Ottimizzazione farmacologica nel BodyBuilding femminile – dalla fisiologia alla pratica – [Parte Prima – fisiologia e dimorfismi]

Introduzione:

Infographic on pharmacological optimization and cycle phases for female bodybuilding with illustrations of muscle growth, fat reduction, and drug types

Chi mi conosce da più tempo sa bene che l’argomento enhanced in contesto femminile è stato spesso trattato in modo approfondito in diversi miei lavori; da articoli a video fino ai seminari. Trattandosi di un argomento complesso e proseguendo nella ricerca teorico-pratica negli anni, ho ritenuto utile ritornare sull’argomento anche per continuare a sfatare quei miti da “pitecus palestriculus” che continuano a rendere il bodybuilding femminile più una sorta di “Casablkanca” che uno sport estetico, così come è nato e dovrebbe essere.

In questo articolo si tratterà quindi di ottimizzazione farmacologica nel Bodybuilding femminile per le prestazioni e l’estetica basata su solide basi scientifiche. Tutto ciò richiederà una ricca introduzione sulla fisiologia ormonale nelle donne, cosa che permetterà meglio di comprendere: metabolismo degli estrogeni, degli androgeni, sensibilità recettoriale, periodizzazione nel OMC [ovulatory-menstrual cycle] , protocolli per la PCOS, strategie per la menopausa e selezione di composti con dati farmacocinetici ecc… . Niente bias.

In questa prima parte inizieremo dalle basi della steroidogenesi per poi proseguire con la diversità d’impatto dei vari sistemi ormonali steroidei fino alle differenze dimorfiche dell’Asse hGH/IGF1 e della distribuzione e mobilitazione del tessuto adiposo… Impegnativo ma di estrema utilità se si vuole diventare lucidi conoscitori dell’argomento trattato…

Le basi della steroidogenesi nella donna

La biosintesi degli steroidi [vedi steroidogenesi] nelle donne è il processo metabolico articolato in più fasi che [similmente a quanto avviene nell’uomo] converte il Colesterolo in ormoni steroidei — tra cui progestinici, androgeni, estrogeni, glucocorticoidi e mineralcorticoidi — principalmente all’interno delle ovaie, delle ghiandole surrenali e dei tessuti bersaglio periferici.

Steroid biosynthesis pathway diagram with hormones cholesterol to aldosterone, cortisol, testosterone, estradiol
  • Substrato primario fondamentale e prima fase
  1. Colesterolo: il precursore universale di tutti gli ormoni steroidei.
  2. Sintesi del Pregnenolone: l’enzima mitocondriale CYP11A1 scinde la catena laterale del Colesterolo, formando il Pregnenolone, che funge da molecola “di genesi” per tutte le vie metaboliche successive.
  • Pregnenolone – lo steroide progenitore –
Adolf Butenandt

Il Pregnenolone fu sintetizzato per la prima volta da Adolf Butenandt e dai suoi collaboratori nel 1934.

Il Pregnenolone è noto chimicamente anche come pregn-5-en-3β-ol-20-one. Come altri steroidi, è costituito da quattro idrocarburi ciclici interconnessi. Il composto contiene gruppi funzionali chetonici e idrossilici, due ramificazioni metiliche e un doppio legame in posizione C5, nell’anello idrocarburico B. Come molti ormoni steroidei, è idrofobico. Il derivato solfato, il Pregnenolone Solfato, è idrosolubile.

Il 3β-diidroprogesterone (pregn-4-en-3β-ol-20-one) è un isomero del Pregnenolone in cui il doppio legame in C5 è stato sostituito da un doppio legame in C4.

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo. Questa conversione comporta l’idrossilazione della catena laterale nelle posizioni C20 e C22, con scissione della catena laterale. L’enzima che svolge questa funzione è il citocromo P450scc, situato nei mitocondri e regolato dagli ormoni trofici dell’ipofisi anteriore, quali l’Ormone Adrenocorticotropo [ACTH], l’Ormone Follicolo-Stimolante [FSH] e l’Ormone Luteinizzante [LH], nelle ghiandole surrenali e nelle gonadi. Nella trasformazione del Colesterolo in Pregnenolone sono presenti due intermedi, il 22R-idrossicolesterolo e il 20α,22R-diidrossicolesterolo, e tutte e tre le fasi della trasformazione sono catalizzate dal P450scc. Il Pregnenolone viene prodotto principalmente nelle ghiandole surrenali, nelle gonadi e nel cervello. Sebbene il Pregnenolone venga prodotto anche nelle gonadi e nel cervello, la maggior parte del Pregnenolone circolante deriva dalla corteccia surrenale.

Il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo tramite la reazione di Ossidazione di Oppenauer.

Il Pregnenolone è lipofilo e attraversa facilmente la barriera emato-encefalica. Ciò è in contrasto con il Pregnenolone Solfato, che non attraversa la barriera emato-encefalica.

Dopo la sua sintesi il Pregnenolone subisce un ulteriore metabolismo steroideo secondo una delle seguenti vie:

  • Il Pregnenolone può essere convertito in Progesterone. La fase enzimatica cruciale si articola in due fasi, che coinvolgono una 3β-idrossisteroide deidrogenasi e una Δ5-4 isomerasi. Quest’ultima trasferisce il doppio legame dalla posizione C5 alla posizione C4 sull’anello A. Il Progesterone costituisce il punto di ingresso nella via Δ4, che porta alla produzione di 17α-idrossiprogesterone e Androstenedione, precursori del Testosterone e dell’Estrone. Anche l’Aldosterone e i corticosteroidi derivano dal Progesterone o dai suoi derivati.
  • Il Pregnenolone può essere convertito in 17α-idrossipregnenolone dall’enzima 17α-idrossilasi (CYP17A1). Seguendo questa via, denominata via Δ5, il passo successivo è la conversione in Deidroepiandrosterone (DHEA) tramite la 17,20-liasi (CYP17A1). Il DHEA è il precursore dell’Androstenedione.
  • Il Pregnenolone può essere convertito in Androstadienolo dalla 16-ene sintasi (CYP17A1).
  • Il Pregnenolone può essere convertito in solfato di Pregnenolone dalla steroide solfotransferasi, e questa conversione può essere invertita dalla steroide solfatasi.

I livelli ematici circolanti ritenuti normali per il Pregnenolone sono i seguenti:

  • Uomini: da 10 a 200ng/dL
  • Donne: da 10 a 230ng/dL
  • Bambini: da 10 a 48ng/dL
  • Ragazzi adolescenti: da 10 a 50ng/dL
  • Ragazze adolescenti: da 15 a 84ng/dL

È stato riscontrato che i livelli medi di Pregnenolone non differiscono in modo significativo nelle donne in postmenopausa e negli uomini anziani (rispettivamente 40 e 39ng/dL).

Il Pregnenolone è un endocannabinoide allosterico, in quanto agisce come modulatore allosterico negativo del recettore CB1. Il Pregnenolone è coinvolto in un ciclo naturale di feedback negativo contro l’attivazione del recettore CB1 negli animali. Impedisce agli agonisti del recettore CB1, come il tetraidrocannabinolo (THC), il principale principio attivo della cannabis, di attivare completamente il recettore CB1. Un composto correlato, l’AEF0117, è stato derivato dal Pregnenolone ed è più specifico per questo tipo di attività.

Diagram of pregnenolone binding to CB1 receptor with detailed binding site

È stato riscontrato che il pregnenolone si lega con elevata affinità, dell’ordine dei nanomolari, alla proteina 2 associata ai microtubuli (MAP2) nel cervello. A differenza del pregnenolone, il solfato di pregnenolone non si è legato ai microtubuli. Il progesterone, invece, si è legato con un’affinità simile a quella del pregnenolone, sebbene, a differenza di quest’ultimo, non abbia aumentato il legame della MAP2 alla tubulina. È stato osservato che il pregnenolone induce la polimerizzazione dei microtubuli nelle colture neuronali e aumenta la crescita dei neuriti nelle cellule PC12 trattate con il fattore di crescita nervoso. Pertanto, il pregnenolone potrebbe controllare la formazione e la stabilizzazione dei microtubuli nei neuroni e potrebbe influenzare sia lo sviluppo neurale durante la fase prenatale sia la plasticità neurale durante l’invecchiamento.

Sebbene il pregnenolone di per sé non possieda queste attività, il suo metabolita, il solfato di pregnenolone, è un modulatore allosterico negativo del recettore GABAA nonché un modulatore allosterico positivo del recettore NMDA. Inoltre, è stato dimostrato che il solfato di pregnenolone attiva il canale ionico TRPM3 (Transient Receptor Potential M3) negli epatociti e nelle isole pancreatiche, provocando l’ingresso di calcio e il conseguente rilascio di insulina.

È stato dimostrato che il Pregnenolone agisce come agonista del recettore X dei pregnani. Il Pregnenolone non presenta attività progestinica, corticosteroidea, estrogenica, androgenica o antiandrogenica.

  • Principali sedi di produzione steroidea negli individui di sesso femminile
  1. Ovaie: utilizzano un sistema a due cellule e due gonadotropine (LH e FSH). L’LH stimola le cellule della teca a produrre androgeni (Androstenedione), mentre l’FSH induce le cellule della granulosa a utilizzare l’enzima Aromatasi per convertire tali androgeni in estrogeni.
  2. Corteccia surrenale: produce mineralcorticoidi (Aldosterone), glucocorticoidi (Cortisolo) e androgeni surrenali (DHEA e Androstenedione).
  3. Tessuti periferici (intracrinologia): il tessuto adiposo, la pelle e il fegato convertono localmente i precursori surrenali inattivi (come il DHEA) in steroidi sessuali attivi. Questa sintesi locale diventa la fonte dominante di estrogeni dopo la menopausa.
  4. Placenta: funge da fonte endocrina temporanea durante la gravidanza per sintetizzare grandi quantità di Progesterone ed estrogeni.
Diagram of female steroid hormone production indicating brain, adrenal gland, ovaries, and reproductive organs
  • Principali classi di ormoni prodotti
  1. Progestinici: Progesterone (regola il rivestimento uterino e il ciclo mestruale).
  2. Androgeni: DHEA, Androstenedione e Testosterone (precursori degli estrogeni e fattori determinanti per la salute delle ossa e dei muscoli e per la libido).
  3. Estrogeni: Estradiolo, Estrone ed Estriolo (ormoni sessuali femminili primari che regolano la salute riproduttiva e metabolica).
  4. Corticosteroidi: Cortisolo (stress e metabolismo) e Aldosterone (pressione sanguigna ed equilibrio elettrolitico).
Diagram of female steroid hormone pathways including progestogens, corticosteroids, androgens, estrogens, and hormone regulation
  • Two-cell, two-gonadotropin theory?

La Two-cell, two-gonadotropin theory [Teoria delle due cellule e delle due gonadotropine] spiega come le ovaie collaborino utilizzando due tipi distinti di cellule e due ormoni ipofisari per sintetizzare gli estrogeni.

  • Meccanismo fondamentale

Questo sistema supera una limitazione specifica: nessuno dei due tipi di cellule possiede tutti gli enzimi necessari per convertire autonomamente il colesterolo in estrogeni.

  1. Cellule della teca (strato esterno): stimolate dall’LH, assorbono il Colesterolo e lo convertono in androgeni (principalmente Androstenedione e una piccola quantità di Testosterone). Le cellule della teca sono prive dell’Enzima Aromatasi, pertanto non possono convertire questi androgeni in estrogeni. Gli androgeni, invece, si diffondono attraverso la membrana basale nelle vicine cellule della granulosa.
  2. Cellule della granulosa (strato interno): stimolate dall’FSH. Queste cellule sono prive dell’enzima chiave (CYP17A1) necessario per convertire i progestinici in androgeni, il che significa che non possono produrre autonomamente i propri precursori degli androgeni. Tuttavia, sono ricche di Aromatasi. Assorbono gli androgeni ricevuti dalle cellule della teca e li aromatizzano (convertono) in estrogeni (principalmente Estradiolo).
Two-cell two-gonadotropin ovarian mechanism diagram
  • Significato clinico
  1. Sviluppo follicolare: questa produzione ormonale coordinata stimola la crescita del follicolo ovarico e prepara il rivestimento uterino a una potenziale gravidanza.
  2. Ovulazione: l’aumento dei livelli di Estradiolo derivante da questo processo finisce per innescare il picco di LH necessario per l’ovulazione.
  3. Sindrome dell’ovaio policistico (PCOS): uno squilibrio in questo sistema — spesso caratterizzato da un’eccessiva stimolazione delle cellule della teca da parte dell’LH — porta a una sovrapproduzione di androgeni, causando i sintomi classici della PCOS (iperandrogenismo e anovulazione).

L’insulino-resistenza stimola direttamente e indirettamente le cellule della teca ovarica a produrre una quantità eccessiva di androgeni, rappresentando il meccanismo chiave alla base dell’iperandrogenismo nella PCOS.

Mentre i tessuti come i muscoli e il fegato diventano resistenti all’Insulina, le cellule della teca mantengono un’alta sensibilità a questo ormone, subendo gli effetti negativi dei livelli elevati di Insulina nel sangue.

L’iperinsulinemia compensatoria agisce direttamente sulle cellule della teca attraverso i recettori dell’Insulina e i recettori del IGF-1.

  • Aumento di CYP11A1: L’Insulina accelera l’attività dell’enzima di clivaggio della catena laterale del Colesterolo, aumentando la conversione del Colesterolo in Pregnenolone.
  • Aumento di CYP17A1: L’Insulina stimola fortemente l’attività della 17α-idrossilasi/17,20-liasi. Questo è l’enzima chiave che converte i progestinici in androgeni (Androstenedione e Testosterone).

L’Insulina non agisce da sola, ma potenzia la risposta della teca ai segnali ipofisari.

  • Amplificazione del segnale: L’Insulina aumenta il numero di recettori per l’LH sulle cellule della teca.
  • Iper-reattività: Di conseguenza, anche normali o lievi picchi di LH provocano una produzione massiccia e sproporzionata di androgeni rispetto a quanto avverrebbe in condizioni di normale sensibilità insulinica.

L’insulina altera la biodisponibilità degli ormoni a livello sistemico agendo sul fegato.

  • Inibizione della SHBG: Alti livelli di Insulina sopprimono la produzione epatica della globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG).
  • Più testosterone libero: Con meno SHBG disponibile nel sangue per legare e “disattivare” gli androgeni, la quota di Testosterone libero (la frazione biologicamente attiva che causa irsutismo, acne e blocca l’ovulazione) aumenta drasticamente.

L’iperandrogenismo e l’anovulazione cronica sono strettamente legati in un circolo vizioso: l’eccesso di androgeni altera sia la maturazione fisica dei follicoli nell’ovaio, sia i segnali ormonali che partono dal cervello.

  • Reclutamento eccessivo: Gli androgeni stimolano inizialmente la crescita di troppi piccoli follicoli precoci.
  • Mancanza di selezione: L’eccesso di androgeni locali impedisce ai follicoli di rispondere correttamente all’FSH (ormone follicolo-stimolante). Senza il giusto segnale dell’FSH, nessun follicolo riesce a completare la maturazione e a diventare dominante.
  • Aspetto policistico: I follicoli si bloccano a uno stadio intermedio (circa 2-9 mm) e si accumulano nella corteccia ovarica, dando all’ovaio il classico aspetto “policistico” all’ecografia.
  • Accelerazione del generatore di impulsi: Gli androgeni (spesso convertiti localmente in estrogeni) riducono la sensibilità dell’ipotalamo al progesterone.
  • Iperproduzione di LH: Questo causa un aumento della frequenza dei battiti del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine), che stimola l’ipofisi a produrre troppo LH rispetto all’FSH.
  • Mancanza del picco ovulatorio: Poiché i livelli di LH sono costantemente alti e l’FSH è basso, viene a mancare il picco acuto di LH necessario a far scoppiare il follicolo per liberare l’ovocita.
  • Iperplasia della teca: Lo strato di cellule della teca si ispessisce, producendo ancora più androgeni.
  • Ispessimento della tonaca albuginea: La capsula esterna dell’ovaio diventa più densa e fibrosa, creando una vera e propria barriera meccanica che ostacola la rottura del follicolo e la successiva ovulazione.

Il ruolo degli androgeni nella salute e nel benessere delle donne

Sia negli uomini che nelle donne, gli androgeni endogeni — tra cui il Testosterone, il DHT, l’Androstenedione (A), il DHEA e il DHEA-S) — vengono sintetizzati in vari tessuti, tra cui:

  1. le ghiandole surrenali,
  2. le ovaie,
  3. i testicoli,
  4. la placenta,
  5. il cervello e
  6. la pelle.

Nelle donne, il Testosterone circolante deriva in parte dalla secrezione ovarica e surrenale; in confronto, quantità simili derivano dalla conversione enzimatica dell’A e del DHEA-S. Nell’ovaio, la produzione di Testosterone aumenta durante le fasi follicolari e raggiunge i livelli massimi al momento dell’ovulazione e nella fase Luteale; le ghiandole surrenali, al contrario, producono solo piccole quantità di Testosterone. La maggior parte del Testosterone circolante è legata in modo reversibile alle proteine plasmatiche, tra cui:

  1. la globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG) (50–60%) e
  2. l’albumina (40–50%).

Solo l’1–2% del Testosterone plasmatico è libero e biodisponibile; inoltre, questa frazione libera può essere ulteriormente ridotta dall’aumento dei livelli di SHBG indotto dalla terapia sostitutiva con estrogeni o l’uso di SERM.

Dimero di SHBG umano

La metà dei livelli circolanti di Testosterone e DHT deriva dalla conversione enzimatica dei precursori androgeni surrenali circolanti (DHEA-S, DHEA e A). La conversione del Testosterone in DHT è mediata dalla 5α-reduttasi (isoforme di tipo I e II). Tra questi androgeni, il DHT presenta la maggiore affinità per il recettore degli androgeni (AR) ed è il più potente dal punto di vista biologico tra gli androgeni endogeni. Il DHT non può essere ulteriormente aromatizzato in estrogeni, il che ne aumenta l’emivita.

  • Il DHEA plasmatico deriva da:
  1. secrezione delle cellule della zona reticolare della corteccia surrenale (50%),
  2. secrezione ovarica (20%) e
  3. metabolismo periferico del DHEA-S (30%).

Il DHEA stesso è instabile e può essere convertito in Androstenedione (A) dalla 3β-idrossisteroide deidrogenasi (3βHSD); successivamente, l’Androstenedione può essere convertito in Testosterone dalla 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17βHSD), nonché in DHT dalle 5α-reduttasi presenti nel tessuto endometriale.

Diagram showing the main metabolic pathway converting DHEA into various steroid hormones including testosterone, estrone, estradiol, and dihydrotestosterone with associated enzymes.

Nelle donne, circa la metà del DHEA circolante deriva dai pre-androgeni; in particolare, la zona reticolare rappresenta l’80% del DHEA-S presente nella circolazione femminile, mentre la parte restante proviene dalle ovaie. Il principale pre-androgeno è il DHEA-S, che viene convertito in DHEA, DHT ed Estrogeni attraverso specifici passaggi enzimatici. Il DHEA-S plasmatico, presente in concentrazioni significative, funge da ampio serbatoio di substrato per la conversione in DHEA, androgeni e/o estrogeni nei tessuti periferici. Le concentrazioni plasmatiche significative di DHEA-S sono, in parte, una conseguenza del suo forte legame con l’albumina, che ne prolunga l’emivita; di conseguenza, le concentrazioni plasmatiche di DHEA-S riflettono la produzione di androgeni da parte delle ghiandole surrenali. La secrezione di DHEA-S è principalmente sotto il controllo dell’asse ipotalamo-ipofisario ed è stimolata dall’ACTH; tuttavia, la sua secrezione è modulata da altri ormoni quali l’Estradiolo, la Prolattina e l’IGF-1.

In larga misura, il Testosterone deriva dal metabolismo dell’Androstene tramite la 17βHSD (tipo 5).

Le 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD, HSD17B) (EC 1.1.1.51), note anche come 17-chetosteroidi reduttasi (17-KSR), sono un gruppo di ossidoreduttasi alcoliche che catalizzano la riduzione dei 17-chetosteroidi e la deidrogenazione dei 17β-idrossisteroidi nella steroidogenesi e nel metabolismo degli steroidi. Ciò comprende l’interconversione tra DHEA e Androstenediolo, tra Androstenedione e Testosterone, e tra Estrone ed Estradiolo.

Le principali reazioni catalizzate dalla 17β-HSD (come la conversione dell’Androstenedione in Testosterone) sono reazioni di idrogenazione (riduzione), piuttosto che reazioni di deidrogenazione (ossidazione).

La 17β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 5 (17βHSD5), nota anche come membro C3 della famiglia 1 delle aldo-cheto reduttasi (AKR1C3), è un enzima chiave che converte gli androgeni surrenali inattivi in Testosterone e DHT attivi. Essa stimola la produzione locale di ormoni e la crescita delle cellule tumorali nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione.

Funzione, ruolo e importanza clinica:

  • Conversione steroidea: converte l’Androstenedione e il DHEA in androgeni attivi.
  • Localizzazione tissutale: presente nella prostata, nel fegato, nel seno e nei tessuti riproduttivi.
  • Collegamento con le patologie: favorisce la crescita tumorale e la resistenza al trattamento nei tumori della prostata e della mammella.
  • Bersaglio farmacologico: i ricercatori prendono di mira questo enzima per bloccare la produzione di Testosterone all’interno dei tumori quando la terapia ormonale standard fallisce.
  • Inibitori: farmaci sperimentali come l’ASP9521 sono oggetto di studio per bloccare l’attività di questo specifico enzima.

Come già riportato, nelle donne, livelli plasmatici elevati di Testosterone sono correlati all’incidenza della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), osservata in circa il 20% delle giovani donne. La PCOS è associata a oligomenorrea, disfunzione ovulatoria e infertilità. L’iperandrogenismo nella PCOS è un fattore critico che predispone le donne all’obesità, all’insulino-resistenza e alla sindrome metabolica.

Nelle donne adulte, i livelli plasmatici di androgeni e di SHBG diminuiscono progressivamente con l’avanzare dell’età, con riduzioni marcate e significative correlate alla menopausa; a titolo esemplificativo, i livelli di Testosterone totale nelle donne di età compresa tra i 65 e i 74 anni sono pari a circa un terzo di quelli osservati nelle ventenni. In confronto, i livelli di Testosterone libero diminuiscono con l’età del 90%, mentre i livelli di DHEA-S e A diminuiscono entrambi di circa un terzo. Nelle donne in premenopausa, le ovaie sono la fonte principale di Estradiolo, che funge da ormone estrogenico predominante circolante agendo sui tessuti bersaglio distali. Nelle donne in postmenopausa, a causa della cessazione della funzione ovarica, gli estrogeni vengono prodotti in una serie di siti extragonadici, tra cui il tessuto adiposo, le ossa, il cervello, l’endotelio vascolare e le cellule muscolari lisce dell’aorta, dove agiscono localmente in modo paracrino o intracrino. La loro concentrazione locale nei tessuti dipende da una fonte esterna di precursori androgenici, poiché i tessuti extragonadici non sono in grado di convertire il Colesterolo in steroidi.

Diagram showing female characteristics and symptoms of PCOS including hormonal imbalance, dermatological symptoms, metabolic and physical effects, reproductive health issues, and emotional well-being.

Il fatto che l’ovaio postmenopausale abbia un’attività endocrina significativa nella produzione di androgeni è in qualche modo controverso. Alcuni studi hanno riportato che i livelli circolanti di androgeni (ovvero T, A, DHEA e DHEA-S) sono estremamente rilevanti nel -fornire substrato per la biosintesi degli estrogeni periferici, attraverso l’aromatizzazione periferica di A e T. Poiché l’attività dell’Aromatasi rimane inalterata nelle donne sottoposte a ovariectomia, è stato ipotizzato che l’ovaio in postmenopausa non sia una fonte significativa di produzione di androgeni. Al contrario, altri studi hanno osservato che l’ovariectomia bilaterale ha determinato una riduzione marcata e prolungata dei livelli sia di T totale che di T biodisponibile, suggerendo che l’ovaio in postmenopausa rappresenti una fonte fondamentale di androgeni per tutto l’arco della vita delle donne anziane.

Da un punto di vista farmacologico, gli AAS, che possono derivare dal Testosterone, dal DHT o dal 19-nortestosterone, includono l’Oxandrolone, lo Stanozololo, il Nandrolone, il Trenbolone e altre molecole applicate attualmente ma soprattutto in passato anche in pazienti di sesso femminile.

Gli AAS sono classificati principalmente in due classi farmacologiche:

  1. androgeni aromatizzabili, come il Testosterone, che viene metabolizzato in Estradiolo dall’Aromatasi, il quale interagisce poi sia con l’ERα e l’ERβ, e
  2. androgeni non aromatizzabili, come il DHT, che si lega esclusivamente al AR. Gli androgeni sintetici, come l’Oxandrolone e lo Stanozololo, non sono soggetti all’aromatizzazione, il che ne priva il potenziale estrogenico.

Una delle difficoltà più complesse negli studi clinici che coinvolgono gli ormoni gonadici è la misurazione accurata e affidabile dei livelli plasmatici di ormoni. Inoltre, poiché le concentrazioni plasmatiche di androgeni nelle donne sono basse, i test immunologici per il testosterone disponibili in commercio forniscono solitamente risultati contraddittori. Di conseguenza, la misurazione accurata dei livelli plasmatici di testosterone, DHT ed estradiolo nelle donne richiede un metodo alternativo convalidato, come la cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa in tandem (LC-MS/MS), che è tecnicamente molto più complessa e costosa rispetto a un test immunologico commerciale.

In un sistema omeostatico fisiologico femminile, gli androgeni (come il Testosterone) sono ormoni fondamentali per il benessere psicofisico dell’individuo, in tutte le fasi della vita e con le corrette modifiche terapeutiche. Favoriscono il desiderio sessuale, contribuiscono alla formazione di ossa e muscoli forti, aumentano l’energia e proteggono la salute del cuore e del cervello in ottimale rapporto con l’attività estrogenica [vedi soprattutto Estradiolo]. Livelli equilibrati migliorano l’umore generale, la vitalità e le funzioni fisiche.

  • Principali benefici per la salute
  1. Salute sessuale: migliora la libido, l’afflusso di sangue ai genitali, l’eccitazione e la soddisfazione orgasmica.
  2. Resistenza ossea: aiuta a mantenere la massa ossea e favorisce un sano rimodellamento osseo.
  3. Muscoli e metabolismo: favorisce il trofismo muscolare, la forza fisica e l’equilibrio metabolico.
  4. Cervello e umore: contribuisce alle funzioni cognitive, all’energia e al benessere psicologico generale.
  • Usi medici e contesto
  1. Supporto alla menopausa: il Testosterone a basso dosaggio [3.5mg/week] viene talvolta utilizzato per trattare il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo (HSDD) nelle donne in postmenopausa, quando altri trattamenti non risultano sufficienti.
  2. Rimedio alla carenza: può aiutare a ripristinare l’energia e la funzione sessuale nelle donne con insufficienza androgenica accertata (ad esempio in seguito alla rimozione chirurgica delle ovaie).
  3. Precauzioni: dosi elevate possono causare effetti collaterali quali acne, crescita di peli sul viso, abbassamento del tono della voce, ipertrofia clitoridea ecc… . Sono in corso ricerche sulla sicurezza a lungo termine.

AR e sensibilità agli androgeni nelle donne

Struttura del Recettore degli Androgeni

Sebbene le donne presentino naturalmente livelli di Testosterone circolante molto più bassi rispetto agli uomini, si osserva una maggiore sensibilità a livello degli organi-bersaglio o dei tessuti agli androgeni. Questa maggiore reattività fa sì che anche livelli ematici di poco alterati di questi ormoni possano comunque provocare segni fisici evidenti, sia a livello di acne, diradamento dei capelli in soggetti predisposti o una crescita eccessiva di peli, che a livello muscolo-scheletrico.

L’AR umano è un regolatore della trascrizione appartenente alla famiglia dei recettori nucleari. La struttura del gene dell’AR, l’mRNA maturo sottoposto a splicing e i domini proteici presentano somiglianze con altri membri della famiglia: i recettori degli estrogeni e i recettori del progesterone. L’AR comprende 8 esoni diversi che formano la proteina AR, costituita da 4 domini, ciascuno con una funzione specifica:

  1. il dominio N-terminale (NTD);
  2. il dominio di legame al DNA (DBD);
  3. una regione cerniera (HR); e
  4. il dominio C-terminale di legame al ligando (LBD).

Quando l’AR è presente nel citosol, rimane nella sua forma trascrizionalmente inattiva, stabilizzata dalla proteina chaperone molecolare HSP90 (proteina da shock termico 90). Una volta che un ligando (come il Testosterone o il DHT) si lega all’LBD, l’AR si dissocia dall’HSP90. Successivamente, si dimerizza e si traslocca nel nucleo, dove si lega all’elemento di risposta agli androgeni nella regione regolatoria dei suoi geni bersaglio, modulandone così l’espressione.

Alla luce dell’elevata presenza di AR nelle donne (vedi tabella sopra), è opportuno analizzare in modo approfondito il loro ruolo fondamentale nella patogenesi dell’iperandrogenismo. È quindi importante individuare le manifestazioni cliniche più comuni. Una di queste manifestazioni è l’irsutismo, che colpisce fino al 15% di tutte le donne e il 70-80% delle donne affette da iperandrogenismo. I metodi di valutazione visiva del tipo di crescita dei peli, come il punteggio di Ferriman-Gallwey, sono efficaci nel determinare la gravità dell’irsutismo e nel distinguerlo dall’ipertricosi (crescita eccessiva di peli indipendenti dagli androgeni). La virilizzazione rappresenta un processo rapido in cui si manifestano gravi caratteristiche cliniche di un marcato eccesso di androgeni endogeni o esogeni. Nell’ambito di uno spettro più ampio, può includere: irsutismo, acne, alopecia androgenetica, ingrossamento del clitoride, abbassamento del tono della voce, aumento della massa muscolare, riduzione delle dimensioni del seno e, frequentemente, amenorrea. Inoltre, l’iperandrogenismo è correlato a numerose alterazioni metaboliche, ad esempio: iperinsulinemia, insulino-resistenza, iperglicemia, dislipidemia e aumento del rischio di aterosclerosi. Queste caratteristiche costituiscono le componenti fondamentali della sindrome metabolica. È importante sottolineare che le variazioni dei livelli di AR nell’iperandrogenismo devono essere mediate da vie regolate dai AR.

Un esempio dell’importanza dell’AR è il rischio confermato di cancro al seno nelle donne in premenopausa con concentrazioni sieriche elevate di Testosterone, Androstenedione e DHEA-S. Pertanto, le nuove terapie contro il cancro al seno prendono di mira l’AR per la sua espressione osservata nei tre principali sottotipi di cancro al seno. È importante sottolineare che l’AR si è già dimostrato un bersaglio promettente per le terapie antiandrogeniche nel cancro al seno triplo-negativo, il più aggressivo.

I AR possono presentare variabili espressive maggiori nel sistema muscolo-scheletrico delle donne, sebbene la vera peculiarità più volte osservata riguarda l’attivazione/sensibilità recettoriale. Questo ci da come risultante una maggiore risposta dose/tempo agli androgeni/AAS rispetto ai soggetti di sesso maschile. Sembrerebbe trattarsi di una caratteristica regolativa/compensativa in risposta a concentrazioni androgene dimorfiche inferiori.

Consideriamo, infatti, che negli uomini il Testosterone totale è tipicamente tra 300 e 1000ng/dL [range standard 3ng/mL-11.5ng/mL], mentre nelle donne varia tra 15 e 76ng/dL [range standard 0,15 e 0,76ng/ml]. Gli uomini presentano quindi livelli circa 10-20 volte superiori rispetto alle donne.

Struttura molecolare dell’Estradiolo

Discorso inverso sembra poter essere fatto con gli estrogeni per gli uomini. Nelle donne in età fertile l’Estradiolo [E2] varia tra 15 e 350pg/mL (con picchi più alti), mentre negli uomini i valori normali sono compresi tra 10 e 40pg/mL con un range soglia massimo di 60pg/mL. Le donne presentano quindi concentrazioni medie da 5 a 10 volte superiori di E2 rispetto agli uomini. Si noti che piccole variazioni nei livelli di E2 nell’uomo possono generare effetti clinici evidenti (ciò avviene in variazione soggettiva alla sensibilità individuale insieme a quella intrinseca di genere). Si è affermato che ciò sia dovuto più che altro alla stretta finestra di eufunzione rispetto ad una maggiore sensibilità biologica intrinseca rispetto alla donna. Nonostante ciò, molti casi studio hanno evidenziato che:

  • Presenza di sensibilità intrinseca: nonostante la comparsa di problematiche legate ad eccessi o carenze di E2 mostrano variabili soggettive legate a fattori a monte [vedi, per esempio, tasso d’espressione dell’Aromatasi e risposta epigenetica ad alterazioni iatrogene comprendenti l’espressione dei gene che regola il ER], una costante sembra essere una spiccata sensibilità a variazioni minime su tessuti/sistemi diversi.
  • Similitudini di risposta alle alterazioni: come nelle donne variazioni anche minime nelle concentrazioni di AAS danno risposte evidenti [seppur variabili] anche nell’uomo le fluttuazioni di E2 [in alcuni casi la sensibilità interessa anche il meno attivo E1] danno risposte evidenti sebbene differenziate da grado e area tissutale/sistemica.

Nel complesso, stiamo vivendo un’era entusiasmante caratterizzata da nuove scoperte nel campo dei AR e dei loro molteplici ruoli nelle donne. Quanto esposto in questo paragrafo evidenzia che la conoscenza della segnalazione degli AR e delle alterazioni della struttura dei recettori è fondamentale per comprendere la risposta androgenica, tanto in terapia quanto in campo del miglioramento delle prestazioni. Pertanto, gli sforzi scientifici futuri saranno in parte volti a chiarire ulteriormente l’importanza degli AR nella salute, nelle prestazioni [ed estetica] e nelle patologie delle donne rivestiranno un’importanza fondamentale.

Asse hGH/IGF-1, E2 e dimorfismi sessuali

Schema asse hGH IGF-1 regolazione e feedback

L’Asse Ormone della Crescita/Fattore di Crescita Insulino-Simile-1 [Asse hGH/IGF-1] svolge un ruolo fondamentale nella promozione della crescita lineare nei bambini, mentre negli adulti il suo ruolo è principalmente di rilevanza metabolica. L’hGH viene secreto dalla ghiandola pituitaria e stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che a sua volta inibisce la secrezione del hGH attraverso un meccanismo di feedback negativo. Il fegato è il principale responsabile del pool circolante di IGF-I, delle sei proteine leganti l’IGF (da IGFBP-1 a -6) e della subunità labile in ambiente acido (ALS). In circolo, circa il 99% del pool di IGF-I è legato con elevata affinità alle IGFBP, che circolano in eccesso molare rispetto all’IGF-I; ciò spiega perché meno dell’1% circoli come IGF-I libero e non legato. Fungendo da vettori dell’IGF-I circolante, le IGFBP e l’ALS prolungano l’emivita dell’IGF-I e ne modulano l’accesso ai tessuti, controllandone così l’azione.

  • Interazione dell’Insulina
Insulin secretion from pancreatic beta cells diagram

L’Insulina, una volta secreta dalle cellule β del pancreas, viene trasportata dalla vena porta direttamente al fegato, determinando un’elevata esposizione degli epatociti. In particolare, il fegato è uno dei principali organi bersaglio degli effetti metabolici dell’Insulina ed esercita un’estrazione di primo passaggio che può raggiungere l’85% dell’Insulina convogliata dalla vena porta. Inoltre, grazie alla sua capacità di regolare la sensibilità epatica al hGH, il trasporto intra-portale dell’Insulina si è rivelato un fattore coadiuvante essenziale per un’efficace sintesi epatica di IGF-I indotta dal hGH. Infatti, si può considerare la capacità dell’Insulina di controllare la sensibilità epatica al hGH come una normale risposta fisiologica ai cambiamenti nutrizionali. Durante il digiuno, con livelli ridotti di Insulina intraportale, la sensibilità epatica al hGH diminuisce, determinando una riduzione dei livelli sierici di IGF-I nonostante un aumento compensatorio della secrezione di hGH. Al contrario, l’eccesso alimentare aumenta i livelli di Insulina intraportale, potenziando la sensibilità epatica al hGH in misura tale che una secrezione relativamente bassa di hGH sia sufficiente a mantenere la sintesi e la secrezione epatiche di IGF-I a livelli normali, nonché livelli circolanti normali di IGF-I. Questa risposta del hGH ai cambiamenti nutrizionali è fisiologicamente appropriata in quanto porta ad un aumento dell’insulino-resistenza mediata dal hGH che previene l’ipoglicemia durante il digiuno e ad una diminuzione dell’insulino-resistenza mediata dal hGH durante i periodi di sovralimentazione. Tuttavia, anche alcune patologie (ad esempio, l’obesità, la sindrome di Cushing, il diabete di tipo 1 [T1D] e l’anoressia nervosa) e alcuni farmaci di uso comune [ad esempio, i glucocorticoidi e gli agonisti del GLP-1RA)] che influenzano la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche possono alterare l’asse hGH/IGF-I. Poiché il hGH, l’IGF-I e l’Insulina modulano continuamente la secrezione e l’azione reciproca sia in condizioni di salute che di malattia, una buona comprensione dei meccanismi alla base di queste interazioni riveste importanza sia clinica che al fine del miglioramento delle prestazioni/estetica.

Diagram of hypothalamic-pituitary axis showing GHRH secretion and growth hormone release into circulation

La secrezione ipofisaria dell’hGH è regolata dalla stimolazione del GHRH e dall’inibizione della Somatostatina, entrambi secreti dall’ipotalamo. La secrezione dell’hGH è episodica e pulsatile, con livelli che variano tra picchi e valli e livelli molto bassi tra un impulso e l’altro. L’hGH stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che agisce a sua volta sull’ipofisi inibendo la secrezione di hGH. Il IGF-I influenza la regolazione della secrezione di hGH a livello dell’ipotalamo inibendo l’espressione genica del GHRH e stimolando la secrezione di Somatostatina, mentre a livello dell’ipofisi l’IGF-I inibisce la secrezione spontanea e quella stimolata dal GHRH del hGH. A differenza della natura episodica e pulsatile della secrezione di hGH, l’IGF-I viene secreto in modo continuo, ha un’emivita più lunga [per via del legame con le proteine di trasporto IGFP] e presenta concentrazioni più stabili nel sangue. Pertanto, l’IGF-I viene utilizzato come biomarcatore dello stato secretorio del hGH, poiché i suoi livelli riflettono la secrezione integrata di hGH nell’arco delle 24 ore.

Oltre all’Insulina, esistono altri ormoni in grado di influenzare la secrezione ipofisaria di hGH, quali la Grelina, gli estrogeni e gli androgeni. La Grelina, un peptide gastrico con potenti proprietà secretagoghe del hGH, amplifica la secrezione ipotalamica di GHRH e ne potenzia gli effetti di stimolazione del hGH ipofisario. Gli estrogeni stimolano la secrezione ipofisaria di hGH, ma inibiscono l’azione del hGH sul fegato sopprimendo la segnalazione del GHR. Inoltre, gli estrogeni possono potenziare l’azione della Grelina, mentre gli androgeni potenziano le azioni periferiche del hGH. Infine, la secrezione ipofisaria di hGH è inversamente correlata all’adiposità viscerale intra-addominale attraverso meccanismi che dipendono dai flussi di acidi grassi liberi (FFA).

L’Insulina inibisce la secrezione di hGH, ma i meccanismi alla base di questo fenomeno non sono ancora ben chiari e si ipotizza che agiscano a diversi livelli. A livello dell’ipofisi, si è visto che l’Insulina sopprime direttamente la secrezione ipofisaria di hGH indipendentemente dal recettore dell’IGF-I (IGF-IR). A livello epatico, sembrerebbe che l’Insulina stimola la sintesi della proteina GHR e il legame del hGH al GHR in modo dose-dipendente. Analogamente, è stata osservata una ridotta espressione epatica del GHR e un ridotto legame del hGH in seguito all’induzione del diabete, e che il trattamento con Insulina facilita il legame del hGH. Queste possibilità evidenziano il ruolo chiave che l’Insulina svolge nella modulazione della risposta epatica al hGH e sostengono l’idea che l’Insulina abbia un ruolo importante nella regolazione della sensibilità epatica al hGH attraverso la sua capacità di influenzare direttamente l’espressione del GHR e il legame del hGH. Tuttavia, per quanto a nostra conoscenza, questa ipotesi deve ancora essere inconfutabilmente dimostrata nell’uomo.

Inoltre, oltre a regolare i livelli circolanti di IGF-I attraverso il suo effetto sulla sensibilità epatica al GH, l’insulina inibisce anche la sintesi e la secrezione epatica della proteina legante l’IGF-1 (IGFBP-1), un inibitore dell’azione dell’IGF-I (7). Pertanto, la relazione tra insulina e IGFBP-1 è inversa (34), per cui l’IGFBP-1 è bassa in condizioni di iperinsulinemia ma elevata in condizioni di ipoinsulinemia (35). Poiché i livelli di IGFBP-1 fluttuano nel corso della giornata (36), ciò ha portato all’ipotesi che l’IGFBP-1 colleghi l’azione dell’IGF-I all’apporto nutrizionale. Tuttavia, i dati attuali indicano che l’IGFBP-1 funge più da “freno” all’azione dell’IGF-I, inibendo la segnalazione anabolica durante la deplezione nutrizionale, piuttosto che da “acceleratore” dell’azione dell’IGF-I durante l’eccesso alimentare. La logica è che, in circostanze fisiologiche normali, il calo dell’IGFBP-1 dal suo livello massimo stimolato durante il digiuno notturno (34) al livello osservato dopo l’assunzione di cibo, su base molare, è relativamente modesto e porta solo a lievi aumenti dell’IGF-I libero sierico (7, 37, 38). Un’altra spiegazione è che le concentrazioni molari delle altre cinque IGFBP superano di gran lunga la concentrazione dell’IGFBP-1 (39) e, non essendo completamente sature, le altre cinque IGFBP sono pienamente in grado di sequestrare l’aumento dell’IGF-I libero secondario alle riduzioni dell’IGFBP-1 circolante. Tuttavia, quando i livelli di IGFBP-1 sono cronicamente ridotti in presenza di iperinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, obesità, sindrome di Cushing e terapia con glucocorticoidi), entra in gioco l’effetto “acceleratore” dell’IGFBP-1, che determina un aumento dell’IGF-I libero sierico. Al contrario, durante un’ipoinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, malnutrizione, anoressia nervosa e diabete di tipo 1), i livelli di IGFBP-1 aumentano di diverse volte, portando a una maggiore formazione di complessi tra IGF-I e IGFBP-1 e a una netta riduzione dell’IGF-I libero (effetto “freno”).

  • Interazione dell’E2

Il 17β-estradiolo [E2] ha azioni fisiologiche che non si limitano agli organi riproduttivi sia nelle femmine che nei maschi (Simpson et al., 2005; Barros e Gustafsson, 2011). Il fegato è un bersaglio diretto degli estrogeni poiché esprime il ERα, che è collegato, tra l’altro, all’omeostasi dei lipidi e del glucosio (Foryst-Ludwig e Kintscher, 2010; Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012) e alla crescita corporea (Vidal et al., 2000). Gli estrogeni possono modulare l’azione del hGH nel fegato agendo a livello centrale, regolando la secrezione ipofisaria di hGH, e, a livello periferico, modulando la segnalazione del hGH. La maggior parte degli studi precedenti si è concentrata sull’influenza degli estrogeni sulla secrezione ipofisaria di hGH (Kerrigan e Rogol, 1992). È stato dimostrato che il rilascio ipofisario di hGH, specifico per sesso, ha un forte impatto sulla regolazione trascrizionale epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Tuttavia, esistono anche prove evidenti che gli estrogeni modulano l’azione del hGH a livello dell’espressione e della segnalazione del GHR. In particolare, è stato dimostrato che l’E2 induce il soppressore della segnalazione delle citochine (SOCS)-2, il quale a sua volta regola negativamente la via di segnalazione GHR-Janus chinasi (JAK)-2-trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione (STAT)-5 (Leung et al., 2004; Santana-Farre et al., 2008). Questo fenomeno è clinicamente rilevante poiché la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT-5 riveste particolare importanza nella regolazione delle azioni endocrine, metaboliche e legate alla differenziazione sessuale del hGH nel fegato. È importante sottolineare che l’alterazione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 è associata a cambiamenti metabolici epatici che includono steatosi epatica, fibrosi e carcinoma epatocellulare (Baik et al., 2011). Questa interazione è rilevante anche in considerazione della diffusa esposizione degli esseri umani agli estrogeni o a composti correlati agli estrogeni (Wolthers et al., 2001). In questo lavoro riassumeremo le molteplici conseguenze biologiche che possono manifestarsi a seguito dell’interazione tra E2 e hGH nel fegato.

Rappresentazione schematica dell’asse somatotropico. Il GHRH e la Somatostatina (SS), due ormoni ipotalamici, controllano la sintesi e il rilascio di hGH dall’ipofisi. Il GHRH è regolato negativamente (linee tratteggiate) dal feedback delle concentrazioni ematiche di hGH e IGF-I. Gli acidi grassi liberi (FFA) inibiscono il rilascio di hGH, mentre la leptina e la grelina lo stimolano. Anche gli ormoni sessuali e altri fattori agiscono a livello centrale per stimolare il rilascio di hGH. Il hGH circolante agisce direttamente su molti organi per stimolare la produzione di IGF-I, con la produzione di IGF-I nel fegato che rappresenta la principale fonte di IGF-I nel sangue. Il hGH ha anche effetti diretti su molti tessuti bersaglio, che possono essere indipendenti dall’azione dell’IGF-I.
  • Dimorfismo sessuale

Gli ormoni sessuali determinano un modello di secrezione dell’hGH ipofisario dipendente dal sesso, che svolge un ruolo fondamentale nella definizione e nel mantenimento del dimorfismo sessuale della trascrizione genica epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Le analisi genomiche e bioinformatiche hanno contribuito a chiarire i meccanismi molecolari coinvolti nella trascrizione genica epatica regolata dal hGH (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005; Waxman e O’Connor, 2006; Wauthier et al., 2010). L’espressione dipendente dal sesso e la regolazione da parte del hGH caratterizzano diverse famiglie di geni epatici coinvolti nel metabolismo degli endo- e xenobiotici, nonché in importanti funzioni metaboliche (ad esempio, il metabolismo dei lipidi); il 20–30% di tutti i geni epatici presenta un modello di espressione specifico per sesso. La maggior parte di queste differenze epatiche legate al sesso è spiegata dal modello di secrezione del hGH specifico delle femmine, attraverso l’induzione di trascritti predominanti nelle femmine e la soppressione di quelli predominanti nei maschi. È stato dimostrato che la somministrazione continua di hGH aumenta l’espressione epatica del fattore di trascrizione SREBP-1c e dei suoi geni bersaglio a valle (Tollet-Egnell et al., 2001), nonché la sintesi epatica di trigliceridi (TG) e la secrezione di VLDL (Sjoberg et al., 1996). Come menzionato in precedenza, le azioni del hGH nel fegato determinano un aumento della lipogenesi (cioè l’induzione di SREBP-1c) e una diminuzione dell’ossidazione dei lipidi (cioè l’inibizione del PPARα), oltre a favorire la crescita anabolica nei tessuti periferici (cioè muscoli, ossa) (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005). Per quanto riguarda la presente revisione, gli estrogeni provocano effetti opposti sul metabolismo dei lipidi e del glucosio, il che rappresenta un punto rilevante delle interazioni regolatorie tra estrogeni e hGH.

  • Il fegato, un bersaglio fisiologico degli estrogeni

La segnalazione degli estrogeni può essere mediata da diversi recettori (Heldring et al., 2007). La maggior parte degli effetti estrogenici noti è mediata dall’interazione diretta degli estrogeni con i fattori di trascrizione che si legano al DNA, ERα ed ERβ. La segnalazione classica degli estrogeni avviene attraverso il legame diretto dei dimeri di ER agli elementi sensibili agli estrogeni (ES) nelle regioni regolatorie dei geni bersaglio degli estrogeni, seguito dall’attivazione del meccanismo trascrizionale nel sito di inizio della trascrizione. Inoltre, gli estrogeni possono modulare l’espressione genica attraverso un secondo meccanismo in cui gli ER interagiscono con altri fattori di trascrizione, come STAT5, tramite un processo denominato «crosstalk dei fattori di trascrizione». Gli estrogeni possono anche esercitare effetti attraverso meccanismi non genomici, che comportano l’attivazione di vie di segnalazione a valle delle chinasi, quali PKA, PKC e MAPK, tramite ER localizzati sulla membrana. Un recettore orfano accoppiato alla proteina G (GPR)-30 presente nella membrana cellulare media la segnalazione non genomica e rapida degli estrogeni. Infine, l’E2 presenta un’affinità simile per l’ERα e l’ERβ e questi recettori vengono attivati da un’ampia gamma di ligandi, tra cui i modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM) (ad es. il raloxifene) e molti altri composti. L’ERβ è espresso nell’ovaio, nella prostata, nel polmone, nel tratto gastrointestinale, nella vescica, nel sistema ematopoietico e nel sistema nervoso centrale, mentre l’ERα è espresso principalmente nei tessuti riproduttivi, nei reni, nelle ossa, nel tessuto adiposo bianco e nel fegato. Il fegato esprime ERα ma livelli quasi impercettibili di ERβ, il che indica che le azioni specifiche degli estrogeni nel fegato possono essere riprodotte utilizzando agonisti selettivi di ERα come il propil-pirazolo-triolo (PPT) (Lundholm et al., 2008). Nel complesso, i dati sopra menzionati indicano che i meccanismi coinvolti nella segnalazione degli ER sono influenzati dal fenotipo cellulare, dal gene bersaglio e dall’attività o dall’interazione con altre reti di segnalazione. Il fegato rappresenta un sito in cui possono svilupparsi interazioni fisiologicamente e terapeuticamente rilevanti tra estrogeni e GH. Particolarmente rilevante è l’interazione degli estrogeni con la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nella regolazione della crescita somatica, del metabolismo dei lipidi e del glucosio e della “sessualità epatica”.


Effetti fisiologici dell’E2 e del hGH sul metabolismo dei lipidi e del glucosio nel fegato.
  • Crescita somatica e composizione corporea

È ben noto che gli steroidi sessuali e l’ormone della crescita (GH) interagiscono strettamente per regolare la crescita puberale (Kerrigan e Rogol, 1992). È interessante notare che la perdita di ERα (ERαKO), ma non di ERβ, media importanti effetti degli estrogeni sullo scheletro dei topi maschi durante la crescita e la maturazione (Vidal et al., 2000). Un fenotipo simile a quello dei topi ERαKO si riscontra nei topi o negli esseri umani con deficit di aromatasi, che presentano una carenza di estrogeni (Riggs et al., 2002). Inoltre, le differenze di composizione corporea legate al genere sono in parte mediate dagli steroidi sessuali che modulano l’asse GH-IGF-I (LeRoith, 2009; Rogol, 2010; Birzniece et al., 2011). Ciò è supportato dall’osservazione che le differenze di genere nella composizione corporea emergono durante la crescita puberale. Inoltre, l’efficacia dell’attività del GH è modulata dagli estrogeni anche in età adulta. Ciò è esemplificato dal fatto che le donne rispondono in misura minore rispetto agli uomini al trattamento con GH (Burman et al., 1997); il trattamento con GH induce un maggiore aumento della massa magra e una maggiore riduzione della massa grassa, oppure un maggiore aumento degli indici di ricambio osseo e della massa ossea, nei pazienti maschi affetti da GHD rispetto alle pazienti di sesso femminile. Rilevante per la fisiologia del GH è l’alterazione della biodisponibilità dell’IGF-I mediante somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni [rivisto da Leung et al., 2004]. La disponibilità e l’attività dell’IGF-I nei tessuti sono regolate dalle proteine leganti l’IGF (IGFBP) (Kaplan e Cohen, 2007; LeRoith e Yakar, 2007; Ohlsson et al., 2009). L’IGF-I circola quasi interamente sotto forma di complesso ternario legato all’IGFBP-3 e all’ALS, entrambi fortemente regolati dal GH a livello epatico. Questo complesso ternario regola la biodisponibilità dell’IGF-I. Anche l’IGFBP-1 è una proteina di origine epatica che si lega alla piccola frazione di IGF-I libero e ne attenua l’effetto ipoglicemico (Lewitt et al., 1991). Contrariamente al suo effetto soppressivo sull’ALS e sull’IGF-I, la somministrazione orale di estrogeni aumenta l’IGFBP-1 circolante. È prevedibile che l’aumento dell’IGFBP-1 riduca ulteriormente la frazione libera di IGF-I, il che dovrebbe ridurne l’attività. È interessante notare che l’attivazione della via di segnalazione GH-STAT5b induce l’espressione di ALS e IGF-I ma inibisce l’IGFBP-1 (Ono et al., 2007). Pertanto, l’inibizione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nel fegato (vedi sotto) contribuisce molto probabilmente agli effetti degli estrogeni su IGF-I, ALS e IGFBP-1. Di conseguenza, gli estrogeni esercitano effetti profondi sulle IGFBP di origine epatica quando somministrati per via orale, il che molto probabilmente modifica le azioni biologiche dell’IGF-I. Inoltre, la somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni può inibire gli effetti metabolici regolati dal GH (ad esempio, l’ossidazione dei lipidi, la sintesi proteica) (Huang e O’Sullivan, 2009). Questi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea sono attenuati dalla somministrazione transdermica, il che suggerisce che il fegato sia la sede principale del controllo regolatorio da parte degli estrogeni.

Rappresentazione schematica delle vie di segnalazione utilizzate dall’ormone della crescita (hGH) per regolare la crescita e il metabolismo. Il hGH si lega a un dimero preformato del recettore del hGH (GHR), con conseguente attivazione della tirosin chinasi JAK2 legata alla sequenza del dominio 1 del recettore, prossimale alla membrana. Contemporaneamente, viene attivata anche la chinasi Src. La segnalazione canonica della proteina tirosin chinasi JAK2 tramite STAT5 prevede la fosforilazione di residui di tirosina chiave nel dominio citoplasmatico del GHR, che si legano al dominio SH2 (Src homology 2) di STAT5a/b, reclutando le proteine ​​STAT al JAK2 attivato e facilitandone così la fosforilazione della tirosina e la successiva dimerizzazione attraverso i loro motivi SH2. Il dimerizzato STAT5 trasloca nel nucleo per regolare la trascrizione genica. STAT1 e STAT3 subiscono una fosforilazione diretta della tirosina da parte di JAK2 senza la necessità di legame al recettore. L’ERK può essere attivato da SRC e/o PLCγ e Ras, oppure da JAK2 tramite gli adattatori SHC, GRB e SOS. JNK è attivato da SRC. La via di segnalazione della PtdIns 3-chinasi e della serina-treonina-proteina chinasi mTOR è attivata da JAK2 tramite la fosforilazione di IRS. Queste vie di segnalazione influenzano, direttamente o indirettamente, la trascrizione dei geni coinvolti nella crescita e nel metabolismo. ERK, chinasi extracellulare regolata dal segnale; FAK, chinasi di adesione focale; Grb, proteina legata al recettore del fattore di crescita; IRS, substrato del recettore dell’insulina; JAK2, Janus chinasi 2; JNK, c-Jun N-terminale chinasi; MEK, chinasi 2 della proteina chinasi attivata dal mitogeno a doppia specificità; mTOR, bersaglio della rapamicina nei mammiferi; PI3K, fosfoinositide 3-chinasi; PKC, proteina chinasi C; PLCγ, fosfolipasi Cγ; SHC, proteina trasformante contenente il dominio SH2; SOCS, soppressore della segnalazione delle citochine; SOS, figlio di Sevenless; SRC, proto-oncogene tirosina-proteina chinasi Src; STAT, trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione.

Gli estrogeni possono modulare l’azione del GH sul fegato influenzandone la risposta, il che comporta variazioni nell’espressione epatica del recettore GHR e un’interazione con la via di segnalazione JAK2-STAT5 attivata dal GH (Leung et al., 2004) (Figura 3). In particolare, l’E2 può indurre l’espressione di SOCS2 e SOCS3, che a loro volta regolano negativamente la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5, portando a una riduzione dell’attività trascrizionale nel fegato. Pertanto, oltre alla regolazione da parte dell’E2 del modello dimorfico sessuale della secrezione ipofisaria di GH, l’induzione dell’espressione delle SOCS e l’inibizione della via di segnalazione JAK2-STAT5 costituiscono un meccanismo molto rilevante che, in parte, potrebbe spiegare come gli estrogeni inibiscano direttamente gli effetti del GH in diverse azioni regolate da STAT5 (ad esempio, crescita somatica, composizione corporea, metabolismo e funzioni epatiche legate al genere). Abbiamo osservato che la somministrazione a lungo termine di dosi fisiologiche di E2 a ratti maschi affetti da GHD (ipotiroidei) regola diversi membri della famiglia SOCS attraverso una complessa interazione con il GH e gli ormoni tiroidei (Santana-Farre et al., 2008). Ipoteticamente, anche altri membri dei regolatori negativi della famiglia STAT potrebbero contribuire all’interazione degli estrogeni con la segnalazione del GH nel fegato. Ciò si spiega con la stimolazione da parte di ERα dell’espressione di PIAS3, che si lega a STAT3 e ne blocca l’attività di legame al DNA. È interessante notare che l’attivazione di ER da parte di E2, seguita dall’interazione diretta di ER con STAT5, possa anche inibire l’attività trascrizionale dipendente da STAT5 (Faulds et al., 2001; Wang et al., 2004). D’altra parte, è stato dimostrato che l’attivazione di ERα o ERβ da parte dell’E2, attraverso meccanismi non genomici, induce un programma trascrizionale dipendente da STAT5 (e STAT3) nelle cellule endoteliali (Bjornstrom e Sjoberg, 2005). Nel complesso, questi studi hanno evidenziato un’interazione diretta tra la segnalazione dell’ER e quella di STAT5 e dimostrano inoltre che le conseguenze funzionali di questa interazione dipendono dalle precise condizioni dell’ambiente intracellulare.

Diagram showing estradiol effects on glucose metabolism and lipid metabolism including cells and molecules involved.

Diversi studi hanno suggerito che la segnalazione mediata dall’E2 possa svolgere un ruolo importante nel controllo del metabolismo dei lipidi e del glucosio (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Studi condotti sia sull’uomo che sui roditori indicano che livelli alterati di estrogeni o dei loro recettori possono portare a un fenotipo simile alla sindrome metabolica (ovvero, insulino-resistenza, adiposità, dislipidemia). Ad esempio, le donne in postmenopausa hanno una probabilità tre volte maggiore di sviluppare anomalie associate alla sindrome metabolica rispetto alle donne in premenopausa (Eshtiaghi et al., 2010). Inoltre, è stato dimostrato che la terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni e progestinici nelle donne in postmenopausa riduce il tessuto adiposo viscerale, la glicemia a digiuno e i livelli di insulina (Munoz et al., 2002). Osservazioni cliniche su maschi con deficit di ERα o con livelli ridotti di aromatasi hanno evidenziato lo sviluppo di aumento del peso corporeo, insulino-resistenza e iperinsulinemia (Smith et al., 1994; Jones et al., 2007). Analogamente, i topi ERαKO e quelli con deficit di aromatasi sviluppano insulino-resistenza, adiposità intra-addominale, steatosi e compromissione dell’ossidazione dei lipidi nel fegato, condizioni che possono essere invertite dal trattamento con E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007). L’influenza benefica degli estrogeni sulla normalizzazione dell’omeostasi lipidica e glicemica è evidenziata anche nei topi ob/ob e in quelli alimentati con una dieta ricca di grassi, modelli di obesità e diabete di tipo 2. In entrambi i modelli, il trattamento con E2 migliora la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina e riduce il peso nei topi alimentati con una dieta ricca di grassi (Gao et al., 2006; Bryzgalova et al., 2008). Studi condotti su topi ERαKO hanno dimostrato che l’ERα media principalmente gli effetti metabolici benefici degli estrogeni, quali l’inibizione della lipogenesi, il miglioramento della sensibilità all’insulina e della tolleranza al glucosio e la riduzione dell’adiposità (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Al contrario, i topi ERβKO non mostrano alterazioni della sensibilità all’insulina e/o del peso corporeo. Tuttavia, esistono alcune evidenze secondo cui l’ERβ potrebbe essere dannoso per il mantenimento di una regolare omeostasi del glucosio e dei lipidi. Oltre alle osservazioni relative all’ERαKO, è stato riportato che l’ablazione selettiva dell’ERα nella regione ipotalamica del cervello o nelle cellule ematopoietiche/mieloidi determina un aumento del peso corporeo e una ridotta tolleranza al glucosio (Ribas et al., 2011; Xu et al., 2011). L’insulino-resistenza nei topi ERαKO è in gran parte localizzata nel fegato e comporta un aumento del contenuto lipidico e della produzione epatica di glucosio. Sorprendentemente, l’ablazione selettiva di ERα a livello epatico (LERKO) non ha riprodotto il fenotipo osservato nei topi ERαKO (Matic et al., 2013). I topi LERKO non hanno aumentato il peso corporeo né hanno sviluppato intolleranza al glucosio o insulino-resistenza, nemmeno in seguito a una dieta ricca di grassi. Gli autori ipotizzano la presenza di uno o più meccanismi compensatori non identificati oppure che la resistenza all’insulina epatica si verifichi come effetto secondario dell’ablazione della segnalazione dell’E2 in altri tipi cellulari. Inoltre, il trattamento dei topi ob/ob con l’agonista selettivo dell’ERα PPT può migliorare la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, il che conferma il ruolo fondamentale della segnalazione dell’ERα nel controllo dell’omeostasi del glucosio. Anche la segnalazione estrogenica tramite GPR-30 è stata implicata nella produzione di insulina e nell’omeostasi del glucosio (Mårtensson et al., 2009). Come menzionato in precedenza, l’assenza di E2 o della segnalazione GHR-JAK2-STAT5 causa adiposità e steatosi epatica, che possono essere attenuate rispettivamente dalla somministrazione di E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007) o con la terapia sostitutiva con GH (LeRoith e Yakar, 2007), rispettivamente. Ciò suggerisce che la segnalazione dell’E2 e del GH regoli reti cellulari sovrapposte correlate al controllo fisiologico del metabolismo dei lipidi e del glucosio.

  • Punti chiave sulla relazione “riduttiva” dell’attività del hGH e dell’IGF-1 E2 correlata

E’ importante, al fine della comprensione del presente lavoro, che l’E2 riduce l’azione periferica dell’hGH nel fegato, in particolare se vi si creano concentrazioni elevate in loco d’organo. Sebbene gli estrogeni aumentino la secrezione di hGH da parte dell’ipofisi, inibiscono contemporaneamente la segnalazione del hGH nei tessuti epatici, riducendo la produzione di mediatori a valle come l’IGF-1.

  • I meccanismi di down-regulation del hGH da parte dell’E2 sono:
  1. Inibizione della via JAK/STAT: l’estradiolo sopprime la segnalazione indotta dal GH attraverso la via JAK2-STAT5.
  2. Induzione delle SOCS: gli estrogeni stimolano l’espressione delle proteine soppressive della segnalazione delle citochine (SOCS), come la SOCS2, che bloccano attivamente le cascate di segnalazione del GHR.
  3. Dipendenza nelle concentrazioni di E2 epatico iatrogeno dipendente: l’instaurarsi di alte concentrazioni di E2 o composti correlati a livello epatico esercita un forte effetto di primo passaggio epatico che attenua efficacemente la produzione sistemica di IGF-1, mentre la condizione fisiologica evita in gran parte, ma non del tutto, questa profonda down-regulation epatica.

Inoltre, l’E2 può aumentare i livelli di specifiche proteine leganti il fattore di crescita insulino-simile (IGFBP), ovvero l’IGFBP-1 e l’IGFBP-3. Queste proteine leganti contribuiscono a regolare la quantità di IGF-1 disponibile/attiva per le cellule.

  • Effetti dell’E2 su specifiche IGFBP
  1. IGFBP-1: Gli estrogeni aumentano generalmente i livelli sierici di IGFBP-1, il che può ridurre la quantità di IGF-1 libero e attivo in circolazione. L’estradiolo per via orale ha un effetto stimolante particolarmente forte sulla produzione epatica di IGFBP-1 a causa del passaggio diretto attraverso la circolazione portale di primo passaggio.
  2. IGFBP-3: Gli studi dimostrano che l’estradiolo può aumentare la sintesi e i livelli sierici di IGFBP-3, agendo in sinergia con le vie dell’ormone della crescita in vari tessuti.
  3. Altre IGFBP: L’estradiolo può anche aumentare i livelli locali o sistemici di IGFBP-2 e IGFBP-4 in specifici tessuti bersaglio come il cervello, l’ipofisi o la cartilagine ossea.

Differenze di genere nella biologia del tessuto adiposo

In ambito clinico, le differenze di genere nell’adiposità e nel metabolismo variano a seconda delle fasi della vita. Prima della pubertà, vi è poca differenza nella distribuzione del tessuto adiposo, ma durante la pubertà precoce, le differenze nella traiettoria del peso e nella composizione corporea diventano più evidenti. Ad esempio, gli uomini tendono a sviluppare una maggiore distribuzione centrale del grasso durante la transizione dall’adolescenza alla giovane età adulta. Le donne in premenopausa hanno livelli più elevati di estrogeni che hanno un effetto protettivo contro l’aumento di peso, aumentando il dispendio energetico e distribuendo il tessuto adiposo nelle regioni sottocutanee. Parte di questo aumento del dispendio energetico deriva dall’effetto estrogenico del “browning” o attività metabolica del tessuto adiposo. Il BAT è metabolicamente più attivo a causa dell’aumento del numero di mitocondri. Ciò è stato dimostrato in campioni bioptici e nell’aumento dell’espressione genica per la funzione mitocondriale. Le donne in postmenopausa aumentano di peso in parte a causa della naturale diminuzione dell’E2 endogeno durante la menopausa. Questa riduzione del dispendio energetico può essere prevenuta dalla terapia sostitutiva con estrogeni; Tuttavia, il rischio di malattie metaboliche non sembra migliorare. Questa risposta agli estrogeni può essere sessualmente dimorfica poiché gli estrogeni in vitro aumentano l’espressione sia di ERα che di ERβ negli adipociti sottocutanei delle donne, ma aumentano solo ERα negli adipociti sottocutanei e viscerali degli uomini.

Front and back views of female body highlighting areas of high, moderate, and low adipose tissue density

Le donne con livelli di SHBG notevolmente inferiori e alti livelli di Testosterone biodisponibile presentavano un aumento del tessuto adiposo addominale e viscerale. Negli uomini, l’aumento del testosterone biodisponibile diminuiva l’obesità addominale e il profilo di rischio metabolico. Lo studio SWAN ha dimostrato che le donne nere avevano livelli di SHBG più elevati rispetto alle donne bianche, mentre sia le donne nere che quelle ispaniche avevano un indice di androgeni liberi (FAI) inferiore rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la maggiore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne nere e ispaniche. Le donne cinesi avevano livelli di SHBG significativamente inferiori e un FAI più elevato rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la minore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne cinesi. Essere consapevoli dell’influenza del gruppo etnico e del genere sull’adiposità può essere utile per identificare il rischio individuale e la scelta della gestione migliore del soggetto.

Nelle donne in postmenopausa, il tessuto adiposo bianco (WAT) diventa il principale loco di sintesi di estrogeni per l’organismo, la cui produzione dipende da una significativa espressione e attività dell’Aromatasi. In particolare, nel WAT, l’Aromatasi converte l’Estrone [E1], un prodotto aromatico derivato dall’Androstenedione, quest’ultimo secreto dalla ghiandola surrenale, in E2 tramite la classe di enzimi 17-beta idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD). Tuttavia, i livelli di estrogeni prodotti da questa via metabolica non sono in grado di compensare la perdita della produzione ovarica di estrogeni; di conseguenza, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) può essere necessaria per le donne in postmenopausa. Ciononostante, il 17β-estradiolo (17β-E2) è la principale forma di estrogeno circolante e biologicamente attiva. È anche la forma più studiata nella regolazione del tessuto adiposo e, pertanto, utilizzeremo il termine generico estrogeno per riferirci al 17β-estradiolo in senso lato.

Oltre all’attivazione tradizionale degli ER, gli estrogeni possono anche associarsi e attivare un recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a una proteina G chiamato GPER o GPER30. Il GPER sembra essere fondamentale per guidare i percorsi indipendenti dagli ER e media gli effetti non genomici degli estrogeni. In seguito all’attivazione del GPER da parte del 17β-estradiolo, vengono attivate le vie MAPK (Erk1/2) e dell’adenilato ciclasi per promuovere varie attività cellulari. In particolare, è stato suggerito che il GPER promuova l’inibizione dell’apoptosi indotta dallo stress ossidativo mediata dagli estrogeni, l’aumento della crescita cellulare attraverso la stimolazione dell’espressione della ciclina D e la sovraregolazione della produzione del fattore di crescita nervoso nei macrofagi. Questo repertorio biologico unico e diversificato ha forti implicazioni sulla biologia e sulla progressione del cancro al seno. Questa gamma di attività esiste anche per il tessuto adiposo, e tutti gli ER e il GPER3 sono espressi all’interno di vari depositi di WAT. Tuttavia, l’ERα è stato il più ampiamente studiato e sembra guidare la maggior parte delle funzioni del WAT correlate agli estrogeni. Al contrario, i ruoli di ERβ e GPER non sono ben caratterizzati; tuttavia, entrambi i recettori degli estrogeni sembrano regolare il metabolismo.

Microscopic view of white adipose tissue with labeled cells and diagram of adipocyte anatomy showing nucleus, lipid droplet, mitochondria, and organelles

Il tessuto adiposo bianco (WAT) è disperso e non contiguo in tutto il corpo, rappresentando la potenziale eterogeneità di questo organo. Ad esempio, il WAT può essere suddiviso in due ampie localizzazioni anatomiche, sottocutaneo e viscerale, che possono essere ulteriormente separate in compartimenti distinti chiamati depositi. Il grasso sottocutaneo si trova sotto il derma, mentre il grasso viscerale circonda gli organi interni all’interno della cavità corporea . Questa macroscopica distribuzione anatomica sembra avere anche significative implicazioni metaboliche. Il grasso sottocutaneo sembra essere metabolicamente protettivo, mentre il grasso viscerale contribuisce alla disregolazione metabolica . Questa distribuzione anatomica protettiva del WAT è particolarmente rilevante tra uomini e donne. Ad esempio, le donne tendono ad avere il 10-20% in più di grasso corporeo rispetto agli uomini con lo stesso indice di massa corporea (BMI) . Tuttavia, le donne in premenopausa accumulano preferenzialmente grasso sottocutaneo nella parte inferiore del corpo, nei fianchi e nelle cosce e presentano una ridotta adiposità viscerale . Inoltre, le donne in premenopausa sono più protette dallo sviluppo di malattie metaboliche, probabilmente a causa dell’aumento del rapporto tra grasso sottocutaneo e grasso viscerale. Al contrario, gli uomini spesso accumulano grasso viscerale in eccesso, che porta a disturbi metabolici e malattie cardiovascolari . Tuttavia, le donne in postmenopausa spesso accumulano grasso viscerale riducendo al contempo i depositi di tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Questo effetto è dovuto principalmente alla mancanza di estrogeni, che predispone le donne alle malattie metaboliche . Infatti, studi che utilizzano i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), i dati di valutazione nutrizionale più estesi disponibili su interviste ed esami fisici, hanno dimostrato che un aumento dell’adiposità viscerale o centralizzata è associato al rischio più significativo di mortalità nelle donne . Uno studio britannico ha ulteriormente supportato questa nozione dimostrando un rischio simile di mortalità e adiposità viscerale nelle donne . In generale, un elevato deposito di grasso viscerale è associato ai più alti rischi di malattie metaboliche e morte prematura, indipendentemente dal sesso. Pertanto, si ritiene che i cambiamenti complessivi nei siti di accumulo del tessuto adiposo e le risposte sessualmente dimorfiche che controllano la disposizione del grasso corporeo spieghino perché gli uomini sviluppano malattie cardiometaboliche prima delle donne.

Cosa potrebbe spiegare queste differenze metaboliche e l’adiposità tra uomini e donne? Sembra che dipenda da dove avviene la crescita del tessuto adiposo e dalla biodisponibilità degli estrogeni. Prove crescenti da studi su esseri umani e roditori hanno dimostrato che livelli più elevati di estrogeni aumentano l’espansione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo e smorzano la crescita del tessuto adiposo bianco viscerale. Oltre alla distribuzione del grasso corporeo, i livelli di estrogeni ovarici possono ulteriormente proteggere dai segnali obesogeni e dalle malattie metaboliche . La ricerca ha dimostrato che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni dovuta alla menopausa o all’ovariectomia aumenta il rischio di sviluppare obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Nei roditori e negli esseri umani, la terapia sostitutiva con estradiolo o HRT inverte l’obesità riducendo la massa di grasso viscerale, migliorando così la forma fisica metabolica. Negli esseri umani, l’HRT ha dimostrato di avere numerosi effetti metabolici benefici nelle donne in post-menopausa. Ad esempio, in uno studio di 3 anni, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) ha ridotto statisticamente i livelli di glucosio a digiuno e ha abbassato significativamente l’incidenza del diabete . Inoltre, la TOS ha aumentato l’HDL e ridotto l’LDL, determinando profili lipidici più sani. Inoltre, le donne in postmenopausa che assumevano estrogeni hanno mostrato una diminuzione dell’adiposità viscerale, che ha ridotto il loro rischio di malattie cardiovascolari. In accordo con questi studi, i roditori ovariectomizzati sottoposti a terapia sostitutiva con estradiolo hanno mostrato una riduzione dell’assunzione di cibo e un aumento del dispendio energetico, proteggendoli dall’accumulo di massa grassa. È interessante notare che queste osservazioni non si limitano alle donne; la ricerca suggerisce che anche gli uomini e i topi maschi traggono beneficio dall’attività e dalla segnalazione degli estrogeni. Ad esempio, studi hanno dimostrato che la perdita della segnalazione degli estrogeni nei maschi promuove l’obesità e compromette il metabolismo del glucosio. Inoltre, la terapia ormonale di transizione di genere nelle donne trans che assumono estrogeni mostra una distribuzione del grasso corporeo più femminile e un rapporto vita-fianchi inferiore. Pertanto, gli estrogeni circolanti contribuiscono alla distribuzione, al rimodellamento e al mantenimento del grasso corporeo, ma come vengono mantenuti i livelli di estrogeni circolanti e l’attività dei recettori degli estrogeni?

Diagram comparing estrogen receptors ERα and ERβ showing receptor domains, tissue distribution in human body, signaling pathways, and biological effects.

