Nella prima parte di questo compendio sulla gestione ormonale e farmacologica delle bodybuilder abbiamo analizzato i dimorfismi sessuali ormonali, tissutali e metabolici essenziali da conoscere e comprendere per poter comprendere e gestire nella pratica tutte quelle differenze di genere che rendono la gestione di una atleta (in questa fattispecie estetica/bodybuilder) più complessa e delicata rispetto a quella di un soggetto di sesso maschile.
Ma iniziamo subito dalla gestione performante/estetica di base (vedi “Natty”) nelle atlete…
Il ciclo mestruale in sintesi
Il ciclo mestruale è una serie di cambiamenti naturali nella produzione ormonale e nelle strutture dell’utero e delle ovaie dell’apparato riproduttivo femminile che rendono possibile la gravidanza. Il ciclo ovarico controlla la produzione e il rilascio degli ovuli e il rilascio ciclico di estrogeni e Progesterone. Il ciclo uterino regola la preparazione e il mantenimento della mucosa uterina per accogliere un embrione. Questi cicli sono simultanei e coordinati, e normalmente durano tra i 21 e i 35 giorni, con una durata media di 28 giorni. Il menarca (l’inizio delle prime mestruazioni) si verifica solitamente intorno ai 12 anni; i cicli mestruali continuano per circa 30-45 anni.
Gli ormoni prodotti naturalmente regolano i cicli; l’aumento e la diminuzione ciclica dell’FSH stimolano la produzione e la crescita degli ovociti (cellule uovo immature). L’ormone estrogeno stimola l’ispessimento della mucosa uterina (endometrio) per accogliere un eventuale embrione in caso di fecondazione. L’irrorazione sanguigna della mucosa uterina ispessita fornisce i nutrienti necessari all’eventuale impianto dell’embrione. Se l’impianto non avviene, la mucosa si sfalda e si verifica una perdita di sangue. Innescata dalla diminuzione dei livelli di Progesterone, la mestruazione (comunemente chiamata “ciclo mestruale”) è lo sfaldamento ciclico della mucosa uterina ed è un segno che non si è verificata una gravidanza.
Durante il ciclo mestruale, i livelli di E2 variano del 200%. I livelli di Progesterone [P4] variano di oltre il 1200%.
Ogni ciclo si articola in fasi, determinate da eventi che si verificano nell’ovaio (ciclo ovarico) o nell’utero (ciclo uterino). Il ciclo ovarico comprende la fase follicolare, l’ovulazione e la fase luteale; il ciclo uterino comprende la fase mestruale, la fase proliferativa e la fase secretoria. Il primo giorno del ciclo mestruale è il primo giorno delle mestruazioni, che durano circa 5 giorni. Intorno al quattordicesimo giorno, di solito, l’ovaio rilascia un ovulo.
Il ciclo mestruale può causare in alcune donne la sindrome premestruale, con sintomi che possono includere tensione mammaria e stanchezza. I sintomi più gravi che influiscono sulla vita quotidiana sono classificati come disturbo disforico premestruale e colpiscono il 3-8% delle donne. Durante i primi giorni delle mestruazioni, alcune donne avvertono dolori mestruali che possono irradiarsi dall’addome alla schiena e alla parte superiore delle cosce.
Ciclo Ovulatorio
Tra la menarca e la menopausa, le ovaie alternano regolarmente la fase luteale e quella follicolare durante il ciclo mestruale mensile. Stimolate da quantità gradualmente crescenti di estrogeni nella fase follicolare, le perdite di sangue si arrestano e la mucosa uterina si ispessisce. I follicoli ovarici iniziano a svilupparsi sotto l’influenza di una complessa interazione di ormoni e, dopo diversi giorni, uno, o occasionalmente due, diventano dominanti, mentre i follicoli non dominanti si riducono e muoiono. Verso la metà del ciclo, circa 10-12 ore dopo l’aumento dell’ormone luteinizzante, noto come picco di LH, il follicolo dominante rilascia un ovocita, in un evento chiamato ovulazione.
Ciclo vitale del follicolo, dal follicolo primario destinato all’ovulazione fino all’ovulazione stessa, alla formazione del corpo luteo e alla sua regressione nell’ovaio.
Dopo l’ovulazione, l’ovocita vive per 24 ore o meno senza fecondazione, mentre i resti del follicolo dominante nell’ovaio diventano un corpo luteo, una struttura la cui funzione primaria è quella di produrre grandi quantità dell’ormone progesterone. Sotto l’influenza del progesterone, il rivestimento uterino si modifica per prepararsi al potenziale impianto di un embrione per stabilire una gravidanza. Lo spessore dell’endometrio continua ad aumentare in risposta ai crescenti livelli di estrogeni, che vengono rilasciati dal follicolo antrale (un follicolo ovarico maturo) nella circolazione sanguigna. I livelli massimi di estrogeni vengono raggiunti intorno al tredicesimo giorno del ciclo e coincidono con l’ovulazione. Se l’impianto non avviene entro circa due settimane, il corpo luteo degenera in corpo albicans, che non produce ormoni, causando un brusco calo dei livelli sia di progesterone che di estrogeni. Questo calo fa sì che l’utero perda il suo rivestimento durante le mestruazioni; È in questo periodo che si raggiungono i livelli più bassi di estrogeni.
In un ciclo mestruale ovulatorio, i cicli ovarico e uterino sono concomitanti e coordinati e durano tra i 21 e i 35 giorni, con una media nella popolazione di 27-29 giorni. La durata media del ciclo mestruale umano è simile a quella del ciclo lunare. Alcuni studi hanno suggerito che il ciclo mestruale sia sincronizzato con il ciclo lunare, sebbene l’opinione prevalente sia che non siano correlati.
Fase Follicolare
La Fase Follicolare, nota anche come fase preovulatoria o fase proliferativa, è la fase del ciclo estrale (o, nei primati ad esempio, del ciclo mestruale) durante la quale i follicoli ovarici maturano da follicoli primari a follicoli di Graaf completamente maturi. Termina con l’ovulazione. I principali ormoni che controllano questa fase sono la secrezione dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), che è anche l’ormone follicolo-stimolante (FSH), e dell’ormone luteinizzante (LH). Questi ormoni vengono rilasciati tramite secrezione pulsatile. La durata della fase follicolare può variare a seconda della lunghezza del ciclo mestruale, mentre la fase luteale è solitamente stabile, non subisce variazioni significative e dura 14 giorni.
Grazie all’aumento dell’ormone follicolo-stimolante (FSH) durante i primi giorni del ciclo, alcuni follicoli ovarici vengono stimolati. Questi follicoli, che si sono sviluppati per gran parte dell’anno attraverso un processo noto come follicologenesi, competono tra loro per il predominio. Tutti i follicoli tranne uno smettono di crescere, mentre un follicolo dominante – quello con il maggior numero di recettori per l’FSH – continua a svilupparsi fino alla maturità. I follicoli rimanenti muoiono in un processo chiamato atresia follicolare. L’ormone luteinizzante (LH) stimola ulteriormente lo sviluppo del follicolo ovarico. Il follicolo che raggiunge la maturità è chiamato follicolo antrale e contiene l’ovulo (cellula uovo).
Schema di “reclutamento follicolare” [Fase Follicolare]
Le cellule della teca sviluppano recettori che legano l’LH e, in risposta, secernono grandi quantità di androstenedione. Contemporaneamente, le cellule della granulosa che circondano il follicolo in maturazione sviluppano recettori che legano l’FSH e, in risposta, iniziano a secernere androstenedione, che viene convertito in estrogeni dall’enzima aromatasi. L’estrogeno inibisce l’ulteriore produzione di FSH e LH da parte dell’ipofisi. Questo feedback negativo regola i livelli di FSH e LH. Il follicolo dominante continua a secernere estrogeni e l’aumento dei livelli di estrogeni rende l’ipofisi più responsiva al GnRH proveniente dall’ipotalamo. Con l’aumento degli estrogeni, si innesca un feedback positivo che induce l’ipofisi a secernere più FSH e LH. Questo picco di FSH e LH si verifica solitamente uno o due giorni prima dell’ovulazione ed è responsabile della stimolazione della rottura del follicolo antrale e del rilascio dell’ovocita.
Ovulazione
Intorno al quattordicesimo giorno, l’ovulo viene rilasciato dall’ovaio. Questo processo, chiamato ovulazione, si verifica quando un ovulo maturo viene rilasciato dai follicoli ovarici nella cavità pelvica ed entra nella tuba di Falloppio, circa 10-12 ore dopo il picco del picco di LH. In genere, solo uno dei 15-20 follicoli stimolati raggiunge la piena maturità e viene rilasciato un solo ovulo. L’ovulazione si verifica solo in circa il 10% dei cicli durante i primi due anni successivi al menarca e, all’età di 40-50 anni, il numero di follicoli ovarici è esaurito. L’LH avvia l’ovulazione intorno al quattordicesimo giorno e stimola la formazione del corpo luteo. In seguito a un’ulteriore stimolazione da parte dell’LH, il corpo luteo produce e rilascia estrogeni, progesterone, relaxina (che rilassa l’utero inibendo le contrazioni del miometrio) e inibina (che inibisce l’ulteriore secrezione di FSH).
Il rilascio di LH fa maturare l’ovulo e indebolisce la parete del follicolo nell’ovaio, causando il rilascio dell’ovocita da parte del follicolo completamente sviluppato. Se viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita matura rapidamente in un ootide, che blocca gli altri spermatozoi e diventa un ovulo maturo. Se non viene fecondato da uno spermatozoo, l’ovocita degenera. L’ovulo maturo ha un diametro di circa 0,1 mm (0,0039 pollici), ed è la cellula umana più grande.
L’ovulazione tra le due ovaie – la sinistra o la destra – sembra essere casuale; non è noto alcun processo di coordinamento tra destra e sinistra. Occasionalmente entrambe le ovaie rilasciano un ovulo; se entrambi gli ovuli vengono fecondati, il risultato è la nascita di gemelli eterozigoti. Dopo essere stato rilasciato dall’ovaio nella cavità pelvica, l’ovulo viene spinto nella tuba di Falloppio dalle fimbrie, una frangia di tessuto all’estremità di ciascuna tuba. Dopo circa un giorno, un ovulo non fecondato si disintegra o si dissolve nella tuba di Falloppio, mentre un ovulo fecondato raggiunge l’utero in tre-cinque giorni.
La fecondazione avviene solitamente nell’ampolla, la sezione più ampia delle tube di Falloppio. Un ovulo fecondato avvia immediatamente il processo di sviluppo embrionale. L’embrione in via di sviluppo impiega circa tre giorni per raggiungere l’utero e altri tre giorni per impiantarsi nell’endometrio. Al momento dell’impianto ha raggiunto lo stadio di blastocisti: è in questo momento che inizia la gravidanza. La perdita del corpo luteo viene impedita dalla fecondazione dell’ovulo. Il sinciziotrofoblasto (lo strato esterno della blastocisti contenente l’embrione che in seguito diventa lo strato esterno della placenta) produce la gonadotropina corionica umana (hCG), che è molto simile all’LH e preserva il corpo luteo. Durante i primi mesi di gravidanza, il corpo luteo continua a secernere progesterone ed estrogeni a livelli leggermente superiori rispetto a quelli dell’ovulazione. Dopo di che e per il resto della gravidanza, la placenta secerne alti livelli di questi ormoni, insieme all’hCG, che stimola il corpo luteo a secernere più progesterone ed estrogeni, bloccando il ciclo mestruale. Questi ormoni preparano anche le ghiandole mammarie per la produzione di latte.
Fase Luteale
La fase luteale, che dura circa 14 giorni, è la fase finale del ciclo ovarico e corrisponde alla fase secretoria del ciclo uterino. Durante la fase luteale, gli ormoni ipofisari FSH e LH inducono le parti rimanenti del follicolo dominante a trasformarsi in corpo luteo, che produce progesterone. L’aumento del Progesterone inizia a indurre la produzione di estrogeni. Gli ormoni prodotti dal corpo luteo sopprimono anche la produzione di FSH e LH di cui il corpo luteo ha bisogno per mantenersi. Il livello di FSH e LH diminuisce rapidamente e il corpo luteo si atrofizza. La diminuzione dei livelli di Progesterone innesca le mestruazioni e l’inizio del ciclo successivo. Per una singola donna, la durata della fase follicolare varia spesso da ciclo a ciclo; al contrario, la durata della sua fase luteale sarà abbastanza costante da ciclo a ciclo, da 10 a 16 giorni (in media 14 giorni).
Ciclo Uterino in sintesi
Il Ciclo Uterino si articola in tre fasi: Mestruale, Proliferativa e Secretoria.
FaseMestruale
Ogni mese, le mestruazioni iniziano con la diminuzione dei livelli di estrogeni e progesterone e il rilascio di prostaglandine, che provocano la costrizione delle arterie spirali. Questo le fa contrarre, spasmare e rompere. L’afflusso di sangue all’endometrio viene interrotto e le cellule dello strato superiore dell’endometrio (strato funzionale) vengono private di ossigeno e muoiono. Successivamente, l’intero strato viene perso e rimane solo lo strato inferiore, lo strato basale. Un enzima chiamato plasmina scioglie i coaguli di sangue nel fluido mestruale, facilitando il flusso del sangue e il trasporto del rivestimento uterino sfaldato. Il flusso mestruale continua per 2-6 giorni, con una perdita di circa 30-60 millilitri di sangue, e indica che non si è verificata una gravidanza.
Il flusso di sangue normalmente indica che una donna non è incinta, ma questo non può essere considerato una certezza, poiché diversi fattori possono causare sanguinamento durante la gravidanza. Le mestruazioni si verificano in media una volta al mese, dalla menarca alla menopausa, che corrisponde agli anni fertili di una donna. L’età media della menopausa nelle donne è di 52 anni e in genere si verifica tra i 45 e i 55 anni. La menopausa è preceduta da una fase di cambiamenti ormonali chiamata perimenopausa.
L’eumenorrea indica un ciclo mestruale normale e regolare che dura circa i primi cinque giorni del ciclo. Le donne che soffrono di menorragia (mestruazioni abbondanti) sono più soggette a carenza di ferro rispetto alla media.
Durante il flusso, caratteristico di questa fase del Ciclo Uterino, l’organismo risente fortemente del crollo ormonale e del rilascio locale di molecole infiammatorie. Ciò comporta la comparsa di problematiche fisico-somatiche quali:
Dismenorrea: crampi intensi al basso ventre dovuti alle contrazioni dell’utero per espellere il tessuto.
Iperalgesia diffusa: la carenza di estrogeni abbassa la soglia del dolore, rendendo i tessuti più sensibili agli stimoli dolorosi.
Astenia marcata: profonda stanchezza fisica legata al dispendio energetico dell’emorragia e al calo di ferro.
Cefalea da astinenza ormonale: emicranie o mal di testa scatenati proprio dal brusco calo degli estrogeni.
Disturbi gastrointestinali: diarrea, nausea o stitichezza causate dalle prostaglandine che stimolano la muscolatura liscia intestinale.
Mentre la fase premestruale (Luteale) è dominata dall’instabilità, la fase mestruale vera e propria tende a manifestarsi con un ripiegamento delle energie psichiche. Questo porta alla comparsa di problematiche psico-emotive quali:
Spossatezza mentale: difficoltà a sostenere sforzi cognitivi prolungati o alti livelli di attenzione.
Bisogno di isolamento: una naturale propensione all’introspezione e a una minore tolleranza verso l’interazione sociale (social fatigue).
Vulnerabilità emotiva: ipersensibilità agli stimoli esterni, che può tradursi in pianto facile o senso di fragilità.
Disturbi del sonno: difficoltà a riposare bene a causa dei dolori fisici e della termoregolazione alterata.
È importante sottolineare che queste problematiche tendono a concentrarsi nei primi 2-3 giorni della mestruazione. Successivamente, l’ipofisi ricomincia a produrre l’FSH, stimolando la crescita di nuovi follicoli ovarici. Questo riavvia la produzione di estrogeni, portando a un rapido miglioramento dell’umore, della lucidità mentale e dell’energia fisica entro la fine del flusso.
Fase Proliferativa
La fase proliferativa è la seconda fase del ciclo uterino, durante la quale gli estrogeni stimolano la crescita e la proliferazione del rivestimento uterino. La parte finale della fase follicolare si sovrappone alla fase proliferativa del ciclo uterino. Con la maturazione, i follicoli ovarici secernono quantità crescenti di estradiolo, un estrogeno. Gli estrogeni innescano la formazione di un nuovo strato di endometrio nell’utero, con la presenza delle arteriole spirali.
Con l’aumento dei livelli di estrogeni, le cellule della cervice producono un tipo di muco cervicale con un pH più elevato e una viscosità inferiore al normale, rendendolo più favorevole agli spermatozoi. Questo aumenta le probabilità di fecondazione, che avviene tra l’undicesimo e il quattordicesimo giorno del ciclo. Questo muco cervicale si manifesta come una secrezione vaginale abbondante, simile all’albume d’uovo crudo. Per le donne che praticano la consapevolezza della fertilità, è un segno che l’ovulazione potrebbe essere imminente, ma non significa che l’ovulazione avverrà sicuramente.
Dal punto di vista psicofisico, questa fase è biologicamente considerata il periodo di massimo benessere, energia e vitalità della donna. Tuttavia, l’impennata dei livelli di estrogeni e il picco dell’LH in prossimità dell’ovulazione possono talvolta innescare specifiche problematiche psicofisiche in soggetti particolarmente sensibili.
Man mano che ci si avvicina all’ovulazione (fine della fase proliferativa), l’organismo subisce forti stimoli ormonali che possono causare:
Lieve spotting ovulatorio: piccole perdite di sangue causate dal temporaneo e repentino sbalzo ormonale appena prima del rilascio dell’ovocita.
Dolore ovulatorio (Mittelschmerz): fitte o crampi localizzati su un lato del basso addome, causati dalla rottura del follicolo o dalla stimolazione della parete ovarica.
Cefalea da picco estrogenico: sebbene il calo di estrogeni causi il mal di testa mestruale, in alcune donne anche il loro brusco innalzamento ormonale in prossimità dell’ovulazione può scatenare emicranie.
Tensione pelvica e perdite: l’aumento del muco cervicale (filante e acquoso) e l’aumentata vascolarizzazione uterina possono causare una sensazione di pesantezza al basso ventre.
Gli estrogeni stimolano fortemente la produzione di serotonina e dopamina, agendo come un potente “acceleratore” cerebrale. Quando questo stimolo è eccessivo o repentino, possono insorgere:
Ansia da iperattivazione: l’eccesso di energia e la stimolazione del sistema nervoso possono tradursi in uno stato di agitazione, iperattività, ansia o difficoltà a rilassarsi.
Insonnia iniziale: l’elevata lucidità mentale e l’energia fisica circolante possono rendere più difficile l’addormentamento.
Iper-reattività agli stimoli: una sensazione di nervosismo o di “frenesia”, guidata dall’istinto biologico che spinge alla ricerca del partner e all’attività.
Palpitazioni o tachicardia: lievi alterazioni neurovegetative transitorie legate al picco dell’ormone LH.
Mentre le fasi mestruale e secretoria (luteale) sono caratterizzate da un calo delle energie o da un ripiegamento riflessivo, la fase proliferativa è l’esatto opposto. Le problematiche in questo periodo non sono legate a deficit o crolli ormonali, ma a una risposta eccessiva del sistema nervoso alla forte stimolazione estrogenica. Per la maggior parte delle donne, comunque, questa fase rappresenta il picco mensile di produttività, ottimismo e resilienza allo stress.
Fase Secretoria
La fase secretoria è la fase finale del ciclo uterino e corrisponde alla fase luteale del ciclo ovarico. Durante la fase secretoria, il corpo luteo produce progesterone, che svolge un ruolo vitale nel rendere l’endometrio ricettivo all’impianto di una blastocisti (un ovulo fecondato che ha iniziato a svilupparsi). Glicogeno, lipidi e proteine vengono secreti nell’utero e il muco cervicale si addensa. Nelle prime fasi della gravidanza, il progesterone aumenta anche il flusso sanguigno e riduce la contrattilità della muscolatura liscia dell’utero e innalza la temperatura basale.
Se non si verifica una gravidanza, i cicli ovarico e uterino ricominciano.
Le problematiche psicofisiche in questo periodo si dividono nettamente in due momenti: una fase iniziale di adattamento al progesterone e una fase tardiva (premestruale) legata al crollo ormonale.
L’azione del Progesterone e la successiva caduta dei livelli ormonali impattano fortemente sul corpo:
Tensione mammaria e mastodinia: l’aumento di progesterone stimola la ghiandola mammaria, causando turgore, gonfiore e ipersensibilità al tatto.
Ritenzione idrica e gonfiore: l’equilibrio dei fluidi viene alterato, provocando accumulo di liquidi, pesantezza agli arti inferiori e gonfiore addominale.
Rallentamento gastrointestinale: il progesterone rilassa la muscolatura liscia; questo rallenta la digestione portando a stitichezza, meteorismo e senso di pesantezza.
Cefalea e dolori lombari: nella fase secretoria tardiva, il calo ormonale innesca processi infiammatori che si manifestano con mal di testa o dolori alla schiena.
Il Progesterone e il suo metabolita (Allopregnanolone) agiscono direttamente sui recettori cerebrali, influenzando l’umore e l’energia:
Letargia e stanchezza: l’effetto sedativo del progesterone sul sistema nervoso centrale può causare una forte astenia e una riduzione della resistenza fisica.
Instabilità emotiva e irritabilità: sebbene il progesterone sia inizialmente calmante, le repentine fluttuazioni della fase secretoria tardiva riducono la disponibilità di serotonina, scatenando sbalzi d’umore e rabbia biologica.
Annebbiamento mentale (Brain Fog): si riscontrano cali di concentrazione, stanchezza cognitiva e lievi deficit di memoria a breve termine.
Alterazioni del sonno e dell’appetito: l’innalzamento della temperatura corporea basale (indotto dal progesterone) può disturbare il riposo notturno, mentre i cambi ormonali aumentano il desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri.
Mentre la prima metà della fase secretoria è spesso asintomatica o caratterizzata solo da stanchezza e stipsi, è nella fase secretoria tardiva (gli ultimi 5-7 giorni del ciclo) che i sintomi si intensificano drammaticamente. Questo fenomeno costituisce la base biologica della Sindrome Premestruale (SPM) e del più grave Disturbo Disforico Premestruale (DDPM), le cui manifestazioni cessano quasi immediatamente con l’arrivo del flusso mestruale.
Influenza del Ciclo Mestruale (OMC) sull’allenamento della forza e sul recupero
Ricapitolando quanto visto fino ad ora, le mestruazioni si verificano in cicli di circa ventotto (28) giorni per le donne fertili sane. Il ciclo ovulatorio-mestruale (OMC) è importante per la riproduzione, controllato dal sistema endocrino, ed è comunemente diviso in tre (3) fasi: (1) la fase follicolare, (2) l’ovulazione e (3) la fase luteale. L’OMC può influenzare le donne in modi diversi con fluttuazioni di ormoni come Testosterone (T), Estrogeni (E), Progesterone (P), Ormone della Crescita (hGH) e Fattore di Crescita Insulino-Simile 1 (IGF-1). Gli steroidi sessuali femminili predominanti, estrogeni come l’Estradiolo (E2) e progestinici come il Progesterone (P), influenzano una moltitudine di sistemi biologici e svolgono un ruolo importante nelle prestazioni atletiche e nel recupero che allenatori e professionisti cercano di massimizzare.
Tabella che illustra un modello teorico dei diversi approcci formativi basati sulle variazioni ormonali di ciascuna fase del ciclo mestruale femminile. Fasi del ciclo ovulatorio-mestruale (CMO) e obiettivi di allenamento. Le diverse fasi del CMO, i relativi effetti e le prescrizioni di allenamento in un modello teorico.
L’uso dell’allenamento di forza è stato ampiamente dimostrato per migliorare le dimensioni e la funzione muscolare sia negli atleti maschi che nelle atlete femmine. L’allenamento di forza è ora utilizzato anche dalle atlete espressamente per migliorare le prestazioni. Grande importanza riveste il tema della periodizzazione del bodybuilding per le atlete, figure, bikini, wellness, fitness e concorrenti di bodybuilding anche prima del “salto enhanced”. In genere allenatori, professionisti e autori evitano di affrontare questo problema, nella migliore delle ipotesi e se lo fanno, purtroppo, peccano di estrema certezza nei loro punti e convinzioni. Il risultato per l’intera community non è certo dei migliori.
Periodizzazione vs. Programmazione
Periodizzazione: Il processo ciclico e a fasi di gestione della forma fisica e della fatica per ottimizzare l’adattamento, evitare il sovrallenamento non funzionale (NFOR), la sindrome da sovrallenamento (OTS) o gli infortuni, al fine di raggiungere il picco di prestazione in un dato momento.
Programmazione: La microgestione del processo di allenamento attraverso la manipolazione della selezione degli esercizi, del volume, dell’intensità, degli schemi di serie e ripetizioni (vedi la classificazione di Mladen), degli intervalli di riposo, della densità, della frequenza, della variazione, dello sforzo, ecc.
La periodizzazione si riferisce alla scienza delle strutture temporali (cicli) che regolano la predisposizione all’allenamento. La periodizzazione a blocchi è un concetto di periodizzazione, mentre l’allenamento simultaneo è un concetto di programmazione.
Stabilire il rapporto di causa-effetto tra le variazioni dell’attività ormonale durante il ciclo mestruale e la risposta all’esercizio fisico può essere complesso, sebbene rimanga una “finezza” nel complesso con grado di importanza maggiore più la atleta è avanzata. Innanzitutto, le modalità di allenamento aerobico e di resistenza sembrano produrre risposte ormonali diverse, e studi simili possono dare risultati differenti. I livelli ormonali nel sangue e nei tessuti sono influenzati dalla loro produzione da parte dell’organo di origine, dalla loro eliminazione dal flusso sanguigno e dal legame con i recettori bersaglio negli organi e nei tessuti. Quando sono liberi nel flusso sanguigno, gli ormoni steroidei come gli androgeni, gli ormoni surrenali e gli ormoni ovarici circolano e interagiscono con specifiche proteine di trasporto, con solo piccole quantità disponibili per i tessuti. È inoltre importante notare che anche l’allenamento e lo stato nutrizionale dell’atleta possono influenzare gli effetti metabolici e ormonali.
Tabella che confronta in un modello teorico come cambia l’obiettivo dell’allenamento in base alla fase follicolare e alla fase luteale del ciclo mestruale di una donna. Obiettivo dell’allenamento (compiti di periodizzazione) in base alla fase del ciclo mestruale – Effetti dell’allenamento in fase follicolare e luteale su massa e forza muscolare.
Durante la fase follicolare precoce (premestruale), le concentrazioni di Testosterone, estrogeni e Progesterone sono basse, con prove che le atlete sono più vulnerabili agli errori e all’incidenza di infortuni. Pertanto, l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulla rigenerazione e sul lavoro metabolico. Nella fase follicolare intermedia si raccomanda di aumentare l’intensità dell’allenamento man mano che i livelli di estrogeni e GH aumentano e quelli di progesterone diminuiscono. È stato anche suggerito che gli estrogeni abbiano un effetto positivo sui picchi di forza osservati durante la fase follicolare tardiva, appena prima dell’ovulazione, quando raggiungono il picco. Allo stesso tempo, i livelli di progesterone rimangono bassi, quindi l’allenamento dovrebbe concentrarsi sulle modalità metaboliche e di forza. Quindi, durante l’ovulazione e la fase luteale precoce, l’allenamento di forza dovrebbe essere ad alta intensità e basso volume. I livelli di testosterone, estrogeni e GH sono al loro massimo e gli esercizi dovrebbero coinvolgere i grandi gruppi muscolari degli arti superiori e inferiori e del tronco, come la panca piana, gli squat e i sollevamenti olimpici. Nella fase luteale media, i livelli di E rimangono stabili mentre i livelli di P aumentano. L’esercizio submassimale di lunga durata e bassa intensità sarà adatto a questa fase. Infine, la fase luteale tardiva è caratterizzata dal ritorno delle concentrazioni di testosterone, estrogeni e progesterone ai loro livelli più bassi e l’allenamento riprenderebbe e rimarrebbe simile alla fase follicolare precoce (premestruale).
Punti focali condivisi da altri modelli teorici di programmazione per le atlete in età fertile/pre-menopausa
Esistono altri modelli teorici sulla pianificazione della preparazione nelle atlete di forza/estetiche in età fertile/pre-menopausa. Famosa era quella proposta diversi anni fa da Lyle McDonald. Esistono comunque dei “punti focali” condivisi da questi modelli teorici:
Impatto delle Fasi sulla Fisiologia Muscolare e sull’Allenamento-
Fase Follicolare (dal Giorno 1 all’Ovulazione)
Profilo ormonale: Estrogeni in costante aumento, progesterone ai minimi.
Effetti fisiologici: L’estradiolo esercita un effetto neuroprotettivo e anabolico/anticatabolico, aumentando l’eccitabilità neuromuscolare e la sensibilità all’insulina. La capacità di tollerare i carboidrati e di stoccare glicogeno muscolare è massima.
Implicazioni per l’allenamento:
Forza e ipertrofia: Fase ideale per applicare il massimo volume e alta intensità (sovraccarico progressivo).
Recupero: Tempi di recupero tra le serie e tra i workout tendenzialmente più rapidi.
Fase Ovulatoria (intorno al Giorno 14)
Profilo ormonale: Picco massimo di estrogeni, picco di LH e FSH, inizio dell’ascesa del progesterone.
Effetti fisiologici: Si registra spesso il picco assoluto di espressione della forza massima (1RM). Contestualmente, gli alti livelli di estradiolo e la relaxina riducono la rigidità del collagene nei tendini e nei legamenti (aumentando la lassità articolare, ad esempio del legamento crociato anteriore).
Implicazioni per l’allenamento:
Test di forza: Ottima finestra per testare i massimali.
Prevenzione infortuni: Cura rigorosa del riscaldamento e del controllo motorio sugli esercizi multiarticolari ad alto carico (squat, stacchi).
3. Fase Luteale (dall’Ovulazione alle Mestruazioni)
Profilo ormonale: Progesterone elevato (con un secondo picco moderato di estrogeni a metà fase).
Effetti fisiologici:
Il progesterone è un ormone Catabolico/Termogenico: aumenta la temperatura corporea basale di 0,3–0,5 °C e il dispendio energetico a riposo, ma riduce l’efficienza della dissipazione del calore. Aumenta la percezione dello sforzo (RPE) a parità di carico e riduce la sensibilità insulinica sistemica, favorendo l’ossidazione dei grassi rispetto all’uso del glicogeno. L’attivazione dell’asse aldosterone-renina può causare ritenzione idrica intracellulare ed extracellulare.
Implicazioni per l’allenamento:
Gestione del carico: Fase idonea a un lavoro più orientato alla densità o a volumi moderati con autoregolazione (RIR/RPE).
Nutrizione: Può essere utile incrementare leggermente la quota di grassi salubri a scapito dei carboidrati se la tolleranza glicidica peggiora.
4. Tarda Fase Luteale / Premestruale (Sindrome Premestruale – PMS)
Profilo ormonale: Crollo drastico di estrogeni e progesterone.
Effetti fisiologici: Possibile presenza di crampi addominali, sonnolenza, sbalzi d’umore, infiammazione di basso grado ed emicrania.
Implicazioni per l’allenamento:
Ottima finestra per pianificare una settimana di scarico (deload) o per ridurre la frequenza delle sessioni se i sintomi interferiscono marcatamente con la prestazione.
Evidenze Scientifiche e Pratica sul Campo
Mentre la teoria endocrinologica suggerisce di periodizzare l’allenamento rigidamente sulle fasi del ciclo (es. Menstrual Cycle Phase-Based Training), la letteratura scientifica più recente (Colenso-Semple et al., 2023; McNulty et al., 2020) evidenzia che:
La variabilità inter-individuale è enorme: Alcune atlete mantengono inalterati i livelli di forza per tutto il mese, mentre altre risentono fortemente del calo ormonale premestruale.
L’autoregolazione supera gli schemi fissi: Usare la scala RPE (Rating of Perceived Exertion) o le RIR (Reps in Reserve) permette di adattare il carico in tempo reale al livello di recupero della giornata, senza forzare scarichi quando la prestazione è ancora elevata.
Punti Chiave
Per strutturare una periodizzazione basata sul ciclo mestruale (spesso definita Menstrual Cycle-Based Training), l’obiettivo principale è concentrare i picchi di stress allenante (volume e carichi massimali) quando l’ambiente ormonale è più favorevole, sfruttando l’autoregolazione per le fasi a minor capacità di recupero. Ecco un modello pratico strutturato su un ciclo teorico di 28 giorni.
Modello di Periodizzazione in 4 Fasi
Fase 1: Inizio Fase Follicolare / Mestruazione (Giorno 1–5)
Status Ormonale: Estrogeni e progesterone ai minimi.
Obiettivo: Gestione dei sintomi, mantenimento, eventuale scarico attivo.
Parametri di Allenamento:
Volume: Medio-basso (-20/30% rispetto allo standard).
Intensità: Moderata (RIR 2-3 / RPE 7-8).
Focus: Esercizi multiarticolari a carico controllato o macchine/cavi per ridurre lo stress sistemico se sono presenti crampi o letargia.
Strategia: Se i primi 1-2 giorni presentano sintomatologia acuta, è la finestra ideale per inserire il Deload (scarico programmato) o sedute di mobilità/cardio LISS.
Fase 2: Tarda Fase Follicolare (Giorno 6–13)
Status Ormonale: Estradiolo in ripida ascesa; progesterone basso.
Obiettivo: Massimo Accumulo di Volume e Ipertrofia.
Parametri di Allenamento:
Volume: Alto (picco di serie allenanti settimanali).
Intensità: Alta (RIR 1-2 / RPE 8-9).
Frequenza: È possibile allenare i gruppi muscolari con maggiore frequenza (es. 3-4 volte a settimana) grazie alla capacità di recupero stimolata dagli estrogeni.
Focus: Sovraccarico progressivo, lavoro a cedimento programmato su esercizi complementari e ad alto stress metabolico.
Fase 3: Fase Ovulatoria (Giorno 14–16)
Status Ormonale: Picco massimo di estrogeni e testosterone libero.
Obiettivo: Picco di Forza Massima (Intensificazione).
Parametri di Allenamento:
Volume: Moderato.
Intensità: Massima (RIR 0-1 / RPE 9-10, lavoro a basse ripetizioni: 1–5 RM).
Precauzioni: L’elevata lassità legamentosa indotta dal picco estrogenico richiede la massima attenzione tecnica negli esercizi a catena cinematica chiusa (Squat, Stacchi, Distensioni pesanti).
Nota: Riscaldamento articolare e avvicinamento ai carichi devono essere curati con estremo rigore in questa finestra.
Fase 4: Fase Luteale e Premestruale (Giorno 17–28)
Status Ormonale: Progesterone dominatore; calo progressivo finale di tutti gli ormoni.
Obiettivo: Mantenimento della forza, gestione dell’affaticamento centrale e autoregolazione.
Parametri di Allenamento:
Giorno 17–21 (Alta Fase Luteale): Mantenimento dell’intensità sui fondamentali, ma con leggera riduzione del volume totale (meno serie complementari).
Giorno 22–28 (Tarda Fase Luteale / Premestruale): Riduzione sia dell’intensità che del volume. Innalzamento del RIR (RIR 3-4).
Strategia Operativa: Passare all’uso della scala RPE/RIR anziché rincorrere percentuali fisse sul bilanciere. Se a causa della temperatura corporea più alta e del progesterone 80 kg percepiti “sembrano” 90 kg, si scala il carico mantenedo lo stimolo target senza accumulare fatica sistemica inutile.
Di seguito un esempio di come varia la gestione dei carichi e del volume sullo stesso esercizio guida (es. Squat) durante il mese:
Regola d’Oro: Individualizzazione e Logbook
I cicli eugonadici (naturali) non sono tutti identici a 28 giorni e molte atlete non risentono significativamente delle variazioni ormonali. Per applicare questo sistema al meglio:
Traccia il ciclo insieme al logbook degli allenamenti: Annotare per 2-3 mesi le prestazioni (tonnellaggio e RPE) contestualmente al giorno del ciclo.
Identifica i tuoi/suoi “punti critici”: Se noti che dal giorno 24 alla mestruazione la forza crolla del 10%, programma preventivamente lo scarico in quei giorni. Se invece la prestazione resta stabile, mantieni la progressione lineare standard senza forzare scarichi non necessari.
Nella fase luteale, l’innalzamento del progesterone e il parallelo calo della sensibilità insulinica determinano sia la tendenza a trattenere liquidi (tramite la stimolazione dell’asse aldosterone-renina) sia il fisiologico calo energetico e i craving di carboidrati (dovuti a una minor efficienza nell’uso del glicogeno e al calo della serotonina). Per contrastare questi sintomi e mantenere alte le prestazioni in palestra, è possibile intervenire con specifici accorgimenti nutrizionali e una mirata integrazione.
Gestione alimentare su modello teorica
Una strategia alimentare basata sul ciclo mestruale (o cycle syncing) sfrutta le fluttuazioni degli estrogeni e del progesterone per ottimizzare i livelli di energia, controllare la fame e ridurre i fastidi tipici come crampi e ritenzione idrica. Adattare i nutrienti alle diverse fasi permette di assecondare i cambiamenti metabolici del corpo femminile.
Strategia alimentari dettagliata per Fase
1. Fase Mestruale (Giorni 1 – 5)
Il corpo si trova in una fase di eliminazione dei tessuti. Le perdite ematiche riducono le riserve di Ferro, causando spesso stanchezza.
Cosa inserire: Alimenti ricchi di ferro biodisponibile (carne magra, bresaola) e fonti vegetali (lenticchie, ceci) abbinate sempre a vitamina C (limone, arance, kiwi) per massimizzarne l’assorbimento.
Azione antinfiammatoria: Pesce azzurro (salmone, sgombro) ricco di Omega-3 o integratore con ratio EPA:DHA di 4:2 per contrastare i crampi uterini.
Da limitare: Caffè, alcol ed un eccesso di Calcio e ECGC, poiché ostacolano l’assimilazione del Ferro e del Magnesio.
Pre-allenamento: Uno spuntino leggero con carboidrati facilmente digeribili (es. una banana o una fetta biscottata con miele) se i crampi lo consentono.
Post-allenamento: Proteine magre associate a fonti di vitamina C e ferro (es. bresaola con limone) per compensare le perdite ematiche.
2. Fase Follicolare (Giorni 6 – 12)
Gli estrogeni aumentano, migliorando significativamente la sensibilità all’Insulina e la tolleranza ai carboidrati.
Cosa inserire: Carboidrati complessi (riso integrale, pasta integrale, Farro) per assecondare i picchi di energia fisici.
Proteine strutturali: Fonti proteiche magre ad alto valore biologico (pollo, tacchino, uova) utili per supportare la maturazione dei follicoli e il recupero/crescita muscolare.
Pre-allenamento: Carboidrati complessi 2 ore prima dello sforzo. Se l’allenamento è lungo, inserire gel o intra-workout.
Post-allenamento: Finestra anabolica ottimale. Assumere carboidrati e proteine in rapporto 3:1 per un iniziale recupero muscolare ottimale.
3. Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15)
Il picco ormonale massimo può dare una sferzata di energia, ma richiede anche un lavoro extra da parte del fegato per smaltire gli ormoni usati.
Cosa inserire: Verdure della famiglia delle crocifere (broccoli, cavolfiore, rucola) che contengono sostanze utili a supportare la disintossicazione epatica.
Idratazione e fibre: Molta acqua e verdura cruda per evitare la stitichezza associata ai rapidi cambi ormonali.
Nutrizione strategica: Integrare con antiossidanti (NAC, Glutatione, Silimarina, Astaxantina, ecc…) per contrastare lo stress ossidativo dell’alta intensità.
4. Fase Luteale e Premestruale (Giorni 16 – 28)
Il progesterone sale, rallentando la motilità intestinale e aumentando il dispendio calorico a riposo (fino a 200-300 kcal in più al giorno), il che provoca la classica fame chimica (craving). La sensibilità insulinica peggiora.
Gestione dei carboidrati: Ridurre leggermente i carboidrati semplici e gli zuccheri raffinati, che aumenterebbero la ritenzione e i picchi di glicemia.
Grassi buoni e fibre: Spazio a grassi sani come avocado, frutta secca (mandorle, noci) e olio extravergine d’oliva, che stabilizzano il senso di sazietà.
Alleati del buonumore: Alimenti ricchi di magnesio e vitamina B6 (semi di zucca, banane) per stimolare la Serotonina e placare l’irritabilità.
Contro il gonfiore: Alimenti drenanti come finocchi, sedano e asparagi. Limitare i formaggi stagionati e i cibi industriali ricchi di sale.
Idratazione critica: Il Progesterone altera l’equilibrio dei fluidi. È fondamentale bere acqua con elettroliti (sodio, potassio, magnesio) prima, durante e dopo lo sforzo per evitare i crampi. Pre-allenamento: Uno spuntino a base di grassi e proteine (es. MCT con yogurt greco) se l’attività è prettamente aerobica o mista.
Punti chiave nutrizionali per fase:
Fase Follicolare (Giorni 6 – 12): La Fase Anabolica
È il momento migliore per costruire tessuto muscolare e spingere i carichi al massimo. La sensibilità all’insulina è ottimale, permettendoti di gestire quote elevate di carboidrati senza accumulare grasso.
Nutrizione: Imposta qui i giorni a carboidrati alti (High Carb). Concentra la maggior parte dei carboidrati complessi attorno all’allenamento (pre e post-workout) per saturare il glicogeno muscolare. Mantieni le proteine stabili.
In palestra: Focus su ipertrofia e forza. È la fase ideale per cercare il sovraccarico progressivo, aumentare il volume di lavoro o testare i massimali sui fondamentali (squat, panca, stacco).
Fase Ovulatoria (Giorni 13 – 15): Picco di Forza
Il picco di estrogeni e testosterone ti regala la massima espressione di forza del mese, ma la lassità legamentosa è al massimo.
Nutrizione: Mantieni i carboidrati medio-alti per sostenere l’intensità. Introduci una quota maggiore di antiossidanti per combattere lo stress infiammatorio dei carichi pesanti.
In palestra: Puoi sollevare carichi molto pesanti (basse ripetizioni, alta intensità), ma cura in modo maniacale il riscaldamento e la tecnica di esecuzione per evitare infortuni articolari.
Fase Luteale (Giorni 16 – 28): Gestione della Ritenzione e del Deload
Il progesterone aumenta il catabolismo muscolare, peggiora la sensibilità insulinica e favorisce la ritenzione idrica extracellulare, che può appannare la condizione visiva.
Nutrizione: Passa a giorni a carboidrati medio-bassi e grassi più alti (Low Carb / High Fat). I grassi sani aiutano a stabilizzare la glicemia e a frenare le voglie di dolce tipiche della fase premestruale. Aumenta l’apporto idrico e riduci il sodio discrezionale per contrastare la ritenzione.
In palestra: Nella prima metà della fase luteale puoi ancora allenarti intensamente. Negli ultimi 4-5 giorni prima del ciclo (fase premestruale), se la stanchezza e il gonfiore sono invalidanti, programma una settimana di scarico (deload) riducendo il volume del 30-40%.
Fase Mestruale (Giorni 1 – 5): Ripristino e Reclutamento Neutro
Il corpo si resetta. Il gonfiore svanisce rapidamente grazie al crollo del progesterone, rivelando spesso una condizione fisica più “dura” e definita.
Nutrizione: Riporta gradualmente i carboidrati a livelli medi. Assicura una quota proteica costante per preservare la massa magra e inserisci cibi ricchi di ferro per compensare le perdite.
In palestra: Ascolta il tuo corpo. Se i dolori sono forti, focalizzati su sessioni di pompaggio a carichi inferiori o aumenta i tempi di recupero tra le serie. Se non hai dolori, puoi ricominciare gradualmente a spingere.
Alterazioni nella digeribilità e assorbimento alimentare durante il ciclo mestruale
Il ciclo mestruale influenza direttamente sia la digestione sia la percezione dell’assorbimento degli alimenti attraverso le continue fluttuazioni degli ormoni e il rilascio di molecole infiammatorie. Gli estrogeni e il Progesterone non agiscono solo sull’utero, ma interagiscono anche con i recettori del tratto gastrointestinale, alterando la velocità del transito intestinale e la sensibilità viscerale lungo tutto il mese.
Gli effetti della fase mestruale (Durante il ciclo)
All’inizio delle mestruazioni, i livelli di Progesterone crollano e l’endometrio rilascia le prostaglandine, molecole che servono a far contrarre l’utero per espellere il sangue con i residui tissutali.
Accelerazione e crampi: le prostaglandine entrano nel flusso sanguigno e raggiungono l’intestino, stimolando contrazioni anomale della sua muscolatura.
Ipermotilità e diarrea: questo stimolo improvviso accelera il transito, riducendo il tempo a disposizione dell’intestino per riassorbire l’acqua dai cibi, provocando spesso feci liquide o diarrea.
Impatto sull’assorbimento e sul microbiota
Le variazioni ormonali modificano temporaneamente anche la composizione del microbiota intestinale e l’efficienza digestiva:
Alterazione della flora batterica: i cambiamenti della flora intestinale durante i giorni del flusso compromettono la corretta scomposizione e fermentazione dei nutrienti.
Nutrienti e infiammazione: lo stato infiammatorio generale può rendere l’intestino più permeabile o irritabile, modificando la tolleranza verso cibi elaborati, zuccheri raffinati o grassi saturi.
Questo legame è così stretto che chi soffre della sindrome del colon irritabile nota una drastica ciclicità nel peggioramento dei propri sintomi gastrointestinali in corrispondenza del calendario mestruale.
Le fluttuazioni cicliche di estradiolo e Progesterone creano un vero e proprio ecosistema dinamico all’interno dell’intestino. Gli ormoni sessuali influenzano il microbiota intestinale sia agendo direttamente sui recettori della mucosa, sia indirettamente modificando il tempo di transito e l’ambiente chimico intestinale.
La transizione tra la fase follicolare e quella luteale modifica la diversità e la composizione delle specie batteriche attraverso meccanismi ben precisi.
1. Fase Follicolare: il dominio dell’Estradiolo
Durante questa fase (dalla fine della mestruazione all’ovulazione), l’Estradiolo sale progressivamente fino a raggiungere il suo picco massimo. Ciò comporta:
Maggiore diversità microbica (Alpha Diversity): alti livelli di E2 sono associati a una maggiore ricchezza e stabilità delle specie batteriche nell’intestino. Un microbiota diversificato è sinonimo di un intestino resiliente.
Sostegno ai batteri benefici: l’E2 promuove la crescita di ceppi protettivi e antinfiammatori come i Lactobacillus e i Bifidobacterium. Questo avviene anche perché gli estrogeni stimolano la produzione di muco e la deposizione di glicogeno, che funge da nutrimento per questi batteri.
Il ruolo dell’Estroboloma: in questa fase è massimo il lavoro dell’estroboloma, un gruppo specifico di geni del microbiota intestinale capaci di produrre l’enzima beta-glucuronidasi. Questo enzima serve a “riattivare” gli estrogeni precedentemente metabolizzati dal fegato, consentendo il loro riassorbimento nel sangue e mantenendo l’equilibrio ormonale sistemico.
2. Fase Luteale: l’ascesa del Progesterone
Dopo l’ovulazione, il corpo luteo inizia a produrre grandi quantità di Progesterone, che domina l’intera seconda metà del ciclo.
Aumento della Beta Diversity (Variazione della composizione): la ricerca scientifica evidenzia che il passaggio alla fase luteale avanzata modifica la composizione complessiva dei microbi (beta-diversity) rispetto alla fase follicolare.
Shift verso batteri anaerobi e fermentativi: l’aumento del Progesterone correla con una leggera proliferazione di batteri opportunisti o anaerobi a scapito di alcuni ceppi eubiotici.
Rallentamento del transito e sub-disbiosi: il Progesterone riduce la motilità intestinale. Il cibo staziona più a lungo nel colon (aumento del tempo di transito), alterando il pH locale e favorendo la proliferazione di batteri fermentativi responsabili di meteorismo e gonfiore (idrogeno e metano-produttori).
3. La fase pre-mestruale e il crollo ormonale
Negli ultimissimi giorni della fase luteale, se non è avvenuto il concepimento, E2 e Progesterone crollano contemporaneamente in modo drastico.
Disbiosi transitoria e infiammazione: questo improvviso deficit ormonale, unito al rilascio locale di prostaglandine, destabilizza la barriera intestinale. La ridotta protezione immunitaria favorisce una temporanea condizione di disbiosi (squilibrio della flora batterica).
Perdita dei ceppi benefici: l’improvvisa carenza di estradiolo toglie il substrato ideale ai lattobacilli, mentre le scariche diarroiche tipiche del flusso mestruale (causate dall’ipermotilità intestinale) tendono a “lavare via” meccanicamente parte della flora microbica residente.
Potenziale integrazione di trattamento
Per contrastare le alterazioni della motilità intestinale e la disbiosi ciclica causate dalle fluttuazioni di E2 e Progesterone, l’integrazione alimentare deve mirare a due obiettivi: regolarizzare il transito (evitando la stipsi o la diarrea da ciclo) e supportare l’estroboloma e la barriera intestinale.
L’integrazione ideale si divide in base alla fase del ciclo e al sintomo prevalente.
1. Per l’equilibrio del microbiota (Tutto il mese)
Probiotici mirati (Lactobacillus e Bifidobacterium): Ceppi come Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus plantarum e Bifidobacterium lactis aiutano a mantenere intatta la barriera intestinale e supportano l’estroboloma nella corretta gestione degli estrogeni.
Prebiotici (Inulina a catena corta o PHGG): La gomma di guar parzialmente idrolizzata (PHGG) è un’ottima fibra solubile. Non crea gonfiore (a differenza di altre fibre) e nutre i batteri “buoni”, regolarizzando sia la stipsi che la diarrea.
2. Fase Luteale (Contro stipsi, gonfiore e craving)
Magnesio Citrato o Bisglicinato: È il minerale chiave in questa fase. Rilassa la muscolatura liscia dell’intestino (contrastando la stipsi da progesterone) e riduce i crampi uterini. Aiuta anche a modulare il sistema nervoso, riducendo la fame nervosa di dolci.
Enzimi digestivi (con lattasi e alfa-galattosidasi): Assunti prima dei pasti principali nella settimana che precede il ciclo, aiutano a scomporre carboidrati complessi e lattosio, riducendo drasticamente la fermentazione batterica e il conseguente gonfiore.
3. Fase Mestruale (Contro ipermotilità, diarrea e infiammazione)
Omega-3 (EPA e DHA): Acidi grassi essenziali ad alta azione antinfiammatoria. Contrastano la produzione eccessiva di prostaglandine, riducendo sia il dolore mestruale (dismenorrea) sia l’iper-attivazione dell’intestino che causa la diarrea.
Butirrato (o Acido Butirrico): È un postbiotico, ovvero il nutrimento principale delle cellule del colon. Assumerlo durante i giorni del flusso aiuta a “sfiammare” rapidamente la mucosa intestinale e a compattare le feci in caso di scariche.
4. Supporto metabolico degli estrogeni
Agnocasto (Vitex agnus-castus): Se il gonfiore intestinale e la disbiosi sono accompagnati da una forte sindrome premestruale (PMS), l’agnocasto può aiutare a bilanciare il rapporto tra estrogeni e progesterone a livello centrale.
Integratori potenziali per la FaseFollicolare
Durante la fase follicolare (giorni 6-12), il corpo di una bodybuilder sperimenta livelli crescenti di estrogeni, una eccellente sensibilità all’insulina e la massima capacità di stoccare glicogeno muscolare. È il momento ideale per spingere l’acceleratore sull’ipertrofia e sulla forza.
L’integrazione in questa fase deve essere finalizzata a massimizzare la potenza, ottimizzare la sintesi proteica e sostenere l’alto volume di allenamento.
1. Creatina Monoidrato
La creatina è l’integratore regina per il bodybuilding, ma in questa fase lavora in perfetta sinergia con il tuo stato ormonale.
Perché usarla ora: Gli estrogeni alti favoriscono l’ingresso dei nutrienti e dell’acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intracellulare). La creatina potenzia questo effetto, massimizzando il volume cellulare, la sintesi di ATP e la forza esplosiva nei sollevamenti sub-massimali.
Modalità di assunzione: Consigliata l’assunzione regolare giornaliera, preferibilmente insieme a un pasto post-workout ricco di carboidrati per sfruttare la spinta insulinica.
Visto che la fase follicolare è il momento in cui tolleri e utilizzi meglio i carboidrati, i tuoi allenamenti saranno probabilmente ad alto volume e ad alta densità.
Perché usarle ora: Le Ciclodestrine altamente ramificate o Cluster Dextrin forniscono un rilascio rapidissimo di glucosio ai muscoli senza appesantire lo stomaco. Sostengono la glicemia durante le sessioni intense di gambe o dorso, ritardando la fatica centrale e periferica.
Modalità di assunzione: Sciolte nella borraccia da sorseggiare durante l’allenamento.
3. Aminoacidi Essenziali (EAA) o Sieroproteine (Whey)
La capacità anabolica del corpo è al massimo, quindi i mattoni per la ricostruzione muscolare devono essere prontamente disponibili.
Perché usarli ora: Sostengono la sintesi proteica immediata nel pre, intra o post-allenamento. In combinazione con l’alto apporto di carboidrati di questa fase, massimizzano l’attivazione della via metabolica mTOR (responsabile della crescita muscolare).
Modalità di assunzione: Assunti come EAA durante l’allenamento oppure come Whey Isolate immediatamente dopo.
4. Citrullina Malato e Beta-Alanina (Pre-Workout e Intra o Post-Workout)
In questa fase ricerchi la massima performance e la massima congestione muscolare (pump).
Perché usarli ora: La citrullina malato aumenta la produzione di ossido nitrico, migliorando il flusso sanguigno e l’apporto di ossigeno e nutrienti ai muscoli sotto sforzo. La beta-alanina agisce da tampone contro l’acido lattico, permettendoti di completare quelle ripetizioni extra fondamentali per l’ipertrofia.
Modalità di assunzione: Utilizzate nel pre-workout circa 30-45 minuti prima dell’allenamento.
Integratori potenziali per la Fase Luteale
Durante la fase luteale (giorni 16-28), il corpo di una bodybuilder sperimenta il dominio del Progesterone. Questo ormone riduce la sensibilità all’insulina, aumenta leggermente il catabolismo muscolare, innalza la temperatura corporea (maggiore percezione della fatica) e favorisce la ritenzione idrica extracellulare.
L’integrazione peri-workout in questa fase cambia radicalmente: l’obiettivo si sposta sul controllo della glicemia, il contrasto al catabolismo, l’idratazione profonda e il supporto al sistema nervoso (spesso appesantito dal calo di serotonina premestruale).
Il progesterone altera l’equilibrio dei fluidi e del sodio nel corpo, causando ritenzione idrica e aumentando il rischio di crampi muscolari.
Perché usarli: Ripristinano l’idratazione intracellulare (portando l’acqua dentro il muscolo e togliendola da sotto la pelle) e mantengono intatta la conducibilità nervosa per la contrazione muscolare.
Timing: Da sorseggiare durante l’allenamento (Intra-workout).
2. Aminoacidi Essenziali (EAA) ad Alto Dosaggio
Poiché la sensibilità all’insulina peggiora e il catabolismo proteico è più marcato a causa del progesterone, l’uso massiccio di carboidrati intra-workout non è più la scelta ideale.
Perché usarli: Gli EAA proteggono la massa magra dal catabolismo durante l’allenamento senza stimolare eccessivamente l’insulina in un momento in cui il corpo è meno ricettivo verso i carboidrati.
Timing: Intra-workout insieme agli elettroliti.
3. Magnesio Bisglicinato e Vitamina B6
La fase luteale (specialmente l’ultima settimana premestruale) porta con sé stanchezza, calo del tono dell’umore e sonno disturbato.
Perché usarli: Il magnesio riduce i crampi uterini e muscolari, stabilizza il sistema nervoso e migliora la qualità del riposo notturno (fondamentale per il recupero muscolare). La vitamina B6 agisce in sinergia per regolare l’attività ormonale e supportare la produzione di serotonina.
Timing: Da assumere la sera prima di dormire.
4. Caffeina e Adattogeni (es. Ashwagandha)
La percezione dello sforzo in palestra aumenta notevolmente a causa della temperatura corporea basale più alta.
Perché usarli: La caffeina nel pre-workout aiuta a superare la letargia pre-ciclo. Gli adattogeni aiutano a modulare i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che tende a impennarsi in questa fase.
Timing: Pre-workout.
Principali differenze rispetto alla Fase Follicolare:
Meno Carboidrati Intra-workout: Sostituiti da un mix più robusto di EAA ed Elettroliti per evitare picchi glicemici e gestire la ritenzione.
Focus sul Sistema Nervoso: Maggiore attenzione all’uso di minerali rilassanti (Magnesio la sera) e stimolanti puliti nel pre-workout per contrastare la svogliatezza.
1. Per il Contrasto alla Ritenzione Idrica
Rapporto Sodio:liquidi e Sodio:Potassio:
Assicurarsi di assumere una quota sufficiente di liquidi [es. 0.5-1lt ogni 10Kg di peso] con un adeguato apporto di NaCl [ratio 0.5-1:1 NaCl:Lt] e una quota di Potassio pari a ratio media di 1:2 [1g Na:2g di K+; 1gNaCl= 400mg Na] .
Magnesio (Bisglicinato o Citrato), specie se in carenza e/o in necessità di correzione sulla parte assunta con il piano nutrizionale:
Dosaggio: 200–400mg/die (assunto preferibilmente la sera).
Meccanismo d’azione: Regola l’equilibrio elettrolitico e riduce la ritenzione idrica legata alle fluttuazioni ormonali premestruali. Modula inoltre la trasmissione neuromuscolare, riducendo crampi e ansia.
Non tagliare il Sodio: Ridurre drasticamente il sale da cucina attiva ulteriormente l’Aldosterone, peggiorando la ritenzione idrica. Mantieni il Sodio costante e rapporta adeguatamente la quota di Potassio tramite l’alimentazione (banane, spinaci, patate, avocado, finocchi) o l’integrazione.
Incrementa l’apporto idrico: Bere più acqua (30–40ml/kg di peso corporeo) segnala all’organismo di migliorare la compartimentalizzazione dell’acqua ed eliminare i liquidi in eccesso negli spazi extracellulari.
Bromelina:
La Bromelina è un rimedio naturale efficace per contrastare la ritenzione idrica nella fase luteale (giorni 15-28 del ciclo), ma non agisce come un classico diuretico forzato. Questo enzima, estratto principalmente dal gambo dell’ananas, contrasta il tipico gonfiore pre-mestruale intervenendo su microcircolazione, infiammazione e rallentamento digestivo provocati dal picco di progesterone.
Dosaggio: 2.000-10.000 GDU/die lontano dai pasti.
Meccanismo d’azione: degrada le strutture proteiche extracellulari che intrappolano i liquidi nei tessuti, facilitando il drenaggio linfatico di gambe e caviglie gonfie. Riduce l’eccessiva permeabilità dei vasi sanguigni, impedendo la fuoriuscita di liquidi che causa la ritenzione localizzata. Se presa in prossimità dei pasti, e dal momento che nella fase luteale la digestione rallenta, trattandosi di un enzima proteolitico, la Bromelina scinde le catene aminoacidi che compongono le proteine alimentari velocizzando lo svuotamento gastrico.
Vitamina B6 (Piridossina / P-5-P):
Dosaggio: 25–50 mg/die (spesso in sinergia con il Magnesio).
Meccanismo: Agisce come cofattore nella sintesi dei neurotrasmettitori e ha dimostrato una spiccata azione nel ridurre il gonfiore premestruale e la ritenzione di liquidi indotta dagli estrogeni.
Tè di Giava (noto anche come Orthosiphono Baffo di Gatto)
Il Tè di Giava è uno dei diuretici naturali più potenti per contrastare la ritenzione idrica nella fase Luteale.
Mentre la Bromelina agisce svuotando i tessuti congestionati grazie a un’azione antinfiammatoria, l’Orthosiphon lavora direttamente sui reni. Stimola l’escrezione di liquidi, sodio e cloro, contrastando l’azione dell’ormone Aldosterone che, sotto l’influsso del Progesterone, impenna la ritenzione idrica nei 14 giorni precedenti il ciclo.
Dosaggio: Generalmente dai 300mg ai 600mg al giorno di estratto secco titolato (in Sinensetina) .
Meccanismo d’azione: Il Progesterone stimola il riassorbimento del Sodio a livello renale. L’Orthosiphon ne forza l’escrezione urinaria, “sgonfiando” i tessuti. Incrementa sensibilmente il volume di urina prodotto senza però depauperare le riserve di Potassio dell’organismo, poiché la pianta stessa ne è naturalmente ricchissima. A differenza del tè verde o nero, il Tè di Giava ha livelli quasi nulli di Caffeina (circa lo 0.04%). Questo evita l’eccitazione e l’aumento del Cortisolo in acuto, che peggiorerebbero la ritenzione e soprattutto l’irritabilità tipiche della sindrome premestruale (PMS).
Tarassaco ed Equiseto
Il Tarassaco e l’Equiseto costituiscono una delle coppie fitoterapiche più efficaci e bilanciate per gestire la ritenzione idrica nella fase Luteale.
Mentre il Tarassaco agisce come un diuretico diretto e depurativo del fegato (organo chiave per metabolizzare l’eccesso di estrogeni e Progesterone), l’Equiseto favorisce l’eliminazione dei liquidi garantendo al contempo un’azione di forte rimineralizzazione, evitando la spossatezza tipica del periodo pre-mestruale.
La combinazione di queste due piante risponde perfettamente alle alterazioni ormonali degli ultimi 14 giorni del ciclo:
Tarassaco (Azione Diuretica e Splancnica): Definito in francese “pissenlit” per le sue spiccate proprietà diuretiche, stimola la diuresi in modo rapido. Contiene elevate quantità di potassio, il che compensa la naturale perdita di minerali legata all’aumento delle minzioni. Inoltre, sostiene la funzione epatica, aiutando il corpo a smaltire i cataboliti ormonali che causano ritenzione.
Equiseto (Azione Drenante e Rimineralizzante): Conosciuto come Coda Cavallina, è straordinariamente ricco di silicio organico, calcio e potassio. Agisce come un diuretico volumetrico (aumenta l’acqua eliminata) senza intaccare l’equilibrio degli elettroliti. Il silicio stimola inoltre il microcircolo, prevenendo la sensazione di gambe pesanti e doloranti tipica dei giorni precedenti il ciclo.
Dosaggio: 500mg-1.5g di estratto secco di Tarassaco diviso durante la prima parte della giornata; 250-900mg di estratto secco di Equiseto diviso in due assunzioni giornaliere.
Per contrastare efficacemente l’accumulo di liquidi, il protocollo va attuato esclusivamente dal giorno 15 del ciclo fino alla comparsa del flusso mestruale.
L’efficacia terapeutica di questo protocollo richiede attenzione in presenza di determinate condizioni fisiche o patologie:
Problematiche Gastriche: Il Tarassaco stimola fortemente le secrezioni gastriche. È controindicato o da usare con estrema cautela in caso di gastrite, reflusso gastroesofageo o ulcera peptica.
Calcoli Biliari: Il Tarassaco ha un effetto coleretico (stimola la produzione di bile). Non va assunto se si soffre di ostruzione delle vie biliari o calcolosi senza parere medico.
Farmaci Diuretici o Cardioaspirina: Evitare l’assunzione concomitante con diuretici di sintesi (es. furosemide) o farmaci per la pressione per scongiurare cali pressori o squilibri di potassio.
2. Per il Contrasto al Calo Energetico e ai Craving
L-Triptofano o 5-HTP:
Dosaggio: 100–300mg di 5-HTP (o 500mg-1.5g di L-Triptofano) a fine giornata.
Modalità esemplificative di applicazione integrativa:
Fase Follicolare (Giorni 1-14): Sospensione o dosaggio minimo. Gli estrogeni sono alti, l’umore è stabile e la fame nervosa è biologicamente ai minimi.
Fase Luteale (Giorni 15-28): Inizio dell’assunzione mirata. Si assume preferibilmente nel tardo pomeriggio (ore 17:00-18:00), il momento della giornata in cui i livelli di serotonina calano fisiologicamente e si scatena il picco di fame nervosa o il desiderio di dolci dopo cena.
Meccanismo d’azione:L-Triptofano e 5-HTP (5-Idrossitriptofano) [ quest’ultimo sintetizzato dal&nb sp;sistema nervoso centrale a partire dall’amminoacido L-Triptofano, attraverso l’azione dell’enzima Triptofano Idrossilasi] riducono, con impatto d’ordine d’ifferente, la fame nervosa aumentando i livelli di Serotonina nel cervello, il neurotrasmettitore chiave per la regolazione dell’umore, del senso di sazietà e del controllo degli impulsi alimentari, in particolare verso alimenti glucidici e ricchi di zuccheri e grassi [vedi anche “altamente palatabili”].
Ricordiamoci che nella seconda metà del ciclo (giorni 15-28), i livelli di estrogeni calano rapidamente. Gli estrogeni stimolano normalmente la produzione e la stabilità della Serotonina nel cervello. Quando questi ormoni diminuiscono, si verifica un vero e proprio deficit biochimico di Serotonina.
Questo deficit si traduce nei classici sintomi della Sindrome Premestruale (PMS) tra i quali troviamo la “fame chimica” e craving di carboidrati/dolci (il cervello cerca gli zuccheri per stimolare l’Insulina, che a sua volta favorisce l’ingresso del Triptofano nel cervello per produrre Serotonina).
In fase luteale, lo stress percepito è maggiore e i livelli di Cortisolo tendono ad alzarsi. Il Cortisolo elevato attiva un enzima chiamato triptofano 2,3-diossigenasi (TDO), che devia il Triptofano alimentare verso un’altra via (la via della kynurenina), impedendogli di diventare Serotonina.
Il Triptofano integrato in dosi mirate tenta di saturare questa via per lasciarne una quota libera per il cervello.
Il 5-HTP ha un vantaggio decisivo in questa fase: non risente del blocco enzimatico Cortisolo-indotto. Salta l’enzima TDO e si converte direttamente in Serotonina nel cervello, spegnendo la fame nervosa da stress ormonale in modo molto più rapido.
Inoltre, il Progesterone, alto nella fase luteale, stimola l’appetito a livello ipotalamico per preparare il corpo a una potenziale gravidanza (aumentando il dispendio energetico basale). Elevando i livelli di Serotonina con 5-HTP o Triptofano, si attivano i recettori 5-HT2C nell’ipotalamo. Questo segnale contrasta la spinta iperfagica del Progesterone, ripristinando il normale senso di sazietà precoce durante i pasti.
Ovviamente, gran parte della fame nervosa pre-mestruale non è dettata da vera necessità calorica, ma dalla ricerca di un effetto sedativo o compensatorio contro l’ansia e la tristezza. L’aumento di Serotonina migliora il tono dell’umore nei giorni critici precedenti il flusso, eliminando il bisogno psicologico di usare il cibo come “automedicazione”.
Interazioni farmacologiche: le interazioni farmacologiche del 5-HTP e del Triptofano sono classificate come maggiori e potenzialmente gravi. Poiché entrambe le sostanze aumentano direttamente la produzione di Serotonina nel sistema nervoso centrale, il rischio principale legato alle loro interazioni è lo sviluppo della sindrome serotoninergica, un’emergenza medica causata da un eccesso tossico di Serotonina nel cervello.
Le interazioni comprendono le seguenti classi di farmaci:
La combinazione con molecole che aumentano la permanenza o la produzione di serotonina crea un effetto cumulativo pericoloso.
