contenuto di trigliceridi negli adipociti attivando due enzimi lipogenici, FAS e GPDH. Questo effetto anti-adipogenico dell’Ang II può essere regolato. L’Ang II può essere catabolizzato dall’ACE2 adiposo per formare l’Ang 1-7 che interagisce con i recettori dell’Ang 1-7 (Mas) sugli adipociti, attivando la PI3K/Akt e l’inibizione delle vie MAPK chinasi/ ERK e inducendo un effetto inibitorio nell’Ang II/AT1 anti-adipogenico, promuovendo l’adipogenesi. AT1: Recettore-1 dell’angiotensina II; AT2: Recettore-2 dell’angiotensina II; RAS: Renin Angiotensin System; Cathep D, G: Cathepsin D, Cathepsin G; ACE1: angiotensin-converting enzyme-1; ACE2: angiotensin-converting enzyme-2; Ang 1-7: Angiotensina 1-7; ERK: extracellular signal-regulated kinase; pPARG: phosphorylated peroxisome proliferator-activated receptor gamma; FAS: fatty acid synthase; GPDH: glicerolo-3-fosfato deidrogenasi; MAPK chinasi/ERK: mitogen-activated protein kinases/extracellular signal-regulated kinases; PI3K/Akt: fosfatidilinositolo 3-chinasi/proteina chinasi B.

È stata documentata anche la regolazione autocrina dell’Ang II durante l’adipogenesi. L’angiotensina II può essere catabolizzata nei tessuti adiposi dall’enzima adiposo di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) per formare l’Ang 1-7. La regolazione autocrina del sistema angiotensinico locale implica la coespressione dei recettori dell’Ang II (AT1 e AT2) e dei recettori dell’Ang 1-7 (Mas) sugli adipociti. L’attivazione del recettore Mas da parte dell’Ang 1-7 ha un effetto contrario all’effetto anti-adipogenico dell’Ang II, inducendo l’adipogenesi attraverso l’attivazione delle vie PI3K/Akt e l’inibizione delle vie MAPK chinasi/ERK [61] . In questo contesto, la regolazione autocrina dell’asse Ang II/AT1-ACE2-Ang 1-7/Mas durante l’adipogenesi è in grado di produrre ormoni e citochine che promuovono l’infiammazione, l’accumulo di lipidi, l’IR e le componenti del RAS, che si attivano in presenza di obesità come meccanismi chiave correlati all’obesità dell’ipertensione e di altre componenti della sindrome cardiometabolica [62].

  • Angiotesina II e α2A-AR

Una caratteristica di particolare interesse in riferimento all’Angiotesina II è il fatto che sia un polipeptide necessario per l’espressione di alcuni recettori α2 (ma non di tutti). Ciò significa che senza l’Angiotensina II i recettori α2 non possono essere sviluppati in alcune cellule. Di conseguenza, se sottoregoliamo l’Angiotensina II, prodotta naturalmente dall’organismo, il normale rinnovamento dei recettori α2 non avverrà. Bisogna capire che in ogni cellula c’è un costante rinnovamento recettoriale. Bloccando la formazione di un tipo specifico di recettore in una cellula (ad esempio i recettori α2), dopo un po’ di tempo non ci saranno più recettori α2 in questa cellula. I vecchi recettori saranno completamente degradati e avremo impedito alla nuova generazione di recettori di sostituire quelli vecchi.

Attività dell’Angiotesina II a livello dei α2A-AR e del Recettore dell’Angiotesina II dell’adipocita del WAT

Quindi, sotto-regolazione marcata dei α2 recettori . Il problema principale è se questa azione dell’Angiotensina II avviene nelle cellule adipose. L’Angiotensina II agisce solo sui recettori α2 che rispondono a due condizioni:

  • Sembra avere il massimo effetto sui recettori α2 del sottotipo “A”. Ciò è positivo, poiché sono proprio questi recettori a trovarsi nelle cellule adipose. Quindi, la prima condizione è soddisfatta.
  • L’Angiotensione II agisce solo sulle cellule ricche di recettori α2 e di recettori dell’Angiotensina II. Sappiamo già che le cellule adipose sono molto ricche di recettori α2. Da tempo i ricercatori sanno anche che le cellule adipose sono ricche di recettori dell’Angiotensina II.

Il punto chiave da ricordare è che nelle cellule grasse l’Angiotensina II è necessaria perché i recettori α2 si rinnovino normalmente. Se impediamo in qualche modo la formazione di Angiotensina II, causeremo grossi problemi nel rinnovo dei recettori α2A nelle cellule adipose.

Quindi, tutto ciò che occorre fare è alterare la produzione di Angiotensina II attraverso l’uso principale di ACE II inibitori. Nel giro di poche settimane il numero di recettori α2 diminuirà sensibilmente.

Quinapril

L’uso di ACE II inibitori ha quindi il potenziale di attenuare la sensibilità agli α2-adrenocettori negli adipociti umani. L’effetto del Quinapril, un ACE II inibitore lipofilo, è stato maggiore di quello dell’Enalapril [www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles], un ACE II inibitore idrofilo. Gli ACE II inibitori lipofili possono avere un effetto vasodilatatore più potente rispetto agli ACE II inibitori idrofili. La concentrazione di Angiotensina II nei tessuti piuttosto che nel plasma può contribuire alla sensibilità e il numero degli α2-adrenocettori.

Enalapril

È stato riportato che l’ACE inibitore lipofilo, Quinapril, riduce la concentrazione tissutale di Angiotensina II in misura maggiore rispetto all’ACE inibitore idrofilo, Enalapril, da 5 a 24 ore dopo una singola somministrazione orale nei ratti. I tempi di raggiungimento della concentrazione plasmatica massima del Quinapril e del suo metabolita attivo sono stati di 2-3 ore [63, 64]. Pertanto, per esaminare più chiaramente la cosa, ciascun farmaco è stato somministrato 22 e 3 ore prima dell’esame. Entrambi gli ACE inibitori hanno soppresso le attività plasmatiche dell’ACE per oltre il 90%. Questo risultato conferma i precedenti risultati ottenuti in soggetti giapponesi [65]. Sebbene la soppressione dell’attività dell’enzima convertitore dell’Angiotensina nel plasma e la pressione arteriosa sistemica non differissero tra i due farmaci, l’attenuazione della sensibilità degli α-adrenocettori alla Fenilefrina era maggiore nei soggetti trattati con Quinapril rispetto a quelli trattati con Enalapril. Le osservazioni e i rapporti precedenti [66] suggeriscono che la concentrazione di Angiotensina II nei tessuti piuttosto che quella nel plasma può contribuire alla sensibilità dei recettori α-adrenergici nei vasi ed in altri tessuti come quello adiposo. Inoltre, l’ACE inibitore lipofilo può essere più potente dell’ACE inibitore idrofilo. Infatti, il Quinapril ha attenuato la risposta vasopressore della Fenilefrina più dell’Enalapril e l’intervallo di confidenza del 95% per le differenze di ED50 tra Enalapril e Qinapril è stato di 31,1-397,5. Sebbene l’entità dell’attenuazione della sensibilità dei recettori α-adrenergici indotta dalla soppressione dell’ACE tissutale con Quinapril fosse varia, ciò è coerente con un altro esperimento in vitro [67].

Quando osservata, la concentrazione di Noradrenalina nel siero durante il riposo a letto non è cambiata prima e dopo la somministrazione del farmaco ACE inibitore. Rapporti precedenti hanno dimostrato che gli ACE inibitori attenuano il deflusso del nervo simpatico negli animali e nell’uomo [68, 69]. Negli studi in cui non è stato applicato alcun carico al sistema nervoso simpatico, non è stato possibile rilevare alcun cambiamento nel flusso simpatico indotto dagli ACE inibitori.

Applicazione degli ACE II inibitori nel trattamento del “grasso testardo”:

  • La genesi dell’uso degli ACEI come PEDs
Daniel (“Dan”) Duchaine

Nonostante il potenziale maggiore nella sotto-regolazione degli α2A-AR attribuita agli ACE inibitori con caratteristiche prettamente lipolifiche, la molecola appartenente a questa classe di farmaci maggiormente utilizzata per tale scopo e da più tempo è il Captopril. Questo storico ACE II inibitore mostra però caratteristiche idrofile. Certo, la sua maggiore diffusione è legata senza dubbio agli anni dalla sintesi e immissione nel circuito farmaceutico della molecola, ma anche, e soprattutto, al suo lancio come PEDs da parte, tra i primi, di Dan Duchaine (1952-2000).

Le proprietà potenziali sulla composizione corporea del Captopril vennero individuare per la prima volta in alcune atlete interessate ad assumere un farmaco che le desse un miglioramento della composizione corporea ma senza virilizzazione. Così quella divenne l’occasione giusta per testare il Captopril. La dieta delle atlete non venne cambiata. Le atlete hanno continuato per un paio di mesi ad assumere il Captopril come unico farmaco. Avevano migliorato leggermente il trofismo, ma non molto. Ciò che però colpì i “pionieri della preparazione” fu il fatto che avevano perso grasso in aree in cui prima non erano riuscite a perderlo in modo significativo.

Approfondendo le caratteristiche della molecola attraverso la consultazione di testi accademici reperiti alla biblioteca medica, scoprirono che la relazione tra il Captropril e i recettori α2.

Con il procedere del tempo e le sperimentazione dose-tempo nell’applicazione del Captopril (ma non solo), si è notato che il farmaco poteva rendere possibile la riduzione totale della dose di Yohimbina migliorando notevolmente la compliance dell’utilizzatore.