La modulazione degli estrogeni ha un impatto sull’adiposità nelle donne in pre e postmenopausa, ma questo effetto è guidato dai recettori degli estrogeni (ER)? Nelle donne in premenopausa in sovrappeso o obese, si possono osservare differenze nell’espressione dei recettori degli estrogeni nei tessuti adiposi addominali e glutei. Questi dati suggeriscono che la disponibilità dei recettori potrebbe essere fondamentale per contrastare i depositi di grasso regionali in risposta a un bilancio energetico positivo. Uno studio sull’uomo che confrontava le differenze regionali nel tessuto sottocutaneo addominale e femorale in donne in pre e postmenopausa ha rilevato che le differenze metaboliche dipendevano dall’espressione dell’isotipo dei recettori degli estrogeni. Ovvero, queste differenze metaboliche (cioè la sensibilità all’insulina) derivavano dalle alterazioni nel rapporto tra ERα e ERβ tra i due depositi di grasso. Un rapporto ERα/ERβ più elevato è stato osservato nelle donne in premenopausa rispetto alle donne in postmenopausa. Inoltre, il trattamento di soggetti sia pre che postmenopausali con 17β-estradiolo ha aumentato il rapporto ERα/ERβ all’interno del WAT, suggerendo che i cambiamenti mediati dagli estrogeni nel rapporto ER sono fondamentali per indurre la sensibilità all’insulina del WAT. Sebbene interessanti e fisiologicamente rilevanti, i meccanismi che governano questa risposta devono ancora essere chiariti. Un potenziale meccanismo regolatorio che spiega questi cambiamenti nel rapporto ERα:ERβ potrebbe essere dovuto a un silenziamento potenziato del promotore di ERα tramite metilazione del DNA. Questo sembra verificarsi nell’aorta del ratto, ma mancano studi che esaminino la metilazione del promotore di ERα nel grasso e non può essere collegato a malattie metaboliche. Ciò che è chiaro è il costante aumento dell’adiposità, in particolare del WAT viscerale, e l’alterato metabolismo energetico dei topi maschi e femmine privi di ERα. Questo obesogeno e l’alterato equilibrio energetico nei topi privi di ERα sono ulteriormente accentuati quando alimentati con una dieta ricca di grassi.

Tuttavia, l’aumento dell’adiposità nei topi ERα nulli potrebbe essere indipendente dalla biologia del tessuto adiposo bianco e potrebbe essere collegato alla regolazione ipotalamica degli estrogeni e dei recettori degli estrogeni (ER). Ad esempio, la riduzione dell’espressione di ERα nel nucleo ventromediale (VMN) ha causato un aumento di peso attraverso un’alterazione del dispendio energetico indipendentemente dall’assunzione di cibo. Inoltre, la riduzione dell’espressione di ERα nel VMN provoca disfunzioni metaboliche nei ratti. Tuttavia, gli effetti indotti dagli estrogeni sull’assunzione di cibo possono essere osservati in risposta a microiniezioni a basso dosaggio di 17β-estradiolo nel cervello. In accordo con ciò, alcuni studi hanno suggerito che gli estrogeni diminuiscono i peptidi oressigeni per ridurre l’assunzione di cibo. Ad esempio, una riduzione del neuropeptide Y (NPY), un potente stimolatore dell’appetito, è stata associata ad un aumento dei livelli circolanti di estrogeni e all’attività dei recettori degli estrogeni mediata dagli estrogeni . Nello specifico, la trascrizione di NPY corrisponde al rapporto ERα:ERβ presente nell’ipotalamo. Quando il rapporto è alto, viene trascritto meno NPY; al contrario, quando il rapporto è basso, viene prodotto NPY . Inoltre, le variazioni del livello dell’ormone della fame grelina sono state associate a diverse fasi del ciclo ovarico . In particolare, l’infusione di grelina durante il diestro uno e il diestro due stimola l’assunzione di cibo, ma non durante il proestro o l’estro, in coincidenza con il picco dei livelli di estrogeni. A sostegno di questa nozione, i topi knockout per il recettore della grelina ovariectomizzati non sviluppano iperfagia o aumento di peso corporeo. Ciò suggerisce che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni aumenta l’assunzione di cibo liberando la grelina da un effetto inibitorio tonico degli estrogeni. Pertanto, gli estrogeni normalmente sopprimono la funzione della grelina per bloccare l’assunzione di cibo, ma in assenza di estrogeni, la secrezione di grelina è incontrollata, mediando la risposta iperfagica. Non è ancora chiaro in che modo gli estrogeni influenzino l’alimentazione mediata dalla grelina e se questi effetti possano derivare dalla segnalazione, dalla secrezione o dall’espressione dei recettori della grelina.

Mentre l’ablazione del gene ERα porta a una risposta metabolica disfunzionale distinta e robusta, la delezione del gene ERβ appare meno evidente. È interessante notare che la delezione di ERβ in tutto il corpo non ha praticamente alcun effetto sull’adiposità o sul bilancio energetico . Questa osservazione ha portato all’ipotesi che ERβ promuovesse l’obesità e i disturbi metabolici. Tale osservazione è stata ulteriormente supportata da un aumento di 10 volte della concentrazione di 17β-estradiolo nei topi ERα nulli, il che suggerisce un aumento del flusso di segnalazione degli estrogeni attraverso ERβ. A sostegno di questa visione, i topi ERβ nulli ovariectomizzati erano protetti dall’obesità . Tuttavia, studi successivi hanno dimostrato che i topi ERβ nulli erano in realtà più suscettibili all’obesità ma protetti contro l’insulino-resistenza. Questo effetto obesogeno sui topi ERβ nulli è stato ulteriormente accentuato dall’ovariectomia. In linea con questi studi sui roditori, uno studio genetico umano ha rivelato cinque polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) nell’ERβ associati all’obesità sia nei maschi che nelle femmine. Tuttavia, i meccanismi molecolari e le caratteristiche regolatorie dell’ERβ nell’obesità indotta dalla dieta devono ancora essere chiariti. Ma nuovi studi stanno iniziando a suggerire che l’ERβ potrebbe avere un ruolo metabolicamente protettivo regolando l’attività dei mitocondri del tessuto adiposo bianco (WAT). Ad esempio, nei roditori, i ligandi specifici dell’ERβ sembrano aumentare il dispendio energetico e l’attività dei mitocondri del WAT, anche in assenza di estrogeni circolanti . Inoltre, i cambiamenti nei geni di accumulo di grasso e nelle adipochine sono stati correlati all’attivazione dell’ERβ rispetto all’ERα o al rapporto tra i due recettori . Nel complesso, questi studi suggerirebbero che sia l’ERα che l’ERβ sono necessari per un corretto metabolismo energetico al fine di mediare la flessibilità metabolica. Nel loro insieme, l’attivazione degli isotipi del recettore degli estrogeni (ER), il profilo di espressione dell’ER, l’interazione tra il recettore dell’ER e il DNA e le attività non genomiche degli estrogeni rappresentano aree di ricerca cruciali che contribuiranno a risolvere i quesiti ancora irrisolti.

Oltre alle risposte mediate dal genoma ligando-recettore, gli estrogeni possono anche avere risposte non genomiche mediate da GPER (recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a proteine ​​G). GPER è espresso nelle membrane intracellulari e, come altri GPCR, accoppia la segnalazione degli estrogeni a cambiamenti nell’attività dell’adenilato ciclasi, della chinasi e dei canali ionici. In particolare, GPER può anche regolare indirettamente l’espressione dei geni bersaglio. GPER è espresso in una moltitudine di tessuti; tuttavia, GPER non sembra essere coinvolto nella riproduzione mediata dagli estrogeni . Questo perché i topi privi di GPER sono fertili, mentre i topi privi di ERα sono infertili . All’interno del tessuto adiposo, i ruoli metabolici di GPER rimangono elusivi, ma negli ultimi anni sono state raccolte maggiori informazioni, che sono state recentemente esaminate in . In breve, alcuni studi mostrano che la carenza di GPER porta a una riduzione del peso corporeo e della crescita ossea nelle femmine, e altri studi hanno riportato un aumento significativo della massa grassa quando il GPER viene eliminato . Al contrario, diversi studi hanno mostrato un effetto del GPER o della sua attivazione sul peso corporeo anche in risposta a una dieta ricca di grassi . Nel complesso, la capacità degli estrogeni di regolare la massa grassa e la distribuzione sessualmente dimorfica dipende dall’espressione del recettore, dalla biodisponibilità e sintesi degli estrogeni e dall’età.

Tuttavia, gli estrogeni sembrano avere un ruolo diretto nella soppressione dei geni di accumulo lipidico e nell’attivazione preferenziale delle vie lipolitiche. Ad esempio, negli adipociti e nelle cellule tumorali, è stato dimostrato che il recettore ER interagisce direttamente con il recettore gamma attivato dai proliferatori dei perossisomi (Pparγ), un fattore chiave nell’accumulo di lipidi e nell’adipogenesi, bloccandone l’attività trascrizionale. Il blocco dell’attività di Pparγ ha diverse implicazioni sia nel compartimento delle cellule progenitrici adipose che in quello degli adipociti. Ad esempio, il blocco dell’attività di Pparγ mediato dagli estrogeni nelle cellule progenitrici adipose impedirebbe l’adipogenesi e ostacolerebbe il potenziale beneficio metabolico dell’iperplasia. Al contrario, la soppressione dell’attività trascrizionale di Pparγ negli adipociti maturi da parte degli estrogeni reprimerebbe la biogenesi lipidica e i geni di sensibilizzazione all’insulina. Come notato in precedenza, questi effetti degli estrogeni su Pparγ potrebbero essere specifici per il deposito e potrebbero avere ulteriori passaggi di regolazione trascrizionale che controllano i geni bersaglio di Pparg. Oltre a Pparγ, è stato dimostrato che gli estrogeni e i loro livelli reprimono direttamente la trascrizione del gene della lipoproteina lipasi (LPL) e diminuiscono l’attività della LPL attraverso modifiche post-trascrizionali . Ad esempio, le analisi cliniche dei livelli sierici di trigliceridi mostrano un aumento nelle donne in postmenopausa, ma vengono normalizzati o addirittura ridotti in risposta alla terapia ormonale sostitutiva (HRT) . Analogamente, nelle donne obese, una minore attività della LPL a digiuno è stata associata a livelli più elevati di estrogeni circolanti. È fondamentale sottolineare che l’attività della LPL è responsabile della conversione dei trigliceridi in acidi grassi liberi, consentendo l’assorbimento di acidi grassi liberi nei tessuti non epatici. Pertanto, la riduzione dell’espressione della LPL o la diminuzione della sua attività attraverso modifiche post-trascrizionali attenuerà l’assorbimento di acidi grassi liberi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni regolino l’attività e l’espressione genica della lipoproteina lipasi (LPL) in modo specifico per il tessuto adiposo bianco (WAT). In generale, sembrano mancare studi di trascrizione genetica su larga scala che esaminino il ruolo della segnalazione estrogenica nella regolazione dell’espressione genica degli adipociti sottocutanei e viscerali. Studi incentrati sulla comprensione dell’interazione tra steroidi sessuali e geni potrebbero contribuire a chiarire queste associazioni, così come studi osservazionali per descrivere le differenze nella distribuzione e nell’attività del tessuto adiposo bianco maschile e femminile.

Gli estrogeni potrebbero anche facilitare i tassi di lipolisi degli adipociti. L’attivazione dell’ERα da parte degli estrogeni sembra aumentare l’espressione dei recettori adrenergici alfa2A antilipolitici solo nel tessuto adiposo bianco sottocutaneo, ma non in quello viscerale . Inoltre, l’esame della distribuzione del grasso in donne affette da sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), una patologia in cui le ovaie producono una quantità eccessiva di androgeni, ha mostrato un’espansione preferenziale del tessuto adiposo bianco viscerale con una riduzione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Si ritiene che questi cambiamenti nell’immagazzinamento e nel rimodellamento del tessuto adiposo nelle pazienti con PCOS siano dovuti ai livelli plasmatici di androgeni, che bloccano la lipolisi e stimolano la lipogenesi nei compartimenti viscerali. Inoltre, i topi ovariectomizzati trattati con estradiolo hanno mostrato risposte lipolitiche potenziate, favorendo l’ossidazione degli acidi grassi liberi e non il loro accumulo. Questo effetto lipolitico potrebbe essere attribuito ai cambiamenti nell’espressione genica indotti dagli estrogeni nel recettore nucleare dell’ormone dell’ossidazione degli acidi grassi, Pparδ, e nelle sue vie di ossidazione degli acidi grassi . Inoltre, l’ossidazione lipidica potrebbe richiedere l’attività non genomica dell’estradiolo per attivare rapidamente la proteina chinasi attivata da AMP. Tuttavia, sono necessarie ulteriori informazioni per comprendere l’intero spettro degli effetti degli estrogeni sulla lipolisi, sui tassi di lipolisi e sull’espressione genica dei geni lipolitici e lipogenici.

Struttura del VEGFA [Vascular endothelial growth factor A]

Poiché gli estrogeni possono regolare la crescita sottocutanea e bloccare l’espansione del tessuto adiposo viscerale, i ricercatori hanno esaminato se gli estrogeni modulano il potenziale angiogenico di vari depositi di tessuto adiposo. Infatti, le donne in postmenopausa tendono ad avere una riduzione del flusso sanguigno nel tessuto adiposo, aumentando la loro suscettibilità alle malattie metaboliche. I dati suggeriscono anche che l’attivazione dell’ER regola positivamente l’espressione genica del VEGFA. In accordo con ciò, il blocco dell’attività dell’ER ha mostrato una diminuzione dell’espressione genica del VEGFA, con conseguente ipertrofia degli adipociti, infiammazione e insulino-resistenza. È stato anche dimostrato che la segnalazione degli estrogeni regola l’angiotensinogeno nel fegato. È stato dimostrato che l’angiotensinogeno regola il flusso e la pressione sanguigna ed è spesso elevato nei pazienti obesi, aumentando l’ipertensione indotta dall’obesità. Coerentemente con questa nozione, l’angiotensinogeno è espresso e secreto dagli adipociti e aumenta all’interno degli adipociti ipertrofici. Inoltre, nei modelli murini, sembra che gli adipociti siano la principale fonte di angiotensinogeno e possano spiegare le variazioni della pressione sanguigna sistolica in risposta a una dieta ricca di grassi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni siano un mediatore dell’espressione e dell’attività dell’angiotensinogeno. È ben documentato che gli estrogeni possono regolare la biologia dei vasi sanguigni nel contesto dell’aterosclerosi e dell’ipertensione e che le donne in postmenopausa perdono la protezione da queste condizioni. Ad esempio, il tessuto adiposo perivascolare regola il tono vascolare, ma nelle donne in postmenopausa il tessuto adiposo bianco perivascolare si espande, aumentando la dissezione arteriosa. Sebbene questi indizi evidenzino che gli estrogeni regolano la biologia e il tono vascolare nel tessuto adiposo bianco e in altri sistemi di organi, sembra che i meccanismi molecolari e trascrizionali debbano ancora essere completamente determinati.

  • La variabile dell’E2 sulla α2-AR:β2-AR ratio
Highlight estradiol-induced increase of α2-AR in adipocyte

È stato dimostrato che il progesterone aumenta la sintesi dei recettori β2-AR durante la gravidanza e il numero di proteine ​​G attivate, motivo per cui può essere combinato con gli agonisti dei recettori β2-AR nella minaccia di parto pretermine. L’espressione dei recettori α1-AR nel miometrio è influenzata dagli ormoni steroidei sessuali femminili, principalmente dagli estrogeni. Il 17β-estradiolo diminuisce l’espressione dei recettori α1A-AR, ma non influenza l’espressione dei recettori α1D-AR. Gli estrogeni svolgono un ruolo importante nell’influenza diretta sui sottotipi di recettori α2-AR, che sono anche coinvolti nel meccanismo della lipolisi.

I recettori α2-AR sono stati suddivisi in sottotipi α2A, α2B e α2C. Tutti e tre i sottotipi recettoriali sono accoppiati alla subunità α della proteina Gi sensibile alla tossina della pertosse e diminuiscono l’attività dell’adenilato ciclasi (AC) e le correnti di Ca2+ voltaggio-dipendenti, attivando allo stesso tempo le correnti di K+ dipendenti dal recettore. La stimolazione di questi recettori porta all’inibizione del feedback presinaptico del rilascio di (-)-noradrenalina sui neuroni adrenergici e media una varietà di funzioni cellulari, come la vasocostrizione, l’aumento della pressione sanguigna e la nocicezione. In determinate circostanze, i recettori α2-AR possono accoppiarsi non solo alle proteine ​​Gi ma anche alle proteine ​​Gs, con conseguente attivazione dell’AC.

Nel tessuto adiposo sottocutaneo (sc), gli estrogeni possono aumentare il numero di recettori α2A-AR, che sono coinvolti nell’inibizione della lipolisi. Ciò può contribuire al tipico modello di distribuzione del grasso femminile, in cui il grasso viene immagazzinato maggiormente a livello sottocutaneo piuttosto che viscerale. Inoltre, una condizione estrogenica non ben manipolata può rendere, dato questo effetto, più difficile raggiungere definizioni estremizzate.

Diagram showing α2-AR inhibiting and β2-AR stimulating lipolysis in an adipocyte

E’ stato infatti osservato che l’aumento del numero di recettori α2A-AR causa una risposta lipolitica attenuata dell’Epinefrina negli adipociti sc; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-AR negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Dai risultati ci viene mostrato che gli estrogeni abbassano la risposta lipolitica nel deposito di grasso sc aumentando il numero di recettori α2A-AR, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Questi risultati dimostrano che gli estrogeni attenuano la risposta lipolitica attraverso la sovraregolazione del numero di recettori α2A-AR antilipolitici solo nel sc e non nei depositi di grasso viscerale. Pertanto, questi risultati offrono una spiegazione del modo in cui gli estrogeni, se non ben modulati, rendono molto più ostica la mobilitazione del grasso sc in specie nella donna.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15070958/]

Quindi, gli estrogeni regolano positivamente i α2A-AR direttamente nel tessuto adiposo sottocutaneo umano tramite il ERα. Questo meccanismo aumenta l’attività antilipolitica, riduce la degradazione del grasso in risposta alle catecolamine come l’Epinefrina e contribuisce a mantenere la tipica distribuzione del grasso nella parte inferiore del corpo femminile e nel tessuto adiposo sottocutaneo.

  • Meccanismo d’azione
  1. Specificità recettoriale: Gli estrogeni agiscono attraverso il ERα per modulare il numero di recettori adrenergici [vedi ratio tra α2-AR (antilipolitico) e β2-AR (lipolitico) a favore del α2-AR].
  2. Specificità del deposito: L’aumento dell’espressione si verifica esclusivamente nei depositi di grasso sottocutaneo (sc) piuttosto che in quelli viscerali o intra-addominali.
  3. Sottoregolazione della lipolisi: Un numero maggiore di recettori α2A-AR (che inibiscono l’adenilato ciclasi) attenua l’effetto mobilizzante del grasso dell’Epinefrina negli adipociti sottocutanei.
  • Implicazioni fisiologiche
  • Distribuzione del grasso: Inibendo la mobilizzazione del grasso specificamente nelle aree sottocutanee (regioni gluteo-femorali), gli estrogeni favoriscono l’accumulo di grasso nei depositi della parte inferiore del corpo rispetto all’accumulo viscerale.
  • Dualismo tra protezione metabolica e limitazione estetica: Questa regolazione dell’accumulo sito-specifica impedisce al grasso di accumularsi negli spazi intra-addominali, proteggendo così dai rischi metabolici associati all’obesità viscerale. Ciò nonostante, in un contesto di miglioramento della composizione corporea in specie nel BodyBuilding, questa caratteristica risulta limitante richiedendo specifiche modifiche nella preparazione.

Equilibrio dei recettori adrenergici

Le catecolamine (Adrenalina e Noradrenalina) si legano sia ai recettori β stimolatori che ai recettori α2A inibitori presenti sugli adipociti:

  • Gli adipociti sottocutanei esprimono un’elevata densità di recettori α2A adrenergici, in particolare nelle donne a causa della segnalazione estrogenica. Questo agisce come un “freno” molecolare che smorza la degradazione del grasso.
  • Gli adipociti viscerali esprimono un’elevata densità di recettori β₁ e β₂ e livelli inferiori di recettori α2A, rendendoli altamente sensibili alla stimolazione che induce la scissione del grasso.

Una nota sui Glucocorticoidi e Mineralocorticoidi nella donna

Le donne presentano generalmente concentrazioni basali totali più elevate di glucocorticoidi (Cortisolo) a causa del legame con le proteine, mentre le loro concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone) fluttuano ciclicamente e sono altamente sensibili alle interazioni tra ormoni sessuali. Al contrario, gli uomini mostrano concentrazioni basali più stabili, ma presentano picchi molto più netti e più elevati nei livelli di glucocorticoidi quando sottoposti a stress acuto.

Schema asse ipotalamo ipofisi surrene
  • Concentrazioni di glucocorticoidi (Cortisolo)

Sebbene entrambi i sessi mantengano il cortisolo entro un intervallo fisiologico ampio e simile (da 5 a 25 mcg/dL al mattino), le dinamiche di concentrazione e i meccanismi di regolazione sottostanti differiscono:

  1. Cortisolo totale vs. libero: le donne presentano livelli di cortisolo circolante totale più elevati principalmente perché gli estrogeni stimolano la produzione di globulina legante il cortisolo (CBG) nel fegato. Tuttavia, la concentrazione di cortisolo “libero” (biologicamente attivo) rimane altamente comparabile tra uomini e donne sani.
  2. Reattività allo stress acuto: quando esposti a stress psicologico o fisico acuto, gli uomini mostrano un picco di concentrazione di glucocorticoidi significativamente più forte e più rapido. Le donne mostrano una risposta acuta del cortisolo più attenuata, tranne durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando la loro risposta allo stress rispecchia da vicino quella degli uomini.
  3. Ritmo circadiano: entrambi i sessi seguono un ritmo circadiano preciso, ma le donne mostrano frequentemente una risposta del cortisolo al risveglio (CAR) leggermente più pronunciata, ovvero un picco mattutino più ripido subito dopo il risveglio.
  • Concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone)

Le concentrazioni basali di mineralcorticoidi sono fortemente dimorfiche a causa dell’impatto diretto delle fluttuazioni ormonali sul sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS):

  1. Variabilità ciclica vs. stabilità: Gli uomini mantengono concentrazioni basali di mineralcorticoidi molto stabili giorno per giorno. Le donne, invece, sperimentano enormi fluttuazioni a seconda del ciclo mestruale. Durante la fase luteale, le concentrazioni di aldosterone raddoppiano o triplicano perché il progesterone blocca i recettori dei mineralcorticoidi, costringendo l’organismo a produrre più aldosterone per mantenere l’equilibrio del sodio.
  2. Selettività e sensibilità tissutale: Gli uomini mostrano naturalmente una maggiore sensibilità alle variazioni della pressione sanguigna indotte dal sale. Le donne beneficiano di meccanismi estrogenici protettivi che limitano l’iperattivazione dei recettori dei mineralcorticoidi nel sistema cardiovascolare, il che significa che una concentrazione simile di aldosterone causa meno danni vascolari nelle donne rispetto agli uomini.
  • Differenze a livello di recettori e meccanismi di feedback

Il modo in cui queste concentrazioni influenzano l’organismo è determinato dall’espressione dei recettori nel cervello e negli organi. Gli uomini presentano una concentrazione basale più elevata di recettori dei glucocorticoidi (GR) e recettori dei mineralcorticoidi (MR) in aree come l’ippocampo. Di conseguenza, gli uomini possiedono un meccanismo di feedback negativo altamente efficiente che interrompe rapidamente la risposta allo stress. Le donne presentano un sistema di feedback più graduale, il che significa che, sebbene le loro concentrazioni di ormoni dello stress non raggiungano picchi così elevati, il ritorno alla normalità richiede più tempo.

  • Appetito e chimica cerebrale: fattori scatenanti comportamentali

Lo stress cronico altera le vie neurali che regolano la fame in modo diverso nei due sessi:

  1. Donne (Iperfagia edonica): L’aumento del Cortisolo interagisce con gli estrogeni alterando profondamente i centri cerebrali che regolano l’appetito. Le donne stressate producono livelli più elevati dell’ormone della fame Grelina e mostrano un declino più rapido dell’attività della corteccia prefrontale (il centro di controllo degli impulsi del cervello). I dati epidemiologici di uno studio mostrano che le donne sperimentano aumenti significativamente maggiori dell’indice di massa corporea (BMI) in seguito a importanti eventi stressanti rispetto agli uomini. Sperimentano un’intensa voglia di cibi iper-appetitosi e ad alta densità calorica (zucchero e grassi).
  2. Uomini (Strategie di coping basate su sostanze): Gli uomini stressati sono biologicamente meno inclini all’alimentazione compulsiva indotta dallo stress. Al contrario, come evidenziato dalla ricerca sui meccanismi di coping, gli uomini sono più propensi a ricorrere all’alcol o al fumo per far fronte alla pressione cronica. Questo introduce calorie liquide “vuote” che aggirano i normali segnali di sazietà e accelerano ulteriormente l’accumulo di grasso viscerale nel fegato e nell’addome.
Diagram of ghrelin signaling pathways in brain regulating appetite, metabolism, and reward
  • Il paradosso del RAAS nella donna in età fertile

Nelle donne in età fertile si verifica un fenomeno unico: l’attività del RAAS è naturalmente più alta durante la fase luteale del ciclo mestruale, ma senza causare ipertensione.

  1. Il ruolo del progesterone: Durante la fase luteale, i livelli di progesterone si impennano. Il progesterone è un potente antagonista competitivo dei recettori dei mineralocorticoidi (MR); in parole semplici, blocca i recettori dell’aldosterone.
  2. La risposta compensatoria: Per evitare una massiva perdita di sodio e una conseguente disidratazione, il corpo della donna risponde attivando fortemente il RAAS. La produzione di renina e aldosterone raddoppia o triplica per superare il blocco del progesterone.
  3. La protezione degli estrogeni: Nonostante l’elevata concentrazione di componenti del RAAS in questa fase, gli estrogeni stimolano la produzione di ossido nitrico e promuovono la vasodilatazione, proteggendo i vasi sanguigni e impedendo l’aumento della pressione arteriosa.
Estrogen effects on RAAS pathway diagram

Il vero rischio clinico legato a un aumento dell’attività del RAAS nella donna si manifesta dopo la menopausa.

  1. Perdita del freno estrogenico: Nonostante l’E2 aumenti l’espressione del Angiotensiogeno epatico, con il calo degli estrogeni in menopausa, svanisce l’effetto vasodilatatore protettivo. L’angiotensina II inizia a stringere i vasi in modo incontrollato.
  2. Spostamento verso il recettore AT1: Il deficit di estrogeni sposta l’equilibrio del RAAS verso l’attivazione dei recettori AT1 (che promuovono infiammazione, vasocostrizione e fibrosi) a discapito dei recettori AT2 (protettivi).
  3. Conseguenze cliniche: Questo cambiamento molecolare spiega perché, dopo la menopausa, le donne mostrano una suscettibilità accelerata all’ipertensione sensibile al sale, all’ipertrofia cardiaca e alla rigidità arteriosa rispetto agli uomini della stessa età.

Sintesi sul dimorfismo sessuale ormonale-metabolico

Le differenze ormonali e metaboliche tra uomo e donna costituiscono il fondamento fisiologico della dimorfia sessuale, influenzando la composizione corporea, l’utilizzo dei substrati energetici, la risposta all’esercizio e la suscettibilità a diverse condizioni patologiche e pratiche cliniche o PEDs.

Hormonal and tissue sexual dimorphism diagram
  1. Profilo Ormonale

Le principali differenze endocrine risiedono nei livelli basali degli steroidi sessuali e nel loro pattern di secrezione.

  • Androgeni vs. Estrogeni e Progesterone Testosterone (Uomo): Prodotto principalmente dalle cellule di Leydig nei testicoli (95%) e dalle ghiandole surrenali. I livelli plasmatici fisiologici nell’uomo adulto variano indicativamente tra 300 e 1000 ng/dL. Il testosterone stimola la sintesi proteica muscolare via recettore AR, la densità ossea, la lipolisi e la produzione di eritropoietina (EPO).
  • Estrogeni (E2 / Estradiolo) e Progesterone (Donna): Nelle donne in età fertile, i livelli di estradiolo oscillano ciclicamente tra 30 e 400 pg/mL a seconda della fase del ciclo mestruale (follicolare vs. luteale/ovulatoria). Gli estrogeni hanno un ruolo protettivo sul sistema cardiovascolare, modulano la sensibilità insulinica, migliorano la salute ossea e favoriscono l’accumulo di grasso periferico/ginoide.
  • Pattern di Secrezione: Nell’uomo la secrezione dell’asse HHG (ipotalamo-ipofisi-gonadi) segue un ritmo circadiano (con picco nelle prime ore del mattino). Nella donna in età fertile segue un ritmo infradiano (ciclo mestruale di ~28 giorni) con marcate fluttuazioni nella sensibilità ai nutrienti e nell’idratazione corporea.

2. Distribuzione del Grasso:

  • Uomo (Androide): Predominanza di accumulo viscerale e addominale. Il grasso viscerale è più lipoliticamente attivo e pro-infiammatorio.
  • Donna (Ginoide): Predominanza di accumulo sottocutaneo su fianchi e glutei/cosce, guidato dagli estrogeni e dall’attività della lipoproteina lipasi (LPL) gluteo-femorale.

3. Ossidazione dei Nutrienti durante l’Esercizio

  • Ossidazione dei Lipidi (Donna): Durante l’esercizio aerobico a pari intensità relativa (%VO2max), le donne ossidano una quota maggiore di grassi rispetto ai carboidrati. L’estradiolo attiva vie di segnalazione (es. AMPK) che promuovono l’ingresso degli acidi grassi nei mitocondri.
  • Risparmio del Glicogeno (Donna): Questo maggior ricorso ai lipidi permette alla donna di risparmiare il glicogeno muscolare ed epatico, conferendo una maggiore resistenza alla fatica nei lavori di lunga durata/ultra-endurance.
  • Ossidazione dei Carboidrati (Uomo): Gli uomini dipendono in misura maggiore dai carboidrati (glicogenolisi e glicolisi) durante il lavoro submassimale e massimale. Sensibilità Insulinica e Metabolismo del Glucosio
  • Donne: Presentano una sensibilità insulinica muscolare mediamente superiore nell’arco della vita (fino alla menopause), in parte grazie all’azione protettiva degli estrogeni e alla maggiore densità capillare per unità di massa muscolare.
  • Uomini: Tendono a sviluppare più facilmente insulino-resistenza sistemica in presenza di surplus calorico, a causa del rapido accumulo di tessuto adiposo viscerale e intraepatico.

La transizione verso la menopausa e la sua fase conclamata rappresentano un reset neuroendocrino e metabolico profondo. Con la cessazione della funzione ovarica follicolare, la brusca caduta degli estrogeni e del progesterone — unita a una complessa riorganizzazione della sensibilità recettoriale — altera radicalmente l’omeostasi glucidica, lipidica e la composizione corporea.

4. Il Quadro Endocrino e il Declino degli Steroidi Sessuali

Con la menopausa, l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) subisce una drastica de-soppressione per assenza del feedback negativo indotto dagli steroidi ovarici:

  • Estradiolo (E2): Crolla da livelli ciclici (fino a 300-400pg/mL) a valori costantemente bassi (<10-20pg/mL). L’Estrone (E1), derivante dalla conversione periferica dell’Androstenedione da parte dell’aromatasi nel tessuto adiposo, diventa l’estrogeno circolante dominante, pur essendo un agonista recettoriale nettamente meno potente di E2.
  • Progesterone: Scompare quasi completamente a causa dell’assenza del corpo luteo e dell’ovulazione.

5. Androgeni (Testosterone e DHEA):

  • Il Testosterone varia in modo meno brusco rispetto agli estrogeni: l’ovaio in menopausa continua a produrne piccole quote guidate dalle alte concentrazioni di LH, unitamente alla produzione surrenalica. Ciò genera un iperandrogenismo relativo (aumento del rapporto Testosterone/Estradiolo libero).
  • SHBG (Sex Hormone-Binding Globulin): La riduzione della sintesi epatica di SHBG — indotta dal deficit estrogenico — aumenta la frazione libera e biologicamente attiva sia degli estrogeni residui sia degli androgeni.

6. Sensibilità Recettoriale e Rimodellamento Metabolico

A. L’impatto della carenza di steroidi sessuali si esplica attraverso la perdita della segnalazione dei recettori estrogenici ERα e ERβ nei tessuti metabolicamente attivi (muscolo scheletrico, fegato, tessuto adiposo e sistema vascolare).

B. Shift della Distribuzione Adipocitaria: Da Ginoide ad Androide Inattivazione della LPL Gluteo-Femorale: Gli estrogeni mantengono attiva la lipoproteina lipasi (LPL) nel distretto sottocutaneo inferiore. Senza E2, la LPL sottocutanea riduce la propria attività, mentre aumenta il deposito lipidico nel distretto viscerale (addominale). Infiammazione di Basso Grado: Il tessuto adiposo viscerale espanso recluta macrofagi M1 pro-infiammatori e secerne citochine TNF-alpha, IL-6, favorendo uno stato flogistico cronico che peggiora ulteriormente l’insulino-resistenza sistemica.

C. Profilo Lipidico e Salute Cardiovascolare Down-regulation dei Recettori LDL Epatici: La mancanza di estrogeni riduce l’espressione dei recettori per le LDL a livello epatico, portando a un incremento significativo del colesterolo LDL e dei trigliceridi ematici, unito a una contrazione o alterazione funzionale delle HDL. Tono Vascolare: Viene meno la stimolazione della sintesi di ossido nitrico endoteliale (eNOS) mediate da ERα, aumentando la rigidità arteriosa e la pressione arteriosa sistemica.

7. Risposta agli Steroidi Sessuali Esogeni

La sensibilità del tessuto bersaglio alla somministrazione esogena di steroidi cambia significativamente in relazione alla tempistica di avvio del trattamento e al contesto recettoriale.

  • Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS / HRT) La “Finestra d’Opportunità” (Timing Hypothesis): Se la TOS (a base di E2 bioidentico, affiancato da progesterone/progestinico a protezione endometriale nelle donne non isterectomizzate) viene avviata precocemente nella perimenopausa o nei primi anni di menopausa (<60 anni o <10 anni dalla menopausa), ripristina la sensibilità insulinica, previene l’accumulo di grasso viscerale, preserva la densità minerale ossea (BMD) e protegge la funzione endoteliale.
  • Somministrazione Tardiva: L’avvio della TOS a distanza di molti anni dall’avvenuta menopausa trova vasi e recettori in uno stato indurito/pro-infiammatorio, riducendo i benefici metabolici e aumentando il rischio tromboembolico e cardiovascolare.
  • Via di Somministrazione: La via transdermica per l’Estradiolo evita il primo passaggio epatico, non altera i fattori della coagulazione e la SHBG, e garantisce una risposta metabolica e un profilo di sicurezza sovrapponibili alla fisiologia.

8. Sensibilità agli Androgeni Esogeni

  • In caso di deficit sintomatico di libido e affaticamento marcato, micro-dosi di Testosterone (sotto stretta supervisione medica) mostrano un’elevata sensibilità recettoriale nel tessuto osseo, muscolare e cerebrale. Tuttavia, la risposta della donna in menopausa agli androgeni è estremamente sensibile alle dosi: nonostante non sembri manifestarsi come nel periodo pre-menopausa, sottili sovradossaggi portano rapidamente a segni di virilizzazione, riduzione delle HDL e ritenzione idrica, data la differente densità/sensibilità recettoriale presumibilmente correlata al volume di distribuzione ridotto rispetto all’uomo.

Fine Prima Parte…

Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]


Riferimenti:

Analisi sulle pratiche di Frontloading e Tapering.

Introduzione:

Chart depicting AAS dose per week during frontloading, maintenance, and tapering phases across 16 weeks with color-coded lines for different steroid types

Questo articolo approfondisce l’ottimizzazione farmacocinetica dei cicli di AAS, concentrandosi su due strategie spesso applicate: il frontloading e il tapering. Il frontloading prevede la somministrazione di una dose iniziale elevata per raggiungere rapidamente livelli ematici stabili, massimizzando la durata del ciclo a concentrazioni ottimali del farmaco. Questo approccio può accorciare la durata del ciclo, ridurre la frequenza delle iniezioni e accelerare l’aumento della forza. Al contrario, il tapering è un metodo strategico, basato sui dati, che consiste nell’aumentare gradualmente le dosi in base a marcatori biochimici, valutazioni fisiche e feedback soggettivo, al fine di ottimizzare l’efficacia e minimizzare gli effetti collaterali. L’articolo delucida una pianificazione meticolosa del ciclo, un monitoraggio obiettivo e aggiustamenti strategici per massimizzare i risultati in sufficiente sicurezza. Vengono forniti esempi pratici e principi per guidare atleti e culturisti nella progettazione di cicli più intelligenti e “sicuri”.

Definizioni necessarie:

  • Ciclo: Un “trattamento” o intervallo di dosaggio pianificato di agenti anabolizzanti, in particolare steroidi anabolizzanti, che è definito nel tempo e orientato al raggiungimento di un obiettivo.

Sinonimo di “blast” per coloro che seguono una terapia sostitutiva con testosterone (TRT) senza mai interromperla con una sospensione programmata.

  • Esteri: Legami di acidi grassi di diversa lunghezza, alifatici o di altre catene di carbonio, attaccati al gruppo 17β-idrossile dello steroide per produrre un profarmaco per veicolo oleoso che, una volta iniettato in profondità nel muscolo, viene rilasciato dal deposito a una velocità determinata dal suo coefficiente di ripartizione in base all’idrofobicità o solubilità in acqua dell’estere, prima di entrare nel fluido extracellulare del sangue intero dove viene rapidamente idrolizzato dall’esterasi.
Diagramma che illustra le strutture degli esteri del Testosterone e il loro rilascio farmacocinetico dal deposito muscolare al flusso sanguigno tramite idrolisi.
  • Frontloading: un bolo elevato assunto come prima iniezione di un ciclo di dosaggio per raggiungere immediatamente livelli ematici stabili del farmaco. In medicina, questa dose è chiamata dose di carico.
  • Emivita (t1/2): nella scienza applicata alla progettazione di cicli di steroidi anabolizzanti, ci occupiamo principalmente di due tipi di emivita: l’emivita biologica e l’emivita terminale – solitamente l’emivita biologica [a meno che l’obiettivo non sia passare da TRT autogestita a una prescritta dal medico o all’uso illecito, ad esempio doping, che non viene insegnato per ragioni etiche]:
  • Emivita biologica: tempo necessario affinché una molecola si riduca alla metà della sua concentrazione iniziale nell’organismo a causa di processi biologici come il metabolismo o l’escrezione. È una misura di quanto tempo una sostanza rimane attiva nell’organismo.
  • Emivita terminale: tempo necessario affinché una molecola si riduca alla metà della sua concentrazione nell’organismo al termine di un intervallo di somministrazione. È una misura di quanto tempo una sostanza rimane nell’organismo dopo l’interruzione di tutte le somministrazioni ed è in genere più lunga dell’emivita biologica.
  • Kickstarting: un diverso farmaco (adiuvante) ad azione rapida con una breve emivita assunto all’inizio di un ciclo.
  • Dose di mantenimento: la dose costante somministrata ogni settimana (ad esempio, 500 mg) che mantiene i livelli allo stato stazionario fino all’interruzione.
  • Obiettivo: il risultato globale SMART desiderato a medio o lungo termine (“Stella Polare”) di un ciclo. Anche le fasi di un ciclo sono orientate agli obiettivi.

Le classi di obiettivi sono ovviamente Bulking (aumento della massa magra con aumento de minimis della massa grassa), Cut (diminuzione della massa grassa) e/o Recomp (aumento contemporaneamente della massa magra e diminuzione della massa grassa).

  • Stato stazionario (css): concentrazione nel sangue di un farmaco i cui livelli oscillano con ogni dosaggio o iniezione e si accumulano naturalmente per circa quattro (4) emivite fino al raggiungimento di uno pseudoequilibrio.
  • Tapering: Disambiguazione: Tapering-up. Aumentare gradualmente l’uso di steroidi anabolizzanti nel corso di una fase e/o del ciclo, terminando con livelli ematici più elevati rispetto a quelli iniziali. In medicina questo si chiama titolazione.

Al contrario, la riduzione graduale o la riduzione della dose è una caratteristica intrinseca degli esteri di testosterone e non viene discussa poiché è, nella migliore delle ipotesi, superflua e serve solo a ritardare il recupero quando l’iniziativa e lo sforzo dell’allenamento sono al punto più basso.

Il Frontloading

Raggiungere subito i livelli ematici di mantenimento può essere vantaggioso per diversi motivi:

Motivazioni per il Frontloading

  1. Massimizzazione dell’Area Sotto la Curva (AUC): Trascorrere tutte le 12 settimane ai livelli ematici massimi allo stato stazionario, anziché sprecare 3 settimane in una fase di aumento graduale.
  2. Maggiore sicurezza del ciclo: Possibilità di ridurre la durata del ciclo da 12 a 9 settimane, con conseguente riduzione di:
  • Rischio di cardiomegalia tempo-dipendente
  • Sviluppo di ipertrofia ventricolare sinistra
  • Numero totale di iniezioni (meno aghi = rischio di cicatrizzazione e infezione ridotto)

3. Rapido aumento della forza: Raggiungere rapidamente un Cmax elevato (Tmax basso) attraverso meccanismi non genomici, grazie a un aumento dell’attivazione neurale già nella prima settimana, in modo simile all’utilizzo di composti 17α-alchilati, ma senza epatotossicità.

  • Poiché l’aumento della forza migliora il reclutamento delle unità motorie, essere più forti a livello neurale attiva in modo significativo le fibre muscolari più reattive alla crescita, innervate da unità motorie ad alta soglia. Questo è uno dei motivi per cui l’approccio ciclico e alternato basato sulle fasi della periodizzazione funziona così bene per il bodybuilding. Si ottiene di più suddividendo i compiti in sequenza e si dovrebbe cercare di raggiungere la periodizzazione delle fasi, ovvero guadagni di forza e massa magra superiori alla somma degli effetti di questa sequenza, e alternando intensità e volume per promuovere l’adattamento.

La regola empirica della doppia-dose di Enantato

Con l’Enantato, esiste da tempo una regola empirica facile da ricordare per chi vuole semplicemente essere “abbastanza bravo”. Si può semplicemente raddoppiare la prima dose e, se lo si desidera, accorciare il ciclo di 3 settimane, con una discreta precisione.

Grafico che confronta la concentrazione ematica di AAS nel tempo con il dosaggio standard rispetto alla strategia di frontloading per il Testosterone Enantato.
A) mostra l’andamento della soglia di 500mg di Enantato a settimana che, dopo 3 settimane o 21 giorni, raggiungono la concentrazione massima allo stato stazionario di circa 82,5mg. B) mostra una dose iniziale di 1.000mg che fornisce immediatamente circa 110mg, dopodiché lo stato stazionario viene raggiunto e mantenuto entro il terzo giorno. Si noti che l’area grigio scuro rappresenta l’imprecisione di questa stima del livello ematico.
  • Problemi con la regola empirica

Il problema con la regola empirica è che si applica all’Enantato, ma a nient’altro per motivi puramente empirici più che farmacocinetici.

Interfaccia interattiva per il calcolo della dose iniziale, che mostra i valori di emivita, intervallo di dosaggio e dose di mantenimento, con grafico dei livelli ematici.

Ora è possibile calcolare le dosi di carico ottimali per gli AAS in base all’emivita, all’intervallo di somministrazione e alla dose di mantenimento su ampouletude.com.

Giunti a questo punto, è corretto precisare che, contrariamente a quanto creduto comunemente, la riduzione graduale intelligente [Tapering Up] non significa “interrompere” l’assunzione del farmaco, bensì aumentare strategicamente le dosi in base a misurazioni oggettive e alla risposta al trattamento.

Il Tapering Up

  • Il vantaggio strategico della riduzione graduale del dosaggio

Il Tapering up del dosaggio rappresenta un aggiustamento della progettazione del ciclo mediante una strategia: un approccio ottimale basato sulla teoria dei giochi che massimizza l’efficacia mantenendo la tollerabilità.

  • Motivazioni per il Tapering Up
  1. Progressione basata sui dati: Aumentare gradualmente il dosaggio in base a:
  • Marker biochimici (Testosterone libero, Testosterone totale, SHBG, E2)
  • Misurazioni oggettive (massa muscolare, massa grassa, parametri di forza)
  • Parametri soggettivi (umore, libido, capacità di recupero).

2. Ottimizzazione del rischio: Effettuare piccoli aggiustamenti calcolati anziché iniziare con dosi eccessive. Questo approccio:

  • Riduce al minimo gli effetti collaterali non necessari;
  • Identifica le soglie di risposta individuali;
  • Massimizza il rapporto efficacia-rischio.

3. Mini-picchi tattici: Utilizzo strategico di molecole a breve durata d’azione per fasi specifiche:

  • Sospensioni acquose per rapidi picchi e aumenti di forza;
  • Sospensioni a base oleosa per finestre di prestazione mirate;
  • Adiuvanti appropriati per migliorare risultati specifici.

    Applicazione pratica:

    Esempio di una riduzione graduale strategica del dosaggio per un ciclo di 12 settimane:

    • Settimane 1-4: Testosterone enantato 400 mg/settimana;
    • Settimane 5-8: Testosterone enantato 500 mg/settimana + adiuvante appropriato;
    • Settimane 9-12: Testosterone enantato 600 mg/settimana + adiuvante appropriato + composto tattico per la spinta finale.

    Questo approccio consente di:

    • Stabilire la risposta basale;
    • Effettuare aggiustamenti basati sui dati;
    • Implementare un’intensificazione strategica per obiettivi specifici;
    • Mantenere un rapporto rischio-beneficio ottimale per tutta la durata del trattamento.

    Principi di pianificazione e correzione del ciclo

    Ogni ciclo richiede una approfondita conoscenza in campo farmacologico, aggiungendo la necessità di saper interpretare gli esami del sangue per ottimizzare i livelli ormonali e migliorare e/o tamponare i marker alterati dai PEDs utilizzati. Questi principi e capacità pratiche sono frutto di annoso studio e comprensione approfondita delle materie le quali sono richieste come bagaglio intellettivo del preparatore che può chiamarsi tale.

    Oltre a ciò si aggiunge la necessità di:

    • Pianificare meticolosamente: partire dalla data obiettivo e procedere con metodo logico e rigoroso;
    • Monitorare oggettivamente l’andamento della condizione psico-fisica: esami del sangue e valutazioni fisiche regolari;
    • Pensiero strategico: in linea con quanto accennato pocanzi, comprendere la farmacocinetica di ogni composto;
    • Consapevolezza del rischio: riconoscere le potenziali conseguenze della manipolazione della fisiologia.

    Punti chiave:

    • L’assunzione anticipata massimizza il tempo trascorso a livelli terapeutici efficaci, migliorando l’efficienza del ciclo [sulla sicurezza direi che il margine ha variabili tutto sommato sottili rispetto ad altre pratiche entro una certa logica].
    • Il Tapering up è un approccio strategico e basato sull’evidenza scientifica empirica per l’aumento della dose, che bilancia rischio e beneficio.
    • L’emivita biologica e terminale sono cruciali per comprendere il rilascio e l’eliminazione del farmaco.
    • L’euristica della doppia dose è spesso imprecisa, soprattutto a dosaggi più elevati.
    • Il monitoraggio oggettivo tramite analisi del sangue e parametri di performance è essenziale per l’ottimizzazione del ciclo.
    • L’uso tattico di composti a breve durata d’azione può creare mini-picchi per incrementi mirati delle prestazioni.
    • Una pianificazione meticolosa e aggiustamenti strategici riducono i rischi per la salute e migliorano i risultati.
    • I principi della periodizzazione si applicano ai cicli di AAS, enfatizzando l’esecuzione sequenziale delle attività per massimizzare i benefici.
    • La progettazione del ciclo basata sui dati è superiore a metodi approssimativi e aneddotici.
    • La sicurezza e l’efficacia si ottengono al meglio attraverso la comprensione della farmacocinetica [e farmacodinamica] e protocolli personalizzati.

    Conclusioni:

    Questo articolo ha approfondito l’ottimizzazione farmacocinetica dei cicli di AAS, concentrandosi su due strategie chiave: il frontloading e il tapering. Tra i due, il Tapering è quello con un margine di applicazione più ampio soprattutto per la gestione dettagliata durante la sua applicazione. Il Frontloading, invece, lo considero una pratica da limitarsi nei casi in cui l’atleta deve “guadagnare” tempo sulla tabella di marcia della preparazione annuale; creare picchi molto elevati in tempi rapidi può compromettere la compliance iniziale al ciclo con repentini aumenti di pressione, alterazioni marcate dell’umore, nervosismo, insonnia e fluttuazioni del HCT e del E2, successivamente più “complicati” da gestire.

    Il fatto di aver trattato queste due differenti pratiche di gestione del ciclo non significa che siano la miglior scelta o che siano le modalità applicative d’elezione in tutti i contesti. Come sempre, questi articoli hanno il principale scopo di mostrare e spiegare le ampie caratteristiche della farmacologia applicata allo sport.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

    Riferimenti:

    AAS e influenza, gestione e controllo dell’attività del Cortisolo e dell’Aldosterone – [Seconda ed ultima Parte].

    Introduzione all’interazione tra ormoni sessuali e Aldosterone:

    Come abbiamo già visto nella prima parte, l’Aldosterone è il principale ormone steroideo mineralcorticoide prodotto dalla zona glomerulosa in risposta a livelli elevati di Potassio, all’Angiotensina II e alla stimolazione dell’Adrenocorticotropina. È una componente fondamentale del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), che svolge un ruolo centrale nella regolazione omeostatica della pressione arteriosa (PA); inoltre, stimola il riassorbimento del Sodio e l’escrezione del Potassio nella porzione distale del nefrone.

    L’Aldosterone deriva dal colesterolo, che funge da precursore comune per tutti gli ormoni steroidei, ed è immagazzinato all’interno di goccioline lipidiche intracellulari e mobilizzato verso i mitocondri in seguito a stimolazione. Nei mitocondri, una serie di reazioni enzimatiche che coinvolgono il colesterolo culmina nella produzione di aldosterone. Il trasferimento intramitocondriale del colesterolo è facilitato dalla proteina regolatrice acuta steroidogenica da 30 kDa. Una volta entrato nei mitocondri, il colesterolo viene convertito in Pregnenolone, un processo attivato dalla scissione della catena laterale da parte del citocromo P450 (CYP11A1). A seguito di diverse fasi enzimatiche successive, viene infine trasformato in Aldosterone tramite l’enzima aldosterone sintasi codificato dal gene CYP11B2.

    L’Aldosterone attraversa facilmente la membrana cellulare e si lega ai recettori dei mineralcorticoidi situati nel citoplasma. Una volta legato all’aldosterone, il recettore dei mineralcorticoidi si dimerizza, si traslocca nel nucleo e agisce come fattore di trascrizione attivato dal ligando, dove si lega a regioni specifiche del DNA contenenti elementi di risposta al recettore dei mineralcorticoidi. Il legame del complesso aldosterone-recettore dei mineralcorticoidi a questi elementi di risposta del DNA porta alla trascrizione e alla traduzione dei geni a valle. In particolare, questo processo induce l’espressione di geni come la chinasi 1 stimolata dal siero e dai glucocorticoidi (SGK1), che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione e nell’attivazione delle proteine di trasporto ionico, compreso il canale del sodio delle cellule epiteliali (ENaC) nelle cellule principali. Successivamente, l’ENaC attivato favorisce il riassorbimento di sodio e acqua e regola il volume dei liquidi e l’equilibrio sodico. L’omeostasi del sodio è regolata da pompe protoniche, quali l’H+-ATPasi e l’H+-K+-ATPasi, presenti nelle cellule intercalate. Oltre alla via genomica, l’Aldosterone esercita un effetto rapido attraverso vie non genomiche. Nel citoplasma, il complesso Aldosterone-recettore dei mineralcorticoidi attiva SGK1, che fosforila Nedd4-2 (proteina 4-2 espressa nelle cellule precursori neurali e sottoregolata durante lo sviluppo) e ne induce l’interazione con i membri della famiglia 14-3-3 delle proteine regolatrici. L’azione concertata di SGK1 e 14-3-3 sembra interrompere l’ubiquitinazione dell’ENaC mediata da Nedd4-2, fornendo così un meccanismo attraverso il quale SGK1 modula la corrente di Na(+) mediata dall’ENaC.

    Un numero crescente di evidenze cliniche e molecolari suggerisce che gli steroidi sessuali modulino i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del MR. Pertanto, nelle diverse fasi della vita i cambiamenti ormonali, come le alterazioni ormonali iatrogeno-indotte, possono influenzare l’attività del MR e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del MR sui bersagli epiteliali ed endoteliali. Ciò, a sua volta, determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari, nonché di danno renale.

    Evidenza clinica dell’intermodulazione tra gli ormoni sessuali e l’aldosterone sul recettore dei mineralcorticoidi

    Struttura del Recettore dei Mineralocorticoidi.

    Le donne sane presentano livelli sierici di Aldosterone più elevati rispetto agli uomini sani; tali livelli aumentano nella fase luteale del ciclo mestruale rispetto alla fase follicolare. L’aumento dei livelli di Progesterone durante la fase luteale del ciclo estrale e la gravidanza determina un aumento compensatorio dell’attività del RAAS e della sintesi di Aldosterone. Questa risposta è innescata dalla ridotta attività del MR nelle cellule bersaglio dell’Aldosterone e contribuisce al mantenimento dell’omeostasi.

    Inoltre, gli ormoni sessuali e l’età regolano i livelli di Aldosterone e svolgono un ruolo fondamentale nella fisiopatologia dell’ipertensione nelle donne in postmenopausa. La marcata riduzione della produzione di estrogeni nelle donne in postmenopausa comporta un aumento della pressione arteriosa, e una terapia sostitutiva precoce a base di estrogeni potrebbe prevenire tale aumento della pressione arteriosa e la progressione dell’aterosclerosi. Studi sperimentali hanno dimostrato che i livelli di Aldosterone circolante aumentano dopo la menopausa e che la terapia estrogenica riduce tale effetto.

    Struttura molecolare del Aldosterone.

    Al contrario, l’uso della contraccezione orale combinata aumenta i livelli di Aldosterone ma riduce quelli di Renina. Si ipotizza che la contraccezione orale possa contribuire all’ipertensione attraverso un effetto di “primo passaggio”, in cui gli estrogeni per via orale inducono la produzione epatica del substrato della Renina, l’Angiotensinogeno, determinando un aumento dell’Angiotensina I che a sua volta viene convertita in Angiotensina II. In uno studio sono state valutate circa 500 donne di età compresa tra i 17 e i 27 anni. Le utilizzatrici di contraccettivi orali hanno mostrato un rapporto Aldosterone-Renina (ARR) mediano superiore del 42% all’età di 17 anni e un ARR mediano superiore del 23% all’età di 27 anni rispetto alle non utilizzatrici. Come previsto, questi cambiamenti potrebbero aver portato a risultati falsi positivi nello screening per l’Aldosteronismo primario. A differenza della concentrazione di Renina, l’attività plasmatica della Renina è rimasta invariata durante il trattamento con contraccettivi orali. Questa stabilità può essere attribuita all’effetto compensatorio dell’elevato substrato della Renina, che viene controbilanciato dalla soppressione del rilascio renale di Renina attiva, come evidenziato da una concentrazione di Renina più bassa.

    Struttura molecolare della Renina.

    Nelle donne che assumono pillole a base di solo Progesterone, il marcato effetto anti-recettore dei mineralcorticoidi è associato prevalentemente al Drospirenone, un progestinico derivato dallo Spironolattone. Tuttavia, tale effetto si attenua poiché il Drospirenone è stato rimosso dagli MRA a causa della sua attività progestinica. Ciononostante, tale effetto non si osserva in genere quando si utilizzano pillole a base di solo Progesterone contenenti Levonorgestrel o Desogestrel.

    Anche nei ìmaschi, gli ormoni sessuali modulano la produzione di Aldosterone attraverso interazioni complesse. Il Testosterone tende ad inibire l’attività dell’enzima aldosterone sintasi e la secrezione dell’Aldosterone. Al contrario, gli estrogeni stimolano la biosintesi dell’ormone.

    Studi sperimentali indicano che il Testosterone riduce l’espressione dell’mRNA dell’aldosterone sintasi e abbassa i livelli basali e stimolati di Aldosterone. Sebbene la ricerca clinica sia meno estesa, alcune osservazioni suggeriscono che anche negli uomini l’aumento dei livelli di androgeni durante la pubertà sia correlato a una diminuzione dei tassi di Aldosterone circolante e dell’attività reninica.

    Gli estrogeni – in particolare l’Estradiolo – stimolano la biosintesi dell’Aldosterone attivando recettori specifici (come il recettore classico degli estrogeni ERβ e il recettore accoppiato a proteina G) nella corteccia surrenale. Il Progesterone, altro precursore ormonale, come altri progestinici di sintesi, agisce invece come anti-mineralocorticoide inibendo l’azione dell’Aldosterone a livello del suo recettore bersaglio.

    L’equilibrio tra questi ormoni influenza direttamente la regolazione della pressione sanguigna e il bilancio idrico ed elettrolitico. Un eccesso o un difetto in questa modulazione mediata dagli steroidi sessuali può contribuire all’insorgenza di ipertensione e malattie cardiovascolari.

    Prove molecolari del ruolo degli estrogeni nella biosintesi dell’Aldosterone

    L’Estradiolo (E2), una delle tre principali forme di estrogeno, svolge diverse funzioni biologiche e agisce su numerosi tessuti e organi. Gli estrogeni esercitano un effetto benefico sulla regolazione della pressione arteriosa e sul rischio di malattie cardiovascolari attraverso l’attivazione dei recettori classici degli estrogeni (ERα ed ERβ). La segnalazione estrogenica ligando-dipendente ha inizio con il legame dell’estrogeno al recettore degli estrogeni. In assenza di E2, questi recettori si legano alla proteina da shock termico 90 e rimangono inattivi. Una volta attivata, la risposta trascrizionale specifica della cellula agli estrogeni dipende da molteplici fattori, quali le proteine coregolatrici e le caratteristiche dei promotori dei geni sensibili agli estrogeni. Poiché gli ormoni sono modulatori della trascrizione, il profilo dei geni modulati dipende anche da altre vie di segnalazione attive nella cellula al momento dell’esposizione ormonale. Un recettore accoppiato alle proteine G, il GPER (noto anche come GPR30 e GPER-1), svolge un ruolo nella mediazione dei rapidi effetti non genomici degli estrogeni in vari tessuti e cellule. Il GPER è stato inizialmente descritto come un recettore specifico per gli estrogeni, ma successivamente si è scoperto che si lega in modo promiscuo ad altri steroidi e media effetti dell’aldosterone indipendenti dal recettore dei mineralcorticoidi in diversi tipi di cellule.

    Da sinistra: struttura del ERα e del ERβ

    Numerosi studi hanno suggerito un ruolo degli estrogeni nella regolazione dell’Aldosterone in condizioni fisiologiche e fisiopatologiche. Nella ghiandola surrenale fetale umana è stata osservata un’elevata espressione di ERβ, mentre quella di ERα risultava bassa. In particolare, nel periodo post-adrenarca, l’ERα era appena rilevabile nella ghiandola surrenale, mentre l’ERβ veniva rilevato prevalentemente nella zona reticolare. Inoltre, più recentemente, è stata identificata la presenza del GPER, che risulta altamente espresso non solo nella zona glomerulosa normale, ma anche nel tessuto dell’adenoma aldosteronoparo (APA), dove l’immunoistochimica era molto più intensa per il GPER-1 rispetto all’ERβ.

    Studi sperimentali in vitro hanno dimostrato un duplice effetto degli estrogeni che si bilancia a vicenda, ma che presenta manifestazioni diverse a seconda del livello specifico di espressione dei recettori degli estrogeni nella corteccia surrenale. Inizialmente, gli estrogeni inibiscono la sintesi dell’Aldosterone agendo direttamente sull’ERβ. Tuttavia, quando l’espressione dell’ERβ diminuisce o viene antagonizzata, l’E2 stimola potentemente l’espressione dell’Aldosterone sintasi e il rilascio di Aldosterone attraverso un meccanismo che coinvolge la stimolazione del GPER-1.

    Nelle donne in premenopausa (a), gli estrogeni inibiscono la sintesi di aldosterone agendo principalmente sull’ERβ. Nelle donne in menopausa (b), si verifica la cessazione della produzione di estrogeni e questi inducono l’aldosterone sintasi attraverso l’attivazione del GPER. CYP11B2, aldosterone sintasi, anche chiamata steroide 18-idrossilasi, corticosterone 18-monoossigenasi o P450C18; ERβ, recettore degli estrogeni beta; GPER, recettore degli estrogeni accoppiato a proteina G 1, anche noto come recettore accoppiato a proteina G 30; MR, recettore dei mineralcorticoidi.

    In condizioni fisiologiche, gli estrogeni inibiscono la sintesi dell’Aldosterone agendo sull’ERβ, il che spiega la mancata induzione della secrezione di aldosterone quando somministrati in vitro. Non è possibile stabilire con certezza se la sintesi di Aldosterone mediata dagli estrogeni attraverso l’ERβ sia conciliabile con il fatto che le donne sane in premenopausa presentino livelli sierici di Aldosterone più elevati rispetto agli uomini sani della stessa età a causa dell’attività del GPER. È stato descritto che nelle ghiandole surrenali, a differenza dell’ipofisi, l’espressione del GPER non presenta dismorfismo sessuale.

    Nei tessuti privi dell’inibizione tonica dell’ERβ, come gli APA, gli estrogeni possono far emergere un potente effetto secretagogo sull’Aldosterone attraverso il sottotipo di recettore GPER-1. L’E2 regola anche l’espressione dei recettori degli estrogeni. Pertanto, livelli più elevati di estrogeni nelle donne in premenopausa e la perdita di estrogeni nelle donne in postmenopausa possono influenzare l’espressione e la quantità relativa di ERα, ERβ e GPER nella corteccia surrenale e, di conseguenza, i livelli di Aldosterone.

    Resta da determinare se la densità del GPER e la sua affinità per l’E2, nonché le vie correlate, cambino con l’età e lo stato postmenopausale. Tuttavia, poiché il GPER è un recettore accoppiato alla proteina G attivato dall’aldosterone stesso e soggetto a desensibilizzazione dipendente dalla GRK2 — un processo noto per essere influenzato dall’invecchiamento —, è plausibile che i livelli di Aldosterone possano essere parzialmente modulati dalla GRK2 nelle donne in postmenopausa.

    Un altro probabile meccanismo regolatorio è costituito dalle proteine di segnalazione delle proteine G (RGS), che regolano negativamente i recettori accoppiati alle proteine G. È noto che alcune proteine RGS, in particolare RGS2 e RGS4, regolano la sintesi surrenale di aldosterone in risposta all’Angiotensina II, ed è stato riportato che almeno la RGS2 viene soppressa dagli estrogeni. Dato che l’interazione AT1R-GPER interferisce con la sintesi dell’Aldosterone, è del tutto plausibile che anche le proteine RGS siano coinvolte negli effetti degli estrogeni sulla produzione di Aldosterone da parte della corteccia surrenale.

    Prove molecolari del ruolo del Progesterone nella biosintesi dell’Aldosterone e del suo effetto sul recettore dei mineralcorticoidi

    Il Progesterone è noto per essere un composto anti-mineralcorticoide che esercita un potente effetto natriuretico, agendo principalmente come inibitore competitivo dell’Aldosterone attraverso il MR nel tubulo renale distale. Tale inibizione porta a una maggiore escrezione di Sodio, un fenomeno osservato nelle donne in gravidanza o durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando i livelli di Aldosterone aumentano tipicamente. Nelle donne in gravidanza o nella fase luteale del ciclo mestruale, i livelli di Progesterone aumentano rispettivamente di oltre 100 e 20 volte e mostrano un’attività anti-mineralcorticoide competitiva per il recettore dei mineralcorticoidi nell’ordine dei nanomolari (Ki 1,2 nM e IC50 11,0 nM). Tuttavia, l’Aldosterone può comunque agire sui tessuti sensibili al MR grazie alla maggiore stabilità del complesso Aldosterone-MR rispetto al complesso Progesterone-MR. Inoltre, l’inattivazione locale del pre-recettore del Progesterone da parte dell’enzima 20-alfa-idrossisteroide deidrogenasi (AKR1C1), che converte il Progesterone in 20-idrossiprogesterone inattivo, mostra un’affinità ridotta per il MR umano (Ki 10,8 nM e IC50 282,5 nM).

    Il Progesterone può inoltre influenzare direttamente la produzione di Aldosterone da parte delle ghiandole surrenali. Utilizzando un test biologico in vitro che prevedeva l’impiego di una linea cellulare di rene embrionale umano (HEK-293), abbiamo valutato l’effetto del progesterone sull’attività dell’aldosterone sintasi umana di tipo selvatico (CYP11B2) e di un enzima chimerico (CYP11B1/CYP11B2). Sono stati trasfettati plasmidi contenenti gli enzimi CYP11B1/CYP11B2 di tipo selvatico e chimerico. Il Progesterone ha inibito in modo competitivo l’aldosterone sintasi di tipo selvatico con efficacia simile e potenza maggiore rispetto all’enzima chimerico.

    Il Progesterone, sia per un aumento fisiologico durante il ciclo, sia per induzione, incrementa la produzione di Aldosterone surrenale poiché ne costituisce il substrato di sintesi. Il Progesterone potrebbe inoltre aumentare i livelli di Aldosterone nel sangue inibendo il legame dell’Aldosterone al recettore dei mineralcorticoidi durante la fase Luteale del ciclo mestruale.

    Infine, abbiamo osservato che il meccanismo ipotetico è correlato al progesterone in quanto substrato per la sintesi dell’aldosterone, e potremmo ipotizzare che, in condizioni di livelli fisiologicamente elevati di progesterone, la sintesi possa aumentare. Due studi sull’uomo hanno dimostrato che la somministrazione per via orale di progesterone micronizzato a donne sane per 4–8 giorni ha aumentato i livelli sierici di aldosterone, ma non ha modificato il PRA né l’AngII plasmatico. In vitro, l’aggiunta di progesterone a cellule isolate della zona glomerulosa di ratto ha causato un aumento di 2,8 volte nella produzione di aldosterone, mentre l’aggiunta di estradiolo non ha avuto alcun effetto. Questi dati suggeriscono che il progesterone possa avere un’influenza diretta sulla produzione surrenale di aldosterone, indicando che questo potrebbe essere uno dei meccanismi responsabili dell’aumento della produzione di aldosterone osservato in stati fisiologici con livelli elevati di progesterone

    Pertanto, il Progesterone può svolgere ruoli distinti a seconda della sua concentrazione e delle condizioni fisiologiche o sperimentali. Di seguito sono riportati i possibili ruoli svolti dal progesterone:

    1. È un antagonista del recettore dei mineralcorticoidi.
    2. Può potenzialmente inibire gli enzimi della sintasi dell’Aldosterone (gene wild-type e chimerico).
    3. È un precursore della biosintesi dell’Aldosterone.

    Prove molecolari del coinvolgimento del Testosterone nella biosintesi dell’Aldosterone

    Gli effetti del Testosterone sui livelli di Aldosterone hanno evidenziato discrepanze nei parametri di risposta cellulare, suggerendo che gli effetti degli ormoni gonadici sulla funzione surrenale variano a seconda della specie, del sesso, dell’età, della stagione e delle condizioni ambientali.

    Alcuni studi hanno dimostrato che il recettore degli androgeni è espresso nelle ghiandole surrenali fetali. Inoltre, è stato riscontrato che il testosterone esercita un effetto inibitorio sul rilascio basale di Aldosterone, suggerendo che gli androgeni possano avere un effetto diretto sullo sviluppo e sulla funzione delle ghiandole surrenali fetali. Negli studi sugli animali, è stato dimostrato che l’esposizione prenatale al testosterone altera l’espressione surrenale di geni fondamentali coinvolti nella steroidogenesi e nella produzione ormonale. Uno di questi studi, condotto da More et al., ha riportato che nelle femmine di ratto di 6 mesi esposte al testosterone in fase prenatale, i livelli di mRNA dell’Aldosterone sintasi (CYP11B2) si sono ridotti, ma tale effetto non è stato osservato in altri geni steroidogenici surrenali. Di conseguenza, i livelli plasmatici di aldosterone erano inferiori nelle femmine di ratto esposte al testosterone. Pertanto, è plausibile che il testosterone riduca i livelli di mRNA del CYP11B2 surrenale, causando una diminuzione dei livelli plasmatici di aldosterone.

    Kau et al. hanno evidenziato variazioni nei livelli di aldosterone dopo la castrazione nei ratti maschi. In seguito all’orchidectomia, i livelli plasmatici di aldosterone sono aumentati nei ratti maschi e sono stati ripristinati mediante terapia sostitutiva con testosterone. Risultati simili sono stati riportati da Carsia et al. nelle cellule surrenali di lucertole sottoposte a orchidectomia [69]. Uno studio ha utilizzato ratti Wistar e ratti spontaneamente ipertesi e predisposti all’ictus sottoposti a una dieta a base di olio di colza, che ha ridotto significativamente i livelli di testosterone nei testicoli e nel plasma. La diminuzione dei livelli plasmatici di testosterone è stata accompagnata da un aumento dell’aldosterone plasmatico [70]. Nelle cellule surrenali bovine, l’emisuccinato di testosterone stimola il legame dell’angiotensina alla membrana e la biosintesi dell’aldosterone. Nel 2009, Yanes et al. hanno osservato che i ratti maschi Dahl sensibili al sale sottoposti a una dieta a basso contenuto di sale presentavano livelli più elevati di mRNA dell’angiotensinogeno intrarenale rispetto alle femmine. Una dieta ricca di sale per 4 settimane ha aumentato i livelli di mRNA e di proteina dell’angiotensinogeno nella corteccia renale solo nei ratti maschi Dahl sensibili al sale, effetto che è stato impedito dalla castrazione. La terapia sostitutiva con testosterone nei ratti Dahl sensibili al sale castrati ha aumentato la pressione arteriosa, il danno renale e la sovraregolazione dell’angiotensinogeno renale associata alla dieta ad alto contenuto di sale. Gli autori hanno suggerito che il testosterone contribuisca allo sviluppo dell’ipertensione e del danno renale nei ratti Dahl maschi sensibili al sale alimentati con una dieta ad alto contenuto di sale, possibilmente attraverso la sovraregolazione del sistema renina-angiotensina intrarenale.

    Il testosterone e l’androgeno sintetico metilandrostenediolo riducono l’espressione dell’mRNA del CYP11B2 nei mitocondri surrenali delle femmine di ratto. Inoltre, il testosterone e due suoi analoghi inibiscono l’aldosterone sintasi umana di tipo selvatico.

    Uno sguardo specifico alla correlazione tra androgeni e ritenzione idrica e sodica

    Gli androgeni (come abbiamo visto per il Testosterone) causano ritenzione idrica e di sodio principalmente attivando il RAAS e aumentando l’espressione dei canali epiteliali del sodio (ENaC) nei reni. Inoltre, gli androgeni possono aromatizzarsi in estrogeni, il che favorisce ulteriormente la ritenzione di liquidi. Ciò provoca spesso un lieve gonfiore o un aumento di “peso da ritenzione idrica” oltre che alterazioni pressorie e stress cardio-renale.

    I meccanismi principali della ritenzione idrica androgeno-correlata sono:

    • Attivazione del RAAS: il Testosterone, per esempio, stimola il sistema renina-angiotensina, segnalando all’organismo di trattenere il sale.
    • Stimolazione dell’ENaC: gli androgeni aumentano direttamente l’espressione dei canali del sodio nei reni, determinando un aumento del riassorbimento del sodio.
    • Aromatizzazione in estrogeni: una parte del testosterone si converte in estradiolo, che interagisce con le vie dell’aldosterone per trattenere l’acqua extracellulare.

    AAS e ritenzione idrica/salina diretta e indiretta

    Gli AAS causano ritenzione idrica e di sodio direttamente, con gradi differenti, principalmente alterando l’equilibrio elettrolitico dell’organismo, spesso stimolando il RAAS e aumentando l’attività di ritenzione di sodio e liquidi similmente a quella dell’Aldosterone. Ciò costringe i reni a trattenere il sale in eccesso, provocando l’accumulo di liquidi nei tessuti e l’aumento del volume ematico con forte stress cardio-renale.

    Cause della ritenzione idrica/sodica AAS-correlata:

    • Stimolazione dell’Aldosterone: molti AAS (soprattutto alcune varianti per via orale) aumentano l’espressione dell’Aldosterone e l’attività agonista del MR. Come sappiamo, l’Aldosterone induce i reni a riassorbire Sodio e acqua, espellendo al contempo il Potassio creando scompensi elettrolitici.
    • Azione diretta degli AAS a livello del tubulo renale: gli AAS, a diverso grado e con sistemi che potremmo definire di “compensazione”, agiscono agiscono direttamente sulla ritenzione di Sodio e liquidi a livello del tubulo prossimale, a differenza dell’Aldosterone che agisce a livello del tubulo distale.
    • Stimolo del RAAS e della Endotelina: il Testosterone, per esempio, aumenta la pressione arteriosa renale stimolando il RAAS e sovra-regolando l’Endotelina.
    • Conversione in estrogeni: alcuni AAS sono soggetti ad aromatizzazione in estrogeni. Livelli elevati di estrogeni aumentano direttamente la ritenzione di liquidi e il gonfiore localizzato. Sebbene l’alterazione estrogeno-correlata e a carico del E2 sull’espressione del angiotensiogeno eopoatico sia un fattore alterante l’omeostasi idro-salina corporea di grado elevato, forme metilate in C-7 o in C-17 del E2 [vedi 7a-Methylestradiolo derivato dall’aromatizzazione del Trestolole e il 17a-Methylestaradiolo derivato dalla aromatizzazione, per esempio, del Methandrostenolone] hanno un impatto notevolmente superiore a parità di concentrazioni ematiche.
    • DHT e DHT derivati: sembrerebbe che il DHT abbia un effetto inferiore sulla ritenzione idrica e sodica rispetto al Testosterone o all’E2, sebbene sia strettamente correlata alle concentrazioni ematiche raggiunte. Questo spiega, almeno in parte, il motivo per cui DHT derivati come l’Oxandrolone, oltre all’assenza del fattore estrogenico, abbiano un basso impatto sulla ritenzione idrica e sodica.
    • Espansione del volume ematico: man mano che il Sodio si accumula nell’organismo, attira l’acqua nei vasi sanguigni e nei tessuti circostanti, causando gonfiore, tumefazione delle estremità e aumento della pressione sanguigna.
    • Flusso di Sodio alla macula densa: stimolando direttamente il riassorbimento del Sodio a livello del tubulo prossimale, gli AAS fanno si che meno Sodio arrivi alla macula densa. Il rene, in questo modo, “percepisce” uno stato di ipovolemia così che non si vada ad innescare la natriuresi.
    Schema esemplificativo dell’influenza dei livelli di Testosterone e l’aumento della attività del Aldosterone.