SSRI (Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina): es. Fluoxetina, Sertraline, Citalopram, Paroxetina.
SNRI (Inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina): es. Venlafaxina, Duloxetina.
Triciclici: es. Clomipramina, Amitriptilina.
iMAO (Inibitori delle monoamino ossidasi): es. Tranilicipromina, Moclobemide. L’uso concomitante con iMAO blocca la degradazione della serotonina, esponendo al massimo rischio di crisi ipertensive gravi.
-Farmaci per l’Emicrania (Triptani)
I Triptani agiscono stimolano direttamente i recettori della Serotonina per costringere i vasi sanguigni cerebrali.
Effetto: L’associazione con 5-HTP o Triptofano amplifica la stimolazione recettoriale, aumentando il rischio di vasocostrizione eccessiva e sindrome serotoninergica.
-Analgesici Oppioidi Centrali
Alcuni antidolorifici ad azione centrale possiedono proprietà intrinseche di inibizione della ricaptazione della serotonina.
Effetto: La combinazione ne innalza bruscamente i livelli sinaptici.
-Antibiotici Specifici (Linezolid)
Il Linezolid è un antibiotico utilizzato per infezioni gravi che agisce anche come un debole inibitore reversibile delle MAO (iMAO). Non deve mai essere associato a precursori della serotonina per evitare tossicità neurologica.
-Farmaci per il Parkinson (Carbidopa)
La Carbidopa blocca la conversione periferica del 5-HTP, aumentandone la quota che arriva al cervello. Questa interazione può causare un eccesso di serotonina e, in rari casi documentati, alterazioni cutanee infiammatorie simili alla sclerodermia.
-Destrometorfano (Antitussivi comuni)
Presente in molti sciroppi per la tosse da banco, il destrometorfano ha proprietà serotoninergiche. L’uso con 5-HTP o Triptofano richiede estrema cautela.
Interazione 5-HTP + Triptofano insieme: Anche l’assunzione simultanea dei due integratori è considerata un’interazione maggiore da evitare. Sovrapporre due molecole della stessa catena metabolica sovraccarica il sistema senza apportare benefici reali, aumentando solo gli effetti collaterali gastrici (nausea, reflusso).
Relora®
La Relora® è un complesso brevettato a base di estratti vegetali specificamente formulato per contrastare lo stress, l’ansia e la fame nervosa.
A differenza del 5-HTP o del Triptofano, che agiscono aumentando direttamente la Serotonina, la Relora riduce l’appetito emotivo modulando l’Asse HPA e normalizzando i livelli di Cortisolo, l’ormone che, se elevato, spinge il corpo a cercare cibi grassi e zuccheri.
Il brevetto si compone di una sinergia standardizzata di due cortecce utilizzate da secoli nella Medicina Tradizionale Cinese:
Magnolia (Magnolia officinalis): Contiene due potenti principi attivi, l’Onochiolo e il Magnololo, noti per le loro proprietà rilassanti, ansiolitiche e di rilassamento muscolare.
Sughero dell’Amur (Phellodendron amurense): Ricco di Berberina, una molecola ampiamente studiata per il supporto alla regolazione della glicemia e per la sensibilità all’insulina.
Meccanismo d’azione: La Relora agisce come un adattogeno non sedativo, permettendo di gestire l’ansia diurna senza causare sonnolenza:
Abbassamento del Cortisolo: Studi clinici dimostrano che l’assunzione di Relora può ridurre i livelli di cortisolo salivare fino al 18% in soggetti moderatamente stressati. Meno cortisolo significa un segnale biologico interrotto verso l’accumulo di grasso addominale e la fine del craving di zuccheri.
Modulazione dei Recettori GABA: I principi attivi della Magnolia si legano ai recettori GABA-A nel cervello, simulando l’effetto calmante dei neurotrasmettitori rilassanti. Questo disinnesca l’ansia immediata e la tensione emotiva che portano all’abbuffata compensatoria (binge eating).
Controllo Glicemico e della Sazietà: Grazie alla presenza di Berberina, aiuta a stabilizzare i livelli di glicemia ematica. Evitando possibili fluttuazioni glicemiche, riduce drasticamente gli attacchi improvvisi di fame.
La Relora trova un’ottima applicazione nella gestione dei sintomi della Sindrome Premestruale (PMS):
Contrasta l’irritabilità: Riduce i parametri di rabbia, stanchezza e confusione tipici del crollo degli estrogeni nei giorni precedenti il flusso.
Blocca lo stress-eating da Progesterone: Il Progesterone aumenta la suscettibilità allo stress; la Relora agisce da scudo ormonale protettivo eliminando la ricerca di “comfort food”.
Dosaggi: i dosaggi comunemente impiegati negli studi e nei prodotti in commercio prevedono:
Interazioni Farmacologiche: Pur non agendo direttamente sulle vie della Serotonina come il 5-HTP, è raccomandata cautela e il parere del medico se si assumono psicofarmaci, ansiolitici (benzodiazepine) o antidepressivi, per evitare un potenziamento eccessivo dell’effetto rilassante.
Diidroberberina [DHB]
Struttura molecolare di Diidroberberina [DHB]
La Diidroberberina rappresenta l’evoluzione di sintesi della Berberina classica poiché vanta una biodisponibilità fino a 5 volte superiore e, richiedendo dosaggi molto più bassi, azzera o quasi i possibili comuni effetti collaterali gastrointestinali (come crampi, diarrea o stitichezza).
Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti le mestruazioni), il picco di Progesterone altera la normale sensibilità all’Insulina. Molte donne sperimentano una transitoria resistenza insulinica periferica: le cellule subiscono una alterazione nell’uptake di glucosio, i livelli glicemici subiscono brusche oscillazioni e il cervello, percependo una non sussistente carenza di energia, risponde scatenando un desiderio incontrollabile di carboidrati e zuccheri raffinati.
Attivazione dell’enzima AMPK: Definita un “mimo dell’esercizio fisico”, la DHB attiva la proteina chinasi AMP-attivata (AMPK). Questo processo forza le cellule muscolari a catturare il glucosio circolante senza sovraccaricare il pancreas, stabilizzando istantaneamente la glicemia.
Stimolazione del GLP-1: La DHB favorisce la secrezione endogena di GLP-1 (l’ormone della sazietà secreto dall’intestino). L’aumento di GLP-1 rallenta lo svuotamento gastrico e invia un segnale di appagamento biologico all’ipotalamo, spegnendo la ricerca compulsiva di cibo.
Modulazione dell’Insulina: Riducendo l’iperinsulinemia tipica della seconda metà del ciclo, impedisce i successivi “crolli ipoglicemici reattivi”, che sono i veri responsabili degli attacchi di fame chimica pre-mestruale.
A differenza della Berberina standard (che richiede 500-1500mg frazionati), il brevetto standardizzato di Diidroberberina (spesso commercializzato come GlucoVantage®) è efficace a dosaggi ridotti:
Interazioni farmacologiche: la Diidroberberina ha un impatto metabolico sovrapponibile a quello di alcuni farmaci:
Inibitori del CYP450: La Berberina inibisce alcuni enzimi epatici (come il CYP3A4), potendo aumentare la concentrazione ematica di farmaci concomitanti (es. alcune statine o sedativi).
Farmaci Ipoglicemizzanti: Non deve mai essere associata a farmaci per il diabete o per l’insulino-resistenza come la Metformina a meno di prescrizioni specifiche dello specialista, e quindi senza stretto controllo medico, a causa del rischio sinergico di ipoglicemia.
Myo-inositolo e Cromo Picolinato
La combinazione di Myo-inositolo e Cromo Picolinato è una delle strategie più solide e sicure per gestire la sensibilità all’insulina, i blocchi metabolici e i craving di zuccheri nella fase luteale.
Mentre molecole più potenti come la diidroberberina o la berberina agiscono con un meccanismo quasi sovrapponibile a quello dei farmaci e presentano diverse controindicazioni, l’associazione di Myo-inositolo (un composto naturale appartenente alla famiglia delle vitamine del gruppo B) e Cromo (un minerale traccia essenziale) lavora come un nutraceutico di supporto fisiologico, ideale anche per l’uso sul lungo periodo.
Meccanismo d’azione: la combo Myo-Inositolo/Cromo Picolinato interviene su due livelli cellulari distinti:
1. Cromo Picolinato: Il “Chiavistello” del Recettore
Il cromo è il componente fondamentale del Fattore di Tolleranza al Glucosio (GTF).
Agisce all’esterno della cellula: si lega al recettore dell’insulina e ne amplifica l’attività, permettendo all’ormone di legarsi in modo più efficace.
Aumenta l’espressione dei trasportatori GLUT4 sulla superficie cellulare, facilitando l’ingresso del glucosio nel muscolo anziché lo stoccaggio nel tessuto adiposo.
2. Myo-Inositolo: Il “Messaggero” Intracellulare
Agisce all’interno della cellula come secondo messaggero (sotto forma di inositolo-fosfoglicano).
Una volta che l’insulina si è legata al recettore, il Myo-inositolo traduce il segnale chimico in un’azione pratica, dicendo alla cellula di consumare quel glucosio per produrre energia (glicolisi).
A livello ovarico, migliora la qualità ovocitaria e regolarizza il ciclo, motivo per cui è il gold standard nel trattamento della PCOS (Sindrome dell’Ovaio Policistico).
Per contrastare la ritenzione, la fame nervosa e la stanchezza pre-mestruale, i dosaggi standard della letteratura scientifica prevedono:
Sicurezza e Vantaggi Rispetto alla Berberina
Tollerabilità Gastrointestinale Eccellente: Non causa i disturbi intestinali (diarrea, crampi) spesso tipici della Berberina classica.
Supporto Neurochimico: Il Myo-inositolo è coinvolto anche nella segnalazione della Serotonina; pertanto, oltre all’effetto metabolico sulla glicemia, esercita un blando effetto positivo sul tono dell’umore e sull’ansia pre-mestruale.
Creatina Monoidrato
La Creatina Monoidrato è un integratore altamente strategico durante la fase luteale, non solo per la performance sportiva ma anche per contrastare i tipici sintomi neurologici, l’affaticamento mentale e la spossatezza della sindrome premestruale (PMS).
Ovviamente, la Creatina non peggiora la ritenzione idrica extra-cellulare (quella che fa sentire gonfie e pesanti in fase luteale), ma favorisce un’idratazione intra-cellulare benefica per il muscolo e per il cervello.
Meccanismo d’azione: Durante la fase luteale (i 14 giorni precedenti il ciclo), i livelli di estrogeni e progesterone subiscono repentine oscillazioni. Questo impatta direttamente sulla sintesi e sulla biodisponibilità della creatina endogena. Gli studi scientifici dimostrano che l’efficacia e il fabbisogno di Creatina nella donna sono strettamente legati alle fasi ormonali:
1. Contrasto alla Spasticità Uterina e ai Crampi
I livelli elevati di progesterone aumentano il catabolismo proteico e possono ridurre l’efficienza energetica muscolare. La creatina ripristina rapidamente le riserve di ATP (energia cellulare), aiutando a gestire meglio la fatica muscolare e riducendo l’intensità dei crampi della fase pre-mestruale e mestruale.
2. Supporto Neurologico e contro il “Brain Fog”
Il crollo degli estrogeni riduce la disponibilità di creatina nel lobo frontale del cervello, l’area deputata al controllo dell’umore, della cognizione e del sonno. L’integrazione di creatina in questa fase:
Migliora la lucidità mentale e riduce la nebbia cognitiva (brain fog).
Allevia i sintomi di stanchezza mentale legati alla privazione del sonno, molto comune nella settimana pre-mestruale.
Supporta il tono dell’umore contrastando i sintomi depressivi transitori della PMS.
3. Ritenzione Idrica: Facciamo Chiarezza
Molte donne temono la creatina per paura di gonfiarsi. In realtà, la ritenzione indotta dalla fase luteale è extra-cellulare (liquidi che ristagnano nei tessuti cutanei a causa dell’aldosterone). La creatina, invece, richiama acqua all’interno della cellula muscolare (idratazione intra-cellulare). Questo processo:
Rende il muscolo visivamente più tonico, non “gonfio d’acqua”.
Migliora lo stato idrico generale dell’organismo, aiutando paradossalmente a smuovere i liquidi stagnanti extra-cellulari se abbinata a un corretto apporto idrico.
Per trarre il massimo beneficio dalla creatina in relazione al ciclo mestruale, la scienza suggerisce un approccio cronico anziché l’assunzione occasionale:
Nota sulla ciclicità: Sebbene sia ideale assumerla continuativamente per tutto il mese per mantenere saturate le riserve muscolari e cerebrali, alcune atlete aumentano il dosaggio da 3g a >>5g specificamente durante la fase luteale per massimizzare il supporto cognitivo e contrastare il picco di stanchezza.
Cosa concludere dei modelli preparatori basati sul ciclo mestruale?
Pianificare la preparazione sul ciclo mestruale significa lavorare con il proprio corpo e non per schemi universali prefissati, come già accennato in precedenza. Non significa stravolgere i fondamentali del bodybuilding (sovraccarico progressivo, quota proteica, costanza), ma significa modularne l’intensità e il timing dei nutrienti secondo feedback soggettivi [quindi variabili individuali] per progredire costantemente alla massima efficienza possibile.
La variabile della Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica [“vecchia” Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS)]
La Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS) [da maggio 2026, attraverso un consenso globale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, viene denominata ufficialmente Sindrome Ovarica Poliendocrino-Metabolica, nota a livello internazionale con l’acronimo PMOS (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome)] influenza la preparazione di una bodybuilder attraverso una complessa interazione ormonale che agisce come un’arma a doppio taglio, offrendo un potenziale vantaggio nella costruzione della massa muscolare ma ostacolando severamente la perdita di grasso e il recupero. La gestione del percorso agonistico richiede una calibrazione accurata della dieta, dell’allenamento contro-resistenza, delle sessioni cardio e dello stress endocrino per aggirare la flessibilità metabolica ridotta tipica della patologia.
Impatto sulle Prestazioni e sulla Crescita (Off-Season)
L’ambiente endocrino della PMOS altera i normali feedback ipertrofici del Bodybuilding
Sviluppo muscolare accelerato: I livelli basali più elevati di Testosterone libero e la disregolazione androgenica facilitano l’espressione della forza massimale. Questo permette guadagni di massa magra significativi durante le fasi di surplus calorico rispetto alle atlete eugonadiche.
Resistenza anabolica periferica: L’insulino-resistenza associata ostacola la corretta veicolazione/ripartizione dei macronutrienti e, quindi, degli aminoacidi nel miocita, richiedendo strategie alimentari specifiche per sfruttare l’induzione dell’ipertrofia.
Impatto sulla Definizione (Cut o Contest Prep)
La fase di cutting rappresenta la sfida principale per l’atleta affetta da PMOS:
Blocco del dimagrimento: L’iperinsulinemia cronica agisce come un potente alteratore della lipolisi. Il corpo tende a preservare il tessuto adiposo, specialmente nella zona viscerale e addominale, riducendo l’efficienza mobilitatoria dei deficit calorici standard.
Ritenzione idrica e infiammazione: Gli sbalzi nel rapporto estrogeni/progesterone, uniti a livelli cronici di infiammazione sistemica di basso grado, causano forte ritenzione extracellulare. Questo ostacola la valutazione oggettiva della condizione muscolare (“look” velato sul palco o in spiaggia).
Strategie di Gestione della Preparazione
La preparazione di una atleta con PMOS non può seguire i protocolli standard basati su restrizioni estreme e cardio estenuante.
1. Manipolazione dei Carboidrati e Macronutrienti
Fonti di CHO a lento assorbimento: Prediligere fonti di carboidrati complessi ricchi di fibre per regolare meglio la glicemia ed evitare fluttuazioni glicemiche controproducenti in un ambiente metabolico tendenzialmente IR.
Timing strategico: Concentrare la quota maggiore di carboidrati esclusivamente nella finestra peri-workout, sfruttando la traslocazione insulino-indipendente dei trasportatori GLUT-4 indotta dalla contrazione muscolare.
Grassi salubri: Mantenere un apporto lipidico controllato ma denso di acidi grassi essenziali [Omega-3] per mitigare lo stato infiammatorio.
2. Programmazione del Cardio e dell’Allenamentoin sala pesi
Cardio a bassa intensità (LISS): Evitare sessioni estenuanti di corsa o circuiti metabolici ad altissimo impatto. Scegliere camminate in pendenza sul tapis roulant o Byke senza stressare il sistema nervoso.
Allenamento contro resistenze denso: Sessioni di sollevamento pesi intense e concentrate, mantenendo un volume totale gestibile per non eccedere nella risposta stressogena endocrina.
Scheda esemplificatica per una Bodybuilder con PMOS (Upper/Lower Split)
3. Monitoraggio e gestione dello Stress
Un eccesso di stress psicofisico (tipico delle ultime settimane di prep o Cut ) aumenta il Cortisolo in cronico, il quale peggiora direttamente l’insulino-resistenza e altera il dimagrimento.
Integrare protocolli di scarico periodici strutturati ed assicurare una qualità del sonno impeccabile per supportare i processi metabolici.
4. Integrazione Specifica per la Sensibilità Insulinica
Inositolo (Myo-inositolo e/o D-chiro-inositolo): ottimo per migliorare la funzionalità dei recettori insulinici a livello cellulare.
Diidroberberina e/o Acido R-Alfa-Lipoico: Supporti metabolici utili per migliorare l’IR e la stabilità della glicemia ematica durante le fasi di carico dei carboidrati.
Omega-3 e Antiossidanti: Utilizzo costante di acidi grassi EPA/DHA e Coenzima Q10 per modulare l’infiammazione sistemica ovarica e tissutale.
La Metformina è un farmaco ipoglicemizzante/insulino-sensibilizzante ampiamente utilizzato “off-label” nella gestione della Sindrome dell’Ovaio Policistico (PMOS), mirato principalmente a contrastare l’insulino-resistenza che colpisce fino all’80% delle donne affette da questa condizione. Sebbene sia nata come farmaco di prima scelta per il diabete di tipo 2, la sua capacità di migliorare l’azione dell’Insulina si traduce in significativi benefici ormonali, riproduttivi e metabolici per le pazienti con PMOS.
Migliora la sensibilità periferica all’insulina (specialmente nei muscoli e nel fegato).
Riduce la produzione di glucosio da parte del fegato.
Abbassa i livelli di androgeni circolanti, riducendo di conseguenza i sintomi dell’iperandrogenismo.
Ripristino del ciclo mestruale e dell’ovulazione: Riducendo i livelli di insulina e androgeni, favorisce la maturazione dei follicoli e la regolarità del ciclo, migliorando la fertilità naturale.
Gestione del peso corporeo: Supporta la perdita di peso e la riduzione del grasso viscerale, contrastando la tendenza al sovrappeso tipica della sindrome.
Riduzione di acne e irsutismo: Il calo degli ormoni maschili attenua la crescita di peli superflui e le manifestazioni cutanee.
Protezione metabolica a lungo termine: Riduce il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, sindrome metabolica e problematiche cardiovascolari nel tempo.
La Ripartizione dei Macronutrienti in un piano alimentare di una BodyBuilder con PMOS
La composizione dei pasti deve rispettare precise priorità biologiche per l’atleta con PMOS:
Proteine (“Alte” e Costanti): Mantenerle stabili a circa 2.2 – 2.5g per kg di massa magra. Hanno un alto potere saziante, un elevato effetto termogenico (TEF) e preservano i muscoli dal catabolismo in prep e Cut. Prediligere fonti magre ad alto valore biologico (pollo, albumi, merluzzo, isolati del siero ecc…).
Grassi (Controllati e Qualitativi): Non scendere mai sotto lo 0.8g per kg per non penalizzare ulteriormente la produzione ormonale (già alterata nella PMOS). Scegliere grassi monoinsaturi e polinsaturi (olio d’oliva, avocado, salmone, integratore di Omega-3 ) che aiutano a regolare l’infiammazione di basso grado.
Carboidrati (Selettivi): La quota rimanente delle calorie va ai carboidrati. Devono essere preferibilmente a lento assorbimento, ricchi di fibre (verdure a foglia verde insieme ai cereali raffinati se si hanno particolari problemi con carichi di fibre importanti, cereali integrali, legumi se tollerati).
Ovviamente tenere conto anche:
Associazione Fissa: Non consumare carboidrati da soli. Associarli sempre a una quota di proteine e grassi sani per rallentare lo svuotamento gastrico e regolarizzare la soglia glicemica ematica.
L’importanza delle Fibre: Consumere ai pasti principali una porzione di verdura fibrosa (es. finocchi, zucchine, insalata). Importanti per il microbiota e la regolazione dell’assorbimento della componente glucidica del pasto.
Frequenza dei Pasti: Non esiste una regola aurea, sebbene una media di 4 o 5 pasti ben distanziati (ogni 3.5 – 4 ore) permette una digestione ottimale e una glicemia basale stabile.
Le donne con PMOS hanno un rischio significativamente maggiore di soffrire di craving (desiderio compulsivo di cibo), in particolare verso i carboidrati raffinati e ricchi di grassi. Nelle atlete di bodybuilding questo fenomeno è amplificato dallo stress metabolico della restrizione calorica e richiede una comprensione dei meccanismi biologici per essere arginato.
L’insulino-resistenza, presente in circa l’80% delle donne con PMOS, altera l’ingresso del glucosio nelle cellule. Il corpo secerne quindi quantità massicce di Insulina per compensare. Questo picco ematico può causare alterazioni sensibili della glicemia ematica le quali, percepite a livello celebrale, percependo una carenza di energia cellulare, inviano un segnale d’emergenza immediato: il craving di zuccheri semplici e grassi per rialzare la glicemia e la disponibilità energetica.
La PMOS altera la produzione e la sensibilità alla Leptina (l’ormone che segnala la sazietà) e alla Grelina (l’ormone della fame). Anche dopo un pasto caloricamente e volumetricamente adeguato, i recettori cerebrali non ricevono correttamente il segnale di “pienezza”, lasciando l’atleta in uno stato di appetito perenne e insoddisfazione biologica e psicologica.
Inoltre, livelli elevati di Testosterone libero e altri androgeni stimolano direttamente i centri dell’appetito situati nell’ipotalamo. Questo neuro-squilibrio aumenta la suscettibilità verso i cibi altamente palatabili (ricchi di grassi e zuccheri).
Infine, la restrizione calorica forzata della contest prep o del Cut, unita agli sbalzi d’umore tipici della PCOS, abbassa i livelli di Serotonina. Il corpo cerca di compensare questa carenza richiedendo carboidrati, i quali causano condizioni metabolico-ematiche favorevoli al passaggio attraverso la barriera ematoencefalica di elevate quantità di Triptofano permettendo così una maggiore sintesi potenziale di Serotonina.
Schema alimentare esemplificativo per una Bodybuilder con PMOS
Pillola anticoncezionali e possibili impatti su prestazione e composizione corporea
Introduzione al farmaco
Le pillole contraccettive orali (OCP), note anche come pillole anticoncezionali, sono farmaci assunti per via orale a scopo contraccettivo. L’introduzione della pillola anticoncezionale (“la pillola”) nel 1960 ha rivoluzionato le opzioni contraccettive, suscitando un acceso dibattito nella letteratura scientifica e sociale e nei media.
Sono ampiamente disponibili due tipi di pillole contraccettive orali femminili, da assumere una volta al giorno:
La pillola contraccettiva orale combinata contiene estrogeni e un progestinico; comunemente nota come “la pillola”.
La pillola a base di solo progestinico, comunemente nota come “minipillola”.
Se assunta correttamente (secondo le indicazioni del medico), ha un’efficacia del 99%. Se assunta in modo tipico, l’efficacia è del 91%, principalmente a causa della scarsa aderenza al dosaggio giornaliero raccomandato. Gli effetti collaterali della pillola possono includere mal di testa, vertigini, nausea, dolore al seno, sbalzi d’umore, acne (sebbene possa anche contribuire a ridurre l’acne, insieme ad alcuni tipi di cancro e altre fonti di rischio medico) e gonfiore.
Una pillola offre il vantaggio di dover essere assunta solo una volta alla settimana:
Ormeloxifene, un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni.
Struttura molecolare del Levonorgestrel
Le pillole contraccettive d’emergenza (“pillole del giorno dopo”) si assumono al momento del rapporto sessuale o entro pochi giorni successivi:
Levonorgestrel, venduto con il nome commerciale Plan B.
Ulipristal Acetato.
Mifepristone e Misoprostolo, se usati in combinazione, sono efficaci per oltre il 95% durante i primi 50 giorni di gravidanza.
Effetti collaterali
Cancro al seno: gli studi dimostrano un rischio maggiore di cancro al seno tra le utilizzatrici di contraccettivi ormonali (in particolare la pillola anticoncezionale) rispetto alle non utilizzatrici. Questo studio ha anche specificamente menzionato che è l’estrogeno a svolgere un ruolo nello sviluppo del cancro al seno, mentre il ruolo del progestinico non è ancora chiaro.
Ictus: l’ictus è considerato un altro effetto collaterale dei contraccettivi ormonali e, soprattutto, della pillola anticoncezionale, in particolare durante il primo anno di utilizzo.
Depressione: le evidenze dimostrano che l’uso di contraccettivi orali è associato a un aumento del rischio di depressione. Sebbene il rischio diminuisca con la continuazione dell’assunzione, rimane comunque un rischio maggiore di depressione sia tra le utilizzatrici che tra le non utilizzatrici di contraccettivi orali.
Meccanismo d’azione
La pillola anticoncezionale previene la gravidanza principalmente bloccando l’ovulazione, ispessendo il muco cervicale e assottigliando l’endometrio. Sfrutta ormoni sintetici per modificare il ciclo riproduttivo naturale alterando la funzionalità/fisiologia dell’Asse HPG.
I tre meccanismi d’azione
Blocco dell’ovulazione: Gli ormoni bloccano i segnali del cervello (FSH e LH) diretti alle ovaie. Nessun ovulo viene fatto maturare o rilasciato. Senza ovulo, la fecondazione è impossibile.
Ispessimento del muco cervicale: Il muco sul collo dell’utero diventa molto denso e vischioso. Questa barriera fisica impedisce agli spermatozoi di risalire verso l’utero.
Assottigliamento dell’endometrio: La mucosa che riveste l’utero rimane sottile. Se un ovulo venisse rilasciato e fecondato, non troverebbe l’ambiente adatto per impiantarsi.
Differenze in base al tipo di pillola
L’efficacia e il meccanismo variano leggermente a seconda del tipo di farmaco utilizzato.
Il “falso” ciclo mestruale
I blister tradizionali contengono 21 pillole attive e 7 pillole placebo (o una pausa di 7 giorni). Durante i giorni di sospensione, il calo ormonale provoca l’emorragia da sospensione. Non si tratta di una vera mestruazione, ma di un sanguinamento indotto dalla mancanza di ormoni.
E’ utile ricordare che la pillola anticoncezionale sopprime l’Asse HPG (ipotalamo-ipofisi-gonadi/ovaie) attraverso un meccanismo di feedback negativo. Gli ormoni sintetici contenuti nel farmaco ingannano il cervello, facendogli credere che i livelli ormonali siano già sufficientemente alti.
La soppressione dell’HPGA avviene attraverso il:
Blocco dell’ipotalamo: Gli ormoni della pillola (estrogeni e progestinici) inibiscono il rilascio del GnRH (ormone rilasciante le gonadotropine) da parte dell’ipotalamo.
Blocco dell’ipofisi: Senza lo stimolo del GnRH, l’ipofisi anteriore smette di secernere l’FSH e l’LH.
Inattività delle gonadi (ovaie): La mancanza di FSH impedisce la maturazione dei follicoli ovarici. L’assenza del picco di LH impedisce l’ovulazione. Le ovaie entrano in uno stato di temporaneo “riposo” o “menopausa artificiale”.
Le conseguenze della soppressione dell’Asse HPG sono:
Livelli ormonali endogeni piatti: La produzione naturale di estradiolo e progesterone da parte delle ovaie crolla a livelli minimi e costanti.
Ciclo artificiale: I livelli ormonali non oscillano più come in un ciclo naturale. Le fluttuazioni naturali vengono sostituite dall’apporto costante della pillola.
Reversibilità: La soppressione è temporanea. Nella maggior parte dei casi, la sospensione della pillola permette all’asse HPG di riattivarsi autonomamente entro poche settimane o mesi.
Impatto potenziale su prestazione e composizione corporea
L’uso della pillola anticoncezionale influisce sulla prestazione e sulla composizione corporea di una bodybuilder principalmente riducendo la quota di Testosterone libero nel sangue e alterando la gestione dei liquidi extracellulari, pur mantenendo un impatto complessivamente neutro sulla forza massimale. Di fatto, la pillola non impedisce la crescita muscolare o il dimagrimento, ma rende l’ottimizzazione estetica e prestativa più complessa a causa di specifici meccanismi ormonali.
Effetti sulla composizione corporea
L’assunzione della pillola influisce sui parametri estetici e strutturali attraverso tre canali principali:
Sintesi della massa magra più complessa: Gli estrogeni esogeni stimolano il fegato a produrre maggiori quantità di SHBG (Globulina legante gli ormoni sessuali). Questa proteina si lega al testosterone, riducendo la quota di ormone libero utilizzabile dai recettori muscolari per l’ipertrofia. Alcuni studi indicano che chi assume la pillola ottiene guadagni di massa magra leggermente inferiori rispetto a chi si allena senza contraccettivi.
Ritenzione idrica extracellulare: Gli estrogeni contenuti nei contraccettivi stimolano la secrezione di aldosterone. Questo ormone aumenta il riassorbimento renale di sodio, portando all’accumulo di liquidi nei tessuti. Nel bodybuilding, questo fenomeno può “appannare” la definizione muscolare.
Accumulo e ridistribuzione del grasso: La pillola non causa un aumento diretto della massa grassa. Tuttavia, la parziale soppressione dell’ovulazione e l’effetto di determinati progestinici possono alterare la sensibilità all’insulina o stimolare l’appetito attraverso l’ipotalamo. Questo può rendere più faticosa la fase di “cut” (definizione).
Effetti sulla prestazione sportiva
Le variazioni nei livelli ormonali sintetici modificano la risposta all’allenamento ad alta intensità:
Forza e potenza stabili: La letteratura scientifica concorda sul fatto che la forza massima e la capacità contrattile del muscolo non subiscono cali significativi a causa del farmaco.
Termoregolazione alterata: I contraccettivi orali tendono a innalzare leggermente la temperatura corporea basale. Questo fattore può anticipare l’affaticamento durante sessioni di allenamento molto intense o in ambienti caldi.
Recupero e infiammazione: L’uso della pillola può associarsi a un incremento cronico dei livelli di cortisolo. Una gestione attenta del riposo e della nutrizione diventa quindi essenziale per evitare stati di sovrallenamento.
L’importanza della formulazione e l’androgenicità
Non tutte le pillole agiscono allo stesso modo. L’impatto finale dipende fortemente dal tipo di progestinico utilizzato, che si divide in base al suo indice di androgenicità: [1]
Progestinici ad alta androgenicità (es. levonorgestrel): Hanno una struttura simile al testosterone. Possono limitare meno la sintesi muscolare, ma presentano maggiori rischi di effetti collaterali virilizzanti (es. acne).
Progestinici anti-androgenici (es. drospirenone, ciproterone acetato): Contrastano i recettori degli androgeni. Aiutano a ridurre drasticamente la ritenzione idrica, ma rendono ancora più complessa la crescita muscolare e possono ridurre i livelli di IGF-1.
In ambito agonistico o di alta prestazione, la scelta del contraccettivo richiede una profonda personalizzazione ginecologica, valutando con esami ormonali preventivi la formulazione che meglio bilancia le esigenze di salute con gli obiettivi estetici della atleta.
La superiorità della HRT [hormone replacement therapy] all’uso della pillola anticoncezionale
Soprattutto se parliamo di atlete e di prestazione sportiva e composizione corporea nel bodybuilding, la Terapia Ormonale Sostitutiva (HRT/TRT) con Testosterone, Estradiolo transdermico, DHEA e Progesterone transdermico è nettamente superiore rispetto all’uso della pillola anticoncezionale.
Mentre la pillola introduce ormoni sintetici che sopprimono l’asse HPG e riducono gli androgeni liberi, la HRT con ormoni bioidentici mira a ripristinare o ottimizzare i livelli fisiologici esatti di Testosterone, E2, DHEA [Androstenedione, E1 e E3] e Progesterone [Allopregnanolone]. Questo elimina gli svantaggi metabolici e psicofisici dei contraccettivi orali.
L’aggiunta di DHEA e del Progesterone bioidentico alla terapia con Testosterone ed Estradiolo rende questo protocollo ancora più completo e superiore dal punto di vista della composizione corporea, del recupero cellulare e della salute generale di una bodybuilder.
Mentre l’accoppiata Testosterone/Estradiolo [sebbene quest’ultimo può essere considerato opzionale per la presenza del Testosterone e del DHEA] si occupa principalmente dell’anabolismo diretto, l’inclusione di DHEA e Progesterone ricrea lo spettro ormonale fisiologico perfetto, ottimizzando la gestione dello stress, del sonno e della ritenzione idrica.
Perché la HRT è superiore nel bodybuilding femminile?
L’accoppiata di testosterone ed estradiolo bioidentici offre vantaggi biologici insostituibili per un’atleta:
[HRT Bioidentica] ──> Livelli Ormonali Lineari (No picchi/crolli) ──> Massima Affinità Recettoriale ──> Sintesi Proteica Ottimale. [DHEA] ──────> Supporto surrenale, spinta metabolica e recupero neurale [PROGESTERONE] ──> Antagonista dell’aldosterone, ottimizzazione del sonno profondità e SNC
Testosterone libero ottimizzato: La HRT fornisce testosterone che non viene neutralizzato da picchi di SHBG indotti dalla pillola. Il testosterone libero si lega direttamente ai recettori androgeni muscolari, promuovendo una sintesi proteica e un recupero nettamente superiori.
Presenza dell’Estradiolo bioidentico (E2): L’estradiolo non è un “nemico” nel bodybuilding. Se mantenuto nei range fisiologici, l’estradiolo è altamente anabolico: protegge le articolazioni, migliora la sensibilità all’insulina, favorisce la salute ossea e stimola i recettori del glucosio nel muscolo. La pillola sostituisce l’estradiolo con l’etinilestradiolo, che non ha le stesse proprietà protettive a livello muscolo-tendineo.
DHEA (Deidroepiandosterone): È il precursore di tutti gli ormoni sessuali. Nel bodybuilding, agisce come potente neurosteroide e modulatore del sistema immunitario. Aiuta a ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress che distrugge la massa muscolare), migliora la sensibilità all’insulina, aumenta la densità ossea e favorisce l’utilizzo dei grassi a scopo energetico (lipolisi). Progesterone Bioidentico: A differenza dei progestinici sintetici della pillola (che causano ritenzione), il progesterone naturale agisce come un diuretico naturale. Antagonizza i recettori dell’aldosterone, aiutando l’atleta a eliminare l’acqua extracellulare e a ottenere un aspetto muscolare più “duro” e definito. Inoltre, stimola i recettori GABA nel cervello, migliorando drasticamente la qualità del sonno (fase REM e profonda), momento in cui avviene il massimo recupero muscolare.
Assenza di progestinici sintetici: La HRT elimina l’uso dei progestinici della pillola, i quali possono causare ritenzione idrica extracellulare “appannando” la definizione o alterare negativamente l’appetito e la composizione corporea.
La sinergia perfetta per la composizione corporea
Nel contesto del bodybuilding femminile, questo approccio a 4 vie risolve i problemi tipici dei protocolli incompleti:
Evita la dominanza estrogenica: L’estradiolo senza progesterone può causare accumulo di grasso sui recettori tipicamente femminili (fianchi e cosce). Il progesterone bilancia questo effetto, facilitando il dimagrimento localizzato.
Protegge le ghiandole surrenali: Gli allenamenti intensi e le diete restrittive (cut) svuotano le riserve di DHEA. Mantenerlo nei range ottimali previene il “burnout” surrenale e i blocchi metabolici.
Avvertenze d’obbligo
Anche questo protocollo avanzato presenta dei vincoli: non ha un effetto contraccettivo certo o a livello elevato (l’ovulazione potrebbe non essere bloccata, ma ciò dipende dal grado di soppressione dell’Asse per via iatrogena) e richiede quindi una precisione millimetrica nei prelievi ematici per calibrare le quattro molecole e metaboliti annessi senza causare squilibri o effetti virilizzanti. In questo caso, l’applicazione della Spirale al rame (IUD) risulta un opzione non ormonale da affiancare alla HRT/TRT.
Conclusioni sulla pillola anticoncezionale nel Bodybuilding femminile
La pillola anticoncezionale non è un limite assoluto per una Bodybuilder, ma può presentare sfide fisiologiche specifiche e fattori limitanti, come abbiamo visto. Sebbene la letteratura scientifica più recente confermi che la pillola non impedisca la crescita muscolare (ipertrofia) o lo sviluppo della forza negli allenamenti contro-resistenza, il profilo ormonale alterato può influenzare la composizione corporea e la gestione della preparazione agonistica o il tentativo di massimizzare il miglioramento estetico.
Introduzione all’interazione tra ormoni sessuali e Aldosterone:
Come abbiamo già visto nella prima parte, l’Aldosterone è il principale ormone steroideo mineralcorticoide prodotto dalla zona glomerulosa in risposta a livelli elevati di Potassio, all’Angiotensina II e alla stimolazione dell’Adrenocorticotropina. È una componente fondamentale del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), che svolge un ruolo centrale nella regolazione omeostatica della pressione arteriosa (PA); inoltre, stimola il riassorbimento del Sodio e l’escrezione del Potassio nella porzione distale del nefrone.
L’Aldosterone deriva dal colesterolo, che funge da precursore comune per tutti gli ormoni steroidei, ed è immagazzinato all’interno di goccioline lipidiche intracellulari e mobilizzato verso i mitocondri in seguito a stimolazione. Nei mitocondri, una serie di reazioni enzimatiche che coinvolgono il colesterolo culmina nella produzione di aldosterone. Il trasferimento intramitocondriale del colesterolo è facilitato dalla proteina regolatrice acuta steroidogenica da 30 kDa. Una volta entrato nei mitocondri, il colesterolo viene convertito in Pregnenolone, un processo attivato dalla scissione della catena laterale da parte del citocromo P450 (CYP11A1). A seguito di diverse fasi enzimatiche successive, viene infine trasformato in Aldosterone tramite l’enzima aldosterone sintasi codificato dal gene CYP11B2.
L’Aldosterone attraversa facilmente la membrana cellulare e si lega ai recettori dei mineralcorticoidi situati nel citoplasma. Una volta legato all’aldosterone, il recettore dei mineralcorticoidi si dimerizza, si traslocca nel nucleo e agisce come fattore di trascrizione attivato dal ligando, dove si lega a regioni specifiche del DNA contenenti elementi di risposta al recettore dei mineralcorticoidi. Il legame del complesso aldosterone-recettore dei mineralcorticoidi a questi elementi di risposta del DNA porta alla trascrizione e alla traduzione dei geni a valle. In particolare, questo processo induce l’espressione di geni come la chinasi 1 stimolata dal siero e dai glucocorticoidi (SGK1), che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione e nell’attivazione delle proteine di trasporto ionico, compreso il canale del sodio delle cellule epiteliali (ENaC) nelle cellule principali. Successivamente, l’ENaC attivato favorisce il riassorbimento di sodio e acqua e regola il volume dei liquidi e l’equilibrio sodico. L’omeostasi del sodio è regolata da pompe protoniche, quali l’H+-ATPasi e l’H+-K+-ATPasi, presenti nelle cellule intercalate. Oltre alla via genomica, l’Aldosterone esercita un effetto rapido attraverso vie non genomiche. Nel citoplasma, il complesso Aldosterone-recettore dei mineralcorticoidi attiva SGK1, che fosforila Nedd4-2 (proteina 4-2 espressa nelle cellule precursori neurali e sottoregolata durante lo sviluppo) e ne induce l’interazione con i membri della famiglia 14-3-3 delle proteine regolatrici. L’azione concertata di SGK1 e 14-3-3 sembra interrompere l’ubiquitinazione dell’ENaC mediata da Nedd4-2, fornendo così un meccanismo attraverso il quale SGK1 modula la corrente di Na(+) mediata dall’ENaC.
Un numero crescente di evidenze cliniche e molecolari suggerisce che gli steroidi sessuali modulino i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del MR. Pertanto, nelle diverse fasi della vita i cambiamenti ormonali, come le alterazioni ormonali iatrogeno-indotte, possono influenzare l’attività del MR e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del MR sui bersagli epiteliali ed endoteliali. Ciò, a sua volta, determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari, nonché di danno renale.
Evidenza clinica dell’intermodulazione tra gli ormoni sessuali e l’aldosterone sul recettore dei mineralcorticoidi
Struttura del Recettore dei Mineralocorticoidi.
Le donne sane presentano livelli sierici di Aldosterone più elevati rispetto agli uomini sani; tali livelli aumentano nella fase luteale del ciclo mestruale rispetto alla fase follicolare. L’aumento dei livelli di Progesterone durante la fase luteale del ciclo estrale e la gravidanza determina un aumento compensatorio dell’attività del RAAS e della sintesi di Aldosterone. Questa risposta è innescata dalla ridotta attività del MR nelle cellule bersaglio dell’Aldosterone e contribuisce al mantenimento dell’omeostasi.
Inoltre, gli ormoni sessuali e l’età regolano i livelli di Aldosterone e svolgono un ruolo fondamentale nella fisiopatologia dell’ipertensione nelle donne in postmenopausa. La marcata riduzione della produzione di estrogeni nelle donne in postmenopausa comporta un aumento della pressione arteriosa, e una terapia sostitutiva precoce a base di estrogeni potrebbe prevenire tale aumento della pressione arteriosa e la progressione dell’aterosclerosi. Studi sperimentali hanno dimostrato che i livelli di Aldosterone circolante aumentano dopo la menopausa e che la terapia estrogenica riduce tale effetto.
Struttura molecolare del Aldosterone.
Al contrario, l’uso della contraccezione orale combinata aumenta i livelli di Aldosterone ma riduce quelli di Renina. Si ipotizza che la contraccezione orale possa contribuire all’ipertensione attraverso un effetto di “primo passaggio”, in cui gli estrogeni per via orale inducono la produzione epatica del substrato della Renina, l’Angiotensinogeno, determinando un aumento dell’Angiotensina I che a sua volta viene convertita in Angiotensina II. In uno studio sono state valutate circa 500 donne di età compresa tra i 17 e i 27 anni. Le utilizzatrici di contraccettivi orali hanno mostrato un rapporto Aldosterone-Renina (ARR) mediano superiore del 42% all’età di 17 anni e un ARR mediano superiore del 23% all’età di 27 anni rispetto alle non utilizzatrici. Come previsto, questi cambiamenti potrebbero aver portato a risultati falsi positivi nello screening per l’Aldosteronismo primario. A differenza della concentrazione di Renina, l’attività plasmatica della Renina è rimasta invariata durante il trattamento con contraccettivi orali. Questa stabilità può essere attribuita all’effetto compensatorio dell’elevato substrato della Renina, che viene controbilanciato dalla soppressione del rilascio renale di Renina attiva, come evidenziato da una concentrazione di Renina più bassa.
Struttura molecolare della Renina.
Nelle donne che assumono pillole a base di solo Progesterone, il marcato effetto anti-recettore dei mineralcorticoidi è associato prevalentemente al Drospirenone, un progestinico derivato dallo Spironolattone. Tuttavia, tale effetto si attenua poiché il Drospirenone è stato rimosso dagli MRA a causa della sua attività progestinica. Ciononostante, tale effetto non si osserva in genere quando si utilizzano pillole a base di solo Progesterone contenenti Levonorgestrel o Desogestrel.
Anche nei ìmaschi, gli ormoni sessuali modulano la produzione di Aldosterone attraverso interazioni complesse. Il Testosterone tende ad inibire l’attività dell’enzima aldosterone sintasi e la secrezione dell’Aldosterone. Al contrario, gli estrogeni stimolano la biosintesi dell’ormone.
Studi sperimentali indicano che il Testosterone riduce l’espressione dell’mRNA dell’aldosterone sintasi e abbassa i livelli basali e stimolati di Aldosterone. Sebbene la ricerca clinica sia meno estesa, alcune osservazioni suggeriscono che anche negli uomini l’aumento dei livelli di androgeni durante la pubertà sia correlato a una diminuzione dei tassi di Aldosterone circolante e dell’attività reninica.
Gli estrogeni – in particolare l’Estradiolo – stimolano la biosintesi dell’Aldosterone attivando recettori specifici (come il recettore classico degli estrogeni ERβ e il recettore accoppiato a proteina G) nella corteccia surrenale. Il Progesterone, altro precursore ormonale, come altri progestinici di sintesi, agisce invece come anti-mineralocorticoide inibendo l’azione dell’Aldosterone a livello del suo recettore bersaglio.
L’equilibrio tra questi ormoni influenza direttamente la regolazione della pressione sanguigna e il bilancio idrico ed elettrolitico. Un eccesso o un difetto in questa modulazione mediata dagli steroidi sessuali può contribuire all’insorgenza di ipertensione e malattie cardiovascolari.
Prove molecolari del ruolo degli estrogeni nella biosintesi dell’Aldosterone
L’Estradiolo (E2), una delle tre principali forme di estrogeno, svolge diverse funzioni biologiche e agisce su numerosi tessuti e organi. Gli estrogeni esercitano un effetto benefico sulla regolazione della pressione arteriosa e sul rischio di malattie cardiovascolari attraverso l’attivazione dei recettori classici degli estrogeni (ERα ed ERβ). La segnalazione estrogenica ligando-dipendente ha inizio con il legame dell’estrogeno al recettore degli estrogeni. In assenza di E2, questi recettori si legano alla proteina da shock termico 90 e rimangono inattivi. Una volta attivata, la risposta trascrizionale specifica della cellula agli estrogeni dipende da molteplici fattori, quali le proteine coregolatrici e le caratteristiche dei promotori dei geni sensibili agli estrogeni. Poiché gli ormoni sono modulatori della trascrizione, il profilo dei geni modulati dipende anche da altre vie di segnalazione attive nella cellula al momento dell’esposizione ormonale. Un recettore accoppiato alle proteine G, il GPER (noto anche come GPR30 e GPER-1), svolge un ruolo nella mediazione dei rapidi effetti non genomici degli estrogeni in vari tessuti e cellule. Il GPER è stato inizialmente descritto come un recettore specifico per gli estrogeni, ma successivamente si è scoperto che si lega in modo promiscuo ad altri steroidi e media effetti dell’aldosterone indipendenti dal recettore dei mineralcorticoidi in diversi tipi di cellule.
Da sinistra: struttura del ERα e del ERβ
Numerosi studi hanno suggerito un ruolo degli estrogeni nella regolazione dell’Aldosterone in condizioni fisiologiche e fisiopatologiche. Nella ghiandola surrenale fetale umana è stata osservata un’elevata espressione di ERβ, mentre quella di ERα risultava bassa. In particolare, nel periodo post-adrenarca, l’ERα era appena rilevabile nella ghiandola surrenale, mentre l’ERβ veniva rilevato prevalentemente nella zona reticolare. Inoltre, più recentemente, è stata identificata la presenza del GPER, che risulta altamente espresso non solo nella zona glomerulosa normale, ma anche nel tessuto dell’adenoma aldosteronoparo (APA), dove l’immunoistochimica era molto più intensa per il GPER-1 rispetto all’ERβ.
Studi sperimentali in vitro hanno dimostrato un duplice effetto degli estrogeni che si bilancia a vicenda, ma che presenta manifestazioni diverse a seconda del livello specifico di espressione dei recettori degli estrogeni nella corteccia surrenale. Inizialmente, gli estrogeni inibiscono la sintesi dell’Aldosterone agendo direttamente sull’ERβ. Tuttavia, quando l’espressione dell’ERβ diminuisce o viene antagonizzata, l’E2 stimola potentemente l’espressione dell’Aldosterone sintasi e il rilascio di Aldosterone attraverso un meccanismo che coinvolge la stimolazione del GPER-1.
Nelle donne in premenopausa (a), gli estrogeni inibiscono la sintesi di aldosterone agendo principalmente sull’ERβ. Nelle donne in menopausa (b), si verifica la cessazione della produzione di estrogeni e questi inducono l’aldosterone sintasi attraverso l’attivazione del GPER. CYP11B2, aldosterone sintasi, anche chiamata steroide 18-idrossilasi, corticosterone 18-monoossigenasi o P450C18; ERβ, recettore degli estrogeni beta; GPER, recettore degli estrogeni accoppiato a proteina G 1, anche noto come recettore accoppiato a proteina G 30; MR, recettore dei mineralcorticoidi.
In condizioni fisiologiche, gli estrogeni inibiscono la sintesi dell’Aldosterone agendo sull’ERβ, il che spiega la mancata induzione della secrezione di aldosterone quando somministrati in vitro. Non è possibile stabilire con certezza se la sintesi di Aldosterone mediata dagli estrogeni attraverso l’ERβ sia conciliabile con il fatto che le donne sane in premenopausa presentino livelli sierici di Aldosterone più elevati rispetto agli uomini sani della stessa età a causa dell’attività del GPER. È stato descritto che nelle ghiandole surrenali, a differenza dell’ipofisi, l’espressione del GPER non presenta dismorfismo sessuale.
Nei tessuti privi dell’inibizione tonica dell’ERβ, come gli APA, gli estrogeni possono far emergere un potente effetto secretagogo sull’Aldosterone attraverso il sottotipo di recettore GPER-1. L’E2 regola anche l’espressione dei recettori degli estrogeni. Pertanto, livelli più elevati di estrogeni nelle donne in premenopausa e la perdita di estrogeni nelle donne in postmenopausa possono influenzare l’espressione e la quantità relativa di ERα, ERβ e GPER nella corteccia surrenale e, di conseguenza, i livelli di Aldosterone.
Resta da determinare se la densità del GPER e la sua affinità per l’E2, nonché le vie correlate, cambino con l’età e lo stato postmenopausale. Tuttavia, poiché il GPER è un recettore accoppiato alla proteina G attivato dall’aldosterone stesso e soggetto a desensibilizzazione dipendente dalla GRK2 — un processo noto per essere influenzato dall’invecchiamento —, è plausibile che i livelli di Aldosterone possano essere parzialmente modulati dalla GRK2 nelle donne in postmenopausa.
Un altro probabile meccanismo regolatorio è costituito dalle proteine di segnalazione delle proteine G (RGS), che regolano negativamente i recettori accoppiati alle proteine G. È noto che alcune proteine RGS, in particolare RGS2 e RGS4, regolano la sintesi surrenale di aldosterone in risposta all’Angiotensina II, ed è stato riportato che almeno la RGS2 viene soppressa dagli estrogeni. Dato che l’interazione AT1R-GPER interferisce con la sintesi dell’Aldosterone, è del tutto plausibile che anche le proteine RGS siano coinvolte negli effetti degli estrogeni sulla produzione di Aldosterone da parte della corteccia surrenale.
Prove molecolari del ruolo del Progesterone nella biosintesi dell’Aldosterone e del suo effetto sul recettore dei mineralcorticoidi
Il Progesterone è noto per essere un composto anti-mineralcorticoide che esercita un potente effetto natriuretico, agendo principalmente come inibitore competitivo dell’Aldosterone attraverso il MR nel tubulo renale distale. Tale inibizione porta a una maggiore escrezione di Sodio, un fenomeno osservato nelle donne in gravidanza o durante la fase luteale del ciclo mestruale, quando i livelli di Aldosterone aumentano tipicamente. Nelle donne in gravidanza o nella fase luteale del ciclo mestruale, i livelli di Progesterone aumentano rispettivamente di oltre 100 e 20 volte e mostrano un’attività anti-mineralcorticoide competitiva per il recettore dei mineralcorticoidi nell’ordine dei nanomolari (Ki 1,2 nM e IC50 11,0 nM). Tuttavia, l’Aldosterone può comunque agire sui tessuti sensibili al MR grazie alla maggiore stabilità del complesso Aldosterone-MR rispetto al complesso Progesterone-MR. Inoltre, l’inattivazione locale del pre-recettore del Progesterone da parte dell’enzima 20-alfa-idrossisteroide deidrogenasi (AKR1C1), che converte il Progesterone in 20-idrossiprogesterone inattivo, mostra un’affinità ridotta per il MR umano (Ki 10,8 nM e IC50 282,5 nM).
Il Progesterone può inoltre influenzare direttamente la produzione di Aldosterone da parte delle ghiandole surrenali. Utilizzando un test biologico in vitro che prevedeva l’impiego di una linea cellulare di rene embrionale umano (HEK-293), abbiamo valutato l’effetto del progesterone sull’attività dell’aldosterone sintasi umana di tipo selvatico (CYP11B2) e di un enzima chimerico (CYP11B1/CYP11B2). Sono stati trasfettati plasmidi contenenti gli enzimi CYP11B1/CYP11B2 di tipo selvatico e chimerico. Il Progesterone ha inibito in modo competitivo l’aldosterone sintasi di tipo selvatico con efficacia simile e potenza maggiore rispetto all’enzima chimerico.
Il Progesterone, sia per un aumento fisiologico durante il ciclo, sia per induzione, incrementa la produzione di Aldosterone surrenale poiché ne costituisce il substrato di sintesi. Il Progesterone potrebbe inoltre aumentare i livelli di Aldosterone nel sangue inibendo il legame dell’Aldosterone al recettore dei mineralcorticoidi durante la fase Luteale del ciclo mestruale.
Infine, abbiamo osservato che il meccanismo ipotetico è correlato al progesterone in quanto substrato per la sintesi dell’aldosterone, e potremmo ipotizzare che, in condizioni di livelli fisiologicamente elevati di progesterone, la sintesi possa aumentare. Due studi sull’uomo hanno dimostrato che la somministrazione per via orale di progesterone micronizzato a donne sane per 4–8 giorni ha aumentato i livelli sierici di aldosterone, ma non ha modificato il PRA né l’AngII plasmatico. In vitro, l’aggiunta di progesterone a cellule isolate della zona glomerulosa di ratto ha causato un aumento di 2,8 volte nella produzione di aldosterone, mentre l’aggiunta di estradiolo non ha avuto alcun effetto. Questi dati suggeriscono che il progesterone possa avere un’influenza diretta sulla produzione surrenale di aldosterone, indicando che questo potrebbe essere uno dei meccanismi responsabili dell’aumento della produzione di aldosterone osservato in stati fisiologici con livelli elevati di progesterone
Pertanto, il Progesterone può svolgere ruoli distinti a seconda della sua concentrazione e delle condizioni fisiologiche o sperimentali. Di seguito sono riportati i possibili ruoli svolti dal progesterone:
È un antagonista del recettore dei mineralcorticoidi.
Può potenzialmente inibire gli enzimi della sintasi dell’Aldosterone (gene wild-type e chimerico).
È un precursore della biosintesi dell’Aldosterone.
Prove molecolari del coinvolgimento del Testosterone nella biosintesi dell’Aldosterone
Gli effetti del Testosterone sui livelli di Aldosterone hanno evidenziato discrepanze nei parametri di risposta cellulare, suggerendo che gli effetti degli ormoni gonadici sulla funzione surrenale variano a seconda della specie, del sesso, dell’età, della stagione e delle condizioni ambientali.
Alcuni studi hanno dimostrato che il recettore degli androgeni è espresso nelle ghiandole surrenali fetali. Inoltre, è stato riscontrato che il testosterone esercita un effetto inibitorio sul rilascio basale di Aldosterone, suggerendo che gli androgeni possano avere un effetto diretto sullo sviluppo e sulla funzione delle ghiandole surrenali fetali. Negli studi sugli animali, è stato dimostrato che l’esposizione prenatale al testosterone altera l’espressione surrenale di geni fondamentali coinvolti nella steroidogenesi e nella produzione ormonale. Uno di questi studi, condotto da More et al., ha riportato che nelle femmine di ratto di 6 mesi esposte al testosterone in fase prenatale, i livelli di mRNA dell’Aldosterone sintasi (CYP11B2) si sono ridotti, ma tale effetto non è stato osservato in altri geni steroidogenici surrenali. Di conseguenza, i livelli plasmatici di aldosterone erano inferiori nelle femmine di ratto esposte al testosterone. Pertanto, è plausibile che il testosterone riduca i livelli di mRNA del CYP11B2 surrenale, causando una diminuzione dei livelli plasmatici di aldosterone.
Kau et al. hanno evidenziato variazioni nei livelli di aldosterone dopo la castrazione nei ratti maschi. In seguito all’orchidectomia, i livelli plasmatici di aldosterone sono aumentati nei ratti maschi e sono stati ripristinati mediante terapia sostitutiva con testosterone. Risultati simili sono stati riportati da Carsia et al. nelle cellule surrenali di lucertole sottoposte a orchidectomia [69]. Uno studio ha utilizzato ratti Wistar e ratti spontaneamente ipertesi e predisposti all’ictus sottoposti a una dieta a base di olio di colza, che ha ridotto significativamente i livelli di testosterone nei testicoli e nel plasma. La diminuzione dei livelli plasmatici di testosterone è stata accompagnata da un aumento dell’aldosterone plasmatico [70]. Nelle cellule surrenali bovine, l’emisuccinato di testosterone stimola il legame dell’angiotensina alla membrana e la biosintesi dell’aldosterone. Nel 2009, Yanes et al. hanno osservato che i ratti maschi Dahl sensibili al sale sottoposti a una dieta a basso contenuto di sale presentavano livelli più elevati di mRNA dell’angiotensinogeno intrarenale rispetto alle femmine. Una dieta ricca di sale per 4 settimane ha aumentato i livelli di mRNA e di proteina dell’angiotensinogeno nella corteccia renale solo nei ratti maschi Dahl sensibili al sale, effetto che è stato impedito dalla castrazione. La terapia sostitutiva con testosterone nei ratti Dahl sensibili al sale castrati ha aumentato la pressione arteriosa, il danno renale e la sovraregolazione dell’angiotensinogeno renale associata alla dieta ad alto contenuto di sale. Gli autori hanno suggerito che il testosterone contribuisca allo sviluppo dell’ipertensione e del danno renale nei ratti Dahl maschi sensibili al sale alimentati con una dieta ad alto contenuto di sale, possibilmente attraverso la sovraregolazione del sistema renina-angiotensina intrarenale.
Il testosterone e l’androgeno sintetico metilandrostenediolo riducono l’espressione dell’mRNA del CYP11B2 nei mitocondri surrenali delle femmine di ratto. Inoltre, il testosterone e due suoi analoghi inibiscono l’aldosterone sintasi umana di tipo selvatico.
Uno sguardo specifico alla correlazione tra androgeni e ritenzione idrica e sodica
Gli androgeni (come abbiamo visto per il Testosterone) causano ritenzione idrica e di sodio principalmente attivando il RAAS e aumentando l’espressione dei canali epiteliali del sodio (ENaC) nei reni. Inoltre, gli androgeni possono aromatizzarsi in estrogeni, il che favorisce ulteriormente la ritenzione di liquidi. Ciò provoca spesso un lieve gonfiore o un aumento di “peso da ritenzione idrica” oltre che alterazioni pressorie e stress cardio-renale.
I meccanismi principali della ritenzione idrica androgeno-correlata sono:
Attivazione del RAAS: il Testosterone, per esempio, stimola il sistema renina-angiotensina, segnalando all’organismo di trattenere il sale.
Stimolazione dell’ENaC: gli androgeni aumentano direttamente l’espressione dei canali del sodio nei reni, determinando un aumento del riassorbimento del sodio.
Aromatizzazione in estrogeni: una parte del testosterone si converte in estradiolo, che interagisce con le vie dell’aldosterone per trattenere l’acqua extracellulare.
AAS e ritenzione idrica/salina diretta e indiretta
Gli AAS causano ritenzione idrica e di sodio direttamente, con gradi differenti, principalmente alterando l’equilibrio elettrolitico dell’organismo, spesso stimolando il RAAS e aumentando l’attività di ritenzione di sodio e liquidi similmente a quella dell’Aldosterone. Ciò costringe i reni a trattenere il sale in eccesso, provocando l’accumulo di liquidi nei tessuti e l’aumento del volume ematico con forte stress cardio-renale.
Cause della ritenzione idrica/sodica AAS-correlata:
Stimolazione dell’Aldosterone: molti AAS (soprattutto alcune varianti per via orale) aumentano l’espressione dell’Aldosterone e l’attività agonista del MR. Come sappiamo, l’Aldosterone induce i reni a riassorbire Sodio e acqua, espellendo al contempo il Potassio creando scompensi elettrolitici.
Azione diretta degli AAS a livello del tubulo renale: gli AAS, a diverso grado e con sistemi che potremmo definire di “compensazione”, agiscono agiscono direttamente sulla ritenzione di Sodio e liquidi a livello del tubulo prossimale, a differenza dell’Aldosterone che agisce a livello del tubulo distale.
Stimolo del RAAS e della Endotelina: il Testosterone, per esempio, aumenta la pressione arteriosa renale stimolando il RAAS e sovra-regolando l’Endotelina.
Conversione in estrogeni: alcuni AAS sono soggetti ad aromatizzazione in estrogeni. Livelli elevati di estrogeni aumentano direttamente la ritenzione di liquidi e il gonfiore localizzato. Sebbene l’alterazione estrogeno-correlata e a carico del E2 sull’espressione del angiotensiogeno eopoatico sia un fattore alterante l’omeostasi idro-salina corporea di grado elevato, forme metilate in C-7 o in C-17 del E2 [vedi 7a-Methylestradiolo derivato dall’aromatizzazione del Trestolole e il 17a-Methylestaradiolo derivato dalla aromatizzazione, per esempio, del Methandrostenolone] hanno un impatto notevolmente superiore a parità di concentrazioni ematiche.
DHT e DHT derivati: sembrerebbe che il DHT abbia un effetto inferiore sulla ritenzione idrica e sodica rispetto al Testosterone o all’E2, sebbene sia strettamente correlata alle concentrazioni ematiche raggiunte. Questo spiega, almeno in parte, il motivo per cui DHT derivati come l’Oxandrolone, oltre all’assenza del fattore estrogenico, abbiano un basso impatto sulla ritenzione idrica e sodica.
Espansione del volume ematico: man mano che il Sodio si accumula nell’organismo, attira l’acqua nei vasi sanguigni e nei tessuti circostanti, causando gonfiore, tumefazione delle estremità e aumento della pressione sanguigna.
Flusso di Sodio alla macula densa: stimolando direttamente il riassorbimento del Sodio a livello del tubulo prossimale, gli AAS fanno si che meno Sodio arrivi alla macula densa. Il rene, in questo modo, “percepisce” uno stato di ipovolemia così che non si vada ad innescare la natriuresi.
Schema esemplificativo dell’influenza dei livelli di Testosterone e l’aumento della attività del Aldosterone.
Sappiamo che il Testosterone modula l’espressione del canale epiteliale del sodio (ENaC). L’interazione varia a seconda del tessuto: nei reni, promuove l’espressione delle subunità di ENaC, influenzando il riassorbimento del Sodio e la pressione arteriosa; negli organi riproduttivi (es. deferenti), regola la concentrazione di Sodio e fluidi per la fertilità maschile. Ovviamente, in condizione sovrafisiologica avviene un sovrastimolo diretto a livello dei AR nel rene, aumentando l’espressione dell’ENaC. Questo causa un maggiore riassorbimento di Sodio e acqua, aumentando i volumi plasmatici e contribuendo alla potenziale ritenzione idrica ed ipertensione.
I meccanismi comprendono:
Azione Renale: Il Testosterone regola le subunità dell’mRNA dell’ENaC (in particolare la subunità α) nei dotti collettori renali.
Interazione Ormonale: Quantità elevate di Testosterone aumentano l’attività di questo canale, mimando parzialmente gli effetti di ormoni regolatori dei fluidi come l’Aldosterone, anche se attraverso percorsi biochimici distinti.
Conversione: parte del Testosterone in eccesso viene convertita in DHT e in E2 (tramite l’enzima Aromatasi), molecole che, come già visto, influenzano ulteriormente l’equilibrio elettrolitico.
L’iperattività dell’ENaC causata da alti livelli di Testosterone (o AAS con variabili dipendenti dalle peculiarità molecolari) porta comunemente a:
Edemi: Gonfiore diffuso, specialmente a carico di caviglie, gambe e viso.
Ipertensione: Un innalzamento della pressione arteriosa dovuto all’espansione del volume ematico.
Squilibri Elettrolitici: Possibile alterazione dei livelli di Potassio (che viene escreto maggiormente sebbene non a livelli osservabili con l’attività del Aldosterone) e Sodio (che viene trattenuto).
Nandrolone – l'”AAS booster” della ritenzione idrica/sodica –
Struttura molecolare del Nandrolone.
Il Nandrolone induce comunemente e massivamente ritenzione di Sodio e acqua. Questo meccanismo è determinato principalmente dalla sua interazione diretta e indiretta con i MR e i ER, cosa che può alterare l’equilibrio elettrolitico e aumentare i livelli sierici di Aldosterone. Questa ritenzione di liquidi si manifesta spesso con edema, gonfiore addominale e aumento della pressione arteriosa.
Il Nandrolone attiva il RAAS, aumentando i livelli ematici dell’enzima di conversione dell’Angiotensina I (ACE) e l’espressione dell’mRNA del recettore AT₁ (Angiotensina II) e del recettore dei mineralcorticoidi (MR) nel cuore. Il ramo classico del RAAS comprende l’angiotensinogeno, la renina, l’angiotensina I, l’angiotensina II, l’Aldosterone e il recettore AT₁. Il recettore AT₁ stimola la ritenzione idrica. Analogamente, il MR favorisce la ritenzione idrica ed è attivato dall’Aldosterone. È importante notare che il RAAS, oltre a regolare l’equilibrio idrico, è coinvolto anche nella regolazione della crescita delle cellule del tessuto connettivo, nel metabolismo del tessuto connettivo lasso e denso e nei siti di riparazione tissutale. Le articolazioni sono costituite da questi tessuti connettivi, ossa, tendini e legamenti. Il Nandrolone aumenta probabilmente l’equilibrio del liquido sinoviale attraverso gli effetti del RAAS sulla crescita e sul metabolismo del tessuto connettivo.
L’attivazione eccessiva del RAAS è associata a vasocostrizione, ipertrofia cardiaca (ovvero ipertrofia ventricolare sinistra; LVH) e fibrosi che causa infarto miocardico. Il Nandrolone blocca il beneficio cardioprotettivo adattativo dell’allenamento aerobico in un modello di cardiopatia e provoca ipertrofia cardiaca attraverso un aumento della deposizione di collagene. Secondo questi dati, tale crescita del tessuto cardiaco del ventricolo sinistro è prevenibile mediante il blocco del recettore AT₁ (es. Losartan) e/o il blocco del recettore MR (e.s. Spironolattone) ma non vi è, ovviamente, certezza terapeutica.
La dualità di questi effetti – da un lato il sostegno articolare e, dall’altro, l’ipertrofia ventricolare sinistra – costituisce l’ennesimo caso in cui l’utilizzatore deve valutare i benefici di articolazioni robuste in grado di sostenere carichi pesanti e voluminosi rispetto ai danni al cuore, e al sistema cardio-renale, per quanto inizialmente apparentemente invisibili e potenzilmente reversibili possano essere [senza contare, poi, gli altri innumerevoli problemi annessi al Nandrolone come quelli di natura sessuale e psichiatrica].
Struttura molecolare del Mibolerone.