Sappiamo, infatti, che la Yohimbina presenta una selettività maggiore per i recettori α2C piuttosto che ai sottogruppi “A” e “B”. Questa caratteristica risulta limitativa nell’azione ricercata nella Yohimbina come α2-antagonista adipocitario. L’inserimento del Captopril [o di altro ACE II inibitore] permette di 1) ridurre sensibilmente il numero di α2A-AR nell’adipocita e 2) di permettere, a dosaggio di 1/2 fino a 1/3, un legame antagonista da parte della Yohimbina nei confronti degli α2-AR rimasti. L’uso della α-yohimbina, non presentando tale affinità selettiva, migliora sensibilmente questo effetto sinergico.

Situazione adipocitaria in fisiologia con attività catecolaminergica a livello degli adrenocettori nel adipocita;
Impatto sulla attività adrenorecettoriale con somministrazione di Yohimbina;
Impatto sulla densità/numero adrenorecettoriale con somministrazione di un ACE II inibitore [Captopril];
Impatto additivo sulla densità, numero, funzionalità e attivazione adrenorecettoriale con somministrazione di Yohimbina e un ACE II inibitore [Captopril].
  • Le limitazioni degli ACE II inibitori
  • Il Captopril [e in generale gli ACE II inibitori] non è un farmaco che manifesta rapidamente i suoi effetti dal punto di vista estetico. Bisogna ricordare che la regolazione degli α2-AR richiede almeno due mesi prima di diventare significativa.
  • È necessario seguire una dieta ipocalorica per vedere ottimi risultati in termini di perdita di grasso ostinato. Abbiamo detto, infatti, che i recettori α2-AR impediscono la normale perdita di grasso la dose si presentano in maggiori concentrazioni. Questo non significa, però, che si perderà automaticamente grasso di deposito solo perché si è ridotto il numero di recettori α2. Significa solo che la perdita di grasso ostinato indotta dalla dieta ipocalorica sarà più “facile”. Avrà un effetto permissivo sulla perdita di grasso ostinato, consentendo di ridurre i depositi adiposi con un rapporto di α2-AR più elevato.
  • L’ultima limitazione è che esiste ancora una linea di difesa per le cellule adipose e la conservazione delle riserve lipiche. Eliminando parzialmente la linea di difesa rappresentata dagli α2-AR, se ne attiva una nuova costituita da recettori antilipolitici chiamati peptide YY, anch’essi localizzati sulle cellule adipose. Ciò significa che la riduzione del livello dei recettori α2-AR permetterà di perdere più grasso ostinato di quanto sarebbe stato normalmente possibile, ma le limitazioni genetiche saranno sempre presenti.

Ma l’uso di Captopril [o altro ACE II inibitore] può permettere di fare un grande passo avanti nella giusta direzione se l’obbiettivo è una marcata riduzione della body fat, soprattutto le aree ostinate.

  • Esempi applicativi degli ACE II inibitori per il trattamento del “Stubborn Fat”

Nell’approccio protocollare di base, e se prendiamo come esempio di ACE II inibitore il Captopril:

  • Captopril = 50mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
  • Yohimbina = 5-10mg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
  • α-yohimbina = 3/5mg die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ].

Nell’approccio protocollare intermedio:

  • Captorpil = 50-75mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
  • Yohimbina = 10mg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
  • α-yohimbina = 5-6mg die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ];
  • T3 = 25mcg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 12,5mcg) e controllo ematico del FT3].

Nell’approccio protocollare avanzato:

  • Captorpil = 100mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
  • Yohimbina = 0.2mg/Kg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
  • α-yohimbina = 0.1mg/Kg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ];
  • T3 = 50mcg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 12,5mcg) e controllo ematico del FT3];
  • Salbutamolo = 8-12mg/die [dose da raggiungere con aumenti ogni 1-2 giorni (pari a 2mg)];
    • Alternativa: Clenbuterolo = 1mcg/Kg/die (range 40-80mcg) [dose da raggiungere con aumenti ogni 2 giorni (pari a 10-20mcg) e test della sensibilità/tolleranza];
  • Nedbivololo = 5mg/die [dose di partenza 2,5mg/die e valutazione della tolleranza].

*Nota bene: Nessuno dei protocolli sopra esposti rappresenta un indicazione d’uso o una prescrizione medica di applicazione. Tali informazioni SONO AD ESCLUSIVO SCOPO ESEMPLIFICATIVO!

  • Effetti collaterali degli ACE II inibitori
    • pressione bassa;
    • tosse. Un altro possibile effetto avverso specifico degli ACE-inibitori, ma non di altri bloccanti del RAAS, è l’aumento del livello di bradichinina. La tosse secca persistente è un effetto avverso relativamente comune che si ritiene sia associato all’aumento dei livelli di bradichinina prodotto dagli ACE inibitori, anche se il ruolo della bradichinina nella produzione di questi sintomi è stato contestato. Tuttavia, molti casi di tosse in persone che assumono ACE inibitori potrebbero non essere dovuti al farmaco stesso. Alcuni (0,7%) sviluppano angioedema a causa dell’aumento dei livelli di bradichinina. Può esistere una predisposizione genetica. ;
    • iperkaliemia. Il potassio elevato nel sangue è un’altra possibile complicazione del trattamento con un ACE-inibitore, dovuta al suo effetto sull’aldosterone. La soppressione dell’angiotensina II porta a una diminuzione dei livelli di aldosterone. Poiché l’aldosterone è responsabile dell’aumento dell’escrezione di potassio, gli ACE-inibitori possono causare una ritenzione di potassio. Alcune persone, tuttavia, possono continuare a perdere potassio durante l’assunzione di un ACE-inibitore. È necessario un attento monitoraggio dei livelli di potassio nei soggetti in trattamento con ACE-inibitori che sono a rischio di iperkaliemia.;
    • cefalea;
    • vertigini;
    • affaticamento;
    • nausea e compromissione renale. I soggetti che iniziano la terapia con un ACE-inibitore presentano di solito una modesta riduzione della velocità di filtrazione glomerulare (eGFR). Tuttavia, la riduzione può essere significativa in condizioni di preesistente ridotta perfusione renale, come stenosi dell’arteria renale, insufficienza cardiaca, malattia renale policistica o deplezione di volume. Una moderata riduzione della funzione renale, non superiore al 30% di aumento della creatinina sierica, che si stabilizza dopo una settimana di trattamento. La riduzione del eGFR è un problema soprattutto se il paziente assume contemporaneamente un FANS e un diuretico. Quando i tre farmaci vengono assunti insieme, il rischio di sviluppare un’insufficienza renale aumenta notevolmente.
    • Una rara reazione allergica grave può colpire la parete intestinale e causare secondariamente dolore addominale.

Ma gli ARB/Sartani possono essere un sostituto agli ACE II inibitori per lo scopo qui discusso?

Telmisartan

Sono circa vent’anni che si è scoperto che il Telmisartan, un Bloccante del Recettore dell’Angiotensina II (ARB) approvato per il trattamento dell’ipertensione, è anche un agonista parziale di PPARγ.[70-71] Mentre gli agonisti completi di PPARγ, come il Rosiglitazone e il Pioglitazone, promuovono l’aumento di peso alterando la distribuzione del grasso e la differenziazione degli adipociti, gli agonisti parziali (agonisti/antagonisti misti) di PPARγ possono avere la capacità di ritardare l’aumento di peso promuovendo al contempo la differenziazione degli adipociti.[72] Ad esempio, è stato scoperto che il Telmisartan può promuovere la differenziazione degli adipociti ma anche attenuare l’aumento di peso, migliorando al contempo il metabolismo del glucosio e dei lipidi nei ratti alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi e carboidrati.[70] Sharma et al[73] hanno riportato che il blocco del recettore dell’angiotensina II di tipo 1, di per sé, può promuovere la differenziazione degli adipociti e hanno proposto che questo possa contribuire agli effetti antidiabetici degli antagonisti del recettore dell’angiotensina II. Non è noto se molecole bifunzionali come il Telmisartan, che attivano PPARγ e bloccano il recettore dell’angiotensina II, esercitino effetti diversi sulle dimensioni degli adipociti e sui determinanti primari del peso corporeo rispetto ai normali bloccanti del recettore dell’angiotensina, come il Valsartan, che non hanno la capacità di attivare PPARγ.

Valsartan

Negli studi si è scoperto che il Telmisartan, ma non il Valsartan, aumenta l’espressione dei geni di un fattore di trascrizione nucleare (TFAM) che regola la funzione mitocondriale e di una proteina mitocondriale (MTCO1) coinvolta nella fosforilazione ossidativa. Rispetto agli agonisti totali convenzionali di PPARγ, come i Tiazolidinedioni, gli agonisti parziali del PPARγ, come il Telmisartan, possono avere la capacità di reclutare in modo preferenziale alcuni coattivatori trascrizionali che sono particolarmente importanti nella regolazione dei geni che controllano la funzione mitocondriale e il metabolismo energetico.[74-75] Ad esempio, gli agonisti parziali sembrano reclutare preferenzialmente il coattivatore 1-α di PPARγ, un coattivatore trascrizionale noto per stimolare l’espressione di TFAM, che, a sua volta, può aumentare l’espressione dei geni mitocondriali (ad esempio, MTCO1) e, in ultima analisi, la biogenesi mitocondriale.[75-76] Sebbene i precisi meccanismi cellulari e molecolari che mediano i robusti effetti del Telmisartan sul peso corporeo, sul dispendio energetico e sul metabolismo dei grassi rimangano da chiarire, gli studi sul reclutamento del coattivatore PPARγ e sull’espressione dei geni target, nonché sul numero, la struttura e la funzione dei mitocondri, potrebbero rappresentare aree di indagine potenzialmente fruttuose in futuro.