    Sappiamo che il Testosterone modula l’espressione del canale epiteliale del sodio (ENaC). L’interazione varia a seconda del tessuto: nei reni, promuove l’espressione delle subunità di ENaC, influenzando il riassorbimento del Sodio e la pressione arteriosa; negli organi riproduttivi (es. deferenti), regola la concentrazione di Sodio e fluidi per la fertilità maschile. Ovviamente, in condizione sovrafisiologica avviene un sovrastimolo diretto a livello dei AR nel rene, aumentando l’espressione dell’ENaC. Questo causa un maggiore riassorbimento di Sodio e acqua, aumentando i volumi plasmatici e contribuendo alla potenziale ritenzione idrica ed ipertensione.

    I meccanismi comprendono:

    • Azione Renale: Il Testosterone regola le subunità dell’mRNA dell’ENaC (in particolare la subunità α) nei dotti collettori renali.
    • Interazione Ormonale: Quantità elevate di Testosterone aumentano l’attività di questo canale, mimando parzialmente gli effetti di ormoni regolatori dei fluidi come l’Aldosterone, anche se attraverso percorsi biochimici distinti.
    • Conversione: parte del Testosterone in eccesso viene convertita in DHT e in E2 (tramite l’enzima Aromatasi), molecole che, come già visto, influenzano ulteriormente l’equilibrio elettrolitico.

    L’iperattività dell’ENaC causata da alti livelli di Testosterone (o AAS con variabili dipendenti dalle peculiarità molecolari) porta comunemente a:

    • Edemi: Gonfiore diffuso, specialmente a carico di caviglie, gambe e viso.
    • Ipertensione: Un innalzamento della pressione arteriosa dovuto all’espansione del volume ematico.
    • Squilibri Elettrolitici: Possibile alterazione dei livelli di Potassio (che viene escreto maggiormente sebbene non a livelli osservabili con l’attività del Aldosterone) e Sodio (che viene trattenuto).

    Nandrolone – l'”AAS booster” della ritenzione idrica/sodica

    Struttura molecolare del Nandrolone.

    Il Nandrolone induce comunemente e massivamente ritenzione di Sodio e acqua. Questo meccanismo è determinato principalmente dalla sua interazione diretta e indiretta con i MR e i ER, cosa che può alterare l’equilibrio elettrolitico e aumentare i livelli sierici di Aldosterone. Questa ritenzione di liquidi si manifesta spesso con edema, gonfiore addominale e aumento della pressione arteriosa.

    Il Nandrolone attiva il RAAS, aumentando i livelli ematici dell’enzima di conversione dell’Angiotensina I (ACE) e l’espressione dell’mRNA del recettore AT₁ (Angiotensina II) e del recettore dei mineralcorticoidi (MR) nel cuore. Il ramo classico del RAAS comprende l’angiotensinogeno, la renina, l’angiotensina I, l’angiotensina II, l’Aldosterone e il recettore AT₁. Il recettore AT₁ stimola la ritenzione idrica. Analogamente, il MR favorisce la ritenzione idrica ed è attivato dall’Aldosterone. È importante notare che il RAAS, oltre a regolare l’equilibrio idrico, è coinvolto anche nella regolazione della crescita delle cellule del tessuto connettivo, nel metabolismo del tessuto connettivo lasso e denso e nei siti di riparazione tissutale. Le articolazioni sono costituite da questi tessuti connettivi, ossa, tendini e legamenti. Il Nandrolone aumenta probabilmente l’equilibrio del liquido sinoviale attraverso gli effetti del RAAS sulla crescita e sul metabolismo del tessuto connettivo.

    L’attivazione eccessiva del RAAS è associata a vasocostrizione, ipertrofia cardiaca (ovvero ipertrofia ventricolare sinistra; LVH) e fibrosi che causa infarto miocardico. Il Nandrolone blocca il beneficio cardioprotettivo adattativo dell’allenamento aerobico in un modello di cardiopatia e provoca ipertrofia cardiaca attraverso un aumento della deposizione di collagene. Secondo questi dati, tale crescita del tessuto cardiaco del ventricolo sinistro è prevenibile mediante il blocco del recettore AT₁ (es. Losartan) e/o il blocco del recettore MR (e.s. Spironolattone) ma non vi è, ovviamente, certezza terapeutica.

    La dualità di questi effetti – da un lato il sostegno articolare e, dall’altro, l’ipertrofia ventricolare sinistra – costituisce l’ennesimo caso in cui l’utilizzatore deve valutare i benefici di articolazioni robuste in grado di sostenere carichi pesanti e voluminosi rispetto ai danni al cuore, e al sistema cardio-renale, per quanto inizialmente apparentemente invisibili e potenzilmente reversibili possano essere [senza contare, poi, gli altri innumerevoli problemi annessi al Nandrolone come quelli di natura sessuale e psichiatrica].

    Struttura molecolare del Mibolerone.

    Il Mibolerone, noto anche come 7α,17α-dimetil-19-nortestosterone (DMNT) o come 7α,17α-dimetilestr-4-en-17β-ol-3-one, è uno steroide estrane sintetico e un derivato 17α-alchilato del nandrolone (19-nortestosterone). È il derivato 17α-metilico del Trestolone (7α-metil-19-nortestosterone; MENT). Altri AAS correlati includono Metribolone (17α-metil-δ9,11-19-nortestosterone) e dimetiltrienolone (7α,17α-dimetil-δ9,11-19-nortestosterone).

    I dati sull’uomo non sono molti e per lo più raccolti da casi studio e aneddotica. Sembrerebbe comunque esercitare un certo potenziale edematoso nonostante non converta in un prodotto aromatico.

    Al problema della ritenzione idrica massiva si aggiunge la spiccata attività eritropoietica del Nandrolone [stimola la massa eritrocitaria, o “aumento del volume ematico”]. Infatti, è un ematogenico più potente dell’Oxymetholone (Anadrol), utilizzato clinicamente, specie in passato, per tale effetto. Dal punto di vista meccanicistico, si ritiene che l’effetto sulla massa eritrocitaria avvenga attraverso la stimolazione della produzione di eritropoietina (EPO) e della secrezione di globuli rossi da parte del midollo osseo, con il coinvolgimento dell’epcidina e dell’eritroferrone, il che implica il metabolismo del ferro in un modo che “spinge” ulteriormente la produzione da parte del midollo osseo di globuli rossi, chiamati eritrociti.

    Il Nandrolone induce l’eritropoiesi stimolando la produzione di EPO da parte dei reni; il fegato diminuisce la produzione di epcidina, aumentando così la disponibilità di Ferro; tutti questi segnali convergono sul midollo osseo, incrementando la produzione di eritrociti (globuli rossi).

    L’eritrocitosi, o policitemia, è la condizione associata a livelli di ematocrito superiori al 54% o di emoglobina superiori a 17,5g/dL. L’emoglobina è la proteina presente negli eritrociti che si lega all’ossigeno (O₂); l’ematocrito è invece la percentuale (%) del volume ematico occupata dagli eritrociti. In sostanza, quindi, il Nandrolone potenzia in modo particolare la capacità del sangue di trasportare ossigeno.

    È importante notare che, la somma dei rischi potenziali di eventi tromboembolici come infarti o ictus, dati dagli aumenti dell’ematocrito e dell’emoglobina in combinazione con un aumento della ritenzione idrica e della pressione arteriosa derivante da questa, alza statisticamente e significativamente la possibilità che l’utilizzatore possa incorrere in eventi avversi anche particolarmente gravi.

    Ma non finisce qui… Sappiamo, infatti, che L’AR è espresso sia nelle cellule endoteliali che in quelle della muscolatura liscia vascolare. Le cellule endoteliali modulano la coagulazione del sangue nel sistema vascolare, secernendo composti vasoattivi tra cui l’ossido nitrico (NO). Attraverso le sue vie rapide non genomiche (ad es. PKA, PKC, MAPK), il Nandrolone può stimolare una rapida vasodilatazione tramite meccanismi endotelio-dipendenti e -indipendenti. Il primo meccanismo deriva dall’aumentata biodisponibilità di NO tramite l’attivazione dell’eNOS mediata dall’AR e dal rilascio di fattori vasodilatatori nelle cellule muscolari lisce vascolari. Purtroppo, però, questo meccanismo sul medio-lungo termine porta il Nandrolone a provocare danni endoteliali alterando l’equilibrio redox cellulare e riducendo la biodisponibilità dell’NO. Questo meccanismo comporta una compromissione della vasodilatazione, un aumento dello stress ossidativo e l’apoptosi delle cellule endoteliali, predisponendo in ultima analisi il sistema cardiovascolare all’ipertensione, alla trombosi e all’aterosclerosi.

    Diagram comparing normal vasodilation mechanisms with endothelial dysfunction showing nitric oxide pathways

    Come avviene questo apparente “paradosso”?

    • Compromissione della via dell’ossido nitrico: il nandrolone riduce significativamente la fosforilazione dell’eNOS (ossido nitrico sintasi endoteliale) e dell’Akt, diminuendo la capacità dell’arteria di dilatarsi e di regolare correttamente il flusso sanguigno.
    • Stress ossidativo e apoptosi: lo steroide aumenta le concentrazioni intracellulari di calcio e stimola l’attività della NADPH ossidasi, favorendo l’accumulo di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e innescando la morte delle cellule endoteliali.
    • Squilibrio dei tioli: l’esposizione a lungo termine compromette la funzione delle perossiredossine (PRDX1 e PRDX2), causando uno squilibrio tra tioli e disolfuri che porta a disfunzione vascolare, infiammazione e aggregazione piastrinica anomala.
    • Rimodellamento cardiaco: oltre al danno vascolare, il nandrolone provoca ipertrofia cardiaca patologica, alterando la meccanica cardiaca e la perfusione coronarica.

     In uno studio sono state esposte le cellule endoteliali al Testosterone, al Androstenedione (il precursore del Testosterone), al Nandrolone e a due suoi precursori. Successivamente sono state registrate le concentrazioni in cui la metà delle cellule smetteva di crescere. I risultati sono riportati nella figura seguenti.

    Più un AAS riduce la crescita delle cellule dei vasi sanguigni, tanto più risulta pericoloso l’AAS per il cuore e i vasi sanguigni. Il Nandrolone è molto più dannoso del Testosterone, come mostrato nella figura sopra esposta.

    I grafici di seguito esposti mostrano l’effetto del Testosterone [blu], del Nandrolone [nero] e del Norandrostenediolo [verde] sulla crescita e lo sviluppo delle cellule endoteliali. Il Nandrolone mostra un effetto molto maggiore su queste cellule seguito dal Testosterone.

    Esiste una vecchia usanza, diffusa negli spogliatoi di mezzo mondo, di abbinare in stack Nandrolone, Methandrostenolone [Dianabol] e Testosterone in Bulk… Del Testosterone e del Nandrolone abbiamo abbastanza dati (in specie sull’argomento ivi trattato) per farci un idea delle potenziali conseguenze a carico cardio-renale… sul Methandrostenolone c’è una nota da aggiungere…

    Nei dati relativi ad atleti ben allenati nel campo della forza e della potenza (sollevatori di pesi), è risultato evidente l’aumento della pressione arteriosa e dell’indice di eiezione indotto dal Dianabol. A dosi comprese tra 10mg/giorno e 25mg/giorno, il Dianabol ha aumentato la pressione sistolica da poco più di 120mmHg a 140mmHg (differenza significativa), senza alcun effetto statisticamente significativo sulla pressione diastolica. A 15mg/giorno, il Dianabol ha aumentato l’indice di eiezione, ovvero il volume di sangue espulso dal ventricolo sinistro per battito [per superficie corporea], del 20%.

    Ora, se abbiniamo questa caratteristica, esplicata già con dosi del tutto contenute, agli effetti potenziali sulla ritenzione idrica/sodica del Testosterone ai quali si vanno ad aggiungere i massivi effetti su questo effetto dati dal Nandrolone [considerando anche il danno endoteliale e la propensione maggiore a indurre ipertrofia del ventricolo sinistro], l’aggiunta del Methandrostenolone crea il “mix perfetto” per grosse problematiche cardio-renali che mettono sotto alto rischio l’utilizzatore. Se dovessimo aggiungere anche il fattore riguardante l’aromatizzazione del Methandrostenolone in 17α-Methylestradiolo il quale si colloca, in termini di potenza estrogenica mg per mg, a metà strada tra il 7α-Methylestradiolo [derivato dall’aromatizzazione del Trestolone/MENT] e il 17β-Estradiolo [derivato dall’aromatizzazione del Testosterone], la risultante sarebbe ancora peggiore sui punti qui analizzati.

    Come già accennato, il Progesterone e alcuni progestinici specifici, come il Drospirenone, hanno un forte effetto anti-aldosteronico (antimineralcorticoide), ma la maggior parte dei progestinici sintetici standard non lo possiede. Il Nandrolone, come altri 19-norsteroidi con attività progestinica non presenta questa peculiarità, come abbiamo visto.

    D’altronde, la maggior parte delle progestine sintetiche più comuni (come il Levonorgestrel o il Medrossiprogesterone Acetato) non inibiscono l’Aldosterone e potrebbero invece favorire la ritenzione idrica.

    Dihydroboldenone [DHB] – non così “dry” –

    Struttura molecolare del Dihydroboldenone.  

    Il Dihydroboldenone (noto anche come 1-Testosterone abbreviato e soprannominato 1-Testo, 1-T e DHB), è uno steroide anabolico-androgeno sintetico (AAS) e un derivato 5α-ridotto del Boldenone (Δ1-testosterone). Non è soggetto all’enzima Aromatasi, di conseguenza è sempre stato considerato un AAS “dry”.

    Va considerato che il DHB è stato descritto per la prima volta nella letteratura scientifica e negli studi metabolici all’inizio degli anni ’70, sebbene le prime testimonianze precise relative alla sintesi dello steroide di base risalgano alla caratterizzazione farmaceutica standard degli androgeni 5α-ridotti in quel periodo. Dopo la sua descrizione, il DHB venne accantonato non subendo alcun trial clinico. Dovettero passare circa trent’anni affinché questo AAS riemergesse negli Stati Uniti dove venne venduto legalmente online fino al 2005, quando è stato riclassificato come sostanza della Tabella III.

    Uno studio del 2006 stabilì che l’1-testosterone possiede un’elevata potenza androgenica e anabolica anche senza essere metabolizzato in altra struttura molecolare, pertanto può essere definito come un tipico steroide anabolizzante. Il DHB sembra non avere una selettività tissutale particolarmente accentuata e si lega in modo piuttosto forte al AR, con conseguente elevata capacità di stimolare la transattivazione AR-dipendente. In vivo, su animali, una dose equimolare di DHB ha la stessa capacità di stimolare la crescita della prostata, delle vescicole seminali e del muscolo levatr ani, sensibile agli androgeni, dello steroide anabolizzante di riferimento, il Testosterone Propionato; tuttavia, a differenza del Testosterone Propionato, il DHB, proprio per la sua scarsa selettività tissutale, aumenta anche il peso del fegato.

    Un altra particolarità del DHB risiede nel suo metabolita principale. Si è scoperto che il DHB produce i seguenti metaboliti nelle urine in ordine di concentrazione:

    • 5α-diidrotestosterone (DHT)
    • 5α-androst-1-ene-3α,17β-diolo
    • 5α-androst-1-ene-3,17-dione
    • 5α-androst-1-ene-3α-ol-17-one
    • 1-epitestosterone

    Il DHB produce DHT come metabolita primario, nonostante non sia riducibile dalla 5α-reduttasi. Esistono solo spiegazioni imperfette riguardo alla sintesi di DHT come metabolita del DHB. Peter Bond ha affermato di essere rimasto sorpreso dall’identificazione da parte di Fragkaki del DHT come metabolita primario del DHB, poiché ciò suggerisce che un enzima finora non identificato sia responsabile della 1,2-diidrogenazione di questo androst-1-ene-3-one.

    Giova ricordare che alte concentrazioni circolanti di DHT hanno il potenziale di alterare il RAAS similmente a quanto visto per il Testosterone.

    Ed è forse la sua tendenza a dare come metabolita primario il DHT la causa del maggior effetto riscontrato in aneddotica e in casi studio sul riassorbimento del Sodio dal tubulo renale prossimale.

    Poiché il DHB presenta potenziali negativi a livello epatico [ipertrofia disfunzionale], e che il fegato è l’organo fondamentale nel metabolismo dei farmaci e i reni ne curano l’escrezione, le dosi elevate di AAS di solito hanno già di per se un impatto su questi organi (Frankenfeld et al., 2014). Lo stress ossidativo è stato fortemente implicato nella tossicità epatica e renale indotta dal DHB come dal Boldenone. A questo proposito, El-Moghazy et al. (2012) e Farag et al. (2015) hanno riportato che l’iniezione di Boldenone ha provocato stress ossidativo a livello epatico e renale, come evidenziato dall’alterazione dei livelli di superossido dismutasi (SOD), glutatione e malondialdeide (MDA). Questo, in base a quanto osservato nei test di casi studio con dosi variabili di DHB, sembrerebbe mostrarsi in modo più marcato mg per mg per via delle caratteristiche molecolari e metaboliche derivanti da esse.

    Struttura della Hsp90.

    Le proteine da shock termico (HSP) sono una componente fondamentale della risposta cellulare allo stress finalizzata alla riduzione del danno, al recupero rapido e all’omeostasi (Atalay et al., 2009). L’Hsp90 è una delle Hsp più comunemente riconosciute; si tratta di una proteina chaperone che consente ad altre molecole di ripiegarsi correttamente e stabilizza le proteine contro lo stress termico. Inoltre, controlla la crescita delle proteine cellulari (Tukaj e Węgrzyn, 2016) e facilita il trasporto intracellulare, la degradazione proteica e la segnalazione cellulare (Pearl, 2016). Inoltre, l’Hsp90 svolge un ruolo fondamentale nella protezione delle cellule da varie condizioni di stress (Parcellier et al., 2003). In particolare, diversi studi precedenti hanno confermato la forte correlazione tra la sovraespressione di Hsp90 e le condizioni di stress ossidativo (Profumo et al., 2018; Castro et al., 2019). A questo proposito, è stato precedentemente riportato che lo stress ossidativo indotto dagli AAS innesca una sovraregolazione dell’Hsp90 nei tessuti renali di topi trattati con Nandrolone Decanoato (ND) (Riezzo et al., 2014).

    Esame istopatologico della nefrosclerosi dell’arteria arcuata, che si presenta come un ispessimento dell’intima con un’architettura a buccia di cipolla. Si tratta presumibilmente di una manifestazione di nefropatia ipertensiva.

    Sia il Boldenone che il DHB sono stati accusati di poter causare nefrosclerosi, glomerulosclerosi distruttiva e insufficienza renale acuta (Taher et al., 2008; Winnett et al., 2011). La statistica di comparsa di questi possibili effetti collaterali, già riportati per altri AAS, sono difficili da scindere dal momento che la variabili farmacologiche, specie nei casi studio, sono molteplici e difficili da scindere. Sappiamo che negli animali, la monoterapia con queste due molecole, ha causato danno epatico e renale, ma nell’uomo la quantificazione è ancora in essere come lo è la ricerca. Si potrebbe, tutt’alpiù, viste le osservazioni sul campo, affermare con le dovute precauzioni che esista una dose “minima efficace” di DHB la quale potrebbe mantenere bassi gli effetti negativi sul rene (e non solo) sfruttando l’unica caratteristica affascinante di questa molecola [che ricordo non essere altro che Methenolone privo della metilazione in C-1 e per ciò meno resistente all’azione dei metaboliti di degrado del 3-Keto gruppo]:

    • Sembrerebbe che il DHB possa agire come inibitore della 17β-HSD1, aumentando così i livelli di E1 e diminuendo quelli di E2. Il DHT, strutturalmente simile al DHB, è un noto, seppur debole, inibitore della 17β-HSD1. Affinché gli androgeni DHT o Testosterone (T) diventino buoni ligandi per questo enzima, devono imitare più da vicino la forma planare dell’anello A dell’E2 e presentare un ampio nucleo idrofobico. Il DHB soddisfa entrambi i requisiti, differenziandosi dal DHT per un doppio legame C-1,2, che gli conferisce un anello A più simile a quello degli estrogeni, e dal Testosterone per il suo ampio scheletro idrofobico di 5α-androstene. Tali 5α-androsteni hanno un’affinità 173 volte maggiore per l’AR rispetto alla loro controparte orientata in β, ad esempio, il DHT ha una maggiore planarità ed è meno ingombrante rispetto al Testosterone per adattarsi alla cavità idrofobica del sito di legame sull’AR.

    L’enzima 17β-HSD1 è altamente espresso nel tessuto adiposo e nella prostata degli uomini. La sua funzione è quella di catalizzare la riduzione dell’estrogeno debole E1 all’estrogeno forte E2, e la sua espressione è positivamente correlata all’attivazione dell’E1 e ai livelli di E2. L’inibizione della 17β-HSD1 riduce l’E2, sebbene la sua completa abolizione (a 0,00 pg/mL) richiederebbe anche l’inibizione dell’Aromatasi e della Solfatasi.

    La 17β-HSD1 catalizza l’ultimo passaggio nella biosintesi degli estrogeni attivi (E2 e 5-androstene-3β,17β-diolo); sebbene l’E1 sia il suo substrato primario, l’enzima presenta una certa attività anche per substrati non estrogenici. Il DHT è un substrato non specifico per la 17β-HSD1 e si lega ad essa in modo simile all’E2, con un orientamento analogo, ma con alcune differenze per adattarsi all’ingombro sterico aggiuntivo (ad esempio, il gruppo metilico in posizione C-19). Il complesso (17β-HSD1-DHT) presenta siti di legame per gli steroidi ben definiti e il valore di Km noto per il DHT è 17 volte superiore a quello per l’E2 (quindi è necessaria una maggiore quantità di DHT per saturare l’enzima) e l’attività specifica è 26 volte inferiore.

    Legame di 17β-HSD1 con il DHT: (A) – (E) Cristallizzazione 3D e dati di docking del complesso DHT/17β-HSD1.

    In conclusione, il DHB, se inibisce la 17β-HSD1, deve essere debolmente inibitore – certamente non con una specificità sufficiente per essere commercializzato per uso clinico nel trattamento del cancro al seno ma sufficiente per agevolare il controllo dell’E2 nell’enhanced. Sebbene la letteratura citata suggerisca che gli androgeni in posizione C19 non siano inibitori della 17β-HSD1 altamente potenti e selettivi – tali da consentire un buon legame e un’elevata velocità di reazione – gli androgeni sono ligandi attivi per l’enzima. Per massimizzare il legame, un inibitore progettato per essere specifico per la 17β-HSD1 deve imitare la forma planare dell’anello A dell’E2 e mantenere un ampio nucleo idrofobico in grado di interagire con il sito di legame degli steroidi dell’enzima. L’anello A più simile agli estrogeni e l’ampio scheletro idrofobico di 5α-androstene del DHB corrispondono a questi requisiti, rendendolo un androgeno C19 che è teoricamente più potentemente inibitore della 17β-HSD1 rispetto al DHT.

    Conversione e interconversione del Estrone [E1] in Estradiolo [E2], tramite enzima 17β-HSD1, e del E2 in E1, tramite enzima 17β-HSD2.

    Questo, seppur minimo, controllo sulla conversione del E1 in E2 tramite l’interazione inibitoria del 17β-HSD1 potrebbe essere minimamente riducente gli effetti sulla ritenzione idrica e sodica prima discussi ma non tali da compensarli e rendere meno invasiva a livello renale questa particolare molecola.

    In definitiva, il DHB è un androgeno attenuato 1-ene, appartenente alla stessa classe dello Stenbolone e del Methenolone (Primobolan), considerato un anabolizzante blando anche in rapporto ai precedentemente detti. È notoriamente intollerabile a livello di “pip” post iniezione e la sua bassa selettività tessuto-specifica dell’AR non lo rende sicuramente, al contrario delle dicerie da forum, il “light Tren”. Spesso commercializzato nel mercato nero in soluzione con il guaiacolo (un irritante chimico, disinfettante ed espettorante per la tosse pericoloso, probabilmente cancerogeno) rendono il suo uso, di fatto, un intrinseco rischio cancerogeno, epatotossico e di tossicità renale. La sua caratteristica più interessante è la potenziale, seppur non selettiva, inibizione dell’enzima 17β-HSD1. Per coloro che sono particolarmente sensibili agli estrogeni potenti come l’E2 il DHB potrebbe essere allettante da usare per i suoi lievi effetti di influenza modulatrice sugli estrogeni a dosaggi bassi.

    Trenbolone – l’ennesima versatilità di un controverso 19-norsteroide –

    L’alterazione del metabolismo dei corticosteroidi e l’attivazione del recettore dei mineralcorticoidi (MR) sono state associate a malattie cardiovascolari (Briet e Chiffrin, 2010; Hadoke et al., 2009; Lastra et al., 2010).

    L’antagonismo del MR inibisce l’assorbimento di ioni sodio (Na⁺) indotto dall’Aldosterone nei reni, nelle cellule principali del dotto collettore (Rafestin-Oblin et al., 2002) e influenza il trasporto di Na⁺ nella vescica. Le principali conseguenze dell’antagonismo del recettore dei mineralcorticoidi sono i disturbi elettrolitici (conseguenze dell’alterata azione dell’Aldosterone) e lo sviluppo di ipertensione e malattie cardiovascolari.

    Diagram showing normal aldosterone activation versus trenbolone blockade affecting mineralocorticoid receptor and protein expression in kidney epithelial cells.

    Il Trenbolone, probabilmente agendo in modo analogo allo steroide sperimentale Metribolone, antagonizza il MR, causando così aterosclerosi (accumulo di placche nelle arterie) e infiammazione, dannose per il cuore. Classico esempio di come un vantaggio nel breve periodo può trasformarsi in un grave peggioramento sul lungo periodo.

    Struttura molecolare del Metribolone.

    Il Metribolone, noto anche come 17α-metiltrenbolone, così come 17α-metil-δ9,11-19-nortestosterone o 17α-metilestra-4,9,11-trien-17β-ol-3-one, è uno steroide estranico sintetico e un derivato 17α-alchilato del Nandrolone (19-nortestosterone); più precisamente è il derivato metilato in C17α del Trenbolone (δ9,11-19-nortestosterone) e l’analogo deidrogenato in C9 e C11 (δ9,11) del Normethandrone (17α-metil-19-nortestosterone). Altri parenti stretti e derivati ​​del metribolone includono il Mibolerone (7α,17α-dimetil-19-nortestosterone) e il Dimetiltrienolone (RU-2420; 7α,17α-dimetil-δ9,11-19-nortestosterone). Oltre agli AAS, il Trimetiltrienolone (R2956; 2α,2β,17α-trimetil-δ9,11-19-nortestosterone), un antiandrogeno altamente potente, è stato derivato dal Metribolone.

    Oltre al AR, il Metribolone ha un’elevata affinità per il recettore del progesterone (PR) e si lega anche al recettore dei glucocorticoidi (GR). Il farmaco è stato inoltre identificato nel 2007 come un potente antimineralcorticoide, con un’affinità per il MR simile a quella dell’Aldosterone e dello Spironolattone.

    Se a questa caratteristica si aggiunge l’alta selettività recettoriale a livello tissutale del Trenbolone, ed una, apparente, non particolare azione a livello del tubulo renale prossimale e sul riassorbimento del Sodio, si comprende come questa molecola continui a presentare peculiarità applicabili con largo vantaggio anche nel periodo pre-contest. Ma attenzione però, perchè la dose e il tempo di somministrazione fanno la differenza tra grado di vantaggio favorevole e svantaggio preponderante.

    L’abuso del Trenbolone comporta comunque dei rischi significativi per la salute renale, con potenzialità di causare principalmente ipertensione, forte stress fisico e potenziale insufficienza renale. I rischi per la funzionalità renale legati all’abuso di Trenbolone comprendono:

    • Ipertensione: Aumenta la pressione sanguigna, danneggiando i piccoli vasi sanguigni all’interno dei reni.
    • Iperfiltrazione glomerulare: Costringe i reni a lavorare eccessivamente a causa dell’attività antimineralocortioide e di diete ad alto contenuto proteico, scompensate a livello salino e causando danni strutturali come la glomerulosclerosi segmentale focale (FSGS).
    • Disfunzione epatorenale: Un grave stress o insufficienza epatica causati dal farmaco possono innescare un danno o un’insufficienza renale acuta secondaria.
    • Riduzione della crescita cellulare: dosi elevate rallentano la riparazione e la normale proliferazione delle cellule endoteliali.
    • Riduzione dell’ossido nitrico: un uso sul lungo termine blocca i segnali benefici che normalmente inducono i vasi sanguigni a rilassarsi e dilatarsi.
    • Alterazione dei livelli degli ioni calcio: modifica i livelli di calcio all’interno delle cellule, il che può innescare un danno cellulare precoce o la morte cellulare (apoptosi).
    Glomerular hyperfiltration caused by Trenbolone

    Variabile forme modificate di E2 e loro impatto sulla ritenzione idrica e sodica

    Sia l’iperestrogenismo causata dall’uso di dosi sovrafisiologiche di Testosterone che un aumento delle forme modificate del’E2, le quali, anche se non in alte concentrazioni, presentano una attività metabolica recettoriale-tissutale maggiore mg per mg, provocano ritenzione idrica aumentando l’accumulo di sodio alterando il RAAS, incrementando l’angiotensiogeno epatico, la permeabilità dei vasi sanguigni e interagendo con l’Aldosterone. Questo squilibrio porta a sintomi comuni come gonfiore, edema e ritenzione idrica con aumento di pressione e stress cardio-renale.

    Struttura molecolare del 1Methylestradiolo.

    Il 17α-methylestradiolo (17α-ME), noto anche come 17α-metilestra-1,3,5(10)-triene-3,17β-diolo, è uno steroide estranico sintetico e un derivato dell’Etradiolo sebbene sia anche il prodotto aromatico di AAS come il Methandrostenolone e il Methyltestosterone. È specificamente il derivato dell’Estradiolo con un gruppo metilico nelle posizioni C17α.

    Il Methylestradiolo è un estrogeno, o un agonista del recettore degli estrogeni. Mostra un’affinità per il recettore degli estrogeni leggermente inferiore rispetto all’estradiolo o all’Etinilestradiolo ma una potenza di legame maggiore.

    Il 17α-ME, come accennato in precedenza, è un metabolita attivo degli AAS Methyltestosterone (17α-metiltestosterone), Methandrostenolone (17α-metil-δ1-testosterone) e Normethandrone (17α-metil-19-nortestosterone), ed è responsabile dei loro effetti collaterali estrogenici, come ginecomastia e marcata ritenzione idrica.

    Grazie alla presenza del suo gruppo metilico C17α, il 17α-ME non può essere disattivato dall’ossidazione del gruppo idrossilico C17β, con conseguente miglioramento della stabilità metabolica e della potenza rispetto all’Estradiolo.

    Nonostante l’affinità di legame risulti maggiore per il 17β-estradiolo, la potenza di legame e la stabilità sono maggiori per il 17α-methylestradiolo. Si potrebbe paragonare alle differenze di azione tra Testosterone e DHT con quest’ultimo che presenta una affinità all’AR maggiore ma una stabilità e forza di legame inferiore [vedi resistenza enzimatica] rispetto al Testosterone.
    Struttura molecolare del 7α-methylestradiolo.

    Il 7α-methylestradiolo (7α-Me-E2), noto anche come 7α-metilestra-1,3,5(10)-triene-3,17β-diolo, è un estrogeno sintetico e un metabolita attivo dell’AAS Trestolone. È considerato responsabile dell’attività estrogenica del Trestolone. Fatto particolare, questa molecola estrogenica mostra un’affinità maggiore per l’AR rispetto all’Estradiolo.

    Secondo la teoria delle potenze estrogeniche dipendenti dal composto (per AAS) e individualizzate (per utilizzatore), l’estrogenicità si riferisce agli effetti associati all’attivazione dei recettori ER-α e β (quest’ultima generalmente opposta alla prima) e dipende da fattori dipendenti dal composto (per AAS) e individualizzati (per utilizzatore) che determinano sia (A) i livelli ematici effettivi, sia (B) gli effetti a livello tissutale, dei prodotti aromatici di un AAS.

    Il prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, ha una potenza superiore a quella dell’E2 nelle cellule aventi recettori per gli estrogeni (ER). L’efficacia viene determinata misurando l’effetto, ad esempio la crescita (in questo caso, nelle cellule di carcinoma mammario). L’EC₅₀ (EC50) è determinata dalle concentrazioni alle quali il ligando innesca la crescita e può essere confermata dalla misurazione della progressione del ciclo cellulare (ovvero, l’ingresso nella fase S del ciclo cellulare).

    L’affinità di legame (IC₅₀) del prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, è pari al 101% di quella dell’E2, che viene tipicamente utilizzato come composto di riferimento per il legame con i recettori per gli estrogeni, data la sua notevole efficacia, potenza e affinità per il recettore ER-α, come riportato in letteratura.

    Struttura molecolare del Trestolone.

    Confrontando il tasso di aromatizzazione tra Trestolone e Nandrolone, Attardi et al. hanno scoperto che, “[a] 180 minuti, circa il 23% del Trestolone si convertiva in 7α-ME e circa il 13% del Nandrolone in [E1]-E2”. Poiché il Nandrolone aromatizza a una velocità pari al 20% di quella del Testosterone (T), possiamo dedurre che il Trestolone aromatizza a circa il 35% della velocità del T in 7α-ME, con una potenza quattro volte superiore rispetto all’E2, ovvero per quanto riguarda la crescita delle cellule tumorali del seno. Una semplice moltiplicazione del tasso di aromatizzazione (35%) × EC50 (7α-methylestradiolo) × RBA (7α-methylestradiolo) ≈ il potenziale di crescita del Trestolone nelle cellule contenenti ER superiore del 40% rispetto al T.

    Questa deduzione, quindi, supporta le segnalazioni degli utilizzatori secondo cui il Trestolone è un potente agente estrogenico. Matematicamente, possiamo affermare che 50mg al giorno di Trestolone Enantato sono approssimativamente equivalenti, in termini di attività estrogenica, a 500mg di Testosterone Enantato assunti settimanalmente.

    Il Trestolone sostituisce E₂ e P₄ per promuovere l’equilibrio dei fluidi attraverso molteplici meccanismi.

    Inoltre, gli effetti gestagenici del Trestolone potenziano notevolmente i suoi effetti ipertensivi ed edematosi (propensione alla ritenzione idrica).

    L’edema, o ritenzione idrica, è il segno distintivo dell’eccessiva estrogenicità, abbinata alla azione intrinseca degli androgeni, nei culturisti che fanno uso di AAS.

    Il diagramma qui sopra illustra come il Trestolone agisca in molteplici modi per promuovere la ritenzione idrica (edema) e l’ipertensione (aumento della pressione sanguigna sistolica; aumento della pressione differenziale). Il Trestolone è analogo all’E₂ (estradiolo; E2) e al P₄ (Progesterone) rispetto al 7α-ME e alla sua potenza del 29,2% nell’attivare il PR come il P₄.

    Il Trestolone, quindi, promuove la ritenzione idrica agendo su:

    • Il cervello e il sistema nervoso centrale (SNC) per aumentare la sete e l’appetito per il sodio tramite la segnalazione dell’Angiotensina II (ANG II), e
      i reni agendo su:
    • Ormoni antidiuretici, ad esempio l’Arginina Vasopressina (AVP), riducendo la minzione;
      il RAAS, aumentando il bilancio del sodio; e/o
    • I tubuli renali, promuovendo la ritenzione di sodio e acqua come già descritto.
    Struttura molecolare del Progesterone.

    Sempre il diagramma sopra esposto illustra anche, in parte, come il Trestolone, sostituendo l’E₂ (Estradiolo; E2) e il P₄ (Progesterone), promuova l’aumento della pressione differenziale. Ciò avviene incrementando l’equilibrio idrico (ovvero, provocando gonfiore) attraverso i suoi effetti edematosi e agendo sugli osmorecettori del sistema nervoso centrale (SNC) e sui barocettori del sistema nervoso periferico (SNP), nonché sull’Angiotensina II (ANG II), sull’AVP e sui neuroni in diversi sistemi.

    Inoltre, il Trestolone aumenta significativamente la pressione sanguigna sistolica (ovvero la pressione differenziale) a una dose settimanale inferiore a 2mg.

    La pressione differenziale (Pp) è la differenza (mmHg) tra la pressione sistolica e quella diastolica. Una pressione differenziale normale è quindi di 40mmHg (120mmHg – 80mmHg = 40mmHg).

    La pressione differenziale (Pp) rappresenta la forza generata dal cuore ad ogni contrazione, ovvero la compliance arteriosa (C). Un valore normale della pressione differenziale è di 40mmHg; una Pp < 25% della pressione sistolica indica ipotensione o restringimento del setto, mentre una Pp > 100 mmHg indica ipertensione o dilatazione del setto.

    La variazione della pressione differenziale (ΔPp) è proporzionale alla variazione di volume (ΔV) ma inversamente proporzionale alla compliance arteriosa (C):

    ΔPp = ΔV/C

    Poiché la variazione di volume è dovuta alla gittata sistolica (SV) del sangue espulso dal ventricolo sinistro, possiamo approssimare la pressione differenziale con la seguente formula:

    Pp = SV/C

    Un giovane adulto sano a riposo ha un volume sistolico (VS) di circa 80mL. La compliance arteriosa (C) è di circa 2mL/mmHg, il che conferma che la pressione differenziale normale è di circa 40mmHg.

    Il Trestolone, pertanto, induce un aumento della pressione differenziale, incrementando il volume sistolico.

    Il Trestolone, aumentando la ritenzione di sodio e liquidi, incrementa il volume plasmatico. Inoltre, aumenta rapidamente l’emoglobina.

    L’Emoglobina (Hb) è una proteina legante l’ossigeno (O₂) presente negli Eritrociti (globuli rossi) (Hb 13,5 – 17 g/dL [uomini], 12 – 15,5 g/dL [donne]).

    L’Ematocrito (HCT) rappresenta la percentuale del volume ematico occupata dagli Eritrociti [uomini 41-51%, donne 36-47%].

    L’Ematocrito (HCT) è correlato all’Emoglobina (Hb) dalla seguente formula:

    Hb (g/dL) × 3 ≈ HCT (%)

    Esempio: Hb di 15 g/dL ≈ HCT del 45%.

    I livelli di emoglobina sono aumentati significativamente (149 ± 2,9 g/L → 154 ± 3,3; dimensione dell’effetto: 1,724; %Δ: +3,35%; intervallo di confidenza al 95%) con Trestolone (~ 2 mg q.w.) a 12 settimane, e un modello simile (da 0,44 a 0,46; dimensione dell’effetto: 2; %Δ: +4,5%; non significativo) è stato osservato nell’ematocrito, ma questo non ha raggiunto la significatività statistica. Nel gruppo Testosterone (~ 120 mg q.w.), al contrario, è stato osservato un aumento progressivo più lento della concentrazione di emoglobina che è diventato significativo solo a 48 settimane. C’è stato anche un aumento complessivo significativo dell’ematocrito nel gruppo Testosterone, sebbene nessuno dei singoli punti temporali di trattamento fosse significativamente diverso dal pre-trattamento (0,45 ± 0,01).

    In definitiva, il Trestolone favorisce in particolare il gonfiore attraverso la sua azione sui reni (regolando la ritenzione di liquidi e sodio) e sul cervello (aumentando la sete e l’assunzione di sodio) e in particolare promuove l’ipertensione, soprattutto l’aumento della pressione differenziale, aumentando il volume sistolico tramite l’aumento del volume plasmatico e dell’ematocrito, ovvero della viscosità o densità del sangue.

    Uno dei peggiori con il Nandrolone per gli effetti cardio-renali…

    Variabile rhGH sul RAAS

    Struttura molecolare tridimensionale della Somatotropina [hGH].

    In letteratura viene riportato chiaramente che quello della ritenzioni di liquidi in seguito a somministrazione di rhGH sia un effetto collaterale concreto e documentato. Infatti, la maggior parte dei dati indicano che i pazienti adulti  con deficit di hGH sono disidratati, cioè non hanno un volume d’acqua positivo nel corpo, e presentano una bassa concentrazione di acqua extracellulare nel plasma. Quando viene avviata la terapia sostitutiva con rhGH in questi pazienti i loro fluidi corporei vengono ripristinati alla normalità. La capacità di ritenzione dei fluidi del rhGH dovrebbe quindi essere considerata in ambito clinico come una normalizzazione fisiologica desiderabile dell’omeostasi dei liquidi corporei  piuttosto che un effetto collaterale sgradevole ma, ovviamente, nel Bodybuilding le cose cambiano nettamente.

    La letteratura riporta la conclusione che l’rhGH aumenta l’ADH [Ormone Antidiuretico, conosciuto anche come Vasopressina], come effetto che trova la sua causa nella attivazione del RAAS. Infatti, l’rhGH aumenta la Somatostatina, e dato che il rene possiede recettori specifici per la Somatostatina questi possono attivare il RAAS.

    Altered RAAS pathway from growth hormone

    Negli studi la somministrazione di rhGH ha determinato un calo nelle 24 ore dell’escrezione urinaria di Sodio (197 +/- 38 a 42 +/- 20 mmol, media +/- SD, P meno di 0,005), una riduzione del volume delle urine (1.652 + / – 182-848 +/- 348 mL, P inferiore a 0,05), ma non l’osmolalità. Il PRA [Attività della Renina Plasmatica] è aumentato in modo significativo di 1.118 +/- 73 a 3.608 +/- 1.841 fmol angiotensina 1 L / s (P meno di 0,005), il che è stato associato con un aumento di sette volte nella concentrazione plasmatica (52 +/- 12-402 + / – 99 pg / mL, P meno di 0,001). L’osmolalità del plasma e le concentrazioni di AVP [Arginina Vasopressina] non sono cambiate in modo significativo. I risultati mostrano che la ritenzione di Sodio indotta dal rhGH comporta l’attivazione del RAAS. Questo meccanismo può spiegare in parte l’insorgenza dell’espansione del volume plasmatico e l’ipertensione e suggerisce un rischio di ritenzione di liquidi e, eventualmente, l’ipertensione nei soggetti trattati con dosi sovrafisiologiche di rhGH per il trattamento della bassa statura o per finalità estetiche.

    Struttura molecolare del ADH.

    L’hGH, tuttavia, provoca un rialzo del ADH (Ormone Antidiuretico o Vasopressina). L’ADH è un costrittore coronarico molto potente che costringe anche le vene. Il segnale di sintesi parte dall’ipotalamo. Le terminazioni nervose di alcuni neuroni nell’ipotalamo raggiungono la pituitaria posteriore, dove l’ADH e l’Oxitocina vengono prodotte. l’ADH può arrivare fino ad un livello che supera di 20 i livelli normali a causa della paura, della rabbia, e dello stress. Ciò può causare costrizione coronarica in pochi minuti, e questo può portare ad un attacco cardiaco.

    Il hGH causa un aumento del ADH, e come effetto diretto di questo, la ritenzione idrica aumenta, e ciò provoca un aumento della pressione sanguinea.  L’aumento del ADH causato dal rhGH è dose-dipendente; che è il motivo per il quale bisogna ridurre la dose, insieme alle altre variabili, se la pressione arteriosa sale in modo eccessivo, fino a quando il sistema circolatorio si regola per gestire la cosa.

    L’uso della Clonidina sembra specifico per questa caratteristica di alterazione idrica-pressoria rhGH dipendente. Essa provoca alcuni effetti collaterali, ma non è causa di impotenza. È indicata se si soffre di pressione alta causata da livelli elevati di ADH.

    Ovviamente, la somministrazione di rhGH, in concomitanza con AAS fortemente aromatizzabili, e che già intrinsecamente posseggono caratteristiche di alterazione dal grado variabile sul RAAS e il riassorbimento del Sodio, fa si che il problema peggiori considerevolmente peggiorando addizionalmente, se in circostanze di ipercalorica, con il perggiormante dell’insulino resistenza.

    La Clondina, comunque, viene consigliata principalmente perché agisce direttamente sul ADH è la ritenzione idrica causata da quest’ultimo. Attenti però al fattore dosaggio-tolleranza-interazione con altri farmaci co-somministrati.

    In definitiva, la Clonidina viene assunta, in ambito Bodybuilding per contrastare l’effetto di un aumento del ADH dovuto alla somministrazione di rhGH, prima di dormire.

    Ricapitolando, la principale causa della ritenzione idrica dovuta all’uso di rhGH sembra doversi ricondurre all’aumento della secrezione di ADH (Ormone Antidiuretico) e, come avviene per il hGH, esso viene secreto dalla ghiandola pituitaria posteriore.

    Quindi, sappiamo che l’rhGH aumenta i livelli di ADH, e l’ADH aumenta la ritenzione idrica, che può causare (causalità a grado individuale e legata all’entità dell’aumento) una più alta pressione sanguigna. Come già detto, l’aumento del ADH è rhGH-dose-dipendente.

    Alcuni affermano che una delle possibili cause della ritenzione idrica da rhGH sia la qualità dei prodotti venduti e acquistati attraverso il mercato nero.  Sinceramente, la purezza può giocare una percentuale sull’effetto “ritenzione idrica” ma non credo che sia così statisticamente significativa (anche se il contenuto risulti essere hCG e non rhGH).

    La soluzione al problema della ritenzione idrica da rhGH risulta essere, oltre alla possibilità di sospensione dell’ormone proteico, quella di alterare in negativo la secrezione di ADH GH-indotta. E’ possibile fare ciò con il prima citato farmaco Clonidina che presenta un azione principale nei confronti della secrezione di ADH. La dose “tipica” di Clonidina si aggira intorno ai 2mg ogni 12 ore, ma si tratta comunque di riferimenti generici soggetti a marcate variazioni individuali le quali possono comprendere dosaggi inferiori e tempistiche di assunzione più lunghe. Il fatto che la Clonidina sembri non causare impotenza, ciò rende questo composto decisamente meno problematico di altri farmaci per la pressione.

    La Clonidina, nonostante tutto, presenta comunque dei possibili rischi legati all’abbassamento eccessivo della pressione specie se vi sono farmaci con i quali presenta interazione; e non credo ci sia bisogno di sottolineare cosa ciò potrebbe comportare.

    I meccanismi e l’impatto fisiologico del rhGH sono:

    • Azione renale: l’rhGH altera le proteine ​​di trasporto renale come NKCC2, aumentando la ritenzione diretta di Sodio e acqua.
    • Cambiamenti ormonali: può stimolare il RAAS, aumentando i livelli di Aldosterone e ADH che a loro volta favoriscono la ritenzione di elettroliti e liquidi.
    • Modifiche della composizione corporea: può verificarsi un’espansione dell’acqua extracellulare fino al 15-25%, che spesso si manifesta come un rapido aumento di peso o un incremento della “massa magra” piuttosto che come una reale crescita dei tessuti.

    Come gestire al maglio la situazione?

    • Calibrare secondo esigenze soggettive i quantitativi di Sodio assunti evitando cibi processati e/o contenenti un eccesso di Sodio;
    • Rapportare adeguatamente il Potassio secondo calcolo minuzioso delle variabili della preparazione che potrebbero portare a iperkaliemia;
    • Dividere il dosaggio giornaliero di rhGH ad un minimo di 2 iniezioni. I ricercatori che hanno fissato gli effetti collaterali del rhGH durante gli esperimenti, di solito iniettano ai loro pazienti dosi che comportano protocolli di iniezione anomali – 3 iniezioni con dosaggio elevato a settimana. Tali protocolli perturbano l’equilibrio fisiologico della ANP [peptide natriuretico atriale] e della Vasopressina molto più dei protocollo con iniezioni frequenti, che è simile alla secrezione umana naturale. Il direttore del Palm Springs Life Extension, il Dr.Edmund Chein e il suo socio Dr. L. Cass Terry, che ha trattato oltre 800 pazienti, afferma che la scissione del dosaggio giornaliero di rhGH in 2 sole iniezioni, potrebbe quasi ridurre gli effetti collaterali di rhGH legati alla ritenzione idrica;
    • Per quanto banale, cessare l’assunzione di alcol. Conosco alcuni BBr o presunti tali che fanno uso di alcol. L’alcol provoca ritenzione idrica oltre ad essere tossico su più fronti;
    • Bere più acqua rapportandola correttamente con il Sodio e le perdite urinarie e legate alla sudorazione. Il consumo limitato di acqua causa un aumento della Vasopressina con conseguente aumento della ritenzione idrica;
    • L’uso della Clonidina dovrebbe essere preso con cautela e sotto stretto controllo medico per via delle possibili interazioni con altre componenti della preparazione.

    Variabili ARBs e ACE-II inibitori sul equilibrio elettrolitico

    Gli ACE-II inibitori e i farmaci che agiscono come antagonista sui recettori dell’Angiotensina II [ARBs] sono spesso utilizzati dai bodybuilder per gestire l’ipertensione e per prevenire l’ipertrofia ventricolare sinistra.

    Angiotensin II receptor blockers mechanism diagram

    I bloccanti del recettore dell’Angiotensina II (ARB), formalmente detti antagonisti del recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1), sono un gruppo di farmaci che si legano al recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1) inibendone l’attivazione, bloccando così la contrazione arteriolare e la ritenzione di sodio indotte dal RAAS.

    Il loro utilizzo principale è nel trattamento dell’ipertensione (pressione alta), della nefropatia diabetica (danno renale dovuto al diabete) e dell’insufficienza cardiaca congestizia. Bloccano selettivamente l’attivazione del recettore AT1, impedendo il legame dell’Angiotensina II, a differenza degli ACE-inibitori.

    Gli ARB e gli ACE-inibitori, che presentano una funzione sulla concentrazione del substrato, sono entrambi indicati come farmaci antipertensivi di prima linea nei pazienti che sviluppano ipertensione associata a insufficienza cardiaca sinistra. Tuttavia, gli ARBs sembrano produrre meno effetti collaterali rispetto agli ACE-inibitori per via della neutralità sugli aumenti della Bradichinina.

    Queste molecole sono quindi antagonisti del recettore AT1; ovvero, bloccano l’attivazione dei recettori AT1 dell’Angiotensina II. I recettori AT1 si trovano nelle cellule muscolari lisce dei vasi sanguigni, nelle cellule corticali della ghiandola surrenale e nelle sinapsi dei nervi adrenergici. Il blocco dei recettori AT1 provoca direttamente vasodilatazione, riduce la secrezione di vasopressina e diminuisce la produzione e la secrezione di aldosterone, tra le altre azioni. L’effetto combinato riduce la pressione sanguigna.

    Gli ARBs più utilizzati in ambito cuclturistico sono il Telmisartan [Micardis] e Losartan [Cozaar], sebbene sia il primo ad avere una diffusione d’uso maggiore in questo contesto.

    Il Telmisartan mostra un’elevata affinità per il recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1), con un’affinità di legame 3000 volte maggiore per AT1 rispetto ad AT2.

    Oltre ad avere una azione riduttiva sul RAAS, il Telmisartan agisce come agonista parziale del recettore PPAR-γ, un regolatore centrale del metabolismo dell’insulina e del glucosio. Si ritiene che la duplice modalità d’azione del Telmisartan possa fornire benefici protettivi contro i danni vascolari e renali causati dal diabete e dalle malattie cardiovascolari (CVD).  Come agonista parziale, attiva il recettore del 25-30%. Studi clinici hanno dimostrato che il Telmisartan aumenta la sensibilità all’insulina, riduce la fibrosi e l’ipertrofia cardiaca e migliora la funzione endoteliale; tutti questi effetti possono essere attribuiti alla sua attività sul PPAR-γ. L’attività nefroprotettiva del Telmisartan è attribuita sia all’antagonismo dell’Angiotensina II sia al miglioramento della funzione endoteliale derivante dal PPAR-γ.

    Telmisartan activating PPAR-gamma and PPAR-delta

    Il Telmisartan attiva i recettori PPAR-δ in diversi tessuti. Nei topi, ciò si traduce in effetti come un aumento della resistenza e una riduzione dello stoccaggio dei trigliceridi negli adipociti. Tuttavia, il Telmisartan non migliora le prestazioni di camminata (distanza percorsa in 6 minuti) nelle persone affette da arteriopatia periferica degli arti inferiori.

    Il Telmisartan sembra poter attivare anche il PPAR-α e inibire il CYP2J2.

    Il CYP2J2 si localizza nel reticolo endoplasmatico e si ritiene sia un enzima importante responsabile del metabolismo degli acidi grassi polinsaturi endogeni in molecole di segnalazione.

    Un aumento del rilevamento di mRNA e proteina CYP2J2 è stato evidente nel 77% delle linee cellulari di carcinoma dei pazienti. La proliferazione cellulare è stata regolata positivamente da CYP2J2 e, inoltre, è stato dimostrato che CYP2J2 promuove la progressione del tumore. È stata inoltre riscontrata una maggiore quantità di mRNA di CYP2J2 in vari tipi di tumore, tra cui adenocarcinoma esofageo, carcinoma mammario e carcinoma gastrico, rispetto a quella del tessuto normale circostante.

    Il CYP2J2 è sovraespresso in diversi tipi di cancro e la sua sovraespressione forzata in linee cellulari tumorali umane accelera la proliferazione e protegge le cellule dall’apoptosi.

    ACE inhibitors mechanism on RAAS

    Gli inibitori dell’enzima di conversione dell’Angiotensina (ACE-inibitori o ACE II-inibitori) sono anch’essi utilizzati principalmente per il trattamento dell’ipertensione e dell’insufficienza cardiaca. Questa classe di farmaci agisce provocando il rilassamento dei vasi sanguigni e una riduzione del volume ematico, con conseguente abbassamento della pressione sanguigna e diminuzione del fabbisogno di ossigeno del cuore.

    Gli ACE-inibitori inibiscono l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina, un componente importante del sistema renina-angiotensina che converte l’angiotensina I in angiotensina II e idrolizza la bradichinina. Pertanto, gli ACE-inibitori riducono la formazione di angiotensina II, un vasocostrittore, e aumentano i livelli di bradichinina, un peptide vasodilatatore. Questa combinazione ha un effetto sinergico nell’abbassare la pressione sanguigna.

    Tra gli ACE-inibitori più frequentemente prescritti figurano benazepril, zofenopril, perindopril, trandolapril, captopril, enalapril, lisinopril e ramipril. L’Enalapril e il Captopril sono generalmente i più utilizzati nel Bodybuilding, soprattutto il Captorpil in contesto Cut per facilitare la mobilitazione del “grasso testardo” vista la capacità di questa classe di farmaci di modificare la α2-AR/β2-AR ratio nell’adipocita a favore dei β2-AR.

    Struttura molecolare tridimensionale della Bradichinina.

    Sappiamo che gli ACE inibitori bloccano la conversione dell’Angiotensina I (ATI) in Angiotensina II (ATII). In tal modo, riducono la resistenza arteriolare e aumentano la capacità venosa; diminuiscono la gittata cardiaca, l’indice cardiaco, il lavoro sistolico e il volume; riducono la resistenza nei vasi sanguigni renali; e portano ad un aumento della natriuresi (escrezione di sodio nelle urine). La concentrazione di renina nel sangue aumenta a seguito del feedback negativo dovuto alla ridotta conversione di ATI in ATII, e i livelli di ATI aumentano per lo stesso motivo, mentre le concentrazioni di ATII e aldosterone diminuiscono. I livelli di bradichinina aumentano perché l’enzima di conversione dell’angiotensina degrada anche la bradichinina e la sua inibizione riduce l’inattivazione della Bradichinina.

    L’inserimento di 2000-5000 GDU di Bromelina possono “tamponare” il problema derivante dal aumento della Bradichinina con l’uso di questa classe di farmaci. Vi sono infatti alcuni studi scientifici che mostrano che l’attività “bradichinasica” (di distruzione della Bradichinina) della Bromelina possa aiutare a l’accumulo della Bradichinina e ridurre la tosse indotta da questi farmaci.

    La Bromelina è un insieme di enzimi proteolitici estratti principalmente dal gambo e dal frutto dell’ananas, ampiamente utilizzato sotto forma di integratore alimentare per le sue proprietà antinfiammatorie, drenanti e digestive.

    Il legame tra la Bromelina e la Bradichinina rappresenta il cuore del meccanismo biochimico con cui questo estratto dell’ananas riesce a ridurre drasticamente il dolore, l’infiammazione e l’edema (gonfiore).

    La Bromelina agisce sulla bradichinina attraverso due vie principali:

    • Inattivazione Diretta: Sfruttando la sua natura di enzima proteolitico, la Bromelina idrolizza (scompone e distrugge) la Bradichinina e il suo precursore (il chininogeno) nei tessuti infiammati.
    • Blocco della Produzione: Riduce l’attività della callicreina plasmatica, l’enzima responsabile della generazione di nuova Bradichinina.

    La neutralizzazione della Bradichinina da parte della Bromelina si traduce in tre effetti terapeutici immediati:

    • Effetto Analgesico (Antidolorifico): Meno bradichinina significa una minore stimolazione delle fibre nervose responsabili della trasmissione del dolore, specialmente in caso di traumi, artrite e infiammazioni articolari.
    • Effetto Antiedemigeno (Anti-gonfiore): Riducendo i livelli di bradichinina, si blocca l’eccessiva permeabilità vascolare. I vasi smettono di “perdere” liquidi nei tessuti circostanti, accelerando il riassorbimento del gonfiore e dei lividi.
    • Miglioramento del Microcircolo: Il controllo della permeabilità e la contestuale azione fibrinolitica della bromelina migliorano l’ossigenazione e la circolazione locale nel sito del trauma.

    Il Captopril [conosciuto anche sotto il nome commerciale Capoten] è il primo degli ACE-inibitori sintetizzati e immessi in commercio. Come accennato in precedenza, esso, insieme al Enalapril, viene utilizzato maggiormente nel Bodybuilding in alternativa agli ARBs se l’obbiettivo va oltre il controllo della ritenzione idrica/sodica e di controllo del RAAS.

    Sia gli ARBs che gli ACE-inibitori possono portare a condizioni di Iperkaliemia [eccesso di Potassio].

    L’iperkaliemia è un livello elevato di potassio (K+) nel sangue. I livelli normali di potassio sono compresi tra 3,5 e 5,0 mmol/L (3,5 e 5,0 mEq/L), mentre livelli superiori a 5,5 mmol/L sono definiti come iperkaliemia. In genere l’iperkaliemia non causa sintomi. Occasionalmente, quando è grave, può causare palpitazioni, dolori muscolari, debolezza muscolare o intorpidimento. L’iperkaliemia può causare un ritmo cardiaco anomalo che può provocare arresto cardiaco e morte.

    Elettrocardiogramma che mostra derivazioni precordiali in caso di iperkaliemia.

    Numerosi farmaci possono causare un aumento del potassio nel sangue, tra cui antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi (ad es. spironolattone, eplerenone e finerenone), FANS, diuretici risparmiatori di potassio (ad es. amiloride), bloccanti del recettore dell’angiotensina e inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina. La gravità è suddivisa in lieve (5,5 – 5,9 mmol/L), moderata (6,0 – 6,5 mmol/L) e grave (> 6,5 mmol/L). Livelli elevati possono essere rilevati su un elettrocardiogramma (ECG), sebbene l’assenza di cambiamenti ECG non escluda l’iperkaliemia. Le proprietà di misurazione dei cambiamenti ECG nella previsione dell’iperkaliemia non sono note. La pseudoiperkaliemia, dovuta alla rottura delle cellule durante o dopo il prelievo del campione di sangue, deve essere esclusa.

    Il trattamento iniziale in caso di alterazioni dell’ECG consiste in sali, come il gluconato di calcio o il cloruro di calcio. Altri farmaci utilizzati per ridurre rapidamente i livelli di potassio nel sangue includono insulina con destrosio, salbutamolo e bicarbonato di sodio. I farmaci che potrebbero peggiorare la condizione dovrebbero essere interrotti e dovrebbe essere iniziata una dieta a basso contenuto di potassio. Le misure per rimuovere il potassio dal corpo includono diuretici come la furosemide, leganti del potassio come il polistirene solfonato (Kayexalate) e il ciclosilicato di zirconio di sodio e l’emodialisi. L’emodialisi è il metodo più efficace.

    Con l’uso di farmaci ARBs e ACE-inibitori, considerando anche le possibili variabili integrative legate all’uso supplementare di Potassio (nelle sue varie forme) o di prodotti contenenti una certa quantità dello stesso, il pericolo che si instauri una condizione di iperkaliemia è statisticamente significativo. Oltretutto, il Potassio integrativo viene inserito nelle preparazioni dove è contemplato l’uso di Clenbuterolo, il quale è noto causare una deplezione di Potassio, nota come ipokaliemia, costringendo il Potassio a spostarsi rapidamente dal flusso sanguigno alle cellule del corpo. Questo pericoloso spostamento può causare tachicardia, crampi muscolari e aritmie cardiache. In quanto agonista β2, il farmaco stimola le pompe cellulari che trasportano il Potassio all’interno delle cellule, abbassando i livelli ematici anche se il Potassio totale nell’organismo è normale. Spesso il Clenbuterolo abbassa contemporaneamente anche altri minerali chiave come Magnesio e Fosforo. L’esercizio fisico intenso o la sudorazione eccessiva, combinati con questo squilibrio cellulare, peggiorano la deplezione. In questo caso, la gestione delle quantità di Sodio e Potassio assunte giornalmente richiede esami più approfonditi misurando i livelli di Potassio e Sodio tramite un esame del sangue e gestendo su dieta, farmaci e la funzione renale.

    I metodi di gestione dell’assunzione e controllo dell’equilibrio salino sono:

    • Esami ematici: dosaggio di Sodio, Potassio, creatinina e azotemia per valutare i reni.
    • Dieta: riduzione di cibi ricchi di Potassio come frutta e verdura specifiche e rapportare il giusto quantitativo di Sodio in base ai risultati emersi dal controllo ematico.
    • Terapia medico-farmacologica: aggiustamento o sospensione di farmaci come ACE-inibitori o Diuretici, oppure uso di resine e leganti del potassio per favorirne l’eliminazione.

    Possibilità di gestione “combinata” della ritenzione idrica e di Sodio AAS-correlata

    Abbiamo visto che una caratteristica indipendente dallo stimolo del Aldosterone e/o dell’interazione con il MR degli AAS (con differenze di grado e dose), e che causa ritenzione idrica e di Sodio, è quella di agire sul riassorbimento del Sodio a livello del tubulo prossimale. La domanda che alcuni si potrebbero porre è se possa essere possibile contrastare efficacemente questa variabile, soprattutto in pre-contest/Cut.

    Esistono dei farmaci che bloccano il riassorbimento di Sodio nel tubulo prossimale come, ad esempio, gli inibitori dell’anidrasi carbonica e gli inibitori del SGLT2, che riducono i livelli di liquidi e aiutano a gestire condizioni come l’insufficienza cardiaca, l’iperglicemia e l’infiammazione.

    Il tubulo contorto prossimale (PCT) riassorbe circa il 65% del sodio filtrato, rendendolo un bersaglio farmacologico strategico. Il riassorbimento del sodio in questa sede avviene accoppiato ad altri soluti tramite trasportatori specifici sul versante luminale.

    Schema dettagliato del Nefrone

    I farmaci che bloccano il riassorbimento di Sodio a questo livello agiscono inibendo questi co-trasportatori e scambiatori specifici:

    • Inibitori SGLT2 (SGLT2i / Gliflozine)

    Bloccano il cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), situato prevalentemente nel segmento S1/S2 del tubulo prossimale.
    Meccanismo: SGLT2 riassorbe normalmente il 90% del Glucosio filtrato insieme al Sodio con stechiometria 1:1. Bloccandolo, aumenta l’escrezione di Glucosio (glicosuria) e Sodio (natriuresi).
    Molecole principali: Empagliflozin, Dapagliflozin, Canagliflozin.
    Effetto sistemico: Oltre all’effetto ipoglicemizzante, riducono la pressione intraglomerulare attivando il feedback tubuloglomerulare (aumento del carico di Sodio/Cloro alla macula densa), offrendo spiccata nefroprotezione e cardioprotezione.

    • Inibitori dell’Anidrasi Carbonica


    Agiscono direttamente sullo scambiatore sodio-idrogeno 3 (NHE3) inibendo l’enzima anidrasi carbonica (sia luminale che citoplasmatica).
    -Meccanismo: L’inibizione dell’anidrasi carbonica blocca la produzione di H+ intracellulare necessario allo scambiatore Na+/H+ (NHE3) per riassorbire Sodio e secrezionare protoni nel lume.
    -Molecole principali: Acetazolamide.
    -Effetto sistemico: Aumentano l’escrezione di sodio e HCO₃⁻, portando ad acidosi metabolica ipercloremica. Hanno una blanda azione diuretica, usati oggi principalmente per il glaucoma, la malattia da altitudine e il tracciamento dell’alcalosi metabolica.

    • Inibitori Diretti di NHE3 (Sotagliflozin e molecole sperimentali)
    Struttura molecolare del Sotaglifozin.


    Lo scambiatore Na+/H+ (NHE3) è responsabile del riassorbimento della maggior parte del Sodio nel tubulo prossimale.
    Meccanismo: Blocco diretto del trasportatore apicale NHE3.
    Molecole principali: Sotagliflozin (doppio inibitore SGLT1/SGLT2 che mostra anche una parziale inibizione di NHE3 a livello intestinale/renale) e composti in fase sperimentale (es. Tenapanor, approvato principalmente a livello intestinale ma con target molecolare su NHE3).

    Nota sull’efficacia natriuretica: Sebbene il tubulo prossimale riassorba oltre la metà del Sodio filtrato, i diuretici che agiscono esclusivamente qui hanno un effetto natriuretico modesto come diuretici isolati. Questo perché l’ansa di Henle e i segmenti distali compensano ampiamente riassorbendo il Sodio in eccesso che sfugge al tubulo prossimale (fenomeno noto come escape distale). Ecco perché l’azione deve essere combinata con gli altri fattori determinanti l’alterazione dell’equilibrio elettrolitico e idrico organico.

    E per quanto riguarda l’espressione del canale epiteliale del Sodio (ENaC)? Nonostante esistano farmaci bloccanti diretti del canale (Pore blockers) e antagonisti e modulatori indiretti, l’uso in pre-contest/Cut del Trenbolone può avere un effetto “tampone” su questa variabile più che sufficiente se gli altri fattori sopra esposti sono adeguatamente gestiti.

    Punti chiave per la gestione della ritenzione idrica e di Sodio AAS-correlata

    Da sinistra: l’analogo 5α-ridotto e l’analogo 11-deidrogenato e metabolita del Fluoximesterone, 5α-Dihydrofluoxymesterone e 11-Oxofluoxymesterone.
    • Evitare dosaggi oltre il minimo efficace correlato alla vostra maturità (o massima espressione epigenetica dose-risposta);
    • Evitare molecole con un carico di sides maggiore ai benefici come Nandrolone e Trestolone (quest’ultimo con un discorso a parte a piccole dosi e in Bulk);
    • Agire sul livello di E2 (ed E1) in modo più stretto in prossimità della competizione, evitando di mantenere livelli estrogenici troppo bassi [<15pg] per più di 3-4 settimane;
    • Se si è atleti avanzati vi è la possibilità di inserire del Trenbolone (seguendo sempre la linea del primo punto) sia per la sua azione sui GR che per la sua attività come antagonista dei MR;
    • Il Fluoxymesterone, citato come molecola addittiva per il controllo dell’attività e metabolismo dei GR e Cortisolo, oltre alle accortezze “riduttive” la sua peculiarità di legame con l’enzima di conversione 11β-HSD2 che converte il Cortisolo attivo in Cortisone inattivo, va dosato letteralmente “al mg” dal momento che i suoi metaboliti fortemente androgeni ed attivi [5α-dihydrofluoxymesterone e 11-oxofluoxymesterone], se in concentrazioni eccessivamente alte, oltre a disconfort nervoso, possono causare un forte stimolo nel riassorbimento del Sodio dal tubulo prossimale;
    • Consumate adeguate quantità di liquidi in base al vostro peso e alle vostre necessità [indicazioni di base su equazione perdita di liquidi con urine+perdita di liquidi con la sudorazione = Lt d’acqua/die > Lt d’acqua/die X 0.5-1g di NaCl = ratio acqua:NaCl]
    • Mantenere un buon rapporto tra Sodio e Potassio di 1:2 [1g di NaCl:2g di K – 1g di NaCl = 393-394mg di Na > media 400mg di Sodio/Na]
    • Modulare l’attività dei glucocorticoidi nel pre-contest come detto nella prima parte;
    • Se si usano ARBs o ACE-inibitori fate estrema attenzione ai livelli di Potassio e alle quantità assunte;
    • L’uso di rhGH, specie a dosi elevate, può esacerbare la ritenzione idrica e di Sodio peggiorando il quadro generale di stress cardio-renale. L’uso specifico della Clonidina, se presenti altri farmaci anti-ipertensivi, può portare a grave ipotensione con svenimento e/o collasso;
    • L’uso di Clenbuterolo, per via della richiesta di “Harm Reduction” di inserire mediamente 2g di Potassio elementare, comporta una maggiore attenzione sul controllo dell’assunzione totale di Potassio e delle sue concentrazioni ematiche;
    • La possibilità di inserire inibitori del riasorbimento del Sodio dal tubulo prossimale rende più accurata la gestione idrosalina ma anche molto più complessa da gestire [caldamente sconsigliata fuori dallo stretto controllo di personale qualificato];
    • Come abbiamo visto, non è richiesto l’inserimento di uno specifico bloccante del canale epiteliale del Sodio (ENaC);
    • Ogni aggiunta di farmaci alla preparazione, se da un lato può migliorare un aspetto della stessa, crea una maggiore possibilità di incorrere statisticamente in eventi avversi anche gravi.

    Conclusioni:

    Bodybuilder wearing Beast Mode tank top shaking hands with man in blue blazer named Dr. Alex Chen at fitness expo

    Come abbiamo visto, la complessità delle vie inerenti ai GR e ai MR comporta risposte e controrisposte che possono rendere differente il risultato della preparazione e gli esiti sulla salute generale e specifica d’organo. Nessuna delle specifiche esposte rappresenta, ovviamente, una indicazione di applicazione o un incitamento alla pratica. Il presente lavoro in due parti, che vede in queste ultime note la sua conclusione, è stato realizzato con l’unico scopo di informare e far comprendere la mole di dettagli e caratteristiche che interessano la sfera delle interazioni e manipolazioni del metabolismo e attività dei GR e dei MR esponendo nel dettaglio ogni principale variabile possibile emersa nel corso degli anni di ricerca.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

    Riferimenti:

    AAS e influenza, gestione e controllo dell’attività del Cortisolo e dell’Aldosterone – [Prima Parte].

    Introduzione:

    Androgen and glucocorticoid receptor interaction diagram

    I ruoli fisiologici degli androgeni e dei glucocorticoidi sono molto diversi, e ciò si riflette nelle loro applicazioni cliniche. Gli androgeni sono gli steroidi sessuali principalmente coinvolti nello sviluppo e nel mantenimento degli organi riproduttivi maschili e nella spermatogenesi. Clinicamente, possono apportare benefici come terapia ormonale sostitutiva per gli uomini ipogonadici, al limite dell’ipogonadismo con sintomatologia correlata o in casi di cachessia grave o osteoporosi. D’altra parte, nella terapia del carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, l’azione degli androgeni viene bloccata dalla deprivazione androgenica, dagli inibitori della sintesi androgenica e/o dall’uso di antagonisti del recettore degli androgeni (AR). I glucocorticoidi, invece, controllano principalmente l’infiammazione e il metabolismo, il che ha portato al loro ampio utilizzo nel trattamento di disturbi infiammatori e immunologici.

    Gli effetti degli androgeni e dei glucocorticoidi sono mediati dai rispettivi recettori, l’AR e il recettore dei glucocorticoidi (GR), entrambi recettori nucleari. I recettori nucleari sono fattori di trascrizione inducibili da ligandi; possiedono un dominio di legame al DNA (DBD) situato centralmente, collegato tramite una regione cerniera a un dominio di legame al ligando (LBD) carbossiterminale e a una funzione di attivazione (NTD) amminoterminale. Il DBD è costituito da due moduli di coordinazione dello Zinco e rappresenta il dominio caratteristico della famiglia dei recettori nucleari.

    Prove cliniche e molecolari sempre più numerose suggeriscono anche che gli steroidi sessuali modulano i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del recettore dei mineralcorticoidi. Pertanto, marcate variazioni ormonali possono influenzare l’attività del recettore dei mineralcorticoidi e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del recettore dei mineralcorticoidi sui tessuti epiteliali ed endoteliali. Ciò a sua volta determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari e di danni renali.

    In questi due articoli andremo ad analizzare l’attività fisiologica di Cortisolo e Aldosterone e gli effetti sistemici della loro alterazione per poi approfondire l’interazione degli AAS con i sistemi ormonali in questione e come questo possa essere gestito per il miglioramento della preparazione, estetica e Harm Reduction.

    Cortisolo – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-

    • Biosintesi e affinità recettoriale
    Molecola di Cortisolo

    Il Cortisolo è un ormone steroideo, appartenente alla classe degli ormoni glucocorticoidi. Quando viene utilizzato come farmaco, è noto come Idrocortisone.

    Il Cortisolo viene sintetizzato nel corpo umano a partire dal Colesterolo dalla zona fascicolata della ghiandola surrenale, il secondo dei tre strati che compongono la corteccia surrenale. Questa corteccia forma la “corteccia” esterna di ciascuna ghiandola surrenale, situata sopra i reni. Il rilascio di Cortisolo è controllato dall’Ipotalamo nel cervello. La secrezione dell’Ormone di Rilascio della Corticotropina da parte dell’Ipotalamo innesca le cellule della vicina Ipofisi anteriore a secernere l’Ormone Adrenocorticotropo (ACTH) nel sistema vascolare, attraverso il quale viene trasportato alla corteccia surrenale. L’ACTH stimola la sintesi di Cortisolo e di altri glucocorticoidi, mineralcorticoidi e androgeni, come Aldosterone e Deidroepiandrosterone [DHEA].

    Percorsi di regolazione fisiologica del cortisolo nell’organismo. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) controlla la sintesi del cortisolo nella ghiandola surrenale e il suo rilascio nella circolazione. L’attività dell’asse HPA è regolata dall’orologio circadiano, dal feedback negativo del cortisolo circolante, da fattori di stress esterni e da altri fattori. Il cortisolo e il cortisone inattivo vengono convertiti l’uno nell’altro dagli enzimi 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD) per l’attivazione e l’inattivazione reversibili nei tessuti periferici. Il fegato, il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico sono i siti predominanti dell’attivazione del cortisolo da parte dell’11β-HSD1, mentre il rene è il sito predominante per l’inattivazione reversibile del cortisolo da parte dell’11β-HSD2. L’inattivazione finale del cortisolo avviene nel fegato attraverso la riduzione enzimatica in tetraidrocortisolo (THF), 5α-tetraidrocortisolo (5α-THF) e tetraidrocortisone (THE). Questi metaboliti vengono infine eliminati dall’organismo attraverso la filtrazione renale e l’escrezione nelle urine.