Il Mibolerone, noto anche come 7α,17α-dimetil-19-nortestosterone (DMNT) o come 7α,17α-dimetilestr-4-en-17β-ol-3-one, è uno steroide estrane sintetico e un derivato 17α-alchilato del nandrolone (19-nortestosterone). È il derivato 17α-metilico del Trestolone (7α-metil-19-nortestosterone; MENT). Altri AAS correlati includono Metribolone (17α-metil-δ9,11-19-nortestosterone) e dimetiltrienolone (7α,17α-dimetil-δ9,11-19-nortestosterone).
I dati sull’uomo non sono molti e per lo più raccolti da casi studio e aneddotica. Sembrerebbe comunque esercitare un certo potenziale edematoso nonostante non converta in un prodotto aromatico.
Al problema della ritenzione idrica massiva si aggiunge la spiccata attività eritropoietica del Nandrolone [stimola la massa eritrocitaria, o “aumento del volume ematico”]. Infatti, è un ematogenico più potente dell’Oxymetholone (Anadrol), utilizzato clinicamente, specie in passato, per tale effetto. Dal punto di vista meccanicistico, si ritiene che l’effetto sulla massa eritrocitaria avvenga attraverso la stimolazione della produzione di eritropoietina (EPO) e della secrezione di globuli rossi da parte del midollo osseo, con il coinvolgimento dell’epcidina e dell’eritroferrone, il che implica il metabolismo del ferro in un modo che “spinge” ulteriormente la produzione da parte del midollo osseo di globuli rossi, chiamati eritrociti.
Il Nandrolone induce l’eritropoiesi stimolando la produzione di EPO da parte dei reni; il fegato diminuisce la produzione di epcidina, aumentando così la disponibilità di Ferro; tutti questi segnali convergono sul midollo osseo, incrementando la produzione di eritrociti (globuli rossi).
L’eritrocitosi, o policitemia, è la condizione associata a livelli di ematocrito superiori al 54% o di emoglobina superiori a 17,5g/dL. L’emoglobina è la proteina presente negli eritrociti che si lega all’ossigeno (O₂); l’ematocrito è invece la percentuale (%) del volume ematico occupata dagli eritrociti. In sostanza, quindi, il Nandrolone potenzia in modo particolare la capacità del sangue di trasportare ossigeno.
È importante notare che, la somma dei rischi potenziali di eventi tromboembolici come infarti o ictus, dati dagli aumenti dell’ematocrito e dell’emoglobina in combinazione con un aumento della ritenzione idrica e della pressione arteriosa derivante da questa, alza statisticamente e significativamente la possibilità che l’utilizzatore possa incorrere in eventi avversi anche particolarmente gravi.
Ma non finisce qui… Sappiamo, infatti, che L’AR è espresso sia nelle cellule endoteliali che in quelle della muscolatura liscia vascolare. Le cellule endoteliali modulano la coagulazione del sangue nel sistema vascolare, secernendo composti vasoattivi tra cui l’ossido nitrico (NO). Attraverso le sue vie rapide non genomiche (ad es. PKA, PKC, MAPK), il Nandrolone può stimolare una rapida vasodilatazione tramite meccanismi endotelio-dipendenti e -indipendenti. Il primo meccanismo deriva dall’aumentata biodisponibilità di NO tramite l’attivazione dell’eNOS mediata dall’AR e dal rilascio di fattori vasodilatatori nelle cellule muscolari lisce vascolari. Purtroppo, però, questo meccanismo sul medio-lungo termine porta il Nandrolone a provocare danni endoteliali alterando l’equilibrio redox cellulare e riducendo la biodisponibilità dell’NO. Questo meccanismo comporta una compromissione della vasodilatazione, un aumento dello stress ossidativo e l’apoptosi delle cellule endoteliali, predisponendo in ultima analisi il sistema cardiovascolare all’ipertensione, alla trombosi e all’aterosclerosi.
Come avviene questo apparente “paradosso”?
Compromissione della via dell’ossido nitrico: il nandrolone riduce significativamente la fosforilazione dell’eNOS (ossido nitrico sintasi endoteliale) e dell’Akt, diminuendo la capacità dell’arteria di dilatarsi e di regolare correttamente il flusso sanguigno.
Stress ossidativo e apoptosi: lo steroide aumenta le concentrazioni intracellulari di calcio e stimola l’attività della NADPH ossidasi, favorendo l’accumulo di specie reattive dell’ossigeno (ROS) e innescando la morte delle cellule endoteliali.
Squilibrio dei tioli: l’esposizione a lungo termine compromette la funzione delle perossiredossine (PRDX1 e PRDX2), causando uno squilibrio tra tioli e disolfuri che porta a disfunzione vascolare, infiammazione e aggregazione piastrinica anomala.
Rimodellamento cardiaco: oltre al danno vascolare, il nandrolone provoca ipertrofia cardiaca patologica, alterando la meccanica cardiaca e la perfusione coronarica.
In uno studio sono state esposte le cellule endoteliali al Testosterone, al Androstenedione (il precursore del Testosterone), al Nandrolone e a due suoi precursori. Successivamente sono state registrate le concentrazioni in cui la metà delle cellule smetteva di crescere. I risultati sono riportati nella figura seguenti.
Più un AAS riduce la crescita delle cellule dei vasi sanguigni, tanto più risulta pericoloso l’AAS per il cuore e i vasi sanguigni. Il Nandrolone è molto più dannoso del Testosterone, come mostrato nella figura sopra esposta.
I grafici di seguito esposti mostrano l’effetto del Testosterone [blu], del Nandrolone [nero] e del Norandrostenediolo [verde] sulla crescita e lo sviluppo delle cellule endoteliali. Il Nandrolone mostra un effetto molto maggiore su queste cellule seguito dal Testosterone.
Esiste una vecchia usanza, diffusa negli spogliatoi di mezzo mondo, di abbinare in stack Nandrolone, Methandrostenolone [Dianabol] e Testosterone in Bulk… Del Testosterone e del Nandrolone abbiamo abbastanza dati (in specie sull’argomento ivi trattato) per farci un idea delle potenziali conseguenze a carico cardio-renale… sul Methandrostenolone c’è una nota da aggiungere…
Nei dati relativi ad atleti ben allenati nel campo della forza e della potenza (sollevatori di pesi), è risultato evidente l’aumento della pressione arteriosa e dell’indice di eiezione indotto dal Dianabol. A dosi comprese tra 10mg/giorno e 25mg/giorno, il Dianabol ha aumentato la pressione sistolica da poco più di 120mmHg a 140mmHg (differenza significativa), senza alcun effetto statisticamente significativo sulla pressione diastolica. A 15mg/giorno, il Dianabol ha aumentato l’indice di eiezione, ovvero il volume di sangue espulso dal ventricolo sinistro per battito [per superficie corporea], del 20%.
Ora, se abbiniamo questa caratteristica, esplicata già con dosi del tutto contenute, agli effetti potenziali sulla ritenzione idrica/sodica del Testosterone ai quali si vanno ad aggiungere i massivi effetti su questo effetto dati dal Nandrolone [considerando anche il danno endoteliale e la propensione maggiore a indurre ipertrofia del ventricolo sinistro], l’aggiunta del Methandrostenolone crea il “mix perfetto” per grosse problematiche cardio-renali che mettono sotto alto rischio l’utilizzatore. Se dovessimo aggiungere anche il fattore riguardante l’aromatizzazione del Methandrostenolone in 17α-Methylestradiolo il quale si colloca, in termini di potenza estrogenica mg per mg, a metà strada tra il 7α-Methylestradiolo [derivato dall’aromatizzazione del Trestolone/MENT] e il 17β-Estradiolo [derivato dall’aromatizzazione del Testosterone], la risultante sarebbe ancora peggiore sui punti qui analizzati.
Come già accennato, il Progesterone e alcuni progestinici specifici, come il Drospirenone, hanno un forte effetto anti-aldosteronico (antimineralcorticoide), ma la maggior parte dei progestinici sintetici standard non lo possiede. Il Nandrolone, come altri 19-norsteroidi con attività progestinica non presenta questa peculiarità, come abbiamo visto.
D’altronde, la maggior parte delle progestine sintetiche più comuni (come il Levonorgestrel o il Medrossiprogesterone Acetato) non inibiscono l’Aldosterone e potrebbero invece favorire la ritenzione idrica.
Dihydroboldenone [DHB] – non così “dry” –
Struttura molecolare del Dihydroboldenone.
Il Dihydroboldenone (noto anche come 1-Testosterone abbreviato e soprannominato 1-Testo, 1-T e DHB), è uno steroide anabolico-androgeno sintetico (AAS) e un derivato 5α-ridotto del Boldenone (Δ1-testosterone). Non è soggetto all’enzima Aromatasi, di conseguenza è sempre stato considerato un AAS “dry”.
Va considerato che il DHB è stato descritto per la prima volta nella letteratura scientifica e negli studi metabolici all’inizio degli anni ’70, sebbene le prime testimonianze precise relative alla sintesi dello steroide di base risalgano alla caratterizzazione farmaceutica standard degli androgeni 5α-ridotti in quel periodo. Dopo la sua descrizione, il DHB venne accantonato non subendo alcun trial clinico. Dovettero passare circa trent’anni affinché questo AAS riemergesse negli Stati Uniti dove venne venduto legalmente online fino al 2005, quando è stato riclassificato come sostanza della Tabella III.
Uno studio del 2006 stabilì che l’1-testosterone possiede un’elevata potenza androgenica e anabolica anche senza essere metabolizzato in altra struttura molecolare, pertanto può essere definito come un tipico steroide anabolizzante. Il DHB sembra non avere una selettività tissutale particolarmente accentuata e si lega in modo piuttosto forte al AR, con conseguente elevata capacità di stimolare la transattivazione AR-dipendente. In vivo, su animali, una dose equimolare di DHB ha la stessa capacità di stimolare la crescita della prostata, delle vescicole seminali e del muscolo levatr ani, sensibile agli androgeni, dello steroide anabolizzante di riferimento, il Testosterone Propionato; tuttavia, a differenza del Testosterone Propionato, il DHB, proprio per la sua scarsa selettività tissutale, aumenta anche il peso del fegato.
Un altra particolarità del DHB risiede nel suo metabolita principale. Si è scoperto che il DHB produce i seguenti metaboliti nelle urine in ordine di concentrazione:
5α-diidrotestosterone (DHT)
5α-androst-1-ene-3α,17β-diolo
5α-androst-1-ene-3,17-dione
5α-androst-1-ene-3α-ol-17-one
1-epitestosterone
Il DHB produce DHT come metabolita primario, nonostante non sia riducibile dalla 5α-reduttasi. Esistono solo spiegazioni imperfette riguardo alla sintesi di DHT come metabolita del DHB. Peter Bond ha affermato di essere rimasto sorpreso dall’identificazione da parte di Fragkaki del DHT come metabolita primario del DHB, poiché ciò suggerisce che un enzima finora non identificato sia responsabile della 1,2-diidrogenazione di questo androst-1-ene-3-one.
Giova ricordare che alte concentrazioni circolanti di DHT hanno il potenziale di alterare il RAAS similmente a quanto visto per il Testosterone.
Ed è forse la sua tendenza a dare come metabolita primario il DHT la causa del maggior effetto riscontrato in aneddotica e in casi studio sul riassorbimento del Sodio dal tubulo renale prossimale.
Poiché il DHB presenta potenziali negativi a livello epatico [ipertrofia disfunzionale], e che il fegato è l’organo fondamentale nel metabolismo dei farmaci e i reni ne curano l’escrezione, le dosi elevate di AAS di solito hanno già di per se un impatto su questi organi (Frankenfeld et al., 2014). Lo stress ossidativo è stato fortemente implicato nella tossicità epatica e renale indotta dal DHB come dal Boldenone. A questo proposito, El-Moghazy et al. (2012) e Farag et al. (2015) hanno riportato che l’iniezione di Boldenone ha provocato stress ossidativo a livello epatico e renale, come evidenziato dall’alterazione dei livelli di superossido dismutasi (SOD), glutatione e malondialdeide (MDA). Questo, in base a quanto osservato nei test di casi studio con dosi variabili di DHB, sembrerebbe mostrarsi in modo più marcato mg per mg per via delle caratteristiche molecolari e metaboliche derivanti da esse.
Struttura della Hsp90.
Le proteine da shock termico (HSP) sono una componente fondamentale della risposta cellulare allo stress finalizzata alla riduzione del danno, al recupero rapido e all’omeostasi (Atalay et al., 2009). L’Hsp90 è una delle Hsp più comunemente riconosciute; si tratta di una proteina chaperone che consente ad altre molecole di ripiegarsi correttamente e stabilizza le proteine contro lo stress termico. Inoltre, controlla la crescita delle proteine cellulari (Tukaj e Węgrzyn, 2016) e facilita il trasporto intracellulare, la degradazione proteica e la segnalazione cellulare (Pearl, 2016). Inoltre, l’Hsp90 svolge un ruolo fondamentale nella protezione delle cellule da varie condizioni di stress (Parcellier et al., 2003). In particolare, diversi studi precedenti hanno confermato la forte correlazione tra la sovraespressione di Hsp90 e le condizioni di stress ossidativo (Profumo et al., 2018; Castro et al., 2019). A questo proposito, è stato precedentemente riportato che lo stress ossidativo indotto dagli AAS innesca una sovraregolazione dell’Hsp90 nei tessuti renali di topi trattati con Nandrolone Decanoato (ND) (Riezzo et al., 2014).
Esame istopatologico della nefrosclerosi dell’arteria arcuata, che si presenta come un ispessimento dell’intima con un’architettura a buccia di cipolla. Si tratta presumibilmente di una manifestazione di nefropatia ipertensiva.
Sia il Boldenone che il DHB sono stati accusati di poter causare nefrosclerosi, glomerulosclerosi distruttiva e insufficienza renale acuta (Taher et al., 2008; Winnett et al., 2011). La statistica di comparsa di questi possibili effetti collaterali, già riportati per altri AAS, sono difficili da scindere dal momento che la variabili farmacologiche, specie nei casi studio, sono molteplici e difficili da scindere. Sappiamo che negli animali, la monoterapia con queste due molecole, ha causato danno epatico e renale, ma nell’uomo la quantificazione è ancora in essere come lo è la ricerca. Si potrebbe, tutt’alpiù, viste le osservazioni sul campo, affermare con le dovute precauzioni che esista una dose “minima efficace” di DHB la quale potrebbe mantenere bassi gli effetti negativi sul rene (e non solo) sfruttando l’unica caratteristica affascinante di questa molecola [che ricordo non essere altro che Methenolone privo della metilazione in C-1 e per ciò meno resistente all’azione dei metaboliti di degrado del 3-Keto gruppo]:
Sembrerebbe che il DHB possa agire come inibitore della 17β-HSD1, aumentando così i livelli di E1 e diminuendo quelli di E2. Il DHT, strutturalmente simile al DHB, è un noto, seppur debole, inibitore della 17β-HSD1. Affinché gli androgeni DHT o Testosterone (T) diventino buoni ligandi per questo enzima, devono imitare più da vicino la forma planare dell’anello A dell’E2 e presentare un ampio nucleo idrofobico. Il DHB soddisfa entrambi i requisiti, differenziandosi dal DHT per un doppio legame C-1,2, che gli conferisce un anello A più simile a quello degli estrogeni, e dal Testosterone per il suo ampio scheletro idrofobico di 5α-androstene. Tali 5α-androsteni hanno un’affinità 173 volte maggiore per l’AR rispetto alla loro controparte orientata in β, ad esempio, il DHT ha una maggiore planarità ed è meno ingombrante rispetto al Testosterone per adattarsi alla cavità idrofobica del sito di legame sull’AR.
L’enzima 17β-HSD1 è altamente espresso nel tessuto adiposo e nella prostata degli uomini. La sua funzione è quella di catalizzare la riduzione dell’estrogeno debole E1 all’estrogeno forte E2, e la sua espressione è positivamente correlata all’attivazione dell’E1 e ai livelli di E2. L’inibizione della 17β-HSD1 riduce l’E2, sebbene la sua completa abolizione (a 0,00 pg/mL) richiederebbe anche l’inibizione dell’Aromatasi e della Solfatasi.
La 17β-HSD1 catalizza l’ultimo passaggio nella biosintesi degli estrogeni attivi (E2 e 5-androstene-3β,17β-diolo); sebbene l’E1 sia il suo substrato primario, l’enzima presenta una certa attività anche per substrati non estrogenici. Il DHT è un substrato non specifico per la 17β-HSD1 e si lega ad essa in modo simile all’E2, con un orientamento analogo, ma con alcune differenze per adattarsi all’ingombro sterico aggiuntivo (ad esempio, il gruppo metilico in posizione C-19). Il complesso (17β-HSD1-DHT) presenta siti di legame per gli steroidi ben definiti e il valore di Km noto per il DHT è 17 volte superiore a quello per l’E2 (quindi è necessaria una maggiore quantità di DHT per saturare l’enzima) e l’attività specifica è 26 volte inferiore.
Legame di 17β-HSD1 con il DHT: (A) – (E) Cristallizzazione 3D e dati di docking del complesso DHT/17β-HSD1.
In conclusione, il DHB, se inibisce la 17β-HSD1, deve essere debolmente inibitore – certamente non con una specificità sufficiente per essere commercializzato per uso clinico nel trattamento del cancro al seno ma sufficiente per agevolare il controllo dell’E2 nell’enhanced. Sebbene la letteratura citata suggerisca che gli androgeni in posizione C19 non siano inibitori della 17β-HSD1 altamente potenti e selettivi – tali da consentire un buon legame e un’elevata velocità di reazione – gli androgeni sono ligandi attivi per l’enzima. Per massimizzare il legame, un inibitore progettato per essere specifico per la 17β-HSD1 deve imitare la forma planare dell’anello A dell’E2 e mantenere un ampio nucleo idrofobico in grado di interagire con il sito di legame degli steroidi dell’enzima. L’anello A più simile agli estrogeni e l’ampio scheletro idrofobico di 5α-androstene del DHB corrispondono a questi requisiti, rendendolo un androgeno C19 che è teoricamente più potentemente inibitore della 17β-HSD1 rispetto al DHT.
Conversione e interconversione del Estrone [E1] in Estradiolo [E2], tramite enzima 17β-HSD1, e del E2 in E1, tramite enzima 17β-HSD2.
Questo, seppur minimo, controllo sulla conversione del E1 in E2 tramite l’interazione inibitoria del 17β-HSD1 potrebbe essere minimamente riducente gli effetti sulla ritenzione idrica e sodica prima discussi ma non tali da compensarli e rendere meno invasiva a livello renale questa particolare molecola.
In definitiva, il DHB è un androgeno attenuato 1-ene, appartenente alla stessa classe dello Stenbolone e del Methenolone (Primobolan), considerato un anabolizzante blando anche in rapporto ai precedentemente detti. È notoriamente intollerabile a livello di “pip” post iniezione e la sua bassa selettività tessuto-specifica dell’AR non lo rende sicuramente, al contrario delle dicerie da forum, il “light Tren”. Spesso commercializzato nel mercato nero in soluzione con il guaiacolo (un irritante chimico, disinfettante ed espettorante per la tosse pericoloso, probabilmente cancerogeno) rendono il suo uso, di fatto, un intrinseco rischio cancerogeno, epatotossico e di tossicità renale. La sua caratteristica più interessante è la potenziale, seppur non selettiva, inibizione dell’enzima 17β-HSD1. Per coloro che sono particolarmente sensibili agli estrogeni potenti come l’E2 il DHB potrebbe essere allettante da usare per i suoi lievi effetti di influenza modulatrice sugli estrogeni a dosaggi bassi.
Trenbolone – l’ennesima versatilità di un controverso 19-norsteroide –
L’alterazione del metabolismo dei corticosteroidi e l’attivazione del recettore dei mineralcorticoidi (MR) sono state associate a malattie cardiovascolari (Briet e Chiffrin, 2010; Hadoke et al., 2009; Lastra et al., 2010).
L’antagonismo del MR inibisce l’assorbimento di ioni sodio (Na⁺) indotto dall’Aldosterone nei reni, nelle cellule principali del dotto collettore (Rafestin-Oblin et al., 2002) e influenza il trasporto di Na⁺ nella vescica. Le principali conseguenze dell’antagonismo del recettore dei mineralcorticoidi sono i disturbi elettrolitici (conseguenze dell’alterata azione dell’Aldosterone) e lo sviluppo di ipertensione e malattie cardiovascolari.
Il Trenbolone, probabilmente agendo in modo analogo allo steroide sperimentale Metribolone, antagonizza il MR, causando così aterosclerosi (accumulo di placche nelle arterie) e infiammazione, dannose per il cuore. Classico esempio di come un vantaggio nel breve periodo può trasformarsi in un grave peggioramento sul lungo periodo.
Struttura molecolare del Metribolone.
Il Metribolone, noto anche come 17α-metiltrenbolone, così come 17α-metil-δ9,11-19-nortestosterone o 17α-metilestra-4,9,11-trien-17β-ol-3-one, è uno steroide estranico sintetico e un derivato 17α-alchilato del Nandrolone (19-nortestosterone); più precisamente è il derivato metilato in C17α del Trenbolone (δ9,11-19-nortestosterone) e l’analogo deidrogenato in C9 e C11 (δ9,11) del Normethandrone (17α-metil-19-nortestosterone). Altri parenti stretti e derivati del metribolone includono il Mibolerone (7α,17α-dimetil-19-nortestosterone) e il Dimetiltrienolone (RU-2420; 7α,17α-dimetil-δ9,11-19-nortestosterone). Oltre agli AAS, il Trimetiltrienolone (R2956; 2α,2β,17α-trimetil-δ9,11-19-nortestosterone), un antiandrogeno altamente potente, è stato derivato dal Metribolone.
Oltre al AR, il Metribolone ha un’elevata affinità per il recettore del progesterone (PR) e si lega anche al recettore dei glucocorticoidi (GR). Il farmaco è stato inoltre identificato nel 2007 come un potente antimineralcorticoide, con un’affinità per il MR simile a quella dell’Aldosterone e dello Spironolattone.
Se a questa caratteristica si aggiunge l’alta selettività recettoriale a livello tissutale del Trenbolone, ed una, apparente, non particolare azione a livello del tubulo renale prossimale e sul riassorbimento del Sodio, si comprende come questa molecola continui a presentare peculiarità applicabili con largo vantaggio anche nel periodo pre-contest. Ma attenzione però, perchè la dose e il tempo di somministrazione fanno la differenza tra grado di vantaggio favorevole e svantaggio preponderante.
L’abuso del Trenbolone comporta comunque dei rischi significativi per la salute renale, con potenzialità di causare principalmente ipertensione, forte stress fisico e potenziale insufficienza renale. I rischi per la funzionalità renale legati all’abuso di Trenbolone comprendono:
Ipertensione: Aumenta la pressione sanguigna, danneggiando i piccoli vasi sanguigni all’interno dei reni.
Iperfiltrazione glomerulare: Costringe i reni a lavorare eccessivamente a causa dell’attività antimineralocortioide e di diete ad alto contenuto proteico, scompensate a livello salino e causando danni strutturali come la glomerulosclerosi segmentale focale (FSGS).
Disfunzione epatorenale: Un grave stress o insufficienza epatica causati dal farmaco possono innescare un danno o un’insufficienza renale acuta secondaria.
Riduzione della crescita cellulare: dosi elevate rallentano la riparazione e la normale proliferazione delle cellule endoteliali.
Riduzione dell’ossido nitrico: un uso sul lungo termine blocca i segnali benefici che normalmente inducono i vasi sanguigni a rilassarsi e dilatarsi.
Alterazione dei livelli degli ioni calcio: modifica i livelli di calcio all’interno delle cellule, il che può innescare un danno cellulare precoce o la morte cellulare (apoptosi).
Variabile forme modificate di E2 e loro impatto sulla ritenzione idrica e sodica
Sia l’iperestrogenismo causata dall’uso di dosi sovrafisiologiche di Testosterone che un aumento delle forme modificate del’E2, le quali, anche se non in alte concentrazioni, presentano una attività metabolica recettoriale-tissutale maggiore mg per mg, provocano ritenzione idrica aumentando l’accumulo di sodio alterando il RAAS, incrementando l’angiotensiogeno epatico, la permeabilità dei vasi sanguigni e interagendo con l’Aldosterone. Questo squilibrio porta a sintomi comuni come gonfiore, edema e ritenzione idrica con aumento di pressione e stress cardio-renale.
Struttura molecolare del 17α–Methylestradiolo.
Il 17α-methylestradiolo (17α-ME), noto anche come 17α-metilestra-1,3,5(10)-triene-3,17β-diolo, è uno steroide estranico sintetico e un derivato dell’Etradiolo sebbene sia anche il prodotto aromatico di AAS come il Methandrostenolone e il Methyltestosterone. È specificamente il derivato dell’Estradiolo con un gruppo metilico nelle posizioni C17α.
Il Methylestradiolo è un estrogeno, o un agonista del recettore degli estrogeni. Mostra un’affinità per il recettore degli estrogeni leggermente inferiore rispetto all’estradiolo o all’Etinilestradiolo ma una potenza di legame maggiore.
Il 17α-ME, come accennato in precedenza, è un metabolita attivo degli AAS Methyltestosterone (17α-metiltestosterone), Methandrostenolone (17α-metil-δ1-testosterone) e Normethandrone (17α-metil-19-nortestosterone), ed è responsabile dei loro effetti collaterali estrogenici, come ginecomastia e marcata ritenzione idrica.
Grazie alla presenza del suo gruppo metilico C17α, il 17α-ME non può essere disattivato dall’ossidazione del gruppo idrossilico C17β, con conseguente miglioramento della stabilità metabolica e della potenza rispetto all’Estradiolo.
Nonostante l’affinità di legame risulti maggiore per il 17β-estradiolo, la potenza di legame e la stabilità sono maggiori per il 17α-methylestradiolo. Si potrebbe paragonare alle differenze di azione tra Testosterone e DHT con quest’ultimo che presenta una affinità all’AR maggiore ma una stabilità e forza di legame inferiore [vedi resistenza enzimatica] rispetto al Testosterone.
Struttura molecolare del 7α-methylestradiolo.
Il 7α-methylestradiolo (7α-Me-E2), noto anche come 7α-metilestra-1,3,5(10)-triene-3,17β-diolo, è un estrogeno sintetico e un metabolita attivo dell’AAS Trestolone. È considerato responsabile dell’attività estrogenica del Trestolone. Fatto particolare, questa molecola estrogenica mostra un’affinità maggiore per l’AR rispetto all’Estradiolo.
Secondo la teoria delle potenze estrogeniche dipendenti dal composto (per AAS) e individualizzate (per utilizzatore), l’estrogenicità si riferisce agli effetti associati all’attivazione dei recettori ER-α e β (quest’ultima generalmente opposta alla prima) e dipende da fattori dipendenti dal composto (per AAS) e individualizzati (per utilizzatore) che determinano sia (A) i livelli ematici effettivi, sia (B) gli effetti a livello tissutale, dei prodotti aromatici di un AAS.
Il prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, ha una potenza superiore a quella dell’E2 nelle cellule aventi recettori per gli estrogeni (ER). L’efficacia viene determinata misurando l’effetto, ad esempio la crescita (in questo caso, nelle cellule di carcinoma mammario). L’EC₅₀ (EC50) è determinata dalle concentrazioni alle quali il ligando innesca la crescita e può essere confermata dalla misurazione della progressione del ciclo cellulare (ovvero, l’ingresso nella fase S del ciclo cellulare).
L’affinità di legame (IC₅₀) del prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, è pari al 101% di quella dell’E2, che viene tipicamente utilizzato come composto di riferimento per il legame con i recettori per gli estrogeni, data la sua notevole efficacia, potenza e affinità per il recettore ER-α, come riportato in letteratura.
Struttura molecolare del Trestolone.
Confrontando il tasso di aromatizzazione tra Trestolone e Nandrolone, Attardi et al. hanno scoperto che, “[a] 180 minuti, circa il 23% del Trestolone si convertiva in 7α-ME e circa il 13% del Nandrolone in [E1]-E2”. Poiché il Nandrolone aromatizza a una velocità pari al 20% di quella del Testosterone (T), possiamo dedurre che il Trestolone aromatizza a circa il 35% della velocità del T in 7α-ME, con una potenza quattro volte superiore rispetto all’E2, ovvero per quanto riguarda la crescita delle cellule tumorali del seno. Una semplice moltiplicazione del tasso di aromatizzazione (35%) × EC50 (7α-methylestradiolo) × RBA (7α-methylestradiolo) ≈ il potenziale di crescita del Trestolone nelle cellule contenenti ER superiore del 40% rispetto al T.
Questa deduzione, quindi, supporta le segnalazioni degli utilizzatori secondo cui il Trestolone è un potente agente estrogenico. Matematicamente, possiamo affermare che 50mg al giorno di Trestolone Enantato sono approssimativamente equivalenti, in termini di attività estrogenica, a 500mg di Testosterone Enantato assunti settimanalmente.
Il Trestolone sostituisce E₂ e P₄ per promuovere l’equilibrio dei fluidi attraverso molteplici meccanismi.
Inoltre, gli effetti gestagenici del Trestolone potenziano notevolmente i suoi effetti ipertensivi ed edematosi (propensione alla ritenzione idrica).
L’edema, o ritenzione idrica, è il segno distintivo dell’eccessiva estrogenicità, abbinata alla azione intrinseca degli androgeni, nei culturisti che fanno uso di AAS.
Il diagramma qui sopra illustra come il Trestolone agisca in molteplici modi per promuovere la ritenzione idrica (edema) e l’ipertensione (aumento della pressione sanguigna sistolica; aumento della pressione differenziale). Il Trestolone è analogo all’E₂ (estradiolo; E2) e al P₄ (Progesterone) rispetto al 7α-ME e alla sua potenza del 29,2% nell’attivare il PR come il P₄.
Il Trestolone, quindi, promuove la ritenzione idrica agendo su:
Il cervello e il sistema nervoso centrale (SNC) per aumentare la sete e l’appetito per il sodio tramite la segnalazione dell’Angiotensina II (ANG II), e i reni agendo su:
Ormoni antidiuretici, ad esempio l’Arginina Vasopressina (AVP), riducendo la minzione; il RAAS, aumentando il bilancio del sodio; e/o
I tubuli renali, promuovendo la ritenzione di sodio e acqua come già descritto.
Struttura molecolare del Progesterone.
Sempre il diagramma sopra esposto illustra anche, in parte, come il Trestolone, sostituendo l’E₂ (Estradiolo; E2) e il P₄ (Progesterone), promuova l’aumento della pressione differenziale. Ciò avviene incrementando l’equilibrio idrico (ovvero, provocando gonfiore) attraverso i suoi effetti edematosi e agendo sugli osmorecettori del sistema nervoso centrale (SNC) e sui barocettori del sistema nervoso periferico (SNP), nonché sull’Angiotensina II (ANG II), sull’AVP e sui neuroni in diversi sistemi.
Inoltre, il Trestolone aumenta significativamente la pressione sanguigna sistolica (ovvero la pressione differenziale) a una dose settimanale inferiore a 2mg.
La pressione differenziale (Pp) è la differenza (mmHg) tra la pressione sistolica e quella diastolica. Una pressione differenziale normale è quindi di 40mmHg (120mmHg – 80mmHg = 40mmHg).
La pressione differenziale (Pp) rappresenta la forza generata dal cuore ad ogni contrazione, ovvero la compliance arteriosa (C). Un valore normale della pressione differenziale è di 40mmHg; una Pp < 25% della pressione sistolica indica ipotensione o restringimento del setto, mentre una Pp > 100 mmHg indica ipertensione o dilatazione del setto.
La variazione della pressione differenziale (ΔPp) è proporzionale alla variazione di volume (ΔV) ma inversamente proporzionale alla compliance arteriosa (C):
ΔPp = ΔV/C
Poiché la variazione di volume è dovuta alla gittata sistolica (SV) del sangue espulso dal ventricolo sinistro, possiamo approssimare la pressione differenziale con la seguente formula:
Pp = SV/C
Un giovane adulto sano a riposo ha un volume sistolico (VS) di circa 80mL. La compliance arteriosa (C) è di circa 2mL/mmHg, il che conferma che la pressione differenziale normale è di circa 40mmHg.
Il Trestolone, pertanto, induce un aumento della pressione differenziale, incrementando il volume sistolico.
Il Trestolone, aumentando la ritenzione di sodio e liquidi, incrementa il volume plasmatico. Inoltre, aumenta rapidamente l’emoglobina.
L’Emoglobina (Hb) è una proteina legante l’ossigeno (O₂) presente negli Eritrociti (globuli rossi) (Hb 13,5 – 17 g/dL [uomini], 12 – 15,5 g/dL [donne]).
L’Ematocrito (HCT) rappresenta la percentuale del volume ematico occupata dagli Eritrociti [uomini 41-51%, donne 36-47%].
L’Ematocrito (HCT) è correlato all’Emoglobina (Hb) dalla seguente formula:
Hb (g/dL) × 3 ≈ HCT (%)
Esempio: Hb di 15 g/dL ≈ HCT del 45%.
I livelli di emoglobina sono aumentati significativamente (149 ± 2,9 g/L → 154 ± 3,3; dimensione dell’effetto: 1,724; %Δ: +3,35%; intervallo di confidenza al 95%) con Trestolone (~ 2 mg q.w.) a 12 settimane, e un modello simile (da 0,44 a 0,46; dimensione dell’effetto: 2; %Δ: +4,5%; non significativo) è stato osservato nell’ematocrito, ma questo non ha raggiunto la significatività statistica. Nel gruppo Testosterone (~ 120 mg q.w.), al contrario, è stato osservato un aumento progressivo più lento della concentrazione di emoglobina che è diventato significativo solo a 48 settimane. C’è stato anche un aumento complessivo significativo dell’ematocrito nel gruppo Testosterone, sebbene nessuno dei singoli punti temporali di trattamento fosse significativamente diverso dal pre-trattamento (0,45 ± 0,01).
In definitiva, il Trestolone favorisce in particolare il gonfiore attraverso la sua azione sui reni (regolando la ritenzione di liquidi e sodio) e sul cervello (aumentando la sete e l’assunzione di sodio) e in particolare promuove l’ipertensione, soprattutto l’aumento della pressione differenziale, aumentando il volume sistolico tramite l’aumento del volume plasmatico e dell’ematocrito, ovvero della viscosità o densità del sangue.
Uno dei peggiori con il Nandrolone per gli effetti cardio-renali…
Variabile rhGH sul RAAS
Struttura molecolare tridimensionale della Somatotropina [hGH].
In letteratura viene riportato chiaramente che quello della ritenzioni di liquidi in seguito a somministrazione di rhGH sia un effetto collaterale concreto e documentato. Infatti, la maggior parte dei dati indicano che i pazienti adulti con deficit di hGH sono disidratati, cioè non hanno un volume d’acqua positivo nel corpo, e presentano una bassa concentrazione di acqua extracellulare nel plasma. Quando viene avviata la terapia sostitutiva con rhGH in questi pazienti i loro fluidi corporei vengono ripristinati alla normalità. La capacità di ritenzione dei fluidi del rhGH dovrebbe quindi essere considerata in ambito clinico come una normalizzazione fisiologica desiderabile dell’omeostasi dei liquidi corporei piuttosto che un effetto collaterale sgradevole ma, ovviamente, nel Bodybuilding le cose cambiano nettamente.
La letteratura riporta la conclusione che l’rhGH aumenta l’ADH [Ormone Antidiuretico, conosciuto anche come Vasopressina], come effetto che trova la sua causa nella attivazione del RAAS. Infatti, l’rhGH aumenta la Somatostatina, e dato che il rene possiede recettori specifici per la Somatostatina questi possono attivare il RAAS.
Negli studi la somministrazione di rhGH ha determinato un calo nelle 24 ore dell’escrezione urinaria di Sodio (197 +/- 38 a 42 +/- 20 mmol, media +/- SD, P meno di 0,005), una riduzione del volume delle urine (1.652 + / – 182-848 +/- 348 mL, P inferiore a 0,05), ma non l’osmolalità. Il PRA [Attività della Renina Plasmatica] è aumentato in modo significativo di 1.118 +/- 73 a 3.608 +/- 1.841 fmol angiotensina 1 L / s (P meno di 0,005), il che è stato associato con un aumento di sette volte nella concentrazione plasmatica (52 +/- 12-402 + / – 99 pg / mL, P meno di 0,001). L’osmolalità del plasma e le concentrazioni di AVP [Arginina Vasopressina] non sono cambiate in modo significativo. I risultati mostrano che la ritenzione di Sodio indotta dal rhGH comporta l’attivazione del RAAS. Questo meccanismo può spiegare in parte l’insorgenza dell’espansione del volume plasmatico e l’ipertensione e suggerisce un rischio di ritenzione di liquidi e, eventualmente, l’ipertensione nei soggetti trattati con dosi sovrafisiologiche di rhGH per il trattamento della bassa statura o per finalità estetiche.
Struttura molecolare del ADH.
L’hGH, tuttavia, provoca un rialzo del ADH (Ormone Antidiuretico o Vasopressina). L’ADH è un costrittore coronarico molto potente che costringe anche le vene. Il segnale di sintesi parte dall’ipotalamo. Le terminazioni nervose di alcuni neuroni nell’ipotalamo raggiungono la pituitaria posteriore, dove l’ADH e l’Oxitocina vengono prodotte. l’ADH può arrivare fino ad un livello che supera di 20 i livelli normali a causa della paura, della rabbia, e dello stress. Ciò può causare costrizione coronarica in pochi minuti, e questo può portare ad un attacco cardiaco.
Il hGH causa un aumento del ADH, e come effetto diretto di questo, la ritenzione idrica aumenta, e ciò provoca un aumento della pressione sanguinea. L’aumento del ADH causato dal rhGH è dose-dipendente; che è il motivo per il quale bisogna ridurre la dose, insieme alle altre variabili, se la pressione arteriosa sale in modo eccessivo, fino a quando il sistema circolatorio si regola per gestire la cosa.
L’uso della Clonidina sembra specifico per questa caratteristica di alterazione idrica-pressoria rhGH dipendente. Essa provoca alcuni effetti collaterali, ma non è causa di impotenza. È indicata se si soffre di pressione alta causata da livelli elevati di ADH.
Ovviamente, la somministrazione di rhGH, in concomitanza con AAS fortemente aromatizzabili, e che già intrinsecamente posseggono caratteristiche di alterazione dal grado variabile sul RAAS e il riassorbimento del Sodio, fa si che il problema peggiori considerevolmente peggiorando addizionalmente, se in circostanze di ipercalorica, con il perggiormante dell’insulino resistenza.
La Clondina, comunque, viene consigliata principalmente perché agisce direttamente sul ADH è la ritenzione idrica causata da quest’ultimo. Attenti però al fattore dosaggio-tolleranza-interazione con altri farmaci co-somministrati.
In definitiva, la Clonidina viene assunta, in ambito Bodybuilding per contrastare l’effetto di un aumento del ADH dovuto alla somministrazione di rhGH, prima di dormire.
Ricapitolando, la principale causa della ritenzione idrica dovuta all’uso di rhGH sembra doversi ricondurre all’aumento della secrezione di ADH (Ormone Antidiuretico) e, come avviene per il hGH, esso viene secreto dalla ghiandola pituitaria posteriore.
Quindi, sappiamo che l’rhGH aumenta i livelli di ADH, e l’ADH aumenta la ritenzione idrica, che può causare (causalità a grado individuale e legata all’entità dell’aumento) una più alta pressione sanguigna. Come già detto, l’aumento del ADH è rhGH-dose-dipendente.
Alcuni affermano che una delle possibili cause della ritenzione idrica da rhGH sia la qualità dei prodotti venduti e acquistati attraverso il mercato nero. Sinceramente, la purezza può giocare una percentuale sull’effetto “ritenzione idrica” ma non credo che sia così statisticamente significativa (anche se il contenuto risulti essere hCG e non rhGH).
La soluzione al problema della ritenzione idrica da rhGH risulta essere, oltre alla possibilità di sospensione dell’ormone proteico, quella di alterare in negativo la secrezione di ADH GH-indotta. E’ possibile fare ciò con il prima citato farmaco Clonidina che presenta un azione principale nei confronti della secrezione di ADH. La dose “tipica” di Clonidina si aggira intorno ai 2mg ogni 12 ore, ma si tratta comunque di riferimenti generici soggetti a marcate variazioni individuali le quali possono comprendere dosaggi inferiori e tempistiche di assunzione più lunghe. Il fatto che la Clonidina sembri non causare impotenza, ciò rende questo composto decisamente meno problematico di altri farmaci per la pressione.
La Clonidina, nonostante tutto, presenta comunque dei possibili rischi legati all’abbassamento eccessivo della pressione specie se vi sono farmaci con i quali presenta interazione; e non credo ci sia bisogno di sottolineare cosa ciò potrebbe comportare.
I meccanismi e l’impatto fisiologico del rhGH sono:
Azione renale: l’rhGH altera le proteine di trasporto renale come NKCC2, aumentando la ritenzione diretta di Sodio e acqua.
Cambiamenti ormonali: può stimolare il RAAS, aumentando i livelli di Aldosterone e ADH che a loro volta favoriscono la ritenzione di elettroliti e liquidi.
Modifiche della composizione corporea: può verificarsi un’espansione dell’acqua extracellulare fino al 15-25%, che spesso si manifesta come un rapido aumento di peso o un incremento della “massa magra” piuttosto che come una reale crescita dei tessuti.
Come gestire al maglio la situazione?
Calibrare secondo esigenze soggettive i quantitativi di Sodio assunti evitando cibi processati e/o contenenti un eccesso di Sodio;
Rapportare adeguatamente il Potassio secondo calcolo minuzioso delle variabili della preparazione che potrebbero portare a iperkaliemia;
Dividere il dosaggio giornaliero di rhGH ad un minimo di 2 iniezioni. I ricercatori che hanno fissato gli effetti collaterali del rhGH durante gli esperimenti, di solito iniettano ai loro pazienti dosi che comportano protocolli di iniezione anomali – 3 iniezioni con dosaggio elevato a settimana. Tali protocolli perturbano l’equilibrio fisiologico della ANP [peptide natriuretico atriale] e della Vasopressina molto più dei protocollo con iniezioni frequenti, che è simile alla secrezione umana naturale. Il direttore del Palm Springs Life Extension, il Dr.Edmund Chein e il suo socio Dr. L. Cass Terry, che ha trattato oltre 800 pazienti, afferma che la scissione del dosaggio giornaliero di rhGH in 2 sole iniezioni, potrebbe quasi ridurre gli effetti collaterali di rhGH legati alla ritenzione idrica;
Per quanto banale, cessare l’assunzione di alcol. Conosco alcuni BBr o presunti tali che fanno uso di alcol. L’alcol provoca ritenzione idrica oltre ad essere tossico su più fronti;
Bere più acqua rapportandola correttamente con il Sodio e le perdite urinarie e legate alla sudorazione. Il consumo limitato di acqua causa un aumento della Vasopressina con conseguente aumento della ritenzione idrica;
L’uso della Clonidina dovrebbe essere preso con cautela e sotto stretto controllo medico per via delle possibili interazioni con altre componenti della preparazione.
Variabili ARBs e ACE-II inibitori sul equilibrio elettrolitico
Gli ACE-II inibitori e i farmaci che agiscono come antagonista sui recettori dell’Angiotensina II [ARBs] sono spesso utilizzati dai bodybuilder per gestire l’ipertensione e per prevenire l’ipertrofia ventricolare sinistra.
I bloccanti del recettore dell’Angiotensina II (ARB), formalmente detti antagonisti del recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1), sono un gruppo di farmaci che si legano al recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1) inibendone l’attivazione, bloccando così la contrazione arteriolare e la ritenzione di sodio indotte dal RAAS.
Il loro utilizzo principale è nel trattamento dell’ipertensione (pressione alta), della nefropatia diabetica (danno renale dovuto al diabete) e dell’insufficienza cardiaca congestizia. Bloccano selettivamente l’attivazione del recettore AT1, impedendo il legame dell’Angiotensina II, a differenza degli ACE-inibitori.
Gli ARB e gli ACE-inibitori, che presentano una funzione sulla concentrazione del substrato, sono entrambi indicati come farmaci antipertensivi di prima linea nei pazienti che sviluppano ipertensione associata a insufficienza cardiaca sinistra. Tuttavia, gli ARBs sembrano produrre meno effetti collaterali rispetto agli ACE-inibitori per via della neutralità sugli aumenti della Bradichinina.
Queste molecole sono quindi antagonisti del recettore AT1; ovvero, bloccano l’attivazione dei recettori AT1 dell’Angiotensina II. I recettori AT1 si trovano nelle cellule muscolari lisce dei vasi sanguigni, nelle cellule corticali della ghiandola surrenale e nelle sinapsi dei nervi adrenergici. Il blocco dei recettori AT1 provoca direttamente vasodilatazione, riduce la secrezione di vasopressina e diminuisce la produzione e la secrezione di aldosterone, tra le altre azioni. L’effetto combinato riduce la pressione sanguigna.
Gli ARBs più utilizzati in ambito cuclturistico sono il Telmisartan [Micardis] e Losartan [Cozaar], sebbene sia il primo ad avere una diffusione d’uso maggiore in questo contesto.
Il Telmisartan mostra un’elevata affinità per il recettore dell’Angiotensina II di tipo 1 (AT1), con un’affinità di legame 3000 volte maggiore per AT1 rispetto ad AT2.
Oltre ad avere una azione riduttiva sul RAAS, il Telmisartan agisce come agonista parziale del recettore PPAR-γ, un regolatore centrale del metabolismo dell’insulina e del glucosio. Si ritiene che la duplice modalità d’azione del Telmisartan possa fornire benefici protettivi contro i danni vascolari e renali causati dal diabete e dalle malattie cardiovascolari (CVD). Come agonista parziale, attiva il recettore del 25-30%. Studi clinici hanno dimostrato che il Telmisartan aumenta la sensibilità all’insulina, riduce la fibrosi e l’ipertrofia cardiaca e migliora la funzione endoteliale; tutti questi effetti possono essere attribuiti alla sua attività sul PPAR-γ. L’attività nefroprotettiva del Telmisartan è attribuita sia all’antagonismo dell’Angiotensina II sia al miglioramento della funzione endoteliale derivante dal PPAR-γ.
Il Telmisartan attiva i recettori PPAR-δ in diversi tessuti. Nei topi, ciò si traduce in effetti come un aumento della resistenza e una riduzione dello stoccaggio dei trigliceridi negli adipociti. Tuttavia, il Telmisartan non migliora le prestazioni di camminata (distanza percorsa in 6 minuti) nelle persone affette da arteriopatia periferica degli arti inferiori.
Il Telmisartan sembra poter attivare anche il PPAR-α e inibire il CYP2J2.
Il CYP2J2 si localizza nel reticolo endoplasmatico e si ritiene sia un enzima importante responsabile del metabolismo degli acidi grassi polinsaturi endogeni in molecole di segnalazione.
Un aumento del rilevamento di mRNA e proteina CYP2J2 è stato evidente nel 77% delle linee cellulari di carcinoma dei pazienti. La proliferazione cellulare è stata regolata positivamente da CYP2J2 e, inoltre, è stato dimostrato che CYP2J2 promuove la progressione del tumore. È stata inoltre riscontrata una maggiore quantità di mRNA di CYP2J2 in vari tipi di tumore, tra cui adenocarcinoma esofageo, carcinoma mammario e carcinoma gastrico, rispetto a quella del tessuto normale circostante.
Il CYP2J2 è sovraespresso in diversi tipi di cancro e la sua sovraespressione forzata in linee cellulari tumorali umane accelera la proliferazione e protegge le cellule dall’apoptosi.
Gli inibitori dell’enzima di conversione dell’Angiotensina (ACE-inibitori o ACE II-inibitori) sono anch’essi utilizzati principalmente per il trattamento dell’ipertensione e dell’insufficienza cardiaca. Questa classe di farmaci agisce provocando il rilassamento dei vasi sanguigni e una riduzione del volume ematico, con conseguente abbassamento della pressione sanguigna e diminuzione del fabbisogno di ossigeno del cuore.
Gli ACE-inibitori inibiscono l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina, un componente importante del sistema renina-angiotensina che converte l’angiotensina I in angiotensina II e idrolizza la bradichinina. Pertanto, gli ACE-inibitori riducono la formazione di angiotensina II, un vasocostrittore, e aumentano i livelli di bradichinina, un peptide vasodilatatore. Questa combinazione ha un effetto sinergico nell’abbassare la pressione sanguigna.
Tra gli ACE-inibitori più frequentemente prescritti figurano benazepril, zofenopril, perindopril, trandolapril, captopril, enalapril, lisinopril e ramipril. L’Enalapril e il Captopril sono generalmente i più utilizzati nel Bodybuilding, soprattutto il Captorpil in contesto Cut per facilitare la mobilitazione del “grasso testardo” vista la capacità di questa classe di farmaci di modificare la α2-AR/β2-AR ratio nell’adipocita a favore dei β2-AR.
Struttura molecolare tridimensionale della Bradichinina.
Sappiamo che gli ACE inibitori bloccano la conversione dell’Angiotensina I (ATI) in Angiotensina II (ATII). In tal modo, riducono la resistenza arteriolare e aumentano la capacità venosa; diminuiscono la gittata cardiaca, l’indice cardiaco, il lavoro sistolico e il volume; riducono la resistenza nei vasi sanguigni renali; e portano ad un aumento della natriuresi (escrezione di sodio nelle urine). La concentrazione di renina nel sangue aumenta a seguito del feedback negativo dovuto alla ridotta conversione di ATI in ATII, e i livelli di ATI aumentano per lo stesso motivo, mentre le concentrazioni di ATII e aldosterone diminuiscono. I livelli di bradichinina aumentano perché l’enzima di conversione dell’angiotensina degrada anche la bradichinina e la sua inibizione riduce l’inattivazione della Bradichinina.
L’inserimento di 2000-5000 GDU di Bromelina possono “tamponare” il problema derivante dal aumento della Bradichinina con l’uso di questa classe di farmaci. Vi sono infatti alcuni studi scientifici che mostrano che l’attività “bradichinasica” (di distruzione della Bradichinina) della Bromelina possa aiutare a l’accumulo della Bradichinina e ridurre la tosse indotta da questi farmaci.
La Bromelina è un insieme di enzimi proteolitici estratti principalmente dal gambo e dal frutto dell’ananas, ampiamente utilizzato sotto forma di integratore alimentare per le sue proprietà antinfiammatorie, drenanti e digestive.
Il legame tra la Bromelina e la Bradichinina rappresenta il cuore del meccanismo biochimico con cui questo estratto dell’ananas riesce a ridurre drasticamente il dolore, l’infiammazione e l’edema (gonfiore).
La Bromelina agisce sulla bradichinina attraverso due vie principali:
Inattivazione Diretta: Sfruttando la sua natura di enzima proteolitico, la Bromelina idrolizza (scompone e distrugge) la Bradichinina e il suo precursore (il chininogeno) nei tessuti infiammati.
Blocco della Produzione: Riduce l’attività della callicreina plasmatica, l’enzima responsabile della generazione di nuova Bradichinina.
La neutralizzazione della Bradichinina da parte della Bromelina si traduce in tre effetti terapeutici immediati:
Effetto Analgesico (Antidolorifico): Meno bradichinina significa una minore stimolazione delle fibre nervose responsabili della trasmissione del dolore, specialmente in caso di traumi, artrite e infiammazioni articolari.
Effetto Antiedemigeno (Anti-gonfiore): Riducendo i livelli di bradichinina, si blocca l’eccessiva permeabilità vascolare. I vasi smettono di “perdere” liquidi nei tessuti circostanti, accelerando il riassorbimento del gonfiore e dei lividi.
Miglioramento del Microcircolo: Il controllo della permeabilità e la contestuale azione fibrinolitica della bromelina migliorano l’ossigenazione e la circolazione locale nel sito del trauma.
Il Captopril [conosciuto anche sotto il nome commerciale Capoten] è il primo degli ACE-inibitori sintetizzati e immessi in commercio. Come accennato in precedenza, esso, insieme al Enalapril, viene utilizzato maggiormente nel Bodybuilding in alternativa agli ARBs se l’obbiettivo va oltre il controllo della ritenzione idrica/sodica e di controllo del RAAS.
Sia gli ARBs che gli ACE-inibitori possono portare a condizioni di Iperkaliemia [eccesso di Potassio].
L’iperkaliemia è un livello elevato di potassio (K+) nel sangue. I livelli normali di potassio sono compresi tra 3,5 e 5,0 mmol/L (3,5 e 5,0 mEq/L), mentre livelli superiori a 5,5 mmol/L sono definiti come iperkaliemia. In genere l’iperkaliemia non causa sintomi. Occasionalmente, quando è grave, può causare palpitazioni, dolori muscolari, debolezza muscolare o intorpidimento. L’iperkaliemia può causare un ritmo cardiaco anomalo che può provocare arresto cardiaco e morte.
Elettrocardiogramma che mostra derivazioni precordiali in caso di iperkaliemia.
Numerosi farmaci possono causare un aumento del potassio nel sangue, tra cui antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi (ad es. spironolattone, eplerenone e finerenone), FANS, diuretici risparmiatori di potassio (ad es. amiloride), bloccanti del recettore dell’angiotensina e inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina. La gravità è suddivisa in lieve (5,5 – 5,9 mmol/L), moderata (6,0 – 6,5 mmol/L) e grave (> 6,5 mmol/L). Livelli elevati possono essere rilevati su un elettrocardiogramma (ECG), sebbene l’assenza di cambiamenti ECG non escluda l’iperkaliemia. Le proprietà di misurazione dei cambiamenti ECG nella previsione dell’iperkaliemia non sono note. La pseudoiperkaliemia, dovuta alla rottura delle cellule durante o dopo il prelievo del campione di sangue, deve essere esclusa.
Il trattamento iniziale in caso di alterazioni dell’ECG consiste in sali, come il gluconato di calcio o il cloruro di calcio. Altri farmaci utilizzati per ridurre rapidamente i livelli di potassio nel sangue includono insulina con destrosio, salbutamolo e bicarbonato di sodio. I farmaci che potrebbero peggiorare la condizione dovrebbero essere interrotti e dovrebbe essere iniziata una dieta a basso contenuto di potassio. Le misure per rimuovere il potassio dal corpo includono diuretici come la furosemide, leganti del potassio come il polistirene solfonato (Kayexalate) e il ciclosilicato di zirconio di sodio e l’emodialisi. L’emodialisi è il metodo più efficace.
Con l’uso di farmaci ARBs e ACE-inibitori, considerando anche le possibili variabili integrative legate all’uso supplementare di Potassio (nelle sue varie forme) o di prodotti contenenti una certa quantità dello stesso, il pericolo che si instauri una condizione di iperkaliemia è statisticamente significativo. Oltretutto, il Potassio integrativo viene inserito nelle preparazioni dove è contemplato l’uso di Clenbuterolo, il quale è noto causare una deplezione di Potassio, nota come ipokaliemia, costringendo il Potassio a spostarsi rapidamente dal flusso sanguigno alle cellule del corpo. Questo pericoloso spostamento può causare tachicardia, crampi muscolari e aritmie cardiache. In quanto agonista β2, il farmaco stimola le pompe cellulari che trasportano il Potassio all’interno delle cellule, abbassando i livelli ematici anche se il Potassio totale nell’organismo è normale. Spesso il Clenbuterolo abbassa contemporaneamente anche altri minerali chiave come Magnesio e Fosforo. L’esercizio fisico intenso o la sudorazione eccessiva, combinati con questo squilibrio cellulare, peggiorano la deplezione. In questo caso, la gestione delle quantità di Sodio e Potassio assunte giornalmente richiede esami più approfonditi misurando i livelli di Potassio e Sodio tramite un esame del sangue e gestendo su dieta, farmaci e la funzione renale.
I metodi di gestione dell’assunzione e controllo dell’equilibrio salino sono:
Esami ematici: dosaggio di Sodio, Potassio, creatinina e azotemia per valutare i reni.
Dieta: riduzione di cibi ricchi di Potassio come frutta e verdura specifiche e rapportare il giusto quantitativo di Sodio in base ai risultati emersi dal controllo ematico.
Terapia medico-farmacologica: aggiustamento o sospensione di farmaci come ACE-inibitori o Diuretici, oppure uso di resine e leganti del potassio per favorirne l’eliminazione.
Possibilità di gestione “combinata” della ritenzione idrica e di Sodio AAS-correlata
Abbiamo visto che una caratteristica indipendente dallo stimolo del Aldosterone e/o dell’interazione con il MR degli AAS (con differenze di grado e dose), e che causa ritenzione idrica e di Sodio, è quella di agire sul riassorbimento del Sodio a livello del tubulo prossimale. La domanda che alcuni si potrebbero porre è se possa essere possibile contrastare efficacemente questa variabile, soprattutto in pre-contest/Cut.
Esistono dei farmaci che bloccano il riassorbimento di Sodio nel tubulo prossimale come, ad esempio, gli inibitori dell’anidrasi carbonica e gli inibitori del SGLT2, che riducono i livelli di liquidi e aiutano a gestire condizioni come l’insufficienza cardiaca, l’iperglicemia e l’infiammazione.
Il tubulo contorto prossimale (PCT) riassorbe circa il 65% del sodio filtrato, rendendolo un bersaglio farmacologico strategico. Il riassorbimento del sodio in questa sede avviene accoppiato ad altri soluti tramite trasportatori specifici sul versante luminale.
Schema dettagliato del Nefrone
I farmaci che bloccano il riassorbimento di Sodio a questo livello agiscono inibendo questi co-trasportatori e scambiatori specifici:
Inibitori SGLT2 (SGLT2i / Gliflozine)
Bloccano il cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), situato prevalentemente nel segmento S1/S2 del tubulo prossimale. –Meccanismo: SGLT2 riassorbe normalmente il 90% del Glucosio filtrato insieme al Sodio con stechiometria 1:1. Bloccandolo, aumenta l’escrezione di Glucosio (glicosuria) e Sodio (natriuresi). –Molecole principali: Empagliflozin, Dapagliflozin, Canagliflozin. –Effetto sistemico: Oltre all’effetto ipoglicemizzante, riducono la pressione intraglomerulare attivando il feedback tubuloglomerulare (aumento del carico di Sodio/Cloro alla macula densa), offrendo spiccata nefroprotezione e cardioprotezione.
Inibitori dell’Anidrasi Carbonica
Agiscono direttamente sullo scambiatore sodio-idrogeno 3 (NHE3) inibendo l’enzima anidrasi carbonica (sia luminale che citoplasmatica). -Meccanismo: L’inibizione dell’anidrasi carbonica blocca la produzione di H+ intracellulare necessario allo scambiatore Na+/H+ (NHE3) per riassorbire Sodio e secrezionare protoni nel lume. -Molecole principali: Acetazolamide. -Effetto sistemico: Aumentano l’escrezione di sodio e HCO₃⁻, portando ad acidosi metabolica ipercloremica. Hanno una blanda azione diuretica, usati oggi principalmente per il glaucoma, la malattia da altitudine e il tracciamento dell’alcalosi metabolica.
Inibitori Diretti di NHE3 (Sotagliflozin e molecole sperimentali)
Struttura molecolare del Sotaglifozin.
Lo scambiatore Na+/H+ (NHE3) è responsabile del riassorbimento della maggior parte del Sodio nel tubulo prossimale. –Meccanismo: Blocco diretto del trasportatore apicale NHE3. –Molecole principali: Sotagliflozin (doppio inibitore SGLT1/SGLT2 che mostra anche una parziale inibizione di NHE3 a livello intestinale/renale) e composti in fase sperimentale (es. Tenapanor, approvato principalmente a livello intestinale ma con target molecolare su NHE3).
Nota sull’efficacia natriuretica: Sebbene il tubulo prossimale riassorba oltre la metà del Sodio filtrato, i diuretici che agiscono esclusivamente qui hanno un effetto natriuretico modesto come diuretici isolati. Questo perché l’ansa di Henle e i segmenti distali compensano ampiamente riassorbendo il Sodio in eccesso che sfugge al tubulo prossimale (fenomeno noto come escape distale). Ecco perché l’azione deve essere combinata con gli altri fattori determinanti l’alterazione dell’equilibrio elettrolitico e idrico organico.
E per quanto riguarda l’espressione del canale epiteliale del Sodio (ENaC)? Nonostante esistano farmaci bloccanti diretti del canale (Pore blockers) e antagonisti e modulatori indiretti, l’uso in pre-contest/Cut del Trenbolone può avere un effetto “tampone” su questa variabile più che sufficiente se gli altri fattori sopra esposti sono adeguatamente gestiti.
Punti chiave per la gestione della ritenzione idrica e di Sodio AAS-correlata
Da sinistra: l’analogo 5α-ridotto e l’analogo 11-deidrogenato e metabolita del Fluoximesterone, 5α-Dihydrofluoxymesterone e 11-Oxofluoxymesterone.
Evitare dosaggi oltre il minimo efficace correlato alla vostra maturità (o massima espressione epigenetica dose-risposta);
Evitare molecole con un carico di sides maggiore ai benefici come Nandrolone e Trestolone (quest’ultimo con un discorso a parte a piccole dosi e in Bulk);
Agire sul livello di E2 (ed E1) in modo più stretto in prossimità della competizione, evitando di mantenere livelli estrogenici troppo bassi [<15pg] per più di 3-4 settimane;
Se si è atleti avanzati vi è la possibilità di inserire del Trenbolone (seguendo sempre la linea del primo punto) sia per la sua azione sui GR che per la sua attività come antagonista dei MR;
Il Fluoxymesterone, citato come molecola addittiva per il controllo dell’attività e metabolismo dei GR e Cortisolo, oltre alle accortezze “riduttive” la sua peculiarità di legame con l’enzima di conversione 11β-HSD2 che converte il Cortisolo attivo in Cortisone inattivo, va dosato letteralmente “al mg” dal momento che i suoi metaboliti fortemente androgeni ed attivi [5α-dihydrofluoxymesterone e 11-oxofluoxymesterone], se in concentrazioni eccessivamente alte, oltre a disconfort nervoso, possono causare un forte stimolo nel riassorbimento del Sodio dal tubulo prossimale;
Consumate adeguate quantità di liquidi in base al vostro peso e alle vostre necessità [indicazioni di base su equazione perdita di liquidi con urine+perdita di liquidi con la sudorazione = Lt d’acqua/die > Lt d’acqua/die X 0.5-1g di NaCl = ratio acqua:NaCl]
Mantenere un buon rapporto tra Sodio e Potassio di 1:2 [1g di NaCl:2g di K – 1g di NaCl = 393-394mg di Na > media 400mg di Sodio/Na]
Modulare l’attività dei glucocorticoidi nel pre-contest come detto nella prima parte;
Se si usano ARBs o ACE-inibitori fate estrema attenzione ai livelli di Potassio e alle quantità assunte;
L’uso di rhGH, specie a dosi elevate, può esacerbare la ritenzione idrica e di Sodio peggiorando il quadro generale di stress cardio-renale. L’uso specifico della Clonidina, se presenti altri farmaci anti-ipertensivi, può portare a grave ipotensione con svenimento e/o collasso;
L’uso di Clenbuterolo, per via della richiesta di “Harm Reduction” di inserire mediamente 2g di Potassio elementare, comporta una maggiore attenzione sul controllo dell’assunzione totale di Potassio e delle sue concentrazioni ematiche;
La possibilità di inserire inibitori del riasorbimento del Sodio dal tubulo prossimale rende più accurata la gestione idrosalina ma anche molto più complessa da gestire [caldamente sconsigliata fuori dallo stretto controllo di personale qualificato];
Come abbiamo visto, non è richiesto l’inserimento di uno specifico bloccante del canale epiteliale del Sodio (ENaC);
Ogni aggiunta di farmaci alla preparazione, se da un lato può migliorare un aspetto della stessa, crea una maggiore possibilità di incorrere statisticamente in eventi avversi anche gravi.
Conclusioni:
Come abbiamo visto, la complessità delle vie inerenti ai GR e ai MR comporta risposte e controrisposte che possono rendere differente il risultato della preparazione e gli esiti sulla salute generale e specifica d’organo. Nessuna delle specifiche esposte rappresenta, ovviamente, una indicazione di applicazione o un incitamento alla pratica. Il presente lavoro in due parti, che vede in queste ultime note la sua conclusione, è stato realizzato con l’unico scopo di informare e far comprendere la mole di dettagli e caratteristiche che interessano la sfera delle interazioni e manipolazioni del metabolismo e attività dei GR e dei MR esponendo nel dettaglio ogni principale variabile possibile emersa nel corso degli anni di ricerca.
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I ruoli fisiologici degli androgeni e dei glucocorticoidi sono molto diversi, e ciò si riflette nelle loro applicazioni cliniche. Gli androgeni sono gli steroidi sessuali principalmente coinvolti nello sviluppo e nel mantenimento degli organi riproduttivi maschili e nella spermatogenesi. Clinicamente, possono apportare benefici come terapia ormonale sostitutiva per gli uomini ipogonadici, al limite dell’ipogonadismo con sintomatologia correlata o in casi di cachessia grave o osteoporosi. D’altra parte, nella terapia del carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, l’azione degli androgeni viene bloccata dalla deprivazione androgenica, dagli inibitori della sintesi androgenica e/o dall’uso di antagonisti del recettore degli androgeni (AR). I glucocorticoidi, invece, controllano principalmente l’infiammazione e il metabolismo, il che ha portato al loro ampio utilizzo nel trattamento di disturbi infiammatori e immunologici.
Gli effetti degli androgeni e dei glucocorticoidi sono mediati dai rispettivi recettori, l’AR e il recettore dei glucocorticoidi (GR), entrambi recettori nucleari. I recettori nucleari sono fattori di trascrizione inducibili da ligandi; possiedono un dominio di legame al DNA (DBD) situato centralmente, collegato tramite una regione cerniera a un dominio di legame al ligando (LBD) carbossiterminale e a una funzione di attivazione (NTD) amminoterminale. Il DBD è costituito da due moduli di coordinazione dello Zinco e rappresenta il dominio caratteristico della famiglia dei recettori nucleari.
Prove cliniche e molecolari sempre più numerose suggeriscono anche che gli steroidi sessuali modulano i livelli di Aldosterone e l’espressione e l’attività del recettore dei mineralcorticoidi. Pertanto, marcate variazioni ormonali possono influenzare l’attività del recettore dei mineralcorticoidi e dell’Aldosterone, aggravando gli effetti patologici del recettore dei mineralcorticoidi sui tessuti epiteliali ed endoteliali. Ciò a sua volta determina variazioni della pressione arteriosa e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e cerebrovascolari e di danni renali.
In questi due articoli andremo ad analizzare l’attività fisiologica di Cortisolo e Aldosterone e gli effetti sistemici della loro alterazione per poi approfondire l’interazione degli AAS con i sistemi ormonali in questione e come questo possa essere gestito per il miglioramento della preparazione, estetica e Harm Reduction.
–Cortisolo – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-
Biosintesi e affinità recettoriale
Molecola di Cortisolo
Il Cortisolo è un ormone steroideo, appartenente alla classe degli ormoni glucocorticoidi. Quando viene utilizzato come farmaco, è noto come Idrocortisone.
Il Cortisolo viene sintetizzato nel corpo umano a partire dal Colesterolo dalla zona fascicolata della ghiandola surrenale, il secondo dei tre strati che compongono la corteccia surrenale. Questa corteccia forma la “corteccia” esterna di ciascuna ghiandola surrenale, situata sopra i reni. Il rilascio di Cortisolo è controllato dall’Ipotalamo nel cervello. La secrezione dell’Ormone di Rilascio della Corticotropina da parte dell’Ipotalamo innesca le cellule della vicina Ipofisi anteriore a secernere l’Ormone Adrenocorticotropo (ACTH) nel sistema vascolare, attraverso il quale viene trasportato alla corteccia surrenale. L’ACTH stimola la sintesi di Cortisolo e di altri glucocorticoidi, mineralcorticoidi e androgeni, come Aldosterone e Deidroepiandrosterone [DHEA].