Ciò che si è anche notato con gli ARB, ma soprattutto con il Telmisartan, è che ha una azione sulla distribuzione del grasso più che sulla sua riduzione sistemica. Infatti, il Telmisartan ha mostrato di indurre la riduzione del grasso viscerale ma senza cambiamenti statistici sui deposito sottocutanei. Le più recenti review che hanno esaminato l’effetto del Telmisartan sulla condizione metabolica e composizione corporea dei pazienti trattati, hanno evidenziato che i risultati suggeriscono che questo sartano influisce sulla distribuzione del grasso, inducendo una riduzione del grasso viscerale, e quindi potrebbe essere utile nei pazienti ipertesi con obesità/sovrappeso, sindrome metabolica o intolleranza al glucosio.

Anche i dati aneddotici di un certo valore e design suggeriscono uno “spostamento” nell’equilibrio di mobilitazione delle riserve di grasso verso la perdita dei depositi viscerali invece di quelli sottocutanei. Ed è per tale motivo che diversi preparatori ne evitino l’uso sotto gara.

Questo “effetto shift” sul bilancio della mobilitazione delle riserve di grasso dal grasso sottocutaneo ad una prevalenza del viscerale si manifesta in modo significativo nel range di dosaggio di 80-160mg/die.

PPARγ

L’attività come agonista parziale del PPARγ è il motivo principale per il quale in Telmisartan agisce sul metabolismo lipidico adipocitario. Si è affermato che coloro i quali vogliono bypassare il problema dello shift della mobilitazione adiposa possono farlo assumendo l’Oleuropeina. Ora, non vi è nulla di certo e poco che superi la sottile linea tra ipotesi e dato realmente misurato, ma alcuni, soprattutto coloro i quali mal tollerano gli aumenti di bradichinina dati dagli ACE II inibitori, inseriscono questo supplemento erboristico nel tentativo di risolvere la sopra citata limitazione.

Peccato, però, che grazie a questa attività di agonista parziale del PPARγ, il Telmisartan può ridurre lo stoccaggio dei trigliceridi negli adipociti durante una dieta ipercalorica. In topi trattati per 28 giorni con ARB e ACE I, si è osservato un inferiore accumulo adiposo, minor peso corporeo, miglior controllo sull’assunzione di cibo rispetto ai topi non trattati con una dieta ad alto contenuto lipidico.

Nonostante, in teoria, l’effetto sul “grasso testardo” possa essere trattato anche attraverso il blocca del recettore dell’Angiotesina II, i dati a nostra disposizione ci mostrano una superiorità di azione e versatilità legata agli ACE II inibitori. L’uso di ARB, in particolar modo del Telmisartan, potrebbe avere un applicazione logica (se non si parla di soggetti obesi o in sovrappeso) nel gestione del grasso corporeo durante le fasi di ipercalorica, ad un dosaggio ipotetico di 40-80mg/die, al fine di ridurre l’accumulo adiposo e migliorare la qualità complessiva del peso raggiunto in Bulk.

  • Effetti collaterali degli ARB:
    • tachicardia e bradicardia (battito cardiaco accelerato o lento);
    • ipotensione (pressione sanguigna bassa);
    • edema (gonfiore di braccia, gambe, labbra, lingua o gola, quest’ultimo con conseguenti problemi di respirazione);
    • potenziale manifestazione di reazioni allergiche;
    • infezioni del tratto respiratorio superiore;
    • diarrea;
    • mal di schiena;
    • problemi renali;
    • iperkalemia.

Conclusioni:

Abbiamo visto come gli adrenocettori svolgono un ruolo importante nella biologia e nella fisiologia del tessuto adiposo, che comprende la regolazione della sintesi e dell’immagazzinamento dei trigliceridi (lipogenesi), la degradazione dei trigliceridi immagazzinati (lipolisi), la termogenesi (produzione di calore), il metabolismo del glucosio e la secrezione di ormoni derivati dagli adipociti che possono controllare l’omeostasi energetica dell’intero corpo. Questi processi sono regolati dal sistema nervoso simpatico attraverso l’azione di diversi sottotipi di adrenocettori espressi nei depositi di tessuto adiposo. In questa disamina, abbiamo evidenziato il ruolo dei sottotipi di adrenocettori negli adipociti bianchi, bruni e beige, e nel tessuto adiposo “testardo” ed abbiamo approfondito il ruolo potenziale degli ACE II inibitori nella modulazione sottoregolativa dell’attività degli α2-AR e l’impatto che questo può avere sul miglioramento della composizione corporea. Sono stati anche descritti gli effetti riscontrabili, nel medesimo contesto e fine, dei Sartani con le differenze tra l’applicabilità di questi confronto a quella degli ACE II inibitori.

Mentre il potenziale degli ACE II inibitori di migliorare la perdita di massa grassa in specie a carico dei depositi con una ratio sfavorevole tra α2:β2-AR, permettendo un importante sgravio sui dosaggi di α2-antagonisti, risulta un dato importante per la pianificazioni della preparazione alla gara, il potenziale effetto di riduzione del accumulo lipidico per attività di agonista parziale del PPARγ dato dal Telmisartan amplifica le applicazioni potenziali dei Sartani per il miglioramento della qualità del peso guadagnato in fase Bulk.

Ricordo, in fine, che tutto ciò che è stato detto è informazioni prettamente scientifica e non rappresenta in nessun modo un incitamento all’uso di farmaci fuori dalle linee di prescrizioni.

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

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mirabegron e agonismo selettivo dei recettori β3-adrenergici – un potenziale trattamento farmacologico antiobesità –

Introduzione:

I capisaldi della gestione del peso sono gli interventi sullo stile di vita con il ruolo aggiuntivo di supporto dei farmaci anti-obesità e delle procedure bariatriche. Attualmente, i farmaci disponibili approvati per il trattamento dell’obesità agiscono sul bilancio energetico riducendo l’assunzione di cibo e il comportamento di ricompensa alimentare nel sistema nervoso centrale (ad esempio, sopprimendo l’appetito) o riducendo l’assorbimento dei grassi nell’intestino.[1,2,3] Finora non sono disponibili farmaci con un effetto diretto sull’aumento del dispendio energetico attraverso un’influenza sul tessuto adiposo [4,6].
Nell’uomo esistono due tipi di tessuto adiposo con funzioni fisiologiche distinte: il tessuto adiposo bianco (WAT), specializzato nell’immagazzinamento di trigliceridi in eccesso quando l’assunzione di energia supera il dispendio energetico, e il tessuto adiposo bruno (BAT) – con i relativi adipociti “beige”/”bruni” (derivati dal WAT) – che svolge un ruolo centrale nel metabolizzare il glucosio, gli acidi grassi e altre sostanze chimiche per produrre calore attraverso l’attivazione della proteina di disaccoppiamento 1 (UCP1) specifica del tessuto termogenico [4,7].
Alcuni dati suggeriscono che il BAT possa essere funzionale nell’uomo adulto [1]. I recettori β3-adrenergici (AR) sono espressi non solo nella vescica urinaria, ma anche sulla superficie degli adipociti bruni e bianchi [1]. I tessuti adiposi bruni e “beige”, contenenti cellule grasse termogeniche, possono essere attivati da agonisti dei recettori β3-adrenergici (β3-AR) [8]. È stato riportato che il Mirabegron, un agonista β3-AR umano selettivo, può stimolare il BAT e il processo di imbrunimento degli adipociti derivati dal WAT [9,10]. Il fatto che l’attivazione del BAT e degli adipociti “beige” possa aumentare il dispendio energetico rende i tessuti adiposi bruni e “beige” nuovi e promettenti bersagli per il trattamento dell’obesità [4,11].

Il ruolo del tessuto adiposo nella termogenesi e nei processi metabolici associati all’obesità:

Nell’uomo esistono due tipi principali di tessuto adiposo, che svolgono funzioni diverse: il tessuto adiposo bianco e il tessuto adiposo bruno. Oltre al WAT e al BAT, sono state distinte anche cellule adipose “brune”, definite cellule adipose “beige”. Esse derivano dal WAT, ma la loro funzione metabolica è simile a quella del BAT [4,7].
Il WAT è responsabile dell’immagazzinamento di energia sotto forma di trigliceridi, del rilascio di lipidi e della funzione di ghiandola endocrina, secernendo adipochine, come l’adiponectina e la leptina, per promuovere l’omeostasi metabolica [9,12]. Nell’obesità, gli adipociti bianchi si ipertrofizzano, seguiti da fibrosi, necrosi degli adipociti e infiltrazione di cellule immunitarie, che portano a infiammazione locale e sistemica, insulino-resistenza e disfunzione metabolica [9].

Cellule del BAT (colorate di marrone con anticorpi contro la proteina specifica del grasso bruno Ucp1) annidate tra le cellule del WAT grasso bianco.