    Il Cortisolo è un corticosteroide pregnano anche noto come 11β,17α,21-triidrossipregn-4-ene-3,20-dione.

    Il nome “Cortisolo” deriva dalla parola “corteccia”. Corteccia significa “strato esterno”, in riferimento alla corteccia surrenale, la parte della ghiandola surrenale in cui viene sintetizzato il cortisolo.

    Sebbene la corteccia surrenale umana produca anche Aldosterone nella zona glomerulare e alcuni ormoni sessuali nella zona reticolare, il Cortisolo è la sua principale secrezione nell’uomo e in diverse altre specie. Nell’uomo, la midollare della ghiandola surrenale si trova sotto la corteccia e secerne principalmente le catecolamine Adrenalina (epinefrina) e Noradrenalina (norepinefrina) sotto stimolazione simpatica.

    La sintesi del Cortisolo nella ghiandola surrenale è stimolata dal lobo anteriore dell’ipofisi tramite l’ACTH; la produzione di ACTH è a sua volta stimolata dal CRH, rilasciato dall’ipotalamo, come abbiamo accennato in precedenza. L’ACTH aumenta la concentrazione di colesterolo nella membrana mitocondriale interna, attraverso la regolazione della proteina regolatrice acuta della steroidogenesi. Stimola inoltre la principale tappa limitante della sintesi del Cortisolo, in cui il colesterolo viene convertito in Pregnenolone e catalizzato dal citocromo P450SCC (enzima di scissione della catena laterale).

    Il Cortisolo viene metabolizzato reversibilmente in Cortisone dal sistema 11-beta idrossisteroide deidrogenasi (11-beta HSD), che è costituito da due enzimi: 11-beta HSD1 e 11-beta HSD2. Il metabolismo del Cortisolo in Cortisone comporta l’ossidazione del gruppo idrossilico in posizione 11-beta.

    Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 5-alfa tetraidrocortisolo (5-alfa THF) e 5-beta tetraidrocortisolo (5-beta THF), reazioni per le quali la 5-alfa reduttasi e la 5-beta reduttasi sono rispettivamente i fattori limitanti la velocità. La 5-beta reduttasi è anche il fattore limitante la velocità nella conversione del Cortisone in Tetraidrocortisone.

    Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 6β-idrossicortisolo dalle monoossigenasi del citocromo P450-3A, principalmente CYP3A4. I farmaci che inducono il CYP3A4 possono accelerare la clearance del Cortisolo.

    Il Cortisolo agisce come agonista dei recettori dei corticosteroidi, inclusi il recettore dei glucocorticoidi (GR) e il recettore dei mineralcorticoidi (MR). Il Cortisolo è anche un agonista dei recettori dei corticosteroidi di membrana, inclusi i recettori dei glucocorticoidi di membrana (mGR) e i recettori dei mineralcorticoidi di membrana (mMR).

    Oltre alla sua azione agonista sui recettori dei corticosteroidi, è stato riportato che il Cortisolo è un regolatore bifasico altamente potente del recettore GABAA, agendo come modulatore allosterico positivo a basse concentrazioni (1-10 pM) e come modulatore allosterico negativo ad alte concentrazioni (10-1.000 nM).

    Negli esseri umani si riscontrano cicli diurni dei livelli di Cortisolo. Negli esseri umani, questo ciclo è caratterizzato da alti livelli di Cortisolo al mattino presto, poco prima o al momento del risveglio. Questo è spesso noto come risposta del cortisolo al risveglio. I livelli di cortisolo diminuiscono poi durante il giorno, raggiungendo il minimo in tarda serata. Oltre al ritmo diurno nel ciclo giorno-notte, il Cortisolo viene rilasciato anche con un ritmo ultradiano. Questo ritmo ultradiano è caratterizzato da impulsi orari di secrezione di Cortisolo.

    • Effetti fisiologici

    -Metabolismo del Glucosio

    Il Cortisolo regola il metabolismo del glucosio e promuove la gluconeogenesi (sintesi del glucosio) nel fegato, producendo glucosio da fornire ad altri tessuti. Aumenta anche i livelli di glucosio nel sangue riducendo l’assorbimento di glucosio nei muscoli e nel tessuto adiposo, diminuendo la sintesi proteica e aumentando la scomposizione dei grassi in acidi grassi (lipolisi). Tutti questi passaggi metabolici hanno l’effetto netto di aumentare i livelli di glucosio nel sangue, che alimentano il cervello e altri tessuti durante la risposta di lotta o fuga. Il cortisolo è anche responsabile del rilascio di aminoacidi dai muscoli, fornendo un substrato per la gluconeogenesi. Il suo impatto è complesso e diversificato.

    In generale, il cortisolo stimola la gluconeogenesi (la sintesi di glucosio “nuovo” a partire da fonti non glucidiche, che avviene principalmente nel fegato, ma anche nei reni e nell’intestino tenue in determinate circostanze). L’effetto netto è un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue, ulteriormente compensato da una diminuzione della sensibilità dei tessuti periferici all’insulina, impedendo così a questi ultimi di assorbire il glucosio dal sangue. Il cortisolo ha un effetto permissivo sull’azione degli ormoni che aumentano la produzione di glucosio, come il glucagone e l’adrenalina.

    Il cortisolo svolge anche un ruolo importante, seppur indiretto, nella glicogenolisi epatica e muscolare (la scomposizione del glicogeno in glucosio-1-fosfato e glucosio), che avviene in seguito all’azione del glucagone e dell’adrenalina. Inoltre, il cortisolo facilita l’attivazione della glicogeno fosforilasi, necessaria affinché l’adrenalina possa esercitare il suo effetto sulla glicogenolisi.

    Paradossalmente, il cortisolo promuove sia la gluconeogenesi (biosintesi di molecole di glucosio) nel fegato sia la glicogenesi (polimerizzazione delle molecole di glucosio in glicogeno); pertanto, è più corretto considerarlo come uno stimolatore del metabolismo glucosio/glicogeno nel fegato. Questo contrasta con l’effetto del cortisolo nel muscolo scheletrico, dove la glicogenolisi è promossa indirettamente attraverso le catecolamine. In questo modo, cortisolo e catecolamine agiscono sinergicamente per promuovere la scomposizione del glicogeno muscolare in glucosio, che viene poi utilizzato nel tessuto muscolare.

    In breve, il cortisolo contrasta l’insulina, contribuisce all’iperglicemia stimolando la gluconeogenesi e inibisce l’uso periferico del glucosio (insulino-resistenza) diminuendo la traslocazione dei trasportatori di glucosio (in particolare GLUT4) alla membrana cellulare. Il cortisolo aumenta anche la sintesi di glicogeno (glicogenesi) nel fegato, immagazzinando il glucosio in una forma facilmente accessibile.

    -Metabolismo proteico e lipidico

    Livelli elevati di Cortisolo, se prolungati, possono portare a proteolisi (degradazione delle proteine) e atrofia muscolare. La ​​ragione della proteolisi è quella di fornire al tessuto interessato una materia prima per la gluconeogenesi; vedi aminoacidi glucogenici. Gli effetti del cortisolo sul metabolismo lipidico sono più complicati poiché la lipogenesi è osservata in pazienti con livelli circolanti di glucocorticoidi (cioè cortisolo) cronicamente elevati, sebbene un aumento acuto del cortisolo circolante promuova la lipolisi. La spiegazione usuale per giustificare questa apparente discrepanza è che l’aumento della concentrazione di glucosio nel sangue (attraverso l’azione del cortisolo) stimolerà il rilascio di insulina. L’insulina stimola la lipogenesi, quindi questa è una conseguenza indiretta dell’aumento della concentrazione di cortisolo nel sangue, ma si verificherà solo su una scala temporale più lunga.

    Il cortisolo aumenta gli aminoacidi liberi nel siero inibendo la formazione di collagene, diminuendo l’assorbimento di aminoacidi da parte dei muscoli e inibendo la sintesi proteica. Il cortisolo (come l’opticortinolo) può inibire inversamente le cellule precursori dell’IgA nell’intestino dei vitelli. Il cortisolo inibisce anche l’IgA nel siero, come fa con l’IgM; tuttavia, non è dimostrato che inibisca l’IgE.

    Si parla di effetti in acuto e propedeutici ad eventi anabolici consequenziali per modifica di condizioni induttive una risposta organica. I problemi sopraggiungono quando i livelli di Cotisolo si alzano in cronico oltre il basale.

    -Ossa e Collagene

    Struttura molecolare del RANKL

    Il cortisolo riduce la formazione ossea, favorendo lo sviluppo a lungo termine dell’osteoporosi se cronicizzato (malattia ossea progressiva). Il meccanismo alla base di questo fenomeno è duplice: il cortisolo stimola la produzione di RANKL da parte degli osteoblasti, che a sua volta stimola, legandosi ai recettori RANK, l’attività degli osteoclasti, cellule responsabili del riassorbimento di calcio dall’osso, e inibisce anche la produzione di osteoprotegerina (OPG), che agisce come recettore “esca” e cattura parte del RANKL prima che questo possa attivare gli osteoclasti tramite RANK. In altre parole, quando il RANKL si lega all’OPG, non si verifica alcuna risposta, a differenza del legame con RANK che porta all’attivazione degli osteoclasti.

    Trasporta inoltre il potassio fuori dalle cellule in cambio di un numero uguale di ioni sodio (vedi sopra). Questo può innescare l’iperkaliemia da shock metabolico post-operatorio. Il cortisolo riduce anche l’assorbimento di calcio nell’intestino. Il cortisolo riduce la sintesi del collagene.

    -Bilancio degli Elettroliti

    Il cortisolo aumenta la velocità di filtrazione glomerulare e il flusso plasmatico renale dai reni, incrementando così l’escrezione di fosfato, oltre ad aumentare la ritenzione di sodio e acqua e l’escrezione di potassio agendo sui recettori dei mineralcorticoidi. Aumenta anche l’assorbimento di sodio e acqua e l’escrezione di potassio nell’intestino.

    Sistema filtrazione glomerulare

    Il cortisolo promuove l’assorbimento di sodio attraverso l’intestino tenue dei mammiferi. Tuttavia, la deplezione di sodio non influisce sui livelli di cortisolo, quindi il cortisolo non può essere utilizzato per regolare il sodio sierico. Lo scopo originario del cortisolo potrebbe essere stato il trasporto del sodio. Questa ipotesi è supportata dal fatto che i pesci d’acqua dolce utilizzano il cortisolo per stimolare l’ingresso di sodio, mentre i pesci d’acqua salata hanno un sistema basato sul cortisolo per espellere il sodio in eccesso.

    Un carico di sodio aumenta l’intensa escrezione di potassio mediata dal cortisolo. In questo caso, il corticosterone è paragonabile al cortisolo. Affinché il potassio possa uscire dalla cellula, il cortisolo sposta un numero uguale di ioni sodio all’interno della cellula.[33] Questo dovrebbe rendere la regolazione del pH molto più semplice (a differenza della normale situazione di carenza di potassio, in cui due ioni sodio entrano per ogni tre ioni potassio che escono, più simile all’effetto del desossicorticosterone).

    -Risposta immunitaria

    Il cortisolo previene il rilascio nell’organismo di sostanze che causano infiammazione. Viene utilizzato per trattare patologie derivanti da un’eccessiva attività della risposta anticorpale mediata dai linfociti B. Esempi includono malattie infiammatorie e reumatiche, nonché allergie. L’idrocortisone topico a basso dosaggio, disponibile senza prescrizione medica in alcuni paesi, viene utilizzato per trattare problemi cutanei come eruzioni cutanee ed eczema.

    Struttura molecolare del TNF-alfa.

    Il cortisolo inibisce la produzione di interleuchina 12 (IL-12), interferone gamma (IFN-gamma), IFN-alfa e fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa) da parte delle cellule presentanti l’antigene (APC) e dei linfociti T helper (linfociti Th1), ma aumenta la produzione di interleuchina 4, interleuchina 10 e interleuchina 13 da parte dei linfociti Th2. Questo cambiamento determina uno spostamento verso una risposta immunitaria di tipo Th2 anziché una generale immunosoppressione. Si ritiene che l’attivazione del sistema dello stress (e il conseguente aumento del cortisolo e spostamento verso la risposta Th2) osservata durante un’infezione sia un meccanismo protettivo che previene un’eccessiva attivazione della risposta infiammatoria.[19]

    Il cortisolo può indebolire l’attività del sistema immunitario. Il cortisolo impedisce la proliferazione delle cellule T rendendo le cellule T produttrici di interleuchina-2 insensibili all’interleuchina-1 e incapaci di produrre il fattore di crescita delle cellule T IL-2. Il cortisolo riduce l’espressione del recettore IL-2R sulla superficie delle cellule T helper, necessario per indurre una risposta immunitaria cellulare Th1. Ciò favorisce quindi uno spostamento verso la dominanza Th2 e il rilascio delle citochine sopra elencate, che determina la dominanza Th2 e favorisce la risposta immunitaria anticorpale umorale mediata dalle cellule B.

    Struttura molecolare del IL-6.

    Il cortisolo ha anche un effetto di feedback negativo sull’IL-1. Il meccanismo di feedback negativo funziona in questo modo: uno stressor immunitario induce le cellule immunitarie periferiche a rilasciare IL-1 e altre citochine come IL-6 e TNF-alfa. Queste citochine stimolano l’ipotalamo, che a sua volta rilascia l’ormone di rilascio della corticotropina (CRH). Il CRH, a sua volta, stimola la produzione di ormone adrenocorticotropo (ACTH), tra le altre cose, nella ghiandola surrenale, che (tra le altre cose) aumenta la produzione di cortisolo. Il cortisolo chiude quindi il ciclo inibendo la produzione di TNF-alfa nelle cellule immunitarie e rendendole meno reattive all’IL-1.

    Attraverso questo sistema, finché lo stressor immunitario è di lieve entità, la risposta viene regolata al livello corretto. In generale, l’ipotalamo utilizza il cortisolo per ridurre la risposta una volta che la sua produzione corrisponde allo stress indotto sul sistema immunitario. Ma in caso di infezione grave o in situazioni in cui il sistema immunitario è eccessivamente sensibilizzato a un antigene (come nelle reazioni allergiche) o si verifica un’ondata massiccia di antigeni (come può accadere con i batteri endotossici), il punto di equilibrio corretto potrebbe non essere mai raggiunto [necessario chiarimento]. Inoltre, a causa della down-regulation dell’immunità Th1 da parte del cortisolo e di altre molecole di segnalazione, alcuni tipi di infezione (come quella da Mycobacterium tuberculosis) possono indurre l’organismo a bloccare la modalità di attacco errata, utilizzando una risposta umorale mediata da anticorpi quando sarebbe necessaria una risposta cellulare.

    I linfociti includono i linfociti B, che sono le cellule produttrici di anticorpi dell’organismo e sono quindi i principali agenti dell’immunità umorale. Un numero maggiore di linfociti nei linfonodi, nel midollo osseo e nella pelle indica che l’organismo sta aumentando la sua risposta immunitaria umorale. I linfociti B rilasciano anticorpi nel flusso sanguigno. Questi anticorpi riducono l’infezione attraverso tre vie principali: neutralizzazione, opsonizzazione e attivazione del complemento. Gli anticorpi neutralizzano i patogeni legandosi alle proteine ​​di superficie, impedendo loro di aderire alle cellule dell’ospite. Nell’opsonizzazione, gli anticorpi si legano al patogeno e creano un bersaglio per le cellule immunitarie fagocitiche, che lo individuano e vi si agganciano, consentendo loro di distruggere il patogeno più facilmente. Infine, gli anticorpi possono anche attivare le molecole del complemento, che possono combinarsi in vari modi per promuovere l’opsonizzazione o persino agire direttamente per lisare un batterio. Esistono molti tipi diversi di anticorpi e la loro produzione è molto complessa, coinvolgendo diversi tipi di linfociti, ma in generale i linfociti e altre cellule che regolano e producono anticorpi migrano verso i linfonodi per favorire il rilascio di questi anticorpi nel flusso sanguigno.

    Dall’altro lato, ci sono le cellule natural killer (NK); queste cellule hanno la capacità di eliminare minacce di dimensioni maggiori come batteri, parassiti e cellule tumorali. Uno studio separato ha scoperto che il cortisolo disarma efficacemente le cellule natural killer, riducendo l’espressione dei loro recettori di citotossicità naturali. La prolattina ha l’effetto opposto. Aumenta l’espressione dei recettori di citotossicità sulle cellule natural killer, incrementandone la potenza di fuoco.

    Azione delle cellule Natural Killer

    Il cortisolo stimola molti enzimi contenenti rame (spesso fino al 50% del loro potenziale totale), tra cui la lisil ossidasi, un enzima che reticola il collagene e l’elastina. Particolarmente utile per il sistema immunitario.

    La carenza di cortisolo può causare una condizione chiamata insufficienza surrenalica, che può provocare sintomi come affaticamento, perdita di peso, bassa pressione sanguigna, nausea, vomito e dolore addominale. L’insufficienza surrenalica può anche compromettere la capacità dell’organismo di far fronte allo stress e alle infezioni, poiché il cortisolo contribuisce a mobilitare le risorse energetiche, ad aumentare la frequenza cardiaca e a ridurre i processi metabolici non essenziali durante lo stress. Pertanto, sopprimendo la produzione di cortisolo, alcuni virus possono eludere il sistema immunitario e indebolire la salute generale e la resistenza dell’organismo.

    Il Cortisolo stimola la secrezione di acido gastrico. L’unico effetto diretto del Cortisolo sull’escrezione di ioni idrogeno da parte dei reni è quello di stimolare l’escrezione di ioni ammonio disattivando l’enzima glutaminasi renale.

    -Memoria e Stress

    Il Cortisolo agisce in sinergia con l’adrenalina (epinefrina) per creare ricordi di eventi emotivi a breve termine; questo è il meccanismo proposto per la memorizzazione di ricordi vividi e potrebbe originarsi come mezzo per ricordare cosa evitare in futuro. Tuttavia, l’esposizione prolungata al cortisolo danneggia le cellule dell’ippocampo; questo danno provoca un apprendimento compromesso.
    Lo stress prolungato può portare ad alti livelli di cortisolo circolante (considerato uno dei più importanti tra i diversi “ormoni dello stress”). Le donne mostrano aumenti di cortisolo maggiori rispetto agli uomini in caso di stress cronico.

    Livelli elevati di Cortisolo possono causare gonfiore e ritenzione idrica al viso, conferendogli un aspetto rotondo e gonfio, noto come “viso da cortisolo”. Questo non è dovuto allo stress quotidiano, ma a rari disturbi ormonali.

    • Regolazione e alterazione dei livelli di Cortisolo

    -Regolazione

    Feedback positivo e negativo dell’Asse HPA.

    Il controllo primario del Cortisolo è affidato all’ACTH, un peptide prodotto dall’ipofisi. Una volta rilasciato dall’ipofisi, l’ACTH viaggia nella circolazione generale fino alla ghiandola surrenale, dove si lega ai recettori della melanocortina 2, stimolando la produzione di cortisolo. L’ACTH è a sua volta controllato dal CRH, un peptide ipotalamico, che è sotto controllo nervoso. Il CRH agisce in sinergia con l’arginina vasopressina, l’angiotensina II e l’adrenalina.

    L’assunzione di potassio aumenta anche i livelli di ACTH e cortisolo negli esseri umani. Questo è probabilmente il motivo per cui la carenza di potassio provoca una diminuzione del cortisolo (come già accennato) e una riduzione della conversione dell’11-deossicortisolo in cortisolo. Questo potrebbe anche avere un ruolo nel dolore dell’artrite reumatoide; i livelli di potassio cellulare sono sempre bassi nell’artrite reumatoide.

    È stato inoltre dimostrato che la presenza di acido ascorbico, in particolare ad alte dosi, media la risposta allo stress psicologico e accelera la diminuzione dei livelli di cortisolo circolante nell’organismo dopo lo stress. Questo declino può essere evidenziato da una diminuzione della pressione sanguigna sistolica e diastolica e da una riduzione dei livelli di cortisolo salivare dopo il trattamento con acido ascorbico.

    -Fattori che aumentano i livelli di cortisolo

    • Le infezioni virali aumentano i livelli di cortisolo attraverso l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) da parte delle citochine.
    • L’esercizio aerobico intenso (VO2 max elevato) o prolungato, come l’esercizio contro-resistenza, aumenta transitoriamente i livelli di cortisolo per incrementare la gluconeogenesi e mantenere la glicemia; tuttavia, il cortisolo torna a livelli normali dopo i pasti (ovvero, ripristinando un equilibrio energetico neutro).
    • Traumi gravi o eventi stressanti possono elevare i livelli di cortisolo nel sangue per periodi prolungati.
    • Le diete a basso contenuto calorico e/o di carboidrati causano un aumento a breve termine del cortisolo a riposo (circa 3 settimane) e aumentano la risposta del cortisolo all’esercizio aerobico a breve e lungo termine.
    • L’aumento della concentrazione di grelina, l’ormone che stimola l’appetito, aumenta i livelli di cortisolo.
    • Alterazioni iatrogene [vedi uso/abuso di AAS, beta-agonisti ecc…] possono innescare risposte di aumento della sintesi di Cortisolo nel medio/lungo termine

    Alcune patologie sono correlate a una produzione anomala di Cortisolo, come ad esempio:

    • Ipercortisolismo primario (sindrome di Cushing): livelli eccessivi di cortisolo
    • Ipercortisolismo secondario (tumore ipofisario che causa la malattia di Cushing, pseudo-sindrome di Cushing)
    • Ipocortisolismo primario (malattia di Addison, sindrome di Nelson): livelli insufficienti di cortisolo
    • Ipocortisolismo secondario (tumore ipofisario, sindrome di Sheehan)

    *Nessuna traccia della fantomatica “Adrenal Fatigue”…

    -Aldosterone – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-

    Struttura molecolare dell’Aldosterone

    Come già detto in precedenza, i corticosteroidi vengono sintetizzati a partire dal colesterolo nella zona glomerulare e nella zona fascicolata della corteccia surrenale. La maggior parte delle reazioni steroidogeniche è catalizzata da enzimi della famiglia del citocromo P450. Questi enzimi si trovano nei mitocondri e richiedono l’adrenodossina come cofattore (ad eccezione della 21-idrossilasi e della 17α-idrossilasi).

    L’Aldosterone e il corticosterone condividono la prima parte delle loro vie biosintetiche. Le fasi finali sono mediate dall’Aldosterone sintasi (per l’Aldosterone) o dalla 11β-idrossilasi (per il corticosterone). Questi enzimi sono quasi identici (condividono le funzioni di 11β-idrossilazione e 18-idrossilazione), ma l’aldosterone sintasi è anche in grado di effettuare un’ossidazione in posizione 18. Inoltre, l’aldosterone sintasi si trova nella zona glomerulare, al margine esterno della corteccia surrenale. L’11β-idrossilasi si trova nella zona glomerulare e nella zona fascicolata.

    Biosintesi dell’Aldosterone

    Steroidogenesi, che mostra la sintesi di aldosterone nell’angolo in alto a destra.
    L’aldosterone sintasi è normalmente assente in altre sezioni della ghiandola surrenale.

    -Stimolo secretorio

    La sintesi di Aldosterone è stimolata da diversi fattori:

    • aumento della concentrazione plasmatica di angiotensina III, un metabolita dell’angiotensina II;
    • aumento dei livelli plasmatici di angiotensina II, ACTH o potassio, presenti in proporzione alle carenze di sodio nel plasma. (L’aumento del livello di potassio regola la sintesi di aldosterone depolarizzando le cellule della zona glomerulare, il che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti). Il livello di angiotensina II è regolato dall’angiotensina I, che a sua volta è regolata dalla renina, un ormone secreto dai reni.
    • Le concentrazioni sieriche di potassio sono il principale stimolatore della secrezione di aldosterone.
    • Il test di stimolazione con ACTH, talvolta utilizzato per stimolare la produzione di aldosterone insieme al cortisolo al fine di determinare la presenza di insufficienza surrenalica primaria o secondaria. Tuttavia, l’ACTH ha solo un ruolo minore nella regolazione della produzione di aldosterone; Nell’ipopituitarismo non si verifica atrofia della zona glomerulare.
    • Acidosi plasmatica
    • I recettori di stiramento situati negli atri del cuore. Se viene rilevata una diminuzione della pressione sanguigna, la ghiandola surrenale viene stimolata da questi recettori a rilasciare aldosterone, che aumenta il riassorbimento di sodio dalle urine, dal sudore e dall’intestino. Ciò causa un aumento dell’osmolarità nel fluido extracellulare, che alla fine riporterà la pressione sanguigna verso la normalità.
    • L’adrenoglomerulotropina, un fattore lipidico, ottenuto da estratti della ghiandola pineale. Stimola selettivamente la secrezione di aldosterone.
    • La secrezione di aldosterone ha un ritmo circadiano.
    Il sistema renina-angiotensina, che evidenzia il ruolo dell’aldosterone tra le ghiandole surrenali e i reni.

    -Controllo del rilascio di Aldosterone dalla corteccia surrenale

    L’angiotensina II è coinvolta nella regolazione dell’aldosterone e ne costituisce il meccanismo di regolazione principale. L’angiotensina II agisce in sinergia con il potassio e il feedback del potassio è praticamente inattivo in assenza di angiotensina II. Una piccola parte della regolazione derivante dall’angiotensina II deve avvenire indirettamente a causa della diminuzione del flusso sanguigno attraverso il fegato dovuta alla costrizione dei capillari. Quando il flusso sanguigno diminuisce, diminuisce anche la degradazione dell’aldosterone da parte degli enzimi epatici.

    Struttura molecolare della Angiotensina II.

    Sebbene la produzione sostenuta di aldosterone richieda un ingresso persistente di calcio attraverso i canali del Ca2+ attivati ​​a bassa tensione, le cellule isolate della zona glomerulare sono considerate non eccitabili, con potenziali di membrana registrati troppo iperpolarizzati per consentire l’ingresso dei canali del Ca2+. Tuttavia, le cellule della zona glomerulare di topo all’interno di sezioni di surrene generano spontaneamente oscillazioni del potenziale di membrana a bassa periodicità; questa innata eccitabilità elettrica delle cellule della zona glomerulare fornisce una piattaforma per la produzione di un segnale ricorrente dei canali Ca2+ che può essere controllato dall’angiotensina II e dal potassio extracellulare, i 2 principali regolatori della produzione di aldosterone. I canali Ca2+ voltaggio-dipendenti sono stati rilevati nella zona glomerulare della ghiandola surrenale umana, il che suggerisce che i bloccanti dei canali Ca2+ possono influenzare direttamente la biosintesi adrenocorticale dell’aldosterone in vivo.

    La quantità di renina plasmatica secreta e che influenza la regolazione della secrezione di Aldosterone è una funzione indiretta del potassio sierico, probabilmente determinato da sensori presenti nell’arteria carotide.


    L’ACTH, un peptide ipofisario, ha anche un certo effetto stimolante sull’aldosterone, probabilmente stimolando la formazione di desossicorticosterone, un precursore dell’aldosterone. L’aldosterone aumenta in caso di perdita di sangue, gravidanza e possibilmente anche in altre circostanze come sforzo fisico, shock endotossico e ustioni.


    La produzione di Aldosterone è influenzata, in misura maggiore o minore, dal controllo nervoso, che integra l’inverso della pressione dell’arteria carotide, il dolore, la postura e probabilmente le emozioni (ansia, paura e ostilità) (incluso lo stress chirurgico). L’ansia aumenta l’Aldosterone, il che deve essersi evoluto a causa del ritardo temporale coinvolto nella migrazione dell’aldosterone nel nucleo cellulare. Pertanto, per un animale è vantaggioso anticipare un futuro bisogno derivante dall’interazione con un predatore, poiché un contenuto sierico troppo elevato di potassio ha effetti molto negativi sulla trasmissione nervosa.


    I barocettori sensibili alla pressione si trovano nelle pareti dei vasi di quasi tutte le grandi arterie del torace e del collo, ma sono particolarmente abbondanti nei seni delle arterie carotidi e nell’arco aortico. Questi recettori specializzati sono sensibili alle variazioni della pressione arteriosa media. Un aumento della pressione rilevata determina un aumento della frequenza di scarica dei barocettori e una risposta di feedback negativo, che abbassa la pressione arteriosa sistemica. Il rilascio di aldosterone causa ritenzione di sodio e acqua, con conseguente aumento del volume ematico e aumento della pressione sanguigna, che viene rilevato dai barocettori. Per mantenere la normale omeostasi, questi recettori rilevano anche la bassa pressione sanguigna o il basso volume ematico, provocando il rilascio di aldosterone. Ciò determina la ritenzione di sodio nei reni, con conseguente ritenzione idrica e aumento del volume ematico.

    Riflesso barocettivo.


    I livelli di Aldosterone variano in funzione inversa dell’assunzione di sodio, rilevata tramite la pressione osmotica. La pendenza della risposta dell’aldosterone al potassio sierico è quasi indipendente dall’assunzione di sodio. L’aldosterone aumenta con un basso apporto di sodio, ma il tasso di aumento dell’aldosterone plasmatico all’aumentare del potassio nel siero non è molto inferiore con un elevato apporto di sodio rispetto a un basso apporto. Pertanto, il potassio è fortemente regolato dall’aldosterone a tutti i livelli di assunzione di sodio, quando l’apporto di potassio è adeguato, come avviene solitamente nelle diete dei cacciatori-raccoglitori.


    Il feedback della concentrazione di aldosterone stessa è di natura non morfologica (ovvero, diverso dalle variazioni del numero o della struttura delle cellule) ed è debole, quindi i feedback elettrolitici predominano a breve termine.

    -Recetori mineralocorticoidi

    Recettore Mineralocorticoide

    I recettori steroidei sono intracellulari poiché gli ormoni steroidei sono in grado di attraversare la membrana cellulare senza bisogno di un trasportatore specifico. Il complesso recettore-minerale-aldosterone (MR) si lega al DNA a specifici elementi di risposta ormonale, il che porta alla trascrizione di geni specifici. Alcuni dei geni trascritti sono cruciali per il trasporto transepiteliale del sodio, tra cui le tre subunità del canale epiteliale del sodio (ENaC), le pompe Na+/K+ e le loro proteine ​​regolatrici, rispettivamente la chinasi indotta da siero e glucocorticoidi e il fattore induttore del canale.

    Il recettore MR è stimolato sia dall’aldosterone che dal cortisolo, ma un meccanismo protegge l’organismo dall’eccessiva stimolazione del recettore dell’aldosterone da parte dei glucocorticoidi (come il cortisolo), che risultano essere presenti in concentrazioni molto più elevate rispetto ai mineralcorticoidi nell’individuo sano. Questo meccanismo è costituito da un enzima chiamato 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD). Questo enzima si localizza insieme ai recettori steroidei surrenali intracellulari e converte il cortisolo in cortisone, un metabolita relativamente inattivo con scarsa affinità per il recettore dei mineralcorticoidi (MR). La liquirizia, che contiene acido glicirretinico, può inibire l’11β-HSD e portare a una sindrome da eccesso di mineralcorticoidi.

    -Attività fisiologica

    L’Aldosterone è il principale tra i diversi membri endogeni della classe dei mineralcorticoidi nell’uomo. Il desossicorticosterone è un altro importante membro di questa classe. L’Aldosterone tende a promuovere la ritenzione di Na+ e acqua e a ridurre la concentrazione plasmatica di K+ attraverso i seguenti meccanismi:

    1. Agendo sui recettori nucleari dei mineralcorticoidi (MR) presenti nelle cellule principali del tubulo distale e del dotto collettore del nefrone renale, regola positivamente e attiva le pompe Na+/K+ basolaterali, che pompano tre ioni sodio fuori dalla cellula, nel liquido interstiziale, e due ioni potassio all’interno della cellula dal liquido interstiziale. Questo crea un gradiente di concentrazione che determina il riassorbimento di ioni sodio (Na+) e acqua (che segue il sodio) nel sangue e la secrezione di ioni potassio (K+) nelle urine (lume del dotto collettore).
    2. L’aldosterone regola positivamente i canali del sodio epiteliali (ENaC) nel dotto collettore e nel colon, aumentando la permeabilità della membrana apicale al Na+ e quindi l’assorbimento.
    3. Il Cl− viene riassorbito insieme ai cationi di sodio per mantenere l’equilibrio elettrochimico del sistema.
    4. L’aldosterone stimola la secrezione di K+ nel lume tubulare.
    5. L’aldosterone stimola il riassorbimento di Na+ e acqua dall’intestino, dalle ghiandole salivari e sudoripare in cambio di K+.
    6. L’aldosterone stimola la secrezione di H+ tramite l’H+/ATPasi nelle cellule intercalate dei tubuli collettori corticali.
    7. L’aldosterone regola positivamente l’espressione del NCC nel tubulo contorto distale in modo cronico e la sua attività in modo acuto.
    Rilascio e azione dell’Aldosterone

    L’Aldosterone è responsabile del riassorbimento di circa il 2% del sodio filtrato nei reni, una quantità quasi pari all’intero contenuto di sodio nel sangue umano in condizioni normali di filtrazione glomerulare.

    L’Aldosterone, probabilmente agendo attraverso i recettori dei mineralcorticoidi, può influenzare positivamente la neurogenesi nel giro dentato.

    -Alterazioni dei livelli di Aldosterone

    L’iperaldosteronismo è caratterizzato da livelli di aldosterone anormalmente elevati, mentre l’ipoaldosteronismo da livelli di aldosterone anormalmente ridotti.

    La misurazione dell’aldosterone nel sangue può essere definita concentrazione plasmatica di aldosterone (PAC), che può essere confrontata con l’attività reninica plasmatica (PRA) come rapporto aldosterone/renina.

    Normalmente (a sinistra), il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) viene attivato quando una ridotta perfusione renale innesca il rilascio di renina, che converte l’angiotensinogeno epatico in angiotensina I; quest’ultima viene poi trasformata dall’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) in angiotensina II per ripristinare la pressione sanguigna e il volume ematico, attraverso la vasocostrizione e la secrezione di Aldosterone. Nell’iperaldosteronismo (a destra), la produzione di Aldosterone diventa autonoma, sopprimendo l’attività della renina e dell’angiotensina II, mentre provoca ipertensione, ipopotassiemia, alcalosi metabolica e rimodellamento cardiovascolare/renale disadattivo.


    L’iperaldosteronismo primario è caratterizzato da una sovrapproduzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali, quando non è il risultato di un’eccessiva secrezione di renina. Porta a ipertensione arteriosa (pressione alta) associata a ipokaliemia, solitamente un indizio diagnostico. L’iperaldosteronismo secondario, d’altra parte, è dovuto a un’iperattività del sistema renina-angiotensina.

    La sindrome di Conn è un iperaldosteronismo primario causato da un adenoma secernente aldosterone.

    A seconda della causa e di altri fattori, l’iperaldosteronismo può essere trattato chirurgicamente e/o farmacologicamente, ad esempio con antagonisti dell’aldosterone.

    Il rapporto renina/aldosterone è un test di screening efficace per individuare l’iperaldosteronismo primario correlato agli adenomi surrenalici. È l’esame del sangue sierico più sensibile per differenziare le cause primarie da quelle secondarie di iperaldosteronismo. I campioni di sangue prelevati quando il paziente è rimasto in piedi per più di 2 ore sono più sensibili rispetto a quelli prelevati quando il paziente è sdraiato. Prima del test, è importante non limitare l’assunzione di sale e correggere eventuali bassi livelli di potassio, poiché questi possono sopprimere la secrezione di Aldosterone.

    Struttura molecolare del Fludrocortisone.


    Un test di stimolazione con ACTH per la determinazione dell’aldosterone può aiutare a stabilire la causa dell’ipoaldosteronismo: una bassa risposta dell’aldosterone indica un ipoaldosteronismo primario delle ghiandole surrenali, mentre una risposta elevata indica un ipoaldosteronismo secondario. La causa più comune di questa condizione (e dei relativi sintomi) è il morbo di Addison, che viene tipicamente trattato con Fludrocortisone, il quale ha una persistenza molto più lunga (1 giorno) nel flusso sanguigno.

    I fattori chiave che innescano o aumentano il rilascio di Aldosterone includono:

    • Potassio sierico elevato (K+): anche un piccolo aumento del potassio nel sangue stimola direttamente la corteccia surrenale a secernere aldosterone, che successivamente spinge i reni a espellere il potassio in eccesso.
    • Bassa pressione o basso volume sanguigno: i barocettori nei reni rilevano una diminuzione della pressione sanguigna o un basso volume sanguigno (disidratazione, perdita di sangue), portando al rilascio di renina. Questo avvia il RAAS, producendo in definitiva angiotensina II, un potente innesco per la sintesi di aldosterone.
    • Bassi livelli di sodio nel sangue (Na+): una diminuzione dei livelli di sodio indica una riduzione del volume dei liquidi, che stimola naturalmente il RAAS a produrre più aldosterone, causando il riassorbimento di sodio da parte dei reni.
    • Ormone adrenocorticotropo (ACTH): prodotto dall’ipofisi, l’ACTH fornisce un innesco secondario per il rilascio di aldosterone, in particolare durante periodi di stress fisico o psicologico acuto.
    • Condizioni mediche: le malattie sottostanti possono causare aumenti cronici e dannosi dell’aldosterone. Condizioni come l’aldosteronismo primario (tumori o iperplasia surrenale), l’insufficienza cardiaca congestizia, la cirrosi epatica e la stenosi dell’arteria renale inducono cronicamente il corpo a produrre un eccesso di aldosterone.
    • Aumento iatrogeno-dipendente: Diuretici (Tiazidici e dell’Ansa), alterazioni nei livelli/attività estrogenica, Amiodarone, Antagonisti della dopamina (Metoclopramide, Domperidone) e Litio possono provocare un aumento dei livelli di Aldosterone.

    Il Cortisolo ha la capacità di legarsi e attivare i recettori dell’Aldosterone (recettori mineralocorticoidi) con la affinità dell’Aldosterone stesso. Questa interazione è fisiologicamente ostacolata da uno specifico enzima protettivo, ma può causare problemi quando i livelli di Cortisolo sono eccessivamente elevati.

    Questo meccanismo si esplica attraverso:

    • Stessa affinità: Il cortisolo e l’aldosterone hanno una struttura chimica simile. Entrambi si legano perfettamente al recettore mineralocorticoide (MR).
    • Enzima scudo (11β-HSD2): In condizioni normali, l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi tipo 2 (11β-HSD2) trasforma il cortisolo in cortisone (inattivo) nei tessuti sensibili all’aldosterone, come i reni. Questo impedisce al cortisolo di occupare il recettore.
    • Saturazione dell’enzima: Se il cortisolo nel sangue è troppo alto (ad esempio nella sindrome di Cushing o anche in condizioni di forte stress), l’enzima non riesce a smaltirlo tutto.
    • Effetto pseudo-iperaldosteronismo: Il cortisolo in eccesso supera lo scudo enzimatico e attiva in massa i recettori dell’aldosterone.
    • Ritenzione di liquidi: L’attivazione anomala spinge i reni a trattenere sodio e acqua e a eliminare potassio.
    • Ipertensione e ipokaliemia: Questo legame improprio provoca quindi pressione alta e bassi livelli di potassio nel sangue, simulando un eccesso di aldosterone anche se i veri livelli di aldosterone sono bassi.

    Ricordiamoci, inoltre, che il rapporto tra i livelli circolanti di Cortisolo e quelli di Aldosterone è caratterizzato da una netta sproporzione quantitativa a favore del Cortisolo, pur condividendo i due ormoni la stessa origine anatomica ed elementi di regolazione comuni.

    • La sproporzione: I livelli di cortisolo totale circolante sono circa 1000 volte superiori a quelli dell’aldosterone.
    • La frazione libera: Anche considerando che gran parte del cortisolo viaggia legato a proteine di trasporto (come la CBG), la sua quota “libera” e biologicamente attiva resta comunque circa 100 volte superiore a quella dell’aldosterone.
    • Canali principali indipendenti: Il cortisolo è regolato dall’asse ipotalamo-ipofisi tramite l’ormone ACTH (in risposta allo stress e al ritmo circadiano). L’aldosterone è regolato principalmente dal sistema renina-angiotensina (in risposta a pressione e volume del sangue) e dai livelli di potassio.
    • Lo stimolo comune (ACTH): L’ACTH controlla pienamente il cortisolo, ma esercita anche un effetto stimolante acuto e transitorio sulla produzione di aldosterone. Per questo motivo, in situazioni di forte stress o al mattino presto, entrambi gli ormoni mostrano un picco di secrezione simultaneo.

    In medicina specialistica, il rapporto tra le concentrazioni di Aldosterone e Cortisolo (Aldosterone-to-Cortisol Ratio) viene calcolato per procedure diagnostiche specifiche:

    • Campionamento venoso surrenalico (AVS): Quando si indaga un iperaldosteronismo primario per capire se il problema è in un solo surrene o in entrambi, si preleva il sangue direttamente dalle vene surrenali. Il cortisolo viene usato come “indicatore di controllo” per verificare che l’ago sia posizionato correttamente nella vena.
    • Valutazione della selettività: Si confronta il rapporto aldosterone/cortisolo della vena surrenalica destra con quella sinistra. Se il rapporto da un lato è notevolmente più alto rispetto all’altro, significa che quel legame produce aldosterone in modo autonomo (es. un adenoma monolaterale).

    Androgeni/AAS e interazione con i Recettori Glucocorticoidi-

    Gli Androgeni e i Glucocorticoidi esercitano spesso effetti fisiologici opposti e i loro recettori corrispondenti, il recettore degli androgeni (AR) e il recettore dei glucocorticoidi (GR), interagiscono frequentemente. Questa interazione avviene tramite eterodimerizzazione fisica diretta, competizione per i siti di legame e regolazione tessuto-specifica dei geni bersaglio.

    Da sinistra: Recettore degli Androgeni e Recettore dei Glucocorticoidi.

    Le dinamiche chiave tra i due recettori e propri ligandi includono:

    • Eterodimerizzazione diretta del recettore: AR e GR possono legarsi fisicamente l’uno all’altro. Nelle cellule in cui entrambi i recettori sono espressi, possono formare eterodimeri AR-GR che si legano a siti del DNA condivisi, potenzialmente attenuando o modificando le risposte trascrizionali di entrambi gli ormoni.
    • Reattività crociata del recettore: mentre gli androgeni attivano principalmente l’AR, possono anche legarsi in modo competitivo al GR. Ad esempio, nel muscolo scheletrico, è stato dimostrato che alte dosi di androgeni spostano i glucocorticoidi dal GR, il che si ritiene blocchi parzialmente gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) dei glucocorticoidi e promuova la crescita muscolare anabolica.
    • Interferenza trascrizionale: poiché sia ​​l’AR che il GR sono recettori nucleari strettamente correlati, condividono somiglianze strutturali nei loro domini di legame al DNA (DBD). Possono competere per le stesse sequenze del promotore genico (elementi di risposta ormonale, o HRE). La risposta esclusiva a un ormone rispetto a un altro dipende in larga misura dal contesto cellulare e dalle interazioni con le proteine ​​ausiliarie.
    • Interazione metabolica: l’equilibrio ormonale tra l’attività dei recettori degli androgeni (AR) e dei glucocorticoidi (GR) regola fortemente il metabolismo. I glucocorticoidi generalmente favoriscono l’accumulo di grasso e l’insulino-resistenza, mentre gli androgeni promuovono la massa muscolare e la lipolisi. Nei tessuti metabolicamente attivi, la segnalazione androgenica contribuisce a tamponare o limitare l’attività dei glucocorticoidi per prevenire la sindrome metabolica.

    Questa interazione influisce su tessuti specifici, come ad esempio:

    • Muscolo scheletrico (crescita muscolare vs. atrofia),
    • Tessuto adiposo (metabolismo dei grassi),
    • Tessuto prostatico (segnalazione del recettore degli androgeni e resistenza al cancro).

    Quando si inseriscono nell’equazione gli AAS esogeni ed il loro uso in ambito BodyBuilding le dinamiche cambiano di entità e grado d’effetto. AAS diversi hanno impatti diversi con il metabolismo dei glucocorticoidi e l’influenza dei ligandi.

    Ovviamente, anche gli AAS interagiscono con i GR principalmente come antagonisti competitivi. Legandosi direttamente al GR, gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, impedendo al Cortisolo di attivare i processi catabolici e infiammatori mediati dal GR stesso. Questa interazione rappresenta un elemento fondamentale per comprendere gli effetti di questi composti sulla crescita muscolare e sul metabolismo.

    Punti chiave dell’interazione AAS/GR

    • Effetto anticatabolico: Poiché i glucocorticoidi promuovono la degradazione muscolare e gli AAS bloccano l’attività dei GR, gran parte dell’azione di risparmio muscolare e anabolica degli AAS è attribuita a questo antagonismo.
    • Competizione recettoriale: Studi (come quelli sull’AAS sintetico oxandrolone) mostrano un antagonismo non competitivo e competitivo significativo in cui gli AAS interferiscono con l’attivazione trascrizionale indotta dal cortisolo all’interno della cellula.
    • Regolazione positiva dei recettori: Mentre gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, alcune ricerche suggeriscono che possono anche aumentare la densità o l’immunoreattività dei GR in alcuni tessuti (come l’ippocampo nel sistema nervoso centrale), il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e sull’umore degli AAS.

    Sia il AR che il GR fanno parte della superfamiglia dei recettori steroidei nucleari. Una volta legati a un ormone, si spostano nel nucleo, si legano a specifiche sequenze di DNA e modificano l’espressione genica. A causa di somiglianze strutturali, diversi steroidi anabolizzanti (AAS) possono legarsi ai GR ma non riescono a innescare la stessa trascrizione a valle dei glucocorticoidi naturali o sintetici.

    Ma analizziamo questa interazione osservando l’impatto di diversi AAS…

    • Testosterone
    Struttura molecolare del Testosterone.

    L’interazione tra Testosterone e GR avviene principalmente attraverso tre meccanismi:

    1. legame competitivo tra i recettori,
    2. interferenza trascrizionale a valle e
    3. regolazione enzimatica nei tessuti bersaglio.

    In condizioni fisiologiche normali, il Testosterone e i glucocorticoidi (come il Cortisolo) agiscono generalmente come antagonisti funzionali per bilanciare i processi anabolici (di costruzione) e catabolici (di degradazione).

    Sebbene il Testosterone agisca principalmente sul AR, a concentrazioni più elevate, come durante un ciclo di AAS, può interagire direttamente in modo significativo con il GR. Ciò comporta:

    • Effetto di spostamento: alti livelli di Testosterone possono spostare in modo competitivo i glucocorticoidi dal legame al GR.
    • Effetto anticatabolico: nel muscolo scheletrico, il Testosterone agisce come un debole antagonista del GR. Bloccando il legame dei glucocorticoidi al GR, il Testosterone previene l’atrofia muscolare e la degradazione proteica indotte dal Cortisolo.

    I recettori del Testosterone e dei glucocorticoidi sono entrambi recettori nucleari che condividono strutture e siti di legame al DNA simili.

    • Competizione tra co-chaperoni: sia l’AR che il GR si affidano alle stesse proteine ​​da shock termico (come HSP90) e immunofiline (come FKBP5) per ripiegarsi e funzionare correttamente. Un’elevata attivazione di una via può esaurire le risorse cellulari condivise, sopprimendo l’altra via.
    • Interferenza trascrizionale: l’AR e il GR attivati ​​possono interagire fisicamente o competere per gli stessi elementi di risposta ormonale (HRE) sul DNA. Questa interazione può amplificare o silenziare selettivamente specifici geni metabolici e comportamentali.

    Nei tessuti come i testicoli (cellule di Leydig), l’interazione è gestita da enzimi locali che controllano l’accesso dell’ormone ai recettori.

    • Ciclo 11β-HSD1: l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 1 (11β-HSD1) metabolizza i glucocorticoidi attivi per proteggere la produzione di Testosterone.
    • Accoppiamento redox: la biosintesi del Testosterone utilizza vie energetiche cellulari (NADPH) che si coordinano con l’11β-HSD1, creando un rapido meccanismo locale per impedire che alti livelli di stress blocchino immediatamente la segnalazione riproduttiva.

    A livello sistemico, in condizioni fisiologiche, l’interazione tra l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) ha un impatto significativo sul comportamento.

    • Il blocco della dominanza: secondo l’ipotesi del doppio ormone, gli effetti comportamentali del Testosterone (come la ricerca di status e la dominanza) si osservano solo quando i livelli basali di Cortisolo sono bassi. Un’elevata attivazione del sistema dei GR blocca o inverte completamente i comportamenti indotti dal Testosterone.
    Struttura della 5α-reduttasi.

    L’isoenzima di tipo 1 della 5α-reduttasi è ampiamente espresso nel fegato, dove modula la clearance dei glucocorticoidi. Una mancanza di attività della 5α-reduttasi di tipo 1, associata a una secrezione di Testosterone abrogata come nel caso della somministrazione di AAS sintetici senza base di Testosterone, concentra i glucocorticoidi (ad esempio, Cortisolo) nel fegato, riducendo l’escrezione di glucocorticoidi anche senza aumenti significativi nel sangue. Inoltre, vi sono prove nel ratto che la 5α-riduzione centrale (cioè cerebrale) del Testosterone è un passaggio necessario per la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone tramite la ridotta secrezione dell’ACTH.

    Questo accumulo di glucocorticoidi epatici, a sua volta, aumenta la gluconeogenesi, incrementando così la glicemia e la steatosi, influenzando la sensibilità all’insulina, riducendola e causando insulino-resistenza. Di conseguenza, quindi, con la presenza di adeguati livelli di Testosterone, viene mantenuta o migliorata un’importante funzione della 5α-reduttasi, ovvero la sensibilità all’insulina.

    La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone dipende dall’amplificazione del recettore 5α nel cervello e nel fegato, dove rispettivamente diminuisce la secrezione di ACTH e aumenta la clearance epatica dei glucocorticoidi. Questa modulazione dei glucocorticoidi si sovrappone in parte agli effetti del Testosterone sulla sensibilità all’insulina e sull’anabolismo muscolare, dove gli effetti antiglucocorticoidi aumentano di per la sensibilità all’insulina, ma il Testosterone aumenta di per se anche la sensibilità all’insulina, la massa magra e il metabolismo dei tessuti molli attraverso un aumento di WISP-2.

    • Methandrostenolone [Dianabol]
    Struttura molecolare del Methandrostenolone.

    Il Methandrostenolone (comunemente noto con il suo nome commerciale originale, Dianabol) interagisce, similmente al Testosterone, con i GR principalmente come antagonista competitivo. Sebbene il suo meccanismo d’azione primario sia l’attivazione del recettore degli androgeni per promuovere la sintesi proteica, la sua interazione secondaria con i recettori dei glucocorticoidi gioca un ruolo fondamentale nella sua efficacia complessiva nella costruzione muscolare, prevenendo la degradazione muscolare.

    Di conseguenza l’interazione del Methandrostenolone con l’attività dei GR interessa:

    • Legame competitivo: il Methandrostenolone si lega direttamente ai recettori dei glucocorticoidi nel tessuto muscolare scheletrico. Sposta fisicamente i glucocorticoidi catabolici endogeni, come il cortisolo, dai loro specifici siti recettoriali citoplasmatici.
    • Antagonismo del catabolismo: i glucocorticoidi normalmente segnalano all’organismo di scomporre il tessuto muscolare in aminoacidi (catabolismo) in periodi di stress. Bloccando questi recettori, il Methandrostenolone sopprime questo segnale di degradazione.
    • Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione prolungata ad alte dosi di androgeni sintetici riduce o diminuisce la densità complessiva dei recettori dei glucocorticoidi funzionali nel citosol muscolare. Interruzione della trascrizione: impedendo al cortisolo di formare un complesso stabile con il recettore dei glucocorticoidi, il Methandrostenolone arresta la trascrizione dei geni responsabili dell’atrofia muscolare e dell’infiammazione.
    • L’effetto anticatabolico: la crescita muscolare è determinata dal bilancio netto tra sintesi proteica (anabolismo) e degradazione proteica (catabolismo). Il Methandrostenolone agisce simultaneamente su entrambi i lati di questa equazione. Forza un bilancio proteico netto positivo alimentando la crescita attraverso i recettori degli androgeni e frenando la degradazione tramite il blocco dei recettori dei glucocorticoidi.
    • Recupero migliorato: i livelli di cortisolo aumentano drasticamente dopo un allenamento fisico intenso. L’inibizione competitiva del Methandrostenolone a livello dei recettori dei glucocorticoidi attenua questa risposta allo stress, consentendo al tessuto muscolare di recuperare e ricostruirsi molto più velocemente.

    Ma le vere peculiarità del Methandrostenolone sul metabolismo dei glucocorticoidi vanno ben oltre…

    Effetti del Methandrostenolone sull’escrezione urinaria di 17-idrossicorticosteroidi (17-OHCS), metaboliti del cortisolo secreti dalla ghiandola surrenale.

    Il Methandrostenolone “smorza” l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) ad un livello elevato, modulando i glucocorticoidi abbassando la sintesi e/o la secrezione dell’ACTH. La ​​soppressione dell’ACTH da parte del Methandrostenolone è evidente entro il decimo giorno e, dopo la sospensione, l’ACTH ritorna a livelli normali o leggermente superiori alla norma entro 1-4 settimane. Questa soppressione dell’ACTH colpisce in particolare il cortisolo: la maggiore diminuzione delle frazioni di 17-chetosteroidi si è verificata nelle frazioni 11-ossigenate (ad esempio, 11-chetoetiocholanolone). Questa inibizione della sintesi e/o della secrezione di ACTH endogeno potrebbe verificarsi a livello ipotalamico o ipofisario. Vi sono, inoltre, effetti sul pool di androgeni surrenali, che possono avere un effetto sull’umore, sull’energia e sul benessere.

    In breve, il Methandrostenolone riduce il cortisolo sopprimendo la secrezione di ACTH da parte dell’ipofisi.

    La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Dianabol, attraverso la soppressione dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH), si traduce principalmente in una diminuzione del cortisolo e in un bilancio tra MPS:MPB più elevato.

    Parlando del Methandrostenolone non possiamo non aprire una parentesi sul Boldenone e la sua interazione con i GR.

    Struttura molecolare del Boldenone.

    Il Boldenone interagisce con i GR principalmente attraverso un antagonismo competitivo, similmente al Testosterone. Legandosi a questi recettori nel tessuto muscolare, sposta i glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) dai loro siti di legame. Questo blocco contribuisce a prevenire la degradazione proteica (effetto anticatabolico), favorendo un ambiente anabolico (di costruzione muscolare) netto.

    L’interazione del Boldenone con i GR non si limita al tessuto muscolare. Studi sul sistema nervoso centrale (come l’ippocampo del ratto) indicano che il Boldenone possa modulare l’immunoreattività dei recettori dei glucocorticoidi, il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e centrali.

    Struttura molecolare del Dihydroboldenone.

    La forma 5α-ridotta del Boldenone, il Dihydroboldenone [DHB], presenta una bassa affinità di legame per il GR. Tuttavia, poiché si lega con una bassa affinità e occupa il GR, può impedire il legame dei glucocorticoidi endogeni. Occupando il GR senza attivare completamente le vie cataboliche (di atrofia muscolare) associate ai glucocorticoidi, inibisce in modo competitivo gli effetti di degradazione muscolare del Cortisolo. Questo effetto anti-catabolico spesso integra la sua attività anabolica diretta.

    • Stanozololo [Winstrol™]
    Struttura molecolare dello Stanozololo

    Anche lo Stanozololo interagisce con i GR attraverso un meccanismo anticatabolico. A differenza degli androgeni endogeni, agisce come antagonista competitivo e modulatore allosterico negativo dell’attività dei glucocorticoidi, contribuendo a bloccare gli ormoni catabolici responsabili della perdita di massa muscolare e favorendo una migliore sintesi proteica e riparazione dei tessuti.

    I meccanismi di interazione sono:

    • Legame diretto al recettore: lo stanozololo ha un’affinità di legame per i recettori GR citosolici classici nel tessuto muscolare.
    • Antagonismo competitivo: legandosi ai recettori GR, blocca l’azione dei glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) impedendo loro di innescare la degradazione muscolare. Ciò produce un marcato effetto anticatabolico.
    • Modulazione di membrana: nel fegato, lo Stanozololo agisce come modulatore allosterico negativo delle proteine ​​leganti i glucocorticoidi a bassa affinità (LAGS). Questa modulazione limita l’attività del recettore dei glucocorticoidi, creando specifiche differenze metaboliche (ad esempio, cambiamenti nella sintesi delle glicoproteine ​​plasmatiche) non riscontrabili con il Testosterone.
    • Azione anticatabolica: protegge il tessuto muscolare dalla degradazione a scopo energetico, promuovendo un ambiente favorevole al mantenimento della massa magra e al recupero atletico.
    • Sintesi del collagene: è stato dimostrato che lo stanozololo induce i fibroblasti e aumenta la produzione di collagene, un processo spesso mediato dalla sovraregolazione del fattore di crescita trasformante beta (TGF-β).
    • Disponibilità dei recettori: in alcuni modelli murini, l’uso prolungato di Stanozololo ha anche dimostrato di alterare l’espressione dei recettori dei glucocorticoidi a bassa affinità nel cervello, il che potrebbe essere correlato ad alterazioni della funzione dei neurotrasmettitori e dei profili dell’umore.

    Nel fegato, il LAGS è un sito di legame a bassa affinità per i glucocorticoidi come il cortisolo, che lega debolmente gli ormoni catabolici circolanti liberi. Solo lo stanozololo ha dimostrato di provocare un’inattivazione del sito di legame del LAGS dipendente dal tempo e dalla dose, irreversibile, il che suggerisce una modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS.

    Tra i 17-AA, lo Stanozololo è uno dei più potenti (Stanozololo > Fluoximesterone [“Halo”; Androxy®; Ora-Testryl®; Ultandren®] > Methandrostenolone [“Dianabol”] > Methyltestosterone):

    ↓affinità per i glucocorticoidi (ad es. cortisolo)
    ↓numero di siti di legame del LAGS
    ↑velocità di dissociazione dei glucocorticoidi dai siti di legame dei glucocorticoidi.

    Il nuovo meccanismo dello Stanozololo rispetto agli altri 17AA che lo rende non solo particolarmente potente ma unico nella sua inattivazione irreversibile del sito di legame LAGS è che questa azione è mediata dal suo metabolita 16β-idrossilato (16β-ST).

    Ma ecco il punto cruciale: la conseguenza sistemica netta di questa regolazione allosterica negativa da parte dello Stanozololo è un effettivo aumento della segnalazione classica del recettore dei glucocorticoidi (GR) (ovvero, un aumento del catabolismo del muscolo scheletrico) dovuto all’aumento della disponibilità di glucocorticoidi per il GR citosolico. Eh si, gli effetti potenzialmente positivi sopra elencati non controbilanciano totalmente questa caratteristica negativa.

    Questa caratteristica peculiare dello Stanozololo è quindi sfavorevole. ✖ Aumento del catabolismo muscolare (non è una cosa positiva™). Bisognerebbe rammentarlo ai fan del suo uso in pre-contest.

    • Fluoxymesterone [Halotestin™]
    Struttura molecolare del Fluoxymesterone.

    Il Fluoxymesterone esercita effetti antiglucocorticoidi legandosi al recettore dei glucocorticoidi (GR) come antagonista. Poiché questa modalità di legame competitivo è indicata da test su vari tessuti (ad esempio, bioassay GR CALUX® sui mammiferi e cellule gliali H-4), è probabile che sia sistemica, a differenza della modalità di modulazione del GR specifica per il tessuto muscolare scheletrico.

    Fluoxymesterone (evidenziato sull’asse delle ordinate) e transattivazione (in blu) del GR (evidenziata sull’asse delle ascisse) (48% rispetto al Desametasone).

    Nel muscolo scheletrico umano, esiste una correlazione “modesta” (R² = 0,38) tra l’espressione del GR e la percentuale di grasso corporeo, e una correlazione “più significativa” (R² = 0,70) tra l’espressione del GR e l’indice di massa corporea (BMI) che indica un’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del fluoximesterone e la regolazione del tessuto adiposo.

    Antagonismo dell’attività dei glucocorticoidi (HC) mediata dal recettore GR.
    Grafico di regressione lineare che illustra la correlazione tra la percentuale di grasso corporeo e il GR.
    Grafico di regressione lineare che illustra la relazione tra BMI e GR.

    Occorre tuttavia precisare un punto riguardo all’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Fluoxymesterone e la riduzione della massa grassa. Per inferenza, potremmo dedurre, osservando con i nostri occhi, che il Fluoxymesterone è particolarmente efficace nel ridurre la massa grassa. Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non generalizzare le ipotesi sul Cortisolo e sulla massa grassa applicandole al caso dell’antagonismo del recettore dei glucocorticoidi (GR) da parte del Fluoxymesterone . Questo perché:

    1. Il Fluoximesterone inibisce anche in modo competitivo l’enzima 11β-HSD2 [come l’Oxymetholone e il Testosterone] che controlla l’ossidazione del Cortisolo, inattivandolo e aumentando così, potenzialmente, gli effetti del Cortisolo attivo, con conseguente aumento del Cortisolo sierico e libero.
    2. La natura della regolazione dei tessuti metabolici da parte dell’enzima 11β-HSD2, inclusi il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico, non è ben compresa, a differenza di quanto accade per l’enzima 11β-HSD1, che converte il Cortisone inattivo in Cortisolo. Pertanto, la nostra comprensione di come questo aspetto dell’azione del Fluoximesterone sui tessuti adiposi è incompleta a causa della scarsità di letteratura sull’argomento.
    3. L’interazione tra AR e GR nei confronti dei glucocorticoidi e degli androgeni è dipendente dal contesto e dal tessuto. L’attività del Fluoxymesterone regola quindi l’espressione genica in modo diverso nei diversi tessuti metabolici, compresi quelli che si trovano nei depositi di grasso (ad esempio, grasso bianco o bruno) e nel muscolo scheletrico.
    4. La natura dell’interazione tra AR e GR è ancora poco definita.

    Come risaputo, il Fluoxymesterone è un AAS orale metilato in C-17, con una attività androgena elevata e non soggetto all’enzima Aromatasi.

    Nonostante quest’ultimo punto, la casa produttrice (Pfizer) riporta nelle avvertenze del prodotto una caratteristica che non ci si aspetta da una molecola priva di attività estrogenica diretta e indiretta: “L’edema, con o senza insufficienza cardiaca congestizia, può essere una seria complicanza in pazienti con preesistente malattia cardiaca, renale o epatica”.

    Se siete stati attenti ai punti sopra elencati capirete il perché di questa possibilità: Il Fluoxymesterone si lega all’enzima 11-beta-HSD2, enzima preposto alla conversione del Cortisolo in Cortisone (inattivo). Di conseguenza il gruppo 11-idrossile del Fluoxymesterone viene convertito in un gruppo 11-oxo. Poiché l’attività dell’11-beta-HSD2 subisce una riduzione, si osserva un aumento della concentrazione di Cortisolo!

    Interazioni di affinità tra il Fluoxymesterone e l’enzima 11-beta-HSD2 con modifiche strutturali consequenziali.

    Il Fluoxymesterone possiede quindi una marcata attività inibitoria dell’11-beta-HSD2. Si è constatato che il Fluoxymesterone esplica una potenza maggiore sull’alterazione dei livelli di Cortisolo dell’Acido Glicirretico, sostanza presente nella liquirizia che causa un aumentano della produzione endogena di corticosteroidi, attraverso l’inibizione degli enzimi 4 e 5-beta-reduttasi che inattivano gli steroidi.

    L’Oxymesterone – o 4-idrossi-17-metil-testosterone – e, in misura minore, l’Oxymetholone inibiscono l’11-beta-HSD2 quasi quanto il Fluoxymesterone.

    Struttura molecolare del 7-Keto-DHEA

    Fortunatamente, questo trend negativo che va a ridurre i benefici riportati in precedenza legati alla modulazione dell’attività dei GR, può essere sensibilmente marginato sia con abbinamenti specifici con altri AAS [ma questo lo vedremo successivamente] e sia con l’uso concomitante di un inibitore della 11-beta-HSD1 come il 7-Keto-DHEA. Questo metabolita del DHEA riducendo l’attività del 11-beta-HSD1 che converte il Cortisone in Cortisolo riduce sensibilmente quest’ultimo così da riportare un equilibrio a favore dell’anabolismo e di competizione recettoriale.

    Conversione e interconversione da Cortisone>Cortisolo a Cortisolo>Cortisone.

    Il meccanismo d’azione è semplificabile in:

    • Inibizione competitiva: il 7-keto-DHEA condivide con il Cortisone lo stesso sito di legame molecolare sull’enzima 11β-HSD1.
    • Blocco enzimatico: occupando l’enzima, impedisce all’11β-HSD1 di convertire il Cortisone in Cortisolo attivo.
    • Downregulation locale: questa azione riduce la segnalazione dello stress specifica per i tessuti, principalmente in aree quali le cellule adipose viscerali e il tessuto epatico.
    • Migliore perdita di grasso: la riduzione dell’attività locale del Cortisolo nei tessuti adiposi contrasta la tendenza dell’ormone ad interferire, quando i livelli sono alterati da forte stress psicofisico [es. preparazione alla gare], con la mobilitazione del grasso di deposito.
    • Termogenesi: la riduzione dell’attività del Cortisolo consente all’organismo di aumentare le proteine disaccoppianti, che permettono la dispersione dell’energia dei substrati di deposito in calore.
    • Nessuna conversione in ormoni sessuali: a differenza del DHEA, il 7-keto-DHEA non può convertirsi in Testosterone o estrogeni, il che significa che altera l’attività del Cortisolo senza causare effetti androgenici o estrogenici.
    Biosintesi del 7-Keto-DHEA


    Sembrerebbe che il 7-keto-DHEA abbia un effetto inibitorio debole sull’11β-HSD2. L’11β-HSD2 funge infatti da enzima primario a monte, responsabile della produzione del 7-keto-DHEA all’interno di alcuni tessuti umani.

    In un affascinante meccanismo metabolico, la ricerca dimostra che l’11β-HSD2 è un enzima chiave nella via biosintetica naturale del 7-Keto-DHEA.

    Innanzitutto, il DHEA viene convertito in 7α-idrossi-DHEA dall’enzima CYP7B1. Successivamente, l’11β-HSD2 guida l’ossidazione unidirezionale di tale metabolita per sintetizzare attivamente il 7-Keto-DHEA all’interno di tessuti come i reni.

    Questa stretta correlazione nella biosintesi ha fatto ipotizzare che l’assunzione di 7-Keto-DHEA esogeno possa sottoregolare, come meccanismo di feedback negativo, la sintesi di 11β-HSD2.

    Non esistono prove a riguardo ed i dati empirici ci mostrano effetti positivi sui livelli di Cortisolo in concomitanza della somministrazione di 7-Keto-DHEA in soggetti che presentano livelli alterati sub-clinici con conseguenti vantaggi sulla composizione corporea e la prestazione.

    Sappiamo adesso che il Fluoxymesterone interagisce in modo unico con il GR, conferendogli effetti sinergici con altri AAS durante la restrizione calorica (ad esempio, nella preparazione alle gare e nella fase di definizione). E sappiamo che riduce la massa grassa e aumenta o preserva quella muscolare.

    • Oxandrolone [Anavar™]
    Struttura molecolare del Oxandrolone.

    L’Oxandrolone esercita potenti effetti anticatabolici principalmente inibendo l’azione del cortisolo e di altri glucocorticoidi. Ciò avviene non attraverso il legame diretto con il recettore dei glucocorticoidi (GR), bensì tramite un meccanismo di interazione unico con il recettore degli androgeni (AR).

    L’Oxandrolone riduce la transattivazione del recettore dei glucocorticoidi (GR) aumentando la formazione dell’eterodimero tra il recettore degli androgeni (AR) e il GR (AR-GR) e regolando l’interazione tra AR e GR; ciò, a sua volta, riduce l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercitando effetti anticatabolici.

    Probabilmente conoscerete già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’Oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.

    Probabilmente i lettori conoscono già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.

    L’AR si oppone in generale all’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, stimola il passaggio dal cortisolo attivo al cortisone inattivo tramite l’11β-HSD1, probabilmente attiva il GR-β che contrasta il catabolismo del recettore classico e può formare eterodimeri con il GR classico per regolare la trascrizione [interazione incrociata], “frenando” gli effetti dei glucocorticoidi (ad es., Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di traduzione/espressione genica/sintesi proteica, reclutando chaperone e coregolatori (elementi di risposta agli androgeni o ARE ed elementi di risposta ai glucocorticoidi o GRE).

    L’Oxandrolone regola negativamente l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi (ad es. il Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di espressione genica (cioè traduzione, sintesi proteica), regolando l’interazione incrociata GR/AR. Ciò significa che l’Oxandrolone agisce non inibendo in modo competitivo il legame dei glucocorticoidi (antagonismo del GR) [a differenza, quindi, del Fluoxymesterone (o del Testosterone)], né esclusivamente tramite chaperoni/coregolatori ARE/GRE o modificazioni della cromatina, e certamente non riducendo il numero di GR, ma piuttosto attraverso un meccanismo di interazione incrociata tra l’AR e il GR.

    In pratica, questa regolazione degli effetti catabolici da parte dell’Oxandrolone tramite interazione offre un’ulteriore caratteristica degli AAS che garantisce una potenziale sinergia in coppia con quel sottogruppo di AAS i cui effetti anticatabolici e di modulazione dei glucocorticoidi derivano da meccanismi distinti privi di interazione.

    L’associazione dell’Oxandrolone con corticosteroidi prescritti (come il Prednisone, il Desametasone, l’Idrocortisone o il Metilprednisolone) viene talvolta utilizzata intenzionalmente in ambito clinico per contrastare l’atrofia muscolare e l’osteoporosi indotte da trattamento a lungo termine con corticosteroidi. Ciò nonostante in corso di applicazione clinica possono emergere effetti collaterali anche gravi.

    Quindi, l’effetto anticatabolico del Oxandrolone deriva dalla sua regolazione incrociata del Cortisolo in sede di legame recettoriale.

    Struttura molecolare del Methyldrostanolone.

    Il Methyldrostanolone, che spesso viene paragonato all’Oxandrolone per i suoi effetti sulla composizione corporea, presenta un’affinità di legame molto bassa e una transattivazione funzionale minima o nulla a livello del GR. Non esercita effetti glucocorticoidi diretti né effetti anti-glucocorticoidi significativi nell’organismo.

    Secondo il Federal Register, gli studi che valutano le proprietà del Methyldrostanolone dimostrano che esso non si lega in modo significativo al GR né lo attiva. Il Methyldrostanolone è privo delle caratteristiche molecolari tipiche dei corticosteroidi (ad esempio, il gruppo 17β-chetone o il gruppo 11β-idrossile), il che significa che non può mimare l’azione del Cortisolo. A differenza di alcuni altri steroidi anabolizzanti noti per agire come antagonisti dei glucocorticoidi inibendo la degradazione proteica, il meccanismo d’azione principale del Methyldrostanolone è mediato quasi esclusivamente dal recettore degli androgeni.

    • Trenbolone
    Struttura molecolare del Trenbolone.

    Il Trenbolone interagisce con i GR legandosi ad essi con un’affinità da moderata ad alta. In questo modo, il Trenbolone agisce come antagonista, bloccando a livello cellulare gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) del Cortisolo. Ma la sua interazione con i GR non si limita a questo…

    Il Trenbolone sopprime l’espressione dell’mRNA del recettore dei glucocorticoidi (GR) nel muscolo scheletrico, ottenendo così un effetto anticatabolico selettivo a livello tissutale. Il bilancio proteico muscolare netto è dato dalla differenza tra la sintesi proteica muscolare e la degradazione proteica muscolare (bilancio proteico muscolare netto = MPS – MPB). Pertanto, il Trenbolone agisce non solo aumentando il lato MPS dell’equazione, incrementando l’espressione muscolare di IGF-I e IGF-IEb (aumento di 3,6 volte dell’espressione dell’mRNA di IGF-IEb e di 5 volte di quella di IGF-I) e aumentando l’espressione della catena pesante della miosina (MHC), ma sopprime in modo unico il numero di GR (su cui agiscono i glucocorticoidi come il cortisolo per catabolizzare il tessuto muscolare legandosi come ligandi), oltre a sopprimere l’espressione dell’mRNA di MuRF1 e di atrogin-1 (in misura maggiore rispetto al Testosterone), altre vie del catabolismo muscolare, per ridurre l’MPB.

    Durante diversi stati catabolici, la via dell’ubiquitina-proteasoma aumenta la disgregazione proteica che porta all’atrofia muscolare. Nello specifico, due ubiquitin ligasi, MuRF1 e MAFbx (anche denominate Atrogin-1) fungono da marker dell’atrofia muscolare in diverse condizioni cataboliche come il digiuno, il cancro, l’insufficienza renale e il diabete. È stato dimostrato che il Trenbolone riduce significativamente l’espressione del mRNA del MuRF1 e del Atrogin-1 nei tessuti muscolo-scheletrici di un fattore 3 nei ratti castrati. I tassi di Atrogina-1 sono stati soppressi in questi animali ad un livello ancora maggiore rispetto a quanto osservato con la somministrazione di Testosterone.

    È stato dimostrato che il Trenbolone riduce le concentrazioni circolanti di Corticosterone nei roditori e del Cortisolo nei bovini impiantati. L’evidenza suggerisce che il Trenbolone agisca a livello delle ghiandole surrenali sopprimendo la sintesi del Cortisolo ACTH-stimolata e sopprimendo il rilascio di Cortisolo.

    I Glucocorticoidi tendono anche ad aumentare i livelli di trigliceridi intramuscolari. Se il Trenbolone riduce ì livelli di trigliceridi intramuscolari, allora questo potrebbe essere un fattore primario dietro all’aspetto muscolare poco “voluminoso” (nonostante la presenza di un carico glucidico pienamente sufficiente) che molti tendono ad avere con il suo uso?.

    Struttura molecolare del Trestolone.

    Il Trestolone (MENT), un altro famoso trieno, agisce principalmente come un agonista altamente potente del AR e del PR. Sebbene non si leghi direttamente al GR, la sua interazione con la via di segnalazione del GR è altamente sinergica.

    Punti chiave:

    • Recettore dei glucocorticoidi (GR): il Trestolone mostra un’affinità di legame diretta trascurabile o nulla per il GR. Non agisce come antagonista diretto dei glucocorticoidi, a differenza di composti quali il Mifepristone o il Trenbolone.
    • Interferenza trascrizionale: attraverso un meccanismo simile a quello di altri steroidi derivati dal 19-nor, il AR, fortemente attivato, può interagire a valle per interferire con le vie di segnalazione indotte dal Cortisolo.
    • Preservazione muscolare: promuovendo in modo aggressivo la sintesi proteica e la ritenzione di azoto tramite l’AR, il Trestolone neutralizza efficacemente i segnali di atrofia muscolare (catabolici) innescati dal Cortisolo e dal recettore del glucocorticoide (GR).