Percorsi di regolazione fisiologica del cortisolo nell’organismo. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) controlla la sintesi del cortisolo nella ghiandola surrenale e il suo rilascio nella circolazione. L’attività dell’asse HPA è regolata dall’orologio circadiano, dal feedback negativo del cortisolo circolante, da fattori di stress esterni e da altri fattori. Il cortisolo e il cortisone inattivo vengono convertiti l’uno nell’altro dagli enzimi 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD) per l’attivazione e l’inattivazione reversibili nei tessuti periferici. Il fegato, il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico sono i siti predominanti dell’attivazione del cortisolo da parte dell’11β-HSD1, mentre il rene è il sito predominante per l’inattivazione reversibile del cortisolo da parte dell’11β-HSD2. L’inattivazione finale del cortisolo avviene nel fegato attraverso la riduzione enzimatica in tetraidrocortisolo (THF), 5α-tetraidrocortisolo (5α-THF) e tetraidrocortisone (THE). Questi metaboliti vengono infine eliminati dall’organismo attraverso la filtrazione renale e l’escrezione nelle urine.
Il Cortisolo è un corticosteroide pregnano anche noto come 11β,17α,21-triidrossipregn-4-ene-3,20-dione.
Il nome “Cortisolo” deriva dalla parola “corteccia”. Corteccia significa “strato esterno”, in riferimento alla corteccia surrenale, la parte della ghiandola surrenale in cui viene sintetizzato il cortisolo.
Sebbene la corteccia surrenale umana produca anche Aldosterone nella zona glomerulare e alcuni ormoni sessuali nella zona reticolare, il Cortisolo è la sua principale secrezione nell’uomo e in diverse altre specie. Nell’uomo, la midollare della ghiandola surrenale si trova sotto la corteccia e secerne principalmente le catecolamine Adrenalina (epinefrina) e Noradrenalina (norepinefrina) sotto stimolazione simpatica.
La sintesi del Cortisolo nella ghiandola surrenale è stimolata dal lobo anteriore dell’ipofisi tramite l’ACTH; la produzione di ACTH è a sua volta stimolata dal CRH, rilasciato dall’ipotalamo, come abbiamo accennato in precedenza. L’ACTH aumenta la concentrazione di colesterolo nella membrana mitocondriale interna, attraverso la regolazione della proteina regolatrice acuta della steroidogenesi. Stimola inoltre la principale tappa limitante della sintesi del Cortisolo, in cui il colesterolo viene convertito in Pregnenolone e catalizzato dal citocromo P450SCC (enzima di scissione della catena laterale).
Il Cortisolo viene metabolizzato reversibilmente in Cortisone dal sistema 11-beta idrossisteroide deidrogenasi (11-beta HSD), che è costituito da due enzimi: 11-beta HSD1 e 11-beta HSD2. Il metabolismo del Cortisolo in Cortisone comporta l’ossidazione del gruppo idrossilico in posizione 11-beta.
Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 5-alfa tetraidrocortisolo (5-alfa THF) e 5-beta tetraidrocortisolo (5-beta THF), reazioni per le quali la 5-alfa reduttasi e la 5-beta reduttasi sono rispettivamente i fattori limitanti la velocità. La 5-beta reduttasi è anche il fattore limitante la velocità nella conversione del Cortisone in Tetraidrocortisone.
Il Cortisolo viene anche metabolizzato irreversibilmente in 6β-idrossicortisolo dalle monoossigenasi del citocromo P450-3A, principalmente CYP3A4. I farmaci che inducono il CYP3A4 possono accelerare la clearance del Cortisolo.
Il Cortisolo agisce come agonista dei recettori dei corticosteroidi, inclusi il recettore dei glucocorticoidi (GR) e il recettore dei mineralcorticoidi (MR). Il Cortisolo è anche un agonista dei recettori dei corticosteroidi di membrana, inclusi i recettori dei glucocorticoidi di membrana (mGR) e i recettori dei mineralcorticoidi di membrana (mMR).
Oltre alla sua azione agonista sui recettori dei corticosteroidi, è stato riportato che il Cortisolo è un regolatore bifasico altamente potente del recettore GABAA, agendo come modulatore allosterico positivo a basse concentrazioni (1-10 pM) e come modulatore allosterico negativo ad alte concentrazioni (10-1.000 nM).
Negli esseri umani si riscontrano cicli diurni dei livelli di Cortisolo. Negli esseri umani, questo ciclo è caratterizzato da alti livelli di Cortisolo al mattino presto, poco prima o al momento del risveglio. Questo è spesso noto come risposta del cortisolo al risveglio. I livelli di cortisolo diminuiscono poi durante il giorno, raggiungendo il minimo in tarda serata. Oltre al ritmo diurno nel ciclo giorno-notte, il Cortisolo viene rilasciato anche con un ritmo ultradiano. Questo ritmo ultradiano è caratterizzato da impulsi orari di secrezione di Cortisolo.
Effetti fisiologici
-Metabolismo del Glucosio
Il Cortisolo regola il metabolismo del glucosio e promuove la gluconeogenesi (sintesi del glucosio) nel fegato, producendo glucosio da fornire ad altri tessuti. Aumenta anche i livelli di glucosio nel sangue riducendo l’assorbimento di glucosio nei muscoli e nel tessuto adiposo, diminuendo la sintesi proteica e aumentando la scomposizione dei grassi in acidi grassi (lipolisi). Tutti questi passaggi metabolici hanno l’effetto netto di aumentare i livelli di glucosio nel sangue, che alimentano il cervello e altri tessuti durante la risposta di lotta o fuga. Il cortisolo è anche responsabile del rilascio di aminoacidi dai muscoli, fornendo un substrato per la gluconeogenesi. Il suo impatto è complesso e diversificato.
In generale, il cortisolo stimola la gluconeogenesi (la sintesi di glucosio “nuovo” a partire da fonti non glucidiche, che avviene principalmente nel fegato, ma anche nei reni e nell’intestino tenue in determinate circostanze). L’effetto netto è un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue, ulteriormente compensato da una diminuzione della sensibilità dei tessuti periferici all’insulina, impedendo così a questi ultimi di assorbire il glucosio dal sangue. Il cortisolo ha un effetto permissivo sull’azione degli ormoni che aumentano la produzione di glucosio, come il glucagone e l’adrenalina.
Il cortisolo svolge anche un ruolo importante, seppur indiretto, nella glicogenolisi epatica e muscolare (la scomposizione del glicogeno in glucosio-1-fosfato e glucosio), che avviene in seguito all’azione del glucagone e dell’adrenalina. Inoltre, il cortisolo facilita l’attivazione della glicogeno fosforilasi, necessaria affinché l’adrenalina possa esercitare il suo effetto sulla glicogenolisi.
Paradossalmente, il cortisolo promuove sia la gluconeogenesi (biosintesi di molecole di glucosio) nel fegato sia la glicogenesi (polimerizzazione delle molecole di glucosio in glicogeno); pertanto, è più corretto considerarlo come uno stimolatore del metabolismo glucosio/glicogeno nel fegato. Questo contrasta con l’effetto del cortisolo nel muscolo scheletrico, dove la glicogenolisi è promossa indirettamente attraverso le catecolamine. In questo modo, cortisolo e catecolamine agiscono sinergicamente per promuovere la scomposizione del glicogeno muscolare in glucosio, che viene poi utilizzato nel tessuto muscolare.
In breve, il cortisolo contrasta l’insulina, contribuisce all’iperglicemia stimolando la gluconeogenesi e inibisce l’uso periferico del glucosio (insulino-resistenza) diminuendo la traslocazione dei trasportatori di glucosio (in particolare GLUT4) alla membrana cellulare. Il cortisolo aumenta anche la sintesi di glicogeno (glicogenesi) nel fegato, immagazzinando il glucosio in una forma facilmente accessibile.
-Metabolismo proteico e lipidico
Livelli elevati di Cortisolo, se prolungati, possono portare a proteolisi (degradazione delle proteine) e atrofia muscolare. La ragione della proteolisi è quella di fornire al tessuto interessato una materia prima per la gluconeogenesi; vedi aminoacidi glucogenici. Gli effetti del cortisolo sul metabolismo lipidico sono più complicati poiché la lipogenesi è osservata in pazienti con livelli circolanti di glucocorticoidi (cioè cortisolo) cronicamente elevati, sebbene un aumento acuto del cortisolo circolante promuova la lipolisi. La spiegazione usuale per giustificare questa apparente discrepanza è che l’aumento della concentrazione di glucosio nel sangue (attraverso l’azione del cortisolo) stimolerà il rilascio di insulina. L’insulina stimola la lipogenesi, quindi questa è una conseguenza indiretta dell’aumento della concentrazione di cortisolo nel sangue, ma si verificherà solo su una scala temporale più lunga.
Il cortisolo aumenta gli aminoacidi liberi nel siero inibendo la formazione di collagene, diminuendo l’assorbimento di aminoacidi da parte dei muscoli e inibendo la sintesi proteica. Il cortisolo (come l’opticortinolo) può inibire inversamente le cellule precursori dell’IgA nell’intestino dei vitelli. Il cortisolo inibisce anche l’IgA nel siero, come fa con l’IgM; tuttavia, non è dimostrato che inibisca l’IgE.
Si parla di effetti in acuto e propedeutici ad eventi anabolici consequenziali per modifica di condizioni induttive una risposta organica. I problemi sopraggiungono quando i livelli di Cotisolo si alzano in cronico oltre il basale.
-Ossa e Collagene
Struttura molecolare del RANKL
Il cortisolo riduce la formazione ossea, favorendo lo sviluppo a lungo termine dell’osteoporosi se cronicizzato (malattia ossea progressiva). Il meccanismo alla base di questo fenomeno è duplice: il cortisolo stimola la produzione di RANKL da parte degli osteoblasti, che a sua volta stimola, legandosi ai recettori RANK, l’attività degli osteoclasti, cellule responsabili del riassorbimento di calcio dall’osso, e inibisce anche la produzione di osteoprotegerina (OPG), che agisce come recettore “esca” e cattura parte del RANKL prima che questo possa attivare gli osteoclasti tramite RANK. In altre parole, quando il RANKL si lega all’OPG, non si verifica alcuna risposta, a differenza del legame con RANK che porta all’attivazione degli osteoclasti.
Trasporta inoltre il potassio fuori dalle cellule in cambio di un numero uguale di ioni sodio (vedi sopra). Questo può innescare l’iperkaliemia da shock metabolico post-operatorio. Il cortisolo riduce anche l’assorbimento di calcio nell’intestino. Il cortisolo riduce la sintesi del collagene.
-Bilancio degli Elettroliti
Il cortisolo aumenta la velocità di filtrazione glomerulare e il flusso plasmatico renale dai reni, incrementando così l’escrezione di fosfato, oltre ad aumentare la ritenzione di sodio e acqua e l’escrezione di potassio agendo sui recettori dei mineralcorticoidi. Aumenta anche l’assorbimento di sodio e acqua e l’escrezione di potassio nell’intestino.
Sistema filtrazione glomerulare
Il cortisolo promuove l’assorbimento di sodio attraverso l’intestino tenue dei mammiferi. Tuttavia, la deplezione di sodio non influisce sui livelli di cortisolo, quindi il cortisolo non può essere utilizzato per regolare il sodio sierico. Lo scopo originario del cortisolo potrebbe essere stato il trasporto del sodio. Questa ipotesi è supportata dal fatto che i pesci d’acqua dolce utilizzano il cortisolo per stimolare l’ingresso di sodio, mentre i pesci d’acqua salata hanno un sistema basato sul cortisolo per espellere il sodio in eccesso.
Un carico di sodio aumenta l’intensa escrezione di potassio mediata dal cortisolo. In questo caso, il corticosterone è paragonabile al cortisolo. Affinché il potassio possa uscire dalla cellula, il cortisolo sposta un numero uguale di ioni sodio all’interno della cellula.[33] Questo dovrebbe rendere la regolazione del pH molto più semplice (a differenza della normale situazione di carenza di potassio, in cui due ioni sodio entrano per ogni tre ioni potassio che escono, più simile all’effetto del desossicorticosterone).
-Risposta immunitaria
Il cortisolo previene il rilascio nell’organismo di sostanze che causano infiammazione. Viene utilizzato per trattare patologie derivanti da un’eccessiva attività della risposta anticorpale mediata dai linfociti B. Esempi includono malattie infiammatorie e reumatiche, nonché allergie. L’idrocortisone topico a basso dosaggio, disponibile senza prescrizione medica in alcuni paesi, viene utilizzato per trattare problemi cutanei come eruzioni cutanee ed eczema.
Struttura molecolare del TNF-alfa.
Il cortisolo inibisce la produzione di interleuchina 12 (IL-12), interferone gamma (IFN-gamma), IFN-alfa e fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa) da parte delle cellule presentanti l’antigene (APC) e dei linfociti T helper (linfociti Th1), ma aumenta la produzione di interleuchina 4, interleuchina 10 e interleuchina 13 da parte dei linfociti Th2. Questo cambiamento determina uno spostamento verso una risposta immunitaria di tipo Th2 anziché una generale immunosoppressione. Si ritiene che l’attivazione del sistema dello stress (e il conseguente aumento del cortisolo e spostamento verso la risposta Th2) osservata durante un’infezione sia un meccanismo protettivo che previene un’eccessiva attivazione della risposta infiammatoria.[19]
Il cortisolo può indebolire l’attività del sistema immunitario. Il cortisolo impedisce la proliferazione delle cellule T rendendo le cellule T produttrici di interleuchina-2 insensibili all’interleuchina-1 e incapaci di produrre il fattore di crescita delle cellule T IL-2. Il cortisolo riduce l’espressione del recettore IL-2R sulla superficie delle cellule T helper, necessario per indurre una risposta immunitaria cellulare Th1. Ciò favorisce quindi uno spostamento verso la dominanza Th2 e il rilascio delle citochine sopra elencate, che determina la dominanza Th2 e favorisce la risposta immunitaria anticorpale umorale mediata dalle cellule B.
Struttura molecolare del IL-6.
Il cortisolo ha anche un effetto di feedback negativo sull’IL-1. Il meccanismo di feedback negativo funziona in questo modo: uno stressor immunitario induce le cellule immunitarie periferiche a rilasciare IL-1 e altre citochine come IL-6 e TNF-alfa. Queste citochine stimolano l’ipotalamo, che a sua volta rilascia l’ormone di rilascio della corticotropina (CRH). Il CRH, a sua volta, stimola la produzione di ormone adrenocorticotropo (ACTH), tra le altre cose, nella ghiandola surrenale, che (tra le altre cose) aumenta la produzione di cortisolo. Il cortisolo chiude quindi il ciclo inibendo la produzione di TNF-alfa nelle cellule immunitarie e rendendole meno reattive all’IL-1.
Attraverso questo sistema, finché lo stressor immunitario è di lieve entità, la risposta viene regolata al livello corretto. In generale, l’ipotalamo utilizza il cortisolo per ridurre la risposta una volta che la sua produzione corrisponde allo stress indotto sul sistema immunitario. Ma in caso di infezione grave o in situazioni in cui il sistema immunitario è eccessivamente sensibilizzato a un antigene (come nelle reazioni allergiche) o si verifica un’ondata massiccia di antigeni (come può accadere con i batteri endotossici), il punto di equilibrio corretto potrebbe non essere mai raggiunto [necessario chiarimento]. Inoltre, a causa della down-regulation dell’immunità Th1 da parte del cortisolo e di altre molecole di segnalazione, alcuni tipi di infezione (come quella da Mycobacterium tuberculosis) possono indurre l’organismo a bloccare la modalità di attacco errata, utilizzando una risposta umorale mediata da anticorpi quando sarebbe necessaria una risposta cellulare.
I linfociti includono i linfociti B, che sono le cellule produttrici di anticorpi dell’organismo e sono quindi i principali agenti dell’immunità umorale. Un numero maggiore di linfociti nei linfonodi, nel midollo osseo e nella pelle indica che l’organismo sta aumentando la sua risposta immunitaria umorale. I linfociti B rilasciano anticorpi nel flusso sanguigno. Questi anticorpi riducono l’infezione attraverso tre vie principali: neutralizzazione, opsonizzazione e attivazione del complemento. Gli anticorpi neutralizzano i patogeni legandosi alle proteine di superficie, impedendo loro di aderire alle cellule dell’ospite. Nell’opsonizzazione, gli anticorpi si legano al patogeno e creano un bersaglio per le cellule immunitarie fagocitiche, che lo individuano e vi si agganciano, consentendo loro di distruggere il patogeno più facilmente. Infine, gli anticorpi possono anche attivare le molecole del complemento, che possono combinarsi in vari modi per promuovere l’opsonizzazione o persino agire direttamente per lisare un batterio. Esistono molti tipi diversi di anticorpi e la loro produzione è molto complessa, coinvolgendo diversi tipi di linfociti, ma in generale i linfociti e altre cellule che regolano e producono anticorpi migrano verso i linfonodi per favorire il rilascio di questi anticorpi nel flusso sanguigno.
Dall’altro lato, ci sono le cellule natural killer (NK); queste cellule hanno la capacità di eliminare minacce di dimensioni maggiori come batteri, parassiti e cellule tumorali. Uno studio separato ha scoperto che il cortisolo disarma efficacemente le cellule natural killer, riducendo l’espressione dei loro recettori di citotossicità naturali. La prolattina ha l’effetto opposto. Aumenta l’espressione dei recettori di citotossicità sulle cellule natural killer, incrementandone la potenza di fuoco.
Azione delle cellule Natural Killer
Il cortisolo stimola molti enzimi contenenti rame (spesso fino al 50% del loro potenziale totale), tra cui la lisil ossidasi, un enzima che reticola il collagene e l’elastina. Particolarmente utile per il sistema immunitario.
La carenza di cortisolo può causare una condizione chiamata insufficienza surrenalica, che può provocare sintomi come affaticamento, perdita di peso, bassa pressione sanguigna, nausea, vomito e dolore addominale. L’insufficienza surrenalica può anche compromettere la capacità dell’organismo di far fronte allo stress e alle infezioni, poiché il cortisolo contribuisce a mobilitare le risorse energetiche, ad aumentare la frequenza cardiaca e a ridurre i processi metabolici non essenziali durante lo stress. Pertanto, sopprimendo la produzione di cortisolo, alcuni virus possono eludere il sistema immunitario e indebolire la salute generale e la resistenza dell’organismo.
Il Cortisolo stimola la secrezione di acido gastrico. L’unico effetto diretto del Cortisolo sull’escrezione di ioni idrogeno da parte dei reni è quello di stimolare l’escrezione di ioni ammonio disattivando l’enzima glutaminasi renale.
-Memoria e Stress
Il Cortisolo agisce in sinergia con l’adrenalina (epinefrina) per creare ricordi di eventi emotivi a breve termine; questo è il meccanismo proposto per la memorizzazione di ricordi vividi e potrebbe originarsi come mezzo per ricordare cosa evitare in futuro. Tuttavia, l’esposizione prolungata al cortisolo danneggia le cellule dell’ippocampo; questo danno provoca un apprendimento compromesso. Lo stress prolungato può portare ad alti livelli di cortisolo circolante (considerato uno dei più importanti tra i diversi “ormoni dello stress”). Le donne mostrano aumenti di cortisolo maggiori rispetto agli uomini in caso di stress cronico.
Livelli elevati di Cortisolo possono causare gonfiore e ritenzione idrica al viso, conferendogli un aspetto rotondo e gonfio, noto come “viso da cortisolo”. Questo non è dovuto allo stress quotidiano, ma a rari disturbi ormonali.
Regolazione e alterazione dei livelli di Cortisolo
-Regolazione
Feedback positivo e negativo dell’Asse HPA.
Il controllo primario del Cortisolo è affidato all’ACTH, un peptide prodotto dall’ipofisi. Una volta rilasciato dall’ipofisi, l’ACTH viaggia nella circolazione generale fino alla ghiandola surrenale, dove si lega ai recettori della melanocortina 2, stimolando la produzione di cortisolo. L’ACTH è a sua volta controllato dal CRH, un peptide ipotalamico, che è sotto controllo nervoso. Il CRH agisce in sinergia con l’arginina vasopressina, l’angiotensina II e l’adrenalina.
L’assunzione di potassio aumenta anche i livelli di ACTH e cortisolo negli esseri umani. Questo è probabilmente il motivo per cui la carenza di potassio provoca una diminuzione del cortisolo (come già accennato) e una riduzione della conversione dell’11-deossicortisolo in cortisolo. Questo potrebbe anche avere un ruolo nel dolore dell’artrite reumatoide; i livelli di potassio cellulare sono sempre bassi nell’artrite reumatoide.
È stato inoltre dimostrato che la presenza di acido ascorbico, in particolare ad alte dosi, media la risposta allo stress psicologico e accelera la diminuzione dei livelli di cortisolo circolante nell’organismo dopo lo stress. Questo declino può essere evidenziato da una diminuzione della pressione sanguigna sistolica e diastolica e da una riduzione dei livelli di cortisolo salivare dopo il trattamento con acido ascorbico.
-Fattori che aumentano i livelli di cortisolo
Le infezioni virali aumentano i livelli di cortisolo attraverso l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) da parte delle citochine.
L’esercizio aerobico intenso (VO2 max elevato) o prolungato, come l’esercizio contro-resistenza, aumenta transitoriamente i livelli di cortisolo per incrementare la gluconeogenesi e mantenere la glicemia; tuttavia, il cortisolo torna a livelli normali dopo i pasti (ovvero, ripristinando un equilibrio energetico neutro).
Traumi gravi o eventi stressanti possono elevare i livelli di cortisolo nel sangue per periodi prolungati.
Le diete a basso contenuto calorico e/o di carboidrati causano un aumento a breve termine del cortisolo a riposo (circa 3 settimane) e aumentano la risposta del cortisolo all’esercizio aerobico a breve e lungo termine.
L’aumento della concentrazione di grelina, l’ormone che stimola l’appetito, aumenta i livelli di cortisolo.
Alterazioni iatrogene [vedi uso/abuso di AAS, beta-agonisti ecc…] possono innescare risposte di aumento della sintesi di Cortisolo nel medio/lungo termine
Alcune patologie sono correlate a una produzione anomala di Cortisolo, come ad esempio:
Ipercortisolismo primario (sindrome di Cushing): livelli eccessivi di cortisolo
Ipercortisolismo secondario (tumore ipofisario che causa la malattia di Cushing, pseudo-sindrome di Cushing)
Ipocortisolismo primario (malattia di Addison, sindrome di Nelson): livelli insufficienti di cortisolo
Ipocortisolismo secondario (tumore ipofisario, sindrome di Sheehan)
*Nessuna traccia della fantomatica “Adrenal Fatigue”…
-Aldosterone – caratteristiche in fisiologia e in stato di alterazione-
Struttura molecolare dell’Aldosterone
Come già detto in precedenza, i corticosteroidi vengono sintetizzati a partire dal colesterolo nella zona glomerulare e nella zona fascicolata della corteccia surrenale. La maggior parte delle reazioni steroidogeniche è catalizzata da enzimi della famiglia del citocromo P450. Questi enzimi si trovano nei mitocondri e richiedono l’adrenodossina come cofattore (ad eccezione della 21-idrossilasi e della 17α-idrossilasi).
L’Aldosterone e il corticosterone condividono la prima parte delle loro vie biosintetiche. Le fasi finali sono mediate dall’Aldosterone sintasi (per l’Aldosterone) o dalla 11β-idrossilasi (per il corticosterone). Questi enzimi sono quasi identici (condividono le funzioni di 11β-idrossilazione e 18-idrossilazione), ma l’aldosterone sintasi è anche in grado di effettuare un’ossidazione in posizione 18. Inoltre, l’aldosterone sintasi si trova nella zona glomerulare, al margine esterno della corteccia surrenale. L’11β-idrossilasi si trova nella zona glomerulare e nella zona fascicolata.
Biosintesi dell’Aldosterone
Steroidogenesi, che mostra la sintesi di aldosterone nell’angolo in alto a destra. L’aldosterone sintasi è normalmente assente in altre sezioni della ghiandola surrenale.
-Stimolo secretorio
La sintesi di Aldosterone è stimolata da diversi fattori:
aumento della concentrazione plasmatica di angiotensina III, un metabolita dell’angiotensina II;
aumento dei livelli plasmatici di angiotensina II, ACTH o potassio, presenti in proporzione alle carenze di sodio nel plasma. (L’aumento del livello di potassio regola la sintesi di aldosterone depolarizzando le cellule della zona glomerulare, il che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti). Il livello di angiotensina II è regolato dall’angiotensina I, che a sua volta è regolata dalla renina, un ormone secreto dai reni.
Le concentrazioni sieriche di potassio sono il principale stimolatore della secrezione di aldosterone.
Il test di stimolazione con ACTH, talvolta utilizzato per stimolare la produzione di aldosterone insieme al cortisolo al fine di determinare la presenza di insufficienza surrenalica primaria o secondaria. Tuttavia, l’ACTH ha solo un ruolo minore nella regolazione della produzione di aldosterone; Nell’ipopituitarismo non si verifica atrofia della zona glomerulare.
Acidosi plasmatica
I recettori di stiramento situati negli atri del cuore. Se viene rilevata una diminuzione della pressione sanguigna, la ghiandola surrenale viene stimolata da questi recettori a rilasciare aldosterone, che aumenta il riassorbimento di sodio dalle urine, dal sudore e dall’intestino. Ciò causa un aumento dell’osmolarità nel fluido extracellulare, che alla fine riporterà la pressione sanguigna verso la normalità.
L’adrenoglomerulotropina, un fattore lipidico, ottenuto da estratti della ghiandola pineale. Stimola selettivamente la secrezione di aldosterone.
La secrezione di aldosterone ha un ritmo circadiano.
Il sistema renina-angiotensina, che evidenzia il ruolo dell’aldosterone tra le ghiandole surrenali e i reni.
-Controllo del rilascio di Aldosterone dalla corteccia surrenale
L’angiotensina II è coinvolta nella regolazione dell’aldosterone e ne costituisce il meccanismo di regolazione principale. L’angiotensina II agisce in sinergia con il potassio e il feedback del potassio è praticamente inattivo in assenza di angiotensina II. Una piccola parte della regolazione derivante dall’angiotensina II deve avvenire indirettamente a causa della diminuzione del flusso sanguigno attraverso il fegato dovuta alla costrizione dei capillari. Quando il flusso sanguigno diminuisce, diminuisce anche la degradazione dell’aldosterone da parte degli enzimi epatici.
Struttura molecolare della Angiotensina II.
Sebbene la produzione sostenuta di aldosterone richieda un ingresso persistente di calcio attraverso i canali del Ca2+ attivati a bassa tensione, le cellule isolate della zona glomerulare sono considerate non eccitabili, con potenziali di membrana registrati troppo iperpolarizzati per consentire l’ingresso dei canali del Ca2+. Tuttavia, le cellule della zona glomerulare di topo all’interno di sezioni di surrene generano spontaneamente oscillazioni del potenziale di membrana a bassa periodicità; questa innata eccitabilità elettrica delle cellule della zona glomerulare fornisce una piattaforma per la produzione di un segnale ricorrente dei canali Ca2+ che può essere controllato dall’angiotensina II e dal potassio extracellulare, i 2 principali regolatori della produzione di aldosterone. I canali Ca2+ voltaggio-dipendenti sono stati rilevati nella zona glomerulare della ghiandola surrenale umana, il che suggerisce che i bloccanti dei canali Ca2+ possono influenzare direttamente la biosintesi adrenocorticale dell’aldosterone in vivo.
La quantità di renina plasmatica secreta e che influenza la regolazione della secrezione di Aldosterone è una funzione indiretta del potassio sierico, probabilmente determinato da sensori presenti nell’arteria carotide.
L’ACTH, un peptide ipofisario, ha anche un certo effetto stimolante sull’aldosterone, probabilmente stimolando la formazione di desossicorticosterone, un precursore dell’aldosterone. L’aldosterone aumenta in caso di perdita di sangue, gravidanza e possibilmente anche in altre circostanze come sforzo fisico, shock endotossico e ustioni.
La produzione di Aldosterone è influenzata, in misura maggiore o minore, dal controllo nervoso, che integra l’inverso della pressione dell’arteria carotide, il dolore, la postura e probabilmente le emozioni (ansia, paura e ostilità) (incluso lo stress chirurgico). L’ansia aumenta l’Aldosterone, il che deve essersi evoluto a causa del ritardo temporale coinvolto nella migrazione dell’aldosterone nel nucleo cellulare. Pertanto, per un animale è vantaggioso anticipare un futuro bisogno derivante dall’interazione con un predatore, poiché un contenuto sierico troppo elevato di potassio ha effetti molto negativi sulla trasmissione nervosa.
I barocettori sensibili alla pressione si trovano nelle pareti dei vasi di quasi tutte le grandi arterie del torace e del collo, ma sono particolarmente abbondanti nei seni delle arterie carotidi e nell’arco aortico. Questi recettori specializzati sono sensibili alle variazioni della pressione arteriosa media. Un aumento della pressione rilevata determina un aumento della frequenza di scarica dei barocettori e una risposta di feedback negativo, che abbassa la pressione arteriosa sistemica. Il rilascio di aldosterone causa ritenzione di sodio e acqua, con conseguente aumento del volume ematico e aumento della pressione sanguigna, che viene rilevato dai barocettori. Per mantenere la normale omeostasi, questi recettori rilevano anche la bassa pressione sanguigna o il basso volume ematico, provocando il rilascio di aldosterone. Ciò determina la ritenzione di sodio nei reni, con conseguente ritenzione idrica e aumento del volume ematico.
Riflesso barocettivo.
I livelli di Aldosterone variano in funzione inversa dell’assunzione di sodio, rilevata tramite la pressione osmotica. La pendenza della risposta dell’aldosterone al potassio sierico è quasi indipendente dall’assunzione di sodio. L’aldosterone aumenta con un basso apporto di sodio, ma il tasso di aumento dell’aldosterone plasmatico all’aumentare del potassio nel siero non è molto inferiore con un elevato apporto di sodio rispetto a un basso apporto. Pertanto, il potassio è fortemente regolato dall’aldosterone a tutti i livelli di assunzione di sodio, quando l’apporto di potassio è adeguato, come avviene solitamente nelle diete dei cacciatori-raccoglitori.
Il feedback della concentrazione di aldosterone stessa è di natura non morfologica (ovvero, diverso dalle variazioni del numero o della struttura delle cellule) ed è debole, quindi i feedback elettrolitici predominano a breve termine.
-Recetori mineralocorticoidi
Recettore Mineralocorticoide
I recettori steroidei sono intracellulari poiché gli ormoni steroidei sono in grado di attraversare la membrana cellulare senza bisogno di un trasportatore specifico. Il complesso recettore-minerale-aldosterone (MR) si lega al DNA a specifici elementi di risposta ormonale, il che porta alla trascrizione di geni specifici. Alcuni dei geni trascritti sono cruciali per il trasporto transepiteliale del sodio, tra cui le tre subunità del canale epiteliale del sodio (ENaC), le pompe Na+/K+ e le loro proteine regolatrici, rispettivamente la chinasi indotta da siero e glucocorticoidi e il fattore induttore del canale.
Il recettore MR è stimolato sia dall’aldosterone che dal cortisolo, ma un meccanismo protegge l’organismo dall’eccessiva stimolazione del recettore dell’aldosterone da parte dei glucocorticoidi (come il cortisolo), che risultano essere presenti in concentrazioni molto più elevate rispetto ai mineralcorticoidi nell’individuo sano. Questo meccanismo è costituito da un enzima chiamato 11β-idrossisteroide deidrogenasi (11β-HSD). Questo enzima si localizza insieme ai recettori steroidei surrenali intracellulari e converte il cortisolo in cortisone, un metabolita relativamente inattivo con scarsa affinità per il recettore dei mineralcorticoidi (MR). La liquirizia, che contiene acido glicirretinico, può inibire l’11β-HSD e portare a una sindrome da eccesso di mineralcorticoidi.
-Attività fisiologica
L’Aldosterone è il principale tra i diversi membri endogeni della classe dei mineralcorticoidi nell’uomo. Il desossicorticosterone è un altro importante membro di questa classe. L’Aldosterone tende a promuovere la ritenzione di Na+ e acqua e a ridurre la concentrazione plasmatica di K+ attraverso i seguenti meccanismi:
Agendo sui recettori nucleari dei mineralcorticoidi (MR) presenti nelle cellule principali del tubulo distale e del dotto collettore del nefrone renale, regola positivamente e attiva le pompe Na+/K+ basolaterali, che pompano tre ioni sodio fuori dalla cellula, nel liquido interstiziale, e due ioni potassio all’interno della cellula dal liquido interstiziale. Questo crea un gradiente di concentrazione che determina il riassorbimento di ioni sodio (Na+) e acqua (che segue il sodio) nel sangue e la secrezione di ioni potassio (K+) nelle urine (lume del dotto collettore).
L’aldosterone regola positivamente i canali del sodio epiteliali (ENaC) nel dotto collettore e nel colon, aumentando la permeabilità della membrana apicale al Na+ e quindi l’assorbimento.
Il Cl− viene riassorbito insieme ai cationi di sodio per mantenere l’equilibrio elettrochimico del sistema.
L’aldosterone stimola la secrezione di K+ nel lume tubulare.
L’aldosterone stimola il riassorbimento di Na+ e acqua dall’intestino, dalle ghiandole salivari e sudoripare in cambio di K+.
L’aldosterone stimola la secrezione di H+ tramite l’H+/ATPasi nelle cellule intercalate dei tubuli collettori corticali.
L’aldosterone regola positivamente l’espressione del NCC nel tubulo contorto distale in modo cronico e la sua attività in modo acuto.
Rilascio e azione dell’Aldosterone
L’Aldosterone è responsabile del riassorbimento di circa il 2% del sodio filtrato nei reni, una quantità quasi pari all’intero contenuto di sodio nel sangue umano in condizioni normali di filtrazione glomerulare.
L’Aldosterone, probabilmente agendo attraverso i recettori dei mineralcorticoidi, può influenzare positivamente la neurogenesi nel giro dentato.
-Alterazioni dei livelli di Aldosterone
L’iperaldosteronismo è caratterizzato da livelli di aldosterone anormalmente elevati, mentre l’ipoaldosteronismo da livelli di aldosterone anormalmente ridotti.
La misurazione dell’aldosterone nel sangue può essere definita concentrazione plasmatica di aldosterone (PAC), che può essere confrontata con l’attività reninica plasmatica (PRA) come rapporto aldosterone/renina.
Normalmente (a sinistra), il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) viene attivato quando una ridotta perfusione renale innesca il rilascio di renina, che converte l’angiotensinogeno epatico in angiotensina I; quest’ultima viene poi trasformata dall’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) in angiotensina II per ripristinare la pressione sanguigna e il volume ematico, attraverso la vasocostrizione e la secrezione di Aldosterone. Nell’iperaldosteronismo (a destra), la produzione di Aldosterone diventa autonoma, sopprimendo l’attività della renina e dell’angiotensina II, mentre provoca ipertensione, ipopotassiemia, alcalosi metabolica e rimodellamento cardiovascolare/renale disadattivo.
L’iperaldosteronismo primario è caratterizzato da una sovrapproduzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali, quando non è il risultato di un’eccessiva secrezione di renina. Porta a ipertensione arteriosa (pressione alta) associata a ipokaliemia, solitamente un indizio diagnostico. L’iperaldosteronismo secondario, d’altra parte, è dovuto a un’iperattività del sistema renina-angiotensina.
La sindrome di Conn è un iperaldosteronismo primario causato da un adenoma secernente aldosterone.
A seconda della causa e di altri fattori, l’iperaldosteronismo può essere trattato chirurgicamente e/o farmacologicamente, ad esempio con antagonisti dell’aldosterone.
Il rapporto renina/aldosterone è un test di screening efficace per individuare l’iperaldosteronismo primario correlato agli adenomi surrenalici. È l’esame del sangue sierico più sensibile per differenziare le cause primarie da quelle secondarie di iperaldosteronismo. I campioni di sangue prelevati quando il paziente è rimasto in piedi per più di 2 ore sono più sensibili rispetto a quelli prelevati quando il paziente è sdraiato. Prima del test, è importante non limitare l’assunzione di sale e correggere eventuali bassi livelli di potassio, poiché questi possono sopprimere la secrezione di Aldosterone.
Struttura molecolare del Fludrocortisone.
Un test di stimolazione con ACTH per la determinazione dell’aldosterone può aiutare a stabilire la causa dell’ipoaldosteronismo: una bassa risposta dell’aldosterone indica un ipoaldosteronismo primario delle ghiandole surrenali, mentre una risposta elevata indica un ipoaldosteronismo secondario. La causa più comune di questa condizione (e dei relativi sintomi) è il morbo di Addison, che viene tipicamente trattato con Fludrocortisone, il quale ha una persistenza molto più lunga (1 giorno) nel flusso sanguigno.
I fattori chiave che innescano o aumentano il rilascio di Aldosterone includono:
Potassio sierico elevato (K+): anche un piccolo aumento del potassio nel sangue stimola direttamente la corteccia surrenale a secernere aldosterone, che successivamente spinge i reni a espellere il potassio in eccesso.
Bassa pressione o basso volume sanguigno: i barocettori nei reni rilevano una diminuzione della pressione sanguigna o un basso volume sanguigno (disidratazione, perdita di sangue), portando al rilascio di renina. Questo avvia il RAAS, producendo in definitiva angiotensina II, un potente innesco per la sintesi di aldosterone.
Bassi livelli di sodio nel sangue (Na+): una diminuzione dei livelli di sodio indica una riduzione del volume dei liquidi, che stimola naturalmente il RAAS a produrre più aldosterone, causando il riassorbimento di sodio da parte dei reni.
Ormone adrenocorticotropo (ACTH): prodotto dall’ipofisi, l’ACTH fornisce un innesco secondario per il rilascio di aldosterone, in particolare durante periodi di stress fisico o psicologico acuto.
Condizioni mediche: le malattie sottostanti possono causare aumenti cronici e dannosi dell’aldosterone. Condizioni come l’aldosteronismo primario (tumori o iperplasia surrenale), l’insufficienza cardiaca congestizia, la cirrosi epatica e la stenosi dell’arteria renale inducono cronicamente il corpo a produrre un eccesso di aldosterone.
Aumento iatrogeno-dipendente: Diuretici (Tiazidici e dell’Ansa), alterazioni nei livelli/attività estrogenica, Amiodarone, Antagonisti della dopamina (Metoclopramide, Domperidone) e Litio possono provocare un aumento dei livelli di Aldosterone.
Il Cortisolo ha la capacità di legarsi e attivare i recettori dell’Aldosterone (recettori mineralocorticoidi) con la affinità dell’Aldosterone stesso. Questa interazione è fisiologicamente ostacolata da uno specifico enzima protettivo, ma può causare problemi quando i livelli di Cortisolo sono eccessivamente elevati.
Questo meccanismo si esplica attraverso:
Stessa affinità: Il cortisolo e l’aldosterone hanno una struttura chimica simile. Entrambi si legano perfettamente al recettore mineralocorticoide (MR).
Enzima scudo (11β-HSD2): In condizioni normali, l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi tipo 2 (11β-HSD2) trasforma il cortisolo in cortisone (inattivo) nei tessuti sensibili all’aldosterone, come i reni. Questo impedisce al cortisolo di occupare il recettore.
Saturazione dell’enzima: Se il cortisolo nel sangue è troppo alto (ad esempio nella sindrome di Cushing o anche in condizioni di forte stress), l’enzima non riesce a smaltirlo tutto.
Effetto pseudo-iperaldosteronismo: Il cortisolo in eccesso supera lo scudo enzimatico e attiva in massa i recettori dell’aldosterone.
Ritenzione di liquidi: L’attivazione anomala spinge i reni a trattenere sodio e acqua e a eliminare potassio.
Ipertensione e ipokaliemia: Questo legame improprio provoca quindi pressione alta e bassi livelli di potassio nel sangue, simulando un eccesso di aldosterone anche se i veri livelli di aldosterone sono bassi.
Ricordiamoci, inoltre, che il rapporto tra i livelli circolanti di Cortisolo e quelli di Aldosterone è caratterizzato da una netta sproporzione quantitativa a favore del Cortisolo, pur condividendo i due ormoni la stessa origine anatomica ed elementi di regolazione comuni.
La sproporzione: I livelli di cortisolo totale circolante sono circa 1000 volte superiori a quelli dell’aldosterone.
La frazione libera: Anche considerando che gran parte del cortisolo viaggia legato a proteine di trasporto (come la CBG), la sua quota “libera” e biologicamente attiva resta comunque circa 100 volte superiore a quella dell’aldosterone.
Canali principali indipendenti: Il cortisolo è regolato dall’asse ipotalamo-ipofisi tramite l’ormone ACTH (in risposta allo stress e al ritmo circadiano). L’aldosterone è regolato principalmente dal sistema renina-angiotensina (in risposta a pressione e volume del sangue) e dai livelli di potassio.
Lo stimolo comune (ACTH): L’ACTH controlla pienamente il cortisolo, ma esercita anche un effetto stimolante acuto e transitorio sulla produzione di aldosterone. Per questo motivo, in situazioni di forte stress o al mattino presto, entrambi gli ormoni mostrano un picco di secrezione simultaneo.
In medicina specialistica, il rapporto tra le concentrazioni di Aldosterone e Cortisolo (Aldosterone-to-Cortisol Ratio) viene calcolato per procedure diagnostiche specifiche:
Campionamento venoso surrenalico (AVS): Quando si indaga un iperaldosteronismo primario per capire se il problema è in un solo surrene o in entrambi, si preleva il sangue direttamente dalle vene surrenali. Il cortisolo viene usato come “indicatore di controllo” per verificare che l’ago sia posizionato correttamente nella vena.
Valutazione della selettività: Si confronta il rapporto aldosterone/cortisolo della vena surrenalica destra con quella sinistra. Se il rapporto da un lato è notevolmente più alto rispetto all’altro, significa che quel legame produce aldosterone in modo autonomo (es. un adenoma monolaterale).
–Androgeni/AAS e interazione con i Recettori Glucocorticoidi-
Gli Androgeni e i Glucocorticoidi esercitano spesso effetti fisiologici opposti e i loro recettori corrispondenti, il recettore degli androgeni (AR) e il recettore dei glucocorticoidi (GR), interagiscono frequentemente. Questa interazione avviene tramite eterodimerizzazione fisica diretta, competizione per i siti di legame e regolazione tessuto-specifica dei geni bersaglio.
Da sinistra: Recettore degli Androgeni e Recettore dei Glucocorticoidi.
Le dinamiche chiave tra i due recettori e propri ligandi includono:
Eterodimerizzazione diretta del recettore: AR e GR possono legarsi fisicamente l’uno all’altro. Nelle cellule in cui entrambi i recettori sono espressi, possono formare eterodimeri AR-GR che si legano a siti del DNA condivisi, potenzialmente attenuando o modificando le risposte trascrizionali di entrambi gli ormoni.
Reattività crociata del recettore: mentre gli androgeni attivano principalmente l’AR, possono anche legarsi in modo competitivo al GR. Ad esempio, nel muscolo scheletrico, è stato dimostrato che alte dosi di androgeni spostano i glucocorticoidi dal GR, il che si ritiene blocchi parzialmente gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) dei glucocorticoidi e promuova la crescita muscolare anabolica.
Interferenza trascrizionale: poiché sia l’AR che il GR sono recettori nucleari strettamente correlati, condividono somiglianze strutturali nei loro domini di legame al DNA (DBD). Possono competere per le stesse sequenze del promotore genico (elementi di risposta ormonale, o HRE). La risposta esclusiva a un ormone rispetto a un altro dipende in larga misura dal contesto cellulare e dalle interazioni con le proteine ausiliarie.
Interazione metabolica: l’equilibrio ormonale tra l’attività dei recettori degli androgeni (AR) e dei glucocorticoidi (GR) regola fortemente il metabolismo. I glucocorticoidi generalmente favoriscono l’accumulo di grasso e l’insulino-resistenza, mentre gli androgeni promuovono la massa muscolare e la lipolisi. Nei tessuti metabolicamente attivi, la segnalazione androgenica contribuisce a tamponare o limitare l’attività dei glucocorticoidi per prevenire la sindrome metabolica.
Questa interazione influisce su tessuti specifici, come ad esempio:
Muscolo scheletrico (crescita muscolare vs. atrofia),
Tessuto adiposo (metabolismo dei grassi),
Tessuto prostatico (segnalazione del recettore degli androgeni e resistenza al cancro).
Quando si inseriscono nell’equazione gli AAS esogeni ed il loro uso in ambito BodyBuilding le dinamiche cambiano di entità e grado d’effetto. AAS diversi hanno impatti diversi con il metabolismo dei glucocorticoidi e l’influenza dei ligandi.
Ovviamente, anche gli AAS interagiscono con i GR principalmente come antagonisti competitivi. Legandosi direttamente al GR, gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, impedendo al Cortisolo di attivare i processi catabolici e infiammatori mediati dal GR stesso. Questa interazione rappresenta un elemento fondamentale per comprendere gli effetti di questi composti sulla crescita muscolare e sul metabolismo.
Punti chiave dell’interazione AAS/GR
Effetto anticatabolico: Poiché i glucocorticoidi promuovono la degradazione muscolare e gli AAS bloccano l’attività dei GR, gran parte dell’azione di risparmio muscolare e anabolica degli AAS è attribuita a questo antagonismo.
Competizione recettoriale: Studi (come quelli sull’AAS sintetico oxandrolone) mostrano un antagonismo non competitivo e competitivo significativo in cui gli AAS interferiscono con l’attivazione trascrizionale indotta dal cortisolo all’interno della cellula.
Regolazione positiva dei recettori: Mentre gli AAS bloccano la segnalazione dei glucocorticoidi, alcune ricerche suggeriscono che possono anche aumentare la densità o l’immunoreattività dei GR in alcuni tessuti (come l’ippocampo nel sistema nervoso centrale), il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e sull’umore degli AAS.
Sia il AR che il GR fanno parte della superfamiglia dei recettori steroidei nucleari. Una volta legati a un ormone, si spostano nel nucleo, si legano a specifiche sequenze di DNA e modificano l’espressione genica. A causa di somiglianze strutturali, diversi steroidi anabolizzanti (AAS) possono legarsi ai GR ma non riescono a innescare la stessa trascrizione a valle dei glucocorticoidi naturali o sintetici.
Ma analizziamo questa interazione osservando l’impatto di diversi AAS…
Testosterone
Struttura molecolare del Testosterone.
L’interazione tra Testosterone e GR avviene principalmente attraverso tre meccanismi:
legame competitivo tra i recettori,
interferenza trascrizionale a valle e
regolazione enzimatica nei tessuti bersaglio.
In condizioni fisiologiche normali, il Testosterone e i glucocorticoidi (come il Cortisolo) agiscono generalmente come antagonisti funzionali per bilanciare i processi anabolici (di costruzione) e catabolici (di degradazione).
Sebbene il Testosterone agisca principalmente sul AR, a concentrazioni più elevate, come durante un ciclo di AAS, può interagire direttamente in modo significativo con il GR. Ciò comporta:
Effetto di spostamento: alti livelli di Testosterone possono spostare in modo competitivo i glucocorticoidi dal legame al GR.
Effetto anticatabolico: nel muscolo scheletrico, il Testosterone agisce come un debole antagonista del GR. Bloccando il legame dei glucocorticoidi al GR, il Testosterone previene l’atrofia muscolare e la degradazione proteica indotte dal Cortisolo.
I recettori del Testosterone e dei glucocorticoidi sono entrambi recettori nucleari che condividono strutture e siti di legame al DNA simili.
Competizione tra co-chaperoni: sia l’AR che il GR si affidano alle stesse proteine da shock termico (come HSP90) e immunofiline (come FKBP5) per ripiegarsi e funzionare correttamente. Un’elevata attivazione di una via può esaurire le risorse cellulari condivise, sopprimendo l’altra via.
Interferenza trascrizionale: l’AR e il GR attivati possono interagire fisicamente o competere per gli stessi elementi di risposta ormonale (HRE) sul DNA. Questa interazione può amplificare o silenziare selettivamente specifici geni metabolici e comportamentali.
Nei tessuti come i testicoli (cellule di Leydig), l’interazione è gestita da enzimi locali che controllano l’accesso dell’ormone ai recettori.
Ciclo 11β-HSD1: l’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi di tipo 1 (11β-HSD1) metabolizza i glucocorticoidi attivi per proteggere la produzione di Testosterone.
Accoppiamento redox: la biosintesi del Testosterone utilizza vie energetiche cellulari (NADPH) che si coordinano con l’11β-HSD1, creando un rapido meccanismo locale per impedire che alti livelli di stress blocchino immediatamente la segnalazione riproduttiva.
A livello sistemico, in condizioni fisiologiche, l’interazione tra l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) ha un impatto significativo sul comportamento.
Il blocco della dominanza: secondo l’ipotesi del doppio ormone, gli effetti comportamentali del Testosterone (come la ricerca di status e la dominanza) si osservano solo quando i livelli basali di Cortisolo sono bassi. Un’elevata attivazione del sistema dei GR blocca o inverte completamente i comportamenti indotti dal Testosterone.
Struttura della 5α-reduttasi.
L’isoenzima di tipo 1 della 5α-reduttasi è ampiamente espresso nel fegato, dove modula la clearance dei glucocorticoidi. Una mancanza di attività della 5α-reduttasi di tipo 1, associata a una secrezione di Testosterone abrogata come nel caso della somministrazione di AAS sintetici senza base di Testosterone, concentra i glucocorticoidi (ad esempio, Cortisolo) nel fegato, riducendo l’escrezione di glucocorticoidi anche senza aumenti significativi nel sangue. Inoltre, vi sono prove nel ratto che la 5α-riduzione centrale (cioè cerebrale) del Testosterone è un passaggio necessario per la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone tramite la ridotta secrezione dell’ACTH.
Questo accumulo di glucocorticoidi epatici, a sua volta, aumenta la gluconeogenesi, incrementando così la glicemia e la steatosi, influenzando la sensibilità all’insulina, riducendola e causando insulino-resistenza. Di conseguenza, quindi, con la presenza di adeguati livelli di Testosterone, viene mantenuta o migliorata un’importante funzione della 5α-reduttasi, ovvero la sensibilità all’insulina.
La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Testosterone dipende dall’amplificazione del recettore 5α nel cervello e nel fegato, dove rispettivamente diminuisce la secrezione di ACTH e aumenta la clearance epatica dei glucocorticoidi. Questa modulazione dei glucocorticoidi si sovrappone in parte agli effetti del Testosterone sulla sensibilità all’insulina e sull’anabolismo muscolare, dove gli effetti antiglucocorticoidi aumentano di per la sensibilità all’insulina, ma il Testosterone aumenta di per se anche la sensibilità all’insulina, la massa magra e il metabolismo dei tessuti molli attraverso un aumento di WISP-2.
Methandrostenolone [Dianabol™]
Struttura molecolare del Methandrostenolone.
Il Methandrostenolone (comunemente noto con il suo nome commerciale originale, Dianabol) interagisce, similmente al Testosterone, con i GR principalmente come antagonista competitivo. Sebbene il suo meccanismo d’azione primario sia l’attivazione del recettore degli androgeni per promuovere la sintesi proteica, la sua interazione secondaria con i recettori dei glucocorticoidi gioca un ruolo fondamentale nella sua efficacia complessiva nella costruzione muscolare, prevenendo la degradazione muscolare.
Di conseguenza l’interazione del Methandrostenolone con l’attività dei GR interessa:
Legame competitivo: il Methandrostenolone si lega direttamente ai recettori dei glucocorticoidi nel tessuto muscolare scheletrico. Sposta fisicamente i glucocorticoidi catabolici endogeni, come il cortisolo, dai loro specifici siti recettoriali citoplasmatici.
Antagonismo del catabolismo: i glucocorticoidi normalmente segnalano all’organismo di scomporre il tessuto muscolare in aminoacidi (catabolismo) in periodi di stress. Bloccando questi recettori, il Methandrostenolone sopprime questo segnale di degradazione.
Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione prolungata ad alte dosi di androgeni sintetici riduce o diminuisce la densità complessiva dei recettori dei glucocorticoidi funzionali nel citosol muscolare. Interruzione della trascrizione: impedendo al cortisolo di formare un complesso stabile con il recettore dei glucocorticoidi, il Methandrostenolone arresta la trascrizione dei geni responsabili dell’atrofia muscolare e dell’infiammazione.
L’effetto anticatabolico: la crescita muscolare è determinata dal bilancio netto tra sintesi proteica (anabolismo) e degradazione proteica (catabolismo). Il Methandrostenolone agisce simultaneamente su entrambi i lati di questa equazione. Forza un bilancio proteico netto positivo alimentando la crescita attraverso i recettori degli androgeni e frenando la degradazione tramite il blocco dei recettori dei glucocorticoidi.
Recupero migliorato: i livelli di cortisolo aumentano drasticamente dopo un allenamento fisico intenso. L’inibizione competitiva del Methandrostenolone a livello dei recettori dei glucocorticoidi attenua questa risposta allo stress, consentendo al tessuto muscolare di recuperare e ricostruirsi molto più velocemente.
Ma le vere peculiarità del Methandrostenolone sul metabolismo dei glucocorticoidi vanno ben oltre…
Effetti del Methandrostenolone sull’escrezione urinaria di 17-idrossicorticosteroidi (17-OHCS), metaboliti del cortisolo secreti dalla ghiandola surrenale.
Il Methandrostenolone “smorza” l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) ad un livello elevato, modulando i glucocorticoidi abbassando la sintesi e/o la secrezione dell’ACTH. La soppressione dell’ACTH da parte del Methandrostenolone è evidente entro il decimo giorno e, dopo la sospensione, l’ACTH ritorna a livelli normali o leggermente superiori alla norma entro 1-4 settimane. Questa soppressione dell’ACTH colpisce in particolare il cortisolo: la maggiore diminuzione delle frazioni di 17-chetosteroidi si è verificata nelle frazioni 11-ossigenate (ad esempio, 11-chetoetiocholanolone). Questa inibizione della sintesi e/o della secrezione di ACTH endogeno potrebbe verificarsi a livello ipotalamico o ipofisario. Vi sono, inoltre, effetti sul pool di androgeni surrenali, che possono avere un effetto sull’umore, sull’energia e sul benessere.
In breve, il Methandrostenolone riduce il cortisolo sopprimendo la secrezione di ACTH da parte dell’ipofisi.
La modulazione dei glucocorticoidi da parte del Dianabol, attraverso la soppressione dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH), si traduce principalmente in una diminuzione del cortisolo e in un bilancio tra MPS:MPB più elevato.
Parlando del Methandrostenolone non possiamo non aprire una parentesi sul Boldenone e la sua interazione con i GR.
Struttura molecolare del Boldenone.
Il Boldenone interagisce con i GR principalmente attraverso un antagonismo competitivo, similmente al Testosterone. Legandosi a questi recettori nel tessuto muscolare, sposta i glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) dai loro siti di legame. Questo blocco contribuisce a prevenire la degradazione proteica (effetto anticatabolico), favorendo un ambiente anabolico (di costruzione muscolare) netto.
L’interazione del Boldenone con i GR non si limita al tessuto muscolare. Studi sul sistema nervoso centrale (come l’ippocampo del ratto) indicano che il Boldenone possa modulare l’immunoreattività dei recettori dei glucocorticoidi, il che potrebbe svolgere un ruolo negli effetti comportamentali e centrali.
Struttura molecolare del Dihydroboldenone.
La forma 5α-ridotta del Boldenone, il Dihydroboldenone [DHB], presenta una bassa affinità di legame per il GR. Tuttavia, poiché si lega con una bassa affinità e occupa il GR, può impedire il legame dei glucocorticoidi endogeni. Occupando il GR senza attivare completamente le vie cataboliche (di atrofia muscolare) associate ai glucocorticoidi, inibisce in modo competitivo gli effetti di degradazione muscolare del Cortisolo. Questo effetto anti-catabolico spesso integra la sua attività anabolica diretta.
Stanozololo [Winstrol™]
Struttura molecolare dello Stanozololo
Anche lo Stanozololo interagisce con i GR attraverso un meccanismo anticatabolico. A differenza degli androgeni endogeni, agisce come antagonista competitivo e modulatore allosterico negativo dell’attività dei glucocorticoidi, contribuendo a bloccare gli ormoni catabolici responsabili della perdita di massa muscolare e favorendo una migliore sintesi proteica e riparazione dei tessuti.
I meccanismi di interazione sono:
Legame diretto al recettore: lo stanozololo ha un’affinità di legame per i recettori GR citosolici classici nel tessuto muscolare.
Antagonismo competitivo: legandosi ai recettori GR, blocca l’azione dei glucocorticoidi endogeni (come il cortisolo) impedendo loro di innescare la degradazione muscolare. Ciò produce un marcato effetto anticatabolico.
Modulazione di membrana: nel fegato, lo Stanozololo agisce come modulatore allosterico negativo delle proteine leganti i glucocorticoidi a bassa affinità (LAGS). Questa modulazione limita l’attività del recettore dei glucocorticoidi, creando specifiche differenze metaboliche (ad esempio, cambiamenti nella sintesi delle glicoproteine plasmatiche) non riscontrabili con il Testosterone.
Azione anticatabolica: protegge il tessuto muscolare dalla degradazione a scopo energetico, promuovendo un ambiente favorevole al mantenimento della massa magra e al recupero atletico.
Sintesi del collagene: è stato dimostrato che lo stanozololo induce i fibroblasti e aumenta la produzione di collagene, un processo spesso mediato dalla sovraregolazione del fattore di crescita trasformante beta (TGF-β).
Disponibilità dei recettori: in alcuni modelli murini, l’uso prolungato di Stanozololo ha anche dimostrato di alterare l’espressione dei recettori dei glucocorticoidi a bassa affinità nel cervello, il che potrebbe essere correlato ad alterazioni della funzione dei neurotrasmettitori e dei profili dell’umore.
Nel fegato, il LAGS è un sito di legame a bassa affinità per i glucocorticoidi come il cortisolo, che lega debolmente gli ormoni catabolici circolanti liberi. Solo lo stanozololo ha dimostrato di provocare un’inattivazione del sito di legame del LAGS dipendente dal tempo e dalla dose, irreversibile, il che suggerisce una modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS.
Tra i 17-AA, lo Stanozololo è uno dei più potenti (Stanozololo > Fluoximesterone [“Halo”; Androxy®; Ora-Testryl®; Ultandren®] > Methandrostenolone [“Dianabol”] > Methyltestosterone):
↓affinità per i glucocorticoidi (ad es. cortisolo) ↓numero di siti di legame del LAGS ↑velocità di dissociazione dei glucocorticoidi dai siti di legame dei glucocorticoidi.
Il nuovo meccanismo dello Stanozololo rispetto agli altri 17AA che lo rende non solo particolarmente potente ma unico nella sua inattivazione irreversibile del sito di legame LAGS è che questa azione è mediata dal suo metabolita 16β-idrossilato (16β-ST).
Ma ecco il punto cruciale: la conseguenza sistemica netta di questa regolazione allosterica negativa da parte dello Stanozololo è un effettivo aumento della segnalazione classica del recettore dei glucocorticoidi (GR) (ovvero, un aumento del catabolismo del muscolo scheletrico) dovuto all’aumento della disponibilità di glucocorticoidi per il GR citosolico. Eh si, gli effetti potenzialmente positivi sopra elencati non controbilanciano totalmente questa caratteristica negativa.
Questa caratteristica peculiare dello Stanozololo è quindi sfavorevole. ✖ Aumento del catabolismo muscolare (non è una cosa positiva™). Bisognerebbe rammentarlo ai fan del suo uso in pre-contest.
Fluoxymesterone [Halotestin™]
Struttura molecolare del Fluoxymesterone.
Il Fluoxymesterone esercita effetti antiglucocorticoidi legandosi al recettore dei glucocorticoidi (GR) come antagonista. Poiché questa modalità di legame competitivo è indicata da test su vari tessuti (ad esempio, bioassay GR CALUX® sui mammiferi e cellule gliali H-4), è probabile che sia sistemica, a differenza della modalità di modulazione del GR specifica per il tessuto muscolare scheletrico.
Fluoxymesterone (evidenziato sull’asse delle ordinate) e transattivazione (in blu) del GR (evidenziata sull’asse delle ascisse) (48% rispetto al Desametasone).
Nel muscolo scheletrico umano, esiste una correlazione “modesta” (R² = 0,38) tra l’espressione del GR e la percentuale di grasso corporeo, e una correlazione “più significativa” (R² = 0,70) tra l’espressione del GR e l’indice di massa corporea (BMI) che indica un’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del fluoximesterone e la regolazione del tessuto adiposo.
Antagonismo dell’attività dei glucocorticoidi (HC) mediata dal recettore GR.
Grafico di regressione lineare che illustra la correlazione tra la percentuale di grasso corporeo e il GR.
Grafico di regressione lineare che illustra la relazione tra BMI e GR.
Occorre tuttavia precisare un punto riguardo all’interazione tra la modulazione dei glucocorticoidi da parte del Fluoxymesterone e la riduzione della massa grassa. Per inferenza, potremmo dedurre, osservando con i nostri occhi, che il Fluoxymesterone è particolarmente efficace nel ridurre la massa grassa. Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non generalizzare le ipotesi sul Cortisolo e sulla massa grassa applicandole al caso dell’antagonismo del recettore dei glucocorticoidi (GR) da parte del Fluoxymesterone . Questo perché:
Il Fluoximesterone inibisce anche in modo competitivo l’enzima 11β-HSD2 [come l’Oxymetholone e il Testosterone] che controlla l’ossidazione del Cortisolo, inattivandolo e aumentando così, potenzialmente, gli effetti del Cortisolo attivo, con conseguente aumento del Cortisolo sierico e libero.
La natura della regolazione dei tessuti metabolici da parte dell’enzima 11β-HSD2, inclusi il tessuto adiposo e il muscolo scheletrico, non è ben compresa, a differenza di quanto accade per l’enzima 11β-HSD1, che converte il Cortisone inattivo in Cortisolo. Pertanto, la nostra comprensione di come questo aspetto dell’azione del Fluoximesterone sui tessuti adiposi è incompleta a causa della scarsità di letteratura sull’argomento.
L’interazione tra AR e GR nei confronti dei glucocorticoidi e degli androgeni è dipendente dal contesto e dal tessuto. L’attività del Fluoxymesterone regola quindi l’espressione genica in modo diverso nei diversi tessuti metabolici, compresi quelli che si trovano nei depositi di grasso (ad esempio, grasso bianco o bruno) e nel muscolo scheletrico.
La natura dell’interazione tra AR e GR è ancora poco definita.
Come risaputo, il Fluoxymesterone è un AAS orale metilato in C-17, con una attività androgena elevata e non soggetto all’enzima Aromatasi.
Nonostante quest’ultimo punto, la casa produttrice (Pfizer) riporta nelle avvertenze del prodotto una caratteristica che non ci si aspetta da una molecola priva di attività estrogenica diretta e indiretta: “L’edema, con o senza insufficienza cardiaca congestizia, può essere una seria complicanza in pazienti con preesistente malattia cardiaca, renale o epatica”.
Se siete stati attenti ai punti sopra elencati capirete il perché di questa possibilità: Il Fluoxymesterone si lega all’enzima 11-beta-HSD2, enzima preposto alla conversione del Cortisolo in Cortisone (inattivo). Di conseguenza il gruppo 11-idrossile del Fluoxymesterone viene convertito in un gruppo 11-oxo. Poiché l’attività dell’11-beta-HSD2 subisce una riduzione, si osserva un aumento della concentrazione di Cortisolo!
Interazioni di affinità tra il Fluoxymesterone e l’enzima 11-beta-HSD2 con modifiche strutturali consequenziali.
Il Fluoxymesterone possiede quindi una marcata attività inibitoria dell’11-beta-HSD2. Si è constatato che il Fluoxymesterone esplica una potenza maggiore sull’alterazione dei livelli di Cortisolo dell’Acido Glicirretico, sostanza presente nella liquirizia che causa un aumentano della produzione endogena di corticosteroidi, attraverso l’inibizione degli enzimi 4 e 5-beta-reduttasi che inattivano gli steroidi.
L’Oxymesterone – o 4-idrossi-17-metil-testosterone – e, in misura minore, l’Oxymetholone inibiscono l’11-beta-HSD2 quasi quanto il Fluoxymesterone.
Struttura molecolare del 7-Keto-DHEA
Fortunatamente, questo trend negativo che va a ridurre i benefici riportati in precedenza legati alla modulazione dell’attività dei GR, può essere sensibilmente marginato sia con abbinamenti specifici con altri AAS [ma questo lo vedremo successivamente] e sia con l’uso concomitante di un inibitore della 11-beta-HSD1 come il 7-Keto-DHEA. Questo metabolita del DHEA riducendo l’attività del 11-beta-HSD1 che converte il Cortisone in Cortisolo riduce sensibilmente quest’ultimo così da riportare un equilibrio a favore dell’anabolismo e di competizione recettoriale.
Conversione e interconversione da Cortisone>Cortisolo a Cortisolo>Cortisone.
Il meccanismo d’azione è semplificabile in:
Inibizione competitiva: il 7-keto-DHEA condivide con il Cortisone lo stesso sito di legame molecolare sull’enzima 11β-HSD1.
Blocco enzimatico: occupando l’enzima, impedisce all’11β-HSD1 di convertire il Cortisone in Cortisolo attivo.
Downregulation locale: questa azione riduce la segnalazione dello stress specifica per i tessuti, principalmente in aree quali le cellule adipose viscerali e il tessuto epatico.
Migliore perdita di grasso: la riduzione dell’attività locale del Cortisolo nei tessuti adiposi contrasta la tendenza dell’ormone ad interferire, quando i livelli sono alterati da forte stress psicofisico [es. preparazione alla gare], con la mobilitazione del grasso di deposito.
Termogenesi: la riduzione dell’attività del Cortisolo consente all’organismo di aumentare le proteine disaccoppianti, che permettono la dispersione dell’energia dei substrati di deposito in calore.
Nessuna conversione in ormoni sessuali: a differenza del DHEA, il 7-keto-DHEA non può convertirsi in Testosterone o estrogeni, il che significa che altera l’attività del Cortisolo senza causare effetti androgenici o estrogenici.
Biosintesi del 7-Keto-DHEA
Sembrerebbe che il 7-keto-DHEA abbia un effetto inibitorio debole sull’11β-HSD2. L’11β-HSD2 funge infatti da enzima primario a monte, responsabile della produzione del 7-keto-DHEA all’interno di alcuni tessuti umani.
In un affascinante meccanismo metabolico, la ricerca dimostra che l’11β-HSD2 è un enzima chiave nella via biosintetica naturale del 7-Keto-DHEA.
Innanzitutto, il DHEA viene convertito in 7α-idrossi-DHEA dall’enzima CYP7B1. Successivamente, l’11β-HSD2 guida l’ossidazione unidirezionale di tale metabolita per sintetizzare attivamente il 7-Keto-DHEA all’interno di tessuti come i reni.
Questa stretta correlazione nella biosintesi ha fatto ipotizzare che l’assunzione di 7-Keto-DHEA esogeno possa sottoregolare, come meccanismo di feedback negativo, la sintesi di 11β-HSD2.
Non esistono prove a riguardo ed i dati empirici ci mostrano effetti positivi sui livelli di Cortisolo in concomitanza della somministrazione di 7-Keto-DHEA in soggetti che presentano livelli alterati sub-clinici con conseguenti vantaggi sulla composizione corporea e la prestazione.
Sappiamo adesso che il Fluoxymesterone interagisce in modo unico con il GR, conferendogli effetti sinergici con altri AAS durante la restrizione calorica (ad esempio, nella preparazione alle gare e nella fase di definizione). E sappiamo che riduce la massa grassa e aumenta o preserva quella muscolare.
