Nella prima parte di questo compendio sulla gestione ormonale e farmacologica delle bodybuilder abbiamo analizzato i dimorfismi sessuali ormonali, tissutali e metabolici essenziali da conoscere e comprendere per poter comprendere e gestire nella pratica tutte quelle differenze di genere che rendono la gestione di una atleta (in questa fattispecie estetica/bodybuilder) più complessa e delicata rispetto a quella di un soggetto di sesso maschile.
Ma iniziamo subito dalla gestione performante/estetica di base (vedi “Natty”) nelle atlete…
Il ciclo mestruale in sintesi
Il ciclo mestruale è una serie di cambiamenti naturali nella produzione ormonale e nelle strutture dell’utero e delle ovaie dell’apparato riproduttivo femminile che rendono possibile la gravidanza. Il ciclo ovarico controlla la produzione e il rilascio degli ovuli e il rilascio ciclico di estrogeni e Progesterone. Il ciclo uterino regola la preparazione e il mantenimento della mucosa uterina per accogliere un embrione. Questi cicli sono simultanei e coordinati, e normalmente durano tra i 21 e i 35 giorni, con una durata media di 28 giorni. Il menarca (l’inizio delle prime mestruazioni) si verifica solitamente intorno ai 12 anni; i cicli mestruali continuano per circa 30-45 anni.
Gli ormoni prodotti naturalmente regolano i cicli; l’aumento e la diminuzione ciclica dell’FSH stimolano la produzione e la crescita degli ovociti (cellule uovo immature). L’ormone estrogeno stimola l’ispessimento della mucosa uterina (endometrio) per accogliere un eventuale embrione in caso di fecondazione. L’irrorazione sanguigna della mucosa uterina ispessita fornisce i nutrienti necessari all’eventuale impianto dell’embrione. Se l’impianto non avviene, la mucosa si sfalda e si verifica una perdita di sangue. Innescata dalla diminuzione dei livelli di Progesterone, la mestruazione (comunemente chiamata “ciclo mestruale”) è lo sfaldamento ciclico della mucosa uterina ed è un segno che non si è verificata una gravidanza.
Durante il ciclo mestruale, i livelli di E2 variano del 200%. I livelli di Progesterone [P4] variano di oltre il 1200%.
Ogni ciclo si articola in fasi, determinate da eventi che si verificano nell’ovaio (ciclo ovarico) o nell’utero (ciclo uterino). Il ciclo ovarico comprende la fase follicolare, l’ovulazione e la fase luteale; il ciclo uterino comprende la fase mestruale, la fase proliferativa e la fase secretoria. Il primo giorno del ciclo mestruale è il primo giorno delle mestruazioni, che durano circa 5 giorni. Intorno al quattordicesimo giorno, di solito, l’ovaio rilascia un ovulo.
Il ciclo mestruale può causare in alcune donne la sindrome premestruale, con sintomi che possono includere tensione mammaria e stanchezza. I sintomi più gravi che influiscono sulla vita quotidiana sono classificati come disturbo disforico premestruale e colpiscono il 3-8% delle donne. Durante i primi giorni delle mestruazioni, alcune donne avvertono dolori mestruali che possono irradiarsi dall’addome alla schiena e alla parte superiore delle cosce.
Ciclo Ovulatorio
Tra la menarca e la menopausa, le ovaie alternano regolarmente la fase luteale e quella follicolare durante il ciclo mestruale mensile. Stimolate da quantità gradualmente crescenti di estrogeni nella fase follicolare, le perdite di sangue si arrestano e la mucosa uterina si ispessisce. I follicoli ovarici iniziano a svilupparsi sotto l’influenza di una complessa interazione di ormoni e, dopo diversi giorni, uno, o occasionalmente due, diventano dominanti, mentre i follicoli non dominanti si riducono e muoiono. Verso la metà del ciclo, circa 10-12 ore dopo l’aumento dell’ormone luteinizzante, noto come picco di LH, il follicolo dominante rilascia un ovocita, in un evento chiamato ovulazione.
Ciclo vitale del follicolo, dal follicolo primario destinato all’ovulazione fino all’ovulazione stessa, alla formazione del corpo luteo e alla sua regressione nell’ovaio.
Dopo l’ovulazione, l’ovocita vive per 24 ore o meno senza fecondazione, mentre i resti del follicolo dominante nell’ovaio diventano un corpo luteo, una struttura la cui funzione primaria è quella di produrre grandi quantità dell’ormone progesterone. Sotto l’influenza del progesterone, il rivestimento uterino si modifica per prepararsi al potenziale impianto di un embrione per stabilire una gravidanza. Lo spessore dell’endometrio continua ad aumentare in risposta ai crescenti livelli di estrogeni, che vengono rilasciati dal follicolo antrale (un follicolo ovarico maturo) nella circolazione sanguigna. I livelli massimi di estrogeni vengono raggiunti intorno al tredicesimo giorno del ciclo e coincidono con l’ovulazione. Se l’impianto non avviene entro circa due settimane, il corpo luteo degenera in corpo albicans, che non produce ormoni, causando un brusco calo dei livelli sia di progesterone che di estrogeni. Questo calo fa sì che l’utero perda il suo rivestimento durante le mestruazioni; È in questo periodo che si raggiungono i livelli più bassi di estrogeni.
In un ciclo mestruale ovulatorio, i cicli ovarico e uterino sono concomitanti e coordinati e durano tra i 21 e i 35 giorni, con una media nella popolazione di 27-29 giorni. La durata media del ciclo mestruale umano è simile a quella del ciclo lunare. Alcuni studi hanno suggerito che il ciclo mestruale sia sincronizzato con il ciclo lunare, sebbene l’opinione prevalente sia che non siano correlati.
Fase Follicolare
La Fase Follicolare, nota anche come fase preovulatoria o fase proliferativa, è la fase del ciclo estrale (o, nei primati ad esempio, del ciclo mestruale) durante la quale i follicoli ovarici maturano da follicoli primari a follicoli di Graaf completamente maturi. Termina con l’ovulazione. I principali ormoni che controllano questa fase sono la secrezione dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), che è anche l’ormone follicolo-stimolante (FSH), e dell’ormone luteinizzante (LH). Questi ormoni vengono rilasciati tramite secrezione pulsatile. La durata della fase follicolare può variare a seconda della lunghezza del ciclo mestruale, mentre la fase luteale è solitamente stabile, non subisce variazioni significative e dura 14 giorni.
Grazie all’aumento dell’ormone follicolo-stimolante (FSH) durante i primi giorni del ciclo, alcuni follicoli ovarici vengono stimolati. Questi follicoli, che si sono sviluppati per gran parte dell’anno attraverso un processo noto come follicologenesi, competono tra loro per il predominio. Tutti i follicoli tranne uno smettono di crescere, mentre un follicolo dominante – quello con il maggior numero di recettori per l’FSH – continua a svilupparsi fino alla maturità. I follicoli rimanenti muoiono in un processo chiamato atresia follicolare. L’ormone luteinizzante (LH) stimola ulteriormente lo sviluppo del follicolo ovarico. Il follicolo che raggiunge la maturità è chiamato follicolo antrale e contiene l’ovulo (cellula uovo).
Schema di “reclutamento follicolare” [Fase Follicolare]
Le cellule della teca sviluppano recettori che legano l’LH e, in risposta, secernono grandi quantità di androstenedione. Contemporaneamente, le cellule della granulosa che circondano il follicolo in maturazione sviluppano recettori che legano l’FSH e, in risposta, iniziano a secernere androstenedione, che viene convertito in estrogeni dall’enzima aromatasi. L’estrogeno inibisce l’ulteriore produzione di FSH e LH da parte dell’ipofisi. Questo feedback negativo regola i livelli di FSH e LH. Il follicolo dominante continua a secernere estrogeni e l’aumento dei livelli di estrogeni rende l’ipofisi più responsiva al GnRH proveniente dall’ipotalamo. Con l’aumento degli estrogeni, si innesca un feedback positivo che induce l’ipofisi a secernere più FSH e LH. Questo picco di FSH e LH si verifica solitamente uno o due giorni prima dell’ovulazione ed è responsabile della stimolazione della rottura del follicolo antrale e del rilascio dell’ovocita.
Ovulazione
Intorno al quattordicesimo giorno, l’ovulo viene rilasciato dall’ovaio. Questo processo, chiamato ovulazione, si verifica quando un ovulo maturo viene rilasciato dai follicoli ovarici nella cavità pelvica ed entra nella tuba di Falloppio, circa 10-12 ore dopo il picco del picco di LH. In genere, solo uno dei 15-20 follicoli stimolati raggiunge la piena maturità e viene rilasciato un solo ovulo. L’ovulazione si verifica solo in circa il 10% dei cicli durante i primi due anni successivi al menarca e, all’età di 40-50 anni, il numero di follicoli ovarici è esaurito. L’LH avvia l’ovulazione intorno al quattordicesimo giorno e stimola la formazione del corpo luteo. In seguito a un’ulteriore stimolazione da parte dell’LH, il corpo luteo produce e rilascia estrogeni, progesterone, relaxina (che rilassa l’utero inibendo le contrazioni del miometrio) e inibina (che inibisce l’ulteriore secrezione di FSH).
Il rilascio di LH fa maturare l’ovulo e indebolisce la parete del follicolo nell’ovaio, causando il rilascio dell’ovocita da parte del follicolo completamente sviluppato. Se viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita matura rapidamente in un ootide, che blocca gli altri spermatozoi e diventa un ovulo maturo. Se non viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita degenera. L’ovulo maturo ha un diametro di circa 0,1 mm (0,0039 pollici), ed è la cellula umana più grande.
L’ovulazione tra le due ovaie – la sinistra o la destra – sembra essere casuale; non è noto alcun processo di coordinamento tra destra e sinistra. Occasionalmente entrambe le ovaie rilasciano un ovulo; se entrambi gli ovuli vengono fecondati, il risultato è la nascita di gemelli eterozigoti. Dopo essere stato rilasciato dall’ovaio nella cavità pelvica, l’ovulo viene spinto nella tuba di Falloppio dalle fimbrie, una frangia di tessuto all’estremità di ciascuna tuba. Dopo circa un giorno, un ovulo non fecondato si disintegra o si dissolve nella tuba di Falloppio, mentre un ovulo fecondato raggiunge l’utero in tre-cinque giorni.
La fecondazione avviene solitamente nell’ampolla, la sezione più ampia delle tube di Falloppio. Un ovulo fecondato avvia immediatamente il processo di sviluppo embrionale. L’embrione in via di sviluppo impiega circa tre giorni per raggiungere l’utero e altri tre giorni per impiantarsi nell’endometrio. Al momento dell’impianto ha raggiunto lo stadio di blastocisti: è in questo momento che inizia la gravidanza. La perdita del corpo luteo viene impedita dalla fecondazione dell’ovulo. Il sinciziotrofoblasto (lo strato esterno della blastocisti contenente l’embrione che in seguito diventa lo strato esterno della placenta) produce la gonadotropina corionica umana (hCG), che è molto simile all’LH e preserva il corpo luteo. Durante i primi mesi di gravidanza, il corpo luteo continua a secernere progesterone ed estrogeni a livelli leggermente superiori rispetto a quelli dell’ovulazione. Dopo di che e per il resto della gravidanza, la placenta secerne alti livelli di questi ormoni, insieme all’hCG, che stimola il corpo luteo a secernere più progesterone ed estrogeni, bloccando il ciclo mestruale. Questi ormoni preparano anche le ghiandole mammarie per la produzione di latte.
Fase Luteale
La fase luteale, che dura circa 14 giorni, è la fase finale del ciclo ovarico e corrisponde alla fase secretoria del ciclo uterino. Durante la fase luteale, gli ormoni ipofisari FSH e LH inducono le parti rimanenti del follicolo dominante a trasformarsi in corpo luteo, che produce progesterone. L’aumento del Progesterone inizia a indurre la produzione di estrogeni. Gli ormoni prodotti dal corpo luteo sopprimono anche la produzione di FSH e LH di cui il corpo luteo ha bisogno per mantenersi. Il livello di FSH e LH diminuisce rapidamente e il corpo luteo si atrofizza. La diminuzione dei livelli di Progesterone innesca le mestruazioni e l’inizio del ciclo successivo. Per una singola donna, la durata della fase follicolare varia spesso da ciclo a ciclo; al contrario, la durata della sua fase luteale sarà abbastanza costante da ciclo a ciclo, da 10 a 16 giorni (in media 14 giorni).
Ciclo Uterino in sintesi
Il Ciclo Uterino si articola in tre fasi: Mestruale, Proliferativa e Secretoria.
FaseMestruale
Ogni mese, le mestruazioni iniziano con la diminuzione dei livelli di estrogeni e progesterone e il rilascio di prostaglandine, che provocano la costrizione delle arterie spirali. Questo le fa contrarre, spasmare e rompere. L’afflusso di sangue all’endometrio viene interrotto e le cellule dello strato superiore dell’endometrio (strato funzionale) vengono private di ossigeno e muoiono. Successivamente, l’intero strato viene perso e rimane solo lo strato inferiore, lo strato basale. Un enzima chiamato plasmina scioglie i coaguli di sangue nel fluido mestruale, facilitando il flusso del sangue e il trasporto del rivestimento uterino sfaldato. Il flusso mestruale continua per 2-6 giorni, con una perdita di circa 30-60 millilitri di sangue, e indica che non si è verificata una gravidanza.
Il flusso di sangue normalmente indica che una donna non è incinta, ma questo non può essere considerato una certezza, poiché diversi fattori possono causare sanguinamento durante la gravidanza. Le mestruazioni si verificano in media una volta al mese, dalla menarca alla menopausa, che corrisponde agli anni fertili di una donna. L’età media della menopausa nelle donne è di 52 anni e in genere si verifica tra i 45 e i 55 anni. La menopausa è preceduta da una fase di cambiamenti ormonali chiamata perimenopausa.
L’eumenorrea indica un ciclo mestruale normale e regolare che dura circa i primi cinque giorni del ciclo. Le donne che soffrono di menorragia (mestruazioni abbondanti) sono più soggette a carenza di ferro rispetto alla media.
Durante il flusso, caratteristico di questa fase del Ciclo Uterino, l’organismo risente fortemente del crollo ormonale e del rilascio locale di molecole infiammatorie. Ciò comporta la comparsa di problematiche fisico-somatiche quali:
Dismenorrea: crampi intensi al basso ventre dovuti alle contrazioni dell’utero per espellere il tessuto.
Iperalgesia diffusa: la carenza di estrogeni abbassa la soglia del dolore, rendendo i tessuti più sensibili agli stimoli dolorosi.
Astenia marcata: profonda stanchezza fisica legata al dispendio energetico dell’emorragia e al calo di ferro.
Cefalea da astinenza ormonale: emicranie o mal di testa scatenati proprio dal brusco calo degli estrogeni.
Disturbi gastrointestinali: diarrea, nausea o stitichezza causate dalle prostaglandine che stimolano la muscolatura liscia intestinale.
Mentre la fase premestruale (Luteale) è dominata dall’instabilità, la fase mestruale vera e propria tende a manifestarsi con un ripiegamento delle energie psichiche. Questo porta alla comparsa di problematiche psico-emotive quali:
Spossatezza mentale: difficoltà a sostenere sforzi cognitivi prolungati o alti livelli di attenzione.
Bisogno di isolamento: una naturale propensione all’introspezione e a una minore tolleranza verso l’interazione sociale (social fatigue).
Vulnerabilità emotiva: ipersensibilità agli stimoli esterni, che può tradursi in pianto facile o senso di fragilità.
Disturbi del sonno: difficoltà a riposare bene a causa dei dolori fisici e della termoregolazione alterata.
È importante sottolineare che queste problematiche tendono a concentrarsi nei primi 2-3 giorni della mestruazione. Successivamente, l’ipofisi ricomincia a produrre l’FSH, stimolando la crescita di nuovi follicoli ovarici. Questo riavvia la produzione di estrogeni, portando a un rapido miglioramento dell’umore, della lucidità mentale e dell’energia fisica entro la fine del flusso.
Fase Proliferativa
La fase proliferativa è la seconda fase del ciclo uterino, durante la quale gli estrogeni stimolano la crescita e la proliferazione del rivestimento uterino. La parte finale della fase follicolare si sovrappone alla fase proliferativa del ciclo uterino. Con la maturazione, i follicoli ovarici secernono quantità crescenti di estradiolo, un estrogeno. Gli estrogeni innescano la formazione di un nuovo strato di endometrio nell’utero, con la presenza delle arteriole spirali.
Con l’aumento dei livelli di estrogeni, le cellule della cervice producono un tipo di muco cervicale con un pH più elevato e una viscosità inferiore al normale, rendendolo più favorevole agli spermatozoi. Questo aumenta le probabilità di fecondazione, che avviene tra l’undicesimo e il quattordicesimo giorno del ciclo. Questo muco cervicale si manifesta come una secrezione vaginale abbondante, simile all’albume d’uovo crudo. Per le donne che praticano la consapevolezza della fertilità, è un segno che l’ovulazione potrebbe essere imminente, ma non significa che l’ovulazione avverrà sicuramente.
Dal punto di vista psicofisico, questa fase è biologicamente considerata il periodo di massimo benessere, energia e vitalità della donna. Tuttavia, l’impennata dei livelli di estrogeni e il picco dell’LH in prossimità dell’ovulazione possono talvolta innescare specifiche problematiche psicofisiche in soggetti particolarmente sensibili.
Man mano che ci si avvicina all’ovulazione (fine della fase proliferativa), l’organismo subisce forti stimoli ormonali che possono causare:
Lieve spotting ovulatorio: piccole perdite di sangue causate dal temporaneo e repentino sbalzo ormonale appena prima del rilascio dell’ovocita.
Dolore ovulatorio (Mittelschmerz): fitte o crampi localizzati su un lato del basso addome, causati dalla rottura del follicolo o dalla stimolazione della parete ovarica.
Cefalea da picco estrogenico: sebbene il calo di estrogeni causi il mal di testa mestruale, in alcune donne anche il loro brusco innalzamento ormonale in prossimità dell’ovulazione può scatenare emicranie.
Tensione pelvica e perdite: l’aumento del muco cervicale (filante e acquoso) e l’aumentata vascolarizzazione uterina possono causare una sensazione di pesantezza al basso ventre.
Gli estrogeni stimolano fortemente la produzione di serotonina e dopamina, agendo come un potente “acceleratore” cerebrale. Quando questo stimolo è eccessivo o repentino, possono insorgere:
Ansia da iperattivazione: l’eccesso di energia e la stimolazione del sistema nervoso possono tradursi in uno stato di agitazione, iperattività, ansia o difficoltà a rilassarsi.
Insonnia iniziale: l’elevata lucidità mentale e l’energia fisica circolante possono rendere più difficile l’addormentamento.
Iper-reattività agli stimoli: una sensazione di nervosismo o di “frenesia”, guidata dall’istinto biologico che spinge alla ricerca del partner e all’attività.
Palpitazioni o tachicardia: lievi alterazioni neurovegetative transitorie legate al picco dell’ormone LH.
Mentre le fasi mestruale e secretoria (luteale) sono caratterizzate da un calo delle energie o da un ripiegamento riflessivo, la fase proliferativa è l’esatto opposto. Le problematiche in questo periodo non sono legate a deficit o crolli ormonali, ma a una risposta eccessiva del sistema nervoso alla forte stimolazione estrogenica. Per la maggior parte delle donne, comunque, questa fase rappresenta il picco mensile di produttività, ottimismo e resilienza allo stress.
Fase Secretoria
La fase secretoria è la fase finale del ciclo uterino e corrisponde alla fase luteale del ciclo ovarico. Durante la fase secretoria, il corpo luteo produce progesterone, che svolge un ruolo vitale nel rendere l’endometrio ricettivo all’impianto di una blastocisti (un ovulo fecondato che ha iniziato a svilupparsi). Glicogeno, lipidi e proteine vengono secreti nell’utero e il muco cervicale si addensa. Nelle prime fasi della gravidanza, il progesterone aumenta anche il flusso sanguigno e riduce la contrattilità della muscolatura liscia dell’utero e innalza la temperatura basale.
Se non si verifica una gravidanza, i cicli ovarico e uterino ricominciano.
Le problematiche psicofisiche in questo periodo si dividono nettamente in due momenti: una fase iniziale di adattamento al progesterone e una fase tardiva (premestruale) legata al crollo ormonale.
L’azione del Progesterone e la successiva caduta dei livelli ormonali impattano fortemente sul corpo:
Tensione mammaria e mastodinia: l’aumento di progesterone stimola la ghiandola mammaria, causando turgore, gonfiore e ipersensibilità al tatto.
Ritenzione idrica e gonfiore: l’equilibrio dei fluidi viene alterato, provocando accumulo di liquidi, pesantezza agli arti inferiori e gonfiore addominale.
Rallentamento gastrointestinale: il progesterone rilassa la muscolatura liscia; questo rallenta la digestione portando a stitichezza, meteorismo e senso di pesantezza.
Cefalea e dolori lombari: nella fase secretoria tardiva, il calo ormonale innesca processi infiammatori che si manifestano con mal di testa o dolori alla schiena.
Il Progesterone e il suo metabolita (Allopregnanolone) agiscono direttamente sui recettori cerebrali, influenzando l’umore e l’energia:
Letargia e stanchezza: l’effetto sedativo del progesterone sul sistema nervoso centrale può causare una forte astenia e una riduzione della resistenza fisica.
Instabilità emotiva e irritabilità: sebbene il progesterone sia inizialmente calmante, le repentine fluttuazioni della fase secretoria tardiva riducono la disponibilità di serotonina, scatenando sbalzi d’umore e rabbia biologica.
Annebbiamento mentale (Brain Fog): si riscontrano cali di concentrazione, stanchezza cognitiva e lievi deficit di memoria a breve termine.
Alterazioni del sonno e dell’appetito: l’innalzamento della temperatura corporea basale (indotto dal progesterone) può disturbare il riposo notturno, mentre i cambi ormonali aumentano il desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri.
Mentre la prima metà della fase secretoria è spesso asintomatica o caratterizzata solo da stanchezza e stipsi, è nella fase secretoria tardiva (gli ultimi 5-7 giorni del ciclo) che i sintomi si intensificano drammaticamente. Questo fenomeno costituisce la base biologica della Sindrome Premestruale (SPM) e del più grave Disturbo Disforico Premestruale (DDPM), le cui manifestazioni cessano quasi immediatamente con l’arrivo del flusso mestruale.
Influenza del Ciclo Mestruale (OMC) sull’allenamento della forza e sul recupero
Ricapitolando quanto visto fino ad ora, le mestruazioni si verificano in cicli di circa ventotto (28) giorni per le donne fertili sane. Il ciclo ovulatorio-mestruale (OMC) è importante per la riproduzione, controllato dal sistema endocrino, ed è comunemente diviso in tre (3) fasi: (1) la fase follicolare, (2) l’ovulazione e (3) la fase luteale. L’OMC può influenzare le donne in modi diversi con fluttuazioni di ormoni come Testosterone (T), Estrogeni (E), Progesterone (P), Ormone della Crescita (hGH) e Fattore di Crescita Insulino-Simile 1 (IGF-1). Gli steroidi sessuali femminili predominanti, estrogeni come l’Estradiolo (E2) e progestinici come il Progesterone (P), influenzano una moltitudine di sistemi biologici e svolgono un ruolo importante nelle prestazioni atletiche e nel recupero che allenatori e professionisti cercano di massimizzare.
Tabella che illustra un modello teorico dei diversi approcci formativi basati sulle variazioni ormonali di ciascuna fase del ciclo mestruale femminile. Fasi del ciclo ovulatorio-mestruale (CMO) e obiettivi di allenamento. Le diverse fasi del CMO, i relativi effetti e le prescrizioni di allenamento in un modello teorico.
L’uso dell’allenamento di forza è stato ampiamente dimostrato per migliorare le dimensioni e la funzione muscolare sia negli atleti maschi che nelle atlete femmine. L’allenamento di forza è ora utilizzato anche dalle atlete espressamente per migliorare le prestazioni. Grande importanza riveste il tema della periodizzazione del bodybuilding per le atlete, figure, bikini, wellness, fitness e concorrenti di bodybuilding anche prima del “salto enhanced”. In genere allenatori, professionisti e autori evitano di affrontare questo problema, nella migliore delle ipotesi e se lo fanno, purtroppo, peccano di estrema certezza nei loro punti e convinzioni. Il risultato per l’intera community non è certo dei migliori.
Periodizzazione vs. Programmazione
Periodizzazione: Il processo ciclico e a fasi di gestione della forma fisica e della fatica per ottimizzare l’adattamento, evitare il sovrallenamento non funzionale (NFOR), la sindrome da sovrallenamento (OTS) o gli infortuni, al fine di raggiungere il picco di prestazione in un dato momento.
Programmazione: La microgestione del processo di allenamento attraverso la manipolazione della selezione degli esercizi, del volume, dell’intensità, degli schemi di serie e ripetizioni (vedi la classificazione di Mladen), degli intervalli di riposo, della densità, della frequenza, della variazione, dello sforzo, ecc.
La periodizzazione si riferisce alla scienza delle strutture temporali (cicli) che regolano la predisposizione all’allenamento. La periodizzazione a blocchi è un concetto di periodizzazione, mentre l’allenamento simultaneo è un concetto di programmazione.
Stabilire il rapporto di causa-effetto tra le variazioni dell’attività ormonale durante il ciclo mestruale e la risposta all’esercizio fisico può essere complesso, sebbene rimanga una “finezza” nel complesso con grado di importanza maggiore più la atleta è avanzata. Innanzitutto, le modalità di allenamento aerobico e di resistenza sembrano produrre risposte ormonali diverse, e studi simili possono dare risultati differenti. I livelli ormonali nel sangue e nei tessuti sono influenzati dalla loro produzione da parte dell’organo di origine, dalla loro eliminazione dal flusso sanguigno e dal legame con i recettori bersaglio negli organi e nei tessuti. Quando sono liberi nel flusso sanguigno, gli ormoni steroidei come gli androgeni, gli ormoni surrenali e gli ormoni ovarici circolano e interagiscono con specifiche proteine di trasporto, con solo piccole quantità disponibili per i tessuti. È inoltre importante notare che anche l’allenamento e lo stato nutrizionale dell’atleta possono influenzare gli effetti metabolici e ormonali.
Tabella che confronta in un modello teorico come cambia l’obiettivo dell’allenamento in base alla fase follicolare e alla fase luteale del ciclo mestruale di una donna. Obiettivo dell’allenamento (compiti di periodizzazione) in base alla fase del ciclo mestruale – Effetti dell’allenamento in fase follicolare e luteale su massa e forza muscolare.
Durante la fase follicolare precoce (premestruale), le concentrazioni di Testosterone, estrogeni e Progesterone sono basse, con prove che le atlete sono più vulnerabili agli errori e all’incidenza di infortuni. Pertanto, l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulla rigenerazione e sul lavoro metabolico. Nella fase follicolare intermedia si raccomanda di aumentare l’intensità dell’allenamento man mano che i livelli di estrogeni e GH aumentano e quelli di progesterone diminuiscono. È stato anche suggerito che gli estrogeni abbiano un effetto positivo sui picchi di forza osservati durante la fase follicolare tardiva, appena prima dell’ovulazione, quando raggiungono il picco. Allo stesso tempo, i livelli di progesterone rimangono bassi, quindi l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulle modalità metaboliche e di forza. Quindi, durante l’ovulazione e la fase luteale precoce, l’allenamento di forza dovrebbe essere ad alta intensità e basso volume. I livelli di testosterone, estrogeni e GH sono al loro massimo e gli esercizi dovrebbero coinvolgere i grandi gruppi muscolari degli arti superiori e inferiori e del tronco, come la panca piana, gli squat e i sollevamenti olimpici. Nella fase luteale media, i livelli di E rimangono stabili mentre i livelli di P aumentano. L’esercizio submassimale di lunga durata e bassa intensità sarà adatto a questa fase. Infine, la fase luteale tardiva è caratterizzata dal ritorno delle concentrazioni di testosterone, estrogeni e progesterone ai loro livelli più bassi e l’allenamento riprenderebbe e rimarrebbe simile alla fase follicolare precoce (premestruale).
Punti focali condivisi da altri modelli teorici di programmazione per le atlete in età fertile/pre-menopausa
Esistono altri modelli teorici sulla pianificazione della preparazione nelle atlete di forza/estetiche in età fertile/pre-menopausa. Famosa era quella proposta diversi anni fa da Lyle McDonald. Esistono comunque dei “punti focali” condivisi da questi modelli teorici:
Impatto delle Fasi sulla Fisiologia Muscolare e sull’Allenamento-
Fase Follicolare (dal Giorno 1 all’Ovulazione)
Profilo ormonale: Estrogeni in costante aumento, progesterone ai minimi.
Effetti fisiologici: L’estradiolo esercita un effetto neuroprotettivo e anabolico/anticatabolico, aumentando l’eccitabilità neuromuscolare e la sensibilità all’insulina. La capacità di tollerare i carboidrati e di stoccare glicogeno muscolare è massima.
Implicazioni per l’allenamento:
Forza e ipertrofia: Fase ideale per applicare il massimo volume e alta intensità (sovraccarico progressivo).
Recupero: Tempi di recupero tra le serie e tra i workout tendenzialmente più rapidi.
Fase Ovulatoria (intorno al Giorno 14)
Profilo ormonale: Picco massimo di estrogeni, picco di LH e FSH, inizio dell’ascesa del progesterone.
Effetti fisiologici: Si registra spesso il picco assoluto di espressione della forza massima (1RM). Contestualmente, gli alti livelli di estradiolo e la relaxina riducono la rigidità del collagene nei tendini e nei legamenti (aumentando la lassità articolare, ad esempio del legamento crociato anteriore).
Implicazioni per l’allenamento:
Test di forza: Ottima finestra per testare i massimali.
Prevenzione infortuni: Cura rigorosa del riscaldamento e del controllo motorio sugli esercizi multiarticolari ad alto carico (squat, stacchi).
3. Fase Luteale (dall’Ovulazione alle Mestruazioni)
Profilo ormonale: Progesterone elevato (con un secondo picco moderato di estrogeni a metà fase).
Effetti fisiologici:
Il progesterone è un ormone Catabolico/Termogenico: aumenta la temperatura corporea basale di 0,3–0,5 °C e il dispendio energetico a riposo, ma riduce l’efficienza della dissipazione del calore. Aumenta la percezione dello sforzo (RPE) a parità di carico e riduce la sensibilità insulinica sistemica, favorendo l’ossidazione dei grassi rispetto all’uso del glicogeno. L’attivazione dell’asse aldosterone-renina può causare ritenzione idrica intracellulare ed extracellulare.
Implicazioni per l’allenamento:
Gestione del carico: Fase idonea a un lavoro più orientato alla densità o a volumi moderati con autoregolazione (RIR/RPE).
Nutrizione: Può essere utile incrementare leggermente la quota di grassi salubri a scapito dei carboidrati se la tolleranza glicidica peggiora.
4. Tarda Fase Luteale / Premestruale (Sindrome Premestruale – PMS)
Profilo ormonale: Crollo drastico di estrogeni e progesterone.
Effetti fisiologici: Possibile presenza di crampi addominali, sonnolenza, sbalzi d’umore, infiammazione di basso grado ed emicrania.
Implicazioni per l’allenamento:
Ottima finestra per pianificare una settimana di scarico (deload) o per ridurre la frequenza delle sessioni se i sintomi interferiscono marcatamente con la prestazione.
Evidenze Scientifiche e Pratica sul Campo
Mentre la teoria endocrinologica suggerisce di periodizzare l’allenamento rigidamente sulle fasi del ciclo (es. Menstrual Cycle Phase-Based Training), la letteratura scientifica più recente (Colenso-Semple et al., 2023; McNulty et al., 2020) evidenzia che:
La variabilità inter-individuale è enorme: Alcune atlete mantengono inalterati i livelli di forza per tutto il mese, mentre altre risentono fortemente del calo ormonale premestruale.
L’autoregolazione supera gli schemi fissi: Usare la scala RPE (Rating of Perceived Exertion) o le RIR (Reps in Reserve) permette di adattare il carico in tempo reale al livello di recupero della giornata, senza forzare scarichi quando la prestazione è ancora elevata.
Punti Chiave
Per strutturare una periodizzazione basata sul ciclo mestruale (spesso definita Menstrual Cycle-Based Training), l’obiettivo principale è concentrare i picchi di stress allenante (volume e carichi massimali) quando l’ambiente ormonale è più favorevole, sfruttando l’autoregolazione per le fasi a minor capacità di recupero. Ecco un modello pratico strutturato su un ciclo teorico di 28 giorni.
Modello di Periodizzazione in 4 Fasi
Fase 1: Inizio Fase Follicolare / Mestruazione (Giorno 1–5)
Status Ormonale: Estrogeni e progesterone ai minimi.
Obiettivo: Gestione dei sintomi, mantenimento, eventuale scarico attivo.
Parametri di Allenamento:
Volume: Medio-basso (-20/30% rispetto allo standard).
Intensità: Moderata (RIR 2-3 / RPE 7-8).
Focus: Esercizi multiarticolari a carico controllato o macchine/cavi per ridurre lo stress sistemico se sono presenti crampi o letargia.
Strategia: Se i primi 1-2 giorni presentano sintomatologia acuta, è la finestra ideale per inserire il Deload (scarico programmato) o sedute di mobilità/cardio LISS.
Fase 2: Tarda Fase Follicolare (Giorno 6–13)
Status Ormonale: Estradiolo in ripida ascesa; progesterone basso.
Obiettivo: Massimo Accumulo di Volume e Ipertrofia.
Parametri di Allenamento:
Volume: Alto (picco di serie allenanti settimanali).
Intensità: Alta (RIR 1-2 / RPE 8-9).
Frequenza: È possibile allenare i gruppi muscolari con maggiore frequenza (es. 3-4 volte a settimana) grazie alla capacità di recupero stimolata dagli estrogeni.
Focus: Sovraccarico progressivo, lavoro a cedimento programmato su esercizi complementari e ad alto stress metabolico.
Fase 3: Fase Ovulatoria (Giorno 14–16)
Status Ormonale: Picco massimo di estrogeni e testosterone libero.
Obiettivo: Picco di Forza Massima (Intensificazione).
Parametri di Allenamento:
Volume: Moderato.
Intensità: Massima (RIR 0-1 / RPE 9-10, lavoro a basse ripetizioni: 1–5 RM).
Precauzioni: L’elevata lassità legamentosa indotta dal picco estrogenico richiede la massima attenzione tecnica negli esercizi a catena cinematica chiusa (Squat, Stacchi, Distensioni pesanti).
Nota: Riscaldamento articolare e avvicinamento ai carichi devono essere curati con estremo rigore in questa finestra.
Fase 4: Fase Luteale e Premestruale (Giorno 17–28)
Status Ormonale: Progesterone dominatore; calo progressivo finale di tutti gli ormoni.
Obiettivo: Mantenimento della forza, gestione dell’affaticamento centrale e autoregolazione.
Parametri di Allenamento:
Giorno 17–21 (Alta Fase Luteale): Mantenimento dell’intensità sui fondamentali, ma con leggera riduzione del volume totale (meno serie complementari).
Giorno 22–28 (Tarda Fase Luteale / Premestruale): Riduzione sia dell’intensità che del volume. Innalzamento del RIR (RIR 3-4).
Strategia Operativa: Passare all’uso della scala RPE/RIR anziché rincorrere percentuali fisse sul bilanciere. Se a causa della temperatura corporea più alta e del progesterone 80 kg percepiti “sembrano” 90 kg, si scala il carico mantenedo lo stimolo target senza accumulare fatica sistemica inutile.
Di seguito un esempio di come varia la gestione dei carichi e del volume sullo stesso esercizio guida (es. Squat) durante il mese:
Regola d’Oro: Individualizzazione e Logbook
I cicli eugonadici (naturali) non sono tutti identici a 28 giorni e molte atlete non risentono significativamente delle variazioni ormonali. Per applicare questo sistema al meglio:
Traccia il ciclo insieme al logbook degli allenamenti: Annotare per 2-3 mesi le prestazioni (tonnellaggio e RPE) contestualmente al giorno del ciclo.
Identifica i tuoi/suoi “punti critici”: Se noti che dal giorno 24 alla mestruazione la forza crolla del 10%, programma preventivamente lo scarico in quei giorni. Se invece la prestazione resta stabile, mantieni la progressione lineare standard senza forzare scarichi non necessari.
Nella fase luteale, l’innalzamento del progesterone e il parallelo calo della sensibilità insulinica determinano sia la tendenza a trattenere liquidi (tramite la stimolazione dell’asse aldosterone-renina) sia il fisiologico calo energetico e i craving di carboidrati (dovuti a una minor efficienza nell’uso del glicogeno e al calo della serotonina). Per contrastare questi sintomi e mantenere alte le prestazioni in palestra, è possibile intervenire con specifici accorgimenti nutrizionali e una mirata integrazione.
Gestione alimentare su modello teorica
Una strategia alimentare basata sul ciclo mestruale (o cycle syncing) sfrutta le fluttuazioni degli estrogeni e del progesterone per ottimizzare i livelli di energia, controllare la fame e ridurre i fastidi tipici come crampi e ritenzione idrica. Adattare i nutrienti alle diverse fasi permette di assecondare i cambiamenti metabolici del corpo femminile.
Strategia alimentari dettagliata per Fase
1. Fase Mestruale (Giorni 1 – 5)
Il corpo si trova in una fase di eliminazione dei tessuti. Le perdite ematiche riducono le riserve di Ferro, causando spesso stanchezza.
Cosa inserire: Alimenti ricchi di ferro biodisponibile (carne magra, bresaola) e fonti vegetali (lenticchie, ceci) abbinate sempre a vitamina C (limone, arance, kiwi) per massimizzarne l’assorbimento.
Azione antinfiammatoria: Pesce azzurro (salmone, sgombro) ricco di Omega-3 o integratore con ratio EPA:DHA di 4:2 per contrastare i crampi uterini.
Da limitare: Caffè, alcol ed un eccesso di Calcio e ECGC, poiché ostacolano l’assimilazione del Ferro e del Magnesio.
Pre-allenamento: Uno spuntino leggero con carboidrati facilmente digeribili (es. una banana o una fetta biscottata con miele) se i crampi lo consentono.
Post-allenamento: Proteine magre associate a fonti di vitamina C e ferro (es. bresaola con limone) per compensare le perdite ematiche.
2. Fase Follicolare (Giorni 6 – 12)
Gli estrogeni aumentano, migliorando significativamente la sensibilità all’Insulina e la tolleranza ai carboidrati.
Cosa inserire: Carboidrati complessi (riso integrale, pasta integrale, Farro) per assecondare i picchi di energia fisici.
Proteine strutturali: Fonti proteiche magre ad alto valore biologico (pollo, tacchino, uova) utili per supportare la maturazione dei follicoli e il recupero/crescita muscolare.
Pre-allenamento: Carboidrati complessi 2 ore prima dello sforzo. Se l’allenamento è lungo, inserire gel o intra-workout.
Post-allenamento: Finestra anabolica ottimale. Assumere carboidrati e proteine in rapporto 3:1 per un iniziale recupero muscolare ottimale.
3. Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15)
Il picco ormonale massimo può dare una sferzata di energia, ma richiede anche un lavoro extra da parte del fegato per smaltire gli ormoni usati.
Cosa inserire: Verdure della famiglia delle crocifere (broccoli, cavolfiore, rucola) che contengono sostanze utili a supportare la disintossicazione epatica.
Idratazione e fibre: Molta acqua e verdura cruda per evitare la stitichezza associata ai rapidi cambi ormonali.
Nutrizione strategica: Integrare con antiossidanti (NAC, Glutatione, Silimarina, Astaxantina, ecc…) per contrastare lo stress ossidativo dell’alta intensità.
4. Fase Luteale e Premestruale (Giorni 16 – 28)
Il progesterone sale, rallentando la motilità intestinale e aumentando il dispendio calorico a riposo (fino a 200-300 kcal in più al giorno), il che provoca la classica fame chimica (craving). La sensibilità insulinica peggiora.
Gestione dei carboidrati: Ridurre leggermente i carboidrati semplici e gli zuccheri raffinati, che aumenterebbero la ritenzione e i picchi di glicemia.
Grassi buoni e fibre: Spazio a grassi sani come avocado, frutta secca (mandorle, noci) e olio extravergine d’oliva, che stabilizzano il senso di sazietà.
Alleati del buonumore: Alimenti ricchi di magnesio e vitamina B6 (semi di zucca, banane) per stimolare la Serotonina e placare l’irritabilità.
Contro il gonfiore: Alimenti drenanti come finocchi, sedano e asparagi. Limitare i formaggi stagionati e i cibi industriali ricchi di sale.
Idratazione critica: Il Progesterone altera l’equilibrio dei fluidi. È fondamentale bere acqua con elettroliti (sodio, potassio, magnesio) prima, durante e dopo lo sforzo per evitare i crampi. Pre-allenamento: Uno spuntino a base di grassi e proteine (es. MCT con yogurt greco) se l’attività è prettamente aerobica o mista.
Punti chiave nutrizionali per fase:
Fase Follicolare (Giorni 6 – 12): La Fase Anabolica
È il momento migliore per costruire tessuto muscolare e spingere i carichi al massimo. La sensibilità all’insulina è ottimale, permettendoti di gestire quote elevate di carboidrati senza accumulare grasso.
Nutrizione: Imposta qui i giorni a carboidrati alti (High Carb). Concentra la maggior parte dei carboidrati complessi attorno all’allenamento (pre e post-workout) per saturare il glicogeno muscolare. Mantieni le proteine stabili.
In palestra: Focus su ipertrofia e forza. È la fase ideale per cercare il sovraccarico progressivo, aumentare il volume di lavoro o testare i massimali sui fondamentali (squat, panca, stacco).
Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15): Picco di Forza
Il picco di estrogeni e testosterone ti regala la massima espressione di forza del mese, ma la lassità legamentosa è al massimo.
Nutrizione: Mantieni i carboidrati medio-alti per sostenere l’intensità. Introduci una quota maggiore di antiossidanti per combattere lo stress infiammatorio dei carichi pesanti.
In palestra: Puoi sollevare carichi molto pesanti (basse ripetizioni, alta intensità), ma cura in modo maniacale il riscaldamento e la tecnica di esecuzione per evitare infortuni articolari.
Fase Luteale (Giorni 16 – 28): Gestione della Ritenzione e del Deload
Il progesterone aumenta il catabolismo muscolare, peggiora la sensibilità insulinica e favorisce la ritenzione idrica extracellulare, che può appannare la condizione visiva.
Nutrizione: Passa a giorni a carboidrati medio-bassi e grassi più alti (Low Carb / High Fat). I grassi sani aiutano a stabilizzare la glicemia e a frenare le voglie di dolce tipiche della fase premestruale. Aumenta l’apporto idrico e riduci il sodio discrezionale per contrastare la ritenzione.
In palestra: Nella prima metà della fase luteale puoi ancora allenarti intensamente. Negli ultimi 4-5 giorni prima del ciclo (fase premestruale), se la stanchezza e il gonfiore sono invalidanti, programma una settimana di scarico (deload) riducendo il volume del 30-40%.
Fase Mestruale (Giorni 1 – 5): Ripristino e Reclutamento Neutro
Il corpo si resetta. Il gonfiore svanisce rapidamente grazie al crollo del progesterone, rivelando spesso una condizione fisica più “dura” e definita.
Nutrizione: Riporta gradualmente i carboidrati a livelli medi. Assicura una quota proteica costante per preservare la massa magra e inserisci cibi ricchi di ferro per compensare le perdite.
In palestra: Ascolta il tuo corpo. Se i dolori sono forti, focalizzati su sessioni di pompaggio a carichi inferiori o aumenta i tempi di recupero tra le serie. Se non hai dolori, puoi ricominciare gradualmente a spingere.
Alterazioni nella digeribilità e assorbimento alimentare durante il ciclo mestruale
Il ciclo mestruale influenza direttamente sia la digestione sia la percezione dell’assorbimento degli alimenti attraverso le continue fluttuazioni degli ormoni e il rilascio di molecole infiammatorie. Gli estrogeni e il Progesterone non agiscono solo sull’utero, ma interagiscono anche con i recettori del tratto gastrointestinale, alterando la velocità del transito intestinale e la sensibilità viscerale lungo tutto il mese.
Gli effetti della fase mestruale (Durante il ciclo)
All’inizio delle mestruazioni, i livelli di Progesterone crollano e l’endometrio rilascia le prostaglandine, molecole che servono a far contrarre l’utero per espellere il sangue con i residui tissutali.
Accelerazione e crampi: le prostaglandine entrano nel flusso sanguigno e raggiungono l’intestino, stimolando contrazioni anomale della sua muscolatura.
Ipermotilità e diarrea: questo stimolo improvviso accelera il transito, riducendo il tempo a disposizione dell’intestino per riassorbire l’acqua dai cibi, provocando spesso feci liquide o diarrea.
Impatto sull’assorbimento e sul microbiota
Le variazioni ormonali modificano temporaneamente anche la composizione del microbiota intestinale e l’efficienza digestiva:
Alterazione della flora batterica: i cambiamenti della flora intestinale durante i giorni del flusso compromettono la corretta scomposizione e fermentazione dei nutrienti.
Nutrienti e infiammazione: lo stato infiammatorio generale può rendere l’intestino più permeabile o irritabile, modificando la tolleranza verso cibi elaborati, zuccheri raffinati o grassi saturi.
Questo legame è così stretto che chi soffre della sindrome del colon irritabile nota una drastica ciclicità nel peggioramento dei propri sintomi gastrointestinali in corrispondenza del calendario mestruale.
Le fluttuazioni cicliche di estradiolo e Progesterone creano un vero e proprio ecosistema dinamico all’interno dell’intestino. Gli ormoni sessuali influenzano il microbiota intestinale sia agendo direttamente sui recettori della mucosa, sia indirettamente modificando il tempo di transito e l’ambiente chimico intestinale.
La transizione tra la fase follicolare e quella luteale modifica la diversità e la composizione delle specie batteriche attraverso meccanismi ben precisi.
1. Fase Follicolare: il dominio dell’Estradiolo
Durante questa fase (dalla fine della mestruazione all’ovulazione), l’Estradiolo sale progressivamente fino a raggiungere il suo picco massimo. Ciò comporta:
Maggiore diversità microbica (Alpha Diversity): alti livelli di E2 sono associati a una maggiore ricchezza e stabilità delle specie batteriche nell’intestino. Un microbiota diversificato è sinonimo di un intestino resiliente.
Sostegno ai batteri benefici: l’E2 promuove la crescita di ceppi protettivi e antinfiammatori come i Lactobacillus e i Bifidobacterium. Questo avviene anche perché gli estrogeni stimolano la produzione di muco e la deposizione di glicogeno, che funge da nutrimento per questi batteri.
Il ruolo dell’Estroboloma: in questa fase è massimo il lavoro dell’estroboloma, un gruppo specifico di geni del microbiota intestinale capaci di produrre l’enzima beta-glucuronidasi. Questo enzima serve a “riattivare” gli estrogeni precedentemente metabolizzati dal fegato, consentendo il loro riassorbimento nel sangue e mantenendo l’equilibrio ormonale sistemico.
2. Fase Luteale: l’ascesa del Progesterone
Dopo l’ovulazione, il corpo luteo inizia a produrre grandi quantità di Progesterone, che domina l’intera seconda metà del ciclo.
Aumento della Beta Diversity (Variazione della composizione): la ricerca scientifica evidenzia che il passaggio alla fase luteale avanzata modifica la composizione complessiva dei microbi (beta-diversity) rispetto alla fase follicolare.
Shift verso batteri anaerobi e fermentativi: l’aumento del Progesterone correla con una leggera proliferazione di batteri opportunisti o anaerobi a scapito di alcuni ceppi eubiotici.
Rallentamento del transito e sub-disbiosi: il Progesterone riduce la motilità intestinale. Il cibo staziona più a lungo nel colon (aumento del tempo di transito), alterando il pH locale e favorendo la proliferazione di batteri fermentativi responsabili di meteorismo e gonfiore (idrogeno e metano-produttori).
3. La fase pre-mestruale e il crollo ormonale
Negli ultimissimi giorni della fase luteale, se non è avvenuto il concepimento, E2 e Progesterone crollano contemporaneamente in modo drastico.
Disbiosi transitoria e infiammazione: questo improvviso deficit ormonale, unito al rilascio locale di prostaglandine, destabilizza la barriera intestinale. La ridotta protezione immunitaria favorisce una temporanea condizione di disbiosi (squilibrio della flora batterica).
Perdita dei ceppi benefici: l’improvvisa carenza di estradiolo toglie il substrato ideale ai lattobacilli, mentre le scariche diarroiche tipiche del flusso mestruale (causate dall’ipermotilità intestinale) tendono a “lavare via” meccanicamente parte della flora microbica residente.
Potenziale integrazione di trattamento
Per contrastare le alterazioni della motilità intestinale e la disbiosi ciclica causate dalle fluttuazioni di E2 e Progesterone, l’integrazione alimentare deve mirare a due obiettivi: regolarizzare il transito (evitando la stipsi o la diarrea da ciclo) e supportare l’estroboloma e la barriera intestinale.
L’integrazione ideale si divide in base alla fase del ciclo e al sintomo prevalente.
1. Per l’equilibrio del microbiota (Tutto il mese)
Probiotici mirati (Lactobacillus e Bifidobacterium): Ceppi come Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus plantarum e Bifidobacterium lactis aiutano a mantenere intatta la barriera intestinale e supportano l’estroboloma nella corretta gestione degli estrogeni.
Prebiotici (Inulina a catena corta o PHGG): La gomma di guar parzialmente idrolizzata (PHGG) è un’ottima fibra solubile. Non crea gonfiore (a differenza di altre fibre) e nutre i batteri “buoni”, regolarizzando sia la stipsi che la diarrea.
2. Fase Luteale (Contro stipsi, gonfiore e craving)
Magnesio Citrato o Bisglicinato: È il minerale chiave in questa fase. Rilassa la muscolatura liscia dell’intestino (contrastando la stipsi da progesterone) e riduce i crampi uterini. Aiuta anche a modulare il sistema nervoso, riducendo la fame nervosa di dolci.
Enzimi digestivi (con lattasi e alfa-galattosidasi): Assunti prima dei pasti principali nella settimana che precede il ciclo, aiutano a scomporre carboidrati complessi e lattosio, riducendo drasticamente la fermentazione batterica e il conseguente gonfiore.
3. Fase Mestruale (Contro ipermotilità, diarrea e infiammazione)
Omega-3 (EPA e DHA): Acidi grassi essenziali ad alta azione antinfiammatoria. Contrastano la produzione eccessiva di prostaglandine, riducendo sia il dolore mestruale (dismenorrea) sia l’iper-attivazione dell’intestino che causa la diarrea.
Butirrato (o Acido Butirrico): È un postbiotico, ovvero il nutrimento principale delle cellule del colon. Assumerlo durante i giorni del flusso aiuta a “sfiammare” rapidamente la mucosa intestinale e a compattare le feci in caso di scariche.
4. Supporto metabolico degli estrogeni
Agnocasto (Vitex agnus-castus): Se il gonfiore intestinale e la disbiosi sono accompagnati da una forte sindrome premestruale (PMS), l’agnocasto può aiutare a bilanciare il rapporto tra estrogeni e progesterone a livello centrale.
Integratori potenziali per la FaseFollicolare
Durante la fase follicolare (giorni 6-12), il corpo di una bodybuilder sperimenta livelli crescenti di estrogeni, una eccellente sensibilità all’insulina e la massima capacità di stoccare glicogeno muscolare. È il momento ideale per spingere l’acceleratore sull’ipertrofia e sulla forza.
L’integrazione in questa fase deve essere finalizzata a massimizzare la potenza, ottimizzare la sintesi proteica e sostenere l’alto volume di allenamento.
1. Creatina Monoidrato
La creatina è l’integratore regina per il bodybuilding, ma in questa fase lavora in perfetta sinergia con il tuo stato ormonale.
Perché usarla ora: Gli estrogeni alti favoriscono l’ingresso dei nutrienti e dell’acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intracellulare). La creatina potenzia questo effetto, massimizzando il volume cellulare, la sintesi di ATP e la forza esplosiva nei sollevamenti sub-massimali.
Modalità di assunzione: Consigliata l’assunzione regolare giornaliera, preferibilmente insieme a un pasto post-workout ricco di carboidrati per sfruttare la spinta insulinica.
Visto che la fase follicolare è il momento in cui tolleri e utilizzi meglio i carboidrati, i tuoi allenamenti saranno probabilmente ad alto volume e ad alta densità.
Perché usarle ora: Le Ciclodestrine altamente ramificate o Cluster Dextrin forniscono un rilascio rapidissimo di glucosio ai muscoli senza appesantire lo stomaco. Sostengono la glicemia durante le sessioni intense di gambe o dorso, ritardando la fatica centrale e periferica.
Modalità di assunzione: Sciolte nella borraccia da sorseggiare durante l’allenamento.
3. Aminoacidi Essenziali (EAA) o Sieroproteine (Whey)
La capacità anabolica del corpo è al massimo, quindi i mattoni per la ricostruzione muscolare devono essere prontamente disponibili.
Perché usarli ora: Sostengono la sintesi proteica immediata nel pre, intra o post-allenamento. In combinazione con l’alto apporto di carboidrati di questa fase, massimizzano l’attivazione della via metabolica mTOR (responsabile della crescita muscolare).
Modalità di assunzione: Assunti come EAA durante l’allenamento oppure come Whey Isolate immediatamente dopo.
4. Citrullina Malato e Beta-Alanina (Pre-Workout e Intra o Post-Workout)
In questa fase ricerchi la massima performance e la massima congestione muscolare (pump).
Perché usarli ora: La citrullina malato aumenta la produzione di ossido nitrico, migliorando il flusso sanguigno e l’apporto di ossigeno e nutrienti ai muscoli sotto sforzo. La beta-alanina agisce da tampone contro l’acido lattico, permettendoti di completare quelle ripetizioni extra fondamentali per l’ipertrofia.
Modalità di assunzione: Utilizzate nel pre-workout circa 30-45 minuti prima dell’allenamento.
Integratori potenziali per la Fase Luteale
Durante la fase luteale (giorni 16-28), il corpo di una bodybuilder sperimenta il dominio del Progesterone. Questo ormone riduce la sensibilità all’insulina, aumenta leggermente il catabolismo muscolare, innalza la temperatura corporea (maggiore percezione della fatica) e favorisce la ritenzione idrica extracellulare.
L’integrazione peri-workout in questa fase cambia radicalmente: l’obiettivo si sposta sul controllo della glicemia, il contrasto al catabolismo, l’idratazione profonda e il supporto al sistema nervoso (spesso appesantito dal calo di serotonina premestruale).
Il progesterone altera l’equilibrio dei fluidi e del sodio nel corpo, causando ritenzione idrica e aumentando il rischio di crampi muscolari.
Perché usarli: Ripristinano l’idratazione intracellulare (portando l’acqua dentro il muscolo e togliendola da sotto la pelle) e mantengono intatta la conducibilità nervosa per la contrazione muscolare.
Timing: Da sorseggiare durante l’allenamento (Intra-workout).
2. Aminoacidi Essenziali (EAA) ad Alto Dosaggio
Poiché la sensibilità all’insulina peggiora e il catabolismo proteico è più marcato a causa del progesterone, l’uso massiccio di carboidrati intra-workout non è più la scelta ideale.
Perché usarli: Gli EAA proteggono la massa magra dal catabolismo durante l’allenamento senza stimolare eccessivamente l’insulina in un momento in cui il corpo è meno ricettivo verso i carboidrati.
Timing: Intra-workout insieme agli elettroliti.
3. Magnesio Bisglicinato e Vitamina B6
La fase luteale (specialmente l’ultima settimana premestruale) porta con sé stanchezza, calo del tono dell’umore e sonno disturbato.
Perché usarli: Il magnesio riduce i crampi uterini e muscolari, stabilizza il sistema nervoso e migliora la qualità del riposo notturno (fondamentale per il recupero muscolare). La vitamina B6 agisce in sinergia per regolare l’attività ormonale e supportare la produzione di serotonina.
Timing: Da assumere la sera prima di dormire.
4. Caffeina e Adattogeni (es. Ashwagandha)
La percezione dello sforzo in palestra aumenta notevolmente a causa della temperatura corporea basale più alta.
Perché usarli: La caffeina nel pre-workout aiuta a superare la letargia pre-ciclo. Gli adattogeni aiutano a modulare i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che tende a impennarsi in questa fase.
Timing: Pre-workout.
Principali differenze rispetto alla Fase Follicolare:
Meno Carboidrati Intra-workout: Sostituiti da un mix più robusto di EAA ed Elettroliti per evitare picchi glicemici e gestire la ritenzione.
Focus sul Sistema Nervoso: Maggiore attenzione all’uso di minerali rilassanti (Magnesio la sera) e stimolanti puliti nel pre-workout per contrastare la svogliatezza.
1. Per il Contrasto alla Ritenzione Idrica
Rapporto Sodio:liquidi e Sodio:Potassio:
Assicurarsi di assumere una quota sufficiente di liquidi [es. 0.5-1lt ogni 10Kg di peso] con un adeguato apporto di NaCl [ratio 0.5-1:1 NaCl:Lt] e una quota di Potassio pari a ratio media di 1:2 [1g Na:2g di K+; 1gNaCl= 400mg Na] .
Magnesio (Bisglicinato o Citrato), specie se in carenza e/o in necessità di correzione sulla parte assunta con il piano nutrizionale:
Dosaggio: 200–400mg/die (assunto preferibilmente la sera).
Meccanismo d’azione: Regola l’equilibrio elettrolitico e riduce la ritenzione idrica legata alle fluttuazioni ormonali premestruali. Modula inoltre la trasmissione neuromuscolare, riducendo crampi e ansia.
Non tagliare il Sodio: Ridurre drasticamente il sale da cucina attiva ulteriormente l’Aldosterone, peggiorando la ritenzione idrica. Mantieni il Sodio costante e rapporta adeguatamente la quota di Potassio tramite l’alimentazione (banane, spinaci, patate, avocado, finocchi) o l’integrazione.
Incrementa l’apporto idrico: Bere più acqua (30–40ml/kg di peso corporeo) segnala all’organismo di migliorare la compartimentalizzazione dell’acqua ed eliminare i liquidi in eccesso negli spazi extracellulari.
Bromelina:
La Bromelina è un rimedio naturale efficace per contrastare la ritenzione idrica nella fase luteale (giorni 15-28 del ciclo), ma non agisce come un classico diuretico forzato. Questo enzima, estratto principalmente dal gambo dell’ananas, contrasta il tipico gonfiore pre-mestruale intervenendo su microcircolazione, infiammazione e rallentamento digestivo provocati dal picco di progesterone.
Dosaggio: 2.000-10.000 GDU/die lontano dai pasti.
Meccanismo d’azione: degrada le strutture proteiche extracellulari che intrappolano i liquidi nei tessuti, facilitando il drenaggio linfatico di gambe e caviglie gonfie. Riduce l’eccessiva permeabilità dei vasi sanguigni, impedendo la fuoriuscita di liquidi che causa la ritenzione localizzata. Se presa in prossimità dei pasti, e dal momento che nella fase luteale la digestione rallenta, trattandosi di un enzima proteolitico, la Bromelina scinde le catene aminoacidi che compongono le proteine alimentari velocizzando lo svuotamento gastrico.
Vitamina B6 (Piridossina / P-5-P):
Dosaggio: 25–50 mg/die (spesso in sinergia con il Magnesio).
Meccanismo: Agisce come cofattore nella sintesi dei neurotrasmettitori e ha dimostrato una spiccata azione nel ridurre il gonfiore premestruale e la ritenzione di liquidi indotta dagli estrogeni.
Tè di Giava (noto anche come Orthosiphono Baffo di Gatto)
Il Tè di Giava è uno dei diuretici naturali più potenti per contrastare la ritenzione idrica nella fase Luteale.
Mentre la Bromelina agisce svuotando i tessuti congestionati grazie a un’azione antinfiammatoria, l’Orthosiphon lavora direttamente sui reni. Stimola l’escrezione di liquidi, sodio e cloro, contrastando l’azione dell’ormone Aldosterone che, sotto l’influsso del Progesterone, impenna la ritenzione idrica nei 14 giorni precedenti il ciclo.
Dosaggio: Generalmente dai 300mg ai 600mg al giorno di estratto secco titolato (in Sinensetina) .
Meccanismo d’azione: Il Progesterone stimola il riassorbimento del Sodio a livello renale. L’Orthosiphon ne forza l’escrezione urinaria, “sgonfiando” i tessuti. Incrementa sensibilmente il volume di urina prodotto senza però depauperare le riserve di Potassio dell’organismo, poiché la pianta stessa ne è naturalmente ricchissima. A differenza del tè verde o nero, il Tè di Giava ha livelli quasi nulli di Caffeina (circa lo 0.04%). Questo evita l’eccitazione e l’aumento del Cortisolo in acuto, che peggiorerebbero la ritenzione e soprattutto l’irritabilità tipiche della sindrome premestruale (PMS).
Tarassaco ed Equiseto
Il Tarassaco e l’Equiseto costituiscono una delle coppie fitoterapiche più efficaci e bilanciate per gestire la ritenzione idrica nella fase Luteale.
Mentre il Tarassaco agisce come un diuretico diretto e depurativo del fegato (organo chiave per metabolizzare l’eccesso di estrogeni e Progesterone), l’Equiseto favorisce l’eliminazione dei liquidi garantendo al contempo un’azione di forte rimineralizzazione, evitando la spossatezza tipica del periodo pre-mestruale.
La combinazione di queste due piante risponde perfettamente alle alterazioni ormonali degli ultimi 14 giorni del ciclo:
Tarassaco (Azione Diuretica e Splancnica): Definito in francese “pissenlit” per le sue spiccate proprietà diuretiche, stimola la diuresi in modo rapido. Contiene elevate quantità di potassio, il che compensa la naturale perdita di minerali legata all’aumento delle minzioni. Inoltre, sostiene la funzione epatica, aiutando il corpo a smaltire i cataboliti ormonali che causano ritenzione.
Equiseto (Azione Drenante e Rimineralizzante): Conosciuto come Coda Cavallina, è straordinariamente ricco di silicio organico, calcio e potassio. Agisce come un diuretico volumetrico (aumenta l’acqua eliminata) senza intaccare l’equilibrio degli elettroliti. Il silicio stimola inoltre il microcircolo, prevenendo la sensazione di gambe pesanti e doloranti tipica dei giorni precedenti il ciclo.
Dosaggio: 500mg-1.5g di estratto secco di Tarassaco diviso durante la prima parte della giornata; 250-900mg di estratto secco di Equiseto diviso in due assunzioni giornaliere.
Per contrastare efficacemente l’accumulo di liquidi, il protocollo va attuato esclusivamente dal giorno 15 del ciclo fino alla comparsa del flusso mestruale.
L’efficacia terapeutica di questo protocollo richiede attenzione in presenza di determinate condizioni fisiche o patologie:
Problematiche Gastriche: Il Tarassaco stimola fortemente le secrezioni gastriche. È controindicato o da usare con estrema cautela in caso di gastrite, reflusso gastroesofageo o ulcera peptica.
Calcoli Biliari: Il Tarassaco ha un effetto coleretico (stimola la produzione di bile). Non va assunto se si soffre di ostruzione delle vie biliari o calcolosi senza parere medico.
Farmaci Diuretici o Cardioaspirina: Evitare l’assunzione concomitante con diuretici di sintesi (es. furosemide) o farmaci per la pressione per scongiurare cali pressori o squilibri di potassio.
2. Per il Contrasto al Calo Energetico e ai Craving
L-Triptofano o 5-HTP:
Dosaggio: 100–300mg di 5-HTP (o 500mg-1.5g di L-Triptofano) a fine giornata.
Modalità esemplificative di applicazione integrativa:
Fase Follicolare (Giorni 1-14): Sospensione o dosaggio minimo. Gli estrogeni sono alti, l’umore è stabile e la fame nervosa è biologicamente ai minimi.
Fase Luteale (Giorni 15-28): Inizio dell’assunzione mirata. Si assume preferibilmente nel tardo pomeriggio (ore 17:00-18:00), il momento della giornata in cui i livelli di serotonina calano fisiologicamente e si scatena il picco di fame nervosa o il desiderio di dolci dopo cena.
Meccanismo d’azione:L-Triptofano e 5-HTP (5-Idrossitriptofano) [ quest’ultimo sintetizzato dal&nb sp;sistema nervoso centrale a partire dall’amminoacido L-Triptofano, attraverso l’azione dell’enzima Triptofano Idrossilasi] riducono, con impatto d’ordine d’ifferente, la fame nervosa aumentando i livelli di Serotonina nel cervello, il neurotrasmettitore chiave per la regolazione dell’umore, del senso di sazietà e del controllo degli impulsi alimentari, in particolare verso alimenti glucidici e ricchi di zuccheri e grassi [vedi anche “altamente palatabili”].
Ricordiamoci che nella seconda metà del ciclo (giorni 15-28), i livelli di estrogeni calano rapidamente. Gli estrogeni stimolano normalmente la produzione e la stabilità della Serotonina nel cervello. Quando questi ormoni diminuiscono, si verifica un vero e proprio deficit biochimico di Serotonina.
Questo deficit si traduce nei classici sintomi della Sindrome Premestruale (PMS) tra i quali troviamo la “fame chimica” e craving di carboidrati/dolci (il cervello cerca gli zuccheri per stimolare l’Insulina, che a sua volta favorisce l’ingresso del Triptofano nel cervello per produrre Serotonina).
In fase luteale, lo stress percepito è maggiore e i livelli di Cortisolo tendono ad alzarsi. Il Cortisolo elevato attiva un enzima chiamato triptofano 2,3-diossigenasi (TDO), che devia il Triptofano alimentare verso un’altra via (la via della kynurenina), impedendogli di diventare Serotonina.
Il Triptofano integrato in dosi mirate tenta di saturare questa via per lasciarne una quota libera per il cervello.
Il 5-HTP ha un vantaggio decisivo in questa fase: non risente del blocco enzimatico Cortisolo-indotto. Salta l’enzima TDO e si converte direttamente in Serotonina nel cervello, spegnendo la fame nervosa da stress ormonale in modo molto più rapido.
Inoltre, il Progesterone, alto nella fase luteale, stimola l’appetito a livello ipotalamico per preparare il corpo a una potenziale gravidanza (aumentando il dispendio energetico basale). Elevando i livelli di Serotonina con 5-HTP o Triptofano, si attivano i recettori 5-HT2C nell’ipotalamo. Questo segnale contrasta la spinta iperfagica del Progesterone, ripristinando il normale senso di sazietà precoce durante i pasti.
Ovviamente, gran parte della fame nervosa pre-mestruale non è dettata da vera necessità calorica, ma dalla ricerca di un effetto sedativo o compensatorio contro l’ansia e la tristezza. L’aumento di Serotonina migliora il tono dell’umore nei giorni critici precedenti il flusso, eliminando il bisogno psicologico di usare il cibo come “automedicazione”.
Interazioni farmacologiche: le interazioni farmacologiche del 5-HTP e del Triptofano sono classificate come maggiori e potenzialmente gravi. Poiché entrambe le sostanze aumentano direttamente la produzione di Serotonina nel sistema nervoso centrale, il rischio principale legato alle loro interazioni è lo sviluppo della sindrome serotoninergica, un’emergenza medica causata da un eccesso tossico di Serotonina nel cervello.
Le interazioni comprendono le seguenti classi di farmaci:
La combinazione con molecole che aumentano la permanenza o la produzione di serotonina crea un effetto cumulativo pericoloso.
SSRI (Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): es. Fluoxetina, Sertraline, Citalopram, Paroxetina.
SNRI (Inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina): es. Venlafaxina, Duloxetina.
Triciclici: es. Clomipramina, Amitriptilina.
iMAO (Inibitori delle monoamino ossidasi): es. Tranilicipromina, Moclobemide. L’uso concomitante con iMAO blocca la degradazione della serotonina, esponendo al massimo rischio di crisi ipertensive gravi.
-Farmaci per l’Emicrania (Triptani)
I Triptani agiscono stimolano direttamente i recettori della Serotonina per costringere i vasi sanguigni cerebrali.
Effetto: L’associazione con 5-HTP o Triptofano amplifica la stimolazione recettoriale, aumentando il rischio di vasocostrizione eccessiva e sindrome serotoninergica.
-Analgesici Oppioidi Centrali
Alcuni antidolorifici ad azione centrale possiedono proprietà intrinseche di inibizione della ricaptazione della serotonina.
Effetto: La combinazione ne innalza bruscamente i livelli sinaptici.
-Antibiotici Specifici (Linezolid)
Il Linezolid è un antibiotico utilizzato per infezioni gravi che agisce anche come un debole inibitore reversibile delle MAO (iMAO). Non deve mai essere associato a precursori della serotonina per evitare tossicità neurologica.
-Farmaci per il Parkinson (Carbidopa)
La Carbidopa blocca la conversione periferica del 5-HTP, aumentandone la quota che arriva al cervello. Questa interazione può causare un eccesso di serotonina e, in rari casi documentati, alterazioni cutanee infiammatorie simili alla sclerodermia.
-Destrometorfano (Antitussivi comuni)
Presente in molti sciroppi per la tosse da banco, il destrometorfano ha proprietà serotoninergiche. L’uso con 5-HTP o Triptofano richiede estrema cautela.
Interazione 5-HTP + Triptofano insieme: Anche l’assunzione simultanea dei due integratori è considerata un’interazione maggiore da evitare. Sovrapporre due molecole della stessa catena metabolica sovraccarica il sistema senza apportare benefici reali, aumentando solo gli effetti collaterali gastrici (nausea, reflusso).
Relora®
La Relora® è un complesso brevettato a base di estratti vegetali specificamente formulato per contrastare lo stress, l’ansia e la fame nervosa.
A differenza del 5-HTP o del Triptofano, che agiscono aumentando direttamente la Serotonina, la Relora riduce l’appetito emotivo modulando l’Asse HPA e normalizzando i livelli di Cortisolo, l’ormone che, se elevato, spinge il corpo a cercare cibi grassi e zuccheri.
Il brevetto si compone di una sinergia standardizzata di due cortecce utilizzate da secoli nella Medicina Tradizionale Cinese:
Magnolia (Magnolia officinalis): Contiene due potenti principi attivi, l’Onochiolo e il Magnololo, noti per le loro proprietà rilassanti, ansiolitiche e di rilassamento muscolare.
Sughero dell’Amur (Phellodendron amurense): Ricco di Berberina, una molecola ampiamente studiata per il supporto alla regolazione della glicemia e per la sensibilità all’insulina.
Meccanismo d’azione: La Relora agisce come un adattogeno non sedativo, permettendo di gestire l’ansia diurna senza causare sonnolenza:
Abbassamento del Cortisolo: Studi clinici dimostrano che l’assunzione di Relora può ridurre i livelli di cortisolo salivare fino al 18% in soggetti moderatamente stressati. Meno cortisolo significa un segnale biologico interrotto verso l’accumulo di grasso addominale e la fine del craving di zuccheri.
Modulazione dei Recettori GABA: I principi attivi della Magnolia si legano ai recettori GABA-A nel cervello, simulando l’effetto calmante dei neurotrasmettitori rilassanti. Questo disinnesca l’ansia immediata e la tensione emotiva che portano all’abbuffata compensatoria (binge eating).
Controllo Glicemico e della Sazietà: Grazie alla presenza di Berberina, aiuta a stabilizzare i livelli di glicemia ematica. Evitando possibili fluttuazioni glicemiche, riduce drasticamente gli attacchi improvvisi di fame.
La Relora trova un’ottima applicazione nella gestione dei sintomi della Sindrome Premestruale (PMS):
Contrasta l’irritabilità: Riduce i parametri di rabbia, stanchezza e confusione tipici del crollo degli estrogeni nei giorni precedenti il flusso.
Blocca lo stress-eating da Progesterone: Il Progesterone aumenta la suscettibilità allo stress; la Relora agisce da scudo ormonale protettivo eliminando la ricerca di “comfort food”.
Dosaggi: i dosaggi comunemente impiegati negli studi e nei prodotti in commercio prevedono:
Interazioni Farmacologiche: Pur non agendo direttamente sulle vie della Serotonina come il 5-HTP, è raccomandata cautela e il parere del medico se si assumono psicofarmaci, ansiolitici (benzodiazepine) o antidepressivi, per evitare un potenziamento eccessivo dell’effetto rilassante.
Diidroberberina [DHB]
Struttura molecolare di Diidroberberina [DHB]
La Diidroberberina rappresenta l’evoluzione di sintesi della Berberina classica poiché vanta una biodisponibilità fino a 5 volte superiore e, richiedendo dosaggi molto più bassi, azzera o quasi i possibili comuni effetti collaterali gastrointestinali (come crampi, diarrea o stitichezza).
Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti le mestruazioni), il picco di Progesterone altera la normale sensibilità all’Insulina. Molte donne sperimentano una transitoria resistenza insulinica periferica: le cellule subiscono una alterazione nell’uptake di glucosio, i livelli glicemici subiscono brusche oscillazioni e il cervello, percependo una non sussistente carenza di energia, risponde scatenando un desiderio incontrollabile di carboidrati e zuccheri raffinati.
Attivazione dell’enzima AMPK: Definita un “mimo dell’esercizio fisico”, la DHB attiva la proteina chinasi AMP-attivata (AMPK). Questo processo forza le cellule muscolari a catturare il glucosio circolante senza sovraccaricare il pancreas, stabilizzando istantaneamente la glicemia.
Stimolazione del GLP-1: La DHB favorisce la secrezione endogena di GLP-1 (l’ormone della sazietà secreto dall’intestino). L’aumento di GLP-1 rallenta lo svuotamento gastrico e invia un segnale di appagamento biologico all’ipotalamo, spegnendo la ricerca compulsiva di cibo.
Modulazione dell’Insulina: Riducendo l’iperinsulinemia tipica della seconda metà del ciclo, impedisce i successivi “crolli ipoglicemici reattivi”, che sono i veri responsabili degli attacchi di fame chimica pre-mestruale.
A differenza della Berberina standard (che richiede 500-1500mg frazionati), il brevetto standardizzato di Diidroberberina (spesso commercializzato come GlucoVantage®) è efficace a dosaggi ridotti:
Interazioni farmacologiche: la Diidroberberina ha un impatto metabolico sovrapponibile a quello di alcuni farmaci:
Inibitori del CYP450: La Berberina inibisce alcuni enzimi epatici (come il CYP3A4), potendo aumentare la concentrazione ematica di farmaci concomitanti (es. alcune statine o sedativi).
Farmaci Ipoglicemizzanti: Non deve mai essere associata a farmaci per il diabete o per l’insulino-resistenza come la Metformina a meno di prescrizioni specifiche dello specialista, e quindi senza stretto controllo medico, a causa del rischio sinergico di ipoglicemia.
Myo-inositolo e Cromo Picolinato
La combinazione di Myo-inositolo e Cromo Picolinato è una delle strategie più solide e sicure per gestire la sensibilità all’insulina, i blocchi metabolici e i craving di zuccheri nella fase luteale.
Mentre molecole più potenti come la diidroberberina o la berberina agiscono con un meccanismo quasi sovrapponibile a quello dei farmaci e presentano diverse controindicazioni, l’associazione di Myo-inositolo (un composto naturale appartenente alla famiglia delle vitamine del gruppo B) e Cromo (un minerale traccia essenziale) lavora come un nutraceutico di supporto fisiologico, ideale anche per l’uso sul lungo periodo.
Meccanismo d’azione: la combo Myo-Inositolo/Cromo Picolinato interviene su due livelli cellulari distinti:
1. Cromo Picolinato: Il “Chiavistello” del Recettore
Il cromo è il componente fondamentale del Fattore di Tolleranza al Glucosio (GTF).
Agisce all’esterno della cellula: si lega al recettore dell’insulina e ne amplifica l’attività, permettendo all’ormone di legarsi in modo più efficace.
Aumenta l’espressione dei trasportatori GLUT4 sulla superficie cellulare, facilitando l’ingresso del glucosio nel muscolo anziché lo stoccaggio nel tessuto adiposo.
2. Myo-Inositolo: Il “Messaggero” Intracellulare
Agisce all’interno della cellula come secondo messaggero (sotto forma di inositolo-fosfoglicano).
Una volta che l’insulina si è legata al recettore, il Myo-inositolo traduce il segnale chimico in un’azione pratica, dicendo alla cellula di consumare quel glucosio per produrre energia (glicolisi).
A livello ovarico, migliora la qualità ovocitaria e regolarizza il ciclo, motivo per cui è il gold standard nel trattamento della PCOS (Sindrome dell’Ovaio Policistico).
Per contrastare la ritenzione, la fame nervosa e la stanchezza pre-mestruale, i dosaggi standard della letteratura scientifica prevedono:
Sicurezza e Vantaggi Rispetto alla Berberina
Tollerabilità Gastrointestinale Eccellente: Non causa i disturbi intestinali (diarrea, crampi) spesso tipici della Berberina classica.
Supporto Neurochimico: Il Myo-inositolo è coinvolto anche nella segnalazione della Serotonina; pertanto, oltre all’effetto metabolico sulla glicemia, esercita un blando effetto positivo sul tono dell’umore e sull’ansia pre-mestruale.
Creatina Monoidrato
La Creatina Monoidrato è un integratore altamente strategico durante la fase luteale, non solo per la performance sportiva ma anche per contrastare i tipici sintomi neurologici, l’affaticamento mentale e la spossatezza della sindrome premestruale (PMS).
Ovviamente, la Creatina non peggiora la ritenzione idrica extra-cellulare (quella che fa sentire gonfie e pesanti in fase luteale), ma favorisce un’idratazione intra-cellulare benefica per il muscolo e per il cervello.
Meccanismo d’azione: Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti il ciclo), i livelli di estrogeni e progesterone subiscono repentine oscillazioni. Questo impatta direttamente sulla sintesi e sulla biodisponibilità della creatina endogena. Gli studi scientifici dimostrano che l’efficacia e il fabbisogno di Creatina nella donna sono strettamente legati alle fasi ormonali:
1. Contrasto alla Spasticità Uterina e ai Crampi
I livelli elevati di progesterone aumentano il catabolismo proteico e possono ridurre l’efficienza energetica muscolare. La creatina ripristina rapidamente le riserve di ATP (energia cellulare), aiutando a gestire meglio la fatica muscolare e riducendo l’intensità dei crampi della fase pre-mestruale e mestruale.
2. Supporto Neurologico e contro il “Brain Fog”
Il crollo degli estrogeni riduce la disponibilità di creatina nel lobo frontale del cervello, l’area deputata al controllo dell’umore, della cognizione e del sonno. L’integrazione di creatina in questa fase:
Migliora la lucidità mentale e riduce la nebbia cognitiva (brain fog).
Allevia i sintomi di stanchezza mentale legati alla privazione del sonno, molto comune nella settimana pre-mestruale.