    Per le sue caratteristiche a livello dei GR, il Trenbolone trova particolare sinergia in co-somministrazione con Oxandrolone e Fluoxymesterone in periodo pre-contest/fase finale del Cut.

    • Nandrolone
    Struttura molecolare del Nandrolone.

    Il Nandrolone interagisce con i GR agendo principalmente come antagonista competitivo, il che significa che si lega al recettore senza attivarlo, impedendo così ai glucocorticoidi naturali (come il cortisolo) di esercitare i loro effetti catabolici e di atrofia muscolare. Per via di questa specifica interazione di legame, il Nandrolone inverte parzialmente l’atrofia muscolare indotta dai glucocorticoidi e contribuisce a promuovere un ambiente anabolico (di costruzione dei tessuti) nel muscolo scheletrico.

    I meccanismi chiave di questa interazione includono:

    • Competizione per i recettori: il Nandrolone compete direttamente con i glucocorticoidi per i siti di legame nel citoplasma delle cellule muscolari, impedendo ai glucocorticoidi di avviare l’espressione genica catabolica.
    • Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione a lungo termine a dosi sovrafarmacologiche di nandrolone determina una downregulation (riduzione della densità) dei recettori dei glucocorticoidi nel sistema nervoso centrale, in particolare nell’ippocampo.
    • Cambiamenti metabolici: antagonizzando i GR nel fegato e nei muscoli, il Nandrolone può interferire con i processi fisiologici tipicamente regolati dai glucocorticoidi, quali la produzione di glucosio a digiuno e la gluconeogenesi.

    Punti chiave sugli AAS ed il loro grado di interazione con i GR ed il Cortisolo:

    Bodybuilder monitoring cortisol levels with lab equipment
    • Il Testosterone di per se presenta delle caratteristiche antagoniste del GR le quali vanno a comporre il suo completo potenziale anabolizzante; la sua versatilità nella gestione dei dosaggi secondo caratteristiche soggettive [vedi tasso di aromatizzazione] e parte della preparazione, nonché la conversione in E2 e DHT onde evitare crash psicofisici, lo rendono certamente un elemento pressoché immancabile in ogni preparazione ben strutturata, ma la sua potenza antagonista non è sicuramente un elemento non migliorabile con altre molecole specie in contesti dove livelli e attività del Cortisolo sono acutizzati.
    • Il Methandrostenolone mostra un ottima caratteristica di controllo sulla attività surrenalica e il metabolismo del Cortisolo. Essendo, però, una molecola aromatizzabile in una forma di E2 più attiva tissutalmente e cellularmente, vedi 17α-Methylestradiolo, la sua praticità d’uso non comprende un inserimento [almeno di facile gestione] in una fase di pre-contest o Cut.
    • Il Boldenone, essendo di per se un AAS utilizzabile in preparazione alla gara come “ormone esca” per l’Aromatasi e la facilitazione del controllo degli estrogeni, avendo anche una affinità antagonista con il GR, rappresenta una possibile presenza funzionale su più livelli in un pre-contest o Cut.
    • La modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS data dallo Stanozololo, con conseguente aumento della frazione di Cortisolo interagente con il tessuto muscolare, unita alla alterazione delle trame di collagene a livello articolare con dolori annessi, e senza citare il possibile impatto sullo spessore della pelle per via dello stimolo del Collagene di tipo III, rendono questa tanto osannata molecola per il “pre-contest” decisamente sostituibile con un largo margine di guadagno per l’atleta.
    • Il Fluoxymesterone presenta una modesta attività antagonista del GR a livello sistemico e una attività più marcata sull’attività dei GR a livello del tessuto adiposo. Questa caratteristica rendono questo AAS anti-adipogenico in ipercalorica e lipolitico con facilità di mobilitazione delle riserve di trigliceridi adipocitari in regime ipocalorico. Inoltre, il Fluoxymesterone presenta una forte stimolazione nella produzione di Ca+ con una maggiore forza e potenza esprimibile e una spinta sensibile a livello del SNC, che in regimi di ristrettezza calorica protratta possono fare la differenza nel completamento ottimale di una preparazione di alto livello. L’inconveniente del 11β-HSD2 è largamente compensato dall’uso concomitante di 7-Keto-DHEA e altri AAS modulatori specifici dei GR [vedi Oxandrolone e Trenbolone].
    • L’Oxandrolone, con la sua attività di riduzione della transattivazione del GR che aumenta la formazione dell’eterodimero tra il AR e il GR (AR-GR) regolando l’interazione tra AR e GR, traducendosi nella mancata attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercita significativi effetti anticatabolici. Se a questo aggiungiamo la sua capacità spiccata di aumentare le riserve di fosfocreatina e la forza esprimibile anche in condizioni di restrizione calorica, la sua capacità di aumentare la chetogenesi epatica in condizioni di deprivazione o abbassamento dei CHO, e il suo impatto positivo nella guarigione e recupero delle ferite, aumenta significativamente i livelli di procollagene di tipo I e III nei fibroblasti e nelle articolazioni nel breve periodo [4-6 weeks] lo rendono un AAS sicuramente più adatto e dai profitti maggiori in un contesto pre-contest/Cut rispetto allo Stanozololo.
    • Il Trenbolone presenta la più ampia gamma di interazione diretta e indiretta con i GR tra gli AAS. Oltre ad esercitare una attività antagonista diretta al GR, il Trenbolone ne causa una riduzione sensibile in modo tessuto-specifico a livello del muscolo-scheletrico. Un uso tattico con dosaggi limitati e calibrati sul soggetto e la sua tolleranza, rendono il Trenbolone una base per il controllo della attività del Cortisolo in momenti dove il controllo di questa risulta richiesto come in pre-contest/fase finale del Cut. Per i soggetti avanzati, soprattutto agonisti, l’uso abbinato nelle ultime settimane della preparazione alla gara di Trenbolone, Oxandrolone e Fluoxymesterone [questi ultimi calibrati in una ratio base di 3:2] può significare il raggiungimento di una forma esteticamente sopraffina in quanto a durezza, pienezza e bassa b.f. .
    • Anche il Trestolone è decisamente interessante in quanto alle sue interazioni con i GR e l’attività del Cortisolo. Tuttavia, la sua natura aromatizzabile al potente 7α-Methylestradiolo lo rendono un AAS da poter inserire a moderati dosaggi in Bulk ma non in Cut o pre-contest.
    • Il Nandrolone si sa, da più problemi che vantaggi, e sebbene presenti alcune peculiarità sulla attività dei GR e del Cortisolo, l’impatto sui GR a livello cerebrale [ippocampo], oltre alla sua propensione ad esercitare stati paranoici e depressivi per via della sua attività progestinica [per lo meno il Trenbolone può essere usato efficacemente a piccole dosi mitigando tali effetti], e la forte ritenzione idrica che accompagna il suo uso [ma questo lo vedremo meglio nella seconda parte], fanno propendere per uno scarto generale e specifico per contesti pre-gara o Cut.

    Fine Prima Parte…

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

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    AAS e problematiche gastrointestinali – Cause, soluzioni rapide e semplici applicazioni –

    Introduzione:

    Nei tessuti bersaglio e nel fegato, il Testosterone può essere ulteriormente metabolizzato da una serie di diverse reazioni di fase I (ad esempio, riduzione) e reazioni di fase II (ad esempio, glucuronidazione). Sia il T che il DHT possono essere coniugati, principalmente nel fegato ma anche in altri tessuti, mediante glucuronidazione, che aumenta la solubilità in acqua dei composti. Gli androgeni glucuronidati vengono escreti nelle urine o tramite la bile nell’intestino tenue.

    Il microbiota intestinale (GM) è costituito da trilioni di batteri, virus e funghi che sono stati descritti nel loro insieme come un organo endocrino virtuale in grado di produrre ed espellere numerose sostanze nel flusso sanguigno del suo ospite, influenzandone così la fisiologia. Il numero di batteri e la capacità metabolica del GM sono maggiori nel cieco e nel colon rispetto all’intestino tenue. Anche la composizione del GM cambia lungo il tratto gastrointestinale (GI). È stato dimostrato in vitro che alcuni ceppi batterici hanno la capacità di metabolizzare gli androgeni, ad esempio convertendo il T in DHT. La rilevanza fisiologica del GM nel metabolismo degli androgeni e nei livelli di androgeni glucuronidati e liberi in diverse regioni dell’intestino è in gran parte sconosciuta. In un recente studio, è stato osservato un legame tra il GM e le concentrazioni di androgeni nei topi, con topi femmina che avevano ricevuto contenuto intestinale maschile e che mostravano livelli sierici di T aumentati. I livelli locali di androgeni nel contenuto intestinale, tuttavia, non sono stati analizzati nello studio.

    E’ stato ipotizzato e osservato che il GM, con bassa abbondanza nell’intestino tenue e alta abbondanza nell’intestino distale, può modulare il metabolismo degli androgeni e quindi influenzare i livelli locali di androgeni in modo sito-specifico lungo il tratto gastrointestinale. Per consentire la quantificazione degli androgeni nel contenuto intestinale, è stato modificato e validato un metodo specifico di gascromatografia-spettrometria di massa tandem (GC-MS/MS) precedentemente sviluppato per le analisi degli steroidi sessuali nel siero. Sono state osservate importanti differenze dipendenti dal GM nei livelli di androgeni glucuronidati e liberi nel contenuto intestinale dell’intestino tenue e delle regioni più distali dell’intestino. Sono stati osservati anche cambiamenti dipendenti dal GM nell’azione degli androgeni nei tessuti extraintestinali e intestinali. Nel complesso, questi risultati identificano il GM come un importante regolatore dell’azione locale degli androgeni nell’intestino e in altri tessuti periferici. Questo delicato equilibrio viene sensibilmente alterato da condizioni di iperandrogenismo sia patologico-organico che indotto dall’uso/abuso di AAS creando alterazioni nella popolazione microbica intestinale con conseguenti effetti connessi alla disbiosi.

    Un altro problema correlato all’uso/abuso di AAS è la comparsa di bruciore di stomaco, inappetenza e reflusso gastroesofageo. Chi conosce bene questo fastidioso effetto collaterale androgeno/antiestrogenico che si manifesta quando si assumono dosi elevate di forti androgeni, soprattutto quelli non aromatizzabili e orali, durante un ciclo di AAS, sa bene che il bruciore di stomaco può causare gravi danni d’organo, scatenando iperacidità. Per chi fa uso di AAS (e sì, la situazione peggiora con l’età), la salute gastrointestinale si preserva al meglio con l’assunzione quotidiana di un antiacido a basso dosaggio e l’uso di AAS “attenuati”… Ovviamente, non con un semplice antiacido come il Tums®, ma un antiacido vero e proprio per una soluzione rapida e semplice, oltre a seguire strategie di prevenzione a lungo termine per proteggere la mucosa gastrica. Rinunciare a un antiacido quando si soffre anche di un lieve bruciore di stomaco danneggia la mucosa gastrica!

    Trascurare un adeguato trattamento del bruciore di stomaco provoca un deterioramento della mucosa gastrica. Questo articolo, nel suo insieme, propone di assumere quotidianamente e in modo continuativo gli antiacidi basali appropriati non appena compaiono i primi sintomi in qualsiasi ciclo o fase di trattamento, e non solo in modo reattivo quando i sintomi si riacutizzano.

    *Bruciore di stomaco da steroidi anabolizzanti: avverti quella sensazione di bruciore a metà ciclo? Il reflusso gastroesofageo (bruciore di stomaco) colpisce molti utilizzatori di AAS, eppure rimane un problema poco compreso e non adeguatamente trattato. La domanda che molti si pongono è: “Gli steroidi possono causare bruciore di stomaco?”. La risposta è sì. Gli steroidi causano bruciore di stomaco attraverso molteplici meccanismi, tra cui l’aumento della secrezione di acido gastrico. [1] [2] [3] È importante essere a conoscenza del perché gli steroidi anabolizzanti causano bruciore di stomaco, perché un intervento adeguato dipende dall’affrontare la causa principale, non solo dal mascherare i sintomi. Questo articolo fornisce soluzioni basate sull’evidenza scientifica sia per un sollievo immediato che per la prevenzione a lungo termine. In questo modo, i problemi di stomaco non comprometteranno i progressi dell’atleta.

    Androgeni/AAS e modulazione/alterazione del microbiota intestinale

    Sono state segnalate differenze di genere nel microbiota intestinale anche negli esseri umani. Ad esempio, gli uomini presentano livelli più elevati di Bacteroidetes e Prevotella rispetto alle donne, suggerendo un ruolo per fattori sessuali come la diversa espressione genica dei cromosomi sessuali o le differenze nei livelli di ormoni gonadici nella modulazione del microbiota intestinale. Tuttavia, va notato che studi metagenomici più recenti hanno riportato risultati contrastanti per quanto riguarda le differenze di genere nel microbiota negli esseri umani. Alcuni studi rilevano effetti modesti o nulli del sesso sul microbiota intestinale umano, mentre altri risultati rivelano differenze di genere sostanziali. Altri studi suggeriscono che gli steroidi influenzino le comunità microbiche intestinali. Ad esempio, il microbiota intestinale subisce profondi cambiamenti durante la gravidanza nelle donne. Koren et al. hanno riscontrato un grande cambiamento nel microbiota intestinale dal primo al terzo trimestre, con un aumento della diversità complessiva e una proliferazione di Proteobacteria e Actinobacteria, con conseguenti cambiamenti nel metabolismo. Sebbene il drastico cambiamento degli ormoni steroidei (ad esempio, estrogeni e progestinici) potrebbe benissimo contribuire direttamente a questi cambiamenti nel microbiota intestinale, è stato anche suggerito che i cambiamenti nel sistema immunitario a livello delle superfici mucose potrebbero alterare il microbiota.

    Illustrazione delle vie del recettore H2 dell’istamina sulle cellule parietali gastriche che mostra come gli steroidi anabolizzanti interrompono la secrezione acida e causano bruciore di stomaco. [Fonte immagine: Gear, Growth, and Gains | Enhanced Bodybuilding | Type-IIx | Substack]

    Sebbene gli steroidi gonadici possano alterare il microbiota intestinale, sembra che, a sua volta, il microbioma intestinale possa influenzare i livelli ormonali. Nelle donne in postmenopausa, la diversità del microbiota intestinale è stata associata positivamente al rapporto dei metaboliti degli estrogeni nelle urine. Nei topi, il trasferimento del microbiota intestinale di maschi adulti a femmine immature ha causato un aumento dei livelli di Testosterone e cambiamenti metabolomici nelle femmine riceventi. Inoltre, il trasferimento del microbiota intestinale da un modello murino NOD (non obeso diabetico) maschio di diabete di tipo 1 (T1D) a topi NOD T1D femmina ha portato ad un aumento del Testosterone, cambiamenti metabolici e protezione contro il diabete di tipo 1, che di solito mostra una forte predisposizione femminile rispetto a quella maschile. Questi studi evidenziano le connessioni reciproche tra ormoni sessuali e microbiota intestinale. Nel complesso, questi studi forniscono una solida prova che il microbiota intestinale è influenzato dagli ormoni steroidei gonadici e che i livelli di steroidi possono essere alterati dal microbioma intestinale.

    Oltre agli ormoni steroidei gonadici che influenzano il microbiota intestinale, vi sono prove che alcune sostanze chimiche interferenti endocrine (EDC), come livelli sovrafisiologici di Testosterone esogeno, AAS sintetici e loro metaboliti, possano alterare la composizione batterica intestinale. Il 17α-ME2 [metabolita aromatico del Methandienone o del Methyltestosterone] o il 7α-ME2 [metabolita aromatico del Trestolone], compresi i SERM, che si legano ai recettori degli estrogeni, possono essere classificati sia come EDC che come composti che altera il metabolismo (MDC) e che possono causare alterazione microbica-intestinale. Gli EDC e gli MDC esercitano i loro effetti sugli organi periferici e sul sistema nervoso centrale (SNC) per tutta la vita, sebbene possano essere particolarmente pericolosi durante il periodo critico, quando possono avere effetti deleteri permanenti che possono causare una varietà di malattie. Presumibilmente, gli EDC possono influenzare il microbiota intestinale in parte alterando l’equilibrio endocrino e forse anche agendo direttamente sul microbiota intestinale.

    Sappiamo, quindi, che gli androgeni esercitano effetti importanti anche nel tratto intestinale. In uomini giovani e adulti sono stati rilevati nelle feci livelli elevati di DHT non coniugato, >70 volte superiori a quelli del siero. Questo accade, come abbiamo già accennato, perché il microbiota intestinale [GM] è coinvolto nel metabolismo intestinale e nella deglucuronidazione di DHT e Testosterone, con conseguenti livelli liberi estremamente elevati dell’androgeno più potente, il DHT, nel contenuto del colon di uomini giovani e sani. Abbiamo anche compreso che tale interazione tra GM e androgeni influenza la stessa popolazione batterica portando potenzialmente a SIBO in caso di squilibrio androgeno per eccesso. Ciò potrebbe essere particolarmente vero con molecole con elevata potenzialità androgena.

    Considerando poi che un ampio sottoinsieme di neuroni enterici diventa androgeno-responsivo al momento della pubertà, e che la segnalazione degli androgeni a questi neuroni sembra essere necessaria per la normale motilità del colon, la situazione che appare è caratterizzata da un ruolo degli androgeni gonadici nella regolazione neurale della funzione intestinale e ci permette di collegare i livelli alterati di androgeni a un comune disturbo digestivo sia per eccesso che per difetto. Quest’ultimo punto ci collega anche alla possibilità di risposte psicosomatiche date da sovrastimolo della rete di comunicazione nervosa che collega l’intestino e il cervello.

    L’uso di steroidi anabolizzanti androgeni (AAS) altera profondamente il microbiota umano, compromettendo la diversità batterica e influenzando l’asse intestino-ormoni. L’introduzione di testosterone sintetico o dei suoi derivati interrompe i normali meccanismi di feedback dell’organismo, modificando non solo l’ambiente intestinale ma anche quello orale. Il microbiota orale è il complesso ecosistema di oltre 700 specie di batteri, funghi e virus che popolano la bocca. In condizioni di equilibrio (eubiosi) protegge denti e gengive. Se alterato si sviluppa una disbiosi che favorisce carie, parodontite e patologie sistemiche.

    Punti chiave sui principali meccanismi e gli effetti di queste alterazioni AAS-correlate:

    • Il microbiota intestinale agisce come un vero e proprio organo endocrino virtuale in grado di metabolizzare gli androgeni. Questa specifica rete di batteri e relativi geni viene definita testobolome.
    • In condizioni normali, i batteri intestinali regolano i livelli locali di testosterone modificando gli steroidi ed eliminando o facilitando il loro riassorbimento.
    • L’abuso di AAS immette nell’organismo quantità elevate di ormoni sintetici, sovraccaricando le vie metaboliche batteriche e alterando la composizione del microbiota.
    • Livelli eccessivi di androgeni riducono la ricchezza e la diversità generale del microbiota (alfa-diversità), una condizione tipicamente associata a stati infiammatori e metabolici disfunzionali.
    • Gli studi indicano che l’aumento dei livelli di testosterone influisce negativamente su phyla chiave come Actinobacteria, Proteobacteria, Firmicutes e Verrucomicrobia. Al contempo, si osserva la selezione di ceppi batterici specifici in grado di tollerare o metabolizzare l’eccesso di steroidi.
    • Gli AAS possono alterare la peristalsi intestinale. Questo cambiamento nei tempi di transito, combinato con le diete iperproteiche e/o ipercaloriche spesso seguite da chi assume queste molecole, causa disbiosi, diarrea, stitichezza e un marcato gonfiore addominale.
    • Gli ormoni steroidei fungono da veri e propri nutrienti per alcuni microrganismi parodontali, alterando l’ambiente subgengivale.
    • Gli utilizzatori di AAS mostrano una prevalenza significativamente più alta di parodontite severa e infiammazione gengivale. L’assunzione di AAS modifica la flora orale, portando a una selezione sfavorevole di specie fungine (come alcune varietà di Candida) e batteri patogeni.

    L’assunzione di AAS orali danneggia direttamente l’intestino e l’intero apparato digerente a causa del loro transito forzato nel sistema gastrointestinale. A differenza delle formulazioni iniettabili, gli AAS orali sono spesso alchilati in C-17 per resistere al primo passaggio epatico, diventando altamente aggressivi per le mucose e per l’equilibrio digestivo.

    Questo comporta:

    • Alterazione del microbiota intestinale: Modificano la flora batterica simbiotica. Questa alterazione compromette le difese immunitarie e causa disbiosi profonda.
    • Permeabilità intestinale (Leaky Gut): Inducono l’infiammazione delle pareti intestinali. Le giunzioni strette si allentano, permettendo a tossine e frammenti di cibo indigerito di entrare nel flusso sanguigno.
    • Sindrome del colon irritabile (IBS): Scatenano o peggiorano crampi addominali, meteorismo, flatulenza, diarrea cronica o stitichezza ostinata.
    • Malassorbimento dei nutrienti: Danneggiano i villi intestinali. Il corpo perde la capacità di assimilare correttamente vitamine, minerali e macro-nutrienti essenziali.

    Il danno intestinale è strettamente connesso a quello epatico. Gli steroidi orali sono notoriamente epatotossici. Quando il fegato subisce uno stress da steroidi, la produzione e il flusso della bile si bloccano o rallentano (colestasi).

    La carenza di bile nell’intestino impedisce la corretta digestione dei grassi, provocando feci oleose (steatorrea), ulteriore fermentazione intestinale e una proliferazione incontrollata di batteri patogeni nel piccolo intestino (SIBO).

    L’abuso di AAS orali si manifesta rapidamente attraverso segnali specifici:

    • Gonfiore addominale cronico e persistente.
    • Acidità di stomaco, reflusso gastroesofageo forte e rischio di ulcera peptica.
    • Nausea frequente e inappetenza, spesso legate, ma non solo, al sovraccarico epatici.
    • Dolori e fitte nella zona addominale inferiore.

    Quali soluzioni al problema dell’alterazione microbiotica AAS-correlata?

    Il ripristino del microbiota alterato dall’uso di AAS richiede un approccio multifasico incentrato sulla riduzione/selezione delle molecole o sulla loro totale sospensione, sul supporto della barriera intestinale e sulla modulazione batterica.

    Cambio molecolare, riduzione del dosaggio o sospensione con recupero endogeno o TRT:

    La gestione della causa primaria è il passo fondamentale per consentire al “testobolome” di stabilizzarsi e/o migliorare l’alterazione.

    • Cambio molecolare: si tratta di cessare l’uso di forti androgeni [vedi Trenbolone e Fluoxymesterone] in favore di AAS “attenuati” [vedi Methenolone] mantenendo una base minima di Testosterone. L’osservazione e l’andamento dei sintomi dovrebbero permettere al consumatore di comprendere se passare alla seconda fase oppure procedere in tal modo
    • Passaggio in TRT o recupero funzionalità HPTA: nel caso la prima gestione del problema non abbia portato a miglioramenti sensibili, la cosa migliore è quella di entrare in fisiologia o attraverso una TRT o per via di un processo di recupero dell’Asse HPT che può richiedere 3-4 mesi in media.

    Ripristino dell’integrità della mucosa intestinale e della salute gastrointestinale

    Gli steroidi orali, come visto in precedenza, possono infiammare la mucosa, portando a iperpermeabilità intestinale (“sindrome dell’intestino permeabile”).

    • L-Glutammina: Agisce come substrato energetico primario per gli enterociti, aiutando a riparare le giunzioni serrate della barriera intestinale danneggiate dall’infiammazione.
    • Colostro liquido: Supporta lo strato di muco protettivo e rafforza le difese immunitarie localizzate nel tratto gastrointestinale.
    • Ottimizzazione delle fibre: Integrare fibre prebiotiche (da verdure, frutta e semi) per nutrire i ceppi batterici benefici e contrastare la perdita di biodiversità.
    • Enzimi digestivi: L’uso di proteasi, amilasi e lipasi esogene riduce il carico digestivo sullo stomaco e sull’intestino, limitando i fenomeni di fermentazione anomala e lo “steroid bloating”.
    • Probiotici ad alta sopravvivenza: Ceppi resistenti agli acidi gastrici per reintegrare l’alfa-diversità perduta.
    • Antiossidanti (Glutatione liposomiale e EPA-DHA): Riducono il carico infiammatorio e lo stress ossidativo a livello epatico e intestinale causato dagli AAS C17-alchilati.
    • Igiene orale rigorosa: Utilizzo di antisettici orali delicati non alcolici per evitare la selezione di biofilm patogeni.
    • Risciacquo post-assunzione: Se si utilizzano formulazioni orali o sublinguali, è fondamentale sciacquare accuratamente la bocca per evitare il ristagno locale di residui ormonali.

    Perché gli AAS causano bruciore di stomaco?

    Gli steroidi anabolizzanti alterano la fisiologia gastrica attraverso percorsi mediati dagli ormoni con metabolismo epatico e interazioni recettoriali. La ricerca mostra che il testosterone e i suoi derivati ​​sintetici inibiscono gli enzimi epatici del citocromo P-450, lo stesso sistema che regola i modulatori della secrezione acida gastrica. Studi su ratti maschi trattati con analoghi del testosterone hanno mostrato importanti alterazioni nell’idrossilazione ormonale e hanno influenzato le funzioni gastriche.

    Il meccanismo si basa sui recettori H2 dell’istamina situati sulle cellule parietali gastriche. [1-3] Questi recettori stimolano la produzione di acido attraverso le vie dell’AMP ciclico. Gli androgeni ritardano la guarigione dell’ulcera gastrica in modo dose-dipendente e potenza-dipendente, riducono il flusso sanguigno, aumentano la secrezione di acido gastrico e innalzano le citochine proinfiammatorie (ad esempio, IL-1β e TNF-α). Gli steroidi anabolizzanti causano bruciore di stomaco interrompendo i normali meccanismi di feedback che regolano l’attività del recettore H2. Gli androgeni esogeni creano un ambiente ormonale in cui la secrezione di acido gastrico diventa disregolata, come nelle condizioni osservate negli stati ipersecretori.

    La capacità degli steroidi anabolizzanti di provocare bruciore di stomaco dipende dalla loro potenza androgena meno la loro potenza estrogenica e può essere rappresentata dall’equazione:

    Bruciore di stomaco = Adrogenicità – Estrogenicità

    Equazione 1: Equazione della potenza androgenica e del rischio di bruciore di stomaco.

    Utilizzando questo semplice approccio, possiamo rapidamente capire perché potenti androgeni non aromatizzabili come il Trenbolone, il Fluoximesterone (Halotestin®), il Methyldrostanolone (Superdrol) e persino l’Oxymetholone (Anadrol), che ha una androgenicità contenuta, sono diventati famigerati per causare bruciore di stomaco da steroidi, mentre il Testosterone (dal quale la conversione in E2 tende ad attenuare il bruciore di stomaco) e il Metandienone (Dianabol) [aromatizzabile in 17α-ME2, da non confondere con il 7α-ME2, il prodotto aromatico del Trestolone/MENT] sono raramente incolpati di causare questo side.

    Una domanda frequente su questo effetto collaterale da AAS è:

    D: Gli steroidi anabolizzanti possono scatenare un grave reflusso gastroesofageo?

    R: Sì, gli steroidi anabolizzanti possono scatenare una grave malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). Gli AAS alterano la fisiologia gastrica compromettendo i normali meccanismi di regolazione dell’acidità, inibendo gli enzimi epatici che controllano la funzione gastrica e stimolando un’eccessiva produzione di acido. Alcuni utilizzatori manifestano i sintomi più gravi di GERD durante i cicli di AAS, necessitando di dosi di farmaci più elevate rispetto a prima.

    Il metabolismo epatico fornisce un’altra via. Gli steroidi competono con i composti endogeni per i siti di legame del citocromo P-450, come dimostrato dalla ricerca sull’interazione della cimetidina con i microsomi epatici. [4-1] Questa competizione rallenta il metabolismo degli ormoni regolatori gastrici e ne prolunga gli effetti stimolanti l’acidità. La struttura ad anello imidazolico presente in alcuni steroidi si lega come ligando di tipo II al citocromo P-450 e inibisce la normale funzione enzimatica.

    C’è un altro motivo: il metabolismo del testosterone produce metaboliti che stimolano la mucosa gastrica. Studi hanno documentato un aumento dei prodotti idrosolubili e alterazioni nei modelli di idrossilazione degli steroidi, creando composti con proprietà irritanti per lo stomaco.

    Soluzioni rapide per il bruciore di stomaco indotto dagli steroidi

    Gli antagonisti del recettore H2 apportano il sollievo più diretto per il bruciore di stomaco causato dagli AAS bloccando la via di produzione di acido mediata dall’istamina discussa in precedenza. La Ranitidina (Zantac®) e la Famotidina (Pepcid®) rappresentano opzioni di seconda generazione che affrontano l’ipersecrezione di acido gastrico senza interferire con il metabolismo degli steroidi.

    Tabella comparativa delle classi di antiacidi per il sollievo dal bruciore di stomaco indotto da steroidi, con particolare attenzione agli antagonisti del recettore H2 preferiti come Famotidina e Ranitidina.

    Attenzione:

    Dosaggio clinicamente rilevante: Dosaggio secondo i regimi clinici standard per l’uomo: cimetidina (300 mg), ranitidina (50 mg) e famotidina (10 mg).

    Ranitidina: Si prega di notare che in alcuni paesi regolamentati (tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Canada), la ranitidina è stata ritirata dal mercato o richiamata a causa di problemi di sicurezza relativi alle impurità di NDMA.

    Il carbonato di calcio (ad es. Tums®) non è raccomandato nemmeno quotidianamente per una (1) settimana, ma per le riacutizzazioni gravi, è consigliabile utilizzarlo tamponato da un antagonista del recettore H2 per non più di tre (3) giorni nella stessa (1) settimana.

    Un altra domanda frequente

    D: Qual è il miglior antiacido da assumere con gli steroidi anabolizzanti?

    R: La Famotidina (Pepcid®) è considerata il gold standard per chi assume steroidi perché agisce sul problema dell’istamina alla radice, senza interferire con il metabolismo ormonale. Gli antagonisti dei recettori H2 sopprimono efficacemente la produzione di acido gastrico, preservando al contempo gli effetti desiderati degli steroidi anabolizzanti, a differenza della Cimetidina che può alterare il metabolismo del testosterone, influenzando negativamente il testosterone libero e biodisponibile. Gli antagonisti dei recettori H2 sono altamente efficaci nella guarigione delle ulcere duodenali esistenti (76% di remissione dopo 4 settimane)

    La differenza strutturale è importante. Ranitidina e famotidina non presentano anelli imidazolici ed evitano il legame con il citocromo P-450, che causa interazioni farmacologiche. Questi composti non hanno mostrato alcun effetto sui percorsi di idrossilazione ormonale identificabili, a differenza della cimetidina che ha ridotto la formazione di metaboliti polari e aumentato la produzione di 3-androstanediolo.

    Le evidenze cliniche ne supportano l’uso: studi controllati condotti in tutto il mondo hanno mostrato tassi di guarigione del 76% a 4 settimane per entrambi i farmaci. La Ranitidina ha dimostrato una particolare efficacia nel sopprimere l’ipersecrezione gastrica resistente ad altri trattamenti.

    Strategie di prevenzione a lungo termine

    L’infografica mostra l’efficacia dell’assunzione serale di antagonisti dei recettori H2 e di un’alimentazione strategica pre-allenamento nel prevenire le recidive di bruciore di stomaco durante i cicli di steroidi anabolizzanti.[Fonte immagine: Gear, Growth, and Gains | Enhanced Bodybuilding | Type-IIx | Substack]

    Assunzione notturna

    I protocolli di mantenimento vanno oltre la gestione dei sintomi acuti e affrontano la natura ricorrente e corrosiva del bruciore di stomaco causato dagli steroidi anabolizzanti durante i cicli prolungati. La somministrazione notturna mira a controllare la secrezione acida notturna, quando il pH gastrico si abbassa e i sintomi del reflusso si intensificano.

    Un altra domanda frequente

    D: Come possono i bodybuilder prevenire il reflusso acido durante l’uso di AAS?

    R: Le strategie di prevenzione includono l’assunzione di antagonisti dei recettori H2 prima di coricarsi durante tutto il ciclo, occasionalmente tamponati con carbonato di calcio, il consumo di pasti a basso contenuto proteico e ad alto contenuto di carboidrati prima dell’allenamento, l’assunzione di una quantità adeguata di acqua e l’evitare alimenti scatenanti come cioccolato, cibi piccanti e caffeina.


    I pazienti che interrompono l’assunzione di inibitori della pompa protonica (IPP) dopo la risoluzione dei sintomi spesso vanno incontro a una rapida ricaduta. Gli studi hanno documentato che i tassi di guarigione raggiungono il 76% a 4 settimane e l’87% a 6 settimane, tuttavia l’interruzione del trattamento provoca una ricaduta nella maggior parte dei soggetti entro 12 mesi.

    Strategie nutrizionali pre-allenamento:

    Limita proteine, spezie e caffeina. Preferisci carboidrati pre-allenamento (neutralità a livello dell’indice glicemico e substrato energetico glicolitico per un intenso lavoro muscolare) e liquidi ad alto pH neutro, come un frullato contenente Ciclodestrine altamente ramificate o Maltodestrina in un rapporto di 3:1 o superiore rispetto alle proteine ​​(inclusi gli EAA).

    Punti chiave sottoforma di domande:

    D1. Cosa aiuta ad alleviare il bruciore di stomaco causato dagli steroidi? Assumere antiacidi con ogni dose di steroidi è molto efficace nel ridurre i sintomi digestivi. Gli antagonisti dei recettori H2 come la famotidina e la ranitidina forniscono un sollievo diretto bloccando la produzione di acido senza interferire con il metabolismo degli steroidi. Questi farmaci agiscono sull’ipersecrezione di acido gastrico e possono ridurre significativamente i sintomi in pochi giorni se usati con costanza.

    D2. Quale antiacido è meglio assumere con gli steroidi anabolizzanti? La famotidina (Pepcid) e la ranitidina sono le opzioni preferite da chi assume steroidi perché non interferiscono con il metabolismo ormonale. Questi antagonisti dei recettori H2 sopprimono efficacemente la produzione di acido gastrico preservando gli effetti desiderati degli steroidi anabolizzanti, a differenza della cimetidina che può alterare il metabolismo del testosterone.

    D3. Gli steroidi anabolizzanti possono scatenare un grave reflusso acido? Sì, gli steroidi anabolizzanti possono scatenare una grave malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). Gli steroidi alterano la fisiologia gastrica compromettendo i normali meccanismi di regolazione dell’acidità, inibendo gli enzimi epatici che controllano la funzione gastrica e stimolando un’eccessiva produzione di acido. Alcuni utilizzatori manifestano i sintomi più gravi di reflusso gastroesofageo durante i cicli di steroidi, richiedendo dosi di farmaci più elevate rispetto a prima.

    D4. Come possono i bodybuilder prevenire il reflusso acido durante l’uso di steroidi? Le strategie di prevenzione includono l’assunzione di antagonisti dei recettori H2 prima di coricarsi durante tutto il ciclo, occasionalmente tamponati con carbonato di calcio, pasti a basso contenuto proteico e ad alto contenuto di carboidrati prima dell’allenamento, bere acqua a sufficienza ed evitare cibi che scatenano il reflusso come cioccolato, cibi piccanti e caffeina.

    D5. Perché il bruciore di stomaco ritorna dopo aver interrotto l’assunzione di farmaci per il reflusso acido durante un ciclo di steroidi? Il bruciore di stomaco ritorna perché gli antagonisti dei recettori H2 riparano il danno ma non curano la disfunzione di base che gli steroidi creano nella regolazione dell’acidità gastrica. Gli studi mostrano tassi di recidiva del 50-90% entro un anno dall’interruzione del trattamento, motivo per cui è necessaria una terapia di mantenimento continua a basse dosi durante tutto il ciclo di steroidi, piuttosto che un uso intermittente.

    Conclusione

    Bodybuilder’s guide to harm reduction strategies including responsible use, medical supervision, safe administration, nutrition, dosage, and mental health tips.

    Gli steroidi anabolizzanti alterano la normale regolazione dell’acidità gastrica e danneggiano la mucosa dello stomaco, causando bruciore di stomaco e reflusso acido in molti utilizzatori. Questo articolo analizza i meccanismi alla base del bruciore di stomaco indotto dagli steroidi, evidenziando il ruolo degli antagonisti dei recettori H2, come famotidina e ranitidina, come efficaci opzioni di sollievo che non interferiscono con il metabolismo degli steroidi. Sottolinea inoltre l’importanza di una terapia di mantenimento continua a basse dosi durante i cicli di steroidi per prevenire le ricadute e proteggere la salute dell’apparato digerente. Consigli pratici sulla scelta dei farmaci, le strategie di dosaggio e le modifiche dello stile di vita assicurano agli utilizzatori la possibilità di gestire i sintomi senza compromettere l’allenamento o i protocolli ormonali.

    Inoltre, abbiamo visto che l’uso/abuso di AAS altera profondamente il microbiota umano, compromettendo la diversità batterica e influenzando l’asse intestino-ormoni. L’assunzione di AAS orali danneggia direttamente l’intestino e l’intero apparato digerente a causa del loro transito forzato nel sistema gastrointestinale.

    Attualmente, chi fa uso di steroidi anabolizzanti-androgeni (AAS) a lungo termine ha a disposizione soluzioni basate su evidenze scientifiche per gestire il bruciore di stomaco e le problematiche intestinali. Famotidina e ranitidina offrono un sollievo immediato senza interferire con il metabolismo e agiscono sull’ipersecrezione di acido gastrico, preservando al contempo i protocolli ormonali. La scelta di “androgeni attenuati” e/o l’evitamento di AAS orali può essere una pratica riduttiva delle problematiche intestinali; l’interruzione dell’uso o il passaggio in TRT risultano, a volte, le uniche scelte intelligenti da applicare. È comunque fondamentale comprendere che la terapia di mantenimento “nati-acido” durante i cicli previene le ricadute, non si tratta solo di un trattamento reattivo. Chi avverte bruciore può seguire questi protocolli e aspettarsi una riduzione dei sintomi più importanti entro pochi giorni. Una corretta gestione gastrica garantirà che le complicazioni digestive non compromettano i progressi dell’allenamento o i risultati del ciclo.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

    Riferimenti:

    Colesterolo – dalla biosintesi ai trattamenti della ipercolesterolemia – II° ed ultima Parte.

    Introduzione:

    Nella prima parte di questa disamina sul Colesterolo e quanto ne concerne partendo dalla biosintesi per poi passare alle funzioni fisiologiche e le alterazioni con patologie connesse, in questa seconda ed ultima parte vedremo da vicino le terapia ad oggi in uso clinico per trattare l’ipercolesterolemia.

    La terapia classica, esemplificata dalle Statine, ha rivoluzionato la prevenzione delle malattie cardiovascolari inibendo l’HMGCR. Nonostante la loro efficacia, l’intolleranza alle Statine e il rischio cardiovascolare residuo persistono, in particolare nei disturbi genetici come l’ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), spingendo lo sviluppo di terapie di nuova generazione. Una pietra miliare significativa in questa evoluzione è l’avvento degli inibitori di PCSK9. Gli anticorpi monoclonali, come Evolocumab e Alirocumab, raggiungono una sostanziale riduzione del LDL bloccando l’interazione PCSK9-LDLR. Il paradigma è ulteriormente cambiato con Inclisiran, una terapia a base di siRNA che consente la somministrazione semestrale attraverso il targeting degli epatociti mediato da GalNAc. Ciò esemplifica la transizione dal trattamento cronico a strategie di silenziamento genico durature. Inoltre, agenti non statinici come Ezetimibe e sequestranti degli acidi biliari hanno ampliato l’arsenale terapeutico. Essi agiscono sull’assorbimento intestinale del Colesterolo e sul ricircolo degli acidi biliari. Nei casi refrattari come l’ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), gli inibitori di ANGPTL3 (come Evinacumab) e gli inibitori di MTP (come Lomitapide) aprono nuove prospettive di sopravvivenza per i pazienti che in precedenza non avevano “alcun farmaco disponibile” attraverso vie indipendenti da LDLR.

    Sebbene questi interventi riducano efficacemente l’LDL circolante, il loro approccio fondamentale, basato sulla soppressione della biodisponibilità del Colesterolo endogeno, merita un esame critico. Dato il ruolo indispensabile del Colesterolo nell’integrità delle membrane, nella sintesi dei neurosteroidi e nella produzione di acidi biliari, le conseguenze a lungo termine della deplezione sistemica di colesterolo rimangono ancora poco chiare. Le evidenze emergenti di effetti avversi associati alle Statine (ad esempio, aumento del rischio di diabete, miopatia e incidenza paradossale di tumori con l’uso prolungato) e il “paradosso della Niacina” (riduzione del colesterolo LDL senza benefici cardiovascolari) sottolineano i potenziali limiti di questa strategia.

    Ogni classe farmacologica verrà esaminata criticamente in termini di meccanismi molecolari, farmacocinetica, indicazioni cliniche, profili di sicurezza, potenziale di interazione farmacologica e considerazioni farmacogenetiche rilevanti.
    Sebbene l’introduzione di nuovi agenti ipolipemizzanti rappresenti un importante progresso nella prevenzione cardiovascolare, la loro ampia diffusione è mitigata da considerazioni di costo-efficacia e allocazione delle risorse sanitarie. Terapie come gli inibitori di PCSK9, Inclisiran ed Evinacumab sono associate a costi di acquisizione sostanzialmente più elevati rispetto alle Statine tradizionali o all’Ezetimibe, sollevando interrogativi sulla loro sostenibilità economica, soprattutto in contesti di prevenzione primaria.
    Integrando i risultati di studi clinici randomizzati cardine, dati del mondo reale e linee guida in continuo aggiornamento, questa seconda parte offre una valutazione completa e aggiornata dell’armamentario terapeutico per la dislipidemia. L’adozione di questi agenti emergenti preannuncia un passaggio verso strategie di gestione dei lipidi più personalizzate, basate sui meccanismi e adattate al rischio. Man mano che il settore continua a progredire, clinici, ricercatori e responsabili politici avranno bisogno di una comprensione approfondita di queste innovazioni per ottimizzare la prevenzione cardiovascolare e migliorare gli esiti a lungo termine in diverse popolazioni di pazienti.

    Trattamenti farmacologici per la dislipidemia/ipercolesterolemia

    • Statine [inibitori dell’HMGCR].

    La scoperta delle Statine rappresenta una pietra miliare nel campo della gestione del colesterolo. Nel 1973, lo screening pionieristico di 3.800 ceppi fungini condotto da Akira Endo portò alla scoperta della Mevastatina (Compactina), il primo inibitore dell’HMGCR identificato. Questa scoperta fondamentale aprì la strada al successivo sviluppo della Lovastatina da parte di Merck Pharmaceuticals nel 1987, che divenne la prima Statina approvata clinicamente. Grazie alla continua ottimizzazione molecolare, le successive generazioni di Statine hanno raggiunto una maggiore potenza e specificità, in particolare la Simvastatina (Zocor®), l’Atorvastatina (Lipitor®) e la Rosuvastatina (Crestor®), dimostrando un’efficacia nella riduzione del LDL che varia dal 25 al 60% negli studi clinici. Essendo i farmaci ipocolesterolemizzanti più prescritti al mondo, le Statine rimangono la pietra angolare della terapia per la gestione dell’ipercolesterolemia.

    Dal punto di vista meccanicistico, le Statine esercitano i loro effetti inibendo l’attività dell’HMGCR, riducendo così la sintesi del Colesterolo e attivando l’SREBP2 nel reticolo endoplasmatico. Legandosi agli elementi regolatori degli steroli (SRE) nel promotore dell’LDLR, l’SREBP2 potenzia la sintesi dell’LDLR, portando a un maggiore assorbimento di LDL-C circolante. Questo meccanismo di feedback finemente regolato bilancia i livelli di Colesterolo intracellulare riducendo al contempo le concentrazioni di LDL-C circolante. In particolare, le Statine conferiscono una protezione cardiovascolare persistente attraverso effetti pleiotropici, tra cui la stabilizzazione della placca e il miglioramento della funzione endoteliale, che contribuiscono alla riduzione del rischio residuo anche dopo la cessazione del trattamento. Tuttavia, gli effetti avversi dose-dipendenti, come i sintomi muscolari associati alle Statine (SAMS), l’aumento asintomatico delle transaminasi epatiche, la calcificazione della placca e la rara rabdomiolisi, richiedono un attento monitoraggio clinico.

    Simvastatina (Zocor®), l’Atorvastatina (Lipitor®) e la Rosuvastatina (Crestor®) sono generalemte somministrate al dosaggio dai 10 ai 40mg/die per la Simvastatina, da 10 a 80mg/die per la Atorvastatina e da 5 a 40mg/die per la Rosuvastatina.

    I più comuni effetti collaterali derivanti dall’uso di Statine includono dolori muscolari (mialgie), lievi disturbi gastrointestinali e un potenziale aumento della glicemia. In rari casi, possono provocare tossicità muscolare grave o alterazioni epatiche. Alcuni pazienti riportano stanchezza generale, spesso legata alla riduzione dei livelli di Coenzima Q10 cellulare e ne viene spesso indicata la co-somministrazione.

    • Niacina
    Molecola di Niacina


    La Niacina, nota anche come vitamina B3 o acido nicotinico, è un micronutriente essenziale necessario per la sintesi di NAD. Storicamente, la niacina è stata una terapia di prima linea per la dislipidemia. Inibendo la lipolisi del tessuto adiposo, riduce l’apporto di acidi grassi liberi necessari per la sintesi epatica dei trigliceridi, diminuendo così la produzione di VLDL e, secondariamente, l’LDL circolante; allo stesso tempo, rimane l’agente più potente per aumentare il Colesterolo HDL e può ridurre i Trigliceridi del 20-35%. Questi effetti hanno reso la Niacina un valido coadiuvante per l’iperlipidemia familiare e altre forme gravi di ipercolesterolemia. Nell’era delle Statine, tuttavia, ampi studi clinici hanno dimostrato che l’aggiunta di Niacina alla terapia intensiva con Statine, nonostante un ulteriore miglioramento del profilo lipidico, non conferisce un’ulteriore riduzione del rischio cardiovascolare e può persino aumentare la mortalità complessiva, un’osservazione definita “paradosso della Niacina”. Ciò suggerisce che l’influenza della Niacina sugli eventi cardiovascolari coinvolge percorsi che sono indipendenti o non adeguatamente catturati dai suoi tradizionali meccanismi di modulazione del Colesterolo.

    Negli adulti, il dosaggio giornaliero della Niacina è dai 500mg a 2g da una a tre volte al giorno.

    I più comuni effetti collaterali da assunzione di Niacina includono vampate di calore, arrossamenti, prurito, nausea, alterazioni delle transaminasi, aumento della glicemia e vertigini. Le vampate e arrossamenti (Flushing) sono l’effetto più comune della Niacina. Si manifesta con sensazione di calore, rossore e formicolio a viso e collo, spesso accentuati da alcol, attività fisica o cibi piccanti. Alcuni studi indicano che dosi eccessive (e l’accumulo di specifici metaboliti) sono associati a infiammazione vascolare e aumento del rischio di ictus o infarto.

    In Italia non esistono più farmaci registrati come ipolipemizzanti a base di Niacina pura (Acido Nicotinico) per il trattamento del colesterolo e dei Trigliceridi.

    I vecchi medicinali specialistici (come Tredaptive o Pelzont) sono stati ritirati dal commercio e la loro autorizzazione è stata revocata a causa di un bilancio rischio/beneficio sfavorevole, legato soprattutto agli effetti collaterali.

    In sostituzione della Niacina tradizionale per il controllo dei lipidi nel sangue, l’unico farmaco prescrivibile in Italia è un suo derivato sintetico: Acipimox.

    L’Acipimox (noto in commercio come Olbetam) è un farmaco ipolipemizzante derivato dell’Acido Nicotinico. Viene utilizzato per ridurre i livelli ematici di Trigliceridi e VLDL in pazienti con dislipidemie primitive o secondarie che non rispondono adeguatamente a dieta, statine o fibrati.

    L’Acipimox inibisce la lipolisi nel tessuto adiposo, riducendo la quantità di acidi grassi liberi che raggiungono il fegato. Di conseguenza, il fegato produce meno lipoproteine a bassissima densità (VLDL), abbassando i livelli di Trigliceridi e, indirettamente, del Colesterolo nel sangue.

    Il farmaco è indicato per il trattamento di specifiche alterazioni dei lipidi nel sangue:

    • Ipertrigliceridemia isolata (iperlipoproteinemia di tipo IV).
    • Ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia miste (iperlipoproteinemia di tipo IIb).
    • Va sempre associato a modifiche dello stile di vita (dieta ipolipidica ed esercizio fisico).

    Essendo una molecola modificata dalla Niacina, è un agonista meno potente sui recettori cutanei che scatenano il flushing. Pur potendo causare arrossamento, questo è nettamente meno frequente, meno severo e più tollerabile rispetto alla Niacina.

    Ai dosaggi standard non interferisce con il metabolismo del glucosio né altera l’acido urico. Per questa ragione, l’Acipimox è storicamente preferito nei pazienti dislipidemici che soffrono anche di diabete di tipo 2 o sindrome metabolica.

    L’Acipimox mantiene un’ottima efficacia nella riduzione dei trigliceridi (e VLDL), ma ha un effetto decisamente più modesto o limitato sulla riduzione del colesterolo LDL e sull’innalzamento dell’HDL rispetto alla Niacina tradizionale.

    Nelle prime fasi del trattamento con Acipimox possono manifestarsi alcuni disturbi, che spesso tendono a regredire con la continuazione della terapia:

    • Rossore (vasodilatazione cutanea), sensazione di calore e prurito.
    • Disturbi gastrointestinali (nausea, gastrite, dolori addominali).
    • Cefalea e astenia (stanchezza).
    • Ezetimibe [azione sul recettore NPC1L1].
    Molecola di Ezetimibe

    Originariamente sviluppato da Schering-Plough Pharmaceuticals, l’ezetimibe rappresenta il primo inibitore dell’assorbimento del colesterolo di questa classe che si rivolge specificamente al recettore NPC1L1. Meccanicisticamente, questo agente terapeutico riduce l’assorbimento intestinale del colesterolo attraverso l’inibizione selettiva del sistema di trasporto del colesterolo mediato dal recettore NPC1L1 nella membrana a orletto a spazzola degli enterociti. Legandosi in modo competitivo al dominio extracellulare di NPC1L1, l’Ezetimibe blocca efficacemente il processo di internalizzazione del colesterolo e dei fitosteroli dalle micelle intestinali, impedendone così la successiva incorporazione nei chilomicroni per il trasporto epatico. Questa azione farmacologica crea un duplice effetto terapeutico: (1) riduzione diretta dell’assorbimento del colesterolo alimentare e (2) miglioramento indiretto della clearance delle LDL circolanti. La diminuzione dell’afflusso di colesterolo epatico innesca una sovraregolazione compensatoria dell’LDLR sugli epatociti, migliorando significativamente la rimozione delle particelle LDL circolanti dal flusso sanguigno. In particolare, l’attività terapeutica dell’ezetimibe è prevalentemente localizzata all’interno del sistema circolatorio enteroepatico, con conseguente minima esposizione sistemica (biodisponibilità < 5%) e, di conseguenza, bassi rischi di interazioni farmacocinetiche tra farmaci. Clinicamente, l’ezetimibe dimostra effetti sinergici se combinato con la terapia con statine, producendo una riduzione incrementale del 15-20% dei livelli di LDL-C rispetto alla monoterapia con statine. Questa strategia di combinazione è stata validata in numerosi studi clinici randomizzati controllati per migliorare significativamente gli esiti cardiovascolari nelle popolazioni ad alto rischio. Il profilo di sicurezza dell’ezetimibe rimane favorevole, con ampi studi clinici che documentano l’assenza di un aumento significativo di gravi effetti avversi rispetto al placebo, rendendolo particolarmente adatto per la gestione lipidica a lungo termine.

    La dose abituale di Ezetimibe per adulti in caso di iperlipidemia è di 10mg per via orale una volta al giorno.

    L’Ezetimibe è generalmente ben tollerato, con effetti collaterali lievi e transitori:

    • Disturbi gastrointestinali: dolore addominale, diarrea, flatulenza e senso di gonfiore.
    • Stanchezza generale: astenia o affaticamento insolito.
    • Sintomi simil-influenzali: tosse o lievi infezioni alle vie respiratorie.
    • Più rari:
    • Miopatia e rabdomiolisi: grave danno o debolezza muscolare con rischio di tossicità renale (le urine possono diventare scure). Il rischio aumenta se combinato con statine o fibrati.
      Epatite: infiammazione del fegato che si manifesta con ingiallimento degli occhi o della pelle (ittero) e dolore addominale superiore destro.
      Pancreatite: grave infiammazione del pancreas con forti dolori allo stomaco che si irradiano alla schiena.
      Reazioni allergiche severe: angioedema (gonfiore di viso, labbra o lingua), orticaria ed eruzioni cutanee estese.

    L’aggiunta della Statine può modificare la frequenza o la tipologia di alcuni sintomi:

    • Cefalea: mal di testa frequente.
    • Mialgia: dolori o indolenzimenti muscolari.
    • Disturbi gastrici: nausea, indigestione o bruciore di stomaco.
    • Alterazioni epatiche: aumento delle transaminasi (enzimi del fegato) nei test del sangue.
    • Parestesie: sensazioni di formicolio, intorpidimento o pizzicore agli arti.
    • Acido Bempedoico
    Molecola di Acido Bempedoico

    L’Acido Bempedoico è un profarmaco orale, da assumere una volta al giorno, che viene attivato selettivamente negli epatociti dalla sintetasi 1 dell’acil-CoA a catena molto lunga (ACSVL1, codificata dal gene SLC27A2). Una volta attivato, l’acido bempedoico viene convertito in bempedoico acido-CoA, che funge da potente e selettivo inibitore dell’ATP-citrato liasi (ACLY), l’enzima che catalizza la fase limitante della biosintesi del colesterolo e degli acidi grassi. Riducendo la biosintesi epatica del colesterolo, l’acido bempedoico innesca la sovraregolazione del LDLR mediata da SREBP2, accelerando la clearance del LDL-C e abbassando i livelli plasmatici di LDL-C. Poiché l’ACSVL1 è assente nel muscolo scheletrico, l’acido bempedoico evita gli effetti collaterali mialgici comuni alle statine, rendendolo una terapia autonoma o aggiuntiva approvata dalla FDA (febbraio 2020) — commercializzata come Nexletol — per i pazienti intolleranti alle statine.

    La bioattivazione specifica del Acido Bempedoico nel fegato minimizza l’esposizione sistemica e riduce significativamente il rischio di effetti avversi a carico del muscolo osservati con le statine. Una volta convertito nella sua forma attiva (metabolita attivo), il bempedoil-CoA inibisce l’enzima ACL, riducendo così la produzione epatica di acetil-CoA, un precursore essenziale nella sintesi del colesterolo e degli acidi grassi. La diminuzione del colesterolo intracellulare porta a una sovraregolazione dei LDLR, con conseguente aumento della clearance del colesterolo LDL circolante. La sovraregolazione dei LDLR, a seguito della diminuzione del colesterolo intracellulare, fa parte di un meccanismo di autoregolazione degli epatociti (feedback negativo) con un ruolo nel mantenimento dell’omeostasi lipidica intracellulare, incluso il colesterolo. Pertanto, le cellule epatiche assicurano il loro livello ottimale di colesterolo per le esigenze metaboliche, senza produrre un eccessivo accumulo intracellulare di colesterolo. Più specificamente, la diminuzione del colesterolo intracellulare innesca una cascata di regolazione genica mediata dal fattore SREBP-2 (Sterol Regulatory Element-Binding Protein 2), uno dei tre membri della famiglia SREBP. Si tratta di un fattore di trascrizione ubiquitario, espresso nella maggior parte delle cellule, ma con un’attività particolarmente intensa nel fegato. In condizioni normali, SREBP-2 viene sintetizzato come una proteina inattiva legata alla membrana e attaccata al reticolo endoplasmatico. Nelle cellule carenti di colesterolo/con carenza di colesterolo, SREBP-2 viene trasportato all’apparato di Golgi, dove subisce una scissione proteolitica che rilascia il suo frammento attivo (nSREBP2). Successivamente, nSREBP-2 viene traslocato nel nucleo, dove si lega all’elemento regolatore degli steroli (SRE) nel promotore del gene LDLR, stimolandone la trascrizione.
    Poiché l’ACL è posizionato a monte dell’HMG-CoA reduttasi nella via del mevalonato, l’acido bempedoico può essere utilizzato in sinergia con le statine o l’ezetimibe. Inoltre, evidenze precliniche suggeriscono che l’acido bempedoico possa attivare la proteina chinasi attivata da AMP (AMPK), contribuendo potenzialmente agli effetti antinfiammatori e metabolici, sebbene la rilevanza clinica di questo meccanismo sia ancora oggetto di studio.

    L’acido bempedoico è indicato per pazienti adulti con ipercolesterolemia primaria (sia familiare che non familiare), ASCVD accertata o intolleranza alle statine. Il suo ruolo è sempre più riconosciuto nei pazienti ad alto e altissimo rischio cardiovascolare che non raggiungono i valori target di LDL-C con il solo trattamento con statine, fornendo riduzioni di LDL-C di circa il 17-28% in monoterapia e fino al 48% in combinazione con ezetimibe. Nell’ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH), in cui i pazienti presentano mutazioni che influenzano la funzione del recettore LDLR, l’acido bempedoico può aumentare la clearance dell’LDL-C mediante la regolazione positiva di questi recettori. Nelle forme poligeniche o non familiari di ipercolesterolemia, rappresenta un valido coadiuvante quando le misure dietetiche e la terapia con statine sono insufficienti.

    La dose raccomandata di acido bempedoico è di 180 mg per via orale una volta al giorno, con o senza cibo. È disponibile in compresse per monoterapia e in combinazione a dose fissa con ezetimibe (10 mg). Non è necessario alcun aggiustamento del dosaggio in base all’età, al sesso o in presenza di insufficienza renale o epatica da lieve a moderata.

    L’acido bempedoico ha dimostrato un profilo di sicurezza favorevole, con una bassa incidenza di eventi avversi a carico della muscolatura. A differenza delle statine, non aumenta il rischio di mialgia, miopatia o rabdomiolisi, rappresentando quindi un’opzione valida per i pazienti con una storia di sintomi muscolari associati all’uso di statine. Nonostante il suo profilo di sicurezza complessivamente favorevole, l’acido bempedoico è associato ad alcuni effetti avversi che richiedono un’attenta valutazione clinica. In particolare, può indurre iperuricemia a causa dell’inibizione del trasportatore renale di anioni organici 2 (OAT2), che riduce l’escrezione di acido urico e aumenta i livelli sierici di urato. Sono stati inoltre osservati lievi aumenti delle transaminasi epatiche, in particolare dell’alanina aminotransferasi (ALT) e dell’aspartato aminotransferasi (AST), solitamente asintomatici e reversibili dopo l’interruzione del trattamento con acido bempedoico. Altri eventi avversi comunemente riportati, come nasofaringite, infezioni del tratto urinario e mal di schiena, si sono verificati con frequenze simili a quelle del placebo e generalmente non sono considerati clinicamente significativi. Nel complesso, l’acido bempedoico dimostra un profilo di sicurezza favorevole, soprattutto se confrontato con le statine, grazie alla bassa incidenza di tossicità a carico della muscolatura.

    L’acido bempedoico presenta un profilo di interazione farmacologica favorevole, in gran parte dovuto al fatto che il suo metabolismo è indipendente dal sistema del citocromo P450. Non è né substrato, né induttore, né inibitore degli enzimi CYP, il che consente una co-somministrazione più sicura con una varietà di farmaci cardiovascolari. Tuttavia, l’acido bempedoico interagisce con le proteine ​​di trasporto renali ed epatiche. È un debole inibitore dei trasportatori di anioni organici OAT2 e OAT3, il che può portare a lievi aumenti dell’acido urico sierico e richiede cautela nei pazienti con gotta o disfunzione renale. L’acido bempedoico inibisce anche i trasportatori di captazione epatica OATP1B1 e OATP1B3, il che può influenzare la farmacocinetica di alcune statine. In particolare, l’esposizione alla simvastatina risulta aumentata e pertanto la sua dose dovrebbe essere limitata a un massimo di 20 mg/giorno. Altre statine (ad esempio, pravastatina, atorvastatina, rosuvastatina) possono richiedere un attento monitoraggio, soprattutto nei pazienti anziani o in quelli che assumono più farmaci.

    • Inibitori di PCSK9

    Gli inibitori di PCSK9 sono una moderna classe di farmaci ipolipemizzanti utilizzati principalmente per la gestione della dislipidemia e delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche (ASCVD). Questa classe farmacologica è stata sempre più integrata nella pratica clinica contemporanea, con il suo ruolo formalmente riconosciuto nelle principali linee guida internazionali come pilastro della terapia ipolipemizzante aggiuntiva nel contesto della prevenzione cardiovascolare ad alto rischio. I due principali agenti attualmente approvati per l’uso clinico sono Alirocumab ed Evolocumab. Si tratta di anticorpi monoclonali completamente umani che si legano specificamente al PCSK9 circolante, inibendone l’interazione con LDLR. Questa classe di inibitori è emersa per rispondere a importanti esigenze cliniche. Molti pazienti ad altissimo rischio di eventi cardiovascolari non raggiungono i loro obiettivi di LDL-C nonostante l’uso di statine ad alta intensità ed ezetimibe. Inoltre, alcuni pazienti sono intolleranti alle statine o manifestano effetti avversi che ne impediscono l’uso ottimale. Gli inibitori di PCSK9 offrono una soluzione efficace, sicura e ben tollerata in questi casi, con solide prove derivanti da ampi studi randomizzati a supporto dei loro benefici cardiovascolari.

    La proteina PCSK9 è sintetizzata prevalentemente dagli epatociti e secreta nella circolazione sistemica. In condizioni fisiologiche, la PCSK9 si lega al recettore LDLR sulla superficie delle cellule epatiche. Dopo l’internalizzazione del complesso PCSK9-LDLR, la PCSK9 promuove la degradazione lisosomiale del recettore, riducendone così la disponibilità per il riciclo sulla superficie cellulare. Questo meccanismo determina una riduzione del numero di recettori LDLR sulla superficie degli epatociti e, di conseguenza, una minore eliminazione del colesterolo LDL dalla circolazione. Gli anticorpi monoclonali, come alirocumab ed evolocumab, inibiscono questo processo legandosi alla PCSK9 circolante, impedendone l’interazione con i recettori LDLR.

    Questa preservazione dei recettori LDLR migliora il riciclo dei recettori e aumenta la clearance epatica del colesterolo LDL. Di conseguenza, il trattamento con questi agenti può ridurre i livelli di colesterolo LDL di circa il 50-70%, a seconda dei valori basali e della terapia ipolipemizzante concomitante. Questo meccanismo rappresenta un cambio di paradigma nella gestione della dislipidemia, in quanto mira a prevenire la degradazione dei recettori LDLR, piuttosto che inibire la sintesi del colesterolo, e ha dimostrato di avere un impatto clinico significativo nella riduzione del rischio cardiovascolare.

    Questi farmaci sono raccomandati principalmente per individui ad alto o altissimo rischio cardiovascolare che non riescono a raggiungere i target terapeutici per l’LDL, nonostante l’uso della dose massima tollerata di statine, da sole o in combinazione con Ezetimibe. Un’indicazione chiave per gli inibitori di PCSK9 è la prevenzione secondaria delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche in pazienti con anamnesi di infarto miocardico, ictus ischemico o arteriopatia periferica sintomatica. In questa popolazione, il mancato raggiungimento di livelli di LDL inferiori a 55 mg/dL, secondo le linee guida europee, o inferiori a 70 mg/dL, secondo le raccomandazioni americane, indica chiaramente la necessità di iniziare la terapia con inibitori di PCSK9.

    Sia alirocumab che evolocumab vengono somministrati tramite iniezione sottocutanea e possono essere auto-iniettati dai pazienti dopo aver ricevuto le opportune istruzioni. Evolocumab offre due regimi di trattamento: 140 mg ogni due settimane o 420 mg una volta al mese. Entrambe le opzioni dimostrano un’equivalenza clinica nella riduzione dei livelli di LDL-C e nella protezione cardiovascolare. Il trattamento con alirocumab viene generalmente iniziato con una dose di 75 mg ogni due settimane, con la possibilità di aumentare a 150 mg ogni due settimane in base ai livelli di LDL-C e agli obiettivi terapeutici. In determinate situazioni cliniche, può essere utilizzata anche una dose mensile di 300 mg.

    Gli effetti collaterali sistemici sono rari e possono includere nasofaringite, sintomi simil-influenzali e cefalea. In particolare, si osserva una bassa incidenza di sintomi muscoloscheletrici e il trattamento con inibitori di PCSK9 non è stato associato alla miopatia o alla rabdomiolisi comunemente riscontrate nei pazienti intolleranti alle statine. Inoltre, i dati di follow-up a lungo termine del trattamento con inibitori di PCSK9 non hanno confermato i timori relativi a epatotossicità, insufficienza renale o declino neurocognitivo.

    Si raccomanda cautela nella somministrazione di inibitori di PCSK9 in concomitanza con agenti che influenzano la risposta immunitaria, come corticosteroidi o immunosoppressori, a causa del rischio teorico di ridotta efficacia o di una maggiore risposta immunitaria agli anticorpi monoclonali. Sebbene la combinazione di inibitori di PCSK9 con anticoagulanti o antiaggreganti piastrinici non sia strettamente vietata, è necessario procedere con cautela, poiché sono stati segnalati rari eventi emorragici in ampi studi clinici incentrati sugli esiti cardiovascolari, sebbene non sia stata stabilita una chiara relazione causale. Non vi sono prove di interazioni significative tra inibitori di PCSK9 e ipoglicemizzanti orali o farmaci antipertensivi, il che consente la loro co-somministrazione sicura. Tuttavia, in ambito clinico, è fondamentale monitorare i potenziali effetti additivi sulla funzione epatica, in particolare quando vengono utilizzati insieme più farmaci ipolipemizzanti.

    • Terapie con siRNA

    Gli siRNA (small interfering RNA) rappresentano una classe innovativa di terapie di silenziamento genico che modulano l’espressione genica a livello post-trascrizionale attivando la via endogena dell’interferenza dell’RNA (RNAi). Nel contesto della dislipidemia, le terapie basate sugli siRNA si sono rivelate soluzioni promettenti per colpire i geni epatici essenziali coinvolti nel metabolismo lipidico. Queste terapie forniscono effetti ipolipemizzanti di lunga durata con ridotte esigenze di somministrazione. Tra queste, l’inclisiran è attualmente l’agente ipolipemizzante siRNA più avanzato e clinicamente approvato. È specificamente progettato per inibire la sintesi epatica di PCSK9, un regolatore centrale della clearance del colesterolo LDL. A differenza delle terapie ipolipemizzanti convenzionali, come le statine, l’Ezetimibe e gli anticorpi monoclonali che prendono di mira PCSK9, che agiscono a livello proteico o recettoriale, l’Inclisiran agisce a monte degradando l’RNA messaggero di PCSK9. Questo meccanismo blocca la sintesi proteica inibendo la traduzione proteica. Inclisiran esemplifica l’integrazione della farmacologia di precisione con la biotecnologia dell’RNA. Utilizza un sistema di rilascio mirato agli epatociti basato sulla coniugazione con N-acetilgalattosamina (GalNAc), garantendo specificità tissutale, maggiore potenza ed efficacia sostenuta a lungo termine.

    L’inclisiran esercita il suo effetto ipolipemizzante sfruttando la via endogena dell’interferenza dell’RNA, riducendo specificamente la sintesi epatica di PCSK9. La molecola è un siRNA a doppio filamento chimicamente stabilizzato, coniugato a N-acetilgalattosamina triantennaria, che facilita l’assorbimento selettivo negli epatociti legandosi al recettore delle asialoglicoproteine ​​(ASGPR), abbondantemente espresso sulla superficie delle cellule epatiche. Dopo l’internalizzazione, l’inclisiran si dissocia e il filamento antisenso viene incorporato nel complesso di silenziamento indotto dall’RNA (RISC). Questo complesso si lega successivamente all’mRNA complementare di PCSK9, causandone la degradazione e bloccandone la traduzione in proteine ​​funzionali.
    Riducendo i livelli intracellulari di PCSK9, l’inclisiran aumenta indirettamente il numero di LDLR disponibili sulla superficie degli epatociti. Poiché PCSK9 promuove la degradazione lisosomiale dei LDLR, la sua inibizione della sintesi determina un aumento del riciclo del recettore e una maggiore eliminazione del colesterolo LDL circolante. È importante notare che questo meccanismo causa un effetto prolungato sui livelli di colesterolo LDL, con riduzioni che si mantengono per diversi mesi dopo una singola somministrazione. Questo effetto ipolipemizzante di lunga durata è spiegato meccanicisticamente dall’attività intracellulare prolungata del complesso RISC-siRNA, che consente la continua degradazione dell’mRNA di PCSK9 anche molto tempo dopo la somministrazione del farmaco, garantendo così una soppressione duratura della sintesi di PCSK9 e un’attività sostenuta dei LDLR. L’effetto farmacodinamico di Inclisiran è in gran parte indipendente dalle concentrazioni plasmatiche ed è invece sostenuto dalla persistenza intracellulare e dal turnover dell’siRNA legato al RISC negli epatociti. Questi aspetti conferiscono a inclisiran un profilo farmacologico distinto/unico, caratterizzato da un’azione lenta e da un’efficacia di lunga durata, che richiede solo due somministrazioni di mantenimento all’anno, a seguito di uno schema di carico con due dosi iniziali somministrate al giorno 0 e al mese 3.

    L’inclisiran è approvato per il trattamento degli adulti con ipercolesterolemia primaria, inclusa l’ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH) o la dislipidemia mista. È indicato come coadiuvante della dieta. Viene spesso utilizzato in combinazione con le statine o in associazione a statine e altre terapie ipolipemizzanti nei casi in cui gli obiettivi di LDL-C non vengano raggiunti nonostante l’uso delle dosi massime tollerate. L’inclisiran può essere preso in considerazione anche nei pazienti intolleranti alle statine o che manifestano effetti avversi significativi con altri farmaci ipolipemizzanti. Le attuali linee guida raccomandano inclisiran come farmaco di seconda o terza linea nei regimi ipolipemizzanti, in particolare quando le modifiche dello stile di vita, le statine e l’ezetimibe non riescono a raggiungere i livelli target di colesterolo LDL.

    L’inclisiran viene somministrato tramite iniezione sottocutanea nell’addome, nella parte superiore del braccio o nella coscia. Il regime posologico raccomandato prevede una dose iniziale al giorno 0, seguita da una seconda dose a 3 mesi e da successive dosi di mantenimento ogni 6 mesi. La dose fissa è di 284 mg per iniezione e non è necessario alcun aggiustamento in base al peso corporeo, all’età, al sesso o a un’insufficienza epatica o renale da lieve a moderata. L’iniezione viene in genere somministrata in un contesto sanitario per garantire la corretta somministrazione e facilitare il monitoraggio del paziente. L’intervallo di dosaggio prolungato è possibile grazie alla persistenza intracellulare dell’inclisiran negli epatociti e all’attività prolungata del RISC, che continua a sopprimere la sintesi di PCSK9 per diversi mesi dopo la somministrazione.

    Inclisiran si è dimostrato sicuro e ben tollerato sia negli studi clinici che nella pratica clinica reale. Nella maggior parte dei casi, le reazioni avverse sono limitate al sito di iniezione e consistono in dolore da lieve a moderato, eritema, edema o prurito. Queste manifestazioni sono transitorie, non si accumulano nel tempo e di solito si risolvono senza bisogno di intervento medico. Gli effetti collaterali sistemici sono rari. In particolare, l’inclisiran non è stato associato a tossicità muscolare, epatotossicità o alterazioni significative del controllo glicemico, effetti avversi che si osservano occasionalmente con le statine. L’aumento delle transaminasi epatiche è raro durante la terapia con inclisiran e si verifica con una frequenza simile a quella osservata nei gruppi placebo. L’effetto dell’inclisiran sull’immunogenicità sembra essere minimo, poiché ad oggi non è stato segnalato alcuno sviluppo rilevante di anticorpi neutralizzanti o reazioni di ipersensibilità durante il trattamento. È importante sottolineare che l’inclisiran non attraversa la barriera emato-encefalica e non è stato associato ad effetti neurocognitivi avversi.

    L’inclisiran non viene metabolizzato tramite il sistema del citocromo P450 e non coinvolge le comuni vie di trasporto epatiche o renali, rendendo altamente improbabili interazioni farmacologiche clinicamente significative. Questo profilo farmacocinetico favorevole è attribuito al suo rilascio epatico mirato tramite coniugazione con GalNAc e alla sua degradazione da parte di nucleasi endogene in nucleotidi naturali. Pertanto, l’inclisiran non induce né inibisce gli enzimi CYP e non agisce come substrato o inibitore di trasportatori chiave come OATP1B1/1B3, BCRP o P-gp (BCRP—proteina di resistenza al cancro al seno, P-gp—glicoproteina P). L’uso concomitante con altre terapie ipolipemizzanti come le statine o l’ezetimibe non ha dimostrato alcuna interazione clinicamente significativa e la co-somministrazione sembra essere sia sicura che sinergica nella riduzione dei livelli di LDL-C. Tuttavia, come per qualsiasi nuova classe di terapie, la sorveglianza post-marketing è essenziale per rilevare eventuali interazioni farmacologiche rare o ritardate.

    • Lomitapide

    Lomitapide è un inibitore di MTP di prima classe e anche un derivato benzimidazolico a piccola molecola, originariamente sviluppato come farmaco orfano per il trattamento dell’ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH). Questa rara, grave e potenzialmente letale malattia genetica è caratterizzata da livelli marcatamente elevati di colesterolo LDL fin dalla nascita e da un rischio sostanzialmente aumentato di malattie cardiovascolari aterosclerotiche precoci. Negli individui con mutazioni nulle nei geni essenziali per la funzione del recettore LDLR, come i geni LDLR, ApoB, PCSK9 o LDLRAP1, le terapie ipolipemizzanti convenzionali (ad esempio, statine ad alta intensità, ezetimibe, inibitori di PCSK9) sono spesso inadeguate, poiché dipendono dall’attività residua del recettore LDLR.
    Lomitapide risponde a un’esigenza terapeutica fondamentale nella gestione della dislipidemia e dell’HoFH esercitando il suo effetto ipolipemizzante indipendentemente dalla via del recettore LDLR. Agisce inibendo la MTP, un enzima chiave coinvolto nell’assemblaggio e nella secrezione delle lipoproteine ​​contenenti ApoB sia nel fegato che nell’intestino, in particolare le lipoproteine ​​a bassissima densità (VLDL) e i chilomicroni. Questa inibizione della MTP determina una profonda riduzione della produzione di VLDL, portando in definitiva a una significativa diminuzione dei livelli plasmatici di LDL-C e di altre lipoproteine ​​aterogene. Studi clinici hanno dimostrato che la lomitapide, se utilizzata in combinazione con una dieta a basso contenuto di grassi e trattamenti ipolipemizzanti standard, rappresenta una valida opzione terapeutica per i pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH) che non riescono a raggiungere i livelli target di LDL-C con le sole terapie convenzionali o con la sola aferesi delle lipoproteine.

