Del Trestolone [MENT; Methylnortestosterone; 7α-methyl-19-nortestosterone; 7α-CH₃-NorT) ho già parlato sia in un articolo che in un video della rubrica “The Lord Of The PEDs”. In entrambi i lavori sono stati esposti in generale pregi e difetti della molecola in questione. In questo articolo, invece, vorrei soffermarmi sulle caratteristiche uniche del Trestolone, le quali, e lo si vedrà, non gli conferiscono particolari e reali vantaggi d’uso nel Bodybuilding, a differenza, per esempio, del Trenbolone, dell’Oxandrolone o del Fluoxymesterone. Piuttosto, le sue peculiarità si combinano in modo sfavorevole per qualsiasi uso pratico nel bodybuilding, attraverso l’influenza sullo sviluppo della ginecomastia, dell’equilibrio dei liquidi e della pressione sanguigna.
Le caratteristiche uniche del Trestolone:
Effetti estrogenici per aromatizzazione al prodotto aromatico più potente del 17β-estradiolo: il 7α-methylestradiolo (7α-ME);
Effetti gestageni dovuti alla forte attivazione del recettore del Progesterone (PR):
Che si combinano sinergicamente per produrre:
1. Effetti ginecomastici (crescita del tessuto mammario negli uomini)
2. Effetti edematosi (ritenzione di liquidi; “gonfiore”) e
3. Effetti ipertensivi (pressione sanguigna elevata, in particolare sistolica, cioè pressione da contrazione cardiaca).
Prima di discutere gli effetti edematosi del Trestolone (ritenzione di liquidi; “gonfiore”), dobbiamo innanzitutto esaminare i fattori che sono alla base della ritenzione di liquidi (effetti estrogenici e gestagenici/progestinici), prima di discutere il modo in cui questi stessi fattori sono alla base dei suoi particolari effetti ipertensivi (aumento della pressione arteriosa, in particolare della pressione sistolica; cioè, aumento della pressione da contrazione cardiaca).
Effetti estrogenici:
Struttura molecolare del 7α-Methylestradiolo
Il lettore nella media, ormai, dovrebbe essere al corrente sul fatto che il Trestolone aromatizza in 7α-methylestradiolo (7α-ME). [1].
Dalla Teoria delle Potenze Estrogeniche Dipendenti dai Composti (Per-AAS) e Individuali (Per-Utilizzatore) (Modello di Type-IIx), l’estrogenicità si riferisce agli effetti associati all’attivazione di ERα e β (quest’ultima generalmente opposta alla prima), e dipende da Fattori Dipendenti dai Composti (Per-AAS) e Individuali (Per-Utilizzatori) che determinano sia (A) i livelli ematici effettivi che (B) gli effetti a livello tissutale dei prodotti aromatici di un AAS.
Tabella 1: Il più potente di tutti, il 7α-ME produce ½ della risposta di crescita massima (EC₅₀) nel tessuto mammario umano (T47Dco) a una sola attivazione: una concentrazione di 4,4 picomoli (pM). Come il Trenbolone, ma in modo peggiore, esso fa di più con minor quantità.[1]
Tuttavia, in letteratura, viene riportato che il Trestolone possiede solo una debole attività estrogenica data da un tasso di aromatizzazione che sembrerebbe essere insufficiente per scopi sostitutivi, come dimostrato dalla diminuzione della densità minerale ossea negli uomini trattati con questo farmaco per l’ipogonadismo. Dobbiamo, però, anche considerare il tasso di degradazione del 7α-methylestradiolo prodotto, nonché la potenza estrogenica dei metaboliti risultanti che vanno a sommarsi alla potenziale attività estrogenica di altri AAS aromatizzabili co-somministrati [vedi Oxymetholone e la sua attività estrogenica intrinseca e il Methandrostenolone con il suo metabolita estrogenico 17α-methylestradiolo] e l’attività gestatinica propria del Trestolone.
Il prodotto aromatico del Trestolone, il 7α-ME, ha una potenza più che quadrupla (“efficace”, una cosa negativa in questo caso) rispetto al 17β-estradiolo (E2) nelle cellule con presenza di ER.[1] L’efficacia si determina misurando l’effetto, ad esempio la crescita (in questo caso, nelle cellule di cancro al seno). La EC₅₀ (EC50) è determinata dalle concentrazioni alle quali il ligando innesca la crescita e può essere confermata da misurazioni della progressione del ciclo cellulare (cioè l’ingresso nella fase S durante il ciclo cellulare).
L’affinità di legame (IC₅₀) del prodotto aromatico del Trestolone, 7α-ME, è pari al 102% di quella dell’E2, che in letteratura viene tipicamente utilizzato come composto di riferimento per il legame con l’ER, data la sua notevole efficacia, potenza e affinità per il recettore ER-α. [1].