Supporta il tono dell’umore contrastando i sintomi depressivi transitori della PMS.
3. Ritenzione Idrica: Facciamo Chiarezza
Molte donne temono la creatina per paura di gonfiarsi. In realtà, la ritenzione indotta dalla fase luteale è extra-cellulare (liquidi che ristagnano nei tessuti cutanei a causa dell’aldosterone). La creatina, invece, richiama acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intra-cellulare). Questo processo:
Rende il muscolo visivamente più tonico, non “gonfio d’acqua”.
Migliora lo stato idrico generale dell’organismo, aiutando paradossalmente a smuovere i liquidi stagnanti extra-cellulari se abbinata a un corretto apporto idrico.
Per trarre il massimo beneficio dalla creatina in relazione al ciclo mestruale, la scienza suggerisce un approccio cronico anziché l’assunzione occasionale:
Nota sulla ciclicità: Sebbene sia ideale assumerla continuativamente per tutto il mese per mantenere saturate le riserve muscolari e cerebrali, alcune atlete aumentano il dosaggio da 3g a >>5g specificamente durante la fase luteale per massimizzare il supporto cognitivo e contrastare il picco di stanchezza.
Cosa concludere dei modelli preparatori basati sul ciclo mestruale?
Pianificare la preparazione sul ciclo mestruale significa lavorare con il proprio corpo e non per schemi universali prefissati, come già accennato in precedenza. Non significa stravolgere i fondamentali del bodybuilding (sovraccarico progressivo, quota proteica, costanza), ma significa modularne l’intensità e il timing dei nutrienti secondo feedback soggettivi [quindi variabili individuali] per progredire costantemente alla massima efficienza possibile.
La variabile della Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica [“vecchia” Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS)]
La Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS) [da maggio 2026, attraverso un consenso globale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, viene denominata ufficialmente Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica, nota a livello internazionale con l’acronimo PMOS (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome)] influenza la preparazione di una bodybuilder attraverso una complessa interazione ormonale che agisce come un’arma a doppio taglio, offrendo un potenziale vantaggio nella costruzione della massa muscolare ma ostacolando severamente la perdita di grasso e il recupero. La gestione del percorso agonistico richiede una calibrazione accurata della dieta, dell’allenamento contro-resistenza, delle sessioni cardio e dello stress endocrino per aggirare la flessibilità metabolica ridotta tipica della patologia.
Impatto sulle Prestazioni e sulla Crescita (Off-Season)
L’ambiente endocrino della PMOS altera i normali feedback ipertrofici del Bodybuilding
Sviluppo muscolare accelerato: I livelli basali più elevati di Testosterone libero e la disregolazione androgenica facilitano l’espressione della forza massimale. Questo permette guadagni di massa magra significativi durante le fasi di surplus calorico rispetto alle atlete eugonadiche.
Resistenza anabolica periferica: L’insulino-resistenza associata ostacola la corretta veicolazione/ripartizione dei macronutrienti e, quindi, degli aminoacidi nel miocita, richiedendo strategie alimentari specifiche per sfruttare l’induzione dell’ipertrofia.
Impatto sulla Definizione (Cut o Contest Prep)
La fase di cutting rappresenta la sfida principale per l’atleta affetta da PMOS:
Blocco del dimagrimento: L’iperinsulinemia cronica agisce come un potente alteratore della lipolisi. Il corpo tende a preservare il tessuto adiposo, specialmente nella zona viscerale e addominale, riducendo l’efficienza mobilitatoria dei deficit calorici standard.
Ritenzione idrica e infiammazione: Gli sbalzi nel rapporto estrogeni/progesterone, uniti a livelli cronici di infiammazione sistemica di basso grado, causano forte ritenzione extracellulare. Questo ostacola la valutazione oggettiva della condizione muscolare (“look” velato sul palco o in spiaggia).
Strategie di Gestione della Preparazione
La preparazione di una atleta con PMOS non può seguire i protocolli standard basati su restrizioni estreme e cardio estenuante.
1. Manipolazione dei Carboidrati e Macronutrienti
Fonti di CHO a lento assorbimento: Prediligere fonti di carboidrati complessi ricchi di fibre per regolare meglio la glicemia ed evitare fluttuazioni glicemiche controproducenti in un ambiente metabolico tendenzialmente IR.
Timing strategico: Concentrare la quota maggiore di carboidrati esclusivamente nella finestra peri-workout, sfruttando la traslocazione insulino-indipendente dei trasportatori GLUT-4 indotta dalla contrazione muscolare.
Grassi salubri: Mantenere un apporto lipidico controllato ma denso di acidi grassi essenziali [Omega-3] per mitigare lo stato infiammatorio.
2. Programmazione del Cardio e dell’Allenamentoin sala pesi
Cardio a bassa intensità (LISS): Evitare sessioni estenuanti di corsa o circuiti metabolici ad altissimo impatto. Scegliere camminate in pendenza sul tapis roulant o Byke senza stressare il sistema nervoso.
Allenamento contro resistenze denso: Sessioni di sollevamento pesi intense e concentrate, mantenendo un volume totale gestibile per non eccedere nella risposta stressogena endocrina.
Scheda esemplificatica per una Bodybuilder con PMOS (Upper/Lower Split)
3. Monitoraggio e gestione dello Stress
Un eccesso di stress psicofisico (tipico delle ultime settimane di prep o Cut ) aumenta il Cortisolo in cronico, il quale peggiora direttamente l’insulino-resistenza e altera il dimagrimento.
Integrare protocolli di scarico periodici strutturati ed assicurare una qualità del sonno impeccabile per supportare i processi metabolici.
4. Integrazione Specifica per la Sensibilità Insulinica
Inositolo (Myo-inositolo e/o D-chiro-inositolo): ottimo per migliorare la funzionalità dei recettori insulinici a livello cellulare.
Diidroberberina e/o Acido R-Alfa-Lipoico: Supporti metabolici utili per migliorare l’IR e la stabilità della glicemia ematica durante le fasi di carico dei carboidrati.
Omega-3 e Antiossidanti: Utilizzo costante di acidi grassi EPA/DHA e Coenzima Q10 per modulare l’infiammazione sistemica ovarica e tissutale.
La Metformina è un farmaco ipoglicemizzante/insulino-sensibilizzante ampiamente utilizzato “off-label” nella gestione della Sindrome dell’Ovaio Policistico (PMOS), mirato principalmente a contrastare l’insulino-resistenza che colpisce fino all’80% delle donne affette da questa condizione. Sebbene sia nata come farmaco di prima scelta per il diabete di tipo 2, la sua capacità di migliorare l’azione dell’Insulina si traduce in significativi benefici ormonali, riproduttivi e metabolici per le pazienti con PMOS.
Migliora la sensibilità periferica all’insulina (specialmente nei muscoli e nel fegato).
Riduce la produzione di glucosio da parte del fegato.
Abbassa i livelli di androgeni circolanti, riducendo di conseguenza i sintomi dell’iperandrogenismo.
Ripristino del ciclo mestruale e dell’ovulazione: Riducendo i livelli di insulina e androgeni, favorisce la maturazione dei follicoli e la regolarità del ciclo, migliorando la fertilità naturale.
Gestione del peso corporeo: Supporta la perdita di peso e la riduzione del grasso viscerale, contrastando la tendenza al sovrappeso tipica della sindrome.
Riduzione di acne e irsutismo: Il calo degli ormoni maschili attenua la crescita di peli superflui e le manifestazioni cutanee.
Protezione metabolica a lungo termine: Riduce il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, sindrome metabolica e problematiche cardiovascolari nel tempo.
La Ripartizione dei Macronutrienti in un piano alimentare di una BodyBuilder con PMOS
La composizione dei pasti deve rispettare precise priorità biologiche per l’atleta con PMOS:
Proteine (“Alte” e Costanti): Mantenerle stabili a circa 2.2 – 2.5g per kg di massa magra. Hanno un alto potere saziante, un elevato effetto termogenico (TEF) e preservano i muscoli dal catabolismo in prep e Cut. Prediligere fonti magre ad alto valore biologico (pollo, albumi, merluzzo, isolati del siero ecc…).
Grassi (Controllati e Qualitativi): Non scendere mai sotto lo 0.8g per kg per non penalizzare ulteriormente la produzione ormonale (già alterata nella PMOS). Scegliere grassi monoinsaturi e polinsaturi (olio d’oliva, avocado, salmone, integratore di Omega-3 ) che aiutano a regolare l’infiammazione di basso grado.
Carboidrati (Selettivi): La quota rimanente delle calorie va ai carboidrati. Devono essere preferibilmente a lento assorbimento, ricchi di fibre (verdure a foglia verde insieme ai cereali raffinati se si hanno particolari problemi con carichi di fibre importanti, cereali integrali, legumi se tollerati).
Ovviamente tenere conto anche:
Associazione Fissa: Non consumare carboidrati da soli. Associarli sempre a una quota di proteine e grassi sani per rallentare lo svuotamento gastrico e regolarizzare la soglia glicemica ematica.
L’importanza delle Fibre: Consumere ai pasti principali una porzione di verdura fibrosa (es. finocchi, zucchine, insalata). Importanti per il microbiota e la regolazione dell’assorbimento della componente glucidica del pasto.
Frequenza dei Pasti: Non esiste una regola aurea, sebbene una media di 4 o 5 pasti ben distanziati (ogni 3.5 – 4 ore) permette una digestione ottimale e una glicemia basale stabile.
Le donne con PMOS hanno un rischio significativamente maggiore di soffrire di craving (desiderio compulsivo di cibo), in particolare verso i carboidrati raffinati e ricchi di grassi. Nelle atlete di bodybuilding questo fenomeno è amplificato dallo stress metabolico della restrizione calorica e richiede una comprensione dei meccanismi biologici per essere arginato.
L’insulino-resistenza, presente in circa l’80% delle donne con PMOS, altera l’ingresso del glucosio nelle cellule. Il corpo secerne quindi quantità massicce di Insulina per compensare. Questo picco ematico può causare alterazioni sensibili della glicemia ematica le quali, percepite a livello celebrale, percependo una carenza di energia cellulare, inviano un segnale d’emergenza immediato: il craving di zuccheri semplici e grassi per rialzare la glicemia e la disponibilità energetica.
La PMOS altera la produzione e la sensibilità alla Leptina (l’ormone che segnala la sazietà) e alla Grelina (l’ormone della fame). Anche dopo un pasto caloricamente e volumetricamente adeguato, i recettori cerebrali non ricevono correttamente il segnale di “pienezza”, lasciando l’atleta in uno stato di appetito perenne e insoddisfazione biologica e psicologica.
Inoltre, livelli elevati di Testosterone libero e altri androgeni stimolano direttamente i centri dell’appetito situati nell’ipotalamo. Questo neuro-squilibrio aumenta la suscettibilità verso i cibi altamente palatabili (ricchi di grassi e zuccheri).
Infine, la restrizione calorica forzata della contest prep o del Cut, unita agli sbalzi d’umore tipici della PCOS, abbassa i livelli di Serotonina. Il corpo cerca di compensare questa carenza richiedendo carboidrati, i quali causano condizioni metabolico-ematiche favorevoli al passaggio attraverso la barriera ematoencefalica di elevate quantità di Triptofano permettendo così una maggiore sintesi potenziale di Serotonina.
Schema alimentare esemplificativo per una Bodybuilder con PMOS
Pillola anticoncezionali e possibili impatti su prestazione e composizione corporea
Introduzione al farmaco
Le pillole contraccettive orali (OCP), note anche come pillole anticoncezionali, sono farmaci assunti per via orale a scopo contraccettivo. L’introduzione della pillola anticoncezionale (“la pillola”) nel 1960 ha rivoluzionato le opzioni contraccettive, suscitando un acceso dibattito nella letteratura scientifica e sociale e nei media.
Sono ampiamente disponibili due tipi di pillole contraccettive orali femminili, da assumere una volta al giorno:
La pillola contraccettiva orale combinata contiene estrogeni e un progestinico; comunemente nota come “la pillola”.
La pillola a base di solo progestinico, comunemente nota come “minipillola”.
Se assunta correttamente (secondo le indicazioni del medico), ha un’efficacia del 99%. Se assunta in modo tipico, l’efficacia è del 91%, principalmente a causa della scarsa aderenza al dosaggio giornaliero raccomandato. Gli effetti collaterali della pillola possono includere mal di testa, vertigini, nausea, dolore al seno, sbalzi d’umore, acne (sebbene possa anche contribuire a ridurre l’acne, insieme ad alcuni tipi di cancro e altre fonti di rischio medico) e gonfiore.
Una pillola offre il vantaggio di dover essere assunta solo una volta alla settimana:
Ormeloxifene, un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni.
Struttura molecolare del Levonorgestrel
Le pillole contraccettive d’emergenza (“pillole del giorno dopo”) si assumono al momento del rapporto sessuale o entro pochi giorni successivi:
Levonorgestrel, venduto con il nome commerciale Plan B.
Ulipristal Acetato.
Mifepristone e Misoprostolo, se usati in combinazione, sono efficaci per oltre il 95% durante i primi 50 giorni di gravidanza.
Effetti collaterali
Cancro al seno: gli studi dimostrano un rischio maggiore di cancro al seno tra le utilizzatrici di contraccettivi ormonali (in particolare la pillola anticoncezionale) rispetto alle non utilizzatrici. Questo studio ha anche specificamente menzionato che è l’estrogeno a svolgere un ruolo nello sviluppo del cancro al seno, mentre il ruolo del progestinico non è ancora chiaro.
Ictus: l’ictus è considerato un altro effetto collaterale dei contraccettivi ormonali e, soprattutto, della pillola anticoncezionale, in particolare durante il primo anno di utilizzo.
Depressione: le evidenze dimostrano che l’uso di contraccettivi orali è associato a un aumento del rischio di depressione. Sebbene il rischio diminuisca con la continuazione dell’assunzione, rimane comunque un rischio maggiore di depressione sia tra le utilizzatrici che tra le non utilizzatrici di contraccettivi orali.
Meccanismo d’azione
La pillola anticoncezionale previene la gravidanza principalmente bloccando l’ovulazione, ispessendo il muco cervicale e assottigliando l’endometrio. Sfrutta ormoni sintetici per modificare il ciclo riproduttivo naturale alterando la funzionalità/fisiologia dell’Asse HPG.
I tre meccanismi d’azione
Blocco dell’ovulazione: Gli ormoni bloccano i segnali del cervello (FSH e LH) diretti alle ovaie. Nessun ovulo viene fatto maturare o rilasciato. Senza ovulo, la fecondazione è impossibile.
Ispessimento del muco cervicale: Il muco sul collo dell’utero diventa molto denso e vischioso. Questa barriera fisica impedisce agli spermatozoi di risalire verso l’utero.
Assottigliamento dell’endometrio: La mucosa che riveste l’utero rimane sottile. Se un ovulo venisse rilasciato e fecondato, non troverebbe l’ambiente adatto per impiantarsi.
Differenze in base al tipo di pillola
L’efficacia e il meccanismo variano leggermente a seconda del tipo di farmaco utilizzato.
Il “falso” ciclo mestruale
I blister tradizionali contengono 21 pillole attive e 7 pillole placebo (o una pausa di 7 giorni). Durante i giorni di sospensione, il calo ormonale provoca l’emorragia da sospensione. Non si tratta di una vera mestruazione, ma di un sanguinamento indotto dalla mancanza di ormoni.
E’ utile ricordare che la pillola anticoncezionale sopprime l’Asse HPG (ipotalamo-ipofisi-gonadi/ovaie) attraverso un meccanismo di feedback negativo. Gli ormoni sintetici contenuti nel farmaco ingannano il cervello, facendogli credere che i livelli ormonali siano già sufficientemente alti.
La soppressione dell’HPGA avviene attraverso il:
Blocco dell’ipotalamo: Gli ormoni della pillola (estrogeni e progestinici) inibiscono il rilascio del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine) da parte dell’ipotalamo.
Blocco dell’ipofisi: Senza lo stimolo del GnRH, l’ipofisi anteriore smette di secernere l’FSH e l’LH.
Inattività delle gonadi (ovaie): La mancanza di FSH impedisce la maturazione dei follicoli ovarici. L’assenza del picco di LH impedisce l’ovulazione. Le ovaie entrano in uno stato di temporaneo “riposo” o “menopausa artificiale”.
Le conseguenze della soppressione dell’Asse HPG sono:
Livelli ormonali endogeni piatti: La produzione naturale di estradiolo e progesterone da parte delle ovaie crolla a livelli minimi e costanti.
Ciclo artificiale: I livelli ormonali non oscillano più come in un ciclo naturale. Le fluttuazioni naturali vengono sostituite dall’apporto costante della pillola.
Reversibilità: La soppressione è temporanea. Nella maggior parte dei casi, la sospensione della pillola permette all’asse HPG di riattivarsi autonomamente entro poche settimane o mesi.
Impatto potenziale su prestazione e composizione corporea
L’uso della pillola anticoncezionale influisce sulla prestazione e sulla composizione corporea di una bodybuilder principalmente riducendo la quota di Testosterone libero nel sangue e alterando la gestione dei liquidi extracellulari, pur mantenendo un impatto complessivamente neutro sulla forza massimale. Di fatto, la pillola non impedisce la crescita muscolare o il dimagrimento, ma rende l’ottimizzazione estetica e prestativa più complessa a causa di specifici meccanismi ormonali.
Effetti sulla composizione corporea
L’assunzione della pillola influisce sui parametri estetici e strutturali attraverso tre canali principali:
Sintesi della massa magra più complessa: Gli estrogeni esogeni stimolano il fegato a produrre maggiori quantità di SHBG (Globulina legante gli ormoni sessuali). Questa proteina si lega al testosterone, riducendo la quota di ormone libero utilizzabile dai recettori muscolari per l’ipertrofia. Alcuni studi indicano che chi assume la pillola ottiene guadagni di massa magra leggermente inferiori rispetto a chi si allena senza contraccettivi.
Ritenzione idrica extracellulare: Gli estrogeni contenuti nei contraccettivi stimolano la secrezione di aldosterone. Questo ormone aumenta il riassorbimento renale di sodio, portando all’accumulo di liquidi nei tessuti. Nel bodybuilding, questo fenomeno può “appannare” la definizione muscolare.
Accumulo e ridistribuzione del grasso: La pillola non causa un aumento diretto della massa grassa. Tuttavia, la parziale soppressione dell’ovulazione e l’effetto di determinati progestinici possono alterare la sensibilità all’insulina o stimolare l’appetito attraverso l’ipotalamo. Questo può rendere più faticosa la fase di “cut” (definizione).
Effetti sulla prestazione sportiva
Le variazioni nei livelli ormonali sintetici modificano la risposta all’allenamento ad alta intensità:
Forza e potenza stabili: La letteratura scientifica concorda sul fatto che la forza massima e la capacità contrattile del muscolo non subiscono cali significativi a causa del farmaco.
Termoregolazione alterata: I contraccettivi orali tendono a innalzare leggermente la temperatura corporea basale. Questo fattore può anticipare l’affaticamento durante sessioni di allenamento molto intense o in ambienti caldi.
Recupero e infiammazione: L’uso della pillola può associarsi a un incremento cronico dei livelli di cortisolo. Una gestione attenta del riposo e della nutrizione diventa quindi essenziale per evitare stati di sovrallenamento.
L’importanza della formulazione e l’androgenicità
Non tutte le pillole agiscono allo stesso modo. L’impatto finale dipende fortemente dal tipo di progestinico utilizzato, che si divide in base al suo indice di androgenicità: [1]
Progestinici ad alta androgenicità (es. levonorgestrel): Hanno una struttura simile al testosterone. Possono limitare meno la sintesi muscolare, ma presentano maggiori rischi di effetti collaterali virilizzanti (es. acne).
Progestinici anti-androgenici (es. drospirenone, ciproterone acetato): Contrastano i recettori degli androgeni. Aiutano a ridurre drasticamente la ritenzione idrica, ma rendono ancora più complessa la crescita muscolare e possono ridurre i livelli di IGF-1.
In ambito agonistico o di alta prestazione, la scelta del contraccettivo richiede una profonda personalizzazione ginecologica, valutando con esami ormonali preventivi la formulazione che meglio bilancia le esigenze di salute con gli obiettivi estetici della atleta.
La superiorità della HRT [hormone replacement therapy] all’uso della pillola anticoncezionale
Soprattutto se parliamo di atlete e di prestazione sportiva e composizione corporea nel bodybuilding, la Terapia Ormonale Sostitutiva (HRT/TRT) con Testosterone, Estradiolo transdermico, DHEA e Progesterone transdermico è nettamente superiore rispetto all’uso della pillola anticoncezionale.
Mentre la pillola introduce ormoni sintetici che sopprimono l’asse HPG e riducono gli androgeni liberi, la HRT con ormoni bioidentici mira a ripristinare o ottimizzare i livelli fisiologici esatti di Testosterone, E2, DHEA [Androstenedione, E1 e E3] e Progesterone [Allopregnanolone]. Questo elimina gli svantaggi metabolici e psicofisici dei contraccettivi orali.
L’aggiunta di DHEA e del Progesterone bioidentico alla terapia con Testosterone ed Estradiolo rende questo protocollo ancora più completo e superiore dal punto di vista della composizione corporea, del recupero cellulare e della salute generale di una bodybuilder.
Mentre l’accoppiata Testosterone/Estradiolo [sebbene quest’ultimo può essere considerato opzionale per la presenza del Testosterone e del DHEA] si occupa principalmente dell’anabolismo diretto, l’inclusione di DHEA e Progesterone ricrea lo spettro ormonale fisiologico perfetto, ottimizzando la gestione dello stress, del sonno e della ritenzione idrica.
Perché la HRT è superiore nel bodybuilding femminile?
L’accoppiata di testosterone ed estradiolo bioidentici offre vantaggi biologici insostituibili per un’atleta:
[HRT Bioidentica] ──> Livelli Ormonali Lineari (No picchi/crolli) ──> Massima Affinità Recettoriale ──> Sintesi Proteica Ottimale. [DHEA] ──────> Supporto surrenale, spinta metabolica e recupero neurale [PROGESTERONE] ──> Antagonista dell’aldosterone, ottimizzazione del sonno profondità e SNC
Testosterone libero ottimizzato: La HRT fornisce testosterone che non viene neutralizzato da picchi di SHBG indotti dalla pillola. Il testosterone libero si lega direttamente ai recettori androgeni muscolari, promuovendo una sintesi proteica e un recupero nettamente superiori.
Presenza dell’Estradiolo bioidentico (E2): L’estradiolo non è un “nemico” nel bodybuilding. Se mantenuto nei range fisiologici, l’estradiolo è altamente anabolico: protegge le articolazioni, migliora la sensibilità all’insulina, favorisce la salute ossea e stimola i recettori del glucosio nel muscolo. La pillola sostituisce l’estradiolo con l’etinilestradiolo, che non ha le stesse proprietà protettive a livello muscolo-tendineo.
DHEA (Deidroepiandosterone): È il precursore di tutti gli ormoni sessuali. Nel bodybuilding, agisce come potente neurosteroide e modulatore del sistema immunitario. Aiuta a ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress che distrugge la massa muscolare), migliora la sensibilità all’insulina, aumenta la densità ossea e favorisce l’utilizzo dei grassi a scopo energetico (lipolisi). Progesterone Bioidentico: A differenza dei progestinici sintetici della pillola (che causano ritenzione), il progesterone naturale agisce come un diuretico naturale. Antagonizza i recettori dell’aldosterone, aiutando l’atleta a eliminare l’acqua extracellulare e a ottenere un aspetto muscolare più “duro” e definito. Inoltre, stimola i recettori GABA nel cervello, migliorando drasticamente la qualità del sonno (fase REM e profonda), momento in cui avviene il massimo recupero muscolare.
Assenza di progestinici sintetici: La HRT elimina l’uso dei progestinici della pillola, i quali possono causare ritenzione idrica extracellulare “appannando” la definizione o alterare negativamente l’appetito e la composizione corporea.
La sinergia perfetta per la composizione corporea
Nel contesto del bodybuilding femminile, questo approccio a 4 vie risolve i problemi tipici dei protocolli incompleti:
Evita la dominanza estrogenica: L’estradiolo senza progesterone può causare accumulo di grasso sui recettori tipicamente femminili (fianchi e cosce). Il progesterone bilancia questo effetto, facilitando il dimagrimento localizzato.
Protegge le ghiandole surrenali: Gli allenamenti intensi e le diete restrittive (cut) svuotano le riserve di DHEA. Mantenerlo nei range ottimali previene il “burnout” surrenale e i blocchi metabolici.
Avvertenze d’obbligo
Anche questo protocollo avanzato presenta dei vincoli: non ha un effetto contraccettivo certo o a livello elevato (l’ovulazione potrebbe non essere bloccata, ma ciò dipende dal grado di soppressione dell’Asse per via iatrogena) e richiede quindi una precisione millimetrica nei prelievi ematici per calibrare le quattro molecole e metaboliti annessi senza causare squilibri o effetti virilizzanti. In questo caso, l’applicazione della Spirale al rame (IUD) risulta un opzione non ormonale da affiancare alla HRT/TRT.
Conclusioni sulla pillola anticoncezionale nel Bodybuilding femminile
La pillola anticoncezionale non è un limite assoluto per una Bodybuilder, ma può presentare sfide fisiologiche specifiche e fattori limitanti, come abbiamo visto. Sebbene la letteratura scientifica più recente confermi che la pillola non impedisca la crescita muscolare (ipertrofia) o lo sviluppo della forza negli allenamenti contro-resistenza, il profilo ormonale alterato può influenzare la composizione corporea e la gestione della preparazione agonistica o il tentativo di massimizzare il miglioramento estetico.
Chi mi conosce da più tempo sa bene che l’argomento enhanced in contesto femminile è stato spesso trattato in modo approfondito in diversi miei lavori; da articoli a video fino ai seminari. Trattandosi di un argomento complesso e proseguendo nella ricerca teorico-pratica negli anni, ho ritenuto utile ritornare sull’argomento anche per continuare a sfatare quei miti da “pitecus palestriculus” che continuano a rendere il bodybuilding femminile più una sorta di “Casablkanca” che uno sport estetico, così come è nato e dovrebbe essere.
In questo articolo si tratterà quindi di ottimizzazione farmacologica nel Bodybuilding femminile per le prestazioni e l’estetica basata su solide basi scientifiche. Tutto ciò richiederà una ricca introduzione sulla fisiologia ormonale nelle donne, cosa che permetterà meglio di comprendere: metabolismo degli estrogeni, degli androgeni, sensibilità recettoriale, periodizzazione nel OMC [ovulatory-menstrual cycle] , protocolli per la PCOS, strategie per la menopausa e selezione di composti con dati farmacocinetici ecc… . Niente bias.
In questa prima parte inizieremo dalle basi della steroidogenesi per poi proseguire con la diversità d’impatto dei vari sistemi ormonali steroidei fino alle differenze dimorfiche dell’Asse hGH/IGF1 e della distribuzione e mobilitazione del tessuto adiposo… Impegnativo ma di estrema utilità se si vuole diventare lucidi conoscitori dell’argomento trattato…
Le basi della steroidogenesi nella donna
La biosintesi degli steroidi [vedi steroidogenesi] nelle donne è il processo metabolico articolato in più fasi che [similmente a quanto avviene nell’uomo] converte il Colesterolo in ormoni steroidei — tra cui progestinici, androgeni, estrogeni, glucocorticoidi e mineralcorticoidi — principalmente all’interno delle ovaie, delle ghiandole surrenali e dei tessuti bersaglio periferici.
Substrato primario fondamentale e prima fase
Colesterolo: il precursore universale di tutti gli ormoni steroidei.
Sintesi del Pregnenolone: l’enzima mitocondriale CYP11A1 scinde la catena laterale del Colesterolo, formando il Pregnenolone, che funge da molecola “di genesi” per tutte le vie metaboliche successive.
Pregnenolone – lo steroide progenitore –
Adolf Butenandt
Il Pregnenolone fu sintetizzato per la prima volta da Adolf Butenandt e dai suoi collaboratori nel 1934.
Il Pregnenolone è noto chimicamente anche come pregn-5-en-3β-ol-20-one. Come altri steroidi, è costituito da quattro idrocarburi ciclici interconnessi. Il composto contiene gruppi funzionali chetonici e idrossilici, due ramificazioni metiliche e un doppio legame in posizione C5, nell’anello idrocarburico B. Come molti ormoni steroidei, è idrofobico. Il derivato solfato, il Pregnenolone Solfato, è idrosolubile.
Il 3β-diidroprogesterone (pregn-4-en-3β-ol-20-one) è un isomero del Pregnenolone in cui il doppio legame in C5 è stato sostituito da un doppio legame in C4.
Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo. Questa conversione comporta l’idrossilazione della catena laterale nelle posizioni C20 e C22, con scissione della catena laterale. L’enzima che svolge questa funzione è il citocromo P450scc, situato nei mitocondri e regolato dagli ormoni trofici dell’ipofisi anteriore, quali l’Ormone Adrenocorticotropo [ACTH], l’Ormone Follicolo-Stimolante [FSH] e l’Ormone Luteinizzante [LH], nelle ghiandole surrenali e nelle gonadi. Nella trasformazione del Colesterolo in Pregnenolone sono presenti due intermedi, il 22R-idrossicolesterolo e il 20α,22R-diidrossicolesterolo, e tutte e tre le fasi della trasformazione sono catalizzate dal P450scc. Il Pregnenolone viene prodotto principalmente nelle ghiandole surrenali, nelle gonadi e nel cervello. Sebbene il Pregnenolone venga prodotto anche nelle gonadi e nel cervello, la maggior parte del Pregnenolone circolante deriva dalla corteccia surrenale.
Il Pregnenolone viene sintetizzato dal Colesterolo tramite la reazione di Ossidazione di Oppenauer.
Il Pregnenolone è lipofilo e attraversa facilmente la barriera emato-encefalica. Ciò è in contrasto con il Pregnenolone Solfato, che non attraversa la barriera emato-encefalica.
Dopo la sua sintesi il Pregnenolone subisce un ulteriore metabolismo steroideo secondo una delle seguenti vie:
Il Pregnenolone può essere convertito in Progesterone. La fase enzimatica cruciale si articola in due fasi, che coinvolgono una 3β-idrossisteroide deidrogenasi e una Δ5-4 isomerasi. Quest’ultima trasferisce il doppio legame dalla posizione C5 alla posizione C4 sull’anello A. Il Progesterone costituisce il punto di ingresso nella via Δ4, che porta alla produzione di 17α-idrossiprogesterone e Androstenedione, precursori del Testosterone e dell’Estrone. Anche l’Aldosterone e i corticosteroidi derivano dal Progesterone o dai suoi derivati.
Il Pregnenolone può essere convertito in 17α-idrossipregnenolone dall’enzima 17α-idrossilasi (CYP17A1). Seguendo questa via, denominata via Δ5, il passo successivo è la conversione in Deidroepiandrosterone (DHEA) tramite la 17,20-liasi (CYP17A1). Il DHEA è il precursore dell’Androstenedione.
Il Pregnenolone può essere convertito in Androstadienolo dalla 16-ene sintasi (CYP17A1).
Il Pregnenolone può essere convertito in solfato di Pregnenolone dalla steroide solfotransferasi, e questa conversione può essere invertita dalla steroide solfatasi.
I livelli ematici circolanti ritenuti normali per il Pregnenolone sono i seguenti:
Uomini: da 10 a 200ng/dL
Donne: da 10 a 230ng/dL
Bambini: da 10 a 48ng/dL
Ragazzi adolescenti: da 10 a 50ng/dL
Ragazze adolescenti: da 15 a 84ng/dL
È stato riscontrato che i livelli medi di Pregnenolone non differiscono in modo significativo nelle donne in postmenopausa e negli uomini anziani (rispettivamente 40 e 39ng/dL).
Il Pregnenolone è un endocannabinoide allosterico, in quanto agisce come modulatore allosterico negativo del recettore CB1. Il Pregnenolone è coinvolto in un ciclo naturale di feedback negativo contro l’attivazione del recettore CB1 negli animali. Impedisce agli agonisti del recettore CB1, come il tetraidrocannabinolo (THC), il principale principio attivo della cannabis, di attivare completamente il recettore CB1. Un composto correlato, l’AEF0117, è stato derivato dal Pregnenolone ed è più specifico per questo tipo di attività.
È stato riscontrato che il pregnenolone si lega con elevata affinità, dell’ordine dei nanomolari, alla proteina 2 associata ai microtubuli (MAP2) nel cervello. A differenza del pregnenolone, il solfato di pregnenolone non si è legato ai microtubuli. Il progesterone, invece, si è legato con un’affinità simile a quella del pregnenolone, sebbene, a differenza di quest’ultimo, non abbia aumentato il legame della MAP2 alla tubulina. È stato osservato che il pregnenolone induce la polimerizzazione dei microtubuli nelle colture neuronali e aumenta la crescita dei neuriti nelle cellule PC12 trattate con il fattore di crescita nervoso. Pertanto, il pregnenolone potrebbe controllare la formazione e la stabilizzazione dei microtubuli nei neuroni e potrebbe influenzare sia lo sviluppo neurale durante la fase prenatale sia la plasticità neurale durante l’invecchiamento.
Sebbene il pregnenolone di per sé non possieda queste attività, il suo metabolita, il solfato di pregnenolone, è un modulatore allosterico negativo del recettore GABAA nonché un modulatore allosterico positivo del recettore NMDA. Inoltre, è stato dimostrato che il solfato di pregnenolone attiva il canale ionico TRPM3 (Transient Receptor Potential M3) negli epatociti e nelle isole pancreatiche, provocando l’ingresso di calcio e il conseguente rilascio di insulina.
È stato dimostrato che il Pregnenolone agisce come agonista del recettore X dei pregnani. Il Pregnenolone non presenta attività progestinica, corticosteroidea, estrogenica, androgenica o antiandrogenica.
Principali sedi di produzione steroidea negli individui di sesso femminile
Ovaie: utilizzano un sistema a due cellule e due gonadotropine (LH e FSH). L’LH stimola le cellule della teca a produrre androgeni (Androstenedione), mentre l’FSH induce le cellule della granulosa a utilizzare l’enzima Aromatasi per convertire tali androgeni in estrogeni.
Corteccia surrenale: produce mineralcorticoidi (Aldosterone), glucocorticoidi (Cortisolo) e androgeni surrenali (DHEA e Androstenedione).
Tessuti periferici (intracrinologia): il tessuto adiposo, la pelle e il fegato convertono localmente i precursori surrenali inattivi (come il DHEA) in steroidi sessuali attivi. Questa sintesi locale diventa la fonte dominante di estrogeni dopo la menopausa.
Placenta: funge da fonte endocrina temporanea durante la gravidanza per sintetizzare grandi quantità di Progesterone ed estrogeni.
Principali classi di ormoni prodotti
Progestinici: Progesterone (regola il rivestimento uterino e il ciclo mestruale).
Androgeni: DHEA, Androstenedione e Testosterone (precursori degli estrogeni e fattori determinanti per la salute delle ossa e dei muscoli e per la libido).
Estrogeni: Estradiolo, Estrone ed Estriolo (ormoni sessuali femminili primari che regolano la salute riproduttiva e metabolica).
Corticosteroidi: Cortisolo (stress e metabolismo) e Aldosterone (pressione sanguigna ed equilibrio elettrolitico).
Two-cell, two-gonadotropin theory?
La Two-cell, two-gonadotropin theory [Teoria delle due cellule e delle due gonadotropine] spiega come le ovaie collaborino utilizzando due tipi distinti di cellule e due ormoni ipofisari per sintetizzare gli estrogeni.
Meccanismo fondamentale
Questo sistema supera una limitazione specifica: nessuno dei due tipi di cellule possiede tutti gli enzimi necessari per convertire autonomamente il colesterolo in estrogeni.
Cellule della teca (strato esterno): stimolate dall’LH, assorbono il Colesterolo e lo convertono in androgeni (principalmente Androstenedione e una piccola quantità di Testosterone). Le cellule della teca sono prive dell’Enzima Aromatasi, pertanto non possono convertire questi androgeni in estrogeni. Gli androgeni, invece, si diffondono attraverso la membrana basale nelle vicine cellule della granulosa.
Cellule della granulosa (strato interno): stimolate dall’FSH. Queste cellule sono prive dell’enzima chiave (CYP17A1) necessario per convertire i progestinici in androgeni, il che significa che non possono produrre autonomamente i propri precursori degli androgeni. Tuttavia, sono ricche di Aromatasi. Assorbono gli androgeni ricevuti dalle cellule della teca e li aromatizzano (convertono) in estrogeni (principalmente Estradiolo).
Significato clinico
Sviluppo follicolare: questa produzione ormonale coordinata stimola la crescita del follicolo ovarico e prepara il rivestimento uterino a una potenziale gravidanza.
Ovulazione: l’aumento dei livelli di Estradiolo derivante da questo processo finisce per innescare il picco di LH necessario per l’ovulazione.
Sindrome dell’ovaio policistico (PCOS): uno squilibrio in questo sistema — spesso caratterizzato da un’eccessiva stimolazione delle cellule della teca da parte dell’LH — porta a una sovrapproduzione di androgeni, causando i sintomi classici della PCOS (iperandrogenismo e anovulazione).
L’insulino-resistenza stimola direttamente e indirettamente le cellule della teca ovarica a produrre una quantità eccessiva di androgeni, rappresentando il meccanismo chiave alla base dell’iperandrogenismo nella PCOS.
Mentre i tessuti come i muscoli e il fegato diventano resistenti all’Insulina, le cellule della teca mantengono un’alta sensibilità a questo ormone, subendo gli effetti negativi dei livelli elevati di Insulina nel sangue.
L’iperinsulinemia compensatoria agisce direttamente sulle cellule della teca attraverso i recettori dell’Insulina e i recettori del IGF-1.
Aumento di CYP11A1: L’Insulina accelera l’attività dell’enzima di clivaggio della catena laterale del Colesterolo, aumentando la conversione del Colesterolo in Pregnenolone.
Aumento di CYP17A1: L’Insulina stimola fortemente l’attività della 17α-idrossilasi/17,20-liasi. Questo è l’enzima chiave che converte i progestinici in androgeni (Androstenedione e Testosterone).
L’Insulina non agisce da sola, ma potenzia la risposta della teca ai segnali ipofisari.
Amplificazione del segnale: L’Insulina aumenta il numero di recettori per l’LH sulle cellule della teca.
Iper-reattività: Di conseguenza, anche normali o lievi picchi di LH provocano una produzione massiccia e sproporzionata di androgeni rispetto a quanto avverrebbe in condizioni di normale sensibilità insulinica.
L’insulina altera la biodisponibilità degli ormoni a livello sistemico agendo sul fegato.
Inibizione della SHBG: Alti livelli di Insulina sopprimono la produzione epatica della globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG).
Più testosterone libero: Con meno SHBG disponibile nel sangue per legare e “disattivare” gli androgeni, la quota di Testosterone libero (la frazione biologicamente attiva che causa irsutismo, acne e blocca l’ovulazione) aumenta drasticamente.
L’iperandrogenismo e l’anovulazione cronica sono strettamente legati in un circolo vizioso: l’eccesso di androgeni altera sia la maturazione fisica dei follicoli nell’ovaio, sia i segnali ormonali che partono dal cervello.
Reclutamento eccessivo: Gli androgeni stimolano inizialmente la crescita di troppi piccoli follicoli precoci.
Mancanza di selezione: L’eccesso di androgeni locali impedisce ai follicoli di rispondere correttamente all’FSH (ormone follicolo-stimolante). Senza il giusto segnale dell’FSH, nessun follicolo riesce a completare la maturazione e a diventare dominante.
Aspetto policistico: I follicoli si bloccano a uno stadio intermedio (circa 2-9 mm) e si accumulano nella corteccia ovarica, dando all’ovaio il classico aspetto “policistico” all’ecografia.
Accelerazione del generatore di impulsi: Gli androgeni (spesso convertiti localmente in estrogeni) riducono la sensibilità dell’ipotalamo al progesterone.
Iperproduzione di LH: Questo causa un aumento della frequenza dei battiti del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine), che stimola l’ipofisi a produrre troppo LH rispetto all’FSH.
Mancanza del picco ovulatorio: Poiché i livelli di LH sono costantemente alti e l’FSH è basso, viene a mancare il picco acuto di LH necessario a far scoppiare il follicolo per liberare l’ovocita.
Iperplasia della teca: Lo strato di cellule della teca si ispessisce, producendo ancora più androgeni.
Ispessimento della tonaca albuginea: La capsula esterna dell’ovaio diventa più densa e fibrosa, creando una vera e propria barriera meccanica che ostacola la rottura del follicolo e la successiva ovulazione.
Il ruolo degli androgeni nella salute e nel benessere delle donne
Sia negli uomini che nelle donne, gli androgeni endogeni — tra cui il Testosterone, il DHT, l’Androstenedione (A), il DHEA e il DHEA-S) — vengono sintetizzati in vari tessuti, tra cui:
le ghiandole surrenali,
le ovaie,
i testicoli,
la placenta,
il cervello e
la pelle.
Nelle donne, il Testosterone circolante deriva in parte dalla secrezione ovarica e surrenale; in confronto, quantità simili derivano dalla conversione enzimatica dell’A e del DHEA-S. Nell’ovaio, la produzione di Testosterone aumenta durante le fasi follicolari e raggiunge i livelli massimi al momento dell’ovulazione e nella fase Luteale; le ghiandole surrenali, al contrario, producono solo piccole quantità di Testosterone. La maggior parte del Testosterone circolante è legata in modo reversibile alle proteine plasmatiche, tra cui:
la globulina legante gli ormoni sessuali (SHBG) (50–60%) e
l’albumina (40–50%).
Solo l’1–2% del Testosterone plasmatico è libero e biodisponibile; inoltre, questa frazione libera può essere ulteriormente ridotta dall’aumento dei livelli di SHBG indotto dalla terapia sostitutiva con estrogeni o l’uso di SERM.
Dimero di SHBG umano
La metà dei livelli circolanti di Testosterone e DHT deriva dalla conversione enzimatica dei precursori androgeni surrenali circolanti (DHEA-S, DHEA e A). La conversione del Testosterone in DHT è mediata dalla 5α-reduttasi (isoforme di tipo I e II). Tra questi androgeni, il DHT presenta la maggiore affinità per il recettore degli androgeni (AR) ed è il più potente dal punto di vista biologico tra gli androgeni endogeni. Il DHT non può essere ulteriormente aromatizzato in estrogeni, il che ne aumenta l’emivita.
Il DHEA plasmatico deriva da:
secrezione delle cellule della zona reticolare della corteccia surrenale (50%),
secrezione ovarica (20%) e
metabolismo periferico del DHEA-S (30%).
Il DHEA stesso è instabile e può essere convertito in Androstenedione (A) dalla 3β-idrossisteroide deidrogenasi (3βHSD); successivamente, l’Androstenedione può essere convertito in Testosterone dalla 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17βHSD), nonché in DHT dalle 5α-reduttasi presenti nel tessuto endometriale.
Nelle donne, circa la metà del DHEA circolante deriva dai pre-androgeni; in particolare, la zona reticolare rappresenta l’80% del DHEA-S presente nella circolazione femminile, mentre la parte restante proviene dalle ovaie. Il principale pre-androgeno è il DHEA-S, che viene convertito in DHEA, DHT ed Estrogeni attraverso specifici passaggi enzimatici. Il DHEA-S plasmatico, presente in concentrazioni significative, funge da ampio serbatoio di substrato per la conversione in DHEA, androgeni e/o estrogeni nei tessuti periferici. Le concentrazioni plasmatiche significative di DHEA-S sono, in parte, una conseguenza del suo forte legame con l’albumina, che ne prolunga l’emivita; di conseguenza, le concentrazioni plasmatiche di DHEA-S riflettono la produzione di androgeni da parte delle ghiandole surrenali. La secrezione di DHEA-S è principalmente sotto il controllo dell’asse ipotalamo-ipofisario ed è stimolata dall’ACTH; tuttavia, la sua secrezione è modulata da altri ormoni quali l’Estradiolo, la Prolattina e l’IGF-1.
In larga misura, il Testosterone deriva dal metabolismo dell’Androstene tramite la 17βHSD (tipo 5).
Le 17β-idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD, HSD17B) (EC 1.1.1.51), note anche come 17-chetosteroidi reduttasi (17-KSR), sono un gruppo di ossidoreduttasi alcoliche che catalizzano la riduzione dei 17-chetosteroidi e la deidrogenazione dei 17β-idrossisteroidi nella steroidogenesi e nel metabolismo degli steroidi. Ciò comprende l’interconversione tra DHEA e Androstenediolo, tra Androstenedione e Testosterone, e tra Estrone ed Estradiolo.
Le principali reazioni catalizzate dalla 17β-HSD (come la conversione dell’Androstenedione in Testosterone) sono reazioni di idrogenazione (riduzione), piuttosto che reazioni di deidrogenazione (ossidazione).
La 17β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 5 (17βHSD5), nota anche come membro C3 della famiglia 1 delle aldo-cheto reduttasi (AKR1C3), è un enzima chiave che converte gli androgeni surrenali inattivi in Testosterone e DHT attivi. Essa stimola la produzione locale di ormoni e la crescita delle cellule tumorali nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione.
Funzione, ruolo e importanza clinica:
Conversione steroidea: converte l’Androstenedione e il DHEA in androgeni attivi.
Localizzazione tissutale: presente nella prostata, nel fegato, nel seno e nei tessuti riproduttivi.
Collegamento con le patologie: favorisce la crescita tumorale e la resistenza al trattamento nei tumori della prostata e della mammella.
Bersaglio farmacologico: i ricercatori prendono di mira questo enzima per bloccare la produzione di Testosterone all’interno dei tumori quando la terapia ormonale standard fallisce.
Inibitori: farmaci sperimentali come l’ASP9521 sono oggetto di studio per bloccare l’attività di questo specifico enzima.
Come già riportato, nelle donne, livelli plasmatici elevati di Testosterone sono correlati all’incidenza della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), osservata in circa il 20% delle giovani donne. La PCOS è associata a oligomenorrea, disfunzione ovulatoria e infertilità. L’iperandrogenismo nella PCOS è un fattore critico che predispone le donne all’obesità, all’insulino-resistenza e alla sindrome metabolica.
Nelle donne adulte, i livelli plasmatici di androgeni e di SHBG diminuiscono progressivamente con l’avanzare dell’età, con riduzioni marcate e significative correlate alla menopausa; a titolo esemplificativo, i livelli di Testosterone totale nelle donne di età compresa tra i 65 e i 74 anni sono pari a circa un terzo di quelli osservati nelle ventenni. In confronto, i livelli di Testosterone libero diminuiscono con l’età del 90%, mentre i livelli di DHEA-S e A diminuiscono entrambi di circa un terzo. Nelle donne in premenopausa, le ovaie sono la fonte principale di Estradiolo, che funge da ormone estrogenico predominante circolante agendo sui tessuti bersaglio distali. Nelle donne in postmenopausa, a causa della cessazione della funzione ovarica, gli estrogeni vengono prodotti in una serie di siti extragonadici, tra cui il tessuto adiposo, le ossa, il cervello, l’endotelio vascolare e le cellule muscolari lisce dell’aorta, dove agiscono localmente in modo paracrino o intracrino. La loro concentrazione locale nei tessuti dipende da una fonte esterna di precursori androgenici, poiché i tessuti extragonadici non sono in grado di convertire il Colesterolo in steroidi.
Il fatto che l’ovaio postmenopausale abbia un’attività endocrina significativa nella produzione di androgeni è in qualche modo controverso. Alcuni studi hanno riportato che i livelli circolanti di androgeni (ovvero T, A, DHEA e DHEA-S) sono estremamente rilevanti nel -fornire substrato per la biosintesi degli estrogeni periferici, attraverso l’aromatizzazione periferica di A e T. Poiché l’attività dell’Aromatasi rimane inalterata nelle donne sottoposte a ovariectomia, è stato ipotizzato che l’ovaio in postmenopausa non sia una fonte significativa di produzione di androgeni. Al contrario, altri studi hanno osservato che l’ovariectomia bilaterale ha determinato una riduzione marcata e prolungata dei livelli sia di T totale che di T biodisponibile, suggerendo che l’ovaio in postmenopausa rappresenti una fonte fondamentale di androgeni per tutto l’arco della vita delle donne anziane.
Da un punto di vista farmacologico, gli AAS, che possono derivare dal Testosterone, dal DHT o dal 19-nortestosterone, includono l’Oxandrolone, lo Stanozololo, il Nandrolone, il Trenbolone e altre molecole applicate attualmente ma soprattutto in passato anche in pazienti di sesso femminile.
Gli AAS sono classificati principalmente in due classi farmacologiche:
androgeni aromatizzabili, come il Testosterone, che viene metabolizzato in Estradiolo dall’Aromatasi, il quale interagisce poi sia con l’ERα e l’ERβ, e
androgeni non aromatizzabili, come il DHT, che si lega esclusivamente al AR. Gli androgeni sintetici, come l’Oxandrolone e lo Stanozololo, non sono soggetti all’aromatizzazione, il che ne priva il potenziale estrogenico.
Una delle difficoltà più complesse negli studi clinici che coinvolgono gli ormoni gonadici è la misurazione accurata e affidabile dei livelli plasmatici di ormoni. Inoltre, poiché le concentrazioni plasmatiche di androgeni nelle donne sono basse, i test immunologici per il testosterone disponibili in commercio forniscono solitamente risultati contraddittori. Di conseguenza, la misurazione accurata dei livelli plasmatici di testosterone, DHT ed estradiolo nelle donne richiede un metodo alternativo convalidato, come la cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa in tandem (LC-MS/MS), che è tecnicamente molto più complessa e costosa rispetto a un test immunologico commerciale.
In un sistema omeostatico fisiologico femminile, gli androgeni (come il Testosterone) sono ormoni fondamentali per il benessere psicofisico dell’individuo, in tutte le fasi della vita e con le corrette modifiche terapeutiche. Favoriscono il desiderio sessuale, contribuiscono alla formazione di ossa e muscoli forti, aumentano l’energia e proteggono la salute del cuore e del cervello in ottimale rapporto con l’attività estrogenica [vedi soprattutto Estradiolo]. Livelli equilibrati migliorano l’umore generale, la vitalità e le funzioni fisiche.
Principali benefici per la salute
Salute sessuale: migliora la libido, l’afflusso di sangue ai genitali, l’eccitazione e la soddisfazione orgasmica.
Resistenza ossea: aiuta a mantenere la massa ossea e favorisce un sano rimodellamento osseo.
Muscoli e metabolismo: favorisce il trofismo muscolare, la forza fisica e l’equilibrio metabolico.
Cervello e umore: contribuisce alle funzioni cognitive, all’energia e al benessere psicologico generale.
Usi medici e contesto
Supporto alla menopausa: il Testosterone a basso dosaggio [3.5mg/week] viene talvolta utilizzato per trattare il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo (HSDD) nelle donne in postmenopausa, quando altri trattamenti non risultano sufficienti.
Rimedio alla carenza: può aiutare a ripristinare l’energia e la funzione sessuale nelle donne con insufficienza androgenica accertata (ad esempio in seguito alla rimozione chirurgica delle ovaie).
Precauzioni: dosi elevate possono causare effetti collaterali quali acne, crescita di peli sul viso, abbassamento del tono della voce, ipertrofia clitoridea ecc… . Sono in corso ricerche sulla sicurezza a lungo termine.
AR e sensibilità agli androgeni nelle donne
Struttura del Recettore degli Androgeni
Sebbene le donne presentino naturalmente livelli di Testosterone circolante molto più bassi rispetto agli uomini, si osserva una maggiore sensibilità a livello degli organi-bersaglio o dei tessuti agli androgeni. Questa maggiore reattività fa sì che anche livelli ematici di poco alterati di questi ormoni possano comunque provocare segni fisici evidenti, sia a livello di acne, diradamento dei capelli in soggetti predisposti o una crescita eccessiva di peli, che a livello muscolo-scheletrico.
L’AR umano è un regolatore della trascrizione appartenente alla famiglia dei recettori nucleari. La struttura del gene dell’AR, l’mRNA maturo sottoposto a splicing e i domini proteici presentano somiglianze con altri membri della famiglia: i recettori degli estrogeni e i recettori del progesterone. L’AR comprende 8 esoni diversi che formano la proteina AR, costituita da 4 domini, ciascuno con una funzione specifica:
il dominio N-terminale (NTD);
il dominio di legame al DNA (DBD);
una regione cerniera (HR); e
il dominio C-terminale di legame al ligando (LBD).
Quando l’AR è presente nel citosol, rimane nella sua forma trascrizionalmente inattiva, stabilizzata dalla proteina chaperone molecolare HSP90 (proteina da shock termico 90). Una volta che un ligando (come il Testosterone o il DHT) si lega all’LBD, l’AR si dissocia dall’HSP90. Successivamente, si dimerizza e si traslocca nel nucleo, dove si lega all’elemento di risposta agli androgeni nella regione regolatoria dei suoi geni bersaglio, modulandone così l’espressione.
Alla luce dell’elevata presenza di AR nelle donne (vedi tabella sopra), è opportuno analizzare in modo approfondito il loro ruolo fondamentale nella patogenesi dell’iperandrogenismo. È quindi importante individuare le manifestazioni cliniche più comuni. Una di queste manifestazioni è l’irsutismo, che colpisce fino al 15% di tutte le donne e il 70-80% delle donne affette da iperandrogenismo. I metodi di valutazione visiva del tipo di crescita dei peli, come il punteggio di Ferriman-Gallwey, sono efficaci nel determinare la gravità dell’irsutismo e nel distinguerlo dall’ipertricosi (crescita eccessiva di peli indipendenti dagli androgeni). La virilizzazione rappresenta un processo rapido in cui si manifestano gravi caratteristiche cliniche di un marcato eccesso di androgeni endogeni o esogeni. Nell’ambito di uno spettro più ampio, può includere: irsutismo, acne, alopecia androgenetica, ingrossamento del clitoride, abbassamento del tono della voce, aumento della massa muscolare, riduzione delle dimensioni del seno e, frequentemente, amenorrea. Inoltre, l’iperandrogenismo è correlato a numerose alterazioni metaboliche, ad esempio: iperinsulinemia, insulino-resistenza, iperglicemia, dislipidemia e aumento del rischio di aterosclerosi. Queste caratteristiche costituiscono le componenti fondamentali della sindrome metabolica. È importante sottolineare che le variazioni dei livelli di AR nell’iperandrogenismo devono essere mediate da vie regolate dai AR.
Un esempio dell’importanza dell’AR è il rischio confermato di cancro al seno nelle donne in premenopausa con concentrazioni sieriche elevate di Testosterone, Androstenedione e DHEA-S. Pertanto, le nuove terapie contro il cancro al seno prendono di mira l’AR per la sua espressione osservata nei tre principali sottotipi di cancro al seno. È importante sottolineare che l’AR si è già dimostrato un bersaglio promettente per le terapie antiandrogeniche nel cancro al seno triplo-negativo, il più aggressivo.
I AR possono presentare variabili espressive maggiori nel sistema muscolo-scheletrico delle donne, sebbene la vera peculiarità più volte osservata riguarda l’attivazione/sensibilità recettoriale. Questo ci da come risultante una maggiore risposta dose/tempo agli androgeni/AAS rispetto ai soggetti di sesso maschile. Sembrerebbe trattarsi di una caratteristica regolativa/compensativa in risposta a concentrazioni androgene dimorfiche inferiori.
Consideriamo, infatti, che negli uomini il Testosterone totale è tipicamente tra 300 e 1000ng/dL [range standard 3ng/mL-11.5ng/mL], mentre nelle donne varia tra 15 e 76ng/dL [range standard 0,15 e 0,76ng/ml]. Gli uomini presentano quindi livelli circa 10-20 volte superiori rispetto alle donne.
Struttura molecolare dell’Estradiolo
Discorso inverso sembra poter essere fatto con gli estrogeni per gli uomini. Nelle donne in età fertile l’Estradiolo [E2] varia tra 15 e 350pg/mL (con picchi più alti), mentre negli uomini i valori normali sono compresi tra 10 e 40pg/mL con un range soglia massimo di 60pg/mL. Le donne presentano quindi concentrazioni medie da 5 a 10 volte superiori di E2 rispetto agli uomini. Si noti che piccole variazioni nei livelli di E2 nell’uomo possono generare effetti clinici evidenti (ciò avviene in variazione soggettiva alla sensibilità individuale insieme a quella intrinseca di genere). Si è affermato che ciò sia dovuto più che altro alla stretta finestra di eufunzione rispetto ad una maggiore sensibilità biologica intrinseca rispetto alla donna. Nonostante ciò, molti casi studio hanno evidenziato che:
Presenza di sensibilità intrinseca: nonostante la comparsa di problematiche legate ad eccessi o carenze di E2 mostrano variabili soggettive legate a fattori a monte [vedi, per esempio, tasso d’espressione dell’Aromatasi e risposta epigenetica ad alterazioni iatrogene comprendenti l’espressione dei gene che regola il ER], una costante sembra essere una spiccata sensibilità a variazioni minime su tessuti/sistemi diversi.
Similitudini di risposta alle alterazioni: come nelle donne variazioni anche minime nelle concentrazioni di AAS danno risposte evidenti [seppur variabili] anche nell’uomo le fluttuazioni di E2 [in alcuni casi la sensibilità interessa anche il meno attivo E1] danno risposte evidenti sebbene differenziate da grado e area tissutale/sistemica.
Nel complesso, stiamo vivendo un’era entusiasmante caratterizzata da nuove scoperte nel campo dei AR e dei loro molteplici ruoli nelle donne. Quanto esposto in questo paragrafo evidenzia che la conoscenza della segnalazione degli AR e delle alterazioni della struttura dei recettori è fondamentale per comprendere la risposta androgenica, tanto in terapia quanto in campo del miglioramento delle prestazioni. Pertanto, gli sforzi scientifici futuri saranno in parte volti a chiarire ulteriormente l’importanza degli AR nella salute, nelle prestazioni [ed estetica] e nelle patologie delle donne rivestiranno un’importanza fondamentale.
Asse hGH/IGF-1, E2 e dimorfismi sessuali
L’Asse Ormone della Crescita/Fattore di Crescita Insulino-Simile-1 [Asse hGH/IGF-1] svolge un ruolo fondamentale nella promozione della crescita lineare nei bambini, mentre negli adulti il suo ruolo è principalmente di rilevanza metabolica. L’hGH viene secreto dalla ghiandola pituitaria e stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che a sua volta inibisce la secrezione del hGH attraverso un meccanismo di feedback negativo. Il fegato è il principale responsabile del pool circolante di IGF-I, delle sei proteine leganti l’IGF (da IGFBP-1 a -6) e della subunità labile in ambiente acido (ALS). In circolo, circa il 99% del pool di IGF-I è legato con elevata affinità alle IGFBP, che circolano in eccesso molare rispetto all’IGF-I; ciò spiega perché meno dell’1% circoli come IGF-I libero e non legato. Fungendo da vettori dell’IGF-I circolante, le IGFBP e l’ALS prolungano l’emivita dell’IGF-I e ne modulano l’accesso ai tessuti, controllandone così l’azione.
Interazione dell’Insulina
L’Insulina, una volta secreta dalle cellule β del pancreas, viene trasportata dalla vena porta direttamente al fegato, determinando un’elevata esposizione degli epatociti. In particolare, il fegato è uno dei principali organi bersaglio degli effetti metabolici dell’Insulina ed esercita un’estrazione di primo passaggio che può raggiungere l’85% dell’Insulina convogliata dalla vena porta. Inoltre, grazie alla sua capacità di regolare la sensibilità epatica al hGH, il trasporto intra-portale dell’Insulina si è rivelato un fattore coadiuvante essenziale per un’efficace sintesi epatica di IGF-I indotta dal hGH. Infatti, si può considerare la capacità dell’Insulina di controllare la sensibilità epatica al hGH come una normale risposta fisiologica ai cambiamenti nutrizionali. Durante il digiuno, con livelli ridotti di Insulina intraportale, la sensibilità epatica al hGH diminuisce, determinando una riduzione dei livelli sierici di IGF-I nonostante un aumento compensatorio della secrezione di hGH. Al contrario, l’eccesso alimentare aumenta i livelli di Insulina intraportale, potenziando la sensibilità epatica al hGH in misura tale che una secrezione relativamente bassa di hGH sia sufficiente a mantenere la sintesi e la secrezione epatiche di IGF-I a livelli normali, nonché livelli circolanti normali di IGF-I. Questa risposta del hGH ai cambiamenti nutrizionali è fisiologicamente appropriata in quanto porta ad un aumento dell’insulino-resistenza mediata dal hGH che previene l’ipoglicemia durante il digiuno e ad una diminuzione dell’insulino-resistenza mediata dal hGH durante i periodi di sovralimentazione. Tuttavia, anche alcune patologie (ad esempio, l’obesità, la sindrome di Cushing, il diabete di tipo 1 [T1D] e l’anoressia nervosa) e alcuni farmaci di uso comune [ad esempio, i glucocorticoidi e gli agonisti del GLP-1RA)] che influenzano la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche possono alterare l’asse hGH/IGF-I. Poiché il hGH, l’IGF-I e l’Insulina modulano continuamente la secrezione e l’azione reciproca sia in condizioni di salute che di malattia, una buona comprensione dei meccanismi alla base di queste interazioni riveste importanza sia clinica che al fine del miglioramento delle prestazioni/estetica.
La secrezione ipofisaria dell’hGH è regolata dalla stimolazione del GHRH e dall’inibizione della Somatostatina, entrambi secreti dall’ipotalamo. La secrezione dell’hGH è episodica e pulsatile, con livelli che variano tra picchi e valli e livelli molto bassi tra un impulso e l’altro. L’hGH stimola la sintesi e la secrezione dell’IGF-I, che agisce a sua volta sull’ipofisi inibendo la secrezione di hGH. Il IGF-I influenza la regolazione della secrezione di hGH a livello dell’ipotalamo inibendo l’espressione genica del GHRH e stimolando la secrezione di Somatostatina, mentre a livello dell’ipofisi l’IGF-I inibisce la secrezione spontanea e quella stimolata dal GHRH del hGH. A differenza della natura episodica e pulsatile della secrezione di hGH, l’IGF-I viene secreto in modo continuo, ha un’emivita più lunga [per via del legame con le proteine di trasporto IGFP] e presenta concentrazioni più stabili nel sangue. Pertanto, l’IGF-I viene utilizzato come biomarcatore dello stato secretorio del hGH, poiché i suoi livelli riflettono la secrezione integrata di hGH nell’arco delle 24 ore.
Oltre all’Insulina, esistono altri ormoni in grado di influenzare la secrezione ipofisaria di hGH, quali la Grelina, gli estrogeni e gli androgeni. La Grelina, un peptide gastrico con potenti proprietà secretagoghe del hGH, amplifica la secrezione ipotalamica di GHRH e ne potenzia gli effetti di stimolazione del hGH ipofisario. Gli estrogeni stimolano la secrezione ipofisaria di hGH, ma inibiscono l’azione del hGH sul fegato sopprimendo la segnalazione del GHR. Inoltre, gli estrogeni possono potenziare l’azione della Grelina, mentre gli androgeni potenziano le azioni periferiche del hGH. Infine, la secrezione ipofisaria di hGH è inversamente correlata all’adiposità viscerale intra-addominale attraverso meccanismi che dipendono dai flussi di acidi grassi liberi (FFA).
L’Insulina inibisce la secrezione di hGH, ma i meccanismi alla base di questo fenomeno non sono ancora ben chiari e si ipotizza che agiscano a diversi livelli. A livello dell’ipofisi, si è visto che l’Insulina sopprime direttamente la secrezione ipofisaria di hGH indipendentemente dal recettore dell’IGF-I (IGF-IR). A livello epatico, sembrerebbe che l’Insulina stimola la sintesi della proteina GHR e il legame del hGH al GHR in modo dose-dipendente. Analogamente, è stata osservata una ridotta espressione epatica del GHR e un ridotto legame del hGH in seguito all’induzione del diabete, e che il trattamento con Insulina facilita il legame del hGH. Queste possibilità evidenziano il ruolo chiave che l’Insulina svolge nella modulazione della risposta epatica al hGH e sostengono l’idea che l’Insulina abbia un ruolo importante nella regolazione della sensibilità epatica al hGH attraverso la sua capacità di influenzare direttamente l’espressione del GHR e il legame del hGH. Tuttavia, per quanto a nostra conoscenza, questa ipotesi deve ancora essere inconfutabilmente dimostrata nell’uomo.
Inoltre, oltre a regolare i livelli circolanti di IGF-I attraverso il suo effetto sulla sensibilità epatica al GH, l’insulina inibisce anche la sintesi e la secrezione epatica della proteina legante l’IGF-1 (IGFBP-1), un inibitore dell’azione dell’IGF-I (7). Pertanto, la relazione tra insulina e IGFBP-1 è inversa (34), per cui l’IGFBP-1 è bassa in condizioni di iperinsulinemia ma elevata in condizioni di ipoinsulinemia (35). Poiché i livelli di IGFBP-1 fluttuano nel corso della giornata (36), ciò ha portato all’ipotesi che l’IGFBP-1 colleghi l’azione dell’IGF-I all’apporto nutrizionale. Tuttavia, i dati attuali indicano che l’IGFBP-1 funge più da “freno” all’azione dell’IGF-I, inibendo la segnalazione anabolica durante la deplezione nutrizionale, piuttosto che da “acceleratore” dell’azione dell’IGF-I durante l’eccesso alimentare. La logica è che, in circostanze fisiologiche normali, il calo dell’IGFBP-1 dal suo livello massimo stimolato durante il digiuno notturno (34) al livello osservato dopo l’assunzione di cibo, su base molare, è relativamente modesto e porta solo a lievi aumenti dell’IGF-I libero sierico (7, 37, 38). Un’altra spiegazione è che le concentrazioni molari delle altre cinque IGFBP superano di gran lunga la concentrazione dell’IGFBP-1 (39) e, non essendo completamente sature, le altre cinque IGFBP sono pienamente in grado di sequestrare l’aumento dell’IGF-I libero secondario alle riduzioni dell’IGFBP-1 circolante. Tuttavia, quando i livelli di IGFBP-1 sono cronicamente ridotti in presenza di iperinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, obesità, sindrome di Cushing e terapia con glucocorticoidi), entra in gioco l’effetto “acceleratore” dell’IGFBP-1, che determina un aumento dell’IGF-I libero sierico. Al contrario, durante un’ipoinsulinemia intraportale prolungata (ad esempio, malnutrizione, anoressia nervosa e diabete di tipo 1), i livelli di IGFBP-1 aumentano di diverse volte, portando a una maggiore formazione di complessi tra IGF-I e IGFBP-1 e a una netta riduzione dell’IGF-I libero (effetto “freno”).
Interazione dell’E2
Il 17β-estradiolo [E2] ha azioni fisiologiche che non si limitano agli organi riproduttivi sia nelle femmine che nei maschi (Simpson et al., 2005; Barros e Gustafsson, 2011). Il fegato è un bersaglio diretto degli estrogeni poiché esprime il ERα, che è collegato, tra l’altro, all’omeostasi dei lipidi e del glucosio (Foryst-Ludwig e Kintscher, 2010; Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012) e alla crescita corporea (Vidal et al., 2000). Gli estrogeni possono modulare l’azione del hGH nel fegato agendo a livello centrale, regolando la secrezione ipofisaria di hGH, e, a livello periferico, modulando la segnalazione del hGH. La maggior parte degli studi precedenti si è concentrata sull’influenza degli estrogeni sulla secrezione ipofisaria di hGH (Kerrigan e Rogol, 1992). È stato dimostrato che il rilascio ipofisario di hGH, specifico per sesso, ha un forte impatto sulla regolazione trascrizionale epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Tuttavia, esistono anche prove evidenti che gli estrogeni modulano l’azione del hGH a livello dell’espressione e della segnalazione del GHR. In particolare, è stato dimostrato che l’E2 induce il soppressore della segnalazione delle citochine (SOCS)-2, il quale a sua volta regola negativamente la via di segnalazione GHR-Janus chinasi (JAK)-2-trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione (STAT)-5 (Leung et al., 2004; Santana-Farre et al., 2008). Questo fenomeno è clinicamente rilevante poiché la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT-5 riveste particolare importanza nella regolazione delle azioni endocrine, metaboliche e legate alla differenziazione sessuale del hGH nel fegato. È importante sottolineare che l’alterazione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 è associata a cambiamenti metabolici epatici che includono steatosi epatica, fibrosi e carcinoma epatocellulare (Baik et al., 2011). Questa interazione è rilevante anche in considerazione della diffusa esposizione degli esseri umani agli estrogeni o a composti correlati agli estrogeni (Wolthers et al., 2001). In questo lavoro riassumeremo le molteplici conseguenze biologiche che possono manifestarsi a seguito dell’interazione tra E2 e hGH nel fegato.
Rappresentazione schematica dell’asse somatotropico. Il GHRH e la Somatostatina (SS), due ormoni ipotalamici, controllano la sintesi e il rilascio di hGH dall’ipofisi. Il GHRH è regolato negativamente (linee tratteggiate) dal feedback delle concentrazioni ematiche di hGH e IGF-I. Gli acidi grassi liberi (FFA) inibiscono il rilascio di hGH, mentre la leptina e la grelina lo stimolano. Anche gli ormoni sessuali e altri fattori agiscono a livello centrale per stimolare il rilascio di hGH. Il hGH circolante agisce direttamente su molti organi per stimolare la produzione di IGF-I, con la produzione di IGF-I nel fegato che rappresenta la principale fonte di IGF-I nel sangue. Il hGH ha anche effetti diretti su molti tessuti bersaglio, che possono essere indipendenti dall’azione dell’IGF-I.
Dimorfismo sessuale
Gli ormoni sessuali determinano un modello di secrezione dell’hGH ipofisario dipendente dal sesso, che svolge un ruolo fondamentale nella definizione e nel mantenimento del dimorfismo sessuale della trascrizione genica epatica (Mode e Gustafsson, 2006). Le analisi genomiche e bioinformatiche hanno contribuito a chiarire i meccanismi molecolari coinvolti nella trascrizione genica epatica regolata dal hGH (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005; Waxman e O’Connor, 2006; Wauthier et al., 2010). L’espressione dipendente dal sesso e la regolazione da parte del hGH caratterizzano diverse famiglie di geni epatici coinvolti nel metabolismo degli endo- e xenobiotici, nonché in importanti funzioni metaboliche (ad esempio, il metabolismo dei lipidi); il 20–30% di tutti i geni epatici presenta un modello di espressione specifico per sesso. La maggior parte di queste differenze epatiche legate al sesso è spiegata dal modello di secrezione del hGH specifico delle femmine, attraverso l’induzione di trascritti predominanti nelle femmine e la soppressione di quelli predominanti nei maschi. È stato dimostrato che la somministrazione continua di hGH aumenta l’espressione epatica del fattore di trascrizione SREBP-1c e dei suoi geni bersaglio a valle (Tollet-Egnell et al., 2001), nonché la sintesi epatica di trigliceridi (TG) e la secrezione di VLDL (Sjoberg et al., 1996). Come menzionato in precedenza, le azioni del hGH nel fegato determinano un aumento della lipogenesi (cioè l’induzione di SREBP-1c) e una diminuzione dell’ossidazione dei lipidi (cioè l’inibizione del PPARα), oltre a favorire la crescita anabolica nei tessuti periferici (cioè muscoli, ossa) (Flores-Morales et al., 2001; Tollet-Egnell et al., 2004; Ståhlberg et al., 2005). Per quanto riguarda la presente revisione, gli estrogeni provocano effetti opposti sul metabolismo dei lipidi e del glucosio, il che rappresenta un punto rilevante delle interazioni regolatorie tra estrogeni e hGH.
Il fegato, un bersaglio fisiologico degli estrogeni
La segnalazione degli estrogeni può essere mediata da diversi recettori (Heldring et al., 2007). La maggior parte degli effetti estrogenici noti è mediata dall’interazione diretta degli estrogeni con i fattori di trascrizione che si legano al DNA, ERα ed ERβ. La segnalazione classica degli estrogeni avviene attraverso il legame diretto dei dimeri di ER agli elementi sensibili agli estrogeni (ES) nelle regioni regolatorie dei geni bersaglio degli estrogeni, seguito dall’attivazione del meccanismo trascrizionale nel sito di inizio della trascrizione. Inoltre, gli estrogeni possono modulare l’espressione genica attraverso un secondo meccanismo in cui gli ER interagiscono con altri fattori di trascrizione, come STAT5, tramite un processo denominato «crosstalk dei fattori di trascrizione». Gli estrogeni possono anche esercitare effetti attraverso meccanismi non genomici, che comportano l’attivazione di vie di segnalazione a valle delle chinasi, quali PKA, PKC e MAPK, tramite ER localizzati sulla membrana. Un recettore orfano accoppiato alla proteina G (GPR)-30 presente nella membrana cellulare media la segnalazione non genomica e rapida degli estrogeni. Infine, l’E2 presenta un’affinità simile per l’ERα e l’ERβ e questi recettori vengono attivati da un’ampia gamma di ligandi, tra cui i modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM) (ad es. il raloxifene) e molti altri composti. L’ERβ è espresso nell’ovaio, nella prostata, nel polmone, nel tratto gastrointestinale, nella vescica, nel sistema ematopoietico e nel sistema nervoso centrale, mentre l’ERα è espresso principalmente nei tessuti riproduttivi, nei reni, nelle ossa, nel tessuto adiposo bianco e nel fegato. Il fegato esprime ERα ma livelli quasi impercettibili di ERβ, il che indica che le azioni specifiche degli estrogeni nel fegato possono essere riprodotte utilizzando agonisti selettivi di ERα come il propil-pirazolo-triolo (PPT) (Lundholm et al., 2008). Nel complesso, i dati sopra menzionati indicano che i meccanismi coinvolti nella segnalazione degli ER sono influenzati dal fenotipo cellulare, dal gene bersaglio e dall’attività o dall’interazione con altre reti di segnalazione. Il fegato rappresenta un sito in cui possono svilupparsi interazioni fisiologicamente e terapeuticamente rilevanti tra estrogeni e GH. Particolarmente rilevante è l’interazione degli estrogeni con la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nella regolazione della crescita somatica, del metabolismo dei lipidi e del glucosio e della “sessualità epatica”.
Effetti fisiologici dell’E2 e del hGH sul metabolismo dei lipidi e del glucosio nel fegato.
Crescita somatica e composizione corporea
È ben noto che gli steroidi sessuali e l’ormone della crescita (GH) interagiscono strettamente per regolare la crescita puberale (Kerrigan e Rogol, 1992). È interessante notare che la perdita di ERα (ERαKO), ma non di ERβ, media importanti effetti degli estrogeni sullo scheletro dei topi maschi durante la crescita e la maturazione (Vidal et al., 2000). Un fenotipo simile a quello dei topi ERαKO si riscontra nei topi o negli esseri umani con deficit di aromatasi, che presentano una carenza di estrogeni (Riggs et al., 2002). Inoltre, le differenze di composizione corporea legate al genere sono in parte mediate dagli steroidi sessuali che modulano l’asse GH-IGF-I (LeRoith, 2009; Rogol, 2010; Birzniece et al., 2011). Ciò è supportato dall’osservazione che le differenze di genere nella composizione corporea emergono durante la crescita puberale. Inoltre, l’efficacia dell’attività del GH è modulata dagli estrogeni anche in età adulta. Ciò è esemplificato dal fatto che le donne rispondono in misura minore rispetto agli uomini al trattamento con GH (Burman et al., 1997); il trattamento con GH induce un maggiore aumento della massa magra e una maggiore riduzione della massa grassa, oppure un maggiore aumento degli indici di ricambio osseo e della massa ossea, nei pazienti maschi affetti da GHD rispetto alle pazienti di sesso femminile. Rilevante per la fisiologia del GH è l’alterazione della biodisponibilità dell’IGF-I mediante somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni [rivisto da Leung et al., 2004]. La disponibilità e l’attività dell’IGF-I nei tessuti sono regolate dalle proteine leganti l’IGF (IGFBP) (Kaplan e Cohen, 2007; LeRoith e Yakar, 2007; Ohlsson et al., 2009). L’IGF-I circola quasi interamente sotto forma di complesso ternario legato all’IGFBP-3 e all’ALS, entrambi fortemente regolati dal GH a livello epatico. Questo complesso ternario regola la biodisponibilità dell’IGF-I. Anche l’IGFBP-1 è una proteina di origine epatica che si lega alla piccola frazione di IGF-I libero e ne attenua l’effetto ipoglicemico (Lewitt et al., 1991). Contrariamente al suo effetto soppressivo sull’ALS e sull’IGF-I, la somministrazione orale di estrogeni aumenta l’IGFBP-1 circolante. È prevedibile che l’aumento dell’IGFBP-1 riduca ulteriormente la frazione libera di IGF-I, il che dovrebbe ridurne l’attività. È interessante notare che l’attivazione della via di segnalazione GH-STAT5b induce l’espressione di ALS e IGF-I ma inibisce l’IGFBP-1 (Ono et al., 2007). Pertanto, l’inibizione della via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5 nel fegato (vedi sotto) contribuisce molto probabilmente agli effetti degli estrogeni su IGF-I, ALS e IGFBP-1. Di conseguenza, gli estrogeni esercitano effetti profondi sulle IGFBP di origine epatica quando somministrati per via orale, il che molto probabilmente modifica le azioni biologiche dell’IGF-I. Inoltre, la somministrazione orale di dosi farmacologiche di estrogeni può inibire gli effetti metabolici regolati dal GH (ad esempio, l’ossidazione dei lipidi, la sintesi proteica) (Huang e O’Sullivan, 2009). Questi effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea sono attenuati dalla somministrazione transdermica, il che suggerisce che il fegato sia la sede principale del controllo regolatorio da parte degli estrogeni.