Oxandrolone [Anavar™]
Struttura molecolare del Oxandrolone.
L’Oxandrolone esercita potenti effetti anticatabolici principalmente inibendo l’azione del cortisolo e di altri glucocorticoidi. Ciò avviene non attraverso il legame diretto con il recettore dei glucocorticoidi (GR), bensì tramite un meccanismo di interazione unico con il recettore degli androgeni (AR).
L’Oxandrolone riduce la transattivazione del recettore dei glucocorticoidi (GR) aumentando la formazione dell’eterodimero tra il recettore degli androgeni (AR) e il GR (AR-GR) e regolando l’interazione tra AR e GR; ciò, a sua volta, riduce l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercitando effetti anticatabolici.
Probabilmente conoscerete già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’Oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.
Probabilmente i lettori conoscono già bene il legame classico (canonico) tra AAS/Oxandrolone e AR. Il meccanismo principale di legame con l’AR è la trascrizione genica diretta (nucleare). Il legame di un ligando determina specifici cambiamenti conformazionali nel dominio di legame del ligando dell’AR, che a loro volta causano la dissociazione delle proteine da shock termico, la dimerizzazione e il trasporto dal citosol al nucleo cellulare, dove il complesso dimero AAS-AR si lega agli ARE. La stimolazione dell’attività trascrizionale dell’AR da parte del ligando (ad es. l’oxandrolone) richiede l’interazione dell’AR con una varietà di proteine cellulari, i coregolatori, che facilitano la conformazione dell’AR, la localizzazione nucleare, il legame al DNA e l’interazione con il meccanismo trascrizionale basale.
L’AR si oppone in generale all’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, stimola il passaggio dal cortisolo attivo al cortisone inattivo tramite l’11β-HSD1, probabilmente attiva il GR-β che contrasta il catabolismo del recettore classico e può formare eterodimeri con il GR classico per regolare la trascrizione [interazione incrociata], “frenando” gli effetti dei glucocorticoidi (ad es., Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di traduzione/espressione genica/sintesi proteica, reclutando chaperone e coregolatori (elementi di risposta agli androgeni o ARE ed elementi di risposta ai glucocorticoidi o GRE).
L’Oxandrolone regola negativamente l’attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi (ad es. il Cortisolo) a livello di ligando e recettore, nonché a livello di espressione genica (cioè traduzione, sintesi proteica), regolando l’interazione incrociata GR/AR. Ciò significa che l’Oxandrolone agisce non inibendo in modo competitivo il legame dei glucocorticoidi (antagonismo del GR) [a differenza, quindi, del Fluoxymesterone (o del Testosterone)], né esclusivamente tramite chaperoni/coregolatori ARE/GRE o modificazioni della cromatina, e certamente non riducendo il numero di GR, ma piuttosto attraverso un meccanismo di interazione incrociata tra l’AR e il GR.
In pratica, questa regolazione degli effetti catabolici da parte dell’Oxandrolone tramite interazione offre un’ulteriore caratteristica degli AAS che garantisce una potenziale sinergia in coppia con quel sottogruppo di AAS i cui effetti anticatabolici e di modulazione dei glucocorticoidi derivano da meccanismi distinti privi di interazione.
L’associazione dell’Oxandrolone con corticosteroidi prescritti (come il Prednisone, il Desametasone, l’Idrocortisone o il Metilprednisolone) viene talvolta utilizzata intenzionalmente in ambito clinico per contrastare l’atrofia muscolare e l’osteoporosi indotte da trattamento a lungo termine con corticosteroidi. Ciò nonostante in corso di applicazione clinica possono emergere effetti collaterali anche gravi.
Quindi, l’effetto anticatabolico del Oxandrolone deriva dalla sua regolazione incrociata del Cortisolo in sede di legame recettoriale.
Struttura molecolare del Methyldrostanolone.
Il Methyldrostanolone, che spesso viene paragonato all’Oxandrolone per i suoi effetti sulla composizione corporea, presenta un’affinità di legame molto bassa e una transattivazione funzionale minima o nulla a livello del GR. Non esercita effetti glucocorticoidi diretti né effetti anti-glucocorticoidi significativi nell’organismo.
Secondo il Federal Register, gli studi che valutano le proprietà del Methyldrostanolone dimostrano che esso non si lega in modo significativo al GR né lo attiva. Il Methyldrostanolone è privo delle caratteristiche molecolari tipiche dei corticosteroidi (ad esempio, il gruppo 17β-chetone o il gruppo 11β-idrossile), il che significa che non può mimare l’azione del Cortisolo. A differenza di alcuni altri steroidi anabolizzanti noti per agire come antagonisti dei glucocorticoidi inibendo la degradazione proteica, il meccanismo d’azione principale del Methyldrostanolone è mediato quasi esclusivamente dal recettore degli androgeni.
Trenbolone
Struttura molecolare del Trenbolone.
Il Trenbolone interagisce con i GR legandosi ad essi con un’affinità da moderata ad alta. In questo modo, il Trenbolone agisce come antagonista, bloccando a livello cellulare gli effetti catabolici (di atrofia muscolare) del Cortisolo. Ma la sua interazione con i GR non si limita a questo…
Il Trenbolone sopprime l’espressione dell’mRNA del recettore dei glucocorticoidi (GR) nel muscolo scheletrico, ottenendo così un effetto anticatabolico selettivo a livello tissutale. Il bilancio proteico muscolare netto è dato dalla differenza tra la sintesi proteica muscolare e la degradazione proteica muscolare (bilancio proteico muscolare netto = MPS – MPB). Pertanto, il Trenbolone agisce non solo aumentando il lato MPS dell’equazione, incrementando l’espressione muscolare di IGF-I e IGF-IEb (aumento di 3,6 volte dell’espressione dell’mRNA di IGF-IEb e di 5 volte di quella di IGF-I) e aumentando l’espressione della catena pesante della miosina (MHC), ma sopprime in modo unico il numero di GR (su cui agiscono i glucocorticoidi come il cortisolo per catabolizzare il tessuto muscolare legandosi come ligandi), oltre a sopprimere l’espressione dell’mRNA di MuRF1 e di atrogin-1 (in misura maggiore rispetto al Testosterone), altre vie del catabolismo muscolare, per ridurre l’MPB.
Durante diversi stati catabolici, la via dell’ubiquitina-proteasoma aumenta la disgregazione proteica che porta all’atrofia muscolare. Nello specifico, due ubiquitin ligasi, MuRF1 e MAFbx (anche denominate Atrogin-1) fungono da marker dell’atrofia muscolare in diverse condizioni cataboliche come il digiuno, il cancro, l’insufficienza renale e il diabete. È stato dimostrato che il Trenbolone riduce significativamente l’espressione del mRNA del MuRF1 e del Atrogin-1 nei tessuti muscolo-scheletrici di un fattore 3 nei ratti castrati. I tassi di Atrogina-1 sono stati soppressi in questi animali ad un livello ancora maggiore rispetto a quanto osservato con la somministrazione di Testosterone.
È stato dimostrato che il Trenbolone riduce le concentrazioni circolanti di Corticosterone nei roditori e del Cortisolo nei bovini impiantati. L’evidenza suggerisce che il Trenbolone agisca a livello delle ghiandole surrenali sopprimendo la sintesi del Cortisolo ACTH-stimolata e sopprimendo il rilascio di Cortisolo.
I Glucocorticoidi tendono anche ad aumentare i livelli di trigliceridi intramuscolari. Se il Trenbolone riduce ì livelli di trigliceridi intramuscolari, allora questo potrebbe essere un fattore primario dietro all’aspetto muscolare poco “voluminoso” (nonostante la presenza di un carico glucidico pienamente sufficiente) che molti tendono ad avere con il suo uso?.
Struttura molecolare del Trestolone.
Il Trestolone (MENT), un altro famoso trieno, agisce principalmente come un agonista altamente potente del AR e del PR. Sebbene non si leghi direttamente al GR, la sua interazione con la via di segnalazione del GR è altamente sinergica.
Punti chiave:
Recettore dei glucocorticoidi (GR): il Trestolone mostra un’affinità di legame diretta trascurabile o nulla per il GR. Non agisce come antagonista diretto dei glucocorticoidi, a differenza di composti quali il Mifepristone o il Trenbolone.
Interferenza trascrizionale: attraverso un meccanismo simile a quello di altri steroidi derivati dal 19-nor, il AR, fortemente attivato, può interagire a valle per interferire con le vie di segnalazione indotte dal Cortisolo.
Preservazione muscolare: promuovendo in modo aggressivo la sintesi proteica e la ritenzione di azoto tramite l’AR, il Trestolone neutralizza efficacemente i segnali di atrofia muscolare (catabolici) innescati dal Cortisolo e dal recettore del glucocorticoide (GR).
Per le sue caratteristiche a livello dei GR, il Trenbolone trova particolare sinergia in co-somministrazione con Oxandrolone e Fluoxymesterone in periodo pre-contest/fase finale del Cut.
Nandrolone
Struttura molecolare del Nandrolone.
Il Nandrolone interagisce con i GR agendo principalmente come antagonista competitivo, il che significa che si lega al recettore senza attivarlo, impedendo così ai glucocorticoidi naturali (come il cortisolo) di esercitare i loro effetti catabolici e di atrofia muscolare. Per via di questa specifica interazione di legame, il Nandrolone inverte parzialmente l’atrofia muscolare indotta dai glucocorticoidi e contribuisce a promuovere un ambiente anabolico (di costruzione dei tessuti) nel muscolo scheletrico.
I meccanismi chiave di questa interazione includono:
Competizione per i recettori: il Nandrolone compete direttamente con i glucocorticoidi per i siti di legame nel citoplasma delle cellule muscolari, impedendo ai glucocorticoidi di avviare l’espressione genica catabolica.
Downregulation dei recettori: è stato dimostrato che l’esposizione a lungo termine a dosi sovrafarmacologiche di nandrolone determina una downregulation (riduzione della densità) dei recettori dei glucocorticoidi nel sistema nervoso centrale, in particolare nell’ippocampo.
Cambiamenti metabolici: antagonizzando i GR nel fegato e nei muscoli, il Nandrolone può interferire con i processi fisiologici tipicamente regolati dai glucocorticoidi, quali la produzione di glucosio a digiuno e la gluconeogenesi.
Punti chiave sugli AAS ed il loro grado di interazione con i GR ed il Cortisolo:
Il Testosterone di per se presenta delle caratteristiche antagoniste del GR le quali vanno a comporre il suo completo potenziale anabolizzante; la sua versatilità nella gestione dei dosaggi secondo caratteristiche soggettive [vedi tasso di aromatizzazione] e parte della preparazione, nonché la conversione in E2 e DHT onde evitare crash psicofisici, lo rendono certamente un elemento pressoché immancabile in ogni preparazione ben strutturata, ma la sua potenza antagonista non è sicuramente un elemento non migliorabile con altre molecole specie in contesti dove livelli e attività del Cortisolo sono acutizzati.
Il Methandrostenolone mostra un ottima caratteristica di controllo sulla attività surrenalica e il metabolismo del Cortisolo. Essendo, però, una molecola aromatizzabile in una forma di E2 più attiva tissutalmente e cellularmente, vedi 17α-Methylestradiolo, la sua praticità d’uso non comprende un inserimento [almeno di facile gestione] in una fase di pre-contest o Cut.
Il Boldenone, essendo di per se un AAS utilizzabile in preparazione alla gara come “ormone esca” per l’Aromatasi e la facilitazione del controllo degli estrogeni, avendo anche una affinità antagonista con il GR, rappresenta una possibile presenza funzionale su più livelli in un pre-contest o Cut.
La modulazione allosterica negativa del legame dei glucocorticoidi al LAGS data dallo Stanozololo, con conseguente aumento della frazione di Cortisolo interagente con il tessuto muscolare, unita alla alterazione delle trame di collagene a livello articolare con dolori annessi, e senza citare il possibile impatto sullo spessore della pelle per via dello stimolo del Collagene di tipo III, rendono questa tanto osannata molecola per il “pre-contest” decisamente sostituibile con un largo margine di guadagno per l’atleta.
Il Fluoxymesterone presenta una modesta attività antagonista del GR a livello sistemico e una attività più marcata sull’attività dei GR a livello del tessuto adiposo. Questa caratteristica rendono questo AAS anti-adipogenico in ipercalorica e lipolitico con facilità di mobilitazione delle riserve di trigliceridi adipocitari in regime ipocalorico. Inoltre, il Fluoxymesterone presenta una forte stimolazione nella produzione di Ca+ con una maggiore forza e potenza esprimibile e una spinta sensibile a livello del SNC, che in regimi di ristrettezza calorica protratta possono fare la differenza nel completamento ottimale di una preparazione di alto livello. L’inconveniente del 11β-HSD2 è largamente compensato dall’uso concomitante di 7-Keto-DHEA e altri AAS modulatori specifici dei GR [vedi Oxandrolone e Trenbolone].
L’Oxandrolone, con la sua attività di riduzione della transattivazione del GR che aumenta la formazione dell’eterodimero tra il AR e il GR (AR-GR) regolando l’interazione tra AR e GR, traducendosi nella mancata attivazione del GR da parte dei glucocorticoidi, esercita significativi effetti anticatabolici. Se a questo aggiungiamo la sua capacità spiccata di aumentare le riserve di fosfocreatina e la forza esprimibile anche in condizioni di restrizione calorica, la sua capacità di aumentare la chetogenesi epatica in condizioni di deprivazione o abbassamento dei CHO, e il suo impatto positivo nella guarigione e recupero delle ferite, aumenta significativamente i livelli di procollagene di tipo I e III nei fibroblasti e nelle articolazioni nel breve periodo [4-6 weeks] lo rendono un AAS sicuramente più adatto e dai profitti maggiori in un contesto pre-contest/Cut rispetto allo Stanozololo.
Il Trenbolone presenta la più ampia gamma di interazione diretta e indiretta con i GR tra gli AAS. Oltre ad esercitare una attività antagonista diretta al GR, il Trenbolone ne causa una riduzione sensibile in modo tessuto-specifico a livello del muscolo-scheletrico. Un uso tattico con dosaggi limitati e calibrati sul soggetto e la sua tolleranza, rendono il Trenbolone una base per il controllo della attività del Cortisolo in momenti dove il controllo di questa risulta richiesto come in pre-contest/fase finale del Cut. Per i soggetti avanzati, soprattutto agonisti, l’uso abbinato nelle ultime settimane della preparazione alla gara di Trenbolone, Oxandrolone e Fluoxymesterone [questi ultimi calibrati in una ratio base di 3:2] può significare il raggiungimento di una forma esteticamente sopraffina in quanto a durezza, pienezza e bassa b.f. .
Anche il Trestolone è decisamente interessante in quanto alle sue interazioni con i GR e l’attività del Cortisolo. Tuttavia, la sua natura aromatizzabile al potente 7α-Methylestradiolo lo rendono un AAS da poter inserire a moderati dosaggi in Bulk ma non in Cut o pre-contest.
Il Nandrolone si sa, da più problemi che vantaggi, e sebbene presenti alcune peculiarità sulla attività dei GR e del Cortisolo, l’impatto sui GR a livello cerebrale [ippocampo], oltre alla sua propensione ad esercitare stati paranoici e depressivi per via della sua attività progestinica [per lo meno il Trenbolone può essere usato efficacemente a piccole dosi mitigando tali effetti], e la forte ritenzione idrica che accompagna il suo uso [ma questo lo vedremo meglio nella seconda parte], fanno propendere per uno scarto generale e specifico per contesti pre-gara o Cut.
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Del Trestolone [MENT; Methylnortestosterone; 7α-methyl-19-nortestosterone; 7α-CH₃-NorT) ho già parlato sia in un articolo che in un video della rubrica “The Lord Of The PEDs”. In entrambi i lavori sono stati esposti in generale pregi e difetti della molecola in questione. In questo articolo, invece, vorrei soffermarmi sulle caratteristiche uniche del Trestolone, le quali, e lo si vedrà, non gli conferiscono particolari e reali vantaggi d’uso nel Bodybuilding, a differenza, per esempio, del Trenbolone, dell’Oxandrolone o del Fluoxymesterone. Piuttosto, le sue peculiarità si combinano in modo sfavorevole per qualsiasi uso pratico nel bodybuilding, attraverso l’influenza sullo sviluppo della ginecomastia, dell’equilibrio dei liquidi e della pressione sanguigna.
Le caratteristiche uniche del Trestolone:
Effetti estrogenici per aromatizzazione al prodotto aromatico più potente del 17β-estradiolo: il 7α-methylestradiolo (7α-ME);
Effetti gestageni dovuti alla forte attivazione del recettore del Progesterone (PR):
Che si combinano sinergicamente per produrre:
1. Effetti ginecomastici (crescita del tessuto mammario negli uomini)
2. Effetti edematosi (ritenzione di liquidi; “gonfiore”) e
3. Effetti ipertensivi (pressione sanguigna elevata, in particolare sistolica, cioè pressione da contrazione cardiaca).
Prima di discutere gli effetti edematosi del Trestolone (ritenzione di liquidi; “gonfiore”), dobbiamo innanzitutto esaminare i fattori che sono alla base della ritenzione di liquidi (effetti estrogenici e gestagenici/progestinici), prima di discutere il modo in cui questi stessi fattori sono alla base dei suoi particolari effetti ipertensivi (aumento della pressione arteriosa, in particolare della pressione sistolica; cioè, aumento della pressione da contrazione cardiaca).
Effetti estrogenici:
Struttura molecolare del 7α-Methylestradiolo
Il lettore nella media, ormai, dovrebbe essere al corrente sul fatto che il Trestolone aromatizza in 7α-methylestradiolo (7α-ME). [1].
Dalla Teoria delle Potenze Estrogeniche Dipendenti dai Composti (Per-AAS) e Individuali (Per-Utilizzatore) (Modello di Type-IIx), l’estrogenicità si riferisce agli effetti associati all’attivazione di ERα e β (quest’ultima generalmente opposta alla prima), e dipende da Fattori Dipendenti dai Composti (Per-AAS) e Individuali (Per-Utilizzatori) che determinano sia (A) i livelli ematici effettivi che (B) gli effetti a livello tissutale dei prodotti aromatici di un AAS.
Tabella 1: Il più potente di tutti, il 7α-ME produce ½ della risposta di crescita massima (EC₅₀) nel tessuto mammario umano (T47Dco) a una sola attivazione: una concentrazione di 4,4 picomoli (pM). Come il Trenbolone, ma in modo peggiore, esso fa di più con minor quantità.[1]
Tuttavia, in letteratura, viene riportato che il Trestolone possiede solo una debole attività estrogenica data da un tasso di aromatizzazione che sembrerebbe essere insufficiente per scopi sostitutivi, come dimostrato dalla diminuzione della densità minerale ossea negli uomini trattati con questo farmaco per l’ipogonadismo. Dobbiamo, però, anche considerare il tasso di degradazione del 7α-methylestradiolo prodotto, nonché la potenza estrogenica dei metaboliti risultanti che vanno a sommarsi alla potenziale attività estrogenica di altri AAS aromatizzabili co-somministrati [vedi Oxymetholone e la sua attività estrogenica intrinseca e il Methandrostenolone con il suo metabolita estrogenico 17α-methylestradiolo] e l’attività gestatinica propria del Trestolone.
Il prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, ha una potenza più che quadrupla (“efficace”, una cosa negativa in questo caso) rispetto al 17β-estradiolo (E2) nelle cellule con presenza di ER.[1] L’efficacia si determina misurando l’effetto, ad esempio la crescita (in questo caso, nelle cellule di cancro al seno). La EC₅₀ (EC50) è determinata dalle concentrazioni alle quali il ligando innesca la crescita e può essere confermata da misurazioni della progressione del ciclo cellulare (cioè l’ingresso nella fase S durante il ciclo cellulare).
L’affinità di legame (IC₅₀) del prodotto aromatico del Trestolone, 7α-ME, è pari al 102% di quella dell’E2, che in letteratura viene tipicamente utilizzato come composto di riferimento per il legame con l’ER, data la sua notevole efficacia, potenza e affinità per il recettore ER-α. [1].
Confrontando il tasso di aromatizzazione tra Trestolone e Nandrolone, Attardi et al. hanno scoperto che, “[a] 180 min, circa il 23% del Trestolone è stato convertito in 7α-ME e circa il 13% del [Nandrolone] in E2”. Poiché il Nandrolone ha un tasso di aromatizzazione del 20% rispetto al Testosterone (T), e che presenta una maggior tendenza alla conversione in Estrone (E1), possiamo dedurre che il Trestolone aromatizza in 7α-ME circa il 35% rispetto al T [che aromatizza in E2], con una potenza quattro volte superiore a quella dell’E2, cioè per provocare la crescita delle cellule del cancro al seno. La semplice moltiplicazione del tasso di aromatizzazione (35%) × EC50(7α-methylestradiolo) × RBA(7α-methylestradiolo) ≈ Il potenziale di crescita del Trestolone nelle cellule con presenza di ER è superiore del 40% rispetto al T. [2]
Differenze strutturali tra una molecola di Estrone (E1) e di Estradiolo (E2)
La deduzione, quindi, supporta le segnalazioni degli utilizzatori secondo cui il Trestolone è potentemente estrogenico. Matematicamente, possiamo affermare che 50mg al giorno di Trestolone Enantato ≈ estrogenico quanto 500mg di Testosterone Enantato alla settimana.
Inoltre, come descritto nella sezione seguente, gli effetti gestageni del Trestolone potenziano notevolmente i suoi effetti ipertensivi ed edematosi (tendenza a trattenere liquidi).
Il Trestolone è un androgeno potentemente progestinico (“ gestagenico”) che possiede il 27,5% della potenza di Androcur™ [Ciproterone Acetato] – un farmaco antiandrogeno e progestinico usato per trattare le patologie androgeno dipendenti, tra cui l’acne, l’irsutismo e il cancro alla prostata – per attivare il recettore del progesterone (PR). [11].
I progestinici contribuiscono alla soppressione dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) disregolando le gonadotropine ipotalamiche attraverso la segnalazione del dendro KNDy, interrompendo la pulsatilità del GnRH e inibendo la secrezione di LH ipofisario [e FSH], inibendo così la sintesi e la secrezione di Testosterone (endogeno). [12][13] I progestinici sintetici utilizzati in ambito contraccettivo traggono la loro efficacia da questa caratteristica. Bebb et al. hanno randomizzato uomini sani a ricevere Testosterone Enantato (100mg settimanali) o lo stesso dosaggio di Testosterone Enantato in combinazione con il progestinico Levonorgestrel, la cui aggiunta ha praticamente soppresso la secrezione di LH e FSH. [14] La diminuzione di LH e FSH può causare ipogonadismo secondario, con conseguente diminuzione del rapporto androgeni/estrogeni (A:E), causando ginecomastia. [15]
Gli effetti dei progestinici sono legati alle loro interazioni con i recettori: recettori degli androgeni (AR) (ad esempio, acne, effetti lipidici); recettori dei glucocorticoidi (GR) (ad esempio, ritenzione di sodio e acqua, gonfiore); o recettori dei mineralocorticoidi (MR) (ad esempio, diminuzione della ritenzione idrica e del peso). I progestinici antiandrogeni possono agire in diversi modi. Possono esercitare un’inibizione competitiva dell’AR, oppure legarsi all’enzima 5-α reduttasi e quindi interagire con la conversione del Testosterone in DHT (il suo metabolita fortemente androgeno)[16].
Il Progesterone e i suoi derivati e i “progestinici-mimici” (ad esempio, il Trestolone) si legano moderatamente all’AR in modo competitivo (cioè antagonista). [17]. I derivati del Progesterone alterano le risposte tissutali mediate da AR e PR, ma non da ER. [17]
Gli estrogeni regolano la sintesi di PR. [18] Inoltre, l’attivazione del PR è stata collegata a una ridotta espressione dell’AR, ostacolando così l’inibizione della crescita del tessuto mammario mediata dagli androgeni osservata in condizioni di normale omeostasi ormonale. [19].
Il Progesterone e i suoi derivati possono ulteriormente ma indirettamente causare ginecomastia potenziando l’effetto dell’E2 sui tessuti mammari. [20].
In sintesi, le caratteristiche discusse – effetti estrogenici e gestagenici del Trestolone – sono alla base dei suoi potenti effetti edematosi e ipertensivi.
Effetti edematosi:
L’edema, o ritenzione di liquidi, è il metro di paragone dell’eccessiva estrogenicità nei bodybuilder che fanno uso di AAS.
Figura 2: Schema che illustra il controllo complesso dell’equilibrio dei liquidi e del sodio e i molteplici modi in cui l’Estradiolo (E2) e il Progesterone (P4) possono influenzare questi processi. Adattato con il permesso di Stachenfeld. La regolazione dei fluidi e del sodio è controllata da una serie di sistemi complessi, tutti influenzati da estrogeni e Progesterone. Sia il sistema nervoso centrale (SNC) che il sistema nervoso periferico (PNS) contribuiscono alla regolazione dei fluidi; gli estrogeni e i progestinici possono influenzare la regolazione dei fluidi direttamente attraverso il cervello o indirettamente influenzando le azioni dell’Angiotensina II (ANG II) e dell’Arginina Vasopressina (AVP) e dei cambiamenti negli ormoni che regolano il sodio (Aldosterone e Renina [RAAS]). Estradiolo e Progesterone/Progestinici, possono anche aumentare l’Angiotesina II cerebrale mediato nel cervello e aumentare l’importante effetto stimolante di questo ormone sulla sete e sull’assunzione di liquidi. Infine, sia E2 che P4, influenzano la regolazione del sodio e dell’acqua nei tubuli distali del rene. Questo impatto può verificarsi direttamente sui tubuli o sia attraverso l’AVP che il RAAS e contribuire alla ritenzione idrica.
Il Trestolone si sostituisce a E₂ e P₄ per promuovere l’equilibrio dei fluidi attraverso molteplici meccanismi. [10]
Il diagramma qui sopra illustra come il Trestolone agisca in modo molteplice per promuovere la ritenzione di liquidi (edema) e l’ipertensione (aumento della pressione arteriosa sistolica; aumento della pressione da contrazione cardiaca). Il Trestolone è analogo all’E₂ (Estradiolo; E2) e al P₄ (Progesterone) nei confronti del 7α-ME e nella sua potenza del 29,2% nell’attivare la PR come il P₄. [11]
Il Trestolone, quindi, promuove la ritenzione di liquidi agendo su:
1. Il cervello e il sistema nervoso centrale (SNC) per aumentare la sete e il bisogno di assumere sodio attraverso la segnalazione dell’Angiotensina II, e 2. I reni agendo su: 1. gli ormoni antidiuretici, ad esempio l’Arginina Vasopressina (AVP), riducendo la minzione 2. il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), aumentando il bilancio del sodio, e/o 3. i tubuli renali, favorendo la ritenzione di sodio e acqua. [10]
Effetti ipertensivi:
Nella Figura 1 è illustrato anche, in parte, come il Trestolone, al posto dell’E₂ (Estradiolo; E2) e del P₄ (Progesterone), favorisca l’aumento della pressione arteriosa. Lo fa aumentando lo squilibrio dei liquidi (cioè il “gonfiore”), come i suoi effetti edematosi, e agendo sugli osmorecettori del sistema nervoso centrale (SNC) e sui barorecettori del sistema nervoso periferico (SNP), nonché agendo sull’Angiotensina II, sull’AVP e sui neuroni di vari sistemi. [10]
– Aumento della pressione sistolica
Il Trestolone aumenta significativamente la pressione arteriosa sistolica (cioè la pressione da contrazione cardiaca) a una dose settimanale inferiore a 2mg. [21]
La pressione del polso (Pp) è la differenza (mmHg) tra pressione sistolica e diastolica. Una pressione sistolica normale è quindi di 40 mmHg (120 mmHg – 80 mmHg = 40 mmHg).
La pressione sistolica , o del polso (Pp), rappresenta la forza pressoria che il cuore genera ogni volta che si contrae, o la compliance arteriosa (C). Se la pressione del polso è normale a 40 mmHg, una Pp < 25% della pressione sistolica è bassa o ristretta, mentre una Pp > 100 mmHg è alta o estesa.
Una variazione della pressione sistolica (ΔPp) è proporzionale alla variazione del volume (V) (ΔV) ma inversamente proporzionale alla compliance arteriosa (C):
ΔPp = Δ V/C
Poiché la variazione di volume è dovuta al volume della gittata (SV) del sangue espulso dal ventricolo sinistro, possiamo approssimare la pressione del polso come:
Pp = SV/C
Un giovane adulto normale a riposo ha un volume di gittata (SV) di circa 80 mL. La compliance arteriosa (C) è di circa 2mL/mmHg, il che conferma che la pressione normale del polso è di circa 40 mmHg.
Il Trestolone, quindi, induce un aumento della pressione sistolica, aumentando il volume della gittata.
Effetti ematologici:
– Aumento del Ematocrito [HCT]
Il Trestolone, aumentando la ritenzione di sodio e di liquidi, e aumenta il volume plasmatico. Inoltre, aumenta rapidamente l’Emoglobina.
L’Emoglobina (Hb) è una proteina che si lega agli eritrociti (RBC) all’O₂ (Hb 13,5 – 17g/dL [uomini], 12 – 15,5g/dL [donne]).
L’Ematocrito (HCT) rappresenta la % del volume sanguigno occupato dagli eritrociti (RBC) [uomini 41-51%, donne 36-47%].
L’Ematocrito (HCT) è correlato all’Emoglobina (Hb) mediante la formula di base:
Hb (g/dL) × 3 ≈ HCT (%)
Esempio: Hb di 15g/dL ≈ HCT del 45%.
I livelli di emoglobina sono stati significativamente aumentati (149 ± 2,9 g/L → 154 ± 3,3; dimensione dell’effetto: 1,724; %Δ: +3,35%; intervallo di confidenza del 95%) con il Trestolone (~ 2 mg q.w.) a 12 settimane, e un andamento simile (da 0,44 a 0,46; dimensione dell’effetto: 2; %Δ: +4,5%; non significativo) è stato osservato nell’Ematocrito, che però non ha raggiunto la significatività statistica. [21] Nel gruppo Testosterone (~ 120mg q.w.), invece, è stato osservato un aumento progressivo più lento della concentrazione di Emoglobina, che è diventato significativo solo a 48 settimane. Nel gruppo Testosterone si è registrato anche un aumento complessivo significativo dell’Ematocrito, sebbene nessuno dei singoli punti di trattamento fosse significativamente diverso dal pre-trattamento (0,45 ± 0,01). [21]
Conclusioni:
Le caratteristiche di base del Trestolone – la sua potente estro- e gesta- genicità – pongono le basi per i suoi forti effetti edematosi e ipertensivi, in modo tale che i suoi effetti ginecomastici, gli effetti ginecomastici derivanti dall’estrogenicità e gli effetti ginecomastici derivanti dall’antiandrogenicità, non possono essere ignorati. Attraverso il suo metabolita aromatico 7α-ME, sopprime potentemente le gonadotropine (LH, FSH), diminuendo la A:E ratio, sinergizzando con le caratteristiche gestageniche con una potenza pari a quella degli antiandrogeni farmaceutici (ad esempio, Androcur™ [Ciproterone Acetato]), stimolando la crescita direttamente del tessuto mammario attraverso l’ER e indirettamente attraverso l’azione gestagenica e antiandrogena nella modalità del Progesterone (con una potenza di quasi ⅓ per mg). Il Trestolone favorisce in particolare il “gonfiore da ritenzione” attraverso la sua azione sui reni (influenzando negativamente la regolazione della ritenzione di liquidi e sodio) e sul cervello (aumentando la sete e l’ingestione di sodio) e favorisce in particolare l’ipertensione, soprattutto l’aumento della pressione sistolica, aumentando il volume di gittata attraverso l’aumento del volume plasmatico e dell’Ematocrito, cioè la viscosità o lo densità del sangue.
Questo articolo potrebbe prevedibilmente servire da deterrente all’uso di questo agente praticamente inutile (se paragonato alle altre molecole AAS) da parte dei bodybuilder dal momento che presenta alcuni aspetti unici e non accettabili nell’insieme di una corretta valutazione della molecola.
Se lo confrontiamo con il Trenbolone, non abbiamo alcun vantaggio nel suo inserimento sostitutivo: oltre al potenziale neurotossico e cardiotossico, come abbiamo visto, si aggiungono problematiche peculiari date dalla molecola che ne rendono un ipotetico uso nettamente difficile da gestire.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
Riferimenti:
Articles by Type-IIx
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La pressione alta, nota anche come ipertensione, è una delle cause più frequenti (che contribuiscono) di morte e complicazioni cardiovascolari nel mondo. Quando viene misurata, si divide in pressione sistolica (il numero superiore) e pressione diastolica (il numero inferiore). La pressione arteriosa sistolica è la pressione più alta raggiunta durante la contrazione del cuore, mentre la pressione diastolica è la pressione più bassa raggiunta durante il rilassamento del cuore. Una tipica lettura della pressione arteriosa potrebbe essere 120/80 mmHg, ovvero una pressione sistolica di 120 mmHg e una pressione diastolica di 80 mmHg. (L’unità di misura, millimetri di mercurio [Hg], risale a quando la pressione sanguigna veniva ancora misurata con manometri contenenti mercurio).
Per quantificare quanto sia grave l’ipertensione, diamo un’occhiata a un documento storico pubblicato su Lancet nel 2002 che, secondo Google Scholar, è stato citato ben 12.000 volte [1]. In questo lavoro, i ricercatori hanno riunito i dati dei singoli pazienti provenienti da 61 studi prospettici osservazionali. Questo studio comprendeva circa un milione di adulti senza precedenti malattie vascolari al basale. Per questo motivo, hanno avuto a disposizione dati davvero straordinari su cui lavorare e da cui trarre conclusioni.
Che cosa hanno dimostrato i dati? Hanno dimostrato che la mortalità per malattie coronariche e ictus aumenta con una pressione sistolica superiore a 115 mmHg e una pressione diastolica superiore a 75 mmHg. Ogni aumento di 20 mmHg della pressione arteriosa sistolica e di 10 mmHg della pressione arteriosa diastolica oltre questi valori raddoppia la mortalità per coronaropatia e ictus. In altre parole, chi ha una pressione arteriosa sistolica di 135 mmHg ha il doppio del rischio di morire per malattia coronarica o ictus rispetto a chi ha una pressione arteriosa sistolica di 115 mmHg. Si tratta di una differenza notevole. Questa relazione tra pressione arteriosa e mortalità, ad esempio per ictus, è illustrata nell’immagine sottostante:
Si noti che anche la probabilità di morire per ictus aumenta fortemente con l’aumentare dell’età. Il che ha senso, ovviamente. Sebbene non siano molte le persone che muoiono di ictus a 40 anni, è molto più comune negli anziani. Pertanto, l’aumento del rischio relativo di ipertensione diventa più rilevante con l’aumentare dell’età, poiché il rischio assoluto è molto più elevato.
Oltre a questo evidente aumento della mortalità a causa di eventi cardiovascolari, l’ipertensione provoca alterazioni strutturali e funzionali di diversi organi, danneggiandoli. Il danno agli organi bersaglio comprende, oltre al cuore e alla vascolarizzazione, il cervello, gli occhi e i reni. Il danno agli organi bersaglio può manifestarsi, oltre che con eventi cardiovascolari fatali e non fatali, con retinopatia, demenza, ischemia, albuminuria, glomerulopatia e ipertrofia ventricolare sinistra [2].
È chiaro che la pressione arteriosa elevata è dannosa per la salute.
Come influiscono gli steroidi anabolizzanti sulla pressione sanguigna?
Per rispondere alla domanda su come gli steroidi anabolizzanti influenzino la pressione arteriosa, si possono effettuare due tipi di studi. Un tipo di studio è costituito dagli studi prospettici interventistici. Questi, in sostanza, sono i più affidabili. Si prende un gruppo di persone, si somministra loro uno steroide anabolizzante e le si segue nel tempo per vedere cosa succede alla loro pressione sanguigna. Inoltre, si può includere un gruppo di controllo/placebo con cui confrontare i risultati (e se si randomizzano i soggetti si ottiene uno studio randomizzato-controllato). Sebbene questi studi siano sicuramente i migliori in termini di qualità delle prove, soffrono di un grosso inconveniente: non imitano correttamente l’uso reale, poiché i dosaggi sono inferiori a quelli utilizzati dalla maggior parte delle persone che fanno uso di steroidi anabolizzanti in modo illecito.
Detto questo, diamo un’occhiata a queste prove. Li ho riassunti nella tabella sottostante per fornire una buona panoramica:
Effetto degli steroidi anabolizzanti sulla pressione arteriosa in studi prospettici interventistici. ↑ significa un aumento statisticamente significativo, ? significa che non sono stati eseguiti test statistici, * significa rispetto al basale, † significa rispetto alla variazione nel gruppo placebo. Abbreviazioni: BP, pressione sanguigna; TE, testosterone enantato; Dbol, metandienone; ND, nandrolone decanoato.
L’unico studio che ha dimostrato un aumento statisticamente significativo della pressione arteriosa (sistolica) è stato quello di Freed et al [5]. In questo caso, sollevatori di pesi esperti hanno ricevuto 10mg o 25mg di Methandienone (Dianabol) al giorno per 6 settimane in doppio cieco controllato con placebo. La pressione arteriosa sistolica è aumentata significativamente di circa 9 mmHg. La pressione diastolica ha mostrato un leggero aumento di circa 4 mmHg, ma non è stato statisticamente significativo.
Gli altri studi non hanno eseguito test statistici [3,4] o non hanno rilevato cambiamenti statisticamente significativi rispetto al basale [6] o rispetto al cambiamento nel gruppo placebo [7, 8].
Come si può notare anche osservando i dosaggi, questi erano piuttosto bassi e non possono essere considerati rappresentativi dell’uso di steroidi anabolizzanti che si fa regolarmente in ambito del culturismo e simili. Per avere un’idea più precisa, si potrebbe ricorrere a studi prospettici osservazionali. In questi studi gli utilizzatori di AAS vengono seguiti nel tempo autosomministrando il proprio ciclo di AAS. Naturalmente, questi studi presentano anche degli inconvenienti. Uno di questi è il “policonsumo”. Non tutti gli steroidi anabolizzanti possono influire allo stesso modo sulla pressione arteriosa e, quando i consumatori di AAS li cumulano, è difficile dire quale steroide anabolizzante possa esserne responsabile. Per non parlare del fatto che è molto probabile che un consumatore di AAS stia somministrando steroidi anabolizzanti diversi da quelli che pensa di somministrare a causa di un’etichettatura errata. [9]. Inoltre, i consumatori di AAS potrebbero associarli a diversi altri tipi di farmaci, come l’rhGH, tiroidei, beta-agonisti e, al giorno d’oggi, la vasta gamma di farmaci sperimentali per il miglioramento delle prestazioni, il cui uso è in aumento.
Consideriamo anche brevemente alcuni studi prospettici osservazionali. Hartgens et al. hanno osservato gli effetti degli AAS autosomministrati per un periodo di 8 settimane in un piccolo gruppo di atleti di forza [10]. Prima dello studio, i soggetti, in media, non avevano fatto uso di AAS per quasi 8 mesi. Il dosaggio medio era relativamente basso, circa 400mg a settimana, il che mi fa pensare a quanto sia stato accurato. In ogni caso, la pressione arteriosa sistolica è aumentata da 131 a 139 mmHg. Il gruppo di controllo ha registrato un aumento da 129 a 134 mmHg. Quindi la variazione media rispetto al gruppo di controllo è stata di +3 mmHg. È stato osservato un piccolo aumento di 2 mmHg della pressione arteriosa diastolica, mentre il gruppo di controllo non ha registrato alcuna variazione. In ogni caso, le differenze non erano statisticamente significative.
Se si parte dal presupposto che gli AAS possono influenzare la pressione sanguigna e che questo fenomeno è completamente reversibile dopo la cessazione dell’uso, è possibile utilizzare un disegno di studio leggermente diverso. In altre parole, si potrebbe prendere un gruppo di utilizzatori mentre fanno uso di AAS, misurare la loro pressione sanguigna e poi misurarla di nuovo dopo un certo periodo di tempo, quando hanno smesso di usare gli AAS. Questo è esattamente il tipo di approccio che altri due gruppi hanno utilizzato [11, 12].
Uno di questi ha valutato tre gruppi: soggetti sedentari, bodybuilder che non fanno uso di AAS e bodybuilder che ne fanno uso [11]. I cicli di AAS duravano in media 8 settimane e, purtroppo, i dosaggi non possono essere ricavati con precisione dallo studio. Ciononostante, sembrano essere bassi. Subito dopo i cicli, la pressione sanguigna misurava 141/84 mmHg e 9 settimane dopo la cessazione dell’uso era 140/83 mmHg. Come riferimento, i bodybuilder che non ne facevano uso avevano una pressione sanguigna di 136/87 e i soggetti sedentari di 139/85 mmHg.
Palatini et al. hanno effettuato misurazioni della pressione arteriosa nelle 24 ore in un piccolo gruppo di consumatori di AAS [12]. I cicli duravano in media 9 settimane e il dosaggio era di circa 500mg settimanali. La pressione arteriosa era di 128/83 mmHg alla fine dei cicli e di 129/84 mmHg circa 12 settimane dopo la cessazione.
Nello studio HAARLEM, 100 consumatori di steroidi anabolizzanti sono stati seguiti nel tempo mentre si autosomministravano AAS [9]. Il dosaggio medio, basato sulle informazioni riportate sull’etichetta, era di 898mg a settimana, rendendo così il loro ciclo di AAS abbastanza rappresentativo dell’uso comune da parte dei bodybuilder. Le misurazioni sono state effettuate prima, durante, 3 mesi dopo la fine del ciclo e 1 anno dopo l’inizio del ciclo. I dati non pubblicati di questo studio hanno dimostrato un aumento di 7 mmHg della pressione sanguigna sistolica e di 3 mmHg della pressione sanguigna diastolica durante l’uso di steroidi anabolizzanti rispetto al basale [DL Smit, comunicazione personale]. Queste misurazioni sono tornate al valore basale dopo il ciclo. Data la dimensione relativamente ampia del campione di 100 utilizzatori di AAS e la natura osservazionale prospettica di questo studio, questa è attualmente la migliore stima della misura in cui gli AAS potrebbero influenzare la pressione sanguigna ai dosaggi comunemente utilizzati dai bodybuilder.
Nel complesso, si può concludere con cautela che i dosaggi sovrafisiologici di AAS possono aumentare transitoriamente la pressione arteriosa sistolica di circa 5-10 mmHg durante l’uso. È difficile dire in che misura questo aggravi il rischio cardiovascolare. Ma potremmo trarre qualche indizio da altri dati presenti nella letteratura scientifica. Ne parlerò nel prossimo articolo, in cui tratterò dei farmaci per abbassare la pressione sanguigna.ù
[altri] PEDs e pressione arteriosa:
Le evidenze nella ricerca e i dati aneddotici hanno mostrato un effetto ipertensivo legato all’uso di β-Agonisti sia non selettivi che selettivi. In particolare, è stato osservato che l’allele Gly16 del recettore adrenergico β-2 AR associato all’ipertensione. Questo effetto è stato osservato sia in trattamento con Salbutamolo che con Clenbuterolo, ed è responsivo ad alterazioni maggiori in base al dosaggio utilizzato [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10373227/].
Anche l’Insulina può aumentare la pressione arteriosa attraverso diversi meccanismi. Per esempio, portando all’aumento del riassorbimento renale di sodio, all’attivazione del sistema nervoso simpatico, all’alterazione del trasporto ionico transmembrana e all’ipertrofia dei vasi di resistenza. Ovviamente si tratta di casi emersi, o possibili, in condizione di IR o alterazione subclinica del metabolismo glucidico e dell’attività biochimica dell’Insulina. Non è raro che bodybuilder in fase di Off-Season, con abuso di Insulina esogena e/o GH, ma anche in situazioni di non uso del peptide, presentino alterazioni pressorie correlati a sensibili aumenti di peso: tale causa vede anche la condizione di IR come co-fattore peggiorativo [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/].
In letteratura viene riportato che in seguito a somministrazione di rhGH si manifesti ritenzione idrica, e che essa sia un effetto collaterale concreto e documentato. Infatti, la maggior parte dei dati indicano che i pazienti adulti con deficit di hGH sono disidratati, cioè non hanno un volume d’acqua positivo nel corpo, e presentano una bassa concentrazione di acqua extracellulare nel plasma. Quando viene avviata la terapia sostitutiva del GH in questi pazienti i loro fluidi corporei vengono ripristinati alla normalità. La capacità di ritenzione dei fluidi del GH dovrebbe quindi essere considerata in ambito clinico come una normalizzazione fisiologica desiderabile dell’omeostasi dei liquidi corporei piuttosto che un effetto collaterale sgradevole [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10592455]. Ovviamente, nel Bodybuilding le cose cambiano nettamente come l’incidenza quantitativa e anche indiretta sulla pressione vascolare di questo effetto sulla ritenzione idrica dato dall’uso di rhGH.
Si è ipotizzato che l’ormone alterato dall’uso di rhGH e che causa la ritenzione idrica possa essere l’Aldosterone. Nel qual caso, un diuretico antagonista come lo Spironolattone aiuterebbe. Il problema può essere risolto con del Lasix, il Furosemide (non è un consiglio!) , ma dal momento che l’esperienza sul campo non ha mostrato risoluzione al problema con queste pratiche, la domanda non ha così trovato una risposta chiara.
Da sinistra: Spironolattone e Furosemide
Un altra ipotesi indica una correlazione tra ritenzione idrica da rhGH e un aumento dell’ADH (Ormone Antidiuretico, conosciuto anche come vasopressina). Uno studio giunge alla conclusione che il hGH aumenta l’ADH [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2405233], come effetto che trova la sua causa nella attivazione del sistema renina-angiotensina.
Il GH esogeno aumenta la Somatostatina, e dato che il rene possiede recettori specifici per la Somatostatina questi possono attivare il sistema renina-angiotensina [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2405233]. Ciò può causare la ritenzione idrica da GH che può essere inibita da un ACE-inibitore.
I ricercatori, per vederci più chiaro, hanno studiato gli effetti di un preparato biosintetico autentico del hGH (bio-hGH) sul metabolismo del sodio e l’attività del sistema renina-angiotensina. Questa preparazione è stata somministrata a 6 giovani uomini ad un dosaggio di 0,2 U / kg / die per via sottocutanea per cinque giorni consecutivi. E’ stata effettuata la raccolta delle urine nelle ventiquattro ore per la misurazione dell’escrezione di sodio e l’osmolalità, ed è stato prelevato il sangue per quantificare i cambiamenti del sodio, dell’osmolalità, dell’attività della renina plasmatica (PRA), dell’aldosterone, e delle concentrazioni della arginina vasopressina (AVP). La somministrazione di Bio-hGH ha determinato un calo nelle 24 ore dell’escrezione urinaria di sodio (197 +/- 38 a 42 +/- 20 mmol, media +/- SD, P meno di 0,005), una riduzione del volume delle urine (1.652 + / – 182-848 +/- 348 mL, P inferiore a 0,05), ma non l’osmolalità. Il PRA è aumentato in modo significativo di 1.118 +/- 73 a 3.608 +/- 1.841 fmol angiotensina 1 L / s (P meno di 0,005), il che è stato associato con un aumento di sette volte nella concentrazione plasmatica (52 +/- 12-402 + / – 99 pg / mL, P meno di 0,001). L’osmolalità del plasma e le concentrazioni di AVP non sono cambiate in modo significativo. I risultati mostrano che la ritenzione di sodio indotta dal Bio-GH comporta l’attivazione del sistema renina-angiotensina. Questo meccanismo può spiegare in parte l’insorgenza dell’espansione del volume plasmatico e l’ipertensione e suggerisce un rischio di ritenzione di liquidi e, eventualmente, l’ipertensione nei soggetti trattati con dosi sovrafisiologiche di bio-hGH per il trattamento della bassa statura [http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/611818.pdf].
Quindi, il rhGH provoca un rialzo del ADH(Ormone Antidiuretico). L’ADH è un costrittore coronarico molto potente che costringente vascolare/venoso. dato questo aumento del ADH, abbiamo la ritenzione idrica aumentata, e ciò provoca un aumento della pressione sanguinea. L’aumento del ADH causato dal rhGH è dose-dipendente.
L’uso della Clonidina è indicato se si soffre di pressione alta causata dal ADH.
Ovviamente, la somministrazione di rhGH, soprattutto se in concomitanza con AAS fortemente aromatizzabili peggiora considerevolmente la situazione collegandosi anche all’Insulino Resistenza e all’azione di alcuni AAS con i recettori mineralocorticoidi e sul danno endoteliale di questi.
La Clondina viene consigliata principalmente perché agisce direttamente sul ADH è la ritenzione idrica causata da questo ormone. Tuttavia, alcuni assumono il Furosemide (una molecola tutt’altro che sicura) per via della sua maggior potenza; ma non sembra lavorare tanto efficacemente nel complesso. Anche lo Spironolattone mostra una sua efficacia in tale circostanza con il suo effetto di diminuzione dell’attività dell’Aldosterone; riducendo quindi l’edema.
Ma la Clonidina risulta essere la prima scelta per contrastare l’effetto di un aumento del ADH dovuto alla somministrazione di rhGH esogeno. La sua somministrazione è solitamente indicata prima di dormire.
Come misurare la pressione arteriosa
In primo luogo, naturalmente, è necessario un dispositivo per misurare la pressione sanguigna a casa. Consiglio vivamente di utilizzare un apparecchio elettronico automatico che la misuri a livello della parte superiore del braccio. Questi dispositivi sono affidabili e richiedono la minima abilità, per cui c’è la minima possibilità di sbagliare la misurazione. Sono facilmente reperibili e costano circa 50 dollari. Valgono bene l’investimento. La maggior parte dei miei clienti utilizza dispositivi Omron, ma sono certo che esistono molte altre marche che producono dispositivi eccellenti.
Inoltre, assicuratevi che il misuratore di pressione sia dotato di un bracciale di dimensioni adeguate al vostro braccio. Di solito, i dispositivi per la misurazione della pressione arteriosa sono dotati di un bracciale di misura M, adatto a braccia con una circonferenza massima di 31-33 cm. Naturalmente, questa non è la circonferenza del braccio per i bicipiti flessi, ma la circonferenza quando il braccio è leggermente piegato senza essere flesso. La maggior parte degli utilizzatori di AAS ha braccia più grandi. Nella maggior parte dei casi è appropriato un bracciale di taglia L, che si adatta a braccia con circonferenza fino a 41-43 cm. Se siete molto grandi, potreste aver bisogno della taglia XL, che si adatta a braccia con circonferenza fino a circa 51-53 cm.
Un bracciale di dimensioni adeguate è importante perché, se troppo piccolo, potrebbe sovrastimare la pressione arteriosa. Ciò è ben illustrato in uno studio che ha esaminato le differenze di pressione arteriosa tra un bracciale di taglia M e uno di taglia L in 193 bodybuilder che partecipavano al Campionato Nazionale Messicano di Bodybuilding e Fitness [13]. Coloro che avevano braccia troppo grandi per il bracciale di taglia M (>33 cm) avevano una pressione sistolica più alta di 8,2 mmHg con questo bracciale rispetto al bracciale di taglia L. La pressione diastolica era più alta di 1,6 mmHg.
Anche un altro studio, condotto su individui obesi, ha sottolineato l’importanza di un bracciale di dimensioni adeguate [14]. Per ogni aumento di 5 cm della circonferenza del braccio oltre i 35 cm, si registrava un aumento di 2-5 mmHg della pressione arteriosa sistolica e di 1-3 mmHg della pressione arteriosa diastolica.
Ora che siete pronti a misurarla, come dovete fare? La Società Internazionale dell’Ipertensione ha un’ottima immagine che lo illustra [15], diamo un’occhiata:
Assicuratevi di non dover fare pipì, di non fumare (ovviamente non fumate, giusto?), di non aver bevuto caffè/caffeina o di aver fatto esercizio fisico 30 minuti prima della misurazione e di mettervi in una stanza tranquilla e confortevole per rilassarvi un paio di minuti. Siete seduti su una sedia che sostiene adeguatamente la vostra schiena dietro una scrivania. Si indossa il bracciale e si appoggia il braccio sulla scrivania, appoggiandolo completamente con la parte centrale del braccio all’altezza del cuore. Si appoggiano i piedi sul pavimento, non si accavallano le gambe e si batte il più forte possibile per far sì che il dispositivo misuri la pressione sanguigna. Ripetete la misurazione due volte con una piccola pausa tra l’una e l’altra e voilà. Prendete la media delle ultime due misurazioni e annotatela da qualche parte (la maggior parte degli apparecchi elettronici per la misurazione della pressione arteriosa ha anche una funzione di memoria, quindi potete evitare di scriverla).
Con quale frequenza si dovrebbero effettuare queste misurazioni? Le linee guida della Società Europea dell’Ipertensione per il monitoraggio domiciliare della pressione arteriosa raccomandano di farlo inizialmente almeno 3 e preferibilmente 7 giorni prima di considerare il trattamento della pressione arteriosa [16]. Le misurazioni dovrebbero essere effettuate sia al mattino che alla sera. Dopo questo periodo iniziale, è sufficiente misurarla circa una volta alla settimana.
Quando iniziare a trattare la pressione arteriosa
Dopo aver letto quanto fino a questo punto esposto, potreste pensare di dover trattare la pressione arteriosa quando è superiore a 115/75 mmHg. Tuttavia, una recente revisione sistematica e meta-analisi ha rilevato che, nella prevenzione primaria, l’abbassamento della pressione arteriosa riduce la mortalità e il rischio di malattie cardiovascolari solo se la pressione sistolica al basale è pari o superiore a 140 mmHg [17]. Se era inferiore a quella al basale, gli autori non sono riusciti a trovare alcun beneficio per quanto riguarda la mortalità o il rischio di malattie cardiovascolari. In effetti, questo è anche il motivo per cui la Società Europea dell’Ipertensione classifica l’ipertensione come una pressione arteriosa sistolica in ufficio pari o superiore a 140 mmHg e/o una pressione arteriosa diastolica pari o superiore a 90 mmHg [16]. L’ipertensione è definita come il livello di pressione arteriosa al quale i benefici del trattamento (con interventi sullo stile di vita o con farmaci) superano inequivocabilmente i rischi del trattamento, come documentato da studi clinici.
Va sottolineato che questa soglia di 140/90 mmHg riguarda le misurazioni della pressione arteriosa effettuate in ufficio. Queste sono di solito leggermente più alte rispetto alle misurazioni della pressione sanguigna effettuate a casa. Pertanto, la soglia per le misurazioni domiciliari della pressione arteriosa è definita come un valore medio di 135/85 mmHg [16].
Il trattamento dell’ipertensione produce chiari benefici clinici. Una meta-analisi mostra che ogni riduzione di 10 mmHg della pressione arteriosa sistolica riduce il rischio di eventi cardiovascolari maggiori del 20%, di malattia coronarica del 17%, di ictus del 27%, di insufficienza cardiaca del 28% e di mortalità per tutte le cause del 13% [18]. Sfortunatamente, il trattamento dell’ipertensione non annulla completamente tutti i rischi osservati nei grandi studi osservazionali. Due probabili ragioni sono: 1) l’ipertensione per periodi prolungati può danneggiare in modo irreversibile alcuni organi, e il trattamento non può annullare i danni subiti; 2) l’ipertensione spesso è associata a diverse altre comorbilità che possono influire sull’esito (ad esempio, l’obesità). Il primo motivo può essere affrontato iniziando il trattamento il prima possibile quando necessario, mentre il secondo non è particolarmente applicabile a un aumento della pressione sanguigna indotto da farmaci (come nel caso degli AAS). Tuttavia, non bisogna assolutamente dimenticare che, al di là del modesto aumento della pressione arteriosa, gli AAS hanno un impatto negativo sulla salute. Quindi, la correzione della pressione arteriosa, ovviamente, non annulla completamente i rischi per la salute degli AAS, così come non risolve i rischi per la salute di altre comorbidità che spesso vanno di pari passo con l’ipertensione.
Trattamento dell’ipertensione: modifiche allo stile di vita
Proprio come nella popolazione generale, ci possono essere alcuni cambiamenti nello stile di vita da adottare per ridurre la pressione sanguigna prima di ricorrere ai farmaci per abbassarla. Tuttavia, in alcuni casi i farmaci devono essere utilizzati immediatamente insieme ai cambiamenti dello stile di vita. La Società Europea dell’Ipertensione raccomanda di iniziare immediatamente il trattamento farmacologico nei soggetti con un rischio elevato o molto elevato di malattie cardiovascolari, malattie renali o danni agli organi mediati dall’ipertensione. Raccomanda inoltre un trattamento farmacologico immediato in tutti i pazienti che hanno una pressione arteriosa pari o superiore a 160/100 mmHg. In questi casi, vi invito a non usare steroidi anabolizzanti e a rivolgervi al vostro medico per un trattamento. Sconsiglio vivamente l’uso di steroidi anabolizzanti se questo è il vostro caso.
Detto questo, ecco alcuni cambiamenti nello stile di vita. Uno ovvio è quello di smettere di fumare, se lo fate. Non tanto per abbassare la pressione sanguigna, ma semplicemente perché il fumo aumenta enormemente il rischio di malattie cardiovascolari. Probabilmente la lettura di questo articolo non vi farà smettere di fumare (se solo fosse così facile, no?), ma volevo solo informarvi.
Una strategia efficace consiste nel ridurre il sodio alimentare, cioè il sale. Diverse linee di evidenza hanno costantemente implicato l’assunzione di sale nella dieta con il rischio cardiovascolare [19]. Una meta-analisi Cochrane del 2013 di 34 studi randomizzati e controllati ha dimostrato una riduzione della pressione arteriosa di 4,2/2,1 mmHg per ogni riduzione di 4,4 g/die di assunzione di sale (=1,8 g di sodio) [20]. Di conseguenza, la Società Europea dell’Ipertensione raccomanda di limitare l’assunzione di sale a 5 g al giorno (= 2 g di sodio) [16]. Tuttavia, l’assunzione di sale con la dieta mostra una curva a U per quanto riguarda il rischio di eventi cardiovascolari e di morte. Ciò significa che, mentre la riduzione dell’assunzione di sale diminuisce questo rischio, esso ricomincia ad aumentare al di sotto di una certa dose giornaliera. Una recente meta-analisi ha rilevato che, rispetto a un’assunzione di 7 o più g di sodio al giorno, 4-5 g al giorno comportano un rischio inferiore di eventi cardiovascolari e morte [21]. Allo stesso modo, anche un’assunzione di meno di 3 g al giorno mostrava un rischio maggiore rispetto a un’assunzione di 4-5 g di sodio al giorno. (Gli studi hanno esaminato l’escrezione urinaria di sodio come proxy dell’assunzione di sodio. Questa è eccellente come proxy, quindi in questo articolo faccio finta che siano la stessa cosa). Non è del tutto chiaro quale sia la causa, poiché 3 g di sodio al giorno sono sufficienti a coprire il fabbisogno giornaliero. La Società Europea dell’Ipertensione si aggrappa all’effetto di abbassamento della pressione arteriosa come decisivo per ridurla ulteriormente. Sentitevi liberi di farlo, ma credo che sia più pragmatico attenersi ai 4-5 g al giorno, a meno che non abbiate già un apporto inferiore, e lasciarlo così. E poi realizzare un’ulteriore riduzione della pressione arteriosa, se necessario, con ulteriori interventi sullo stile di vita o con farmaci. Infine, una cosa che non potrò mai sottolineare abbastanza: controllate il contenuto di sale di tutto ciò che mangiate. Potreste rimanere sorpresi dal contenuto di sale di alcuni prodotti che consumate.
Se bevete molto alcol, è ovviamente consigliabile moderare il consumo di alcol (o astenersi dal farlo). L’effetto di abbassamento della pressione sanguigna è molto modesto (riduzione di ~1,2/0,7 mmHg [22]), ma l’alcol fa male alla salute (cardiovascolare) a prescindere. La raccomandazione è di limitare il consumo a 14 unità a settimana per gli uomini (8 a settimana per le donne; 1 unità equivale a 125 ml di vino o 250 ml di birra) [16]. A parte questo, aggiungete un po’ di esercizio aerobico alla vostra routine, se non l’avete già fatto, e assicuratevi di non ingrassare. Anche questo aiuta.
Trattamento dell’ipertensione: i farmaci
Lercanidipina; un calcio-antagonista appartenente al sottogruppo dei diidropiridinici
Per il trattamento dell’ipertensione sono disponibili diversi farmaci. Esistono cinque classi principali di farmaci raccomandati per questo scopo: ACE-inibitori, bloccanti del recettore dell’angiotensina (ARB), beta-bloccanti, calcio-antagonisti (CCB) e diuretici tiazidici. Esistono alcune piccole differenze per quanto riguarda gli esiti specifici per causa tra questi farmaci. Tuttavia, gli esiti cardiovascolari maggiori e la mortalità sono complessivamente simili e pertanto tutti sono raccomandati dalla Società Europea dell’Ipertensione come trattamento di prima linea [16]. Anche la Società Internazionale dell’Ipertensione raccomanda questi farmaci come trattamento di prima linea, ad eccezione dei beta-bloccanti [15]. Ogni classe di farmaci ha le proprie controindicazioni. Ad esempio, gli atleti e i pazienti fisicamente attivi sono indicati come possibile controindicazione all’uso dei beta-bloccanti, mentre una frequenza cardiaca inferiore a 60 bpm è indicata come controindicazione assoluta sia per i beta-bloccanti che per alcuni calcio-antagonisti (le non diidropiridine) [16]. I beta-bloccanti vengono generalmente aggiunti al trattamento quando esiste un’indicazione specifica per il loro utilizzo. Inoltre, i diuretici tiazidici sono preferiti ai tiazidici. In definitiva, la terapia si riduce ai calcio-antagonisti diidropiridinici, agli ACE-inibitori, agli ARB e ai diuretici tiazidici. Secondo la mia esperienza, i consumatori di AAS hanno un accesso relativamente più facile a questi ultimi tre, ma non ai calcio-antagonisti. (Naturalmente, a meno che non vengano prescritti dal medico, ma in quel caso si fa quello che prescrive il medico). Pertanto, mi concentrerò su queste tre modalità di trattamento.
Captopril; prima molecola sintetizzata della famiglia degli ACE II-inibitori
Sia gli ACE-inibitori che gli ARB si agganciano al cosiddetto sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS). Si tratta di un sistema ormonale che svolge un ruolo estremamente importante nella regolazione del volume del sangue, degli elettroliti e della resistenza vascolare sistemica. Come tale, costituisce un bersaglio molto interessante per il trattamento dell’ipertensione. Questo sistema ormonale funziona come segue. I reni rilasciano un enzima chiamato renina ogni volta che rilevano un calo della pressione sanguigna. Questo enzima, a sua volta, converte una proteina prodotta dalla leva, l’angiotensinogeno, in angiotensina I. Si tratta di un piccolo peptide che costituisce il substrato per l’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE), che taglia altri due aminoacidi da questo peptide producendo angiotensina II. L’angiotensina II è responsabile della vasocostrizione, soprattutto nelle arteriole. Di conseguenza, aumenta la pressione arteriosa, chiudendo così il circuito avviato dal rilevamento di una diminuzione della pressione arteriosa da parte dei reni. Inoltre, l’angiotensina II inibisce il processo di escrezione di acqua (diuresi) e sodio (natriuresi) da parte dei reni. Questo effetto si ottiene in parte evocando il rilascio di aldosterone da parte dei surreni. L’aldosterone è un ligando per i recettori dei mineralocorticoidi (MR) situati nei reni. L’attivazione del MR provoca la ritenzione di acqua e sodio e la secrezione di potassio. Il RAAS è schematizzato di seguito:
Ora che sapete come funziona il RAAS, sapete anche come funzionano gli ACE-inibitori e gli ARB. Gli ACE inibitori inibiscono l’enzima ACE (naturalmente, è scritto nel nome). In questo modo inibiscono la formazione di angiotensina II a partire dall’angiotensina I. Allo stesso modo, gli ARB – bloccanti del recettore dell’angiotensina – assicurano che l’angiotensina II non possa svolgere la sua azione bloccando il recettore a cui l’angiotensina II dovrebbe legarsi.
Telmisartan; appartenente alla famiglia degli ARB
Sia gli ACE-inibitori che gli ARB hanno effetti simili sulla riduzione della pressione sanguigna. Le meta-analisi Cochrane hanno rilevato una riduzione della pressione arteriosa sistolica di 8 mmHg e della pressione arteriosa diastolica di 5 mmHg nel trattamento dell’ipertensione primaria in entrambi [23, 24]. La metà della dose massima giornaliera raccomandata dal produttore ha ottenuto un effetto di abbassamento della pressione sanguigna pari al 90% della dose massima nel caso degli ACE-inibitori e all’80% della dose massima nel caso degli ARB. Di conseguenza, l’aumento del dosaggio di questi farmaci di solito porta solo a riduzioni molto modeste della pressione arteriosa. Diventa quindi più interessante associarli a un diuretico tiazidico. Tuttavia, vorrei sottolineare una cosa: se avete bisogno di più farmaci per abbassare sufficientemente la pressione sanguigna, vi esorto a farlo sotto la supervisione di un medico.
Sebbene entrambi i farmaci siano abbastanza sicuri e ben tollerati in generale, come ogni farmaco possono avere effetti collaterali. Questi includono ipotensione/vertigini di prima dose, insufficienza renale acuta, iperkaliemia, tosse, eruzioni cutanee, disturbi del gusto (disgeusia), epatotossicità e angioedema per gli ACE-inibitori [25]. L’ipotensione da prima dose si riferisce all’improvviso calo della pressione sanguigna che può verificarsi nelle prime fasi del trattamento. Tenetene conto in caso di situazioni come la guida, ecc. Questo effetto è esacerbato quando si è disidratati (per la competizione o quando si utilizza un diuretico per qualsiasi motivo). Non utilizzare il farmaco in questi casi. L’insufficienza renale acuta si verifica in alcuni pazienti, ma di solito non comporta alcun segno clinico. Non è permanente: una volta smesso, la funzione renale torna normale. Anche in questo caso la disidratazione è un ulteriore fattore di rischio. A questo scopo, è necessario misurare la creatinina sierica nel tempo (o altri marcatori, forse più affidabili, utilizzati per stimare la velocità di filtrazione glomerulare [GFR]).
L’iperkaliemia (eccesso di potassio nel sangue) è abbastanza rara da sviluppare se questo è l’unico farmaco in uso, ma la combinazione con altri farmaci risparmiatori di potassio, un apporto molto elevato di potassio dalla dieta o un’insufficienza renale esistente possono aumentare il rischio. Per questo motivo, oltre alla misurazione della funzionalità renale, è necessario misurare anche gli elettroliti sierici. Ridurre il dosaggio (se possibile) se si è iperkaliemici, o passare a diuretici tiazidici.
Idroclorotiazide; farmaco appartenente alla famiglia dei diuretici triazidici
L’effetto collaterale più caratteristico degli ACE-inibitori è forse la tosse secca e irritante. Si verifica all’incirca in 1 persona su 10 [26], e sembra essere nettamente maggiore negli asiatici [27]. Occasionalmente, alcune persone sviluppano anche un’eruzione cutanea a causa degli ACE-inibitori [28]. Anche in questo caso, è necessario ridurre il dosaggio e talvolta il passaggio da un ACE-inibitore a un altro risolve il problema (in particolare il passaggio dal captopril). In alcuni casi molto rari, sembrano verificarsi colestasi, epatite colestatica o lesioni epatocellulari [29]. Ma in letteratura esistono solo alcuni limitati casi di questo tipo.