Confrontando il tasso di aromatizzazione tra Trestolone e Nandrolone, Attardi et al. hanno scoperto che, “[a] 180 min, circa il 23% del Trestolone è stato convertito in 7α-ME e circa il 13% del [Nandrolone] in E2”. Poiché il Nandrolone ha un tasso di aromatizzazione del 20% rispetto al Testosterone (T), e che presenta una maggior tendenza alla conversione in Estrone (E1), possiamo dedurre che il Trestolone aromatizza in 7α-ME circa il 35% rispetto al T [che aromatizza in E2], con una potenza quattro volte superiore a quella dell’E2, cioè per provocare la crescita delle cellule del cancro al seno. La semplice moltiplicazione del tasso di aromatizzazione (35%) × EC50(7α-methylestradiolo) × RBA(7α-methylestradiolo) ≈ Il potenziale di crescita del Trestolone nelle cellule con presenza di ER è superiore del 40% rispetto al T. [2]
Differenze strutturali tra una molecola di Estrone (E1) e di Estradiolo (E2)
La deduzione, quindi, supporta le segnalazioni degli utilizzatori secondo cui il Trestolone è potentemente estrogenico. Matematicamente, possiamo affermare che 50mg al giorno di Trestolone Enantato ≈ estrogenico quanto 500mg di Testosterone Enantato alla settimana.
Inoltre, come descritto nella sezione seguente, gli effetti gestageni del Trestolone potenziano notevolmente i suoi effetti ipertensivi ed edematosi (tendenza a trattenere liquidi).
Il Trestolone è un androgeno potentemente progestinico (“ gestagenico”) che possiede il 27,5% della potenza di Androcur™ [Ciproterone Acetato] – un farmaco antiandrogeno e progestinico usato per trattare le patologie androgeno dipendenti, tra cui l’acne, l’irsutismo e il cancro alla prostata – per attivare il recettore del progesterone (PR). [11].
I progestinici contribuiscono alla soppressione dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) disregolando le gonadotropine ipotalamiche attraverso la segnalazione del dendro KNDy, interrompendo la pulsatilità del GnRH e inibendo la secrezione di LH ipofisario [e FSH], inibendo così la sintesi e la secrezione di Testosterone (endogeno). [12][13] I progestinici sintetici utilizzati in ambito contraccettivo traggono la loro efficacia da questa caratteristica. Bebb et al. hanno randomizzato uomini sani a ricevere Testosterone Enantato (100mg settimanali) o lo stesso dosaggio di Testosterone Enantato in combinazione con il progestinico Levonorgestrel, la cui aggiunta ha praticamente soppresso la secrezione di LH e FSH. [14] La diminuzione di LH e FSH può causare ipogonadismo secondario, con conseguente diminuzione del rapporto androgeni/estrogeni (A:E), causando ginecomastia. [15]
Gli effetti dei progestinici sono legati alle loro interazioni con i recettori: recettori degli androgeni (AR) (ad esempio, acne, effetti lipidici); recettori dei glucocorticoidi (GR) (ad esempio, ritenzione di sodio e acqua, gonfiore); o recettori dei mineralocorticoidi (MR) (ad esempio, diminuzione della ritenzione idrica e del peso). I progestinici antiandrogeni possono agire in diversi modi. Possono esercitare un’inibizione competitiva dell’AR, oppure legarsi all’enzima 5-α reduttasi e quindi interagire con la conversione del Testosterone in DHT (il suo metabolita fortemente androgeno)[16].
Il Progesterone e i suoi derivati e i “progestinici-mimici” (ad esempio, il Trestolone) si legano moderatamente all’AR in modo competitivo (cioè antagonista). [17]. I derivati del Progesterone alterano le risposte tissutali mediate da AR e PR, ma non da ER. [17]
Gli estrogeni regolano la sintesi di PR. [18] Inoltre, l’attivazione del PR è stata collegata a una ridotta espressione dell’AR, ostacolando così l’inibizione della crescita del tessuto mammario mediata dagli androgeni osservata in condizioni di normale omeostasi ormonale. [19].
Il Progesterone e i suoi derivati possono ulteriormente ma indirettamente causare ginecomastia potenziando l’effetto dell’E2 sui tessuti mammari. [20].
In sintesi, le caratteristiche discusse – effetti estrogenici e gestagenici del Trestolone – sono alla base dei suoi potenti effetti edematosi e ipertensivi.
Effetti edematosi:
L’edema, o ritenzione di liquidi, è il metro di paragone dell’eccessiva estrogenicità nei bodybuilder che fanno uso di AAS.