Rappresentazione schematica delle vie di segnalazione utilizzate dall’ormone della crescita (hGH) per regolare la crescita e il metabolismo. Il hGH si lega a un dimero preformato del recettore del hGH (GHR), con conseguente attivazione della tirosin chinasi JAK2 legata alla sequenza del dominio 1 del recettore, prossimale alla membrana. Contemporaneamente, viene attivata anche la chinasi Src. La segnalazione canonica della proteina tirosin chinasi JAK2 tramite STAT5 prevede la fosforilazione di residui di tirosina chiave nel dominio citoplasmatico del GHR, che si legano al dominio SH2 (Src homology 2) di STAT5a/b, reclutando le proteine STAT al JAK2 attivato e facilitandone così la fosforilazione della tirosina e la successiva dimerizzazione attraverso i loro motivi SH2. Il dimerizzato STAT5 trasloca nel nucleo per regolare la trascrizione genica. STAT1 e STAT3 subiscono una fosforilazione diretta della tirosina da parte di JAK2 senza la necessità di legame al recettore. L’ERK può essere attivato da SRC e/o PLCγ e Ras, oppure da JAK2 tramite gli adattatori SHC, GRB e SOS. JNK è attivato da SRC. La via di segnalazione della PtdIns 3-chinasi e della serina-treonina-proteina chinasi mTOR è attivata da JAK2 tramite la fosforilazione di IRS. Queste vie di segnalazione influenzano, direttamente o indirettamente, la trascrizione dei geni coinvolti nella crescita e nel metabolismo. ERK, chinasi extracellulare regolata dal segnale; FAK, chinasi di adesione focale; Grb, proteina legata al recettore del fattore di crescita; IRS, substrato del recettore dell’insulina; JAK2, Janus chinasi 2; JNK, c-Jun N-terminale chinasi; MEK, chinasi 2 della proteina chinasi attivata dal mitogeno a doppia specificità; mTOR, bersaglio della rapamicina nei mammiferi; PI3K, fosfoinositide 3-chinasi; PKC, proteina chinasi C; PLCγ, fosfolipasi Cγ; SHC, proteina trasformante contenente il dominio SH2; SOCS, soppressore della segnalazione delle citochine; SOS, figlio di Sevenless; SRC, proto-oncogene tirosina-proteina chinasi Src; STAT, trasduttore di segnale e attivatore della trascrizione.
Gli estrogeni possono modulare l’azione del GH sul fegato influenzandone la risposta, il che comporta variazioni nell’espressione epatica del recettore GHR e un’interazione con la via di segnalazione JAK2-STAT5 attivata dal GH (Leung et al., 2004) (Figura 3). In particolare, l’E2 può indurre l’espressione di SOCS2 e SOCS3, che a loro volta regolano negativamente la via di segnalazione GHR-JAK2-STAT5, portando a una riduzione dell’attività trascrizionale nel fegato. Pertanto, oltre alla regolazione da parte dell’E2 del modello dimorfico sessuale della secrezione ipofisaria di GH, l’induzione dell’espressione delle SOCS e l’inibizione della via di segnalazione JAK2-STAT5 costituiscono un meccanismo molto rilevante che, in parte, potrebbe spiegare come gli estrogeni inibiscano direttamente gli effetti del GH in diverse azioni regolate da STAT5 (ad esempio, crescita somatica, composizione corporea, metabolismo e funzioni epatiche legate al genere). Abbiamo osservato che la somministrazione a lungo termine di dosi fisiologiche di E2 a ratti maschi affetti da GHD (ipotiroidei) regola diversi membri della famiglia SOCS attraverso una complessa interazione con il GH e gli ormoni tiroidei (Santana-Farre et al., 2008). Ipoteticamente, anche altri membri dei regolatori negativi della famiglia STAT potrebbero contribuire all’interazione degli estrogeni con la segnalazione del GH nel fegato. Ciò si spiega con la stimolazione da parte di ERα dell’espressione di PIAS3, che si lega a STAT3 e ne blocca l’attività di legame al DNA. È interessante notare che l’attivazione di ER da parte di E2, seguita dall’interazione diretta di ER con STAT5, possa anche inibire l’attività trascrizionale dipendente da STAT5 (Faulds et al., 2001; Wang et al., 2004). D’altra parte, è stato dimostrato che l’attivazione di ERα o ERβ da parte dell’E2, attraverso meccanismi non genomici, induce un programma trascrizionale dipendente da STAT5 (e STAT3) nelle cellule endoteliali (Bjornstrom e Sjoberg, 2005). Nel complesso, questi studi hanno evidenziato un’interazione diretta tra la segnalazione dell’ER e quella di STAT5 e dimostrano inoltre che le conseguenze funzionali di questa interazione dipendono dalle precise condizioni dell’ambiente intracellulare.
Diversi studi hanno suggerito che la segnalazione mediata dall’E2 possa svolgere un ruolo importante nel controllo del metabolismo dei lipidi e del glucosio (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Studi condotti sia sull’uomo che sui roditori indicano che livelli alterati di estrogeni o dei loro recettori possono portare a un fenotipo simile alla sindrome metabolica (ovvero, insulino-resistenza, adiposità, dislipidemia). Ad esempio, le donne in postmenopausa hanno una probabilità tre volte maggiore di sviluppare anomalie associate alla sindrome metabolica rispetto alle donne in premenopausa (Eshtiaghi et al., 2010). Inoltre, è stato dimostrato che la terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni e progestinici nelle donne in postmenopausa riduce il tessuto adiposo viscerale, la glicemia a digiuno e i livelli di insulina (Munoz et al., 2002). Osservazioni cliniche su maschi con deficit di ERα o con livelli ridotti di aromatasi hanno evidenziato lo sviluppo di aumento del peso corporeo, insulino-resistenza e iperinsulinemia (Smith et al., 1994; Jones et al., 2007). Analogamente, i topi ERαKO e quelli con deficit di aromatasi sviluppano insulino-resistenza, adiposità intra-addominale, steatosi e compromissione dell’ossidazione dei lipidi nel fegato, condizioni che possono essere invertite dal trattamento con E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007). L’influenza benefica degli estrogeni sulla normalizzazione dell’omeostasi lipidica e glicemica è evidenziata anche nei topi ob/ob e in quelli alimentati con una dieta ricca di grassi, modelli di obesità e diabete di tipo 2. In entrambi i modelli, il trattamento con E2 migliora la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina e riduce il peso nei topi alimentati con una dieta ricca di grassi (Gao et al., 2006; Bryzgalova et al., 2008). Studi condotti su topi ERαKO hanno dimostrato che l’ERα media principalmente gli effetti metabolici benefici degli estrogeni, quali l’inibizione della lipogenesi, il miglioramento della sensibilità all’insulina e della tolleranza al glucosio e la riduzione dell’adiposità (Barros e Gustafsson, 2011; Faulds et al., 2012). Al contrario, i topi ERβKO non mostrano alterazioni della sensibilità all’insulina e/o del peso corporeo. Tuttavia, esistono alcune evidenze secondo cui l’ERβ potrebbe essere dannoso per il mantenimento di una regolare omeostasi del glucosio e dei lipidi. Oltre alle osservazioni relative all’ERαKO, è stato riportato che l’ablazione selettiva dell’ERα nella regione ipotalamica del cervello o nelle cellule ematopoietiche/mieloidi determina un aumento del peso corporeo e una ridotta tolleranza al glucosio (Ribas et al., 2011; Xu et al., 2011). L’insulino-resistenza nei topi ERαKO è in gran parte localizzata nel fegato e comporta un aumento del contenuto lipidico e della produzione epatica di glucosio. Sorprendentemente, l’ablazione selettiva di ERα a livello epatico (LERKO) non ha riprodotto il fenotipo osservato nei topi ERαKO (Matic et al., 2013). I topi LERKO non hanno aumentato il peso corporeo né hanno sviluppato intolleranza al glucosio o insulino-resistenza, nemmeno in seguito a una dieta ricca di grassi. Gli autori ipotizzano la presenza di uno o più meccanismi compensatori non identificati oppure che la resistenza all’insulina epatica si verifichi come effetto secondario dell’ablazione della segnalazione dell’E2 in altri tipi cellulari. Inoltre, il trattamento dei topi ob/ob con l’agonista selettivo dell’ERα PPT può migliorare la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, il che conferma il ruolo fondamentale della segnalazione dell’ERα nel controllo dell’omeostasi del glucosio. Anche la segnalazione estrogenica tramite GPR-30 è stata implicata nella produzione di insulina e nell’omeostasi del glucosio (Mårtensson et al., 2009). Come menzionato in precedenza, l’assenza di E2 o della segnalazione GHR-JAK2-STAT5 causa adiposità e steatosi epatica, che possono essere attenuate rispettivamente dalla somministrazione di E2 (Heine et al., 2000; Simpson et al., 2005; Jones et al., 2007) o con la terapia sostitutiva con GH (LeRoith e Yakar, 2007), rispettivamente. Ciò suggerisce che la segnalazione dell’E2 e del GH regoli reti cellulari sovrapposte correlate al controllo fisiologico del metabolismo dei lipidi e del glucosio.
Punti chiave sulla relazione “riduttiva” dell’attività del hGH e dell’IGF-1 E2 correlata
E’ importante, al fine della comprensione del presente lavoro, che l’E2 riduce l’azione periferica dell’hGH nel fegato, in particolare se vi si creano concentrazioni elevate in loco d’organo. Sebbene gli estrogeni aumentino la secrezione di hGH da parte dell’ipofisi, inibiscono contemporaneamente la segnalazione del hGH nei tessuti epatici, riducendo la produzione di mediatori a valle come l’IGF-1.
I meccanismi di down-regulation del hGH da parte dell’E2 sono:
Inibizione della via JAK/STAT: l’estradiolo sopprime la segnalazione indotta dal GH attraverso la via JAK2-STAT5.
Induzione delle SOCS: gli estrogeni stimolano l’espressione delle proteine soppressive della segnalazione delle citochine (SOCS), come la SOCS2, che bloccano attivamente le cascate di segnalazione del GHR.
Dipendenza nelle concentrazioni di E2 epatico iatrogeno dipendente: l’instaurarsi di alte concentrazioni di E2 o composti correlati a livello epatico esercita un forte effetto di primo passaggio epatico che attenua efficacemente la produzione sistemica di IGF-1, mentre la condizione fisiologica evita in gran parte, ma non del tutto, questa profonda down-regulation epatica.
Inoltre, l’E2 può aumentare i livelli di specifiche proteine leganti il fattore di crescita insulino-simile (IGFBP), ovvero l’IGFBP-1 e l’IGFBP-3. Queste proteine leganti contribuiscono a regolare la quantità di IGF-1 disponibile/attiva per le cellule.
Effetti dell’E2 su specifiche IGFBP
IGFBP-1: Gli estrogeni aumentano generalmente i livelli sierici di IGFBP-1, il che può ridurre la quantità di IGF-1 libero e attivo in circolazione. L’estradiolo per via orale ha un effetto stimolante particolarmente forte sulla produzione epatica di IGFBP-1 a causa del passaggio diretto attraverso la circolazione portale di primo passaggio.
IGFBP-3: Gli studi dimostrano che l’estradiolo può aumentare la sintesi e i livelli sierici di IGFBP-3, agendo in sinergia con le vie dell’ormone della crescita in vari tessuti.
Altre IGFBP: L’estradiolo può anche aumentare i livelli locali o sistemici di IGFBP-2 e IGFBP-4 in specifici tessuti bersaglio come il cervello, l’ipofisi o la cartilagine ossea.
Differenze di genere nella biologia del tessuto adiposo
In ambito clinico, le differenze di genere nell’adiposità e nel metabolismo variano a seconda delle fasi della vita. Prima della pubertà, vi è poca differenza nella distribuzione del tessuto adiposo, ma durante la pubertà precoce, le differenze nella traiettoria del peso e nella composizione corporea diventano più evidenti. Ad esempio, gli uomini tendono a sviluppare una maggiore distribuzione centrale del grasso durante la transizione dall’adolescenza alla giovane età adulta. Le donne in premenopausa hanno livelli più elevati di estrogeni che hanno un effetto protettivo contro l’aumento di peso, aumentando il dispendio energetico e distribuendo il tessuto adiposo nelle regioni sottocutanee. Parte di questo aumento del dispendio energetico deriva dall’effetto estrogenico del “browning” o attività metabolica del tessuto adiposo. Il BAT è metabolicamente più attivo a causa dell’aumento del numero di mitocondri. Ciò è stato dimostrato in campioni bioptici e nell’aumento dell’espressione genica per la funzione mitocondriale. Le donne in postmenopausa aumentano di peso in parte a causa della naturale diminuzione dell’E2 endogeno durante la menopausa. Questa riduzione del dispendio energetico può essere prevenuta dalla terapia sostitutiva con estrogeni; Tuttavia, il rischio di malattie metaboliche non sembra migliorare. Questa risposta agli estrogeni può essere sessualmente dimorfica poiché gli estrogeni in vitro aumentano l’espressione sia di ERα che di ERβ negli adipociti sottocutanei delle donne, ma aumentano solo ERα negli adipociti sottocutanei e viscerali degli uomini.
Le donne con livelli di SHBG notevolmente inferiori e alti livelli di Testosterone biodisponibile presentavano un aumento del tessuto adiposo addominale e viscerale. Negli uomini, l’aumento del testosterone biodisponibile diminuiva l’obesità addominale e il profilo di rischio metabolico. Lo studio SWAN ha dimostrato che le donne nere avevano livelli di SHBG più elevati rispetto alle donne bianche, mentre sia le donne nere che quelle ispaniche avevano un indice di androgeni liberi (FAI) inferiore rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la maggiore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne nere e ispaniche. Le donne cinesi avevano livelli di SHBG significativamente inferiori e un FAI più elevato rispetto alle donne bianche, il che è coerente con la minore prevalenza di obesità riscontrata nelle donne cinesi. Essere consapevoli dell’influenza del gruppo etnico e del genere sull’adiposità può essere utile per identificare il rischio individuale e la scelta della gestione migliore del soggetto.
Nelle donne in postmenopausa, il tessuto adiposo bianco (WAT) diventa il principale loco di sintesi di estrogeni per l’organismo, la cui produzione dipende da una significativa espressione e attività dell’Aromatasi. In particolare, nel WAT, l’Aromatasi converte l’Estrone [E1], un prodotto aromatico derivato dall’Androstenedione, quest’ultimo secreto dalla ghiandola surrenale, in E2 tramite la classe di enzimi 17-beta idrossisteroide deidrogenasi (17β-HSD). Tuttavia, i livelli di estrogeni prodotti da questa via metabolica non sono in grado di compensare la perdita della produzione ovarica di estrogeni; di conseguenza, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) può essere necessaria per le donne in postmenopausa. Ciononostante, il 17β-estradiolo (17β-E2) è la principale forma di estrogeno circolante e biologicamente attiva. È anche la forma più studiata nella regolazione del tessuto adiposo e, pertanto, utilizzeremo il termine generico estrogeno per riferirci al 17β-estradiolo in senso lato.
Oltre all’attivazione tradizionale degli ER, gli estrogeni possono anche associarsi e attivare un recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a una proteina G chiamato GPER o GPER30. Il GPER sembra essere fondamentale per guidare i percorsi indipendenti dagli ER e media gli effetti non genomici degli estrogeni. In seguito all’attivazione del GPER da parte del 17β-estradiolo, vengono attivate le vie MAPK (Erk1/2) e dell’adenilato ciclasi per promuovere varie attività cellulari. In particolare, è stato suggerito che il GPER promuova l’inibizione dell’apoptosi indotta dallo stress ossidativo mediata dagli estrogeni, l’aumento della crescita cellulare attraverso la stimolazione dell’espressione della ciclina D e la sovraregolazione della produzione del fattore di crescita nervoso nei macrofagi. Questo repertorio biologico unico e diversificato ha forti implicazioni sulla biologia e sulla progressione del cancro al seno. Questa gamma di attività esiste anche per il tessuto adiposo, e tutti gli ER e il GPER3 sono espressi all’interno di vari depositi di WAT. Tuttavia, l’ERα è stato il più ampiamente studiato e sembra guidare la maggior parte delle funzioni del WAT correlate agli estrogeni. Al contrario, i ruoli di ERβ e GPER non sono ben caratterizzati; tuttavia, entrambi i recettori degli estrogeni sembrano regolare il metabolismo.
Il tessuto adiposo bianco (WAT) è disperso e non contiguo in tutto il corpo, rappresentando la potenziale eterogeneità di questo organo. Ad esempio, il WAT può essere suddiviso in due ampie localizzazioni anatomiche, sottocutaneo e viscerale, che possono essere ulteriormente separate in compartimenti distinti chiamati depositi. Il grasso sottocutaneo si trova sotto il derma, mentre il grasso viscerale circonda gli organi interni all’interno della cavità corporea . Questa macroscopica distribuzione anatomica sembra avere anche significative implicazioni metaboliche. Il grasso sottocutaneo sembra essere metabolicamente protettivo, mentre il grasso viscerale contribuisce alla disregolazione metabolica . Questa distribuzione anatomica protettiva del WAT è particolarmente rilevante tra uomini e donne. Ad esempio, le donne tendono ad avere il 10-20% in più di grasso corporeo rispetto agli uomini con lo stesso indice di massa corporea (BMI) . Tuttavia, le donne in premenopausa accumulano preferenzialmente grasso sottocutaneo nella parte inferiore del corpo, nei fianchi e nelle cosce e presentano una ridotta adiposità viscerale . Inoltre, le donne in premenopausa sono più protette dallo sviluppo di malattie metaboliche, probabilmente a causa dell’aumento del rapporto tra grasso sottocutaneo e grasso viscerale. Al contrario, gli uomini spesso accumulano grasso viscerale in eccesso, che porta a disturbi metabolici e malattie cardiovascolari . Tuttavia, le donne in postmenopausa spesso accumulano grasso viscerale riducendo al contempo i depositi di tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Questo effetto è dovuto principalmente alla mancanza di estrogeni, che predispone le donne alle malattie metaboliche . Infatti, studi che utilizzano i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), i dati di valutazione nutrizionale più estesi disponibili su interviste ed esami fisici, hanno dimostrato che un aumento dell’adiposità viscerale o centralizzata è associato al rischio più significativo di mortalità nelle donne . Uno studio britannico ha ulteriormente supportato questa nozione dimostrando un rischio simile di mortalità e adiposità viscerale nelle donne . In generale, un elevato deposito di grasso viscerale è associato ai più alti rischi di malattie metaboliche e morte prematura, indipendentemente dal sesso. Pertanto, si ritiene che i cambiamenti complessivi nei siti di accumulo del tessuto adiposo e le risposte sessualmente dimorfiche che controllano la disposizione del grasso corporeo spieghino perché gli uomini sviluppano malattie cardiometaboliche prima delle donne.
Cosa potrebbe spiegare queste differenze metaboliche e l’adiposità tra uomini e donne? Sembra che dipenda da dove avviene la crescita del tessuto adiposo e dalla biodisponibilità degli estrogeni. Prove crescenti da studi su esseri umani e roditori hanno dimostrato che livelli più elevati di estrogeni aumentano l’espansione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo e smorzano la crescita del tessuto adiposo bianco viscerale. Oltre alla distribuzione del grasso corporeo, i livelli di estrogeni ovarici possono ulteriormente proteggere dai segnali obesogeni e dalle malattie metaboliche . La ricerca ha dimostrato che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni dovuta alla menopausa o all’ovariectomia aumenta il rischio di sviluppare obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Nei roditori e negli esseri umani, la terapia sostitutiva con estradiolo o HRT inverte l’obesità riducendo la massa di grasso viscerale, migliorando così la forma fisica metabolica. Negli esseri umani, l’HRT ha dimostrato di avere numerosi effetti metabolici benefici nelle donne in post-menopausa. Ad esempio, in uno studio di 3 anni, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) ha ridotto statisticamente i livelli di glucosio a digiuno e ha abbassato significativamente l’incidenza del diabete . Inoltre, la TOS ha aumentato l’HDL e ridotto l’LDL, determinando profili lipidici più sani. Inoltre, le donne in postmenopausa che assumevano estrogeni hanno mostrato una diminuzione dell’adiposità viscerale, che ha ridotto il loro rischio di malattie cardiovascolari. In accordo con questi studi, i roditori ovariectomizzati sottoposti a terapia sostitutiva con estradiolo hanno mostrato una riduzione dell’assunzione di cibo e un aumento del dispendio energetico, proteggendoli dall’accumulo di massa grassa. È interessante notare che queste osservazioni non si limitano alle donne; la ricerca suggerisce che anche gli uomini e i topi maschi traggono beneficio dall’attività e dalla segnalazione degli estrogeni. Ad esempio, studi hanno dimostrato che la perdita della segnalazione degli estrogeni nei maschi promuove l’obesità e compromette il metabolismo del glucosio. Inoltre, la terapia ormonale di transizione di genere nelle donne trans che assumono estrogeni mostra una distribuzione del grasso corporeo più femminile e un rapporto vita-fianchi inferiore. Pertanto, gli estrogeni circolanti contribuiscono alla distribuzione, al rimodellamento e al mantenimento del grasso corporeo, ma come vengono mantenuti i livelli di estrogeni circolanti e l’attività dei recettori degli estrogeni?
La modulazione degli estrogeni ha un impatto sull’adiposità nelle donne in pre e postmenopausa, ma questo effetto è guidato dai recettori degli estrogeni (ER)? Nelle donne in premenopausa in sovrappeso o obese, si possono osservare differenze nell’espressione dei recettori degli estrogeni nei tessuti adiposi addominali e glutei. Questi dati suggeriscono che la disponibilità dei recettori potrebbe essere fondamentale per contrastare i depositi di grasso regionali in risposta a un bilancio energetico positivo. Uno studio sull’uomo che confrontava le differenze regionali nel tessuto sottocutaneo addominale e femorale in donne in pre e postmenopausa ha rilevato che le differenze metaboliche dipendevano dall’espressione dell’isotipo dei recettori degli estrogeni. Ovvero, queste differenze metaboliche (cioè la sensibilità all’insulina) derivavano dalle alterazioni nel rapporto tra ERα e ERβ tra i due depositi di grasso. Un rapporto ERα/ERβ più elevato è stato osservato nelle donne in premenopausa rispetto alle donne in postmenopausa. Inoltre, il trattamento di soggetti sia pre che postmenopausali con 17β-estradiolo ha aumentato il rapporto ERα/ERβ all’interno del WAT, suggerendo che i cambiamenti mediati dagli estrogeni nel rapporto ER sono fondamentali per indurre la sensibilità all’insulina del WAT. Sebbene interessanti e fisiologicamente rilevanti, i meccanismi che governano questa risposta devono ancora essere chiariti. Un potenziale meccanismo regolatorio che spiega questi cambiamenti nel rapporto ERα:ERβ potrebbe essere dovuto a un silenziamento potenziato del promotore di ERα tramite metilazione del DNA. Questo sembra verificarsi nell’aorta del ratto, ma mancano studi che esaminino la metilazione del promotore di ERα nel grasso e non può essere collegato a malattie metaboliche. Ciò che è chiaro è il costante aumento dell’adiposità, in particolare del WAT viscerale, e l’alterato metabolismo energetico dei topi maschi e femmine privi di ERα. Questo obesogeno e l’alterato equilibrio energetico nei topi privi di ERα sono ulteriormente accentuati quando alimentati con una dieta ricca di grassi.
Tuttavia, l’aumento dell’adiposità nei topi ERα nulli potrebbe essere indipendente dalla biologia del tessuto adiposo bianco e potrebbe essere collegato alla regolazione ipotalamica degli estrogeni e dei recettori degli estrogeni (ER). Ad esempio, la riduzione dell’espressione di ERα nel nucleo ventromediale (VMN) ha causato un aumento di peso attraverso un’alterazione del dispendio energetico indipendentemente dall’assunzione di cibo. Inoltre, la riduzione dell’espressione di ERα nel VMN provoca disfunzioni metaboliche nei ratti. Tuttavia, gli effetti indotti dagli estrogeni sull’assunzione di cibo possono essere osservati in risposta a microiniezioni a basso dosaggio di 17β-estradiolo nel cervello. In accordo con ciò, alcuni studi hanno suggerito che gli estrogeni diminuiscono i peptidi oressigeni per ridurre l’assunzione di cibo. Ad esempio, una riduzione del neuropeptide Y (NPY), un potente stimolatore dell’appetito, è stata associata ad un aumento dei livelli circolanti di estrogeni e all’attività dei recettori degli estrogeni mediata dagli estrogeni . Nello specifico, la trascrizione di NPY corrisponde al rapporto ERα:ERβ presente nell’ipotalamo. Quando il rapporto è alto, viene trascritto meno NPY; al contrario, quando il rapporto è basso, viene prodotto NPY . Inoltre, le variazioni del livello dell’ormone della fame grelina sono state associate a diverse fasi del ciclo ovarico . In particolare, l’infusione di grelina durante il diestro uno e il diestro due stimola l’assunzione di cibo, ma non durante il proestro o l’estro, in coincidenza con il picco dei livelli di estrogeni. A sostegno di questa nozione, i topi knockout per il recettore della grelina ovariectomizzati non sviluppano iperfagia o aumento di peso corporeo. Ciò suggerisce che la riduzione dei livelli circolanti di estrogeni aumenta l’assunzione di cibo liberando la grelina da un effetto inibitorio tonico degli estrogeni. Pertanto, gli estrogeni normalmente sopprimono la funzione della grelina per bloccare l’assunzione di cibo, ma in assenza di estrogeni, la secrezione di grelina è incontrollata, mediando la risposta iperfagica. Non è ancora chiaro in che modo gli estrogeni influenzino l’alimentazione mediata dalla grelina e se questi effetti possano derivare dalla segnalazione, dalla secrezione o dall’espressione dei recettori della grelina.
Mentre l’ablazione del gene ERα porta a una risposta metabolica disfunzionale distinta e robusta, la delezione del gene ERβ appare meno evidente. È interessante notare che la delezione di ERβ in tutto il corpo non ha praticamente alcun effetto sull’adiposità o sul bilancio energetico . Questa osservazione ha portato all’ipotesi che ERβ promuovesse l’obesità e i disturbi metabolici. Tale osservazione è stata ulteriormente supportata da un aumento di 10 volte della concentrazione di 17β-estradiolo nei topi ERα nulli, il che suggerisce un aumento del flusso di segnalazione degli estrogeni attraverso ERβ. A sostegno di questa visione, i topi ERβ nulli ovariectomizzati erano protetti dall’obesità . Tuttavia, studi successivi hanno dimostrato che i topi ERβ nulli erano in realtà più suscettibili all’obesità ma protetti contro l’insulino-resistenza. Questo effetto obesogeno sui topi ERβ nulli è stato ulteriormente accentuato dall’ovariectomia. In linea con questi studi sui roditori, uno studio genetico umano ha rivelato cinque polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) nell’ERβ associati all’obesità sia nei maschi che nelle femmine. Tuttavia, i meccanismi molecolari e le caratteristiche regolatorie dell’ERβ nell’obesità indotta dalla dieta devono ancora essere chiariti. Ma nuovi studi stanno iniziando a suggerire che l’ERβ potrebbe avere un ruolo metabolicamente protettivo regolando l’attività dei mitocondri del tessuto adiposo bianco (WAT). Ad esempio, nei roditori, i ligandi specifici dell’ERβ sembrano aumentare il dispendio energetico e l’attività dei mitocondri del WAT, anche in assenza di estrogeni circolanti . Inoltre, i cambiamenti nei geni di accumulo di grasso e nelle adipochine sono stati correlati all’attivazione dell’ERβ rispetto all’ERα o al rapporto tra i due recettori . Nel complesso, questi studi suggerirebbero che sia l’ERα che l’ERβ sono necessari per un corretto metabolismo energetico al fine di mediare la flessibilità metabolica. Nel loro insieme, l’attivazione degli isotipi del recettore degli estrogeni (ER), il profilo di espressione dell’ER, l’interazione tra il recettore dell’ER e il DNA e le attività non genomiche degli estrogeni rappresentano aree di ricerca cruciali che contribuiranno a risolvere i quesiti ancora irrisolti.
Oltre alle risposte mediate dal genoma ligando-recettore, gli estrogeni possono anche avere risposte non genomiche mediate da GPER (recettore degli estrogeni legato alla membrana e accoppiato a proteine G). GPER è espresso nelle membrane intracellulari e, come altri GPCR, accoppia la segnalazione degli estrogeni a cambiamenti nell’attività dell’adenilato ciclasi, della chinasi e dei canali ionici. In particolare, GPER può anche regolare indirettamente l’espressione dei geni bersaglio. GPER è espresso in una moltitudine di tessuti; tuttavia, GPER non sembra essere coinvolto nella riproduzione mediata dagli estrogeni . Questo perché i topi privi di GPER sono fertili, mentre i topi privi di ERα sono infertili . All’interno del tessuto adiposo, i ruoli metabolici di GPER rimangono elusivi, ma negli ultimi anni sono state raccolte maggiori informazioni, che sono state recentemente esaminate in . In breve, alcuni studi mostrano che la carenza di GPER porta a una riduzione del peso corporeo e della crescita ossea nelle femmine, e altri studi hanno riportato un aumento significativo della massa grassa quando il GPER viene eliminato . Al contrario, diversi studi hanno mostrato un effetto del GPER o della sua attivazione sul peso corporeo anche in risposta a una dieta ricca di grassi . Nel complesso, la capacità degli estrogeni di regolare la massa grassa e la distribuzione sessualmente dimorfica dipende dall’espressione del recettore, dalla biodisponibilità e sintesi degli estrogeni e dall’età.
Tuttavia, gli estrogeni sembrano avere un ruolo diretto nella soppressione dei geni di accumulo lipidico e nell’attivazione preferenziale delle vie lipolitiche. Ad esempio, negli adipociti e nelle cellule tumorali, è stato dimostrato che il recettore ER interagisce direttamente con il recettore gamma attivato dai proliferatori dei perossisomi (Pparγ), un fattore chiave nell’accumulo di lipidi e nell’adipogenesi, bloccandone l’attività trascrizionale. Il blocco dell’attività di Pparγ ha diverse implicazioni sia nel compartimento delle cellule progenitrici adipose che in quello degli adipociti. Ad esempio, il blocco dell’attività di Pparγ mediato dagli estrogeni nelle cellule progenitrici adipose impedirebbe l’adipogenesi e ostacolerebbe il potenziale beneficio metabolico dell’iperplasia. Al contrario, la soppressione dell’attività trascrizionale di Pparγ negli adipociti maturi da parte degli estrogeni reprimerebbe la biogenesi lipidica e i geni di sensibilizzazione all’insulina. Come notato in precedenza, questi effetti degli estrogeni su Pparγ potrebbero essere specifici per il deposito e potrebbero avere ulteriori passaggi di regolazione trascrizionale che controllano i geni bersaglio di Pparg. Oltre a Pparγ, è stato dimostrato che gli estrogeni e i loro livelli reprimono direttamente la trascrizione del gene della lipoproteina lipasi (LPL) e diminuiscono l’attività della LPL attraverso modifiche post-trascrizionali . Ad esempio, le analisi cliniche dei livelli sierici di trigliceridi mostrano un aumento nelle donne in postmenopausa, ma vengono normalizzati o addirittura ridotti in risposta alla terapia ormonale sostitutiva (HRT) . Analogamente, nelle donne obese, una minore attività della LPL a digiuno è stata associata a livelli più elevati di estrogeni circolanti. È fondamentale sottolineare che l’attività della LPL è responsabile della conversione dei trigliceridi in acidi grassi liberi, consentendo l’assorbimento di acidi grassi liberi nei tessuti non epatici. Pertanto, la riduzione dell’espressione della LPL o la diminuzione della sua attività attraverso modifiche post-trascrizionali attenuerà l’assorbimento di acidi grassi liberi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni regolino l’attività e l’espressione genica della lipoproteina lipasi (LPL) in modo specifico per il tessuto adiposo bianco (WAT). In generale, sembrano mancare studi di trascrizione genetica su larga scala che esaminino il ruolo della segnalazione estrogenica nella regolazione dell’espressione genica degli adipociti sottocutanei e viscerali. Studi incentrati sulla comprensione dell’interazione tra steroidi sessuali e geni potrebbero contribuire a chiarire queste associazioni, così come studi osservazionali per descrivere le differenze nella distribuzione e nell’attività del tessuto adiposo bianco maschile e femminile.
Gli estrogeni potrebbero anche facilitare i tassi di lipolisi degli adipociti. L’attivazione dell’ERα da parte degli estrogeni sembra aumentare l’espressione dei recettori adrenergici alfa2A antilipolitici solo nel tessuto adiposo bianco sottocutaneo, ma non in quello viscerale . Inoltre, l’esame della distribuzione del grasso in donne affette da sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), una patologia in cui le ovaie producono una quantità eccessiva di androgeni, ha mostrato un’espansione preferenziale del tessuto adiposo bianco viscerale con una riduzione del tessuto adiposo bianco sottocutaneo. Si ritiene che questi cambiamenti nell’immagazzinamento e nel rimodellamento del tessuto adiposo nelle pazienti con PCOS siano dovuti ai livelli plasmatici di androgeni, che bloccano la lipolisi e stimolano la lipogenesi nei compartimenti viscerali. Inoltre, i topi ovariectomizzati trattati con estradiolo hanno mostrato risposte lipolitiche potenziate, favorendo l’ossidazione degli acidi grassi liberi e non il loro accumulo. Questo effetto lipolitico potrebbe essere attribuito ai cambiamenti nell’espressione genica indotti dagli estrogeni nel recettore nucleare dell’ormone dell’ossidazione degli acidi grassi, Pparδ, e nelle sue vie di ossidazione degli acidi grassi . Inoltre, l’ossidazione lipidica potrebbe richiedere l’attività non genomica dell’estradiolo per attivare rapidamente la proteina chinasi attivata da AMP. Tuttavia, sono necessarie ulteriori informazioni per comprendere l’intero spettro degli effetti degli estrogeni sulla lipolisi, sui tassi di lipolisi e sull’espressione genica dei geni lipolitici e lipogenici.
Struttura del VEGFA[Vascular endothelial growth factor A]
Poiché gli estrogeni possono regolare la crescita sottocutanea e bloccare l’espansione del tessuto adiposo viscerale, i ricercatori hanno esaminato se gli estrogeni modulano il potenziale angiogenico di vari depositi di tessuto adiposo. Infatti, le donne in postmenopausa tendono ad avere una riduzione del flusso sanguigno nel tessuto adiposo, aumentando la loro suscettibilità alle malattie metaboliche. I dati suggeriscono anche che l’attivazione dell’ER regola positivamente l’espressione genica del VEGFA. In accordo con ciò, il blocco dell’attività dell’ER ha mostrato una diminuzione dell’espressione genica del VEGFA, con conseguente ipertrofia degli adipociti, infiammazione e insulino-resistenza. È stato anche dimostrato che la segnalazione degli estrogeni regola l’angiotensinogeno nel fegato. È stato dimostrato che l’angiotensinogeno regola il flusso e la pressione sanguigna ed è spesso elevato nei pazienti obesi, aumentando l’ipertensione indotta dall’obesità. Coerentemente con questa nozione, l’angiotensinogeno è espresso e secreto dagli adipociti e aumenta all’interno degli adipociti ipertrofici. Inoltre, nei modelli murini, sembra che gli adipociti siano la principale fonte di angiotensinogeno e possano spiegare le variazioni della pressione sanguigna sistolica in risposta a una dieta ricca di grassi. Tuttavia, non è chiaro se gli estrogeni siano un mediatore dell’espressione e dell’attività dell’angiotensinogeno. È ben documentato che gli estrogeni possono regolare la biologia dei vasi sanguigni nel contesto dell’aterosclerosi e dell’ipertensione e che le donne in postmenopausa perdono la protezione da queste condizioni. Ad esempio, il tessuto adiposo perivascolare regola il tono vascolare, ma nelle donne in postmenopausa il tessuto adiposo bianco perivascolare si espande, aumentando la dissezione arteriosa. Sebbene questi indizi evidenzino che gli estrogeni regolano la biologia e il tono vascolare nel tessuto adiposo bianco e in altri sistemi di organi, sembra che i meccanismi molecolari e trascrizionali debbano ancora essere completamente determinati.
La variabile dell’E2 sulla α2-AR:β2-AR ratio
È stato dimostrato che il progesterone aumenta la sintesi dei recettori β2-AR durante la gravidanza e il numero di proteine G attivate, motivo per cui può essere combinato con gli agonisti dei recettori β2-AR nella minaccia di parto pretermine. L’espressione dei recettori α1-AR nel miometrio è influenzata dagli ormoni steroidei sessuali femminili, principalmente dagli estrogeni. Il 17β-estradiolo diminuisce l’espressione dei recettori α1A-AR, ma non influenza l’espressione dei recettori α1D-AR. Gli estrogeni svolgono un ruolo importante nell’influenza diretta sui sottotipi di recettori α2-AR, che sono anche coinvolti nel meccanismo della lipolisi.
I recettori α2-AR sono stati suddivisi in sottotipi α2A, α2B e α2C. Tutti e tre i sottotipi recettoriali sono accoppiati alla subunità α della proteina Gi sensibile alla tossina della pertosse e diminuiscono l’attività dell’adenilato ciclasi (AC) e le correnti di Ca2+ voltaggio-dipendenti, attivando allo stesso tempo le correnti di K+ dipendenti dal recettore. La stimolazione di questi recettori porta all’inibizione del feedback presinaptico del rilascio di (-)-noradrenalina sui neuroni adrenergici e media una varietà di funzioni cellulari, come la vasocostrizione, l’aumento della pressione sanguigna e la nocicezione. In determinate circostanze, i recettori α2-AR possono accoppiarsi non solo alle proteine Gi ma anche alle proteine Gs, con conseguente attivazione dell’AC.
Nel tessuto adiposo sottocutaneo (sc), gli estrogeni possono aumentare il numero di recettori α2A-AR, che sono coinvolti nell’inibizione della lipolisi. Ciò può contribuire al tipico modello di distribuzione del grasso femminile, in cui il grasso viene immagazzinato maggiormente a livello sottocutaneo piuttosto che viscerale. Inoltre, una condizione estrogenica non ben manipolata può rendere, dato questo effetto, più difficile raggiungere definizioni estremizzate.
E’ stato infatti osservato che l’aumento del numero di recettori α2A-AR causa una risposta lipolitica attenuata dell’Epinefrina negli adipociti sc; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-AR negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Dai risultati ci viene mostrato che gli estrogeni abbassano la risposta lipolitica nel deposito di grasso sc aumentando il numero di recettori α2A-AR, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Questi risultati dimostrano che gli estrogeni attenuano la risposta lipolitica attraverso la sovraregolazione del numero di recettori α2A-AR antilipolitici solo nel sc e non nei depositi di grasso viscerale. Pertanto, questi risultati offrono una spiegazione del modo in cui gli estrogeni, se non ben modulati, rendono molto più ostica la mobilitazione del grasso sc in specie nella donna.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15070958/]
Quindi, gli estrogeni regolano positivamente i α2A-AR direttamente nel tessuto adiposo sottocutaneo umano tramite il ERα. Questo meccanismo aumenta l’attività antilipolitica, riduce la degradazione del grasso in risposta alle catecolamine come l’Epinefrina e contribuisce a mantenere la tipica distribuzione del grasso nella parte inferiore del corpo femminile e nel tessuto adiposo sottocutaneo.
Meccanismo d’azione
Specificità recettoriale: Gli estrogeni agiscono attraverso il ERα per modulare il numero di recettori adrenergici [vedi ratio tra α2-AR (antilipolitico) e β2-AR(lipolitico) a favore del α2-AR].
Specificità del deposito: L’aumento dell’espressione si verifica esclusivamente nei depositi di grasso sottocutaneo (sc) piuttosto che in quelli viscerali o intra-addominali.
Sottoregolazionedella lipolisi: Un numero maggiore di recettori α2A-AR (che inibiscono l’adenilato ciclasi) attenua l’effetto mobilizzante del grasso dell’Epinefrina negli adipociti sottocutanei.
Implicazioni fisiologiche
Distribuzione del grasso: Inibendo la mobilizzazione del grasso specificamente nelle aree sottocutanee (regioni gluteo-femorali), gli estrogeni favoriscono l’accumulo di grasso nei depositi della parte inferiore del corpo rispetto all’accumulo viscerale.
Dualismo tra protezione metabolica e limitazione estetica: Questa regolazione dell’accumulo sito-specifica impedisce al grasso di accumularsi negli spazi intra-addominali, proteggendo così dai rischi metabolici associati all’obesità viscerale. Ciò nonostante, in un contesto di miglioramento della composizione corporea in specie nel BodyBuilding, questa caratteristica risulta limitante richiedendo specifiche modifiche nella preparazione.
Equilibrio dei recettori adrenergici
Le catecolamine (Adrenalina e Noradrenalina) si legano sia ai recettori β stimolatori che ai recettori α2A inibitori presenti sugli adipociti:
Gli adipociti sottocutanei esprimono un’elevata densità di recettori α2A adrenergici, in particolare nelle donne a causa della segnalazione estrogenica. Questo agisce come un “freno” molecolare che smorza la degradazione del grasso.
Gli adipociti viscerali esprimono un’elevata densità di recettori β₁ e β₂ e livelli inferiori di recettori α2A, rendendoli altamente sensibili alla stimolazione che induce la scissione del grasso.
Una nota sui Glucocorticoidi e Mineralocorticoidi nella donna
Le donne presentano generalmente concentrazioni basali totali più elevate di glucocorticoidi (Cortisolo) a causa del legame con le proteine, mentre le loro concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone) fluttuano ciclicamente e sono altamente sensibili alle interazioni tra ormoni sessuali. Al contrario, gli uomini mostrano concentrazioni basali più stabili, ma presentano picchi molto più netti e più elevati nei livelli di glucocorticoidi quando sottoposti a stress acuto.
Concentrazioni di glucocorticoidi (Cortisolo)
Sebbene entrambi i sessi mantengano il cortisolo entro un intervallo fisiologico ampio e simile (da 5 a 25 mcg/dL al mattino), le dinamiche di concentrazione e i meccanismi di regolazione sottostanti differiscono:
Cortisolo totale vs. libero: le donne presentano livelli di cortisolo circolante totale più elevati principalmente perché gli estrogeni stimolano la produzione di globulina legante il cortisolo (CBG) nel fegato. Tuttavia, la concentrazione di cortisolo “libero” (biologicamente attivo) rimane altamente comparabile tra uomini e donne sani.
Reattività allo stress acuto: quando esposti a stress psicologico o fisico acuto, gli uomini mostrano un picco di concentrazione di glucocorticoidi significativamente più forte e più rapido. Le donne mostrano una risposta acuta del cortisolo più attenuata, tranne durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando la loro risposta allo stress rispecchia da vicino quella degli uomini.
Ritmo circadiano: entrambi i sessi seguono un ritmo circadiano preciso, ma le donne mostrano frequentemente una risposta del cortisolo al risveglio (CAR) leggermente più pronunciata, ovvero un picco mattutino più ripido subito dopo il risveglio.
Concentrazioni di mineralcorticoidi (Aldosterone)
Le concentrazioni basali di mineralcorticoidi sono fortemente dimorfiche a causa dell’impatto diretto delle fluttuazioni ormonali sul sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS):
Variabilità ciclica vs. stabilità: Gli uomini mantengono concentrazioni basali di mineralcorticoidi molto stabili giorno per giorno. Le donne, invece, sperimentano enormi fluttuazioni a seconda del ciclo mestruale. Durante la fase luteale, le concentrazioni di aldosterone raddoppiano o triplicano perché il progesterone blocca i recettori dei mineralcorticoidi, costringendo l’organismo a produrre più aldosterone per mantenere l’equilibrio del sodio.
Selettività e sensibilità tissutale: Gli uomini mostrano naturalmente una maggiore sensibilità alle variazioni della pressione sanguigna indotte dal sale. Le donne beneficiano di meccanismi estrogenici protettivi che limitano l’iperattivazione dei recettori dei mineralcorticoidi nel sistema cardiovascolare, il che significa che una concentrazione simile di aldosterone causa meno danni vascolari nelle donne rispetto agli uomini.
Differenze a livello di recettori e meccanismi di feedback
Il modo in cui queste concentrazioni influenzano l’organismo è determinato dall’espressione dei recettori nel cervello e negli organi. Gli uomini presentano una concentrazione basale più elevata di recettori dei glucocorticoidi (GR) e recettori dei mineralcorticoidi (MR) in aree come l’ippocampo. Di conseguenza, gli uomini possiedono un meccanismo di feedback negativo altamente efficiente che interrompe rapidamente la risposta allo stress. Le donne presentano un sistema di feedback più graduale, il che significa che, sebbene le loro concentrazioni di ormoni dello stress non raggiungano picchi così elevati, il ritorno alla normalità richiede più tempo.
Appetito e chimica cerebrale: fattori scatenanti comportamentali
Lo stress cronico altera le vie neurali che regolano la fame in modo diverso nei due sessi:
Donne (Iperfagia edonica): L’aumento del Cortisolo interagisce con gli estrogeni alterando profondamente i centri cerebrali che regolano l’appetito. Le donne stressate producono livelli più elevati dell’ormone della fame Grelina e mostrano un declino più rapido dell’attività della corteccia prefrontale (il centro di controllo degli impulsi del cervello). I dati epidemiologici di uno studio mostrano che le donne sperimentano aumenti significativamente maggiori dell’indice di massa corporea (BMI) in seguito a importanti eventi stressanti rispetto agli uomini. Sperimentano un’intensa voglia di cibi iper-appetitosi e ad alta densità calorica (zucchero e grassi).
Uomini (Strategie di coping basate su sostanze): Gli uomini stressati sono biologicamente meno inclini all’alimentazione compulsiva indotta dallo stress. Al contrario, come evidenziato dalla ricerca sui meccanismi di coping, gli uomini sono più propensi a ricorrere all’alcol o al fumo per far fronte alla pressione cronica. Questo introduce calorie liquide “vuote” che aggirano i normali segnali di sazietà e accelerano ulteriormente l’accumulo di grasso viscerale nel fegato e nell’addome.
Il paradosso del RAAS nella donna in età fertile
Nelle donne in età fertile si verifica un fenomeno unico: l’attività del RAAS è naturalmente più alta durante la fase luteale del ciclo mestruale, ma senza causare ipertensione.
Il ruolo del progesterone: Durante la fase luteale, i livelli di progesterone si impennano. Il progesterone è un potente antagonista competitivo dei recettori dei mineralocorticoidi (MR); in parole semplici, blocca i recettori dell’aldosterone.
La risposta compensatoria: Per evitare una massiva perdita di sodio e una conseguente disidratazione, il corpo della donna risponde attivando fortemente il RAAS. La produzione di renina e aldosterone raddoppia o triplica per superare il blocco del progesterone.
La protezione degli estrogeni: Nonostante l’elevata concentrazione di componenti del RAAS in questa fase, gli estrogeni stimolano la produzione di ossido nitrico e promuovono la vasodilatazione, proteggendo i vasi sanguigni e impedendo l’aumento della pressione arteriosa.
Il vero rischio clinico legato a un aumento dell’attività del RAAS nella donna si manifesta dopo la menopausa.
Perdita del freno estrogenico: Nonostante l’E2 aumenti l’espressione del Angiotensiogeno epatico, con il calo degli estrogeni in menopausa, svanisce l’effetto vasodilatatore protettivo. L’angiotensina II inizia a stringere i vasi in modo incontrollato.
Spostamento verso il recettore AT1: Il deficit di estrogeni sposta l’equilibrio del RAAS verso l’attivazione dei recettori AT1 (che promuovono infiammazione, vasocostrizione e fibrosi) a discapito dei recettori AT2 (protettivi).
Conseguenze cliniche: Questo cambiamento molecolare spiega perché, dopo la menopausa, le donne mostrano una suscettibilità accelerata all’ipertensione sensibile al sale, all’ipertrofia cardiaca e alla rigidità arteriosa rispetto agli uomini della stessa età.
Sintesi sul dimorfismo sessuale ormonale-metabolico
Le differenze ormonali e metaboliche tra uomo e donna costituiscono il fondamento fisiologico della dimorfia sessuale, influenzando la composizione corporea, l’utilizzo dei substrati energetici, la risposta all’esercizio e la suscettibilità a diverse condizioni patologiche e pratiche cliniche o PEDs.
Profilo Ormonale
Le principali differenze endocrine risiedono nei livelli basali degli steroidi sessuali e nel loro pattern di secrezione.
Androgeni vs. Estrogeni e Progesterone Testosterone (Uomo): Prodotto principalmente dalle cellule di Leydig nei testicoli (95%) e dalle ghiandole surrenali. I livelli plasmatici fisiologici nell’uomo adulto variano indicativamente tra 300 e 1000 ng/dL. Il testosterone stimola la sintesi proteica muscolare via recettore AR, la densità ossea, la lipolisi e la produzione di eritropoietina (EPO).
Estrogeni (E2 / Estradiolo) e Progesterone (Donna): Nelle donne in età fertile, i livelli di estradiolo oscillano ciclicamente tra 30 e 400 pg/mL a seconda della fase del ciclo mestruale (follicolare vs. luteale/ovulatoria). Gli estrogeni hanno un ruolo protettivo sul sistema cardiovascolare, modulano la sensibilità insulinica, migliorano la salute ossea e favoriscono l’accumulo di grasso periferico/ginoide.
Pattern di Secrezione: Nell’uomo la secrezione dell’asse HHG (ipotalamo-ipofisi-gonadi) segue un ritmo circadiano (con picco nelle prime ore del mattino). Nella donna in età fertile segue un ritmo infradiano (ciclo mestruale di ~28 giorni) con marcate fluttuazioni nella sensibilità ai nutrienti e nell’idratazione corporea.
2. Distribuzione del Grasso:
Uomo (Androide): Predominanza di accumulo viscerale e addominale. Il grasso viscerale è più lipoliticamente attivo e pro-infiammatorio.
Donna (Ginoide): Predominanza di accumulo sottocutaneo su fianchi e glutei/cosce, guidato dagli estrogeni e dall’attività della lipoproteina lipasi (LPL) gluteo-femorale.
3. Ossidazione dei Nutrienti durante l’Esercizio
Ossidazione dei Lipidi (Donna): Durante l’esercizio aerobico a pari intensità relativa (%VO2max), le donne ossidano una quota maggiore di grassi rispetto ai carboidrati. L’estradiolo attiva vie di segnalazione (es. AMPK) che promuovono l’ingresso degli acidi grassi nei mitocondri.
Risparmio del Glicogeno (Donna): Questo maggior ricorso ai lipidi permette alla donna di risparmiare il glicogeno muscolare ed epatico, conferendo una maggiore resistenza alla fatica nei lavori di lunga durata/ultra-endurance.
Ossidazione dei Carboidrati (Uomo): Gli uomini dipendono in misura maggiore dai carboidrati (glicogenolisi e glicolisi) durante il lavoro submassimale e massimale. Sensibilità Insulinica e Metabolismo del Glucosio
Donne: Presentano una sensibilità insulinica muscolare mediamente superiore nell’arco della vita (fino alla menopause), in parte grazie all’azione protettiva degli estrogeni e alla maggiore densità capillare per unità di massa muscolare.
Uomini: Tendono a sviluppare più facilmente insulino-resistenza sistemica in presenza di surplus calorico, a causa del rapido accumulo di tessuto adiposo viscerale e intraepatico.
La transizione verso la menopausa e la sua fase conclamata rappresentano un reset neuroendocrino e metabolico profondo. Con la cessazione della funzione ovarica follicolare, la brusca caduta degli estrogeni e del progesterone — unita a una complessa riorganizzazione della sensibilità recettoriale — altera radicalmente l’omeostasi glucidica, lipidica e la composizione corporea.
4. Il Quadro Endocrino e il Declino degli Steroidi Sessuali
Con la menopausa, l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) subisce una drastica de-soppressione per assenza del feedback negativo indotto dagli steroidi ovarici:
Estradiolo (E2): Crolla da livelli ciclici (fino a 300-400pg/mL) a valori costantemente bassi (<10-20pg/mL). L’Estrone (E1), derivante dalla conversione periferica dell’Androstenedione da parte dell’aromatasi nel tessuto adiposo, diventa l’estrogeno circolante dominante, pur essendo un agonista recettoriale nettamente meno potente di E2.
Progesterone: Scompare quasi completamente a causa dell’assenza del corpo luteo e dell’ovulazione.
5. Androgeni (Testosterone e DHEA):
Il Testosterone varia in modo meno brusco rispetto agli estrogeni: l’ovaio in menopausa continua a produrne piccole quote guidate dalle alte concentrazioni di LH, unitamente alla produzione surrenalica. Ciò genera un iperandrogenismo relativo (aumento del rapporto Testosterone/Estradiolo libero).
SHBG (Sex Hormone-Binding Globulin): La riduzione della sintesi epatica di SHBG — indotta dal deficit estrogenico — aumenta la frazione libera e biologicamente attiva sia degli estrogeni residui sia degli androgeni.
6. Sensibilità Recettoriale e Rimodellamento Metabolico
A. L’impatto della carenza di steroidi sessuali si esplica attraverso la perdita della segnalazione dei recettori estrogenici ERα e ERβ nei tessuti metabolicamente attivi (muscolo scheletrico, fegato, tessuto adiposo e sistema vascolare).
B. Shift della Distribuzione Adipocitaria: Da Ginoide ad Androide Inattivazione della LPL Gluteo-Femorale: Gli estrogeni mantengono attiva la lipoproteina lipasi (LPL) nel distretto sottocutaneo inferiore. Senza E2, la LPL sottocutanea riduce la propria attività, mentre aumenta il deposito lipidico nel distretto viscerale (addominale). Infiammazione di Basso Grado: Il tessuto adiposo viscerale espanso recluta macrofagi M1 pro-infiammatori e secerne citochine TNF-alpha, IL-6, favorendo uno stato flogistico cronico che peggiora ulteriormente l’insulino-resistenza sistemica.
C. Profilo Lipidico e Salute Cardiovascolare Down-regulation dei Recettori LDL Epatici: La mancanza di estrogeni riduce l’espressione dei recettori per le LDL a livello epatico, portando a un incremento significativo del colesterolo LDL e dei trigliceridi ematici, unito a una contrazione o alterazione funzionale delle HDL. Tono Vascolare: Viene meno la stimolazione della sintesi di ossido nitrico endoteliale (eNOS) mediate da ERα, aumentando la rigidità arteriosa e la pressione arteriosa sistemica.
7. Risposta agli Steroidi Sessuali Esogeni
La sensibilità del tessuto bersaglio alla somministrazione esogena di steroidi cambia significativamente in relazione alla tempistica di avvio del trattamento e al contesto recettoriale.
Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS / HRT) La “Finestra d’Opportunità” (Timing Hypothesis): Se la TOS (a base di E2 bioidentico, affiancato da progesterone/progestinico a protezione endometriale nelle donne non isterectomizzate) viene avviata precocemente nella perimenopausa o nei primi anni di menopausa (<60 anni o <10 anni dalla menopausa), ripristina la sensibilità insulinica, previene l’accumulo di grasso viscerale, preserva la densità minerale ossea (BMD) e protegge la funzione endoteliale.
Somministrazione Tardiva: L’avvio della TOS a distanza di molti anni dall’avvenuta menopausa trova vasi e recettori in uno stato indurito/pro-infiammatorio, riducendo i benefici metabolici e aumentando il rischio tromboembolico e cardiovascolare.
Via di Somministrazione: La via transdermica per l’Estradiolo evita il primo passaggio epatico, non altera i fattori della coagulazione e la SHBG, e garantisce una risposta metabolica e un profilo di sicurezza sovrapponibili alla fisiologia.
8. Sensibilità agli Androgeni Esogeni
In caso di deficit sintomatico di libido e affaticamento marcato, micro-dosi di Testosterone (sotto stretta supervisione medica) mostrano un’elevata sensibilità recettoriale nel tessuto osseo, muscolare e cerebrale. Tuttavia, la risposta della donna in menopausa agli androgeni è estremamente sensibile alle dosi: nonostante non sembri manifestarsi come nel periodo pre-menopausa, sottili sovradossaggi portano rapidamente a segni di virilizzazione, riduzione delle HDL e ritenzione idrica, data la differente densità/sensibilità recettoriale presumibilmente correlata al volume di distribuzione ridotto rispetto all’uomo.
Butenandt, Adolf; Westphal, Ulrich; Cobler, Heinz (12 September 1934). “Über einen Abbau des Stigmasterins zu corpus-luteum-wirksamen Stoffen; ein Beitrag zur Konstitution des Corpusluteum-Hormons (Vorläuf. Mitteil.)”. Berichte der Deutschen Chemischen Gesellschaft (A and B Series). 67 (9): 1611–1616.
Henderson E, Weinberg M, Wright WA (April 1950). “Pregnenolone”. J. Clin. Endocrinol. Metab. 10 (4): 455–74.
I ruoli fisiologici degli androgeni e dei glucocorticoidi sono molto diversi, e ciò si riflette nelle loro applicazioni cliniche. Gli androgeni sono gli steroidi sessuali principalmente coinvolti nello sviluppo e nel mantenimento degli organi riproduttivi maschili e nella spermatogenesi. Clinicamente, possono apportare benefici come terapia ormonale sostitutiva per gli uomini ipogonadici, al limite dell’ipogonadismo con sintomatologia correlata o in casi di cachessia grave o osteoporosi. D’altra parte, nella terapia del carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, l’azione degli androgeni viene bloccata dalla deprivazione androgenica, dagli inibitori della sintesi androgenica e/o dall’uso di antagonisti del recettore degli androgeni (AR). I glucocorticoidi, invece, controllano principalmente l’infiammazione e il metabolismo, il che ha portato al loro ampio utilizzo nel trattamento di disturbi infiammatori e immunologici.
Gli effetti degli androgeni e dei glucocorticoidi sono mediati dai rispettivi recettori, l’AR e il recettore dei glucocorticoidi (GR), entrambi recettori nucleari. I recettori nucleari sono fattori di trascrizione inducibili da ligandi; possiedono un dominio di legame al DNA (DBD) situato centralmente, collegato tramite una regione cerniera a un dominio di legame al ligando (LBD) carbossiterminale e a una funzione di attivazione (NTD) amminoterminale. Il DBD è costituito da due moduli di coordinazione dello Zinco e rappresenta il dominio caratteristico della famiglia dei recettori nucleari.
Prove cliniche e molecolari sempre più numerose suggeriscono anche che gli steroidi sessuali modulano i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del recettore dei mineralcorticoidi. Pertanto, marcate variazioni ormonali possono influenzare l’attività del recettore dei mineralcorticoidi e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del recettore dei mineralcorticoidi sui tessuti epiteliali ed endoteliali. Ciò a sua volta determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari e di danni renali.
In questi due articoli andremo ad analizzare l’attività fisiologica di Cortisolo e Aldosterone e gli effetti sistemici della loro alterazione per poi approfondire l’interazione degli AAS con i sistemi ormonali in questione e come questo possa essere gestito per il miglioramento della preparazione, estetica e Harm Reduction.
–Cortisolo – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-
Biosintesi e affinità recettoriale
Molecola di Cortisolo
Il Cortisolo è un ormone steroideo, appartenente alla classe degli ormoni glucocorticoidi. Quando viene utilizzato come farmaco, è noto come Idrocortisone.
Il Cortisolo viene sintetizzato nel corpo umano a partire dal Colesterolo dalla zona fascicolata della ghiandola surrenale, il secondo dei tre strati che compongono la corteccia surrenale. Questa corteccia forma la “corteccia” esterna di ciascuna ghiandola surrenale, situata sopra i reni. Il rilascio di Cortisolo è controllato dall’Ipotalamo nel cervello. La secrezione dell’Ormone di Rilascio della Corticotropina da parte dell’Ipotalamo innesca le cellule della vicina Ipofisi anteriore a secernere l’Ormone Adrenocorticotropo (ACTH) nel sistema vascolare, attraverso il quale viene trasportato alla corteccia surrenale. L’ACTH stimola la sintesi di Cortisolo e di altri glucocorticoidi, mineralcorticoidi e androgeni, come Aldosterone e Deidroepiandrosterone [DHEA].
Percorsi di regolazione fisiologica del cortisolo nell’organismo. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) controlla la sintesi del cortisolo nella ghiandola surrenale e il suo rilascio nella circolazione. L’attività dell’asse HPA è regolata dall’orologio circadiano, dal feedback negativo del cortisolo circolante, da fattori di stress esterni e da altri fattori. Il cortisolo e il cortisone inattivo vengono convertiti l’uno nell’altro dagli enzimi 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD) per l’attivazione e l’inattivazione reversibili nei tessuti periferici. Il fegato, il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico sono i siti predominanti dell’attivazione del cortisolo da parte dell’11β-HSD1, mentre il rene è il sito predominante per l’inattivazione reversibile del cortisolo da parte dell’11β-HSD2. L’inattivazione finale del cortisolo avviene nel fegato attraverso la riduzione enzimatica in tetraidrocortisolo (THF), 5α-tetraidrocortisolo (5α-THF) e tetraidrocortisone (THE). Questi metaboliti vengono infine eliminati dall’organismo attraverso la filtrazione renale e l’escrezione nelle urine.
Il Cortisolo è un corticosteroide pregnano anche noto come 11β,17α,21-triidrossipregn-4-ene-3,20-dione.
Il nome “Cortisolo” deriva dalla parola “corteccia”. Corteccia significa “strato esterno”, in riferimento alla corteccia surrenale, la parte della ghiandola surrenale in cui viene sintetizzato il cortisolo.
Sebbene la corteccia surrenale umana produca anche Aldosterone nella zona glomerulare e alcuni ormoni sessuali nella zona reticolare, il Cortisolo è la sua principale secrezione nell’uomo e in diverse altre specie. Nell’uomo, la midollare della ghiandola surrenale si trova sotto la corteccia e secerne principalmente le catecolamine Adrenalina (epinefrina) e Noradrenalina (norepinefrina) sotto stimolazione simpatica.
La sintesi del Cortisolo nella ghiandola surrenale è stimolata dal lobo anteriore dell’ipofisi tramite l’ACTH; la produzione di ACTH è a sua volta stimolata dal CRH, rilasciato dall’ipotalamo, come abbiamo accennato in precedenza. L’ACTH aumenta la concentrazione di colesterolo nella membrana mitocondriale interna, attraverso la regolazione della proteina regolatrice acuta della steroidogenesi. Stimola inoltre la principale tappa limitante della sintesi del Cortisolo, in cui il colesterolo viene convertito in Pregnenolone e catalizzato dal citocromo P450SCC (enzima di scissione della catena laterale).
Il Cortisolo viene metabolizzato reversibilmente in Cortisone dal sistema 11-beta idrossisteroide deidrogenasi (11-beta HSD), che è costituito da due enzimi: 11-beta HSD1 e 11-beta HSD2. Il metabolismo del Cortisolo in Cortisone comporta l’ossidazione del gruppo idrossilico in posizione 11-beta.
Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 5-alfa tetraidrocortisolo (5-alfa THF) e 5-beta tetraidrocortisolo (5-beta THF), reazioni per le quali la 5-alfa reduttasi e la 5-beta reduttasi sono rispettivamente i fattori limitanti la velocità. La 5-beta reduttasi è anche il fattore limitante la velocità nella conversione del Cortisone in Tetraidrocortisone.
Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 6β-idrossicortisolo dalle monoossigenasi del citocromo P450-3A, principalmente CYP3A4. I farmaci che inducono il CYP3A4 possono accelerare la clearance del Cortisolo.
Il Cortisolo agisce come agonista dei recettori dei corticosteroidi, inclusi il recettore dei glucocorticoidi (GR) e il recettore dei mineralcorticoidi (MR). Il Cortisolo è anche un agonista dei recettori dei corticosteroidi di membrana, inclusi i recettori dei glucocorticoidi di membrana (mGR) e i recettori dei mineralcorticoidi di membrana (mMR).
Oltre alla sua azione agonista sui recettori dei corticosteroidi, è stato riportato che il Cortisolo è un regolatore bifasico altamente potente del recettore GABAA, agendo come modulatore allosterico positivo a basse concentrazioni (1-10 pM) e come modulatore allosterico negativo ad alte concentrazioni (10-1.000 nM).
Negli esseri umani si riscontrano cicli diurni dei livelli di Cortisolo. Negli esseri umani, questo ciclo è caratterizzato da alti livelli di Cortisolo al mattino presto, poco prima o al momento del risveglio. Questo è spesso noto come risposta del cortisolo al risveglio. I livelli di cortisolo diminuiscono poi durante il giorno, raggiungendo il minimo in tarda serata. Oltre al ritmo diurno nel ciclo giorno-notte, il Cortisolo viene rilasciato anche con un ritmo ultradiano. Questo ritmo ultradiano è caratterizzato da impulsi orari di secrezione di Cortisolo.
Effetti fisiologici
-Metabolismo del Glucosio
Il Cortisolo regola il metabolismo del glucosio e promuove la gluconeogenesi (sintesi del glucosio) nel fegato, producendo glucosio da fornire ad altri tessuti. Aumenta anche i livelli di glucosio nel sangue riducendo l’assorbimento di glucosio nei muscoli e nel tessuto adiposo, diminuendo la sintesi proteica e aumentando la scomposizione dei grassi in acidi grassi (lipolisi). Tutti questi passaggi metabolici hanno l’effetto netto di aumentare i livelli di glucosio nel sangue, che alimentano il cervello e altri tessuti durante la risposta di lotta o fuga. Il cortisolo è anche responsabile del rilascio di aminoacidi dai muscoli, fornendo un substrato per la gluconeogenesi. Il suo impatto è complesso e diversificato.
In generale, il cortisolo stimola la gluconeogenesi (la sintesi di glucosio “nuovo” a partire da fonti non glucidiche, che avviene principalmente nel fegato, ma anche nei reni e nell’intestino tenue in determinate circostanze). L’effetto netto è un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue, ulteriormente compensato da una diminuzione della sensibilità dei tessuti periferici all’insulina, impedendo così a questi ultimi di assorbire il glucosio dal sangue. Il cortisolo ha un effetto permissivo sull’azione degli ormoni che aumentano la produzione di glucosio, come il glucagone e l’adrenalina.
Il cortisolo svolge anche un ruolo importante, seppur indiretto, nella glicogenolisi epatica e muscolare (la scomposizione del glicogeno in glucosio-1-fosfato e glucosio), che avviene in seguito all’azione del glucagone e dell’adrenalina. Inoltre, il cortisolo facilita l’attivazione della glicogeno fosforilasi, necessaria affinché l’adrenalina possa esercitare il suo effetto sulla glicogenolisi.
Paradossalmente, il cortisolo promuove sia la gluconeogenesi (biosintesi di molecole di glucosio) nel fegato sia la glicogenesi (polimerizzazione delle molecole di glucosio in glicogeno); pertanto, è più corretto considerarlo come uno stimolatore del metabolismo glucosio/glicogeno nel fegato. Questo contrasta con l’effetto del cortisolo nel muscolo scheletrico, dove la glicogenolisi è promossa indirettamente attraverso le catecolamine. In questo modo, cortisolo e catecolamine agiscono sinergicamente per promuovere la scomposizione del glicogeno muscolare in glucosio, che viene poi utilizzato nel tessuto muscolare.
In breve, il cortisolo contrasta l’insulina, contribuisce all’iperglicemia stimolando la gluconeogenesi e inibisce l’uso periferico del glucosio (insulino-resistenza) diminuendo la traslocazione dei trasportatori di glucosio (in particolare GLUT4) alla membrana cellulare. Il cortisolo aumenta anche la sintesi di glicogeno (glicogenesi) nel fegato, immagazzinando il glucosio in una forma facilmente accessibile.
-Metabolismo proteico e lipidico
Livelli elevati di Cortisolo, se prolungati, possono portare a proteolisi (degradazione delle proteine) e atrofia muscolare. La ragione della proteolisi è quella di fornire al tessuto interessato una materia prima per la gluconeogenesi; vedi aminoacidi glucogenici. Gli effetti del cortisolo sul metabolismo lipidico sono più complicati poiché la lipogenesi è osservata in pazienti con livelli circolanti di glucocorticoidi (cioè cortisolo) cronicamente elevati, sebbene un aumento acuto del cortisolo circolante promuova la lipolisi. La spiegazione usuale per giustificare questa apparente discrepanza è che l’aumento della concentrazione di glucosio nel sangue (attraverso l’azione del cortisolo) stimolerà il rilascio di insulina. L’insulina stimola la lipogenesi, quindi questa è una conseguenza indiretta dell’aumento della concentrazione di cortisolo nel sangue, ma si verificherà solo su una scala temporale più lunga.
Il cortisolo aumenta gli aminoacidi liberi nel siero inibendo la formazione di collagene, diminuendo l’assorbimento di aminoacidi da parte dei muscoli e inibendo la sintesi proteica. Il cortisolo (come l’opticortinolo) può inibire inversamente le cellule precursori dell’IgA nell’intestino dei vitelli. Il cortisolo inibisce anche l’IgA nel siero, come fa con l’IgM; tuttavia, non è dimostrato che inibisca l’IgE.
Si parla di effetti in acuto e propedeutici ad eventi anabolici consequenziali per modifica di condizioni induttive una risposta organica. I problemi sopraggiungono quando i livelli di Cotisolo si alzano in cronico oltre il basale.
-Ossa e Collagene
Struttura molecolare del RANKL
Il cortisolo riduce la formazione ossea, favorendo lo sviluppo a lungo termine dell’osteoporosi se cronicizzato (malattia ossea progressiva). Il meccanismo alla base di questo fenomeno è duplice: il cortisolo stimola la produzione di RANKL da parte degli osteoblasti, che a sua volta stimola, legandosi ai recettori RANK, l’attività degli osteoclasti, cellule responsabili del riassorbimento di calcio dall’osso, e inibisce anche la produzione di osteoprotegerina (OPG), che agisce come recettore “esca” e cattura parte del RANKL prima che questo possa attivare gli osteoclasti tramite RANK. In altre parole, quando il RANKL si lega all’OPG, non si verifica alcuna risposta, a differenza del legame con RANK che porta all’attivazione degli osteoclasti.
Trasporta inoltre il potassio fuori dalle cellule in cambio di un numero uguale di ioni sodio (vedi sopra). Questo può innescare l’iperkaliemia da shock metabolico post-operatorio. Il cortisolo riduce anche l’assorbimento di calcio nell’intestino. Il cortisolo riduce la sintesi del collagene.
-Bilancio degli Elettroliti
Il cortisolo aumenta la velocità di filtrazione glomerulare e il flusso plasmatico renale dai reni, incrementando così l’escrezione di fosfato, oltre ad aumentare la ritenzione di sodio e acqua e l’escrezione di potassio agendo sui recettori dei mineralcorticoidi. Aumenta anche l’assorbimento di sodio e acqua e l’escrezione di potassio nell’intestino.
Sistema filtrazione glomerulare
Il cortisolo promuove l’assorbimento di sodio attraverso l’intestino tenue dei mammiferi. Tuttavia, la deplezione di sodio non influisce sui livelli di cortisolo, quindi il cortisolo non può essere utilizzato per regolare il sodio sierico. Lo scopo originario del cortisolo potrebbe essere stato il trasporto del sodio. Questa ipotesi è supportata dal fatto che i pesci d’acqua dolce utilizzano il cortisolo per stimolare l’ingresso di sodio, mentre i pesci d’acqua salata hanno un sistema basato sul cortisolo per espellere il sodio in eccesso.
Un carico di sodio aumenta l’intensa escrezione di potassio mediata dal cortisolo. In questo caso, il corticosterone è paragonabile al cortisolo. Affinché il potassio possa uscire dalla cellula, il cortisolo sposta un numero uguale di ioni sodio all’interno della cellula.[33] Questo dovrebbe rendere la regolazione del pH molto più semplice (a differenza della normale situazione di carenza di potassio, in cui due ioni sodio entrano per ogni tre ioni potassio che escono, più simile all’effetto del desossicorticosterone).
-Risposta immunitaria
Il cortisolo previene il rilascio nell’organismo di sostanze che causano infiammazione. Viene utilizzato per trattare patologie derivanti da un’eccessiva attività della risposta anticorpale mediata dai linfociti B. Esempi includono malattie infiammatorie e reumatiche, nonché allergie. L’idrocortisone topico a basso dosaggio, disponibile senza prescrizione medica in alcuni paesi, viene utilizzato per trattare problemi cutanei come eruzioni cutanee ed eczema.
Struttura molecolare del TNF-alfa.
Il cortisolo inibisce la produzione di interleuchina 12 (IL-12), interferone gamma (IFN-gamma), IFN-alfa e fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa) da parte delle cellule presentanti l’antigene (APC) e dei linfociti T helper (linfociti Th1), ma aumenta la produzione di interleuchina 4, interleuchina 10 e interleuchina 13 da parte dei linfociti Th2. Questo cambiamento determina uno spostamento verso una risposta immunitaria di tipo Th2 anziché una generale immunosoppressione. Si ritiene che l’attivazione del sistema dello stress (e il conseguente aumento del cortisolo e spostamento verso la risposta Th2) osservata durante un’infezione sia un meccanismo protettivo che previene un’eccessiva attivazione della risposta infiammatoria.[19]
Il cortisolo può indebolire l’attività del sistema immunitario. Il cortisolo impedisce la proliferazione delle cellule T rendendo le cellule T produttrici di interleuchina-2 insensibili all’interleuchina-1 e incapaci di produrre il fattore di crescita delle cellule T IL-2. Il cortisolo riduce l’espressione del recettore IL-2R sulla superficie delle cellule T helper, necessario per indurre una risposta immunitaria cellulare Th1. Ciò favorisce quindi uno spostamento verso la dominanza Th2 e il rilascio delle citochine sopra elencate, che determina la dominanza Th2 e favorisce la risposta immunitaria anticorpale umorale mediata dalle cellule B.
Struttura molecolare del IL-6.
Il cortisolo ha anche un effetto di feedback negativo sull’IL-1. Il meccanismo di feedback negativo funziona in questo modo: uno stressor immunitario induce le cellule immunitarie periferiche a rilasciare IL-1 e altre citochine come IL-6 e TNF-alfa. Queste citochine stimolano l’ipotalamo, che a sua volta rilascia l’ormone di rilascio della corticotropina (CRH). Il CRH, a sua volta, stimola la produzione di ormone adrenocorticotropo (ACTH), tra le altre cose, nella ghiandola surrenale, che (tra le altre cose) aumenta la produzione di cortisolo. Il cortisolo chiude quindi il ciclo inibendo la produzione di TNF-alfa nelle cellule immunitarie e rendendole meno reattive all’IL-1.
Attraverso questo sistema, finché lo stressor immunitario è di lieve entità, la risposta viene regolata al livello corretto. In generale, l’ipotalamo utilizza il cortisolo per ridurre la risposta una volta che la sua produzione corrisponde allo stress indotto sul sistema immunitario. Ma in caso di infezione grave o in situazioni in cui il sistema immunitario è eccessivamente sensibilizzato a un antigene (come nelle reazioni allergiche) o si verifica un’ondata massiccia di antigeni (come può accadere con i batteri endotossici), il punto di equilibrio corretto potrebbe non essere mai raggiunto [necessario chiarimento]. Inoltre, a causa della down-regulation dell’immunità Th1 da parte del cortisolo e di altre molecole di segnalazione, alcuni tipi di infezione (come quella da Mycobacterium tuberculosis) possono indurre l’organismo a bloccare la modalità di attacco errata, utilizzando una risposta umorale mediata da anticorpi quando sarebbe necessaria una risposta cellulare.
I linfociti includono i linfociti B, che sono le cellule produttrici di anticorpi dell’organismo e sono quindi i principali agenti dell’immunità umorale. Un numero maggiore di linfociti nei linfonodi, nel midollo osseo e nella pelle indica che l’organismo sta aumentando la sua risposta immunitaria umorale. I linfociti B rilasciano anticorpi nel flusso sanguigno. Questi anticorpi riducono l’infezione attraverso tre vie principali: neutralizzazione, opsonizzazione e attivazione del complemento. Gli anticorpi neutralizzano i patogeni legandosi alle proteine di superficie, impedendo loro di aderire alle cellule dell’ospite. Nell’opsonizzazione, gli anticorpi si legano al patogeno e creano un bersaglio per le cellule immunitarie fagocitiche, che lo individuano e vi si agganciano, consentendo loro di distruggere il patogeno più facilmente. Infine, gli anticorpi possono anche attivare le molecole del complemento, che possono combinarsi in vari modi per promuovere l’opsonizzazione o persino agire direttamente per lisare un batterio. Esistono molti tipi diversi di anticorpi e la loro produzione è molto complessa, coinvolgendo diversi tipi di linfociti, ma in generale i linfociti e altre cellule che regolano e producono anticorpi migrano verso i linfonodi per favorire il rilascio di questi anticorpi nel flusso sanguigno.
Dall’altro lato, ci sono le cellule natural killer (NK); queste cellule hanno la capacità di eliminare minacce di dimensioni maggiori come batteri, parassiti e cellule tumorali. Uno studio separato ha scoperto che il cortisolo disarma efficacemente le cellule natural killer, riducendo l’espressione dei loro recettori di citotossicità naturali. La prolattina ha l’effetto opposto. Aumenta l’espressione dei recettori di citotossicità sulle cellule natural killer, incrementandone la potenza di fuoco.
Azione delle cellule Natural Killer
Il cortisolo stimola molti enzimi contenenti rame (spesso fino al 50% del loro potenziale totale), tra cui la lisil ossidasi, un enzima che reticola il collagene e l’elastina. Particolarmente utile per il sistema immunitario.
La carenza di cortisolo può causare una condizione chiamata insufficienza surrenalica, che può provocare sintomi come affaticamento, perdita di peso, bassa pressione sanguigna, nausea, vomito e dolore addominale. L’insufficienza surrenalica può anche compromettere la capacità dell’organismo di far fronte allo stress e alle infezioni, poiché il cortisolo contribuisce a mobilitare le risorse energetiche, ad aumentare la frequenza cardiaca e a ridurre i processi metabolici non essenziali durante lo stress. Pertanto, sopprimendo la produzione di cortisolo, alcuni virus possono eludere il sistema immunitario e indebolire la salute generale e la resistenza dell’organismo.
Il Cortisolo stimola la secrezione di acido gastrico. L’unico effetto diretto del Cortisolo sull’escrezione di ioni idrogeno da parte dei reni è quello di stimolare l’escrezione di ioni ammonio disattivando l’enzima glutaminasi renale.
-Memoria e Stress
Il Cortisolo agisce in sinergia con l’adrenalina (epinefrina) per creare ricordi di eventi emotivi a breve termine; questo è il meccanismo proposto per la memorizzazione di ricordi vividi e potrebbe originarsi come mezzo per ricordare cosa evitare in futuro. Tuttavia, l’esposizione prolungata al cortisolo danneggia le cellule dell’ippocampo; questo danno provoca un apprendimento compromesso. Lo stress prolungato può portare ad alti livelli di cortisolo circolante (considerato uno dei più importanti tra i diversi “ormoni dello stress”). Le donne mostrano aumenti di cortisolo maggiori rispetto agli uomini in caso di stress cronico.
Livelli elevati di Cortisolo possono causare gonfiore e ritenzione idrica al viso, conferendogli un aspetto rotondo e gonfio, noto come “viso da cortisolo”. Questo non è dovuto allo stress quotidiano, ma a rari disturbi ormonali.
Regolazione e alterazione dei livelli di Cortisolo
-Regolazione
Feedback positivo e negativo dell’Asse HPA.
Il controllo primario del Cortisolo è affidato all’ACTH, un peptide prodotto dall’ipofisi. Una volta rilasciato dall’ipofisi, l’ACTH viaggia nella circolazione generale fino alla ghiandola surrenale, dove si lega ai recettori della melanocortina 2, stimolando la produzione di cortisolo. L’ACTH è a sua volta controllato dal CRH, un peptide ipotalamico, che è sotto controllo nervoso. Il CRH agisce in sinergia con l’arginina vasopressina, l’angiotensina II e l’adrenalina.