Il BAT è stato descritto per la prima volta nel 1981 in finlandesi che lavoravano all’aperto e che erano stati esposti a basse temperature ambientali [6]. Il BAT metabolicamente attivo è stato identificato negli adulti mediante imaging PET/CT focalizzato principalmente sulla fossa sopraclavicolare, sull’area succlavia e sull’ascella, seguito dalle aree mediastiniche, paraspinali, perinefriche e sopradrenali [10,12]. Sebbene il BAT sia presente nell’uomo, la sua prevalenza diminuisce con l’età e nelle persone in sovrappeso o obese rispetto ai soggetti magri [6,9,13,14]. Gli anelli mancanti nel trattamento dell’obesità sono i farmaci che possono aumentare la quantità o l’attività del BAT. È stato riportato che il volume del BAT può essere aumentato dopo la chirurgia bariatrica [12]. Il BAT è il principale organo termogenico dei mammiferi, con lo scopo di aumentare il dispendio energetico in risposta al freddo o ad altre stimolazioni nervose simpatiche, rilasciando noradrenalina dai terminali nervosi per attivare i recettori β3-adrenergici attraverso il processo definito termogenesi senza brividi [2,10,11,12,13]. La capacità termogenica del BAT è stata stimata in circa 500 W/kg [6]. Gli adipociti del BAT sono arricchiti di mitocondri (i loro livelli sono più alti di quelli del WAT), nei quali la proteina di disaccoppiamento 1 (UCP1) è altamente espressa. La UCP1 dissipa l’energia in eccesso sotto forma di calore in un processo noto come termogenesi [2,15]. L’attivazione adrenergica della lipolisi stimola l’attività termogenica della UCP1 [2,10]. L’attivazione dell’UCP1 sulla membrana mitocondriale interna disaccoppia la respirazione mitocondriale, separando il trasporto di elettroni dalla produzione di ATP per ossidare il substrato e generare calore [4,8,16]. Gli acidi grassi a catena lunga, generati dai pool lipidici intracellulari, sono trasportati ai mitocondri attraverso la carnitina palmitoiltransferasi 1 (CPT1) e utilizzati come fonte di carburante dagli adipociti bruni per produrre calore. Inoltre, è stato proposto che gli acidi grassi liberi agiscano come attivatori allosterici di UCP1. Oltre agli acidi grassi, anche il glucosio circolante può essere utilizzato dal BAT attivo per alimentare la termogenesi [2,10,17]. In sintesi, il BAT consuma glucosio e lipidi per generare calore attraverso la respirazione disaccoppiata mediata da UCP1, con conseguente miglioramento dell’omeostasi glucidica e lipidica [9,13,18].

Struttura della proteina disaccoppiante umana UCP1

Gli adipociti termogenici umani possono originare da due lignaggi distinti, non solo da adipociti bruni costitutivi ma anche da cellule “beige” reclutabili, definite adipociti “bruni” o “bruno-simili” [5]. Gli adipociti “beige” sono localizzati prevalentemente nei depositi di WAT [16]. Le cellule adipose del WAT possono essere convertite in adipociti “beige” termogenici in un processo chiamato “browning” o “beiging” [12]. Da un lato, è stato dimostrato un sostanziale “beiging” del WAT sottocutaneo umano in alcuni disturbi, come la cachessia da cancro, le ustioni e le condizioni con alti livelli di catecolamine, ad esempio il feocromocitoma [8,13,14]. I pazienti con tumori che secernono catecolamine hanno anche più tessuto adiposo bruno rispetto alla maggior parte delle persone [19]. D’altra parte, gli adipociti “bruni” possono essere attivati con l’induzione dell’espressione di UCP1 da parte di stimoli ambientali, come l’esposizione al freddo e agli agonisti β-adrenergici, mediata dalla via di segnalazione p38-MAPK [9,12,14,16]. La risposta “beiging” dei soggetti obesi al freddo è simile a quella dei soggetti magri [14]. Sebbene queste cellule differiscano dagli adipociti bruni convenzionali – in quanto si sviluppano da una cellula precursore di adipociti bianchi e non da una cellula precursore di adipociti bruni, simile agli adipociti bruni classici nel BAT – gli adipociti “beige” possiedono goccioline lipidiche multiloculari, un gran numero di mitocondri e marcatori unici di espressione genica del grasso bruno, come UCP1, aumentando la capacità del tessuto di ossidazione del carburante e il dispendio energetico [4,16,18]. Inoltre, è stato dimostrato che il “beiging” è associato a una riduzione della fibrosi del tessuto adiposo e della disfunzione adiposa. Questi risultati suggeriscono che l’induzione del tessuto adiposo “beige” può migliorare l’omeostasi metabolica aumentando la capacità del WAT sottocutaneo di funzionare come serbatoio metabolico per il glucosio e i lipidi o riducendo la disfunzione del WAT che si verifica con l’obesità [13]. Così, oltre alla termogenesi e al dispendio energetico, i tessuti adiposi bruni e “beige” sono associati a un miglioramento dell’omeostasi del glucosio e dei lipidi, nonché a una maggiore sensibilità all’insulina nell’uomo e nel topo [14].

Distribuzione del BAT nei neonati, nelle donne e negli uomini. Il BAT è immagazzinato in un deposito interscapolare separato nei neonati che perdono il loro tessuto adiposo bruno con l’avanzare dell’età. Negli esseri umani adulti, la maggior parte degli adipociti bruni si trova nei depositi di BAT sopraclavicolari nella regione del collo. Quantità minori di BAT si trovano nell’aorta, nelle vertebre, nelle aree ascellari e renali. C’è una distribuzione simile del tessuto adiposo bruno sia nelle donne che negli uomini. Tuttavia, le donne hanno una maggiore quantità di massa e attività di BAT.

Considerando il fatto che nelle persone obese adulte c’è meno BAT rispetto ai soggetti magri, il WAT in eccesso, che può essere stimolante e in fase di “beigezzazione/imbrunimento”, può svolgere un ruolo aggiuntivo rispetto al BAT nei processi metabolici [13]. Pertanto, il tessuto adiposo bruno e il tessuto adiposo “beige” sono stati riconosciuti come regolatori critici del metabolismo e del dispendio energetico dell’intero corpo e sono considerati bersagli promettenti per la terapia anti-obesità [2,12,15].

L’Irisina è un ormone sintetizzato in grande quantità dal tessuto muscolare umano durante le attività sportive. La molecola è in grado di operare il meccanismo molecolare detto “browning” [“imbrunimento”], ovvero di conversione del WAT in BAT.

Il grasso bruno, il grasso “beige” e i β3-adrenocettori nel contesto dell’obesità:

 Struttura del recettore β3-adrenergico  

La famiglia dei recettori β-adrenergici (AR) umani è composta dai recettori β1, β2 e β3, in cui il β1-AR è altamente espresso in tutto il sistema cardiovascolare, il β2-AR si trova nelle vie aeree polmonari, in tutta la vascolarizzazione e nel muscolo scheletrico e l’espressione del β3-AR è limitata soprattutto alla vescica urinaria e alla cistifellea, oltre che al BAT e al WAT [4,10]. Il β3-AR umano, identificato nel 1989, è un recettore a 7 membrane, con una coda N-terminale extracellulare e una coda C-terminale intracellulare, composta da 408 aminoacidi. Si accoppia principalmente a Gs per attivare l’adenilato ciclasi, con conseguente aumento dei livelli intracellulari di cAMP, sebbene sia stato riportato un accoppiamento promiscuo con altri effettori, come Gi [4,16].

La β3-AR svolge un ruolo critico nel tessuto adiposo, nella regolazione della termogenesi, della glicolisi e della lipolisi [16]. Studi sugli animali hanno dimostrato che la stimolazione cronica del BAT porta a un miglioramento della tolleranza al glucosio e della sensibilità all’insulina e a una riduzione dell’obesità, oltre che al rilascio di adipochine che regolano beneficamente il metabolismo [1,8,10,12,20]. Inoltre, l’attivazione β3-AR-mediata del WAT può aumentare la secrezione insulinica delle cellule β pancreatiche [5]. È stato anche riportato che una parte significativa della termogenesi non da brivido ha luogo nel tessuto adiposo bruno ed è mediata principalmente dal β3-adrenocettore [19]. Nei topi alimentati con dieta a base di chow e ad alto contenuto di grassi, il trapianto di BAT ha ridotto il peso corporeo, aumentato il metabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina e incrementato l’assorbimento di glucosio nel BAT e nel WAT [15].

Oltre alla funzione metabolica, la β3-AR svolge un ruolo nel cervello, essendo coinvolta nei processi di memoria, apprendimento e regolazione dell’appetito, nel tratto gastrointestinale, dove partecipa alla regolazione della motilità, e nel sistema genitourinario, dove svolge un ruolo nella regolazione della funzione vescicale [16].

Durante la termogenesi, i β3-adrenocettori aumentano il dispendio energetico, che può portare alla perdita di grasso, in risposta alla stimolazione simpatica [19]. È dimostrato che la stimolazione cronica dell’attività nervosa simpatica e dei β3-AR può attivare il BAT [6]. È stato dimostrato che l’esposizione al freddo stimola il sistema nervoso simpatico a rilasciare noradrenalina dalle terminazioni nervose simpatiche per attivare i β-AR sulle membrane delle cellule del BAT, promuovendo la termogenesi. In questo modo, il BAT umano è in grado di avviare la termogenesi attraverso il consumo di acidi grassi e glucosio e, successivamente, di generare calore [1,3,8]. Inoltre, l’attivazione dei β3-ARs da parte dell’esposizione al freddo o di agenti farmacologici induce un programma di “beiging” nel WAT [18]. Un modo per aumentare la quantità effettiva di tessuto adiposo bruno può essere quello di somministrare l’agonista β3-adrenoccettore in modo cronico [19]. Una singola dose di agonista dei β3-adrenocettori può almeno raddoppiare il dispendio energetico in un modello murino a circa 21 °C [19].