Un ultimo effetto collaterale che vorrei sottolineare è l’angioedema: l’accumulo di liquido sotto la pelle o le membrane mucose. Questo può includere il viso, la mucosa orale, la lingua, le labbra e anche la faringe e la laringe [30]. A seconda del luogo in cui si verifica, può causare una situazione di pericolo di vita bloccando le vie respiratorie. L’incidenza di questo fenomeno, tuttavia, è piuttosto bassa. Una meta-analisi ha rilevato un’incidenza dello 0,3% rispetto allo 0,07% del placebo [31]. Questo effetto collaterale non deve necessariamente verificarsi nelle fasi iniziali di utilizzo, ma può talvolta manifestarsi anche dopo anni di utilizzo. La raccomandazione è di interrompere completamente l’uso di qualsiasi ACE-inibitore quando si verifica l’angioedema e di non utilizzarlo mai più.
L’aspetto positivo degli ARB è che non causano tosse come gli ACE-inibitori [32] e non sembrano aumentare il rischio di angioedema [31]. Tuttavia, rimane l’aumento del rischio di ipotensione, iperkaliemia e disfunzione renale [32]. In ogni caso, il suo tasso di aderenza è superiore a quello di qualsiasi altra classe di farmaci antipertensivi [33]. Alla luce di ciò e del fatto che una recente meta-analisi non ha riscontrato differenze tra ACE-inibitori e ARB in termini di riduzione della pressione arteriosa, eventi fatali per qualsiasi causa e cause cardiovascolari, infarti miocardici fatali e non fatali e ictus [34], gli ARB sembrano la scelta più probabile tra i due, se disponibili.
Benazepril
Gli ACE-inibitori comunemente prescritti sono Benazepril, Captopril, Enalapril, Fosinopril, Lisinopril, Perindopril, Quinapril, Ramipril e Zofenopril. Gli ARB comunemente prescritti sono Candesartan, Eprosartan, Irbesartan, Losartan, Olmesartan, Telmisartan e Valsartan. Le revisioni Cochrane che ho citato in precedenza non hanno rilevato alcun ACE-inibitore con prestazioni migliori o peggiori rispetto agli altri, e lo stesso vale per gli ARB. Potrebbero esserci delle eccezioni in alcune popolazioni (ad esempio i diabetici), ma in generale si tratta di quello che si riesce a reperire. Gli ACE-inibitori generalmente più prescritti sono il Captopril, l’Enalapril e il Lisinopril, mentre gli ARB più prescritti sono il Valsartan, il Candesartan, il Telmisartan e il Losartan. In generale, la metà della dose massima raccomandata dal produttore è una buona dose iniziale. Eseguire un esame del sangue prima e un mese dopo l’inizio (o dopo un aumento della dose) e, se tutto risulta normale, ogni sei mesi. Includere creatinina, eGFR ed elettroliti. (Esistono molte linee guida sul monitoraggio, ma non c’è molto consenso al riguardo [35]). Tenete presente che sono necessarie circa 4-6 settimane per ottenere l’effetto completo del trattamento. L’ideale è raggiungere una pressione arteriosa inferiore o uguale a 130/80 mmHg (ma superiore a 120 mmHg).
I diuretici tiazidici inibiscono l’azione dei simpatizzanti sodio-cloruro nel lume del tubulo distale dei nefroni. I nefroni sono gli elementi costitutivi dei reni, l’unità di base del funzionamento. Ognuno di essi (e i reni ne contengono diverse centinaia di migliaia) contribuisce in minima parte alla funzione di filtraggio cumulativa dei reni. Guardate l’immagine qui sotto per avere un’idea di come si presenta.
Il sangue viene filtrato attraverso un gruppo di capillari “specializzati” chiamati glomeruli e il filtrato viene poi catturato in un sacco simile a una tazza che lo circonda, chiamato capsula di Bowman. Il filtrato entra quindi nel tubulo renale per essere trasformato in urina. Durante questo percorso, varie sostanze vengono riassorbite dal filtrato nel sangue e secrete dal sangue nel filtrato.
I simpaticatori su cui agiscono i diuretici tiazidici trasportano il sodio e il cloruro fuori dal filtrato. Pertanto, bloccando questo simpatizzante, nel filtrato rimane più cloruro di sodio e quindi viene espulsa più acqua. In altre parole, i diuretici tiazidici devono la loro azione diuretica (escrezione di acqua) all’azione natriuretica (escrezione di sodio).
Come nel caso di qualsiasi diuretico che porti a un aumento delle concentrazioni di sodio nella parte distale del tubulo distale, si verifica una perdita di potassio. Questo accade perché il sodio viene assorbito in misura maggiore e finisce per essere scambiato con il potassio (che viene quindi secreto nel filtrato). Pertanto, contrariamente a quanto avviene con gli ARB e gli ACE-inibitori, può verificarsi un’ipopotassiemia (un livello troppo basso di potassio nel sangue). Se si sviluppa un’ipopotassiemia, di solito è lieve, ma evidenzia la necessità di analizzare gli elettroliti. Un’ipokaliemia lieve (3,0-3,5 mmol/L) raramente provoca sintomi. Quindi non la noterete. Tuttavia, se diventa più grave (<2,5-3,0 mmol/L), si possono sviluppare sintomi come debolezza generalizzata, affaticamento e costipazione [36]. Livelli di potassio molto bassi possono anche evocare aritmie cardiache. Nel contesto dei bodybuilder che fanno uso di PED, diversi altri composti possono contribuire allo sviluppo dell’ipokaliemia. Tra questi vi sono i beta-agonisti, giàcitati in precedenza, come il clenbuterolo, ma anche dosi elevate di insulina. Ciò può causare uno spostamento transitorio di potassio dal compartimento extracellulare a quello intracellulare. Sebbene tale spostamento duri solo un paio d’ore, l’effetto può essere molto drastico nel contesto di un’ipopotassiemia esistente. Inoltre, anche l’assunzione di caffeina può contribuire profondamente. Per questo motivo, è bene controllare anche gli integratori pre-allenamento che si utilizzano, poiché si può osservare una diminuzione di 0,26 mmol/L 4 ore dopo una dose di 180 mg di caffeina e un aumento ancora maggiore di 0,44 mmol/L dopo 360 mg [37]. In ogni caso, se i risultati del sangue mostrano una lieve ipokaliemia, è possibile aumentare l’apporto di potassio con la dieta.
Come con qualsiasi natriuretico, si può sviluppare iponatriemia (bassi livelli di sodio). Il rischio è basso, ma può essere, ovviamente, molto pericoloso [38, 39]. Bisogna fare attenzione a nausea, mal di testa, crampi muscolari, affaticamento, disturbi dell’andatura, vomito, sensazione di confusione e difficoltà di pensiero. Anche bere molta acqua può contribuire a sviluppare l’iponatriemia. Non bevete quindi di proposito litri e litri di acqua. In alcuni casi possono verificarsi anche ipomagnesiemia e ipercalcemia.
Misurare creatinina, eGFR ed elettroliti prima e una settimana dopo l’inizio del trattamento. Se tutto risulta normale, effettuare una seconda misurazione entro 4-8 settimane, dopodiché è possibile ripeterla ogni 6-12 mesi [40].
Clortalidone; appartenente alla famiglia dei diuretici Sulfonamidi
Utilizzare preferibilmente Clortalidone o Indapamide e iniziare con un dosaggio basso, ad esempio 12,5 mg di Clortalidone al giorno o 1,25 mg di Indapamide al giorno (anche se di solito sono disponibili in formato da 2,5 mg senza interruzione). Dopo che la seconda misurazione del sangue è risultata normale e la pressione arteriosa non è inferiore a 130/80 mmHg, si può prendere in considerazione un ulteriore aumento della dose (si tratta di raddoppiare la dose a 25 mg e 2,5 mg per Clortalidone e Indapamide, rispettivamente). Ripetere gli esami del sangue una settimana dopo l’aumento della dose.
Conclusioni:
La pressione alta è un killer silenzioso. La maggior parte delle persone non la sente, ma aumenta drasticamente la mortalità dovuta a malattie coronariche o ictus. Ogni aumento di 20 mmHg della pressione arteriosa sistolica oltre i 115 mmHg e ogni aumento di 10 mmHg della pressione arteriosa diastolica oltre i 75 mmHg è associato a un raddoppio della mortalità per queste cause. Inoltre, l’ipertensione per un periodo di tempo prolungato provoca danni agli organi bersaglio. Questo non riguarda solo il cuore e la vascolarizzazione, ma anche altri organi come il cervello, gli occhi e i reni. I dati della letteratura indicano che l’uso di steroidi anabolizzanti ad alti dosaggi può potenzialmente aumentare leggermente la pressione sanguigna. Una cifra indicativa è di circa 5-10 mmHg per la pressione arteriosa sistolica e la metà per quella diastolica. Naturalmente, le persone possono discostarsi da questi intervalli. Ciò può dipendere o meno dal dosaggio, dai tipi di AAS utilizzati e dall’uso concomitante di farmaci ausiliari che possono influire. Fortunatamente, questi aumenti sono transitori e reversibili dopo la cessazione dell’uso.
Ora sapete come misurare correttamente la pressione arteriosa, quando è necessario trattarla e come trattarla. Il trattamento va effettuato quando la pressione è superiore a 135/85mmHg, misurata a casa, e va effettuato con ARB, ACE-inibitori o diuretici tiazidici sotto stretto controllo medico. In generale, opterei per gli ARB, che di solito sono meglio tollerati. Come nota finale di questo articolo, vi invito ancora una volta a chiedere al vostro medico di curare la vostra pressione arteriosa piuttosto che farlo da soli.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
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Da quando esistono gli eventi sportivi, il desiderio di ottenere un vantaggio competitivo è sempre stato presente. Con gli enormi incentivi finanziari e le conseguenti pressioni per eccellere associate all’industria sportiva internazionale, i tentativi di ottenere un vantaggio competitivo, in particolare con l’uso di farmaci che migliorano le prestazioni, sono aumentati (Barroso et al., 2008). Nonostante le notizie sull’uso di sostanze per migliorare le prestazioni atletiche risalgano a secoli fa, i test sugli atleti per verificare l’uso di farmaci che migliorano le prestazioni sono iniziati, almeno nel blocco occidentale, solo nel 1968 (Barroso et al., 2008; Botrè, 2008). Da allora, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e l’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) hanno costantemente aggiornato un elenco di sostanze vietate. I composti e i metodi inclusi nella lista sono quelli che possono essere utilizzati da un atleta per ottenere un vantaggio sleale (WADA, 2009b). Le sostanze presenti nella Lista proibita includono steroidi androgeni anabolizzanti, glucocorticosteroidi, ormoni peptidici e loro modulatori, antagonisti ormonali e loro modulatori, stimolanti, β2-agonisti, narcotici, alcol, β-bloccanti, cannabinoidi, diuretici e agenti mascheranti (WADA, 2009b). L’obiettivo di questo articolo è di rivedere la farmacologia dei diuretici e le applicazioni dei diuretici al doping sportivo, oltre a descrivere in dettaglio le metodologie analitiche attualmente descritte per rilevare e identificare i diuretici nelle urine. Tutte le classi di diuretici (descritte in dettaglio più avanti nel presente articolo) sono vietate nello sport competitivo.
I diuretici sono agenti terapeutici utilizzati per aumentare la velocità del flusso urinario e l’escrezione di sodio al fine di regolare il volume e la composizione dei liquidi corporei o di eliminare i liquidi in eccesso dai tessuti (Jackson, 2006). Sono utilizzati nella terapia clinica per il trattamento di varie malattie e sindromi, tra cui ipertensione, insufficienza cardiaca, cirrosi epatica, insufficienza renale, malattie renali e polmonari, oltre che per una più generale riduzione degli effetti negativi della ritenzione di sali e/o acqua (Jackson, 2006). I diuretici sono stati vietati per la prima volta nello sport (sia in gara che fuori) nel 1988 perché possono essere utilizzati dagli atleti per due motivi principali. In primo luogo, la loro potente capacità di rimuovere l’acqua dal corpo può causare una rapida perdita di peso che può essere necessaria per raggiungere una categoria di peso negli eventi sportivi. In secondo luogo, possono essere utilizzati per mascherare la somministrazione di altri agenti dopanti, riducendo la loro concentrazione nelle urine soprattutto grazie all’aumento del volume di queste ultime. L’effetto di diluizione delle urine dei diuretici permette di classificarli come agenti mascheranti e ne preclude l’uso sia in gara che fuori. Alcuni diuretici provocano un effetto mascherante anche alterando il pH urinario e inibendo l’escrezione passiva di farmaci acidi e basici nelle urine (Ventura e Segura, 1996; Goebel et al., 2004; Trota e Kazlauskas, 2004; Furlanello et al., 2007).
Nel 2008, i diuretici hanno rappresentato il 7,9% di tutti i risultati analitici avversi segnalati dai laboratori WADA, con un numero totale di 436 casi (WADA, 2009a). Tutte le classi di diuretici erano rappresentate nei casi positivi; l’idroclorotiazide è stato il diuretico più comunemente rilevato, con 137 casi. La Tabella 1 riassume le statistiche dei risultati positivi ai diuretici di tutti i laboratori WADA dal 2003 al 2009. In tutti e sei gli anni, tutte le classi di diuretici sono state rappresentate nei risultati positivi (WADA, 2004; 2005; 2006; 2007; 2008a; 2009a;). Nel corso degli anni, il numero totale di casi è aumentato; questa tendenza all’aumento dei risultati positivi può essere dovuta non solo a un aumento dell’abuso, ma anche al miglioramento dei metodi di rilevamento.
Tabella 1.
Sebbene l’applicazione principale dei diuretici sia quella di aumentare l’escrezione renale di sale e acqua, i loro effetti non si limitano al sodio e al cloruro; possono anche influenzare l’assorbimento e l’escrezione renale di altri cationi (K+, H+, Ca2+ e Mg2+), anioni (Cl-, HCO3- e H2PO4-) e acido urico (Jackson, 2006). Questa classe farmacologica di farmaci comprende composti con diverse proprietà farmacologiche e fisico-chimiche. Data la varietà dei composti diuretici, la classificazione di questi farmaci può basarsi su diversi criteri. Le categorie di classificazione più comuni sono: sito d’azione nel nefrone, efficacia relativa, struttura chimica, effetti sull’escrezione di potassio, somiglianza con altri diuretici e meccanismo d’azione (Jackson, 2006). Nella sezione seguente, questo articolo riassumerà brevemente la farmacologia e la tossicologia delle classi di diuretici in base al meccanismo d’azione. La Figura 1 mostra esempi di strutture diuretiche raggruppate per meccanismo d’azione: inibitori dell’anidrasi carbonica (CA), inibitori del simporter Na+/K+/2Cl- (diuretici dell’ansa), inibitori del simporter Na+/Cl- (diuretici tiazidici e simil-tiazidici), diuretici osmotici, inibitori dei canali Na+ dell’epitelio renale (alcuni diuretici risparmiatori di potassio) e antagonisti del recettore mineralcorticoide (MR); si noti la varietà delle strutture molecolari. La Figura 2 illustra in dettaglio il sito e il meccanismo delle classi di diuretici nel nefrone (Figura 2A).
Figura 1 Esempi di strutture diuretiche raggruppate per meccanismo d’azione. (A) inibitori dell’anidrasi carbonica; (B) inibitori del simpatizzante Na+/K+/2Cl- (diuretici dell’ansa); (C) inibitori del simpatizzante Na+/Cl- (diuretici tiazidici e simil-tiazidici); (D) diuretici osmotici; (E) inibitori dei canali Na+ dell’epitelio renale (alcuni diuretici risparmiatori di potassio); (F) antagonisti del recettore mineralcorticoide (MR) (antagonisti dell’aldosterone e alcuni diuretici risparmiatori di potassio).Figura 2 Sito e meccanismo d’azione dei diuretici. (A) Il nefrone con le principali divisioni etichettate. (B) Meccanismo degli inibitori dell’anidrasi carbonica nel tubulo prossimale. (C) Meccanismo degli inibitori del simpatizzante Na+/K+/2Cl- nel tratto ascendente spesso dell’ansa di Henle. (D) Meccanismo degli inibitori del simpatizzante Na+/Cl- nel tubulo distale. (E) Meccanismo degli inibitori dei canali Na+ dell’epitelio renale e degli antagonisti dei recettori mineralcorticoidi nel dotto collettore. Aldo, aldosterone; CA, anidrasi carbonica; MR, recettore dei mineralocorticoidi. Figura modificata da Jackson (2006).
L’identificazione e la quantificazione dei composti proibiti e/o dei loro prodotti metabolici è stato un compito importante nei test antidoping sportivi (Cowan e Kicman, 1997). Storicamente, la rilevazione dei diuretici nei campioni biologici è stata ottenuta utilizzando la cromatografia liquida ad alte prestazioni (HPLC) con rilevazione a raggi ultravioletti (UV-DAD). Tuttavia, la tecnica di rilevamento HPLC-DAD non è specifica per l’identificazione inequivocabile delle sostanze. Pertanto, per la conferma è necessaria la metodologia dello spettro di massa, secondo le normative antidoping internazionali (Trout e Kazlauskas, 2004; Thevis e Schanzer, 2007; WADA, 2009c). La gascromatografia/spettrometria di massa (GC/MS), dopo un’adeguata preparazione e derivatizzazione del campione, è stata, nell’ultimo decennio, la tecnica analitica più utilizzata per la rilevazione dei diuretici. Recentemente, tuttavia, a causa dell’eterogeneità delle strutture chimiche e delle proprietà fisico-chimiche dei diuretici e dell’avvento di una strumentazione più economica, si è diffuso l’uso della cromatografia liquida/MS (LC/MS) (Thevis e Schanzer, 2007). La preparazione del campione prima dell’analisi LC/MS è più semplice rispetto alla GC/MS e non è necessaria alcuna derivatizzazione. Ventura e Segura hanno pubblicato una revisione completa dell’analisi dei diuretici nel 1996 (Ventura e Segura, 1996). Questo articolo si concentrerà principalmente sugli sviluppi e sulle tecniche che sono state sviluppate da allora.
Farmacologia e tossicologia dei diuretici:
Inibitori dell’Anidrasi Carbonica
Gli Inibitori dell’Anidrasi Carbonica (Figura 1A) sono per definizione una classe di sostanze che agiscono come inibitori della CA (carbonato deidratasi, carbonato idrolasi, E.C.4.2.1.1) nelle cellule del tubulo prossimale del nefrone (Figura 2B). La CA è un metalloenzima di zinco espresso nell’uomo come una famiglia di almeno 15 isoenzimi (Tashian, 2000), quattro dei quali (CA II, CA IV, CA XII e CA XIV) sono presenti nel rene (Schwartz, 2002). La CA di tipo II, l’isoenzima più potente, rappresenta il 95% della CA totale nel rene e si trova come proteina solubile nel citoplasma. La CA di tipo IV, un isoenzima legato alla membrana, si trova nelle membrane luminali e basolaterali. Questo enzima svolge un ruolo chiave nel riassorbimento del bicarbonato e nella secrezione acida nel nefrone, catalizzando reversibilmente la reazione di idratazione della CO2 con la produzione di ioni H+ e bicarbonato. Sia la CA II che la CA IV sono inibite dai sulfamidici, in particolare dai sulfamidici aromatici con il gruppo funzionale -SO2NH2 non sostituito. La ridotta capacità di scambiare Na+ con H+ in presenza di questi diuretici determina una debole azione diuretica. Inoltre, il bicarbonato viene trattenuto nel lume con conseguente aumento del pH urinario a circa 8 e successivo sviluppo di un’acidosi metabolica. Anche l’escrezione di fosfato viene aumentata con un meccanismo non del tutto chiarito. L’escrezione di Ca2+ e Mg2+ non viene influenzata.
Secrezione H+ a livello del dotto collettore. Effetto netto: Riassorbimento di NaHCO3 ed H2O.
Acetazolamide
Attualmente sono disponibili tre principali inibitori della CA come diuretici (si veda la Figura 1A per le strutture): l’Acetazolamide (il prototipo della classe, una Sulfonamide senza attività antibatterica), la Diclorfenamide e la Metazolamide. Tutti mostrano una biodisponibilità orale del 100% con un’emivita di 6-14 ore. L’Acetazolamide e la Diclorfenamide sono escrete dai reni come farmaci intatti, mentre la Metazolamide è ampiamente metabolizzata. La principale indicazione terapeutica degli inibitori della CA è il glaucoma ad angolo aperto. L’Acetazolamide è spesso utilizzata per la prevenzione del mal di montagna da alta quota (AMS), un effetto patologico dell’alta quota sull’organismo causato dall’esposizione acuta a una bassa pressione parziale di ossigeno in alta quota che può progredire fino all’edema da alta quota (polmonare e cerebrale). (Coote, 1991; Botrè e Botrè, 1993). L’Acetazolamide aumenta l’escrezione di bicarbonato nelle urine, rendendo il sangue più acido e aumentando la ventilazione, favorendo così l’acclimatazione all’alta quota. L’Acetazolamide è utilizzata anche per il trattamento dell’edema. Gli inibitori della CA possono anche essere utilizzati terapeuticamente per il trattamento della ritenzione di liquidi pre-mestruale.
L’anidrasi carbonica è presente in numerosi tessuti extrarenali, tra cui l’occhio, la mucosa gastrica, il pancreas, il sistema nervoso centrale e gli eritrociti. A causa della diversa localizzazione nell’organismo, gli inibitori della CA sono tipicamente utilizzati per indicazioni non diuretiche, come il glaucoma, per diminuire la velocità di formazione dell’umor acqueo e di conseguenza ridurre la pressione intraoculare. È stato dimostrato che la somministrazione topica di dorzolamide, un inibitore della CA che abolisce l’attività enzimatica nel corpo ciliare, non produce alcun effetto diuretico (Mazzarino et al., 2001). Gli inibitori della CA sono utilizzati anche come farmaci antiepilettici, in parte a causa della produzione di acidosi metabolica.
La maggior parte degli effetti avversi, delle controindicazioni e delle interazioni farmacologiche sono conseguenza dell’alcalinizzazione urinaria o dell’acidosi metabolica. Gli effetti avversi, poco frequenti, sono simili a quelli dei sulfamidici. La deviazione dell’ammoniaca di origine renale dall’urina alla circolazione sistemica, la formazione di calcoli e la colica ureterale che causano la precipitazione di sali di fosfato di calcio nelle urine alcaline, il peggioramento dell’acidosi metabolica o respiratoria e la riduzione del tasso di escrezione urinaria di basi organiche deboli sono altri effetti avversi degli inibitori della CA.
L’efficacia degli inibitori della CA come agenti singoli è bassa e l’utilità a lungo termine degli inibitori della CA è spesso compromessa dallo sviluppo di processi di compensazione come l’acidosi metabolica. Inoltre, l’uso continuo di inibitori della CA può comportare una diminuzione dell’effetto terapeutico desiderato. L’acetazolamide ha rappresentato l’1,4% dei risultati positivi per i diuretici nel 2008 (WADA, 2009a).
Inibitori del co-trasportatore Na+/K+/2Cl- (diuretici dell’ansa):
Gli inibitori del co-trasportatore Na+/K+/2Cl- (Figura 1B) sono una classe di diuretici a breve durata d’azione molto potenti che si legano al sito di legame del Cl- situato nel dominio transmembrana del co-trasportatore Na+/K+/2Cl-, che si trova nell’arto ascendente spesso dell’ansa di Henle (Figura 2C). Il blocco della funzione di questo simpatizzante determina una significativa riduzione della capacità del rene di concentrare l’urina e un conseguente aumento significativo dell’escrezione urinaria di Na+ e Cl-. Si verifica anche un marcato aumento dell’escrezione di Ca2+, Mg2+ e K+. Anche l’escrezione di acido urico aumenta con la somministrazione acuta, mentre la somministrazione cronica ha l’effetto opposto.
Furosemide
Gli inibitori del co-trasportatore Na+/K+/2Cl- sono la Furosemide, la Bumetanide, l’Acido Etacrinico, la Torsemide, l’Assosemide, la Piretanide e la Tripamide (strutture illustrate nella Figura 1B). Oltre il 90% dei farmaci si lega alle proteine plasmatiche. Sono assorbiti rapidamente e ampiamente dal tratto gastrointestinale (65-90%), ma hanno un’emivita molto breve (meno di 1 ora per Bumetanide e Piretanide e un massimo di 3,5 ore per la Torsemide). Questi inibitori del simporto subiscono un parziale metabolismo (epatico per Bumetanide e Torsemide, Glucuronazione renale per gli altri) con escrezione renale come farmaci intatti (Shankar e Brater, 2003).
A causa della loro struttura a base di Sulfonamidi, alcuni diuretici dell’ansa hanno una debole attività inibitoria della CA che aumenta ulteriormente l’effetto diuretico di questi farmaci. Inoltre, hanno effetti vascolari diretti (Dormans et al., 1996) che aumentano acutamente la capacità venosa sistemica e riducono la pressione di riempimento del ventricolo sinistro. Questo effetto, particolarmente evidente per la furosemide, giova ai pazienti con edema polmonare anche prima che si verifichi la diuresi.
Una delle principali indicazioni dei diuretici dell’ansa è il trattamento dell’edema polmonare acuto. Vengono utilizzati anche per il trattamento dell’insufficienza cardiaca congestizia cronica. Ciò comporta una significativa riduzione della mortalità, una diminuzione del rischio di peggioramento dell’insufficienza cardiaca e un miglioramento della capacità di esercizio (Faris et al., 2002). I diuretici dell’ansa sono anche ampiamente utilizzati per il trattamento dell’ipertensione (van der Heijden et al., 1998). Gli inibitori del simpatizzatore Na+/K+/2Cl- sono indicati anche nel trattamento dell’edema e dell’ascite della cirrosi epatica, nel trattamento dell’edema della sindrome nefrosica e per l’iponatriemia a rischio di vita.
Gli effetti avversi sono tutti correlati allo squilibrio di liquidi ed elettroliti. Essi comprendono iponatriemia e/o deplezione del volume del liquido extracellulare (associati a ipotensione, collasso circolatorio ed episodi tromboembolici), alcalosi ipocloremica, ipokaliemia (che induce aritmie cardiache), ipomagnesiemia, iperuricemia (che occasionalmente porta alla gotta) e iperglicemia. Inoltre, aumentano i livelli plasmatici di colesterolo e trigliceridi delle lipoproteine a bassa densità, mentre diminuiscono i livelli plasmatici di colesterolo delle lipoproteine ad alta densità. I diuretici ad ansa possono causare ototossicità, soprattutto l’Acido Etacrinico. Questa classe di diuretici presenta interazioni farmacologiche con diverse sostanze, tra cui Aminoglicosidi, anticoagulanti, glicosidi digitalici, Litio, Propranololo, Sulfoniluree, Cisplatino, Probenecid e Amfotericina B. Il sinergismo dell’attività diuretica dei diuretici dell’ansa e dei diuretici tiazidici associati porta a una diuresi profonda.
Nel 2008, gli inibitori del simpatizzatore Na+/K+/2Cl- hanno rappresentato il 24,6% dei campioni positivi al doping diuretico. La furosemide è stata il secondo diuretico più frequentemente rilevato, con 104 campioni positivi (23,9%) (WADA, 2009a).
Inibitori del co-trasportatore Na+/Cl- (tiazidi e tiazidi-simili):
Gli inibitori del simpatizzatore Na+/Cl- (Figura 1C) hanno un’azione diuretica ottimale nel tubulo convoluto distale iniziale e un effetto diuretico minore nel tubulo prossimale. Inoltre, anche alcuni diuretici tiazidici sono deboli inibitori del CA. Riducono il riassorbimento di Na+ attraverso l’inibizione del co-trasporto Na+/Cl- (Figura 2D). Il legame di Na+ o Cl- al simpatizzatore Na+/Cl- modifica l’inibizione del simpatizzatore indotta dai tiazidici, suggerendo che il sito di legame dei tiazidici è condiviso o alterato sia dal Na+ che dal Cl- (Monroy et al., 2000).
Bendroflumethiazide
Alcuni esempi di farmaci appartenenti a questa classe sono i seguenti (si veda la struttura nella Figura 1C): Bendroflumethiazide, Clorotiazide, Idroclorotiazide, Idroflumetiazide, Meticlorotiazide, Politiazide, Triclormetiazide, clortalidone, Indapamide, Metolazone e Chinetazone. In generale, tutti mostrano una buona biodisponibilità dopo somministrazione orale (100% per la Bendroflumetazide e la Politiazide, almeno il 50% per l’Idroflumetiazide e gli altri). Sono parzialmente metabolizzati da vie sconosciute e sono parzialmente escreti come farmaci intatti dal rene. Il legame con le proteine plasmatiche varia notevolmente tra i vari gruppi. Gli ampi intervalli di emivita variano da 1,5 h per la Clorotiazide a quasi 50 h per il Clortalidone.
Sebbene ci si aspetti che questa classe di diuretici aumenti notevolmente l’escrezione di Na+ e Cl-, questo effetto è moderato poiché circa il 90% del Na+ filtrato viene riassorbito prima di raggiungere il tubulo contorto distale. Come i diuretici dell’ansa, gli inibitori del co-trasportatore Na+/Cl- influenzano l’escrezione di K+ e di acido urico con gli stessi meccanismi; l’escrezione di K+ è marcatamente aumentata dopo la somministrazione e l’escrezione di acido urico è aumentata dopo la somministrazione acuta e diminuisce dopo la somministrazione cronica. Tuttavia, diminuiscono l’escrezione di Ca2+ (Friedman e Bushinsky, 1999).
I diuretici tiazidici sono i più utilizzati. Sono impiegati come terapia di prima linea per l’ipertensione, da soli o in combinazione con altri farmaci antipertensivi (Chobanian et al., 2003). Sono utilizzati anche per il trattamento dell’edema associato a malattie cardiache, epatiche e renali. I diuretici tiazidici sono frequentemente utilizzati per il loro basso costo, l’elevata tolleranza, la buona compliance (somministrazione una volta al giorno), le poche controindicazioni, l’efficacia paragonabile a quella di altre classi di agenti antipertensivi e i comprovati benefici nel ridurre la morbilità e la mortalità cardiovascolare.
Anche in questo caso, come per i diuretici dell’ansa, la maggior parte degli effetti avversi degli inibitori del simporto Na+/Cl- sono dovuti ad anomalie dell’equilibrio dei fluidi e degli elettroliti e comprendono: deplezione del volume extracellulare, ipotensione, ipokaliemia (che compromette l’effetto antipertensivo), iponatremia, ipocloremia, alcalosi metabolica, ipomagnesiemia, ipercalcemia, iperuricemia e iperglicemia (il diabete mellito latente può essere smascherato durante la terapia) (Wilcox et al. , 1999). Tuttavia, a differenza dei diuretici dell’ansa, gli inibitori della simporta Na+/Cl- aumentano i livelli plasmatici di colesterolo delle lipoproteine a bassa densità, colesterolo totale e trigliceridi totali e l’incidenza della disfunzione erettile è maggiore.
Le interazioni farmaco-diuretico tiazidico e tiazidico-simile causano una diminuzione dell’effetto degli anticoagulanti, degli agenti uricosurici, delle sulfoniluree e dell’insulina e aumentano gli effetti dovuti al sinergismo d’azione tra anestetici, diazossido, glicosidi digitalici, litio, vitamina D e diuretici dell’ansa.
Gli inibitori del co-trasportatore Na+/Cl- sono stati la classe di diuretici più abusata nel 2008 secondo le statistiche WADA, con il 38,7% dei campioni positivi. L’idroclorotiazide è stato il diuretico più rilevato, trovato nel 31,4% (137) dei campioni positivi (WADA, 2009a).
Diuretici osmotici:
Isosorbide
I diuretici osmotici sono una classe di composti non metabolizzabili a basso peso molecolare. Solo quattro composti sono inclusi in questa classe di diuretici: Glicerina, Isosorbide, Mannitolo e Urea. Le strutture molecolari sono riportate nella Figura 1D. Questi composti sono relativamente inerti dal punto di vista farmacologico, liberamente filtrabili dal glomerulo e non diffondibili attraverso il nefrone. Vengono somministrati in dosi elevate, non solo per via orale (Glicerina, Isosorbide) ma anche per via endovenosa (Mannitolo, Urea). Tale somministrazione aumenta significativamente l’osmolalità del plasma e del fluido tubulare e, a sua volta, provoca un aumento dell’osmolalità delle urine con conseguente riduzione del riassorbimento di acqua nel nefrone distale/dotti collettori. I diuretici osmotici agiscono sia nel tubulo prossimale che nell’ansa di Henle, con quest’ultima come sito d’azione principale. Questi diuretici agiscono anche attraverso un effetto osmotico nei tubuli e riducendo la tonicità midollare. Le emivite variano da meno di 1 ora nel caso della Glicerina e del Mannitolo a quasi 10 ore per l’Isosorbide.
Estraendo acqua dai compartimenti intracellulari, i diuretici osmotici espandono il volume del fluido extracellulare, riducono la viscosità del sangue e inibiscono il rilascio di renina. Ne consegue un aumento dell’escrezione urinaria di tutti gli elettroliti, Na+, K+, Ca2+, Mg2+, Cl-, HCO3- e PO43-. Il loro uso è limitato a situazioni cliniche ben definite; ad esempio, il mannitolo viene utilizzato per ridurre l’edema cerebrale e la massa cerebrale prima e dopo un intervento di neurochirurgia, nella necrosi tubulare acuta come protettore renale (Levinsky e Bernard, 1988) e per il trattamento della sindrome da disequilibrio dialitico. Poiché i diuretici osmotici estraggono acqua dall’occhio e dal cervello, sono tutti utilizzati per controllare la pressione intraoculare durante gli attacchi acuti di glaucoma e nella chirurgia oculare.
La terapia diuretica osmotica può causare ipernatremia e disidratazione a causa della perdita di acqua in eccesso rispetto alla perdita di elettroliti. Al contrario, il loro uso può portare all’iponatriemia, responsabile dei comuni effetti avversi (cefalea, nausea e vomito). L’iperglicemia può verificarsi come conseguenza del metabolismo della glicerina.
Inibitori dei canali Na+ dell’epitelio renale:
Gli inibitori dei canali Na+ dell’epitelio renale (Figura 1E) agiscono nelle cellule del tubulo distale tardivo e del dotto collettore del nefrone inibendo il riassorbimento di Na+ e la secrezione di K+ e H+ (Figura 2E). Il meccanismo molecolare è il blocco dei canali epiteliali del Na+ nella membrana luminale attraverso la competizione con il Na+ per le aree cariche negativamente all’interno del poro del canale del Na+.
Triamterene
Gli unici due farmaci di questa classe in uso clinico sono il Triamterene e l’Amiloride (strutture illustrate anche nella Figura 1E). Entrambi i farmaci mostrano un modesto effetto diuretico da soli e un piccolo aumento dell’escrezione di Na+ e Cl-. In genere, vengono utilizzati in combinazione con altri diuretici per compensare i loro gravi effetti kaliuretici e preservare i livelli di potassio nei pazienti a rischio di ipokaliemia. Nel trattamento dell’edema o dell’ipertensione, la combinazione di un inibitore dei canali del Na+ con un diuretico tiazidico o dell’ansa potenzia l’effetto diuretico e antipertensivo.
Gli inibitori dei canali del Na+ mostrano una bassa biodisponibilità orale e grandi differenze nell’emivita (più di 20 ore per l’amiloride, meno di 5 ore per il triamterene). La via di eliminazione è prevalentemente renale per l’Amiloride intatta, mentre il Triamterene viene ampiamente metabolizzato nel 4-idrossitriamterene solfato attivo ed escreto nelle urine. Gli effetti avversi più comuni degli inibitori dei canali del Na+ sono nausea, vomito, diarrea, cefalea, crampi alle gambe e vertigini. L’effetto avverso più pericoloso degli inibitori dei canali del Na+ è l’iperkaliemia. Il Triamterene può anche ridurre la tolleranza al glucosio e indurre fotosensibilizzazione.
L’Amiloride e il Triamterene sono stati rilevati nel 3% dei campioni positivi al doping diuretico nel 2008 (WADA, 2009a).
Antagonisti dei recettori dei mineralcorticoidi
Gli antagonisti dei recettori dei mineralcorticoidi (Figura 1F) sono inibitori competitivi dell’Aldosterone che si legano e inibiscono gli MR citosolici presenti nelle cellule epiteliali del tubulo distale tardivo e del dotto collettore del nefrone (Figura 2E).
Il MR è un membro della superfamiglia dei recettori nucleari per gli steroidi. Normalmente, l’Aldosterone entra nella cellula epiteliale e si lega ai MR. Il complesso MR-aldosterone trasloca poi nel nucleo dove si lega a specifiche sequenze di DNA (elementi responsivi all’ormone), regolando così l’espressione di molteplici prodotti genici chiamati proteine indotte dall’aldosterone. A differenza del complesso MR-aldosterone, il complesso MR-antagonista non è in grado di indurre la sintesi di proteine indotte dall’aldosterone.
Spironolattone
I composti appartenenti a questa classe (vedi anche Figura 1F per le strutture molecolari) sono, ad esempio, lo Spironolattone, il Canrenone, il Canrenoato di Potassio e l’Eplerenone. La disponibilità orale dello Spironolattone, la molecola prototipo della classe, è di circa il 65%; è ampiamente metabolizzato, subisce un ricircolo enteroepatico, si lega fortemente alle proteine plasmatiche e ha un’emivita breve (circa 1,6 h) (Beermann, 1984). Il Canrenone è un metabolita attivo dello Spironolattone con un’emivita 10 volte superiore (16,5 h) che prolunga l’effetto del composto madre. Il Canrenoato non è attivo, ma viene convertito in Canrenone nell’organismo. L’Eplerenone ha una buona disponibilità orale ed è ampiamente metabolizzato.
Gli antagonisti dei recettori dei mineralcorticoidi hanno effetti sull’escrezione urinaria simili a quelli degli inibitori dei canali Na+ dell’epitelio renale. L’efficacia clinica degli antagonisti dei MR dipende strettamente dai livelli endogeni di Aldosterone; livelli più elevati provocano effetti maggiori.
Questo gruppo di diuretici è molto utile come alternativa alla terapia sostitutiva del potassio. Di solito vengono impiegati in caso di elevate concentrazioni di potassio. Nel trattamento dell’edema e dell’ipertensione, questi farmaci vengono spesso co-somministrati con i diuretici tiazidici o dell’ansa, oltre che con gli altri diuretici risparmiatori di K+. Lo spironolattone è utile nel trattamento dell’iperaldosteronismo primario e dell’edema refrattario associato all’aldosteronismo secondario (Ouzan et al., 2002). Analogamente agli inibitori dei canali del Na+, l’effetto avverso più comune degli antagonisti del MR è l’iperkaliemia.
A causa della sua struttura molecolare (Figura 1F), lo Spironolattone ha una certa affinità per i recettori del Progesterone e degli Androgeni che causa alcuni effetti collaterali come ginecomastia, impotenza e irregolarità mestruali. Al contrario, grazie al gruppo 9,11-epossido, l’Eplerenone ha un’affinità molto bassa per i Recettori del Progesterone e degli Androgeni (<1% e <0,1%, rispettivamente) rispetto allo Spironolattone. La somministrazione cronica di Spironolattone può indurre tumori maligni; in particolare, è stato osservato il cancro al seno. Per quanto riguarda le interazioni farmaco-farmaco, i salicilati riducono la secrezione tubulare di Canrenone e diminuiscono l’efficacia diuretica dello Spironolattone, mentre quest’ultimo altera la clearance dei glicosidi digitalici.
Canrenone e Spironolattone insieme hanno rappresentato il 4,3% dei campioni positivi al doping diuretico nel 2008 (WADA, 2009a).
Diuretici e Sport:
Osservazioni generali
Come già detto, i diuretici sono comunemente prescritti in medicina clinica per il trattamento dell’ipertensione e di altri disturbi cardiovascolari. Questi composti sono anche frequentemente utilizzati in modo illecito nello sport. I diuretici sono vietati in tutti gli sport perché possono causare una rapida perdita di peso e possono agire come agenti mascheranti (per nascondere gli effetti di altre sostanze proibite) sia in gara che fuori. Tuttavia, il Codice Mondiale Antidoping (WADA, 2009f) consente l’uso terapeutico dei diuretici quando gli atleti e i loro medici richiedono un’esenzione per uso terapeutico (TUE) secondo lo Standard Internazionale per le TUE (WADA, 2009d). La TUE è definita come “l’autorizzazione all’uso, a scopo terapeutico, di sostanze o metodi contenuti nella Lista delle sostanze o dei metodi proibiti, ogni volta che viene approvata da un Comitato per l’esenzione dall’uso terapeutico sulla base di un dossier medico documentato prima dell’uso della sostanza nello sport”. Per i diuretici, l’uso terapeutico principale consentito è quello per l’ipertensione (WADA, 2008b). Va notato che una TUE non è valida se l’urina di un atleta contiene un diuretico in associazione a un livello soglia o sotto-soglia di un’altra sostanza esogena inclusa nella Lista proibita. Grazie alla TUE, alcuni atleti fanno uso di diuretici per scopi medici legittimi; in molti casi, tuttavia, l’uso di diuretici è illecito (Clarkson e Thompson, 1997).
DOPING e Diuretici
Ragionevolmente, l’uso più efficace dei diuretici nel doping sportivo sarebbe prima di un test antidoping. I diuretici aumentano il volume delle urine e diluiscono gli agenti dopanti e i loro metaboliti presenti nelle urine, rendendone più problematica l’individuazione da parte delle analisi antidoping convenzionali. Per questo motivo, i diuretici sono classificati come agenti mascheranti nella Lista proibita della WADA (classe S5: “Diuretici e altri agenti mascheranti”) (WADA, 2009b).
Sebbene vi siano poche prove di un miglioramento delle prestazioni atletiche in seguito alla somministrazione di diuretici, il loro abuso è molto diffuso tra gli atleti che vogliono perdere peso rapidamente. Ad esempio, l’uso di diuretici può consentire a un atleta di ridurre transitoriamente il peso corporeo, il che rappresenta un chiaro vantaggio nella lotta, nel pugilato, nel judo e nel sollevamento pesi, nonché negli sport in generale in cui sono coinvolte categorie di peso e tra gli atleti che desiderano mantenere un peso corporeo basso, come le ginnaste e le ballerine. Gli sciatori e gli alpinisti, tuttavia, fanno un uso legittimo dell’acetazolamide (un inibitore della CA che agisce anche su siti diversi dal rene) per prevenire l’AMS.
Come già detto, i diuretici sono vietati nello sport perché possono essere utilizzati: (i) direttamente, per produrre una rapida perdita di peso che può essere fondamentale per raggiungere una categoria di peso negli eventi sportivi; e/o (ii) indirettamente, per alterare il normale profilo di metabolismo/escrezione di altre sostanze dopanti. In entrambi i casi, discussi più dettagliatamente in seguito, la somministrazione di diuretici può essere acuta o cronica, con dosi somministrate che possono superare notevolmente i livelli terapeutici. In generale, gli atleti possono utilizzare i diuretici in una singola dose alcune ore prima di una gara (ad esempio, lottatori o sportivi a scopo di mascheramento) o abusarne cronicamente per mesi (ad esempio, ginnaste). È importante notare che i diuretici di cui gli atleti abusano maggiormente (furosemide, idroclorotiazide e triamterene) hanno un’emivita breve e sono quindi non rilevabili nelle urine se i campioni non vengono raccolti entro 24-48 ore dall’ultima somministrazione.
Diuretici, esercizio fisico e perdita di peso
Nel tentativo di valutare l’importanza dell’uso di diuretici nella perdita di peso, Caldwell et al. (1984) hanno confrontato il diverso effetto della disidratazione acuta indotta dall’esercizio fisico, dalla sauna e dai diuretici sulla variazione di peso. I risultati hanno mostrato una diminuzione di 2,3 ± 0,8 kg dopo l’esercizio fisico, 3,5 ± 0,8 kg dopo la sauna e 3,1 ± 0,8 kg dopo la somministrazione di furosemide. Inoltre, i bodybuilder abusano di diuretici insieme a steroidi androgeno-anabolizzanti per accentuare la definizione muscolare e il tono corporeo. Nello stesso studio riportato da Caldwell et al. è stato dimostrato che la variazione del volume plasmatico negli atleti è pari a -0,9% dopo l’esercizio fisico, -10,3% dopo la sauna e -14,1% dopo la somministrazione di furosemide (quantità totale di 1,7 mg-kg-1 in due dosi divise, 16 ore prima del test) (Caldwell et al., 1984).
Una freccia indica un effetto moderato; due frecce indicano un effetto profondo. GFR, velocità di filtrazione glomerulare; PRA, attività della renina plasmatica; VO2 max, massima captazione di ossigeno.
I diuretici possono avere diversi effetti fisiologici sulla fisiologia dell’esercizio, tra cui effetti sul metabolismo (termoregolazione, omeostasi del potassio), sul sistema cardiovascolare e sul sistema respiratorio [azioni polmonari, assorbimento di ossigeno (VO2)]. La maggior parte degli effetti è legata alle conseguenze della deplezione di volume e dello squilibrio e della deplezione di elettroliti. L’esercizio fisico può influenzare anche l’azione dei diuretici, con conseguenze sia sulla farmacologia che sulla farmacocinetica. A livello del nefrone, l’esercizio fisico può sia integrare che antagonizzare gli effetti dei diuretici. L’esercizio fisico induce acutamente un bilancio idrico negativo e l’esercizio fisico regolare a lungo termine abbassa la pressione sanguigna, aumentando le proprietà farmacologiche dei diuretici (Zappe et al., 1996). L’esercizio fisico influenza anche le azioni specifiche dei diuretici; può causare uno spostamento acuto del potassio intracellulare nello spazio intravascolare (Young et al., 1992) e potenziare l’effetto kaliuretico dei diuretici. Mentre i diuretici tiazidici sono associati all’insulino-resistenza (Moser, 1998), l’esercizio fisico potenzia l’effetto opposto (Plasqui e Westerterp, 2007). Nella maggior parte dei casi, l’esercizio fisico viene utilizzato come terapia per l’insulino-resistenza perché attiva le cellule β pancreatiche attraverso il sistema neuroadrenergico (Bordenave et al., 2008). Questo riduce i livelli di insulina nel sangue e di conseguenza aumenta il rilascio epatico di glucosio e diminuisce l’utilizzo muscolare dell’insulina (Bonen et al., 2006). Sebbene vi siano poche informazioni su come l’esercizio fisico influisca sulla farmacocinetica dei diuretici, clorotiazide, idroclorotiazide e triamterene hanno un’emivita di eliminazione abbastanza breve (1,5-4 ore) da essere influenzata da 1 ora o più di esercizio fisico prolungato (Somani, 1996), che riduce il flusso sanguigno renale ed epatico. Pertanto, queste sostanze non vengono sempre rilevate nei campioni di urina raccolti dopo una gara o al termine di un’intensa sessione di allenamento. È da notare che sia l’esercizio fisico sia i diuretici possono causare indipendentemente la perdita di liquidi ed elettroliti. La Tabella 2, adattata da Caldwell et al. (1984) e Reents (2000), riassume gli effetti dell’esercizio e dei diuretici sulla fisiologia renale.
È noto che durante l’esercizio fisico la temperatura del muscolo scheletrico supera la temperatura interna entro alcuni minuti, e l’alterazione dei sistemi termoregolatori dell’organismo è uno dei rischi principali dell’abuso di diuretici. La marcata disidratazione conseguente all’assunzione di diuretici esercita un effetto dannoso sui sistemi cardiovascolare e termoregolatorio dell’organismo durante l’esercizio e può portare a esaurimento, battito cardiaco irregolare, infarto e morte. È stato dimostrato che sia l’acetazolamide (Brechue e Stager, 1990), un leggero diuretico, sia la furosemide (Claremont et al., 1976), un potente diuretico, compromettono l’aumento adattativo del flusso sanguigno cutaneo durante l’esercizio.
I diuretici influenzano l’omeostasi del potassio nel muscolo in esercizio; il potassio intracellulare e il potenziale di membrana a riposo della cellula diminuiscono entrambi. Tutti i diuretici, tranne gli agenti risparmiatori di potassio, aumentano la kaliuresi, accelerando la deplezione del potassio intracellulare. L’ipokaliemia che ne consegue può portare a crampi muscolari e ad aritmie cardiache secondarie a spostamenti/perdite di elettroliti. D’altra parte, l’uso eccessivo di diuretici risparmiatori di potassio, come lo spironolattone, il triamterene e l’amiloride, può portare all’iperkaliemia e di conseguenza esporre gli atleti ad aritmie maligne (Appleby et al., 1994). Inoltre, l’interferenza della maggior parte dei diuretici con il metabolismo dell’acido urico può causare un attacco di gotta, che può essere molto doloroso (Koutlianos e Kouidi, 2006).
La disidratazione indotta dai diuretici influenza la frequenza cardiaca da sforzo. In particolare, a bassa intensità di esercizio risulta una frequenza cardiaca più elevata, mentre durante lo sforzo massimale l’effetto è minore o quasi assente (Stager et al., 1990). Ciò è particolarmente vero per l’abuso di acetazolamide (Brechue e Stager, 1990) e, in misura minore, di furosemide (Claremont et al., 1976). Studi condotti sugli inibitori della CA e sui diuretici tiazidici hanno dimostrato che dopo la somministrazione di acetazolamide (Brechue e Stager, 1990) o di una combinazione idroclorotiazide-triamterene (Nadel et al., 1980) il volume plasmatico e il volume dell’ictus sono significativamente diminuiti. La perdita di volume plasmatico e di volume del battito interrompe la termoregolazione attraverso la vasodilatazione periferica (raffreddamento per irraggiamento) e la sudorazione (raffreddamento per evaporazione), compromettendo la risposta vasodilatatoria fisiologica sia acuta che a lungo termine all’esercizio aerobico. Inoltre, gli antagonisti dell’aldosterone, in particolare lo spironolattone, interferiscono con l’aumento della sensibilità dei recettori dell’aldosterone dovuto all’ipervolemia indotta dall’esercizio (una conseguenza del normale adattamento all’esercizio fisico regolare).
Effetti aggiuntivi di classi specifiche di diuretici
Poiché la CA svolge un ruolo chiave nei meccanismi di regolazione acido-base, gli inibitori della CA sono l’unica classe di diuretici che può influenzare la funzione polmonare. È stato dimostrato che l’acetazolamide compromette l’eliminazione di CO2 durante l’esercizio fisico (Scheuermann et al., 1999), ma anche l’efflusso di CO2 dal muscolo inattivo (Kowalchuk et al., 1992). Nell’AMS, l’acetazolamide migliora l’ossigenazione alveolare aumentando le pressioni arteriose di ossigeno e abbassando le pressioni arteriose di anidride carbonica (Bradwell et al., 1986). Gli effetti metabolici cellulari dell’acetazolamide possono prevalere sui suoi effetti polmonari e causare un’inibizione del VO2 durante l’esercizio massimale (Stager et al., 1990; Kowalchuk et al., 1992). La furosemide diminuisce il volume tidalico, la ventilazione minima e il rapporto di scambio respiratorio alla soglia aerobica (Caldwell et al., 1984). Al contrario, i dati clinici indicano che la furosemide inalata riduce la broncocostrizione indotta dall’esercizio fisico nei bambini asmatici (Munyard et al., 1995). Gli effetti dei diuretici sul VO2 sono variabili. La furosemide provoca un effetto dose-dipendente; a basse dosi non ha alcuna influenza sul VO2 (Armstrong et al., 1985; Baum et al., 1986), ma il VO2 diminuisce significativamente a dosi più elevate (Caldwell et al., 1984). L’acetazolamide influisce sul VO2 solo durante l’esercizio massimale (Stager et al., 1990; Kowalchuk et al., 1992), poiché il VO2 non è influenzato in condizioni di normossia (Brechue e Stager, 1990), ma è notevolmente migliorato in condizioni di ipossia (Schoene et al., 1983). Gli effetti dell’acetazolamide sulle prestazioni dipendono dall’altitudine; a livello del mare (Heigenhauser et al., 1980) e in condizioni di normossia (Schoene et al., 1983; Stager et al., 1990) può compromettere le prestazioni aerobiche, ma in condizioni di ipossia diminuisce il tempo di esaurimento durante l’esercizio submassimale (Stager et al., 1990).
Infine, i diuretici tiazidici sono derivati dei sulfamidici e possono causare fotosensibilità se si pratica attività fisica all’aperto nelle ore di mezzogiorno.
Caldwell et al. hanno condotto uno studio sulla riduzione del carico di lavoro ciclistico indotta da diuretici per valutare gli effetti dell’ipoidratazione sulle prestazioni al cicloergometro. In questo studio, il VO2 max (massimo assorbimento di ossigeno) e il carico di lavoro in bicicletta diminuiscono negli atleti dopo l’assunzione di furosemide. Anche dopo la reidratazione, la resistenza muscolare e le prestazioni sono notevolmente compromesse dall’uso di diuretici (Caldwell et al., 1984). Ulteriori studi condotti su corridori di media distanza (Armstrong et al., 1985) e lottatori (Caldwell, 1987) hanno confermato che i diuretici riducono gli effetti sulla prestazione atletica complessiva. Sebbene non siano disponibili dati sufficienti per stabilire l’effetto del trattamento diuretico a lungo termine sulla capacità di esercizio, è stato chiaramente dimostrato che il trattamento diuretico a dose singola e a breve termine influisce negativamente sulla capacità di esercizio massimale e sulla durata dell’esercizio submassimale prolungato (Fagard et al., 1993). Per la moltitudine di ragioni sopra menzionate, gli svantaggi legati alla somministrazione di diuretici superano i potenziali vantaggi della riduzione del peso e della diluizione delle urine; la disidratazione compromette drasticamente la capacità aerobica e la forza muscolare e riduce l’efficienza metabolica. Ciò si traduce in un effetto negativo sulla capacità complessiva di praticare sport ed esercizio fisico e soprattutto sulle prestazioni atletiche (Caldwell et al., 1984; Armstrong et al., 1985). Inoltre, un potenziale effetto dell’abuso di diuretici è la possibile alterazione della dimensione della filtrazione glomerulare, che dipende da una serie di parametri (Edwards et al., 1999), la maggior parte dei quali può essere marcatamente influenzata dal meccanismo d’azione delle diverse classi di diuretici. Infine, va notato che la squalifica dalle competizioni e gli altri effetti dannosi precedentemente menzionati dell’abuso di diuretici compensano qualsiasi beneficio percepito.
Sebbene molti degli studi sopra citati siano stati pubblicati negli anni ’80 e ’90, i diuretici sono ancora ampiamente abusati nello sport (e sono tra gli agenti terapeutici più prescritti). Pochi studi sugli effetti dei diuretici sugli atleti sono stati pubblicati di recente, perché negli ultimi tempi la maggior parte degli studi che valutano gli agenti dopanti e l’esercizio fisico e lo sport si sono concentrati su farmaci e metodi di miglioramento delle prestazioni più recenti. L’uso di diuretici per mascherare altre sostanze proibite rimane comunque un problema serio.
Analisi dei diuretici
Osservazioni generali
Per la rilevazione dei diuretici nelle urine nell’ambito del doping sportivo, la WADA ha fissato un unico livello minimo di prestazione richiesto (MRPL) di 250 ng-mL-1 per i laboratori accreditati (WADA, 2009e). Anche se le potenze relative, il metabolismo e le proprietà di eliminazione variano notevolmente (e determinano livelli urinari diversi) tra le classi di diuretici (Tabella 3), l’MRPL di 250 ng-mL-1 è sufficiente per rilevare l’abuso acuto di diuretici da parte degli atleti. È probabile che dosaggi inferiori di diuretici non siano sufficienti a provocare l’effetto di mascheramento o la drastica e acuta perdita di peso ricercata da chi abusa di diuretici.
*La potenza è relativa ai diuretici della stessa classe. NA, dati non disponibili.
Per l’analisi dei diuretici sono state proposte diverse tecniche analitiche, tra cui principalmente HPLC-UV-DAD, GC/MS, LC/MS e LC/MS-MS, cromatografia elettrocinetica micellare ed elettroforesi capillare. Tuttavia, la soluzione migliore per un metodo di screening completo in grado di rilevare la presenza in un campione biologico di qualsiasi diuretico, soddisfacendo al contempo l’MRPL fissato dalla WADA, è rappresentata dai metodi basati su GC/MS, LC/MS e LC/MS-MS. In genere, l’uso di strumentazioni GC/MS, LC/MS e LC/MS-MS consente di rilevare i composti progenitori dei diuretici e/o i metaboliti più diagnostici e abbondanti. Tuttavia, in alcuni casi, l’analita target può non essere il composto progenitore o i suoi metaboliti, ma uno o più prodotti di degradazione formati dopo l’idrolisi dei diuretici in ambiente acquoso. Questo è il caso dei diuretici tiazidici, tra cui soprattutto l’idroclorotiazide e l’altiazide. Questo fenomeno è più rilevante quando c’è un ritardo tra la raccolta del campione e l’analisi di laboratorio (Thieme et al., 2001; Goebel et al., 2004; Deventer et al., 2009).
Negli anni ’80 e ’90, la GC/MS era la tecnica analitica più comunemente utilizzata dai laboratori antidoping per l’analisi degli xenobiotici nelle urine (Maurer, 1992; Hemmersbach e de la Torre, 1996). Storicamente, anche i diuretici venivano analizzati con la GC/MS [ampiamente rivista da Ventura e Segura, 1996 (Ventura & Segura, 1996)]. La recente evoluzione verso la LC/MS (vedi sotto) è stata guidata da una serie di cause concomitanti che rendono l’approccio basato sulla GC/MS meno preferibile rispetto a quello degli ultimi due decenni: (i) il numero di sostanze target, e in particolare di xenobiotici a basso peso molecolare, da sottoporre a screening nelle analisi antidoping è aumentato drasticamente nel periodo 2002-2007, promuovendo lo sviluppo di tecniche analitiche più “universali” volte a ridurre il rapporto risorse/test; (ii) la necessità di semplificare il pretrattamento dei campioni a causa dell’aumento del numero di procedure analitiche eseguite contemporaneamente nei laboratori antidoping; e (iii) i progressi tecnologici nel campo della strumentazione analitica e, più specificamente, la disponibilità di sistemi LC/MS e LC/MS-MS da banco a un prezzo accessibile. Tutti questi eventi hanno favorito il progressivo passaggio dalla GC/MS alla LC/MS.
Gascromatografia/spettrometria di massa:
La gascromatografia/spettrometria di massa è ancora utilizzata da molti laboratori antidoping e può ancora rappresentare una valida alternativa per l’analisi antidoping dei diuretici. Una procedura analitica generale basata sulla GC/MS è strutturata come una serie di fasi di pretrattamento (come minimo: estrazione dei diuretici dalla matrice biologica e derivatizzazione chimica) da eseguire prima della corsa cromatografica.
Pretrattamento del campione Come è noto, l’analisi GC/MS di campioni biologici per lo screening dei diuretici richiede una serie di procedure prestrumentali volte a rendere il campione adatto all’analisi. Fondamentalmente, le fasi critiche sono rappresentate dall’estrazione dei diuretici dalla matrice biologica e dalla derivatizzazione chimica eseguita per aumentare la volatilità e la stabilità termica dei composti target. Sono stati pubblicati diversi metodi per la rilevazione dei diuretici nelle urine utilizzando procedure di estrazione liquido/liquido (L/L) e fase solida (SPE). La SPE può consentire il recupero dei diuretici con rese più elevate, ma allo stesso tempo l’uso di cartucce monouso aumenta il costo complessivo della procedura di pretrattamento, soprattutto nel caso di supporti più complessi, come i supporti a superficie interna in fase inversa (ISRP-size exclusion).
Le colonne pre-attivate disponibili in commercio sono state testate per la loro efficacia e la scelta migliore dovrebbe dipendere dalle caratteristiche della matrice e dalla composizione prevista del campione [rivista da Ventura e Segura nel 1996 (Ventura e Segura, 1996)].
D’altra parte, l’estrazione L/L richiede generalmente più procedure di estrazione. Quando si desidera rilevare tutti i diuretici (basici, acidi e neutri), la soluzione ottimale è un processo basato su due procedure di estrazione L/L separate (una in mezzo neutro o basico e un’altra in mezzo acido) utilizzando acetato di etile o una miscela di solventi organici. È possibile aggiungere solfato di sodio anidro per favorire l’effetto di salatura. Particolare attenzione deve essere dedicata allo studio dei potenziali processi di degradazione che potrebbero coinvolgere i composti target. È stata dimostrata l’ossidazione dei tiazidi (althiazide, benzthiazide e politiazide) in presenza di acetato di etile, pertanto è necessario valutare preliminarmente l’efficacia e la non reattività di diversi solventi di estrazione.
In alcuni casi, due o più fasi di pretrattamento possono essere combinate, come nel caso della metilazione estrattiva in cui sia l’estrazione che la derivatizzazione sono combinate in un’unica procedura.
Procedure di derivatizzazione
Come già detto, la derivatizzazione è necessaria prima dell’analisi GC/MS, poiché la maggior parte dei diuretici non è sufficientemente volatile, lipofila o termicamente stabile per essere analizzata direttamente con questa tecnica analitica. Le procedure di derivatizzazione più comuni sono la sililazione e la metilazione, ma quest’ultima è solitamente preferita in quanto consente di ottenere rese sufficienti di derivati più stabili per la maggior parte dei diuretici [rivisto da Carreras et al. nel 1994 (Carreras et al., 1994)]. La metilazione può essere eseguita “staticamente” (con una miscela di ioduro di metile e acetone sotto riscaldamento termico) o “dinamicamente” mediante metilazione estrattiva (Lisi et al., 1991; Lisi et al., 1992) o metilazione “in colonna” (flash methylation) (Beyer et al., 2005). Quando la metilazione viene eseguita con un processo autonomo, il tempo può essere drasticamente ridotto dall’irradiazione a microonde, in combinazione o in alternativa all’incubazione termica (Amendola et al., 2003).
Condizioni cromatografiche e spettrometriche La fase stazionaria migliore per l’analisi dei composti diuretici è il fenilmetilsilicone, che consente di separare efficacemente tutti i diuretici in tempi ragionevoli (<15 min). Tempi drasticamente più brevi possono essere ottenuti con sistemi fast-GC, in cui vengono accoppiate con successo colonne di ultima generazione e rivelazione spettrometrica di massa basata su un’elettronica veloce. I sistemi Fast-GC consentono di ridurre di 10 volte la durata complessiva della corsa cromatografica (Morra et al., 2006). La ionizzazione a impatto elettronico e la rivelazione MS sono i metodi più descritti [rivisti in Ventura e Segura, 1996 e da Müller et al. nel 1999 (Ventura e Segura, 1996; Müller et al., 1999)]. Gli spettri di massa dei derivati metilici dei diuretici sono stati descritti da diversi autori e i profili di frammentazione sono stati interpretati anche per confronto con i derivati metilici deuterati (Yoon et al., 1990).
Cromatografia liquida/spettrometria di massa
Quando i diuretici sono stati introdotti nell’elenco delle sostanze proibite dalle autorità sportive internazionali, i primi tentativi di creare un metodo di screening per il loro rilevamento si sono basati sull’HPLC. All’epoca, come rivelatore fu utilizzato un diode array UV che facilitava l’identificazione dei picchi (Ventura e Segura, 1996). Secondo i requisiti del CIO/WADA, le procedure di conferma necessarie per sostenere un caso positivo devono basarsi sulla MS. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi, la tecnica scelta è stata un metodo GC/MS dopo metilazione dei composti. Per i motivi illustrati nelle sezioni precedenti, alla fine degli anni ’90, quando sono diventati disponibili strumenti LC/MS più robusti, affidabili ed economici, sono stati introdotti importanti cambiamenti nelle strategie di rilevamento dei diuretici nel campo del doping. I primi tentativi di utilizzare la LC/MS per la rilevazione dei diuretici sono iniziati all’inizio degli anni ’90, utilizzando interfacce termospray o a fascio di particelle (Ventura et al., 1991) nelle analisi di conferma. La mancanza di robustezza delle apparecchiature non consentiva un metodo di screening quotidiano basato su questi strumenti.
Thieme et al. (Thieme et al., 2001) hanno descritto un metodo per l’analisi di 32 diuretici nelle urine umane mediante LC/MS/MS utilizzando una tecnica di ionizzazione electrospray. Questa tecnica ha il vantaggio di poter utilizzare le tradizionali velocità di flusso LC e le colonne LC a fase inversa (colonne di ottadecilsilano-ODS con particelle di 5 o 3 µm) solitamente utilizzate nei metodi LC-UV. Inoltre, è possibile utilizzare contemporaneamente le modalità di ionizzazione positiva e negativa, consentendo la rilevazione di composti acidi e basici inclusi tra i diuretici. L’analisi mediante MS tandem con quadrupoli a triplo stadio è risultata sufficientemente selettiva e sensibile rispetto ai metodi precedenti e ha reso possibile la semplificazione della preparazione dei campioni, in quanto la pulizia degli estratti urinari era meno critica rispetto ai metodi LC-UV progettati in precedenza.
Lo sviluppo di nuovi analizzatori (trappole ioniche) accoppiati alla LC ha creato ulteriori alternative per l’analisi dei diuretici mediante LC/MS (Deventer et al., 2002). Ancora più recentemente, la necessità di strategie più universali per l’analisi degli agenti dopanti ha introdotto l’uso di analizzatori time-of-flight (Georgakopoulos et al., 2007) che possono essere accoppiati alla LC. Per alcuni composti e ai fini dell’identificazione, la ionizzazione mediante ionizzazione chimica a pressione atmosferica (un’altra possibile tecnica di ionizzazione delle interfacce LC/MS) è interessante in quanto produce una frammentazione aggiuntiva (Qin et al., 2003).
La selettività e la sensibilità di queste tecniche hanno permesso di includere nelle stesse procedure di screening anche altre droghe non diuretiche, anch’esse vietate nello sport (Deventer et al., 2005; Mazzarino et al., 2008). Inoltre, sono stati esplorati diversi approcci per la preparazione dei campioni. In passato, le classiche doppie estrazioni con solventi organici a pH acido e basico venivano utilizzate per consentire il recupero di diuretici con proprietà fisico-chimiche diverse.
Le nuove caratteristiche degli strumenti e l’estensione dei metodi di screening ad altri composti ampliano le possibilità di preparazione dei campioni. Specifiche procedure SPE possono essere eseguite in sistemi robotici (Goebel et al., 2004) e alcune procedure analitiche non richiedono alcuna preparazione del campione, ma solo una diluizione del campione di urina e la successiva iniezione diretta nel sistema LC/MS (Politi et al., 2007; Thorngren et al., 2008). I miglioramenti nella velocità di scansione degli spettrometri di massa, così come le colonne LC e le pompe LC più performanti, consentono di aumentare la velocità di analisi (UPLC o fast LC) e di effettuare procedure di screening più eterogenee mediante LC/MS/MS. Attualmente, esistono analisi che includono i diuretici tra le altre sostanze dopanti, in cui più di 100 composti diversi possono essere analizzati in meno di 10 minuti (Thorngren et al., 2008; Ventura et al., 2008).
Sintesi e conclusione:
I membri della classe dei farmaci diuretici variano notevolmente per struttura, proprietà fisico-chimiche, sito e meccanismo d’azione. Negli anni ’90 l’analisi dei diuretici nel doping (mediante LC-UV o GC/MS) rappresentava una sfida per i laboratori antidoping a causa dell’eterogeneità delle sostanze incluse. Dall’avvento di strumenti LC/MS consolidati e affidabili, la loro individuazione nei campioni di urina non è più un problema. Gli obiettivi futuri dell’analisi dei diuretici comprendono lo sviluppo di metodi di rilevamento più efficienti ed economici. Aumentare la sensibilità dei metodi e il numero di composti nello screening, riducendo al contempo i tempi e i costi di analisi per i laboratori, sarebbe un miglioramento auspicabile. Inoltre, lo sviluppo di metodi che combinino il rilevamento dei diuretici con altre sostanze proibite migliorerà la capacità dei laboratori di monitorare gli abusi e il doping nello sport.