L’assunzione di potassio aumenta anche i livelli di ACTH e cortisolo negli esseri umani. Questo è probabilmente il motivo per cui la carenza di potassio provoca una diminuzione del cortisolo (come già accennato) e una riduzione della conversione dell’11-deossicortisolo in cortisolo. Questo potrebbe anche avere un ruolo nel dolore dell’artrite reumatoide; i livelli di potassio cellulare sono sempre bassi nell’artrite reumatoide.
È stato inoltre dimostrato che la presenza di acido ascorbico, in particolare ad alte dosi, media la risposta allo stress psicologico e accelera la diminuzione dei livelli di cortisolo circolante nell’organismo dopo lo stress. Questo declino può essere evidenziato da una diminuzione della pressione sanguigna sistolica e diastolica e da una riduzione dei livelli di cortisolo salivare dopo il trattamento con acido ascorbico.
-Fattori che aumentano i livelli di cortisolo
Le infezioni virali aumentano i livelli di cortisolo attraverso l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) da parte delle citochine.
L’esercizio aerobico intenso (VO2 max elevato) o prolungato, come l’esercizio contro-resistenza, aumenta transitoriamente i livelli di cortisolo per incrementare la gluconeogenesi e mantenere la glicemia; tuttavia, il cortisolo torna a livelli normali dopo i pasti (ovvero, ripristinando un equilibrio energetico neutro).
Traumi gravi o eventi stressanti possono elevare i livelli di cortisolo nel sangue per periodi prolungati.
Le diete a basso contenuto calorico e/o di carboidrati causano un aumento a breve termine del cortisolo a riposo (circa 3 settimane) e aumentano la risposta del cortisolo all’esercizio aerobico a breve e lungo termine.
L’aumento della concentrazione di grelina, l’ormone che stimola l’appetito, aumenta i livelli di cortisolo.
Alterazioni iatrogene [vedi uso/abuso di AAS, beta-agonisti ecc…] possono innescare risposte di aumento della sintesi di Cortisolo nel medio/lungo termine
Alcune patologie sono correlate a una produzione anomala di Cortisolo, come ad esempio:
Ipercortisolismo primario (sindrome di Cushing): livelli eccessivi di cortisolo
Ipercortisolismo secondario (tumore ipofisario che causa la malattia di Cushing, pseudo-sindrome di Cushing)
Ipocortisolismo primario (malattia di Addison, sindrome di Nelson): livelli insufficienti di cortisolo
Ipocortisolismo secondario (tumore ipofisario, sindrome di Sheehan)
*Nessuna traccia della fantomatica “Adrenal Fatigue”…
-Aldosterone – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-
Struttura molecolare dell’Aldosterone
Come già detto in precedenza, i corticosteroidi vengono sintetizzati a partire dal colesterolo nella zona glomerulare e nella zona fascicolata della corteccia surrenale. La maggior parte delle reazioni steroidogeniche è catalizzata da enzimi della famiglia del citocromo P450. Questi enzimi si trovano nei mitocondri e richiedono l’adrenodossina come cofattore (ad eccezione della 21-idrossilasi e della 17α-idrossilasi).
L’Aldosterone e il corticosterone condividono la prima parte delle loro vie biosintetiche. Le fasi finali sono mediate dall’Aldosterone sintasi (per l’Aldosterone) o dalla 11β-idrossilasi (per il corticosterone). Questi enzimi sono quasi identici (condividono le funzioni di 11β-idrossilazione e 18-idrossilazione), ma l’aldosterone sintasi è anche in grado di effettuare un’ossidazione in posizione 18. Inoltre, l’aldosterone sintasi si trova nella zona glomerulare, al margine esterno della corteccia surrenale. L’11β-idrossilasi si trova nella zona glomerulare e nella zona fascicolata.
Biosintesi dell’Aldosterone
Steroidogenesi, che mostra la sintesi di aldosterone nell’angolo in alto a destra. L’aldosterone sintasi è normalmente assente in altre sezioni della ghiandola surrenale.
-Stimolo secretorio
La sintesi di Aldosterone è stimolata da diversi fattori:
aumento della concentrazione plasmatica di angiotensina III, un metabolita dell’angiotensina II;
aumento dei livelli plasmatici di angiotensina II, ACTH o potassio, presenti in proporzione alle carenze di sodio nel plasma. (L’aumento del livello di potassio regola la sintesi di aldosterone depolarizzando le cellule della zona glomerulare, il che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti). Il livello di angiotensina II è regolato dall’angiotensina I, che a sua volta è regolata dalla renina, un ormone secreto dai reni.
Le concentrazioni sieriche di potassio sono il principale stimolatore della secrezione di aldosterone.
Il test di stimolazione con ACTH, talvolta utilizzato per stimolare la produzione di aldosterone insieme al cortisolo al fine di determinare la presenza di insufficienza surrenalica primaria o secondaria. Tuttavia, l’ACTH ha solo un ruolo minore nella regolazione della produzione di aldosterone; Nell’ipopituitarismo non si verifica atrofia della zona glomerulare.
Acidosi plasmatica
I recettori di stiramento situati negli atri del cuore. Se viene rilevata una diminuzione della pressione sanguigna, la ghiandola surrenale viene stimolata da questi recettori a rilasciare aldosterone, che aumenta il riassorbimento di sodio dalle urine, dal sudore e dall’intestino. Ciò causa un aumento dell’osmolarità nel fluido extracellulare, che alla fine riporterà la pressione sanguigna verso la normalità.
L’adrenoglomerulotropina, un fattore lipidico, ottenuto da estratti della ghiandola pineale. Stimola selettivamente la secrezione di aldosterone.
La secrezione di aldosterone ha un ritmo circadiano.
Il sistema renina-angiotensina, che evidenzia il ruolo dell’aldosterone tra le ghiandole surrenali e i reni.
-Controllo del rilascio di Aldosterone dalla corteccia surrenale
L’angiotensina II è coinvolta nella regolazione dell’aldosterone e ne costituisce il meccanismo di regolazione principale. L’angiotensina II agisce in sinergia con il potassio e il feedback del potassio è praticamente inattivo in assenza di angiotensina II. Una piccola parte della regolazione derivante dall’angiotensina II deve avvenire indirettamente a causa della diminuzione del flusso sanguigno attraverso il fegato dovuta alla costrizione dei capillari. Quando il flusso sanguigno diminuisce, diminuisce anche la degradazione dell’aldosterone da parte degli enzimi epatici.
Struttura molecolare della Angiotensina II.
Sebbene la produzione sostenuta di aldosterone richieda un ingresso persistente di calcio attraverso i canali del Ca2+ attivati a bassa tensione, le cellule isolate della zona glomerulare sono considerate non eccitabili, con potenziali di membrana registrati troppo iperpolarizzati per consentire l’ingresso dei canali del Ca2+. Tuttavia, le cellule della zona glomerulare di topo all’interno di sezioni di surrene generano spontaneamente oscillazioni del potenziale di membrana a bassa periodicità; questa innata eccitabilità elettrica delle cellule della zona glomerulare fornisce una piattaforma per la produzione di un segnale ricorrente dei canali Ca2+ che può essere controllato dall’angiotensina II e dal potassio extracellulare, i 2 principali regolatori della produzione di aldosterone. I canali Ca2+ voltaggio-dipendenti sono stati rilevati nella zona glomerulare della ghiandola surrenale umana, il che suggerisce che i bloccanti dei canali Ca2+ possono influenzare direttamente la biosintesi adrenocorticale dell’aldosterone in vivo.
La quantità di renina plasmatica secreta e che influenza la regolazione della secrezione di Aldosterone è una funzione indiretta del potassio sierico, probabilmente determinato da sensori presenti nell’arteria carotide.
L’ACTH, un peptide ipofisario, ha anche un certo effetto stimolante sull’aldosterone, probabilmente stimolando la formazione di desossicorticosterone, un precursore dell’aldosterone. L’aldosterone aumenta in caso di perdita di sangue, gravidanza e possibilmente anche in altre circostanze come sforzo fisico, shock endotossico e ustioni.
La produzione di Aldosterone è influenzata, in misura maggiore o minore, dal controllo nervoso, che integra l’inverso della pressione dell’arteria carotide, il dolore, la postura e probabilmente le emozioni (ansia, paura e ostilità) (incluso lo stress chirurgico). L’ansia aumenta l’Aldosterone, il che deve essersi evoluto a causa del ritardo temporale coinvolto nella migrazione dell’aldosterone nel nucleo cellulare. Pertanto, per un animale è vantaggioso anticipare un futuro bisogno derivante dall’interazione con un predatore, poiché un contenuto sierico troppo elevato di potassio ha effetti molto negativi sulla trasmissione nervosa.
I barocettori sensibili alla pressione si trovano nelle pareti dei vasi di quasi tutte le grandi arterie del torace e del collo, ma sono particolarmente abbondanti nei seni delle arterie carotidi e nell’arco aortico. Questi recettori specializzati sono sensibili alle variazioni della pressione arteriosa media. Un aumento della pressione rilevata determina un aumento della frequenza di scarica dei barocettori e una risposta di feedback negativo, che abbassa la pressione arteriosa sistemica. Il rilascio di aldosterone causa ritenzione di sodio e acqua, con conseguente aumento del volume ematico e aumento della pressione sanguigna, che viene rilevato dai barocettori. Per mantenere la normale omeostasi, questi recettori rilevano anche la bassa pressione sanguigna o il basso volume ematico, provocando il rilascio di aldosterone. Ciò determina la ritenzione di sodio nei reni, con conseguente ritenzione idrica e aumento del volume ematico.
Riflesso barocettivo.
I livelli di Aldosterone variano in funzione inversa dell’assunzione di sodio, rilevata tramite la pressione osmotica. La pendenza della risposta dell’aldosterone al potassio sierico è quasi indipendente dall’assunzione di sodio. L’aldosterone aumenta con un basso apporto di sodio, ma il tasso di aumento dell’aldosterone plasmatico all’aumentare del potassio nel siero non è molto inferiore con un elevato apporto di sodio rispetto a un basso apporto. Pertanto, il potassio è fortemente regolato dall’aldosterone a tutti i livelli di assunzione di sodio, quando l’apporto di potassio è adeguato, come avviene solitamente nelle diete dei cacciatori-raccoglitori.
Il feedback della concentrazione di aldosterone stessa è di natura non morfologica (ovvero, diverso dalle variazioni del numero o della struttura delle cellule) ed è debole, quindi i feedback elettrolitici predominano a breve termine.
-Recetori mineralocorticoidi
Recettore Mineralocorticoide
I recettori steroidei sono intracellulari poiché gli ormoni steroidei sono in grado di attraversare la membrana cellulare senza bisogno di un trasportatore specifico. Il complesso recettore-minerale-aldosterone (MR) si lega al DNA a specifici elementi di risposta ormonale, il che porta alla trascrizione di geni specifici. Alcuni dei geni trascritti sono cruciali per il trasporto transepiteliale del sodio, tra cui le tre subunità del canale epiteliale del sodio (ENaC), le pompe Na+/K+ e le loro proteine regolatrici, rispettivamente la chinasi indotta da siero e glucocorticoidi e il fattore induttore del canale.
Il recettore MR è stimolato sia dall’aldosterone che dal cortisolo, ma un meccanismo protegge l’organismo dall’eccessiva stimolazione del recettore dell’aldosterone da parte dei glucocorticoidi (come il cortisolo), che risultano essere presenti in concentrazioni molto più elevate rispetto ai mineralcorticoidi nell’individuo sano. Questo meccanismo è costituito da un enzima chiamato 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD). Questo enzima si localizza insieme ai recettori steroidei surrenali intracellulari e converte il cortisolo in cortisone, un metabolita relativamente inattivo con scarsa affinità per il recettore dei mineralcorticoidi (MR). La liquirizia, che contiene acido glicirretinico, può inibire l’11β-HSD e portare a una sindrome da eccesso di mineralcorticoidi.
-Attività fisiologica
L’Aldosterone è il principale tra i diversi membri endogeni della classe dei mineralcorticoidi nell’uomo. Il desossicorticosterone è un altro importante membro di questa classe. L’Aldosterone tende a promuovere la ritenzione di Na+ e acqua e a ridurre la concentrazione plasmatica di K+ attraverso i seguenti meccanismi:
Agendo sui recettori nucleari dei mineralcorticoidi (MR) presenti nelle cellule principali del tubulo distale e del dotto collettore del nefrone renale, regola positivamente e attiva le pompe Na+/K+ basolaterali, che pompano tre ioni sodio fuori dalla cellula, nel liquido interstiziale, e due ioni potassio all’interno della cellula dal liquido interstiziale. Questo crea un gradiente di concentrazione che determina il riassorbimento di ioni sodio (Na+) e acqua (che segue il sodio) nel sangue e la secrezione di ioni potassio (K+) nelle urine (lume del dotto collettore).
L’aldosterone regola positivamente i canali del sodio epiteliali (ENaC) nel dotto collettore e nel colon, aumentando la permeabilità della membrana apicale al Na+ e quindi l’assorbimento.
Il Cl− viene riassorbito insieme ai cationi di sodio per mantenere l’equilibrio elettrochimico del sistema.
L’aldosterone stimola la secrezione di K+ nel lume tubulare.
L’aldosterone stimola il riassorbimento di Na+ e acqua dall’intestino, dalle ghiandole salivari e sudoripare in cambio di K+.
L’aldosterone stimola la secrezione di H+ tramite l’H+/ATPasi nelle cellule intercalate dei tubuli collettori corticali.
L’aldosterone regola positivamente l’espressione del NCC nel tubulo contorto distale in modo cronico e la sua attività in modo acuto.
Rilascio e azione dell’Aldosterone
L’Aldosterone è responsabile del riassorbimento di circa il 2% del sodio filtrato nei reni, una quantità quasi pari all’intero contenuto di sodio nel sangue umano in condizioni normali di filtrazione glomerulare.
L’Aldosterone, probabilmente agendo attraverso i recettori dei mineralcorticoidi, può influenzare positivamente la neurogenesi nel giro dentato.
-Alterazioni dei livelli di Aldosterone
L’iperaldosteronismo è caratterizzato da livelli di aldosterone anormalmente elevati, mentre l’ipoaldosteronismo da livelli di aldosterone anormalmente ridotti.
La misurazione dell’aldosterone nel sangue può essere definita concentrazione plasmatica di aldosterone (PAC), che può essere confrontata con l’attività reninica plasmatica (PRA) come rapporto aldosterone/renina.
Normalmente (a sinistra), il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) viene attivato quando una ridotta perfusione renale innesca il rilascio di renina, che converte l’angiotensinogeno epatico in angiotensina I; quest’ultima viene poi trasformata dall’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) in angiotensina II per ripristinare la pressione sanguigna e il volume ematico, attraverso la vasocostrizione e la secrezione di Aldosterone. Nell’iperaldosteronismo (a destra), la produzione di Aldosterone diventa autonoma, sopprimendo l’attività della renina e dell’angiotensina II, mentre provoca ipertensione, ipopotassiemia, alcalosi metabolica e rimodellamento cardiovascolare/renale disadattivo.
L’iperaldosteronismo primario è caratterizzato da una sovrapproduzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali, quando non è il risultato di un’eccessiva secrezione di renina. Porta a ipertensione arteriosa (pressione alta) associata a ipokaliemia, solitamente un indizio diagnostico. L’iperaldosteronismo secondario, d’altra parte, è dovuto a un’iperattività del sistema renina-angiotensina.
La sindrome di Conn è un iperaldosteronismo primario causato da un adenoma secernente aldosterone.
A seconda della causa e di altri fattori, l’iperaldosteronismo può essere trattato chirurgicamente e/o farmacologicamente, ad esempio con antagonisti dell’aldosterone.
Il rapporto renina/aldosterone è un test di screening efficace per individuare l’iperaldosteronismo primario correlato agli adenomi surrenalici. È l’esame del sangue sierico più sensibile per differenziare le cause primarie da quelle secondarie di iperaldosteronismo. I campioni di sangue prelevati quando il paziente è rimasto in piedi per più di 2 ore sono più sensibili rispetto a quelli prelevati quando il paziente è sdraiato. Prima del test, è importante non limitare l’assunzione di sale e correggere eventuali bassi livelli di potassio, poiché questi possono sopprimere la secrezione di Aldosterone.
Struttura molecolare del Fludrocortisone.
Un test di stimolazione con ACTH per la determinazione dell’aldosterone può aiutare a stabilire la causa dell’ipoaldosteronismo: una bassa risposta dell’aldosterone indica un ipoaldosteronismo primario delle ghiandole surrenali, mentre una risposta elevata indica un ipoaldosteronismo secondario. La causa più comune di questa condizione (e dei relativi sintomi) è il morbo di Addison, che viene tipicamente trattato con Fludrocortisone, il quale ha una persistenza molto più lunga (1 giorno) nel flusso sanguigno.
I fattori chiave che innescano o aumentano il rilascio di Aldosterone includono:
Potassio sierico elevato (K+): anche un piccolo aumento del potassio nel sangue stimola direttamente la corteccia surrenale a secernere aldosterone, che successivamente spinge i reni a espellere il potassio in eccesso.
Bassa pressione o basso volume sanguigno: i barocettori nei reni rilevano una diminuzione della pressione sanguigna o un basso volume sanguigno (disidratazione, perdita di sangue), portando al rilascio di renina. Questo avvia il RAAS, producendo in definitiva angiotensina II, un potente innesco per la sintesi di aldosterone.
Bassi livelli di sodio nel sangue (Na+): una diminuzione dei livelli di sodio indica una riduzione del volume dei liquidi, che stimola naturalmente il RAAS a produrre più aldosterone, causando il riassorbimento di sodio da parte dei reni.
Ormone adrenocorticotropo (ACTH): prodotto dall’ipofisi, l’ACTH fornisce un innesco secondario per il rilascio di aldosterone, in particolare durante periodi di stress fisico o psicologico acuto.
Condizioni mediche: le malattie sottostanti possono causare aumenti cronici e dannosi dell’aldosterone. Condizioni come l’aldosteronismo primario (tumori o iperplasia surrenale), l’insufficienza cardiaca congestizia, la cirrosi epatica e la stenosi dell’arteria renale inducono cronicamente il corpo a produrre un eccesso di aldosterone.
Aumento iatrogeno-dipendente: Diuretici (Tiazidici e dell’Ansa), alterazioni nei livelli/attività estrogenica, Amiodarone, Antagonisti della dopamina (Metoclopramide, Domperidone) e Litio possono provocare un aumento dei livelli di Aldosterone.
Il Cortisolo ha la capacità di legarsi e attivare i recettori dell’Aldosterone (recettori mineralocorticoidi) con la affinità dell’Aldosterone stesso. Questa interazione è fisiologicamente ostacolata da uno specifico enzima protettivo, ma può causare problemi quando i livelli di Cortisolo sono eccessivamente elevati.
Questo meccanismo si esplica attraverso:
Stessa affinità: Il cortisolo e l’aldosterone hanno una struttura chimica simile. Entrambi si legano perfettamente al recettore mineralocorticoide (MR).
Enzima scudo (11β-HSD2): In condizioni normali, l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi tipo 2 (11β-HSD2) trasforma il cortisolo in cortisone (inattivo) nei tessuti sensibili all’aldosterone, come i reni. Questo impedisce al cortisolo di occupare il recettore.
Saturazione dell’enzima: Se il cortisolo nel sangue è troppo alto (ad esempio nella sindrome di Cushing o anche in condizioni di forte stress), l’enzima non riesce a smaltirlo tutto.
Effetto pseudo-iperaldosteronismo: Il cortisolo in eccesso supera lo scudo enzimatico e attiva in massa i recettori dell’aldosterone.
Ritenzione di liquidi: L’attivazione anomala spinge i reni a trattenere sodio e acqua e a eliminare potassio.
Ipertensione e ipokaliemia: Questo legame improprio provoca quindi pressione alta e bassi livelli di potassio nel sangue, simulando un eccesso di aldosterone anche se i veri livelli di aldosterone sono bassi.
Ricordiamoci, inoltre, che il rapporto tra i livelli circolanti di Cortisolo e quelli di Aldosterone è caratterizzato da una netta sproporzione quantitativa a favore del Cortisolo, pur condividendo i due ormoni la stessa origine anatomica ed elementi di regolazione comuni.
La sproporzione: I livelli di cortisolo totale circolante sono circa 1000 volte superiori a quelli dell’aldosterone.
La frazione libera: Anche considerando che gran parte del cortisolo viaggia legato a proteine di trasporto (come la CBG), la sua quota “libera” e biologicamente attiva resta comunque circa 100 volte superiore a quella dell’aldosterone.
Canali principali indipendenti: Il cortisolo è regolato dall’asse ipotalamo-ipofisi tramite l’ormone ACTH (in risposta allo stress e al ritmo circadiano). L’aldosterone è regolato principalmente dal sistema renina-angiotensina (in risposta a pressione e volume del sangue) e dai livelli di potassio.
Lo stimolo comune (ACTH): L’ACTH controlla pienamente il cortisolo, ma esercita anche un effetto stimolante acuto e transitorio sulla produzione di aldosterone. Per questo motivo, in situazioni di forte stress o al mattino presto, entrambi gli ormoni mostrano un picco di secrezione simultaneo.
In medicina specialistica, il rapporto tra le concentrazioni di Aldosterone e Cortisolo (Aldosterone-to-Cortisol Ratio) viene calcolato per procedure diagnostiche specifiche:
Campionamento venoso surrenalico (AVS): Quando si indaga un iperaldosteronismo primario per capire se il problema è in un solo surrene o in entrambi, si preleva il sangue direttamente dalle vene surrenali. Il cortisolo viene usato come “indicatore di controllo” per verificare che l’ago sia posizionato correttamente nella vena.
Valutazione della selettività: Si confronta il rapporto aldosterone/cortisolo della vena surrenalica destra con quella sinistra. Se il rapporto da un lato è notevolmente più alto rispetto all’altro, significa che quel legame produce aldosterone in modo autonomo (es. un adenoma monolaterale).
–Androgeni/AAS e interazione con i Recettori Glucocorticoidi-
Gli Androgeni e i Glucocorticoidi esercitano spesso effetti fisiologici opposti e i loro recettori corrispondenti, il recettore degli androgeni (AR) e il recettore dei glucocorticoidi (GR), interagiscono frequentemente. Questa interazione avviene tramite eterodimerizzazione fisica diretta, competizione per i siti di legame e regolazione tessuto-specifica dei geni bersaglio.
Da sinistra: Recettore degli Androgeni e Recettore dei Glucocorticoidi.
Le dinamiche chiave tra i due recettori e propri ligandi includono:
Eterodimerizzazione diretta del recettore: AR e GR possono legarsi fisicamente l’uno all’altro. Nelle cellule in cui entrambi i recettori sono espressi, possono formare eterodimeri AR-GR che si legano a siti del DNA condivisi, potenzialmente attenuando o modificando le risposte trascrizionali di entrambi gli ormoni.
Reattività crociata del recettore: mentre gli androgeni attivano principalmente l’AR, possono anche legarsi in modo competitivo al GR. Ad esempio, nel muscolo scheletrico, è stato dimostrato che alte dosi di androgeni spostano i glucocorticoidi dal GR, il che si ritiene blocchi parzialmente gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) dei glucocorticoidi e promuova la crescita muscolare anabolica.
Interferenza trascrizionale: poiché sia l’AR che il GR sono recettori nucleari strettamente correlati, condividono somiglianze strutturali nei loro domini di legame al DNA (DBD). Possono competere per le stesse sequenze del promotore genico (elementi di risposta ormonale, o HRE). La risposta esclusiva a un ormone rispetto a un altro dipende in larga misura dal contesto cellulare e dalle interazioni con le proteine ausiliarie.
Interazione metabolica: l’equilibrio ormonale tra l’attività dei recettori degli androgeni (AR) e dei glucocorticoidi (GR) regola fortemente il metabolismo. I glucocorticoidi generalmente favoriscono l’accumulo di grasso e l’insulino-resistenza, mentre gli androgeni promuovono la massa muscolare e la lipolisi. Nei tessuti metabolicamente attivi, la segnalazione androgenica contribuisce a tamponare o limitare l’attività dei glucocorticoidi per prevenire la sindrome metabolica.
Questa interazione influisce su tessuti specifici, come ad esempio:
Muscolo scheletrico (crescita muscolare vs. atrofia),
Tessuto adiposo (metabolismo dei grassi),
Tessuto prostatico (segnalazione del recettore degli androgeni e resistenza al cancro).
Quando si inseriscono nell’equazione gli AAS esogeni ed il loro uso in ambito BodyBuilding le dinamiche cambiano di entità e grado d’effetto. AAS diversi hanno impatti diversi con il metabolismo dei glucocorticoidi e l’influenza dei ligandi.
Ovviamente, anche gli AAS interagiscono con i GR principalmente come antagonisti competitivi. Legandosi direttamente al GR, gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, impedendo al Cortisolo di attivare i processi catabolici e infiammatori mediati dal GR stesso. Questa interazione rappresenta un elemento fondamentale per comprendere gli effetti di questi composti sulla crescita muscolare e sul metabolismo.
Punti chiave dell’interazione AAS/GR
Effetto anticatabolico: Poiché i glucocorticoidi promuovono la degradazione muscolare e gli AAS bloccano l’attività dei GR, gran parte dell’azione di risparmio muscolare e anabolica degli AAS è attribuita a questo antagonismo.
Competizione recettoriale: Studi (come quelli sull’AAS sintetico oxandrolone) mostrano un antagonismo non competitivo e competitivo significativo in cui gli AAS interferiscono con l’attivazione trascrizionale indotta dal cortisolo all’interno della cellula.
Regolazione positiva dei recettori: Mentre gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, alcune ricerche suggeriscono che possono anche aumentare la densità o l’immunoreattività dei GR in alcuni tessuti (come l’ippocampo nel sistema nervoso centrale), il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e sull’umore degli AAS.
Sia il AR che il GR fanno parte della superfamiglia dei recettori steroidei nucleari. Una volta legati a un ormone, si spostano nel nucleo, si legano a specifiche sequenze di DNA e modificano l’espressione genica. A causa di somiglianze strutturali, diversi steroidi anabolizzanti (AAS) possono legarsi ai GR ma non riescono a innescare la stessa trascrizione a valle dei glucocorticoidi naturali o sintetici.
Ma analizziamo questa interazione osservando l’impatto di diversi AAS…
Testosterone
Struttura molecolare del Testosterone.
L’interazione tra Testosterone e GR avviene principalmente attraverso tre meccanismi:
legame competitivo tra i recettori,
interferenza trascrizionale a valle e
regolazione enzimatica nei tessuti bersaglio.
In condizioni fisiologiche normali, il Testosterone e i glucocorticoidi (come il Cortisolo) agiscono generalmente come antagonisti funzionali per bilanciare i processi anabolici (di costruzione) e catabolici (di degradazione).
Sebbene il Testosterone agisca principalmente sul AR, a concentrazioni più elevate, come durante un ciclo di AAS, può interagire direttamente in modo significativo con il GR. Ciò comporta:
Effetto di spostamento: alti livelli di Testosterone possono spostare in modo competitivo i glucocorticoidi dal legame al GR.
Effetto anticatabolico: nel muscolo scheletrico, il Testosterone agisce come un debole antagonista del GR. Bloccando il legame dei glucocorticoidi al GR, il Testosterone previene l’atrofia muscolare e la degradazione proteica indotte dal Cortisolo.
I recettori del Testosterone e dei glucocorticoidi sono entrambi recettori nucleari che condividono strutture e siti di legame al DNA simili.
Competizione tra co-chaperoni: sia l’AR che il GR si affidano alle stesse proteine da shock termico (come HSP90) e immunofiline (come FKBP5) per ripiegarsi e funzionare correttamente. Un’elevata attivazione di una via può esaurire le risorse cellulari condivise, sopprimendo l’altra via.
Interferenza trascrizionale: l’AR e il GR attivati possono interagire fisicamente o competere per gli stessi elementi di risposta ormonale (HRE) sul DNA. Questa interazione può amplificare o silenziare selettivamente specifici geni metabolici e comportamentali.
Nei tessuti come i testicoli (cellule di Leydig), l’interazione è gestita da enzimi locali che controllano l’accesso dell’ormone ai recettori.
Ciclo 11β-HSD1: l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 1 (11β-HSD1) metabolizza i glucocorticoidi attivi per proteggere la produzione di Testosterone.
Accoppiamento redox: la biosintesi del Testosterone utilizza vie energetiche cellulari (NADPH) che si coordinano con l’11β-HSD1, creando un rapido meccanismo locale per impedire che alti livelli di stress blocchino immediatamente la segnalazione riproduttiva.
A livello sistemico, in condizioni fisiologiche, l’interazione tra l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) ha un impatto significativo sul comportamento.
Il blocco della dominanza: secondo l’ipotesi del doppio ormone, gli effetti comportamentali del Testosterone (come la ricerca di status e la dominanza) si osservano solo quando i livelli basali di Cortisolo sono bassi. Un’elevata attivazione del sistema dei GR blocca o inverte completamente i comportamenti indotti dal Testosterone.
Struttura della 5α-reduttasi.
L’isoenzima di tipo 1 della 5α-reduttasi è ampiamente espresso nel fegato, dove modula la clearance dei glucocorticoidi. Una mancanza di attività della 5α-reduttasi di tipo 1, associata a una secrezione di Testosterone abrogata come nel caso della somministrazione di AAS sintetici senza base di Testosterone, concentra i glucocorticoidi (ad esempio, Cortisolo) nel fegato, riducendo l’escrezione di glucocorticoidi anche senza aumenti significativi nel sangue. Inoltre, vi sono prove nel ratto che la 5α-riduzione centrale (cioè cerebrale) del Testosterone è un passaggio necessario per la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone tramite la ridotta secrezione dell’ACTH.
Questo accumulo di glucocorticoidi epatici, a sua volta, aumenta la gluconeogenesi, incrementando così la glicemia e la steatosi, influenzando la sensibilità all’insulina, riducendola e causando insulino-resistenza. Di conseguenza, quindi, con la presenza di adeguati livelli di Testosterone, viene mantenuta o migliorata un’importante funzione della 5α-reduttasi, ovvero la sensibilità all’insulina.
La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone dipende dall’amplificazione del recettore 5α nel cervello e nel fegato, dove rispettivamente diminuisce la secrezione di ACTH e aumenta la clearance epatica dei glucocorticoidi. Questa modulazione dei glucocorticoidi si sovrappone in parte agli effetti del Testosterone sulla sensibilità all’insulina e sull’anabolismo muscolare, dove gli effetti antiglucocorticoidi aumentano di per la sensibilità all’insulina, ma il Testosterone aumenta di per se anche la sensibilità all’insulina, la massa magra e il metabolismo dei tessuti molli attraverso un aumento di WISP-2.
Methandrostenolone [Dianabol™]
Struttura molecolare del Methandrostenolone.
Il Methandrostenolone (comunemente noto con il suo nome commerciale originale, Dianabol) interagisce, similmente al Testosterone, con i GR principalmente come antagonista competitivo. Sebbene il suo meccanismo d’azione primario sia l’attivazione del recettore degli androgeni per promuovere la sintesi proteica, la sua interazione secondaria con i recettori dei glucocorticoidi gioca un ruolo fondamentale nella sua efficacia complessiva nella costruzione muscolare, prevenendo la degradazione muscolare.
Di conseguenza l’interazione del Methandrostenolone con l’attività dei GR interessa:
Legame competitivo: il Methandrostenolone si lega direttamente ai recettori dei glucocorticoidi nel tessuto muscolare scheletrico. Sposta fisicamente i glucocorticoidi catabolici endogeni, come il cortisolo, dai loro specifici siti recettoriali citoplasmatici.
Antagonismo del catabolismo: i glucocorticoidi normalmente segnalano all’organismo di scomporre il tessuto muscolare in aminoacidi (catabolismo) in periodi di stress. Bloccando questi recettori, il Methandrostenolone sopprime questo segnale di degradazione.
Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione prolungata ad alte dosi di androgeni sintetici riduce o diminuisce la densità complessiva dei recettori dei glucocorticoidi funzionali nel citosol muscolare. Interruzione della trascrizione: impedendo al cortisolo di formare un complesso stabile con il recettore dei glucocorticoidi, il Methandrostenolone arresta la trascrizione dei geni responsabili dell’atrofia muscolare e dell’infiammazione.
L’effetto anticatabolico: la crescita muscolare è determinata dal bilancio netto tra sintesi proteica (anabolismo) e degradazione proteica (catabolismo). Il Methandrostenolone agisce simultaneamente su entrambi i lati di questa equazione. Forza un bilancio proteico netto positivo alimentando la crescita attraverso i recettori degli androgeni e frenando la degradazione tramite il blocco dei recettori dei glucocorticoidi.
Recupero migliorato: i livelli di cortisolo aumentano drasticamente dopo un allenamento fisico intenso. L’inibizione competitiva del Methandrostenolone a livello dei recettori dei glucocorticoidi attenua questa risposta allo stress, consentendo al tessuto muscolare di recuperare e ricostruirsi molto più velocemente.
Ma le vere peculiarità del Methandrostenolone sul metabolismo dei glucocorticoidi vanno ben oltre…
Effetti del Methandrostenolone sull’escrezione urinaria di 17-idrossicorticosteroidi (17-OHCS), metaboliti del cortisolo secreti dalla ghiandola surrenale.
Il Methandrostenolone “smorza” l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) ad un livello elevato, modulando i glucocorticoidi abbassando la sintesi e/o la secrezione dell’ACTH. La soppressione dell’ACTH da parte del Methandrostenolone è evidente entro il decimo giorno e, dopo la sospensione, l’ACTH ritorna a livelli normali o leggermente superiori alla norma entro 1-4 settimane. Questa soppressione dell’ACTH colpisce in particolare il cortisolo: la maggiore diminuzione delle frazioni di 17-chetosteroidi si è verificata nelle frazioni 11-ossigenate (ad esempio, 11-chetoetiocholanolone). Questa inibizione della sintesi e/o della secrezione di ACTH endogeno potrebbe verificarsi a livello ipotalamico o ipofisario. Vi sono, inoltre, effetti sul pool di androgeni surrenali, che possono avere un effetto sull’umore, sull’energia e sul benessere.
In breve, il Methandrostenolone riduce il cortisolo sopprimendo la secrezione di ACTH da parte dell’ipofisi.
La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Dianabol, attraverso la soppressione dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH), si traduce principalmente in una diminuzione del cortisolo e in un bilancio tra MPS:MPB più elevato.
Parlando del Methandrostenolone non possiamo non aprire una parentesi sul Boldenone e la sua interazione con i GR.
Struttura molecolare del Boldenone.
Il Boldenone interagisce con i GR principalmente attraverso un antagonismo competitivo, similmente al Testosterone. Legandosi a questi recettori nel tessuto muscolare, sposta i glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) dai loro siti di legame. Questo blocco contribuisce a prevenire la degradazione proteica (effetto anticatabolico), favorendo un ambiente anabolico (di costruzione muscolare) netto.
L’interazione del Boldenone con i GR non si limita al tessuto muscolare. Studi sul sistema nervoso centrale (come l’ippocampo del ratto) indicano che il Boldenone possa modulare l’immunoreattività dei recettori dei glucocorticoidi, il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e centrali.
Struttura molecolare del Dihydroboldenone.
La forma 5α-ridotta del Boldenone, il Dihydroboldenone [DHB], presenta una bassa affinità di legame per il GR. Tuttavia, poiché si lega con una bassa affinità e occupa il GR, può impedire il legame dei glucocorticoidi endogeni. Occupando il GR senza attivare completamente le vie cataboliche (di atrofia muscolare) associate ai glucocorticoidi, inibisce in modo competitivo gli effetti di degradazione muscolare del Cortisolo. Questo effetto anti-catabolico spesso integra la sua attività anabolica diretta.
Stanozololo [Winstrol™]
Struttura molecolare dello Stanozololo
Anche lo Stanozololo interagisce con i GR attraverso un meccanismo anticatabolico. A differenza degli androgeni endogeni, agisce come antagonista competitivo e modulatore allosterico negativo dell’attività dei glucocorticoidi, contribuendo a bloccare gli ormoni catabolici responsabili della perdita di massa muscolare e favorendo una migliore sintesi proteica e riparazione dei tessuti.
I meccanismi di interazione sono:
Legame diretto al recettore: lo stanozololo ha un’affinità di legame per i recettori GR citosolici classici nel tessuto muscolare.
Antagonismo competitivo: legandosi ai recettori GR, blocca l’azione dei glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) impedendo loro di innescare la degradazione muscolare. Ciò produce un marcato effetto anticatabolico.
Modulazione di membrana: nel fegato, lo Stanozololo agisce come modulatore allosterico negativo delle proteine leganti i glucocorticoidi a bassa affinità (LAGS). Questa modulazione limita l’attività del recettore dei glucocorticoidi, creando specifiche differenze metaboliche (ad esempio, cambiamenti nella sintesi delle glicoproteine plasmatiche) non riscontrabili con il Testosterone.
Azione anticatabolica: protegge il tessuto muscolare dalla degradazione a scopo energetico, promuovendo un ambiente favorevole al mantenimento della massa magra e al recupero atletico.
Sintesi del collagene: è stato dimostrato che lo stanozololo induce i fibroblasti e aumenta la produzione di collagene, un processo spesso mediato dalla sovraregolazione del fattore di crescita trasformante beta (TGF-β).
Disponibilità dei recettori: in alcuni modelli murini, l’uso prolungato di Stanozololo ha anche dimostrato di alterare l’espressione dei recettori dei glucocorticoidi a bassa affinità nel cervello, il che potrebbe essere correlato ad alterazioni della funzione dei neurotrasmettitori e dei profili dell’umore.
Nel fegato, il LAGS è un sito di legame a bassa affinità per i glucocorticoidi come il cortisolo, che lega debolmente gli ormoni catabolici circolanti liberi. Solo lo stanozololo ha dimostrato di provocare un’inattivazione del sito di legame del LAGS dipendente dal tempo e dalla dose, irreversibile, il che suggerisce una modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS.
Tra i 17-AA, lo Stanozololo è uno dei più potenti (Stanozololo > Fluoximesterone [“Halo”; Androxy®; Ora-Testryl®; Ultandren®] > Methandrostenolone [“Dianabol”] > Methyltestosterone):
↓affinità per i glucocorticoidi (ad es. cortisolo) ↓numero di siti di legame del LAGS ↑velocità di dissociazione dei glucocorticoidi dai siti di legame dei glucocorticoidi.
Il nuovo meccanismo dello Stanozololo rispetto agli altri 17AA che lo rende non solo particolarmente potente ma unico nella sua inattivazione irreversibile del sito di legame LAGS è che questa azione è mediata dal suo metabolita 16β-idrossilato (16β-ST).
Ma ecco il punto cruciale: la conseguenza sistemica netta di questa regolazione allosterica negativa da parte dello Stanozololo è un effettivo aumento della segnalazione classica del recettore dei glucocorticoidi (GR) (ovvero, un aumento del catabolismo del muscolo scheletrico) dovuto all’aumento della disponibilità di glucocorticoidi per il GR citosolico. Eh si, gli effetti potenzialmente positivi sopra elencati non controbilanciano totalmente questa caratteristica negativa.
Questa caratteristica peculiare dello Stanozololo è quindi sfavorevole. ✖ Aumento del catabolismo muscolare (non è una cosa positiva™). Bisognerebbe rammentarlo ai fan del suo uso in pre-contest.
Fluoxymesterone [Halotestin™]
Struttura molecolare del Fluoxymesterone.
Il Fluoxymesterone esercita effetti antiglucocorticoidi legandosi al recettore dei glucocorticoidi (GR) come antagonista. Poiché questa modalità di legame competitivo è indicata da test su vari tessuti (ad esempio, bioassay GR CALUX® sui mammiferi e cellule gliali H-4), è probabile che sia sistemica, a differenza della modalità di modulazione del GR specifica per il tessuto muscolare scheletrico.
Fluoxymesterone (evidenziato sull’asse delle ordinate) e transattivazione (in blu) del GR (evidenziata sull’asse delle ascisse) (48% rispetto al Desametasone).
Nel muscolo scheletrico umano, esiste una correlazione “modesta” (R² = 0,38) tra l’espressione del GR e la percentuale di grasso corporeo, e una correlazione “più significativa” (R² = 0,70) tra l’espressione del GR e l’indice di massa corporea (BMI) che indica un’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del fluoximesterone e la regolazione del tessuto adiposo.
Antagonismo dell’attività dei glucocorticoidi (HC) mediata dal recettore GR.
Grafico di regressione lineare che illustra la correlazione tra la percentuale di grasso corporeo e il GR.
Grafico di regressione lineare che illustra la relazione tra BMI e GR.
Occorre tuttavia precisare un punto riguardo all’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Fluoxymesterone e la riduzione della massa grassa. Per inferenza, potremmo dedurre, osservando con i nostri occhi, che il Fluoxymesterone è particolarmente efficace nel ridurre la massa grassa. Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non generalizzare le ipotesi sul Cortisolo e sulla massa grassa applicandole al caso dell’antagonismo del recettore dei glucocorticoidi (GR) da parte del Fluoxymesterone . Questo perché:
Il Fluoximesterone inibisce anche in modo competitivo l’enzima 11β-HSD2 [come l’Oxymetholone e il Testosterone] che controlla l’ossidazione del Cortisolo, inattivandolo e aumentando così, potenzialmente, gli effetti del Cortisolo attivo, con conseguente aumento del Cortisolo sierico e libero.
La natura della regolazione dei tessuti metabolici da parte dell’enzima 11β-HSD2, inclusi il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico, non è ben compresa, a differenza di quanto accade per l’enzima 11β-HSD1, che converte il Cortisone inattivo in Cortisolo. Pertanto, la nostra comprensione di come questo aspetto dell’azione del Fluoximesterone sui tessuti adiposi è incompleta a causa della scarsità di letteratura sull’argomento.
L’interazione tra AR e GR nei confronti dei glucocorticoidi e degli androgeni è dipendente dal contesto e dal tessuto. L’attività del Fluoxymesterone regola quindi l’espressione genica in modo diverso nei diversi tessuti metabolici, compresi quelli che si trovano nei depositi di grasso (ad esempio, grasso bianco o bruno) e nel muscolo scheletrico.
La natura dell’interazione tra AR e GR è ancora poco definita.
Come risaputo, il Fluoxymesterone è un AAS orale metilato in C-17, con una attività androgena elevata e non soggetto all’enzima Aromatasi.
Nonostante quest’ultimo punto, la casa produttrice (Pfizer) riporta nelle avvertenze del prodotto una caratteristica che non ci si aspetta da una molecola priva di attività estrogenica diretta e indiretta: “L’edema, con o senza insufficienza cardiaca congestizia, può essere una seria complicanza in pazienti con preesistente malattia cardiaca, renale o epatica”.
Se siete stati attenti ai punti sopra elencati capirete il perché di questa possibilità: Il Fluoxymesterone si lega all’enzima 11-beta-HSD2, enzima preposto alla conversione del Cortisolo in Cortisone (inattivo). Di conseguenza il gruppo 11-idrossile del Fluoxymesterone viene convertito in un gruppo 11-oxo. Poiché l’attività dell’11-beta-HSD2 subisce una riduzione, si osserva un aumento della concentrazione di Cortisolo!
Interazioni di affinità tra il Fluoxymesterone e l’enzima 11-beta-HSD2 con modifiche strutturali consequenziali.
Il Fluoxymesterone possiede quindi una marcata attività inibitoria dell’11-beta-HSD2. Si è constatato che il Fluoxymesterone esplica una potenza maggiore sull’alterazione dei livelli di Cortisolo dell’Acido Glicirretico, sostanza presente nella liquirizia che causa un aumentano della produzione endogena di corticosteroidi, attraverso l’inibizione degli enzimi 4 e 5-beta-reduttasi che inattivano gli steroidi.
L’Oxymesterone – o 4-idrossi-17-metil-testosterone – e, in misura minore, l’Oxymetholone inibiscono l’11-beta-HSD2 quasi quanto il Fluoxymesterone.
Struttura molecolare del 7-Keto-DHEA
Fortunatamente, questo trend negativo che va a ridurre i benefici riportati in precedenza legati alla modulazione dell’attività dei GR, può essere sensibilmente marginato sia con abbinamenti specifici con altri AAS [ma questo lo vedremo successivamente] e sia con l’uso concomitante di un inibitore della 11-beta-HSD1 come il 7-Keto-DHEA. Questo metabolita del DHEA riducendo l’attività del 11-beta-HSD1 che converte il Cortisone in Cortisolo riduce sensibilmente quest’ultimo così da riportare un equilibrio a favore dell’anabolismo e di competizione recettoriale.
Conversione e interconversione da Cortisone>Cortisolo a Cortisolo>Cortisone.
Il meccanismo d’azione è semplificabile in:
Inibizione competitiva: il 7-keto-DHEA condivide con il Cortisone lo stesso sito di legame molecolare sull’enzima 11β-HSD1.
Blocco enzimatico: occupando l’enzima, impedisce all’11β-HSD1 di convertire il Cortisone in Cortisolo attivo.
Downregulation locale: questa azione riduce la segnalazione dello stress specifica per i tessuti, principalmente in aree quali le cellule adipose viscerali e il tessuto epatico.
Migliore perdita di grasso: la riduzione dell’attività locale del Cortisolo nei tessuti adiposi contrasta la tendenza dell’ormone ad interferire, quando i livelli sono alterati da forte stress psicofisico [es. preparazione alla gare], con la mobilitazione del grasso di deposito.
Termogenesi: la riduzione dell’attività del Cortisolo consente all’organismo di aumentare le proteine disaccoppianti, che permettono la dispersione dell’energia dei substrati di deposito in calore.
Nessuna conversione in ormoni sessuali: a differenza del DHEA, il 7-keto-DHEA non può convertirsi in Testosterone o estrogeni, il che significa che altera l’attività del Cortisolo senza causare effetti androgenici o estrogenici.
Biosintesi del 7-Keto-DHEA
Sembrerebbe che il 7-keto-DHEA abbia un effetto inibitorio debole sull’11β-HSD2. L’11β-HSD2 funge infatti da enzima primario a monte, responsabile della produzione del 7-keto-DHEA all’interno di alcuni tessuti umani.
In un affascinante meccanismo metabolico, la ricerca dimostra che l’11β-HSD2 è un enzima chiave nella via biosintetica naturale del 7-Keto-DHEA.
Innanzitutto, il DHEA viene convertito in 7α-idrossi-DHEA dall’enzima CYP7B1. Successivamente, l’11β-HSD2 guida l’ossidazione unidirezionale di tale metabolita per sintetizzare attivamente il 7-Keto-DHEA all’interno di tessuti come i reni.
Questa stretta correlazione nella biosintesi ha fatto ipotizzare che l’assunzione di 7-Keto-DHEA esogeno possa sottoregolare, come meccanismo di feedback negativo, la sintesi di 11β-HSD2.
Non esistono prove a riguardo ed i dati empirici ci mostrano effetti positivi sui livelli di Cortisolo in concomitanza della somministrazione di 7-Keto-DHEA in soggetti che presentano livelli alterati sub-clinici con conseguenti vantaggi sulla composizione corporea e la prestazione.
Sappiamo adesso che il Fluoxymesterone interagisce in modo unico con il GR, conferendogli effetti sinergici con altri AAS durante la restrizione calorica (ad esempio, nella preparazione alle gare e nella fase di definizione). E sappiamo che riduce la massa grassa e aumenta o preserva quella muscolare.
Oxandrolone [Anavar™]
Struttura molecolare del Oxandrolone.
L’Oxandrolone esercita potenti effetti anticatabolici principalmente inibendo l’azione del cortisolo e di altri glucocorticoidi. Ciò avviene non attraverso il legame diretto con il recettore dei glucocorticoidi (GR), bensì tramite un meccanismo di interazione unico con il recettore degli androgeni (AR).
L’Oxandrolone riduce la transattivazione del recettore dei glucocorticoidi (GR) aumentando la formazione dell’eterodimero tra il recettore degli androgeni (AR) e il GR (AR-GR) e regolando l’interazione tra AR e GR; ciò, a sua volta, riduce l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercitando effetti anticatabolici.
Probabilmente conoscerete già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’Oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.
Probabilmente i lettori conoscono già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.
L’AR si oppone in generale all’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, stimola il passaggio dal cortisolo attivo al cortisone inattivo tramite l’11β-HSD1, probabilmente attiva il GR-β che contrasta il catabolismo del recettore classico e può formare eterodimeri con il GR classico per regolare la trascrizione [interazione incrociata], “frenando” gli effetti dei glucocorticoidi (ad es., Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di traduzione/espressione genica/sintesi proteica, reclutando chaperone e coregolatori (elementi di risposta agli androgeni o ARE ed elementi di risposta ai glucocorticoidi o GRE).
L’Oxandrolone regola negativamente l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi (ad es. il Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di espressione genica (cioè traduzione, sintesi proteica), regolando l’interazione incrociata GR/AR. Ciò significa che l’Oxandrolone agisce non inibendo in modo competitivo il legame dei glucocorticoidi (antagonismo del GR) [a differenza, quindi, del Fluoxymesterone (o del Testosterone)], né esclusivamente tramite chaperoni/coregolatori ARE/GRE o modificazioni della cromatina, e certamente non riducendo il numero di GR, ma piuttosto attraverso un meccanismo di interazione incrociata tra l’AR e il GR.
In pratica, questa regolazione degli effetti catabolici da parte dell’Oxandrolone tramite interazione offre un’ulteriore caratteristica degli AAS che garantisce una potenziale sinergia in coppia con quel sottogruppo di AAS i cui effetti anticatabolici e di modulazione dei glucocorticoidi derivano da meccanismi distinti privi di interazione.
L’associazione dell’Oxandrolone con corticosteroidi prescritti (come il Prednisone, il Desametasone, l’Idrocortisone o il Metilprednisolone) viene talvolta utilizzata intenzionalmente in ambito clinico per contrastare l’atrofia muscolare e l’osteoporosi indotte da trattamento a lungo termine con corticosteroidi. Ciò nonostante in corso di applicazione clinica possono emergere effetti collaterali anche gravi.
Quindi, l’effetto anticatabolico del Oxandrolone deriva dalla sua regolazione incrociata del Cortisolo in sede di legame recettoriale.
Struttura molecolare del Methyldrostanolone.
Il Methyldrostanolone, che spesso viene paragonato all’Oxandrolone per i suoi effetti sulla composizione corporea, presenta un’affinità di legame molto bassa e una transattivazione funzionale minima o nulla a livello del GR. Non esercita effetti glucocorticoidi diretti né effetti anti-glucocorticoidi significativi nell’organismo.
Secondo il Federal Register, gli studi che valutano le proprietà del Methyldrostanolone dimostrano che esso non si lega in modo significativo al GR né lo attiva. Il Methyldrostanolone è privo delle caratteristiche molecolari tipiche dei corticosteroidi (ad esempio, il gruppo 17β-chetone o il gruppo 11β-idrossile), il che significa che non può mimare l’azione del Cortisolo. A differenza di alcuni altri steroidi anabolizzanti noti per agire come antagonisti dei glucocorticoidi inibendo la degradazione proteica, il meccanismo d’azione principale del Methyldrostanolone è mediato quasi esclusivamente dal recettore degli androgeni.
Trenbolone
Struttura molecolare del Trenbolone.
Il Trenbolone interagisce con i GR legandosi ad essi con un’affinità da moderata ad alta. In questo modo, il Trenbolone agisce come antagonista, bloccando a livello cellulare gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) del Cortisolo. Ma la sua interazione con i GR non si limita a questo…
Il Trenbolone sopprime l’espressione dell’mRNA del recettore dei glucocorticoidi (GR) nel muscolo scheletrico, ottenendo così un effetto anticatabolico selettivo a livello tissutale. Il bilancio proteico muscolare netto è dato dalla differenza tra la sintesi proteica muscolare e la degradazione proteica muscolare (bilancio proteico muscolare netto = MPS – MPB). Pertanto, il Trenbolone agisce non solo aumentando il lato MPS dell’equazione, incrementando l’espressione muscolare di IGF-I e IGF-IEb (aumento di 3,6 volte dell’espressione dell’mRNA di IGF-IEb e di 5 volte di quella di IGF-I) e aumentando l’espressione della catena pesante della miosina (MHC), ma sopprime in modo unico il numero di GR (su cui agiscono i glucocorticoidi come il cortisolo per catabolizzare il tessuto muscolare legandosi come ligandi), oltre a sopprimere l’espressione dell’mRNA di MuRF1 e di atrogin-1 (in misura maggiore rispetto al Testosterone), altre vie del catabolismo muscolare, per ridurre l’MPB.
Durante diversi stati catabolici, la via dell’ubiquitina-proteasoma aumenta la disgregazione proteica che porta all’atrofia muscolare. Nello specifico, due ubiquitin ligasi, MuRF1 e MAFbx (anche denominate Atrogin-1) fungono da marker dell’atrofia muscolare in diverse condizioni cataboliche come il digiuno, il cancro, l’insufficienza renale e il diabete. È stato dimostrato che il Trenbolone riduce significativamente l’espressione del mRNA del MuRF1 e del Atrogin-1 nei tessuti muscolo-scheletrici di un fattore 3 nei ratti castrati. I tassi di Atrogina-1 sono stati soppressi in questi animali ad un livello ancora maggiore rispetto a quanto osservato con la somministrazione di Testosterone.
È stato dimostrato che il Trenbolone riduce le concentrazioni circolanti di Corticosterone nei roditori e del Cortisolo nei bovini impiantati. L’evidenza suggerisce che il Trenbolone agisca a livello delle ghiandole surrenali sopprimendo la sintesi del Cortisolo ACTH-stimolata e sopprimendo il rilascio di Cortisolo.
I Glucocorticoidi tendono anche ad aumentare i livelli di trigliceridi intramuscolari. Se il Trenbolone riduce ì livelli di trigliceridi intramuscolari, allora questo potrebbe essere un fattore primario dietro all’aspetto muscolare poco “voluminoso” (nonostante la presenza di un carico glucidico pienamente sufficiente) che molti tendono ad avere con il suo uso?.
Struttura molecolare del Trestolone.
Il Trestolone (MENT), un altro famoso trieno, agisce principalmente come un agonista altamente potente del AR e del PR. Sebbene non si leghi direttamente al GR, la sua interazione con la via di segnalazione del GR è altamente sinergica.
Punti chiave:
Recettore dei glucocorticoidi (GR): il Trestolone mostra un’affinità di legame diretta trascurabile o nulla per il GR. Non agisce come antagonista diretto dei glucocorticoidi, a differenza di composti quali il Mifepristone o il Trenbolone.
Interferenza trascrizionale: attraverso un meccanismo simile a quello di altri steroidi derivati dal 19-nor, il AR, fortemente attivato, può interagire a valle per interferire con le vie di segnalazione indotte dal Cortisolo.
Preservazione muscolare: promuovendo in modo aggressivo la sintesi proteica e la ritenzione di azoto tramite l’AR, il Trestolone neutralizza efficacemente i segnali di atrofia muscolare (catabolici) innescati dal Cortisolo e dal recettore del glucocorticoide (GR).
Per le sue caratteristiche a livello dei GR, il Trenbolone trova particolare sinergia in co-somministrazione con Oxandrolone e Fluoxymesterone in periodo pre-contest/fase finale del Cut.
Nandrolone
Struttura molecolare del Nandrolone.
Il Nandrolone interagisce con i GR agendo principalmente come antagonista competitivo, il che significa che si lega al recettore senza attivarlo, impedendo così ai glucocorticoidi naturali (come il cortisolo) di esercitare i loro effetti catabolici e di atrofia muscolare. Per via di questa specifica interazione di legame, il Nandrolone inverte parzialmente l’atrofia muscolare indotta dai glucocorticoidi e contribuisce a promuovere un ambiente anabolico (di costruzione dei tessuti) nel muscolo scheletrico.
I meccanismi chiave di questa interazione includono:
Competizione per i recettori: il Nandrolone compete direttamente con i glucocorticoidi per i siti di legame nel citoplasma delle cellule muscolari, impedendo ai glucocorticoidi di avviare l’espressione genica catabolica.
Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione a lungo termine a dosi sovrafarmacologiche di nandrolone determina una downregulation (riduzione della densità) dei recettori dei glucocorticoidi nel sistema nervoso centrale, in particolare nell’ippocampo.
Cambiamenti metabolici: antagonizzando i GR nel fegato e nei muscoli, il Nandrolone può interferire con i processi fisiologici tipicamente regolati dai glucocorticoidi, quali la produzione di glucosio a digiuno e la gluconeogenesi.
Punti chiave sugli AAS ed il loro grado di interazione con i GR ed il Cortisolo:
Il Testosterone di per se presenta delle caratteristiche antagoniste del GR le quali vanno a comporre il suo completo potenziale anabolizzante; la sua versatilità nella gestione dei dosaggi secondo caratteristiche soggettive [vedi tasso di aromatizzazione] e parte della preparazione, nonché la conversione in E2 e DHT onde evitare crash psicofisici, lo rendono certamente un elemento pressoché immancabile in ogni preparazione ben strutturata, ma la sua potenza antagonista non è sicuramente un elemento non migliorabile con altre molecole specie in contesti dove livelli e attività del Cortisolo sono acutizzati.
Il Methandrostenolone mostra un ottima caratteristica di controllo sulla attività surrenalica e il metabolismo del Cortisolo. Essendo, però, una molecola aromatizzabile in una forma di E2 più attiva tissutalmente e cellularmente, vedi 17α-Methylestradiolo, la sua praticità d’uso non comprende un inserimento [almeno di facile gestione] in una fase di pre-contest o Cut.
Il Boldenone, essendo di per se un AAS utilizzabile in preparazione alla gara come “ormone esca” per l’Aromatasi e la facilitazione del controllo degli estrogeni, avendo anche una affinità antagonista con il GR, rappresenta una possibile presenza funzionale su più livelli in un pre-contest o Cut.
La modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS data dallo Stanozololo, con conseguente aumento della frazione di Cortisolo interagente con il tessuto muscolare, unita alla alterazione delle trame di collagene a livello articolare con dolori annessi, e senza citare il possibile impatto sullo spessore della pelle per via dello stimolo del Collagene di tipo III, rendono questa tanto osannata molecola per il “pre-contest” decisamente sostituibile con un largo margine di guadagno per l’atleta.
Il Fluoxymesterone presenta una modesta attività antagonista del GR a livello sistemico e una attività più marcata sull’attività dei GR a livello del tessuto adiposo. Questa caratteristica rendono questo AAS anti-adipogenico in ipercalorica e lipolitico con facilità di mobilitazione delle riserve di trigliceridi adipocitari in regime ipocalorico. Inoltre, il Fluoxymesterone presenta una forte stimolazione nella produzione di Ca+ con una maggiore forza e potenza esprimibile e una spinta sensibile a livello del SNC, che in regimi di ristrettezza calorica protratta possono fare la differenza nel completamento ottimale di una preparazione di alto livello. L’inconveniente del 11β-HSD2 è largamente compensato dall’uso concomitante di 7-Keto-DHEA e altri AAS modulatori specifici dei GR [vedi Oxandrolone e Trenbolone].
L’Oxandrolone, con la sua attività di riduzione della transattivazione del GR che aumenta la formazione dell’eterodimero tra il AR e il GR (AR-GR) regolando l’interazione tra AR e GR, traducendosi nella mancata attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercita significativi effetti anticatabolici. Se a questo aggiungiamo la sua capacità spiccata di aumentare le riserve di fosfocreatina e la forza esprimibile anche in condizioni di restrizione calorica, la sua capacità di aumentare la chetogenesi epatica in condizioni di deprivazione o abbassamento dei CHO, e il suo impatto positivo nella guarigione e recupero delle ferite, aumenta significativamente i livelli di procollagene di tipo I e III nei fibroblasti e nelle articolazioni nel breve periodo [4-6 weeks] lo rendono un AAS sicuramente più adatto e dai profitti maggiori in un contesto pre-contest/Cut rispetto allo Stanozololo.
Il Trenbolone presenta la più ampia gamma di interazione diretta e indiretta con i GR tra gli AAS. Oltre ad esercitare una attività antagonista diretta al GR, il Trenbolone ne causa una riduzione sensibile in modo tessuto-specifico a livello del muscolo-scheletrico. Un uso tattico con dosaggi limitati e calibrati sul soggetto e la sua tolleranza, rendono il Trenbolone una base per il controllo della attività del Cortisolo in momenti dove il controllo di questa risulta richiesto come in pre-contest/fase finale del Cut. Per i soggetti avanzati, soprattutto agonisti, l’uso abbinato nelle ultime settimane della preparazione alla gara di Trenbolone, Oxandrolone e Fluoxymesterone [questi ultimi calibrati in una ratio base di 3:2] può significare il raggiungimento di una forma esteticamente sopraffina in quanto a durezza, pienezza e bassa b.f. .
Anche il Trestolone è decisamente interessante in quanto alle sue interazioni con i GR e l’attività del Cortisolo. Tuttavia, la sua natura aromatizzabile al potente 7α-Methylestradiolo lo rendono un AAS da poter inserire a moderati dosaggi in Bulk ma non in Cut o pre-contest.
Il Nandrolone si sa, da più problemi che vantaggi, e sebbene presenti alcune peculiarità sulla attività dei GR e del Cortisolo, l’impatto sui GR a livello cerebrale [ippocampo], oltre alla sua propensione ad esercitare stati paranoici e depressivi per via della sua attività progestinica [per lo meno il Trenbolone può essere usato efficacemente a piccole dosi mitigando tali effetti], e la forte ritenzione idrica che accompagna il suo uso [ma questo lo vedremo meglio nella seconda parte], fanno propendere per uno scarto generale e specifico per contesti pre-gara o Cut.
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Nei tessuti bersaglio e nel fegato, il Testosterone può essere ulteriormente metabolizzato da una serie di diverse reazioni di fase I (ad esempio, riduzione) e reazioni di fase II (ad esempio, glucuronidazione). Sia il T che il DHT possono essere coniugati, principalmente nel fegato ma anche in altri tessuti, mediante glucuronidazione, che aumenta la solubilità in acqua dei composti. Gli androgeni glucuronidati vengono escreti nelle urine o tramite la bile nell’intestino tenue.
Il microbiota intestinale (GM) è costituito da trilioni di batteri, virus e funghi che sono stati descritti nel loro insieme come un organo endocrino virtuale in grado di produrre ed espellere numerose sostanze nel flusso sanguigno del suo ospite, influenzandone così la fisiologia. Il numero di batteri e la capacità metabolica del GM sono maggiori nel cieco e nel colon rispetto all’intestino tenue. Anche la composizione del GM cambia lungo il tratto gastrointestinale (GI). È stato dimostrato in vitro che alcuni ceppi batterici hanno la capacità di metabolizzare gli androgeni, ad esempio convertendo il T in DHT. La rilevanza fisiologica del GM nel metabolismo degli androgeni e nei livelli di androgeni glucuronidati e liberi in diverse regioni dell’intestino è in gran parte sconosciuta. In un recente studio, è stato osservato un legame tra il GM e le concentrazioni di androgeni nei topi, con topi femmina che avevano ricevuto contenuto intestinale maschile e che mostravano livelli sierici di T aumentati. I livelli locali di androgeni nel contenuto intestinale, tuttavia, non sono stati analizzati nello studio.
E’ stato ipotizzato e osservato che il GM, con bassa abbondanza nell’intestino tenue e alta abbondanza nell’intestino distale, può modulare il metabolismo degli androgeni e quindi influenzare i livelli locali di androgeni in modo sito-specifico lungo il tratto gastrointestinale. Per consentire la quantificazione degli androgeni nel contenuto intestinale, è stato modificato e validato un metodo specifico di gascromatografia-spettrometria di massa tandem (GC-MS/MS) precedentemente sviluppato per le analisi degli steroidi sessuali nel siero. Sono state osservate importanti differenze dipendenti dal GM nei livelli di androgeni glucuronidati e liberi nel contenuto intestinale dell’intestino tenue e delle regioni più distali dell’intestino. Sono stati osservati anche cambiamenti dipendenti dal GM nell’azione degli androgeni nei tessuti extraintestinali e intestinali. Nel complesso, questi risultati identificano il GM come un importante regolatore dell’azione locale degli androgeni nell’intestino e in altri tessuti periferici. Questo delicato equilibrio viene sensibilmente alterato da condizioni di iperandrogenismo sia patologico-organico che indotto dall’uso/abuso di AAS creando alterazioni nella popolazione microbica intestinale con conseguenti effetti connessi alla disbiosi.
Un altro problema correlato all’uso/abuso di AAS è la comparsa di bruciore di stomaco, inappetenza e reflusso gastroesofageo. Chi conosce bene questo fastidioso effetto collaterale androgeno/antiestrogenico che si manifesta quando si assumono dosi elevate di forti androgeni, soprattutto quelli non aromatizzabili e orali, durante un ciclo di AAS, sa bene che il bruciore di stomaco può causare gravi danni d’organo, scatenando iperacidità. Per chi fa uso di AAS (e sì, la situazione peggiora con l’età), la salute gastrointestinale si preserva al meglio con l’assunzione quotidiana di un antiacido a basso dosaggio e l’uso di AAS “attenuati”… Ovviamente, non con un semplice antiacido come il Tums®, ma un antiacido vero e proprio per una soluzione rapida e semplice, oltre a seguire strategie di prevenzione a lungo termine per proteggere la mucosa gastrica. Rinunciare a un antiacido quando si soffre anche di un lieve bruciore di stomaco danneggia la mucosa gastrica!
Trascurare un adeguato trattamento del bruciore di stomaco provoca un deterioramento della mucosa gastrica. Questo articolo, nel suo insieme, propone di assumere quotidianamente e in modo continuativo gli antiacidi basali appropriati non appena compaiono i primi sintomi in qualsiasi ciclo o fase di trattamento, e non solo in modo reattivo quando i sintomi si riacutizzano.
*Bruciore di stomaco da steroidi anabolizzanti: avverti quella sensazione di bruciore a metà ciclo? Il reflusso gastroesofageo (bruciore di stomaco) colpisce molti utilizzatori di AAS, eppure rimane un problema poco compreso e non adeguatamente trattato. La domanda che molti si pongono è: “Gli steroidi possono causare bruciore di stomaco?”. La risposta è sì. Gli steroidi causano bruciore di stomaco attraverso molteplici meccanismi, tra cui l’aumento della secrezione di acido gastrico. [1] [2] [3] È importante essere a conoscenza del perché gli steroidi anabolizzanti causano bruciore di stomaco, perché un intervento adeguato dipende dall’affrontare la causa principale, non solo dal mascherare i sintomi. Questo articolo fornisce soluzioni basate sull’evidenza scientifica sia per un sollievo immediato che per la prevenzione a lungo termine. In questo modo, i problemi di stomaco non comprometteranno i progressi dell’atleta.
Androgeni/AAS e modulazione/alterazione del microbiota intestinale
Sono state segnalate differenze di genere nel microbiota intestinale anche negli esseri umani. Ad esempio, gli uomini presentano livelli più elevati di Bacteroidetes e Prevotella rispetto alle donne, suggerendo un ruolo per fattori sessuali come la diversa espressione genica dei cromosomi sessuali o le differenze nei livelli di ormoni gonadici nella modulazione del microbiota intestinale. Tuttavia, va notato che studi metagenomici più recenti hanno riportato risultati contrastanti per quanto riguarda le differenze di genere nel microbiota negli esseri umani. Alcuni studi rilevano effetti modesti o nulli del sesso sul microbiota intestinale umano, mentre altri risultati rivelano differenze di genere sostanziali. Altri studi suggeriscono che gli steroidi influenzino le comunità microbiche intestinali. Ad esempio, il microbiota intestinale subisce profondi cambiamenti durante la gravidanza nelle donne. Koren et al. hanno riscontrato un grande cambiamento nel microbiota intestinale dal primo al terzo trimestre, con un aumento della diversità complessiva e una proliferazione di Proteobacteria e Actinobacteria, con conseguenti cambiamenti nel metabolismo. Sebbene il drastico cambiamento degli ormoni steroidei (ad esempio, estrogeni e progestinici) potrebbe benissimo contribuire direttamente a questi cambiamenti nel microbiota intestinale, è stato anche suggerito che i cambiamenti nel sistema immunitario a livello delle superfici mucose potrebbero alterare il microbiota.
Illustrazione delle vie del recettore H2 dell’istamina sulle cellule parietali gastriche che mostra come gli steroidi anabolizzanti interrompono la secrezione acida e causano bruciore di stomaco. [Fonte immagine: Gear, Growth, and Gains | Enhanced Bodybuilding | Type-IIx | Substack]
Sebbene gli steroidi gonadici possano alterare il microbiota intestinale, sembra che, a sua volta, il microbioma intestinale possa influenzare i livelli ormonali. Nelle donne in postmenopausa, la diversità del microbiota intestinale è stata associata positivamente al rapporto dei metaboliti degli estrogeni nelle urine. Nei topi, il trasferimento del microbiota intestinale di maschi adulti a femmine immature ha causato un aumento dei livelli di Testosterone e cambiamenti metabolomici nelle femmine riceventi. Inoltre, il trasferimento del microbiota intestinale da un modello murino NOD (non obeso diabetico) maschio di diabete di tipo 1 (T1D) a topi NOD T1D femmina ha portato ad un aumento del Testosterone, cambiamenti metabolici e protezione contro il diabete di tipo 1, che di solito mostra una forte predisposizione femminile rispetto a quella maschile. Questi studi evidenziano le connessioni reciproche tra ormoni sessuali e microbiota intestinale. Nel complesso, questi studi forniscono una solida prova che il microbiota intestinale è influenzato dagli ormoni steroidei gonadici e che i livelli di steroidi possono essere alterati dal microbioma intestinale.
Oltre agli ormoni steroidei gonadici che influenzano il microbiota intestinale, vi sono prove che alcune sostanze chimiche interferenti endocrine (EDC), come livelli sovrafisiologici di Testosterone esogeno, AAS sintetici e loro metaboliti, possano alterare la composizione batterica intestinale. Il 17α-ME2 [metabolita aromatico del Methandienone o del Methyltestosterone] o il 7α-ME2 [metabolita aromatico del Trestolone], compresi i SERM, che si legano ai recettori degli estrogeni, possono essere classificati sia come EDC che come composti che altera il metabolismo (MDC) e che possono causare alterazione microbica-intestinale. Gli EDC e gli MDC esercitano i loro effetti sugli organi periferici e sul sistema nervoso centrale (SNC) per tutta la vita, sebbene possano essere particolarmente pericolosi durante il periodo critico, quando possono avere effetti deleteri permanenti che possono causare una varietà di malattie. Presumibilmente, gli EDC possono influenzare il microbiota intestinale in parte alterando l’equilibrio endocrino e forse anche agendo direttamente sul microbiota intestinale.
Sappiamo, quindi, che gli androgeni esercitano effetti importanti anche nel tratto intestinale. In uomini giovani e adulti sono stati rilevati nelle feci livelli elevati di DHT non coniugato, >70 volte superiori a quelli del siero. Questo accade, come abbiamo già accennato, perché il microbiota intestinale [GM] è coinvolto nel metabolismo intestinale e nella deglucuronidazione di DHT e Testosterone, con conseguenti livelli liberi estremamente elevati dell’androgeno più potente, il DHT, nel contenuto del colon di uomini giovani e sani. Abbiamo anche compreso che tale interazione tra GM e androgeni influenza la stessa popolazione batterica portando potenzialmente a SIBO in caso di squilibrio androgeno per eccesso. Ciò potrebbe essere particolarmente vero con molecole con elevata potenzialità androgena.
Considerando poi che un ampio sottoinsieme di neuroni enterici diventa androgeno-responsivo al momento della pubertà, e che la segnalazione degli androgeni a questi neuroni sembra essere necessaria per la normale motilità del colon, la situazione che appare è caratterizzata da un ruolo degli androgeni gonadici nella regolazione neurale della funzione intestinale e ci permette di collegare i livelli alterati di androgeni a un comune disturbo digestivo sia per eccesso che per difetto. Quest’ultimo punto ci collega anche alla possibilità di risposte psicosomatiche date da sovrastimolo della rete di comunicazione nervosa che collega l’intestino e il cervello.
L’uso di steroidi anabolizzanti androgeni (AAS) altera profondamente il microbiota umano, compromettendo la diversità batterica e influenzando l’asse intestino-ormoni. L’introduzione di testosterone sintetico o dei suoi derivati interrompe i normali meccanismi di feedback dell’organismo, modificando non solo l’ambiente intestinale ma anche quello orale. Il microbiota orale è il complesso ecosistema di oltre 700 specie di batteri, funghi e virus che popolano la bocca. In condizioni di equilibrio (eubiosi) protegge denti e gengive. Se alterato si sviluppa una disbiosi che favorisce carie, parodontite e patologie sistemiche.
Punti chiave sui principali meccanismi e gli effetti di queste alterazioni AAS-correlate:
Il microbiota intestinale agisce come un vero e proprio organo endocrino virtuale in grado di metabolizzare gli androgeni. Questa specifica rete di batteri e relativi geni viene definita testobolome.
In condizioni normali, i batteri intestinali regolano i livelli locali di testosterone modificando gli steroidi ed eliminando o facilitando il loro riassorbimento.
L’abuso di AAS immette nell’organismo quantità elevate di ormoni sintetici, sovraccaricando le vie metaboliche batteriche e alterando la composizione del microbiota.
Livelli eccessivi di androgeni riducono la ricchezza e la diversità generale del microbiota (alfa-diversità), una condizione tipicamente associata a stati infiammatori e metabolici disfunzionali.
Gli studi indicano che l’aumento dei livelli di testosterone influisce negativamente su phyla chiave come Actinobacteria, Proteobacteria, Firmicutes e Verrucomicrobia. Al contempo, si osserva la selezione di ceppi batterici specifici in grado di tollerare o metabolizzare l’eccesso di steroidi.
Gli AAS possono alterare la peristalsi intestinale. Questo cambiamento nei tempi di transito, combinato con le diete iperproteiche e/o ipercaloriche spesso seguite da chi assume queste molecole, causa disbiosi, diarrea, stitichezza e un marcato gonfiore addominale.
Gli ormoni steroidei fungono da veri e propri nutrienti per alcuni microrganismi parodontali, alterando l’ambiente subgengivale.
Gli utilizzatori di AAS mostrano una prevalenza significativamente più alta di parodontite severa e infiammazione gengivale. L’assunzione di AAS modifica la flora orale, portando a una selezione sfavorevole di specie fungine (come alcune varietà di Candida) e batteri patogeni.
L’assunzione di AAS orali danneggia direttamente l’intestino e l’intero apparato digerente a causa del loro transito forzato nel sistema gastrointestinale. A differenza delle formulazioni iniettabili, gli AAS orali sono spesso alchilati in C-17 per resistere al primo passaggio epatico, diventando altamente aggressivi per le mucose e per l’equilibrio digestivo.
Questo comporta:
Alterazione del microbiota intestinale: Modificano la flora batterica simbiotica. Questa alterazione compromette le difese immunitarie e causa disbiosi profonda.
Permeabilità intestinale (Leaky Gut): Inducono l’infiammazione delle pareti intestinali. Le giunzioni strette si allentano, permettendo a tossine e frammenti di cibo indigerito di entrare nel flusso sanguigno.
Sindrome del colon irritabile (IBS): Scatenano o peggiorano crampi addominali, meteorismo, flatulenza, diarrea cronica o stitichezza ostinata.
Malassorbimento dei nutrienti: Danneggiano i villi intestinali. Il corpo perde la capacità di assimilare correttamente vitamine, minerali e macro-nutrienti essenziali.
Il danno intestinale è strettamente connesso a quello epatico. Gli steroidi orali sono notoriamente epatotossici. Quando il fegato subisce uno stress da steroidi, la produzione e il flusso della bile si bloccano o rallentano (colestasi).
La carenza di bile nell’intestino impedisce la corretta digestione dei grassi, provocando feci oleose (steatorrea), ulteriore fermentazione intestinale e una proliferazione incontrollata di batteri patogeni nel piccolo intestino (SIBO).
L’abuso di AAS orali si manifesta rapidamente attraverso segnali specifici:
Gonfiore addominale cronico e persistente.
Acidità di stomaco, reflusso gastroesofageo forte e rischio di ulcera peptica.
Nausea frequente e inappetenza, spesso legate, ma non solo, al sovraccarico epatici.
Dolori e fitte nella zona addominale inferiore.
–Quali soluzioni al problema dell’alterazione microbiotica AAS-correlata?
Il ripristino del microbiota alterato dall’uso di AAS richiede un approccio multifasico incentrato sulla riduzione/selezione delle molecole o sulla loro totale sospensione, sul supporto della barriera intestinale e sulla modulazione batterica.
–Cambio molecolare, riduzione del dosaggio o sospensione con recupero endogeno o TRT:
La gestione della causa primaria è il passo fondamentale per consentire al “testobolome” di stabilizzarsi e/o migliorare l’alterazione.
Cambio molecolare: si tratta di cessare l’uso di forti androgeni [vedi Trenbolone e Fluoxymesterone] in favore di AAS “attenuati” [vedi Methenolone] mantenendo una base minima di Testosterone. L’osservazione e l’andamento dei sintomi dovrebbero permettere al consumatore di comprendere se passare alla seconda fase oppure procedere in tal modo
Passaggio in TRT o recupero funzionalità HPTA: nel caso la prima gestione del problema non abbia portato a miglioramenti sensibili, la cosa migliore è quella di entrare in fisiologia o attraverso una TRT o per via di un processo di recupero dell’Asse HPT che può richiedere 3-4 mesi in media.
–Ripristino dell’integrità della mucosa intestinale e della salute gastrointestinale
Gli steroidi orali, come visto in precedenza, possono infiammare la mucosa, portando a iperpermeabilità intestinale (“sindrome dell’intestino permeabile”).
L-Glutammina: Agisce come substrato energetico primario per gli enterociti, aiutando a riparare le giunzioni serrate della barriera intestinale danneggiate dall’infiammazione.
Colostro liquido: Supporta lo strato di muco protettivo e rafforza le difese immunitarie localizzate nel tratto gastrointestinale.
Ottimizzazione delle fibre: Integrare fibre prebiotiche (da verdure, frutta e semi) per nutrire i ceppi batterici benefici e contrastare la perdita di biodiversità.
Enzimi digestivi: L’uso di proteasi, amilasi e lipasi esogene riduce il carico digestivo sullo stomaco e sull’intestino, limitando i fenomeni di fermentazione anomala e lo “steroid bloating”.
Probiotici ad alta sopravvivenza: Ceppi resistenti agli acidi gastrici per reintegrare l’alfa-diversità perduta.
Antiossidanti (Glutatione liposomiale e EPA-DHA): Riducono il carico infiammatorio e lo stress ossidativo a livello epatico e intestinale causato dagli AAS C17-alchilati.
Igiene orale rigorosa: Utilizzo di antisettici orali delicati non alcolici per evitare la selezione di biofilm patogeni.