Struttura del gene ADRB3

Il ruolo dei β3-AR nel metabolismo energetico umano è supportato da studi clinici che riportano associazioni tra polimorfismi specifici nel gene umano ADRB3 (il gene che codifica i β3-AR) e tassi più elevati di obesità, insulino-resistenza e diabete [10]. Inoltre, le mutazioni nel gene ADRB3 sono state correlate all’insulino-resistenza, all’aumento del rischio di obesità e diabete e alla malattia del fegato grasso non alcolico negli individui obesi [10]. I dati indicano che il silenziamento di ADRB3 negli adipociti umani “marroni”/”beige” altera il macchinario termogenico cellulare e causa una riduzione dei livelli di espressione dei geni associati al metabolismo degli acidi grassi, alla massa mitocondriale e alla termogenesi, senza compromettere il fenotipo “marrone”/”beige” [10].

Attività agonista dei β3-AR del Mirabegron:

Struttura molecolare del Mirabegron

Mirabegron è una nuova generazione di agonisti dei β3-adrenocettori con una buona biodisponibilità [21]. Gli effetti dell’agonista selettivo dei β3-AR mirabegron sul rilassamento della vescica sono stati scoperti nel 2007. Per la prima volta, la selettività β3 del mirabegron (YM-178) nel contesto della funzione vescicale è stata descritta da Takasu et al. [22]. YM-178 ha aumentato l’accumulo di AMP ciclico in cellule ovariche di criceto cinese che esprimono il β3-adrenocettore umano. Mirabegron ha dimostrato valori di EC50 nanomolari contro il β3-AR umano in saggi biochimici, con una potente selettività rispetto ai β1- e β2-AR [22]. Studi in vivo hanno dimostrato che la somministrazione di mirabegron ha ridotto la pressione intravescicale e le contrazioni spontanee della vescica in modo dose-dipendente [23]. Mirabegron è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense nel 2012 come nuovo tipo di trattamento farmacologico per la vescica iperattiva (OAB) [6,21,24]. Cinquanta milligrammi di mirabegron è la dose raccomandata a tutti i pazienti con OAB [24]. Il farmaco è generalmente ben tollerato e gli effetti collaterali più comuni includono ipertensione, rinofaringite e infezione del tratto urinario [6].

La selettività β3 di Mirabegron è stata confermata in molti studi con l’uso di linee cellulari che esprimono il β3-adrenocettore sia animale che umano [22,23,25]. Mirabegron ha mostrato una selettività per il β3-AR umano superiore di oltre 400 volte rispetto al β1-AR o al β2-AR umano [26]. Ad esempio, Brucker et al. [27] hanno utilizzato cellule di ovaio di criceto cinese (CHO)-K1, cellule di rene embrionale umano 293 esprimenti stabilmente recettori β1-, β2- o β3-adrenergici umani e recettori α1D- e α2B-adrenergici umani per valutare la selettività di mirabegron. A una concentrazione di 10 μM, l’attività β3-adrenergica rispetto all’isoproterenolo (agonista β-adrenergico completo) era dell’88% per mirabegron. A sua volta, l’attività β1- e β2-adrenergica di mirabegron era rispettivamente del 3% e del 15% [27]. In questo studio mirabegron non ha soddisfatto il criterio di significatività per l’inibizione dei recettori α1D- o α2B-adrenergici [27]. Tuttavia, alcuni studi hanno indicato che mirabegron potrebbe svolgere un ruolo come antagonista degli α1-adrenergici [28,29]. Alexandre et al. [28] hanno ipotizzato che mirabegron rilassasse la muscolatura liscia uretrale nei topi attraverso un duplice meccanismo che coinvolge l’attivazione dei β3-adrenocettori e il blocco degli α1-adrenocettori. In un altro studio, mirabegron ha indotto una vasorilassazione endotelio-indipendente nelle arterie del tessuto adiposo viscerale attraverso l’antagonismo degli α1-adrenocettori. Questa azione ha suggerito che mirabegron potrebbe migliorare efficacemente la perfusione del tessuto adiposo viscerale, favorendo così un sano rimodellamento del tessuto adiposo e prevenendo alcune delle conseguenze cardiometaboliche indesiderate dell’obesità e dell’invecchiamento [29]. Resta ancora difficile stabilire in che misura l’antagonismo degli α1-adrenocettori possa contribuire agli effetti clinici di mirabegron [28,29].

I cambiamenti metabolici benefici causati dal trattamento cronico con mirabegron potrebbero derivare dalla stimolazione della β3-AR nel BAT e nel WAT umani [5,12,18]. È stato suggerito che mirabegron potrebbe migliorare le malattie metaboliche legate all’obesità aumentando la termogenesi del BAT, la lipolisi del WAT e la stimolazione del processo di “brunimento” degli adipociti derivati dal WAT [4,5,9,10]. Il trattamento acuto con mirabegron ha aumentato il dispendio energetico [10,15]. Dopo il silenziamento dell’espressione dei β3-AR, il mirabegron non è stato in grado di stimolare la lipolisi e la termogenesi del BAT [10].
Molti studi hanno dimostrato che il trattamento con mirabegron ha aumentato l’assorbimento del glucosio negli adipociti bruni e “beige”, ha migliorato l’omeostasi del glucosio e ha aumentato la sensibilità all’insulina e la funzione delle cellule β [1,9]. Inoltre, è stato dimostrato che il trattamento cronico con agonisti β3-AR nell’uomo può rilasciare adipochine benefiche [1]. Il modo in cui mirabegron migliora il metabolismo del glucosio non è stato finora chiarito [5]. Tuttavia, sono stati ipotizzati alcuni meccanismi. In primo luogo, mirabegron stimola la secrezione di adiponectina, nota adipochina derivata dal WAT e associata a una maggiore sensibilità all’insulina nel muscolo scheletrico e nel fegato. In secondo luogo, mirabegron aumenta la concentrazione di polipeptide inibitore gastrico (GIP), l’incretina collegata alla secrezione di insulina. Infine, il meccanismo di mirabegron potrebbe coinvolgere le stesse cellule β [5].

L’agonista dei recettori β3-adrenergici è un ottimo candidato per il trattamento dell’obesità, poiché l’isoforma β3 è espressa esclusivamente negli adipociti e l’azione su altri tipi di cellule, come i cardiomiociti e le cellule muscolari lisce, attraverso le altre isoforme β – β1 e β2 – è minima e dose-dipendente [11]. Pertanto, come agonista β3-AR, Mirabegron attiverebbe la termogenesi nel tessuto adiposo, stimolando l’ossidazione dei lipidi e il consumo di glucosio per produrre calore, senza causare gravi effetti collaterali cardiovascolari [13].

Mirabegron come agente antiobesità negli studi sperimentali:

Adipocita del BAT

Il trattamento dei roditori con agonisti β3-AR ha attivato il BAT, con conseguente aumento del dispendio energetico, perdita di peso e miglioramento del metabolismo del glucosio e dei lipidi. Inoltre, ha ripristinato l’equilibrio NO/redox, migliorato la funzione endoteliale e, quindi, esercitato effetti protettivi vascolari [4,6,13,17]. L’aumento dell’attività del BAT ha impedito lo sviluppo e la gravità dell’obesità e del diabete di tipo 2, mentre i topi privi di BAT erano inclini all’obesità [16]. È stato riportato che una riduzione della massa del BAT nei topi indotta da un transgene produce obesità e che questi topi presentano un’ulteriore maggiore suscettibilità all’obesità a causa di diete obesitogene [8,30,31].

Adipocita “Beige”