In conclusione, l’uso dei diuretici, se specificatamente inteso in ambito Bodybuilding, viste anche le tecniche di ratio Sodio/Sale:Acqua, e l’utilizzo di ACE II inibitori per finalità lipolitiche indirette, nonché un adeguato rapporto tra introito di Sodio e Potassio, risulta molto limitato in senso di vantaggi concreti per l’atleta. L’effetto di aumento dell’Aldosterone androgeno-dipendente è facilmente gestibile con altri interventi fermo restando che la presenza di un ACE II inibitore nella preparazione rappresenta di per se un limite sensibile alla manifestazione tangibile del problema.
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Nel giugno 2021 è stato pubblicato un eccellente lavoro di Guillermo Escalante, Scott W. Stevenson, Christopher Barakat, Alan A. Aragon e Brad J. Schoenfeld che analizza le comuni pratiche applicate dai bodybuilder nella settimana precedente la gara (Peak Week) esponendone la logica applicativa in base alle evidenze scientifiche in nostro possesso.[Peak week recommendations for bodybuilders: an evidence based approach | BMC Sports Science, Medicine and Rehabilitation | Full Text (biomedcentral.com)] Ho deciso quindi di scrivere un articolo dettagliato sulla settimana pre-contest, utilizzando come base lo studio sopra citato e aggiungendo la mia ricerca personale, al fine di spiegarne le modalità di gestione migliori che, senz’altro, potranno tornare utili tanto agli atleti quanto ai preparatori.
Punto di partenza:
Il Bodybuilding è uno sforzo competitivo per il miglioramento della composizione corporea la quale verrà giudicata con parametri che comprendono la combinazione delle dimensioni muscolari, la simmetria, la “condizione” (bassi livelli di grasso corporeo) e presentazione sul palco. Per avere successo, i concorrenti devono presentare la loro forma fisica migliore durante il giorno (o i giorni) della competizione. I bodybuilder impiegano tipicamente periodi di 8-22 o più settimane di preparazione in cui la dieta e i programmi di esercizio vengono modificati dalla off season nel tentativo di perdere la maggior percentuale di grasso corporeo e guadagnare o mantenere la massa muscolare scheletrica [1,2,3,4,5,6 ,7,8,9,10]. Negli ultimi giorni di preparazione, i concorrenti implementano interventi per “tirare” il loro corpo nel tentativo di massimizzare l’estetica nel giorno della gara [11,12,13,14]. Gli interventi spesso utilizzati includono l’alterazione dei loro regimi di esercizio e l’assunzione di macronutrienti, acqua ed elettroliti con gli obiettivi di:
1-massimizzare il contenuto di glicogeno muscolare come mezzo per migliorare la “pienezza” muscolare (cioè il volume);
2-ridurre al minimo l’acqua sottocutanea (nel tentativo di sembrare “asciutti” anziché “acquosi”, migliorando così l’estetica muscolatura) e
3-ridurre al minimo il gonfiore addominale per mantenere un girovita più piccolo e ottimizzare le proporzioni fisiche e l’estetica generale [11, 12, 14,15 ,16,17].
Sebbene i concorrenti possano utilizzare metodi naturali per raggiungere questi obiettivi, sappiamo benissimo che vi è un ampio uso segnalata di auto-prescrizione di farmaci per il miglioramento delle prestazioni/estetica [8, 18, 19, 20, 21].
Uno studio osservazionale ha raccolto informazioni sulle strategie nutrizionali della Peak Week e dei giorni di gara tra 81 bodybuilder natural (maschi= 59, femmine = 22) tramite un questionario di 34 elementi; l’indagine ha elencato le strategie di picco comunemente utilizzate e ha fornito spazio aggiuntivo per informazioni qualitative [11]. La stragrande maggioranza dei partecipanti (93,8%) ha riferito di aver utilizzato una strategia di picco la settimana prima della competizione (denominata appunto “Peak Week”), con la manipolazione di Carboidrati (CHO), Acqua e/o Sodio segnalata più comunemente [ 11]. L’obiettivo primario dichiarato della manipolazione dei CHO era massimizzare le concentrazioni di glicogeno muscolare utilizzando principi simili al carico dei CHO classico [11]. Inoltre, i concorrenti hanno manipolato l’assunzione di Acqua e/o Sodio nel tentativo di indurre un effetto diuretico/poliuria per eliminare l’acqua superflua.[11]
In un altro studio, i ricercatori hanno condotto interviste approfondite per identificare e descrivere diverse strategie dietetiche utilizzate da sette culturisti maschi natural durante la off season, la stagione, la Peak Week e il post-season [14]. Durante la Peak Week, sei partecipanti hanno riferito di aver utilizzato un regime di carico di carboidrati modificato per tentare di aumentare il contenuto di glicogeno. Inoltre, tutti i partecipanti hanno riferito di aver manipolato l’assunzione di acqua mentre tre hanno manipolato contemporaneamente l’assunzione di sodio nel tentativo di ridurre l’acqua corporea nella speranza di creare un aspetto più “asciutto”.[14]
Sebbene esistano molti protocolli delle Peak Week al fine di tentare il miglioramento dell’estetica, mancano ricerche sull’efficacia e la sicurezza dei metodi comunemente usati dai bodybuilder. Dal momento che lo studio in questione non tratta i bodybuilder supplementati farmacologicamente, aggiungerò delle note esplicative sui metodi aggiuntivi utilizzati da questi atleti.
Lo scopo di questo articolo è:
1-rivedere la letteratura attuale sui protocolli di picco più comunemente impiegati dai bodybuilder;
2-fornire raccomandazioni basate sull’evidenza per le strategie di picco pre-gara per concorrenti e preparatori.
Manipolazione dei Carboidrati:
La manipolazione dell’assunzione di Carboidrati è una popolare strategia di picco pre-gara diffusa tra i bodybuilder [11, 12, 14]. La strategia, generalmente adottata durante la settimana che precede la competizione, prevede la limitazione sostanziale dell’assunzione di Carboidrati per diversi giorni (spesso indicata come fase di esaurimento o scarica) seguita da un breve periodo di consumo elevato di Carboidrati, con l’obiettivo di ottenere una supercompensazione dei livelli di glicogeno quando i carboidrati sono “stoccati” [22]. I livelli di glicogeno muscolare a riposo con una dieta mista (normale) sono ~ 130mmol/kg di muscolo (peso umido) in individui allenati (un po’ più alti dei soggetti sedentari) [23], o circa 23g di glicogeno (unità di glucosio) per chilogrammo di tessuto muscolare. Il glicogeno muscolare è organizzato nella cellula in frazioni subcellulari [24] e immagazzinato come un complesso di glicogeno-glicogenina (“granulo”) [25] che crea un effetto osmotico il quale attira acqua nella cellula mentre il glicogeno viene immagazzinato [26, 27], aumentando così il volume delle cellule muscolari. Le prime ricerche hanno suggerito che ogni grammo di glicogeno muscolare immagazzinato è accompagnato da circa 3-4g di acqua intracellulare [28]. Questo è superiore al valore comunemente indicato di 2,7g di acqua per grammo di glicogeno, a volte arrotondato a 3g di acqua per grammo di glicogeno, derivato da studi sul fegato di ratto [29, 30]. Tuttavia, i livelli di glicogeno muscolare risultanti dopo il carico di glicogeno sono altamente variabili [31], forse a causa della complessità sottostante all’accumulo di glicogeno intramuscolare [25]. Allo stesso modo, mentre è chiaro che il carico di glicogeno può aumentare il contenuto di acqua intracellulare [31], lo spessore muscolare [15] e le stime della massa corporea magra (LBM) [32], l’entità relativa dell’idratazione intracellulare in grammi di acqua per grammo di glicogeno può variare così tanto da non essere statisticamente correlato con il contenuto di glicogeno.[30]
Una panoramica semplificata del metabolismo del glicogeno a riposo e durante l’esercizio. Il sarcolemma separa l’interno della cellula muscolare dal liquido interstiziale che circonda la cellula. A riposo (lato sinistro), il consumo di carboidrati stimola il rilascio di insulina dal pancreas. Le molecole di insulina si legano ai recettori dell’insulina incorporati nel sarcolemma. Quel legame innesca una cascata di risposte intracellulari che provocano il movimento dei trasportatori del glucosio GLUT4 dall’interno della cellula muscolare nel sarcolemma, consentendo al glucosio di spostarsi nella cellula. Una volta all’interno della cellula muscolare, le molecole di glucosio sono pronte per essere stoccate sotto forma di glicogeno. La glicogenina è un enzima che forma il centro delle particelle di glicogeno, consentendo la formazione iniziale di filamenti di glicogeno. Durante l’esercizio (lato destro), i trasportatori GLUT4 si spostano nel sarcolemma senza l’assistenza dell’Insulina, favorendo l’assorbimento del glucosio nella cellula. Contemporaneamente, la degradazione del glicogeno aumenta in risposta ai cambiamenti nella concentrazione dei metaboliti all’interno della cellula. Le molecole di glucosio dal sangue e quelle rilasciate dal glicogeno vengono ossidate per produrre le molecole di adenosina trifosfato (ATP) necessarie per sostenere la contrazione muscolare.
Sebbene la ricerca controllata sull’argomento sia limitata a ciò che è ottimale per i bodybuilder, le prove attuali sembrano indicare un potenziale beneficio della manipolazione dei carboidrati come strategia di picco. Una serie di casi esaminati da Bamman et al., i quali hanno esaminato sei bodybuilder maschi, ha fornito il supporto iniziale di un effetto benefico [1]. Secondo quanto riferito, i bodybuilder si sono impegnati in un protocollo di carico di carboidrati tre giorni prima della competizione (assunzione media di ~ 290g/giorno). Le misurazioni degli ultrasuoni effettuate 24-48 ore in questo periodo di carico di carboidrati hanno mostrato un aumento del 4,9% dello spessore del muscolo bicipite brachiale rispetto alle misurazioni ottenute sei settimane prima. Sebbene questi risultati sembrino suggerire che il protocollo di carico di carboidrati sia stato efficace nel migliorare in modo acuto la dimensione muscolare, va notato che il lungo intervallo tra le sessioni di test rende impossibile trarre conclusioni sulla causalità a questo proposito. Inoltre, gli autori dello studio non hanno valutato l’assunzione di carboidrati durante la fase di esaurimento dei carboidrati, offuscando ulteriormente gli effetti diretti del protocollo di carico. Pertanto, sebbene i risultati siano intriganti, il livello di prove a sostegno può essere considerato basso.
Un recente studio quasi sperimentale di de Moraes et al. [15] getta una luce più obiettiva sull’argomento. Ventiquattro bodybuilder dilettanti di alto livello sono stati divisi in base al fatto se avessero o meno manipolato i carboidrati come strategia di picco; il gruppo che ha manipolato i carboidrati ha impiegato una fase di esaurimento di tre giorni (che porta immediatamente al giorno del peso) seguita da una fase di carico di 24 ore (che porta al giorno della gara). Lo spessore muscolare è stato misurato sia al momento del peso che il giorno della gara. Inoltre, le foto dei concorrenti scattate in questi momenti sono state mostrate a un gruppo di giudici federati di bodybuilding, che hanno valutato soggettivamente il loro fisico; da notare, i giudici erano ciechi alle pratiche nutrizionali dei concorrenti. I risultati hanno mostrato un aumento del 3 % della dimensione muscolare della parte superiore delle braccia per coloro che hanno manipolato l’assunzione di carboidrati prima della competizione rispetto a nessun cambiamento in coloro che non lo hanno fatto. Inoltre, solo il gruppo che ha manipolato l’assunzione di carboidrati ha mostrato miglioramenti nelle misure estetiche soggettive, come determinato dall’ispezione visiva delle foto. Una potenziale limitazione dello studio è che i soggetti non sono stati sottoposti a test anti-doping prima della competizione; pertanto, non è noto se l’uso di steroidi anabolizzanti e/o altre sostanze sintetiche (ad es. synthol) possa aver influenzato i risultati. Gli studi futuri dovrebbero accertare tramite autovalutazione, poligrafo e/o analisi del sangue lo stato di libero/migliorato dei soggetti ed escludere o confrontare i risultati in base all’uso di steroidi da parte del soggetto nonché all’uso di altri farmaci che possono influenzare il bilancio idrico.
Recentemente, Schoenfeld ed Escalante hanno condotto un caso di studio in cui hanno seguito un bodybuilder natural di alto livello nel corso della sua preparazione al contest [33]. A partire dalla settimana prima della data della competizione, il concorrente ha ridotto notevolmente l’assunzione di carboidrati a < 50g/giorno per 3 giorni (domenica, lunedì, martedì) e poi ha eseguito una ricarica dei carboidrati a una quantità > 450g/giorno nei successivi 2 giorni (Mercoledì e giovedì). Simile alla ricerca precedente, la valutazione ecografica ha mostrato che la strategia di picco aumentava notevolmente lo spessore muscolare. In questo particolare caso di studio, gli aumenti sono stati del 5% negli arti superiori e del ~ 2 % negli arti inferiori; a causa delle limitate prove disponibili, è difficile fornire un motivo razionale per cui c’era una differenza tra i gruppi muscolari. Dati i risultati soggettivi riportati da de Moraes et al. [15], si può dedurre che questi risultati erano probabilmente significativi dal punto di vista della concorrenza.
Quando si considera la totalità della ricerca attuale, l’evidenza suggerisce che la manipolazione dei carboidrati è una valida strategia di picco per aumentare il volume della massa muscolare il giorno della gara; tuttavia, l’evidenza dovrebbe essere considerata preliminare data la relativa scarsità di studi pubblicati sull’argomento. Inoltre, la strategia può portare a un aumento dei sintomi gastrointestinali come dolore addominale, bruciore di stomaco, stitichezza e diarrea [15], che a loro volta possono influenzare negativamente la capacità di eseguire in modo ottimale la preparazione al giorno della gara e il contest stesso. Pertanto, i concorrenti dovrebbero sperimentare la strategia con almeno 2-4 settimane di anticipo per determinarne gli effetti a livello individuale e apportare le modifiche necessarie secondo necessità.
Manipolazione di acqua e sodio:
Acqua e sodio sono frequentemente manipolati dai bodybuilder, indipendentemente o contemporaneamente, impiegando una varietà di strategie che comportano il “carico” e la limitazione di entrambi [11], con l’obiettivo di ridurre al minimo l’acqua sottocutanea per massimizzare la definizione del muscolo scheletrico sottostante [8, 11, 12 , 14, 19, 20]. È noto che diversi bodybuilder si auto-prescrivono diuretici farmaceutici per facilitare il processo [8, 19,20,21, 34, 35]. I bodybuilder possono anche impiegare queste strategie per scendere a classi di peso inferiori, il che può fornire un vantaggio competitivo se il concorrente è in grado di recuperare parte del peso sotto forma di volume intramiocellulare (“riempimento” tramite glicogeno e/o stoccaggio di trigliceridi intramiocellulari) prima della competizione. Sebbene l’acqua e il sodio siano due componenti dietetici separati, è fondamentale comprendere che la manipolazione di una variabile influenza l’altra; quindi, esamineremo insieme queste due variabili.
In un’indagine precedentemente citata sulle strategie delle Peak Week e dei giorni di gara utilizzate dai bodybuilder natural, la manipolazione dell’acqua è stata la seconda strategia più popolare implementata (dietro la manipolazione dei carboidrati) [11]. I ricercatori hanno riferito che i concorrenti hanno implementato il carico dell’acqua (65,4%), la restrizione dell’acqua (32,1%) o entrambi (25%) per ottenere un aspetto “asciutto”. La quantità di acqua consumata durante la fase di carico variava da 4 a 12L al giorno ed era tipicamente seguita da restrizioni idriche di 10-24 ore prima della competizione. Oltre alla manipolazione dell’acqua, i ricercatori hanno anche riferito che i concorrenti utilizzavano la restrizione di sodio (13,6 %), il carico di sodio (18,5 %), o entrambi (6,2 %) senza un ordine temporale coerente per il regime di carico/restrizione del sodio (un errore limitante); tuttavia, la manipolazione del sodio veniva generalmente praticata tre o quattro giorni prima della competizione. È stato segnalato anche l’uso del tè al dente di leone per le sue presunte proprietà diuretiche.
Nello studio precedentemente discusso di Mitchell et al. [14], i ricercatori hanno riferito che il 100% dei partecipanti (n = 7) ha utilizzato la pratica del carico e del taglio dell’acqua durante la Peak Week. Questa strategia prevedeva di bere >10L di acqua al giorno all’inizio della settimana e quindi di ridurre l’assunzione ogni giorno successivo prima della competizione. La teoria alla base di questa pratica era quella di consumare quantità superflue di acqua per aumentare naturalmente l’escrezione di liquidi nel tentativo di espellere preferenzialmente l’acqua sottocutanea; tuttavia, i partecipanti hanno riferito che i risultati di questa strategia erano in gran parte non significativi [14]. Dei sette partecipanti che hanno manipolato l’acqua durante la Peak Week, tre (42,8%) hanno anche manipolato il sodio per aiutare a rimuovere l’acqua sottocutanea [14]. Hanno riferito di aumentare notevolmente l’assunzione di sodio per i primi tre giorni della Peak Week, seguita da una completa restrizione dell’assunzione di sale per i tre giorni prima della competizione; tuttavia, i risultati sono stati incoerenti e i partecipanti hanno dichiarato che non avrebbero manipolato il sodio in futuro [14]. Si noti che la decisione unanime dei partecipanti di abbandonare queste strategie di manipolazione dell’acqua e del sodio suggerisce che probabilmente non le avevano né eseguite né perfezionate in precedenza (ad esempio, come prova o durante la Peak Week per un’altra competizione).
Altre ricerche supportano i risultati degli studi di cui sopra. Probert et al. ha condotto un sondaggio su 382 bodybuilder competitivi insieme a interviste personali di 30 dei partecipanti e ha riferito che i bodybuilder si sono spesso impegnati in pratiche di deplezione del sodio e disidratazione nei giorni precedenti la competizione [12]. Sebbene i partecipanti abbiano riconosciuto i rischi di queste strategie, le hanno minimizzate come pratiche temporanee ma necessarie [12]. In effetti, i casi clinici documentano condizioni potenzialmente pericolose per la vita dovute a pratiche estreme di manipolazione dell’acqua e del sodio [19, 20]. In un caso, un bodybuilder maschio di 35 anni si è presentato al pronto soccorso dopo essersi sentito debole, stordito e aver avvertito crampi muscolari dolorosi mentre posava durante una gara di bodybuilding; i test hanno rivelato onde T di picco sull’elettrocardiogramma (ECG), iperkaliemia (alti livelli di potassio), iponatriemia (bassi livelli di sodio nel sangue), intossicazione da acqua e rabdomiolisi [20]. Il bodybuilder ha riferito di aver bevuto 12 litri di acqua al giorno per sette giorni prima della competizione insieme a 100 mg al giorno di Spironolattone (un diuretico da prescrizione risparmiatore di potassio) e scarico del sale per due giorni prima della competizione; è stato curato, stabilizzato e dimesso con successo [20]. In un altro caso, un bodybuilder professionista di 26 anni è stato trasportato al pronto soccorso il giorno dopo una gara a causa di palpitazioni cardiache e incapacità di stare in piedi a causa della difficoltà nel muovere le estremità [19]. Ha riferito l’assunzione orale di 2 × 80mg di Furosemide (un diuretico da prescrizione) 48 e 24 ore prima della competizione con l’obiettivo di migliorare la definizione muscolare; ha perso 5-6 kg di peso corporeo a causa della nicturia [19]. I test hanno rivelato ipokaliemia grave (bassi livelli di potassio; al contrario dell’iperkaliemia nel caso di studio discusso in precedenza probabilmente dovuto all’uso di un diuretico dell’ansa rispetto a un diuretico risparmiatore di potassio), iperglicemia (livelli elevati di glucosio nel sangue), iperlattatemia (alti livelli di lattato nel sangue) e tachicardia sinusale con onde U pronunciate all’ECG compatibili con ipokaliemia [19]. Sebbene l’ipokaliemia sia una condizione potenzialmente pericolosa per la vita, il bodybuilder è stato trattato con successo e dimesso la mattina successiva [19].
Nonostante le varie strategie riportate dai bodybuilder per manipolare l’acqua e il sodio allo scopo di sembrare “pieni e asciutti”, le prove attuali non indicano che queste pratiche siano specificamente efficaci e/o sicure. Inoltre, sebbene diverse strategie di manipolazione dell’acqua e del sodio siano state pubblicate da un certo numero di preparatori di bodybuilding che hanno lavorato con bodybuilder di grande successo [16, 17, 36], né l’efficacia né la sicurezza di queste diverse metodologie sono state valutate scientificamente. Quindi, i principi fisiologici della regolazione dei fluidi corporei devono essere considerati quando si tenta di formulare strategie per promuovere un aspetto “pieno e asciutto”, e queste strategie possono essere discordanti con quelle attualmente utilizzate dai bodybuilder e/o suggerite dai loro preparatori.
Il contenuto di acqua corporea totale (TBW) rappresenta circa il 60 % del peso corporeo medio di una persona ed è costituito da acqua intracellulare (ICW) (~ 67 %) e acqua extracellulare (ECW) (~ 33 %). L’ECW è ulteriormente compartimentato nel fluido interstiziale che circonda le cellule (~ 25 %) e il plasma sanguigno (~ 8 %) [37, 38]. Quindi, dal punto di vista di un bodybuilder, ridurre al minimo il fluido interstiziale extracellulare che circonda i miociti, in particolare l’acqua sottocutanea, preservando o aumentando l’ICW intramiocellulare rappresenta lo scenario ideale per un aspetto “pieno e asciutto”, cioè, per cui l’aspetto della muscolarità è massimizzato . Sebbene questo concetto possa sembrare un compito semplice da realizzare manipolando solo l’acqua e il sodio, potrebbero essere necessarie altre strategie incentrate sull’ottimizzazione del volume intramiocellulare (cioè quelle mirate al glicogeno intramiocellulare, ai trigliceridi e al contenuto di potassio) insieme alla manipolazione dell’acqua. e sodio per migliorare l’aspetto della muscolosità.
Compartimenti dei fluidi corporei. Nell’uomo adulto “medio”, i domini del fluido intracellulare (ICF) e del fluido extracellulare (ECF) sono costituiti da circa il 57 e il 43% dell’acqua corporea totale (TBW). Il compartimento ECF è ulteriormente suddiviso in liquido interstiziale (ISF)/linfa, plasma, tessuto osseo e connettivo, tessuto adiposo e acqua transcellulare. Il muscolo scheletrico predomina l’ICF. Le percentuali sono percento di TBW. GR, globuli rossi.
Durante la normale omeostasi fluido-elettrolitica, il compartimento extracellulare contiene la maggior parte del sodio (Na+), cloruro (Cl-) e bicarbonato (HCO3-), mentre il compartimento intracellulare contiene la maggior parte dell’acqua, potassio (K+) e fosfato ( PO43−) [39]. Sebbene entrambi i compartimenti contengano tutti i suddetti composti, la quantità di ciascuno varia tra i compartimenti in modo tale che la concentrazione totale di soluti (osmolarità) sia la stessa [39]. I meccanismi omeostatici controllano l’equilibrio idrico ed elettrolitico per garantire che la TBW e l’osmolarità corporea totale (TBO) rimangano equilibrate e l’acqua si ridistribuisca tra i compartimenti intracellulari ed extracellulari in modo tale che l’osmolarità dei fluidi corporei si avvicini alla TBO [37]. Infatti, Costill et al. hanno studiato le perdite muscolari di acqua ed elettroliti mentre i partecipanti pedalavano in una camera ambientale calda per perdere il 2,2 (% (fase 1), il 4,1 % (fase 2) e il 5,8 % (fase 3) del loro peso corporeo in un periodo stimato di 5,5 ore [40] . Quando i partecipanti hanno perso il 2,2% del loro peso corporeo entro la prima ~ 1,5 h nella fase 1, il 30% dell’acqua persa era ICW mentre il 70% era ECW [40]. Tuttavia, il rapporto tra ICW ed ECW perso è diventato 52 % ICW/48 % ECW allo stadio 2 (~ 3.5 h mark) e 50 % ICW/50 % ECW allo stadio 3 (~ 5.5 h mark) [40]. Gli autori hanno affermato che la grande perdita di ICW nel muscolo allo stadio 1 può essere spiegata dalla significativa perdita di contenuto di glicogeno muscolare (che contiene acqua) dalla pre-disidratazione a 115 mmol/kg fino a 76 mmol/kg; tuttavia, i livelli di contenuto di glicogeno muscolare sono scesi a una velocità molto inferiore a 73 mmol/kg allo stadio 2 e 61 mmol/kg allo stadio 3 quando il rapporto o ICW:ECW si è stabilizzato [40]. Pertanto, il rapporto tra la perdita ECW e ICW sembra rimanere vicino a 1:1 poiché i livelli di glicogeno si stabilizzano nel tempo e vengono raggiunti livelli più elevati di disidratazione. Pertanto, sembra che la ritenzione del glicogeno muscolare, evitando l’esercizio che si basa fortemente sull’uso del glicogeno, possa essere importante se i metodi di perdita di acqua devono effettuare una perdita favorevole di ECW rispetto a ICW (ECW > ICW) in modo tale che la dimensione muscolare venga mantenuta mentre l’ECW interstiziale viene preferibilmente perso, migliorando l’aspetto della “definizione” muscolare. Allo stesso modo, l’immagazzinamento e la ritenzione del glicogeno muscolare dipendono fortemente dalla disponibilità di potassio (un catione intracellulare primario – vedi sopra) [41,42,43,44,45,46], quindi sembra che garantire un’adeguata assunzione di potassio durante le procedure di carico di carboidrati e disidratazione sia fondamentale per ottimizzare l’aspetto scenico.
È importante sottolineare che se le alterazioni dell’osmolarità plasmatica (attraverso i cambiamenti nell’acqua corporea totale e degli elettroliti) raggiungono una soglia fisiologica, allora una complessa rete neuroendocrina in tutto il corpo, nel cervello, vasi sanguigni, reni e ghiandole endocrine, risponderà per stabilizzarlo [47] . L’osmolarità plasmatica è influenzata dalle variazioni (aumento o diminuzione) della concentrazione di soluti (cioè sodio) nel sangue nonché dalle variazioni del volume del fluido; il volume del fluido è influenzato dall’acqua corporea totale (TBW) [48]. L’osmolarità plasmatica può aumentare per un’eccessiva perdita di acqua o per un aumento significativo dell’assunzione di sodio; al contrario, l’osmolarità plasmatica può diminuire con un consumo insufficiente di elettroliti o un’eccessiva assunzione di acqua [49]. L’osmolarità plasmatica e la pressione sanguigna sono regolate in modo tale che l’aumento dell’osmolarità plasmatica si traduca in una diminuzione della pressione sanguigna e viceversa [49]. Inoltre, le variazioni della pressione sanguigna mediate dallo spostamento dell’osmolarità plasmatica sono contrastate dai barocettori arteriosi e renali [50].
Durante la disidratazione, come potrebbe essere impiegato durante la Peak Week, l’osmolarità plasmatica aumenta, la pressione sanguigna diminuisce ed i barocettori renali nell’apparato iuxtaglomerulare (JGA) rilasciano l’ormone Renina; a sua volta, questo attiva il sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone (RAAS) [51]. Quando viene attivato il RAAS, viene avviato il processo di mantenimento dell’omeostasi dei fluidi, elettroliti e pressione sanguigna [51] e alla fine rilascia l’ormone Aldosterone dalle ghiandole surrenali per perfezionare ulteriormente l’omeostasi [52, 53]. I barocettori nell’aorta e nelle arterie carotidi rilevano anche una diminuzione della pressione sanguigna e segnalano il rilascio dell’Ormone Antidiuretico (ADH, noto anche come Vasopressina) dalla ghiandola pituitaria per conservare l’acqua, aumentare il volume del sangue e aumentare la pressione sanguigna [48]. Al contrario, se la pressione sanguigna aumenta a causa dell’aumento del volume sanguigno arterioso, gli atri cardiaci percepiscono un allungamento e rilasciano l’ormone Fattore Natriuretico Atriale (ANF) per aumentare l’escrezione di sodio, inibire la vasocostrizione renale, attenuare la secrezione di Renina e infine diminuire il volume sanguigno e la pressione sanguigna [54].
Collettivamente, se l’acqua e il sodio non vengono manipolati e programmati con cura, questi meccanismi fisiologici che lavorano per mantenere il corpo in omeostasi potrebbero non produrre l’effetto desiderato di ridurre selettivamente il fluido nello spazio extracellulare/sottocutaneo. Sebbene questi meccanismi siano in atto per mantenere il corpo in equilibrio, non tutti gli ormoni rilasciati hanno un effetto immediato sul corpo quando l’osmolarità plasmatica è alterata. Ad esempio, uno studio ha mostrato un effetto ritardato dell’ADH quando i ricercatori hanno esaminato gli effetti del carico d’acqua sulla perdita di peso acuta negli atleti di sport da combattimento confrontando una strategia di carico d’acqua per tre giorni in cui il gruppo sperimentale ha consumato 100ml/kg/giorno di acqua rispetto ad un gruppo di controllo che ha consumato 40ml/kg/giorno di acqua [55]. Durante il successivo giorno di disidratazione con entrambi i gruppi che consumavano 15ml/kg/giorno di acqua, i livelli di ADH nel gruppo di carico idrico sono aumentati da ~ 2,3pmol/L a ~ 3,8pmol/L alla 13a ora e ~ 5pmol/L a la 24a ora di restrizione dei liquidi, momento in cui le perdite di massa corporea hanno superato quelle del gruppo di controllo dello 0,6 % (~ 2,5 vs. 3,1 % rispetto al basale) [55]. Pertanto, nonostante l’aumento della produzione totale di liquidi da 3 giorni di carico idrico combinato con un giorno di drastica restrizione dei liquidi, i livelli di ADH stavano ancora salendo oltre le 24 ore di disidratazione [55]. In un altro studio, i ricercatori hanno ridotto l’assunzione di sodio a livelli estremamente bassi (10meq/giorno) per ~ 6 giorni in 16 uomini sani e hanno misurato i livelli di RAAS, Aldosterone plasmatico, sodio urinario e sodio sierico a 24 ore, 48 ore e ~ 6 giorni dopo l’intervento [53]. Sebbene i livelli sierici di sodio siano rimasti abbastanza coerenti tra 137,6 e 139meq/l per il periodo di ~ 6 giorni, i ricercatori hanno riferito che l’attivazione del RAAS era evidente entro 24 ore e diminuiva la produzione di sodio nelle urine da 217meq/24 ore fino a 105meq/24 ore [53]. Inoltre, ci sono volute 48 ore per osservare un forte aumento dei livelli di Aldosterone plasmatico per ridurre ulteriormente la produzione di sodio nelle urine a 59meq/24 ore e altri ~ 4 giorni affinché la produzione di sodio nelle urine si stabilizzasse a 9,9meq/24 ore [53]. Quindi, c’è un ritardo temporale nello stabilire l’omeostasi di fluidi ed elettroliti durante il quale la manipolazione di acqua e sodio può essere implementata per indurre la diuresi prima che i meccanismi omeostatici protettivi si manifestino completamente per arrestare la perdita di acqua.
Mentre i bodybuilder manipolano spesso l’acqua e/o il sodio alterandone l’assunzione [8, 11, 12, 14, 19, 20], può essere presa in considerazione anche un’altra strategia praticabile per aumentare la diuresi. La letteratura sull’atrofia da disuso e gli adattamenti cardiovascolari all’assenza di gravità durante il volo spaziale [56] rivela una strategia precedentemente descritta [36] che i culturisti possono impiegare per promuovere la diuresi durante le ~ 24 ore prima della competizione. Riposare e/o dormire con una posizione di “inclinazione a testa in giù” (HDT) (tipicamente da − 4 a -6˚ per cui l’intera superficie durante il sonno è inclinata verso il basso [57, 58] simula l’aumento del ritorno venoso cardiaco (e la perdita di pressione ortostatica) che si verifica durante la microgravità. Ciò si traduce in diuresi e risposte cardiovascolari simili a quelle osservate acutamente durante il volo spaziale [57,59], mediate in parte da un aumento del Peptide Natriuretico Atriale (rilasciato dal cuore) e da una riduzione della Renina plasmatica [60,61] Mauran et al., ad esempio, hanno dimostrato che queste risposte ormonali e la diuresi e la natriuresi associate ritornano ai valori di base entro 24 ore [62], provocando una perdita di peso corporeo di circa 1,0-1,3 kg senza variazioni della frequenza cardiaca a riposo o del sangue [58, 60, 61] Brevi periodi di HDT più grave fino a -30 % evocano aumenti graduali della pressione venosa centrale oltre quelli di -6 % HDT [63], sebbene le risposte diuretiche all’angolo HDT siano inferiori a −T6 % non sembra siano stati studiati. Brevi (≤ 2 h) periodi di HDT fino a -40˚ sembrano ben tollerati [64, 65], ma una HDT prolungata ad angoli -12 % aumenta significativamente la pressione intracranica e intraoculare [66]. Inoltre, chi soffre di reflusso gastrico dovrebbe essere consapevole che l’HDT potrebbe in teoria peggiorare la sintomatologia, dato che sollevare la testa sopra il livello del letto (l’opposto dell’HDT) è un rimedio efficace [67,68,69,70]. Questo probabilmente non è un problema per coloro che normalmente non soffrono di reflusso gastrico [71]. Pertanto, i bodybuilder potrebbero plausibilmente impiegare l’HDT durante il riposo e il sonno durante le 12-24 ore prima della competizione per incoraggiare ulteriormente la diuresi se necessario.
Un’altra considerazione quando si manipola l’assunzione di acqua e sodio è il ruolo importante che svolgono nell’assorbimento dei carboidrati. I cotrasportatori sodio-glucosio dipendenti (SGLT) sono proteine presenti nell’intestino tenue che consentono il trasporto del glucosio attraverso la membrana cellulare; una forte evidenza suggerisce che la consegna del trasporto di carboidrati è limitata dalla capacità di trasporto SGLT1 [72,73,74,75]. Poiché il carico di carboidrati sembra avere potenziali benefici per i bodybuilder di apparire “pieni”, è importante la disponibilità di sodio per il co-trasporto del glucosio attraverso le membrane cellulari. È interessante notare che lo studio di de Moraes et al. hanno riferito che il carico di carboidrati ha indotto vari sintomi gastrointestinali nei bodybuilder agonisti [15]. Sebbene l’assunzione di sodio non sia stata riportata in questo studio, alcuni dei sintomi potrebbero essere stati dovuti alla mancanza di sodio nella dieta poiché i bodybuilder hanno riferito di ridurre al minimo l’assunzione di sodio mentre si avvicinano al giorno della gara [11, 14, 20]. Inoltre, poiché ogni grammo di glicogeno attira ~ 3–4g di acqua nel muscolo [31] e questo è un processo dipendente dal potassio (vedi sopra), una mancanza di acqua e di potassio può anche ridurre l’efficacia del raggiungimento di un aspetto “pieno”.
Gestione del glucosio tramite cotrasportatore sodio-glucosio dipendenti (SGLT)1 e SGLT2. Nell’intestino tenue, il glucosio alimentare viene assorbito principalmente da SGLT1 sulla membrana del bordo a spazzola. SGLT1 ha un’elevata affinità (costante di Michaelis-Menten [Km] = 0,4 mmol/L) per il glucosio e trasporta sodio e glucosio con una stechiometria 2:1. Nel rene, il glucosio filtrato dal glomerulo renale viene riassorbito da SGLT2 e SGLT1 espressi rispettivamente nella membrana luminale dei segmenti (S)1 e S2 e nel segmento S3 dei tubuli prossimali. L’affinità di SGLT2 per il glucosio è inferiore (Km = 2 mmol/L) e il trasporto di sodio e glucosio da parte di SGLT2 avviene con una stechiometria 1:1. GLUT, trasportatore del glucosio.
Contrariamente al tipico obiettivo di ridurre l’acqua corporea (extracellulare, sottocutanea), il disturbo psicologico/stress emotivo può causare ritenzione di liquidi corporei [76] attraverso l’azione delle catecolamine (in particolare della Dopamina) [77,78,79] e degli ormoni surrenalici includendo sia il Cortisolo [80] che l’Aldosterone [81]. La ritenzione idrica durante condizioni sperimentali di stress che richiedono competizione è soggetta a variabilità interindividuale, forse dovuta in parte a differenze genetiche [82]. In casi estremi, situazioni emotivamente stressanti possono evocare polidipsia e alterare l’omeostasi dei fluidi in modo tale che aumenti fino a 9 kg (~ 20 libbre) di massa corporea possono accumularsi in appena 48 ore [78, 79]. Pertanto, c’è supporto per l’osservazione empirica comune che lo stress psicologico possa contrastare i tentativi del bodybuilder agonista di ridurre l’acqua corporea, specialmente nei casi estremi di ansia pre-gara. Gli autori raccomandano di eseguire una prova pratica della strategia della Peak Week ~ 2–4 settimane prima della competizione effettiva, in parte per ridurre l’ansia e assicurare al concorrente che la strategia della Peak Week è sia gestibile che efficace. Sebbene ciò vada oltre lo scopo di questo articolo, la gestione dello stress è riconosciuta come un aspetto importante della psicologia dello sport [83, 84] ed è molto probabile che sia importante per i concorrenti che trovano gli ultimi giorni prima della competizione così stressanti da influenzare negativamente il loro aspetto sul palco.
Sulla base di questi principi dell’equilibrio idrico-elettrolitico e delle attuali prove disponibili, sembra che la manipolazione dell’acqua e del sodio debba essere attentamente considerata, pianificata e praticata insieme alla manipolazione dei carboidrati se devono essere utilizzate. Sebbene sembrino esserci alcuni potenziali benefici nell’implementazione di queste strategie per migliorare la forma fisica il giorno della competizione, possono verificarsi effetti potenzialmente dannosi se queste variabili vengono calcolate in modo errato e/o con un cronometraggio errato che può causare ai bodybuilder di perdere il loro picco e/o incorrere in problemi di salute; quindi, lasciare queste variabili a se stesse potrebbe essere un’opzione migliore per alcuni concorrenti. Poiché è stato riferito che i bodybuilder considerano la manipolazione del sodio e dell’acqua come pratiche temporanee ma necessarie minimizzando i potenziali rischi coinvolti, è necessario prestare attenzione poiché sono state segnalate misure estreme che hanno portato a condizioni potenzialmente letali [12, 19, 20]. Le sezioni sulle applicazioni pratiche di questo articolo delineeranno ulteriormente come queste variabili possono essere manipolate in modo sicuro sulla base delle prove attualmente disponibili.
Grassi alimentari:
Oltre al glicogeno, le cellule muscolari immagazzinano anche energia sotto forma di Trigliceridi Intramuscolari (IMT). Infatti, nelle cellule muscolari viene immagazzinata quasi la stessa quantità di energia immagazzinata nell’IMT rispetto al glicogeno [85]. Tuttavia, i depositi di IMT variano considerevolmente negli esseri umani, in parte in funzione dello stato di allenamento, del tipo di fibra muscolare, della sensibilità all’Insulina, del sesso e della dieta [85]. L’IMT possono ammontare a ~ 1 % del peso muscolare [86, 87], ma poiché il grasso è meno denso del muscolo scheletrico [88], il volume di IMT in una cellula muscolare completamente “caricata di grasso” potrebbe superare il 2% del volume muscolare [89, 90]. Nei ratti (17), un singolo esercizio può ridurre il contenuto di IMT muscolare del 30% e tre giorni di una dieta ricca di grassi possono aumentare la conservazione dell’IMT di circa il 60% rispetto al basale [91]. Negli esseri umani, il reintegro alimentare di IMT può essere più lento quando anche il ripristino del glicogeno è una priorità [89, 92, 93, 94]. Tuttavia, le riserve di IMT sono aumentate dall’assunzione di grassi nella dieta [91, 95] e ridotte durante l’esercizio di contro-resistenza [96] e di endurance [85].
Sebbene il carico dei grassi sia una strategia nota nell’ambiente del Bodybuilding da molti anni [97, 98], a mia conoscenza la strategia non è stata studiata direttamente nel contesto della Peak Week del bodybuilding (p. es., in combinazione con altre strategie dietetiche come la supercompensazione del glicogeno) . Nello studio sui roditori menzionato sopra [91], tre giorni di dieta ricca di grassi seguiti da tre giorni di dieta ricca di carboidrati (CHO) hanno determinato una supercompensazione sia dei IMT che del glicogeno; tuttavia, e c’era da aspettarselo, 6 giorni di soli CHO elevati hanno prodotto l’effetto di carico di glicogeno previsto, ma non sono riusciti a elevare i livelli di IMT al di sopra del basale. Negli esseri umani, le diete ad alto contenuto di CHO/a basso contenuto di grassi possono effettivamente far precipitare le riserve di IMT [92,93,94], forse perché i IMT vengono utilizzati preferenzialmente per coprire i costi energetici della riparazione cellulare post-esercizio e dell’assemblaggio di glicogeno-glicogenina [94, 99]. Considerando che un bodybuilder di grandi dimensioni (ad es. un uomo di categoria pesi massimi) può trasportare oltre 60kg di muscoli [100, 101], aumentare le riserve di IMT da uno stato relativamente “esaurito” a uno “carico” potrebbe concepibilmente aumentare il volume muscolare di > 1 % [85 ]; ipoteticamente, questo si traduce nell’aggiunta di ≥ 0,6kg di massa magra. Quindi, il carico di grasso sembra essere una strategia promettente da utilizzare in combinazione con il carico dei CHO durante la Peak Week per i bodybuilder, e quindi merita studi futuri in un ambiente controllato.
Proteine alimentari:
Insieme all’assunzione di carboidrati e grassi durante la Peak Week, l’ottimizzazione dell’assunzione di proteine merita di essere trattata, poiché è una componente importante e indispensabile della dieta. La dose dietetica raccomandata negli Stati Uniti (RDA) per le proteine per gli adulti è di 0,8g/kg [102] ed è rimasta invariata dal ~ 1980, nonostante la continua esposizione della sua inadeguatezza. In un invito a rivalutare e rivedere la RDA, Layman [103] ha sostenuto che il fabbisogno proteico è inversamente proporzionale all’assunzione di energia. Quest’ultimo punto si applica alle persone a dieta in generale, ma ha un significato speciale per gli atleti in condizioni ipocaloriche prolungate, incarnate dai bodybuilder agonisti nel pre-gara. Alla luce di prove crescenti, un’assunzione giornaliera di 1,2-1,6g/kg è stata proposta come ottimale per la popolazione generale che mira a ottimizzare la salute e la longevità all’interno di uno stile di vita fisicamente attivo [104]. Verso l’estremità più atletica dello spettro, nella meta-analisi più completa del suo genere, Morton et al. [105] hanno scoperto che un apporto proteico di ~ 1,6g/kg (IC al 95 % superiore di 2,2 g/kg) massimizzava l’ipertrofia muscolare e la forza negli atleti di resistenza amatori non a dieta. In uno studio più rappresentativo dei bodybuilder, Bandegan et al. [106] hanno valutato la sintesi proteica dell’intero corpo tramite il metodo degli indicatori dell’ossidazione degli aminoacidi (IAAO) e hanno determinato un fabbisogno medio stimato di 1,7g/kg/giorno con un intervallo di confidenza superiore del 95% di 2,2 g/kg/giorno vicino al loro massimo muscolare raggiungibile. In un protocollo simile utilizzando il metodo IAAO, Mazzulla et al. [107] hanno stimato che il fabbisogno proteico degli uomini allenati contro-resistenza è di 2,0-2,38g/kg.
In una review sistematica di Helms et al. [108] è stato riferito che 2,3-3,1g/kg di massa magra (FFM) erano appropriati per soggetti allenati contro-resistenza in condizioni ipocaloriche. Tuttavia, dei sei studi inclusi nella review, solo due hanno coinvolto atleti competitivi altamente allenati e solo uno studio ha esaminato i bodybuilder agonisti. Quest’ultimo studio è stato condotto da Mäestu et al. [109], che hanno monitorato la composizione corporea e il profilo ormonale di bodybuilder di livello nazionale e internazionale durante le ultime 11 settimane di preparazione al contest. I concorrenti hanno dichiarato che non stavano utilizzando steroidi da un minimo di due anni prima dello studio. L’assunzione di proteine era di 2,68g/kg (2,97 g/kg FFM) al basale e 2,48 g/kg (2,66 g/kg FFM) al punto di valutazione finale (3 giorni prima della gara).
Chappell et al. [2] hanno riportato che nei bodybuilder di alto livello natural, l’assunzione di proteine di fine preparazione di uomini e donne che si sono posizionati tra i primi 5 è stata rispettivamente di 3,3g/kg e 2,8g/kg. La composizione corporea non è stata riportata in questo studio. Sulla base dei tipici intervalli percentuali di grasso corporeo alla fine della preparazione, l’aggiunta del 4-6% all’assunzione degli uomini e del 13-15% all’assunzione delle donne fornirebbe una stima dei grammi di proteine consumati per kg di FFM. Un caso studio di Kistler et al. [3] su un campione di bodybuilder natural di alto livello ha riportato un apporto proteico di 3,4g/kg (3,6 g/kg FFM). Sebbene la natura descrittiva di questi studi precluda la capacità di trarre conclusioni sul fatto che il livello di assunzione osservato fosse benefico, neutro o dannoso da un punto di vista fisico, sembrano convergere su un dosaggio proteico simile nella fase finale del periodo pre-gara.
Una possibile considerazione per il dosaggio delle proteine durante la Peak Week è se mantenere l’assunzione di proteine statica o modificarla durante le fasi di esaurimento e carico dei carboidrati. Sebbene attualmente non esistano prove concrete su ciò che è ottimale per la nostra conoscenza, lo studio di de Moraes et al. [15] che ha riportato un aumento del volume muscolare e un miglioramento dell’aspetto fisico come risultato di un protocollo di carico di carboidrati fornisce alcune prove che i bodybuilder alterano il loro apporto proteico durante la Peak Week. In questo studio, il protocollo di esaurimento/carico prevedeva tre giorni di dieta a basso contenuto di carboidrati (1,1g/kg) e ad alto contenuto proteico (3,2g/kg) seguiti da un solo giorno di dieta ad alto contenuto di carboidrati (9,0g/kg) e dieta ipoproteica (0,6g/kg). Sembra probabile che si sarebbero verificati aumenti simili del volume muscolare se le proteine fossero state mantenute statiche. Tuttavia, nonostante il ridotto apporto proteico (46,6g nel giorno durante il carico di carboidrati rispetto ai 252,4g nei giorni di scarica dei carboidrati), il disagio gastrointestinale era ancora significativamente maggiore rispetto al gruppo di controllo senza carico di carboidrati. Ciò indica la possibilità che mantenere alta l’assunzione di proteine durante il giorno di carico avrebbe ulteriormente peggiorato i sintomi gastrointestinali, potenzialmente a causa di un’eccessiva assunzione di cibo. Un’alternativa sarebbe quella di mantenere le proteine statiche, ma ridurre il carico di carboidrati (che in questo caso era ~714g), tenendo più di 1 giorno per il carico di carboidrati. Questo sembra un approccio più pratico (vedi sopra), in modo tale che un apporto totale di carboidrati ancora maggiore possa essere consumato ma con meno rischio di problemi gastrointestinali.
Una strategia potenzialmente praticabile per alterare l’assunzione di proteine durante la Peak Week è mantenere l’assunzione di proteine relativamente alta a ~ 2,5–3,5g/kg/giorno durante i primi ~ 3 giorni di esaurimento del glicogeno di una strategia di supercompensazione del glicogeno, seguita da una apporto proteico di ~ 1,6g/kg/giorno durante una dieta ricca di carboidrati per 1-3 giorni (vedi sopra), terminando almeno 24 ore prima della competizione programmata. Successivamente, potrebbe essere impiegata una strategia per indurre la diuresi e (ulteriormente) aumentare le riserve di IMT durante il giorno precedente la competizione seguendo una dieta ricca di proteine e povera di carboidrati (riccha di grassi) per un breve periodo (~12-24 h). Come discusso in precedenza, quando si caricano i carboidrati utilizzando un approccio a basso contenuto di grassi, i livelli di IMT possono diminuire, ma livelli elevati di glicogeno persistono per diversi giorni senza contrazioni impegnative che riducono il glicogeno (ad esempio, esercizio contro-resistenza o eccessiva attività fisica). Alti livelli di glicogeno intramuscolare e dell’acqua intracellulare associata impedirebbero quindi la perdita di ICW che tipicamente accompagna la diuresi. Aumentare l’assunzione di proteine consumate il giorno prima del contest, o semplicemente consumare proteine ad alti livelli tipicamente impiegati dai bodybuilder pre-gara (~ 3,0-3,5g/kg/giorno; vedi sopra) e recentemente dimostrato di essere generalmente sicuro per periodi più lunghi [ 110], incoraggerà una maggiore deaminazione ossidativa degli amminoacidi e l’ureagenesi [111] che si avvicinano ai tassi massimi osservati in individui sani [112, 113]. La clearance dell’urea ematica a sua volta richiede un gradiente osmotico durante la sua escrezione renale, causando così diuresi [114, 115]. Inoltre, il ritorno a una dieta a basso contenuto di carboidrati (ad esempio, una simile a quella utilizzata all’inizio della settimana per il carico di grassi in preparazione al carico di carboidrati) promuoverebbe anche la perdita di acqua corporea [116, 117]. Pertanto, aumentare o mantenere un’assunzione elevata di proteine mentre si riduce l’assunzione di carboidrati e contemporaneamente aumenta l’assunzione di grassi durante il giorno prima della competizione, annullerebbe i guadagni indesiderati di acqua extracellulare/sottocutanea sperimentati durante il carico di carboidrati [118]. Sarebbe inoltre complementare ad altre misure strategiche progettate per indurre la diuresi come la manipolazione dell’assunzione di acqua/sodio/potassio, l’integrazione alimentare e il posizionamento del corpo (ad es. HDT) che offrirebbe anche una seconda opportunità per il carico dei grassi durante la Peak Week. Nell’incertezza sull’efficacia della modifica di de Moraes et al. e altri protocolli può essere mitigata solo per tentativi ed errori, come verrà ulteriormente discusso nella sezione delle applicazioni pratiche, e giustificano ulteriori indagini scientifiche.
Supplementazione alimentare:
Il consumo di integratori è comune tra i bodybuilder ed è spesso manipolato durante le loro fasi preparatorie (cioè off-season e pre-gara) [2, 3, 5]. Sebbene sia ben noto che i bodybuilder utilizzino integratori come proteine in polvere, polimeri del glucosio, stimolanti pre-allenamento, sostanze adattogene/nootrope, creatina, vitamine/minerali, omega-3, termogenici, diuretici erboristici e molto altro [2, 7], c’è una scarsità di dati su come questi integratori influenzino il processo di picco dell’atleta per migliorare la propria condizione fisica. Quindi, discuteremo i potenziali benefici dell’utilizzo di integratori alimentari (cioè polveri di proteine / carboidrati, acidi grassi), creatina ed erbe durante la settimana di punta.
Integratori alimentari che forniscono un substrato energetico come proteine e carboidrati sono stati regolarmente segnalati da altri ricercatori che esaminano i bodybuilder [2, 3, 5]. Chappell et al. [2] hanno esaminato cinquantuno (35 uomini e 16 donne) bodybuilder natural e hanno scoperto che ~ 75 % degli uomini e ~ 89 % delle donne sono stati integrati con polveri proteiche. L’integrazione di carboidrati era meno popolare, con solo il ~37 % dei concorrenti uomini e nessuna concorrente donna che ne segnalava l’uso. I bodybuilder possono utilizzare questi integratori alimentari come mezzo per manipolare e consumare quantità specifiche di macronutrienti. Come accennato in precedenza nelle sezioni carboidrati e acqua/sodio, i bodybuilder cercano di massimizzare il glicogeno muscolare e il suo effetto osmotico associato come mezzo per aumentare il volume muscolare totale. Pertanto, è comune integrare con varie polveri di carboidrati (ad esempio Destrosio, Ciclo-Destrine altamente ramificata, ecc.). Le caratteristiche dei carboidrati come l’osmolalità, il tasso di clearance gastrica e l’indice glicemico sono alcune delle variabili fisiche che gli atleti dovrebbero prendere in considerazione poiché possono variare significativamente tra le fonti e possono influire sui sintomi gastrointestinali (ad es. gonfiore, crampi, diarrea, stitichezza, ecc.) [ 119,120,121]. Inoltre, è stato dimostrato che l’indice glicemico di diverse fonti di carboidrati influisce sui tassi di sintesi del glicogeno [122, 123]. Questo può essere di maggiore importanza per i bodybuilder che mirano a riempire le riserve di glicogeno in una finestra temporale breve (ad esempio dopo aver preso peso), poiché i carboidrati ad alto indice glicemico hanno dimostrato tassi di risintesi del glicogeno superiori [122]. Tuttavia, in un arco di tempo più lungo (cioè 8 + ore), le riserve di glicogeno possono essere reintegrate in modo simile, indipendentemente dalla frequenza di alimentazione [124], quando si consuma una quantità totale adeguata di carboidrati [125]. Inoltre, i dati hanno dimostrato che la combinazione di proteine e carboidrati può migliorare la risintesi del glicogeno [126]. Tuttavia, sembra prudente che gli atleti non “sperimentino” durante la Peak Week con nuovi CHO, fonti proteiche o altri integratori non integrati nelle strategie specifiche della Peak Week per ridurre il rischio di manifestare sintomi gastrointestinali negativi o altre conseguenze deleterie.
Esistono prove sostanziali a sostegno dell’uso della supplementazione di creatina per i bodybuilder. Chappell et al. hanno riferito che ~ 48 % degli uomini e ~ 51 % delle donne hanno integrato con creatina durante la preparazione del contest [2]. È stato dimostrato che la creatina migliora la composizione corporea (cioè aumenta la massa corporea magra, diminuisce la massa grassa) [127, 128] e aumenta lo stato di idratazione intracellulare [129, 130]. Ziegenfuss et al. [129] hanno dimostrato che una fase di carico di creatina di tre giorni ha aumentato il volume del fluido intracellulare di ~ 3 % senza influire sul fluido extracellulare. L’uso dell’analisi dell’impedenza bioelettrica multifrequenza (MBIA) ha indotto alcuni a interpretare inizialmente i dati con un certo scetticismo. Tuttavia, uno studio di follow-up che impiega lo stesso schema di carico di creatina di tre giorni ha osservato un aumento del 6,6% del volume muscolare della coscia tra gli atleti di potenza NCAA d’élite, come determinato dalla risonanza magnetica standard [131]. È stato anche dimostrato che l’integrazione di creatina aiuta nella sintesi del glicogeno e nella sua supercompensazione [132]. Inoltre, il consumo di CHO con creatina aumenta il carico di creatina [133], che aumenta l’idratazione cellulare come detto sopra [32, 129]. Infine, i livelli di creatina muscolare diminuiscono molto lentamente dopo il carico [134], quindi l’assunzione di creatina dopo il carico di glicogeno nella settimana di picco non è necessaria, tranne forse in piccole quantità per accelerare potenzialmente l’apporto di carboidrati dell’ultimo minuto, il giorno della competizione, nel muscolo scheletrico. Pertanto, l’integrazione di creatina può essere uno strumento potenzialmente efficace durante la Peak Week per l’espansione acuta della massa muscolare. Tuttavia, va notato che non tutti gli individui risponderanno all’assunzione di creatina esogena a fronte di un aumento significativo del contenuto di creatina muscolare [135, 136]. In particolare, i “responder” tendono ad essere quelli che hanno un’area di fibre muscolari di tipo II più ampia (cioè quelli con una propensione innata per lo sprint e/o gli sport di forza/potenza) [137, 138] e/o quelli con creatina iniziale inferiore ai livelli basali, forse a causa della mancanza di assunzione (p. es., coloro che non hanno integrato con creatina o che sono vegetariani che non integrano) [139].
L’integrazione di acidi grassi omega-3 [acido eicosapentaenoico (EPA), acido docosaesaenoico (DHA)] è stata osservata anche nei bodybuilder [2, 3]. Chappell et al. hanno riferito che il 39% degli uomini e il 47% delle donne consumavano un integratore di omega-3 (ad esempio olio di pesce, krill, olio di lino) [2]. Sebbene dati sostanziali in molti dati demografici della popolazione supportino l’uso di EPA e DHA come mezzo per ridurre l’infiammazione sistemica e migliorare la sensibilità all’insulina [140, 141], rimane sconosciuto se ciò possa migliorare il processo di picco.
Come discusso in precedenza, l’uso di diuretici è stato comunemente riportato nel bodybuilding agonistico [8, 19,20,21, 34, 35]. I bodybuilder usano spesso diuretici (sia estratti vegetali che farmaci) per aumentare la produzione di urina ed espellere il sodio nel tentativo di alterare il volume dei liquidi, migliorare la composizione corporea e presentare un fisico più “qualitativo”[142]. Inoltre, alcuni possono utilizzare i diuretici per ridurre la massa corporea totale con l’obiettivo di stabilire una specifica classe di peso [8, 19,20,21, 34, 35, 143]. Ad esempio, Caldwell et al. [143] hanno studiato gli effetti di un diuretico da prescrizione (Furosemide 1,7mg/kg) su atleti di vari sport (ad es. sollevatori di pesi e artisti marziali) e hanno riportato una significativa riduzione della massa corporea totale (-3,1 α 0,8kg) in un periodo di 24 ore. Tuttavia, a causa dei potenziali effetti collaterali e della loro capacità di mascherare l’uso di farmaci per il miglioramento delle prestazioni, i diuretici soggetti a prescrizione sono stati vietati dall’Agenzia mondiale antidoping [144]. Sebbene questi farmaci non siano presumibilmente utilizzati dai bodybuilder natural, sono stati impiegati da agonisti non sottoposti a test [19, 20]. È interessante notare che alcuni integratori a base di erbe che non sono vietati hanno dimostrato un effetto diuretico e possono essere impiegati allo stesso modo da culturisti doped e natural. Ad esempio, è stato dimostrato che il Taraxacum Officinale (Dente di Leone) aumenta significativamente la frequenza di urinazione e la produzione di escrezione in modo acuto (cioè entro una finestra di 10 ore) [145]; tuttavia, per quanto ne sappiamo, nessuna ricerca ha esaminato direttamente il suo impatto sugli spostamenti dei fluidi intracellulari rispetto a quelli extracellulari o sulla sua efficacia durante la Peak Week.
Attività del Furosemide
La vitamina C (acido ascorbico) è idrosolubile e considerata non tossica anche in quantità elevate [146]. Poiché richiede la filtrazione renale per l’escrezione, provoca anche diuresi osmotica [147]. La ricerca supporta un effetto diuretico della vitamina C sia orale che endovenosa [148], con dosi giornaliere di appena 11mg/kg che producono diuresi nei bambini [149], sebbene una dose endovenosa di 500mg non sia riuscita a indurre diuresi nei maschi adulti [150] . Uno studio sia su soggetti sani che su pazienti con carenza di vitamina C ha dimostrato che le perdite urinarie di vitamina C (e la diuresi concomitante) si verificano solo al di sopra della soglia di concentrazioni ematiche di ~ 14mg/L (che corrisponde ai livelli di saturazione dei tessuti). Questi dati suggeriscono che il raggiungimento di concentrazioni ematiche di vitamina C che promuovono la diuresi varia in funzione dei tassi di assorbimento e assorbimento/deposito nei tessuti [151] (3). Dato il suo uso comune, la relativa sicurezza e la potenziale efficacia come diuretico non farmacologico, l’uso dell’acido ascorbico in uno scenario di picco della preparazione (compresi i modelli di dosaggio per ridurre al minimo il disagio gastrointestinale e ottimizzare le concentrazioni ematiche nel contesto dei tempi dei pasti e di altri fattori che possono influenzare l’assorbimento) giustificano ulteriori ricerche. Infatti, a causa della scarsità di ricerche disponibili sull’argomento, è difficile formulare raccomandazioni definitive sull’uso e sul dosaggio durante la Peak Week. Tuttavia, sulla base delle prove disponibili, il dosaggio ripetuto (ogni poche ore) di 500-1000mg di vitamina C è una strategia praticabile da utilizzare durante le 12-24 ore prima della competizione per accelerare potenzialmente la perdita di acqua corporea con effetti collaterali minimi (ad es. disturbi gastrointestinali). Si prega di notare che è necessaria cautela poiché un consumo eccessivo di vitamina C può causare diarrea osmotica [152].
L’uso di un integratore di Caffeina è di menzione speciale per le sue proprietà diuretiche. Dosi di almeno ~ 250-300mg di Caffeina (2-3 tazze di caffè) possono essere assunte per promuovere la diuresi acuta in coloro che non sono tolleranti alla caffeina a causa dell’uso cronico [153]. D’altra parte, diversi giorni di astinenza possono ripristinare la sensibilità agli effetti diuretici della caffeina (sebbene l’effetto diuretico sia ancora presente solo a queste dosi maggiori) [154]. Anche gli effetti diuretici, migliorativi dell’umore [155] e delle prestazioni della caffeina [156] dovrebbero essere considerati nel contesto di potenziali disturbi del sonno se assunta in modo acuto per promuovere la diuresi per ridurre il peso la notte prima della competizione, così come l’effetto di astinenza se l’uso viene interrotto bruscamente [157]. Una potenziale strategia della Peak Week sarebbe quella di limitare la caffeina all’inizio della settimana (specialmente nei consumatori cronici, per ripristinare la sensibilità), impiegarla all’inizio della giornata come diuretico (p. es., il giorno prima della competizione) per limitare gli effetti negativi su qualità del sonno e continuare il suo uso in seguito (p. es., il giorno della competizione) per prevenire gli effetti di astinenza sia sull’omeostasi dei liquidi che sull’umore e sull’eccitazione [157]. È stato notato che la caffeina può essere impiegata (3-8mg/kg) come agente per accelerare il carico di glicogeno [158], sebbene i dati siano scarsi ed equivoci su questo effetto [159]. Pertanto, gli atleti che potrebbero scegliere di includere la caffeina per aumentare il carico di carboidrati a metà della Peak Week potrebbero anche perdere la sua utilità come diuretico durante i giorni successivi (ad esempio, quando tentano di “asciugarsi” ~ 24h prima di salire sul palco ).
L’uso del farmaco Metformina (500mg-1.5g/die) è utilizzato durante i giorni di ricarica dei CHO della Peak Week. Essa aumenta la sensibilità all’insulina e il miglioramento del ripartizionamento calorico. Nonostante riduca in parte l’assorbimento glucidico e possa alterare la glicogenolisi epatica, molti atleti hanno riferito di usarla con successo aggiustando la quantità di carboidrati la dove necessario e senza compromissioni della supercompensazione del glicogeno muscolare. La pratica d’uso della Metformina ha di gran lunga sostituito il malsano utilizzo dell’Insulina la quale mostra una quantità secreta più che sufficiente dall’alimentazione. L’aggiunta di un GDA (farmacologico o OCT) ne migliora l’effetto. Si sconsiglia un suo inserimento nella Peak Week se non già testata in precedenza dal momento che può causare disturbi gastrointestinali con conseguenti eventi diarroici.
Come sostituto alla Metformina, l’uso della Berberina è stato applicato da alcuni atleti durante la Peak Week nei giorni di ricarica dei carboidrati. L’attività della Berberina, similmente alla Metformina, si esplica attraverso i PPAR–γ e l’attivazione indiretta del AMPK, con conseguente aumento del uptake del glucosio (migliore insulino sensibilità) sia da parte del miocita che del adipocita (quest’ultimo, in una condizione di bassa concentrazione e deplezione epatico-muscolare di glicogeno risulta limitato per ciò che concerne la ripartizione calorica).
Meccanismo d’azione della Metformina
I dosaggi di Berberina che hanno dimostrato un impatto statisticamente significativo, anche alla luce della ricerca scientifica svolta fino ad oggi, vanno dai 500mg a 1.5g al giorno assunti in 2-3 somministrazioni di uguale portata distribuite durante la giornata (preferibilmente prima dei pasti principali). L’abbinamento con la Silimarina ha mostrato di aumentarne la biodisponibilità. L’emivita della Berberina è stata stimata essere di circa 5-6 ore.(The 5-minute Herb and Dietary Supplement Consult – a cura di Adriane Fugh-Berman (pag. 158)) Ai dosaggi comunemente usati nella medicina tradizionale e nel limite di 1.5g/die la Berberina è ben tollerata e sicura; a dosaggi più alti può determinare: disturbi gastrointestinali, dispnea, diminuzione pressoria, sintomi simil-influenzali e danno cardiaco. (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10767672)
Effetto della Berberina sul metabolismo glucidico
I “NO-booster” vengono utilizzati da alcuni atleti il giorno del contest. Alcuni si limitano ad assumere 8g di Citrullina Malato 30 minuti-1h prima di salire sul palco. Altri, invece, aggiungono, al fine di potenziare l’effetto “pump”, il Sildenafil assumendolo ad un dosaggio di 25-100mg 1h prima di salire sul palco.
Alcuni “intrepidi” con poca conoscenza su farmacologia ed emivita, somministrano per via intramuscolare nei gruppi carenti la PGF1-α per aumentare il “pump” in questi gruppi. Si tratta di una pratica di nicchia e, in definitiva, poco efficace per via della breve vita attiva della molecola (pochi minuti) e la scomodità di utilizzo durante un contest.
Sono anche utilizzate le soluzioni topiche anti-infiammatorie e drenanti per aumentare il flusso dei liquidi extracellulari dalle zone critiche come le gambe. Molecole come il Glicosaminoglicanopolisolfato che viene applicato a partire dall’ultimo post workout del “Leg Day” fino alla sera prima del contest con applicazione in 3 somministrazioni. La sua efficacia è risultata apprezzabile e additiva con le altre pratiche per il controllo dei liquidi extracellulari, anche se vanno comunque valutate le risposte individuali.
I bodybuilder utilizzatori di PEDs usano in vista della Peak Week anche pratiche per la riduzione marcata degli estrogeni per via farmacologica (vedi inibitori dell’Aromatasi) nel tentativo di ridurre lo spessore della pelle. L’Estradiolo, come il GH, è implicato nella sintesi di collagene, una riduzione ulteriore di queste due variabili potrebbe ridurre nel giro di 14 giorni lo spessore cutaneo. La pratica, per essere oggettiva, deve basarsi sugli esami ematici di controllo per valutare i livelli di E2. Non esiste alcuna letteratura in merito ma semplici dati aneddotici raccolti negli anni. E’ scontato dire che gli effetti negativi degli estrogeni sullo spessore della pelle possono richiedere diversi mesi affinché vangano eliminati completamente, quindi il mantenimento di un elevato livello di estrogeni durante i primi mesi di preparazione alla gara per poi farli calare fino al livello minimo solo un paio di settimane prima dell’esibizione non è l’ideale. Per tutti coloro che usano grandi dosi di AAS aromatizzabili per tutta la maggior parte della preparazione, tenete questo bene in mente.