Risciacquo post-assunzione: Se si utilizzano formulazioni orali o sublinguali, è fondamentale sciacquare accuratamente la bocca per evitare il ristagno locale di residui ormonali.
Perché gli AAS causano bruciore di stomaco?
Gli steroidi anabolizzanti alterano la fisiologia gastrica attraverso percorsi mediati dagli ormoni con metabolismo epatico e interazioni recettoriali. La ricerca mostra che il testosterone e i suoi derivati sintetici inibiscono gli enzimi epatici del citocromo P-450, lo stesso sistema che regola i modulatori della secrezione acida gastrica. Studi su ratti maschi trattati con analoghi del testosterone hanno mostrato importanti alterazioni nell’idrossilazione ormonale e hanno influenzato le funzioni gastriche.
Il meccanismo si basa sui recettori H2 dell’istamina situati sulle cellule parietali gastriche. [1-3] Questi recettori stimolano la produzione di acido attraverso le vie dell’AMP ciclico. Gli androgeni ritardano la guarigione dell’ulcera gastrica in modo dose-dipendente e potenza-dipendente, riducono il flusso sanguigno, aumentano la secrezione di acido gastrico e innalzano le citochine proinfiammatorie (ad esempio, IL-1β e TNF-α). Gli steroidi anabolizzanti causano bruciore di stomaco interrompendo i normali meccanismi di feedback che regolano l’attività del recettore H2. Gli androgeni esogeni creano un ambiente ormonale in cui la secrezione di acido gastrico diventa disregolata, come nelle condizioni osservate negli stati ipersecretori.
La capacità degli steroidi anabolizzanti di provocare bruciore di stomaco dipende dalla loro potenza androgena meno la loro potenza estrogenica e può essere rappresentata dall’equazione:
Bruciore di stomaco = Adrogenicità – Estrogenicità
Equazione 1: Equazione della potenza androgenica e del rischio di bruciore di stomaco.
Utilizzando questo semplice approccio, possiamo rapidamente capire perché potenti androgeni non aromatizzabili come il Trenbolone, il Fluoximesterone (Halotestin®), il Methyldrostanolone (Superdrol) e persino l’Oxymetholone (Anadrol), che ha una androgenicità contenuta, sono diventati famigerati per causare bruciore di stomaco da steroidi, mentre il Testosterone (dal quale la conversione in E2 tende ad attenuare il bruciore di stomaco) e il Metandienone (Dianabol) [aromatizzabile in 17α-ME2, da non confondere con il 7α-ME2, il prodotto aromatico del Trestolone/MENT] sono raramente incolpati di causare questo side.
Una domanda frequente su questo effetto collaterale da AAS è:
D: Gli steroidi anabolizzanti possono scatenare un grave reflusso gastroesofageo?
R: Sì, gli steroidi anabolizzanti possono scatenare una grave malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). Gli AAS alterano la fisiologia gastrica compromettendo i normali meccanismi di regolazione dell’acidità, inibendo gli enzimi epatici che controllano la funzione gastrica e stimolando un’eccessiva produzione di acido. Alcuni utilizzatori manifestano i sintomi più gravi di GERD durante i cicli di AAS, necessitando di dosi di farmaci più elevate rispetto a prima.
Il metabolismo epatico fornisce un’altra via. Gli steroidi competono con i composti endogeni per i siti di legame del citocromo P-450, come dimostrato dalla ricerca sull’interazione della cimetidina con i microsomi epatici. [4-1] Questa competizione rallenta il metabolismo degli ormoni regolatori gastrici e ne prolunga gli effetti stimolanti l’acidità. La struttura ad anello imidazolico presente in alcuni steroidi si lega come ligando di tipo II al citocromo P-450 e inibisce la normale funzione enzimatica.
C’è un altro motivo: il metabolismo del testosterone produce metaboliti che stimolano la mucosa gastrica. Studi hanno documentato un aumento dei prodotti idrosolubili e alterazioni nei modelli di idrossilazione degli steroidi, creando composti con proprietà irritanti per lo stomaco.
Soluzioni rapide per il bruciore di stomaco indotto dagli steroidi
Gli antagonisti del recettore H2 apportano il sollievo più diretto per il bruciore di stomaco causato dagli AAS bloccando la via di produzione di acido mediata dall’istamina discussa in precedenza. La Ranitidina (Zantac®) e la Famotidina (Pepcid®) rappresentano opzioni di seconda generazione che affrontano l’ipersecrezione di acido gastrico senza interferire con il metabolismo degli steroidi.
Tabella comparativa delle classi di antiacidi per il sollievo dal bruciore di stomaco indotto da steroidi, con particolare attenzione agli antagonisti del recettore H2 preferiti come Famotidina e Ranitidina.
Attenzione:
Dosaggio clinicamente rilevante: Dosaggio secondo i regimi clinici standard per l’uomo: cimetidina (300 mg), ranitidina (50 mg) e famotidina (10 mg).
Ranitidina: Si prega di notare che in alcuni paesi regolamentati (tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Canada), la ranitidina è stata ritirata dal mercato o richiamata a causa di problemi di sicurezza relativi alle impurità di NDMA.
Il carbonato di calcio (ad es. Tums®) non è raccomandato nemmeno quotidianamente per una (1) settimana, ma per le riacutizzazioni gravi, è consigliabile utilizzarlo tamponato da un antagonista del recettore H2 per non più di tre (3) giorni nella stessa (1) settimana.
Un altra domanda frequente
D: Qual è il miglior antiacido da assumere con gli steroidi anabolizzanti?
R: La Famotidina (Pepcid®) è considerata il gold standard per chi assume steroidi perché agisce sul problema dell’istamina alla radice, senza interferire con il metabolismo ormonale. Gli antagonisti dei recettori H2 sopprimono efficacemente la produzione di acido gastrico, preservando al contempo gli effetti desiderati degli steroidi anabolizzanti, a differenza della Cimetidina che può alterare il metabolismo del testosterone, influenzando negativamente il testosterone libero e biodisponibile. Gli antagonisti dei recettori H2 sono altamente efficaci nella guarigione delle ulcere duodenali esistenti (76% di remissione dopo 4 settimane)
La differenza strutturale è importante. Ranitidina e famotidina non presentano anelli imidazolici ed evitano il legame con il citocromo P-450, che causa interazioni farmacologiche. Questi composti non hanno mostrato alcun effetto sui percorsi di idrossilazione ormonale identificabili, a differenza della cimetidina che ha ridotto la formazione di metaboliti polari e aumentato la produzione di 3-androstanediolo.
Le evidenze cliniche ne supportano l’uso: studi controllati condotti in tutto il mondo hanno mostrato tassi di guarigione del 76% a 4 settimane per entrambi i farmaci. La Ranitidina ha dimostrato una particolare efficacia nel sopprimere l’ipersecrezione gastrica resistente ad altri trattamenti.
Strategie di prevenzione a lungo termine
L’infografica mostra l’efficacia dell’assunzione serale di antagonisti dei recettori H2 e di un’alimentazione strategica pre-allenamento nel prevenire le recidive di bruciore di stomaco durante i cicli di steroidi anabolizzanti.[Fonte immagine: Gear, Growth, and Gains | Enhanced Bodybuilding | Type-IIx | Substack]
Assunzione notturna
I protocolli di mantenimento vanno oltre la gestione dei sintomi acuti e affrontano la natura ricorrente e corrosiva del bruciore di stomaco causato dagli steroidi anabolizzanti durante i cicli prolungati. La somministrazione notturna mira a controllare la secrezione acida notturna, quando il pH gastrico si abbassa e i sintomi del reflusso si intensificano.
Un altra domanda frequente
D: Come possono i bodybuilder prevenire il reflusso acido durante l’uso di AAS?
R: Le strategie di prevenzione includono l’assunzione di antagonisti dei recettori H2 prima di coricarsi durante tutto il ciclo, occasionalmente tamponati con carbonato di calcio, il consumo di pasti a basso contenuto proteico e ad alto contenuto di carboidrati prima dell’allenamento, l’assunzione di una quantità adeguata di acqua e l’evitare alimenti scatenanti come cioccolato, cibi piccanti e caffeina.
I pazienti che interrompono l’assunzione di inibitori della pompa protonica (IPP) dopo la risoluzione dei sintomi spesso vanno incontro a una rapida ricaduta. Gli studi hanno documentato che i tassi di guarigione raggiungono il 76% a 4 settimane e l’87% a 6 settimane, tuttavia l’interruzione del trattamento provoca una ricaduta nella maggior parte dei soggetti entro 12 mesi.
Strategie nutrizionali pre-allenamento:
Limita proteine, spezie e caffeina. Preferisci carboidrati pre-allenamento (neutralità a livello dell’indice glicemico e substrato energetico glicolitico per un intenso lavoro muscolare) e liquidi ad alto pH neutro, come un frullato contenente Ciclodestrine altamente ramificate o Maltodestrina in un rapporto di 3:1 o superiore rispetto alle proteine (inclusi gli EAA).
Punti chiave sottoforma di domande:
D1. Cosa aiuta ad alleviare il bruciore di stomaco causato dagli steroidi? Assumere antiacidi con ogni dose di steroidi è molto efficace nel ridurre i sintomi digestivi. Gli antagonisti dei recettori H2 come la famotidina e la ranitidina forniscono un sollievo diretto bloccando la produzione di acido senza interferire con il metabolismo degli steroidi. Questi farmaci agiscono sull’ipersecrezione di acido gastrico e possono ridurre significativamente i sintomi in pochi giorni se usati con costanza.
D2. Quale antiacido è meglio assumere con gli steroidi anabolizzanti? La famotidina (Pepcid) e la ranitidina sono le opzioni preferite da chi assume steroidi perché non interferiscono con il metabolismo ormonale. Questi antagonisti dei recettori H2 sopprimono efficacemente la produzione di acido gastrico preservando gli effetti desiderati degli steroidi anabolizzanti, a differenza della cimetidina che può alterare il metabolismo del testosterone.
D3. Gli steroidi anabolizzanti possono scatenare un grave reflusso acido? Sì, gli steroidi anabolizzanti possono scatenare una grave malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). Gli steroidi alterano la fisiologia gastrica compromettendo i normali meccanismi di regolazione dell’acidità, inibendo gli enzimi epatici che controllano la funzione gastrica e stimolando un’eccessiva produzione di acido. Alcuni utilizzatori manifestano i sintomi più gravi di reflusso gastroesofageo durante i cicli di steroidi, richiedendo dosi di farmaci più elevate rispetto a prima.
D4. Come possono i bodybuilder prevenire il reflusso acido durante l’uso di steroidi? Le strategie di prevenzione includono l’assunzione di antagonisti dei recettori H2 prima di coricarsi durante tutto il ciclo, occasionalmente tamponati con carbonato di calcio, pasti a basso contenuto proteico e ad alto contenuto di carboidrati prima dell’allenamento, bere acqua a sufficienza ed evitare cibi che scatenano il reflusso come cioccolato, cibi piccanti e caffeina.
D5. Perché il bruciore di stomaco ritorna dopo aver interrotto l’assunzione di farmaci per il reflusso acido durante un ciclo di steroidi? Il bruciore di stomaco ritorna perché gli antagonisti dei recettori H2 riparano il danno ma non curano la disfunzione di base che gli steroidi creano nella regolazione dell’acidità gastrica. Gli studi mostrano tassi di recidiva del 50-90% entro un anno dall’interruzione del trattamento, motivo per cui è necessaria una terapia di mantenimento continua a basse dosi durante tutto il ciclo di steroidi, piuttosto che un uso intermittente.
Conclusione
Gli steroidi anabolizzanti alterano la normale regolazione dell’acidità gastrica e danneggiano la mucosa dello stomaco, causando bruciore di stomaco e reflusso acido in molti utilizzatori. Questo articolo analizza i meccanismi alla base del bruciore di stomaco indotto dagli steroidi, evidenziando il ruolo degli antagonisti dei recettori H2, come famotidina e ranitidina, come efficaci opzioni di sollievo che non interferiscono con il metabolismo degli steroidi. Sottolinea inoltre l’importanza di una terapia di mantenimento continua a basse dosi durante i cicli di steroidi per prevenire le ricadute e proteggere la salute dell’apparato digerente. Consigli pratici sulla scelta dei farmaci, le strategie di dosaggio e le modifiche dello stile di vita assicurano agli utilizzatori la possibilità di gestire i sintomi senza compromettere l’allenamento o i protocolli ormonali.
Inoltre, abbiamo visto che l’uso/abuso di AAS altera profondamente il microbiota umano, compromettendo la diversità batterica e influenzando l’asse intestino-ormoni. L’assunzione di AAS orali danneggia direttamente l’intestino e l’intero apparato digerente a causa del loro transito forzato nel sistema gastrointestinale.
Attualmente, chi fa uso di steroidi anabolizzanti-androgeni (AAS) a lungo termine ha a disposizione soluzioni basate su evidenze scientifiche per gestire il bruciore di stomaco e le problematiche intestinali. Famotidina e ranitidina offrono un sollievo immediato senza interferire con il metabolismo e agiscono sull’ipersecrezione di acido gastrico, preservando al contempo i protocolli ormonali. La scelta di “androgeni attenuati” e/o l’evitamento di AAS orali può essere una pratica riduttiva delle problematiche intestinali; l’interruzione dell’uso o il passaggio in TRT risultano, a volte, le uniche scelte intelligenti da applicare. È comunque fondamentale comprendere che la terapia di mantenimento “nati-acido” durante i cicli previene le ricadute, non si tratta solo di un trattamento reattivo. Chi avverte bruciore può seguire questi protocolli e aspettarsi una riduzione dei sintomi più importanti entro pochi giorni. Una corretta gestione gastrica garantirà che le complicazioni digestive non compromettano i progressi dell’allenamento o i risultati del ciclo.
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Kowalewski, K., et al. “Effect of Sex Hormones on Gastric Secretion and on Gastric Mucosa in Oophorectomized Histamine Stimulated Rats.” Digestion, vol. 3, no. 1, 1970, pp. 13–19. DOI.org (Crossref), https://doi.org/10.1159/000196983.↩︎↩︎↩︎
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Adelakun, Sunday Aderemi, et al. “Long-Term Exposure to Cimetidine Induced Gonado-Toxicity in Male Rats: Modulating Role of Ocimum Gratissimum.” Revista Internacional De Andrologı́a, vol. 20, 2022, pp. S2–16, https://doi.org/10.1016/j.androl.2020.10.012.↩︎
Nella prima parte di questa disamina sul Colesterolo e quanto ne concerne partendo dalla biosintesi per poi passare alle funzioni fisiologiche e le alterazioni con patologie connesse, in questa seconda ed ultima parte vedremo da vicino le terapia ad oggi in uso clinico per trattare l’ipercolesterolemia.
La terapia classica, esemplificata dalle Statine, ha rivoluzionato la prevenzione delle malattie cardiovascolari inibendo l’HMGCR. Nonostante la loro efficacia, l’intolleranza alle Statine e il rischio cardiovascolare residuo persistono, in particolare nei disturbi genetici come l’ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), spingendo lo sviluppo di terapie di nuova generazione. Una pietra miliare significativa in questa evoluzione è l’avvento degli inibitori di PCSK9. Gli anticorpi monoclonali, come Evolocumab e Alirocumab, raggiungono una sostanziale riduzione del LDL bloccando l’interazione PCSK9-LDLR. Il paradigma è ulteriormente cambiato con Inclisiran, una terapia a base di siRNA che consente la somministrazione semestrale attraverso il targeting degli epatociti mediato da GalNAc. Ciò esemplifica la transizione dal trattamento cronico a strategie di silenziamento genico durature. Inoltre, agenti non statinici come Ezetimibe e sequestranti degli acidi biliari hanno ampliato l’arsenale terapeutico. Essi agiscono sull’assorbimento intestinale del Colesterolo e sul ricircolo degli acidi biliari. Nei casi refrattari come l’ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), gli inibitori di ANGPTL3 (come Evinacumab) e gli inibitori di MTP (come Lomitapide) aprono nuove prospettive di sopravvivenza per i pazienti che in precedenza non avevano “alcun farmaco disponibile” attraverso vie indipendenti da LDLR.
Sebbene questi interventi riducano efficacemente l’LDL circolante, il loro approccio fondamentale, basato sulla soppressione della biodisponibilità del Colesterolo endogeno, merita un esame critico. Dato il ruolo indispensabile del Colesterolo nell’integrità delle membrane, nella sintesi dei neurosteroidi e nella produzione di acidi biliari, le conseguenze a lungo termine della deplezione sistemica di colesterolo rimangono ancora poco chiare. Le evidenze emergenti di effetti avversi associati alle Statine (ad esempio, aumento del rischio di diabete, miopatia e incidenza paradossale di tumori con l’uso prolungato) e il “paradosso della Niacina” (riduzione del colesterolo LDL senza benefici cardiovascolari) sottolineano i potenziali limiti di questa strategia.
Ogni classe farmacologica verrà esaminata criticamente in termini di meccanismi molecolari, farmacocinetica, indicazioni cliniche, profili di sicurezza, potenziale di interazione farmacologica e considerazioni farmacogenetiche rilevanti. Sebbene l’introduzione di nuovi agenti ipolipemizzanti rappresenti un importante progresso nella prevenzione cardiovascolare, la loro ampia diffusione è mitigata da considerazioni di costo-efficacia e allocazione delle risorse sanitarie. Terapie come gli inibitori di PCSK9, Inclisiran ed Evinacumab sono associate a costi di acquisizione sostanzialmente più elevati rispetto alle Statine tradizionali o all’Ezetimibe, sollevando interrogativi sulla loro sostenibilità economica, soprattutto in contesti di prevenzione primaria. Integrando i risultati di studi clinici randomizzati cardine, dati del mondo reale e linee guida in continuo aggiornamento, questa seconda parte offre una valutazione completa e aggiornata dell’armamentario terapeutico per la dislipidemia. L’adozione di questi agenti emergenti preannuncia un passaggio verso strategie di gestione dei lipidi più personalizzate, basate sui meccanismi e adattate al rischio. Man mano che il settore continua a progredire, clinici, ricercatori e responsabili politici avranno bisogno di una comprensione approfondita di queste innovazioni per ottimizzare la prevenzione cardiovascolare e migliorare gli esiti a lungo termine in diverse popolazioni di pazienti.
–Trattamenti farmacologici per la dislipidemia/ipercolesterolemia–
Statine [inibitori dell’HMGCR].
La scoperta delle Statine rappresenta una pietra miliare nel campo della gestione del colesterolo. Nel 1973, lo screening pionieristico di 3.800 ceppi fungini condotto da Akira Endo portò alla scoperta della Mevastatina (Compactina), il primo inibitore dell’HMGCR identificato. Questa scoperta fondamentale aprì la strada al successivo sviluppo della Lovastatina da parte di Merck Pharmaceuticals nel 1987, che divenne la prima Statina approvata clinicamente. Grazie alla continua ottimizzazione molecolare, le successive generazioni di Statine hanno raggiunto una maggiore potenza e specificità, in particolare la Simvastatina (Zocor®), l’Atorvastatina (Lipitor®) e la Rosuvastatina (Crestor®), dimostrando un’efficacia nella riduzione del LDL che varia dal 25 al 60% negli studi clinici. Essendo i farmaci ipocolesterolemizzanti più prescritti al mondo, le Statine rimangono la pietra angolare della terapia per la gestione dell’ipercolesterolemia.
Dal punto di vista meccanicistico, le Statine esercitano i loro effetti inibendo l’attività dell’HMGCR, riducendo così la sintesi del Colesterolo e attivando l’SREBP2 nel reticolo endoplasmatico. Legandosi agli elementi regolatori degli steroli (SRE) nel promotore dell’LDLR, l’SREBP2 potenzia la sintesi dell’LDLR, portando a un maggiore assorbimento di LDL-C circolante. Questo meccanismo di feedback finemente regolato bilancia i livelli di Colesterolo intracellulare riducendo al contempo le concentrazioni di LDL-C circolante. In particolare, le Statine conferiscono una protezione cardiovascolare persistente attraverso effetti pleiotropici, tra cui la stabilizzazione della placca e il miglioramento della funzione endoteliale, che contribuiscono alla riduzione del rischio residuo anche dopo la cessazione del trattamento. Tuttavia, gli effetti avversi dose-dipendenti, come i sintomi muscolari associati alle Statine (SAMS), l’aumento asintomatico delle transaminasi epatiche, la calcificazione della placca e la rara rabdomiolisi, richiedono un attento monitoraggio clinico.
Simvastatina (Zocor®), l’Atorvastatina (Lipitor®) e la Rosuvastatina (Crestor®) sono generalemte somministrate al dosaggio dai 10 ai 40mg/die per la Simvastatina, da 10 a 80mg/die per la Atorvastatina e da 5 a 40mg/die per la Rosuvastatina.
I più comuni effetti collaterali derivanti dall’uso di Statine includono dolori muscolari (mialgie), lievi disturbi gastrointestinali e un potenziale aumento della glicemia. In rari casi, possono provocare tossicità muscolare grave o alterazioni epatiche. Alcuni pazienti riportano stanchezza generale, spesso legata alla riduzione dei livelli di Coenzima Q10 cellulare e ne viene spesso indicata la co-somministrazione.
Niacina
Molecola di Niacina
La Niacina, nota anche come vitamina B3 o acido nicotinico, è un micronutriente essenziale necessario per la sintesi di NAD. Storicamente, la niacina è stata una terapia di prima linea per la dislipidemia. Inibendo la lipolisi del tessuto adiposo, riduce l’apporto di acidi grassi liberi necessari per la sintesi epatica dei trigliceridi, diminuendo così la produzione di VLDL e, secondariamente, l’LDL circolante; allo stesso tempo, rimane l’agente più potente per aumentare il Colesterolo HDL e può ridurre i Trigliceridi del 20-35%. Questi effetti hanno reso la Niacina un valido coadiuvante per l’iperlipidemia familiare e altre forme gravi di ipercolesterolemia. Nell’era delle Statine, tuttavia, ampi studi clinici hanno dimostrato che l’aggiunta di Niacina alla terapia intensiva con Statine, nonostante un ulteriore miglioramento del profilo lipidico, non conferisce un’ulteriore riduzione del rischio cardiovascolare e può persino aumentare la mortalità complessiva, un’osservazione definita “paradosso della Niacina”. Ciò suggerisce che l’influenza della Niacina sugli eventi cardiovascolari coinvolge percorsi che sono indipendenti o non adeguatamente catturati dai suoi tradizionali meccanismi di modulazione del Colesterolo.
Negli adulti, il dosaggio giornaliero della Niacina è dai 500mg a 2g da una a tre volte al giorno.
I più comuni effetti collaterali da assunzione di Niacina includono vampate di calore, arrossamenti, prurito, nausea, alterazioni delle transaminasi, aumento della glicemia e vertigini. Le vampate e arrossamenti (Flushing) sono l’effetto più comune della Niacina. Si manifesta con sensazione di calore, rossore e formicolio a viso e collo, spesso accentuati da alcol, attività fisica o cibi piccanti. Alcuni studi indicano che dosi eccessive (e l’accumulo di specifici metaboliti) sono associati a infiammazione vascolare e aumento del rischio di ictus o infarto.
In Italia non esistono più farmaci registrati come ipolipemizzanti a base di Niacina pura (Acido Nicotinico) per il trattamento del colesterolo e dei Trigliceridi.
I vecchi medicinali specialistici (come Tredaptive o Pelzont) sono stati ritirati dal commercio e la loro autorizzazione è stata revocata a causa di un bilancio rischio/beneficio sfavorevole, legato soprattutto agli effetti collaterali.
In sostituzione della Niacina tradizionale per il controllo dei lipidi nel sangue, l’unico farmaco prescrivibile in Italia è un suo derivato sintetico: Acipimox.
L’Acipimox (noto in commercio come Olbetam) è un farmaco ipolipemizzante derivato dell’Acido Nicotinico. Viene utilizzato per ridurre i livelli ematici di Trigliceridi e VLDL in pazienti con dislipidemie primitive o secondarie che non rispondono adeguatamente a dieta, statine o fibrati.
L’Acipimox inibisce la lipolisi nel tessuto adiposo, riducendo la quantità di acidi grassi liberi che raggiungono il fegato. Di conseguenza, il fegato produce meno lipoproteine a bassissima densità (VLDL), abbassando i livelli di Trigliceridi e, indirettamente, del Colesterolo nel sangue.
Il farmaco è indicato per il trattamento di specifiche alterazioni dei lipidi nel sangue:
Ipertrigliceridemia isolata (iperlipoproteinemia di tipo IV).
Ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia miste (iperlipoproteinemia di tipo IIb).
Va sempre associato a modifiche dello stile di vita (dieta ipolipidica ed esercizio fisico).
Essendo una molecola modificata dalla Niacina, è un agonista meno potente sui recettori cutanei che scatenano il flushing. Pur potendo causare arrossamento, questo è nettamente meno frequente, meno severo e più tollerabile rispetto alla Niacina.
Ai dosaggi standard non interferisce con il metabolismo del glucosio né altera l’acido urico. Per questa ragione, l’Acipimox è storicamente preferito nei pazienti dislipidemici che soffrono anche di diabete di tipo 2 o sindrome metabolica.
L’Acipimox mantiene un’ottima efficacia nella riduzione dei trigliceridi (e VLDL), ma ha un effetto decisamente più modesto o limitato sulla riduzione del colesterolo LDL e sull’innalzamento dell’HDL rispetto alla Niacina tradizionale.
Nelle prime fasi del trattamento con Acipimox possono manifestarsi alcuni disturbi, che spesso tendono a regredire con la continuazione della terapia:
Rossore (vasodilatazione cutanea), sensazione di calore e prurito.
Originariamente sviluppato da Schering-Plough Pharmaceuticals, l’ezetimibe rappresenta il primo inibitore dell’assorbimento del colesterolo di questa classe che si rivolge specificamente al recettore NPC1L1. Meccanicisticamente, questo agente terapeutico riduce l’assorbimento intestinale del colesterolo attraverso l’inibizione selettiva del sistema di trasporto del colesterolo mediato dal recettore NPC1L1 nella membrana a orletto a spazzola degli enterociti. Legandosi in modo competitivo al dominio extracellulare di NPC1L1, l’Ezetimibe blocca efficacemente il processo di internalizzazione del colesterolo e dei fitosteroli dalle micelle intestinali, impedendone così la successiva incorporazione nei chilomicroni per il trasporto epatico. Questa azione farmacologica crea un duplice effetto terapeutico: (1) riduzione diretta dell’assorbimento del colesterolo alimentare e (2) miglioramento indiretto della clearance delle LDL circolanti. La diminuzione dell’afflusso di colesterolo epatico innesca una sovraregolazione compensatoria dell’LDLR sugli epatociti, migliorando significativamente la rimozione delle particelle LDL circolanti dal flusso sanguigno. In particolare, l’attività terapeutica dell’ezetimibe è prevalentemente localizzata all’interno del sistema circolatorio enteroepatico, con conseguente minima esposizione sistemica (biodisponibilità < 5%) e, di conseguenza, bassi rischi di interazioni farmacocinetiche tra farmaci. Clinicamente, l’ezetimibe dimostra effetti sinergici se combinato con la terapia con statine, producendo una riduzione incrementale del 15-20% dei livelli di LDL-C rispetto alla monoterapia con statine. Questa strategia di combinazione è stata validata in numerosi studi clinici randomizzati controllati per migliorare significativamente gli esiti cardiovascolari nelle popolazioni ad alto rischio. Il profilo di sicurezza dell’ezetimibe rimane favorevole, con ampi studi clinici che documentano l’assenza di un aumento significativo di gravi effetti avversi rispetto al placebo, rendendolo particolarmente adatto per la gestione lipidica a lungo termine.
La dose abituale di Ezetimibe per adulti in caso di iperlipidemia è di 10mg per via orale una volta al giorno.
L’Ezetimibe è generalmente ben tollerato, con effetti collaterali lievi e transitori:
Disturbi gastrointestinali: dolore addominale, diarrea, flatulenza e senso di gonfiore.
Stanchezza generale: astenia o affaticamento insolito.
Sintomi simil-influenzali: tosse o lievi infezioni alle vie respiratorie.
Più rari:
Miopatia e rabdomiolisi: grave danno o debolezza muscolare con rischio di tossicità renale (le urine possono diventare scure). Il rischio aumenta se combinato con statine o fibrati. Epatite: infiammazione del fegato che si manifesta con ingiallimento degli occhi o della pelle (ittero) e dolore addominale superiore destro. Pancreatite: grave infiammazione del pancreas con forti dolori allo stomaco che si irradiano alla schiena. Reazioni allergiche severe: angioedema (gonfiore di viso, labbra o lingua), orticaria ed eruzioni cutanee estese.
L’aggiunta della Statine può modificare la frequenza o la tipologia di alcuni sintomi:
Cefalea: mal di testa frequente.
Mialgia: dolori o indolenzimenti muscolari.
Disturbi gastrici: nausea, indigestione o bruciore di stomaco.
Alterazioni epatiche: aumento delle transaminasi (enzimi del fegato) nei test del sangue.
Parestesie: sensazioni di formicolio, intorpidimento o pizzicore agli arti.
Acido Bempedoico
Molecola di Acido Bempedoico
L’Acido Bempedoico è un profarmaco orale, da assumere una volta al giorno, che viene attivato selettivamente negli epatociti dalla sintetasi 1 dell’acil-CoA a catena molto lunga (ACSVL1, codificata dal gene SLC27A2). Una volta attivato, l’acido bempedoico viene convertito in bempedoico acido-CoA, che funge da potente e selettivo inibitore dell’ATP-citrato liasi (ACLY), l’enzima che catalizza la fase limitante della biosintesi del colesterolo e degli acidi grassi. Riducendo la biosintesi epatica del colesterolo, l’acido bempedoico innesca la sovraregolazione del LDLR mediata da SREBP2, accelerando la clearance del LDL-C e abbassando i livelli plasmatici di LDL-C. Poiché l’ACSVL1 è assente nel muscolo scheletrico, l’acido bempedoico evita gli effetti collaterali mialgici comuni alle statine, rendendolo una terapia autonoma o aggiuntiva approvata dalla FDA (febbraio 2020) — commercializzata come Nexletol — per i pazienti intolleranti alle statine.
La bioattivazione specifica del Acido Bempedoico nel fegato minimizza l’esposizione sistemica e riduce significativamente il rischio di effetti avversi a carico del muscolo osservati con le statine. Una volta convertito nella sua forma attiva (metabolita attivo), il bempedoil-CoA inibisce l’enzima ACL, riducendo così la produzione epatica di acetil-CoA, un precursore essenziale nella sintesi del colesterolo e degli acidi grassi. La diminuzione del colesterolo intracellulare porta a una sovraregolazione dei LDLR, con conseguente aumento della clearance del colesterolo LDL circolante. La sovraregolazione dei LDLR, a seguito della diminuzione del colesterolo intracellulare, fa parte di un meccanismo di autoregolazione degli epatociti (feedback negativo) con un ruolo nel mantenimento dell’omeostasi lipidica intracellulare, incluso il colesterolo. Pertanto, le cellule epatiche assicurano il loro livello ottimale di colesterolo per le esigenze metaboliche, senza produrre un eccessivo accumulo intracellulare di colesterolo. Più specificamente, la diminuzione del colesterolo intracellulare innesca una cascata di regolazione genica mediata dal fattore SREBP-2 (Sterol Regulatory Element-Binding Protein 2), uno dei tre membri della famiglia SREBP. Si tratta di un fattore di trascrizione ubiquitario, espresso nella maggior parte delle cellule, ma con un’attività particolarmente intensa nel fegato. In condizioni normali, SREBP-2 viene sintetizzato come una proteina inattiva legata alla membrana e attaccata al reticolo endoplasmatico. Nelle cellule carenti di colesterolo/con carenza di colesterolo, SREBP-2 viene trasportato all’apparato di Golgi, dove subisce una scissione proteolitica che rilascia il suo frammento attivo (nSREBP2). Successivamente, nSREBP-2 viene traslocato nel nucleo, dove si lega all’elemento regolatore degli steroli (SRE) nel promotore del gene LDLR, stimolandone la trascrizione. Poiché l’ACL è posizionato a monte dell’HMG-CoA reduttasi nella via del mevalonato, l’acido bempedoico può essere utilizzato in sinergia con le statine o l’ezetimibe. Inoltre, evidenze precliniche suggeriscono che l’acido bempedoico possa attivare la proteina chinasi attivata da AMP (AMPK), contribuendo potenzialmente agli effetti antinfiammatori e metabolici, sebbene la rilevanza clinica di questo meccanismo sia ancora oggetto di studio.
L’acido bempedoico è indicato per pazienti adulti con ipercolesterolemia primaria (sia familiare che non familiare), ASCVD accertata o intolleranza alle statine. Il suo ruolo è sempre più riconosciuto nei pazienti ad alto e altissimo rischio cardiovascolare che non raggiungono i valori target di LDL-C con il solo trattamento con statine, fornendo riduzioni di LDL-C di circa il 17-28% in monoterapia e fino al 48% in combinazione con ezetimibe. Nell’ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH), in cui i pazienti presentano mutazioni che influenzano la funzione del recettore LDLR, l’acido bempedoico può aumentare la clearance dell’LDL-C mediante la regolazione positiva di questi recettori. Nelle forme poligeniche o non familiari di ipercolesterolemia, rappresenta un valido coadiuvante quando le misure dietetiche e la terapia con statine sono insufficienti.
La dose raccomandata di acido bempedoico è di 180 mg per via orale una volta al giorno, con o senza cibo. È disponibile in compresse per monoterapia e in combinazione a dose fissa con ezetimibe (10 mg). Non è necessario alcun aggiustamento del dosaggio in base all’età, al sesso o in presenza di insufficienza renale o epatica da lieve a moderata.
L’acido bempedoico ha dimostrato un profilo di sicurezza favorevole, con una bassa incidenza di eventi avversi a carico della muscolatura. A differenza delle statine, non aumenta il rischio di mialgia, miopatia o rabdomiolisi, rappresentando quindi un’opzione valida per i pazienti con una storia di sintomi muscolari associati all’uso di statine. Nonostante il suo profilo di sicurezza complessivamente favorevole, l’acido bempedoico è associato ad alcuni effetti avversi che richiedono un’attenta valutazione clinica. In particolare, può indurre iperuricemia a causa dell’inibizione del trasportatore renale di anioni organici 2 (OAT2), che riduce l’escrezione di acido urico e aumenta i livelli sierici di urato. Sono stati inoltre osservati lievi aumenti delle transaminasi epatiche, in particolare dell’alanina aminotransferasi (ALT) e dell’aspartato aminotransferasi (AST), solitamente asintomatici e reversibili dopo l’interruzione del trattamento con acido bempedoico. Altri eventi avversi comunemente riportati, come nasofaringite, infezioni del tratto urinario e mal di schiena, si sono verificati con frequenze simili a quelle del placebo e generalmente non sono considerati clinicamente significativi. Nel complesso, l’acido bempedoico dimostra un profilo di sicurezza favorevole, soprattutto se confrontato con le statine, grazie alla bassa incidenza di tossicità a carico della muscolatura.
L’acido bempedoico presenta un profilo di interazione farmacologica favorevole, in gran parte dovuto al fatto che il suo metabolismo è indipendente dal sistema del citocromo P450. Non è né substrato, né induttore, né inibitore degli enzimi CYP, il che consente una co-somministrazione più sicura con una varietà di farmaci cardiovascolari. Tuttavia, l’acido bempedoico interagisce con le proteine di trasporto renali ed epatiche. È un debole inibitore dei trasportatori di anioni organici OAT2 e OAT3, il che può portare a lievi aumenti dell’acido urico sierico e richiede cautela nei pazienti con gotta o disfunzione renale. L’acido bempedoico inibisce anche i trasportatori di captazione epatica OATP1B1 e OATP1B3, il che può influenzare la farmacocinetica di alcune statine. In particolare, l’esposizione alla simvastatina risulta aumentata e pertanto la sua dose dovrebbe essere limitata a un massimo di 20 mg/giorno. Altre statine (ad esempio, pravastatina, atorvastatina, rosuvastatina) possono richiedere un attento monitoraggio, soprattutto nei pazienti anziani o in quelli che assumono più farmaci.
Inibitori di PCSK9
Gli inibitori di PCSK9 sono una moderna classe di farmaci ipolipemizzanti utilizzati principalmente per la gestione della dislipidemia e delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche (ASCVD). Questa classe farmacologica è stata sempre più integrata nella pratica clinica contemporanea, con il suo ruolo formalmente riconosciuto nelle principali linee guida internazionali come pilastro della terapia ipolipemizzante aggiuntiva nel contesto della prevenzione cardiovascolare ad alto rischio. I due principali agenti attualmente approvati per l’uso clinico sono Alirocumab ed Evolocumab. Si tratta di anticorpi monoclonali completamente umani che si legano specificamente al PCSK9 circolante, inibendone l’interazione con LDLR. Questa classe di inibitori è emersa per rispondere a importanti esigenze cliniche. Molti pazienti ad altissimo rischio di eventi cardiovascolari non raggiungono i loro obiettivi di LDL-C nonostante l’uso di statine ad alta intensità ed ezetimibe. Inoltre, alcuni pazienti sono intolleranti alle statine o manifestano effetti avversi che ne impediscono l’uso ottimale. Gli inibitori di PCSK9 offrono una soluzione efficace, sicura e ben tollerata in questi casi, con solide prove derivanti da ampi studi randomizzati a supporto dei loro benefici cardiovascolari.
La proteina PCSK9 è sintetizzata prevalentemente dagli epatociti e secreta nella circolazione sistemica. In condizioni fisiologiche, la PCSK9 si lega al recettore LDLR sulla superficie delle cellule epatiche. Dopo l’internalizzazione del complesso PCSK9-LDLR, la PCSK9 promuove la degradazione lisosomiale del recettore, riducendone così la disponibilità per il riciclo sulla superficie cellulare. Questo meccanismo determina una riduzione del numero di recettori LDLR sulla superficie degli epatociti e, di conseguenza, una minore eliminazione del colesterolo LDL dalla circolazione. Gli anticorpi monoclonali, come alirocumab ed evolocumab, inibiscono questo processo legandosi alla PCSK9 circolante, impedendone l’interazione con i recettori LDLR.
Questa preservazione dei recettori LDLR migliora il riciclo dei recettori e aumenta la clearance epatica del colesterolo LDL. Di conseguenza, il trattamento con questi agenti può ridurre i livelli di colesterolo LDL di circa il 50-70%, a seconda dei valori basali e della terapia ipolipemizzante concomitante. Questo meccanismo rappresenta un cambio di paradigma nella gestione della dislipidemia, in quanto mira a prevenire la degradazione dei recettori LDLR, piuttosto che inibire la sintesi del colesterolo, e ha dimostrato di avere un impatto clinico significativo nella riduzione del rischio cardiovascolare.
Questi farmaci sono raccomandati principalmente per individui ad alto o altissimo rischio cardiovascolare che non riescono a raggiungere i target terapeutici per l’LDL, nonostante l’uso della dose massima tollerata di statine, da sole o in combinazione con Ezetimibe. Un’indicazione chiave per gli inibitori di PCSK9 è la prevenzione secondaria delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche in pazienti con anamnesi di infarto miocardico, ictus ischemico o arteriopatia periferica sintomatica. In questa popolazione, il mancato raggiungimento di livelli di LDL inferiori a 55 mg/dL, secondo le linee guida europee, o inferiori a 70 mg/dL, secondo le raccomandazioni americane, indica chiaramente la necessità di iniziare la terapia con inibitori di PCSK9.
Sia alirocumab che evolocumab vengono somministrati tramite iniezione sottocutanea e possono essere auto-iniettati dai pazienti dopo aver ricevuto le opportune istruzioni. Evolocumab offre due regimi di trattamento: 140 mg ogni due settimane o 420 mg una volta al mese. Entrambe le opzioni dimostrano un’equivalenza clinica nella riduzione dei livelli di LDL-C e nella protezione cardiovascolare. Il trattamento con alirocumab viene generalmente iniziato con una dose di 75 mg ogni due settimane, con la possibilità di aumentare a 150 mg ogni due settimane in base ai livelli di LDL-C e agli obiettivi terapeutici. In determinate situazioni cliniche, può essere utilizzata anche una dose mensile di 300 mg.
Gli effetti collaterali sistemici sono rari e possono includere nasofaringite, sintomi simil-influenzali e cefalea. In particolare, si osserva una bassa incidenza di sintomi muscoloscheletrici e il trattamento con inibitori di PCSK9 non è stato associato alla miopatia o alla rabdomiolisi comunemente riscontrate nei pazienti intolleranti alle statine. Inoltre, i dati di follow-up a lungo termine del trattamento con inibitori di PCSK9 non hanno confermato i timori relativi a epatotossicità, insufficienza renale o declino neurocognitivo.
Si raccomanda cautela nella somministrazione di inibitori di PCSK9 in concomitanza con agenti che influenzano la risposta immunitaria, come corticosteroidi o immunosoppressori, a causa del rischio teorico di ridotta efficacia o di una maggiore risposta immunitaria agli anticorpi monoclonali. Sebbene la combinazione di inibitori di PCSK9 con anticoagulanti o antiaggreganti piastrinici non sia strettamente vietata, è necessario procedere con cautela, poiché sono stati segnalati rari eventi emorragici in ampi studi clinici incentrati sugli esiti cardiovascolari, sebbene non sia stata stabilita una chiara relazione causale. Non vi sono prove di interazioni significative tra inibitori di PCSK9 e ipoglicemizzanti orali o farmaci antipertensivi, il che consente la loro co-somministrazione sicura. Tuttavia, in ambito clinico, è fondamentale monitorare i potenziali effetti additivi sulla funzione epatica, in particolare quando vengono utilizzati insieme più farmaci ipolipemizzanti.
Terapie con siRNA
Gli siRNA (small interfering RNA) rappresentano una classe innovativa di terapie di silenziamento genico che modulano l’espressione genica a livello post-trascrizionale attivando la via endogena dell’interferenza dell’RNA (RNAi). Nel contesto della dislipidemia, le terapie basate sugli siRNA si sono rivelate soluzioni promettenti per colpire i geni epatici essenziali coinvolti nel metabolismo lipidico. Queste terapie forniscono effetti ipolipemizzanti di lunga durata con ridotte esigenze di somministrazione. Tra queste, l’inclisiran è attualmente l’agente ipolipemizzante siRNA più avanzato e clinicamente approvato. È specificamente progettato per inibire la sintesi epatica di PCSK9, un regolatore centrale della clearance del colesterolo LDL. A differenza delle terapie ipolipemizzanti convenzionali, come le statine, l’Ezetimibe e gli anticorpi monoclonali che prendono di mira PCSK9, che agiscono a livello proteico o recettoriale, l’Inclisiran agisce a monte degradando l’RNA messaggero di PCSK9. Questo meccanismo blocca la sintesi proteica inibendo la traduzione proteica. Inclisiran esemplifica l’integrazione della farmacologia di precisione con la biotecnologia dell’RNA. Utilizza un sistema di rilascio mirato agli epatociti basato sulla coniugazione con N-acetilgalattosamina (GalNAc), garantendo specificità tissutale, maggiore potenza ed efficacia sostenuta a lungo termine.
L’inclisiran esercita il suo effetto ipolipemizzante sfruttando la via endogena dell’interferenza dell’RNA, riducendo specificamente la sintesi epatica di PCSK9. La molecola è un siRNA a doppio filamento chimicamente stabilizzato, coniugato a N-acetilgalattosamina triantennaria, che facilita l’assorbimento selettivo negli epatociti legandosi al recettore delle asialoglicoproteine (ASGPR), abbondantemente espresso sulla superficie delle cellule epatiche. Dopo l’internalizzazione, l’inclisiran si dissocia e il filamento antisenso viene incorporato nel complesso di silenziamento indotto dall’RNA (RISC). Questo complesso si lega successivamente all’mRNA complementare di PCSK9, causandone la degradazione e bloccandone la traduzione in proteine funzionali. Riducendo i livelli intracellulari di PCSK9, l’inclisiran aumenta indirettamente il numero di LDLR disponibili sulla superficie degli epatociti. Poiché PCSK9 promuove la degradazione lisosomiale dei LDLR, la sua inibizione della sintesi determina un aumento del riciclo del recettore e una maggiore eliminazione del colesterolo LDL circolante. È importante notare che questo meccanismo causa un effetto prolungato sui livelli di colesterolo LDL, con riduzioni che si mantengono per diversi mesi dopo una singola somministrazione. Questo effetto ipolipemizzante di lunga durata è spiegato meccanicisticamente dall’attività intracellulare prolungata del complesso RISC-siRNA, che consente la continua degradazione dell’mRNA di PCSK9 anche molto tempo dopo la somministrazione del farmaco, garantendo così una soppressione duratura della sintesi di PCSK9 e un’attività sostenuta dei LDLR. L’effetto farmacodinamico di Inclisiran è in gran parte indipendente dalle concentrazioni plasmatiche ed è invece sostenuto dalla persistenza intracellulare e dal turnover dell’siRNA legato al RISC negli epatociti. Questi aspetti conferiscono a inclisiran un profilo farmacologico distinto/unico, caratterizzato da un’azione lenta e da un’efficacia di lunga durata, che richiede solo due somministrazioni di mantenimento all’anno, a seguito di uno schema di carico con due dosi iniziali somministrate al giorno 0 e al mese 3.
L’inclisiran è approvato per il trattamento degli adulti con ipercolesterolemia primaria, inclusa l’ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH) o la dislipidemia mista. È indicato come coadiuvante della dieta. Viene spesso utilizzato in combinazione con le statine o in associazione a statine e altre terapie ipolipemizzanti nei casi in cui gli obiettivi di LDL-C non vengano raggiunti nonostante l’uso delle dosi massime tollerate. L’inclisiran può essere preso in considerazione anche nei pazienti intolleranti alle statine o che manifestano effetti avversi significativi con altri farmaci ipolipemizzanti. Le attuali linee guida raccomandano inclisiran come farmaco di seconda o terza linea nei regimi ipolipemizzanti, in particolare quando le modifiche dello stile di vita, le statine e l’ezetimibe non riescono a raggiungere i livelli target di colesterolo LDL.
L’inclisiran viene somministrato tramite iniezione sottocutanea nell’addome, nella parte superiore del braccio o nella coscia. Il regime posologico raccomandato prevede una dose iniziale al giorno 0, seguita da una seconda dose a 3 mesi e da successive dosi di mantenimento ogni 6 mesi. La dose fissa è di 284 mg per iniezione e non è necessario alcun aggiustamento in base al peso corporeo, all’età, al sesso o a un’insufficienza epatica o renale da lieve a moderata. L’iniezione viene in genere somministrata in un contesto sanitario per garantire la corretta somministrazione e facilitare il monitoraggio del paziente. L’intervallo di dosaggio prolungato è possibile grazie alla persistenza intracellulare dell’inclisiran negli epatociti e all’attività prolungata del RISC, che continua a sopprimere la sintesi di PCSK9 per diversi mesi dopo la somministrazione.
Inclisiran si è dimostrato sicuro e ben tollerato sia negli studi clinici che nella pratica clinica reale. Nella maggior parte dei casi, le reazioni avverse sono limitate al sito di iniezione e consistono in dolore da lieve a moderato, eritema, edema o prurito. Queste manifestazioni sono transitorie, non si accumulano nel tempo e di solito si risolvono senza bisogno di intervento medico. Gli effetti collaterali sistemici sono rari. In particolare, l’inclisiran non è stato associato a tossicità muscolare, epatotossicità o alterazioni significative del controllo glicemico, effetti avversi che si osservano occasionalmente con le statine. L’aumento delle transaminasi epatiche è raro durante la terapia con inclisiran e si verifica con una frequenza simile a quella osservata nei gruppi placebo. L’effetto dell’inclisiran sull’immunogenicità sembra essere minimo, poiché ad oggi non è stato segnalato alcuno sviluppo rilevante di anticorpi neutralizzanti o reazioni di ipersensibilità durante il trattamento. È importante sottolineare che l’inclisiran non attraversa la barriera emato-encefalica e non è stato associato ad effetti neurocognitivi avversi.
L’inclisiran non viene metabolizzato tramite il sistema del citocromo P450 e non coinvolge le comuni vie di trasporto epatiche o renali, rendendo altamente improbabili interazioni farmacologiche clinicamente significative. Questo profilo farmacocinetico favorevole è attribuito al suo rilascio epatico mirato tramite coniugazione con GalNAc e alla sua degradazione da parte di nucleasi endogene in nucleotidi naturali. Pertanto, l’inclisiran non induce né inibisce gli enzimi CYP e non agisce come substrato o inibitore di trasportatori chiave come OATP1B1/1B3, BCRP o P-gp (BCRP—proteina di resistenza al cancro al seno, P-gp—glicoproteina P). L’uso concomitante con altre terapie ipolipemizzanti come le statine o l’ezetimibe non ha dimostrato alcuna interazione clinicamente significativa e la co-somministrazione sembra essere sia sicura che sinergica nella riduzione dei livelli di LDL-C. Tuttavia, come per qualsiasi nuova classe di terapie, la sorveglianza post-marketing è essenziale per rilevare eventuali interazioni farmacologiche rare o ritardate.
Lomitapide
Lomitapide è un inibitore di MTP di prima classe e anche un derivato benzimidazolico a piccola molecola, originariamente sviluppato come farmaco orfano per il trattamento dell’ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH). Questa rara, grave e potenzialmente letale malattia genetica è caratterizzata da livelli marcatamente elevati di colesterolo LDL fin dalla nascita e da un rischio sostanzialmente aumentato di malattie cardiovascolari aterosclerotiche precoci. Negli individui con mutazioni nulle nei geni essenziali per la funzione del recettore LDLR, come i geni LDLR, ApoB, PCSK9 o LDLRAP1, le terapie ipolipemizzanti convenzionali (ad esempio, statine ad alta intensità, ezetimibe, inibitori di PCSK9) sono spesso inadeguate, poiché dipendono dall’attività residua del recettore LDLR. Lomitapide risponde a un’esigenza terapeutica fondamentale nella gestione della dislipidemia e dell’HoFH esercitando il suo effetto ipolipemizzante indipendentemente dalla via del recettore LDLR. Agisce inibendo la MTP, un enzima chiave coinvolto nell’assemblaggio e nella secrezione delle lipoproteine contenenti ApoB sia nel fegato che nell’intestino, in particolare le lipoproteine a bassissima densità (VLDL) e i chilomicroni. Questa inibizione della MTP determina una profonda riduzione della produzione di VLDL, portando in definitiva a una significativa diminuzione dei livelli plasmatici di LDL-C e di altre lipoproteine aterogene. Studi clinici hanno dimostrato che la lomitapide, se utilizzata in combinazione con una dieta a basso contenuto di grassi e trattamenti ipolipemizzanti standard, rappresenta una valida opzione terapeutica per i pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH) che non riescono a raggiungere i livelli target di LDL-C con le sole terapie convenzionali o con la sola aferesi delle lipoproteine.
La lomitapide appartiene alla classe di farmaci ipolipemizzanti noti come inibitori della MTP, una proteina chaperon intracellulare localizzata principalmente nel lume del reticolo endoplasmatico all’interno di epatociti ed enterociti. Il suo ruolo fisiologico consiste nel trasferimento di trigliceridi, esteri del colesterolo e fosfolipidi sull’ApoB durante l’assemblaggio delle particelle lipoproteiche.
Nel fegato, la MTP è essenziale per la formazione e la secrezione delle VLDL, il precursore primario delle LDL. Nell’intestino tenue, la MTP facilita l’assemblaggio dei chilomicroni, che trasportano i trigliceridi e il colesterolo assunti con la dieta. Inibendo la MTP, la lomitapide blocca il processo di lipidazione dell’ApoB, impedendo così la formazione e la secrezione intracellulare di lipoproteine contenenti ApoB. Questo blocco porta a una sostanziale riduzione della concentrazione plasmatica di VLDL e, di conseguenza, di LDL-C. È importante notare che questo meccanismo agisce indipendentemente dalla funzione del recettore LDLR, il che differenzia la lomitapide dalle statine e dagli inibitori di PCSK9, che richiedono almeno una certa attività residua di questi recettori per essere efficaci. In questo contesto, la lomitapide è particolarmente vantaggiosa per i pazienti con mutazioni nulle o gravemente difettose del gene LDLR.
Inoltre, riducendo la sintesi di particelle contenenti ApoB, la lomitapide può anche ridurre i livelli circolanti di [Lp(a)] e di lipoproteine postprandiali, entrambe considerate aterogene. L’effetto complessivo è un’ampia attenuazione del carico lipidico, che contribuisce al suo beneficio terapeutico in una popolazione ad alto rischio cardiovascolare.
La lomitapide è approvata come agente complementare alle misure dietetiche e ad altre terapie ipolipemizzanti negli adulti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH), con o senza aferesi delle LDL. Negli studi clinici, la lomitapide ha dimostrato una notevole efficacia, riducendo i livelli di LDL-C del 40-60% in modo dose-dipendente. Studi longitudinali e osservazionali condotti nella pratica clinica reale confermano la durabilità della riduzione dell’LDL-C a lungo termine. È importante notare che il trattamento con lomitapide ha permesso a molti pazienti di ridurre o addirittura interrompere le sedute di aferesi ed è stato associato a una minore frequenza di eventi cardiovascolari, nonché alla stabilizzazione dell’aterosclerosi subclinica. Questi benefici terapeutici sono più pronunciati quando la somministrazione del farmaco viene iniziata nelle fasi iniziali della malattia e integrata in una strategia ipolipemizzabile completa.
La dose iniziale raccomandata è di 5 mg una volta al giorno, da assumere a stomaco vuoto almeno due ore dopo il pasto serale per ottimizzare l’assorbimento e ridurre al minimo gli effetti collaterali gastrointestinali. L’aumento della dose deve avvenire gradualmente, in genere ogni 2-4 settimane, ed essere guidato dalla risposta del paziente al colesterolo LDL, dalla tollerabilità e dai livelli degli enzimi epatici. La tipica sequenza di titolazione prevede l’aumento della dose da 5 mg a 10 mg, 20 mg, 40 mg e fino a un massimo di 60 mg al giorno, a seconda della tollerabilità. Una dieta rigorosamente a basso contenuto di grassi è obbligatoria durante tutto il trattamento per ridurre gli effetti avversi gastrointestinali e supportare l’efficacia. Per mitigare il rischio di carenze di vitamine liposolubili e acidi grassi essenziali, è necessaria un’integrazione giornaliera con vitamina E (400 UI) e acidi grassi essenziali. L’educazione del paziente e la consulenza nutrizionale continua sono cruciali per garantire l’aderenza e promuovere la sicurezza a lungo termine.
Il profilo degli eventi avversi del lomitapide è strettamente correlato al suo meccanismo d’azione, che prevede l’inibizione dell’assorbimento lipidico e alterazioni del metabolismo lipidico epatico. Gli effetti collaterali più comunemente osservati sono di natura gastrointestinale e includono diarrea, nausea, dispepsia, flatulenza, gonfiore addominale e vomito. Questi sintomi sono in genere più pronunciati durante la fase di aumento graduale del dosaggio e tendono a correlarsi con la quantità di grassi assunti con la dieta. Pertanto, è fondamentale seguire scrupolosamente una dieta a basso contenuto di grassi per minimizzare l’intolleranza gastrointestinale. Con un’adeguata consulenza dietetica, questi effetti avversi tendono a diminuire nel tempo, migliorando la tollerabilità del trattamento a lungo termine. Sebbene non comune, il lomitapide è stato associato a casi di epatotossicità più grave, tra cui danno epatocellulare che può rendere necessaria l’interruzione temporanea o permanente della terapia.
La lomitapide viene ampiamente metabolizzata dall’enzima citocromo P450 3A4 (CYP3A4), il che spiega il suo considerevole potenziale di interazioni farmacologiche clinicamente rilevanti. La somministrazione concomitante di inibitori del CYP3A4 forti o moderati, come itraconazolo, fluconazolo o claritromicina, è severamente controindicata, poiché questi agenti possono aumentare significativamente le concentrazioni plasmatiche di lomitapide, con conseguente aumento del rischio di epatotossicità e reazioni avverse sistemiche. Un’attenta valutazione della terapia farmacologica e l’evitamento degli inibitori del CYP3A4 sono pertanto componenti essenziali per un uso sicuro della lomitapide.
Inibitori della proteina angiopoietina-simile 3
Gli inibitori di ANGPTL3 rappresentano una nuova classe di farmaci ipolipemizzanti che agiscono sul metabolismo lipidico attraverso un meccanismo distinto dalle terapie tradizionali come le statine o gli inibitori di PCSK9. Le proteine angiopoietina-simili (ANGPTL) comprendono un gruppo di proteine che include i membri 1-8 delle angiopoietine, con differenze nella regolazione tissutale e nell’espressione. Ciascuna di esse include un dominio comune all’estremità ammino-terminale, un dominio simil-fibrinogeno all’estremità C-terminale del carbossile, una regione di legame e un dominio elicoidale. ANGPTL3 è una proteina secreta dal fegato che svolge un ruolo cruciale nella regolazione dei lipidi plasmatici inibendo la lipoproteina lipasi (LPL) e la lipasi endoteliale (EL), enzimi chiave coinvolti rispettivamente nel catabolismo delle lipoproteine ricche di trigliceridi e nel metabolismo delle HDL. Studi genetici hanno dimostrato che gli individui con mutazioni con perdita di funzione nel gene ANGPTL3 presentano livelli significativamente più bassi di LDL-C, trigliceridi e HDL-C, nonché un rischio ridotto di ASCVD, evidenziando ANGPTL3 come un promettente bersaglio terapeutico.
Gli inibitori di ANGPTL3 agiscono neutralizzando l’attività di ANGPTL3, potenziando così l’attività di LPL ed EL. Le ANGPTL costituiscono una famiglia distinta di proteine con molteplici ruoli in processi biologici e patologici, tra cui la regolazione ormonale, il metabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina. LPL agisce come parte della classe delle lipasi presenti sulla superficie luminale dei capillari, che catabolizzano i trigliceridi plasmatici dalle lipoproteine, inclusi i chilomicroni e le VLDL. Bassi livelli di LPL causano grave ipertrigliceridemia e una diminuzione dei livelli di HDL, aumentando così il rischio di cardiopatia ischemica. Le ANGPTL rappresentano un gruppo di proteine in grado di mediare la regolazione post-traduzionale di LPL, inibendola. Pertanto, l’inibizione farmacologica di ANGPTL3 porterà a quanto segue: a. potenziamento dell’attività di LPL ed EL; b. riduzione di VLDL, LDL-C, trigliceridi e particelle contenenti ApoB; c. aumento della clearance delle lipoproteine residue. Questo meccanismo funziona indipendentemente da LDLR, il che rappresenta un vantaggio terapeutico fondamentale. L’anticorpo monoclonale Evinacumab è attualmente la terapia mirata ad ANGPTL3 più avanzata, approvata dalla FDA per l’uso in pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH). A differenza delle statine o degli inibitori di PCSK9, come già accennato, l’inibizione di ANGPTL3 riduce i livelli di LDL-C indipendentemente dall’attività di LDLR, risultando particolarmente efficace nei pazienti con perdita completa o quasi completa della funzione di LDLR, come quelli affetti da HoFH.
L’evinacumab è indicato come coadiuvante di altre terapie ipolipemizzanti per i pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH) che non riescono a ottenere un’adeguata riduzione del colesterolo LDL con i trattamenti convenzionali. Gli studi clinici hanno dimostrato riduzioni del colesterolo LDL di circa il 47% in questa popolazione, insieme a significative diminuzioni dei trigliceridi e del colesterolo non-HDL. L’esclusivo meccanismo indipendente dal recettore LDLR consente all’evinacumab di essere efficace laddove altri trattamenti hanno un’efficacia limitata. Sebbene l’approvazione attuale sia limitata all’HoFH, studi in corso stanno indagando il suo ruolo in popolazioni dislipidemiche più ampie, tra cui ipertrigliceridemia grave/refrattaria e dislipidemia mista. Più specificamente, i pazienti che non raggiungono il target di colesterolo LDL con statine, ezetimibe o inibitori di PCSK9 possono beneficiare di un’ulteriore riduzione del colesterolo LDL attraverso l’inibizione di ANGPTL3, in quanto possono ridurre il colesterolo LDL, i trigliceridi e il colesterolo non-HDL senza aumentare il rischio di miopatia. Le linee guida ESC/EAS del 2019 per la gestione delle dislipidemie riconoscono la necessità di terapie emergenti nei pazienti con HoFH e alto rischio residuo nonostante una terapia ottimale con statine ed ezetimibe. Gli inibitori di ANGPTL3 sono indicati come un approccio promettente in questo gruppo ad alto rischio. Allo stesso modo, il percorso decisionale di consenso degli esperti ACC del 2022 sul ruolo delle terapie non statiniche nella riduzione del colesterolo LDL identifica l’evinacumab come potenziale coadiuvante nei pazienti con HoFH o in quelli con disturbi lipidici geneticamente confermati che non riescono a raggiungere i livelli target di colesterolo LDL.
La dose raccomandata di evinacumab per i pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH) è di 15 mg/kg somministrata tramite infusione endovenosa della durata di 60 minuti una volta ogni quattro settimane. Non è necessario alcun aggiustamento del dosaggio in base all’età, al sesso o alla presenza di insufficienza renale o epatica da lieve a moderata (Appendice A, Tabella A6 e Tabella A7). A causa dei dati limitati nei pazienti con grave insufficienza epatica, si consiglia cautela e monitoraggio clinico. L’aderenza del paziente alla terapia può essere favorita dalla frequenza di somministrazione relativamente bassa, che può rappresentare un vantaggio rispetto ad altri farmaci che richiedono somministrazioni più frequenti. Tuttavia, le difficoltà logistiche associate alla somministrazione endovenosa devono essere considerate nella pianificazione della gestione a lungo termine.
L’Evinacumab non viene metabolizzato dagli enzimi del citocromo P450 e non interferisce con i comuni trasportatori epatici, minimizzando così il rischio di interazioni farmacologiche. Pertanto, l’evinacumab può essere somministrato in sicurezza in concomitanza con statine, ezetimibe, inibitori di PCSK9 e altri farmaci ipolipemizzanti. Tuttavia, i dati sulle interazioni con immunosoppressori, farmaci antidiabetici o altri anticorpi monoclonali sono limitati, e si raccomanda un’attenta valutazione in caso di politerapia complessa.
Gli inibitori di ANGPTL3, come evinacumab, hanno dimostrato un profilo di sicurezza favorevole negli studi clinici. Gli eventi avversi più comunemente riportati includono nasofaringite, sintomi simil-influenzali, vertigini e reazioni correlate all’infusione. Questi eventi sono in genere di gravità da lieve a moderata. Non sono stati segnalati casi significativi di epatotossicità o effetti collaterali a carico della muscolatura, il che distingue gli inibitori di ANGPTL3 dalle statine. Tuttavia, essendo un anticorpo monoclonale che richiede la somministrazione endovenosa, evinacumab necessita di monitoraggio per ipersensibilità e complicanze correlate all’infusione, soprattutto durante le infusioni iniziali.
Conclusioni:
La gestione dell’ipercolesterolemia è entrata in un’era di trasformazione, spinta da una comprensione più approfondita del metabolismo lipidico e dall’avvento di terapie innovative che vanno ben oltre l’ambito delle statine convenzionali. In questa disamina ha sottolineato l’arsenale terapeutico in espansione, che comprende gli inibitori di PCSK9, gli agenti a base di siRNA come l’inclisiran, gli inibitori di ACL come l’acido bempedoico, gli inibitori di MTP e gli inibitori di ANGPTL3, ognuno dei quali offre meccanismi d’azione unici, profili di efficacia distinti e considerazioni di sicurezza specifiche.
Nel loro insieme, queste strategie emergenti non solo forniscono valide alternative per i pazienti con ipercolesterolemia familiare o intolleranza alle statine, ma rappresentano anche strumenti promettenti per mitigare il rischio cardiovascolare residuo persistente in popolazioni complesse ad alto rischio. La loro integrazione in algoritmi di trattamento individualizzati, guidati dalla farmacogenomica, da una stratificazione del rischio più precisa e dalle preferenze del paziente, segna un cambio di paradigma verso una gestione lipidica più precisa e personalizzata.
E’ corretto sottolineare, arrivati a questo punto che, nonostante il ventaglio di applicazioni terapeutiche per il trattamento delle dislipidemie/ipercolesterolemia si sia largamente ampliato, l’uso di farmaci come gli inibitori di PCSK9 ed i siRNA, per fare due esempi di una certo significato, per le pratiche di Harm Reduction negli atleti enhanced risultano costosi ed eccessivi; in definitiva non necessari alla luce della causa radicale della dislipidemia/ipercolesterolemia in tale contesto. Infatti, visti i meccanismi alla base della alterazione del Colesterolo in ambito d’uso di AAS [viste nella I° Parte], le terapie applicabili, se i soggetti non hanno mutazioini geniche che li obbligherebbero a percorrere vie più complesse, sono:
Statine [per es., in specie, Simvastatina, Atorvastatina o Rosuvastatina]; la Monacolina K può essere un ripiego in caso di inaccessibilità alle Statine di sintesi.
In caso di intolleranza alle Statine [manifestazione statistica del 9% nei pazienti trattati] optare potenzialmente per lAcido Bempedoico
In caso di mancato accesso ai suddetti farmaci e alla intolleranza alle Statine, il Bergamotto può essere un buon ripiego; alcuni flavonoidi unici del Bergamotto (come Melitidina e Brutieridina) presentano una struttura molecolare simile all’HMG-CoA. Questo permette loro di legarsi e inibire l’enzima HMG-CoA reduttasi, riducendo la sintesi endogena di Colesterolo nel fegato con un meccanismo analogo a quello dei farmaci Statinici ma senza i tipici sides connessi.
In caso di alimentazione con una significativa presenza di Colesterolo alimentare e/o necessità di un controllo ancillare marcato della dislipidemia, l’aggiunta di Ezetimibe può migliorare ulteriormente il controllo del profilo lipidico ematico; l’uso di 1-2g di Lecitina di Soia possono risultare un discreto sostituto.
L’inserimento di Niacina [500mg-1.5mg/die] per periodi controllati riducono “il paradosso della Niacina” migliorando il tamponamento della riduzione delle HDL-C; qual ora possibile, quest’ultima può essere sostituita con l’Acipimox.
L’aggiunta di 2,5-5gm di EPA e DHA possono aitare a ridurre i livelli di Trigliceridi e migliorare lo stato infiammatorio.
In passato mi sono già cimentato nella trattazione del Colesterolo, soprattutto in ambito Enhanced, esplicando in modo chiaro i meccanismi che portano l’utilizzatore di AAS in una condizione dislipidemica/ipercolesterolemica potenzialmente negativa specie se mantenuta nel tempo. In questo artricolo, invece, è mia intenzione approfondire le caratteristiche di questa molecola tanto vituperata quando mal intesa al fine di far conoscere al lettore non semplicemente le basi di biochimica che reggono la sua omeostasi ma, soprattutto, quali sono ad oggi i trattamenti farmacologici applicati per intervenire sulle alterazione del Colesterolo ematico.
Il Colesterolo, un lipide strutturale e di segnalazione indispensabile, è fondamentale per l’integrità delle membrane cellulari, la steroidogenesi e le vie metaboliche dei morfogeni durante lo sviluppo. La sua omeostasi dipende dal preciso coordinamento di quattro moduli metabolici interdipendenti: biosintesi de novo, assorbimento intestinale, conversione enzimatica ed eliminazione sistemica. In questo articolo tratteremo i meccanismi molecolari che regolano questi processi, dalle vie di sintesi di Bloch/Kandutsch-Russell e dall’assorbimento di colesterolo mediato da NPC1L1 (Niemann-Pick C1-like 1) alla sintesi degli acidi biliari guidata dalla colesterolo 7α-idrossilasi (CYP7A1) e al trasporto inverso dipendente dalle HDL. Vengono inoltre approfonditi i molteplici ruoli del colesterolo nell’assemblaggio dei lipid raft, nella trasduzione del segnale Hedgehog e nella produzione di vitamina D e ormoni.
La disregolazione del flusso di Colesterolo è alla base della patogenesi dell’aterosclerosi, della steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MAFLD), delle malattie neurodegenerative e dell’oncogenesi, con cascate di sintesi, efflusso o esterificazione alterate che fungono da fattori chiave. Le strategie terapeutiche emergenti vanno oltre le statine convenzionali e gli inibitori della proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9) per includere modalità innovative: l’editing genetico in vivo basato su CRISPR (ad esempio, VERVE-101 che ha come bersaglio PCSK9), le terapie con RNA interferente (siRNA) (inclisiran) e gli interventi mirati al microbiota. Approcci pionieristici contro bersagli quali l’angiopoietina-simile 3 (ANGPTL3), la lipoproteina(a) [Lp(a)] e il recettore 1 dell’asialoglicoproteina (ASGR1), insieme ad agenti naturali riproposti (berberina, probiotici), offrono promettenti soluzioni per mitigare il rischio cardiovascolare residuo e promuovere la medicina cardiometabolica di precisione. Integrando le conoscenze sui meccanismi d’azione con i progressi clinici, andrà sottolineata la transizione dalle terapie ad ampio spettro a regimi personalizzati multi-bersaglio, offrendo una tabella di marcia per la mitigazione delle malattie correlate al Colesterolo nell’era della medicina genomica e metabolica.
Questa disamina si dividerà in due parti al fine di dare la possibilità al lettore di assimilare le nozioni e poter essere preparato alle successive presenti della seconda parte.
Regolazione dell’omeostasi del Colesterolo
L’omeostasi del colesterolo è meticolosamente orchestrata attraverso l’integrazione di quattro moduli metabolici chiave: sintesi, assorbimento, conversione ed eliminazione (vedi la figura seguente). Questo ciclo metabolico completo garantisce che il Colesterolo svolga i suoi ruoli fondamentali nella costruzione delle membrane, nella trasduzione del segnale e nell’omeostasi sistemica.
Vie metaboliche intracellulari della biosintesi, dell’assorbimento e della conversione del Colesterolo. La via biosintetica de novo del Colesterolo ha origine dall’acetil-CoA e procede attraverso intermedi chiave come HMG-CoA, Mevalonato, farnesil-PP e squalene, formando infine il Colesterolo tramite il Lanosterolo. Gli enzimi HMGCR e SQLE sono evidenziati come fasi critiche limitanti la velocità. I destini metabolici a valle del Colesterolo comprendono la sua conversione in ormoni steroidei, acidi biliari e vitamina D, nonché l’immagazzinamento in goccioline lipidiche come CE tramite ACAT, o il trasporto dentro e fuori dalle cellule attraverso recettori lipoproteici (LDLR, SR-BI) e trasportatori (ABCA1, ABCG1, ABCG5/8). Viene inoltre illustrato l’assorbimento del Colesterolo dal lume intestinale tramite NPC1L1 e il suo efflusso verso le particelle HDL, riassumendo le principali vie di flusso intracellulare del Colesterolo. Farnesil-PP, farnesil pirofosfato; HMG-CoA, 3-idrossi-3-metilglutaril-CoA; HMGCR, HMG-CoA reduttasi; SQLE, squalene epossidasi; CE, esteri del colesterolo; ACAT, acil-CoA:colesterolo aciltransferasi; SR-BI, recettore scavenger di classe B tipo I; NPC1L1, niemann-pick C1-like 1
Biosintesi del Colesterolo
La sintesi de novo del Colesterolo nei vertebrati avviene prevalentemente nel fegato (80%), con contributi minori dai tessuti extraepatici (20%). Questo processo è metabolicamente impegnativo, consumando 18 molecole di adenosina trifosfato (ATP) e 16 molecole di nicotinammide adenina dinucleotide (NAD) in forma ridotta (NADPH), oltre ad acetil-CoA e ossigeno, per ogni molecola di colesterolo prodotta. Procede attraverso due vie metaboliche conservate nel design: la via canonica di Bloch (> 90% della produzione totale), chiarita dagli studi premiati con il Nobel da Konrad Bloch negli anni ’50, e la via di Kandutsch-Russell (K-R), scoperta negli anni ’60. La via K-R è dominante in condizioni di ipossia o stress da raggi ultravioletti (UV) in tessuti come la pelle e le gonadi. Entrambi i percorsi metabolici condividono le stesse fasi iniziali, a partire dalla condensazione delle molecole di acetil-CoA. La tiolasi combina due molecole di acetil-CoA per formare acetoacetil-CoA, al quale la 3-idrossi-3-metilglutaril-CoA (HMG-CoA) sintasi aggiunge una terza molecola di acetil-CoA, producendo HMG-CoA. L’enzima limitante la velocità di reazione, l’HMG-CoA reduttasi (HMGCR), riduce quindi l’HMG-CoA a Mevalonato (MVA) utilizzando NADPH. L’MVA subisce fosforilazione e isomerizzazioni sequenziali per produrre farnesil pirofosfato (FPP). La squalene sintasi (SQS) dimerizza l’FPP in squalene, che viene successivamente ossidato dal secondo enzima limitante la velocità di reazione, la squalene epossidasi (SQLE), per formare 2,3-ossidosqualene. La lanosterolo sintasi (LSS) ciclizza il 2,3-ossidosqualene in lanosterolo, il primo intermedio steroideo. Oltre il lanosterolo, la via di Bloch e la via di Krebs-Ribbent-Robinson (K-R) divergono. Nella via di Bloch, il lanosterolo subisce demetilazione, desaturazione e riduzione per produrre infine Colesterolo. Nella via di K-R, il lanosterolo viene convertito sequenzialmente in 24,25-diidrolanosterolo e 7-deidrocolesterolo (7-DHC), seguito dalla riduzione del 7-DHC a Colesterolo tramite la 7-DHC reduttasi (DHCR7). Sebbene meno efficiente, la via di K-R evita le fasi dipendenti dall’ossigeno, fornendo un vantaggio fisiologico in ambienti con limitata disponibilità di ossigeno.
Assorbimento del Colesterolo
L’assorbimento del Colesterolo, che avviene principalmente nel duodeno e nel digiuno prossimale, è un processo strettamente regolato, fondamentale per il mantenimento dell’omeostasi lipidica sistemica, garantendo un assorbimento efficiente del Colesterolo alimentare e biliare e prevenendone l’accumulo eccessivo. Il principale mediatore dell’assorbimento intestinale del colesterolo è la proteina di membrana degli enterociti niemann-pick C1-like 1 (NPC1L1), che si sposta tra la superficie cellulare e i compartimenti di riciclo endocitico (ERC) per facilitarne l’assorbimento. NPC1L1 contiene cinque domini transmembrana, tra cui un dominio di rilevamento degli steroli che rileva i livelli di Colesterolo . Un elevato livello di colesterolo luminale induce l’integrazione del colesterolo libero nella membrana degli enterociti, dove NPC1L1 lo lega e ne facilita l’internalizzazione. Questo avviene principalmente tramite endocitosi mediata da clatrina/AP2, trasportando il Colesterolo lungo i filamenti di actina verso gli ERC per l’immagazzinamento. Studi di microscopia crioelettronica rivelano un meccanismo aggiuntivo: il legame del Colesterolo induce un cambiamento conformazionale in NPC1L1, formando un tunnel di trasporto transmembrana che facilita direttamente l’assorbimento indipendentemente dall’endocitosi. In condizioni di basso Colesterolo, NPC1L1 viene riciclato verso la membrana per riprendere l’assorbimento.
Una volta internalizzato, il Colesterolo subisce esterificazione o efflusso per bilanciare i livelli cellulari. Il colesterolo libero si sposta nel reticolo endoplasmatico, dove l’acil-CoA:colesterolo aciltransferasi 2 (ACAT2) lo esterifica con acidi grassi in esteri del Colesterolo. Questi esteri idrofobici vengono impacchettati nei chilomicroni, trasportati all’apparato di Golgi per essere elaborati e infine entrano nella circolazione sistemica attraverso il sistema linfatico (dotto toracico) per essere distribuiti ai tessuti periferici. Nel frattempo, il Colesterolo libero in eccesso viene attivamente pompato di nuovo nel lume intestinale dai trasportatori eterodimerici ATP-binding cassette (ABC) G5/G8 (ABCG5/G8). Questo meccanismo di efflusso limita in modo critico l’assorbimento netto e protegge dal sovraccarico cellulare.
Conversione del Colesterolo
All’interno delle cellule, il Colesterolo funge da precursore versatile per la sintesi di composti biologicamente essenziali, tra cui acidi biliari, glucosidi del Colesterolo, vitamina D e vari ormoni steroidei come Androgeni, Estrogeni, Progesterone, Glucocorticoidi e Mineralcorticoidi.
Sintesi degli Acidi Biliari
Nel fegato, la maggior parte del Colesterolo viene convertita in Acidi Biliari, costituiti principalmente da Acidi Biliari primari come l’Acido Colico (CA) e l’Acido Chenodesossicolico (CDCA), insieme ad acidi biliari secondari come l’Acido Desossicolico (DCA) e tracce di Acido Litocolico (LCA), attraverso due percorsi distinti. Il percorso classico, responsabile di oltre il 90% della produzione di acidi biliari, inizia con la Colesterolo 7α-idrossilasi (CYP7A1) che idrossila il Colesterolo in posizione 7α. Questa fase limitante la velocità produce 7α-idrossicolesterolo, che viene poi convertito in 7α-idrossi-4-colesten-3-one (C4) dalla 3β-idrossi-Δ5-C27-steroide deidrogenasi (3β-HSD). In particolare, il C4 funge da precursore comune sia per il CA che per il CDCA ed è spesso utilizzato come biomarcatore sierico per la velocità di sintesi degli acidi biliari. Al contrario, la via alternativa agisce come un meccanismo compensatorio essenziale durante l’alterazione della via classica o lo stress metabolico, inizia con la sterolo 27-idrossilasi mitocondriale (CYP27A1) che converte il Colesterolo in 27-idrossicolesterolo (27-OHC), seguita dall’ossisterolo 7α-idrossilasi (CYP7B1) che catalizza un’ulteriore idrossilazione per generare acido 3β,7α-diidrossi-5-colestenoico, che subisce ossidazione della catena laterale e accorciamento tramite 3β-HSD tipo 7 (HSD3B7) per produrre CDCA. Sebbene questa via alternativa rappresenti solo circa il 10% della sintesi degli acidi biliari in condizioni normali, diventa di fondamentale importanza negli stati patologici.