Come si è detto, il Mirabegron può essere efficace come attivatore del BAT, stimolatore delle cellule “beige” e controllore dell’omeostasi metabolica. L’influenza benefica di mirabegron sul metabolismo è stata confermata da studi in vitro e in vivo [2,4,15,18].
Nello studio condotto da Dehvari et al. [15], sono stati riportati gli effetti di mirabegron negli adipociti bruni, bianchi e “beige” in vitro e i suoi effetti sull’utilizzo del glucosio e sulla termogenesi in vivo. È stato dimostrato che mirabegron aumenta l’assorbimento di glucosio e la glicolisi negli adipociti bruni di topo in vitro e promuove l’assorbimento di glucosio nel BAT in vivo. Il mirabegron ha aumentato i livelli di cAMP e l’mRNA di UCP1, con conseguente aumento del consumo di ossigeno mediato da UCP1, nonché l’assorbimento di glucosio e la glicolisi cellulare negli adipociti bruni e “beige” (tale azione è mancata nelle colture cellulari primarie di adipociti bruni provenienti da topi knockout per il β3-adrenocettore), mentre questi effetti erano assenti o ridotti negli adipociti bianchi. In vivo, mirabegron ha aumentato il consumo di ossigeno nell’intero corpo e l’assorbimento di glucosio nel tessuto adiposo bruno e bianco inguinale e ha migliorato la tolleranza al glucosio. Nei topi knockout per il β3-adrenorecettore, mirabegron non è riuscito a indurre l’assorbimento di glucosio nel tessuto adiposo, né ad aumentare il consumo di ossigeno corporeo, il che dimostra che la segnalazione del β3-adrenorecettore è una via principale delle azioni metaboliche di mirabegron [15]. Analogamente a Dehvari et al. [15], Hao et al. [4] hanno studiato gli effetti anti-obesità di mirabegron utilizzando modelli in vitro e in vivo. In entrambe le linee cellulari – preadipociti bruni di topo e preadipociti bianchi 3T3-L1 – mirabegron ha stimolato l’espressione di UCP1. I topi trattati con mirabegron, alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi, presentavano una riduzione del peso corporeo e dell’adiposità, nonché un miglioramento della tolleranza al glucosio e della sensibilità all’insulina. Le goccioline lipidiche nel BAT dei topi trattati con mirabegron erano meno numerose e di dimensioni inferiori rispetto ai controlli. La colorazione H&E e l’immunoistochimica hanno indicato che mirabegron ha aumentato l’abbondanza di cellule “beige” nel WAT [4]. Si è concluso che mirabegron ha aumentato l’espressione di UCP1 e ha promosso la “brunitura” del WAT, che è stata accompagnata da un miglioramento della tolleranza al glucosio, della sensibilità all’insulina e della prevenzione dell’obesità indotta da una dieta ad alto contenuto di grassi [4]. In un altro studio su animali, Valgas da Silva et al. [18] hanno riferito che un trattamento di 2 settimane con mirabegron ha ridotto l’infiammazione, migliorato il metabolismo, impedito l’accumulo di grasso ectopico nel BAT e nel fegato e diminuito l’insulino-resistenza nei topi obesi (riduzione dell’indice HOMA e dei livelli di insulina). Mirabegron ha aumentato l’espressione di UCP1 nel BAT e il dispendio energetico, oltre a ridurre l’adiposità nei topi obesi. Inoltre, mirabegron ha ridotto i livelli circolanti di acidi grassi liberi, glicerolo e TNF-α. È noto che l’aumento dei livelli di FFA circolanti causa insulino-resistenza negli organi bersaglio dell’insulina ed è emerso come uno dei principali collegamenti tra l’obesità e lo sviluppo della sindrome metabolica. È noto anche che il TNF-α ha un effetto lipolitico, che determina un aumento dei livelli di FFA e glicerolo in circolo, contribuendo all’insulino-resistenza. Tuttavia, a differenza dello studio condotto da Dehvari et al. non sono stati riscontrati cambiamenti nel WAT inguinale: il mirabegron non ha indotto il “beiging” del WAT inguinale dei topi obesi. Inoltre, l’obesità indotta dalla dieta ha aumentato significativamente i depositi lipidici nel fegato e nel BAT, ma mirabegron ha parzialmente invertito questi cambiamenti, il che potrebbe indicare un ruolo protettivo di mirabegron nello sviluppo della steatosi epatica e dell’insulino-resistenza [18].
La conferma che mirabegron può essere utile come agente anti-obesità è stata trovata anche nello studio di Hao et al. [4]. È stato dimostrato che mirabegron provoca un aumento di 14 volte dell’espressione genica di UCP1 e può determinare una perdita di peso del 12% e una riduzione dell’adiposità nei topi obesi rispetto all’attività fisica.

Struttura molecolare della Metformina

La terapia combinata, composta da Mirabegron e Metformina, è stata verificata nel modello murino di prevenzione e nel modello murino di trattamento dell’obesità [2]. La metformina, un derivato della biguanide, è uno dei farmaci più comunemente utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2. Inibisce il complesso mitocondriale I, vitale per il trattamento dell’obesità. Inibisce il complesso mitocondriale I, vitale per il trasporto di elettroni, che porta all’attivazione dell’AMPK (proteina chinasi attivata dall’adenosina 5′-monofosfato). Di conseguenza, la produzione di ATP (adenosina trifosfato) diminuisce e la concentrazione intracellulare di ADP (adenosina difosfato) aumenta. Di conseguenza, i livelli cellulari di AMP (adenosina monofosfato) aumentano, attivando infine l’AMPK. L’AMPK è un regolatore chiave di numerose vie metaboliche, tra cui il metabolismo del glucosio e dei lipidi e l’omeostasi energetica. La metformina svolge anche un ruolo importante inibendo la segnalazione dei recettori dell’insulina e dell’IGF, con conseguenti cambiamenti nell’omeostasi metabolica [32]. Zhao et al. [2] hanno indicato che questa terapia complessa potrebbe essere un approccio promettente per la prevenzione e il trattamento dell’obesità, agendo contemporaneamente sull’assunzione e sul dispendio energetico, senza effetti collaterali sulla funzione cardiovascolare. Nel modello di prevenzione, metformina e mirabegron hanno provocato un’ulteriore riduzione del 12% e del 14% dell’aumento di peso corporeo indotto da una dieta ad alto contenuto di grassi, rispetto a metformina o mirabegron da soli, rispettivamente. Nel modello di trattamento, metformina e mirabegron hanno promosso in modo additivo una perdita di peso corporeo del 17% nei topi obesi indotti dalla dieta, superiore del 13% e del 6% rispetto a metformina e mirabegron da soli, rispettivamente. La terapia combinata ha avuto un effetto additivo sulla perdita di peso nei topi, associato a una significativa perdita di grasso, soprattutto nel WAT sottocutaneo [2]. I ricercatori hanno suggerito che l’effetto additivo di metformina e mirabegron sull’aumento del dispendio energetico abbia contribuito in modo determinante alla riduzione del peso corporeo e della massa grassa nei topi [2]. La terapia con metformina e mirabegron ha avuto un effetto additivo sulla termogenesi del BAT e sulla doratura del WAT sottocutaneo. La terapia combinata ha aumentato significativamente l’espressione di UCP1 nel BAT e nel WAT sottocutaneo [2]. Inoltre, metformina e mirabegron hanno migliorato la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, e l’effetto era indipendente dall’assunzione di cibo. Tuttavia, la co-somministrazione di metformina e mirabegron non ha migliorato l’omeostasi del glucosio nei topi in misura maggiore rispetto alla metformina o al mirabegron da soli [2].

Un diagramma che riassume gli effetti combinati di Metformina (Met)/Mirabegron (Mir) sull’obesità nei modelli di prevenzione e trattamento. (A) Nel modello di prevenzione in cui una dieta ricca di grassi (HFD) e farmaci venivano somministrati simultaneamente, il trattamento con Met/Mir ha ridotto l’aumento di peso in modo additivo. Ciò è dovuto principalmente a un miglioramento della spesa energetica (EE) che era accompagnato da un’espressione sovraregolata di marcatori critici nella lipolisi, nell’ossidazione degli acidi grassi e nella termogenesi nel tessuto adiposo bruno (BAT). (B) Nel modello di trattamento, è stato prima stabilito un fenotipo di obesità indotta dalla dieta (DIO), seguito da 5 settimane di trattamenti terapeutici con Met e/o Mir. Il trattamento con Met/Mir ha causato una marcata perdita di peso, derivante dall’aumento di EE

E’ interessante notare che la p-Sinefrina, una agonista selettivo dei β3-Adrenocettoiri di origine naturale, ha mostrato in studi su animali effetti positivi sull’imbrunimento del WAT, sopprimendo così l’obesità e la steatosi epatica.

Mirabegron come farmaco antiobesità: i dati degli studi sull’uomo:

Oltre agli studi sperimentali, esistono numerosi studi clinici in cui è stata dimostrata l’influenza di mirabegron sull’attività del BAT e sulla massa corporea. Gli autori hanno riferito che mirabegron ha portato a un aumento dell’attività del BAT e del dispendio energetico a riposo [1,3,5,10,17,21]. Prove preliminari suggeriscono che gli effetti del mirabegron sul metabolismo del glucosio, sul colesterolo HDL e sugli acidi biliari assomigliano a quelli ottenuti con un lieve esercizio fisico [1,5].
Nel primo gruppo di studi sono state testate soprattutto dosi elevate di mirabegron (100 mg, 150 mg o 200 mg) [1,3,5,17,21].

Cypess et al. [1] hanno usato, per la prima volta, Mirabegron per studiare il BAT umano e hanno confrontato la sua azione in un grado che corrispondeva alle risposte all’esposizione al freddo. La somministrazione di 200mg al giorno di Mirabegron orale per 12 settimane a 12 uomini sani è stata associata a una maggiore attività del BAT (misurata tramite tomografia a emissione di positroni 18F-fluorodesossiglucosio combinata con tomografia computerizzata) e all’aumento del tasso metabolico a riposo di 203 ± 40 kcal/die, rispetto agli individui che hanno ricevuto il placebo. È stato ipotizzato che la perdita di peso calcolata, associata al dispendio energetico, dovrebbe raggiungere i 5 kg nel primo anno e i 10 kg entro la fine dei 3 anni [1]. In questo studio, il dosaggio di 200 mg di mirabegron, una dose molto più alta di quelle attualmente approvate per ridurre i sintomi della vescica iperattiva, è stato generalmente ben tollerato, anche dopo 12 settimane di somministrazione orale giornaliera [1]. L’effetto collaterale più comune era la tachicardia [1].