Fibre e FODMAP:
La fibra alimentare è materia vegetale indigeribile proveniente da fonti di carboidrati che possono essere classificate come idrosolubili o insolubili (cioè fermentabili) e svolge un ruolo vitale nella salute gastrointestinale e nella regolarità del movimento intestinale [160]. I culturisti che mirano a ridurre la massa corporea totale durante la Peak Week come mezzo per fare una particolare classe di peso possono trarre beneficio dalla riduzione intenzionale dell’assunzione di fibre. Ad esempio, Reale et al. [55] hanno studiato l’effetto delle manipolazioni dietetiche (cioè macronutrienti, fibre, sodio e assunzione di acqua) sulla perdita di peso acuta per gli atleti da combattimento e hanno prescritto 10-13g di fibre per ridurre il contenuto intestinale totale e la massa corporea. Diverse fonti di cibo influiscono sulle caratteristiche di massa fecale e quelle ricche di fibre tendono ad aumentare l’acqua nello spazio interstiziale e la massa delle feci [161]. I dati hanno dimostrato che una relazione diretta tra l’assunzione di fibre e il contenuto intestinale con periodi di restrizione acuta (di appena due giorni) è efficace nello svuotamento/pulizia del tratto gastrointestinale [162]. Pertanto, la logica per ridurre l’assunzione di fibre prima della competizione è in genere quella di ridurre al minimo il rischio di gonfiore/ritenzione idrica [11] e, per alcuni, può essere una strategia efficace per stabilire una classe di peso.
Sebbene la ricerca sull’argomento sia limitata, Chappell et al. [11] hanno riferito che i bodybuilder che hanno osservato hanno ridotto gravemente il loro apporto di fibre principalmente riducendo/omettendo le verdure fibrose durante la Peak Week. Inoltre, è ben noto che oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentati (FODMAP) sono scarsamente assorbiti, attirano fluidi all’interno del tratto gastrointestinale e aumentano la probabilità di gonfiore/gas [163]. Pertanto, potrebbe essere consigliabile per i bodybuilder limitare le fonti di cibo ad alto contenuto di FODMAP durante la Peak Week. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui anche le fonti alimentari come latticini e fonti ricche di lattosio e glutine sono aneddoticamente limitate in questo periodo. D’altra parte, fonti di fibre come la gomma di guar [164] e lo psillio [165], che hanno dimostrato di ridurre i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile dominata sia da stitichezza che da diarrea, potrebbero essere impiegate su base individuale per compensare il disagio gastrointestinale, come notato sopra nello studio di de Moraes et al. [15]. Nonostante la mancanza di dati all’interno di questo gruppo demografico, la fibra alimentare è probabilmente una variabile che può influire sul processo di picco di un bodybuilder e dovrebbe essere considerata su base individuale nel contesto con gli altri aspetti dell’approccio della Peak Week.
Allenamento:
Poiché i bodybuilder si allenano invariabilmente e principalmente con esercizi contro-resistenza (RE), la misura in cui questo tipo di allenamento in particolare riduce il glicogeno e i IMT merita una considerazione. In uno studio iniziale sull’uso di substrati energetici durante un RE in bodybuilder allenati, Essen-Gustavsson e Tesch [96] hanno scoperto che una sessione di RE ad alto volume nella parte inferiore del corpo riduceva sia il glicogeno che i IMT del vasto laterale di ~ 30%, e che sia i livelli a riposo che l’entità della deplezione era correlata rispettivamente agli enzimi energeticamente connessi come la esochinasi e il 3-idrossi-Co-A deidrogenasi. In un altro studio, solo tre serie di Curl delle braccia (80% 1RM o ~ 12RM) erano sufficienti per ridurre il glicogeno del bicipite brachiale del 24 % e aumentare il lattato muscolare ~ 20 volte nei bodybuilder allenati [166]. Allo stesso modo, Roberg et al. [167] hanno scoperto che 6 serie di estensioni del ginocchio (~ 13 ripetizioni/serie; intervalli di riposo di 2 minuti) hanno ridotto il glicogeno muscolare di circa il 40% negli uomini allenati contro-resistenza, ma i livelli di glicogeno hanno recuperato il 50% delle perdite durante le 2 ore di riposo a digiuno, presumibilmente a causa dell’immediata assimilazione post-esercizio dei metaboliti glicogenolitici (ad esempio, lattato) [168]. Lo stesso gruppo ha anche scoperto che un regime di corrispondenza del carico di lavoro esterno (impiegando il doppio del carico in modo tale da impostare una media di solo ~ 6 ripetizioni ad esaurimento) produceva un modello quasi identico di uso di glicogeno e recupero immediato post-esercizio. Pertanto, il RE eseguito con intervalli di ripetizioni comunemente impiegati tra i bodybuilder riduce sostanzialmente le riserve di glicogeno muscolare in un modo correlato al carico di lavoro/volume di una data seduta.
In linea con la ricerca precedente che suggeriva che l’ossidazione del grasso è maggiore nelle donne così come in quelle con livelli di grasso corporeo più elevati [85, 169], uno studio su donne obese non allenate ha rilevato che il 42% delle riserve IMT miste a riposo sono state utilizzate solo durante 6 serie di 10 ripetizioni di estensione del ginocchio [170]. Mentre i IMT erano tornati al 33% al di sotto della linea di base 2 ore dopo l’esercizio, nonostante l’assenza di assunzione di cibo, le riserve di glicogeno muscolare sono diminuite solo del 25% nel corso della seduta, ma non sono riuscite a recuperare significativamente in assenza di consumo di cibo [170]. I dati di cui sopra suggeriscono che il ripristino dei IMT può procedere lentamente in luogo delle fonti alimentari [171], mentre per i CHO è necessario per ripristinare sostanzialmente i livelli di glicogeno una deplezione acuta post allenamento contro-resistenza con riassorbimento degli intermedi glicolitici.
Pertanto, il potenziale di modificare le riserve di glicogeno intramuscolare e di IMT attraverso la dieta (vedi sopra) e l’esercizio è chiaro, ma gli effetti corrispondenti possono essere variabili tra i bodybuilder in funzione della dieta pre-gara (la composizione e il contenuto dei macronutrienti possono influenzare le riserve a riposo), attività enzimatica muscolare e sesso, tra le altre variabili non studiate. Anche il danno muscolare indotto dall’esercizio può essere importante nell’interpretazione dei dati di cui sopra poiché è altamente variabile [172,173,174], una funzione dello stato di allenamento [175] e noto per compromettere la sensibilità all’insulina muscolare [176] così come il rifornimento di glicogeno [177] . Evitare un danno muscolare eccessivo può quindi essere importante quando si considera una strategia di allenamento contro-resistenza durante la Peak Week non solo per massimizzare le riserve di glicogeno e IMT, ma anche per prevenire indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata indesiderato che potrebbe impedire la capacità di attivare i muscoli [178] durante la posa sul palco. In effetti, le richieste energetiche di recupero da un allenamento apportante danno muscolare possono essere così grandi che in casi estremi i livelli di glicogeno possono continuare a diminuire dopo l’esercizio e non recuperare completamente in 24h nonostante un elevato consumo di CHO (10 g/kg/giorno) [179 ]. La variabilità nell’entità dell’infiammazione post-esercizio [180, 181] può anche spiegare la sopra menzionata variabilità nell’entità dell’idratazione che accompagna il carico di glicogeno. I livelli di IMT a riposo e di glicogeno sono più elevati e vengono utilizzati più facilmente in soggetti allenati che impiegano un carico di lavoro assoluto maggiore. Tuttavia, il ripristino post-esercizio di entrambe le riserve di energia è correlato alla sensibilità all’insulina e procede in modo simile rispetto ai depositi a riposo, indipendentemente dallo stato di allenamento [182]. Pertanto, l’elevata sensibilità all’insulina generalmente osservata nei bodybuilder nel pre-gara [5, 7, 90, 183, 184] conferisce un vantaggio per i depositi di IMT e il ripristino del glicogeno dopo sessioni di allenamento ad alto fabbisogno di substrato [185], ma la loro maggiore massa e capacità muscolare per ridurre le riserve di energia muscolare impongono che l’assunzione di grassi alimentari e CHO debba essere proporzionalmente grande per garantire un effetto super compensativo.
Applicazioni pratiche per la Peak Week:
È evidente che i bodybuilder implementano una varietà di strategie per la Peak Week nonostante la scarsità di ricerche specifiche sulla sicurezza e l’efficacia sui bodybuilder. Poiché ci sono molte variabili correlate da considerare durante il processo di picco che si influenzano direttamente a vicenda, non sono possibili raccomandazioni specifiche per la Peak Week. Inoltre, ci sono significative risposte interindividuali alla manipolazione di queste variabili e i bodybuilder potrebbero dover adottare approcci diversi durante la Peak Week a seconda delle loro circostanze, obiettivi e come il loro corpo risponde alle alterazioni delle variabili. Ad esempio, gli approcci alla Peak Week potrebbero differire sostanzialmente in base alle circostanze di un bodybuilder che deve raggiungere un peso per una specifica classe rispetto a un bodybuilder che non è vincolato da un limite di peso. Allo stesso modo, gli atleti che gareggiano nelle varie suddivisioni di categoria del bodybuilding potrebbero dover adottare approcci diversi (ad es. women’s physique/figure/wellness/bikini/fitness e men’s physique/classic physique) in cui gli standard di giudizio possono differire da quelli del bodybuilding tradizionale.
Mentre una discussione approfondita degli standard di giudizio sfumati e in qualche modo fluidi (che variano tra le numerose federazioni/organizzazioni di bodybuilding) delle varie categorie del culturismo competitivo esula dallo scopo di questo articolo, le seguenti considerazioni generali possono essere applicate nella costruzione di una strategia della Peak Week per queste altre categorie:
(1) Lo standard per la magrezza nelle divisioni femminili non bodybuilding spesso richiede livelli di grasso corporeo più elevati e meno muscolosità rispetto al bodybuilding femminile, e può anche quindi richiedere poche o nessuna delle manipolazioni della Peak Week descritte fino a qui ;
(2) Aneddoticamente, le concorrenti femminili (tipicamente nelle divisioni Bikini o Figure) possono ridurre intenzionalmente il grasso corporeo totale per ottenere livelli di grasso corporeo inferiori e competitivi e, invece di applicare procedure diuretiche, “carico d’acqua”, nel tentativo di ridurre la comparsa di eccessivo magrezza, mantengono l’aspetto desiderato di una distribuzione del grasso corporeo più uniformemente e omogenea;
(3) I concorrenti fitness, in cui vengono giudicate le prestazioni fisiche e l’aspetto fisico, potrebbero dover creare approcci altamente individualizzati al ripristino dell’acqua e dei depositi energetici che ottimizzino la competitività, minimizzino il rischio di lesioni e tengano conto della tempistica relativa dei set di routine e fisici nel corso di una gara.
Date le attuali prove discusse nel corso di questo articolo, offro le seguenti raccomandazioni generali per i bodybuilder al fine di aiutare i lettori a sviluppare strategie personalizzate per la Peak Week che coordinino l’assunzione di macronutrienti, le strategie di idratazione e di gestione degli elettroliti, l’integrazione e la routine di allenamento contro-resistenza/endurance(cardio). È importante sottolineare che queste raccomandazioni non dovrebbero essere considerate “regole” concrete in quanto esiste una significativa variabilità individuale di come gli atleti possono rispondere alla manipolazione di queste variabili. Infatti, a causa del numero di variabili che possono essere manipolate e degli scenari espansi che possono verificarsi, presento linee guida più specifiche di Peaking per:
(1) Un concorrente Physique femminile (60kg che non è vincolata da un limite di peso (BB1);
(2) un bodybuilder supermassimo (105 kg) che non è vincolato da un limite di peso (BB2);
(3) un concorrente Classic Physique che deve essere sotto un limite di peso (85 kg) in base alla sua classe di altezza (BB3)
In tutte le circostanze, si presumerà che i concorrenti effettuino il check-in (e il peso, se applicabile) il venerdì pomeriggio per competere il sabato mattina per il giudizio preliminare e il sabato sera per le finali. Si prega di notare che, nonostante queste circostanze specifiche, le raccomandazioni presentate nella Fig. 1 e nelle Tabelle 1, 2 e 3 dovrebbero essere viste come punti di partenza raccomandati che probabilmente richiederanno aggiustamenti basati sulle risposte dell’individuo all’alterazione delle variabili. La strategia simulata della Peak Week nella Fig. 1 è presentata solo come illustrativo esemplificativa e non devono essere considerati consigli dietetici, di esercizio fisico e/o medici prescrittivi. Si prega di fare riferimento al testo per una spiegazione razionale dettagliata per la manipolazione di macronutrienti, acqua, sodio e potassio presentata nella Fig. 1 e nelle Tabelle 1, 2 e 3. A tal fine, le strategie della Peak Week includerebbero le seguenti considerazioni:
1) Durante un protocollo di esaurimento/supercompensazione indotta da allenamenti contro-resistenza, l’attività fisica dovrebbe coinvolgere tutti i principali gruppi muscolari e impiegare una varietà di esercizi per garantire una riduzione diffusa dei livelli di IMT e di glicogeno nell’intera massa muscolare.
2) Utilizzando uno schema di ripetizione relativamente alto (>12 ripetizioni) con un approccio a volume più basso o più alto [167], ed esercitando uno sforzo e/o un carico sufficienti per impegnare la maggior parte dei tipi di fibre [186,187,188] ma fermandosi prima del cedimento applicando un rapporto tra volume/intensità ben delineato e non eccessivo, evitando nuovi esercizi, sembra un approccio prudente per garantire che il danno muscolare sia ridotto al minimo.
3) Gli esercizi che sovraccaricano il muscolo nella fase di allungamento/o eccentrico dominante (es. Stacco da terra rumeno, DB Lat Pullover, DB Fly) dovrebbero essere ridotti al minimo poiché è stato dimostrato che l’allenamento con modalità di allungamento aumenta il danno muscolare [189].
4) L’esercizio cardiovascolare dovrebbe essere ridotto o eliminato preferibilmente prima di entrare nella fase compensatoria delle riserve energetiche nei giorni precedenti la competizione.
5) L’allenamento contro-resistenza durante la Peak Week dovrebbe generalmente avvenire all’inizio della settimana, distribuito su 3-4 giorni a seconda della suddivisione di allenamento abituale dell’atleta, per consentire un tempo adeguato per la supercompensazione durante i giorni prima di salire sul palco di gara. Allenare le gambe per prime in questa serie di allenamenti della Peak Week consente il massimo tempo per il recupero in questi gruppi muscolari.
6) Il potenziale per il carico di glicogeno di compromettere la conservazione dei IMT suggerisce che la separazione dei periodi di carico di glicogeno e di grassi può essere prudente, con una dieta ad alto contenuto di CHO che precede gli sforzi per il carico dei grassi [92]. Ridurre la coingestione dei grassi con grandi quantità di carboidrati può anche evitare gli effetti negativi degli acidi grassi liberi sulla formazione di glicogeno [190], ridurre la distensione gastrica accelerando lo svuotamento gastrico, nonché migliorare il carico di glicogeno aumentando ulteriormente i livelli di glucosio nel sangue e di insulina [191,192,193] . Se consumate in giorni diversi, le diete contenenti grassi a 2g/kg/giorno [92] e CHO a 10g/kg/giorno [100] possono ripristinare e potenzialmente sovracompensare i rispettivi depositi energetici entro 24 ore. La variabilità individuale e gli obiettivi/bisogni dell’atleta possono richiedere strategie diverse, incluso consentire >24h per il carico di glicogeno [194] se le circostanze lo consentono.
7) Piuttosto che introdurre nuovi alimenti, consumare principalmente gli stessi costituenti dietetici durante la Peak Week che si consumano durante le settimane/mesi precedenti può anche essere utile per evitare disturbi gastrici. Poiché le fonti di carboidrati di frutta e fruttosio stimolano meglio il ripristino del glicogeno epatico, mentre il glucosio lo fa per il glicogeno muscolare [195], si raccomanda che la maggior parte dei carboidrati consumati provenga da fonti a base di amido/glucosio. Da notare, tuttavia, che è stato dimostrato che combinazioni di glucosio, fruttosio e saccarosio con bevande sportive aumentano la velocità di assorbimento dei liquidi dall’intestino tenue prossimale [196]. Pertanto, si consiglia agli atleti di sperimentare prima della settimana di picco su quali fonti di carboidrati funzionano meglio per loro.
8) Garantire che le proteine siano co-ingerite, anche se in quantità inferiori, con i CHO durante la ricarica può aumentare il rilascio di insulina e facilitare il carico di glicogeno [197, 198].
9) Un apporto proteico più elevato (es. 3,0g/kg) può essere combinato con un apporto più elevato di grassi durante i periodi di deplezione dei CHO per avviare il carico di grassi seguito da un carico di CHO con un apporto proteico inferiore (es. 1,6 g/kg) per compensare le riserve di glicogeno . Una volta completato il carico di carboidrati, può essere implementata una dieta ad alto contenuto proteico (3,0 g/kg)/alto contenuto di grassi/basso contenuto di CHO. Ancora una volta, la variabilità individuale e gli obiettivi/bisogni dell’atleta possono richiedere strategie diverse per raggiungere il massimo della forma fisica.
10) Varie strategie di carico dei CHO sono state riportate nel bodybuilding. Ad esempio, Roberts et al. [199] discussero la pratica della ricarica dei CHO a caricamento frontale (l’assunzione è maggiore all’inizio della settimana e poi ridotta per mantenere la pienezza muscolare fino alla competizione) e il carico dei CHO a caricamento posteriore (l’assunzione avviene più tardi nella settimana ma può comportare meno tempo per apportare modifiche al fisico). In alternativa, potrebbe essere utilizzato anche un modello in cui i CHO vengono esaurite all’inizio della settimana (7 − 4 giorni out), caricati a metà settimana (3 − 2 giorni out), e quindi regolati/mantenuti (1 giorno out). Nello studio di de Moraes et al. [15], è stato utilizzato un metodo di carica a ritroso, ma sono necessarie ulteriori prove prima di formulare raccomandazioni più concrete. Sulla base delle prove attuali, si raccomanda il terzo modello discusso, come presentato nella Tabella 1 per la concorrente Physique femminile di 60kg e il bodybuilder di sesso maschile di 105kg, per ottenere i benefici del carico frontale e del carico posteriore; tuttavia, devono essere prese in considerazione le risposte/preferenze individuali al carico dei CHO e le esigenze dell’individuo (ad es., fare una classe di peso può richiedere il carico a ritroso).
11) La precedente dieta pre-gara può influenzare la tolleranza del concorrente alla manipolazione dietetica, nonché l’entità della restrizione dietetica di grassi e CHO durante i giorni di allenamento della Peak Week necessari per accelerare un successivo effetto super-compensativo. Ad esempio, quei concorrenti che seguono una dieta ricca di CHO/basso contenuto di grassi, ma molto ipocalorica (lasciando i livelli di glicogeno cronicamente bassi) potrebbero evitare di eliminare completamente i CHO durante l’allenamento della Peak Week. Tuttavia, coloro che hanno utilizzato un approccio a basso contenuto di carboidrati potrebbero continuare a utilizzare una dieta di questo tipo durante la Peak Week, ma potrebbero diffidare di applicare un allenamento eccessivo (invece di un approccio tapering) se i livelli di glicogeno sono già probabilmente diminuiti all’inizio della Peak Week.
12) In generale, ridurre i CHO e aumentare l’assunzione di grassi (in base alla tollerabilità individuale) durante i giorni di allenamento (“esaurimento”) della Peak Week può facilitare il carico di glicogeno durante i giorni successivi all’allenamento e, contemporaneamente, garantire che i livelli di IMT non vengano abbassati eccessivamente. Dopo 1-2 giorni di carico di glicogeno a metà/fine settimana come raccomandato nel prima citato approccio al carico dei CHO, i livelli di IMT potrebbero essere aumentati il giorno prima della competizione con un approccio ad alto contenuto di grassi/basso di CHO che servirebbe anche a ridurre l’acqua corporea in eccesso [117]. Ancora una volta, la variabilità individuale e gli obiettivi/bisogni dell’atleta possono richiedere strategie diverse con queste linee guida generali come base.
13) La pratica del carico d’acqua seguita dalla restrizione idrica è stata documentata come una strategia di perdita di peso sicura ed efficace per perdere TBW negli atleti da combattimento [55]. Sebbene il rapporto tra ECW e ICW perso non sia stato riportato in questo studio, Costill et al. [40] (come affermato in precedenza) hanno riportato che il rapporto tra ECW e perdita di ICW rimane vicino a 1:1 quando i livelli di glicogeno si stabilizzano nel tempo e vengono raggiunti livelli più elevati di disidratazione. Pertanto, sembra che la ritenzione del glicogeno muscolare, evitando l’esercizio che fa molto affidamento sul glicogeno, possa essere importante se i metodi di perdita di acqua devono essere effettuati per una perdita favorevole di ECW rispetto a ICW (ECW > ICW) in modo tale che la dimensione muscolare venga mantenuta mentre L’ECW interstiziale viene preferibilmente perso, migliorando potenzialmente l’aspetto della “definizione” muscolare.
14) Molte variabili possono alterare l’approccio utilizzato per il carico/esaurimento idrico (cioè quanta acqua l’atleta è abituato a bere regolarmente), ma i partecipanti allo studio di Reale et al. hanno perso con successo la TBW bevendo una grande quantità di acqua (100ml/kg) per tre giorni, seguita da una significativa riduzione dell’acqua a 15ml/kg il quarto giorno [55] senza effetti deleteri. In alternativa, l’assunzione di acqua può essere mantenuta relativamente costante (ad eccezione di qualche ora prima di gareggiare per prevenire qualsiasi distensione addominale) per ridurre al minimo le variabili manipolate; in effetti, questo potrebbe essere l’approccio migliore se non vengono eseguite prove pratiche prima della competizione. Mantenere una ratio Sodio:Acqua pari a 1:0.4 (per semplificare, 1L d’acqua = 1g di Cloruro di Sodio (Na)= 400mg di Sodio) fino al giorno precedente alla gara aggiungendo nelle ultime 24h il Glicerolo (generalmente 3 dosi da 10-20ml) il quale ha un noto effetto osmotico intracellulare.
15) Poiché il glicogeno muscolare crea un effetto osmotico, attirando l’acqua nella cellula mentre il glicogeno viene immagazzinato [26], il carico di CHO dovrebbe essere effettuato insieme all’assunzione di acqua [199] in modo che l’ICW muscolare possa essere massimizzato mentre l’assunzione di CHO è alta. Dopo circa tre giorni di carico d’acqua con un apporto di CHO più alto (se si utilizza il metodo di carico d’acqua), l’assunzione di acqua può diminuire a ~ 15ml/kg per 24h, il che aiuterà a indurre la diuresi entro ~ 24h prima della competizione. Si noti che questa raccomandazione si basa su quanto studiato e riportato; tuttavia, gli autori riconoscono che maggiori assunzioni di acqua possono essere preferenziali, come 30-40ml/kg, ma non sono state studiate e quindi richiedono ulteriori ricerche.
16) Aumentare o mantenere un’assunzione elevata di proteine mentre si riduce il consumo di carboidrati e contemporaneamente aumentare l’assunzione di grassi durante il giorno prima della competizione può invertire i guadagni indesiderati di acqua extracellulare/sottocutanea sperimentati durante il carico dei carboidrati [118].
17) È stato riportato che l’assunzione di sodio è significativamente ridotta dai bodybuilder durante la Peak Week [11, 14, 20], ma i tempi di questa pratica dovrebbero essere attentamente implementati e l’assunzione di sodio non dovrebbe essere ridotta contemporaneamente al carico dei CHO poiché l’evidenza suggerisce che la somministrazione di CHO è limitata dalla capacità di trasporto di SGLT1 [72,73,74,75]. Una volta che l’assunzione di CHO è diminuita dopo il carico di glicogeno, l’assunzione di sodio può essere temporaneamente ridotta poiché la ricerca indica che l’attivazione del RAAS è evidente entro 24 ore e sono necessarie ~ 48 ore per osservare un forte aumento dei livelli di Aldosterone plasmatico [53]. Questo ritardo temporale nello stabilire l’omeostasi di fluidi ed elettroliti, se programmato correttamente, può essere implementato per indurre la diuresi prima che i meccanismi omeostatici protettivi si manifestino completamente per arrestare la perdita di acqua. A seconda delle esigenze del bodybuilder prima della competizione (ad esempio, necessità di stabilire una classe di peso), nella Tabella 2 sono presentati vari scenari di assunzione di sodio. In alternativa, il sodio può essere mantenuto come costante per ridurre al minimo le variabili manipolate; in effetti, questo potrebbe essere l’approccio migliore se non vengono eseguite prove pratiche prima della competizione. Il mantenimento di una corretta ratio Sodio:Acqua, accennata in precedenza, garantisce una migliore escrezione di liquidi e impedisce la comparsa di stati di iponatriemia. L’assunzione di Potassio (2g netti al giorno) garantisce all’atleta una migliore omeostasi qualitativa dei liquidi corporei.
18) I bodybuilder utilizzatori di PEDs che presentano nel proprio protocollo il GH, dovrebbero cessarne l’uso almeno 14-7 giorni prima della competizione dal momento che il peptide ha una attività di alterazione del RAAS.
18) L’immagazzinamento e la ritenzione del glicogeno muscolare dipendono fortemente dalla disponibilità di potassio (un catione intracellulare primario) [41,42,43,44,45,46]. Pertanto, garantire un’adeguata assunzione di potassio durante le procedure sia di carico dei carboidrati che di riduzione dell’acqua (se aggiunta) è probabilmente fondamentale per ottimizzare l’aspetto della pratica attraverso lo stoccaggio e la ritenzione di glicogeno muscolare e quindi stimolare una perdita più favorevole di ECW rispetto a ICW quando si utilizzano strategie di disidratazione.
19) Ridurre l’assunzione di fibre durante la Peak Week sembra offrire alcuni potenziali benefici. Rale et al. [55] hanno riferito che la riduzione dell’assunzione di fibre a 10-13 g/giorno per ~ 5 giorni ha ridotto con successo il contenuto intestinale totale e la massa corporea nei contact fighters. I dati hanno dimostrato che una relazione diretta tra l’assunzione di fibre e il contenuto intestinale con periodi di restrizione acuta (di appena due giorni) è efficace nello svuotamento/pulizia del tratto gastrointestinale [162]. Pertanto, la logica per ridurre l’assunzione di fibre prima della competizione è tipicamente quella di ridurre al minimo il rischio di gonfiore/ritenzione idrica [11] e, per alcuni, parte del loro processo per creare una classe di peso.
20) L’utilizzo di alcuni integratori durante la Peak Week può rivelarsi vantaggioso per gli atleti. È stato dimostrato che l’integrazione di creatina aiuta nella sintesi del glicogeno e nella sua supercompensazione [132]. Inoltre, il consumo di CHO con creatina aumenta il carico di creatina [133], che aumenta l’idratazione intracellulare [32, 129]. Insieme alla creatina, possono essere prese in considerazione anche polveri di carboidrati (ad es. destrosio, ciclo-destrine altamente ramificate, ecc.). Le caratteristiche dei carboidrati come l’osmolalità, il tasso di clearance gastrica e l’indice glicemico sono alcune delle variabili che i bodybuilder dovrebbero prendere in considerazione poiché questi fattori possono variare significativamente tra le fonti e possono influire sui sintomi gastrointestinali (ad es. gonfiore, crampi, diarrea, costipazione, ecc.) [ 119,120,121]. Sia le polveri di proteine del siero di latte idrolizzate, gli EAA, le classiche proteine che le polveri di carboidrati possono essere utilizzate come mezzi per manipolare e consumare quantità specifiche di macronutrienti senza dover consumare grandi volumi di cibo. Anche l’uso di diuretici erboristici e farmacologici, con le dovute precauzioni, possono essere inseriti negli ultimi giorni prima del contest per facilitare l’eliminazione dell’acqua extracellulare. Come detto in precedenza, l’uso di Metformina o Berberina nei giorni di ricarica dei CHO ha il potenziale di migliorare la “qualità” di questa pratica per via di un migliore ripartizionamento calorico. L’uso di “NO-booster” come Citrullina Malato e/o Sildenafil possono dare un affetto “pump” dando un aspetto muscolare più “pieno”. Soluzioni topiche con attività anti-infiammatoria/drenante, come quelle contenenti Glicosaminoglicanopolisolfato, possono agevolare la perdita di liquidi extracellulari in aree critiche come le gambe (applicazione dal post workout dell’ultimo Leg Day fino alla sera precedente il contest). Sempre per i bodybuilder utilizzatori di PEDs, la riduzione estrema dei livelli estrogenici nelle ultime due settimane pre-contest può facilitare l'”assottiogliamento” della cute per via del legame tra sintesi di Collagene e Estrogeni.
21) Situazioni emotivamente stressanti possono evocare polidipsia e alterare l’omeostasi dei fluidi in appena 48 ore [78, 79]. Quindi, lo stress psicologico può contrastare i tentativi del bodybuilder agonista di ridurre l’acqua corporea, specialmente nei casi estremi di ansia pre-gara. Come notato in precedenza, si raccomanda di eseguire una prova pratica della strategia della Peak Week ~ 2–4 settimane prima della competizione effettiva, in parte per ridurre l’ansia e assicurare al concorrente che la strategia della Peak Week è sia gestibile che efficace.
22) Riposare e/o dormire con una posizione di “inclinazione a testa in giù” (HDT) (tipicamente da − 4 a -6˚ per cui l’intera superficie del corpo durante il sonno è inclinata verso il basso [57, 58] simula l’aumento del ritorno venoso cardiaco (e la perdita di pressione ortostatica) che si verifica durante la microgravità e si traduce in diuresi e risposte cardiovascolari [57, 59]. Pertanto, i concorrenti potrebbero plausibilmente impiegare l’HDT quando riposano e dormono durante le 12-24 ore prima della competizione per stimolare ulteriormente la diuresi. Questo potenziale beneficio dovrebbe essere bilanciato con possibili effetti dannosi della pratica sui modelli di sonno, che potrebbero interferire con le prestazioni in gara.
23) Il peso della bilancia può essere utilizzato durante la Peak Week per valutare e confermare i livelli di idratazione (vedere la seguente sezione “Considerazioni pratiche per il giorno della gara”).
24) Dal momento che sono coinvolte una moltitudine di variabili e una sostanziale interindividualità biologica, una pratica o “mock” Peak Week durante le ~ 2-4 settimane prima della competizione può fornire informazioni preziose sull’entità e sui tempi appropriati delle alterazioni della dieta e dell’allenamento durante la Peak Week. Inoltre, può attenuare i livelli di stress che un bodybuilder può avere prima della competizione, il che può facilitare il modo in cui il corpo risponde al protocollo della Peak Week.
25) Gli atleti che possono partecipare a una serie di competizioni in successione relativamente rapida, in genere su base settimanale, dovrebbero costruire strategie per le Peak Week (come negli esempi qui riportati) che possono essere replicate, con aggiustamenti aggiuntivi se necessario, durante il periodo di tempo tra le gare . Ciò può richiedere ai concorrenti di mantenere uno stretto controllo dietetico e di stabilire rapidamente l’omeostasi dei fluidi post-gara in modo da ripristinare le condizioni iniziali di base (ad esempio, i livelli di glicogeno muscolare) su cui può fare affidamento una data strategia della Peak Week. Inoltre, oltre ai rischi medici rilevati citati in precedenza, l’uso non oculato di diuretici farmacologici durante la Peak Week può probabilmente interrompere l’omeostasi dei liquidi e diminuire l’affidabilità e quindi il successo delle strategie diuretiche impiegate in una serie di competizioni in stretta prossimità temporale.
26) Come detto in precedenza, i bodybuilder utilizzatori di PEDs utilizzano in vista della Peak Week anche pratiche per la riduzione marcata degli estrogeni per via farmacologica (vedi inibitori dell’Aromatasi) nel tentativo di ridurre lo spessore della pelle. L’Estradiolo, come il GH, è implicato nella sintesi di collagene, una riduzione di queste due variabili potrebbe ridurre nel giro di 14 giorni lo spessore cutaneo. La pratica, per essere oggettiva, deve basarsi sugli esami ematici di controllo per valutare i livelli di E2. Non esiste alcuna letteratura in merito ma semplici dati aneddotici raccolti negli anni.
È essenziale capire che nessuna delle suddette strategie della Peak Week fornirà un restyling fisico per compensare la mancanza di una preparazione corretta o della aderenza durante le fasi di preparazione al contest off-season o pre-gara. Il grasso corporeo deve essere ridotto al minimo ~ 2–3 settimane prima della competizione, in modo che il concorrente possa concentrarsi sulla riduzione al minimo dell’acqua sottocutanea per mostrare al meglio la muscolatura e sull’ottimizzazione delle dimensioni muscolari aumentando le riserve intramuscolari di glicogeno e trigliceridi. Pertanto, l’utilizzo di strategie per la Peak Week è semplicemente un mezzo per ottenere un aspetto migliore durante il giorno della competizione sul palco “sintonizzando” il corpo rispetto al semplice mantenimento della dieta e delle strategie di allenamento pre-gara (cioè quelle focalizzate principalmente sulla riduzione del grasso corporeo e sul mantenimento della massa muscolare).
Considerazioni pratiche per il giorno della gara:
Idealmente il fisico presentato sul palco rappresenta il miglior aspetto possibile dell’atleta, superando quello delle settimane e dei mesi precedenti. Garantire che il picco si verifichi il giorno della competizione spesso richiede un approccio su misura con almeno le seguenti considerazioni:
Programma della giornata di gara: quando viene giudicato l’atleta e quante volte? Molte organizzazioni competitive includono più turni di valutazione [200,201,202] e categorie tali che la competizione può svolgersi nel corso di un’intera giornata (o più).
Strategie (pre-programmate o meno) per mettere a punto l’aspetto del fisico il giorno della competizione manipolando l’assunzione di acqua, cibo e integratori alimentari secondo necessità.
Aspetto personale e percezione del fisico (quanto detto sopra), ed altri mezzi per valutare la fase preparazione. Naturalmente, gli obiettivi della Peak Week settimana di punta per ridurre al minimo l’acqua sottocutanea e garantire che i IMTG e le riserve di glicogeno del muscolo scheletrico siano massimizzate, mettendo i muscoli in pieno rilievo e mostrando la massima “muscolarità” dovrebbero essere ampiamente raggiunti prima del risveglio il giorno della competizione. Nel gergo del bodybuilding, queste componenti della muscolatura potrebbero essere considerate “secchezza” (mancanza di fluido sottocutaneo) e “pienezza” (le riserve energetiche delle cellule muscolari sono completamente riempite / supercompensate). Tuttavia, spesso è necessaria una messa a punto per ottimizzare l’aspetto del fisico quando viene giudicato.
A mia conoscenza, non vi è ricerca che esamini la misura in cui i mezzi soggettivi o altri mezzi pratici al fine di garantire la buona preparazione al giorno della competizione di bodybuilding siano associati al presunto fluido sottocutaneo e alle misure istologiche. Tuttavia, i seguenti sono modi comunemente accettati e suggeriti in precedenza [36] per valutare la prestanza per il giorno del contest:
Le riserve di glicogeno muscolare sono “piene” e l’atleta può ottenere un buon “pump”? I metaboliti glicolitici (ad esempio, lattato e fosfato inorganico) derivati dall’uso del glicogeno producono una risposta di iperemia reattiva post-esercizio nota come “pump” [203] che gonfia il tessuto muscolare, aumentandone lo spessore fino a ~ 10% [204, 205]. Ciò rappresenta un vantaggio per l’aumento acuto della dimensione muscolare prima di salire sul palco e spostare il fluido in specifici ventri muscolari (idealmente anche riducendo così il volume del fluido sottocutaneo interstiziale per migliorare ulteriormente l’aspetto della muscolosità, tale che un atleta può preferibilmente “pompare” la muscolatura per migliorare l’equilibrio dell’espansione muscolare.
L’atleta è “secco”? L’acqua corporea è stata ridotta abbastanza da ridurre al minimo il fluido sottocutaneo per evidenziare notevolmente la muscolatura sottostante?
L’atleta è “piatto”? Creare una situazione di pienezza muscolare e con un aspetto fisico “asciutto” richiede uno stretto atto di riequilibrio fisiologico. La “pompa” iperemica richiede un fluido corporeo adeguato per spostarsi nel ventre muscolare; tuttavia, un atleta con alti livelli di glicogeno muscolare ma acqua corporea eccessivamente ridotta può sperimentare la “piattezza muscolare”, cioè la mancanza di un “pump” muscolare solitamente associata a un aspetto sciupato a causa dell’eccessiva disidratazione. D’altra parte, la colpa potrebbe essere anche della mancanza di glicogeno muscolare come fonte di osmoliti metabolici per l’effetto “pump” [203].
Sia le riserve di glicogeno (“pienezza”) che la disidratazione (aspetto “asciutto”) dipendono dall’omeostasi dei fluidi che cambia rapidamente. Pertanto, propongo che il peso della bilancia possa essere impiegato come indicatore rudimentale, ma pratico e oggettivo dell’idratazione corporea nel contesto del “pump” muscolare e dell’aspetto visivo, nonché delle perdite di liquidi urinari [notare che il colore delle urine è una misura di campo adeguata dello stato di idratazione, ma può essere alterata dal consumo di integratori alimentari [206, 207]. Pertanto, misurare il peso corporeo durante la Peak Week e il suo tasso di variazione può aiutare a determinare la misura in cui l’acqua corporea è stata ridotta al minimo il giorno della competizione. Le misurazioni per un ipotetico concorrente sono fornite nella Tabella 4. Presumiamo qui che il glicogeno del muscolo-scheletrico sia stato adeguatamente super compensato (aumentando il contenuto di acqua intramiocellulare e aumentando il peso corporeo) dopo un periodo di ridotta assunzione di carboidrati che riduce il contenuto di acqua corporea (e peso corporeo) all’inizio della Peak Week (vedi sopra). Se le strategie di disidratazione determinano una riduzione del peso della bilancia che si avvicina o è inferiore ai livelli di pre ricarica dei carboidrati, ipotizziamo che ciò rifletta che i cambiamenti desiderati nell’ECF (riduzione del fluido sottocutaneo) e negli spazi ICF (aumento del fluido intramiocellulare e del glicogeno) siano stati raggiunti.
La figura 2 di seguito delinea un albero decisionale del giorno della competizione che un concorrente potrebbe utilizzare per affrontare le possibilità discusse sopra (mancanza di pienezza muscolare o condizione fisica “asciutta”, o essere “piatto”). Presumiamo una preferenza per ridurre al minimo l’acqua corporea rispetto alla pienezza muscolare. Inoltre, tenete presente che lo scenario in cui la “piattezza” è un problema potrebbe richiedere una combinazione di aggiunta di acqua, sodio, carboidrati e/o grassi alimentari a seconda delle circostanze. Le precedenti esperienze di “finta Peak Week” e di assunzione di carboidrati possono servire bene all’atleta nella scelta di un giorno strategicamente appropriato per dare il massimo sul palco. Questo stesso albero decisionale può essere applicato ripetutamente in situazioni in cui l’atleta viene giudicato in più round.
Fig. 2: Albero decisionale per le regolazioni dietetiche e l’assunzione di liquidi del giorno della competizione di Bodybuilding
Conclusioni:
Ricapitolando, l’evidenza suggerisce che i bodybuilder usano frequentemente strategie di “Peak Week” come il carico dei CHO, la manipolazione di acqua/sodio e altri approcci nel tentativo di migliorare il loro fisico durante l’ultima settimana di preparazione alla competizione. Sfortunatamente, c’è una scarsità di ricerche sull’efficacia e la sicurezza di queste strategie quando implementate individualmente o collettivamente. Poiché le variabili che vengono frequentemente manipolate dai bodybuilder sono correlate, l’alterazione di una variabile in genere influenza altre variabili. Inoltre, le risposte interindividuali all’alterazione di queste variabili rendono ancora più difficile fornire precise “regole” da seguire per la Peak Week. Data la complicata interazione di variabili fisiologiche durante la Peak Week, nonché l’interindividualità biologica e la variabilità nell’importanza attribuita alla massimizzazione dei vari aspetti della muscolarità attraverso le diverse categorie competitive, ci sono una moltitudine di vie di ricerca per studiare le strategie della Peak Week. In particolare, un esame strettamente controllato degli effetti quantificabili della supercompensazione del glicogeno, della disidratazione graduale tramite la manipolazione del sodio e/o dell’acqua e delle strategie di “pump” pre-palco, insieme alla documentazione dei cambiamenti visivi “pratici” soggettivi associati nell’aspetto fisico, potrebbero essere aree di studio rilevanti che possono aiutare a informare meglio i concorrenti e indirizzarli lontano da pratiche potenzialmente pericolose e/o meno efficaci della fase Peak Week . Pertanto, grazie alla review di Brad J. Schoenfeld e colleghi, e alla piccola aggiunta delle mie ricerche e annotazioni, viene presentato questo articolo al fine di rappresentare un approccio basato sull’evidenza alle strategie di picco pre-gara basate sullo stato attuale della letteratura scientifica (e sull’aneddotica più affidabile) nella speranza che possa stimolare il miglioramento dell’atleta e/o del preparatore i quali possono accrescere le loro conoscenze e maturare una corretta comprensione delle delicate componenti che caratterizzano la preparazione ad un contest di Bodybuilding potendo così sviluppare approcci pratici e sicuri applicabili per ottimizzare la forma fisica da mostrare sul palco.
Gabriel Bellizzi
Riferimenti:
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DISCLAIMER: Il presente articolo è a solo scopo educativo, di intrattenimento e informativo. Non rappresenta in alcun modo una forma di incitamento all’uso/abuso di sostanze dopanti. L’autore ed il sito, per tanto, è esentato da qualsiasi responsabilità dipendente dalla libera scelta individuale.
Introduzione ad un dilemma…
Chiunque frequenti l’ambiente del Bodybuilding e del Fitness avrà letto o sentito almeno una volta nella vita espressioni del genere “se mi dopassi sarei anche io così [indicando Flex Wheeler]” o “ho provato di tutto e senza farmaci non riuscirò ad ottenere risultati”. Andando poi ad approfondire la storia di ognuno di questi soggetti si scopre in percentuale quasi assoluta che si tratta di individui nella norma (o al di sotto) frustrati e/o con personalità deboli, speranzosi omini che attendono placidamente che accada una svolta miracolosa nella loro banale e piatta esistenza e, cosa molto importante, con il minimo dello sforzo (meglio se nessuno).
Nella mia esperienza come ricercatore e operatore nel campo della cultura fisica in qualità di Preparatore Atletico, ho assistito a innumerevoli casi in cui un soggetto aspirava al miglioramento della propria composizione corporea trascurando, consciamente o inconsciamente, le basi fondamentali rappresentate da Nutrizione e Allenamento baipassandole in vista della possibile prescrizione di una pillola miracolosa capace di renderlo/a possessore della forma fisica ambita.
Tralasciando l’ovvio ragionamento che spinge ogni essere umano dotato di un minimo d’intelletto verso la comprensione che la genetica è il blocco d’argilla sul quale si va ad operare, ma le sue qualità e difetti sono presenti in modo eterogeneo nella popolazione mondiale, e ciò non è modificabile nemmeno con la farmacologia più oculata, quando ci si trova davanti al bivio tra “pillola rossa” (PEDs) e “pillola blu” (drug free) bisogna essere pienamente consapevoli non solo del fattore illegalità ma del fattore conoscitivo. Purtroppo, la politica del terrore ha operato in modo fallimentare nel goffo intento di allontanare dalla scelta “rossa”, e ciò si è tradotto in un numero sensibile di soggetti abusatori con tutte le conseguenze cliniche derivanti.
Se un individuo non ha raggiunto un livello di maturità sportiva tale da conferirgli una gestione corretta della nutrizione e della periodizzazione allenante (gestione delle variabili volume, intensità, densità ecc…), è molto meglio per lui/lei rivedere i suoi programmi e scegliere ancora la “pillola blu”. Capita, a volte, di incontrare persone decise ad intraprendere la via del “lato oscuro” che, dopo una approfondita chiacchierata sulla gestione dei suddetti fattori, rivede le proprie posizioni.
Per tutti coloro i quali sono immersi nel dilemma della scelta, vi espongo alcuni punti per rendere l’eventuale decisione meno rischiosa anche se pur sempre illegale nel “bel paese”…
“Pillola blu o pillola rossa?” I punti da tenere in considerazione per una scelta consapevole:
#1 Raggiungere una adeguata maturità sportiva
Per “maturità sportiva”, in particolare riferimento al BodyBuilding, si intende la capacità del atleta di sapersi alimentare e allenare correttamente con piena gestione delle proprie potenzialità fisiologiche/genetiche. Questa è la base, se viene a mancare ciò non solo la vostra esperienza finirà per deludervi e rendervi ancora di più dei frustrati, ma potrebbe rovinosamente portarvi ad un abuso cronico a senso inesorabilmente negativo…
#2 I PEDs non faranno miracoli
Una cosa da tenere bene a mente, e questo non dovrebbe interessare solo gli aspiranti “doped”, è che l’uso di PEDs non renderà diversi da ciò che rientra nelle potenzialità espressive del proprio patrimonio genetico. Certamente le caratteristiche genetiche verranno “iperespresse”, nel bene e nel male, dall’uso di PEDs ma non vi sarà nessun miracolo! Migliorerete ma non sarete ne più ne meno di ciò che potete essere!
Un esempio per capire come la base genetica faccia la differenza anche con protocolli che, ad oggi, spesso non raggiungono nemmeno i livelli del “bridge” più soft..
#3 Ridurre la percentuale di grasso corporeo
Il tessuto adiposo rappresenta uno dei siti dove il Testosterone, ed altri AAS soggetti all’aromatizzazione, viene convertito in Estradiolo. Soggetti con percentuali di grasso corporeo elevate vedrebbero una alterazione marcata della Testosterone:Estradiolo ratio a favore della componente estrogenica, con conseguenze quali alterazione del comportamento sessuale (impotenza, difficoltà nel raggiungere e/o mantenere l’erezione), ritenzione idrica, accumulo di grasso con modello femminile e ginecomastia. E no, l’uso di DHT derivati o di SARM non steroidei senza una base di Testosterone non risolverebbe il problema o, per lo meno, porterebbe ad altre conseguenze negative, che pur non comprendendo, per esempio, ritenzione idrica e ginecomastia, interesserebbero l’attività sessuale e la condizione psichica del soggetto trattato. [1]
Schema esemplificato del processo di aromatizzazione degli androgeni aumentati in un soggetto con percentuale di grasso corporeo alta.
Allo stesso tempo, i rischi cardiovascolari della somministrazione di AAS- come il possibile aumento esponenziale del Ematocrito, l’aumento del LDL e Trigliceridi a discapito di una riduzione del HDL, e l’aumento della pressione sanguigna – sarebbero già presenti in certa misura quando la body fat è già alta e sarebbero quindi soggetti ad un repentino aggravamento.
Se la percentuale di grasso è relativamente alta, si dovrebbe prima di tutto considerare di migliorare la composizione corporea con una adeguata routine alimentare e allenante (senza farmaci) prima di iniziare solo a pensare all’uso di AAS. Sicuramente ciò renderà la scelta più efficace e meno rischiosa.
Nel caso fosse necessario sottolinearlo, no, non è saggio nemmeno utilizzare agenti PEDs a fini lipolitici e/o antiadipogenici e/o termogenici (compresi gli Ormoni Tiroidei). A meno che non siate affetti da ipotiroidismo, e in questo caso la terapia vi dovrebbe essere stilata dal vostro medico, per ridurre in modo sensibile la body fat non sono necessari i farmaci!
#4 Controllare se si ha una storia familiare di trombosi (o qualsiasi altra malattia cardiovascolare)
Molte malattie cardiovascolari hanno una componente di base genetica. Uno stile di vita sano può ridurne sensibilmente la loro insorgenza, ma l’uso di AAS può causare l’attivazione di specifici geni implicati nella comparsa di malattie cardio-circolatorie. Caratteristico dell’interazione tra AAS e geni specifici è un caso studio ben documentato che ricercatori americani hanno pubblicato sul “Blood Coagulation & Fibrinolysis”.[2]
Trombosi venosa
Oltre all’attivazione genica diretta dagli AAS, e nociva per il sistema cardio-circolatorio, vi sono altre condizioni negative innescate dall’uso/abuso di Steroidi Anabolizzanti, e di altri PEDs, come, per esempio, l’aumento del tasso di coagulazione, l’incremento eccessivo dell’Ematocrito con aumento pressorio, rigidità dell’endotelio vascolare con perdita di efficienza strutturale e aumento della pressione ematica con incremento delle possibilità di danno strutturale dei componenti del sistema interessato.
#5 Inserire delle sedute di allenamento cardio prima, durante e dopo l’uso di PEDs
Un moderato allenamento cardiovascolare è sicuramente una delle migliori strategie preventive contro la comparsa di malattie cardio-circolatorie. Tale tipologia di allenamento può portare un miglioramento e/o riduzione delle alterazioni lipidiche ematiche del praticante, fornendo un, seppur minimo, tampone all’azione negativa degli AAS e SARM non steroidei sui livelli di LDL (aumento), Trigliceridi (aumento) e HDL (diminuzione). Secondo quanto riportato da una interessante review del 2013, l’abbinamento di sedute cardio e in sala pesi possono avere una azione additiva benefica sui livelli di LDL, Trigliceridi e HDL.[3]
Risulta interessante anche quanto emerso da alcuni studi su animali a seguito dei quali si è osservato un significativo grado di protezione dato dall’allenamento cardio negli esemplari trattati con AAS.[4]
#6 Assicurarsi di rimanere ben idratati
Oltre ad agevolare il mantenimento di un Ematocrito migliore, una buona idratazione risulta positiva sulla pressione di lavoro renale nel filtraggio del sangue. Diversi AAS come il Trenbolone e i metilati in C-17 presentano una particolare resistenza metabolica che, oltre a causare un aumentato stress epatico, può portare ad una sofferenza renale sfociabile nel patologico. Si è osservato come una combinazione di AAS, dieta iperproteica e supplementazione di Creatina possa aumentare l’incidenza di problemi renali.[5] In un soggetto in fisiologia, la sola dieta ad altro contenuto proteico e la supplementazione di Creatina non hanno mostrato nessun grado di pericolosità, soprattutto sul breve/medio termine.
#7 Non usare “droghe ricreative”
A livello globale, il numero di decessi tra gli abusatori di AAS è in aumento. Alcuni, troppo superficialmente, dicono che questo sia dovuto al fatto che sempre più uomini e donne usano AAS, ma questa è solo una spiegazione dozzinale e limitata. Il sospetto ricade soprattutto sulle modalità di approccio dei consumatori di AAS: i dosaggi sono drammaticamente aumentati e un numero crescente di individui combina PEDs con “droghe ricreative”. Ed è su questi due ultimi punti che risiede la spiegazione principale dell’aumento statistico prima menzionato. Soprattutto la combinazione di PEDs e le così dette “droghe ricreative” risulta essere probabilmente un fattore significativo, come evidenziato alcuni anni fa da ricercatori australiani. Nel loro studio sono state analizzate tutte le morti documentate tra i consumatori di AAS a Sydney tra il 1997 e il 2012, scoprendo che le droghe ricreative come la cocaina avevano avuto un ruolo nella schiacciante molteplicità dei casi. Dagli studi sugli animali ora sappiamo della possibilità che la co-assunzione di un AAS come il Nandrolone con la cocaina vede moltiplicati gli effetti cardiotossici rispetto ai singoli composti.[6] E secondo studi in vitro la combinazione di Testosterone e cocaina aumenterebbe la possibilità di formazione di coaguli nel flusso ematico. [7]
#8 Corretta modalità di iniezione e herpes labiale
Gli utilizzatori di AAS a volte sviluppano ascessi, ma non sempre dovuti alla bassa qualità dei prodotti utilizzati.
Alcuni medici ritengono che gli utilizzatori di AAS dovrebbero effettivamente ricevere una formazione sulle tecniche di iniezione corrette, onde evitare embolie oleose o ascessi per cattiva gestione igienica della procedura. [8]
Molti utilizzatori ancora non sanno che disturbi come l’herpes labiale rendono le iniezioni ancora più rischiose. Perchè? Il virus che causa l’herpes labiale, come altri patogeni, riduce l’efficienza del sistema immunitario, fornendo così terreno fertile per infezioni batteriche i cui microorganismi scatenanti vengono inoculati nel corpo del soggetto attraverso l’iniezione in modo diretto o indiretto.
#9 Non fare affidamento sugli integratori
Secondo un buon numero di studi svolti su animali, alcuni integratori proteggono dagli effetti collaterali degli AAS. Secondo alcune ricerche, la Taurina, la Vitamina C ed E proteggono i testicoli durante un ciclo e la vitamina C e il cacao proteggono la prostata.
L’utilità dei risultati provenienti da questi studi è limitata per tre motivi:
A. gli animali da laboratorio non sono esseri umani, e
B. le dosi utilizzate e rapportate ad un essere umano sono quasi sempre molto inferiori rispetto a quelle utilizzate dai “doped”, e
C. la ricerca in campo psicologico mostra che l’uso di integratori stimola comportamenti rischiosi e malsani. I supplementi fanno pensare agli utilizzatori di essere invulnerabili e di non dover comportarsi in modo sano ed attento.[9]
Gli integratori possono aiutare a creare una mentalità che non si dovrebbe avere da utilizzatore consapevole di AAS.
Ovviamente, alcuni supplementi “protettivi” utilizzati dai soggetti meglio informati hanno un potenziale di “tamponare” in modo discreto alcune alterazioni legate all’uso di AAS e SARM come, ma non limitato a, Riso Rosso fermantato (controllo lipidico) [10], Silimarina (epatoprotezione), NAC (epatoprotezione) [11], Niacina (controllo lipidico) ecc…
#10 Ridurre al minimo (se non eliminare) il consumo di alcolici
Potrebbe sembrare un indicazione superflua ma non lo è.
L’abuso di alcol è indubbiamente uno dei problemi sociali più diffusi. Uno dei problemi correlati all’abuso di alcol e l’epatopatia alcolica. Questo stato patologico è derivante da un processo infiammatorio progressivo ai danni del fegato legato al consumo eccessivo di alcolici. È una malattia a più stadi. La steatosi provoca un ingrossamento del fegato causato da un accumulo di trigliceridi, spesso senza sintomi per molto tempo. I rischi correlati sono la steatosi (fegato grasso), l’epatite alcolica e la cirrosi epatica. Il rapporto con l’alcolismo è complesso. Non tutti i bevitori, infatti, hanno danni al fegato, anche se sono altamente probabili. La causa è da rinvenire in una trasformazione dell’alcol (etanolo) in sostanze tossiche che danneggiano il fegato in maniera irreversibile e cronica, con un rischio elevato di insufficienza epatica e di cancro, fino alla necessità di un trapianto di fegato.
In acuto, invece, l’alcol può essere una causa di alterazione delle transaminasi ma non si può sapere se e con quale modalità si potrebbero innalzare: dipende molto dalla risposta individuale dell’organismo. In caso di stress preesistente, di causa iatrogena e/o alimentare, si può presentare una alterazione significativa. [12]
Il primo caso è una consequenziale possibile se eventi stressori concomitanti si presentano in cronico. Ed è semplice giungere alla conclusione che l’uso di AAS, specie se metilati, possa comportare un aumentato stress epatico che potrebbe degenerare in peliosi epatica, cirrosi ecc…
Che siate “doped” o “natural”, per ragioni legate e non, dovreste evitare di consumare più di 25g per gli uomini, o 12,5g per le donne, di Etanolo al giorno.
#11 Sottoporsi a regolari controlli medici pre, intra e post utilizzo
Il monitoraggio della salute dovrebbe essere la base fondante del comportamento del utilizzatore consapevole e minimamente attento ai potenziali rischi nei quali potrebbe imbattersi.
Gli esami di controllo sono i seguenti:
Esami ematici e delle urine (comprendenti il quadro ormonale secondo necessità);
Elettrocardiogramma ogni 6 mesi circa;
Elettrocardiogramma sotto sforzo (prima di iniziare);
Ecocardiogramma ogni 6 mesi circa;
Coronarografia ogni 6 mesi circa;
Monitoraggio della pressione ematica;
TAC addome completa ogni 6 mesi circa.
Ovviamente, ogni accertamento , al di la degli esami ematici, deve essere gestito in base alle esigenze soggettive, caratteristiche e tipo di PEDs utilizzati.
#12 Essere seguiti da personale qualificato
Fin troppa gente è stata salutisticamente deturpata da gorilla di spogliatoio a mala pena consapevoli dell’esistenza dei macronutrienti e che, nonostante ciò, si sono improvvisati farmacisti. Donne divenuti uomini e uomini divenuti simili a cagne in calore per via di orrende ginecomastie. Evitate il fai da te e l’affidarsi a semianalfabeti … la somaticità sopra la norma è cosa diversa dall’intelligenza e alla competenza in biologia, biochimica e farmacologia… senza offesa per tutti quelli che “io mi facevo e ho vinto! Senzia scienzia!” …
#13 Pensare seriamente al post ciclo prima del ciclo
Molti aspiranti “doped” non considerano il fattore post ciclo. La maggior parte di loro è convinta che la PCT sarà una facile soluzione alla sottoregolazione dell’Asse HPT, ma in realtà non è proprio così. Esistono diversi casi studio che mostrano come gli ex utilizzatori abbiano spesso livelli di Testosterone inferiori rispetto al pre-utilizzo anche a distanza di anni dal cessato uso di AAS. Sembra che i fattori che aumentano le possibilità e il grado di tale effetto sul lungo termine siano:
Tempo di somministrazione;
Età
Molecole utilizzate (con maggiore impatto negativo dato dai19-norsteroidi come il Nandrolone per via della lunga permanenza dei metaboliti nel sistema).
Tutto ciò è indipendente dalla qualità della PCT, anche se essa può avere dei riscontri positivi specie nel primo periodo di stacco dagli AAS. Le alterazioni ormonali legate ad una alterazione dell’Asse HPT comprendono depressione, ansia, bassa libido, difficoltà nel raggiungere e mantenere l’erezione, stanchezza cronica ecc…
Per questa ragione molti scelgono di entrare in TRT (Terapia Sostitutiva del Testosterone) dopo il primo ciclo.
Quale conclusione?…
Se mai non dovesse bastare il disclaimer, questo articolo non rappresenta in alcun modo un consiglio e, ne tanto meno, un incitamento all’uso di sostanze dopanti! E’ semplicemente a fine divulgativo con l’obbiettivo di far comprendere a più persone possibili che la scelta di intraprendere coscientemente certe pratiche (illegali) necessita di una sufficiente (e veritiera) conoscenza del argomento.
Quindi? Leggete e comprendete correttamente ciò che ho riportato in sintesi fruibile ad un largo pubblico… Pensate prima di tutto ad alimentarvi e allenarvi in modo ottimale!
La conoscenza della Verità rende liberi dalla cattiva informazione, dagli strumenti commerciali e dal relativismo… Negarla è semplice e pericolosa manifestazione di profonda ignoranza… di VERO NEGAZIONISMO!
Se avete una buona conoscenza della lingua inglese e volete approfondire l’argomento PEDs e Sport, potete leggere il libro ANABOLICS 11th Edition di William Llewellyn
INTRODUZIONE
L’acqua ricopre un ruolo importante durante la preparazione alla gara o, se non si è agonisti, nel periodo di definizione. Una pratica comunemente intrapresa da molti atleti prevede l’inserimento di diuretici al fine di facilitare l’espulsione dell’acqua dalla zona sottocutanea. Ovviamente, tale pratica può risultare molto pericolosa i…n special modo se l’atleta in questione segue una filosofia “fai da té”. L’uso di diuretici va pianificato con accuratezza e competenza servendosi di un preparatore che sa il fatto suo; ricordandosi sempre che non è il diuretico a risolvere tutti i problemi, è solo un supplemento utile per gli ultimi ritocchi.
Fatta questa doverosa introduzione, andiamo a vedere nel dettaglio ciò che maggiormente ci può aiutare ad eliminare l’acqua in eccesso prima di un evento.
SALE E PREGARA
Dato che parliamo di ritenzione idrica, mi sembra appropriato sfatare un mito pregara. Prima della gara, il sale è un alleato del BodyBuilder, non un nemico. Molti BodyBuilder eliminano il sodio fiduciosi che il risultato sia il desiderato “aspetto asciutto” il giorno della gara.
Quando si riduce l’assunzione di sale, emergono una serie di nemici dell’aspetto asciutto. Il sale contiene sodio e in misura minore potassio sotto forma di ioduro di potassio. Quando il sale/sodio è ridotto o eliminato dalla dieta, il risultato è un maggiore rilascio di Aldosterone. Ciò fa si che il corpo espella più potassio e trattenga più sodio/acqua. La susseguente ritenzione d’acqua dà all’atleta un aspetto gonfio, a causa degli squilibri fra gli elettroliti.
La minore assunzione di sale influenza negativamente l’importantissima pompa sodio-potassio. Si tratta del meccanismo usato dal corpo per trasportare molti nutrienti nelle cellule come quelle di cui sono composte tutte le fibre muscolari. Se ci pensate un attimo, ciò inibirebbe il trasporto adeguato della creatina e di alcune strutture di amminoacidi, oltre ad inibire la sintesi di glicogeno.
Se si riduce il sale presente nei muscoli, si riduce anche l’acqua presente in essi. Ciò significa catabolismo, muscoli piatti nel momento della gara (o del “bisogno”) e mancanza di vascolarizzazione (inibisce anche la funzione erettile, ma questo è un altro problema).
Sono tre le zone principali dove il corpo deposita l’acqua ed esiste una vera gerarchia.
L’ordine di importanza è:
1°) Il deposito d’acqua più importante si trova nel sangue e nel sistema vascolare. Senza acqua sufficiente nel sistema vascolare il volume ematico è compromesso e se la mancanza è grave, il risultato può essere nefasto. E’ quindi al primo posto nella gerarchia del deposito dell’acqua.
2°) Al secondo posto c’è il tessuto muscolare. L’acqua è necessaria in tutti i tessuti muscolari, sia lisci sia striati, per sostenere i processi metabolici vitali.
3°) Le zone di minore importanza per il deposito dell’acqua sono quelle sottocutanee (sotto la pelle). E’ questa, ovviamente, la zona da cui un BodyBuilder deve eliminare più acqua possibile il giorno della gara. I risultati sono fondamentali. Ma come riuscirci?
Il controllo dell’acqua sottocutanea dipende dal controllo dell’ormone Aldosterone. Ovviamente il controllo degli Estrogeni fa parte di questa cascata ormonale di fattori di azione/reazione. La cosa che più ci interessa è il sale e il controllo dell’acqua, quindi l’elemento fondamentale è l’Aldosterone.
Cominciando 15 giorni prima di una gara , un atleta dovrebbe aumentare l’assunzione di sale del 20-30%. Ciò ovviamente significa che l’assunzione di sale non va mai ridotta. La quantità deve restare ragionevolmente alta e costante ogni giorno. Ciò crea un ambiente in cui il corpo non deve rilasciare Aldosterone. In questo modo il sale resta nel tessuto muscolare attraendo li le riserve d’acqua. In questo modo è soddisfatto anche il mantenimento dell’importante pompa sodio-potassio (durante la fase di dimagrimento, ciò riduce anche il catabolismo).
Durante il periodo di 15 giorni, l’assunzione d’acqua deve assolutamente restare alta. 6-8 litri al giorno sono il minimo. Ciò aiuta il corpo ad espellere il sodio in eccesso dovuto alla riduzione della secrezione di Aldosterone causata dalla maggior assunzione di sale e acqua. Fintanto che si continua a fare così, il corpo continuerà a eliminare tutta l’acqua ed il sodio in eccesso.
Il venerdì sera prima di una gara (che si svolge il sabato), l’atleta interrompe l’assunzione d’acqua. Il corpo pensa che continuerà a ricevere 6-8 litri di acqua al giorno e continua a espellere l’acqua al ritmo normale. Ciò causa una riduzione del volume ematico e ovviamente del volume dell’acqua muscolare. Vi ricordate la prima citata gerarchia dell’acqua nel corpo? Dunque, come risposta o reazione di sopravvivenza, per compensare il corpo elimina l’acqua dalla zona di minore importanza. Avete capito bene. L’acqua sottocutanea è pompata nel sangue e nei muscoli. Il risultato è vascolarizzazione, pance muscolari piene e pelle sottile come la carta.
Per ottenere i progressi e/o i risultati migliori bisogna lavorare sempre con, non contro, i fattori di azione/reazione del corpo.
USO DEL GLICEROLO
Glicerolo
Il glicerolo ha una struttura simile all’alcol e si trova nelle riserve di grasso del corpo. Infatti, un trigliceride è una catena di 3 acidi grassi attaccata a una molecola di glicerolo e rappresenta circa il 95% delle riserve di grasso. Pensate che il corpo gestisca bene il glicerolo? Una quantità molto più piccola di glicerolo è presente in tutti i tessuti del corpo. Integrare con il glicerolo aumenta la concentrazione di fluidi nel sangue e nel muscolo, creando una specie di iperidratazione che dura ore. Il risultato è che l’acqua sarà rimossa solo quando è disgregato il glicerolo in eccesso.
Se il glicerolo è applicato alla strategia sale/aldosterone/acqua (descritta in precedenza) per la preparazione alla gara, il risultato è un incremento della pienezza muscolare e della vascolarizzazione a causa del maggiore volume di liquidi. Dato che il glicerolo non influenza la secrezione di Aldosterone, può essere un grosso vantaggio perchè facilita l’espulsione dell’acqua in eccesso delle zone sottocutanee per immetterla nel sangue.
Il protocollo abituale richiede 10-20ml di glicerolo 3 volte al giorno nell’ultimo giorno di assunzione di acqua/sale prima della gara. L’approccio alternativo prevede 10ml di glicerina con 250ml di acqua con 50gm di destrosio e 5gm di creatina 4 volte al giorno in un periodo di 6 ore che deve terminare 24 ore prima della gara.
Un altro protocollo prevede di bere 15-30ml di glicerolo come prima cosa al mattino insieme a 500ml di acqua e nuovamente un ora prima di andare a letto nei giorni di allenamento durante l’estate. Ciò crea un aspetto leggermente più magro e permette un notevole incremento della durata dell’allenamento negli ambienti caldi. Funziona per la maggior parte degli atleti. Crea anche un grande pompaggio!
USO DEI FARMACI DIURETICI
Se strettamente necessario, per dare l’ultimo tocco, si possono inserire dei diuretici, ma sempre con la supervisione di personale esperto.
Esistono tre gruppi di diuretici:
– Diuretici che salvaguardano il potassio/antagonisti dell’Aldosterone (l’Aldactone e l’Aldactize sono esempi di questo gruppo). – Diuretici thiazide (Maxide e Hydrodiuril sono comuni nomi commerciali di diuretici thiazide) – Diuretici ciclici (Lasix e Brumex sono due nomi commerciali comuni di diuretici ciclici)
Chiarisco subito un punto fondamentale: i diuretici ciclici sono la classe più pericolosa di questa categoria di farmaci, e ne sconsiglio caldamente l’utilizzo. Gli unici diuretici che possiedono un buon margine di “sicurezza” sono gli inibitori dell’Aldosterone (risparmiatori di potassio). Hanno un’azione lenta e ci mettono circa 7-14 giorni per produrre i risultati massimi, ma per questo è facile sbagliare le dosi. Se non si ha una conoscenza profonda dell’azione del farmaco, o non si è seguiti da personale qualificato bisogna evitare di usarli nella propria preparazione!
Molto più sicuro, e decisamente naturale, è l’uso del Tarassaco officinale. Il Tarassaco è un diuretico veramente molto efficace con l’insolito vantaggio di possedere una fonte incorporata di potassio. L’estratto attivo è idrosolubile e perciò facilmente assorbibile. Le dosi utilizzate si aggirano tra i 500mg ed i 1000mg 3 volte al giorno per 3 giorni.
Come precedentemente detto, l’uso dei diuretici dovrebbe essere l’ultima carta a disposizione in una preparazione alla gara (o “alla spiaggia”). Non vanno assolutamente intesi come risolutori di ogni problema idrico fisico. Se applicherete in modo corretto ciò che è stato descritto in questo articolo, molto probabilmente non avrete bisogno di aggiungere un diuretico…”agonismo permettendo”.