    La lomitapide appartiene alla classe di farmaci ipolipemizzanti noti come inibitori della MTP, una proteina chaperon intracellulare localizzata principalmente nel lume del reticolo endoplasmatico all’interno di epatociti ed enterociti. Il suo ruolo fisiologico consiste nel trasferimento di trigliceridi, esteri del colesterolo e fosfolipidi sull’ApoB durante l’assemblaggio delle particelle lipoproteiche.

    Nel fegato, la MTP è essenziale per la formazione e la secrezione delle VLDL, il precursore primario delle LDL. Nell’intestino tenue, la MTP facilita l’assemblaggio dei chilomicroni, che trasportano i trigliceridi e il colesterolo assunti con la dieta. Inibendo la MTP, la lomitapide blocca il processo di lipidazione dell’ApoB, impedendo così la formazione e la secrezione intracellulare di lipoproteine ​​contenenti ApoB. Questo blocco porta a una sostanziale riduzione della concentrazione plasmatica di VLDL e, di conseguenza, di LDL-C. È importante notare che questo meccanismo agisce indipendentemente dalla funzione del recettore LDLR, il che differenzia la lomitapide dalle statine e dagli inibitori di PCSK9, che richiedono almeno una certa attività residua di questi recettori per essere efficaci. In questo contesto, la lomitapide è particolarmente vantaggiosa per i pazienti con mutazioni nulle o gravemente difettose del gene LDLR.

    Inoltre, riducendo la sintesi di particelle contenenti ApoB, la lomitapide può anche ridurre i livelli circolanti di [Lp(a)] e di lipoproteine ​​postprandiali, entrambe considerate aterogene. L’effetto complessivo è un’ampia attenuazione del carico lipidico, che contribuisce al suo beneficio terapeutico in una popolazione ad alto rischio cardiovascolare.

    La lomitapide è approvata come agente complementare alle misure dietetiche e ad altre terapie ipolipemizzanti negli adulti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), con o senza aferesi delle LDL. Negli studi clinici, la lomitapide ha dimostrato una notevole efficacia, riducendo i livelli di LDL-C del 40-60% in modo dose-dipendente. Studi longitudinali e osservazionali condotti nella pratica clinica reale confermano la durabilità della riduzione dell’LDL-C a lungo termine. È importante notare che il trattamento con lomitapide ha permesso a molti pazienti di ridurre o addirittura interrompere le sedute di aferesi ed è stato associato a una minore frequenza di eventi cardiovascolari, nonché alla stabilizzazione dell’aterosclerosi subclinica. Questi benefici terapeutici sono più pronunciati quando la somministrazione del farmaco viene iniziata nelle fasi iniziali della malattia e integrata in una strategia ipolipemizzabile completa.

    La dose iniziale raccomandata è di 5 mg una volta al giorno, da assumere a stomaco vuoto almeno due ore dopo il pasto serale per ottimizzare l’assorbimento e ridurre al minimo gli effetti collaterali gastrointestinali. L’aumento della dose deve avvenire gradualmente, in genere ogni 2-4 settimane, ed essere guidato dalla risposta del paziente al colesterolo LDL, dalla tollerabilità e dai livelli degli enzimi epatici. La tipica sequenza di titolazione prevede l’aumento della dose da 5 mg a 10 mg, 20 mg, 40 mg e fino a un massimo di 60 mg al giorno, a seconda della tollerabilità. Una dieta rigorosamente a basso contenuto di grassi è obbligatoria durante tutto il trattamento per ridurre gli effetti avversi gastrointestinali e supportare l’efficacia. Per mitigare il rischio di carenze di vitamine liposolubili e acidi grassi essenziali, è necessaria un’integrazione giornaliera con vitamina E (400 UI) e acidi grassi essenziali. L’educazione del paziente e la consulenza nutrizionale continua sono cruciali per garantire l’aderenza e promuovere la sicurezza a lungo termine.

    Il profilo degli eventi avversi del lomitapide è strettamente correlato al suo meccanismo d’azione, che prevede l’inibizione dell’assorbimento lipidico e alterazioni del metabolismo lipidico epatico. Gli effetti collaterali più comunemente osservati sono di natura gastrointestinale e includono diarrea, nausea, dispepsia, flatulenza, gonfiore addominale e vomito. Questi sintomi sono in genere più pronunciati durante la fase di aumento graduale del dosaggio e tendono a correlarsi con la quantità di grassi assunti con la dieta. Pertanto, è fondamentale seguire scrupolosamente una dieta a basso contenuto di grassi per minimizzare l’intolleranza gastrointestinale. Con un’adeguata consulenza dietetica, questi effetti avversi tendono a diminuire nel tempo, migliorando la tollerabilità del trattamento a lungo termine. Sebbene non comune, il lomitapide è stato associato a casi di epatotossicità più grave, tra cui danno epatocellulare che può rendere necessaria l’interruzione temporanea o permanente della terapia.

    La lomitapide viene ampiamente metabolizzata dall’enzima citocromo P450 3A4 (CYP3A4), il che spiega il suo considerevole potenziale di interazioni farmacologiche clinicamente rilevanti. La somministrazione concomitante di inibitori del CYP3A4 forti o moderati, come itraconazolo, fluconazolo o claritromicina, è severamente controindicata, poiché questi agenti possono aumentare significativamente le concentrazioni plasmatiche di lomitapide, con conseguente aumento del rischio di epatotossicità e reazioni avverse sistemiche. Un’attenta valutazione della terapia farmacologica e l’evitamento degli inibitori del CYP3A4 sono pertanto componenti essenziali per un uso sicuro della lomitapide.

    • Inibitori della proteina angiopoietina-simile 3

    Gli inibitori di ANGPTL3 rappresentano una nuova classe di farmaci ipolipemizzanti che agiscono sul metabolismo lipidico attraverso un meccanismo distinto dalle terapie tradizionali come le statine o gli inibitori di PCSK9. Le proteine ​​angiopoietina-simili (ANGPTL) comprendono un gruppo di proteine ​​che include i membri 1-8 delle angiopoietine, con differenze nella regolazione tissutale e nell’espressione. Ciascuna di esse include un dominio comune all’estremità ammino-terminale, un dominio simil-fibrinogeno all’estremità C-terminale del carbossile, una regione di legame e un dominio elicoidale. ANGPTL3 è una proteina secreta dal fegato che svolge un ruolo cruciale nella regolazione dei lipidi plasmatici inibendo la lipoproteina lipasi (LPL) e la lipasi endoteliale (EL), enzimi chiave coinvolti rispettivamente nel catabolismo delle lipoproteine ​​ricche di trigliceridi e nel metabolismo delle HDL. Studi genetici hanno dimostrato che gli individui con mutazioni con perdita di funzione nel gene ANGPTL3 presentano livelli significativamente più bassi di LDL-C, trigliceridi e HDL-C, nonché un rischio ridotto di ASCVD, evidenziando ANGPTL3 come un promettente bersaglio terapeutico.

    Gli inibitori di ANGPTL3 agiscono neutralizzando l’attività di ANGPTL3, potenziando così l’attività di LPL ed EL. Le ANGPTL costituiscono una famiglia distinta di proteine ​​con molteplici ruoli in processi biologici e patologici, tra cui la regolazione ormonale, il metabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina. LPL agisce come parte della classe delle lipasi presenti sulla superficie luminale dei capillari, che catabolizzano i trigliceridi plasmatici dalle lipoproteine, inclusi i chilomicroni e le VLDL. Bassi livelli di LPL causano grave ipertrigliceridemia e una diminuzione dei livelli di HDL, aumentando così il rischio di cardiopatia ischemica. Le ANGPTL rappresentano un gruppo di proteine ​​in grado di mediare la regolazione post-traduzionale di LPL, inibendola. Pertanto, l’inibizione farmacologica di ANGPTL3 porterà a quanto segue: a. potenziamento dell’attività di LPL ed EL; b. riduzione di VLDL, LDL-C, trigliceridi e particelle contenenti ApoB; c. aumento della clearance delle lipoproteine ​​residue. Questo meccanismo funziona indipendentemente da LDLR, il che rappresenta un vantaggio terapeutico fondamentale.
    L’anticorpo monoclonale Evinacumab è attualmente la terapia mirata ad ANGPTL3 più avanzata, approvata dalla FDA per l’uso in pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH). A differenza delle statine o degli inibitori di PCSK9, come già accennato, l’inibizione di ANGPTL3 riduce i livelli di LDL-C indipendentemente dall’attività di LDLR, risultando particolarmente efficace nei pazienti con perdita completa o quasi completa della funzione di LDLR, come quelli affetti da HoFH.

    L’evinacumab è indicato come coadiuvante di altre terapie ipolipemizzanti per i pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH) che non riescono a ottenere un’adeguata riduzione del colesterolo LDL con i trattamenti convenzionali. Gli studi clinici hanno dimostrato riduzioni del colesterolo LDL di circa il 47% in questa popolazione, insieme a significative diminuzioni dei trigliceridi e del colesterolo non-HDL. L’esclusivo meccanismo indipendente dal recettore LDLR consente all’evinacumab di essere efficace laddove altri trattamenti hanno un’efficacia limitata. Sebbene l’approvazione attuale sia limitata all’HoFH, studi in corso stanno indagando il suo ruolo in popolazioni dislipidemiche più ampie, tra cui ipertrigliceridemia grave/refrattaria e dislipidemia mista. Più specificamente, i pazienti che non raggiungono il target di colesterolo LDL con statine, ezetimibe o inibitori di PCSK9 possono beneficiare di un’ulteriore riduzione del colesterolo LDL attraverso l’inibizione di ANGPTL3, in quanto possono ridurre il colesterolo LDL, i trigliceridi e il colesterolo non-HDL senza aumentare il rischio di miopatia. Le linee guida ESC/EAS del 2019 per la gestione delle dislipidemie riconoscono la necessità di terapie emergenti nei pazienti con HoFH e alto rischio residuo nonostante una terapia ottimale con statine ed ezetimibe. Gli inibitori di ANGPTL3 sono indicati come un approccio promettente in questo gruppo ad alto rischio. Allo stesso modo, il percorso decisionale di consenso degli esperti ACC del 2022 sul ruolo delle terapie non statiniche nella riduzione del colesterolo LDL identifica l’evinacumab come potenziale coadiuvante nei pazienti con HoFH o in quelli con disturbi lipidici geneticamente confermati che non riescono a raggiungere i livelli target di colesterolo LDL.

    La dose raccomandata di evinacumab per i pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH) è di 15 mg/kg somministrata tramite infusione endovenosa della durata di 60 minuti una volta ogni quattro settimane. Non è necessario alcun aggiustamento del dosaggio in base all’età, al sesso o alla presenza di insufficienza renale o epatica da lieve a moderata (Appendice A, Tabella A6 e Tabella A7). A causa dei dati limitati nei pazienti con grave insufficienza epatica, si consiglia cautela e monitoraggio clinico.
    L’aderenza del paziente alla terapia può essere favorita dalla frequenza di somministrazione relativamente bassa, che può rappresentare un vantaggio rispetto ad altri farmaci che richiedono somministrazioni più frequenti. Tuttavia, le difficoltà logistiche associate alla somministrazione endovenosa devono essere considerate nella pianificazione della gestione a lungo termine.

    L’Evinacumab non viene metabolizzato dagli enzimi del citocromo P450 e non interferisce con i comuni trasportatori epatici, minimizzando così il rischio di interazioni farmacologiche. Pertanto, l’evinacumab può essere somministrato in sicurezza in concomitanza con statine, ezetimibe, inibitori di PCSK9 e altri farmaci ipolipemizzanti. Tuttavia, i dati sulle interazioni con immunosoppressori, farmaci antidiabetici o altri anticorpi monoclonali sono limitati, e si raccomanda un’attenta valutazione in caso di politerapia complessa.

    Gli inibitori di ANGPTL3, come evinacumab, hanno dimostrato un profilo di sicurezza favorevole negli studi clinici. Gli eventi avversi più comunemente riportati includono nasofaringite, sintomi simil-influenzali, vertigini e reazioni correlate all’infusione. Questi eventi sono in genere di gravità da lieve a moderata. Non sono stati segnalati casi significativi di epatotossicità o effetti collaterali a carico della muscolatura, il che distingue gli inibitori di ANGPTL3 dalle statine. Tuttavia, essendo un anticorpo monoclonale che richiede la somministrazione endovenosa, evinacumab necessita di monitoraggio per ipersensibilità e complicanze correlate all’infusione, soprattutto durante le infusioni iniziali.

    Conclusioni:

    Man in gym tank top using a glucose meter to test blood sugar levels.

    La gestione dell’ipercolesterolemia è entrata in un’era di trasformazione, spinta da una comprensione più approfondita del metabolismo lipidico e dall’avvento di terapie innovative che vanno ben oltre l’ambito delle statine convenzionali. In questa disamina ha sottolineato l’arsenale terapeutico in espansione, che comprende gli inibitori di PCSK9, gli agenti a base di siRNA come l’inclisiran, gli inibitori di ACL come l’acido bempedoico, gli inibitori di MTP e gli inibitori di ANGPTL3, ognuno dei quali offre meccanismi d’azione unici, profili di efficacia distinti e considerazioni di sicurezza specifiche.

    Nel loro insieme, queste strategie emergenti non solo forniscono valide alternative per i pazienti con ipercolesterolemia familiare o intolleranza alle statine, ma rappresentano anche strumenti promettenti per mitigare il rischio cardiovascolare residuo persistente in popolazioni complesse ad alto rischio. La loro integrazione in algoritmi di trattamento individualizzati, guidati dalla farmacogenomica, da una stratificazione del rischio più precisa e dalle preferenze del paziente, segna un cambio di paradigma verso una gestione lipidica più precisa e personalizzata.

    E’ corretto sottolineare, arrivati a questo punto che, nonostante il ventaglio di applicazioni terapeutiche per il trattamento delle dislipidemie/ipercolesterolemia si sia largamente ampliato, l’uso di farmaci come gli inibitori di PCSK9 ed i siRNA, per fare due esempi di una certo significato, per le pratiche di Harm Reduction negli atleti enhanced risultano costosi ed eccessivi; in definitiva non necessari alla luce della causa radicale della dislipidemia/ipercolesterolemia in tale contesto. Infatti, visti i meccanismi alla base della alterazione del Colesterolo in ambito d’uso di AAS [viste nella I° Parte], le terapie applicabili, se i soggetti non hanno mutazioini geniche che li obbligherebbero a percorrere vie più complesse, sono:

    • Statine [per es., in specie, Simvastatina, Atorvastatina o Rosuvastatina]; la Monacolina K può essere un ripiego in caso di inaccessibilità alle Statine di sintesi.
    • In caso di intolleranza alle Statine [manifestazione statistica del 9% nei pazienti trattati] optare potenzialmente per lAcido Bempedoico
    • In caso di mancato accesso ai suddetti farmaci e alla intolleranza alle Statine, il Bergamotto può essere un buon ripiego; alcuni flavonoidi unici del Bergamotto (come Melitidina e Brutieridina) presentano una struttura molecolare simile all’HMG-CoA. Questo permette loro di legarsi e inibire l’enzima HMG-CoA reduttasi, riducendo la sintesi endogena di Colesterolo nel fegato con un meccanismo analogo a quello dei farmaci Statinici ma senza i tipici sides connessi.
    • In caso di alimentazione con una significativa presenza di Colesterolo alimentare e/o necessità di un controllo ancillare marcato della dislipidemia, l’aggiunta di Ezetimibe può migliorare ulteriormente il controllo del profilo lipidico ematico; l’uso di 1-2g di Lecitina di Soia possono risultare un discreto sostituto.
    • L’inserimento di Niacina [500mg-1.5mg/die] per periodi controllati riducono “il paradosso della Niacina” migliorando il tamponamento della riduzione delle HDL-C; qual ora possibile, quest’ultima può essere sostituita con l’Acipimox.
    • L’aggiunta di 2,5-5gm di EPA e DHA possono aitare a ridurre i livelli di Trigliceridi e migliorare lo stato infiammatorio.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

    Riferimenti:

    Colesterolo – dalla biosintesi ai trattamenti della ipercolesterolemia – I° Parte.

    Introduzione:

    In passato mi sono già cimentato nella trattazione del Colesterolo, soprattutto in ambito Enhanced, esplicando in modo chiaro i meccanismi che portano l’utilizzatore di AAS in una condizione dislipidemica/ipercolesterolemica potenzialmente negativa specie se mantenuta nel tempo. In questo artricolo, invece, è mia intenzione approfondire le caratteristiche di questa molecola tanto vituperata quando mal intesa al fine di far conoscere al lettore non semplicemente le basi di biochimica che reggono la sua omeostasi ma, soprattutto, quali sono ad oggi i trattamenti farmacologici applicati per intervenire sulle alterazione del Colesterolo ematico.

    Il Colesterolo, un lipide strutturale e di segnalazione indispensabile, è fondamentale per l’integrità delle membrane cellulari, la steroidogenesi e le vie metaboliche dei morfogeni durante lo sviluppo. La sua omeostasi dipende dal preciso coordinamento di quattro moduli metabolici interdipendenti: biosintesi de novo, assorbimento intestinale, conversione enzimatica ed eliminazione sistemica. In questo articolo tratteremo i meccanismi molecolari che regolano questi processi, dalle vie di sintesi di Bloch/Kandutsch-Russell e dall’assorbimento di colesterolo mediato da NPC1L1 (Niemann-Pick C1-like 1) alla sintesi degli acidi biliari guidata dalla colesterolo 7α-idrossilasi (CYP7A1) e al trasporto inverso dipendente dalle HDL. Vengono inoltre approfonditi i molteplici ruoli del colesterolo nell’assemblaggio dei lipid raft, nella trasduzione del segnale Hedgehog e nella produzione di vitamina D e ormoni.

    La disregolazione del flusso di Colesterolo è alla base della patogenesi dell’aterosclerosi, della steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MAFLD), delle malattie neurodegenerative e dell’oncogenesi, con cascate di sintesi, efflusso o esterificazione alterate che fungono da fattori chiave. Le strategie terapeutiche emergenti vanno oltre le statine convenzionali e gli inibitori della proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9) per includere modalità innovative: l’editing genetico in vivo basato su CRISPR (ad esempio, VERVE-101 che ha come bersaglio PCSK9), le terapie con RNA interferente (siRNA) (inclisiran) e gli interventi mirati al microbiota. Approcci pionieristici contro bersagli quali l’angiopoietina-simile 3 (ANGPTL3), la lipoproteina(a) [Lp(a)] e il recettore 1 dell’asialoglicoproteina (ASGR1), insieme ad agenti naturali riproposti (berberina, probiotici), offrono promettenti soluzioni per mitigare il rischio cardiovascolare residuo e promuovere la medicina cardiometabolica di precisione. Integrando le conoscenze sui meccanismi d’azione con i progressi clinici, andrà sottolineata la transizione dalle terapie ad ampio spettro a regimi personalizzati multi-bersaglio, offrendo una tabella di marcia per la mitigazione delle malattie correlate al Colesterolo nell’era della medicina genomica e metabolica.

    Questa disamina si dividerà in due parti al fine di dare la possibilità al lettore di assimilare le nozioni e poter essere preparato alle successive presenti della seconda parte.

    Regolazione dell’omeostasi del Colesterolo

    L’omeostasi del colesterolo è meticolosamente orchestrata attraverso l’integrazione di quattro moduli metabolici chiave: sintesi, assorbimento, conversione ed eliminazione (vedi la figura seguente). Questo ciclo metabolico completo garantisce che il Colesterolo svolga i suoi ruoli fondamentali nella costruzione delle membrane, nella trasduzione del segnale e nell’omeostasi sistemica.

    Vie metaboliche intracellulari della biosintesi, dell’assorbimento e della conversione del Colesterolo. La via biosintetica de novo del Colesterolo ha origine dall’acetil-CoA e procede attraverso intermedi chiave come HMG-CoA, Mevalonato, farnesil-PP e squalene, formando infine il Colesterolo tramite il Lanosterolo. Gli enzimi HMGCR e SQLE sono evidenziati come fasi critiche limitanti la velocità. I ​​destini metabolici a valle del Colesterolo comprendono la sua conversione in ormoni steroidei, acidi biliari e vitamina D, nonché l’immagazzinamento in goccioline lipidiche come CE tramite ACAT, o il trasporto dentro e fuori dalle cellule attraverso recettori lipoproteici (LDLR, SR-BI) e trasportatori (ABCA1, ABCG1, ABCG5/8). Viene inoltre illustrato l’assorbimento del Colesterolo dal lume intestinale tramite NPC1L1 e il suo efflusso verso le particelle HDL, riassumendo le principali vie di flusso intracellulare del Colesterolo. Farnesil-PP, farnesil pirofosfato; HMG-CoA, 3-idrossi-3-metilglutaril-CoA; HMGCR, HMG-CoA reduttasi; SQLE, squalene epossidasi; CE, esteri del colesterolo; ACAT, acil-CoA:colesterolo aciltransferasi; SR-BI, recettore scavenger di classe B tipo I; NPC1L1, niemann-pick C1-like 1
    • Biosintesi del Colesterolo

    La sintesi de novo del Colesterolo nei vertebrati avviene prevalentemente nel fegato (80%), con contributi minori dai tessuti extraepatici (20%). Questo processo è metabolicamente impegnativo, consumando 18 molecole di adenosina trifosfato (ATP) e 16 molecole di nicotinammide adenina dinucleotide (NAD) in forma ridotta (NADPH), oltre ad acetil-CoA e ossigeno, per ogni molecola di colesterolo prodotta. Procede attraverso due vie metaboliche conservate nel design: la via canonica di Bloch (> 90% della produzione totale), chiarita dagli studi premiati con il Nobel da Konrad Bloch negli anni ’50, e la via di Kandutsch-Russell (K-R), scoperta negli anni ’60. La via K-R è dominante in condizioni di ipossia o stress da raggi ultravioletti (UV) in tessuti come la pelle e le gonadi. Entrambi i percorsi metabolici condividono le stesse fasi iniziali, a partire dalla condensazione delle molecole di acetil-CoA. La tiolasi combina due molecole di acetil-CoA per formare acetoacetil-CoA, al quale la 3-idrossi-3-metilglutaril-CoA (HMG-CoA) sintasi aggiunge una terza molecola di acetil-CoA, producendo HMG-CoA. L’enzima limitante la velocità di reazione, l’HMG-CoA reduttasi (HMGCR), riduce quindi l’HMG-CoA a Mevalonato (MVA) utilizzando NADPH. L’MVA subisce fosforilazione e isomerizzazioni sequenziali per produrre farnesil pirofosfato (FPP). La squalene sintasi (SQS) dimerizza l’FPP in squalene, che viene successivamente ossidato dal secondo enzima limitante la velocità di reazione, la squalene epossidasi (SQLE), per formare 2,3-ossidosqualene. La lanosterolo sintasi (LSS) ciclizza il 2,3-ossidosqualene in lanosterolo, il primo intermedio steroideo. Oltre il lanosterolo, la via di Bloch e la via di Krebs-Ribbent-Robinson (K-R) divergono. Nella via di Bloch, il lanosterolo subisce demetilazione, desaturazione e riduzione per produrre infine Colesterolo. Nella via di K-R, il lanosterolo viene convertito sequenzialmente in 24,25-diidrolanosterolo e 7-deidrocolesterolo (7-DHC), seguito dalla riduzione del 7-DHC a Colesterolo tramite la 7-DHC reduttasi (DHCR7). Sebbene meno efficiente, la via di K-R evita le fasi dipendenti dall’ossigeno, fornendo un vantaggio fisiologico in ambienti con limitata disponibilità di ossigeno.

    • Assorbimento del Colesterolo

    L’assorbimento del Colesterolo, che avviene principalmente nel duodeno e nel digiuno prossimale, è un processo strettamente regolato, fondamentale per il mantenimento dell’omeostasi lipidica sistemica, garantendo un assorbimento efficiente del Colesterolo alimentare e biliare e prevenendone l’accumulo eccessivo. Il principale mediatore dell’assorbimento intestinale del colesterolo è la proteina di membrana degli enterociti niemann-pick C1-like 1 (NPC1L1), che si sposta tra la superficie cellulare e i compartimenti di riciclo endocitico (ERC) per facilitarne l’assorbimento. NPC1L1 contiene cinque domini transmembrana, tra cui un dominio di rilevamento degli steroli che rileva i livelli di Colesterolo . Un elevato livello di colesterolo luminale induce l’integrazione del colesterolo libero nella membrana degli enterociti, dove NPC1L1 lo lega e ne facilita l’internalizzazione. Questo avviene principalmente tramite endocitosi mediata da clatrina/AP2, trasportando il Colesterolo lungo i filamenti di actina verso gli ERC per l’immagazzinamento. Studi di microscopia crioelettronica rivelano un meccanismo aggiuntivo: il legame del Colesterolo induce un cambiamento conformazionale in NPC1L1, formando un tunnel di trasporto transmembrana che facilita direttamente l’assorbimento indipendentemente dall’endocitosi. In condizioni di basso Colesterolo, NPC1L1 viene riciclato verso la membrana per riprendere l’assorbimento.

    Una volta internalizzato, il Colesterolo subisce esterificazione o efflusso per bilanciare i livelli cellulari. Il colesterolo libero si sposta nel reticolo endoplasmatico, dove l’acil-CoA:colesterolo aciltransferasi 2 (ACAT2) lo esterifica con acidi grassi in esteri del Colesterolo. Questi esteri idrofobici vengono impacchettati nei chilomicroni, trasportati all’apparato di Golgi per essere elaborati e infine entrano nella circolazione sistemica attraverso il sistema linfatico (dotto toracico) per essere distribuiti ai tessuti periferici. Nel frattempo, il Colesterolo libero in eccesso viene attivamente pompato di nuovo nel lume intestinale dai trasportatori eterodimerici ATP-binding cassette (ABC) G5/G8 (ABCG5/G8). Questo meccanismo di efflusso limita in modo critico l’assorbimento netto e protegge dal sovraccarico cellulare.

    • Conversione del Colesterolo


    All’interno delle cellule, il Colesterolo funge da precursore versatile per la sintesi di composti biologicamente essenziali, tra cui acidi biliari, glucosidi del Colesterolo, vitamina D e vari ormoni steroidei come Androgeni, Estrogeni, Progesterone, Glucocorticoidi e Mineralcorticoidi.

    • Sintesi degli Acidi Biliari

    Nel fegato, la maggior parte del Colesterolo viene convertita in Acidi Biliari, costituiti principalmente da Acidi Biliari primari come l’Acido Colico (CA) e l’Acido Chenodesossicolico (CDCA), insieme ad acidi biliari secondari come l’Acido Desossicolico (DCA) e tracce di Acido Litocolico (LCA), attraverso due percorsi distinti. Il percorso classico, responsabile di oltre il 90% della produzione di acidi biliari, inizia con la Colesterolo 7α-idrossilasi (CYP7A1) che idrossila il Colesterolo in posizione 7α. Questa fase limitante la velocità produce 7α-idrossicolesterolo, che viene poi convertito in 7α-idrossi-4-colesten-3-one (C4) dalla 3β-idrossi-Δ5-C27-steroide deidrogenasi (3β-HSD). In particolare, il C4 funge da precursore comune sia per il CA che per il CDCA ed è spesso utilizzato come biomarcatore sierico per la velocità di sintesi degli acidi biliari. Al contrario, la via alternativa agisce come un meccanismo compensatorio essenziale durante l’alterazione della via classica o lo stress metabolico, inizia con la sterolo 27-idrossilasi mitocondriale (CYP27A1) che converte il Colesterolo in 27-idrossicolesterolo (27-OHC), seguita dall’ossisterolo 7α-idrossilasi (CYP7B1) che catalizza un’ulteriore idrossilazione per generare acido 3β,7α-diidrossi-5-colestenoico, che subisce ossidazione della catena laterale e accorciamento tramite 3β-HSD tipo 7 (HSD3B7) per produrre CDCA. Sebbene questa via alternativa rappresenti solo circa il 10% della sintesi degli acidi biliari in condizioni normali, diventa di fondamentale importanza negli stati patologici.

    • Glucosidi del Colesterolo (CG)

    I CG sono glicosidi sterolici in cui una porzione di Glucosio è esterificata al gruppo idrossilico del Colesterolo. I CG contribuiscono alla stabilità della membrana alterando l’impacchettamento e la fluidità dei lipidi, in particolare nei raft lipidici. I CG possono anche agire come molecole di segnalazione nelle risposte immunitarie. Ad esempio, sono implicati nell’attivazione dei macrofagi e nella produzione di citochine. Nelle piante, i CG difendono dai patogeni microbici, suggerendo ruoli analoghi nell’immunità innata dei mammiferi. Nei mammiferi, i CG vengono sintetizzati tramite glicosilazione enzimatica del colesterolo principalmente nell’apparato di Golgi o nel reticolo endoplasmatico, dove il colesterolo e l’UDP-glucosio sono accessibili. L’UDP-glucosio:sterolo glucosiltransferasi (USG) catalizza il trasferimento del glucosio dall’UDP-glucosio al gruppo 3β-idrossilico del colesterolo. La produzione di CG è regolata dalla disponibilità di colesterolo e dallo stress cellulare; in condizioni di sovraccarico di colesterolo o stress ossidativo, la sintesi di CG può aumentare per modulare la fluidità della membrana o sequestrare il Colesterolo in eccesso. La disregolazione della sintesi di CG è collegata a disturbi dell’accumulo di lipidi e malattie infiammatorie. Ad esempio, livelli elevati di CG si osservano nella malattia di Niemann-Pick di tipo C, una malattia da accumulo lisosomiale. È interessante notare che alcuni organismi patogeni, come Helicobacter pylori, sono anche in grado di sintetizzare glucosidi del colesterolo, sebbene i loro percorsi biosintetici differiscano fondamentalmente da quelli dei mammiferi.

    • Sintesi della Vitamina D

    La vitamina D, un secosteroide fondamentale per l’omeostasi del Calcio e la regolazione immunitaria, viene sintetizzata a partire dal 7-DHC attraverso un percorso dipendente dai raggi UV e successive modifiche enzimatiche. Nello strato basale e spinoso dell’epidermide, il 7-DHC, un intermedio nella sintesi del Colesterolo, viene convertito in pre-vitamina D3 in seguito all’esposizione alle radiazioni UVB (290-315 nm). Questa reazione non enzimatica avviene spontaneamente. La pre-vitamina D3 subisce un’isomerizzazione dipendente dalla temperatura in colecalciferolo (vitamina D3) nell’arco di circa 48 ore. La vitamina D3 viene idrossilata in due fasi sequenziali per acquisire l’attività biologica. Nel fegato, il citocromo P450 2R1 (CYP2R1) converte la vitamina D3 in 25-idrossivitamina D3 [25(OH)D3], la principale forma circolante. Nel rene, il citocromo P450 27B1 (CYP27B1) idrossila la 25(OH)D3 in 1,25-diidrossivitamina D3 [1,25(OH)2D3], che aumenta l’assorbimento intestinale di Calcio e fosfato e promuove il riassorbimento renale.

    • Biosintesi steroidea

    Il Colesterolo, precursore universale di tutti gli ormoni steroidei, inclusi mineralcorticoidi, glucocorticoidi e ormoni sessuali, subisce una biotrasformazione tessuto-specifica all’interno della corteccia surrenale. Questo sito di sintesi primario è organizzato in tre zone: la zona glomerulare, che produce mineralcorticoidi (ad esempio, Aldosterone) per regolare l’equilibrio elettrolitico e la pressione sanguigna; la zona fascicolata, che sintetizza glucocorticoidi (ad esempio, Cortisolo) che regolano la risposta allo stress e il metabolismo; e la zona reticolare, che genera steroidi sessuali (ad esempio, Androgeni) essenziali per la fisiologia riproduttiva.

    Gli ormoni sessuali (androgeni, estrogeni e progestinici) sono regolatori essenziali dello sviluppo riproduttivo, delle caratteristiche sessuali secondarie e del dimorfismo fisiologico. L’attività 17,20-liasi del CYP17A1 converte il 17α-idrossipregnenolone in deidroepiandrosterone (DHEA), precursore universale degli steroidi gonadici. Il metabolismo del DHEA diverge attraverso l’ossidazione mediata da 3β-HSD-1 ad androstenedione o la riduzione dipendente da 17β-HSD-1 a 5-androstenediolo, entrambe convergenti nel testosterone. La successiva elaborazione enzimatica da parte dell’aromatasi (CYP19A1/P450aro) o della 5α-reduttasi produce rispettivamente 17β-estradiolo o 5α-diidrotestosterone (5α-DHT).

    • Eliminazione del Colesterolo

    L’omeostasi del Colesterolo nei mammiferi si basa su meccanismi di eliminazione strettamente regolati per prevenire l’accumulo patologico nei tessuti. Due principali vie complementari mediate dalle lipoproteine, tra cui il trasporto inverso del Colesterolo (RCT) guidato dalle lipoproteine ​​ad alta densità (HDL) e l’assorbimento epatico dipendente dalle lipoproteine ​​a bassa densità (LDL), sono essenziali per il mantenimento dell’omeostasi del Colesterolo. Le HDL rimuovono il Colesterolo in eccesso dai tessuti periferici, mentre le LDL e il loro recettore LDLR assicurano un efficiente assorbimento epatico del colesterolo circolante. Le strategie terapeutiche che prendono di mira queste vie, come gli agenti che potenziano LDLR o HDL, sono promettenti per il trattamento della dislipidemia e dell’aterosclerosi.

    • Trasporto del Colesterolo mediato dalle HDL

    Il trasporto inverso del colesterolo (RCT) è un processo critico attraverso il quale il colesterolo viene trasportato dai tessuti periferici al fegato per essere escreto tramite la bile o le feci. Un componente principale del percorso RCT è l’HDL. Le particelle HDL nascenti hanno una forma discoidale e sono composte da apolipoproteina A1 (ApoA1) e fosfolipidi [24]. Le particelle HDL acquisiscono colesterolo libero dalle cellule schiumose periferiche, come i macrofagi o le cellule muscolari lisce vascolari, tramite i trasportatori ABC A1 (ABCA1) e G1 (ABCG1). ABCA1 interagisce con l’apoA1 povera di lipidi, mentre ABCG1 facilita l’efflusso di colesterolo verso l’HDL matura. La lecitina-colesterolo aciltransferasi (LCAT) esterifica il colesterolo libero all’interno dell’HDL, convertendolo in esteri del colesterolo. Questo nucleo idrofobico trasforma l’HDL in particelle sferiche. L’HDL matura trasporta il colesterolo al fegato attraverso l’assorbimento selettivo mediato dal recettore scavenger di classe B tipo I (SR-BI) o il trasferimento facilitato dalla proteina di trasferimento degli esteri del colesterolo (CETP). L’SR-BI estrae selettivamente gli esteri del colesterolo dall’HDL senza degradare l’intera particella, mentre la CETP trasporta gli esteri del colesterolo dall’HDL alle lipoproteine ​​contenenti apolipoproteina B (ApoB) (ad esempio, LDL, lipoproteine ​​a bassissima densità (VLDL)), che vengono successivamente eliminate tramite LDLR epatico.

    • Eliminazione del Colesterolo mediata dalle LDL

    Le particelle LDL, che trasportano esteri del Colesterolo e apolipoproteina B-100 (ApoB-100), vengono eliminate prevalentemente dal fegato. I recettori LDLR, altamente espressi negli epatociti, legano l’ApoB-100 presente sulle particelle LDL tramite interazioni elettrostatiche. I complessi LDL-LDLR vengono internalizzati in vescicole rivestite di clatrina, che si fondono con i lisosomi. All’interno dei lisosomi, gli esteri del colesterolo vengono idrolizzati a colesterolo libero, mentre i recettori LDLR vengono riciclati sulla superficie cellulare. In alcuni casi, le particelle HDL che esprimono apolipoproteina E (ApoE) possono legarsi ai recettori LDLR o alla proteina 1 correlata al recettore LDL (LRP1), consentendo la loro internalizzazione e degradazione epatica. Questa via metabolica fornisce un percorso ausiliario per l’eliminazione del Colesterolo HDL.

    La proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9) è un membro della famiglia delle serina proteasi, nota per il suo ruolo critico nell’attivazione proteolitica, nella modificazione e nella degradazione delle proteine ​​secrete. Gli LDLR epatici fungono da recettori per la PCSK9 circolante. La PCSK9 si lega al dominio EGF-A (epidermal growth factor-like repeat A) degli LDLR tramite il suo dominio catalitico, promuovendo l’endocitosi degli LDLR negli endosomi. Il pH acido all’interno degli endosomi aumenta l’interazione PCSK9-LDLR di 150 volte, impedendo il riciclo degli LDLR. Di conseguenza, il complesso PCSK9-LDLR viene indirizzato alla degradazione lisosomiale, riducendo la densità degli LDLR sulla superficie degli epatociti, diminuendo così la clearance delle particelle di colesterolo LDL (LDL-C) epatiche e aumentando i livelli circolanti di LDL-C. L’inibizione di PCSK9 migliora la clearance del Colesterolo LDL, una strategia terapeutica per l’ipercolesterolemia.

    Funzione biologica del Colesterolo

    Il Colesterolo è una molecola multifunzionale con un’ampia gamma di ruoli biologici. Le sue funzioni spaziano dal mantenimento dell’integrità e della fluidità delle membrane cellulari al ruolo di precursore di ormoni essenziali e acidi biliari. Inoltre, il Colesterolo svolge un ruolo cruciale nella regolazione del metabolismo lipidico, nella modulazione delle vie di trasduzione del segnale e nell’influenza sulla funzione immunitaria. Comprendere i diversi ruoli del Colesterolo è fondamentale per apprezzarne l’importanza nel mantenimento della salute generale e per sviluppare strategie terapeutiche volte a contrastare i disturbi correlati all’alterazione del Colesterolo.

    Ruoli biologici del Colesterolo. Il Colesterolo è una molecola multifunzionale che svolge ruoli essenziali in diversi processi biologici. È un componente chiave della membrana cellulare, rappresentando circa il 20-30% dei lipidi di membrana. Il Colesterolo è fondamentale per il mantenimento dell’integrità e della fluidità della membrana. Un doppio strato fosfolipidico puro passa da una fase gel (rigida) a una fase liquido-cristallina (fluida) a livello della sua membrana transmembrana (TM), e il colesterolo modula dinamicamente questa transizione per ottimizzare le proprietà della membrana. Oltre ai suoi ruoli strutturali, il colesterolo è un regolatore centrale del metabolismo lipidico e un precursore di ormoni essenziali. Modula inoltre le vie di trasduzione del segnale attraverso molteplici meccanismi. I microdomini ricchi di Colesterolo, noti come zattere lipidiche (Lipid rafts), fungono da piattaforme per l’organizzazione e l’attivazione delle molecole di segnalazione. Ad esempio, il Colesterolo interagisce direttamente con la proteina transmembrana PTCH1, che inibisce strutturalmente la SMO. Questa interazione consente un controllo spazio-temporale preciso della via di segnalazione canonica Hedgehog, fondamentale per lo sviluppo, l’immunità e le malattie. Il Colesterolo regola bidirezionalmente la funzione dei canali ionici attraverso meccanismi sia strutturali che allosterici. Nello specifico, aumenta la funzione del canale Kir3.4 e al contempo riduce quella dei canali Kir2.1 e Kir3.1. Queste interazioni evidenziano i diversi ruoli del Colesterolo nella segnalazione cellulare e nell’omeostasi. PTCH1, patched1; SMO, smoothened; TM, temperatura di fusione. Questa figura è stata creata tramite BioRender.

    Tra le principali funzioni biologiche del Colesterolo troviamo:

    • Colesterolo e stabilità della membrana cellulare

    Il Colesterolo è un componente chiave delle membrane cellulari eucariotiche, rappresentando circa il 20-30% dei lipidi di membrana. Un doppio strato fosfolipidico puro esiste in una fase gel (rigida) al di sotto della sua temperatura di transizione (TM) e in una fase liquido-cristallina (fluida) al di sopra di Tₘ . Intercalandosi tra le catene fosfolipidiche, il colesterolo può smussare il punto di flesso netto della transizione di fase e contribuire a tamponare il cambiamento di fase, stabilizzando così la fase liquido-cristallina in un intervallo di temperature più ampio. Pertanto, quando l’ambiente è vicino o al di sopra della temperatura di transizione, il Colesterolo limita i movimenti vigorosi, in particolare i movimenti laterali, delle catene fosfolipidiche, prevenendo così un’eccessiva fluidità della membrana. Al contrario, a temperature più basse, l’anello sterolico del colesterolo ostacola la disposizione ordinata delle catene fosfolipidiche, impedendo la formazione di uno stato gel rigido.

    L’architettura anfifilica del Colesterolo consente una duplice funzione regolatrice. Da un lato, l’anello steroideo idrofobico si inserisce nelle code idrofobiche dei fosfolipidi, associandosi alle catene di acidi grassi saturi per aumentare la densità della membrana. Riempiendo gli spazi tra le catene fosfolipidiche, il colesterolo riduce i difetti della membrana e ne migliora la resistenza meccanica. Dall’altro lato, la porzione flessibile della catena alchilica del colesterolo può interagire con le code idrofobiche delle catene di acidi grassi insaturi, diminuendo l’impacchettamento disordinato causato dalle loro pieghe e prevenendo un’eccessiva fluidità.

    Inoltre, il Colesterolo collabora con gli sfingolipidi per formare i domini lipidici (lipid raft), microdomini spazialmente segregati caratterizzati da un elevato grado di ordine pur mantenendo un certo livello di fluidità, noti come fase liquido-ordinata (Lo). Al contrario, le regioni circostanti, ricche di fosfolipidi insaturi, presentano un’elevata fluidità che facilita la diffusione delle sostanze e la deformazione della membrana, e sono note come fase liquido-disordinata (Ld). Regolando l’assemblaggio e il disassemblaggio dei lipid raft, il Colesterolo influenza indirettamente la fluidità delle regioni non-raft. Le variazioni di fluidità di questi lipid raft possono anche attivare proteine ​​di membrana come le tirosin chinasi recettoriali, influenzando così l’efficienza della trasduzione del segnale.

    • Modulazione dei canali ionici tramite interazioni con il Colesterolo

    Il Colesterolo regola bidirezionalmente la funzione dei canali ionici attraverso meccanismi strutturali e allosterici. Le alterazioni dei livelli di Colesterolo possono influenzare la funzione dei canali ionici. Ad esempio, è noto che i canali del potassio a rettificazione interna (Kir) sono influenzati da tali cambiamenti. Nello specifico, il Colesterolo aumenta la funzione di Kir3.4 mentre riduce le funzioni di Kir2.1 e Kir3.1. Un fattore che contribuisce a queste differenze è l’alterazione della distribuzione del Colesterolo. Rispetto a Kir2.1, il potenziale sito di legame del Colesterolo di Kir3.4 ha subito delle alterazioni. L’accumulo preferenziale di colesterolo nell’elica transmembrana distale è accoppiato allostericamente con la dinamica conformazionale a livello del filtro di selettività. Questo accoppiamento allosterico tra la funzione del canale e il legame dei lipidi è un meccanismo necessario per l’attivazione dei canali Kir mediata da PIP [109].

    • Il Colesterolo come precursore universale della sintesi degli ormoni steroidei

    Come già accennato in precedenza, il Colesterolo funge da precursore fondamentale per tutti gli ormoni steroidei, operando come impalcatura molecolare per questi regolatori critici dei processi di sviluppo, dell’omeostasi metabolica e dell’adattamento allo stress. La steroidogenesi impiega due sistemi enzimatici conservati nei tessuti endocrini: le ossidasi del citocromo P450 (CYP) e le idrossisteroide deidrogenasi (HSD), nonostante i modelli di espressione specifici delle ghiandole. Gli enzimi CYP contengono domini di legame all’eme conservati, mentre le HSD sono prive di eme ma richiedono i cofattori NAD e NADP. La cascata steroidogenica inizia con la fase limitante: la traslocazione del colesterolo alle membrane interne mitocondriali mediata dalla proteina regolatrice acuta steroidogenica (StAR). All’interno dei mitocondri, l’enzima di scissione della catena laterale del citocromo P450 (CYP11A1/P450scc) catalizza la conversione del colesterolo in pregnenolone, il precursore universale degli ormoni steroidei.

    Il Colesterolo come precursore della sintesi degli ormoni steroidei. La sintesi degli ormoni steroidei inizia con la traslocazione del Colesterolo nei mitocondri mediata da StAR. All’interno della membrana mitocondriale interna, l’enzima di scissione della catena laterale del citocromo P450 CYP11A1 catalizza la conversione del colesterolo in Pregnenolone, il precursore universale di tutti gli ormoni steroidei. (A sinistra) Biosintesi dell’Aldosterone. Il pregnenolone viene convertito in Progesterone tramite 3β-HSD nel reticolo endoplasmatico liscio. La successiva idrossilazione in posizione C21 mediata da CYP21A2 genera 11-deossicorticosterone, che subisce modifiche sequenziali da parte di CYP11B1 e dell’Aldosterone sintasi CYP11B2 per produrre corticosterone e infine aldosterone. (Al centro) Produzione di cortisolo. La biosintesi del cortisolo inizia con l’idrossilazione in posizione 17α del pregnenolone, mediata dal CYP17A1, a 17α-idrossipregnenolone, seguita dalla catalisi sequenziale attraverso HSD3B2, CYP21A2 e CYP11B1 per generare rispettivamente 17α-Idrossiprogesterone, 11-deossicortisolo e cortisolo. (A destra) Sintesi degli ormoni sessuali. L’attività 17,20-liasi del CYP17A1 converte il 17α-idrossipregnenolone in DHEA, che si differenzia attraverso l’ossidazione mediata da 3β-HSD-1 ad Androstenedione o la riduzione dipendente da 17β-HSD-1 a 5-androstenediolo, entrambe convergenti nel Testosterone. La successiva elaborazione enzimatica da parte dell’Aromatasi (CYP19A1) o della 5α-reduttasi produce rispettivamente 17β-estradiolo o 5α-DHT. StAR, proteina regolatrice acuta della steroidogenesi; 3β-HSD, 3β-idrossisteroide deidrogenasi; DHEA, Deidroepiandrosterone; 5α-DHT, 5α-diidrotestosterone
    • Colesterolo e mTOR

    Una funzione biologica poco conosciuta che interessa il Colesterolo è che esso rappresenta un elemento essenziale per l’attivazione della via metabolica di mTOR. La presenza di Colesterolo libero a livello delle membrane cellulari e il suo corretto trasporto intracellulare sono infatti necessari per permettere l’assemblaggio e l’attivazione del complesso mTORC1, fondamentale per la crescita e la sintesi proteica.
    L’mTORC1 è un regolatore primario dei processi anabolici. Aumenta i livelli di nSREBP2 fosforilando e impedendo l’ingresso nucleare di Lipin 1. Viceversa, il fattore di trascrizione lipogenico ChREBP (proteina legante l’elemento di risposta ai carboidrati) promuove l’ubiquitinazione e la degradazione proteasomica di nSREBP2 attraverso un meccanismo sconosciuto. Il digiuno attiva la deacetilazione di SREBP2 mediata da SIRT1, arrestando il processo di biosintesi del colesterolo, che consuma energia, in condizioni di carenza di nutrienti. Oltre all’acetilazione, nSREBP2 può subire fosforilazione da parte di ERK e AMPK, portando rispettivamente a un aumento o a una diminuzione dell’attività trascrizionale. Anche la sumoilazione di nSREBP2 riduce la sua attività trascrizionale. AMPK è stata identificata come una chinasi a monte di LXR. L’AMPK attivata (AMPK fosforilata) inibisce la produzione di ligandi LXR endogeni, riducendo così l’espressione di LXR e bloccando la regolazione trascrizionale mediata da LXR.

    L’mTOR agisce come un regolatore di molteplici stimoli cellulari. I principali attivatori includono:

    1- Nutrienti: Aminoacidi, in particolare la leucina, e il glucosio.
    2- Segnali ormonali: Insulina e fattori di crescita (come l’IGF-1).
    3- Stimoli meccanici: Sforzi fisici intensi e allenamento contro resistenza (ipertrofia).

    Malattie associate al metabolismo del Colesterolo

    Come abbiamo visto, il metabolismo del Colesterolo è caratterizzato da un complesso equilibrio dinamico. La disregolazione dell’omeostasi del Colesterolo, caratterizzata da squilibri nella sintesi, nell’assorbimento, nel trasporto o nell’escrezione, rappresenta un fattore patogenetico critico per una serie di malattie croniche e degenerative. Queste condizioni interessano i sistemi cardiovascolare, epatico, neurologico e oncologico, riflettendo l’impatto sistemico del dismetabolismo del Colesterolo.

    Malattie associate al metabolismo del Colesterolo. La disregolazione del metabolismo del Colesterolo può portare a diverse patologie. I. Le mutazioni genetiche nel gene LDLR riducono la quantità e la funzionalità dell’LDLR, compromettendo l’assorbimento cellulare di LDL-C e determinando livelli elevati di LDL-C nel plasma, una condizione nota come ipercolesterolemia familiare (FH). II. Il deposito di LDL ossidate sulle pareti arteriose innesca la fagocitosi da parte dei macrofagi, portando alla formazione di cellule schiumose macrofagiche e allo sviluppo di placche aterosclerotiche. III. La sovrasaturazione del Colesterolo nella bile può portare alla sua precipitazione e cristallizzazione nella cistifellea, con conseguente formazione di calcoli biliari. IV. L’aumentata sintesi di colesterolo, associata a una ridotta secrezione di VLDL da parte degli epatociti, porta all’accumulo di lipidi, potenzialmente causando steatosi epatica non alcolica (NAFLD). V. Livelli elevati di Colesterolo sono stati osservati in individui affetti da malattia di Alzheimer. L’eccesso di colesterolo può ostacolare l’attività dell’enzima responsabile della scissione dell’Aβ, esacerbandone l’accumulo intracellulare e peggiorandone la progressione. VI. Le anomalie nel metabolismo del colesterolo sono collegate alla tumorigenesi. Le cellule tumorali spesso mostrano livelli di Colesterolo aumentati, che correlano con la disregolazione dell’HMGCR, la sovraespressione dell’LDLR, l’iperattività dell’ACAT, il metabolismo anomalo del 27-OHC e l’attivazione persistente della via SREBP. FH, ipercolesterolemia familiare; Aβ, beta-amiloide; HMGCR, HMG-CoA reduttasi; ACAT, acil-CoA:Colesterolo aciltransferasi; 27-OHC, 27-idrossicolesterolo; SREBP, proteina legante l’elemento regolatore degli steroli. Questa figura è stata creata tramite BioRender.
    • Ipercolesterolemia

    L’ipercolesterolemia, una dislipidemia clinicamente significativa caratterizzata da livelli cronicamente elevati di Colesterolo totale plasmatico (≥ 5,2 mmol/L [200 mg/dL]) e/o livelli di LDL-C, costituisce un importante fattore di rischio modificabile per le malattie cardiovascolari aterosclerotiche. Classificata secondo le Linee guida cinesi del 2024 e 2026 per la gestione dei lipidi nel sangue e allineata con i criteri dell’American College of Cardiology, questa patologia metabolica si manifesta in due forme eziologiche principali: primaria (ereditaria) e secondaria. L’ipercolesterolemia primaria deriva prevalentemente da difetti genetici, in particolare dall’ipercolesterolemia familiare (FH), una condizione autosomica dominante guidata principalmente da varianti patogene nel gene LDLR. Queste mutazioni compromettono la clearance dell’LDL-C, con conseguente accumulo patologico di LDL-C. L’ipercolesterolemia secondaria deriva da fattori acquisiti, tra cui comorbilità (ad esempio, coronaropatia, diabete mellito), farmaci (ad esempio, diuretici, beta-bloccanti, glucocorticoidi, AAS) e fattori legati allo stile di vita. In particolare, l’obesità amplifica il rischio attraverso la disregolazione del metabolismo lipidico e l’iperlipidemia, mentre l’eccessivo consumo di grassi saturi, la sedentarietà, il consumo cronico di alcol e lo stress psicosociale aggravano ulteriormente l’alterazione dell’omeostasi del Colesterolo.

    Data la sua natura multifattoriale, l’ipercolesterolemia può essere inizialmente gestita attraverso interventi sullo stile di vita mirati a fattori estrinseci modificabili. Le attuali strategie di intervento includono: 1) la modifica della composizione e della struttura della dieta, limitando il consumo di cibi ad alto contenuto di grassi e riducendo l’assunzione di Colesterolo esogeno. La ricerca indica che la dieta DASH, specificamente progettata per prevenire e gestire l’ipertensione, è efficace nel ridurre i livelli di LDL-C. Inoltre, i risultati di Luiza et al. suggeriscono che l’adesione alla dieta mediterranea può anche migliorare la dislipidemia negli individui affetti. ​​2) Impegnarsi in un’attività fisica regolare per migliorare i processi metabolici, migliorando così il metabolismo lipidico anomalo; e 3) Praticare un consumo moderato di alcol per mitigare l’assunzione complessiva di alcol. Quando le modifiche dello stile di vita non producono una risposta sufficiente, diventa imperativo intensificare la farmacoterapia. Gli agenti di prima linea includono statine, inibitori dell’assorbimento del Colesterolo, inibitori di PCSK9, sequestranti degli acidi biliari e fibrati. Queste modalità terapeutiche, con i loro distinti meccanismi e applicazioni cliniche, saranno analizzate in modo esaustivo nelle sezioni successive.

    • Aterosclerosi

    L’aterosclerosi (AS) è una malattia immunoinfiammatoria cronica del sistema arterioso, caratterizzata patologicamente dall’accumulo di placche ricche di lipidi all’interno delle pareti dei vasi, che porta a stenosi luminale e ridotta compliance vascolare. Colpisce principalmente le arterie di grandi e medie dimensioni ed è guidata da una varietà di fattori di rischio, tra cui la dislipidemia, in particolare i livelli elevati di LDL, costituisce il principale determinante patogeno. Le particelle di LDL circolanti migrano attraverso l’endotelio e subiscono una modificazione ossidativa (ad esempio, coniugazione con malondialdeide), formando LDL ossidate pro-infiammatorie (oxLDL). Le oxLDL attivano i recettori scavenger dei macrofagi (ad esempio, CD36, LOX-1), dando inizio a un ciclo autosostenuto di formazione di cellule schiumose. I macrofagi internalizzano le oxLDL ma non possono esportare efficacemente il colesterolo a causa della disfunzione delle HDL. In condizioni di ipercolesterolemia, il sistema RCT, mediato dal legame dell’HDL ai recettori epatici SR-B1, viene sovraccaricato. Ciò promuove lo sviluppo di un nucleo necrotico e di una capsula fibrosa, che sono i tratti distintivi delle placche vulnerabili. Pertanto, il metabolismo del Colesterolo disregolato, in particolare la ridotta clearance lipidica dovuta a livelli elevati di LDL e a una disfunzione dell’HDL, funge da meccanismo centrale nella patogenesi dell’AS, guidando l’intero processo dal danno endoteliale alla formazione della placca. Sebbene l’ipercolesterolemia rimanga il principale fattore di rischio modificabile, altri fattori contribuenti includono ipertensione, diabete mellito, obesità e fattori legati allo stile di vita come il fumo.

    • Malattia del fegato grasso associata a disfunzione metabolica (MAFLD)

    La MAFLD è una condizione epatica cronica caratterizzata dall’accumulo di lipidi nel fegato (steatosi) in assenza di altre cause identificabili, come disturbi genetici o consumo eccessivo di alcol. Lo spettro della malattia spazia dalla semplice steatosi epatica (FL), alla steatoepatite non alcolica (NASH), alla fibrosi e alla cirrosi. La sua progressione è guidata da molteplici fattori interagenti, tra cui predisposizione genetica, influenze ambientali, disbiosi del microbiota intestinale, stress ossidativo, insulino-resistenza, infiammazione e dislipidemia, che possono agire in parallelo o in sequenza nelle diverse fasi della malattia. Il Colesterolo è riconosciuto come il principale agente lipotossico nella patogenesi della MAFLD, e la sua disregolazione gioca un ruolo centrale nella progressione della MAFLD verso la NASH e la fibrosi. Un’eccessiva assunzione e accumulo di Colesterolo promuovono la progressione della malattia e le risposte infiammatorie indotte dal Colesterolo sono state identificate come un fattore determinante in queste condizioni.

    La gestione della MAFLD comprende strategie sia non farmacologiche che farmacologiche, adattate ai profili di rischio individuali. Modifiche dietetiche, come la dieta mediterranea [143] e la dieta chetogenica, sono opzioni terapeutiche efficaci. Anche l’esercizio fisico regolare dimostra effetti benefici nel trattamento della MAFLD. L’asse intestino-fegato gioca un ruolo importante, poiché la salute intestinale influenza significativamente la funzione epatica, rendendo il microbiota intestinale un potenziale bersaglio terapeutico. Ad esempio, i probiotici possono modulare la composizione del microbiota intestinale ed esercitare effetti benefici sulla MAFLD, e alcune caratteristiche della flora potrebbero fungere da biomarcatori diagnostici o prognostici [147]. Tuttavia, uno studio del 2021 condotto da Nor et al. ha suggerito che sei mesi di integrazione probiotica non hanno prodotto un miglioramento clinico significativo, indicando che i probiotici potrebbero essere più adatti come terapia aggiuntiva piuttosto che come terapia autonoma. Il primo trattamento farmacologico per la NASH è Rezdiffra, un agonista orale del THR-β che attiva selettivamente il recettore epatico dell’ormone tiroideo β. Modula il metabolismo lipidico, promuove il dispendio energetico e riduce il grasso epatico e l’infiammazione. Altri approcci farmacologici mirano alla patogenesi sottostante, tra cui agenti ipolipemizzanti (ad esempio, statine), agonisti del PPARα (ad esempio, acido obeticolico) e agonisti dell’FXR (ad esempio, cilofexor ed elafibranor).

    • Calcoli biliari

    I calcoli biliari sono depositi cristallini solidi che si formano nella cistifellea o nelle vie biliari e rappresentano una comune patologia gastrointestinale. Si distinguono principalmente in due tipi: calcoli di colesterolo e calcoli pigmentati. La patogenesi della calcolosi biliare è multifattoriale e coinvolge una complessa interazione di predisposizioni genetiche, fattori legati allo stile di vita e altre influenze. Il meccanismo predominante alla base della formazione dei calcoli biliari è la sovrasaturazione di colesterolo nella bile, che favorisce lo sviluppo dei calcoli di colesterolo. In condizioni fisiologiche, il colesterolo è solubilizzato all’interno di micelle e vescicole formate da acidi biliari e lecitina. Tuttavia, quando i livelli di Colesterolo superano la capacità di solubilizzazione di questi composti, si verifica la sovrasaturazione e la conseguente cristallizzazione. In particolare, studi recenti suggeriscono che la sovrasaturazione di colesterolo nei pazienti con calcoli biliari potrebbe essere dovuta principalmente a una carenza di acidi biliari piuttosto che a un’eccessiva produzione di colesterolo.

    Le strategie di trattamento per i calcoli biliari includono interventi farmacologici e procedure chirurgiche. L’Acido Ursodesossicolico (UDCA) è un farmaco standard per i calcoli biliari di Colesterolo, poiché promuove la dissoluzione dei calcoli aumentando la secrezione di acidi biliari e sopprimendo la sintesi epatica di Colesterolo, riducendo così la saturazione di Colesterolo nella bile. Anche le Statine sono emerse come potenziale trattamento grazie alla loro capacità di modulare il metabolismo del Colesterolo e diminuire la formazione di calcoli biliari. Secondo Georgescu et al., le statine possono inoltre agire attraverso la modulazione del microbiota intestinale. La medicina tradizionale cinese contribuisce ulteriormente alla gestione dei calcoli biliari. Ad esempio, Huang et al. hanno riportato che i polisaccaridi di Ganoderma lucidum alleviano la formazione di calcoli biliari di Colesterolo attraverso la regolazione dipendente da FXR del metabolismo del Colesterolo e degli acidi biliari. Altre formulazioni a base di erbe, come i granuli Shugan Lidan Xiaoshi (SLXG), hanno anche dimostrato un potenziale terapeutico prendendo di mira geni tra cui HMGCR, SOAT2 e UGT1A1, modulando così l’omeostasi del Colesterolo. Inoltre, prove sempre più numerose indicano il ruolo del microbiota intestinale nella prevenzione e nel trattamento dei calcoli biliari di colesterolo. Ad esempio, Wang et al. hanno dimostrato che l’integrazione di lattobacilli ha ridotto l’incidenza e la gravità dei calcoli biliari indotti da una dieta ricca di grassi, indicando una nuova promettente direzione terapeutica.

    • Malattie neurodegenerative

    Il cervello umano contiene la più alta concentrazione di Colesterolo tra tutti gli organi, rappresentando circa il 25% del Colesterolo totale del corpo. Questo pool strettamente regolato è essenziale per il mantenimento dell’architettura neuronale, della plasticità sinaptica e della neurotrasmissione, con prove emergenti che collegano il metabolismo del Colesterolo disregolato alle malattie neurodegenerative. Separato dalla circolazione sistemica dalla barriera emato-encefalica (BBB), il Colesterolo cerebrale opera come un sistema metabolico autonomo. Gli astrociti sono la fonte primaria di Colesterolo cerebrale, producendolo attraverso la sintesi de novo e consegnandolo ai neuroni tramite il trasporto mediato da ApoE. Il Colesterolo in eccesso subisce tre destini regolatori: (1) accumulo come goccioline lipidiche citoplasmatiche, (2) efflusso mediato dai trasportatori ABC tramite particelle legate ad ApoA1, o (3) conversione enzimatica in ossisteroli (24-idrossicolesterolo [24-OHC] e 27-OHC) per l’eliminazione attraverso la BBB.

    La malattia di Alzheimer (AD), una patologia neurodegenerativa prototipica, è caratterizzata dalla deposizione di placche di beta-amiloide (Aβ) e da grovigli neurofibrillari. L’aumento dei livelli di Colesterolo nelle membrane neuronali è correlato alla progressione dell’AD [160, 161]. L’ipercolesterolemia promuove la produzione di Aβ facilitando la processazione della proteina precursore dell’amiloide (APP) all’interno dei lipid raft ricchi di colesterolo tramite le β- e γ-secretasi. L’allele ApoE4 (ε4), il più forte fattore di rischio genetico per l’AD ad esordio tardivo, compromette il trasporto del Colesterolo e la clearance dell’Aβ. In particolare, le dinamiche degli ossisteroli mostrano ruoli opposti: il 27-OHC aggrava la produzione di Aβ e la progressione dell’AD, mentre il 24-OHC promuove l’attività dell’α-secretasi per ridurre il carico di Aβ, esercitando effetti neuroprotettivi [159].

    Il limitato successo clinico delle attuali terapie mirate all’Aβ ha spostato l’attenzione verso interventi sul metabolismo del Colesterolo. Le statine, tradizionalmente utilizzate per la dislipidemia, mostrano un potenziale nella gestione dell’AD. Una meta-analisi di 55 studi osservazionali ha indicato che la terapia con statine è associata a una riduzione del 14% del rischio di demenza e a una diminuzione del 18% dell’incidenza dell’AD. Questi benefici possono derivare dall’inibizione della sintesi del Colesterolo e dalla ridotta aggregazione di Aβ, in particolare con statine lipofile che attraversano la barriera emato-encefalica come la Simvastatina. Prove emergenti evidenziano la rilevanza terapeutica del CYP46A1, un enzima neuronale specifico che converte il colesterolo in 24-OHC. La sovraespressione di CYP46A1 migliora la cognizione nei modelli murini e la sua modulazione farmacologica si dimostra promettente: ad esempio, KaiXinSan regola positivamente CYP46A1 per alleviare i deficit cognitivi indotti da 27-OHC, mentre il farmaco anti-HIV efavirenz agisce come modulatore dipendente dalla concentrazione di CYP46A1. Nuovi analoghi di efavirenz progettati specificamente per colpire l’attività di CYP46A1 offrono un ulteriore potenziale per il trattamento dell’AD . Insieme, questi risultati stabiliscono la regolazione del metabolismo del colesterolo come una promettente frontiera terapeutica nella patogenesi dell’AD.

    Potenziale impatto del Colesterolo nella patologia della malattia di Alzheimer. Il metabolismo del Colesterolo nel cervello segue una complessa sequenza di eventi. Inizialmente, il colesterolo viene sintetizzato all’interno del reticolo endoplasmatico degli astrociti. Successivamente si associa all’APOE per formare i granuli di APOE-colesterolo. Questi granuli vengono secreti nel fluido extracellulare, un processo facilitato dalle proteine ​​trasportatrici ABC. In seguito, il Colesterolo viene internalizzato dai neuroni che esprimono i recettori LDLR. All’interno delle cellule neuronali, il colesterolo segue tre distinti percorsi metabolici. Una parte del Colesterolo viene convertita in goccioline lipidiche per l’immagazzinamento intracellulare, mentre un’altra frazione viene rilasciata dalla cellula e si combina con l’ApoA1 per l’escrezione diretta. La maggior parte del Colesterolo viene metabolizzata dal CYP46A1, con conseguente produzione di 24-OHC. Questo metabolita può attraversare la barriera emato-encefalica ed entrare nel plasma, dove facilita l’afflusso di 27-OHC nel cervello. ABC, cassetta legante ATP; 24-OHC, 24-idrossicolesterolo; 27-OHC, 27-idrossicolesterolo; CYP46A1, colesterolo 24-idrossilasi. Questa figura è stata creata tramite BioRender.
    • Tumori

    Prove emergenti identificano il metabolismo del Colesterolo disregolato come un segno distintivo metabolico critico del cancro. Rispetto alle cellule normali, le cellule maligne mostrano profonde alterazioni nell’omeostasi del Colesterolo, caratterizzate da quattro modifiche chiave: (1) iperattivazione della biosintesi de novo del Colesterolo, (2) aumento dell’assorbimento mediato da LDLR, (3) alterazione dell’efflusso di colesterolo e (4) accumulo patologico di derivati ​​del Colesterolo. Studi comparativi indicano che i tessuti tumorali presentano livelli di colesterolo significativamente più elevati rispetto ai tessuti normali adiacenti, il che è correlato a una maggiore aggressività e a un maggiore potenziale metastatico. Ciò è supportato da una marcata sovraregolazione dei geni coinvolti nella biosintesi del Colesterolo, come SREBP2, HMGCR, SQS, OSC e SQLE, insieme a un’elevata espressione di LDLR e a una maggiore esterificazione del Colesterolo.

    Le attuali strategie antitumorali che prendono di mira il metabolismo del Colesterolo si concentrano principalmente sull’inibizione della biosintesi, del trasporto e dell’esterificazione. Le Statine, inibitori classici dell’HMGCR, mostrano un’attività antitumorale ad ampio spettro nei tumori della prostata, dello stomaco, dell’esofago e della mammella. Agiscono riducendo i livelli di Colesterolo cellulare e sopprimendo la sintesi degli isoprenoidi (ad esempio, geranilgeranil pirofosfato (GGPP) e FPP), interrompendo così la funzione GTPasi nelle cellule tumorali. Tuttavia, l’uso a lungo termine delle Statine (> 4 anni) è stato associato a un aumento del rischio di diversi tumori, tra cui quelli del colon, della vescica e del polmone. Oltre agli effetti ipocolesterolemizzanti, le Statine esercitano un’azione antitumorale attraverso molteplici meccanismi: inducono l’apoptosi tramite l’attivazione di FOXO3a e l’inibizione dell’autofagia nei tumori del cavo orale e del colon, innescano la ferroptosi tramite l’interruzione della via del mevalonato, promuovono la piroptosi e modulano il microambiente tumorale. Clinicamente, le statine mostrano effetti sinergici se combinate con le terapie convenzionali, migliorando gli esiti nei pazienti con carcinoma squamocellulare dell’esofago sottoposti a chemioradioterapia e superando la resistenza ai farmaci nel carcinoma polmonare a piccole cellule recidivante. Per ridurre gli effetti collaterali come la miopatia, sono in fase di sviluppo Statine nanoformulate con un targeting tumorale migliorato.

    Il fattore di trascrizione SREBP2 è un regolatore critico della sintesi del Colesterolo. La sua attivazione tramite isomerizzazione mediata dalla prolil isomerasi fosfato-dipendente (PIN1) promuove l’accumulo di Colesterolo oncogenico e il silenziamento di PIN1 riduce i livelli di colesterolo cellulare, mostrando un potenziale terapeutico nel cancro alla vescica. Anche l’inibizione del trasporto del Colesterolo attraverso il blocco del rilascio lisosomiale di Colesterolo o il targeting di NPC1 con agenti come l’itraconazolo sopprime efficacemente la crescita tumorale. Inoltre, l’esterificazione del Colesterolo attraverso ACAT/SOAT1 rappresenta un nodo vulnerabile, con inibitori come l’Avasimibe che esercitano potenti effetti antitumorali in modelli di melanoma. Le evidenze cliniche mostrano un accumulo patologico di esteri del colesterolo nel cancro al pancreas, al colon-retto e alla prostata metastatica, dove l’inibizione di ACAT1 riduce sostanzialmente la progressione e le metastasi.

    Sebbene il targeting del metabolismo del Colesterolo abbia un ampio potenziale antitumorale, sempre più evidenze suggeriscono la necessità di approcci terapeutici specifici per tipo di cancro. Le strategie attuali includono l’inibizione della sintesi, l’interruzione del trasporto e il blocco dell’esterificazione, ognuna delle quali richiede un’applicazione personalizzata in base alle dipendenze metaboliche del tumore. Le prospettive future prevedono lo sviluppo di terapie di precisione che combinino il targeting metabolico con trattamenti convenzionali e sistemi di somministrazione avanzati come la nanotecnologia.

    AAS e dislipidemia

    Gli steroidi anabolizzanti-androgeni (AAS) causano, a diverso grado dipendente dalla natura strutturale di sintesi della molecola, una significativa dislipidemia aterogena alterando il metabolismo del Colesterolo. In genere, riducono sensibilmente l’HDL-C dal 20% al 70% e aumentano l’LDL-C dal 30% al 50%, oltre a causare un aumento dei Trigliceridi ematici. Queste anomalie delle lipoproteine ​​possono aumentare il rischio di cardiopatia coronarica da tre a sei volte.

    • AAS e riduzione dell’HDL

    Diversi studi interventistici hanno esaminato l’effetto dell’uso di AAS sul colesterolo.  Peter Bond ha fatto un piccolo riassunto di questi studi nel suo libro “Book on Steroids” il quale riporto nella tabella sottostante. Sebbene non tutti gli studi abbiano riscontrato una diminuzione statisticamente significativa del colesterolo HDL (↔️), molti lo fanno e nel complesso mostrano inequivocabilmente una diminuzione. Ciò è particolarmente vero per gli AAS orali, che sembrano avere l’effetto maggiore sul colesterolo HDL.

    Si ritiene che gli AAS riducano l’HDL aumentando l’attività di un enzima chiamato lipasi epatica. Si tratta di un enzima prodotto principalmente dal fegato. Essendo una lipasi, catalizza le reazioni di idrolisi dei lipidi. In particolare, scinde gli acidi grassi dal triacilglicerolo (Trigliceride) e i fosfolipidi dalle particelle lipoproteiche, come l’HDL. Idrolizzando il triacilglicerolo e i fosfolipidi dall’HDL, riduce le dimensioni di queste particelle. Queste particelle più piccole vengono catabolizzate a un ritmo più elevato.

    Thompson et al. hanno esaminato queste sottofrazioni di colesterolo HDL che differiscono per dimensioni. Hanno misurato i livelli di colesterolo HDL2 e HDL3: le particelle di colesterolo HDL2 sono più grandi e di densità inferiore rispetto a quelle HDL3. Gli uomini partecipanti hanno ricevuto 200mg di Testosterone Enantato alla settimana o 6mg di Stanozololo orale (Winstrol) al giorno per 6 settimane in un design crossover. I risultati sono stati i seguenti:

    *Differenza significativa (P < 0,05) rispetto al valore basale.

    Come si può notare, la maggiore diminuzione relativa è stata osservata nella frazione HDL2 più grande a seguito del trattamento con Stanozololo. Al contrario, il Testosterone non ha mostrato una diminuzione statisticamente significativa nella frazione HDL2, ma ha fatto altrettanto nella frazione HDL3 più piccola. Non è del tutto chiaro cosa provochi la diminuzione di questa frazione.

    Quando dei bodybuilder sono stati randomizzati a ricevere 200mg di Nandrolone Decanoato alla settimana o un placebo. Non sono stati riscontrati cambiamenti statisticamente significativi nel colesterolo totale, nel colesterolo LDL e nel colesterolo HDL. Analogamente, non sono stati riscontrati cambiamenti significativi nelle sottofrazioni di colesterolo HDL2 e HDL3. In particolare, nella stessa pubblicazione, gli autori riferiscono anche di uno studio in cui hanno seguito un gruppo di atleti di forza che si autosomministravano steroidi anabolizzanti. Sono stati utilizzati diversi composti in vari dosaggi, ma vale la pena sottolineare che la maggior parte di essi comprendeva anche uno steroide anabolizzante orale (soprattutto Stanozololo). In questo caso, il colesterolo HDL è sceso in picchiata: da 1,08 mmol/L a 0,43 mmol/L dopo 8 settimane. La sottofrazione di colesterolo HDL2 è scesa da 0,21 a 0,05 e la sottofrazione di colesterolo HDL3 è scesa da 0,87 a 0,40 mmol/L.

    • AAS e funzione dell’HDL

    Dato il legame tra l’effetto di un farmaco sui livelli di HDL e il rischio di malattie cardiovascolari, la ricerca ha iniziato a concentrarsi sulla funzione del HDL. L’HDL è il protagonista di un processo chiamato trasporto inverso del colesterolo. Nell’aterosclerosi, il colesterolo si accumula nelle cellule del sistema immunitario (macrofagi) e nelle cellule muscolari lisce che circondano i vasi sanguigni. Queste cellule, a loro volta, diventano le cosiddette cellule schiumose, che segnano il punto di partenza dell’aterosclerosi. Le particelle di HDL sono in grado di raccogliere il colesterolo da queste cellule – efflusso di Colesterolo. L’efflusso del colesterolo dalle cellule schiumose nelle particelle di HDL è uno dei modi in cui si ritiene che il HDL eserciti i suoi effetti protettivi sulle arterie. Il HDL raccolto può poi essere riportato al fegato, che lo incorpora nella bile e può quindi essere secreto nelle feci. Allo stesso modo, le particelle di HDL possono trasferire parte del loro contenuto alle particelle LDL, che possono finire nuovamente nelle cellule schiumose o essere assorbite dal fegato.