L’alta dose di Mirabegron [100mg al giorno] è stata testata da O’Mara et al. durante un programma di terapia di 4 settimane su 14 donne sane di varie etnie [5]. Nell’endpoint primario, i ricercatori hanno riferito che la terapia cronica con Mirabegron ha aumentato il volume del BAT e l’attività metabolica, misurati tramite PET/CT con 18F-fluorodesossiglucosio [5]. Inoltre, le donne che avevano avuto principalmente meno BAT hanno finalmente raggiunto un aumento maggiore del volume e dell’attività del BAT dopo il trattamento [5]. Gli endpoint secondari hanno rivelato che la spesa energetica a riposo dell’intero corpo era più alta dopo il trattamento con mirabegron; tuttavia, non sono state riscontrate modifiche nel peso corporeo o nella composizione. Questi risultati dovrebbero essere associati a un intervallo di BMI ristretto e alla partecipazione di donne non obese. Inoltre, è stato riscontrato che la terapia con Mirabegron aumenta i biomarcatori delle lipoproteine ​​come HDL e apolipoproteina A1, apolipoproteina E e peptide inibitorio gastrico (GIP), nonché i livelli di adiponectina, adipochina antidiabetica e antinfiammatoria. Dopo il trattamento con mirabegron, è stata osservata una riduzione del rapporto ApoB100/ApoA1, un biomarcatore del rischio cardiovascolare. Infine, dopo il trattamento cronico con mirabegron, un test di tolleranza al glucosio per via endovenosa ha rivelato una maggiore sensibilità all’insulina, efficacia del glucosio e secrezione di insulina [5]. Tuttavia, il cambiamento nella valutazione del modello omeostatico della resistenza all’insulina (HOMA-IR), una misura della resistenza all’insulina, non è stato significativo dopo il trattamento cronico con mirabegron. Gli autori hanno suggerito che la ragione principale dovrebbe essere il livello HOMA-IR quasi normale all’inizio dello studio [5]. Come è una preoccupazione comune nel trattamento cronico con agonisti adrenergici, 100mg di Mirabegron hanno portato a una variazione diurna della frequenza cardiaca tale che Mirabegron l’ha aumentata di più durante la notte rispetto a quando i soggetti erano svegli e in movimento. D’altra parte, il trattamento con Mirabegron non ha avuto alcun effetto sulla tolleranza all’esercizio [5].

Loh et al. [21] hanno riportato l’efficacia di varie dosi singole di mirabegron (50, 100, 150 e 200 mg) in un gruppo di 17 individui sani (11 uomini, 6 donne) che hanno assunto il farmaco in quattro giorni separati, con 3-14 giorni di wash-out tra ogni dose. Hanno riferito che la spesa energetica (misurata tramite calorimetria indiretta) è aumentata significativamente dopo le dosi da 100 mg e 200 mg e ha mostrato una tendenza all’aumento dopo le dosi da 150 mg, ma non era significativamente diversa dal basale in risposta a 50 mg di mirabegron. La temperatura cutanea sopraclaveare (come indicatore surrogato dell’attività BAT), è aumentata dopo le dosi di mirabegron da 50 mg, 100 mg e 150 mg, ma non era significativamente diversa dal basale in risposta a 200 mg. Considerando gli effetti collaterali, il cambiamento nella pressione sanguigna sistolica è stato significativo dopo le dosi da 150 mg e 200 mg rispetto alla dose da 50 mg e alla dose da 100 mg. Tuttavia, non c’era alcuna differenza nella pressione sanguigna diastolica tra le dosi da 50 mg, 100 mg, 150 mg e 200 mg. Il cambiamento nella frequenza cardiaca è stato maggiore dopo 200 mg rispetto alle dosi rimanenti. Hanno concluso che una dose da 100 mg di mirabegron può essere efficace per aumentare il dispendio energetico e la temperatura cutanea sopraclaveare in modo specifico per il recettore β3-adrenergico, senza gli aumenti significativi della pressione sanguigna o della frequenza cardiaca osservati a dosi più elevate [21].

Baskin et al. [17] hanno studiato le implicazioni cliniche del mirabegron in 12 uomini sani e magri a cui è stata somministrata la dose approvata di 50 mg e una dose elevata di 200 mg. Si è verificato un aumento più che proporzionale alla dose nell’attività metabolica del BAT (misurata tramite PET/CT). Rispetto al placebo, 50 mg di mirabegron hanno aumentato l’attività del BAT nella maggior parte dei soggetti. Tuttavia, l’attivazione del BAT con 50 mg è stata significativamente inferiore rispetto a quella con 200 mg. Solo la dose da 200 mg ha aumentato la spesa energetica a riposo (5,8%). La stimolazione cardiovascolare è stata coerente con studi precedenti, poiché 200 mg di mirabegron hanno aumentato sia la frequenza cardiaca che la pressione sanguigna.

Uno studio randomizzato, in doppio cieco, cross-over costituito da tre interventi (esposizione al freddo a breve termine (~2 h), mirabegron (dose singola da 200 mg) e placebo) in un gruppo di 10 uomini magri olandesi sud asiatici e 10 uomini magri europei, condotto da Nahon et al. [3], ha rivelato che l’esposizione al freddo e il mirabegron hanno indotto effetti metabolici benefici, tra cui un aumento della spesa energetica a riposo (misurata mediante calorimetria indiretta), livelli di acidi grassi liberi nel siero e ossidazione dei lipidi. Il mirabegron ha aumentato la frequenza cardiaca sia nei sud asiatici (+10 battiti/min) che nei caucasici bianchi (+7 battiti/min), mentre la pressione sanguigna sistolica e diastolica non sono cambiate in modo significativo [3]. È stato osservato che una singola dose di mirabegron ha aumentato i livelli di insulina nel siero senza influenzare i livelli di glucosio. Il mirabegron può stimolare il rilascio di insulina direttamente agendo sul β3-AR del pancreas o indirettamente attraverso un aumento degli FFA che possono stimolare il pancreas a rilasciare insulina [3].

L’azione dose-dipendente del mirabegron sul tessuto adiposo, inclusa l’influenza sull’attività BAT e sul dispendio energetico, può essere analoga all’effetto del mirabegron sulla vescica urinaria. L’attivazione dei recettori β3-adrenergici con mirabegron ha determinato risposte dei recettori β3-adrenergici dipendenti dalla concentrazione [27]. Per quanto riguarda la funzione della vescica, negli studi in vivo, la somministrazione di mirabegron ha ridotto la pressione intravescicolare e le contrazioni vescicali spontanee in modo dose-dipendente [23].

È stato riportato che dosi elevate di mirabegron (in particolare 200 mg al giorno), molto più elevate di quelle approvate dalla FDA per l’iperattività della vescica (50 mg al giorno), possono essere associate a effetti collaterali cardiovascolari come mal di testa, tachicardia e pressione sanguigna elevata (per lo più solo pressione sanguigna sistolica) [1,3,5,17,21]. L’aumento della pressione sanguigna sistolica può raggiungere ~10 mm Hg alla dose di 200 mg al giorno [21]. Questo è il risultato della perdita di selettività per il β3-adrenocettore a questa dose, tale che mirabegron attiva indirettamente i β1-adrenocettori che sono ampiamente espressi in vari organi, in particolare il sistema cardiovascolare. Questo meccanismo coinvolge l’assorbimento del trasportatore di noradrenalina del mirabegron nei terminali nervosi simpatici cardiaci, causando successivamente un rilascio di noradrenalina, che attiva i β1-adrenocettori [21]. Tuttavia, il trattamento con mirabegron non ha avuto effetti sulla tolleranza all’esercizio [5]. L’attivazione dei β1-adrenocettori può essere attenuata dalla co-somministrazione di propranololo o bisoprololo [16]. D’altro canto, gli studi clinici hanno rivelato che dosi di mirabegron fino a 100 mg al giorno per almeno 12 mesi hanno mostrato un buon profilo di sicurezza e non hanno determinato un aumento dell’incidenza di tachicardia, pressione sanguigna, alterazioni dell’ECG o eventi cardiovascolari [21]. Dosi terapeutiche inferiori (50 mg) nei pazienti con OAB hanno determinato piccole variazioni della frequenza cardiaca (1 battito al minuto) e della pressione sanguigna (1 mm Hg o meno). Considerando gli effetti collaterali cardiovascolari, il mirabegron non è raccomandato nei pazienti con grave ipertensione incontrollata (pressione sanguigna sistolica ≥ 180 mm Hg e/o pressione sanguigna diastolica ≥ 110 mm Hg) [16].

Nel secondo gruppo di studi, condotto da Finlin et al. [9,13,14], è stata testata una bassa dose di mirabegron, una che è stata approvata per il trattamento dell’OAB. In un gruppo di 13 pazienti obesi di mezza età, 50 mg di mirabegron al giorno durante una terapia di 12 settimane hanno indotto il “beiging” del tessuto adiposo bianco sottocutaneo, nonché un miglioramento della funzione delle cellule β. Mirabegron ha aumentato l’espressione proteica dei marcatori adiposi “beige” UCP1 (2,4 volte), della proteina transmembrana 26 (TMEM26) (4,2 volte) e dell’effettore A simile al DFFA che induce la morte cellulare (CIDEA) (2,4 volte) [13]. Il “beiging” del tessuto adiposo bianco sottocutaneo da parte di mirabegron può ridurre la disfunzione del tessuto adiposo, il che può migliorare la capacità ossidativa muscolare e può migliorare la funzione delle cellule β [13]. Prendendo in considerazione l’omeostasi del glucosio, il trattamento con mirabegron ha migliorato la tolleranza orale al glucosio, portando a convertire il prediabete in una normale concentrazione di glucosio, ha ridotto i livelli di emoglobina A1c e ha migliorato la sensibilità all’insulina e la funzione delle cellule β, senza influenzare la glicemia a digiuno o i livelli di insulina a digiuno e HOMA-IR. Tuttavia, i risultati delle pinze euglicemiche, che sono il gold standard per misurare la sensibilità all’insulina, hanno rivelato che il trattamento con mirabegron ha aumentato in modo coerente e significativo la velocità di infusione del glucosio di circa il 12% [13]. I livelli di lipidi plasmatici sono cambiati in modo significativo, ma, dopo il trattamento con mirabegron, è stata riscontrata una tendenza verso una riduzione del colesterolo totale [13]. Sfortunatamente, una terapia di 12 settimane non ha determinato un aumento significativo della quantità di BAT e del dispendio energetico a riposo, della perdita di peso o dei cambiamenti nella composizione corporea in tali pazienti [13].