Glucosidi del Colesterolo (CG)
I CG sono glicosidi sterolici in cui una porzione di Glucosio è esterificata al gruppo idrossilico del Colesterolo. I CG contribuiscono alla stabilità della membrana alterando l’impacchettamento e la fluidità dei lipidi, in particolare nei raft lipidici. I CG possono anche agire come molecole di segnalazione nelle risposte immunitarie. Ad esempio, sono implicati nell’attivazione dei macrofagi e nella produzione di citochine. Nelle piante, i CG difendono dai patogeni microbici, suggerendo ruoli analoghi nell’immunità innata dei mammiferi. Nei mammiferi, i CG vengono sintetizzati tramite glicosilazione enzimatica del colesterolo principalmente nell’apparato di Golgi o nel reticolo endoplasmatico, dove il colesterolo e l’UDP-glucosio sono accessibili. L’UDP-glucosio:sterolo glucosiltransferasi (USG) catalizza il trasferimento del glucosio dall’UDP-glucosio al gruppo 3β-idrossilico del colesterolo. La produzione di CG è regolata dalla disponibilità di colesterolo e dallo stress cellulare; in condizioni di sovraccarico di colesterolo o stress ossidativo, la sintesi di CG può aumentare per modulare la fluidità della membrana o sequestrare il Colesterolo in eccesso. La disregolazione della sintesi di CG è collegata a disturbi dell’accumulo di lipidi e malattie infiammatorie. Ad esempio, livelli elevati di CG si osservano nella malattia di Niemann-Pick di tipo C, una malattia da accumulo lisosomiale. È interessante notare che alcuni organismi patogeni, come Helicobacter pylori, sono anche in grado di sintetizzare glucosidi del colesterolo, sebbene i loro percorsi biosintetici differiscano fondamentalmente da quelli dei mammiferi.
Sintesi della Vitamina D
La vitamina D, un secosteroide fondamentale per l’omeostasi del Calcio e la regolazione immunitaria, viene sintetizzata a partire dal 7-DHC attraverso un percorso dipendente dai raggi UV e successive modifiche enzimatiche. Nello strato basale e spinoso dell’epidermide, il 7-DHC, un intermedio nella sintesi del Colesterolo, viene convertito in pre-vitamina D3 in seguito all’esposizione alle radiazioni UVB (290-315 nm). Questa reazione non enzimatica avviene spontaneamente. La pre-vitamina D3 subisce un’isomerizzazione dipendente dalla temperatura in colecalciferolo (vitamina D3) nell’arco di circa 48 ore. La vitamina D3 viene idrossilata in due fasi sequenziali per acquisire l’attività biologica. Nel fegato, il citocromo P450 2R1 (CYP2R1) converte la vitamina D3 in 25-idrossivitamina D3 [25(OH)D3], la principale forma circolante. Nel rene, il citocromo P450 27B1 (CYP27B1) idrossila la 25(OH)D3 in 1,25-diidrossivitamina D3 [1,25(OH)2D3], che aumenta l’assorbimento intestinale di Calcio e fosfato e promuove il riassorbimento renale.
Biosintesi steroidea
Il Colesterolo, precursore universale di tutti gli ormoni steroidei, inclusi mineralcorticoidi, glucocorticoidi e ormoni sessuali, subisce una biotrasformazione tessuto-specifica all’interno della corteccia surrenale. Questo sito di sintesi primario è organizzato in tre zone: la zona glomerulare, che produce mineralcorticoidi (ad esempio, Aldosterone) per regolare l’equilibrio elettrolitico e la pressione sanguigna; la zona fascicolata, che sintetizza glucocorticoidi (ad esempio, Cortisolo) che regolano la risposta allo stress e il metabolismo; e la zona reticolare, che genera steroidi sessuali (ad esempio, Androgeni) essenziali per la fisiologia riproduttiva.
Gli ormoni sessuali (androgeni, estrogeni e progestinici) sono regolatori essenziali dello sviluppo riproduttivo, delle caratteristiche sessuali secondarie e del dimorfismo fisiologico. L’attività 17,20-liasi del CYP17A1 converte il 17α-idrossipregnenolone in deidroepiandrosterone (DHEA), precursore universale degli steroidi gonadici. Il metabolismo del DHEA diverge attraverso l’ossidazione mediata da 3β-HSD-1 ad androstenedione o la riduzione dipendente da 17β-HSD-1 a 5-androstenediolo, entrambe convergenti nel testosterone. La successiva elaborazione enzimatica da parte dell’aromatasi (CYP19A1/P450aro) o della 5α-reduttasi produce rispettivamente 17β-estradiolo o 5α-diidrotestosterone (5α-DHT).
Eliminazione del Colesterolo
L’omeostasi del Colesterolo nei mammiferi si basa su meccanismi di eliminazione strettamente regolati per prevenire l’accumulo patologico nei tessuti. Due principali vie complementari mediate dalle lipoproteine, tra cui il trasporto inverso del Colesterolo (RCT) guidato dalle lipoproteine ad alta densità (HDL) e l’assorbimento epatico dipendente dalle lipoproteine a bassa densità (LDL), sono essenziali per il mantenimento dell’omeostasi del Colesterolo. Le HDL rimuovono il Colesterolo in eccesso dai tessuti periferici, mentre le LDL e il loro recettore LDLR assicurano un efficiente assorbimento epatico del colesterolo circolante. Le strategie terapeutiche che prendono di mira queste vie, come gli agenti che potenziano LDLR o HDL, sono promettenti per il trattamento della dislipidemia e dell’aterosclerosi.
Trasporto del Colesterolo mediato dalle HDL
Il trasporto inverso del colesterolo (RCT) è un processo critico attraverso il quale il colesterolo viene trasportato dai tessuti periferici al fegato per essere escreto tramite la bile o le feci. Un componente principale del percorso RCT è l’HDL. Le particelle HDL nascenti hanno una forma discoidale e sono composte da apolipoproteina A1 (ApoA1) e fosfolipidi [24]. Le particelle HDL acquisiscono colesterolo libero dalle cellule schiumose periferiche, come i macrofagi o le cellule muscolari lisce vascolari, tramite i trasportatori ABC A1 (ABCA1) e G1 (ABCG1). ABCA1 interagisce con l’apoA1 povera di lipidi, mentre ABCG1 facilita l’efflusso di colesterolo verso l’HDL matura. La lecitina-colesterolo aciltransferasi (LCAT) esterifica il colesterolo libero all’interno dell’HDL, convertendolo in esteri del colesterolo. Questo nucleo idrofobico trasforma l’HDL in particelle sferiche. L’HDL matura trasporta il colesterolo al fegato attraverso l’assorbimento selettivo mediato dal recettore scavenger di classe B tipo I (SR-BI) o il trasferimento facilitato dalla proteina di trasferimento degli esteri del colesterolo (CETP). L’SR-BI estrae selettivamente gli esteri del colesterolo dall’HDL senza degradare l’intera particella, mentre la CETP trasporta gli esteri del colesterolo dall’HDL alle lipoproteine contenenti apolipoproteina B (ApoB) (ad esempio, LDL, lipoproteine a bassissima densità (VLDL)), che vengono successivamente eliminate tramite LDLR epatico.
Eliminazione del Colesterolo mediata dalle LDL
Le particelle LDL, che trasportano esteri del Colesterolo e apolipoproteina B-100 (ApoB-100), vengono eliminate prevalentemente dal fegato. I recettori LDLR, altamente espressi negli epatociti, legano l’ApoB-100 presente sulle particelle LDL tramite interazioni elettrostatiche. I complessi LDL-LDLR vengono internalizzati in vescicole rivestite di clatrina, che si fondono con i lisosomi. All’interno dei lisosomi, gli esteri del colesterolo vengono idrolizzati a colesterolo libero, mentre i recettori LDLR vengono riciclati sulla superficie cellulare. In alcuni casi, le particelle HDL che esprimono apolipoproteina E (ApoE) possono legarsi ai recettori LDLR o alla proteina 1 correlata al recettore LDL (LRP1), consentendo la loro internalizzazione e degradazione epatica. Questa via metabolica fornisce un percorso ausiliario per l’eliminazione del Colesterolo HDL.
La proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9) è un membro della famiglia delle serina proteasi, nota per il suo ruolo critico nell’attivazione proteolitica, nella modificazione e nella degradazione delle proteine secrete. Gli LDLR epatici fungono da recettori per la PCSK9 circolante. La PCSK9 si lega al dominio EGF-A (epidermal growth factor-like repeat A) degli LDLR tramite il suo dominio catalitico, promuovendo l’endocitosi degli LDLR negli endosomi. Il pH acido all’interno degli endosomi aumenta l’interazione PCSK9-LDLR di 150 volte, impedendo il riciclo degli LDLR. Di conseguenza, il complesso PCSK9-LDLR viene indirizzato alla degradazione lisosomiale, riducendo la densità degli LDLR sulla superficie degli epatociti, diminuendo così la clearance delle particelle di colesterolo LDL (LDL-C) epatiche e aumentando i livelli circolanti di LDL-C. L’inibizione di PCSK9 migliora la clearance del Colesterolo LDL, una strategia terapeutica per l’ipercolesterolemia.
Funzione biologica del Colesterolo
Il Colesterolo è una molecola multifunzionale con un’ampia gamma di ruoli biologici. Le sue funzioni spaziano dal mantenimento dell’integrità e della fluidità delle membrane cellulari al ruolo di precursore di ormoni essenziali e acidi biliari. Inoltre, il Colesterolo svolge un ruolo cruciale nella regolazione del metabolismo lipidico, nella modulazione delle vie di trasduzione del segnale e nell’influenza sulla funzione immunitaria. Comprendere i diversi ruoli del Colesterolo è fondamentale per apprezzarne l’importanza nel mantenimento della salute generale e per sviluppare strategie terapeutiche volte a contrastare i disturbi correlati all’alterazione del Colesterolo.
Ruoli biologici del Colesterolo. Il Colesterolo è una molecola multifunzionale che svolge ruoli essenziali in diversi processi biologici. È un componente chiave della membrana cellulare, rappresentando circa il 20-30% dei lipidi di membrana. Il Colesterolo è fondamentale per il mantenimento dell’integrità e della fluidità della membrana. Un doppio strato fosfolipidico puro passa da una fase gel (rigida) a una fase liquido-cristallina (fluida) a livello della sua membrana transmembrana (TM), e il colesterolo modula dinamicamente questa transizione per ottimizzare le proprietà della membrana. Oltre ai suoi ruoli strutturali, il colesterolo è un regolatore centrale del metabolismo lipidico e un precursore di ormoni essenziali. Modula inoltre le vie di trasduzione del segnale attraverso molteplici meccanismi. I microdomini ricchi di Colesterolo, noti come zattere lipidiche (Lipid rafts), fungono da piattaforme per l’organizzazione e l’attivazione delle molecole di segnalazione. Ad esempio, il Colesterolo interagisce direttamente con la proteina transmembrana PTCH1, che inibisce strutturalmente la SMO. Questa interazione consente un controllo spazio-temporale preciso della via di segnalazione canonica Hedgehog, fondamentale per lo sviluppo, l’immunità e le malattie. Il Colesterolo regola bidirezionalmente la funzione dei canali ionici attraverso meccanismi sia strutturali che allosterici. Nello specifico, aumenta la funzione del canale Kir3.4 e al contempo riduce quella dei canali Kir2.1 e Kir3.1. Queste interazioni evidenziano i diversi ruoli del Colesterolo nella segnalazione cellulare e nell’omeostasi. PTCH1, patched1; SMO, smoothened; TM, temperatura di fusione. Questa figura è stata creata tramite BioRender.
Tra le principali funzioni biologiche del Colesterolo troviamo:
Colesterolo e stabilità della membrana cellulare
Il Colesterolo è un componente chiave delle membrane cellulari eucariotiche, rappresentando circa il 20-30% dei lipidi di membrana. Un doppio strato fosfolipidico puro esiste in una fase gel (rigida) al di sotto della sua temperatura di transizione (TM) e in una fase liquido-cristallina (fluida) al di sopra di Tₘ . Intercalandosi tra le catene fosfolipidiche, il colesterolo può smussare il punto di flesso netto della transizione di fase e contribuire a tamponare il cambiamento di fase, stabilizzando così la fase liquido-cristallina in un intervallo di temperature più ampio. Pertanto, quando l’ambiente è vicino o al di sopra della temperatura di transizione, il Colesterolo limita i movimenti vigorosi, in particolare i movimenti laterali, delle catene fosfolipidiche, prevenendo così un’eccessiva fluidità della membrana. Al contrario, a temperature più basse, l’anello sterolico del colesterolo ostacola la disposizione ordinata delle catene fosfolipidiche, impedendo la formazione di uno stato gel rigido.
L’architettura anfifilica del Colesterolo consente una duplice funzione regolatrice. Da un lato, l’anello steroideo idrofobico si inserisce nelle code idrofobiche dei fosfolipidi, associandosi alle catene di acidi grassi saturi per aumentare la densità della membrana. Riempiendo gli spazi tra le catene fosfolipidiche, il colesterolo riduce i difetti della membrana e ne migliora la resistenza meccanica. Dall’altro lato, la porzione flessibile della catena alchilica del colesterolo può interagire con le code idrofobiche delle catene di acidi grassi insaturi, diminuendo l’impacchettamento disordinato causato dalle loro pieghe e prevenendo un’eccessiva fluidità.
Inoltre, il Colesterolo collabora con gli sfingolipidi per formare i domini lipidici (lipid raft), microdomini spazialmente segregati caratterizzati da un elevato grado di ordine pur mantenendo un certo livello di fluidità, noti come fase liquido-ordinata (Lo). Al contrario, le regioni circostanti, ricche di fosfolipidi insaturi, presentano un’elevata fluidità che facilita la diffusione delle sostanze e la deformazione della membrana, e sono note come fase liquido-disordinata (Ld). Regolando l’assemblaggio e il disassemblaggio dei lipid raft, il Colesterolo influenza indirettamente la fluidità delle regioni non-raft. Le variazioni di fluidità di questi lipid raft possono anche attivare proteine di membrana come le tirosin chinasi recettoriali, influenzando così l’efficienza della trasduzione del segnale.
Modulazione dei canali ionici tramite interazioni con il Colesterolo
Il Colesterolo regola bidirezionalmente la funzione dei canali ionici attraverso meccanismi strutturali e allosterici. Le alterazioni dei livelli di Colesterolo possono influenzare la funzione dei canali ionici. Ad esempio, è noto che i canali del potassio a rettificazione interna (Kir) sono influenzati da tali cambiamenti. Nello specifico, il Colesterolo aumenta la funzione di Kir3.4 mentre riduce le funzioni di Kir2.1 e Kir3.1. Un fattore che contribuisce a queste differenze è l’alterazione della distribuzione del Colesterolo. Rispetto a Kir2.1, il potenziale sito di legame del Colesterolo di Kir3.4 ha subito delle alterazioni. L’accumulo preferenziale di colesterolo nell’elica transmembrana distale è accoppiato allostericamente con la dinamica conformazionale a livello del filtro di selettività. Questo accoppiamento allosterico tra la funzione del canale e il legame dei lipidi è un meccanismo necessario per l’attivazione dei canali Kir mediata da PIP [109].
Il Colesterolo come precursore universale della sintesi degli ormoni steroidei
Come già accennato in precedenza, il Colesterolo funge da precursore fondamentale per tutti gli ormoni steroidei, operando come impalcatura molecolare per questi regolatori critici dei processi di sviluppo, dell’omeostasi metabolica e dell’adattamento allo stress. La steroidogenesi impiega due sistemi enzimatici conservati nei tessuti endocrini: le ossidasi del citocromo P450 (CYP) e le idrossisteroide deidrogenasi (HSD), nonostante i modelli di espressione specifici delle ghiandole. Gli enzimi CYP contengono domini di legame all’eme conservati, mentre le HSD sono prive di eme ma richiedono i cofattori NAD e NADP. La cascata steroidogenica inizia con la fase limitante: la traslocazione del colesterolo alle membrane interne mitocondriali mediata dalla proteina regolatrice acuta steroidogenica (StAR). All’interno dei mitocondri, l’enzima di scissione della catena laterale del citocromo P450 (CYP11A1/P450scc) catalizza la conversione del colesterolo in pregnenolone, il precursore universale degli ormoni steroidei.
Il Colesterolo come precursore della sintesi degli ormoni steroidei. La sintesi degli ormoni steroidei inizia con la traslocazione del Colesterolo nei mitocondri mediata da StAR. All’interno della membrana mitocondriale interna, l’enzima di scissione della catena laterale del citocromo P450 CYP11A1 catalizza la conversione del colesterolo in Pregnenolone, il precursore universale di tutti gli ormoni steroidei. (A sinistra) Biosintesi dell’Aldosterone. Il pregnenolone viene convertito in Progesterone tramite 3β-HSD nel reticolo endoplasmatico liscio. La successiva idrossilazione in posizione C21 mediata da CYP21A2 genera 11-deossicorticosterone, che subisce modifiche sequenziali da parte di CYP11B1 e dell’Aldosterone sintasi CYP11B2 per produrre corticosterone e infine aldosterone. (Al centro) Produzione di cortisolo. La biosintesi del cortisolo inizia con l’idrossilazione in posizione 17α del pregnenolone, mediata dal CYP17A1, a 17α-idrossipregnenolone, seguita dalla catalisi sequenziale attraverso HSD3B2, CYP21A2 e CYP11B1 per generare rispettivamente 17α-Idrossiprogesterone, 11-deossicortisolo e cortisolo. (A destra) Sintesi degli ormoni sessuali. L’attività 17,20-liasi del CYP17A1 converte il 17α-idrossipregnenolone in DHEA, che si differenzia attraverso l’ossidazione mediata da 3β-HSD-1 ad Androstenedione o la riduzione dipendente da 17β-HSD-1 a 5-androstenediolo, entrambe convergenti nel Testosterone. La successiva elaborazione enzimatica da parte dell’Aromatasi (CYP19A1) o della 5α-reduttasi produce rispettivamente 17β-estradiolo o 5α-DHT. StAR, proteina regolatrice acuta della steroidogenesi; 3β-HSD, 3β-idrossisteroide deidrogenasi; DHEA, Deidroepiandrosterone; 5α-DHT, 5α-diidrotestosterone
Colesterolo e mTOR
Una funzione biologica poco conosciuta che interessa il Colesterolo è che esso rappresenta un elemento essenziale per l’attivazione della via metabolica di mTOR. La presenza di Colesterolo libero a livello delle membrane cellulari e il suo corretto trasporto intracellulare sono infatti necessari per permettere l’assemblaggio e l’attivazione del complesso mTORC1, fondamentale per la crescita e la sintesi proteica. L’mTORC1 è un regolatore primario dei processi anabolici. Aumenta i livelli di nSREBP2 fosforilando e impedendo l’ingresso nucleare di Lipin 1. Viceversa, il fattore di trascrizione lipogenico ChREBP (proteina legante l’elemento di risposta ai carboidrati) promuove l’ubiquitinazione e la degradazione proteasomica di nSREBP2 attraverso un meccanismo sconosciuto. Il digiuno attiva la deacetilazione di SREBP2 mediata da SIRT1, arrestando il processo di biosintesi del colesterolo, che consuma energia, in condizioni di carenza di nutrienti. Oltre all’acetilazione, nSREBP2 può subire fosforilazione da parte di ERK e AMPK, portando rispettivamente a un aumento o a una diminuzione dell’attività trascrizionale. Anche la sumoilazione di nSREBP2 riduce la sua attività trascrizionale. AMPK è stata identificata come una chinasi a monte di LXR. L’AMPK attivata (AMPK fosforilata) inibisce la produzione di ligandi LXR endogeni, riducendo così l’espressione di LXR e bloccando la regolazione trascrizionale mediata da LXR.
L’mTOR agisce come un regolatore di molteplici stimoli cellulari. I principali attivatori includono:
1- Nutrienti: Aminoacidi, in particolare la leucina, e il glucosio. 2- Segnali ormonali: Insulina e fattori di crescita (come l’IGF-1). 3- Stimoli meccanici: Sforzi fisici intensi e allenamento contro resistenza (ipertrofia).
Malattie associate al metabolismo del Colesterolo
Come abbiamo visto, il metabolismo del Colesterolo è caratterizzato da un complesso equilibrio dinamico. La disregolazione dell’omeostasi del Colesterolo, caratterizzata da squilibri nella sintesi, nell’assorbimento, nel trasporto o nell’escrezione, rappresenta un fattore patogenetico critico per una serie di malattie croniche e degenerative. Queste condizioni interessano i sistemi cardiovascolare, epatico, neurologico e oncologico, riflettendo l’impatto sistemico del dismetabolismo del Colesterolo.
Malattie associate al metabolismo del Colesterolo. La disregolazione del metabolismo del Colesterolo può portare a diverse patologie. I. Le mutazioni genetiche nel gene LDLR riducono la quantità e la funzionalità dell’LDLR, compromettendo l’assorbimento cellulare di LDL-C e determinando livelli elevati di LDL-C nel plasma, una condizione nota come ipercolesterolemia familiare (FH). II. Il deposito di LDL ossidate sulle pareti arteriose innesca la fagocitosi da parte dei macrofagi, portando alla formazione di cellule schiumose macrofagiche e allo sviluppo di placche aterosclerotiche. III. La sovrasaturazione del Colesterolo nella bile può portare alla sua precipitazione e cristallizzazione nella cistifellea, con conseguente formazione di calcoli biliari. IV. L’aumentata sintesi di colesterolo, associata a una ridotta secrezione di VLDL da parte degli epatociti, porta all’accumulo di lipidi, potenzialmente causando steatosi epatica non alcolica (NAFLD). V. Livelli elevati di Colesterolo sono stati osservati in individui affetti da malattia di Alzheimer. L’eccesso di colesterolo può ostacolare l’attività dell’enzima responsabile della scissione dell’Aβ, esacerbandone l’accumulo intracellulare e peggiorandone la progressione. VI. Le anomalie nel metabolismo del colesterolo sono collegate alla tumorigenesi. Le cellule tumorali spesso mostrano livelli di Colesterolo aumentati, che correlano con la disregolazione dell’HMGCR, la sovraespressione dell’LDLR, l’iperattività dell’ACAT, il metabolismo anomalo del 27-OHC e l’attivazione persistente della via SREBP. FH, ipercolesterolemia familiare; Aβ, beta-amiloide; HMGCR, HMG-CoA reduttasi; ACAT, acil-CoA:Colesterolo aciltransferasi; 27-OHC, 27-idrossicolesterolo; SREBP, proteina legante l’elemento regolatore degli steroli. Questa figura è stata creata tramite BioRender.
Ipercolesterolemia
L’ipercolesterolemia, una dislipidemia clinicamente significativa caratterizzata da livelli cronicamente elevati di Colesterolo totale plasmatico (≥ 5,2 mmol/L [200 mg/dL]) e/o livelli di LDL-C, costituisce un importante fattore di rischio modificabile per le malattie cardiovascolari aterosclerotiche. Classificata secondo le Linee guida cinesi del 2024 e 2026 per la gestione dei lipidi nel sangue e allineata con i criteri dell’American College of Cardiology, questa patologia metabolica si manifesta in due forme eziologiche principali: primaria (ereditaria) e secondaria. L’ipercolesterolemia primaria deriva prevalentemente da difetti genetici, in particolare dall’ipercolesterolemia familiare (FH), una condizione autosomica dominante guidata principalmente da varianti patogene nel gene LDLR. Queste mutazioni compromettono la clearance dell’LDL-C, con conseguente accumulo patologico di LDL-C. L’ipercolesterolemia secondaria deriva da fattori acquisiti, tra cui comorbilità (ad esempio, coronaropatia, diabete mellito), farmaci (ad esempio, diuretici, beta-bloccanti, glucocorticoidi, AAS) e fattori legati allo stile di vita. In particolare, l’obesità amplifica il rischio attraverso la disregolazione del metabolismo lipidico e l’iperlipidemia, mentre l’eccessivo consumo di grassi saturi, la sedentarietà, il consumo cronico di alcol e lo stress psicosociale aggravano ulteriormente l’alterazione dell’omeostasi del Colesterolo.
Data la sua natura multifattoriale, l’ipercolesterolemia può essere inizialmente gestita attraverso interventi sullo stile di vita mirati a fattori estrinseci modificabili. Le attuali strategie di intervento includono: 1) la modifica della composizione e della struttura della dieta, limitando il consumo di cibi ad alto contenuto di grassi e riducendo l’assunzione di Colesterolo esogeno. La ricerca indica che la dieta DASH, specificamente progettata per prevenire e gestire l’ipertensione, è efficace nel ridurre i livelli di LDL-C. Inoltre, i risultati di Luiza et al. suggeriscono che l’adesione alla dieta mediterranea può anche migliorare la dislipidemia negli individui affetti. 2) Impegnarsi in un’attività fisica regolare per migliorare i processi metabolici, migliorando così il metabolismo lipidico anomalo; e 3) Praticare un consumo moderato di alcol per mitigare l’assunzione complessiva di alcol. Quando le modifiche dello stile di vita non producono una risposta sufficiente, diventa imperativo intensificare la farmacoterapia. Gli agenti di prima linea includono statine, inibitori dell’assorbimento del Colesterolo, inibitori di PCSK9, sequestranti degli acidi biliari e fibrati. Queste modalità terapeutiche, con i loro distinti meccanismi e applicazioni cliniche, saranno analizzate in modo esaustivo nelle sezioni successive.
Aterosclerosi
L’aterosclerosi (AS) è una malattia immunoinfiammatoria cronica del sistema arterioso, caratterizzata patologicamente dall’accumulo di placche ricche di lipidi all’interno delle pareti dei vasi, che porta a stenosi luminale e ridotta compliance vascolare. Colpisce principalmente le arterie di grandi e medie dimensioni ed è guidata da una varietà di fattori di rischio, tra cui la dislipidemia, in particolare i livelli elevati di LDL, costituisce il principale determinante patogeno. Le particelle di LDL circolanti migrano attraverso l’endotelio e subiscono una modificazione ossidativa (ad esempio, coniugazione con malondialdeide), formando LDL ossidate pro-infiammatorie (oxLDL). Le oxLDL attivano i recettori scavenger dei macrofagi (ad esempio, CD36, LOX-1), dando inizio a un ciclo autosostenuto di formazione di cellule schiumose. I macrofagi internalizzano le oxLDL ma non possono esportare efficacemente il colesterolo a causa della disfunzione delle HDL. In condizioni di ipercolesterolemia, il sistema RCT, mediato dal legame dell’HDL ai recettori epatici SR-B1, viene sovraccaricato. Ciò promuove lo sviluppo di un nucleo necrotico e di una capsula fibrosa, che sono i tratti distintivi delle placche vulnerabili. Pertanto, il metabolismo del Colesterolo disregolato, in particolare la ridotta clearance lipidica dovuta a livelli elevati di LDL e a una disfunzione dell’HDL, funge da meccanismo centrale nella patogenesi dell’AS, guidando l’intero processo dal danno endoteliale alla formazione della placca. Sebbene l’ipercolesterolemia rimanga il principale fattore di rischio modificabile, altri fattori contribuenti includono ipertensione, diabete mellito, obesità e fattori legati allo stile di vita come il fumo.
Malattia del fegato grasso associata a disfunzione metabolica (MAFLD)
La MAFLD è una condizione epatica cronica caratterizzata dall’accumulo di lipidi nel fegato (steatosi) in assenza di altre cause identificabili, come disturbi genetici o consumo eccessivo di alcol. Lo spettro della malattia spazia dalla semplice steatosi epatica (FL), alla steatoepatite non alcolica (NASH), alla fibrosi e alla cirrosi. La sua progressione è guidata da molteplici fattori interagenti, tra cui predisposizione genetica, influenze ambientali, disbiosi del microbiota intestinale, stress ossidativo, insulino-resistenza, infiammazione e dislipidemia, che possono agire in parallelo o in sequenza nelle diverse fasi della malattia. Il Colesterolo è riconosciuto come il principale agente lipotossico nella patogenesi della MAFLD, e la sua disregolazione gioca un ruolo centrale nella progressione della MAFLD verso la NASH e la fibrosi. Un’eccessiva assunzione e accumulo di Colesterolo promuovono la progressione della malattia e le risposte infiammatorie indotte dal Colesterolo sono state identificate come un fattore determinante in queste condizioni.
La gestione della MAFLD comprende strategie sia non farmacologiche che farmacologiche, adattate ai profili di rischio individuali. Modifiche dietetiche, come la dieta mediterranea [143] e la dieta chetogenica, sono opzioni terapeutiche efficaci. Anche l’esercizio fisico regolare dimostra effetti benefici nel trattamento della MAFLD. L’asse intestino-fegato gioca un ruolo importante, poiché la salute intestinale influenza significativamente la funzione epatica, rendendo il microbiota intestinale un potenziale bersaglio terapeutico. Ad esempio, i probiotici possono modulare la composizione del microbiota intestinale ed esercitare effetti benefici sulla MAFLD, e alcune caratteristiche della flora potrebbero fungere da biomarcatori diagnostici o prognostici [147]. Tuttavia, uno studio del 2021 condotto da Nor et al. ha suggerito che sei mesi di integrazione probiotica non hanno prodotto un miglioramento clinico significativo, indicando che i probiotici potrebbero essere più adatti come terapia aggiuntiva piuttosto che come terapia autonoma. Il primo trattamento farmacologico per la NASH è Rezdiffra, un agonista orale del THR-β che attiva selettivamente il recettore epatico dell’ormone tiroideo β. Modula il metabolismo lipidico, promuove il dispendio energetico e riduce il grasso epatico e l’infiammazione. Altri approcci farmacologici mirano alla patogenesi sottostante, tra cui agenti ipolipemizzanti (ad esempio, statine), agonisti del PPARα (ad esempio, acido obeticolico) e agonisti dell’FXR (ad esempio, cilofexor ed elafibranor).
Calcoli biliari
I calcoli biliari sono depositi cristallini solidi che si formano nella cistifellea o nelle vie biliari e rappresentano una comune patologia gastrointestinale. Si distinguono principalmente in due tipi: calcoli di colesterolo e calcoli pigmentati. La patogenesi della calcolosi biliare è multifattoriale e coinvolge una complessa interazione di predisposizioni genetiche, fattori legati allo stile di vita e altre influenze. Il meccanismo predominante alla base della formazione dei calcoli biliari è la sovrasaturazione di colesterolo nella bile, che favorisce lo sviluppo dei calcoli di colesterolo. In condizioni fisiologiche, il colesterolo è solubilizzato all’interno di micelle e vescicole formate da acidi biliari e lecitina. Tuttavia, quando i livelli di Colesterolo superano la capacità di solubilizzazione di questi composti, si verifica la sovrasaturazione e la conseguente cristallizzazione. In particolare, studi recenti suggeriscono che la sovrasaturazione di colesterolo nei pazienti con calcoli biliari potrebbe essere dovuta principalmente a una carenza di acidi biliari piuttosto che a un’eccessiva produzione di colesterolo.
Le strategie di trattamento per i calcoli biliari includono interventi farmacologici e procedure chirurgiche. L’Acido Ursodesossicolico (UDCA) è un farmaco standard per i calcoli biliari di Colesterolo, poiché promuove la dissoluzione dei calcoli aumentando la secrezione di acidi biliari e sopprimendo la sintesi epatica di Colesterolo, riducendo così la saturazione di Colesterolo nella bile. Anche le Statine sono emerse come potenziale trattamento grazie alla loro capacità di modulare il metabolismo del Colesterolo e diminuire la formazione di calcoli biliari. Secondo Georgescu et al., le statine possono inoltre agire attraverso la modulazione del microbiota intestinale. La medicina tradizionale cinese contribuisce ulteriormente alla gestione dei calcoli biliari. Ad esempio, Huang et al. hanno riportato che i polisaccaridi di Ganoderma lucidum alleviano la formazione di calcoli biliari di Colesterolo attraverso la regolazione dipendente da FXR del metabolismo del Colesterolo e degli acidi biliari. Altre formulazioni a base di erbe, come i granuli Shugan Lidan Xiaoshi (SLXG), hanno anche dimostrato un potenziale terapeutico prendendo di mira geni tra cui HMGCR, SOAT2 e UGT1A1, modulando così l’omeostasi del Colesterolo. Inoltre, prove sempre più numerose indicano il ruolo del microbiota intestinale nella prevenzione e nel trattamento dei calcoli biliari di colesterolo. Ad esempio, Wang et al. hanno dimostrato che l’integrazione di lattobacilli ha ridotto l’incidenza e la gravità dei calcoli biliari indotti da una dieta ricca di grassi, indicando una nuova promettente direzione terapeutica.
Malattie neurodegenerative
Il cervello umano contiene la più alta concentrazione di Colesterolo tra tutti gli organi, rappresentando circa il 25% del Colesterolo totale del corpo. Questo pool strettamente regolato è essenziale per il mantenimento dell’architettura neuronale, della plasticità sinaptica e della neurotrasmissione, con prove emergenti che collegano il metabolismo del Colesterolo disregolato alle malattie neurodegenerative. Separato dalla circolazione sistemica dalla barriera emato-encefalica (BBB), il Colesterolo cerebrale opera come un sistema metabolico autonomo. Gli astrociti sono la fonte primaria di Colesterolo cerebrale, producendolo attraverso la sintesi de novo e consegnandolo ai neuroni tramite il trasporto mediato da ApoE. Il Colesterolo in eccesso subisce tre destini regolatori: (1) accumulo come goccioline lipidiche citoplasmatiche, (2) efflusso mediato dai trasportatori ABC tramite particelle legate ad ApoA1, o (3) conversione enzimatica in ossisteroli (24-idrossicolesterolo [24-OHC] e 27-OHC) per l’eliminazione attraverso la BBB.
La malattia di Alzheimer (AD), una patologia neurodegenerativa prototipica, è caratterizzata dalla deposizione di placche di beta-amiloide (Aβ) e da grovigli neurofibrillari. L’aumento dei livelli di Colesterolo nelle membrane neuronali è correlato alla progressione dell’AD [160, 161]. L’ipercolesterolemia promuove la produzione di Aβ facilitando la processazione della proteina precursore dell’amiloide (APP) all’interno dei lipid raft ricchi di colesterolo tramite le β- e γ-secretasi. L’allele ApoE4 (ε4), il più forte fattore di rischio genetico per l’AD ad esordio tardivo, compromette il trasporto del Colesterolo e la clearance dell’Aβ. In particolare, le dinamiche degli ossisteroli mostrano ruoli opposti: il 27-OHC aggrava la produzione di Aβ e la progressione dell’AD, mentre il 24-OHC promuove l’attività dell’α-secretasi per ridurre il carico di Aβ, esercitando effetti neuroprotettivi [159].
Il limitato successo clinico delle attuali terapie mirate all’Aβ ha spostato l’attenzione verso interventi sul metabolismo del Colesterolo. Le statine, tradizionalmente utilizzate per la dislipidemia, mostrano un potenziale nella gestione dell’AD. Una meta-analisi di 55 studi osservazionali ha indicato che la terapia con statine è associata a una riduzione del 14% del rischio di demenza e a una diminuzione del 18% dell’incidenza dell’AD. Questi benefici possono derivare dall’inibizione della sintesi del Colesterolo e dalla ridotta aggregazione di Aβ, in particolare con statine lipofile che attraversano la barriera emato-encefalica come la Simvastatina. Prove emergenti evidenziano la rilevanza terapeutica del CYP46A1, un enzima neuronale specifico che converte il colesterolo in 24-OHC. La sovraespressione di CYP46A1 migliora la cognizione nei modelli murini e la sua modulazione farmacologica si dimostra promettente: ad esempio, KaiXinSan regola positivamente CYP46A1 per alleviare i deficit cognitivi indotti da 27-OHC, mentre il farmaco anti-HIV efavirenz agisce come modulatore dipendente dalla concentrazione di CYP46A1. Nuovi analoghi di efavirenz progettati specificamente per colpire l’attività di CYP46A1 offrono un ulteriore potenziale per il trattamento dell’AD . Insieme, questi risultati stabiliscono la regolazione del metabolismo del colesterolo come una promettente frontiera terapeutica nella patogenesi dell’AD.
Potenziale impatto del Colesterolo nella patologia della malattia di Alzheimer. Il metabolismo del Colesterolo nel cervello segue una complessa sequenza di eventi. Inizialmente, il colesterolo viene sintetizzato all’interno del reticolo endoplasmatico degli astrociti. Successivamente si associa all’APOE per formare i granuli di APOE-colesterolo. Questi granuli vengono secreti nel fluido extracellulare, un processo facilitato dalle proteine trasportatrici ABC. In seguito, il Colesterolo viene internalizzato dai neuroni che esprimono i recettori LDLR. All’interno delle cellule neuronali, il colesterolo segue tre distinti percorsi metabolici. Una parte del Colesterolo viene convertita in goccioline lipidiche per l’immagazzinamento intracellulare, mentre un’altra frazione viene rilasciata dalla cellula e si combina con l’ApoA1 per l’escrezione diretta. La maggior parte del Colesterolo viene metabolizzata dal CYP46A1, con conseguente produzione di 24-OHC. Questo metabolita può attraversare la barriera emato-encefalica ed entrare nel plasma, dove facilita l’afflusso di 27-OHC nel cervello. ABC, cassetta legante ATP; 24-OHC, 24-idrossicolesterolo; 27-OHC, 27-idrossicolesterolo; CYP46A1, colesterolo 24-idrossilasi. Questa figura è stata creata tramite BioRender.
Tumori
Prove emergenti identificano il metabolismo del Colesterolo disregolato come un segno distintivo metabolico critico del cancro. Rispetto alle cellule normali, le cellule maligne mostrano profonde alterazioni nell’omeostasi del Colesterolo, caratterizzate da quattro modifiche chiave: (1) iperattivazione della biosintesi de novo del Colesterolo, (2) aumento dell’assorbimento mediato da LDLR, (3) alterazione dell’efflusso di colesterolo e (4) accumulo patologico di derivati del Colesterolo. Studi comparativi indicano che i tessuti tumorali presentano livelli di colesterolo significativamente più elevati rispetto ai tessuti normali adiacenti, il che è correlato a una maggiore aggressività e a un maggiore potenziale metastatico. Ciò è supportato da una marcata sovraregolazione dei geni coinvolti nella biosintesi del Colesterolo, come SREBP2, HMGCR, SQS, OSC e SQLE, insieme a un’elevata espressione di LDLR e a una maggiore esterificazione del Colesterolo.
Le attuali strategie antitumorali che prendono di mira il metabolismo del Colesterolo si concentrano principalmente sull’inibizione della biosintesi, del trasporto e dell’esterificazione. Le Statine, inibitori classici dell’HMGCR, mostrano un’attività antitumorale ad ampio spettro nei tumori della prostata, dello stomaco, dell’esofago e della mammella. Agiscono riducendo i livelli di Colesterolo cellulare e sopprimendo la sintesi degli isoprenoidi (ad esempio, geranilgeranil pirofosfato (GGPP) e FPP), interrompendo così la funzione GTPasi nelle cellule tumorali. Tuttavia, l’uso a lungo termine delle Statine (> 4 anni) è stato associato a un aumento del rischio di diversi tumori, tra cui quelli del colon, della vescica e del polmone. Oltre agli effetti ipocolesterolemizzanti, le Statine esercitano un’azione antitumorale attraverso molteplici meccanismi: inducono l’apoptosi tramite l’attivazione di FOXO3a e l’inibizione dell’autofagia nei tumori del cavo orale e del colon, innescano la ferroptosi tramite l’interruzione della via del mevalonato, promuovono la piroptosi e modulano il microambiente tumorale. Clinicamente, le statine mostrano effetti sinergici se combinate con le terapie convenzionali, migliorando gli esiti nei pazienti con carcinoma squamocellulare dell’esofago sottoposti a chemioradioterapia e superando la resistenza ai farmaci nel carcinoma polmonare a piccole cellule recidivante. Per ridurre gli effetti collaterali come la miopatia, sono in fase di sviluppo Statine nanoformulate con un targeting tumorale migliorato.
Il fattore di trascrizione SREBP2 è un regolatore critico della sintesi del Colesterolo. La sua attivazione tramite isomerizzazione mediata dalla prolil isomerasi fosfato-dipendente (PIN1) promuove l’accumulo di Colesterolo oncogenico e il silenziamento di PIN1 riduce i livelli di colesterolo cellulare, mostrando un potenziale terapeutico nel cancro alla vescica. Anche l’inibizione del trasporto del Colesterolo attraverso il blocco del rilascio lisosomiale di Colesterolo o il targeting di NPC1 con agenti come l’itraconazolo sopprime efficacemente la crescita tumorale. Inoltre, l’esterificazione del Colesterolo attraverso ACAT/SOAT1 rappresenta un nodo vulnerabile, con inibitori come l’Avasimibe che esercitano potenti effetti antitumorali in modelli di melanoma. Le evidenze cliniche mostrano un accumulo patologico di esteri del colesterolo nel cancro al pancreas, al colon-retto e alla prostata metastatica, dove l’inibizione di ACAT1 riduce sostanzialmente la progressione e le metastasi.
Sebbene il targeting del metabolismo del Colesterolo abbia un ampio potenziale antitumorale, sempre più evidenze suggeriscono la necessità di approcci terapeutici specifici per tipo di cancro. Le strategie attuali includono l’inibizione della sintesi, l’interruzione del trasporto e il blocco dell’esterificazione, ognuna delle quali richiede un’applicazione personalizzata in base alle dipendenze metaboliche del tumore. Le prospettive future prevedono lo sviluppo di terapie di precisione che combinino il targeting metabolico con trattamenti convenzionali e sistemi di somministrazione avanzati come la nanotecnologia.
AAS e dislipidemia
Gli steroidi anabolizzanti-androgeni (AAS) causano, a diverso grado dipendente dalla natura strutturale di sintesi della molecola, una significativa dislipidemia aterogena alterando il metabolismo del Colesterolo. In genere, riducono sensibilmente l’HDL-C dal 20% al 70% e aumentano l’LDL-C dal 30% al 50%, oltre a causare un aumento dei Trigliceridi ematici. Queste anomalie delle lipoproteine possono aumentare il rischio di cardiopatia coronarica da tre a sei volte.
AAS e riduzione dell’HDL
Diversi studi interventistici hanno esaminato l’effetto dell’uso di AAS sul colesterolo. Peter Bond ha fatto un piccolo riassunto di questi studi nel suo libro “Book on Steroids” il quale riporto nella tabella sottostante. Sebbene non tutti gli studi abbiano riscontrato una diminuzione statisticamente significativa del colesterolo HDL (↔️), molti lo fanno e nel complesso mostrano inequivocabilmente una diminuzione. Ciò è particolarmente vero per gli AAS orali, che sembrano avere l’effetto maggiore sul colesterolo HDL.
Si ritiene che gli AAS riducano l’HDL aumentando l’attività di un enzima chiamato lipasi epatica. Si tratta di un enzima prodotto principalmente dal fegato. Essendo una lipasi, catalizza le reazioni di idrolisi dei lipidi. In particolare, scinde gli acidi grassi dal triacilglicerolo (Trigliceride) e i fosfolipidi dalle particelle lipoproteiche, come l’HDL. Idrolizzando il triacilglicerolo e i fosfolipidi dall’HDL, riduce le dimensioni di queste particelle. Queste particelle più piccole vengono catabolizzate a un ritmo più elevato.
Thompson et al. hanno esaminato queste sottofrazioni di colesterolo HDL che differiscono per dimensioni. Hanno misurato i livelli di colesterolo HDL2 e HDL3: le particelle di colesterolo HDL2 sono più grandi e di densità inferiore rispetto a quelle HDL3. Gli uomini partecipanti hanno ricevuto 200mg di Testosterone Enantato alla settimana o 6mg di Stanozololo orale (Winstrol) al giorno per 6 settimane in un design crossover. I risultati sono stati i seguenti:
*Differenza significativa (P < 0,05) rispetto al valore basale.
Come si può notare, la maggiore diminuzione relativa è stata osservata nella frazione HDL2 più grande a seguito del trattamento con Stanozololo. Al contrario, il Testosterone non ha mostrato una diminuzione statisticamente significativa nella frazione HDL2, ma ha fatto altrettanto nella frazione HDL3 più piccola. Non è del tutto chiaro cosa provochi la diminuzione di questa frazione.
Quando dei bodybuilder sono stati randomizzati a ricevere 200mg di Nandrolone Decanoato alla settimana o un placebo. Non sono stati riscontrati cambiamenti statisticamente significativi nel colesterolo totale, nel colesterolo LDL e nel colesterolo HDL. Analogamente, non sono stati riscontrati cambiamenti significativi nelle sottofrazioni di colesterolo HDL2 e HDL3. In particolare, nella stessa pubblicazione, gli autori riferiscono anche di uno studio in cui hanno seguito un gruppo di atleti di forza che si autosomministravano steroidi anabolizzanti. Sono stati utilizzati diversi composti in vari dosaggi, ma vale la pena sottolineare che la maggior parte di essi comprendeva anche uno steroide anabolizzante orale (soprattutto Stanozololo). In questo caso, il colesterolo HDL è sceso in picchiata: da 1,08 mmol/L a 0,43 mmol/L dopo 8 settimane. La sottofrazione di colesterolo HDL2 è scesa da 0,21 a 0,05 e la sottofrazione di colesterolo HDL3 è scesa da 0,87 a 0,40 mmol/L.
AAS e funzione dell’HDL
Dato il legame tra l’effetto di un farmaco sui livelli di HDL e il rischio di malattie cardiovascolari, la ricerca ha iniziato a concentrarsi sulla funzione del HDL. L’HDL è il protagonista di un processo chiamato trasporto inverso del colesterolo. Nell’aterosclerosi, il colesterolo si accumula nelle cellule del sistema immunitario (macrofagi) e nelle cellule muscolari lisce che circondano i vasi sanguigni. Queste cellule, a loro volta, diventano le cosiddette cellule schiumose, che segnano il punto di partenza dell’aterosclerosi. Le particelle di HDL sono in grado di raccogliere il colesterolo da queste cellule – efflusso di Colesterolo. L’efflusso del colesterolo dalle cellule schiumose nelle particelle di HDL è uno dei modi in cui si ritiene che il HDL eserciti i suoi effetti protettivi sulle arterie. Il HDL raccolto può poi essere riportato al fegato, che lo incorpora nella bile e può quindi essere secreto nelle feci. Allo stesso modo, le particelle di HDL possono trasferire parte del loro contenuto alle particelle LDL, che possono finire nuovamente nelle cellule schiumose o essere assorbite dal fegato.
Esistono metodi per misurare la capacità di efflusso del HDL e l’idea attuale è che la sua modulazione possa influire sul rischio di malattie cardiovascolari, contrariamente ai livelli di HDL in sé. Esistono diversi modi in cui l’HDL può assorbire il Colesterolo dalle cellule schiumose. Uno di questi coinvolge un trasportatore chiamato ATP-binding casette transporter A1 (ABCA1), che si ritiene sia il più importante. Contribuiscono anche altri trasportatori, come ABCG1 e il recettore scavenger B1, oltre alla diffusione semplice.
In uno studio (non controllato), uomini anziani ipogonadici sono stati randomizzati alla TRT con o senza Dutasteride (un inibitore della 5a-reduttasi). Dopo 3 mesi, la TRT era riuscita a riportare i livelli di Testosterone di questi uomini all’interno del range di normalità. L’HDL e la capacità di efflusso del HDL sono rimasti inalterati.
Un altro studio, randomizzato e controllato, ha applicato un approccio leggermente diverso. Uomini sani, di età compresa tra i 19 e i 55 anni, sono stati castrati medicalmente per sopprimere completamente la loro produzione endogena. In seguito, hanno ricevuto un placebo, una TRT a basso dosaggio, una TRT sostitutiva completa o una TRT sostitutiva completa con Letrozolo, un inibitore dell’Aromatasi che inibisce la conversione del Testosterone in Estradiolo. L’HDL è aumentato leggermente nel gruppo placebo e in quello a basso dosaggio, mentre è rimasto inalterato nei due gruppi che hanno ricevuto una dose sostitutiva completa. Inoltre, mentre è stata riscontrata una piccola diminuzione della capacità di efflusso di ABCA1 nel gruppo che ha ricevuto anche il Letrozolo, non sono stati osservati cambiamenti negli altri tre gruppi. A causa delle dimensioni ridotte dei gruppi, è possibile che un piccolo effetto non sia stato notato.
Esiste un solo studio che ha esaminato questo aspetto, ed era di natura trasversale (si tratta di misurazioni effettuate in un solo momento, il che rende impossibile/difficile trarre conclusioni). I ricercatori hanno confrontato le misurazioni di un gruppo di utilizzatori di AAS con quelle di non utilizzatori e controlli sedentari, che avevano un’età corrispondente. I consumatori di AAS erano forti utilizzatori, avendo fatto uso di AAS in media per circa 8 anni con un dosaggio medio di (apparentemente) 2,5g settimanali. La capacità delle HDL di effluire il Colesterolo dai macrofagi è risultata inferiore del 13% nei consumatori di AAS rispetto ai non consumatori con allenamento della forza. Anche in questo caso, a causa della natura trasversale dello studio, è difficile dire se questo sia causale.
Effetti clinici principali:
Riduzione dell’HDL: le riduzioni possono essere estreme, soprattutto con gli AAS non aromatizzabili come lo Stanozololo o l’Oxandrolone.
Aumento dell’LDL: dosi soprafisiologiche di AAS sovrastimolano le lipasi epatiche, alterando la sintesi delle apolipoproteine e accelerando la circolazione delle particelle di LDL.
Alterazione del eflusso del efflusso del HDL: dosi soprafisiologiche di AAS alterano l’efflusso del HDL contribuendo nel lungo termine al deposito di placche aterosclerotiche.
Trigliceridi: livelli elevati sono comunemente osservati anche durante l’uso attivo di AAS.
Insorgenza e reversibilità:
Insorgenza: Le alterazioni del profilo lipidico si manifestano rapidamente, spesso entro le prime 9 settimane di somministrazione di AAS, anche se con l’uso di alcuni AAS orali metilati in C-17 l’insorgenza di una alterazione lipidica può manifestarsi entro 3-4 settimane.
Reversibilità: Gli studi dimostrano che i profili lipidici sono in gran parte reversibili e tendono a normalizzarsi entro 2,5-5 mesi dalla completa interruzione dell’uso di AAS.
Conseguenze a lungo termine:
Sebbene i marcatori lipidici in genere tornino ai valori basali al termine dei cicli, l’uso cronico e ripetuto accelera l’accumulo di placche aterosclerotiche, aumentando il rischio di infarto miocardico precoce e ictus ischemico.
I medici spesso raccomandano pannelli lipidici a digiuno completi, test di funzionalità epatica e monitoraggio cardiovascolare per le persone con una storia di abuso di AAS.
La ricerca scientifica è in continuo sviluppo, e nonostante abbia scritto un corposo articolo sugli incretino-mimetici qualche tempo fa, l’avanzare dei dati disponibili su nuove molecole appartenenti a questa famiglia, ormai largamente in uso in campo medico e off-label, mi spingono a scrivere questo nuovo articolo in tema.
Introduzione:
E’ risaputo che l’intervento attraverso la modifica dello stile di vita rimane la strategia terapeutica di prima linea per il trattamento dell’obesità. In particolare, l’adesione alla dieta Mediterranea — un modello alimentare ricco di frutta, verdura, cereali integrali, olio d’oliva e proteine magre — ha dimostrato miglioramenti significativi nella steatosi epatica e nell’insulino-resistenza tra i pazienti con MAFLD. Inoltre, è stato dimostrato che programmi di esercizio fisico strutturati, che integrano sia l’allenamento aerobico che quello contro-resistenza, riducono il contenuto di grasso nel fegato e migliorano il controllo glicemico. Tuttavia, nonostante i benefici ben documentati dei cambiamenti nello stile di vita, mantenere l’aderenza a lungo termine rimane una sfida per molte persone, che spesso richiede un supporto multidisciplinare e strategie di cambiamento comportamentale a lungo termine. Quando necessario, gli interventi farmacologici sono essenziali per colmare il divario e garantire una prevenzione e una gestione efficaci di queste condizioni correlate.
Numerosi trattamenti farmacologici mirano a interrompere queste connessioni dannose, e molti di essi si concentrano sulle vie ormonali delle incretine e sulla regolazione dell’appetito, come già visto nel precedente articolo. Tre dei più comuni ormoni peptidici incretinici sono il Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1), il Polipeptide Insulinotropico glucosio-dipendente (GIP) e il Glucagone. L’emergere degli agonisti del recettore del GLP-1, come il primo agonista clinicamente approvato, l’Exenatide, nel 2005, ha aperto la strada a un’approfondita esplorazione di queste molecole. In breve tempo sono state introdotte altre molecole, come la Liraglutide, la Dulaglutide e la Semaglutide, che offrono una somministrazione settimanale. Oltre a garantire un controllo più efficace del glucosio e a favorire una significativa perdita di peso, questi farmaci hanno consentito una riduzione dei tassi di gravi effetti avversi cardiovascolari, insufficienza cardiaca, malattie renali e morte cardiovascolare. Questi risultati promettenti hanno portato allo sviluppo dei primi agonisti duali, tra cui spicca la Tirzepatide, un agonista dei recettori GIP e GLP-1. La Tirzepatide ha ottenuto riduzioni significative dei livelli di emoglobina glicata A1c (HbA1c) e del peso corporeo rispetto al placebo. Inoltre, è stato riscontrato che la Tirzepatide ha un effetto più pronunciato rispetto all’agonista del GLP-1 Semaglutide nelle persone con DMT2. L’incidenza di eventi avversi gastrointestinali (GI) è aumentata rispetto al placebo; tuttavia, né la Tirzepatide né il Semaglutide hanno aumentato il rischio di eventi avversi gravi o di ipoglicemia grave.
La Retatrutide, un agonista triplo recettoriale, mira a rivoluzionare la farmacoterapia dell’obesità e del diabete di tipo 2. Questo farmaco innovativo ha dimostrato di migliorare i risultati terapeutici, determinando riduzioni più marcate sia del peso corporeo che dei livelli di HbA1c rispetto alle attuali terapie farmacologiche.
-Recettori Molecolari Bersaglio-
Peptide Glucagone Simile-1 (GLP-1)
Il GLP-1 è un ormone incretinico secreto prevalentemente dal tratto intestinale, soprattutto in risposta ai pasti. Le cellule L dell’intestino tenue sono responsabili della sua produzione a partire da un gene del proglucagone. È stato inoltre dimostrato che la produzione di questa molecola avviene anche nelle cellule α del pancreas e nel sistema nervoso centrale, in aree quali il nucleo del tratto solitario e la microglia. Agisce prevalentemente attivando un recettore che induce la stimolazione del rilascio di insulina, diminuisce la secrezione di glucagone, riduce l’assunzione di cibo e ritarda lo svuotamento gastrico (GE) influenzando la motilità gastrica e intestinale. I recettori del GLP-1 si trovano in una varietà di tessuti quali il pancreas, la mucosa gastrica, i reni, i polmoni, il cuore, la pelle, le cellule immunitarie e il cervello. Si tratta di recettori accoppiati alle proteine G eptelicoidi composti da 463 aminoacidi che, una volta attivati, stimolano la formazione di adenosina monofosfato ciclico (cAMP) seguita dall’attivazione delle vie della proteina chinasi A.
In particolare per quanto riguarda il sistema nervoso centrale, l’espressione dei recettori del GLP-1 in regioni correlate alla gratificazione, quali l’ipotalamo, l’amigdala, il nucleo accumbens, il nucleo paraventricolare, l’area tegmentale ventrale, il locus coeruleus e il tronco encefalico, potrebbe suggerire una possibile associazione tra l’apprendimento della gratificazione e sintomi quali l’anedonia in patologie quali la depressione. Tuttavia, la natura multifattoriale e poligenica di questa diagnosi richiede ulteriori indagini prima di giungere a una conclusione definitiva. È stato inoltre dimostrato che l’attivazione del GLP-1 riduce l’infiammazione diminuendo l’attività dei macrofagi. I suoi effetti sulla sazietà e sull’assunzione di cibo si riscontrano sia in individui sani che in pazienti obesi e diabetici.
Secreto anche dalle cellule K intestinali, il GIP è una proteina secreta prevalentemente in fase postprandiale. È costituito da 42 aminoacidi che si formano in seguito alla proteolisi di un precursore di 153 aminoacidi. I recettori del GIP esistono in due isoforme, costituite rispettivamente da 466 e 493 aminoacidi, che, una volta attivate, mostrano un aumento del calcio intracellulare e dell’acido arachidonico. La loro attivazione è correlata anche all’attivazione dell’adenilato ciclasi. Agendo su questi recettori, espressi in diversi tessuti, tra cui principalmente le cellule β pancreatiche e, in misura minore, il tessuto adiposo e quello nervoso, il GIP stimola la secrezione di glicogeno sia in condizioni di normoglicemia che di iperglicemia. Riduce inoltre l’appetito esercitando un effetto negativo sulla GE e favorendo il rilascio di insulina da parte del pancreas, agendo in sinergia con il GLP-1. Tuttavia, agisce in contrasto con il GLP-1 per quanto riguarda il rilascio di glucagone, potenziandone il rilascio. Inoltre, si è riscontrato che le vie dipendenti dai fattori di crescita, come la MAPK (chinasi 1 e 2 regolate da segnali extracellulari [ERK 1/2]) e la proteina chinasi B, sono influenzate dall’attivazione del GIP. Sono stati descritti anche gli effetti del GIP sul tessuto adiposo, poiché è stato dimostrato che stimola l’adipogenesi, inibisce la lipolisi e stimola la lipogenesi de novo. Inoltre, è stato dimostrato che il GIP ha un’influenza diretta sulle ossa, inducendo l’attività degli osteoblasti.
Glucagone
Infine, il Glucagone, derivato da una molecola precursore denominata pro-glucagone composta da 180 aminoacidi, è un ormone presente principalmente nelle cellule α del pancreas. È stata descritta anche la sua produzione nell’intestino tenue. Dopo la sua scoperta nel 1921, il suo contributo alla fisiopatologia del diabete mellito di tipo 2 ha inaugurato una nuova era nei farmaci antidiabetici e nello studio delle malattie metaboliche. È costituito da 29 aminoacidi e il suo gene è localizzato sul cromosoma 2. I recettori del Glucagone si trovano principalmente negli epatociti del fegato e nei reni. È stata descritta un’espressione minore anche in altri tessuti come il cuore, il pancreas, il tessuto adiposo e il tratto gastrointestinale. I recettori del Glucagone sono recettori accoppiati alle proteine G che, quando stimolati, determinano un aumento dell’AMPc e del Calcio intracellulari che, a loro volta, attivano la via della proteina chinasi A. Il principale fattore che ne determina il rilascio è il basso livello di glucosio nel sangue, e i recettori del Glucagone si trovano in molti tessuti, con gli epatociti come sede più comune. Il Glucagone consente la gluconeogenesi e la glicogenolisi nel fegato, bloccando al contempo la glicogenesi. Questi effetti portano a livelli elevati di glucosio nel sangue. Il Glucagone riduce anche la motilità gastrointestinale e, agendo sul tessuto adiposo, diminuisce la lipogenesi e induce la lipolisi, portando ad un aumento della produzione di acidi grassi non esterificati e corpi chetonici. È stato inoltre osservato che il Glucagone agisce sul tessuto adiposo bruno nei modelli animali, inducendo la termogenesi e il dispendio energetico. Tuttavia, gli studi condotti sull’uomo non hanno dimostrato più di un effetto modesto sul dispendio energetico, senza raggiungere una rilevanza clinica.
Recettore del Glucagone
-Aspetti generali della Retatrutide-
Struttura molecolare — Farmacologia
La Retatrutide è quindi una terapia promettente che agisce su tutti i recettori e attività molecolari correlate sopra menzionate; si tratta di un agonista triplo recettoriale. La Retatrutide è un peptide sintetico che agisce come agonista dei recettori del GLP-1, del GIP e del Glucagone (Figura seguente). La struttura chimica della Retatrutide gli consente di legarsi in modo specifico a questi recettori.
La Retatrutide si dispiega in un’unica struttura elicoidale continua che gli consente di attraversare il dominio transmembranario del recettore con il suo segmento N-terminale. Il segmento C-terminale partecipa alle interazioni con l’elica α N-terminale del dominio extracellulare, con l’estremità extracellulare dell’elica transmembranaria 1 del recettore del GLP-1 e con l’ansa extracellulare 1 del recettore del GIP. Questa molecola è più potente sul recettore GIP umano (EC50: 0,0643 nM) e meno potente sui recettori del GLP-1 (EC50: 0,775 nM) e del Glucagone (EC50: 5,79 nM). Ha un’azione dose-dipendente e provoca una diminuzione dello svuotamento gastrico, mentre, con un’emivita di 6 giorni, può essere somministrato prevalentemente su base settimanale. La Retatrutide viene metabolizzata prevalentemente a livello epatico, ma non interagisce con gli enzimi del citocromo P450.
Struttura molecolare della Retatrutide
I suoi effetti determinano una significativa riduzione del peso e una diminuzione dei livelli di HbA1c. Gli effetti indesiderati più frequenti sono nausea, diarrea, vomito e stitichezza. Tuttavia, questi hanno portato a casi non rari di interruzione della terapia, e la loro intensità era chiaramente correlata a dosaggi più elevati. Studi pratici indicano che i tassi di interruzione dei GLP-1RA possono raggiungere valori compresi tra il 20% e il 50% entro il primo anno e che i pazienti spesso utilizzano dosaggi significativamente inferiori rispetto a quelli testati negli studi clinici. Effetti avversi meno comuni sono stati un aumento temporaneo dei livelli di alanina aminotransferasi (ALT), aumento della frequenza cardiaca e iperestesia cutanea.
-Risultati emersi dagli studi sull’uomo-
Trials di Fase I
Coksun et al. a Singapore hanno condotto uno studio di fase 1 per valutare la sicurezza e il profilo farmacocinetico della Retatrutide. Allo studio hanno partecipato 47 soggetti sani, 45 dei quali hanno ricevuto almeno una dose. La concentrazione massima è stata raggiunta entro 12-72 ore dalla somministrazione. L’emivita media era di circa 6 giorni. Rispetto al placebo, la Retatrutide ha determinato variazioni simili nei livelli basali di glucosio a digiuno. Dopo la somministrazione di dosi da 4,5 e 6 mg, i livelli medi di glucagone a digiuno sono diminuiti a partire da 24 ore dopo la somministrazione fino al giorno 15. Il retatrutide ha determinato una riduzione del peso corporeo medio a tutti i livelli di dosaggio, tranne che alla dose di 0,1 mg. La riduzione di peso ha raggiunto il picco ai livelli di dosaggio compresi tra 3 e 6 mg. Gli effetti avversi più comuni correlati al trattamento dello studio sono stati disturbi gastrointestinali quali vomito, distensione addominale e nausea, tuttavia per lo più di intensità lieve.
A seguito degli studi condotti sugli animali, Urva et al. hanno progettato uno studio di fase 1b a dosi multiple crescenti su pazienti affetti da diabete di tipo 2. A questi pazienti è stato somministrato Retatrutide una volta alla settimana (in gruppi di dosaggio da 0,5, 1,5, 3, 3/6 e 3/6/9/12 mg), placebo o 1,5 mg di Dulaglutide. Retatrutide 0,5, 1,5 e 3 mg sono stati somministrati per 12 settimane. Il gruppo da 3/6 mg ha ricevuto 3 mg di Retatrutide nelle settimane 1-4 e 6 mg nelle settimane 5-12. Infine, il gruppo da 3/6/9/12 mg ha ricevuto 3 mg nelle prime due settimane, 6 mg nelle settimane 3-4, 9 mg nelle settimane 5-8 e 12 mg nelle settimane 9-12. Lo svuotamento gastrico è stato valutato 2 giorni prima del trattamento e 24 ore dopo la somministrazione della dose nei giorni 2, 30 e 79. In sintesi, 72 partecipanti hanno ricevuto almeno una dose del farmaco, mentre 43 hanno completato lo studio. L’età media dei partecipanti era di 58,4 ± 7,4 anni, l’IMC medio era di 32,1 ± 5,1 kg/m², l’HbA1c era dell’8,66 ± 0,92%. Il maggiore effetto sullo svuotamento gastrico è stato riscontrato dopo la prima dose di Retatrutide, mentre era inferiore con le dosi successive, nonostante l’aumento del dosaggio.
Trials di Fase II
In uno studio di fase II in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo, Jastreboff et al. hanno somministrato Retatrutide in dosi fino a 8 mg per un totale di 48 settimane a pazienti con un BMI ≥ 30 kg/m² o con un BMI compreso tra 27 e 30 kg/m² e una patologia concomitante correlata al peso. L’endpoint primario dello studio era la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 24 settimane di terapia. Gli endpoint secondari erano la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alle 48 settimane e la presenza di una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15%. Sono stati arruolati in totale 338 adulti. La variazione percentuale media del peso corporeo a 24 settimane nei gruppi trattati con Retatrutide, calcolata con il metodo dei minimi quadrati, è stata del −7,2% nel gruppo da 1 mg e fino al −17,5% nel gruppo da 12 mg, rispetto al −1,6% nel gruppo placebo. Inoltre, a 48 settimane, le stesse percentuali erano pari a −8,7% nel gruppo da 1 mg, −24,2% nel gruppo da 12 mg e −2,1% nel gruppo placebo. A 48 settimane, si è verificata una riduzione di peso ≥5%, ≥10% e ≥15% nel 100%, 93% e 83% dei soggetti che hanno ricevuto 12 mg di Retatrutide e nel 27%, 9% e 2% di quelli che hanno ricevuto il placebo. Gli effetti avversi più comuni erano anch’essi di natura gastrointestinale e correlati alla dose e sono stati parzialmente mitigati con una dose iniziale più bassa (2 mg vs. 4 mg). Pertanto, negli adulti con obesità, il trattamento con Retatrutide per 48 settimane ha determinato riduzioni sostanziali del peso corporeo.
Analogamente, Rosenstock et al. hanno condotto uno studio randomizzato, in doppio cieco, di fase 2, in cui erano ammessi all’arruolamento adulti di età compresa tra i 18 e i 75 anni affetti da diabete di tipo 2, con HbA1c compresa tra il 7,0% e il 10,5% e BMI compreso tra 25 e 50 kg/m². I partecipanti sono stati trattati con dieta ed esercizio fisico da soli o con una dose stabile di metformina per almeno 3 mesi prima dello screening. Sono stati inoltre assegnati in modo casuale a ricevere iniezioni settimanali di placebo, 1,5 mg di Dulaglutide o dosi di mantenimento di Retatrutide pari a 0,5 mg, 4 mg (dose iniziale 2 mg), 4 mg (senza aumento), 8 mg (dose iniziale 2 mg), 8 mg (dose iniziale 4 mg) o 12 mg (dose iniziale 2 mg). L’endpoint primario era la variazione dell’HbA1c dal basale a 24 settimane, mentre gli endpoint secondari includevano la variazione dell’HbA1c e del peso corporeo a 36 settimane. A 24 settimane, le variazioni medie dei minimi quadrati rispetto al basale dell’HbA1c con retatrutide erano pari a –0,43% per il gruppo da 0,5 mg, –1,39% per il gruppo con aumento graduale a 4 mg, –1,30% per il gruppo da 4 mg, –1,99% per il gruppo con aumento graduale lento a 8 mg, –1,88% per il gruppo con aumento rapido della dose a 8 mg e –2,02% per il gruppo con aumento della dose a 12 mg, contro –0,01% per il gruppo placebo e –1,41% per il gruppo trattato con Dulaglutide 1,5 mg. Le riduzioni dell’HbA1c con Retatrutide sono risultate significativamente maggiori (p < 0,0001) rispetto al placebo in tutti i gruppi tranne quello da 0,5 mg e maggiori rispetto al Dulaglutide da 1,5 mg nel gruppo con aumento graduale a 8 mg (p = 0,0019) e nel gruppo con aumento graduale a 12 mg (p = 0,0002). I risultati sono stati confermati a 36 settimane. Il peso corporeo è diminuito in modo dose-dipendente con Retatrutide a 36 settimane fino al 16,94% per il gruppo con aumento progressivo della dose a 12 mg, rispetto al 3,00% con il placebo e al 2,02% con 1,5 mg di Dulaglutide. È risultato evidente che Retatrutide ha mostrato miglioramenti clinicamente significativi nel controllo glicemico e riduzioni impressionanti del peso corporeo nei pazienti con diabete di tipo 2, pur essendo relativamente sicuro.
Un altro studio di fase II condotto da Sanyal et al. ha cercato di dimostrare gli effetti del Retatrutide sulla steatosi epatica. 98 pazienti con un contenuto di grasso epatico ≥10% (come definito dalla frazione di grasso in base alla densità protonica mediante risonanza magnetica) sono stati assegnati in modo casuale a un trattamento di 48 settimane con Retatrutide per via sottocutanea una volta alla settimana (a dosi di 1, 4, 8 o 12 mg) o a un trattamento con placebo. In totale, 76 partecipanti sono riusciti a completare questo sottostudio. La variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico a 24 settimane è stata di −42,9% (1 mg), −57,0% (4 mg), −81,4% (8 mg), −82,4% (12 mg) e +0,3% (placebo). A 24 settimane, il grasso epatico normale (<5%) è stato raggiunto dal 27% (1 mg), dal 52% (4 mg), dal 79% (8 mg), dall’86% (12 mg) e dallo 0% (placebo) dei partecipanti. A 48 settimane, la variazione relativa media rispetto al basale del grasso epatico era pari a −51,3% (1 mg), −59,0% (4 mg), −81,7% (8 mg), −86,0% (12 mg) e −4,6% (placebo). Inoltre, un contenuto totale di grasso epatico < 5% a 48 settimane è stato raggiunto con dosi da 8 mg (nell’89% dei partecipanti) e da 12 mg (nel 93% dei partecipanti). La riduzione del grasso epatico è stata associata a perdita di peso, riduzione del grasso addominale e miglioramento della sensibilità all’insulina e del metabolismo dei lipidi.
Trials di Fase III
Risultati dello studio TRIUMPH-1 [2026], uno studio clinico di fase 3 volto a valutare l’efficacia e la sicurezza della Retatrutide in adulti affetti da obesità o sovrappeso, con almeno una comorbilità correlata al peso e senza diabete. A 80 settimane, tutte le dosi della Retatrutide (4mg, 9mg e 12mg) hanno raggiunto gli endpoint primari e secondari chiave per l’obesità, determinando una perdita di peso clinicamente significativa.
I soggetti con un BMI basale ≥35 che hanno partecipato a un’estensione dello studio hanno continuato a perdere peso, raggiungendo una perdita media di 85,0 libbre (30,3%) a 104 settimane. Alla dose di 4mg, raggiunta con un solo aumento, i partecipanti hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%) a 80 settimane, con un tasso di interruzione osservato inferiore a causa di eventi avversi rispetto al placebo.
Per quanto riguarda l’endpoint primario, i partecipanti trattati con Retatrutide 9mg e 12mg hanno perso in media rispettivamente 64,4 libbre (25,9%) e 70,3 libbre (28,3%). Coloro che hanno assunto la dose da 4mg di Retatrutide, con un solo aumento del dosaggio, hanno perso in media 47,2 libbre (19,0%). In particolare, il 65,3% dei partecipanti trattati con Retatrutide 12mg ha raggiunto un BMI <30, scendendo al di sotto della soglia di obesità a 80 settimane, compreso il 37,5% di coloro che hanno iniziato con obesità di classe 3 (BMI ≥40). 1 In un’estensione in cieco prestabilita per i soggetti con un BMI ≥35, i partecipanti che hanno continuato con Retatrutide 12mg fino a 104 settimane hanno perso in media 85,0 libbre (30,3%). Inoltre, la Retatrutide ha mostrato miglioramenti significativi rispetto al basale in alcuni fattori di rischio cardiovascolare, tra cui la circonferenza della vita, il colesterolo non-HDL, i Trigliceridi, la pressione sistolica e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP).
Per quanto riguarda l’estimando del regime terapeutico, ogni livello di dosaggio di Retatrutide ha portato a miglioramenti negli endpoint primari e secondari chiave, nonché nell’estensione prestabilita, tra cui:
Variazione percentuale del peso corporeo a 104 settimane: -25,7% (-30,6 kg; -67,5 libbre; da 4 mg a MTD); -28,7% (-35,6 kg; -78,4 libbre; da 9 mg a MTD); -29,9% (-38,1 kg; -83,9 libbre; da 12 mg a MTD) e -18,9% (-22,3 kg; -49,1 libbre; da placebo a MTD)
I tipi di eventi avversi osservati erano generalmente in linea con quelli riscontrati negli studi clinici condotti su altre terapie a base di incretine. Gli eventi avversi più comuni tra i partecipanti trattati con retatrutide (4 mg, 9 mg, 12 mg, rispetto al placebo, rispettivamente) sono stati nausea (28,6%, 38,4% e 42,4% contro il 14,8%), diarrea (25,2%, 34,1% e 32,0% contro il 13,5%), stitichezza (23,8%, 25,9% e 26,1% rispetto al 10,9%), vomito (10,6%, 22,8% e 25,3% rispetto al 4,8%) e infezione del tratto respiratorio superiore (14,2%, 12,2% e 13,1% rispetto all’11,6%) . Si sono verificati casi di disestesia nel 5,1%, 12,3% e 12,5% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto allo 0,9% con il placebo, mentre l’incidenza di infezioni del tratto urinario si è verificata nel 7,5%, 8,8% e 8,4% dei pazienti trattati con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispettivamente, rispetto al 5,3% con il placebo. Gli episodi di disestesia e le infezioni del tratto urinario sono stati generalmente di entità da lieve a moderata; la maggior parte si è risolta durante il trattamento e la maggior parte dei partecipanti ha continuato ad assumere retatrutide. I tassi di interruzione del trattamento a causa di eventi avversi sono stati del 4,1%, 6,9% e 11,3% rispettivamente con retatrutide 4 mg, 9 mg e 12 mg, rispetto al 4,9% con il placebo.
Principali risultati della fase III:
Perdita di peso (TRIUMPH-1): negli adulti affetti da obesità o sovrappeso, la dose settimanale da 12 mg ha determinato una notevole perdita di peso media del 28,3% a 80 settimane. Uno studio di estensione di due anni (104 settimane) condotto sul sottogruppo con il peso maggiore (BMI ≥ 35) ha mostrato una notevole riduzione media del peso corporeo del 30,3% (con una perdita media di 85 libbre).
Diabete di tipo 2 (TRANSCEND-T2D-1): Negli adulti con diabete di tipo 2, la dose da 12 mg ha prodotto una perdita di peso media del 15,3% a 40 settimane. In particolare, fino al 40% dei pazienti ha raggiunto livelli normali di HbA1c (<5,7%) e quasi il 90% ha raggiunto valori <7,0%.
Osteoartrite (TRIUMPH-4): I pazienti affetti da obesità e osteoartrite del ginocchio hanno registrato una perdita di peso del 28,7% insieme a una significativa riduzione del dolore al ginocchio a 68 settimane.
Conclusioni:
È fondamentale comprendere che la perdita di peso non è sempre benefica per la salute; in determinate circostanze, può portare a una riduzione clinicamente significativa della massa muscolare e ossea, anziché alla riduzione desiderata del grasso corporeo. Questo fenomeno solleva importanti interrogativi sulla qualità e sulla composizione della perdita di peso, poiché il mantenimento della massa magra è essenziale per preservare la forza complessiva, la mobilità e la salute metabolica. Pertanto, è necessario progettare studi che non si concentrino solo sulla percentuale, ma che indaghino anche sui cambiamenti della composizione corporea che accompagnano la perdita di peso.
Va tuttavia sottolineato che, sebbene la Retatrutide appaia promettente come terapia dimagrante per gli adulti, il suo impiego sperimentale non è attualmente approvato per bambini e adolescenti. La sicurezza e l’efficacia della Retatrutide non sono state stabilite nella popolazione pediatrica. Gli studi clinici attualmente in corso si sono concentrati esclusivamente sugli adulti e mancano dati relativi al suo impiego nei bambini e negli adolescenti. Pertanto, la Retatrutide non è indicato per i soggetti di età inferiore ai 18 anni. Per i bambini e gli adolescenti, la prevenzione e la gestione dell’obesità dovrebbero dare priorità agli interventi non farmacologici. Le modifiche dello stile di vita, tra cui una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare, sono la pietra angolare della prevenzione dell’obesità pediatrica. La U.S. Preventive Services Task Force raccomanda ai medici di effettuare screening per l’obesità nei bambini e negli adolescenti di età pari o superiore a 6 anni e di offrire loro o indirizzarli verso interventi comportamentali intensivi e completi per promuovere miglioramenti nel peso corporeo.
Tuttavia, non si può negare che gli studi di fase III sulla Retatrutide hanno fino a questo momento dimostrato una riduzione del peso e miglioramenti cardiometabolici senza precedenti.
In conclusione, il Retatrutide sembra preannunciare un significativo progresso nel campo della farmacoterapia per l’obesità e il controllo del peso. Grazie al suo eccellente profilo di sicurezza e alle notevoli percentuali di perdita di peso, suscita indubbiamente grande entusiasmo nella comunità medica.
La presentazione della domanda di autorizzazione per la commercializzazione della Retatrutide è prevista intorno al 2027.
Nella prima parte di questa disamina sono state passate in rassegna diverse informazioni necessarie per comprendere cosa sono le Incretine e quali sono le loro principali azioni. Si è poi passati a descrivere la classe di farmaci degli Incretino-Mimetici discorrendo sulla loro sintesi, tipologia molecolare [in ordine cronologico in base alla data di commercializzazione] e caratteristiche di azione sia per quanto concerne le attività positive che quelle negative. In conclusione, si è accennato alla consistente diffusione dell’uso “cosmetico” di tali farmaci.
In questa seconda ed ultima parte vedremo come questa relativamente nuova classe di farmaci abbia trovato un certo spazio di diffusione nel Fitness e (sebbene in minor parte) nel BodyBuilding. Verranno discussi i punti di attrattiva e le limitazioni (e rischi) legati al loro uso.
Le “attrattive” degli Incretino-Mimetici:
L’obesità è una grave epidemia che affligge la società del così detto “occidente americanizzato”. I farmaci iniettabili sottocutanei inizialmente concepiti per la gestione del diabete di tipo II, come la Semaglutide e altri agonisti del recettore del GLP-1, stanno rapidamente guadagnando popolarità per i loro effetti sulla perdita di peso. Questi farmaci (Ozempic, Wegovy, Saxenda e Mounjaro) sono onnipresenti sui social media e sono promossi da celebrità di tutte le fasce demografiche. “Viso da Ozempic” e ‘sedere da Ozempic’ sono ormai concetti mainstream che evidenziano i possibili cambiamenti morfologici che si verificano con questi farmaci. Con la diffusione non controllata da personale qualificato dell’uso di questi farmaci, è aumentato anche l’elenco dei potenziali effetti avversi.
Nella prima parte di questa disamina si è constatato che gli Incretino-Mimetici hanno potenzialità che si esprimono su modifiche della composizione corporea e che riguardano principalmente:
Rallentamento dello svuotamento gastrico con riduzione del senso di fame derivante dal aumento del senso di sazietà;
Gli effetti elettrofisiologici dell’attivazione del GLP-1R nelle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del comportamento alimentare riducendo il senso di fame e il consumo di cibo;
Indirettamente, per via della stimolazione insulinica, aumento del senso di sazietà dato dal picco insulinico a livello ipotalamico;
Miglioramento del ripartizionamento Kcal attraverso il miglioramento della sensibilità all’insulina.