    Esistono metodi per misurare la capacità di efflusso del HDL e l’idea attuale è che la sua modulazione possa influire sul rischio di malattie cardiovascolari, contrariamente ai livelli di HDL in sé. Esistono diversi modi in cui l’HDL può assorbire il Colesterolo dalle cellule schiumose. Uno di questi coinvolge un trasportatore chiamato ATP-binding casette transporter A1 (ABCA1), che si ritiene sia il più importante. Contribuiscono anche altri trasportatori, come ABCG1 e il recettore scavenger B1, oltre alla diffusione semplice.

    In uno studio (non controllato), uomini anziani ipogonadici sono stati randomizzati alla TRT con o senza Dutasteride (un inibitore della 5a-reduttasi). Dopo 3 mesi, la TRT era riuscita a riportare i livelli di Testosterone di questi uomini all’interno del range di normalità. L’HDL e la capacità di efflusso del HDL sono rimasti inalterati.

    Un altro studio, randomizzato e controllato, ha applicato un approccio leggermente diverso. Uomini sani, di età compresa tra i 19 e i 55 anni, sono stati castrati medicalmente per sopprimere completamente la loro produzione endogena. In seguito, hanno ricevuto un placebo, una TRT a basso dosaggio, una TRT sostitutiva completa o una TRT sostitutiva completa con Letrozolo, un inibitore dell’Aromatasi che inibisce la conversione del Testosterone in Estradiolo. L’HDL è aumentato leggermente nel gruppo placebo e in quello a basso dosaggio, mentre è rimasto inalterato nei due gruppi che hanno ricevuto una dose sostitutiva completa. Inoltre, mentre è stata riscontrata una piccola diminuzione della capacità di efflusso di ABCA1 nel gruppo che ha ricevuto anche il Letrozolo, non sono stati osservati cambiamenti negli altri tre gruppi. A causa delle dimensioni ridotte dei gruppi, è possibile che un piccolo effetto non sia stato notato.

    Esiste un solo studio che ha esaminato questo aspetto, ed era di natura trasversale (si tratta di misurazioni effettuate in un solo momento, il che rende impossibile/difficile trarre conclusioni). I ricercatori hanno confrontato le misurazioni di un gruppo di utilizzatori di AAS con quelle di non utilizzatori e controlli sedentari, che avevano un’età corrispondente. I consumatori di AAS erano forti utilizzatori, avendo fatto uso di AAS in media per circa 8 anni con un dosaggio medio di (apparentemente) 2,5g settimanali. La capacità delle HDL di effluire il Colesterolo dai macrofagi è risultata inferiore del 13% nei consumatori di AAS rispetto ai non consumatori con allenamento della forza. Anche in questo caso, a causa della natura trasversale dello studio, è difficile dire se questo sia causale.

    Effetti clinici principali:

    • Riduzione dell’HDL: le riduzioni possono essere estreme, soprattutto con gli AAS non aromatizzabili come lo Stanozololo o l’Oxandrolone.
    • Aumento dell’LDL: dosi soprafisiologiche di AAS sovrastimolano le lipasi epatiche, alterando la sintesi delle apolipoproteine ​​e accelerando la circolazione delle particelle di LDL.
    • Alterazione del eflusso del efflusso del HDL: dosi soprafisiologiche di AAS alterano l’efflusso del HDL contribuendo nel lungo termine al deposito di placche aterosclerotiche.
    • Trigliceridi: livelli elevati sono comunemente osservati anche durante l’uso attivo di AAS.

    Insorgenza e reversibilità:

    • Insorgenza: Le alterazioni del profilo lipidico si manifestano rapidamente, spesso entro le prime 9 settimane di somministrazione di AAS, anche se con l’uso di alcuni AAS orali metilati in C-17 l’insorgenza di una alterazione lipidica può manifestarsi entro 3-4 settimane.
    • Reversibilità: Gli studi dimostrano che i profili lipidici sono in gran parte reversibili e tendono a normalizzarsi entro 2,5-5 mesi dalla completa interruzione dell’uso di AAS.

    Conseguenze a lungo termine:

    • Sebbene i marcatori lipidici in genere tornino ai valori basali al termine dei cicli, l’uso cronico e ripetuto accelera l’accumulo di placche aterosclerotiche, aumentando il rischio di infarto miocardico precoce e ictus ischemico.
    • I medici spesso raccomandano pannelli lipidici a digiuno completi, test di funzionalità epatica e monitoraggio cardiovascolare per le persone con una storia di abuso di AAS.

    Fine I° parte…

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

    Riferimenti:

    Retatrutide – l’incretino-mimetico tri-agonista –

    Nota introduttiva

    La ricerca scientifica è in continuo sviluppo, e nonostante abbia scritto un corposo articolo sugli incretino-mimetici qualche tempo fa, l’avanzare dei dati disponibili su nuove molecole appartenenti a questa famiglia, ormai largamente in uso in campo medico e off-label, mi spingono a scrivere questo nuovo articolo in tema.

    Introduzione:

    E’ risaputo che l’intervento attraverso la modifica dello stile di vita rimane la strategia terapeutica di prima linea per il trattamento dell’obesità. In particolare, l’adesione alla dieta Mediterranea — un modello alimentare ricco di frutta, verdura, cereali integrali, olio d’oliva e proteine magre — ha dimostrato miglioramenti significativi nella steatosi epatica e nell’insulino-resistenza tra i pazienti con MAFLD. Inoltre, è stato dimostrato che programmi di esercizio fisico strutturati, che integrano sia l’allenamento aerobico che quello contro-resistenza, riducono il contenuto di grasso nel fegato e migliorano il controllo glicemico. Tuttavia, nonostante i benefici ben documentati dei cambiamenti nello stile di vita, mantenere l’aderenza a lungo termine rimane una sfida per molte persone, che spesso richiede un supporto multidisciplinare e strategie di cambiamento comportamentale a lungo termine. Quando necessario, gli interventi farmacologici sono essenziali per colmare il divario e garantire una prevenzione e una gestione efficaci di queste condizioni correlate.

    Numerosi trattamenti farmacologici mirano a interrompere queste connessioni dannose, e molti di essi si concentrano sulle vie ormonali delle incretine e sulla regolazione dell’appetito, come già visto nel precedente articolo. Tre dei più comuni ormoni peptidici incretinici sono il Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1), il Polipeptide Insulinotropico glucosio-dipendente (GIP) e il Glucagone. L’emergere degli agonisti del recettore del GLP-1, come il primo agonista clinicamente approvato, l’Exenatide, nel 2005, ha aperto la strada a un’approfondita esplorazione di queste molecole. In breve tempo sono state introdotte altre molecole, come la Liraglutide, la Dulaglutide e la Semaglutide, che offrono una somministrazione settimanale. Oltre a garantire un controllo più efficace del glucosio e a favorire una significativa perdita di peso, questi farmaci hanno consentito una riduzione dei tassi di gravi effetti avversi cardiovascolari, insufficienza cardiaca, malattie renali e morte cardiovascolare. Questi risultati promettenti hanno portato allo sviluppo dei primi agonisti duali, tra cui spicca la Tirzepatide, un agonista dei recettori GIP e GLP-1. La Tirzepatide ha ottenuto riduzioni significative dei livelli di emoglobina glicata A1c (HbA1c) e del peso corporeo rispetto al placebo. Inoltre, è stato riscontrato che la Tirzepatide ha un effetto più pronunciato rispetto all’agonista del GLP-1 Semaglutide nelle persone con DMT2. L’incidenza di eventi avversi gastrointestinali (GI) è aumentata rispetto al placebo; tuttavia, né la Tirzepatide né il Semaglutide hanno aumentato il rischio di eventi avversi gravi o di ipoglicemia grave.

    La Retatrutide, un agonista triplo recettoriale, mira a rivoluzionare la farmacoterapia dell’obesità e del diabete di tipo 2. Questo farmaco innovativo ha dimostrato di migliorare i risultati terapeutici, determinando riduzioni più marcate sia del peso corporeo che dei livelli di HbA1c rispetto alle attuali terapie farmacologiche.

    -Recettori Molecolari Bersaglio-

    • Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1)

    Il GLP-1 è un ormone incretinico secreto prevalentemente dal tratto intestinale, soprattutto in risposta ai pasti. Le cellule L dell’intestino tenue sono responsabili della sua produzione a partire da un gene del proglucagone. È stato inoltre dimostrato che la produzione di questa molecola avviene anche nelle cellule α del pancreas e nel sistema nervoso centrale, in aree quali il nucleo del tratto solitario e la microglia. Agisce prevalentemente attivando un recettore che induce la stimolazione del rilascio di insulina, diminuisce la secrezione di glucagone, riduce l’assunzione di cibo e ritarda lo svuotamento gastrico (GE) influenzando la motilità gastrica e intestinale. I recettori del GLP-1 si trovano in una varietà di tessuti quali il pancreas, la mucosa gastrica, i reni, i polmoni, il cuore, la pelle, le cellule immunitarie e il cervello. Si tratta di recettori accoppiati alle proteine G eptelicoidi composti da 463 aminoacidi che, una volta attivati, stimolano la formazione di adenosina monofosfato ciclico (cAMP) seguita dall’attivazione delle vie della proteina chinasi A.

    In particolare per quanto riguarda il sistema nervoso centrale, l’espressione dei recettori del GLP-1 in regioni correlate alla gratificazione, quali l’ipotalamo, l’amigdala, il nucleo accumbens, il nucleo paraventricolare, l’area tegmentale ventrale, il locus coeruleus e il tronco encefalico, potrebbe suggerire una possibile associazione tra l’apprendimento della gratificazione e sintomi quali l’anedonia in patologie quali la depressione. Tuttavia, la natura multifattoriale e poligenica di questa diagnosi richiede ulteriori indagini prima di giungere a una conclusione definitiva. È stato inoltre dimostrato che l’attivazione del GLP-1 riduce l’infiammazione diminuendo l’attività dei macrofagi. I suoi effetti sulla sazietà e sull’assunzione di cibo si riscontrano sia in individui sani che in pazienti obesi e diabetici.

    • Polipeptide Insulinotropico Glucosio-Dipendente (GIP)

    Secreto anche dalle cellule K intestinali, il GIP è una proteina secreta prevalentemente in fase postprandiale. È costituito da 42 aminoacidi che si formano in seguito alla proteolisi di un precursore di 153 aminoacidi. I recettori del GIP esistono in due isoforme, costituite rispettivamente da 466 e 493 aminoacidi, che, una volta attivate, mostrano un aumento del calcio intracellulare e dell’acido arachidonico. La loro attivazione è correlata anche all’attivazione dell’adenilato ciclasi. Agendo su questi recettori, espressi in diversi tessuti, tra cui principalmente le cellule β pancreatiche e, in misura minore, il tessuto adiposo e quello nervoso, il GIP stimola la secrezione di glicogeno sia in condizioni di normoglicemia che di iperglicemia. Riduce inoltre l’appetito esercitando un effetto negativo sulla GE e favorendo il rilascio di insulina da parte del pancreas, agendo in sinergia con il GLP-1. Tuttavia, agisce in contrasto con il GLP-1 per quanto riguarda il rilascio di glucagone, potenziandone il rilascio. Inoltre, si è riscontrato che le vie dipendenti dai fattori di crescita, come la MAPK (chinasi 1 e 2 regolate da segnali extracellulari [ERK 1/2]) e la proteina chinasi B, sono influenzate dall’attivazione del GIP. Sono stati descritti anche gli effetti del GIP sul tessuto adiposo, poiché è stato dimostrato che stimola l’adipogenesi, inibisce la lipolisi e stimola la lipogenesi de novo. Inoltre, è stato dimostrato che il GIP ha un’influenza diretta sulle ossa, inducendo l’attività degli osteoblasti.

    • Glucagone

    Infine, il Glucagone, derivato da una molecola precursore denominata pro-glucagone composta da 180 aminoacidi, è un ormone presente principalmente nelle cellule α del pancreas. È stata descritta anche la sua produzione nell’intestino tenue. Dopo la sua scoperta nel 1921, il suo contributo alla fisiopatologia del diabete mellito di tipo 2 ha inaugurato una nuova era nei farmaci antidiabetici e nello studio delle malattie metaboliche. È costituito da 29 aminoacidi e il suo gene è localizzato sul cromosoma 2. I recettori del Glucagone si trovano principalmente negli epatociti del fegato e nei reni. È stata descritta un’espressione minore anche in altri tessuti come il cuore, il pancreas, il tessuto adiposo e il tratto gastrointestinale. I recettori del Glucagone sono recettori accoppiati alle proteine G che, quando stimolati, determinano un aumento dell’AMPc e del Calcio intracellulari che, a loro volta, attivano la via della proteina chinasi A. Il principale fattore che ne determina il rilascio è il basso livello di glucosio nel sangue, e i recettori del Glucagone si trovano in molti tessuti, con gli epatociti come sede più comune. Il Glucagone consente la gluconeogenesi e la glicogenolisi nel fegato, bloccando al contempo la glicogenesi. Questi effetti portano a livelli elevati di glucosio nel sangue. Il Glucagone riduce anche la motilità gastrointestinale e, agendo sul tessuto adiposo, diminuisce la lipogenesi e induce la lipolisi, portando ad un aumento della produzione di acidi grassi non esterificati e corpi chetonici. È stato inoltre osservato che il Glucagone agisce sul tessuto adiposo bruno nei modelli animali, inducendo la termogenesi e il dispendio energetico. Tuttavia, gli studi condotti sull’uomo non hanno dimostrato più di un effetto modesto sul dispendio energetico, senza raggiungere una rilevanza clinica.

    Recettore del Glucagone

    -Aspetti generali della Retatrutide-

    • Struttura molecolare — Farmacologia

    La Retatrutide è quindi una terapia promettente che agisce su tutti i recettori e attività molecolari correlate sopra menzionate; si tratta di un agonista triplo recettoriale. La Retatrutide è un peptide sintetico che agisce come agonista dei recettori del GLP-1, del GIP e del Glucagone (Figura seguente). La struttura chimica della Retatrutide gli consente di legarsi in modo specifico a questi recettori.

    La Retatrutide si dispiega in un’unica struttura elicoidale continua che gli consente di attraversare il dominio transmembranario del recettore con il suo segmento N-terminale. Il segmento C-terminale partecipa alle interazioni con l’elica α N-terminale del dominio extracellulare, con l’estremità extracellulare dell’elica transmembranaria 1 del recettore del GLP-1 e con l’ansa extracellulare 1 del recettore del GIP. Questa molecola è più potente sul recettore GIP umano (EC50: 0,0643 nM) e meno potente sui recettori del GLP-1 (EC50: 0,775 nM) e del Glucagone (EC50: 5,79 nM). Ha un’azione dose-dipendente e provoca una diminuzione dello svuotamento gastrico, mentre, con un’emivita di 6 giorni, può essere somministrato prevalentemente su base settimanale. La Retatrutide viene metabolizzata prevalentemente a livello epatico, ma non interagisce con gli enzimi del citocromo P450.

    Struttura molecolare della Retatrutide

    I suoi effetti determinano una significativa riduzione del peso e una diminuzione dei livelli di HbA1c. Gli effetti indesiderati più frequenti sono nausea, diarrea, vomito e stitichezza. Tuttavia, questi hanno portato a casi non rari di interruzione della terapia, e la loro intensità era chiaramente correlata a dosaggi più elevati. Studi pratici indicano che i tassi di interruzione dei GLP-1RA possono raggiungere valori compresi tra il 20% e il 50% entro il primo anno e che i pazienti spesso utilizzano dosaggi significativamente inferiori rispetto a quelli testati negli studi clinici. Effetti avversi meno comuni sono stati un aumento temporaneo dei livelli di alanina aminotransferasi (ALT), aumento della frequenza cardiaca e iperestesia cutanea.

    -Risultati emersi dagli studi sull’uomo-

    • Trials di Fase I

    Coksun et al. a Singapore hanno condotto uno studio di fase 1 per valutare la sicurezza e il profilo farmacocinetico della Retatrutide. Allo studio hanno partecipato 47 soggetti sani, 45 dei quali hanno ricevuto almeno una dose. La concentrazione massima è stata raggiunta entro 12-72 ore dalla somministrazione. L’emivita media era di circa 6 giorni. Rispetto al placebo, la Retatrutide ha determinato variazioni simili nei livelli basali di glucosio a digiuno. Dopo la somministrazione di dosi da 4,5 e 6 mg, i livelli medi di glucagone a digiuno sono diminuiti a partire da 24 ore dopo la somministrazione fino al giorno 15. Il retatrutide ha determinato una riduzione del peso corporeo medio a tutti i livelli di dosaggio, tranne che alla dose di 0,1 mg. La riduzione di peso ha raggiunto il picco ai livelli di dosaggio compresi tra 3 e 6 mg. Gli effetti avversi più comuni correlati al trattamento dello studio sono stati disturbi gastrointestinali quali vomito, distensione addominale e nausea, tuttavia per lo più di intensità lieve.

    A seguito degli studi condotti sugli animali, Urva et al. hanno progettato uno studio di fase 1b a dosi multiple crescenti su pazienti affetti da diabete di tipo 2. A questi pazienti è stato somministrato Retatrutide una volta alla settimana (in gruppi di dosaggio da 0,5, 1,5, 3, 3/6 e 3/6/9/12 mg), placebo o 1,5 mg di Dulaglutide. Retatrutide 0,5, 1,5 e 3 mg sono stati somministrati per 12 settimane. Il gruppo da 3/6 mg ha ricevuto 3 mg di Retatrutide nelle settimane 1-4 e 6 mg nelle settimane 5-12. Infine, il gruppo da 3/6/9/12 mg ha ricevuto 3 mg nelle prime due settimane, 6 mg nelle settimane 3-4, 9 mg nelle settimane 5-8 e 12 mg nelle settimane 9-12. Lo svuotamento gastrico è stato valutato 2 giorni prima del trattamento e 24 ore dopo la somministrazione della dose nei giorni 2, 30 e 79. In sintesi, 72 partecipanti hanno ricevuto almeno una dose del farmaco, mentre 43 hanno completato lo studio. L’età media dei partecipanti era di 58,4 ± 7,4 anni, l’IMC medio era di 32,1 ± 5,1 kg/m², l’HbA1c era dell’8,66 ± 0,92%. Il maggiore effetto sullo svuotamento gastrico è stato riscontrato dopo la prima dose di Retatrutide, mentre era inferiore con le dosi successive, nonostante l’aumento del dosaggio.

    • Trials di Fase II

    In uno studio di fase II in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, Jastreboff et al. hanno somministrato Retatrutide in dosi fino a 8 mg per un totale di 48 settimane a pazienti con un BMI ≥ 30 kg/m² o con un BMI compreso tra 27 e 30 kg/m² e una patologia concomitante correlata al peso. L’endpoint primario dello studio era la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 24 settimane di terapia. Gli endpoint secondari erano la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 48 settimane e la presenza di una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15%. Sono stati arruolati in totale 338 adulti. La variazione percentuale media del peso corporeo a 24 settimane nei gruppi trattati con Retatrutide, calcolata con il metodo dei minimi quadrati, è stata del −7,2% nel gruppo da 1 mg e fino al −17,5% nel gruppo da 12 mg, rispetto al −1,6% nel gruppo placebo. Inoltre, a 48 settimane, le stesse percentuali erano pari a −8,7% nel gruppo da 1 mg, −24,2% nel gruppo da 12 mg e −2,1% nel gruppo placebo. A 48 settimane, si è verificata una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15% nel 100%, 93% e 83% dei soggetti che hanno ricevuto 12 mg di Retatrutide e nel 27%, 9% e 2% di quelli che hanno ricevuto il placebo. Gli effetti avversi più comuni erano anch’essi di natura gastrointestinale e correlati alla dose e sono stati parzialmente mitigati con una dose iniziale più bassa (2 mg vs. 4 mg). Pertanto, negli adulti con obesità, il trattamento con Retatrutide per 48 settimane ha determinato riduzioni sostanziali del peso corporeo.

    Analogamente, Rosenstock et al. hanno condotto uno studio randomizzato, in doppio cieco, di fase 2, in cui erano ammessi all’arruolamento adulti di età compresa tra i 18 e i 75 anni affetti da diabete di tipo 2, con HbA1c compresa tra il 7,0% e il 10,5% e BMI compreso tra 25 e 50 kg/m². I partecipanti sono stati trattati con dieta ed esercizio fisico da soli o con una dose stabile di metformina per almeno 3 mesi prima dello screening. Sono stati inoltre assegnati in modo casuale a ricevere iniezioni settimanali di placebo, 1,5 mg di Dulaglutide o dosi di mantenimento di Retatrutide pari a 0,5 mg, 4 mg (dose iniziale 2 mg), 4 mg (senza aumento), 8 mg (dose iniziale 2 mg), 8 mg (dose iniziale 4 mg) o 12 mg (dose iniziale 2 mg). L’endpoint primario era la variazione dell’HbA1c dal basale a 24 settimane, mentre gli endpoint secondari includevano la variazione dell’HbA1c e del peso corporeo a 36 settimane. A 24 settimane, le variazioni medie dei minimi quadrati rispetto al basale dell’HbA1c con retatrutide erano pari a –0,43% per il gruppo da 0,5 mg, –1,39% per il gruppo con aumento graduale a 4 mg, –1,30% per il gruppo da 4 mg, –1,99% per il gruppo con aumento graduale lento a 8 mg, –1,88% per il gruppo con aumento rapido della dose a 8 mg e –2,02% per il gruppo con aumento della dose a 12 mg, contro –0,01% per il gruppo placebo e –1,41% per il gruppo trattato con Dulaglutide 1,5 mg. Le riduzioni dell’HbA1c con Retatrutide sono risultate significativamente maggiori (p < 0,0001) rispetto al placebo in tutti i gruppi tranne quello da 0,5 mg e maggiori rispetto al Dulaglutide da 1,5 mg nel gruppo con aumento graduale a 8 mg (p = 0,0019) e nel gruppo con aumento graduale a 12 mg (p = 0,0002). I risultati sono stati confermati a 36 settimane. Il peso corporeo è diminuito in modo dose-dipendente con Retatrutide a 36 settimane fino al 16,94% per il gruppo con aumento progressivo della dose a 12 mg, rispetto al 3,00% con il placebo e al 2,02% con 1,5 mg di Dulaglutide. È risultato evidente che Retatrutide ha mostrato miglioramenti clinicamente significativi nel controllo glicemico e riduzioni impressionanti del peso corporeo nei pazienti con diabete di tipo 2, pur essendo relativamente sicuro.

    Un altro studio di fase II condotto da Sanyal et al. ha cercato di dimostrare gli effetti del Retatrutide sulla steatosi epatica. 98 pazienti con un contenuto di grasso epatico ≥10% (come definito dalla frazione di grasso in base alla densità protonica mediante risonanza magnetica) sono stati assegnati in modo casuale a un trattamento di 48 settimane con Retatrutide per via sottocutanea una volta alla settimana (a dosi di 1, 4, 8 o 12 mg) o a un trattamento con placebo. In totale, 76 partecipanti sono riusciti a completare questo sottostudio. La variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico a 24 settimane è stata di −42,9% (1 mg), −57,0% (4 mg), −81,4% (8 mg), −82,4% (12 mg) e +0,3% (placebo). A 24 settimane, il grasso epatico normale (<5%) è stato raggiunto dal 27% (1 mg), dal 52% (4 mg), dal 79% (8 mg), dall’86% (12 mg) e dallo 0% (placebo) dei partecipanti. A 48 settimane, la variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico era pari a −51,3% (1 mg), −59,0% (4 mg), −81,7% (8 mg), −86,0% (12 mg) e −4,6% (placebo). Inoltre, un contenuto totale di grasso epatico < 5% a 48 settimane è stato raggiunto con dosi da 8 mg (nell’89% dei partecipanti) e da 12 mg (nel 93% dei partecipanti). La riduzione del grasso epatico è stata associata a perdita di peso, riduzione del grasso addominale e miglioramento della sensibilità all’insulina e del metabolismo dei lipidi.

    • Trials di Fase III

    Risultati dello studio TRIUMPH-1 [2026], uno studio clinico di fase 3 volto a valutare l’efficacia e la sicurezza della Retatrutide in adulti affetti da obesità o sovrappeso, con almeno una comorbilità correlata al peso e senza diabete. A 80 settimane, tutte le dosi della Retatrutide (4mg, 9mg e 12mg) hanno raggiunto gli endpoint primari e secondari chiave per l’obesità, determinando una perdita di peso clinicamente significativa.

    I soggetti con un BMI basale ≥35 che hanno partecipato a un’estensione dello studio hanno continuato a perdere peso, raggiungendo una perdita media di 85,0 libbre (30,3%) a 104 settimane. Alla dose di 4mg, raggiunta con un solo aumento, i partecipanti hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%) a 80 settimane, con un tasso di interruzione osservato inferiore a causa di eventi avversi rispetto al placebo.

    Per quanto riguarda l’endpoint primario, i partecipanti trattati con Retatrutide 9mg e 12mg hanno perso in media rispettivamente 64,4 libbre (25,9%) e 70,3 libbre (28,3%). Coloro che hanno assunto la dose da 4mg di Retatrutide, con un solo aumento del dosaggio, hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%). In particolare, il 65,3% dei partecipanti trattati con Retatrutide 12mg ha raggiunto un BMI <30, scendendo al di sotto della soglia di obesità a 80 settimane, compreso il 37,5% di coloro che hanno iniziato con obesità di classe 3 (BMI ≥40). 1 In un’estensione in cieco prestabilita per i soggetti con un BMI ≥35, i partecipanti che hanno continuato con Retatrutide 12mg fino a 104 settimane hanno perso in media 85,0 libbre (30,3%). Inoltre, la Retatrutide ha mostrato miglioramenti significativi rispetto al basale in alcuni fattori di rischio cardiovascolare, tra cui la circonferenza della vita, il colesterolo non-HDL, i Trigliceridi, la pressione sistolica e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP).

    Per quanto riguarda l’estimando del regime terapeutico, ogni livello di dosaggio di Retatrutide ha portato a miglioramenti negli endpoint primari e secondari chiave, nonché nell’estensione prestabilita, tra cui:

    • Variazione percentuale del peso corporeo a 80 settimane: -17,6% (-19,8 kg; -43,7 libbre; 4 mg); -23,7% (-26,7 kg; -58,9 libbre; 9 mg); -25,0% (-28,2 kg; -62,1 libbre; 12 mg) e -3,9% (-4,4 kg; -9,7 libbre; placebo)
    • Variazione percentuale del peso corporeo a 104 settimane: -25,7% (-30,6 kg; -67,5 libbre; da 4 mg a MTD); -28,7% (-35,6 kg; -78,4 libbre; da 9 mg a MTD); -29,9% (-38,1 kg; -83,9 libbre; da 12 mg a MTD) e -18,9% (-22,3 kg; -49,1 libbre; da placebo a MTD)

    I tipi di eventi avversi osservati erano generalmente in linea con quelli riscontrati negli studi clinici condotti su altre terapie a base di incretine. Gli eventi avversi più comuni tra i partecipanti trattati con retatrutide (4 mg, 9 mg, 12 mg, rispetto al placebo, rispettivamente) sono stati nausea (28,6%, 38,4% e 42,4% contro il 14,8%), diarrea (25,2%, 34,1% e 32,0% contro il 13,5%), stitichezza (23,8%, 25,9% e 26,1% rispetto al 10,9%), vomito (10,6%, 22,8% e 25,3% rispetto al 4,8%) e infezione del tratto respiratorio superiore (14,2%, 12,2% e 13,1% rispetto all’11,6%) . Si sono verificati casi di disestesia nel 5,1%, 12,3% e 12,5% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto allo 0,9% con il placebo, mentre l’incidenza di infezioni del tratto urinario si è verificata nel 7,5%, 8,8% e 8,4% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto al 5,3% con il placebo. Gli episodi di disestesia e le infezioni del tratto urinario sono stati generalmente di entità da lieve a moderata; la maggior parte si è risolta durante il trattamento e la maggior parte dei partecipanti ha continuato ad assumere retatrutide. I tassi di interruzione del trattamento a causa di eventi avversi sono stati del 4,1%, 6,9% e 11,3% rispettivamente con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispetto al 4,9% con il placebo.

    Principali risultati della fase III:

    • Perdita di peso (TRIUMPH-1): negli adulti affetti da obesità o sovrappeso, la dose settimanale da 12 mg ha determinato una notevole perdita di peso media del 28,3% a 80 settimane. Uno studio di estensione di due anni (104 settimane) condotto sul sottogruppo con il peso maggiore (BMI ≥ 35) ha mostrato una notevole riduzione media del peso corporeo del 30,3% (con una perdita media di 85 libbre).
    • Diabete di tipo 2 (TRANSCEND-T2D-1): Negli adulti con diabete di tipo 2, la dose da 12 mg ha prodotto una perdita di peso media del 15,3% a 40 settimane. In particolare, fino al 40% dei pazienti ha raggiunto livelli normali di HbA1c (<5,7%) e quasi il 90% ha raggiunto valori <7,0%.
    • Osteoartrite (TRIUMPH-4): I pazienti affetti da obesità e osteoartrite del ginocchio hanno registrato una perdita di peso del 28,7% insieme a una significativa riduzione del dolore al ginocchio a 68 settimane.

    Conclusioni:

    È fondamentale comprendere che la perdita di peso non è sempre benefica per la salute; in determinate circostanze, può portare a una riduzione clinicamente significativa della massa muscolare e ossea, anziché alla riduzione desiderata del grasso corporeo. Questo fenomeno solleva importanti interrogativi sulla qualità e sulla composizione della perdita di peso, poiché il mantenimento della massa magra è essenziale per preservare la forza complessiva, la mobilità e la salute metabolica. Pertanto, è necessario progettare studi che non si concentrino solo sulla percentuale, ma che indaghino anche sui cambiamenti della composizione corporea che accompagnano la perdita di peso.

    Va tuttavia sottolineato che, sebbene la Retatrutide appaia promettente come terapia dimagrante per gli adulti, il suo impiego sperimentale non è attualmente approvato per bambini e adolescenti. La sicurezza e l’efficacia della Retatrutide non sono state stabilite nella popolazione pediatrica. Gli studi clinici attualmente in corso si sono concentrati esclusivamente sugli adulti e mancano dati relativi al suo impiego nei bambini e negli adolescenti. Pertanto, la Retatrutide non è indicato per i soggetti di età inferiore ai 18 anni. Per i bambini e gli adolescenti, la prevenzione e la gestione dell’obesità dovrebbero dare priorità agli interventi non farmacologici. Le modifiche dello stile di vita, tra cui una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare, sono la pietra angolare della prevenzione dell’obesità pediatrica. La U.S. Preventive Services Task Force raccomanda ai medici di effettuare screening per l’obesità nei bambini e negli adolescenti di età pari o superiore a 6 anni e di offrire loro o indirizzarli verso interventi comportamentali intensivi e completi per promuovere miglioramenti nel peso corporeo.

    Tuttavia, non si può negare che gli studi di fase III sulla Retatrutide hanno fino a questo momento dimostrato una riduzione del peso e miglioramenti cardiometabolici senza precedenti.

    In conclusione, il Retatrutide sembra preannunciare un significativo progresso nel campo della farmacoterapia per l’obesità e il controllo del peso. Grazie al suo eccellente profilo di sicurezza e alle notevoli percentuali di perdita di peso, suscita indubbiamente grande entusiasmo nella comunità medica.

    La presentazione della domanda di autorizzazione per la commercializzazione della Retatrutide è prevista intorno al 2027.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

    Riferimenti:

    Uso degli inibitori dei SGLT come PEDs e “Harm Reduction”

    Introduzione:

    La ricerca spasmodica di nuove molecole da aggiungere al già ricco corollario a disposizione dell’atleta enhanced rischia di farci trascurare la piena conoscenza di molecole “datate” ma lungi dall’essere completamente comprese nel loro pieno potenziale applicativo. Se ci pensiamo, molecole come la Metformina, dopo più di cento anni, stanno mostrando nuove possibilità applicative anche per ciò che concerne la composizione corporea. E vogliamo parlare del Boldenone e delle recenti scoperte effettuate direttamente sul campo riguardanti le sue potenzialità come “ormone esca” per l’Aromatasi? Non sto ovviamente affermando che non si debba proseguire con una ricerca volta alla identificazione di nuove molecole, ma se dobbiamo parlare di priorità in campo enhanced, appunto, il discorso cambia. Cambia essenzialmente per due cose: 1) presenza di numerose molecole che rendono obsoleto e/o non necessario l’inserimento di altre che, nonostante alcuni vantaggi più o meno degni di nota, non offrono cambiamenti tali e conoscenza gestionali pari o superiori alle “vecchie molecole” e 2) la mancanza di una universale, o quasi, conoscenza di molecole in uso da decenni.

    Fatte queste doverose premesse, in questo articolo parlerò dei Sodium-dependent glucose cotransporters (o sodium-glucose linked transporterSGLT; in italiano Cotrasportatori del Glucosio Sodio-Dipendenti), e dei loro inibitori i quali si stanno dimostrando dei promettenti farmaci ancillari soprattutto, ma non solo, per l’Harm Reduction cardio-renale.

    Introduzione ai SGLT e inibitori SGLT:

    I Cotrasportatori di Glucosio Sodio-Dipendenti (o trasportatori sodio-glucosio, SGLT) sono una famiglia di trasportatori di glucosio presenti nella mucosa intestinale (enterociti) dell’intestino tenue (SGLT1) e nel tubulo prossimale del nefrone (SGLT2 nel tubulo contorto prossimale [PCT] e SGLT1 nel tubulo retto prossimale [PST]). Contribuiscono al riassorbimento renale del glucosio. Nei reni, il 100% del glucosio filtrato nel glomerulo deve essere riassorbito lungo il nefrone (98% nel PCT, tramite SGLT2). Se la concentrazione plasmatica di glucosio è troppo alta (iperglicemia), il glucosio passa nelle urine (glucosuria) perché gli SGLT sono saturi con il glucosio filtrato.

    Strutture molecolari di SGLT 1 (B) e SGLT2 (A).

    Nei mammiferi, il movimento del glucosio dentro e fuori le cellule è ottenuto dai trasportatori del glucosio (GLUT) sulla membrana cellulare. I GLUT si dividono in due tipi strutturalmente e funzionalmente distinti: (1 GLUT, che operano per diffusione facilitata (1, 2); e (2 SGLT, che trasportano attivamente il glucosio contro il gradiente di concentrazione accoppiandosi con il sodio (3, 4). I GLUT sono presenti in tutte le cellule del corpo per facilitare il trasporto del glucosio nelle cellule e le concentrazioni di glucosio dentro e fuori le cellule diventano uguali con l’operazione dei GLUT 1. Negli SGLT, che comprendono una famiglia di almeno sei diverse isoforme nell’uomo, glucosio e sodio vengono simultaneamente cotrasportati nelle cellule utilizzando il gradiente di concentrazione del sodio (5). Tra questi SGLT, SGLT1 e SGLT2 sono stati frequentemente studiati, perché svolgono un ruolo chiave nel trasporto di glucosio e sodio attraverso la membrana dell’orletto a spazzola delle cellule intestinali e renali (3 , 6) .

    Struttura molecolare del GLUT1

    Nell’epitelio intestinale, l’afflusso di glucosio nelle cellule epiteliali è catalizzato da SGLT1 situato nella membrana apicale, e il glucosio fluisce nella circolazione attraverso GLUT2 situato nella membrana basolaterale (5, 7). Inoltre, i due tipi di trasportatori, GLUT e SGLT, lavorano insieme nelle cellule tubulari renali, con gli SGLT (SGLT2 e SGLT1) che trasportano il glucosio nelle cellule tubulari attraverso la membrana apicale, e i GLUT (GLUT2 e GLUT1) che trasportano il glucosio attraverso la membrana basolaterale nella circolazione sanguigna (7, 8).

    Robert K. Crane

    Nell’agosto del 1960, a Praga, Robert K. Crane presentò per la prima volta la sua scoperta del cotrasporto sodio-glucosio come meccanismo di assorbimento intestinale del glucosio.[9]

    La scoperta del cotrasporto da parte di Crane fu la prima proposta in assoluto di accoppiamento di flusso in biologia.[10][11]

    Recentemente, sono stati sviluppati inibitori di SGLT2, basati su un nuovo concetto di azione antidiabetica mediante l’inibizione del riassorbimento renale del glucosio e l’aumento dell’escrezione di glucosio nelle urine. Gli inibitori di SGLT2 riducono la glicotossicità abbassando la glicemia, e studi clinici su larga scala hanno riportato una diminuzione della mortalità cardiovascolare e gli effetti protettivi renali (12) . Inoltre, SGLT1 è responsabile dell’assorbimento del glucosio nell’intestino tenue e del riassorbimento di parte del carico di glucosio filtrato nel rene (13) , e potrebbe essere un bersaglio interessante per il mantenimento di un buon controllo glicemico e il miglioramento della disfunzione renale (7 , 14) .

    Struttura molecolare della Florizina.

    La Florizina, un diidrocalcone isolato dalla corteccia dei meli nel 1835, è nota per essere la prima sostanza naturale con attività inibitoria SGLT [15]. A causa delle sue somiglianze con gli estratti di china e salice, la florizina era precedentemente considerata un candidato per il trattamento di febbri, malattie infettive e malaria [16]. Circa 50 anni dopo, Chasis et al. [17] hanno riferito che la Florizina inibisce il riassorbimento renale del glucosio e aumenta l’escrezione urinaria di glucosio. L’associazione tra la Florizina e il sistema di trasporto attivo del glucosio dell’orletto a spazzola del tubulo prossimale è stata rivelata all’inizio degli anni ’70. Inoltre, diversi studi in vivo su modelli animali diabetici hanno dimostrato che la somministrazione di Florizina ha ridotto i livelli di glicemia a digiuno e/o postprandiali e aumentato la sensibilità all’Insulina [18,19,20,21]. Più recentemente, Katsuno et al. [22] hanno riportato che la Florizina ha inibito sia l’SGLT1 che l’SGLT2 umano, con valori di costante inibitoria (Ki) rispettivamente di 151 e 18,6 nM. Tuttavia, nonostante i suoi sufficienti effetti inibitori contro gli SGLT, la Florizina è stata infine considerata inappropriata per un ulteriore sviluppo come farmaco antiperglicemico a causa di alcuni svantaggi critici. In primo luogo, la Florizina inibisce sia SGLT1 che SGLT2 con bassa selettività terapeutica. L’inibizione di SGLT1, che è localizzata principalmente nell’intestino tenue, può causare diversi effetti collaterali gastrointestinali, come diarrea, disidratazione e malassorbimento. In secondo luogo, la Florizina è scarsamente assorbita nell’intestino tenue, a causa della sua bassa biodisponibilità orale. In terzo luogo, la Floretina, un metabolita idrolitico della Florizina catalizzato dalle β-glicosidasi, inibisce fortemente il trasportatore ubiquitario del glucosio 1 (GLUT1), che può quindi ostacolare l’assorbimento del glucosio in vari tessuti [23,24].

    Struttura molecolare di Vanillina-β-D-glucopiranoside (glucovanillina), un glicoside utilizzato come aromatizzante.

    Per superare queste limitazioni, diverse aziende farmaceutiche hanno avviato ricerche approfondite per sviluppare nuovi analoghi a base di florizina con biodisponibilità e stabilità migliorate, nonché selettività per SGLT2. Nelle fasi iniziali, si sono concentrate sugli analoghi degli O-glicosidi ed è stato sviluppato un inibitore selettivo di SGLT2 disponibile per via orale, il T-1095 [25]. Il T-1095 ha subito un ampio metabolismo epatico nella sua forma attiva, il T-1095A, con conseguente diminuzione dose-dipendente del riassorbimento urinario del glucosio e soppressione dell’aumento della glicemia, insieme a un aumento dell’escrezione urinaria di glucosio. I valori di IC50 calcolati del T-1095A per SGLT1 e SGLT2 umani erano rispettivamente di circa 200 nM e 50 nM, il che rifletteva attività inibitorie più selettive e potenti rispetto al florizina [26]. Sono stati sviluppati altri derivati dell’O-glucoside sergliflozin [26], remogliflozin [27] e AVE2268 [28,29] e le loro proprietà farmacocinetiche e/o farmacodinamiche sono state valutate in vari contesti in vivo e clinici [30,31,32,33,34,35,36,37,38,39,40]. Sebbene questi inibitori dell’O-glicoside abbiano mostrato una degradazione mediata dalla glucosidasi minimizzata e una maggiore esposizione sistemica, la loro scarsa stabilità farmacocinetica e la selettività farmacologica incompleta per SGLT2 hanno rivolto l’interesse di molti scienziati e aziende farmaceutiche verso altri derivati della florizina, i C-glucosidi.

    Struttura molecolare di Depaglifozin

    Da quando è stata eseguita la prima sintesi di analoghi del C-glicoside della florizina nel 2000 [41], sono stati effettuati numerosi tentativi di trovare sostituenti ottimali con sufficiente potenza e selettività contro SGLT2. Di conseguenza, nel 2008, Meng et al. [42] hanno sviluppato dapagliflozin, con sostituenti etossilici lipofili in posizione 4 sull’anello B della florizina. Dapagliflozin ha mostrato una potenza oltre 1200 volte superiore per SGLT2 umano [IC50 (nM): 1,12] rispetto a SGLT1 [IC50 (nM): 1391]. Una risposta glicosurica dose-dipendente e una diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue a digiuno e postprandiale sono state osservate anche dopo somministrazione orale di dapagliflozin ai ratti [43,44]. In quanto candidato antidiabetico innovativo, l’efficacia del dapagliflozin è stata valutata in molti studi clinici e questo agente ha mostrato una significativa riduzione dei livelli di glucosio plasmatico e di emoglobina glicata (HbA1c), un migliore controllo glicemico e una riduzione del peso corporeo [45,46,47,48,49,50,51,52]. Il dapagliflozin è stato approvato e commercializzato per la prima volta in Europa nel 2012 e anche il comitato della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato questo farmaco per il trattamento del diabete di tipo 2 nel gennaio 2014.

    Struttura molecolare di Empagliflozin

    A partire dalla comparsa di dapagliflozin, sono stati successivamente sviluppati diversi inibitori del C-glucoside. Canagliflozin, caratterizzato da un derivato tiofenico del C-glucoside [53], è stato approvato dalla FDA nel 2013. Insieme a una differenza di oltre 400 volte nelle attività inibitorie tra SGLT1 e SGLT2 umani [IC50 (nM) SGLT1: 910; SGLT2: 2,2] [53], canagliflozin ha mostrato buone proprietà antiperglicemiche paragonabili a dapagliflozin in molte pratiche cliniche [54,55,56,57]. Empagliflozin è stato il terzo agente nella classe gliflozin approvato sia dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) che dalla FDA nel 2014, avendo la più alta selettività per SGLT2 rispetto a SGLT1 (circa 2700 volte) tra gli inibitori SGLT2 sul mercato [57]. Negli ultimi anni, molte industrie farmaceutiche giapponesi hanno guidato lo sviluppo di inibitori SGLT2 di nuova generazione, tra cui ipragliflozin, tofogliflozin e luseogliflozin. Altri composti, ertugliflozin e LX-4211 (sotagliflozin, un doppio inibitore SGLT1/2), sono ora in fase avanzata di sperimentazione clinica [57].

    • Riepilogo

    Ricapitolando, gli SGLT costituiscono una vasta famiglia di proteine di membrana correlate a vari trasporti di glucosio, amminoacidi, vitamine e alcuni ioni attraverso la membrana apicale del lume, inclusi l’intestino tenue e i tubuli renali. Nell’uomo, sono state segnalate sei diverse isoforme e due trasportatori, le proteine SGLT1 (soluto-trasportatore [SLC]5A1) e SGLT2 (SLC5A2), sono state ampiamente studiate (58) . SGLT1 è stato scoperto tramite clonazione di espressione nel 1987 (59) , e SGLT2 è stato identificato tramite screening per omologia nel 1994 (60) . I GLUT equilibrano i livelli di glucosio su entrambi i lati della membrana plasmatica, poiché il gradiente di glucosio attraverso la membrana è la forza motrice, mentre SGLT2 può esercitare differenze nella concentrazione di glucosio, poiché il gradiente di sodio transmembrana è la forza motrice per l’assorbimento del glucosio.

    SGLT1 è responsabile dell’assorbimento del glucosio nell’intestino tenue, mentre SGLT2 è responsabile del riassorbimento del glucosio nel rene (61, 62). Considerando le funzioni fisiologiche di SGLT1 e SGLT2, la ricerca sul recupero di farmaci mirati ai trasportatori è ragionevole. Nel 1987, è stato riportato che la florizina, un inibitore di SGLT1 e SGLT2, inverte il diabete sperimentale in ratti parzialmente pancreatectomizzati (63). Gli inibitori di SGLT sono stati sviluppati utilizzando la florizina come composto guida (64, 65), con conseguente sviluppo di inibitori di SGLT2, che sono stati lanciati con successo sul mercato (66, 67).

    Per quanto riguarda gli altri SGLT, SGLT3 (nome del gene: SLC5A4), che è espresso nell’intestino, nella milza, nel fegato, nei reni, nel muscolo scheletrico e nei neuroni colinergici, non è un SGLT funzionale e sembra agire come un sensore del glucosio nella membrana plasmatica dei neuroni colinergici (67). Ci sono solo pochi rapporti sugli altri SGLT: SGLT4, SGLT5 e SGLT6. SGLT4 (nome del gene: SLC5A9) è espresso nell’intestino tenue, nei reni, nel fegato, nei polmoni, nel cervello, nella trachea, nell’utero e nel pancreas; SGLT5 (nome del gene: SLC5A10) è espresso solo nei reni; e SGLT6 (nome del gene: SLC5A11) è considerato un trasportatore di d-glucosio a bassa affinità nell’intestino tenue (67). I ruoli fisiologici di questi SGLT rimangono sconosciuti.

    Proprietà basali del SGLT1:

    La proteina SGLT1, codificata dal gene SLC5A sul cromosoma 22q13.1, è composta da 664 amminoacidi, comprendenti 14 domini α-elicoidali transmembrana, un singolo sito di glicosilazione tra le eliche transmembrana 5 e 6 e due siti di fosforilazione, tra le eliche transmembrana 6 e 7 e tra 8 e (68) . I terminali NH2 e COOH si trovano rispettivamente nelle membrane extracellulari e intracellulari e si suppone che il dominio di legame al glucosio includa i residui amminoacidici 457–460 (69). SGLT1 è un trasportatore ad alta affinità per il glucosio (costante di Michaelis-Menten [K m] = 0,4 mmol/L) e il galattosio, mentre il fruttosio non viene trasportato (70). Due ioni sodio vengono trasportati attraverso SGLT1 per ogni molecola di glucosio e questo cotrasportatore è autorizzato a trasportare il glucosio nelle cellule contro il suo gradiente di concentrazione.

    L’espressione dell’mRNA SGLT1 è stata rilevata mediante reazione a catena della polimerasi con trascrizione inversa nei seguenti tessuti nell’uomo: intestino tenue, rene, muscolo scheletrico, fegato, polmone, cuore, trachea, prostata, testicolo, cervice uterina, stomaco, tessuto adiposo mesenterico, cellule α pancreatiche, colon e cervello (71). L’espressione della proteina SGLT1 è stata localizzata nell’orletto a spazzola apicale dell’intestino tenue e nei tubuli prossimali tardivi, ed è stata rilevata anche nei seguenti tessuti nell’uomo: ghiandole salivari, fegato, polmone, muscolo scheletrico, cuore e cellule α pancreatiche (72).

    SGLT1 esercita l’attività di trasporto tramite numerose regolazioni molecolari, tra cui le protein chinasi. SGLT1 contiene siti di regolazione specifici per ceppo da parte della protein chinasi A (PKA) e della protein chinasi C (PKC): un sito PKA nell’uomo e nel coniglio, nessuno nel ratto; cinque siti PKC di consenso nell’uomo e nei ratti e quattro siti nei conigli (73). L’attivazione di PKA ha portato a un aumento del numero di proteine SGLT1 nella membrana dell’intestino tenue nei ratti (74) e l’attivatore di PKA, 8-bromo-adenosina monofosfato ciclico, o forskolina, ha aumentato la capacità di SGLT e l’attività di SGLT1 nella membrana plasmatica (75). L’espressione e l’attività di SGLT1 sono regolate positivamente dall’attività di PKA e gli effetti sull’attivazione di SGLT1 sono stati inibiti dall’inibitore di PKA, H-89 (76). Sono stati segnalati anche effetti mediati da PKC su SGLT1, ma sono ammesse evidenti differenze tra le specie e gli effetti sono controversi. L’attivazione di PKC ha ridotto la capacità di trasporto di SGLT1 nei ratti e nei conigli, ma ha aumentato la capacità negli esseri umani (74) .

    In altri studi, l’attivazione della proteina chinasi attivata dall’adenosina monofosfato ha aumentato il trasporto massimo di glucosio sodio-dipendente (77) l’eliminazione della chinasi 3 inducibile dal siero e dai glucocorticoidi ha causato una diminuzione dell’attività intestinale di SGLT1 (78) e la chinasi ricca di prolina alanina correlata a Ste20p ha causato una diminuzione dell’abbondanza di SGLT1 nella membrana plasmatica (79).

    L’attività e l’espressione intestinale di SGLT1 sono regolate dal contenuto di carboidrati nella dieta. L’attività e l’espressione di SGLT1 sono aumentate in topi, ratti e pecore alimentati con una dieta ricca di zuccheri (80) e sono mantenute dalla presenza di nutrienti luminali nell’intestino umano (81). Inoltre, l’attività e l’espressione di SGLT1 sono correlate a un ritmo diurno che correla le ore di veglia con la massima espressione di SGLT1 (82).

    Proprietà basali del SGLT2:

    SGLT2

    La proteina SGLT2, codificata da SLC5A2, è composta da 672 amminoacidi e i suoi terminali NH2 e COOH sono extracellulari (83) . I valori di K m nell’SGLT2 umano per glucosio e sodio sono rispettivamente 2 e 25 mmol/L e, a differenza di SGLT1, SGLT2 è un trasportatore di glucosio a bassa affinità e alta capacità (84). SGLT2 è espresso prevalentemente nel rene di roditori e umani e basse espressioni di mRNA sono state rilevate nelle ghiandole mammarie, testicoli, fegato, polmoni, intestino, muscolo scheletrico, milza e cervelletto (85) . Inoltre, SGLT2 è segnalato come espresso nelle cellule α pancreatiche e correlato alla secrezione di glucagone (86). SGLT2 è localizzato nella membrana luminale dei segmenti (S)1 e S2 dei tubuli prossimali renali negli esseri umani e nei roditori, mentre SGLT1 è localizzato nella membrana luminale del segmento S3 (87) . SGLT2 è principalmente responsabile del riassorbimento del glucosio nel nefrone e ≥80% del glucosio filtrato viene riassorbito nei segmenti S1 e S2 dei tubuli prossimali attraverso SGLT2 (88) .

    L’attivazione della proteina chinasi A e della PKC ha aumentato l’assorbimento del glucosio rispettivamente del 225 e del 150% nelle cellule renali embrionali umane che esprimono SGLT2 (89). Per quanto riguarda i meccanismi, l’effetto mediato dalla PKA potrebbe essere correlato a un aumento del tasso di fusione delle vescicole con la membrana; tuttavia, non è stato trovato alcun meccanismo simile sull’effetto mediato dalla PKC. Inoltre, l’espressione di SGLT2 è aumentata attraverso l’attivazione della proteina di scambio attivata direttamente dall’adenosina monofosfato ciclico/PKA attraverso la chinasi regolata dal segnale extracellulare/p38 e la proteina chinasi attivata dal mitogeno (90). Nella linea cellulare renale suina, l’interleuchina-6 e il fattore di necrosi tumorale-α hanno aumentato l’espressione dell’mRNA e della proteina SGLT2 (91) e, analogamente, la fosforilazione del fattore di crescita trasformante-β1 e del fattore di trascrizione a valle, smad3, hanno aumentato il livello della proteina SGLT2 nelle cellule tubulari prossimali renali umane (92).

    Proprietà funzionali degli SGLT:

    • Intestino tenue

    L’SGLT1 nell’intestino tenue è localizzato nella membrana cellulare apicale che compone l’orletto a spazzola . SGLT1 è responsabile del trasporto di glucosio o galattosio dal lume alle cellule epiteliali, mentre il trasportatore facilitatore, GLUT2, è successivamente responsabile del trasporto di glucosio dalla membrana basolaterale alla circolazione sanguigna .

    Il livello di espressione di SGLT1 determina la capacità di assorbimento del glucosio e subisce regolazioni a breve e lungo termine a seconda dei nutrienti luminali. Una dieta ricca di glucosio o una dieta ricca di sodio aumentano il livello di espressione di SGLT1 nell’intestino tenue. Inoltre, un aumento delle concentrazioni luminali di glucosio induce la traslocazione di GLUT2 alla membrana dell’orletto a spazzola.

    L’espressione di SGLT1 nell’intestino tenue è aumentata nel diabete, che è considerato correlato alla risposta a un maggiore apporto di glucosio nella dieta. L’espressione intestinale dell’mRNA di SGLT1 è aumentata nei modelli animali diabetici, come i modelli diabetici indotti da streptozotocina e i ratti Otsuka Long-Evans Tokushima Fatty. Nei pazienti con diabete di tipo 2, l’espressione dell’mRNA e della proteina SGLT1 intestinale nella membrana dell’orletto a spazzola era più elevata e anche l’assorbimento intestinale del glucosio era elevato. Si ritiene che la regolazione positiva dell’assorbimento del glucosio mediato da SGLT1 nell’intestino tenue induca la rapida iperglicemia postprandiale nel diabete (93).

    • Rene

    Nel rene, il glucosio viene trasportato attraverso la membrana apicale del tubulo contorto prossimale da SGLT2 e SGLT1, ed esce attraverso la membrana basolaterale del tubulo prossimale dai trasportatori facilitatori GLUT2 e GLUT1 . SGLT2 è espresso nella parte superiore del tubulo prossimale, segmenti S1 e S2, mentre SGLT1 è espresso nella parte inferiore del tubulo prossimale, il segmento S3 negli esseri umani e nei roditori.

    Nella capacità di riassorbimento del glucosio filtrato nell’euglicemia, SGLT2 esercita la funzione principale, mostrando il suddetto riassorbimento del glucosio ≥80%, mentre SGLT1 riassorbe il glucosio rimanente o circa il 5% del glucosio filtrato. Come punto da notare, il rapporto di accoppiamento di glucosio e sodio è diverso tra i due cotrasportatori: SGLT2 trasporta glucosio e sodio in un rapporto 1:1, mentre SGLT1 trasporta glucosio e sodio in un rapporto 1:2 . La proprietà di trasporto di SGLT2 aumenta il potere di concentrazione per riassorbire il glucosio consegnato alla parte distale del segmento S3 del tubulo prossimale 49. Inoltre, è stato riportato che SGLT1 prepara la capacità altamente riservata di riassorbimento del glucosio. Quando l’inibizione farmacologica di SGLT2 induce il flusso di glucosio a valle nel tubulo prossimale distale, SGLT1 può compensare il riassorbimento del glucosio. Di conseguenza, gli esseri umani euglicemici trattati con inibitori di SGLT2 hanno mantenuto un riassorbimento frazionario del glucosio del 40-50% , e il valore medio del riassorbimento frazionario del glucosio nei topi knockout (KO) SGLT2 euglicemici era del 36% . Nei topi selvatici, l’inibitore di SGLT2, empagliflozin, ha aumentato in modo dose-dipendente l’escrezione urinaria di glucosio, mentre la curva dose-risposta è stata spostata verso sinistra e la risposta massima è raddoppiata nei topi KO per SGLT1. L’effetto compensatorio di SGLT1 è supportato anche da studi su topi SGLT1/SGLT2 doppio KO e topi SGLT1 KO trattati con inibitore di SGLT2 87. L’iperglicemia sostenuta, che induce il superamento della capacità di trasporto dell’SGLT2 prossimale, ha aumentato il flusso di glucosio al tubulo prossimale distale e ha migliorato il riassorbimento del glucosio mediato da SGLT1. La capacità riservata di riassorbimento del glucosio e l’effetto compensatorio di SGLT1 sono proprietà notevoli in considerazione della funzione fisiologica.

    Nei modelli animali di diabete di tipo 1 e di tipo 2, il livello della proteina renale SGLT2 è risultato aumentato, mentre i risultati riportati per i livelli renali di SGLT1 sono controversi. I ratti trattati con streptozotocina hanno mostrato un aumento dell’espressione di mRNA e proteine di SGLT1 nella corteccia renale (92, 93). Inoltre, l’espressione di mRNA renale di SGLT1 nei ratti Zucker grassi è risultata aumentata (94). Nei topi ob/ob, il livello della proteina SGLT1 della membrana renale è risultato aumentato, ma l’espressione di mRNA è risultata diminuita. Al contrario, è stato riportato che il livello della proteina SGLT1 della membrana renale è risultato diminuito nei topi Akita diabetici. Le proprietà di SGLT2 e SGLT1 nel riassorbimento renale del glucosio in condizioni euglicemiche sono ben comprese; tuttavia, tali proprietà nello stato diabetico rimangono poco note e, in particolare, una migliore comprensione del significato fisiologico nella regolazione renale di SGLT1 è un argomento fondamentale per il futuro.

    • Cuore

    La localizzazione della proteina SGLT1 è stata riscontrata nei capillari cardiaci nell’uomo e nei ratti, mentre l’espressione non è stata riscontrata nei capillari dell’intestino tenue . Inoltre, SGLT1 è stato segnalato come espresso nella membrana cellulare dei cardiomiociti nell’uomo e nei topi. Pertanto, SGLT1 cardiaco potrebbe essere coinvolto nel trasporto del glucosio dai capillari ai cardiomiociti. Al contrario, SGLT2 non è espresso nel cuore. Nel cuore, due trasportatori di glucosio facilitati, GLUT1 e GLUT4, svolgono un ruolo primario nell’assorbimento del glucosio: GLUT1 per l’assorbimento basale del glucosio e GLUT4 per l’assorbimento insulino-dipendente del glucosio. Considerati i ruoli fisiologici di SGLT1 nel cuore, il coinvolgimento con i trasportatori di glucosio facilitati è essenziale e non può essere ignorato.

    L’espressione dell’mRNA cardiaco di SGLT1 è stata segnalata come aumentata nei pazienti con diabete di tipo 2 e cardiomiopatia diabetica. Nei ratti diabetici trattati con streptozotocina, l’espressione dell’mRNA e della proteina GLUT4 è diminuita, mentre l’espressione dell’mRNA di GLUT1 non è cambiata significativamente. La riduzione dell’attività cardiaca di GLUT4 ha portato a una diminuzione dell’assorbimento del glucosio e allo sviluppo di cardiomiopatia diabetica, mentre i ruoli fisiologici di GLUT1 nel cuore rimangono poco chiari.

    Uno studio recente ha riportato che la sovraespressione cardiaca cronica di SGLT1 nei topi ha portato a ipertrofia cardiaca patologica e insufficienza ventricolare sinistra, e l’inibizione cardiaca di SGLT1 ha attenuato il fenotipo della malattia. Al contrario, uno studio recente ha anche riportato che il doppio inibitore di SGLT1/SGLT2 ha esacerbato la disfunzione cardiaca dopo infarto miocardico sperimentale nei ratti (95) . Considerando che SGLT2 non è espresso nel cuore, questo effetto potrebbe essere collegato all’inibizione di SGLT1. Non è ancora chiaro se l’inibizione cardiaca di SGLT1 eserciti effetti protettivi sulle malattie cardiovascolari. Sono necessarie ulteriori ricerche.

    • Cervello

    L’espressione dell’mRNA di SGLT1 è stata riscontrata nel cervello di esseri umani, conigli, maiali e roditori. Nei conigli e nei maiali, l’espressione dell’mRNA di SGLT1 è stata riscontrata nei neuroni della corteccia frontale, nelle cellule di Purkinje del cervelletto e nei neuroni dell’ippocampo 50. Nei roditori, l’espressione dell’mRNA di SGLT1 è stata riscontrata nei neuroni della corteccia cerebrale, dell’ippocampo, dell’ipotalamo, del corpo striato e del cervelletto. La proteina SGLT1 è stata espressa nei piccoli vasi del cervello dei roditori. Inoltre, un analogo del glucosio selettivo per SGLT1 marcato radioattivamente non è riuscito a superare la barriera emato-encefalica, suggerendo che SGLT1 è localizzato solo nella membrana luminale delle cellule endoteliali. Considerando la localizzazione e la funzione dell’SGLT1, quest’ultimo nel cervello potrebbe svolgere un ruolo chiave come fonte di approvvigionamento energetico per i neuroni in caso di aumento della richiesta di glucosio, come in caso di ipossiemia e ipoglicemia (96).

    • Altri organi

    Sono stati segnalati alcuni casi di SGLT1 nel polmone, nel fegato, nel pancreas e nei linfociti T. L’mRNA di SGLT1 è stato rilevato nella trachea, nei bronchi e nel tessuto polmonare negli esseri umani, e la proteina SGLT1 è stata rilevata nelle cellule alveolari di tipo 2 e nella membrana luminale delle cellule di Clara nei bronchioli negli esseri umani e nei ratti. L’assorbimento di glucosio mediato da SGLT1 potrebbe essere responsabile dell’assorbimento dei liquidi e fornisce energia per la produzione di tensioattivi nelle cellule alveolari di tipo 2 e di mucina e tensioattivi nelle cellule di Clara.

    L’mRNA di SGLT1 è stato rilevato nel fegato e nella cistifellea negli esseri umani , e la proteina SGLT1 è stata rilevata nella membrana apicale delle cellule epiteliali dei dotti biliari negli esseri umani e nei ratti.

    Piccole quantità di mRNA di SGLT1 sono state rilevate nel pancreas degli esseri umani, e l’espressione di mRNA e proteine di SGLT1 è stata trovata nelle cellule α pancreatiche di esseri umani e topi (97). Inoltre, l’espressione di mRNA di SGLT1 è stata trovata nei linfociti T attivati dei topi. I ruoli fisiologici di SGLT1 nel fegato, nel pancreas e nei linfociti T non sono ben compresi.

    Potenziale terapeutico dell’inibizione di SGLT1 e SGLT2:

    Il potenziale terapeutico degli inibitori selettivi di SGLT2 come strategia antiperglicemica è stato ampiamente dimostrato. Al contrario, il potenziale terapeutico, in termini di efficacia e sicurezza, dell’inibitore duale di SGLT2/SGLT1 o dell’inibitore selettivo di SGLT1 rimane meno chiaro.

    • Inibitori SGLT1
    Struttura molecolare di KGA-2727

    L’iperglicemia postprandiale è un fattore di rischio per l’insufficienza cardiovascolare e la microangiopatia diabetica, inclusa la retinopatia. Poiché l’assorbimento del glucosio dall’intestino tenue è principalmente mediato da SGLT1, un miglioramento dell’iperglicemia postprandiale con un inibitore di SGLT1 sarebbe sicuramente una terapia utile. Nei ratti diabetici, una singola dose di KGA-2727, un inibitore selettivo di SGLT1, ha migliorato l’iperglicemia postprandiale e la sua somministrazione cronica ha ridotto i livelli di emoglobina A1c, suggerendo che l’inibizione di SGLT1 potrebbe mantenere un buon controllo glicemico a lungo termine. In un test di tolleranza al glucosio orale con KGA-2727, i livelli plasmatici di insulina, così come i livelli di glucosio plasmatico, sono stati ridotti e sono attesi anche effetti protettivi sul pancreas.

    Struttura molecolare del GLP-1.

    Studi recenti hanno riportato che i topi SGLT1 KO e i topi trattati con floridzina avevano livelli plasmatici di GLP-1 totale inferiori 5 minuti dopo la stimolazione con glucosio rispetto ai topi wild-type e ai topi di controllo, rispettivamente (98). Questo risultato suggerisce che SGLT1 è necessario per innescare la secrezione di GLP-1 nella fase precoce dopo la stimolazione con glucosio. Al contrario, un altro studio ha riportato che i topi SGLT1 KO avevano elevati livelli plasmatici di GLP-1 totale da 30 minuti a 6 ore dopo un pasto contenente glucosio. L’aumento del GLP-1 totale plasmatico nella fase tardiva dopo un pasto è stato osservato anche in esseri umani sani trattati con inibitore di SGLT1 e pazienti con diabete di tipo 2 trattati con inibitore di SGLT1/2. Un possibile meccanismo di rilascio ritardato di GLP-1 è la fermentazione del glucosio in acidi grassi a catena corta (SCFA). L’inibizione di SGLT1 nella fase iniziale dell’intestino riduce l’assorbimento del glucosio e quindi aumenta il suo apporto alle parti più distali dell’intestino tenue, dove il glucosio viene utilizzato dal microbioma per formare SCFA. Gli SCFA inducono la secrezione del peptide-1 simile al glucagone attraverso i recettori accoppiati alle proteine G, tra cui il recettore accoppiato alle proteine G 41 e il recettore accoppiato alle proteine G (98) . Da quanto sopra, sebbene l’inibizione di SGLT1 riduca il rilascio di GLP-1 stimolato dal glucosio nella fase iniziale, gli SCFA generati dalla fermentazione del glucosio inducono il rilascio di GLP-1 nella fase tardiva, suggerendo che l’inibitore di SGLT1 aumenta i livelli netti di GLP-1 circolante.

    Un aspetto preoccupante è che, nell’intestino tenue, si ritiene che l’inibitore di SGLT1 induca effetti collaterali gastrointestinali, inclusa la diarrea, ma non sono stati osservati gravi effetti collaterali gastrointestinali nel trattamento degli inibitori selettivi di SGLT1, GSK-1614235 e KGA-2727, o di un inibitore duale di SGLT1/SGLT2, la sotagliflozin (99).

    Gli inibitori di SGLT1 inducono un ritardo nell’assorbimento dei monosaccaridi e quindi nella loro ritenzione, e potrebbero migliorare le condizioni intestinali nei pazienti diabetici attraverso cambiamenti nel microbiota intestinale. Un aumento della produzione di propionato nel microbiota del colon con una maggiore esposizione al glucosio avrebbe contribuito a effetti metabolici intestinali positivi.

    SGLT1 è espresso nella membrana dell’orletto a spazzola del segmento S3 del tubulo prossimale nel rene e riassorbe il glucosio che sfugge al riassorbimento mediato da SGLT2 nei segmenti S1 e S2. Studi su topi SGLT2 KO e inibitori selettivi di SGLT2 hanno descritto la capacità di trasporto renale di SGLT1, mostrando che il riassorbimento del glucosio mediato da SGLT1 viene mantenuto al 40-50% con l’inibizione di SGLT2 in condizioni euglicemiche . L’inibizione di SGLT2 in condizioni di iperglicemia prolungata e grave che supera la capacità di trasporto di SGLT2 attiva la piena capacità di trasporto renale di SGLT1 e SGLT1 esercita una funzione compensatoria nel riassorbimento renale del glucosio. Pertanto, si prevede che la terapia combinata di un inibitore SGLT1 e un inibitore SGLT2 o di un doppio inibitore SGLT1/SGLT2 induca una glicosuria e un controllo glicemico significativamente maggiori rispetto a un singolo inibitore SGLT1 o SGLT2 (100). Inoltre, è stato osservato un effetto più forte della doppia inibizione SGLT1/SGLT2 sui livelli di glucosio nel sangue nei topi con iperglicemia modesta, così come in quelli con euglicemia. Pertanto, gli effetti combinati della doppia inibizione SGLT1/SGLT2 potrebbero indurre effetti sinergici sui tubuli prossimali precoci e distali.

    Sebbene gli inibitori selettivi dell’SGLT1 non siano ancora sul mercato, alcuni composti (ad esempio, LX2761 e JTT-662) sono in fase di sviluppo per il trattamento del diabete.

    • Inibitori SGLT2
    Struttura molecolare di Canagliflozin

    Gli inibitori selettivi dell’SGLT2 – dapagliflozin, canagliflozin, empagliflozin, ipragliflozin, luseogliflozin e tofogliflozin – sono stati approvati per il trattamento del diabete di tipo 2 (101) . Questi inibitori dell’SGLT2 riducono i livelli plasmatici di glucosio con un meccanismo diverso rispetto ad altri farmaci antidiabetici, che comporta un aumento dell’escrezione renale di glucosio attraverso l’SGLT2 nel tubulo prossimale, con conseguente riduzione della tossicità del glucosio. Al contrario, i meccanismi di altri farmaci sono come per la metformina: inibizione della gluconeogenesi nel fegato; derivati della sulfonilurea, analoghi del peptide glucagone-simile (GLP)-1 e inibitori del dipeptidil peptide-4: aumento della secrezione di insulina nel pancreas; e tiazolidinedioni: miglioramento della sensibilità all’insulina. Questi inibitori dell’SGLT2 hanno una diversa selettività per l’inibizione di SGLT2 rispetto a SGLT1. La selettività SGLT2/SGLT1 è ≥1.000 volte maggiore in dapagliflozin, empagliflozin, luseogliflozin e tofogliflozin, mentre la selettività di canagliflozin e ipragliflozin è inferiore, rispettivamente 190 e 250 volte (101) .

    In studi preclinici su modelli animali diabetici, gli inibitori di SGLT2 hanno ridotto i livelli di glucosio a digiuno e non a digiuno, i livelli di emoglobina A1c e la pressione sanguigna, e migliorato l’intolleranza al glucosio (102). Inoltre, gli inibitori di SGLT2 hanno un meccanismo d’azione diverso dagli altri farmaci antidiabetici, come descritto sopra, e possono essere utilizzati in combinazione con questi farmaci, così come in monoterapia per il trattamento del diabete di tipo 2 (103).

    Studi recenti hanno riportato che gli inibitori di SGLT2 hanno avuto un effetto protettivo renale in modelli animali di nefropatia diabetica (104). Gli effetti protettivi renali degli inibitori di SGLT2 sono stati dimostrati anche in studi clinici (105). Il meccanismo d’azione è ipotizzato come segue: l’inibitore SGLT2 aumenta la quantità di sodio trasportata al tubulo distale sopprimendo l’assorbimento di sodio nel tubulo prossimale. Di conseguenza, viene attivato il feedback tubuloglomerulare attraverso la macula densa, che consente la contrazione arteriolare afferente e normalizza la velocità di filtrazione glomerulare (106) .

    Inibitori del SGLT2 nella perdita di peso e miglioramento della composizione corporea:

    Sappiamo che gli inibitori del SGLT2 offrono un meccanismo insulino-indipendente per migliorare i livelli di glucosio nel sangue e sono approvati per il trattamento del diabete di tipo 2. Promuovono l’escrezione urinaria di glucosio inibendone il riassorbimento dall’urina nel tubulo prossimale del rene (fino a circa il 50%). L’entità della glicosuria risultante è proporzionale alla glicemia al di sopra della soglia [107].

    Gli inibitori del SGLT2 (ad esempio, dapagliflozin, canagliflozin ed empagliflozin) e i GLP1-RA; ad esempio, exenatide, liraglutide e semaglutide) sono entrambi utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2, ma portano anche a una perdita di peso corporeo, in gran parte dovuta alla riduzione del grasso corporeo. Inoltre, gli effetti sulla glicemia e sul peso corporeo sono sostenuti per diversi anni con queste classi di farmaci [108]. Tuttavia, l’entità della perdita di peso è modesta sia nel diabete di tipo 2 che nell’obesità senza diabete. Per gli inibitori SGLT2 approvati si registra in media una perdita di peso di circa 1,5-2 kg (aggiustata per placebo), per gli inibitori del GLP1-RA di 2-4 kg e per la combinazione di 3-5 kg [109]. Pertanto, sono necessarie terapie dimagranti più efficaci per questo tipo specifico di pazienti.

    • Controllo sulla glicemia

    Gli inibitori SGLT2 hanno mostrato riduzioni costanti dei livelli di HbA1c rispetto al basale nei pazienti con diabete di tipo 2 in tutti i punti temporali. Le meta-analisi mostrano differenze medie nelle riduzioni di HbA1c rispetto al placebo da -1,4% a -0,5% [110]; queste riduzioni sono simili a quelle di altri agenti ipoglicemizzanti [111]. Questi risultati non sono sorprendenti per un farmaco sviluppato per il trattamento del diabete di tipo 2. Gli studi clinici che esaminano gli effetti degli inibitori SGLT2 sull’HbA1c in soggetti sovrappeso o obesi senza diabete di tipo 2 sono limitati. In due studi della durata di 12 e 24 settimane, gli inibitori SGLT2 da soli (rispettivamente canagliflozin e dapagliflozin) non hanno influenzato i livelli di HbA1c rispetto al placebo nei soggetti sovrappeso e obesi [112]. Tuttavia, gli inibitori SGLT2 in combinazione con un GLP1-RA hanno ridotto significativamente l’HbA1c nei soggetti obesi senza diabete, rispetto al placebo [113].

    La meta-analisi mostra che gli inibitori SGLT2 riducono significativamente i valori di glicemia a digiuno da -2,0 a -1,1 mmol/L [114]. La capacità di abbassare la glicemia degli inibitori SGLT2 è dipendente dalla glicemia [115], il che riduce al minimo gli eventi ipoglicemici. La concentrazione plasmatica di glucosio è determinata principalmente da fattori ormonali e neurali (come insulina, glucagone e catecolamine), che regolano la produzione endogena di glucosio [116]. Gli inibitori SGLT2 stimolano la produzione epatica di glucosio e aumentano anche la secrezione di glucagone, che promuove la produzione endogena di glucosio e limita la loro capacità di abbassare la glicemia [117].

    • Effetti sul peso corporeo e sull’adiposità:

    Gli inibitori di SGLT2 causano direttamente la perdita di peso corporeo attraverso l’escrezione di glucosio (perdita di calorie) nei reni. L’inibizione di SGLT2 agisce in modo glucosio-dipendente e può comportare l’eliminazione di circa 60-100 g di glucosio al giorno nelle urine. La perdita di peso con la terapia con inibitori di SGLT2 è stata costantemente osservata in diversi studi sul diabete di tipo 2, indipendentemente dal fatto che i pazienti assumano inibitori di SGLT2 in monoterapia o in combinazione con ulteriori terapie ipoglicemizzanti. I risultati delle meta-analisi di rete mostrano riduzioni del peso corporeo rispetto al placebo per tutti i trattamenti con inibitori di SGLT2 di circa 1,5-2 kg [118] e questi effetti sono dose-dipendenti [119]. I dati clinici fino a 4 anni mostrano che la riduzione del peso corporeo con inibitori di SGLT2 viene mantenuta [120]. Tuttavia, gli inibitori SGLT2 causano una perdita di peso sostanzialmente inferiore a quella prevista dall’energia escreta tramite glicosuria, perché provocano un aumento adattativo dell’assunzione di energia, inclusi aumenti compensatori dell’appetito/apporto calorico [121]. Pertanto, la combinazione di inibitori SGLT2 con farmaci che agiscono attraverso meccanismi diversi potrebbe essere l’approccio più efficace per una perdita di peso significativa e affrontare i meccanismi controregolatori che mantengono il peso corporeo [122]. Studi recenti che valutano la co-somministrazione di inibitori SGLT2 con altre classi di farmaci hanno mostrato risultati promettenti. Ad esempio, lo studio DURATION-8 ha dimostrato che la perdita di peso corporeo media con la combinazione di exenatide (GLP1-RA, che sopprime l’appetito) una volta alla settimana e dapagliflozin (inibitore SGLT2) una volta al giorno nei pazienti con diabete di tipo 2 era maggiore di quella con le sole monoterapie [123].