L’effetto benefico del mirabegron, simile all’effetto dell’esposizione al freddo, sull’induzione del tessuto adiposo “beige” nel tessuto adiposo sottocutaneo umano è stato riportato anche in un altro studio condotto da Finlin et al. [14]. Hanno esposto al freddo i partecipanti alla ricerca magri e obesi o li hanno trattati con mirabegron. Il trattamento cronico con mirabegron (10 settimane; 50 mg/giorno) ha indotto UCP1 (3 volte) e TMEM26 (8,7 volte) nei soggetti obesi. Inoltre, l’espressione di UCP1 e dei marcatori degli adipociti “beige” è aumentata più che dopo 10 giorni di ripetuta esposizione al freddo [14].

Nello studio successivo, composto da 12 partecipanti obesi insulino-resistenti, Finlin et al. [9] hanno valutato la capacità del trattamento con pioglitazone (30 mg/giorno) o del trattamento con mirabegron (50 mg/giorno) in monoterapia, così come una combinazione di trattamento con pioglitazone (30 mg/giorno) e mirabegron (50 mg/giorno), di aumentare il grasso “beige” o migliorare ulteriormente il metabolismo del glucosio durante 12 settimane di terapia. Il pioglitazone è un attivatore PPARγ che può stimolare il BAT o “grasso beige”. Il trattamento con pioglitazone o la combinazione di pioglitazone e mirabegron hanno aumentato l’espressione del marcatore proteico del tessuto adiposo “beige” e migliorato la sensibilità all’insulina (misurata tramite clamp euglicemico, più efficace nella terapia combinata) e l’omeostasi del glucosio (inclusi test di tolleranza al glucosio migliorati, più efficaci nella terapia combinata), ma nessuno dei due trattamenti ha indotto il BAT o influenzato la spesa energetica nei soggetti obesi. Inoltre, non si è verificato alcun cambiamento significativo nel peso corporeo dopo il trattamento. Nonostante il fatto che mirabegron e pioglitazone somministrati separatamente abbiano indotto il “beiging” del tessuto adiposo, l’aggiunta di pioglitazone a mirabegron non ha migliorato il “beiging”, poiché il trattamento combinato ha prodotto un “beiging” inferiore rispetto a entrambi i farmaci somministrati singolarmente [9].

Sebbene i risultati preliminari degli studi sugli animali abbiano mostrato i benefici della co-somministrazione di mirabegron e metformina nella prevenzione e nel trattamento dell’obesità [2], a nostra conoscenza, l’influenza di tale terapia combinata non è stata verificata in relazione all’attività BAT, al dispendio energetico e alla perdita di peso negli esseri umani. È noto solo che non ci sono interazioni clinicamente significative tra metformina e mirabegron. Nello studio con 32 soggetti maschi sani (BMI: 18–30 kg/m2), mirabegron (160 mg somministrati una volta al giorno) non ha mostrato alcun effetto sulla farmacocinetica di metformina (500 mg somministrati due volte al giorno). La co-somministrazione di mirabegron con metformina ha determinato piccole modifiche nell’esposizione a mirabegron (AUC e Cmax diminuite del 21%). Le modifiche farmacocinetiche osservate non sono state considerate clinicamente rilevanti. Pertanto, non è necessario alcun aggiustamento del dosaggio di mirabegron quando viene co-somministrato con metformina [33].

Sebbene i dati confermino che una bassa dose di mirabegron può indurre il “beiging” del WAT sottocutaneo, è stato riportato che 50 mg di mirabegron durante il trattamento a breve termine (circa 12 settimane di terapia) non hanno alcun effetto sulla quantità di BAT, sul dispendio energetico a riposo e sulla perdita di peso. Pertanto, sono necessari studi clinici di lunga durata, con partecipanti obesi con una dose inferiore di mirabegron, per valutare se il “beiging” del tessuto adiposo si tradurrebbe in un miglioramento del dispendio energetico a riposo e in una significativa perdita di peso.

Conclusioni:

Il BAT metabolicamente attivo è stato correlato positivamente al miglioramento dell’energia, del glucosio e del metabolismo dell’intero corpo [34]. L’attivazione del BAT e l’induzione del processo di “browning” nel WAT sembrano essere un’interessante strategia terapeutica per aumentare la spesa energetica e migliorare il metabolismo. Il mirabegron, come agonista del recettore β3-adrenergico, si è rivelato efficace come attivatore del BAT, stimolatore delle cellule “beige” e regolatore dell’omeostasi metabolica sia negli studi sugli animali che negli esseri umani. Sebbene negli studi sugli animali la somministrazione di mirabegron abbia portato a un miglioramento dell’obesità, non è stata ancora dimostrata una significativa perdita di peso nei pazienti obesi dopo dosi elevate o basse del farmaco. Ciò può essere spiegato dalla durata troppo breve degli studi e dal numero esiguo di partecipanti agli studi. Inoltre, negli esseri umani, il trattamento più efficace per la stimolazione del BAT e del WAT è stato quello con dosi elevate di mirabegron; tuttavia, gli effetti collaterali cardiovascolari possono limitare l’uso di dosi superiori a quelle approvate dalla FDA per il trattamento della vescica iperattiva. Da un lato, considerando l’uso di dosi elevate di mirabegron, deve essere valutata la sicurezza a lungo termine in relazione al sistema cardiovascolare. In caso di attivazione aggravata dei recettori β1 miocardici, la somministrazione concomitante di 100-200 mg di mirabegron con un bloccante β1-AR può essere una strategia terapeutica utile per evitare effetti collaterali cardiovascolari. D’altro canto, dovrebbe essere valutato se dosi più piccole di mirabegron, ad esempio quelle approvate per la vescica iperattiva (50 mg al giorno), assunte per un periodo di tempo più lungo, saranno sufficienti a stimolare la crescita del BAT, l’imbrunimento del WAT e la termogenesi che può portare alla perdita di peso. Negli studi clinici riguardanti l’efficacia e la sicurezza del mirabegron nei pazienti con vescica iperattiva, l’influenza del mirabegron sul peso corporeo non è stata verificata. A nostra conoscenza, l’efficacia del mirabegron in relazione ai disturbi metabolici, inclusa l’obesità, nei soggetti trattati per vescica iperattiva, non è stata finora valutata.

Si potrebbe quindi ipotizzare che, il potenziale ruolo del Mirabegron nel trattamento o nella prevenzione dell’obesità dipenderebbe dai risultati della sua efficacia determinati da studi clinici a lungo termine. In caso di mancanza o insoddisfacente effetto dimagrante (rispetto ai farmaci attualmente disponibili approvati per il trattamento dell’obesità), il mirabegron potrebbe essere utilizzato per migliorare il profilo metabolico nei pazienti obesi. Se l’effetto dimagrante del mirabegron venisse confermato, il farmaco diventerebbe un’opzione alternativa agli attuali agenti anti-obesità, specialmente nei pazienti con controindicazioni o intolleranza ad altri farmaci. Inoltre, un aspetto interessante da valutare negli studi clinici sarebbe se la co-somministrazione di mirabegron e altri farmaci, come metformina, pioglitazone o altri farmaci anti-obesità attualmente utilizzati, potrebbe essere una strategia più efficace rispetto alla somministrazione di tali farmaci da soli per migliorare i profili metabolici o per trattare l’obesità. I benefici della co-somministrazione di mirabegron e metformina nella prevenzione e nel trattamento dell’obesità, dimostrati in studi sugli animali, devono essere confermati in ulteriori studi clinici. Sebbene i risultati preliminari della co-somministrazione di mirabegron e pioglitazone in partecipanti obesi non abbiano indicato alcuna influenza di tale terapia sul peso corporeo, devono essere eseguiti ulteriori studi per confermare questi risultati. Pertanto, l’introduzione di agonisti del recettore β3-adrenergico nel trattamento dell’obesità in futuro richiederà studi a lungo termine con un numero maggiore di soggetti per valutarne l’efficacia, la tollerabilità e la sicurezza.

I tessuti adiposi bruni e “beige” rimangono un bersaglio attraente per combattere le malattie metaboliche. Sono necessari ulteriori studi per confermare se la combinazione di agenti attivatori di BAT e “beige”, esercizi fisici e una dieta ipocalorica sana sarebbe una strategia di successo per ottenere la perdita di peso nei pazienti con obesità.

E per l’uso off-label nella ricomposizione corporea? I test in tal senso sono ancora scarsi e dal design spesso pessimo. Vi sono stati riscontri positivi, almeno preliminarmente parlando, con protocolli di 8-12 settimane a dosaggi di 75-100mg/die. Il dosaggio era stato settato partendo da 25mg/die per poi mantenere e osservare le risposte al dosaggio per qualche giorno [pressione, battito cardiaco ecc…]. L’uso del Mirabegron in ambito sportivo è tanto pionieristico come lo è quello dei tireomimetici. Ci vorranno ancora diversi studi per poter essere maggiormente certi di concreti vantaggi applicativi di questa molecola come PEDs.

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

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