L'”attrattiva” che ha spinto (e che spinge) diverse persone di diverse classi sociali e di ambo i sessi a prendere in considerazione e concretizzare l’uso di questi farmaci è fondamentalmente ridotta alla riduzione della fame/appetito. Ma questo riguarda la persona “nella media”, la ragazza/donna alla ricerca di rapide soluzioni per l’imminente prova costume o per il servizio fotografico, sfilata ecc…
Nel Bodybuilding questa classe di farmaci ebbe una serie di attrattive comprendenti lo sfruttamento di tutti i punti sopra elencati. E, di conseguenza, si ipotizzarono fasi della preparazione nelle quali applicare tale categoria farmaceutica. Limitandone l’uso in “Cut” per ragioni legate al rischio (seppur limitato in monoterapia) di incorrere in eventi ipoglicemici, l'”attrattiva d’uso” riguardava il potenziale in fasi di “Recomp”; quindi non propriamente “ipocalorico” o, al massimo, leggermente ipocaloriche e non ipoglucidiche.
Ricomposizione corporea, Ripartizionamento calorico e Insulino-Sensibilità:
Ma chiariamo alcuni termini per schiarirci le idee…
Ricomposizione corporea: si intende il raggiungimento di un obiettivo o un risultato desiderato di un regime alimentare e di allenamento (e di farmaci), come il “Cut” o il “Bulk”.
“Cut”: si intende, propriamente, una diminuzione della massa grassa (FM) e il mantenimento della massa muscolare (LBM).
“Bulk”: si intende un aumento della LBM con una concomitante attenuazione dell’aumento della FM.
“Recomp” [comunemente intesa]: è definita come un aumento della LBM e la diminuzione della FM.
La suddivisione terminologica corretta è un concetto funzionale all’obiettivo di tutti gli interventi dietetici razionali.
Il rapporto p (rapporto di ripartizione) descrive le proteine depositate nei tessuti della LBM in relazione all’apporto energetico e, viceversa, le proteine perse dai tessuti della LBM in relazione al deficit energetico.
Il p-ratio comprende i fattori di:
stato ormonale (cioè i livelli assoluti di ormoni chiave noti);
sensibilità all’insulina;
sensibilità alla Leptina.
Esiste un’interazione tra il punto 1 e 3.
La prima chiave è…
Sensibilità all’Insulina: quando si è a dieta (cioè in uno stato di deficit energetico), la resistenza all’Insulina fisiologica è una condizione favorevole all’uso del grasso di deposito limitando l’uso del glucosio da parte del muscolo come substrato energetico, risparmiando il glucosio per il cervello e l’utilizzo degli Acidi Grassi intramuscolare. In condizioni di uscita da un regime ipocalorico, in uno stato di migliorata insulino-sensibilità, l’aumento calorico di una fase di “Bulk” vede, almeno inizialmente, un ripartizionamento delle Kcal al miocita a discapito del adipocita; tale condizione di inverte col protrarsi del regime ipercalorico.
I fattori che influenzano la sensibilità all’insulina includono [1]:
Livelli di grasso corporeo; B.F. % (predittore primario): ↑B.F. ⇒ ↑Acidi Grassi come substrato energetico (risparmiando glucosio e proteine [che possono essere utilizzate dal fegato nella gluconeogenesi]) e detta la segnalazione delle adipochine (cioè gli ormoni secernenti gli adipociti [leptina, TNF-α, IL-…, adiponectina, etc.]) ⇒ ↓ sensibilità all’insulina;
Contrazione muscolare (cioè attività, come ad esempio locomozione, allenamento contro-resistenza) ⇒ ↑ assorbimento di glucosio nella cellula muscolare; traslocazione di GLUT-4 ⇒ ↑ sensibilità all’Insulina;
Dieta: elevata quantità di carboidrati (in ipercalorica), grassi saturi e poche fibre ⇒ ↓ sensibilità all’Insulina;
Stoccaggio del Glicogeno o Supercompensazione [successivo ad una deplezione] ⇒ ↑assorbimento di glucosio e glicogenesi ⇒↑sensibilità Insulinica;
Deplezione di glicogeno (ad esempio, nel periodo successivo a un allenamento intenso, prima di un’alimentazione particolarmente ricca di carboidrati) ⇒ sottoregolazione (deplezione pressoché totale) della disponibilità di glucosio e promozione dell’ossidazione di Acidi Grassi dopo il depauperamento delle scorte di glicogeno muscolare (in media < 700 g negli adulti) ⇒ ↑ Acidi Grassi liberi nel sangue (circolanti) ⇒ ↓ sensibilità all’Insulina;
Fattori genetici in parte modificabili dai farmaci, ad esempio, nei casi di ipogonadismo, l’applicazione TRT inverte chiaramente l’insulino-resistenza nei casi in cui l’eziologia dell’insulino-resistenza è riconducibile alla carenza di Testosterone.
La seconda chiave è…
Struttura molecolare della Leptina
La Leptina: come sappiamo bene, la Leptina è un ormone, più precisamente è una adipochina, secreta principalmente dagli adipociti, che si correla con la %B.F.;↑%B.F. ⇒ ↑Leptina. (i depositi viscerali e quelli sottocutanei hanno rapporti diversi con la Leptina). A una data percentuale di B.F., le donne producono ~2 – 3 volte più Leptina rispetto agli uomini. Le concentrazioni di Leptina cambiano con la restrizione energetica e la sovralimentazione. La Leptina è un segnalatore primario di regolazione dell’accumulo di energia che riflette:
la percentuale di B.F.;
l’assunzione di energia.
Esempio 1: all’inizio di una dieta ipocalorica, la Leptina può diminuire del 50% entro 1 settimana (o meno) – anche se ovviamente il soggetto a dieta non ha perso il 50% di B.F. – quindi, in un primo momento, i cambiamenti della concentrazione di Leptina non sono correlati alla B.F. (piuttosto segnalano l’assunzione di energia).
Dopo il calo iniziale, si assiste a un declino più graduale della Leptina in relazione alla perdita di %B.F. .
Esempio 2: in caso di sovralimentazione, la Leptina subisce un incremento in modo altrettanto rapido (cioè senza relazione con la %B.F., ma in relazione all’assunzione di energia).
A breve termine, la secrezione di Leptina è determinata principalmente dalla disponibilità di glucosio, per cui la riduzione della disponibilità di glucosio nella cellula adiposa (dieta ipocalorica) ⇒ ↓Leptina e viceversa.
Gli effetti specifici dell’ormone Leptina includono effetti sul pancreas e sul fegato, nel muscolo scheletrico ↑FA e ↓AA e l’uso del glucosio come substrato energetico (aumentando la perdita di grasso, promuovendo il risparmio di proteine)… [1]
Modello classico Leptina-Melanocortina
In sostanza, il partizionamento (p-ratio) è un concetto che associa la Leptina e la sensibilità all’Insulina come fattori principali che determinano il modo in cui le variazioni dell’apporto calorico e del contenuto di macronutrienti influiscono sul metabolismo (influenzando profondamente la composizione corporea) e sullo stato ormonale. Possiamo modificarlo e migliorarlo, tenendo conto dei tessuti bersaglio e del nostro obiettivo (ad esempio, se Bulk o Cut).
Inoltre, non bisogna confondere il potenziamento dell’insulino-resistenza fisiologica sulla perdita di grasso con l’erronea valutazione che l’insulino-resistenza sia salutare. L’insulino-resistenza, soprattutto in una persona sedentaria, è associata alla sindrome metabolica, al diabete di tipo II, per non parlare del grasso viscerale, ecc.
L’insulino-resistenza è uno stato in cui i tessuti dell’organismo (ad esempio, fegato, pancreas, muscolo scheletrico) presentano una scarsa recettività con l’Insulina continuando, se si parla in particolare del fegato, a produrre glucosio in quantità inappropriate. Questo stato di iperglicemia è un effetto piuttosto che la causa dell’insulino-resistenza, anche se i livelli tossici di glucosio degradano la reattività delle isole pancreatiche all’Insulina rappresentando così una delle vie/meccanismi dell’insulino-resistenza, peggiorando la stessa condizione.
Ma tutto questo cosa centra con gli Incretino-Mimetici? Se non ci siete ancora arrivati, calma e capirete …
Agonisti del recettore GLP-1 e GIP:
La perdita di grasso si verifica con gli agonisti del GLP-1 e della GIP (Incretino-mimetici) – come la Semaglutide e la Tirzepatide – che sono veri e propri agenti sensibilizzanti dell’Insulina. Tuttavia, non è la sensibilità all’Insulina di per sé che è responsabile della perdita di grasso con questa classe di farmaci – ma piuttosto, come abbiamo già visto, la perdita di grasso avviene grazie agli altri effetti di questi farmaci, come l’alterazione potenziale delle preferenze alimentari, il ritardo dello svuotamento gastrico, il senso di sazietà, che promuovono il controllo dell’appetito e riducono l’assunzione di energia.
Sappiamo che gli agonisti del GLP-1 e del GIP migliorano direttamente la sensibilità all’insulina modulando la secrezione di Insulina – accoppiandola alla presenza di elevate concentrazioni di glucosio. Questa secrezione di Insulina si attenua quando le concentrazioni di glucosio nel sangue diminuiscono e si avvicinano all’euglicemia. Inoltre, anche se indirettamente, riducendo l’assunzione di cibo, questi farmaci determinano una riduzione della %B.F.. La riduzione della percentuale di B.F. dovuta alla riduzione dell’assunzione di cibo riduce le riserve di massa grassa (e quindi gli FFA circolanti), migliorando ulteriormente la sensibilità all’Insulina.
La stragrande maggioranza degli agenti per la perdita di grasso, in quanto agenti lipolitici, favoriscono l’insulino-resistenza. Ad esempio i β-agonisti, non selettivi come l’Efedrina o selettivi come il Clenbuterolo, oppure lo stimolante da banco per eccellenza la caffeina, agendo in modo analogo o aumentano l’azione delle catecolamine (epinefrina e noradrenalina, o adrenalina e noradrelanina) possono portare ad un peggioramento di questa condizione.
Diagramma schematico che rappresenta la via di segnalazione dell’insulino-resistenza cardiaca mediata dai β-AR. Tale meccanismo interessa (tra gli altri tessuti) anche il muscolo-scheletrico.
Quando tessuti come il fegato e le cellule adipose vedono ridotta l’interazione con l’Insulina, il glucosio non viene ottimamente assorbito dalle cellule. Con un marcato calo del glucosio, il fegato inizia a metabolizzare gli acidi grassi liberi (FFA), aumentando così i livelli di chetoni nel sangue e impedendo che vengano riesterificati nelle cellule adipose (in ipocalorica). Nel fegato e nelle cellule adipose, senza che l’Insulina interagisca ottimamente con questi tessuti, si verifica una soppressione della sintesi/lipogenesi dei grassi (negli adipociti) e della sintesi di lipoproteine a bassissima densità (VLDL) (nel fegato).
Incretino-mimetici, miglioramento della sensibilità all’Insulina e preservazione della massa muscolo-scheletrica:
La classificazione degli incretino-mimetici come agenti di ripartizione calorica:
Nel BodyBuilding, il fascino verso questa classe di farmaci si concentra anche sul funzionamento degli agonisti del GLP-1 e della GIP sull’insulino-resistenza, poiché quest’ultima durante la restrizione calorica nel muscolo scheletrico (>60% del peso corporeo, più nei bodybuilder) è un’immagine non proprio esaltante, con le riserve di glicogeno che vengono prima catabolizzate abbastanza rapidamente; poi i trigliceridi intramuscolari (che rappresentano solo l’1% del peso del muscolo idratato, fino al 2% del volume, dato che il grasso è meno denso del muscolo scheletrico, e ~1/3 dell’energia muscolare, dato che il grasso è energeticamente denso) e infine, se necessario, l’organismo utilizzerà gli AA (catabolizzando le proteine muscolari; proteolisi) per ottenere l’energia necessaria a svolgere le attività giornaliere. Questi agenti, quindi, nella misura in cui sono sensibilizzanti per l’Insulina, dovrebbero servire a promuovere il mantenimento della LBM durante il “Cut”.
In effetti, come si evince dalla seguente immagine tratta da un articolo di ricerca di Volpe et. al del 2022 [2], la Semaglutide preserva in modo abbastanza efficace la LBM e riduce in modo preferenziale la FM, con riduzioni solo clinicamente insignificanti dell’indice di massa magra (FFMI, kg/m²) e dell’indice della muscolatura scheletrica durante il periodo iniziale di adattamento, che poi si attenua:
In un certo senso, quindi, migliorando il grado di sensibilità all’Insulina dell’equazione della p-ratio, gli incretino-mimetici possono essere classificati come agenti di ripartizione calorica, a grandi linee come il Clenbuterolo, ma invece di promuovere l’insulino-resistenza come i β-agonisti, la migliorano.
* Ovviamente, creare un ambiente significativamente insulino-sensibile in un contesto ipocalorico (soprattutto se ipoglucidico) può mettere l’utilizzatore a maggior rischio (sebbene limitato) di ipoglicemia o calo glicemico borderline con effetti simili allo stato di ipoglicemia (tremore, sudorazione copiosa ecc…).
Per coloro che hanno familiarità con questi concetti, derivanti dalle discussioni sul bodybuilding, può risultare molto confuso il fatto che l’iperglicemia (elevata quantità di glucosio nel sangue) è solo uno dei fattori associati all’insulino-resistenza, ma in realtà non è sinonimo di insulino-resistenza (iperglicemia ≠ insulino-resistenza). Sì, ridurre la glicemia a livelli normali è molto importante per migliorare la sensibilità all’insulina durante l’uso dell’ormone della crescita esogeno (rhGH), perché il glucosio è tossico per le cellule β pancreatiche. Questa glucotossicità a livello delle cellule pancreatiche si traduce in una diminuzione della risposta secretoria dell’insulina all’iperglicemia, alimentando così il fuoco dell’iperglicemia e della glucotossicità, contribuendo all’insulino-resistenza – ma non costituendone l’unica eziologia.
La sensibilità all’Insulina è multifattoriale e comprende componenti sistemiche (ad esempio, QUICKI) e periferiche (ad esempio, GLUT-4) ed è regolata a livello centrale da GLP-1 e GIP. L’iperglicemia è solo uno dei fattori (l’altro è l’Insulina) che funge da proxy dell’insulino-resistenza sistemica. Vi sono altri aspetti, tra cui la tolleranza ai carboidrati [vedi anche capacità di tolleranza del metabolismo glucidico], ecc.
In tema di insulino-resistenza, è utile ricordare che l’Insulina endogena viene secreta in modo pulsatile per regolare il metabolismo glucidico e lipidico, la crescita cellulare ecc…, a differenza del Testosterone che viene secreto in modo più stabile (rilascio graduale nel sangue, ma soggetto a variazioni diurne, ad esempio una maggiore secrezione al mattino rispetto a mezzogiorno/sera). Gli aumenti cronici di Insulina, ad esempio quelli relativi al profilo di rilascio di una bassa dose giornaliera di Insulina Glargine (Lantus), presentano un’area sotto la curva (AUC) relativamente ampia a causa del profilo di rilascio (concentrazioni elevate per lunghi periodi di tempo) rispetto ai normali profili di rilascio dell’Insulina endogena (paragonabili alla farmacocinetica dell’Insulina regolare, ad esempio Actrapid, Novolin o HumuLin -R). L’elevata AUC di Lantus e/o le dosi di Insulina regolare esogena moderatamente elevate e frequenti sono descritte come iperinsulinemia cronica.
Questa resistenza non avviene per feedback negativo a livello delle cellule β.
Al contrario, l’iperinsulinemia cronica che causa l’insulino-resistenza è multifattoriale e comprende:
L’aumento dell’HOMA-IR e la diminuzione del QUICKI (misure biochimiche dell’insulino-resistenza e della sensibilità all’Insulina, rispettivamente).
L’alterata trasduzione del segnale insulinico dovuta alla disfunzione del recettore dell’Insulina (IR) e alla diminuzione dell’autofosforilazione dell’IR, che blocca la traslocazione del GLUT-4 sulla superficie cellulare nelle cellule muscolari e adipose, con conseguente aumento del glucosio nel sangue [3]:
Segnalazione dell’Insulina durante l’insulino-resistenza. Durante l’insulino-resistenza, la segnalazione attraverso le chinasi AKT è parzialmente compromessa. Non tutte le vie AKT-dipendenti sono interessate, così come altre vie di segnalazione, indicando che l’insulino-resistenza è selettiva. Pertanto, l’iperinsulinemia, in presenza di insulino-resistenza, promuove le attività anaboliche delle cellule attraverso la via MEK-ERK e attraverso mTORC1. Sebbene la via PIK/AKT sia compromessa durante l’insulino-resistenza e fornisca solo una traslocazione insufficiente di GLUT4 per l’assorbimento del glucosio e un’attivazione carente di eNOS, sembra esserci un’attivazione normale di mTORC1. Oltre alle conseguenze anaboliche della segnalazione attraverso la via MEK/ERK descritte nella figura, si osserva un’aumentata espressione di ET-1 e PAt-1 (non mostrato), nonché l’inibizione dell’autofagia e del fattore nucleare Nrf2, che compromettono rispettivamente il turnover dei costituenti cellulari e i meccanismi di difesa delle cellule dallo stress radicale. L’iperinsulinemia riduce l’assorbimento del glucosio non solo attraverso lo smorzamento della via PIK/AKT (resistenza all’Insulina), ma anche attraverso altre vie ancora sconosciute.
3. Aumento dei livelli e dell’attività di sn-1,2-diacilglicerolo (DAG) grazie alla sintesi de novo.
Le limitazioni degli Incretino-Mimetici dietro all’iniziale entusiasmo:
Se ci dovessimo basare su quanto esposto fino a questo punto, saremo tutti d’accordo nell’ammantare della nomea di “farmaci prodigiosi per la ricomposizione corporea” tanto la Semaglutide quanto il Tirzepatide e tutti gli altri membri di questa classe. Ma, dal momento che, la conoscenza per essere utile deve essere sufficientemente approfondita, occorre indagare meglio sulle caratteristiche di questi farmaci.
Sappiamo che la Semaglutide è effettivamente associata alla perdita di peso con una differenza media dell’11,85% rispetto al placebo emersa dalle ultime review. Il consolidamento degli studi ha mostrato che nausea, vomito, costipazione e diarrea sono gli eventi avversi più comuni. Nonostante questi effetti sembrano essere per lo più di gravità da lieve a moderata, la loro risoluzione totale era spesso connessa al termine del trattamento.
Dal momento che gli Incretino-mimetici causano una riduzione del senso di fame, in modo anche significativo (dose dipendente), rallentano lo svuotamento gastrico portando anche ad eventi diarroici preceduti da mal assorbimento dei nutrienti, senza sottovalutare il rischio di paresi gastrica, la facilità di perdere massa muscolare in un contesto ipocalorico è molto alta, specie se non supportata da agenti anabolizzanti; l’inserimento di questi ultimi, però, non “tampona” la possibile condizione di mal assorbimento e/o scarsa assunzione proteica/alimentare.
Inoltre, la paresi gastrica è una condizione che un bodybuilder sano di mente cerca di evitare a tutti i costi combattendoci già se sussiste abuso di Insulina e/o hGH.
Trattando la limitazione data da una potenziale eccessiva inappetenza, è giusto specificare un impatto singolare che le Incretine (e gli Incretino-Mimetici) hanno sulle preferenze alimentari. Sappiamo, infatti, che gli alimenti maggiormente palatabili sono tipicamente ricchi di grassi e/o zuccheri e tendono a essere preferiti a quelli a basso contenuto di grassi/zuccheri. L’entità di questa preferenza, tuttavia, può essere influenzata da peptidi intestinali quali la Grelina e il GLP-1. La Grelina e il GLP-1 sono influenzati in modo differenziato dal consumo di alimenti palatabili. Tralasciando la Grelina, le concentrazioni di GLP-1 a digiuno predicono negativamente l’assunzione di alimenti ricchi di zuccheri semplici in un paradigma di distributori automatici, che gli autori dello studio hanno interpretato come prova del fatto che il GLP-1 svolge un ruolo nelle vie di ricompensa che regolano l’assunzione di zuccheri semplici. Diversi studi riportano anche un’alterazione delle preferenze alimentari dopo l’intervento di bypass gastrico, con un allontanamento dalla preferenza per gli zuccheri/grassi elevati. L’assunzione di alimenti appetibili, in particolare di soluzioni zuccherate, è aumentata dalla Grelina, mentre il GLP-1 riduce preferenzialmente l’assunzione di alimenti ad alto contenuto di grassi e zuccheri, almeno dopo una somministrazione acuta. Inoltre, i lavori condotti sull’uomo rivelano che la preferenza per i grassi e gli zuccheri può essere alterata dalla chirurgia bariatrica e contribuire alla perdita di peso, ma non è ancora stato stabilito se questi effetti siano legati a un’alterazione del segnale della Grelina o del GLP-1. Infine, i livelli circolanti di Grelina e GLP-1 possono essere indicativi del consumo di cibo appetibile nell’uomo.[https://www.frontiersin.org/]
Schema che descrive i principali effetti elettrofisiologici dell’attivazione del GLP-1R nelle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del comportamento alimentare. (A) Il GLP-1 (compresi i suoi agonisti) si lega al GLP-1R postsinaptico per depolarizzare il potenziale di membrana e/o aumentare la frequenza di sparo nella maggior parte delle regioni cerebrali, ma iperpolarizza il potenziale di membrana in alcune aree cerebrali. Diversi meccanismi ionici, tra cui il canale cationico non selettivo, il canale K+ e il canale TRPC5, possono essere coinvolti nell’attivazione della depolarizzazione o iperpolarizzazione indotta dal GLP-1R. (B) Oltre ai recettori postsinaptici, il GLP-1 agisce sui GLP-1R presinaptici per modulare la neurotrasmissione glutammatergica e GABAergica. ARC, nucleo arcuato; BNST, nucleo del letto della stria terminale; Glu, glutammato; CRH, ormone di rilascio della corticotropina; HC, ippocampo; LH, ipotalamo laterale; NAc, nucleo accumbens; NPY/AgRP, Neuropeptide Y/Peptide legato al gene Agouti; OB, bulbo olfattivo; PBN, nucleo parabrachiale; POMC, proopiomelanocortina; PVN, nucleo paraventricolare; PVT, nucleo talamico paraventricolare; VTA, area tegmentale ventrale.
Di conseguenza, nonostante gli indizi di cui sopra, l’uso di Incretino-Mimetici potrebbe ridurre marcatamente il consumo di cibo indipendentemente dalla fonte anche se, come abbiamo visto, l’effetto anoressizzante del GLP-1 sembra essere a maggior carico della componente alimentare glucidico-lipidica.
Tornando invece sulla questione legata al catabolismo muscolo-scheletrico e l’uso concomitante di agenti anabolizzanti, per ovviare a questo problema nei pazienti trattati con Semaglutide, è stato avviato uno studio clinico di fase 2b, multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo, randomizzato, per la determinazione della dose e per valutare la sicurezza e l’efficacia di Ostarina 3mg, Ostarina 6mg o placebo come trattamento per preservare la massa muscolare e aumentare la perdita di grasso in circa 150 pazienti con obesità sarcopenica o pazienti anziani in sovrappeso (>60 anni di età) trattati con Semaglutide (Wegovy®). L’endpoint primario è la massa corporea magra totale e gli endpoint secondari chiave sono la massa grassa corporea totale e la funzione fisica misurata dal test di salita delle scale a 16 settimane.
Dopo aver completato la parte di determinazione della dose di efficacia dello studio clinico di Fase 2b, si prevede che i partecipanti continueranno in cieco in uno studio clinico di estensione di Fase 2b in cui tutti i pazienti smetteranno di ricevere un GLP-1 RA, ma continueranno ad assumere un placebo, Ostarina 3mg o Ostarina 6mg per ulteriori 12 settimane. Lo studio clinico di estensione di fase 2b valuterà se l’Ostarina è in grado di mantenere la massa muscolare e prevenire l’aumento di grasso e peso che si verifica dopo l’interruzione di un GLP-1 RA.
Lo studio clinico è condotto in 14 centri clinici negli Stati Uniti. È stato raggiunto l’arruolamento completo dei circa 150 pazienti nello studio di fase 2b QUALITY. L’azienda prevede ora che l’ultimo paziente a completare lo studio di fase 2b QUALITY sarà nel dicembre 2024, con i risultati clinici di prima linea per lo studio clinico di fase 2b QUALITY attesi nel gennaio 2025. Inoltre, i risultati principali per lo studio clinico di estensione di Fase 2b in cieco separato possono ora essere attesi nel secondo trimestre solare del 2025.
Ovviamente, queste limitazioni, incisive nel Culturismo, interessano tutti gli Incretino-Mimetici, compresa la Tirzepatide la quale sembrerebbe avere un maggior margine di efficacia e “sicurezza” per quanto riguarda il rischio (seppur limitato in monoterapia) di eventi ipoglicemici.
Il motivo di questa riduzione di rischio ipoglicemico è dovuta alla doppia affinità recettoriale della Tirzepatide la quale, come abbiamo visto, possiede una attività agonista per i recettori del GLP-1 e del GIP. Ed è proprio il legame e l’attivazione di quest’ultimo recettore (GIP) da parte della Tirzepatide a permettere ciò. Infatti, l’attivazione del recettore GIP stimola la secrezione di Glucagone in modo glucosio-dipendente nelle persone sane, con un’attività maggiore in presenza di glicemie più basse. Ciò significa che, raggiunta la soglia euglicemica i livelli di glucosio nel sangue verranno mantenuti più facilmente all’interno di questa soglia per via dell’attività del Glucagone secreto dalle cellule α delle isole di Langerhans.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/]
Sebbene i trials clinici suggeriscano che la Tirzepatide riduca la glucagonemia, un recente studio dimostra che la Tirzepatide è un potente stimolatore della secrezione di Glucagone nelle condizioni sopradette.
Quindi la Tirzepatide è superiore alla Semaglutide?
Alcuni studi recenti hanno messo a confronto la Semaglutide e la Tirzepatide per la perdita di peso. Studi di ricerca del 2021, del 2023 e del 2024 suggeriscono che la Tirzepatide può determinare una maggiore perdita di peso rispetto alla Semaglutide.
Variazione percentuale media del peso corporeo a 3, 6 e 12 mesi di trattamento per la popolazione complessiva, i soggetti con diabete di tipo II (TD2) e quelli senza TD2. Le barre rappresentano le variazioni medie del peso corporeo dal basale al punto di riferimento tra la popolazione di pazienti ancora in trattamento, abbinata in base al punteggio di propensione. Barre scure (Semaglutide); Barre chiare (Tirzepatide).
Ma questi studi presentano alcuni importanti limiti.
Le dosi di Semaglutide e Tirzepatide somministrate ai partecipanti non erano, per ovvie ragioni, uguali. La Semaglutide e Tirzepatide funzionano in modo leggermente diverso, come ormai sappiamo, e quindi i ricercatori hanno scelto livelli di dose comparabili. Tuttavia, la dose di Tirzepatide era più alta, il che potrebbe aver, anche di poco, influenzato i risultati.
Tabella comparativa tra il dosaggio della Semaglutide [Wegovy] e quella della Tirzepatide [Zepbound] usato negli studi.
Sappiamo altresì che la Tirzepatide ha una maggiore affinità con i recettori GIP rispetto ai recettori GLP-1. Di conseguenza, la ratio della dose di Tirzepatide con quella di Semaglutide risulta maggiormente a carico della prima.
La Tirzepatide è attualmente approvata dalla FDA per l’uso in persone in sovrappeso o con obesità, indipendentemente dal fatto che soffrano o meno di diabete di tipo II. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che la Tirzepatide sia un farmaco che non ha bisogno di essere somministrato in caso di mancanza della condizione diabetica.
Negli studi dove la Tirzepatide è stata somministrata a soggetti obesi, sono comunque stati osservati miglioramenti in tutte le misure cardiometaboliche. Gli eventi avversi più comuni con la Tirzepatide sono i medesimi riscontrati con la Semaglutide o altri membri della stessa famiglia. Essi sono stati di tipo gastrointestinale e la maggior parte di questi sono stati di gravità lieve o moderata e si sono verificati principalmente durante l’aumento della dose. Gli eventi avversi hanno causato l’interruzione del trattamento nel 4,3%, 7,1%, 6,2% e 2,6% dei partecipanti che hanno ricevuto dosi di Tirzepatide da 5, 10 e 15mg e placebo, rispettivamente.
In uno studio di 72 settimane su partecipanti con obesità, 5mg, 10mg o 15mg di Tirzepatide una volta alla settimana hanno fornito riduzioni sostanziali e durature del peso corporeo.
Effetto della Tirzepatide somministrata una volta alla settimana, rispetto al placebo, sul peso corporeo. Le medie dei minimi quadrati sono presentate, se non diversamente specificato. Il pannello A mostra la variazione percentuale del peso corporeo dal basale alla settimana 72, derivata da un modello di analisi della covarianza per la stima del regime di trattamento (TRE). Il pannello B mostra la variazione percentuale del peso corporeo in base alle settimane dalla randomizzazione, derivata da un modello misto per misure ripetute (MMRM) per la stima dell’efficacia; sono riportate anche le stime alla settimana 72 per la stima del regime di trattamento. I riquadri C e D mostrano le percentuali di partecipanti che hanno avuto riduzioni di peso di almeno il 5%, 10%, 15%, 20% e 25% dal basale alla settimana 72. Per il riquadro C, la percentuale è stata calcolata in base al numero di settimane di randomizzazione. Per il pannello C, la percentuale è stata calcolata con l’uso delle regole di Rubin, combinando le percentuali dei partecipanti che hanno raggiunto l’obiettivo nei set di dati imputati. I valori mancanti alla settimana 72 sono stati imputati con MMRM se la mancanza era dovuta esclusivamente a Covid-19 e con imputazione multipla se la mancanza non era dovuta a Covid-19. Per il pannello D, la percentuale di partecipanti che hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione del peso è stata ottenuta dividendo il numero di partecipanti che hanno raggiunto i rispettivi obiettivi alla settimana 72 per il numero di partecipanti con un valore al basale e almeno un valore post-base non mancante. I valori mancanti alla settimana 72 sono stati imputati dall’analisi MMRM. Le barre 𝙸 indicano gli intervalli di confidenza al 95%.
Nella pratica su bodybuilder, si sono osservati i minori sides comparati a ottimi risultati su insulino-resistenza e riduzione contenuta della fame con dosaggi settimanali di 2.5mg.
Alla luce di ciò, e in contesto aspecifico, la Tirzepatide mostra un moderato vantaggio gestionale rispetto alla Semaglutide.
Si è parlato di un ipotetico “rebound” di Grelina con incremento della fame e del consumo calorico (con aumento di peso) dopo la cessazione d’uso di Semaglutide o Tirzepatide. Al momento non esistono dati certi che ci indichino un reale collegamento equazionale tra cessazione d’uso di GLP-1 agonisti > picco in cronico della Grelina > iperfagia > aumento ponderale di peso. Sappiamo, però, che le variazioni di Grelina e GLP-1 a 6 mesi dalla cessazione di una dieta ipocalorica non hanno predetto il recupero del peso da 6 a 18 mesi. Ciò significa che, in un soggetto sano, potrebbe si esserci una maggiore attività della Grelina nelle prime settimane dopo cessazione d’uso di un incretino-mimetico (calo soglia ematica del farmaco e stabilizzazione dei livelli endogeni di GLP-1), ma l’aumento del peso successivo potrebbe risultare con maggiore probabilità dalla modifica omeostatica multi-fattoriale la quale, per trovare un nuovo equilibrio, richiede per lo meno un arco di tempo direttamente proporzionale al tempo di trattamento. Si consideri, inoltre, che un anno dopo la sospensione della Semaglutide sottocutanea a 2,4mg una volta alla settimana e dell’intervento sullo stile di vita, i soggetti possono mostrare una riacquisizione di due terzi della perdita di peso precedente, con cambiamenti simili nelle variabili cardiometaboliche. Qualcosa di un possibile rebound grelinico…
Concentrazione totale di GLP-1 durante un giorno di frequenti prelievi di sangue dopo 3 notti di sonno abituale (9 ore a letto, riquadri neri) o breve (4 ore a letto, riquadri bianchi) in uomini (pannello A) e donne (pannello B). Il tempo è presentato come minuti dal campione a digiuno. Il campione a digiuno è stato prelevato alle 08:00. I pasti e gli spuntini sono stati serviti dopo i prelievi di 0, 240 e 480 minuti e a 660 minuti. L’ora di andare a letto era a 840 minuti (sonno abituale) e a 1.020 minuti (sonno breve) rispetto al prelievo a digiuno (equivalente alle 22:00 e alle 01:00 per il sonno abituale e breve, rispettivamente). I livelli mattutini (P = 0,10) e notturni (P = 0,12) tendevano a essere più bassi e i livelli pomeridiani erano significativamente più bassi (P = 0,016) durante il sonno breve rispetto al sonno abituale nelle donne, mentre negli uomini le concentrazioni pomeridiane di GLP-1 tendevano a essere più alte dopo il sonno breve rispetto al sonno abituale (P = 0,10). I dati sono medie non aggiustate e SEM, n = 14 uomini o 13 donne.Concentrazione di Grelina totale durante un giorno di frequenti prelievi di sangue dopo 3 notti di sonno abituale (9 ore a letto, riquadri neri) o breve (4 ore a letto, riquadri bianchi) in uomini (pannello A) e donne (pannello B). Il tempo è presentato come minuti dal campione a digiuno. Il campione a digiuno è stato prelevato alle 08:00. I pasti e gli spuntini sono stati serviti dopo i prelievi di 0, 240 e 480 minuti e a 660 minuti. L’ora di andare a letto era a 840 minuti (sonno abituale) e a 1.020 minuti (sonno breve) rispetto al prelievo a digiuno (equivalente alle 22:00 e alle 01:00 per il sonno abituale e breve, rispettivamente). I livelli di Grelina mattutina più elevati sono stati osservati dopo il sonno breve rispetto al sonno abituale negli uomini; nelle donne non sono state osservate differenze tra i periodi di sonno. I dati sono medie non aggiustate e SEM, n = 14 uomini o 13 donne.
Conclusioni:
Arrivati alla conclusione di questa disamina abbiamo tutti gli elementi per valutare l’eventuale senso di utilizzo degli Incretino-Mimetici in contesti al di fuori del trattamento del diabete di tipo II o di soggetti obesi.
Le limitazioni date dagli effetti collaterali più comuni, se contestualizzate in una preparazione di un bodybuilder, possono causare non poche problematiche specie nelle vicinanze di una gara; vedi, ad esempio, estrema riduzione dell’assunzione calorica e proteica, mal assorbimento e gonfiore addominale o paresi gastrica.
Sebbene la possibilità di eventi ipoglicemici sia contenuta, e ancor più rara con la Tirzepatide in monoterapia, il rischio, in concomitanza dell’effetto sulla insulino-sensibilità degli AAS o di altre molecole co-somministrate, di questo sides può aumentare in modo sensibile durante una dieta ipocalorica.
In tal sede non ho preso in considerazione i due più preoccupanti, e più rari, effetti collaterali legati all’uso di incretino-mimetici: Tumore Midollare della Tiroide [MTC] e Pancreatite. Quest’ultima può manifestarsi anche con l’uso di AAS, seppur raramente, specie in caso d’uso di molecole aromatizzabili; la presenza di un incretino-mimetico in tali circostanze potrebbe avere un incidenza maggiore nello sviluppo e manifestazione della Pancreatite.[https://jmedicalcasereports.biomedcentral.com/]
In definitiva, i vantaggi potenziali di una una insulino-sensibiltà maggiore iatrogeno-dipendente (visti in precedenza) con l’uso di Incretino-Mimetici è, con i dovuti distinguo complessivi, ottenibile con l’uso di Metformina la quale presenta un margine di sicurezza decisamente più ampio.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
Riferimenti:
Semaglutide and Tirzepatide are More Than Just Weight Loss Drugs [di Type-IIx]
[1] McDonald, L. The Ultimate Diet 2.0: Advanced Cyclical Dieting for Achieving Super Leanness. (2003). Lyle McDonald Publishing.
[2] Volpe S, Lisco G, Racaniello D, Fanelli M, Colaianni V, Vozza A, Triggiani V, Sabbà C, Tortorella C, De Pergola G, Piazzolla G. Once-Weekly Semaglutide Induces an Early Improvement in Body Composition in Patients with Type 2 Diabetes: A 26-Week Prospective Real-Life Study. Nutrients. 2022 Jun 10;14(12):2414. doi: 10.3390/nu14122414.
[3] Kolb H, Kempf K, Röhling M, Martin S. Insulin: too much of a good thing is bad. BMC Med. 2020;18(1):224. Published 2020 Aug 21. doi:10.1186/s12916-020-01688-6
Gli incretino-mimetici sono una recente classe di farmaci antidiabete che prevede la modulazione del sistema delle Incretine. Si legano e attivano i recettori del peptide glucagone-simile-1 (GLP-1) sulle beta-cellule pancreatiche, dando inizio alla secrezione e alla sintesi di Insulina. Gli incretino-mimetici di ultima generazione hanno attività sia sul recettore del GLP-1 sia su quello del Polipeptide Inibitore Gastrico (GIP), un ormone inibitore della famiglia delle secretine (Incretine) con ruolo principale, essendo un’Incretina, di stimolare la secrezione di Insulina.
Poiché questi composti non hanno attività insulinotropica a concentrazioni di glucosio inferiori, il rischio di ipoglicemia – una nota carenza degli attuali trattamenti antidiabete – è basso. Inoltre, è stato dimostrato che gli incretino-mimetici sono associati a effetti benefici sui fattori di rischio cardiovascolare, come la perdita di peso, la riduzione della pressione sanguigna e le modifiche del profilo lipidico. Ciò nonostante, gli effetti avversi che possono causare non sono trascurabili e la loro diffusione per uso “Off-Label” ne ha mostrato le limitazioni sia in soggetti obesi che in utilizzatori per finalità estetiche.
La disamina che seguirà sarà divisa in due parti preposte a spiegare, a partire dalla loro genesi, il funzionamento delle incretine per poi passare in rassegna le caratteristiche di quelle che sono le forme farmaceutiche di incretino-mimetici utilizzate in medicina e in ambito “Off-Label/ricreativo”.
In questa prima parte vedremo nel dettaglio le incretine endogene e le molecole incretino-mimentiche presenti nel mercato…
Ormoni Incretinici [Incretine]:
Joel Habener
Negli anni ’70, Jens Juul Holst e Joel Habener iniziarono la ricerca sull’ormone GLP-1, inizialmente in relazione alla malattia dell’ulcera duodenale.[1] Esaminarono gli ormoni secreti durante l’alimentazione e li testarono su pancreas di maiale, portando alla scoperta della notevole potenza del GLP-1 nel 1988. Il loro lavoro, che in seguito ha contribuito in modo significativo al trattamento del diabete e dell’obesità, è valso a loro e a Daniel Drucker il premio della Fondazione Warren Alpert del 2021.[1] La ricerca è proseguita e nel 1993 Michael Nauck è riuscito a infondere il GLP-1 in persone affette da diabete di tipo II, stimolando l’Insulina e inibendo il Glucagone e portando la glicemia a livelli normali. Tuttavia, il trattamento dei pazienti diabetici con gli ormoni GLP-1 ha provocato notevoli effetti collaterali, inducendo i ricercatori finanziati da Novo Nordisk a cercare di sviluppare un composto adatto all’uso terapeutico.[1]
Nel 1998 un team di ricercatori di Novo Nordisk, guidato dalla scienziata Lotte Bjerre Knudsen, ha sviluppato la Liraglutide, un agonista del recettore del peptide glucagone-simile-1 con potenziale di utilizzo per il trattamento del diabete di tipo II.[2]
Gli ormoni incretinici GLP-1 e il GIP sono ormoni peptidici intestinali rilasciati in risposta all’ingestione di cibo.(3) L’effetto più importante del GLP-1 e del GIP è la loro capacità di potenziare la secrezione di Insulina indotta dal Glucosio da parte del pancreas – il cosiddetto effetto incretinico. Nei soggetti sani l’effetto incretinico rappresenta fino al 70% dell’Insulina secreta in risposta all’ingestione di Glucosio.(4) Il GLP-1 è un polipeptide di 30 aminoacidi sintetizzato dal proglucagone nelle cellule endocrine L distribuite principalmente nella mucosa della parte distale dell’intestino tenue e del colon. Il GIP è un polipeptide di 42 aminoacidi rilasciato dalle cellule endocrine K presenti nella mucosa del duodeno e della parte superiore del digiuno.(5) Mentre il GLP-1 viene rapidamente degradato (dall’enzima ubiquitario dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4)) in circolo con un’emivita apparente di 1 – 1,5 minuti,(6) il GIP viene degradato più lentamente, con un’emivita per l’ormone intatto di 7 minuti.(7) L’ormone aumenta la secrezione di Insulina all’inizio del pasto, ma non ha alcuna attività insulinotropica a concentrazioni di glucosio inferiori (meno di 4mM), non favorendo così l’ipoglicemia. Il GLP-1 aumenta anche la biosintesi dell’Insulina e l’espressione genica della stessa. Inoltre, esercita azioni trofiche e protettive sulle beta-cellule(8) e inibisce fortemente la secrezione pancreatica di Glucagone in modo glucosio-dipendente.(9) Al contrario, è stato dimostrato che la GIP stimola la secrezione di Glucagone. Gli ormoni esercitano il loro effetto insulinotropico attraverso recettori accoppiati a proteine G sulle beta-cellule pancreatiche.(10) Oltre agli effetti sul pancreas endocrino, entrambi gli ormoni hanno diverse altre funzioni. I recettori del GLP-1 si trovano in varie regioni del cervello (11) e, una volta attivati, promuovono il senso di sazietà che, in combinazione con l’inibizione della motilità gastrointestinale indotta dal GLP-1 (mediata dal nervo vago (12) ), riduce l’assunzione di cibo e, consequenzialmente, il peso corporeo. I recettori del GLP-1 si trovano anche nel cuore (13) e la maggior parte dei dati suggerisce che il GLP-1 esercita effetti protettivi sul miocardio. È stato inoltre riscontrato che il GLP-1 riduce l’aumento postprandiale dei trigliceridi e abbassa la concentrazione di acidi grassi liberi nell’uomo.(14) Infine, studi su animali e sull’uomo indicano che il GLP-1 ha proprietà natriuretiche e diuretiche attraverso la modulazione dello scambio renale Na+/H+ (15) – un meccanismo che potrebbe servire a ridurre la pressione sanguigna. La GIP non sembra avere effetti fisiologici sul tratto gastrointestinale, sull’appetito o sull’assunzione di cibo, ma può avere un ruolo nel metabolismo dei lipidi (16) e delle ossa.(17)
Azioni del GLP-1 nei tessuti periferici. Il GLP-1 agisce direttamente sul pancreas endocrino, sul cuore, sullo stomaco e sul cervello, mentre le azioni su fegato e muscoli sono indirette.
Nei pazienti con diabete di tipo II l’effetto incretinico è gravemente ridotto.(18, 19) Questo tratto fisiopatologico gioca probabilmente un ruolo centrale nell’incapacità di questi pazienti di secernere una quantità di Insulina sufficiente a prevenire l’iperglicemia in seguito all’assunzione di glucosio per via orale.(20-30) L’attenuata secrezione postprandiale (21) e la diminuita potenza insulinotropica del GLP-1 (22), in combinazione con l’abolizione dell’effetto insulinotropico del GIP (23) , sembrano essere responsabili del ridotto effetto incretinico nei pazienti con diabete di tipo II. Poiché l’effetto insulinotropico del solo GLP-1 (e non del GIP) è conservato nei pazienti con diabete di tipo II, sono state sviluppate modalità di trattamento antidiabete basate sull’effetto di questo peptide. È interessante notare che l’infusione endovenosa (iv) di GLP-1 nativo è in grado di normalizzare la glicemia nei pazienti con diabete di tipo 2, (24) ma a causa della breve emivita del GLP-1, la somministrazione terapeutica del GLP-1 nativo non è praticabile. Pertanto, per sfruttare le azioni benefiche del GLP-1 nel diabete di tipo II, sono stati sviluppati agonisti stabili a lunga durata d’azione del recettore del GLP-1 (incretino-mimetici). Nella sezione seguente verranno descritti gli incretino-mimetici disponibili, le loro caratteristiche e applicazioni.
Ruoli contrastanti di GLP-1 e GIP sull’omeostasi del glucosio. Il GLP-1 secreto nella vena porta attiva un sensore del glucosio portale che segnala, tramite afferenze vagali, il sistema nervoso centrale e, a sua volta, le efferenze vagali aumentano la secrezione di Insulina. Sia il GLP-1 che il GIP attivano anche direttamente la secrezione di Insulina attraverso il legame con i loro recettori distinti sulle cellule β dell’isolotto.
Farmaci Incretino-mimetici:
Exenatide[approvato nel 2005/2012]
L’Exenatide, il primo di questa classe di farmaci, è stato introdotto sul mercato negli Stati Uniti nel 2005 e in Europa nel 2007 con il nome commerciale Byetta® (Amylin Pharmaceuticals/Eli Lilly).
L’Exenatide è un peptide di 39 aminoacidi; è una versione sintetica dell’exendin-4, un peptide presente nel veleno del “mostro di Gila”.
L’ Exenatide è stata isolata per la prima volta nel 1992 presso il Veterans Administration Medical Center di New York City.[25]
L’Exenatide si lega al recettore umano intatto del Peptide Glucagone-Simile-1 (GLP-1R) in modo simile al GLP-1; l’Exenatide ha un’omologia aminoacidica del 50% con il GLP-1 e ha un’emivita più lunga in vivo.[26]
Si ritiene che l’Exenatide faciliti il controllo del glucosio in almeno cinque modi:
L’Exenatide aumenta la risposta del Pancreas[27] (cioè aumenta la secrezione di Insulina) in risposta al consumo dei pasti; il risultato è il rilascio di una quantità di Insulina maggiore e più appropriata che aiuta a ridurre l’aumento della glicemia dovuto al consumo di cibo. Una volta che i livelli di glucosio nel sangue si avvicinano ai valori normali, la risposta del Pancreas alla produzione di Insulina si riduce; altri farmaci (come la rInsulina ) sono efficaci nell’abbassare la glicemia, ma possono “superare” il loro obiettivo e causare un abbassamento eccessivo della glicemia, provocando la pericolosa condizione di ipoglicemia.
L’Exenatide sopprime anche il rilascio di Glucagone da parte del Pancreas in risposta al pasto, impedendo al fegato di produrre eccessivamente glucosio quando non è necessario e prevenendo così l’iperglicemia (livelli elevati di glucosio nel sangue).
L’Exenatide contribuisce a rallentare lo svuotamento gastrico e quindi a ridurre la velocità di comparsa nel sangue del glucosio derivato dai pasti.
L’Exenatide ha un effetto sottile ma prolungato di riduzione dell’appetito e di promozione della sazietà attraverso i recettori ipotalamici (recettori diversi da quelli dell’Amilina). La maggior parte delle persone che utilizzano l’Exenatide perdono lentamente peso e, in genere, la perdita di peso maggiore è ottenuta dalle persone più in sovrappeso all’inizio della terapia con l’Exenatide. Gli studi clinici hanno dimostrato che l’effetto di riduzione del peso continua allo stesso ritmo per 2,25 anni di uso continuato. Se suddivisi in quartili di perdita di peso, il 25% più alto registra una sostanziale perdita di peso, mentre il 25% più basso non registra alcuna perdita o un lieve aumento di peso.
L’Exenatide riduce il contenuto di grasso nel fegato. L’accumulo di grasso nel fegato o la malattia del fegato grasso non alcolico (NAFLD) è fortemente correlata a diversi disturbi metabolici, in particolare a un basso livello di HDL e a Trigliceridi elevati, presenti nei pazienti con diabete di tipo II. È emerso che l’Exenatide ha ridotto il grasso epatico nei topi[28], nei ratti[29] e nell’uomo.[30]
I principali effetti collaterali del Exenatide (che condivide con tutte le molecole apopartenenti alla sua “famiglia”) sono nausea e vomito da lievi a moderati e transitori. L’incidenza dell’ipoglicemia associata al trattamento è bassa (31) – apparentemente dovuta agli effetti insulinotropi e glucagonostatici del GLP-1, dipendenti dal glucosio. Tuttavia, in combinazione con altri ipoglicemizzanti l’incidenza aumenta e dipende dalla dose di questi. Nella maggior parte degli studi con Exenatide gli episodi ipoglicemici minori sono definiti come glucosio plasmatico <3,3mM; negli studi LEAD sono definiti come glucosio plasmatico <3,1 mM. Negli studi che utilizzano Exenatide in combinazione con ipoglicemizzanti il rischio di episodi ipoglicemici minori è riportato tra il 15% e il 36%.(32) Nello studio Exenatide/Insulina Glargine l’1,5% dei pazienti ha sperimentato un’ipoglicemia grave.(33) Non c’è stata differenza tra i gruppi e l’incidenza è stata simile nei due gruppi.
Circa il 40% dei pazienti trattati con Exenatide in studi a lungo termine, controllati con placebo, ha sviluppato anticorpi contro il peptide durante le prime 30 settimane di trattamento.(32) L’esatto impatto degli anticorpi a lungo termine deve essere stabilito. L’Exenatide non è raccomandata durante la gravidanza o l’allattamento a causa della mancanza di dati sufficienti. L’Exenatide non deve essere utilizzata in pazienti con insufficienza renale, poiché viene eliminata principalmente nei reni attraverso la filtrazione glomerulare (31) e sono stati segnalati casi di insufficienza renale acuta. Nessun dato indica l’inibizione o l’induzione degli enzimi di metabolizzazione dei farmaci del citocromo P450. Dal 2005 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha ricevuto 170 segnalazioni di pancreatite in pazienti trattati con Exenatide e ha ricevuto segnalazioni di pancreatite acuta, alcune delle quali erano casi gravi di pancreatite emorragica o necrotizzante in pazienti che assumevano Exenatide. Negli studi LEAD sono state osservate in totale (al 2010) 9 segnalazioni di pancreatite, nei pazienti trattati con Exanatide. E’ tutt’ora poco chiaro il nesso causale tra pancreatite ed Exenatide. Tuttavia, si raccomanda di interrompere il trattamento con incretino-mimetici in caso di sospetta pancreatite.(34) È stato suggerito che i risultati sul cancro nei roditori siano causati da un meccanismo non genotossico e specifico mediato dal recettore GLP-1 a cui i roditori sono particolarmente sensibili. La rilevanza per l’uomo è probabilmente insignificante dal punto di vista clinico, ma sono necessari ulteriori studi per chiarire i potenziali meccanismi alla base dello sviluppo del tumore delle cellule C nei pazienti trattati con analoghi del GLP-1 e le loro possibili implicazioni cliniche.(35)
Nel marzo 2013, la FDA ha pubblicato una Drug Safety Communication in cui annunciava l’avvio di indagini sui mimetici dell’incretina a causa dei risultati ottenuti da ricercatori accademici.[36] Poche settimane dopo, l’Agenzia europea per i medicinali ha avviato un’indagine simile sugli agonisti del GLP-1 e sugli inibitori della DPP-4.[37]
53 cause consolidate contro i produttori di “prodotti GLP-1/DPP-4” sono state archiviate nel 2015.[38]
Nel 2016 è stato pubblicato un lavoro che dimostra che è in grado di invertire l’alterata segnalazione del calcio nelle cellule epatiche steatotiche, che a sua volta potrebbe essere associata a un corretto controllo del glucosio.[39]
È in fase di valutazione per il trattamento del morbo di Parkinson.[40] Uno studio clinico di fase 3, iniziato nel gennaio 2020, ha avuto la sua data di completamento il 30 giugno 2024 (NCT04232969).[41]
L’Exenatide si presenta come soluzione parenterale destinata all’iniezione. Può essere somministrata nel sottocute dell’addome, del braccio o della coscia. Per migliorare la tollerabilità gastrointestinale, la terapia con Exenatide deve essere iniziata a 5mcg per dose somministrata due volte al giorno per almeno un mese. La dose di Exenatide può poi essere aumentata a 10mcg due volte al giorno.(31) La soddisfazione dei pazienti che hanno utilizzato Exenatide è stata valutata in un paio di studi. L’aggiunta di Exenatide a Metformina e altri ipoglicemizzanti ha determinato un miglioramento significativo della soddisfazione per il trattamento e della qualità di vita correlata alla salute dei pazienti dal basale a 26 settimane.(42) Il miglioramento è stato simile per i pazienti trattati con Insulina Glargine.
Liraglutide [approvato nel 2010]
La Liraglutide è un analogo acilato del GLP-1 umano e presenta il 97% di omologia di sequenza con il GLP-1 nativo. L’analogo è prodotto con la tecnologia del DNA ricombinante nel lievito.(43) Ha un effetto sul recettore del GLP-1 simile a quello descritto per l’Exenatide. Un elevato grado di legame con le proteine plasmatiche causa una minore suscettibilità al metabolismo da parte della DPP-4 e l’emivita dopo la somministrazione di Liraglutide è di circa 13 ore.(44) Questo profilo d’azione prolungato rende Liraglutide adatto alla somministrazione una volta al giorno. Non ci sono differenze clinicamente significative nella farmacocinetica di Liraglutide tra soggetti di sesso maschile e femminile, soggetti di razza diversa o soggetti anziani e giovani.(45)
La Liraglutide, venduta tra l’altro con i marchi Victoza e Saxenda, è un farmaco antidiabetico utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II e dell’obesità cronica.[46][47] Si tratta di una terapia di seconda linea per il diabete dopo la terapia di prima linea con la Metformina.[46][48] Non sono chiari i suoi effetti sugli esiti di salute a lungo termine, come le malattie cardiache e l’aspettativa di vita.[46][49] Viene somministrata mediante iniezione sotto cutanea.[46]
La Liraglutide è stata approvata per uso medico nell’Unione Europea nel 2009 e negli Stati Uniti nel 2010.[50][51] Nel 2021 è stato il 166° farmaco più comunemente prescritto negli Stati Uniti, con oltre 3 milioni di prescrizioni.[52][53]
L’azione prolungata della Liraglutide si ottiene attaccando una molecola di acido grasso in una posizione della molecola GLP-1-(7-37), consentendole di auto-associarsi e di legarsi all’albumina nel tessuto sottocutaneo e nel flusso sanguigno. Il GLP-1 attivo viene quindi rilasciato dall’albumina a un ritmo lento e costante. Il legame con l’albumina determina inoltre una degradazione più lenta e un’eliminazione renale ridotta rispetto a quella del GLP-1-(7-37).[54]
A) La struttura molecolare del GLP-1 umano. B) La struttura molecolare di Exenatide (il colore grigio indica le differenze di struttura rispetto al GLP-1 umano). C) La struttura molecolare della Liraglutide (il colore grigio indica le differenze di struttura rispetto al GLP-1 umano).
Come abbiamo visto, La Liraglutide è un agonista acilato del recettore del GLP-1, derivato dal GLP-1-(7-37) umano, una forma meno comune di GLP-1 endogeno.
Riduce l’iperglicemia correlata ai pasti (per 24 ore dopo la somministrazione) aumentando la secrezione di Insulina (solo) quando richiesto dall’aumento dei livelli di glucosio, ritardando lo svuotamento gastrico e sopprimendo la secrezione prandiale di Glucagone.[54][55]
Quindi, la Liraglutide provoca il rilascio di Insulina nelle cellule beta pancreatiche in presenza di una glicemia elevata. Questa secrezione di Insulina si attenua quando le concentrazioni di glucosio diminuiscono e si avvicinano all’euglicemia (livello normale di glucosio nel sangue). Diminuisce inoltre la secrezione di Glucagone in modo glucosio-dipendente e ritarda lo svuotamento gastrico. A differenza del GLP-1 endogeno, la Liraglutide è stabile contro la degradazione metabolica da parte delle peptidasi, con un’emivita plasmatica di 13 ore.[56][54]
Nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, è stato dimostrato che la Liraglutide riduce il rischio di morte per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale o ictus non fatale. Le linee guida dell’ADA considerano attualmente Liraglutide una terapia farmacologica di prima linea per il diabete di tipo II (di solito insieme alla Metformina), in particolare per i pazienti con malattie cardiovascolari aterosclerotiche o obesità.[57] Una revisione Cochrane del 2011 ha dimostrato una riduzione dell’HbA1c dello 0,24% in più con Liraglutide. Del 24% in più con Liraglutide a 1,8 mg rispetto a Insulina Glargine, 0,33% in più rispetto a Exenatide 10mcg due volte al giorno, Sitagliptin e Rosiglitazone. In uno studio randomizzato e controllato (RCT) che ha confrontato Liraglutide, Insulina Glargine, Glimepiride e Sitagliptin (tutti aggiunti alla Metformina) con un follow-up di cinque anni, Insulina Glargine e Liraglutide sono risultate modestamente più efficaci nel raggiungimento e nel mantenimento dell’HbA1c target,[58] senza alcuna differenza negli esiti delle malattie microvascolari e cardiovascolari.[59]
La Liraglutide può anche essere utilizzata insieme alla dieta e all’esercizio fisico per la gestione cronica del peso negli adulti.[46] La Liraglutide ha portato a una perdita di peso maggiore rispetto ad alcuni precedenti analoghi del peptide glucagone-simile,[60] ma è meno efficace della dose standard di Semaglutide per la perdita di peso.[61][62]
In un recente studio pubblicato nel settembre 2024, Liraglutide ha aiutato i bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni a ridurre l’indice di massa corporea del 7,4% in uno studio di 56 settimane.[63] Se da un lato lo studio ha mostrato i potenziali benefici del farmaco, dall’altro solleva preoccupazioni riguardo all’uso di farmaci contro l’obesità in bambini così piccoli.[64] Novo Nordisk, l’azienda innovatrice che commercializza Liraglutide, ha chiesto alle autorità di regolamentazione statunitensi ed europee di estendere l’approvazione di Saxenda anche a questa fascia d’età più giovane, dato che attualmente è approvato solo per adolescenti e adulti.[65]
aUso di 1.8mg di Liraglutide.
Come per l’Exenatide, la Liraglutide ha un effetto significativo sul peso corporeo, come dimostrano i dati relativi a Liraglutide somministrata a 1,8mg/die. Liraglutide ha ridotto il peso corporeo medio o è stato neutro rispetto al placebo o ai comparatori attivi, in monoterapia (66) e in combinazione con uno (67) o due (68) agenti antidiabete orali. Lo studio LEAD 662 ha esaminato il profilo lipidico con Exenatide e Liraglutide. Sono state osservate riduzioni significative maggiori dei trigliceridi (-0,4 vs -0,2 mM) e degli acidi grassi liberi (-0,17 vs -0,10 mM) nel gruppo Liraglutide. Entrambi i composti hanno causato una riduzione significativa della pressione arteriosa (pressione sistolica -2,2 mmHg e pressione diastolica -1,5 mmHg) senza differenze significative tra i due composti.
Tra gli effetti collaterali si annoverano ipoglicemia, nausea, vertigini, dolore addominale e dolore nel sito di iniezione.[46] Gli effetti collaterali gastrointestinali tendono a essere più forti all’inizio del periodo di trattamento e si attenuano con il tempo.[60] Altri effetti collaterali gravi possono includere angioedema, pancreatite, malattie della cistifellea e problemi renali. L’uso in gravidanza e durante l’allattamento non è sicuro.[46] Una black box warning avverte che nei ratti trattati con Liraglutide sono stati osservati tumori midollari della tiroide, ma è “Sconosciuto se Liraglutide causi tumori delle cellule C della tiroide, incluso il carcinoma midollare della tiroide (MTC), nell’uomo, poiché la rilevanza per l’uomo di tali tumori nei roditori non è stata determinata.”[46]
A proposito del MTC, a esposizioni otto volte superiori a quelle utilizzate nell’uomo, la Liraglutide ha causato un aumento statisticamente significativo dei tumori alla tiroide nei ratti. La rilevanza clinica di questi risultati è sconosciuta.[69] Negli studi clinici, il tasso di tumori alla tiroide nei pazienti trattati con Liraglutide è stato di 1,3 per 1000 anni-paziente (4 persone) rispetto a 1,0 per 1000 pazienti (1 persona) nei gruppi di confronto. L’unica persona nel gruppo di confronto e quattro delle cinque persone nel gruppo Liraglutide avevano marcatori sierici (calcitonina elevata) suggestivi di una malattia preesistente al basale.[69]
L’FDA ha dichiarato che la calcitonina sierica, un biomarcatore del carcinoma midollare della tiroide, era leggermente aumentata nei pazienti con Liraglutide, ma ancora nei limiti della norma, e che era necessario un monitoraggio continuo per 15 anni in un registro dei tumori.[70]
Un altro effetto collaterale preoccupante è rappresentato dalla possibilità (sebbene rara) di sviluppare pancreatite.
Nel 2013, un gruppo della Johns Hopkins ha riportato un’associazione con apparenza statisticamente significativa tra l’ospedalizzazione per pancreatite acuta e un precedente trattamento con derivati del GLP-1 (come la precedentemente vista Exenatide) e inibitori della DPP-4 (come il Sitagliptin).[71] In risposta, la FDA degli Stati Uniti e l’Agenzia Europea per i Medicinali hanno condotto una revisione di tutti i dati disponibili in merito alla possibile connessione tra i mimetici dell’Incretina e la pancreatite o il cancro al pancreas. In una lettera congiunta del 2014 al New England Journal of Medicine, le agenzie hanno concluso che “Un’analisi congiunta dei dati di 14.611 pazienti con diabete di tipo II provenienti da 25 studi clinici nel database di sitagliptin non ha fornito alcuna prova convincente di un aumento del rischio di pancreatite o di cancro al pancreas” e “Entrambe le agenzie concordano sul fatto che le affermazioni relative a un’associazione causale tra i farmaci a base di Incretine e la pancreatite o il cancro al pancreas, espresse di recente nella letteratura scientifica e nei media, non sono coerenti con i dati attuali”. L’FDA e l’EMA non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva su tale relazione causale. Sebbene la totalità dei dati esaminati fornisca rassicurazioni, la pancreatite continuerà a essere considerata un rischio associato a questi farmaci finché non saranno disponibili ulteriori dati; entrambe le agenzie continuano a indagare su questo segnale di sicurezza”[72].
Albiglutide [approvato nel 2014]
L’Albiglutide (nome commerciale Eperzan in Europa e Tanzeum negli Stati Uniti) è un farmaco agonista del GLP-1 commercializzato da GlaxoSmithKline (GSK) per il trattamento del diabete di tipo II.
L’Albiglutide è un peptide composto da 645 aminoacidi proteinogenici con 17 ponti disolfuro. Gli aminoacidi 1-30 e 31-60 costituiscono due copie di GLP-1 umano modificato, in cui l’alanina in posizione 2 è stata scambiata con una glicina per migliorare la resistenza alla DPP-4.[73] La sequenza rimanente è costituita da albumina umana.
Viene bioingegnerizzata nel lievito Saccharomyces cerevisiae utilizzando la tecnologia del DNA ricombinante.[74]
Fasi applicative della tecnologia del DNA ricombinante.
Il farmaco è stato brevettato dalla Human Genome Sciences e sviluppato in collaborazione con GSK.[75]
La GSK ha presentato domanda di approvazione alla FDA statunitense il 14 gennaio 2013 e all’Agenzia europea per i medicinali (EMA) il 7 marzo 2013. Nel marzo 2014, GSK ha ricevuto dalla Commissione Europea l’approvazione per la commercializzazione di Albiglutide con il nome di Eperzan.[76] Nell’aprile 2014, la FDA statunitense ha approvato Albiglutide con il nome di Tanzeum.[77]
Nell’agosto 2017, GSK annunciò l’intenzione di ritirare il farmaco dal mercato mondiale entro luglio 2018 per motivi economici.[78]
L’Albiglutide, come gli altri incretino-mimetici, è stato utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II negli adulti. Può essere utilizzato da solo (se la terapia con Metformina è inefficace o non tollerata) o in combinazione con altri farmaci antidiabetici, comprese le forme di Insulina.[74]
Secondo un’analisi del 2015, l’Albiglutide è meno efficace di altri agonisti del GLP-1 per la riduzione dell’HbA1c e la perdita di peso. Sembra inoltre avere meno effetti collaterali rispetto alla maggior parte degli altri farmaci di questa classe, ad eccezione delle reazioni nel sito di iniezione che sono più comuni con Albiglutide rispetto, ad esempio, a Liraglutide.[79]
Dopo l’iniezione sottocutanea, l’Albiglutide raggiunge le massime concentrazioni ematiche dopo tre-cinque giorni. Le concentrazioni allo stato stazionario vengono raggiunte dopo tre-cinque settimane. Essendo resistente alla dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4),[73] l’enzima che scompone il GLP-1, l’Albiglutide ha un’emivita biologica di cinque (da quattro a sette) giorni, notevolmente più lunga rispetto agli analoghi del GLP-1 più vecchi, l’Exenatide e la Liraglutide. [80][81] Ciò consente una somministrazione una volta alla settimana,[74] a differenza della Liraglutide ma come la forma a rilascio prolungato dell’Exenatide.
L’Albiglutide agisce come agonista del recettore GLP-1, il che lo rende un tipo di incretino-mimetico. Questo provoca un aumento della secrezione di insulina, soprattutto in presenza di glucosio elevato nel sangue, e rallenta anche lo svuotamento gastrico.[74]
La differenza nel meccanismo d’azione del Albiglutide con gli altri agonisti del recettore del GLP-1, dipende dalla sua struttura la quale rende difficile l’attraversamento della barriera emato-encefalica. Ciò significa che non influisce sul sistema nervoso centrale come altri agonisti del recettore del GLP-1 e potrebbe essere responsabile della limitata perdita di peso osservata con questo farmaco.[81]
Dulaglutide[approvato nel 2014]
La Dulaglutide, venduta tra l’altro con il nome commerciale Trulicity,[8] è un farmaco utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II in combinazione con la dieta e l’esercizio fisico.[83][84] È inoltre approvato negli Stati Uniti per la riduzione degli eventi cardiovascolari avversi maggiori negli adulti con diabete di tipo II che presentano una malattia cardiovascolare conclamata o molteplici fattori di rischio cardiovascolare.[85]
Come per gli altri incretino-mimetici visti in precedenza, la Dulaglutide si lega ai recettori del GLP-1, rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche. Contemporaneamente, il peptide riduce l’elevata secrezione di Glucagone inibendo le cellule α del pancreas, poiché è noto che il Glucagone è elevato in modo inappropriato nei pazienti diabetici.
Più precisamente, la Dulaglutide è un agonista del recettore del GLP-1 costituito da GLP-1(7-37) legato covalentemente a un frammento Fc di IgG4 umana.
La sicurezza e l’efficacia della Dulaglutide sono state valutate in sei studi clinici in cui 3.342 soggetti con diabete di tipo II hanno ricevuto Dulaglutide. I soggetti che hanno ricevuto Dulaglutide hanno registrato un miglioramento del controllo glicemico, osservato con riduzioni del livello di HbA1c.[86]
La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato la Dulaglutide con una strategia di valutazione e mitigazione dei rischi (REMS),[86] e ha concesso l’approvazione di Trulicity a Eli Lilly and Company.[86] La REMS consiste in una serie di misure che Eli Lilly adotterà per sensibilizzare i medici sul rischio di pancreatite e sul potenziale rischio di carcinoma midollare della tiroide associato al farmaco.[87]
Nel 2020, la FDA ha approvato due dosi più elevate del farmaco, 3,0mg e 4,5mg, sulla base dei risultati dello studio AWARD-11 che hanno dimostrato una migliore riduzione del glucosio e benefici sul peso.[88]
Il peptide è indicato per gli adulti con diabete di tipo II come aggiunta alla dieta e all’esercizio fisico per migliorare il controllo glicemico. La Dulaglutide non è indicato nel trattamento di soggetti con diabete di tipo I o di pazienti con chetoacidosi diabetica perché questi problemi sono dovuti all’incapacità delle isole pancreatiche di produrre Insulina e una delle azioni della Dulaglutide è quella di stimolare le isole funzionanti a produrre più Insulina. La Dulaglutide può essere utilizzata da solo o in combinazione con altri farmaci per il diabete di tipo II, in particolare Metformina, Sulfoniluree, Tiazolidinedioni e Insulina da assumere contemporaneamente ai pasti.[89]
Il programma di sperimentazione clinica di fase 3 del farmaco ha dimostrato riduzioni dell’emoglobina A1c di circa l’1% con le dosi di 0,75mg e 1,5mg del farmaco, insieme a una perdita di peso media di circa 5Kg. Le dosi più elevate da 3,0mg e 4,5mg, approvate nel 2020, hanno dimostrato riduzioni dell’emoglobina A1c più vicine all’1,5% e una perdita di peso leggermente superiore.[90]
DPP-4
Una meta-analisi del 2017 non ha supportato l’ipotesi che il trattamento con agonisti del GLP-1 o inibitori della DPP-4 aumenti la mortalità per tutte le cause nei diabetici di tipo II.[91]
La Dulaglutide viene assorbita lentamente dopo l’iniezione sottocutanea. In uno studio farmacocinetico condotto su 20 adulti sani, la Cmax si è verificata entro 24-48 ore dalla somministrazione. La biodisponibilità assoluta media di Dulaglutide dopo iniezioni sottocutanee di dosi singole da 0,75mg e 1,5mg è stata rispettivamente del 65% e del 47%. L’emivita media della Dulaglutide somministrato a varie dosi è stata di circa 3,75 giorni (89,9 ore). Questa emivita prolungata consente la somministrazione una volta alla settimana. Le informazioni di prescrizione indicano un’emivita di circa 5 giorni.
Gli effetti collaterali più comuni includono disturbi gastrointestinali, come dispepsia, inappetenza, nausea, vomito, dolore addominale, diarrea.[92] Alcuni pazienti possono manifestare reazioni avverse gravi: pancreatite acuta (i sintomi includono dolore addominale persistente e grave, che talvolta si irradia alla schiena ed è accompagnato da vomito), ipoglicemia, insufficienza renale (che talvolta può richiedere l’emodialisi). Il rischio di ipoglicemia aumenta se il farmaco è usato in combinazione con Sulfoniluree o Insulina.[93][94] Esiste anche un rischio potenziale di carcinoma midollare della tiroide associato all’uso del farmaco.[87]
Lixisenatide [approvato nel 2016]
La Lixisenatide (nome commerciale Lyxumia nell’Unione Europea e Adlyxin negli Stati Uniti e prodotto da Sanofi) è un agonista del recettore GLP-1 iniettabile una volta al giorno per il trattamento del diabete di tipo II.
È stato sintetizzato dalla danese Zealand Pharma A/S;[95] nel 2003 Zealand lo ha concesso in licenza a Sanofi, che ha sviluppato il farmaco.[96] La Lixisenatide è stata approvata dalla Commissione europea nel febbraio 2013.
La Lixisenatide è un peptide composto da 44 aminoacidi, con un gruppo amidico sul suo terminale C.[97]
E’ stata descritta come “des-38-prolina-exendin-4 (Heloderma suspectum)-(1-39)-peptidilpenta-L-lisil-L-lisinamide”, ovvero è derivata dai primi 39 aminoacidi della sequenza del peptide exendin-4, isolato dal veleno del “mostro di Gila”, omettendo la Prolina in posizione 38 e aggiungendo sei residui di Lisina. La sua sequenza completa è:
La Lixisenatide, appartenendo alla classe dei farmaci agonisti del GLP-1, come per i precedentemente trattati composti agisce rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando la secrezione di Insulina da parte delle cellule β pancreatiche.
I risultati di una ricerca condotta da McClean PL et al. hanno dimostrato che la Liraglutide e la Lixisenatide sono promettenti come potenziali trattamenti farmacologici della malattia di Alzheimer AD. La Lixisenatide è risultata ugualmente efficace a una dose inferiore rispetto alla Liraglutide in alcuni dei parametri misurati dopo dieci settimane di iniezioni intraperitoneali giornaliere di Liraglutide (2,5 o 25 nmol/kg) o Lixisenatide (1 o 10 nmol/kg) o soluzione fisiologica in topi APP/PS1 a un’età in cui le placche amiloidi si erano già formate. Analizzando la plasticità sinaptica nell’ippocampo, l’LTP è stato fortemente aumentato nei topi APP/PS1 da entrambi i farmaci, con maggiore efficacia con la Lixisenatide. La riduzione del numero di sinapsi osservata nei topi APP/PS1 è stata evitata dai due farmaci. Il carico di placche amiloidi e il carico di placche Congo rosso positivo a nucleo denso nella corteccia sono stati ridotti da entrambi i farmaci a tutte le dosi. Anche la risposta infiammatoria cronica (attivazione microgliale) è stata ridotta da tutti i trattamenti.[98]
Cai HY et al. hanno dimostrato in uno studio che la lixisenatide è in grado di ridurre le placche amiloidi, i grovigli neurofibrillari e la neuroinfiammazione negli ippocampi di topi femmina APP/PS1/tau di 12 mesi; l’attivazione della via di segnalazione PKA-CREB e l’inibizione della p38-MAPK potrebbero essere i meccanismi importanti nella funzione neuroprotettiva della lixisenatide. Pertanto, la lixisenatide potrebbe avere il potenziale per essere sviluppata come nuova terapia per l’AD. [99] Liu Wet al hanno trovato risultati interessanti confrontando exendin-4 (10 nmol/kg), liraglutide (25 nmol/kg) e lixisenatide (10 nmol/kg): è emerso che exendin-4 non ha mostrato effetti protettivi alla dose scelta, mentre sia liraglutide che lixisenatide hanno mostrato effetti nel prevenire la compromissione motoria indotta da MPTP (Rotarod, locomozione in campo aperto, test di catalessi), la riduzione dei livelli di tirosina idrossilasi (TH) (sintesi di dopamina) nella substantia nigra e nei gangli della base, una riduzione della molecola di segnalazione pro-apoptotica BAX e un aumento della molecola di segnalazione anti-apoptotica B-cell lymphoma-2. I risultati precedenti dimostrano che sia la liraglutide che la lixisenatide sono superiori all’exendin-4 ed entrambi i farmaci sono promettenti come nuovo trattamento della malattia di Parkinson.[100]
Un altro studio condotto da Kerry Hunter et al. ha analizzato gli agonisti del recettore GLP-1 liraglutide e lixisenatide. Sono state valutate le cinetiche di attraversamento della barriera ematoencefalica (BBB), l’attivazione del GLP-1R attraverso la misurazione dei livelli di cAMP e gli effetti fisiologici nel cervello sulla proliferazione delle cellule staminali neuronali e sulla neurogenesi. Entrambi i farmaci sono stati in grado di attraversare la BBB. La lixisenatide ha attraversato la BBB a tutte le dosi testate (2,5, 25 o 250 nmol/kg ip.) quando misurate 30 minuti dopo l’iniezione e a 2,5-25 nmol/kg ip. 3 ore dopo l’iniezione. La lixisenatide ha anche aumentato la neurogenesi nel cervello. La liraglutide ha attraversato la BBB a 25 e 250 nmol/kg ip. ma nessun aumento è stato rilevato a 2,5 nmol/kg ip. 30 minuti dopo l’iniezione, e a 250 nmol/kg ip. a 3 ore dopo l’iniezione. Liraglutide e lixisenatide hanno aumentato i livelli di cAMP nel cervello, con lixisenatide più efficace. I risultati precedenti suggeriscono che questi nuovi analoghi dell’incretina attraversano la BBB mostrando attività fisiologica e neurogenesi nel cervello, il che li rende buoni candidati per essere utilizzati come trattamento delle malattie neurodegenerative.[101]
Anche la Lixisenatide è utilizzata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per il trattamento del diabete di tipo II.[97] Nell’Unione Europea il suo uso è limitato all’integrazione della terapia Insulinica.[102][103] Al 2017 non è chiaro se influisca sul rischio di morte di una persona.[104]
Viene fornito in un autoiniettore contenente quattordici dosi e viene iniettato per via sottocutanea.[97]
La Lixisenatide non deve essere utilizzata da persone che hanno problemi di svuotamento gastrico.[97] La Lixisenatide ritarda lo svuotamento gastrico, il che può modificare la velocità con cui altri farmaci assunti oralmente esplicano la loro efficacia.[97]
Dopo la somministrazione sottocutanea nell’uomo, la Lixisenatide mostra una farmacocinetica lineare e un’emivita di eliminazione dipendente dall’assorbimento di 2-3 ore.
La dose iniziale di Lixisenatide è di 10mcg una volta al giorno, per 14 giorni. La dose di mantenimento è successivamente di 20mcg una volta al giorno nell’ora che precede il primo pasto della giornata o il pasto serale.
In circa lo 0,1% dei casi le persone hanno avuto reazioni anafilattiche alla lixisenatide e in circa lo 0,2% dei casi il farmaco ha causato pancreatite.[97] L’uso con insulina o sulfonilurea può causare ipoglicemia.[97] In alcuni casi, persone senza malattie renali hanno avuto lesioni renali acute e in alcune persone con malattie renali esistenti la condizione è peggiorata. Poiché la Lixisenatide è un peptide, le persone possono sviluppare una risposta immunitaria nei suoi confronti che finirà per rendere il farmaco inefficace; le persone che hanno sviluppato anticorpi contro la Lixisenatide tendono ad avere una maggiore infiammazione nel sito di iniezione.[97]
Almeno il 5% delle persone ha avuto nausea, vomito, diarrea, mal di testa o vertigini dopo l’assunzione di Lixisenatide.[97]
Semaglutide [approvata nel 2017]
La Semaglutide è chimicamente simile al GLP-1 umano.[105-41] Mancano i primi sei aminoacidi del GLP-1.[105] Le sostituzioni sono effettuate nelle posizioni 8 e 34 del GLP-1 (posizioni 2 e 28 della Semaglutide), dove l’Alanina e la Lisina sono sostituite rispettivamente dall’acido 2-aminoisobutirrico e dall’Arginina. La sostituzione dell’Alanina impedisce la degradazione chimica da parte della dipeptidil peptidasi-4.[106] La Lisina in posizione 26 del GLP-1 (posizione 20 del Semaglutide) ha una lunga catena attaccata, che termina con una catena di 17 atomi di carbonio e un gruppo carbossilico.[106] Ciò aumenta il legame del farmaco con le proteine trasportatrici nel sangue (albumina), consentendo una più lunga presenza nella circolazione sanguigna.[106]
L’emivita del Semaglutide nel sangue è di circa sette giorni (165-184 ore).