    Solo pochi studi hanno esaminato gli effetti degli inibitori SGLT2 sulla perdita di peso in soggetti obesi senza diabete. Bays et al. hanno dimostrato che canagliflozin 100 mg da solo riduce il peso corporeo di 2,8 kg [124]. La co-somministrazione di inibitori SGLT2 con GLP1-RA riduce il peso corporeo di 4,5 kg a 24 settimane di trattamento e questa perdita di peso viene mantenuta fino a 1 anno (-5,7 kg) in individui obesi senza diabete [125]. Ancora più importante, la perdita di peso è dovuta principalmente a una riduzione del tessuto adiposo sottocutaneo e viscerale, piuttosto che del tessuto magro. Un altro studio che esplora la terapia di combinazione di canagliflozin con fentermina, un farmaco simile all’anfetamina utilizzato per sopprimere l’appetito e approvato per la gestione del peso, ha dimostrato una perdita di peso superiore rispetto al placebo (-7,3 kg contro -0,6 kg) in un periodo di 26 settimane [126]. Tuttavia, gli studi che esplorano gli effetti della terapia combinata sono stati pochi e con dosi limitate. Pertanto, il pieno potenziale di riduzione del peso deve essere esplorato in più studi, tra cui l’ottimizzazione delle dosi, la sicurezza e l’inclusione di interventi sullo stile di vita. Sono attualmente in corso altri studi clinici che valutano gli effetti degli inibitori SGLT2 in soggetti obesi senza diabete, utilizzati da soli o in combinazione con altri farmaci (identificativo ClinicalTrial.gov: NCT03093103, NCT03710460, NCT02635386, NCT02695810).

    Nei ratti obesi indotti dalla dieta e trattati con inibitori dell’SGLT2, la lipolisi e i livelli circolanti di corpi chetonici risultano aumentati [127, 128]. Nei pazienti con diabete di tipo 2 o con obesità senza diabete, la glicosuria indotta dagli inibitori dell’SGLT2 riduce i livelli plasmatici di glucosio e insulina e aumenta le concentrazioni di glucagone a digiuno e post-prandiali. La riduzione della concentrazione circolante di glucosio, insieme ai cambiamenti ormonali, determina la mobilizzazione delle riserve lipidiche [129]. Ciò porta a cambiamenti nell’utilizzo dei substrati energetici, favorendo l’utilizzo dei lipidi per la produzione di energia [130]. In condizioni di ridotto rapporto portale insulina/glucagone, la lipolisi aumenta nel tessuto adiposo e rilascia acidi grassi non esterificati che vengono convertiti in corpi chetonici nel fegato attraverso la beta-ossidazione mitocondriale e la chetogenesi [131], determinando una condizione metabolica simile a un digiuno prolungato [132].

    Inoltre, è stato dimostrato che gli inibitori SGLT2 riducono l’infiammazione del tessuto adiposo e aumentano il tessuto adiposo bruno nei modelli di roditori [133, 134]. La riduzione dell’infiammazione nel tessuto adiposo sarebbe particolarmente importante nell’obesità, poiché l’infiammazione cronica di basso grado nel tessuto adiposo è un importante mediatore nello sviluppo di complicazioni legate all’obesità, come la resistenza all’insulina e il diabete di tipo 2 [135].

    • Lipidi ematici

    In generale, il trattamento con inibitori SGLT2 ha effetti minori sul profilo lipidico. Sebbene alcuni studi abbiano dimostrato che gli inibitori SGLT2 aumentano modestamente i livelli di colesterolo HDL rispetto al placebo, sono disponibili anche dati che suggeriscono un piccolo aumento del colesterolo LDL [136, 137]. Pertanto, attualmente non vi sono prove chiare che le variazioni delle lipoproteine nel sangue siano importanti per i risultati clinici complessivi dopo il trattamento con inibitori SGLT2.

    Recenti progressi nella scoperta di nuovi inibitori SGLT2 da fitocomposti:

    Prima di giungere alle conclusioni sull’applicazione ed eventuali vantaggi d’uso degli inibitori selettivi SGLT2, è interessante ed utile riportare nuovi promettenti inibitori di questa categoria di origine naturale (fitocomposti).

    Sebbene molti inibitori dei SGLT2 siano ora disponibili e ampiamente utilizzati, sono ancora in corso numerosi sforzi per trovare nuovi composti attivi da prodotti naturali/fitocomposti come candidati validi per nuovi inibitori dei SGLT2, come la Florizina. Le strutture chimiche di diversi importanti fitocomposti sono riportati di seguito:

    • Sophora flavescens (Fabaceae)

    La Sophora flavescens (S. flavescens) è una delle medicine tradizionali cinesi più popolari e importanti. La radice di questa specie (nota come “Kushen”) è ampiamente utilizzata per il trattamento di molte malattie, tra cui febbre, dissenteria, ittero, leucorrea, infezioni cutanee piogeniche, scabbia, gonfiore e dolore. Ad oggi, oltre 200 costituenti sono stati isolati da S. flavescens e i principali componenti di questa pianta sono alcaloidi e flavonoidi [138]. Oltre ai suoi usi tradizionali, sono stati condotti numerosi studi per scoprire altri effetti terapeutici di S. flavescens, come effetti antitumorali, antinfiammatori, antinocicettivi, antianafilattici, antiasmatici, antimicrobici, cardioprotettivi e immunoregolatori, utilizzando i suoi estratti grezzi e i principali composti attivi [138].

    Sato et al. [139], come ricerca di follow-up sulla scoperta che l’estratto metanolo di S. flavescens ha una potente attività inibitoria di SGLT, hanno analizzato nove composti isolati dalla radice essiccata di S. flavescens per i loro effetti sull’inibizione di SGLT. È interessante notare che, ad eccezione della pterocarpina (1), tre composti con strutture a base di isoflavonoidi, vale a dire maackiaina (2), variabilina (3) e formononetina (4), hanno mostrato un’attività inibitoria esclusiva solo contro SGLT2, ma non contro SGLT1. Pertanto, si suggerisce che la presenza del gruppo funzionale idrossilico nell’isoflavonoide sia cruciale per l’acquisizione dell’attività inibitoria di SGLT2. Nel frattempo, la maggior parte dei composti flavanonici ha inibito ampiamente entrambi gli SGLT, con selettività contro SGLT2. I due composti più potenti erano (−)–kurarinone (5) e soforaflavanone G (6), con valori IC50 rispettivamente di 10,4 e 18,7 μM per SGLT1 e 1,7 e 4,1 μM per SGLT2. Si presumeva che l’aumento dell’inibizione di SGLT1 fosse attribuibile al gruppo funzionale lavandulile comune in posizione C-8.

    Più recentemente, Yang et al. [140] hanno riportato gli effetti dei glicosidi isoflavonoidi dalla radice di S. flavescens sull’inibizione di SGLT2. Tutti e nove i composti isolati nella ricerca hanno mostrato attività inibitoria di SGLT2, con la più forte inibizione di SGLT2 nel composto 7 [IC50 (μM): 2,6 ± 0,18]. Inoltre, anche il composto 8 ha mostrato un’inibizione moderata per SGLT2 [IC50 (μM): 15,3 ± 1,44]. Poiché lo studio è stato progettato come una semplice valutazione di screening e l’attività inibitoria è stata stabilita solo per SGLT2, l’importanza conformazionale dell’attività inibitoria e la selettività contro SGLT2 non sono state discusse.

    Strutture chimiche dei composti attivi di Sophora flavescens [60,61].
    • Acer nikoense (Aceraceae)

    Acer nikoense (A. nikoense) è originario e ampiamente distribuito in Giappone, e gli estratti della corteccia del suo fusto sono utilizzati nella medicina popolare giapponese per il trattamento di disturbi epatici e malattie oculari [141]. Diversi costituenti attivi di A. nikoense, tra cui specifiche acerogenine diarileptanoidi cicliche, sono stati valutati per i loro effetti antitumorali, antinfiammatori, antimicotici e antibatterici [142].

    Morita et al. [143] hanno valutato gli effetti di quattro composti isolati dalla corteccia di A. nikoense e sedici derivati correlati sull’attività inibitoria degli SGLT. Due diarileptanoidi ciclici, acerogenina A (9) e B (10), hanno presentato una marcata inibizione sia per SGLT1 [IC50 (μM) 9: 20,0; 10: 26,0] che per SGLT2 [IC50 (μM) 9: 94,0; 10: 43.0], mentre altri composti isolati (incluso un diarileptanoide aciclico) non hanno mostrato un’inibizione sufficiente di nessuno dei due SGLT.

    In particolare, i derivati chetonici in posizione C-11 (con o senza ulteriore sostituzione del gruppo idrossilico per l’estere metilico in posizione C-2) dell’acerogenina A/B, composti 11 (acerogenina C), 12 e 13, hanno acquisito un’attività inibitoria selettiva aumentata contro SGLT2 rispetto a SGLT1 rispetto ai loro precursori alla stessa concentrazione testata. Inoltre, un altro derivato dell’acerogenina A, caratterizzato da diidrossilazione in posizione C-11 (14), ha mostrato le attività inibitorie più potenti contro entrambi gli SGLT, senza selettività. Questi risultati suggeriscono che la posizione e/o la presenza di un gruppo idrossilico in posizione C-9 o C-11 e la loro stereochimica potrebbero non essere una struttura chiave per l’inibizione degli SGLT. La modifica del sistema ad anello diarileptanoide (come la sostituzione dell’ammide o la formazione di legami C-C insaturi) ha determinato una diminuzione dell’inibizione degli SGLT, indicando che la conformazione ad anello delle acerogenine e dei suoi derivati può influenzare l’effetto inibitorio di ciascun costituente contro gli SGLT.

    Strutture chimiche dei composti attivi di Acer nikoense [62].
    • Alstonia macrophylla (Apocynaceae)

    L’Alstonia macrophylla (A. macrophylla), chiamata anche alstonia dura o legno di latte duro, è originaria delle regioni del Sud-est asiatico come Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia e Vietnam. Questa pianta è stata tradizionalmente utilizzata come tonico generale, afrodisiaco, anticolerico, antidissenteriale, antipiretico, emmenagogo e agente vulnerario in Thailandia [144]. Essendo una ricca fonte di diversi fitochimici, sono state dimostrate diverse attività biologiche, tra cui effetti antimalarici, antimicrobici, antiossidanti, antidiabetici, antinfiammatori, antipiretici, antipsicotici, antifertilizzanti e antiprotozoari, utilizzando vari estratti e composti attivi di A. macrophylla [145].

    Arai et al. [146] hanno isolato venti composti alcaloidi dalle foglie di A. macrophylla e hanno valutato il potenziale inibitorio di SGLT di questi costituenti. Dei venti composti, cinque alcaloidi di tipo picralina hanno mostrato una buona inibizione di SGLT1 e SGLT2, con la più alta in 10-metossi-N(1)-metilburnammina-17-O-veratrato [15, IC50 (μM) SGLT1: 4,0; SGLT2: 0,5] e alstifillanina D [16, IC50 (μM) SGLT1: 5,0; SGLT2: 2,0]. Nel frattempo, altri composti alcaloidi di tipo ajmalina e macrolina non hanno mostrato attività inibitoria contro SGLT1 e/o SGLT2. I risultati dell’approccio della relazione struttura-attività (SAR) hanno suggerito che la presenza di una catena laterale estere in posizione C-17 può svolgere un ruolo fondamentale nell’attività inibitoria di SGLT. Quando è stato valutato un ulteriore studio SAR utilizzando otto derivati, il derivato idrossilico nell’alstifillina D (17) ha migliorato la selettività per SGLT2 più degli altri, sebbene il valore IC50 assoluto sia stato leggermente aumentato [IC50 (μM) SGLT1: 50,0; SGLT2: 7,0].

    Strutture chimiche dei composti attivi di Alstonia macrophylla [63].
    • Gnetum gnemonoides (Gnetaceae)

    Gnetum gnemonoides (G. gnemonoides) è una specie di liane tropicali, ampiamente distribuita nella regione del Sud-est asiatico-Pacifico, tra cui Malesia, Indonesia, Filippine, Nuova Guinea e Arcipelago di Bismarck. Sebbene non esista ancora alcun rapporto scientifico sull’efficacia medicinale di G. gnemonoides, è noto che gli stilbeni isolati dalla specie Gnetum possiedono proprietà biologiche come attività epatoprotettiva, antiossidante, antimicrobica e inibitoria enzimatica [147].

    Shimokawa et al. [148] hanno isolato due trimeri di stilbeni, gneulina A (18) e B (19), costituiti da unità di ossiresveratrolo, dalla corteccia essiccata di G. gnemonoides, e ne hanno semplicemente analizzato l’effetto sull’inibizione di SGLT1 e SGLT2. Questi due composti hanno entrambi mostrato un’attività inibitoria moderata e non selettiva per ciascun SGLT [IC50 (μM) 18 SGLT1: 27,0, SGLT2: 25,0; 19 SGLT1: 37,0, SGLT2: 18,0]. Hanno anche scoperto di recente due diidroflavonolo-C-glucosidi, il noidesol A e B, ma questi composti non hanno mostrato alcun potenziale inibitorio per gli SGLT.

    Strutture chimiche dei composti attivi di Gnetum gnemonoides [64].
    • Schisandra chinensis (Schisandraceae)

    La Schisandra chinensis (S. chinensis, comunemente chiamata “bacca dai cinque sapori”) è originaria della Cina settentrionale e dell’Estremo Oriente russo, e i suoi frutti sono tradizionalmente utilizzati come agente anti-invecchiamento, antitussivo, sedativo e tonico [149]. La S. chinensis contiene vari fitochimici, tra cui polifenoli, lignani e triterpenoidi, e i suoi effetti farmacologici su vari sistemi organici sono stati ampiamente valutati [150].

    Qu et al. [151] hanno recentemente valutato le attività inibitorie degli SGLT di Schisandrae Chinensis Fructus (SCF), allo scopo di identificare specifici composti inibitori dell’SGLT2. Nello screening iniziale con estratti acquosi ed etanolici di SCF a una concentrazione priva di citotossicità (1 mg/mL), sono stati osservati tassi di inibizione più potenti per entrambi gli SGLT con l’estratto etanolico. Dopo il frazionamento dell’estratto etanolico di SCF, un totale di nove frazioni (F1–F9) sono state sottoposte a un’ulteriore valutazione dell’inibizione di SGLT. Delle sei frazioni che hanno mostrato attività inibitoria contro SGLT1 e/o SGLT2, solo due frazioni (F8 e F9) hanno mostrato significativi pattern selettivi per SGLT2, con un tasso di inibizione rispettivamente del 41,9% e del 36,7% rispetto al controllo.

    Sono stati infine studiati gli effetti di tre comuni composti lignanici isolati da F8, deossischisandrina, schisandrina B (γ-schisandrina) e schisandrina sull’inibizione di SGLT. Tuttavia, nessuno di essi ha mostrato attività inibitoria contro nessuno dei due SGLT, suggerendo che questi lignani principali non siano i componenti principali dell’inibizione di SGLT in SCF.

    Struttura chimica della Schisandrina B (γ-schisandrina) .

    Conclusioni sugli inibitori dei SGLT1 e 2:

    Da quando sono stati chiariti i ruoli importanti dell’SGLT2 nel riassorbimento renale del glucosio e nell’omeostasi sistemica del glucosio nell’organismo umano, l’inibizione dell’SGLT2 è stata considerata un promettente bersaglio terapeutico per il trattamento del diabete mellito di tipo 2. Dall’inizio del XXI secolo, diversi inibitori dell’SGLT2 derivati da un composto attivo naturale, la Florizina, hanno iniziato a essere commercializzati e ampiamente utilizzati come monoterapia o in combinazione con altri agenti ipoglicemizzanti orali.

    Un vantaggio degli inibitori SGLT2, rispetto a diverse altre terapie ipoglicemizzanti, è il basso potenziale di indurre ipoglicemia, a meno che non siano combinati con insulina o secretagoghi dell’insulina. Questo perché l’escrezione urinaria di glucosio per impostazione predefinita diminuisce o cessa quando il glucosio plasmatico diminuisce, ma possono esserci anche contributi attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico durante l’ipoglicemia che riduce la velocità di filtrazione glomerulare e quindi la glicosuria, nonché attraverso l’aumento della gluconeogenesi epatica, sebbene la cosomministrazione di Metformina può alterare questo aspetto.

    In generale, gli inibitori SGLT2 sono ben tollerati e l’effetto avverso più comune è un aumento del rischio di infezioni genitali micotiche di circa quattro-sei volte rispetto al placebo o al comparatore attivo, e questo è osservato sia nelle donne che negli uomini. Questo è il risultato di una maggiore concentrazione di glucosio nelle urine che può facilitare l’insorgenza di infezioni nelle regioni urogenitali inferiori. Si prevede che lo stesso meccanismo promuova anche le infezioni del tratto urinario, ma nelle meta-analisi si riscontra una tendenza a un aumento minore fino a 1,5-piegare, e questo non è coerente tra gli studi. I rischi per tali effetti collaterali sono simili tra i diversi inibitori SGLT2.

    Prove recenti suggeriscono che possono verificarsi anche episodi di chetoacidosi, e ciò potrebbe essere motivo di particolare preoccupazione tra gli individui con deficit di Insulina, compresi quelli con diabete di tipo 2, diabete di tipo 1 o diabete autoimmune latente negli adulti (LADA) di lunga data.

    Infine, il programma CANVAS ha segnalato un aumento del rischio di fratture ossee e amputazioni degli arti inferiori con canagliflozin. Né fratture ossee né amputazioni degli arti inferiori sono state segnalate con gli altri inibitori SGLT2, né in un altro studio di analisi del mondo reale, pertanto sono necessarie ulteriori valutazioni prima di trarre conclusioni definitive.

    Sebbene il bodybuilder nella media sia più propenso a sentirsi attirato all’uso off-label di questa classe di farmaci per il taglio calorico che possono contribuire a creare senza modifiche alimentari [rimando ai 60-100g di glucosio al giorno escreto con le urine corrispondente ad un range di perdita in Kcal pari a 240-400Kcal/die], gli effetti più interessanti sono da ricercarsi nel potenziale “harm reduction” nefro-cardiaco. Infatti, Gli inibitori del SGLT2 hanno dimostrato significativi effetti cardioprotettivi, che vanno oltre la semplice riduzione della glicemia. Questi benefici sono osservati nei pazienti con e senza diabete e includono una riduzione dei ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e un miglioramento della funzionalità cardiaca. I meccanismi sono molteplici e possono coinvolgere alterazioni del metabolismo cardiaco e vie antinfiammatorie e antifibrotiche.

    Gli inibitori dell’SGLT2 possono alterare il modo in cui il cuore utilizza l’energia, migliorandone potenzialmente l’efficienza. Possono ridurre l’infiammazione cardiaca, un fattore chiave nelle malattie cardiache.
    Gli inibitori dell’SGLT2 possono aiutare a prevenire o ridurre la formazione di tessuto cicatriziale (fibrosi) nel cuore, che può comprometterne la funzionalità.
    Possono contribuire a smorzare l’iperattività del sistema nervoso simpatico, che può sovraccaricare il cuore.
    Gli inibitori dell’SGLT2 possono migliorare la salute dei vasi sanguigni, importante per il trasporto di ossigeno e nutrienti al cuore.

    Sebbene non sia il meccanismo primario, un certo grado di diuresi (aumento della minzione) e natriuresi (aumento dell’escrezione di sodio) può contribuire a ridurre la pressione e il volume sanguigno, il che può essere benefico per la salute del cuore.
    Gli inibitori dell’SGLT2 possono aumentare i livelli di eritropoietina, determinando un aumento della produzione di globuli rossi e potenzialmente migliorando l’apporto di ossigeno al cuore. Questo ultimo punto potrebbe risultare problematico per gli atleti enhanced particolarmente sensibili allo stimolo della eritropoiesi.

    Come già accennato, gli inibitori del SGLT2 hanno mostrato benefici significativi per la salute renale, anche in soggetti non diabetici. Sono sempre più riconosciuti per la loro capacità di rallentare la progressione della malattia renale cronica (CKD) e ridurre il rischio di insufficienza renale.
    Gli inibitori dell’SGLT2 agiscono principalmente bloccando il riassorbimento di glucosio e sodio nei tubuli prossimali dei reni. Questo porta a una maggiore escrezione di glucosio nelle urine, contribuendo ad abbassare i livelli di glicemia. Riducendo il riassorbimento di sodio e glucosio, gli inibitori dell’SGLT2 possono ridurre il carico di lavoro sui reni e abbassare la pressione all’interno dei glomeruli (le unità filtranti dei reni).
    È stato dimostrato che gli inibitori dell’SGLT2 riducono i livelli di albumina nelle urine (albuminuria), un marcatore di danno renale.
    La velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR) è una misura della funzionalità renale. È stato dimostrato che gli inibitori dell’SGLT2 rallentano il declino dell’eGFR, indicando una progressione più lenta della malattia renale cronica.

    Di conseguenza, è stato dimostrato che gli inibitori dell’SGLT2 possono ridurre significativamente il rischio di insufficienza renale nei soggetti con e senza diabete.
    Gli inibitori dell’SGLT2 offrono anche protezione cardiovascolare, riducendo il rischio di insufficienza cardiaca, infarto e ictus.
    I benefici degli inibitori dell’SGLT2 nel rallentare la progressione della malattia renale cronica sono osservati in diversi stadi della malattia, compresi quelli precoci e avanzati.
    Ciò nonostante, Gli inibitori dell’SGLT2 sono generalmente sconsigliati nei soggetti con eGFR molto basso (tipicamente inferiore a 20mL/min/1,73 m²).
    La decisione di utilizzare gli inibitori SGLT2 deve essere presa consultando un medico, tenendo conto delle caratteristiche individuali del paziente e della sua storia clinica.
    In conclusione, gli inibitori SGLT2 si sono rivelati una valida opzione terapeutica per la gestione della malattia renale, offrendo protezione contro l’insufficienza renale e altre complicanze associate alla malattia renale cronica e complicazioni cardiovascolari. Tali caratteristiche, hanno fatto si che gli inibitori degli SGLT2 venissero inseriti come ancillari nelle preparazioni di bodybuilding al fine di offrire una “riduzione del danno” a carico cardio-renale.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

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    AAS e Acne Vulgaris – specifiche e trattamenti [bonus Peptidi]-

    Introduzione:

    Con il termine Acne Vulgaris (o semplicemente Acne) ci si riferisce ad una malattia cronica della pelle a evoluzione benigna, caratterizzata da un processo infiammatorio del follicolo pilifero e della ghiandola sebacea annessa, chiamata in linguaggio comune “brufolo” o “foruncolo”. Le parti più colpite sono viso, spalle, dorso e regione pettorale del torace.

    Nonostante sia connessa maggiormente alla pubertà, anche molte persone in età adulta continuano a soffrirne: si stima che la condizione persista fino ai 20 e ai 30 anni in circa il 64% e il 43% degli individui, rispettivamente [1]. Sebbene la condizione sia facilmente riconoscibile dal punto di vista clinico, la sua patogenesi (il processo attraverso il quale si sviluppa) è ampiamente complessa e i ricercatori di tutto il mondo la stanno ancora decifrando poco a poco.

    In generale, si ritiene che l’Acne derivi dai seguenti quattro fattori patogeni (in ordine sparso) [2, 3]:

    • Aumento della produzione di sebo
    • Cheratinizzazione anomala
    • Rilascio di mediatori infiammatori nella pelle
    • Ipercolonizzazione batterica del follicolo pilifero da parte di Cutibacterium acnes (C. acnes, precedentemente noto come Propionibacterium acnes [P. acnes])
    Cutibacterium acnes

    L’aumento della produzione di sebo di per sé non è un problema, nel senso che si limiterebbe a rendere la pelle più grassa. Tuttavia, si ritiene che contribuisca all’Acne fornendo un ambiente più confortevole per il C. acnes e alterando la composizione degli acidi grassi nel sebo. In particolare, una diminuzione del contenuto di Acido Linoleico. L’insieme di questi fattori potrebbe a sua volta disturbare la funzione di barriera delle pareti follicolari dei cheratinociti (cellule che compongono il follicolo pilifero) [4] e portare a una cascata infiammatoria [5].

    La cheratinizzazione anomala si riferisce a queste cellule che non si staccano normalmente come dovrebbero. Invece di staccarsi e di essere spinte sulla superficie della pelle, diventano coese e rimangono nel follicolo pilifero, ostruendolo in sostanza. Si ritiene che questo sia un evento precoce nello sviluppo di un comedone, che dà origine a un microcomedone.

    Gli androgeni svolgono un ruolo in entrambi i casi. Ad esempio, gli uomini insensibili agli androgeni non producono livelli dimostrabili di sebo e non sembrano sviluppare l’Acne [6]. Ciò significa che per sviluppare l’Acne è necessaria almeno una certa attività androgenica. Uno studio in cui gli uomini hanno ricevuto dapprima Etinilestradiolo (che sopprime marcatamente la produzione endogena di Testosterone) e successivamente la somministrazione concomitante di Testosterone, ha dimostrato che l’aggiunta di quest’ultimo ha portato a un notevole aumento della produzione di sebo [7]. Infine, il noto studioso di Testosterone Shalender Bhasin e il suo gruppo hanno misurato la produzione di sebo in uomini che ricevevano dosaggi graduali di Testosterone (50, 125, 300 o 600mg settimanali) con o senza l’inibitore della 5α-reduttasi Dutasteride per 20 settimane [8]. Hanno riscontrato che la produzione di sebo nella regione della fronte, ma non sul naso o sulla schiena, era correlata alla dose di Testosterone. Tuttavia, l’associazione era di una settimana e il gruppo da 600mg ha addirittura registrato una diminuzione, anche se non statisticamente significativa, del punteggio di sebo. La produzione di sebo potrebbe apparentemente svolgere un ruolo meno importante del previsto nell’Acne indotta dagli AAS. In effetti, i soggetti hanno riferito raramente di avere la pelle grassa, mentre l’Acne è stata segnalata più frequentemente.

    Altri dati interessanti sull’incidenza dell’Acne in seguito all’uso di AAS ad alti dosaggi provengono dallo studio HAARLEM [9]. Come detto più volte, lo studio HAARLEM è uno studio prospettico di coorte in cui 100 consumatori di steroidi anabolizzanti sono stati seguiti nel tempo durante l’autosomministrazione di AAS [9]. Il dosaggio medio, in base alle informazioni riportate sull’etichetta, era di 898mg a settimana, rendendo così il loro ciclo di AAS abbastanza rappresentativo dell’uso comune da parte dei bodybuilder. Le misurazioni sono state effettuate prima, durante, 3 mesi dopo la fine del ciclo e 1 anno dopo l’inizio del ciclo. I ricercatori hanno esaminato visivamente la pelle per verificare la presenza di acne e al basale il 13% degli utenti è risultato affetto da Acne. Questo dato è salito al 29% alla fine del ciclo, per poi scendere al 23% 3 mesi dopo il ciclo e al 10% 1 anno dopo l’inizio del ciclo. L’Acne auto-riferita era notevolmente più alta alla fine del ciclo, con il 10% al basale, il 52% alla fine, il 29% 3 mesi dopo e il 14% 1 anno dopo l’inizio del ciclo.

    È chiaro che l’Acne è un effetto collaterale comune dell’uso di AAS ad alti dosaggi. Ma cosa si può fare? In questo articolo illustrerò alcune modalità di trattamento. Tuttavia, occorre prestare attenzione, poiché nessuno di questi studi ha valutato gli effetti di queste modalità di trattamento sull’Acne indotta dagli AAS. Tuttavia, è molto ragionevole supporre che possano funzionare anche in questa situazione.

    Integratori orali da banco: Zinco, Vitamina D, Acidi Grassi Omega 3:

    Sebbene il suo meccanismo d’azione rimanga piuttosto elusivo, l’integrazione orale di Zinco è risultata efficace in diversi studi clinici [10]. La sua efficacia nel trattamento dell’Acne è stata notata per la prima volta da Fitzherbert [11] e Michaëlsson et al. negli anni ’70 [12]. La somministrazione di Zinco a pazienti con carenza di Zinco ha migliorato l’Acne e Michaëlsson et al. hanno persino avviato uno studio in doppio cieco. In esso hanno confrontato l’integrazione di Zinco con un antibiotico orale (Ossitetraciclina) nel trattamento dell’Acne. Il gruppo Zinco ha ricevuto 45mg di Zinco elementare al giorno sotto forma di Solfato di Zinco. Non sono state riscontrate differenze nei risultati tra i gruppi, con una riduzione media del punteggio dell’Acne del 70% in entrambi. Una review della letteratura descrive i risultati di 8 studi controllati con placebo, di cui la metà ha riscontrato un miglioramento oggettivo significativo dell’Acne nei soggetti trattati con Zinco rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo [10]. Una delle ragioni per cui non tutti gli studi hanno riscontrato un miglioramento potrebbe risiedere nella mancanza di potenza statistica, oltre che nello stato dello Zinco e nella gravità dell’Acne dei soggetti esaminati (è stato suggerito che lo Zinco è più efficace nell’Acne grave rispetto all’Acne lieve-moderata [13]). I dosaggi utilizzati negli studi variano notevolmente e non sembra esserci una chiara relazione tra dosaggio e risultati. Pertanto, raccomanderei di non superare il livello di assunzione superiore tollerabile (UL) di 40mg di Zinco elementare al giorno.

    La Vitamina D potrebbe essere un altro integratore da banco con un potenziale di aiuto nella lotta contro l’Acne. Uno studio randomizzato e controllato su soggetti con carenza di Vitamina D (<30nmol/L 25[OH]D) ha dimostrato che un supplemento giornaliero di 1.000UI di Vitamina D per 8 settimane ha portato a una riduzione significativa delle lesioni infiammatorie rispetto al placebo [14]. Dato che molte persone hanno una carenza di Vitamina D, potrebbe essere una buona idea correggerla con un’integrazione. Ad esempio, uno studio olandese ha rilevato che circa due terzi di un campione di 128 atleti altamente allenati erano carenti di Vitamina D (<50nmol/L 25[OH]D) o insufficienti (<75nmol/L 25[OH]D) [15]. Tuttavia, il dosaggio di 1.000 unità al giorno, utilizzato nello studio, è probabilmente troppo basso per correggere una carenza. In effetti, nel corso delle 8 settimane i livelli sono passati da 20nmol/L a 40nmol/L, il che è ancora carente secondo le linee guida della Endocrine Society [16]. I livelli sierici di 25(OH)D superiori a 75nmol/L sono considerati adeguati. La maggior parte dei soggetti richiederebbe probabilmente un dosaggio di 2.000UI al giorno o superiore. L’Autorità Europea per gli Alimenti e la Sicurezza ha fissato una dose giornaliera di 4.000UI come limite superiore tollerabile di assunzione [17].

    Infine, uno studio randomizzato controllato con placebo ha rilevato che l’integrazione di acidi grassi Omega 3 (1g di Acido Eicosapentaenoico [EPA] e 1g di Acido Docosaesaenoico [DHA]) al giorno riduce la gravità dell’acne in soggetti con acne da lieve a moderata [18].

    Prodotti topici: Perossido di Benzoile e Retinoidi:

    Il Perossido di Benzoile è disponibile come crema da banco nella maggior parte dei paesi. È ragionevolmente efficace (anche se la maggior parte degli studi fa schifo dal punto di vista qualitativo) [19] e in particolare contro il C. acnes. Inoltre, sembra aiutare un po’ la cheratinizzazione follicolare [20]. Tuttavia, pur rendendo la pelle secca (marcatamente secca), non sembra effettivamente ridurre la produzione di sebo. Probabilmente rende la pelle secca in virtù della sua capacità ossidativa: ossida i lipidi che altrimenti renderebbero la pelle liscia. Quando si usa questo prodotto, si raccomanda di applicare uno strato sottile di Perossido di Benzoile sulle aree interessate una volta al giorno. Si dovrebbero preferire le preparazioni con una concentrazione del 2,5-5%, invece di quelle più concentrate [21]. Gli effetti collaterali includono secchezza della pelle, arrossamento della pelle, irritazione della pelle, prurito e, in rare occasioni, dermatite da contatto. Assicurarsi inoltre di applicare la protezione solare nei giorni di sole, poiché rende le aree interessate più inclini alle scottature. Infine, ha un forte effetto sbiancante, quindi non andate in giro e non strofinate il viso (o le mani che sono appena entrate in contatto con esso) sui tessuti. È noto per rovinare federe, asciugamani e camicie.

    I Retinoidi topici sono disponibili al banco in alcuni Paesi, ma in altri richiedono la prescrizione medica. Sono efficaci soprattutto contro la cheratinizzazione e, in misura minore, contro la cascata infiammatoria. Per questo motivo ritengo che i Retinoidi siano più efficaci nel caso di Acne indotta da AAS rispetto al Perossido di Benzoile. La Tretinoina è un Retinoide comunemente prescritto, mentre altri sono l’Adapalene (Differin) e il Tazarotene (Tazorac). Tutti funzionano relativamente bene, con lievi differenze tra loro. L’Adapalene sembra essere efficace quanto la Tretinoina, ma mostra risultati un po’ più rapidi e viene tollerato meglio [22]. La formulazione più concentrata di Adapelen (0,3% vs 0,1%) sembra funzionare meglio, pur essendo ugualmente ben tollerata [23]. A sua volta, il Tazarotene ha dimostrato di essere leggermente migliore dell’Adapalene in uno studio [24], ma di avere la stessa efficacia in un altro [25], mentre in entrambi i casi l’Adapalene è stato tollerato meglio. Credo che l’Adapalene abbia una certa preferenza a causa della tollerabilità leggermente migliore. Gli effetti collaterali sono simili a quelli del Perossido di Benzoile. Il produttore consiglia di iniziare con una dose giornaliera o a giorni alterni. Tuttavia, questa sostanza è piuttosto impattante per la pelle, quindi due volte a settimana potrebbe essere un punto di partenza migliore, per poi iniziare a lavorare da lì.

    Isotretinoina (Roaccutane/Accutane):

    Francamente è il non plus ultra di tutti i trattamenti per l’Acne. Funziona molto bene [26] e agisce su tutti e quattro i fattori coinvolti nella patogenesi dell’acne. È disponibile solo su prescrizione medica (e giustamente). Di solito vengono prescritti dosaggi intorno a 0,5-1,0mg/kg di peso corporeo al giorno. Tuttavia, anche dosaggi inferiori, fino a 5mg al giorno [27], sono abbastanza efficaci e sono molto meglio tollerati. Il che è molto gradito, dato che il trattamento comporta alcuni fastidiosi effetti collaterali, soprattutto di tipo dermatologico. Tra questi, labbra screpolate, pelle secca, prurito, occhi secchi e sanguinamento dal naso. Quando viene prescritto, vengono eseguiti degli esami del sangue (di solito al basale, dopo 1 mese di trattamento e poi ogni 3 mesi). Il motivo è che l’Isotretinoina potrebbe aumentare il Colesterolo, i Trigliceridi e i marker di danno epatico e potrebbe ridurre l’Emoglobina. Tuttavia, una review sistematica ha riportato analisi del sangue anomale nel 4% dei pazienti trattati con Isotretinoina (e solo nello 0,1% dei gruppi di controllo) [26], con solo 1 paziente su 200 che ha dovuto interrompere il trattamento a causa di analisi del sangue anomale (enzimi epatici elevati). In particolare, gli eventi psichiatrici/psicosomatici sono risultati più frequenti di circa il 50% nei soggetti che utilizzano isotretinoina rispetto ai gruppi di controllo. In particolare, nel foglietto illustrativo dell’isotretinoina sono elencati come effetti collaterali “pensieri suicidi” e “suicidio”. Ciò è dovuto più alla prudenza che al fatto che sia stato effettivamente stabilito un nesso causale (a causa della rarità, è molto difficile farlo). Infine, uno strano studio ha descritto che l’integrazione di EPA e DHA (apparentemente 1g in totale, ma lo studio non è riuscito a descriverlo chiaramente) è utile contro alcuni degli effetti collaterali dermatologici [28]. Per l’Acne indotta da AAS, se le altre modalità di trattamento non portano a risultati soddisfacenti, ritengo che un dosaggio basso, compreso tra 5 e 10mg al giorno, sia il più appropriato. Dosaggi più elevati, come quelli comunemente prescritti per l’Acne Vulgaris “normale”, non sembrano giustificati.

    Finasteride e Dutasteride? Gli inibitori della 5α-reduttasi non sembrano funzionare :

    Forse un po’ a sorpresa, gli inibitori della 5α-reduttasi, che, come ben sappiamo, inibiscono la conversione del Testosterone nel più potente androgeno DHT, non sembrano essere utili contro l’Acne. Il perché? Non è chiaro.

    Uno studio ben progettato di 3 mesi, randomizzato e controllato con placebo, condotto su 182 soggetti, ha confrontato l’effetto di un inibitore selettivo della 5α-reduttasi di tipo 1 con quello di un antibiotico (la minociclina, all’epoca un trattamento standard per l’acne, anche se oggi il suo uso è sconsigliato da solo) [30]. La 5α-reduttasi di tipo 1 è fortemente espressa nella ghiandola sebacea [31], e in effetti un inibitore selettivo di tipo 1 mostra una maggiore riduzione del DHT nel sebo rispetto alla finasteride (che non è potente nell’inibire il tipo 1, ma solo i tipi 2 e 3) [32]. Inoltre, hanno anche valutato se la combinazione di minociclina e inibitore di tipo I funzionasse meglio. L’inibitore di tipo I ha funzionato bene quanto il placebo. Anche la terapia combinata non ha migliorato l’efficacia, poiché ha funzionato altrettanto bene della sola minociclina.

    Esiste anche un ampio studio (106 partecipanti arruolati) controllato con placebo, registrato dall’azienda farmaceutica Elorac (NCT02502669), in cui i soggetti hanno ricevuto Finasteride (23,5mg al giorno o 33,5mg al giorno) nel trattamento dell’Acne. Lo studio è stato completato nel 2017, ma i risultati non sono mai stati pubblicati. Sospetto che la Finasteride non abbia fatto meglio del placebo. (E questi dosaggi sono elevati).

    Bonus – Peptidi sperimentali per il trattamento dell’Acne:

    Sono stati proposti alcuni peptidi sperimentali per il trattamento dell’Acne. I principali tra questi sono esposti e descritti di seguito.

    • GHK-Cu
    Struttura molecolare del GHK-Cu

    Il Peptide di rame GHK-Cu è un complesso di rame naturale del tripeptide glicil-L-istidil-L-lisina. Il tripeptide ha una forte affinità per il rame(II) ed è stato isolato per la prima volta dal plasma umano. Si trova anche nella saliva e nell’urina. Loren Pickart (1938-2023) ha isolato il peptide di rame GHK-Cu dall’albumina plasmatica umana nel 1973.[33] È stato notato che il tessuto epatico ottenuto da pazienti di età compresa tra i 60 e gli 80 anni presentava un livello maggiore di fibrinogeno. Tuttavia, quando le cellule epatiche dei pazienti anziani venivano incubate nel sangue del gruppo più giovane, le cellule più anziane iniziavano a funzionare quasi allo stesso modo del tessuto epatico più giovane.[34][35] Si scoprì che questo effetto era dovuto a un piccolo fattore peptidico che si comportava in modo simile al peptide sintetico glicil-L-istidil-L-lisina (GHK). Pickart propose che questa attività nell’albumina plasmatica umana fosse un tripeptide glicil-L-istidil-L-lisina e che potesse funzionare chelando gli ioni metallici.[36]

    Nel 1977 è stato dimostrato che il peptide che modula la crescita è una glicil-L-istidil-L-lisina.[37] Si propone che il GHK-Cu moduli l’assunzione di rame nelle cellule.[38]

    Alla fine degli anni ’80, il peptide di rame GHK-Cu ha iniziato ad attirare l’attenzione come promettente agente di guarigione delle ferite. A concentrazioni da picomolare a nanomolare, il GHK-Cu stimolava la sintesi di collagene nei fibroblasti cutanei, aumentava l’accumulo di proteine totali, glicosaminoglicani (con una curva bifasica) e DNA nelle ferite cutanee dei ratti. Hanno anche scoperto che la sequenza GHK è presente nel collagene e hanno suggerito che il peptide GHK viene rilasciato dopo una lesione tissutale.[39][40] Hanno proposto una classe di molecole di risposta all’emergenza che vengono rilasciate dalla matrice extracellulare nel sito di una lesione.[41] Il GHK-Cu ha anche aumentato la sintesi di decorina, un piccolo proteoglicano coinvolto nella regolazione della sintesi del collagene, nella regolazione della guarigione delle ferite e nella difesa antitumorale.[42]

    È stato inoltre stabilito che il GHK-Cu stimola sia la sintesi delle metalloproteinasi, gli enzimi che demoliscono le proteine dermiche, sia i loro inibitori (anti-proteasi). Il fatto che il GHK-Cu non solo stimoli la produzione di componenti dermici, ma ne regoli anche la disgregazione, suggerisce che debba essere usato con cautela.[43]

    Una serie di esperimenti sugli animali ha stabilito una marcata attività di guarigione delle ferite del GHK-Cu.[44] Nelle ferite dermiche dei conigli, il GHK-Cu ha facilitato la guarigione delle ferite, causando una migliore contrazione della ferita, uno sviluppo più rapido del tessuto granulare e un miglioramento dell’angiogenesi. Inoltre, ha aumentato il livello degli enzimi antiossidanti.[45][46]

    È stato riscontrato che il GHK-Cu induce un miglioramento sistemico della guarigione in ratti, topi e maiali; in altre parole, il peptide GHK-Cu iniettato in un’area del corpo (come i muscoli della coscia) ha migliorato la guarigione in aree del corpo distanti (come le orecchie). Questi trattamenti hanno fortemente aumentato i parametri di guarigione, come la produzione di collagene, l’angiogenesi e la chiusura della ferita sia in camere di ferita che in ferite a tutto spessore.[47] In uno studio, sono state create ferite a tutto spessore di 6 millimetri di diametro in un lembo di pelle ischemica sul dorso dei ratti e per 13 giorni i siti delle ferite sono stati trattati quotidianamente con GHK topico o con un veicolo di idrossipropilmetilcellulosa topico, oppure non sono stati trattati. Alla fine dello studio, le dimensioni della ferita erano diminuite del 64,5% nel gruppo GHK, del 45,6% nel gruppo trattato con il veicolo e del 28,2% nel gruppo di controllo.[48] La differenza tra le ferite del gruppo GHK e quelle del gruppo di controllo era significativa ed era accompagnata da livelli significativamente più bassi di fattore di necrosi tumorale alfa e di metalloproteinasi di matrice che degradano l’elastina.[48]

    Il GHK-Cu biotinilato è stato incorporato in una membrana di collagene, utilizzata come medicazione della ferita. Questo materiale arricchito di GHK-Cu ha stimolato la contrazione della ferita e la proliferazione cellulare, oltre ad aumentare l’espressione degli enzimi antiossidanti. Lo stesso materiale è stato testato per la guarigione delle ferite in ratti diabetici. Il trattamento con GHK-Cu ha portato a una contrazione ed epitelizzazione più rapida della ferita, a un livello più elevato di glutatione e acido ascorbico, a una maggiore sintesi di collagene e all’attivazione di fibroblasti e mastociti.[48] Le ferite ischemiche aperte nei ratti trattati con GHK-rame sono guarite più rapidamente e hanno registrato una riduzione della concentrazione delle metalloproteinasi 2 e 9 e del fattore di necrosi tumorale-beta (una delle principali citochine infiammatorie) rispetto al solo veicolo o alle ferite non trattate.[48]

    Visti i suoi effetti sulla guarigione delle ferite e la riduzione dell’infiammazione, il GHK-Cu è stato proposto come possibile trattamento per l’Acne. Ad oggi, però, non vi sono dati sufficienti per avvalorarne l’efficacia in questo frangente terapeutico.

    • Palmitoyl tetrapeptide-7
    Struttura molecolare del Palmitoyl tetrapeptide-7

    Il Palmitoil tetrapeptide-7 è un peptide sintetico composto dagli amminoacidi glutammina, glicina, arginina e prolina.[49] Agisce come ingrediente rigenerante per la pelle ed è noto per le sue proprietà lenitive, poiché può interrompere i fattori cutanei che causano segni di irritazione (inclusa l’esposizione ai raggi UVB) e perdita di tonicità. Agendo in questo modo, la pelle può ritrovare una sensazione di tonicità e iniziare a ripararsi, riducendo visibilmente le rughe.

    Oltre ai quattro amminoacidi, questo peptide contiene anche l’acido grasso palmitico, che ne migliora la stabilità e la penetrazione nella pelle. Il livello di utilizzo tipico è nell’ordine delle parti per milione, che si traduce in percentuali molto basse ma altamente efficaci, comprese tra lo 0,0001% e lo 0,005%, sebbene possano essere utilizzate quantità maggiori o minori a seconda degli obiettivi del formulato.

    Il palmitoil tetrapeptide-7 è spesso utilizzato in miscela con altri peptidi, come il palmitoil tripeptide-1. Questo può creare una sinergia ottimale e offrire risultati più mirati su una gamma più ampia di problematiche cutanee.

    Da solo, viene fornito in polvere, ma nelle miscele viene combinato con idratanti come glicerina, vari glicoli, trigliceridi o alcoli grassi per facilitarne l’integrazione nelle formule.

    Il Cosmetic Ingredient Review Expert Panel ha valutato questo peptide idrosolubile nel 2018 insieme ad altri peptidi e ha concluso che questo ingrediente è sicuro per l’uso nei cosmetici.

    • Palmitoyl Tripeptide-1
    Struttura molecolare del Palmitoyl Tripeptide-1

    Il Palmitoyl Tripeptide-1 (sequenza H-Gly-His-Lys-OH), anche noto come Pal-GHK, è un peptide sintetico usato in cosmetica per le sue proprietà anti-aging.[50] Agisce stimolando la produzione di collagene e altri componenti della matrice extracellulare, contribuendo a ridurre rughe e segni dell’invecchiamento, migliorando l’elasticità e la compattezza della pelle.  Il Palmitoyl tripeptide-1 è quindi un peptide segnale che invia messaggi alle cellule della pelle per aumentare la produzione di collagene, essenziale per la struttura e l’elasticità della pelle. Stimola anche la produzione di glicosaminoglicani, molecole che contribuiscono all’idratazione e al volume della pelle. Riduce la degradazione del collagene inibendo le metalloproteasi della matrice, enzimi che lo distruggono. Agisce a livello del derma, la parte più profonda della pelle, favorendo la rigenerazione e la riparazione dei tessuti danneggiati. 

    Di conseguenza, i suoi benefici possono comprendere la riduzione delle rughe e delle linee sottili, il miglioramento dell’elasticità e della compattezza della pelle, la levigatura della superficie cutanea, l’idratazione, l’aumento del volume della pelle e il miglioramento della riparazione dei danni cutanei.  Tutti fattori che possono contribuire al miglioramento della condizione legata all’Acne. Ma che in questo caso mancano ancora sufficienti dati specifici.

    • LL-37
    Struttura molecolare del LL-37

    L’LL-37 è la forma attiva del peptide antimicrobico catelicidina (CAMP), un peptide antimicrobico codificato nell’uomo dal gene CAMP.[51-1] Nell’uomo, CAMP codifica il precursore peptidico CAP-18 (18 kDa), che viene elaborato dalla scissione extracellulare mediata dalla proteinasi 3 nella forma attiva LL-37.[52]La famiglia delle catelicidine comprende 30 tipi di cui LL-37 è l’unica catelicidina presente nell’uomo.[53] Le catelicidine sono immagazzinate nei granuli secretori dei neutrofili e dei macrofagi e possono essere rilasciate in seguito all’attivazione da parte dei leucociti.[54] I peptidi delle catelicidine sono molecole a doppia natura chiamate anfifili: un’estremità della molecola è attratta dall’acqua e respinta da grassi e proteine, e l’altra estremità è attratta da grassi e proteine e respinta dall’acqua. I membri di questa famiglia reagiscono ai patogeni disintegrando, danneggiando o perforando le membrane cellulari.

    Le catelicidine svolgono quindi un ruolo fondamentale nella difesa immunitaria innata dei mammiferi contro le infezioni batteriche invasive.[55] La famiglia di peptidi delle catelicidine è classificata come peptidi antimicrobici (AMP). La famiglia degli AMP include anche le defensine. Sebbene le defensine condividano caratteristiche strutturali comuni, i peptidi correlati alle catelicidine sono altamente eterogenei.[55] I membri della famiglia di polipeptidi antimicrobici delle catelicidine sono caratterizzati da una regione altamente conservata (dominio della catelina) e da un dominio peptidico della catelicidina altamente variabile.[55]

    I peptidi della catelicidina sono stati isolati da molte specie diverse di mammiferi, inclusi i marsupiali.[56] Le catelicidine si trovano principalmente nei neutrofili, nei monociti, nei mastociti, nelle cellule dendritiche e nei macrofagi[57] dopo l’attivazione da parte di batteri, virus, funghi, parassiti o dell’ormone 1,25-D, che è la forma ormonalmente attiva della vitamina D.[58] Sono state trovate in alcune altre cellule, comprese le cellule epiteliali e i cheratinociti umani.[59] Alcuni virus hanno sviluppato meccanismi immunomodulatori per evitare l’esposizione alla catelicidina riducendo il recettore cellulare della vitamina D.[60]

    La regola generale del meccanismo che innesca l’azione della catelicidina, come quella di altri peptidi antimicrobici, prevede la disintegrazione (danneggiamento e perforazione) delle membrane cellulari degli organismi verso cui il peptide è attivo.[54]

    Le catelicidine distruggono rapidamente le membrane lipoproteiche dei microbi avvolti nei fagosomi dopo la fusione con i lisosomi nei macrofagi. Pertanto, LL-37 può inibire la formazione di biofilm batterici.[61]

    I pazienti affetti da rosacea presentano livelli elevati di catelicidina e di enzimi triptici dello strato corneo (SCTE). La catelicidina viene scissa nel peptide antimicrobico LL-37 dalle serin proteasi callicreina-5 e callicreina-7. Si sospetta che l’eccessiva produzione di LL-37 sia una causa concomitante in tutti i sottotipi di rosacea.[62] In passato, gli antibiotici sono stati utilizzati per trattare la rosacea, ma potrebbero essere efficaci solo perché inibiscono alcuni SCTE.[63]

    Livelli plasmatici più bassi della proteina antimicrobica umana catelicidina (hCAP18) sembrano aumentare significativamente il rischio di morte per infezione nei pazienti in dialisi.[64] La produzione di catelicidina è sovraregolata dalla vitamina D.[65][66]

    SAAP-148 (un peptide sintetico antimicrobico e antibiofilm) è una versione modificata di LL-37 che ha attività antimicrobiche migliorate rispetto a LL-37. In particolare, SAAP-148 è risultato più efficiente nell’uccidere i batteri in condizioni fisiologiche.[67] Inoltre, SAAP-148 agisce in sinergia con l’antibiotico halicina riutilizzato contro batteri e biofilm resistenti agli antibiotici.[68]

    Si ritiene che LL-37 svolga un ruolo nella patogenesi della psoriasi (insieme ad altri peptidi antimicrobici). Nella psoriasi, i cheratinociti danneggiati rilasciano LL-37, che forma complessi con materiale autogenetico (DNA o RNA) proveniente da altre cellule. Questi complessi stimolano le cellule dendritiche (un tipo di cellula presentante l’antigene), che a loro volta rilasciano interferone α e β, contribuendo alla differenziazione delle cellule T e al mantenimento dell’infiammazione.[69] LL-37 è stato anche scoperto essere un autoantigene comune nella psoriasi; cellule T specifiche per LL-37 sono state trovate nel sangue e nella pelle in due terzi dei pazienti con psoriasi da moderata a grave.[69]

    LL-37 si lega al peptide Ab, associato al morbo di Alzheimer. Uno squilibrio tra LL-37 e Ab potrebbe essere un fattore che influenza le fibrille e le placche associate all’Alzheimer. Le infezioni croniche orali da Porphyromonas gingivalis e dall’herpesvirus (HSV-1) possono contribuire alla progressione della demenza di Alzheimer.[70][71]

    LL-37 svolge un ruolo nell’attivazione della proliferazione e della migrazione cellulare, contribuendo al processo di chiusura delle ferite.[72] Tutti questi meccanismi insieme svolgono un ruolo essenziale nell’omeostasi tissutale e nei processi rigenerativi. Inoltre, ha un effetto agonista su vari recettori pleiotropici, ad esempio il recettore del peptide formil-like-1 (FPRL-1),[73] il recettore purinergico P2X7 e il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR).[74]

    Inoltre, induce l’angiogenesi[75] e regola l’apoptosi.[76]

    Come abbiamo visto, l’LL-37 è un potente peptide antimicrobico che contrasta la proliferazione dei batteri che causano l’Acne. Il suo uso nel trattamento di quest’ultima è con tutta probabilità efficace.

    • Acetyl hexapeptide-8 

    L’Acetyl hexapeptide-8, noto anche come Acetyl hexapeptide-8  ammide (anche erroneamente chiamato Acetyl hexapeptide-3), è un esapeptide sintetico utilizzato come ingrediente cosmetico topico che ha dimostrato di migliorare l’aspetto delle rughe.[77] È un piccolo frammento peptidico di SNAP25, una proteina coinvolta nel rilascio di neurotrasmettitori e uno dei bersagli della tossina botulinica di tipo A (comunemente nota come Botox).

    Si propone che l’Acetyl hexapeptide-8 abbia un meccanismo d’azione simile a quello del suo biomimetico, la tossina botulinica, inibendo il complesso SNARE responsabile della fusione delle vescicole sinaptiche, riducendo così le contrazioni dei muscoli facciali. Questo meccanismo proposto ha portato al suo utilizzo nei prodotti anti-aging come potenziale alternativa non invasiva alle neurotossine iniettabili. Nessuno studio clinico ha confrontato direttamente l’efficacia dell’Acetyl hexapeptide-8 con quella della tossina botulinica e la concentrazione necessaria per ottenere effetti simili rimane incerta.[77]

    Questo peptide ha un assorbimento cutaneo limitato, probabilmente a causa del suo elevato peso molecolare (889 Da) e dell’idrofilia, che influenzerebbero negativamente i sistemi di somministrazione topici.[77] Uno studio del 2015 ha dimostrato che dopo 24 ore, meno dello 0,2% del peptide applicato penetrava nello strato corneo, lo strato più esterno della pelle, mentre la maggior parte veniva rimossa dopo il lavaggio (99,7%).[78]

    L’Acetyl hexapeptide-8 è disponibile dal 2001 ed è commercializzato con il nome commerciale di Argireline da Lubrizol.

    La sua funzionale applicabilità per il trattamento dell’Acne è al quanto dubbia.

    • LZ1
    Struttura molecolare del LZ1

    Un peptide sperimentale, denominato LZ1, con 15 residui amminoacidici, possiede una forte attività antimicrobica contro i batteri patogeni dell’Acne Vulgaris, tra cui Propionibacterium acnes, Staphylococcus epidermidis e S. aureus. In particolare, ha esercitato una forte attività anti-P. acnes. La concentrazione minima inibitoria contro tre ceppi di P. acnes era di soli 0,6 µg/ml, ovvero 4 volte inferiore a quella della Clindamicina. Nel modello sperimentale di colonizzazione cutanea dei topi, LZ1 ha ridotto significativamente il numero di P. acnes colonizzati sull’orecchio, il gonfiore dell’orecchio indotto da P. acnes e l’infiltrazione di cellule infiammatorie. Ha migliorato l’infiammazione indotta da P. acnes inibendo la secrezione di fattori infiammatori, tra cui il fattore di necrosi tumorale-α (TNF-α) e l’interleuchina (IL)-1β. LZ1 ha mostrato scarsa citotossicità sui cheratinociti umani e attività emolitica sui globuli rossi umani. Inoltre, LZ1 è risultato molto stabile nel plasma umano. Grazie alle sue potenziali proprietà battericide e antinfiammatorie, alla struttura semplice e all’elevata stabilità, LZ1 potrebbe essere un candidato ideale per il trattamento dell’acne.

    I peptidi antimicrobici (AMP) rappresentano la prima linea dell’immunità innata contro i microrganismi invasori e svolgono un ruolo nel controllo della flora microbica naturale. Le funzioni protettive svolte dagli AMP sulla superficie cutanea esterna erano note fino a poco tempo fa. Ad esempio, la famiglia delle β-defensine umane è stata trovata nelle unità pilosebacee umane, che potrebbero essere coinvolte nella patogenesi dell’acne vulgaris [79]. La capacità di uccidere P. acnes contenuta in hCAP18/LL-37 è stata trovata nelle ghiandole sebacee [80]. Ancora più importante, è stato dimostrato che gli AMP hanno un basso potenziale di indurre resistenza ai farmaci da parte dei microrganismi [80-81,82]. Tra gli AMP, c’è stato un crescente interesse per un sottoinsieme specifico di essi: i peptidi ricchi di triptofano (Trp), lisina (Lys) o arginina (Arg) [83–84]. Questi residui possiedono alcune proprietà chimiche specifiche che li rendono adatti per i peptidi antimicrobici. Studi focalizzati su questi peptidi hanno facilitato la comprensione dei meccanismi molecolari degli AMP. Il Trp idrofobico ha preferenza per la regione interfacciale dei doppi strati lipidici, mentre i residui di Lys e Arg conferiscono ai peptidi cariche cationiche e proprietà di legame idrogeno cruciali per l’interazione con gli abbondanti componenti anionici della membrana batterica [85,86]

    L’LZ1 ha una struttura primaria lineare ed è composto da soli 15 residui amminoacidici. Ha mostrato forti capacità antimicrobiche contro i batteri patogeni dell’Acne Vulgaris, come P. acnes, S. epidermidis e S. aureus in vitro. La MIC corrispondente era compresa tra 0,6 e 4,7µg/ml. Ha esercitato le stesse capacità antimicrobiche contro ceppi batterici comuni e resistenti agli antibiotici. La capacità anti-P. acnes di LZ1 in vivo è stata studiata anche in un modello di colonizzazione cutanea di topi. La clearance di P. acnes colonizzato sull’orecchio di topo è stata accelerata da LZ1.

    Alcuni studi hanno dimostrato che molti peptidi antimicrobici cationici esercitavano capacità emolitiche sui globuli rossi umani [87,88]. Sono stati testati due possibili effetti collaterali, tra cui emolisi e citotossicità, esercitati da alcuni AMP. LZ1 ha mostrato scarsa attività emolitica e citotossicità anche ad alte concentrazioni (>200µg/ml). Un farmaco può essere modificato o degradato a causa di varie proteasi nel plasma, che rappresenta il problema più importante nell’applicazione del farmaco. Questo peptide sembra essere molto stabile nel plasma umano poiché la sua attività antimicrobica non è stata persa nemmeno dopo l’incubazione di LZ1 con plasma umano per 8 ore a 37°C. Il legame all’Apolipoproteina A-I (apoA-I) e al Glicosaminoglicano inibisce l’attività antibatterica del LL-37 [89,90].

    Un’altra caratteristica significativa di LZ1 è che esercita forti effetti antinfiammatori. La colonizzazione follicolare da parte di P. acnes svolge un ruolo importante nella formazione dell’acne. La proliferazione di P. acnes attirerà linfociti CD4+ e macrofagi al microcomedone [91] e quindi indurrà la lesione infiammatoria acneica con rottura della parete follicolare. Come illustrato dalla Figura 4B, l’iniezione di P. acnes ha attratto numerose cellule infiammatorie infiltrate. Dopo la somministrazione epicutanea di LZ1, le cellule infiammatorie infiltrate sono diminuite notevolmente e il gonfiore dell’orecchio indotto da P. acnes è stato inibito significativamente, suggerendo un forte effetto antinfiammatorio. Dopo il trattamento dell’acne con LZ1 per 5 giorni, due importanti citochine infiammatorie, tra cui TNF-α e IL-1β, indotte da P. acnes, sono state significativamente inibite dal peptide, suggerendo che la somministrazione epicutanea di LZ1 sopprimesse l’infiammazione nell’acne, inibendo tuttavia la produzione di citochine infiammatorie.

    In conclusione, è stato dimostrato l’effetto antimicrobico di LZ1 contro i batteri della pelle in vitro e il suo potenziale terapeutico per l’Acne Vulgaris infiammatoria indotta da P. acnes in vivo, utilizzando un modello di orecchio di topo. Grazie alla sua semplice struttura primaria con soli 15 residui amminoacidici, che ne facilita la produzione, il trasporto e la conservazione, alla scarsa attività emolitica sui globuli rossi, alla scarsa citotossicità sui cheratinociti umani e all’elevata stabilità nel plasma umano, LZ1 potrebbe essere un eccellente agente terapeutico per il trattamento dell’acne vulgaris, sebbene siano necessari ulteriori studi.

    • KPV

    Studi di delezione di amminoacidi hanno stabilito che i troncamenti C-terminali di αMSH possiedono anche proprietà antinfiammatorie con la sequenza minima efficace confinata agli ultimi 3 residui, K-P-V [92]. Sono stati testati anche diversi analoghi di questa sequenza, così come omodimeri legati a ponte disolfuro (ad esempio (CKPV)2 [92]) che producono miglioramenti nella capacità del peptide di sopprimere l’attività di NFκB (rivista [93]). Nonostante questi effetti antinfiammatori ben documentati, il meccanismo d’azione di KPV è poco compreso. Il lavoro di Moustafa et al [92] ha dimostrato che l’effetto antinfiammatorio di KPV si estende su un intervallo di concentrazioni che supererebbe la cinetica degli effetti mediati dal recettore e lavori recenti dimostrano un’apparente necessità per il trasporto di membrana di KPV mediato da PEPTL1 [94], sollevando la possibilità che esso medi i suoi effetti interagendo con bersagli intracellulari. Apparentemente, ciò potrebbe verificarsi in due modi. In primo luogo, i residui di KPV possono legare individualmente o collettivamente sequenze amminoacidiche polari o non polari esposte sulla superficie di proteine chiave di segnalazione. La teoria del legame complementare degli amminoacidi prevede che K favorirà le interazioni con i residui L o F, P con W, G e R e V con Y, H, D o N [95], sebbene algoritmi alternativi prevedano alcune varianti più conservative su questo tema [96]. Poiché il residuo di prolina forma un angolo nel peptide KPV, possono verificarsi interazioni complementari tra uno, due o tutti e tre i residui in diversi possibili orientamenti. Questo modello non può, tuttavia, spiegare l’apparente specificità di KPV per la via NFκB poiché la breve sequenza peptidica presumibilmente favorirebbe molteplici bersagli non specifici. Un’ipotesi alternativa prevede che la sequenza di KPV specificherà le sue azioni a una molecola nella via di attivazione di NFκB. KPV mostra le caratteristiche fondamentali di una sequenza di localizzazione nucleare minima (NLS). Sebbene le sequenze NLS siano variabili, le caratteristiche chiave includono un cluster di residui caricati positivamente (ad esempio K-K/R-X-K/R per NLS monopartiti; [97]), spesso preceduti da un residuo di rottura dell’elica come P. Ad esempio, l’NLS monopartito dell’antigene T grande SV40 include residui K, P e V nella sequenza critica di legame al DNA, 126PKKKRKV132 [98] mentre l’NLS del fattore enhancer linfoide-1 (LEF-1) contiene una sequenza simile a KPV in cui la V è sostituita da un altro residuo idrofobico, L, che interagisce con il solco minore del DNA. Una volta libere dal loro inibitore, IκBα, le subunità p50 e p65RelA dell’eterodimero NFκB migrano verso il nucleo legandosi rispettivamente ai terminali N e C dell’importina-α3 (Imp-α3) [99]. L’analisi del dominio Imp-α3 armadillo (arm) 3 che lega p65RelA mostra che la sequenza critica di interazione è ricca di amminoacidi complementari per KPV, suggerendo che in questo sito potrebbe verificarsi un’interazione competitiva che interromperebbe l’importazione nucleare di NFκB.

    Per determinare come KPV inibisca la segnalazione infiammatoria indotta da NFκB nell’epitelio delle vie aeree, lo studio attuale ha cercato prove che il peptide potesse funzionare in uno dei seguenti 3 modi: 1) promuovendo la stabilità di IκBα, 2) occupando il solco minore del DNA o 3) interferendo con l’importazione nucleare di p65RelA. Inoltre, è stata studiata l’espressione delle isoforme del recettore della melanocortina nel tessuto epiteliale delle vie aeree per stabilire il potenziale di effetti antinfiammatori mediati dal recettore. I risultati mostrano che KPV trasloca nel nucleo delle cellule epiteliali bronchiali umane e che blocca competitivamente l’interazione tra Imp-α3 e p65RelA di NFκB. Un esame più ampio del ruolo dell’espressione del recettore della melanocortina dimostra che MC3R è il recettore dominante espresso nell’epitelio delle vie aeree e che il suo agonista, γMSH, sopprime l’infiammazione cellulare e sistemica in risposta a stimoli pro-infiammatori. Si conclude che i peptidi della melanocortina possono reprimere la segnalazione infiammatoria nelle cellule epiteliali delle vie aeree sia attraverso la repressione diretta del trasporto nucleare di NFκB sia attraverso vie di segnalazione mediate dal recettore. Pertanto, le melanocortine e i loro derivati rappresentano bersagli robusti per il trattamento delle malattie infiammatorie polmonari.

    Questo studio conferma che il tripeptide derivato dalla melanocortina, KPV, sopprime le risposte immunitarie sia locali che sistemiche che comunemente inducono danno alle vie aeree e rimodellamento nelle malattie infiammatorie polmonari. Queste osservazioni sono coerenti con la capacità ampiamente descritta di KPV e dei suoi stereoisomeri (dKPV, KPdV, KdPV, dKPdV e KdPT) di agire come potenti antinfiammatori e antipiretici, rendendoli interessanti bersagli farmacologici per il trattamento di un’ampia gamma di malattie infiammatorie.

    Lo scopo di questo studio era determinare come il KPV media i suoi effetti antinfiammatori. Il trasportatore di oligopeptidi accoppiato a H+, PEPT1, media l’assorbimento intracellulare del KPV nell’epitelio e questo è necessario per gli effetti antinfiammatori [94]. Ciò amplia un crescente corpus di prove che suggerisce che l’effetto antinfiammatorio del KPV è indipendente dal sistema di segnalazione del recettore della melanocortina e probabilmente si verifica attraverso un meccanismo intracellulare. Una delle azioni del KPV più costantemente riportate è la riduzione della durata dell’attivazione di NFκB, pertanto l’attenzione si è concentrata sulle sue interazioni con IκBα, p65RelA e Imp-α3 come mediatori critici dell’attivazione e dell’importazione nucleare di NFκB. I risultati corroborano precedenti osservazioni secondo cui KPV promuove la stabilizzazione di IκBα in presenza di citochine pro-infiammatorie; tuttavia, la scoperta principale è che il sito predominante di accumulo di KPV è nel nucleo, dove inibisce competitivamente l’interazione tra p65RelA e Imp-α3. È importante sottolineare che questo effetto si è verificato senza un’interazione significativa con la cromatina.

    L’NLS di p65RelA è localizzato nei residui C-terminali 301-304 e contiene la sequenza consenso KRKR, fiancheggiata da due α-eliche, l’elica tre (289-300) e l’elica quattro (305-321). L’elica quattro contiene siti critici necessari per un’interazione stabile con IκBα, che maschera l’NLS e quindi blocca l’interazione con Imp-α3. La fosforilazione e la degradazione proteolitica di IκBα consentono a Imp-α3 di legarsi all’NLS e quindi promuovono la traslocazione nucleare del dimero NFκB [99]. L’osservazione che KPV può interferire con l’interazione tra la subunità p65RelA e Imp-α3 in vitro suggerisce che questo peptide possa legare in modo competitivo sequenze critiche nell’NLS di entrambe le proteine. Sebbene le strutture cristalline di Imp-α3 non siano ancora disponibili, l’analisi del legame con pepsite dell’interazione di KPV con l’isoforma strettamente correlata, Imp-α2 murina, ha dimostrato molteplici possibili interazioni che coinvolgono due o più residui di KPV con gli amminoacidi 360-403 che si estendono sui bracci 7 e 8. L’analisi del pepsite ha rivelato che ciò è piuttosto specifico per questa regione della molecola, senza alcuna interazione prevista in altri siti. Sebbene questo studio non abbia dimostrato questa interazione in vivo, un’interazione tra KPV e proteine della famiglia dell’importina spiegherebbe la tendenza di KPV ad accumularsi nel nucleo in presenza di un’importazione nucleare ostacolata di p65RelA nonostante la fosforilazione di IκBα.

    Chiaramente questo solleva la questione se KPV possa interferire con l’importazione di altre proteine nucleari. L’analisi Pepsite suggerisce che l’interazione KPV è specifica per i bracci NLS C-terminali 7 e 8 di Imp-α2 e questo dominio è di fondamentale importanza tra le altre isoforme dell’importina per l’importazione nucleare di HIF-1α e p65relA (da parte di Imp-α3; [100]), STAT1 e proteina nucleare (NP) del virus dell’influenza A (da parte di Imp-α5; [101]). In effetti, questo studio mostra che KPV può migliorare l’inibizione della crescita causata da TNFα oltre al suo effetto antinfiammatorio e induce anche l’attività di mTORC1, un importante regolatore della crescita e della differenziazione cellulare. Pertanto, gli effetti intracellulari di KPV sono pleiotropici e probabilmente coinvolgono una gamma di molecole effettrici che possono spiegare la curva dose-risposta insolitamente prolungata per questa molecola riportata negli studi farmacologici [92].

    Questo studio dimostra che il KPV sopprime la segnalazione infiammatoria nelle cellule epiteliali bronchiali polmonari e solleva la questione se il KPV e altri peptidi di melanocortina possano essere utili nel combattere le malattie infiammatorie polmonari. Precedenti lavori sulle cellule polmonari dimostrano che i peptidi di melanocortina possono arrestare varie forme di infiammazione nel polmone. Ad esempio, l’α-MSH ha soppresso la sintesi di PGE nei fibroblasti polmonari umani fetali stimolati con IL-1 [102] e anche l’espressione proteica della mucina indotta da TNFα nell’epitelio nasale umano coltivato [103]. Nei modelli allergici e non allergici di infiammazione polmonare, sia gli agonisti di MC1R che MC3R, αMSH e [D-TRP]-γ-MSH], hanno inibito l’accumulo di leucociti nel polmone e soppresso il rimodellamento polmonare infiammatorio [104]. Lo studio attuale ha scoperto che sia l’α che il γ-MSH possono sopprimere segnali infiammatori intracellulari e sistemici tramite il recettore MC3R nelle cellule epiteliali delle vie aeree sottoposte a stimolazione con RSV o LPS. Questo integra il lavoro di Getting et al [104] che ha dimostrato un ruolo centrale per il recettore MC3R nella soppressione dell’infiammazione delle vie aeree mediata dai leucociti. È importante sottolineare che questo lavoro non ha escluso un ruolo per l’attivazione del recettore MC nell’epitelio delle vie aeree e il presente studio lo conferma dimostrando un’ampia espressione di MC3R nelle cellule epiteliali delle vie aeree, sia in vitro che in vivo, e dimostrando che i peptidi melanocortina sopprimono la secrezione di citochine chemiotattiche dall’epitelio delle vie aeree. Il KPV offre il vantaggio che le sue azioni non sembrano essere mediate dal recettore e la sua struttura può essere potenzialmente modulata per migliorarne il targeting verso una particolare via o un’altra. Inoltre, le sue piccole dimensioni e la sua solubilità in acqua ne consentono la somministrazione in forma nebulizzata nei polmoni, dove i nostri dati dimostrano la sua capacità di mediare effetti antinfiammatori negli epiteli polmonari. La soppressione dell’attività delle MMP è particolarmente degna di nota, poiché questa famiglia di proteasi svolge un ruolo fondamentale nella segnalazione immunitaria e nel rimodellamento polmonare in varie forme di malattie polmonari infiammatorie e cancerose. Nel complesso, questo lavoro suggerisce che gli agonisti di KPV e MC3R rappresentano candidati ideali per la soppressione delle fasi precoci dell’infiammazione negli epiteli delle vie aeree.

    In conclusione, il presente studio dimostra che il piccolo tripeptide correlato alla melanocortina, KPV, inibisce la segnalazione infiammatoria nelle cellule epiteliali bronchiali umane attraverso un meccanismo che coinvolge l’interruzione della traslocazione nucleare di p65RelA. I dati mostrano che questa interruzione può verificarsi tramite un’interazione competitiva tra KPV e p65RelA con i domini del braccio di Imp-α3 e l’analisi del Pepsite suggerisce che questa possa essere limitata ai bracci 7 e 8, coinvolti nel traffico nucleare di altri fattori di trascrizione. Pertanto, KPV media il suo principale effetto antinfiammatorio attraverso il sistema di trasporto nucleare e indipendentemente dai recettori della melanocortina. Lo sviluppo farmaceutico di KPV come terapia antinfiammatoria potrebbe quindi dipendere dal grado in cui può essere mirato a specifiche interazioni tra le molecole di importina e il loro carico proteico. Oltre all’effetto KPV, questo studio dimostra che gli agonisti della melanocortina del MC3R possono reprimere le fasi precoci dell’infiammazione cellulare e sistemica, evidenziando i peptidi della melanocortina come uno strumento efficace per il trattamento delle malattie infiammatorie polmonari.

    Conclusioni – Esempio di regime di trattamento per l’Acne Vulgaris [con metodi comprovati]:

    Un buon punto di partenza sarebbe abbinare ad uno crubs regolare l’utilizzo degli integratori da banco elencati in precedenza: Zinco (fino a 40mg al giorno), Vitamina D (1.000-4.000UI al giorno) e Acidi Grassi Omega 3 (1g di EPA e 1g di DHA al giorno). Se questo non fosse sufficiente, si potrebbe aggiungere un retinoide (come l’Adapalene 0,3%) o il Perossido di Benzoile (2,5-5%) e applicarlo sulle zone interessate. Una volta al giorno per il Perossido di Benzoile e due volte a settimana come punto di partenza per il retinoide. I due possono anche essere combinati, applicando, ad esempio, il Perossido di Benzoile al mattino e il retinoide alla sera. Se dopo diverse settimane i risultati non sono ancora soddisfacenti, si potrebbe optare per l’Isotretinoina a un dosaggio basso, da 5 a 10mg al giorno.

    *Si noti che l’acne potrebbe peggiorare inizialmente durante le prime settimane.

    Non ho aggiunto alcun protocollo riguardo ai peptidi elencati nell’articolo semplicemente perché si tratta di pratiche ancora non pienamente comprovate. Fatta eccezione per quei peptidi già commercializzati nelle soluzioni topiche anti-aging, quelli maggiormente specifici per l’Acne Vulgaris [LL-37 e IZ1] sono, per l’appunto, in una fase di studio che non permette di esprimere dosaggi univoci per la popolazione nella media.

    Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]

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