Come per gli altri incretino-mimetici, la Semaglutide è un agonista del recettore del GLP -1.[107][108][109] Il farmaco riduce i livelli di glucosio nel sangue. Sembra inoltre che aumenti la crescita delle cellule β pancreatiche, responsabili della produzione e del rilascio di Insulina.[110][111] Inoltre, inibisce la produzione di Glucagone, l’ormone che aumenta la glicogenolisi (rilascio dei carboidrati immagazzinati dal fegato) e la Gluconeogenesi (sintesi di nuovo glucosio). Riduce l’assunzione di cibo abbassando l’appetito e rallentando la digestione nello stomaco e suo svuotamento,[112] contribuendo a ridurre il peso corporeo.[113][114]
Effetti di svuotamento gastrico degli agonisti del recettore del glucagone peptide-1 ad azione breve rispetto a quelli ad azione prolungata (GLP-1RA). (A) I GLP-1RA a breve durata d’azione sopprimono lo svuotamento gastrico, prolungando la presenza di cibo nello stomaco e nella parte superiore dell’intestino tenue; il ridotto flusso transpilorico provoca un ritardo nell’assorbimento intestinale del glucosio e una diminuzione della secrezione insulinica postprandiale. I GLP-1RA a breve durata d’azione possono anche sopprimere direttamente la secrezione di glucagone. (B) I GLP-1RA a lunga durata d’azione non influenzano significativamente la motilità gastrica, a causa della tachifilassi. Invece, i GLP-1RA ad azione prolungata esercitano maggiormente il loro effetto attraverso il pancreas, aumentando la secrezione di insulina e inibendo la secrezione di glucagone attraverso il rilascio paracrino di somatostatina. Agendo sul sistema nervoso centrale, sia i GLP-1RA a più breve (A) che a più lunga durata d’azione (B) aumentano la sazietà e possono anche indurre la nausea. Adattato da Meier. Adattato su autorizzazione di Macmillan Publishers Ltd: Nature Reviews Endocrinology 2012;8(12):728-42, copyright 2012.
Nel giugno 2008 è stato avviato uno studio clinico di fase II al fine di esaminare la Semaglutide come terapia per il diabete da somministrare una volta alla settimana, come alternativa ad azione prolungata alla Liraglutide .[115][116] Gli studi clinici sono iniziati nel gennaio 2016 e si sono conclusi nel maggio 2017.[117][118]
Nel giugno 2021, una versione iniettabile a dosaggio più elevato, venduta con il marchio Wegovy, è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense come farmaco anti-obesità per la gestione del peso a lungo termine negli adulti.[119-15] Nel novembre 2021, il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha raccomandato di concedere a Novo Nordisk A/S l’autorizzazione all’immissione in commercio di Wegovy[120]. Nel gennaio 2022, Wegovy è stato approvato per uso medico nell’Unione Europea.[121]
Nel gennaio 2023, l’etichetta di Rybelsus è stata aggiornata per indicare che può essere utilizzato come trattamento di prima linea per gli adulti con diabete di tipo 2.[122]
Nel marzo 2021, in uno studio di fase III randomizzato, in doppio cieco, 1.961 adulti con un indice di massa corporea pari o superiore a 30 sono stati assegnati, in un rapporto 2:1, a un trattamento con Semaglutide sottocutaneo una volta alla settimana o placebo, più un intervento sullo stile di vita. Gli studi si sono svolti in 129 siti in 16 Paesi di Asia, Europa, Nord America e Sud America. La variazione percentuale media del peso corporeo alla settimana 68 è stata di -14,9% nel gruppo Semaglutide contro -2,4% con placebo, per una differenza di trattamento stimata di -12,4 punti percentuali (95% CI, da -13,4 a -11,5).[123][124][125][126]
Una revisione dei trattamenti anti-obesità del 2022 ha rilevato che il Semaglutide e la Tirzepatide (che ha un meccanismo d’azione sovrapponibile) erano più promettenti dei precedenti farmaci anti-obesità, anche se meno efficaci della chirurgia bariatrica.[127]
Nel marzo 2023, un funzionario di Novo Nordisk ha dichiarato che i pazienti che utilizzano la Semaglutide per perdere peso possono riacquistare il peso originario entro 5 anni dall’interruzione del trattamento.[128]
Nel marzo 2024, l’FDA ha esteso l’indicazione di Semaglutide (Wegovy) per ridurre il rischio di morte cardiovascolare, infarto e ictus in adulti con malattie cardiovascolari e obesità o sovrappeso. L’efficacia e la sicurezza di questa nuova indicazione sono state studiate in uno studio multinazionale, multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo, che ha assegnato in modo casuale oltre 17.600 partecipanti a ricevere Semaglutide (Wegovy) o placebo.[129] I partecipanti di entrambi i gruppi hanno ricevuto anche un trattamento medico standard (ad es, Semaglutide (Wegovy) ha ridotto significativamente il rischio di eventi cardiovascolari avversi maggiori (morte cardiovascolare, infarto e ictus), che si sono verificati nel 6,5% dei partecipanti che hanno ricevuto Semaglutide (Wegovy) rispetto all’8% dei partecipanti che hanno ricevuto placebo.[129]
Una meta-analisi del 2014 ha rilevato che la Semaglutide può essere efficace nell’abbassare gli enzimi epatici (transaminite) e nel migliorare alcune caratteristiche radiologicamente osservate della malattia epatica steatotica associata a disfunzione metabolica.[130]
Nel luglio 2023, l’Agenzia islandese per i medicinali ha segnalato due casi di pensieri suicidi e un caso di autolesionismo tra i consumatori del farmaco, inducendo a valutare la sicurezza di Ozempic,[131] Wegovy, Saxenda e altri farmaci simili.[132] Nel gennaio 2024, una revisione preliminare condotta dalla FDA ha confermato che non sono state trovate prove che suggeriscano che il farmaco causi pensieri o azioni suicide.[133][134]
La Semaglutide ha dimostrato di poter ridurre l’interesse per il consumo di alcol tra gli utilizzatori. Gli scienziati ipotizzano che il Semaglutide possa influenzare le regioni cerebrali coinvolte nella dipendenza e nella regolazione dell’appetito, sebbene i meccanismi esatti siano ancora in fase di studio. La ricerca sugli animali ha indicato che farmaci simili alla Semaglutide possono ridurre l’assunzione di alcolici.[135]
La Semaglutide e farmaci simili, come la Dulaglutide e la Liraglutide, sono stati utilizzati per trattare il disturbo da alimentazione incontrollata (BED), in quanto possono minimizzare i pensieri ossessivi sul cibo e gli impulsi ad abbuffarsi.[136][137] Alcuni utilizzatori di questi farmaci hanno riferito di aver ridotto in modo significativo quello che è colloquialmente noto come “food noise” (pensieri costanti e inarrestabili di mangiare nonostante non si abbia fisicamente fame), che può essere un fattore di BED.[138][139]
Attualmente, la Semaglutide indicata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per migliorare il controllo glicemico negli adulti con diabete di tipo II.[140][141]
La formulazione a dosi più elevate di Semaglutide è indicata come coadiuvante della dieta e dell’esercizio fisico per la gestione del peso a lungo termine negli adulti con obesità (indice di massa corporea (IMC) iniziale ≥ 30 kg/m2) o in sovrappeso (IMC iniziale ≥ 27 kg/m2) e con almeno una comorbidità correlata al peso.[142]
Nel marzo 2024, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha ampliato l’indicazione di Semaglutide (Wegovy), in combinazione con una dieta a ridotto contenuto calorico e un aumento dell’attività fisica, per ridurre il rischio di morte cardiovascolare, infarto e ictus in adulti obesi o in sovrappeso con malattie cardiovascolari.[143]
La dose iniziale è di 0,25mg di Semaglutide una volta alla settimana. Dopo 4 settimane, la dose deve essere aumentata a 0,5 mg una volta alla settimana. Dopo almeno 4 settimane con una dose da 0,5 mg una volta alla settimana, la dose può essere aumentata a 1 mg una volta alla settimana per migliorare ulteriormente il controllo glicemico. Dopo almeno 4 settimane con una dose da 1 mg una volta alla settimana, la dose può essere aumentata a 2 mg una volta alla settimana per migliorare ulteriormente il controllo glicemico.
Semaglutide 0,25mg non è una dose di mantenimento. Non sono raccomandate dosi superiori a 2 mg alla settimana.
Quando Ozempic viene aggiunto alla terapia in atto a base di Metformina e/o Tiazolidinedione o dell’ inibitore del cotrasportatore sodio-glucosio (SGLT2), la dose di Metformina e/o Tiazolidinedione o dell’inibitore SGLT2 può essere mantenuta senza variazioni.
Quando Ozempic viene aggiunto alla terapia in atto con Sulfanilurea o con un’insulina, è necessario considerare una riduzione della dose di Sulfanilurea o di insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia (vedere paragrafi 4.4 e 4.8).
Non è necessario automonitorare la glicemia per aggiustare la dose di Ozempic. L’auto-monitoraggio della glicemia è necessario per correggere la dose di Sulfanilurea e insulina, in particolare quando si inizia Ozempic e si riduce l’insulina. Si raccomanda un approccio graduale alla riduzione dell’insulina.
Similmente agli altri incretino-mimetici, possibili effetti avversi con l’uso di questo peptide includono nausea, diarrea, vomito, costipazione, dolore addominale, cefalea, affaticamento, indigestione/bruciore di stomaco, vertigini, distensione addominale, eruttazioni, ipoglicemia (basso livello di glucosio nel sangue) nelle persone con diabete di tipo II (ma non limitato ad esse), flatulenza, gastroenterite e malattia da reflusso gastroesofageo (GERD). In passato è stato sospettato di causare pancreatite e può causare gastroparesi e ostruzione intestinale.[144]Tra le persone a cui è stato prescritto un agonista del recettore del GLP-1, lo 0,1% ha ricevuto una diagnosi di gastroparesi. L’1% ha ricevuto una diagnosi di gastroparesi almeno sei mesi dopo, il che equivale a un aumento del 52% del rischio di diagnosi di gastroparesi durante l’assunzione di un farmaco di questa classe.[145] Una meta-analisi del 2019 non ha indicato un rischio significativamente elevato di pancreatite acuta.[146]Secondo il sistema di segnalazione degli eventi avversi dell’FDA (FAERS), più di 150 pazienti che assumevano Ozempic hanno riportato ileo o ostruzioni intestinali dopo l’assunzione del farmaco.[147]
Confronto visivo tra stomaco sano e stomaco con gastroparesi.
L’etichetta dell’FDA statunitense per il Semaglutide contiene un boxed warning per i tumori della tiroide a cellule C nei roditori.[148] Non è noto se il Semaglutide causi tumori della tiroide a cellule C, incluso il carcinoma midollare della tiroide, nell’uomo.[149]
Tirzepatide[approvato nel 2022]
La Tirzepatide è un farmaco antidiabetico utilizzato per il trattamento del diabete di tipo II [150][151][152][153] e per la perdita di peso.[154][155] La Tirzepatide viene somministrata tramite iniezioni sottocutanee.[150][151] Viene venduta con i marchi Mounjaro per il trattamento del diabete,[150] e Zepbound per la perdita di peso.[154] La Tirzepatide è un agonista del recettore del GIP e del GLP-1.[154]
La sintesi della Tirzepatide è stata divulgata per la prima volta nei brevetti depositati da Eli Lilly and Company.[156] Questa utilizza la sintesi standard di peptidi in fase solida, con un gruppo protettivo allilossicarbonilico sulla Lisina in posizione 20 della catena lineare degli amminoacidi, consentendo una serie finale di trasformazioni chimiche in cui l’ammina della catena laterale di tale Lisina viene derivatizzata con il frammento contenente lipidi.
Per questo composto sono stati riportati processi di produzione su larga scala.[157]
La Tirzepatide è un analogo dell’ormone GIP umano con una porzione diacidica grassa C20, utilizzata per ottimizzare l’assorbimento e il metabolismo del composto.[158] La sezione diacidica grassa (acido eicosanedioico) è legata tramite un acido glutammico e due unità di acido (2-(2-aminoetossi)etossico)acetico alla catena laterale del residuo di Lisina. Questa disposizione consente un’emivita molto più lunga, prolungando il tempo tra una dose e l’altra, grazie alla sua elevata affinità con l’albumina.[159]
Quindi, la Tirzepatide è un polipeptide lineare di 39 aminoacidi che è stato modificato chimicamente mediante lipidazione per migliorarne l’assorbimento nelle cellule e la stabilità al metabolismo.[158] Ha completato la sperimentazione di fase III a livello globale nel 2021.[160][161]
La Tirzepatide ha un’affinità maggiore per i recettori GIP rispetto ai recettori GLP-1 e questo comportamento da doppio agonista ha dimostrato di produrre una maggiore riduzione dell’iperglicemia rispetto a un agonista selettivo dei recettori GLP-1.[162] Studi di segnalazione hanno riportato che la Tirzepatide imita le azioni del GIP naturale sul recettore GIP. [Studi di segnalazione hanno riportato che la Tirzepatide imita le azioni del GIP naturale sul recettore del GIP.[163] Tuttavia, sul recettore del GLP-1, la Tirzepatide mostra una predilezione per la generazione di cAMP (un messaggero associato alla regolazione del metabolismo del glicogeno, degli zuccheri e dei lipidi), piuttosto che per il reclutamento della β-arrestina. Questa combinazione di preferenza verso il recettore GIP e di proprietà di segnalazione distinte del GLP-1 suggerisce che questo agonismo distorto aumenta la secrezione di Insulina.[163] È stato riportato che la Tirzepatide aumenta i livelli di adiponectina, un’adipochina coinvolta nella regolazione del metabolismo del glucosio e dei lipidi, con un aumento massimo del 26% rispetto al basale dopo 26 settimane, al dosaggio di 10mg.[162]
GIP e GLP-1: somiglianze e differenze. La GIP è secreta dalle cellule K dell’intestino tenue prossimale (duodeno e digiuno), mentre il GLP-1 è secreto dalle cellule L dell’intestino tenue e crasso (ileo distale e colon), in seguito all’introduzione di carboidrati, trigliceridi, proteine o aminoacidi. Un’importante eccezione è rappresentata dalla glutammina, che è uno stimolatore specifico del GLP-1. GIP e GLP-1 determinano la secrezione di Insulina in modo dipendente dal glucosio. Le azioni del GLP-1 e del GIP sulla secrezione di Glucagone sono diverse: il GLP-1 sopprime il Glucagone durante l’iperglicemia, ma non in presenza di una normale concentrazione di glucosio plasmatico a digiuno, mentre il GIP può stimolare la secrezione di Glucagone a digiuno, durante l’ipoglicemia e l’iperglicemia. Per quanto riguarda il tessuto adiposo, il GLP-1 stimola la lipolisi, mentre il GIP determina un accumulo di grasso corporeo.
Negli studi preliminari finanziati dall’industria che hanno confrontato la Tirzepatide con la Semaglutide, la Tirzepatide ha mostrato un miglioramento minore delle riduzioni (2,01%-2,30% a seconda del dosaggio) nei test dell’emoglobina glicata rispetto alla Semaglutide (1,86%). [164] Una dose di 10mg si è dimostrata efficace anche nel ridurre l’insulino-resistenza, con una riduzione di circa l’8% rispetto al basale, misurata utilizzando l’HOMA2-IR (calcolato con l’Insulina a digiuno).[162] I livelli a digiuno delle proteine che legano l’IGF, come IGFBP1 e IGFBP2, sono aumentati in seguito al trattamento con Tirzepatide, aumentando la sensibilità all’Insulina.[162]
IGFBP1
Una meta-analisi del 2021 ha mostrato che, nell’arco di un anno di utilizzo clinico, la Tirzepatide è risultata superiore a Dulaglutide, Semaglutide, Degludec e Insulina glargine per quanto riguarda l’efficacia glicemica e la riduzione dell’obesità.[165]
In uno studio di fase III, in doppio cieco, randomizzato e controllato, sostenuto da Eli Lilly, adulti non diabetici con un indice di massa corporea pari o superiore a 30, o pari o superiore a 27 e almeno una complicazione correlata al peso, escluso il diabete, sono stati randomizzati a ricevere Tirzepatide sottocutanea una volta alla settimana (5mg, 10mg o 15mg) o placebo. La variazione percentuale media del peso alla settimana 72 è stata di -15,0% (intervallo di confidenza [IC] al 95%, da -15,9 a -14,2) con dosi settimanali di Tirzepatide di 5mg, -19,5% (IC al 95%, da -20,4 a -18,5) con dosi di 10mg e -20,9% (IC al 95%, da -21,8 a -19,9) con dosi di 15mg. La variazione di peso nel gruppo placebo è stata del -3,1% (95% CI, da -4,3 a -1,9).[166][167][168]
La Tirzepatide è stata approvata per uso medico nell’Unione Europea nel settembre 2022.[169][170]
La dose iniziale di Tirzepatide è 2,5mg una volta a settimana. Dopo 4 settimane, la dose deve essere aumentata a 5mg una volta a settimana. Se necessario, è possibile aumentare la dose con incrementi di 2,5mg dopo un minimo di 4 settimane con la dose in uso.
Le dosi di mantenimento raccomandate sono 5mg, 10mg e 15mg.
La dose massima è 15mg una volta a settimana.
Quando Tirzepatide viene aggiunto alla terapia esistente con Metformina e/o inibitore del co- trasportatore di sodio-glucosio 2 (SGLT2i), può essere mantenuta la dose in uso di Metformina e/o SGLT2i.
Quando Tirzepatide viene aggiunto alla terapia esistente con una sulfonilurea e/o Insulina, si può considerare una riduzione della dose di sulfonilurea o Insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia. L’automonitoraggio della glicemia è necessario per aggiustare la dose di sulfonilurea e Insulina. Si raccomanda un approccio graduale per la riduzione dell’Insulina.
Gli studi preclinici, di fase I e clinici di fase II hanno indicato che la Tirzepatide presenta effetti avversi simili a quelli di altri agonisti del recettore GLP-1, come visto in precedenza. Questi effetti si verificano in gran parte a livello del tratto gastrointestinale.[171] I più frequentemente osservati sono nausea, diarrea e vomito, la cui incidenza è aumentata con l’entità del dosaggio (cioè la probabilità è maggiore quanto più alta è la dose). Anche il numero di pazienti che hanno interrotto l’assunzione di Tirzepatide è aumentato con l’aumentare del dosaggio: i pazienti che assumevano 15mg avevano un tasso di interruzione del 25% rispetto al 5,1% dei pazienti che assumevano 5mg e all’11,1% di quelli che assumevano Dulaglutide.[172] In misura leggermente minore, i pazienti hanno anche riferito una riduzione dell’appetito.[171] Altri effetti collaterali segnalati sono stati dispepsia, costipazione, dolore addominale, vertigini e ipoglicemia.[173][174]
Uso off-label e “ricreativo”:
Oltre ai loro usi medici, gli agonisti del GLP-1 hanno visto una massiva diffusione in ambito della perdita di peso a fini “estetici” nel Fitness e in parte nel BodyBuilding, resa popolare da influencer e celebrità.[175] I venditori del mercato nero offrono online prodotti non autorizzati che si spacciano per agonisti del GLP-1. Questa pratica è illegale sia negli Stati Uniti che in Europa, ma alcuni acquirenti si rivolgono a rivenditori non autorizzati perché non hanno la possibilità di farsi prescrivere legalmente il farmaco.[176][177][178][179][180] Gli acquirenti, ovviamente, corrono rischi dovuti a farmaci contraffatti o di qualità inferiore venduti da soggetti non autorizzati.[181]
L’uso, le modalità di applicazione e le limitazioni degli incretino-mimetici in campo “cosmetico” saranno riportate nella seconda parte…
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Il concetto di “ricomposizione corporea” nel Fitness e nel BodyBuilding è senza dubbio considerabile come il “fattore dominante” ricercato dal momento che si tratta, molto semplicemente, del miglioramento quantitativo e qualitativo della massa contrattile (muscolo-scheletrico) a discapito della massa grassa e della ritenzione idrica extacellulare. Che si parli di “Natursl” o “Enhanced”, oltre alle variabili alimentari e allenanti vi sono quelle supplementative rappresentate, dipendentemente dalla “filosofia” scelta, da supplementi OTC e da farmaci utilizzati in ambito off-label.
Caffeina e p-Sinefrina rappresentano i lipolitici/termogenici OTC più utilizzati con un discreto margine di efficacia. Nel contesto “Enhanced”, invece, le classi di farmaci utilizzate al fine di accentuare la riduzione (direttamente o indirettamente) della massa grassa sono diverse e comprendono comunemente:
i β2-agonisti (non selettivi e selettivi) come Efedrina, Clenbuterolo e Salbutamolo;
i β3-agonisti selettivi come il Mirabegron;
gli agenti anoressizzanti con azione sui neurotrasmettitori come la Sibutramina, la Lorcaserina, l’Amfepramone e il Benfluorex;
gli anoressizzanti analoghi incretinici come la Semaglutide, il Liraglutide e il Tirzepatide;
i tiroidei Tiroxina (T4), Triiodotironina (T3) e Diiodotironina (T2);
i disaccoppianti della fosforilazione ossidativa come il 2,4-dinitrofenolo (DNP);
stimolanti il Il Peptide Natriuretico Atriale (ANP) – vedi, ad esempio, i β-bloccanti – ;
α2-antagonisti come la Yohimbina e l’α-yohimbina [Rauwolscine];
trattamenti mesoterapici a base di Fosfatidilcolina e/o Acidi Biliari.
A questo elenco, però, andrebbe aggiunta una classe di farmaci che molto poco intuitivamente ci fa pensare alla riduzione della massa grassa. Tale classe di farmaci è rappresentata dagli ACE II inibitori.
Per iniziare a comprendere del perchè questi farmaci possono rappresentare una componente funzionale nel miglioramento della composizione corporea, bisogna parlare di “Stubborn Fat” [“Grasso Testardo”]. Perchè è proprio in questa specifica e caratteristica area del tessuto adiposo che l’ACE II inibitore può contribuire alla riduzione della massa grassa.
Al fine di avere una visione di insieme più completa, è necessario trattare in modo adeguato tutte le componenti dell'”equazione”…
Tessuto adiposo e sue caratteristiche:
Il tessuto adiposo (noto anche come grasso corporeo o semplicemente grasso) è un tessuto connettivo lasso composto principalmente da adipociti.[1][2] Contiene anche la frazione vascolare stromale (SVF) di cellule tra cui preadipociti, fibroblasti, cellule endoteliali vascolari e una varietà di cellule immunitarie come i macrofagi del tessuto adiposo. Il suo ruolo non è semplicemente e solo quello di immagazzinare energia sotto forma di lipidi, ma anche di ammortizzare e isolare il corpo e rappresenta un vero e proprio organo endocrino.
Leptina
Infatti, il tessuto adiposo veniva considerato inerte dal punto di vista ormonale, ma negli ultimi anni è stato riconosciuto come un importante organo endocrino,[3] in quanto produce ormoni come Leptina, Estrogeni, Resistina e Citochine (in particolare il TNFα). Nell’obesità, il tessuto adiposo è coinvolto nel rilascio cronico di marcatori pro-infiammatori noti come adipochine, che sono responsabili dello sviluppo della sindrome metabolica, una costellazione di malattie tra cui il diabete di tipo II, le malattie cardiovascolari e l’aterosclerosi.[2][4]
Preadipociti umani sottocutanei.
Il tessuto adiposo deriva dai preadipociti e la sua formazione sembra essere controllata in parte dal gene dell’adipe. Sappiamo ormai bene che vi sono due principali tipi di tessuto adiposo, il tessuto adiposo bianco (WAT), che immagazzina energia, e il tessuto adiposo bruno (BAT), che genera calore corporeo. Il tessuto adiposo, più precisamente il tessuto adiposo bruno, è stato identificato per la prima volta dal naturalista svizzero Conrad Gessner nel 1551.[5]
Grasso Viscerale e Sottocutaneo:
Grasso Viscerale: Il grasso viscerale o addominale[6] (noto anche come grasso d’organo o grasso intra-addominale) si trova all’interno della cavità addominale, stipato tra gli organi (stomaco, fegato, intestino, reni, ecc.). Il grasso viscerale è diverso dal grasso sottocutaneo e dal grasso intramuscolare presente nei muscoli scheletrici. Il grasso nella parte inferiore del corpo, come nelle cosce e nei glutei, è sottocutaneo e non è un tessuto omogeneo, mentre il grasso nell’addome è per lo più viscerale e semi-fluido.[7] Il grasso viscerale è composto da diversi depositi adiposi, tra cui il tessuto adiposo mesenterico, il tessuto adiposo bianco epididimale (EWAT) e i depositi perirenali. Il grasso viscerale viene spesso espresso in termini di area in cm2 (VFA, visceral fat area).[8]
Da sinistra: Normale funzione dell’insulina nell’adipocita e Resistenza all’Insulina nell’adipocita.
Un eccesso di grasso viscerale è noto come obesità addominale, o “grasso della pancia”, in cui l’addome sporge eccessivamente. Nuovi sviluppi, come il Body Volume Index (BVI), sono specificamente progettati per misurare il volume addominale e il grasso addominale. L’eccesso di grasso viscerale è anche legato al diabete di tipo II,[9] all’insulino-resistenza,[10] alle malattie infiammatorie,[11] e ad altre patologie correlate all’obesità.[12] Allo stesso modo, è stato dimostrato che l’accumulo di grasso del collo (o tessuto adiposo cervicale) è associato alla mortalità.[13] Diversi studi hanno suggerito che il grasso viscerale può essere previsto da semplici misure antropometriche,[14] e predice la mortalità in modo più accurato dell’indice di massa corporea o della circonferenza vita.[15]
Gli uomini hanno maggiori probabilità di accumulare grasso nell’addome a causa delle differenze tra gli ormoni sessuali. L’estrogeno causa l’accumulo di grasso nei glutei, nelle cosce e nei fianchi delle donne.[16][17] Quando le donne raggiungono la menopausa e gli estrogeni prodotti dalle ovaie diminuiscono, il grasso migra dai glutei, dai fianchi e dalle cosce alla vita;[18] in seguito il grasso viene accumulato nell’addome.[7]
Il grasso viscerale può essere causato da un eccesso di livelli di cortisolo.[19] Almeno 10 ore MET a settimana di esercizio aerobico portano a una riduzione del grasso viscerale in chi non ha disturbi legati al metabolismo.[20] Anche l’allenamento contro-resistenza e la restrizione calorica riducono il grasso viscerale, anche se il loro effetto può non essere cumulativo.[21] Sia l’esercizio che la dieta ipocalorica causano la perdita di grasso viscerale, ma l’esercizio ha un effetto maggiore sul grasso viscerale rispetto al grasso totale. [22] L’esercizio fisico ad alta intensità è un modo per ridurre efficacemente il grasso addominale totale.[23][24] Una dieta ipocalorica combinata con l’esercizio fisico riduce il grasso corporeo totale e il rapporto tra tessuto adiposo viscerale e tessuto adiposo sottocutaneo, suggerendo una mobilitazione preferenziale del grasso viscerale rispetto al grasso sottocutaneo.[25] Il grasso addominale è fortemente soggetto alle variabili dell’Insulino-resistenza/sensibilità.
Grasso Sottocutaneo: La maggior parte del grasso non viscerale rimanente si trova appena sotto la pelle, in una regione chiamata ipoderma.[26] Questo grasso sottocutaneo non è correlato a molte delle classiche patologie legate all’obesità, come le malattie cardiache, il cancro e l’ictus, e alcune prove suggeriscono addirittura che potrebbe essere protettivo.[27] Il modello tipicamente femminile (o ginecoide) di distribuzione del grasso corporeo intorno ai fianchi, alle cosce e ai glutei è costituito da grasso sottocutaneo, e quindi rappresenta un rischio minore per la salute rispetto al grasso viscerale.[28][29]
Come tutti gli altri organi adiposi, il grasso sottocutaneo è parte attiva del sistema endocrino e secerne gli ormoni Leptina e Resistina.[26]
La relazione tra lo strato adiposo sottocutaneo e il grasso corporeo totale di una persona viene spesso modellata utilizzando equazioni di regressione. La più popolare di queste equazioni è stata creata da Durnin e Wormersley, che hanno testato in modo rigoroso molti tipi di dermoprotezione e, di conseguenza, hanno creato due formule per calcolare la densità corporea di uomini e donne. Queste equazioni presentano una correlazione inversa tra le pieghe cutanee e la densità corporea: all’aumentare della somma delle pieghe cutanee, la densità corporea diminuisce.[30]
Fattori come il sesso, l’età, le dimensioni della popolazione o altre variabili possono rendere le equazioni non valide e inutilizzabili e, a partire dal 2012, le equazioni di Durnin e Wormersley rimangono solo stime del reale livello di grassezza di una persona. Nuove formule sono ancora in fase di creazione.[30]
Gli adipociti del grasso sottocutaneo sono il target degli sforzi di manipolazione dietetica, allenante e supplementativa per ridurre al massimo la percentuale di grasso corporeo. Vi sono comunque aree di distribuzione del grasso sottocutaneo con tassi di mobilitazione lipidica differenti tra gli individui. Ed è proprio in riferimento alle aree di più difficile mobilitazione che ci si riferisce con il termina “grasso ostinato” .
Fisiologia del tessuto adiposo:
Gli acidi grassi liberi (FFA) vengono rilasciati dalla lipoproteina lipasi (LPL) ed entrano nell’adipocita, dove vengono riassemblati in trigliceridi mediante esterificazione con il glicerolo.[2] Il tessuto adiposo umano contiene circa l’87% di lipidi.[31]
Esiste un flusso costante di FFA che entrano ed escono dal tessuto adiposo.[2] La direzione netta di questo flusso è controllata dall’insulina e dalla leptina: se l’insulina è elevata, c’è un flusso netto di FFA verso l’interno e solo quando l’insulina è bassa gli FFA possono lasciare il tessuto adiposo. La secrezione di Insulina è stimolata dall’aumento della glicemia, dagli AA insulinogenici e in piccola parte dai grassi.[32]
β2-AR
Nell’uomo, la lipolisi (idrolisi dei trigliceridi in acidi grassi liberi) è controllata attraverso il settaggio equilibrato dei recettori β-adrenergici lipolitici e dell’antilipolisi mediata dai recettori α2A-adrenergici.
L’equilibrio tra β2 e α2A-AR determina le caratteristiche peculiari dell’adipocita in termini di lisi dei trigliceridi di deposito (perdita di grasso). Infatti, se l’equilibrio tende a perdersi in favore dei α2A-AR a discapito dei β2-AR ci troviamo di fronte al già prima citato “grasso testardo”.
Distribuzione degli Adrenocettori negli adipociti bianchi, bruni e beige
Gli adipociti bianchi sono il tipo di adipocita predominante nell’organismo e sono localizzati in depositi WAT distinti, caratterizzati da grasso intra-addominale (grasso viscerale che circonda gli organi interni, ovvero grasso mesenterico, perirenale e gonadico) o sottocutaneo (come il grasso inguinale). Gli adipociti bianchi immagazzinano energia (glucosio e acidi grassi) sotto forma di trigliceridi all’interno di un’unica goccia lipidica e il WAT agisce anche come organo endocrino per il rilascio di adipochine come la leptina e l’adiponectina che regolano l’omeostasi energetica dell’intero corpo (Galic, Oakhill, & Steinberg, 2010).
Differenze nella visualizzazione, nella funzione e nell’espressione dei geni firma negli adipociti bianchi, bruni e beige e l’attuale comprensione dell’espressione e della funzione degli adrenocettori (AR) nei roditori e nell’uomo. La mancata menzione di un sottotipo di adrenocettore indica che non esistono prove attuali dell’espressione/funzione della proteina recettoriale. In alcuni casi, l’evidenza funzionale si basa sull’uso di agonisti non selettivi (✦), tra cui l’Isoprenalina (Bartesaghi et al., 2015) e l’Efedrina (Carey et al., 2013) o di antagonisti (✧), tra cui la Fentolamina (Stich et al., 1999) o una combinazione di Propranololo e SR59230A per inibire tutte le risposte mediate dai β-adrenocettori (Imai et al., 2006). *L’assorbimento di 2-[18F]fluoro-2-deossiglucosio è stato misurato in risposta all’agonista selettivo dei β3-adrenocettori mirabegron nel tessuto adiposo bruno umano (Cypess et al., 2015). BA: adipocita bruno; UCP1: proteina di disaccoppiamento 1; WA: adipocita bianco
Nei roditori, tutti e tre i sottotipi di β-adrenocettori sono espressi in una serie di depositi sottocutanei e viscerali (Collins et al., 1994; Collins, Daniel, & Rohlfs, 1999; Germack, Starzec, Vassy, & Perret, 1997; Granneman, 1992; Hollenga & Zaagsma, 1989; Komai et al, 2016; Llado et al., 2002; Susulic et al., 1995), con il β3-adrenocettore che è il principale recettore responsabile della lipolisi mediata dal β-adrenocettore negli adipociti bianchi maturi. L’espressione del β-adrenocettore è influenzata anche dallo stato di differenziazione dell’adipocita bianco. L’agonista generale dei β-adrenocettori, l’Isoprenalina, ma non l’agonista altamente selettivo dei β3-adrenocettori, il CL316243, aumenta la proliferazione dei preadipociti, suggerendo un ruolo mediato dai β1-adrenocettori, mentre sia i β1-adrenocettori che i β3-adrenocettori mediano la lipolisi negli adipociti maturi (Germack et al., 1997; Klaus, Seivert, & Boeuf, 2001; Louis, Jackman, Nero, Iakovidis, & Louis, 2000; Susulic et al., 1995). È stato escluso un ruolo del β2-adrenocettore utilizzando antagonisti e agonisti selettivi del recettore.
Questi studi dimostrano collettivamente che i β-adrenocettori sono essenziali per la funzione del WAT, ma che esistono meccanismi di compensazione quando manca il β3-adrenocettore. Non ci sono prove convincenti di un contributo funzionale da parte degli α1- o α2-adrenocettori negli adipociti bianchi autentici dei roditori (Merlin, Sato, Nowell, et al., 2018). Le conoscenze sulla regolazione dell’adiponectina da parte degli adrenocettori sono meno numerose. L’adiponectina, una seconda adipochina secreta dagli adipociti bianchi e bruni, regola l’assorbimento del glucosio, la lipogenesi, la lipolisi e l’ossidazione degli acidi grassi in diversi tessuti, compreso il WAT, in modo autocrino.
Negli esseri umani, l’α1A-adrenocettore mostra una forte espressione in tutti i campioni adulti nativi, ma un’espressione trascurabile negli adipociti coltivati. Al contrario, l’mRNA per l’α1B-adrenocettore è osservato nei tessuti nativi ma anche negli adipociti differenziati di tutti i depositi, mentre l’espressione dell’α1D-adrenocettore è estremamente bassa sia nei tessuti che nelle colture primarie. L’α2A-adrenocettore mostra una forte espressione nei depositi di WAT adulto, un’espressione molto più bassa nel BAT e un’espressione bassa ma significativa nelle colture di adipociti umani maturi. L’espressione dell’α2B-adrenocettore è massima nel BAT fetale, mentre quella dell’α2C-adrenocettore è elevata nel WAT adulto e nel BAT fetale. Livelli significativi di mRNA di α2C-adrenocettori sono osservati anche negli adipociti bruni interscapolari fetali in coltura. Come accennato in precedenza, esiste un’ampia letteratura sul ruolo dei β-adrenocettori nel tessuto adiposo animale; è quindi interessante che tutti e tre i recettori siano espressi nei depositi adiposi umani nativi. Gli mRNA dei β1- e β2-adrenocettori sono presenti in tutti i depositi del BAT e del WAT, mentre l’mRNA del β3-adrenocettore è espresso principalmente nel BAT sopraclaveare adulto. Come altri marcatori termogenici, il numero di β3-adrenocettori è aumentato nel BAT sovraclaveare di un soggetto esposto al freddo (Chondronikola et al., 2016).
Rapporti precedenti hanno utilizzato la RT-PCR per dimostrare l’espressione dei β3-adrenocettori nel WAT, sebbene i segnali fossero costantemente più elevati nel BAT infantile o nel BAT perirenale (Krief et al., 1993; Lonnqvist et al., 1993; Tavernier et al., 1996). Il riscontro costante di una bassissima espressione di β3-adrenocettori nel WAT, sia da RT-PCR che da RNA-Seq, suggerisce che potrebbero esistere sottopopolazioni minori di cellule positive ai β3-adrenocettori nei depositi di WAT umano.
Le colture di adipociti derivate dalla SVF di depositi adiposi umani mostrano un’espressione trascurabile dei β3-adrenocettori, anche dopo il differenziamento in presenza di cocktail altamente adipogenici (Ding et al., 2018; Shinoda et al., 2015). L’mRNA del β1-adrenocettore è trascurabile anche negli adipociti umani primari, mentre il β2-adrenocettore è espresso nelle colture differenziate con valori medi di frammenti per kilobase per milione di reads di 1,8 (adipociti bruni sopraclavicolari) e 2,2 (adipociti bianchi sottocutanei). La mancanza di espressione dei β3-adrenocettori si verifica parallelamente a bassi livelli di mRNA per PPARGC1A, CPT1B e UCP1, tutti elementi centrali per il controllo cellulare della termogenesi. Ciò suggerisce che la differenziazione di adipociti bruni o beige termogenici è difficile da ottenere sperimentalmente negli adipociti umani primari derivati dalla SVF. Shinoda et al. (2015) hanno osservato che la differenziazione di colture clonali di adipociti bruni sopraclavicolari in presenza di 1 μM di Rosiglitazone e/o il trattamento degli adipociti maturi con 10 μM di Forskolina per 4 ore era sufficiente a indurre livelli di espressione di UCP1 simili a quelli osservati nelle biopsie scBAT native, come osservato nelle colture di adipociti bruni e beige di topo (Merlin, Sato, Chia, et al., 2018). Questo tipo di induzione potrebbe essere necessaria per promuovere l’espressione dei β3-adrenocettori, di PPARGC1A e di CPT1B.
L’espressione a basso livello dei sottotipi di β-adrenocettori è stata rilevata mediante qPCR nelle cellule staminali umane multipotenti di derivazione adiposa, con un rapporto di 3:12:1 per i β1:β2:β3-adrenocettori (Mattsson et al., 2011), ma solo gli agonisti dei β1- e β3-adrenocettori aumentano i livelli di mRNA e di proteina di UCP1 in queste cellule (Mattsson et al., 2011). Le cellule differenziate SGBS e PAZ6 sono state analizzate mediante RNA-Seq (Guennoun et al., 2015). L’espressione del β3-adrenocettore non è rilevabile nelle cellule SGBS, ma è significativa nelle cellule PAZ6 differenziate (2,5 RPKM (reads per kilobase per million mapped reads); Guennoun et al., 2015). È quindi evidente che i livelli di espressione degli adrenocettori e dei marcatori termogenici devono essere considerati in diversi sistemi modello quando si studiano potenziali agenti di “inbrunenti”.
Il WAT umano e gli adipociti bianchi dei roditori differiscono significativamente nell’espressione degli α2-adrenocettori, con un’alta espressione degli α2-adrenocettori nel WAT umano (Galitzky, Larrouy, Berlan, & Lafontan, 1990; Mauriege et al, 1991; Mauriege, Marette, et al, 1995; Mauriege, Prud’homme, Lemieux, Tremblay, & Despres, 1995), ma bassa espressione negli adipociti bianchi dei roditori (Merlin, Sato, Nowell, et al. , 2018; Valet et al., 2000). Ormai sappiamo che l’attivazione di α2-adrenocettori accoppiati a Gαi/o negli adipociti bianchi umani inibisce gli aumenti della lipolisi stimolati dalle catecolamine, contrastando così la lipolisi mediata dai β-adrenocettori (Stich et al, 1999), e gli adipociti bianchi degli esseri umani obesi presentano livelli aumentati di α2-adrenocettori, aumento di α2: β-adrenocettori e un aumento delle risposte mediate dagli α2-adrenocettori (Galitzky et al, 1990; Mauriege et al. , 1991; Mauriege, Marette, et al., 1995; Mauriege, Prud’homme, et al., 1995). Quando l’α2-adrenocettore umano è sovraespresso nel tessuto adiposo di topi KO con β3-adrenocettore, la lipolisi mediata dalla catecolamina negli adipociti bianchi è attenuata e i topi sviluppano una maggiore obesità con una dieta ad alto contenuto di grassi (Valet et al., 2000). Nonostante l’espressione significativa degli α1A- e α1B-adrenocettori nel tessuto adiposo umano nativo, non vi sono prove funzionali convincenti di un’attività diretta delle catecolamine.
“Stubborn Fat”
I due tipi di adrenocettori sopra citati, non controllano solo il metabolismo delle cellule grasse, ma anche il flusso sanguigno in entrata e in uscita da queste ultime. Di conseguenza, i β2-AR aumentano la lipolisi e il flusso sanguigno del tessuto adiposo mentre i α2A-AR inibiscono la lipolisi e il flusso sanguigno del tessuto adiposo.
Quindi, le diverse aree del grasso corporeo hanno una diversa distribuzione degli adrenorecettori β2 e α2A e questo influisce profondamente sulla capacità o meno di mobilitare e trasportare il grasso al di fuori di esse.
L’esempio più estremo è quello del grasso corporeo inferiore (fianchi e cosce), in cui è stato riscontrato un numero di recettori α2A circa 9 volte maggiore rispetto ai recettori β2. Alcune ricerche suggeriscono che il grasso addominale degli uomini ha una maggiore densità di recettori α2A (rispetto, ad esempio, al grasso viscerale), anche se non è così accentuato come per il grasso corporeo inferiore. Sebbene non sia stato studiato, è probabile che anche il grasso della parte inferiore della schiena sia relativamente resistente agli stimoli lipolitici, a causa di un numero maggiore di recettori α2A.
I dismorfismi sessuali sulla ripartizione calorica sembrano mostrare che nelle donne, dopo un pasto, può verificarsi una distribuzione calorica preferenziale nel grasso dell’area inferiore del corpo, oltre ad una ridistribuzione del grasso dalla parte superiore a quella inferiore del corpo.
Non è raro, infatti, che le donne lamentino una perdita sensibile nella parte superiore del corpo con una concomitante ed apparente peggioramento dei depositi adiposi nella parte inferiore. Una donna potrebbe mobilitare bene il grasso della parte superiore del corpo, ma immagazzinare parte di quel grasso nei depositi della parte inferiore del corpo. La parte superiore del corpo diventa più magra, quella inferiore più grassa. Questa possibilità può interessare a diverso grado anche gli uomini.
Come accennato in precedenza, oltre alle differenze nella reattività agli stimoli lipolitici, i depositi di “grasso testardo” hanno un flusso sanguigno significativamente più scarso rispetto ad altri depositi.
Alcuni studi hanno dimostrato che il flusso sanguigno nella parte inferiore del corpo può essere inferiore del 67% rispetto ad altri depositi. Il grasso viscerale ha un flusso sanguigno estremamente buono e viene mobilitato molto rapidamente.
La scarsa circolazione sanguigna ha due conseguenze importanti. In primo luogo, significa che gli ormoni trasportati dal sangue non possono raggiungere a concentrazioni ottimali le cellule adipose. In secondo luogo, un flusso sanguigno insufficiente rende più difficile far uscire il grasso mobilitato dalla cellula grassa per ossidarlo altrove.
Il motivo per cui il flusso sanguigno è così scarso non è ben definito. In parte potrebbe trattarsi semplicemente di un minor numero di vasi sanguigni, visto che gli studi di imaging ne mostrano pochi in quell’area. Inoltre, sembra che i vasi sanguigni della parte inferiore del corpo abbiano più recettori α2A che β2; ciò ha la stessa conseguenza della lipolisi. Più recettori α2A significano più vasocostrizione e meno vasodilatazione, il che si traduce in un minor flusso sanguigno.
Un fattore da tenere in considerazione è che, l’Estradiolo aumenta direttamente il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici negli adipociti sottocutanei. L’aumento del numero di recettori α2A-adrenergici causa una risposta lipolitica attenuata delle Catecolamine o delle ammine simpaticomimentiche negli adipociti sottocutanei; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-adrenergici negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale.
Questi risultati mostrano che una cattiva gestione degli estrogeni abbassa la risposta lipolitica nel deposito di grasso sottocutaneo aumentando il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Si è scoperto che questo effetto degli estrogeni è causato dal sottotipo α del recettore degli estrogeni (ERα).
Questi risultati dimostrano che una sovraespressione estrogenica attenua la risposta lipolitica attraverso la sovra-regolazione del numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici solo nel sottocutaneo e non nei depositi di grasso viscerale. Ciò rappresenta una spiegazione del modo in cui gli estrogeni mantengono la tipica distribuzione del grasso femminile nel sottocute, poiché gli estrogeni sembrano inibire la lipolisi solo nei depositi sottocutanei, spostando così l’assimilazione del grasso dai depositi intra-addominali a quelli sottocutanei peggiorando la situazione dei depositi di “grasso testardo” pre-esistenti e “generandone” di nuovi.
Antagonisti degli α2-AR:
Fentolamina; un α2 bloccante
Gli α2 bloccanti sono un sottoinsieme della classe dei farmaci α-bloccanti e sono antagonisti del recettore adrenergico α2. Sono utilizzati principalmente nella ricerca, avendo trovato un’applicazione clinica limitata nella medicina umana. Gli α2 bloccanti aumentano il rilascio di Noradrenalina e bloccano, per l’appunto, l’attività recettoriale degli α2-AR.
La Yohimbina, storicamente utilizzata come afrodisiaco, è talvolta impiegata in medicina veterinaria (anche se ora è stata ampiamente sostituita dall’atipamezolo) per invertire gli effetti degli α2-AR, come la Medetomidina, utilizzati come sedativi durante gli interventi chirurgici.[33]
Gli antidepressivi tetraciclici Mianserina e Mirtazapina sono α2-bloccanti , anche se la loro efficacia come antidepressivi può derivare dalla loro attività su altri siti recettoriali.
Meccanicamente, i α2-bloccanti aumentano i neurotrasmettitori adrenergici, dopaminergici e serotoninergici e inducono la secrezione di Insulina, riducendo i livelli di zucchero nel sangue.
La sospensione repentina degli α2-bloccanti può essere difficile o pericolosa, poiché la sottoregolazione globale dei neurotrasmettitori può causare sintomi di depressione e altri problemi neurologici, e l’aumento dei livelli di zucchero nel sangue insieme alla diminuzione della sensibilità all’insulina può causare in alcuni casi stati diabetici. Inoltre, può verificarsi una riduzione della microcircolazione insieme alla supersensibilità all’adrenalina in organi come il fegato.
Yohimbina e α-yohinbina
Yohimbina
Non vi è dubbio che la Yohimbina rappresenti l’α2-antagonista più usato per ridurre il grasso corporeo e, nello specifico, le zone del “grasso testardo”.
Se assunta alla dose raccomandata (≤0,2mg per kg di peso corporeo), la Yohimbina può causare nausea, dolore addominale, vertigini, nervosismo e ansia.[34]
Dosi più elevate di Yohimbina possono essere pericolose; un rapporto del 2005 ha rilevato che la Yohimbina ha il più alto tasso di effetti tossici di qualsiasi prodotto botanico.[35] Casi di ingestione di Yohimbina in eccesso hanno suggerito che l’ansia, l’ipertensione (pressione alta), la tachicardia (frequenza cardiaca elevata), le aritmie e l’agitazione sono tra gli effetti collaterali più gravi di questo composto.[35]
La Yohimbina è un α2-antagonista adrenergico selettivo. In altre parole, ha come bersaglio e inattiva una classe di recettori del sistema nervoso che risponde al neurotrasmettitore Noradrenalina.[36] L’antagonismo dei recettori α2 aumenta il rilascio di Noradrenalina da parte del sistema nervoso simpatico, causando gli effetti stimolanti e “iperadrenergici” della Yohimbina.
La Yohimbina inibisce anche l’attività dei recettori α2 sulle cellule adipose, dove la Noradrenalina agisce normalmente per sopprimere il rilascio di grasso. L’inibizione dell’effetto antilipolitico della Noradrenalina consente una maggiore lipolisi (e conseguente ossidazione lipidica).[37]
Dosi giornaliere totali di 0,2mg/kg di peso corporeo sono state utilizzate con successo per aumentare la mobilitazione lipidica dai depositi di “grasso testardo” e la successiva ossidazione dei grassi senza implicazioni significative sui parametri cardiovascolari come la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Ciò si traduce in un dosaggio giornaliero totale di:
14 mg per una persona di 68 kg
18 mg per una persona di 91 kg
22 mg per una persona di 113 kg.
Queste dosi totali giornaliere si riferiscono all’uso di Yohimbina come unico agente con azione riduttiva sulla attività dei recettori α2. Tali dosaggi vengono spesso suddivise e assunte in due o quattro dosi nel corso della giornata. Ad esempio, una persona di 68 kg potrebbe assumere 7mg due volte al giorno (lontano dai pasti) per raggiungere una dose totale di 14mg.
Nota: non tutti i soggetti sono in grado di tollerare la “dose piena” ricavata dalla sopra citata formula. In quel caso, l’utilizzatore mantiene la tose tollerabile raggiunta.
Rauwlscina
Se si considera lo stesso recettore α2, la Yohimbina sembra avere una selettività per la subunità α2C piuttosto che per la A o la B; la selettività è compresa tra 4 e 15 volte,[38] mentre la Rauwolscina [α-yohimbina] sembra non essere selettiva tra queste tre subunità.[39][38] La Rauwlscina sembra essere efficace a livello del recettore quanto la Yohimbina ma con una emivita di circa 5h contro i 30 minuti della prima emivita della Yohimbina.[40]
Il fatto che la Yohimbina è selettiva per la subunità α2C più che per altre subunità, compresa l’importante A, se parliamo di α2-AR adipocitari, la sua efficacia risulta moderatamente ridotta per la riduzione del “grasso testardo”, sebbene la subunità α2C sia ad un certo grado espressa anche nel WAT; o per lo meno lo è se utilizzata come unico agente interferente l’attività adipocitaria dei α2-AR.
Introduzione agli ACE II inibitori:
Captopril
Leonard T. Skeggs e i suoi colleghi (tra cui Norman Shumway) scoprirono l’ACE [Inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina] nel plasma nel 1956.[41] Le scoperte avvenute nel corso di un annosa ricerca hanno portato allo sviluppo del Captopril, il primo ACE-inibitore attivo per via orale, nel 1975.[42]
Bradichinina
Gli ACE inibitori inibiscono l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina, un componente importante del sistema renina-angiotensina che converte l’angiotensina I in angiotensina II e idrolizza la bradichinina.[43] Pertanto, gli ACE inibitori diminuiscono la formazione di angiotensina II, un vasocostrittore, e aumentano il livello di bradichinina, un vasodilatatore peptidico.[43] Questa combinazione è sinergica nell’abbassare la pressione sanguigna.
Gli ACE-inibitori riducono l’attività del sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone (RAAS) come evento eziologico (causale) primario nello sviluppo dell’ipertensione nelle persone con diabete mellito, come parte della sindrome da insulino-resistenza o come manifestazione di una malattia renale.[44][45]
Il sistema renina-angiotensina-aldosterone è un importante meccanismo di regolazione della pressione sanguigna. I marcatori di squilibrio elettrolitico e idrico nell’organismo, come l’ipotensione, la bassa concentrazione di sodio nel tubulo distale, la diminuzione del volume sanguigno e l’elevato tono simpatico, innescano il rilascio dell’enzima renina dalle cellule dell’apparato juxtaglomerulare del rene.
Renina
La renina attiva un proormone circolante derivato dal fegato, l’angiotensinogeno, mediante scissione proteolitica di tutti i suoi residui aminoacidici, tranne i primi dieci, noti come angiotensina I. L’ACE (enzima di conversione dell’angiotensina) rimuove quindi altri due residui, convertendo l’angiotensina I in angiotensina II. L’ACE si trova nella circolazione polmonare e nell’endotelio di molti vasi sanguigni.[46] Il sistema aumenta la pressione sanguigna aumentando la quantità di sale e acqua trattenuta dal corpo, sebbene l’angiotensina II sia anche un potente vasocostrittore.[47]
Struttura dell’Angiotensina I e II
Gli ACE-inibitori sono stati inizialmente approvati per il trattamento dell’ipertensione e possono essere utilizzati da soli o in combinazione con altri farmaci antipertensivi. In seguito, si sono rivelati utili per altre malattie cardiovascolari e renali[48], tra cui:
Complicanze renali del diabete mellito (nefropatia diabetica), grazie alla riduzione della pressione arteriosa e alla prevenzione del danno da iperfiltrazione glomerulare[51].
Angiotesina II e tessuto adiposo:
Noradrenalina
L’angiotensina II determina, tra le atre cose, un aumento del rilascio di catecolamine (Noradrenalina), della sensibilità alle catecolamine e della loro attività.[52]
L’angiotensina II può essere prodotta dal tessuto adiposo umano; a questo proposito, l’angiotensinogeno e gli enzimi coinvolti nella sua conversione in Ang II, nonché le vie RAS (renina, enzima di conversione dell’angiotensina: ACE) e non RAS (catepsina D, catepsina G) sono espressi nel tessuto adiposo umano. Inoltre, anche i recettori dell’Ang II sono espressi nel tessuto adiposo, il che suggerisce un ruolo locale di questo ormone nella regolazione dell’adipogenesi, del metabolismo lipidico e nella patogenesi dell’obesità28,48. L’influenza dell’Ang II sugli adipociti è mediata dall’attivazione dei recettori АТ1 e АТ2, coinvolgendo diversi sistemi di trasduzione del segnale, tra cui le risposte Са 2+, la proliferazione e la differenziazione cellulare, l’accumulo di trigliceridi, l’espressione dei geni delle adipochine e la secrezione di queste ultime [53]. L’angiotensina II ha anche un effetto anti-adipogenico, riducendo la differenziazione delle cellule pre-adipose umane [54]. Pertanto, questo ormone potrebbe rappresentare un fattore protettivo contro l’espansione incontrollata del tessuto adiposo [55].Questo effetto anti-adipogenico dell’Ang II è stato osservato anche nel grasso omentale di esseri umani affetti da obesità, con la partecipazione della via della chinasi regolata dal segnale extracellulare/1,2 (ERK/1,2) e la fosforilazione del recettore gamma attivato dal proliferatore del perossisoma (pPARG) [56]. Durante questo processo, l’origine dell’Ang II può essere sia da RAS che da vie non RAS; queste ultime potrebbero essere più importanti in questo processo [57]. Tuttavia, oltre a questo effetto, l’Ang II può aumentare il contenuto di trigliceridi e l’attività di due enzimi lipogenici (FAS: sintasi degli acidi grassi e GPDH: glicerolo-3-fosfato deidrogenasi) in colture primarie di cellule adipose umane, suggerendo un controllo dell’adiposità attraverso la regolazione della sintesi e dell’immagazzinamento dei lipidi negli adipociti [58]. L’Ang II regola anche il flusso sanguigno regionale verso il tessuto adiposo e le dimensioni e il numero delle cellule grasse [59]. Queste scoperte sono state confermate dal blocco sperimentale dell’Ang II, che influenza direttamente il peso corporeo e l’adiposità [60].
Effetti adipogenici e anti-adipogenici del sistema renina-angiotensina (RAS). La produzione locale di angiotensina II (Ang II) nel tessuto adiposo è coinvolta nella regolazione dell’adipogenesi e del metabolismo lipidico. L’Ang II ha un effetto anti-adipogenico riducendo la differenziazione adipogenica delle cellule pre-adipose umane con la partecipazione di ERK e pPARG. L’Ang II può anche aumentare il contenuto di trigliceridi negli adipociti attivando due enzimi lipogenici, FAS e GPDH. Questo effetto anti-adipogenico dell’Ang II può essere regolato. L’Ang II può essere catabolizzato dall’ACE2 adiposo per formare l’Ang 1-7 che interagisce con i recettori dell’Ang 1-7 (Mas) sugli adipociti, attivando la PI3K/Akt e l’inibizione delle vie MAPK chinasi/ ERK e inducendo un effetto inibitorio nell’Ang II/AT1 anti-adipogenico, promuovendo l’adipogenesi. AT1: Recettore-1 dell’angiotensina II; AT2: Recettore-2 dell’angiotensina II; RAS: Renin Angiotensin System; Cathep D, G: Cathepsin D, Cathepsin G; ACE1: angiotensin-converting enzyme-1; ACE2: angiotensin-converting enzyme-2; Ang 1-7: Angiotensina 1-7; ERK: extracellular signal-regulated kinase; pPARG: phosphorylated peroxisome proliferator-activated receptor gamma; FAS: fatty acid synthase; GPDH: glicerolo-3-fosfato deidrogenasi; MAPK chinasi/ERK: mitogen-activated protein kinases/extracellular signal-regulated kinases; PI3K/Akt: fosfatidilinositolo 3-chinasi/proteina chinasi B.
È stata documentata anche la regolazione autocrina dell’Ang II durante l’adipogenesi. L’angiotensina II può essere catabolizzata nei tessuti adiposi dall’enzima adiposo di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) per formare l’Ang 1-7. La regolazione autocrina del sistema angiotensinico locale implica la coespressione dei recettori dell’Ang II (AT1 e AT2) e dei recettori dell’Ang 1-7 (Mas) sugli adipociti. L’attivazione del recettore Mas da parte dell’Ang 1-7 ha un effetto contrario all’effetto anti-adipogenico dell’Ang II, inducendo l’adipogenesi attraverso l’attivazione delle vie PI3K/Akt e l’inibizione delle vie MAPK chinasi/ERK [61] . In questo contesto, la regolazione autocrina dell’asse Ang II/AT1-ACE2-Ang 1-7/Mas durante l’adipogenesi è in grado di produrre ormoni e citochine che promuovono l’infiammazione, l’accumulo di lipidi, l’IR e le componenti del RAS, che si attivano in presenza di obesità come meccanismi chiave correlati all’obesità dell’ipertensione e di altre componenti della sindrome cardiometabolica [62].
Angiotesina II e α2A-AR
Una caratteristica di particolare interesse in riferimento all’Angiotesina II è il fatto che sia un polipeptide necessario per l’espressione di alcuni recettori α2 (ma non di tutti). Ciò significa che senza l’Angiotensina II i recettori α2 non possono essere sviluppati in alcune cellule. Di conseguenza, se sottoregoliamo l’Angiotensina II, prodotta naturalmente dall’organismo, il normale rinnovamento dei recettori α2 non avverrà. Bisogna capire che in ogni cellula c’è un costante rinnovamento recettoriale. Bloccando la formazione di un tipo specifico di recettore in una cellula (ad esempio i recettori α2), dopo un po’ di tempo non ci saranno più recettori α2 in questa cellula. I vecchi recettori saranno completamente degradati e avremo impedito alla nuova generazione di recettori di sostituire quelli vecchi.
Attività dell’Angiotesina II a livello dei α2A-AR e del Recettore dell’Angiotesina II dell’adipocita del WAT
Quindi, sotto-regolazione marcata dei α2 recettori . Il problema principale è se questa azione dell’Angiotensina II avviene nelle cellule adipose. L’Angiotensina II agisce solo sui recettori α2 che rispondono a due condizioni:
Sembra avere il massimo effetto sui recettori α2 del sottotipo “A”. Ciò è positivo, poiché sono proprio questi recettori a trovarsi nelle cellule adipose. Quindi, la prima condizione è soddisfatta.
L’Angiotensione II agisce solo sulle cellule ricche di recettori α2 e di recettori dell’Angiotensina II. Sappiamo già che le cellule adipose sono molto ricche di recettori α2. Da tempo i ricercatori sanno anche che le cellule adipose sono ricche di recettori dell’Angiotensina II.
Il punto chiave da ricordare è che nelle cellule grasse l’Angiotensina II è necessaria perché i recettori α2 si rinnovino normalmente. Se impediamo in qualche modo la formazione di Angiotensina II, causeremo grossi problemi nel rinnovo dei recettori α2A nelle cellule adipose.
Quindi, tutto ciò che occorre fare è alterare la produzione di Angiotensina II attraverso l’uso principale di ACE II inibitori. Nel giro di poche settimane il numero di recettori α2 diminuirà sensibilmente.
Quinapril
L’uso di ACE II inibitori ha quindi il potenziale di attenuare la sensibilità agli α2-adrenocettori negli adipociti umani. L’effetto del Quinapril, un ACE II inibitore lipofilo, è stato maggiore di quello dell’Enalapril [www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles], un ACE II inibitore idrofilo. Gli ACE II inibitori lipofili possono avere un effetto vasodilatatore più potente rispetto agli ACE II inibitori idrofili. La concentrazione di Angiotensina II nei tessuti piuttosto che nel plasma può contribuire alla sensibilità e il numero degli α2-adrenocettori.
Enalapril
È stato riportato che l’ACE inibitore lipofilo, Quinapril, riduce la concentrazione tissutale di Angiotensina II in misura maggiore rispetto all’ACE inibitore idrofilo, Enalapril, da 5 a 24 ore dopo una singola somministrazione orale nei ratti. I tempi di raggiungimento della concentrazione plasmatica massima del Quinapril e del suo metabolita attivo sono stati di 2-3 ore [63, 64]. Pertanto, per esaminare più chiaramente la cosa, ciascun farmaco è stato somministrato 22 e 3 ore prima dell’esame. Entrambi gli ACE inibitori hanno soppresso le attività plasmatiche dell’ACE per oltre il 90%. Questo risultato conferma i precedenti risultati ottenuti in soggetti giapponesi [65]. Sebbene la soppressione dell’attività dell’enzima convertitore dell’Angiotensina nel plasma e la pressione arteriosa sistemica non differissero tra i due farmaci, l’attenuazione della sensibilità degli α-adrenocettori alla Fenilefrina era maggiore nei soggetti trattati con Quinapril rispetto a quelli trattati con Enalapril. Le osservazioni e i rapporti precedenti [66] suggeriscono che la concentrazione di Angiotensina II nei tessuti piuttosto che quella nel plasma può contribuire alla sensibilità dei recettori α-adrenergici nei vasi ed in altri tessuti come quello adiposo. Inoltre, l’ACE inibitore lipofilo può essere più potente dell’ACE inibitore idrofilo. Infatti, il Quinapril ha attenuato la risposta vasopressore della Fenilefrina più dell’Enalapril e l’intervallo di confidenza del 95% per le differenze di ED50 tra Enalapril e Qinapril è stato di 31,1-397,5. Sebbene l’entità dell’attenuazione della sensibilità dei recettori α-adrenergici indotta dalla soppressione dell’ACE tissutale con Quinapril fosse varia, ciò è coerente con un altro esperimento in vitro [67].
Quando osservata, la concentrazione di Noradrenalina nel siero durante il riposo a letto non è cambiata prima e dopo la somministrazione del farmaco ACE inibitore. Rapporti precedenti hanno dimostrato che gli ACE inibitori attenuano il deflusso del nervo simpatico negli animali e nell’uomo [68, 69]. Negli studi in cui non è stato applicato alcun carico al sistema nervoso simpatico, non è stato possibile rilevare alcun cambiamento nel flusso simpatico indotto dagli ACE inibitori.
Applicazione degli ACE II inibitori nel trattamento del “grasso testardo”:
La genesi dell’uso degli ACEI come PEDs
Daniel (“Dan”) Duchaine
Nonostante il potenziale maggiore nella sotto-regolazione degli α2A-AR attribuita agli ACE inibitori con caratteristiche prettamente lipolifiche, la molecola appartenente a questa classe di farmaci maggiormente utilizzata per tale scopo e da più tempo è il Captopril. Questo storico ACE II inibitore mostra però caratteristiche idrofile. Certo, la sua maggiore diffusione è legata senza dubbio agli anni dalla sintesi e immissione nel circuito farmaceutico della molecola, ma anche, e soprattutto, al suo lancio come PEDs da parte, tra i primi, di Dan Duchaine (1952-2000).
Le proprietà potenziali sulla composizione corporea del Captopril vennero individuare per la prima volta in alcune atlete interessate ad assumere un farmaco che le desse un miglioramento della composizione corporea ma senza virilizzazione. Così quella divenne l’occasione giusta per testare il Captopril. La dieta delle atlete non venne cambiata. Le atlete hanno continuato per un paio di mesi ad assumere il Captopril come unico farmaco. Avevano migliorato leggermente il trofismo, ma non molto. Ciò che però colpì i “pionieri della preparazione” fu il fatto che avevano perso grasso in aree in cui prima non erano riuscite a perderlo in modo significativo.
Approfondendo le caratteristiche della molecola attraverso la consultazione di testi accademici reperiti alla biblioteca medica, scoprirono che la relazione tra il Captropril e i recettori α2.
Con il procedere del tempo e le sperimentazione dose-tempo nell’applicazione del Captopril (ma non solo), si è notato che il farmaco poteva rendere possibile la riduzione totale della dose di Yohimbina migliorando notevolmente la compliance dell’utilizzatore.
Sappiamo, infatti, che la Yohimbina presenta una selettività maggiore per i recettori α2C piuttosto che ai sottogruppi “A” e “B”. Questa caratteristica risulta limitativa nell’azione ricercata nella Yohimbina come α2-antagonista adipocitario. L’inserimento del Captopril [o di altro ACE II inibitore] permette di 1) ridurre sensibilmente il numero di α2A-AR nell’adipocita e 2) di permettere, a dosaggio di 1/2 fino a 1/3, un legame antagonista da parte della Yohimbina nei confronti degli α2-AR rimasti. L’uso della α-yohimbina, non presentando tale affinità selettiva, migliora sensibilmente questo effetto sinergico.
Situazione adipocitaria in fisiologia con attività catecolaminergica a livello degli adrenocettori nel adipocita; Impatto sulla attività adrenorecettoriale con somministrazione di Yohimbina; Impatto sulla densità/numero adrenorecettoriale con somministrazione di un ACE II inibitore [Captopril]; Impatto additivo sulla densità, numero, funzionalità e attivazione adrenorecettoriale con somministrazione di Yohimbina e un ACE II inibitore [Captopril].
Le limitazioni degli ACE II inibitori
Il Captopril [e in generale gli ACE II inibitori] non è un farmaco che manifesta rapidamente i suoi effetti dal punto di vista estetico. Bisogna ricordare che la regolazione degli α2-AR richiede almeno due mesi prima di diventare significativa.
È necessario seguire una dieta ipocalorica per vedere ottimi risultati in termini di perdita di grasso ostinato. Abbiamo detto, infatti, che i recettori α2-AR impediscono la normale perdita di grasso la dose si presentano in maggiori concentrazioni. Questo non significa, però, che si perderà automaticamente grasso di deposito solo perché si è ridotto il numero di recettori α2. Significa solo che la perdita di grasso ostinato indotta dalla dieta ipocalorica sarà più “facile”. Avrà un effetto permissivo sulla perdita di grasso ostinato, consentendo di ridurre i depositi adiposi con un rapporto di α2-AR più elevato.
L’ultima limitazione è che esiste ancora una linea di difesa per le cellule adipose e la conservazione delle riserve lipiche. Eliminando parzialmente la linea di difesa rappresentata dagli α2-AR, se ne attiva una nuova costituita da recettori antilipolitici chiamati peptide YY, anch’essi localizzati sulle cellule adipose. Ciò significa che la riduzione del livello dei recettori α2-AR permetterà di perdere più grasso ostinato di quanto sarebbe stato normalmente possibile, ma le limitazioni genetiche saranno sempre presenti.
Ma l’uso di Captopril [o altro ACE II inibitore] può permettere di fare un grande passo avanti nella giusta direzione se l’obbiettivo è una marcata riduzione della body fat, soprattutto le aree ostinate.
Esempi applicativi degli ACE II inibitori per il trattamento del “Stubborn Fat”
Nell’approccio protocollare di base, e se prendiamo come esempio di ACE II inibitore il Captopril:
Captopril = 50mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
Yohimbina = 5-10mg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
α-yohimbina = 3/5mg die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ].
Nell’approccio protocollare intermedio:
Captorpil = 50-75mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
Yohimbina = 10mg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
α-yohimbina = 5-6mg die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ];
T3 = 25mcg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 12,5mcg) e controllo ematico del FT3].
Nell’approccio protocollare avanzato:
Captorpil = 100mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
Yohimbina = 0.2mg/Kg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
α-yohimbina = 0.1mg/Kg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ];
T3 = 50mcg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 12,5mcg) e controllo ematico del FT3];
Salbutamolo = 8-12mg/die [dose da raggiungere con aumenti ogni 1-2 giorni (pari a 2mg)];
Alternativa: Clenbuterolo = 1mcg/Kg/die (range 40-80mcg) [dose da raggiungere con aumenti ogni 2 giorni (pari a 10-20mcg) e test della sensibilità/tolleranza];
Nedbivololo = 5mg/die [dose di partenza 2,5mg/die e valutazione della tolleranza].
*Nota bene: Nessuno dei protocolli sopra esposti rappresenta un indicazione d’uso o una prescrizione medica di applicazione. Tali informazioni SONO AD ESCLUSIVO SCOPO ESEMPLIFICATIVO!
Effetti collaterali degli ACE II inibitori
pressione bassa;
tosse. Un altro possibile effetto avverso specifico degli ACE-inibitori, ma non di altri bloccanti del RAAS, è l’aumento del livello di bradichinina. La tosse secca persistente è un effetto avverso relativamente comune che si ritiene sia associato all’aumento dei livelli di bradichinina prodotto dagli ACE inibitori, anche se il ruolo della bradichinina nella produzione di questi sintomi è stato contestato. Tuttavia, molti casi di tosse in persone che assumono ACE inibitori potrebbero non essere dovuti al farmaco stesso. Alcuni (0,7%) sviluppano angioedema a causa dell’aumento dei livelli di bradichinina. Può esistere una predisposizione genetica. ;
iperkaliemia. Il potassio elevato nel sangue è un’altra possibile complicazione del trattamento con un ACE-inibitore, dovuta al suo effetto sull’aldosterone. La soppressione dell’angiotensina II porta a una diminuzione dei livelli di aldosterone. Poiché l’aldosterone è responsabile dell’aumento dell’escrezione di potassio, gli ACE-inibitori possono causare una ritenzione di potassio. Alcune persone, tuttavia, possono continuare a perdere potassio durante l’assunzione di un ACE-inibitore. È necessario un attento monitoraggio dei livelli di potassio nei soggetti in trattamento con ACE-inibitori che sono a rischio di iperkaliemia.;
cefalea;
vertigini;
affaticamento;
nausea e compromissione renale. I soggetti che iniziano la terapia con un ACE-inibitore presentano di solito una modesta riduzione della velocità di filtrazione glomerulare (eGFR). Tuttavia, la riduzione può essere significativa in condizioni di preesistente ridotta perfusione renale, come stenosi dell’arteria renale, insufficienza cardiaca, malattia renale policistica o deplezione di volume. Una moderata riduzione della funzione renale, non superiore al 30% di aumento della creatinina sierica, che si stabilizza dopo una settimana di trattamento. La riduzione del eGFR è un problema soprattutto se il paziente assume contemporaneamente un FANS e un diuretico. Quando i tre farmaci vengono assunti insieme, il rischio di sviluppare un’insufficienza renale aumenta notevolmente.
Una rara reazione allergica grave può colpire la parete intestinale e causare secondariamente dolore addominale.
Ma gli ARB/Sartani possono essere un sostituto agli ACE II inibitori per lo scopo qui discusso?
Telmisartan
Sono circa vent’anni che si è scoperto che il Telmisartan, un Bloccante del Recettore dell’Angiotensina II (ARB) approvato per il trattamento dell’ipertensione, è anche un agonista parziale di PPARγ.[70-71] Mentre gli agonisti completi di PPARγ, come il Rosiglitazone e il Pioglitazone, promuovono l’aumento di peso alterando la distribuzione del grasso e la differenziazione degli adipociti, gli agonisti parziali (agonisti/antagonisti misti) di PPARγ possono avere la capacità di ritardare l’aumento di peso promuovendo al contempo la differenziazione degli adipociti.[72] Ad esempio, è stato scoperto che il Telmisartan può promuovere la differenziazione degli adipociti ma anche attenuare l’aumento di peso, migliorando al contempo il metabolismo del glucosio e dei lipidi nei ratti alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi e carboidrati.[70] Sharma et al[73] hanno riportato che il blocco del recettore dell’angiotensina II di tipo 1, di per sé, può promuovere la differenziazione degli adipociti e hanno proposto che questo possa contribuire agli effetti antidiabetici degli antagonisti del recettore dell’angiotensina II. Non è noto se molecole bifunzionali come il Telmisartan, che attivano PPARγ e bloccano il recettore dell’angiotensina II, esercitino effetti diversi sulle dimensioni degli adipociti e sui determinanti primari del peso corporeo rispetto ai normali bloccanti del recettore dell’angiotensina, come il Valsartan, che non hanno la capacità di attivare PPARγ.
Valsartan
Negli studi si è scoperto che il Telmisartan, ma non il Valsartan, aumenta l’espressione dei geni di un fattore di trascrizione nucleare (TFAM) che regola la funzione mitocondriale e di una proteina mitocondriale (MTCO1) coinvolta nella fosforilazione ossidativa. Rispetto agli agonisti totali convenzionali di PPARγ, come i Tiazolidinedioni, gli agonisti parziali del PPARγ, come il Telmisartan, possono avere la capacità di reclutare in modo preferenziale alcuni coattivatori trascrizionali che sono particolarmente importanti nella regolazione dei geni che controllano la funzione mitocondriale e il metabolismo energetico.[74-75] Ad esempio, gli agonisti parziali sembrano reclutare preferenzialmente il coattivatore 1-α di PPARγ, un coattivatore trascrizionale noto per stimolare l’espressione di TFAM, che, a sua volta, può aumentare l’espressione dei geni mitocondriali (ad esempio, MTCO1) e, in ultima analisi, la biogenesi mitocondriale.[75-76] Sebbene i precisi meccanismi cellulari e molecolari che mediano i robusti effetti del Telmisartan sul peso corporeo, sul dispendio energetico e sul metabolismo dei grassi rimangano da chiarire, gli studi sul reclutamento del coattivatore PPARγ e sull’espressione dei geni target, nonché sul numero, la struttura e la funzione dei mitocondri, potrebbero rappresentare aree di indagine potenzialmente fruttuose in futuro.
Ciò che si è anche notato con gli ARB, ma soprattutto con il Telmisartan, è che ha una azione sulla distribuzione del grasso più che sulla sua riduzione sistemica. Infatti, il Telmisartan ha mostrato di indurre la riduzione del grasso viscerale ma senza cambiamenti statistici sui deposito sottocutanei. Le più recenti review che hanno esaminato l’effetto del Telmisartan sulla condizione metabolica e composizione corporea dei pazienti trattati, hanno evidenziato che i risultati suggeriscono che questo sartano influisce sulla distribuzione del grasso, inducendo una riduzione del grasso viscerale, e quindi potrebbe essere utile nei pazienti ipertesi con obesità/sovrappeso, sindrome metabolica o intolleranza al glucosio.
Anche i dati aneddotici di un certo valore e design suggeriscono uno “spostamento” nell’equilibrio di mobilitazione delle riserve di grasso verso la perdita dei depositi viscerali invece di quelli sottocutanei. Ed è per tale motivo che diversi preparatori ne evitino l’uso sotto gara.
Questo “effetto shift” sul bilancio della mobilitazione delle riserve di grasso dal grasso sottocutaneo ad una prevalenza del viscerale si manifesta in modo significativo nel range di dosaggio di 80-160mg/die.
PPARγ
L’attività come agonista parziale del PPARγ è il motivo principale per il quale in Telmisartan agisce sul metabolismo lipidico adipocitario. Si è affermato che coloro i quali vogliono bypassare il problema dello shift della mobilitazione adiposa possono farlo assumendo l’Oleuropeina. Ora, non vi è nulla di certo e poco che superi la sottile linea tra ipotesi e dato realmente misurato, ma alcuni, soprattutto coloro i quali mal tollerano gli aumenti di bradichinina dati dagli ACE II inibitori, inseriscono questo supplemento erboristico nel tentativo di risolvere la sopra citata limitazione.
Peccato, però, che grazie a questa attività di agonista parziale del PPARγ, il Telmisartan può ridurre lo stoccaggio dei trigliceridi negli adipociti durante una dieta ipercalorica. In topi trattati per 28 giorni con ARB e ACE I, si è osservato un inferiore accumulo adiposo, minor peso corporeo, miglior controllo sull’assunzione di cibo rispetto ai topi non trattati con una dieta ad alto contenuto lipidico.
Nonostante, in teoria, l’effetto sul “grasso testardo” possa essere trattato anche attraverso il blocca del recettore dell’Angiotesina II, i dati a nostra disposizione ci mostrano una superiorità di azione e versatilità legata agli ACE II inibitori. L’uso di ARB, in particolar modo del Telmisartan, potrebbe avere un applicazione logica (se non si parla di soggetti obesi o in sovrappeso) nel gestione del grasso corporeo durante le fasi di ipercalorica, ad un dosaggio ipotetico di 40-80mg/die, al fine di ridurre l’accumulo adiposo e migliorare la qualità complessiva del peso raggiunto in Bulk.
Effetti collaterali degli ARB:
tachicardia e bradicardia (battito cardiaco accelerato o lento);
ipotensione (pressione sanguigna bassa);
edema (gonfiore di braccia, gambe, labbra, lingua o gola, quest’ultimo con conseguenti problemi di respirazione);
potenziale manifestazione di reazioni allergiche;
infezioni del tratto respiratorio superiore;
diarrea;
mal di schiena;
problemi renali;
iperkalemia.
Conclusioni:
Abbiamo visto come gli adrenocettori svolgono un ruolo importante nella biologia e nella fisiologia del tessuto adiposo, che comprende la regolazione della sintesi e dell’immagazzinamento dei trigliceridi (lipogenesi), la degradazione dei trigliceridi immagazzinati (lipolisi), la termogenesi (produzione di calore), il metabolismo del glucosio e la secrezione di ormoni derivati dagli adipociti che possono controllare l’omeostasi energetica dell’intero corpo. Questi processi sono regolati dal sistema nervoso simpatico attraverso l’azione di diversi sottotipi di adrenocettori espressi nei depositi di tessuto adiposo. In questa disamina, abbiamo evidenziato il ruolo dei sottotipi di adrenocettori negli adipociti bianchi, bruni e beige, e nel tessuto adiposo “testardo” ed abbiamo approfondito il ruolo potenziale degli ACE II inibitori nella modulazione sottoregolativa dell’attività degli α2-AR e l’impatto che questo può avere sul miglioramento della composizione corporea. Sono stati anche descritti gli effetti riscontrabili, nel medesimo contesto e fine, dei Sartani con le differenze tra l’applicabilità di questi confronto a quella degli ACE II inibitori.
Mentre il potenziale degli ACE II inibitori di migliorare la perdita di massa grassa in specie a carico dei depositi con una ratio sfavorevole tra α2:β2-AR, permettendo un importante sgravio sui dosaggi di α2-antagonisti, risulta un dato importante per la pianificazioni della preparazione alla gara, il potenziale effetto di riduzione del accumulo lipidico per attività di agonista parziale del PPARγ dato dal Telmisartan amplifica le applicazioni potenziali dei Sartani per il miglioramento della qualità del peso guadagnato in fase Bulk.
Ricordo, in fine, che tutto ciò che è stato detto è informazioni prettamente scientifica e non rappresenta in nessun modo un incitamento all’uso di farmaci fuori dalle linee di prescrizioni.
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