Figura 2: Schema che illustra il controllo complesso dell’equilibrio dei liquidi e del sodio e i molteplici modi in cui l’Estradiolo (E2) e il Progesterone (P4) possono influenzare questi processi. Adattato con il permesso di Stachenfeld. La regolazione dei fluidi e del sodio è controllata da una serie di sistemi complessi, tutti influenzati da estrogeni e Progesterone. Sia il sistema nervoso centrale (SNC) che il sistema nervoso periferico (PNS) contribuiscono alla regolazione dei fluidi; gli estrogeni e i progestinici possono influenzare la regolazione dei fluidi direttamente attraverso il cervello o indirettamente influenzando le azioni dell’Angiotensina II (ANG II) e dell’Arginina Vasopressina (AVP) e dei cambiamenti negli ormoni che regolano il sodio (Aldosterone e Renina [RAAS]). Estradiolo e Progesterone/Progestinici, possono anche aumentare l’Angiotesina II cerebrale mediato nel cervello e aumentare l’importante effetto stimolante di questo ormone sulla sete e sull’assunzione di liquidi. Infine, sia E2 che P4, influenzano la regolazione del sodio e dell’acqua nei tubuli distali del rene. Questo impatto può verificarsi direttamente sui tubuli o sia attraverso l’AVP che il RAAS e contribuire alla ritenzione idrica.
Il Trestolone si sostituisce a E₂ e P₄ per promuovere l’equilibrio dei fluidi attraverso molteplici meccanismi. [10]
Il diagramma qui sopra illustra come il Trestolone agisca in modo molteplice per promuovere la ritenzione di liquidi (edema) e l’ipertensione (aumento della pressione arteriosa sistolica; aumento della pressione da contrazione cardiaca). Il Trestolone è analogo all’E₂ (Estradiolo; E2) e al P₄ (Progesterone) nei confronti del 7α-ME e nella sua potenza del 29,2% nell’attivare la PR come il P₄. [11]
Il Trestolone, quindi, promuove la ritenzione di liquidi agendo su:
1. Il cervello e il sistema nervoso centrale (SNC) per aumentare la sete e il bisogno di assumere sodio attraverso la segnalazione dell’Angiotensina II, e 2. I reni agendo su: 1. gli ormoni antidiuretici, ad esempio l’Arginina Vasopressina (AVP), riducendo la minzione 2. il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), aumentando il bilancio del sodio, e/o 3. i tubuli renali, favorendo la ritenzione di sodio e acqua. [10]
Effetti ipertensivi:
Nella Figura 1 è illustrato anche, in parte, come il Trestolone, al posto dell’E₂ (Estradiolo; E2) e del P₄ (Progesterone), favorisca l’aumento della pressione arteriosa. Lo fa aumentando lo squilibrio dei liquidi (cioè il “gonfiore”), come i suoi effetti edematosi, e agendo sugli osmorecettori del sistema nervoso centrale (SNC) e sui barorecettori del sistema nervoso periferico (SNP), nonché agendo sull’Angiotensina II, sull’AVP e sui neuroni di vari sistemi. [10]
– Aumento della pressione sistolica
Il Trestolone aumenta significativamente la pressione arteriosa sistolica (cioè la pressione da contrazione cardiaca) a una dose settimanale inferiore a 2mg. [21]
La pressione del polso (Pp) è la differenza (mmHg) tra pressione sistolica e diastolica. Una pressione sistolica normale è quindi di 40 mmHg (120 mmHg – 80 mmHg = 40 mmHg).
La pressione sistolica , o del polso (Pp), rappresenta la forza pressoria che il cuore genera ogni volta che si contrae, o la compliance arteriosa (C). Se la pressione del polso è normale a 40 mmHg, una Pp < 25% della pressione sistolica è bassa o ristretta, mentre una Pp > 100 mmHg è alta o estesa.
Una variazione della pressione sistolica (ΔPp) è proporzionale alla variazione del volume (V) (ΔV) ma inversamente proporzionale alla compliance arteriosa (C):
ΔPp = Δ V/C
Poiché la variazione di volume è dovuta al volume della gittata (SV) del sangue espulso dal ventricolo sinistro, possiamo approssimare la pressione del polso come:
Pp = SV/C
Un giovane adulto normale a riposo ha un volume di gittata (SV) di circa 80 mL. La compliance arteriosa (C) è di circa 2mL/mmHg, il che conferma che la pressione normale del polso è di circa 40 mmHg.
Il Trestolone, quindi, induce un aumento della pressione sistolica, aumentando il volume della gittata.
Effetti ematologici:
– Aumento del Ematocrito [HCT]
Il Trestolone, aumentando la ritenzione di sodio e di liquidi, e aumenta il volume plasmatico. Inoltre, aumenta rapidamente l’Emoglobina.
L’Emoglobina (Hb) è una proteina che si lega agli eritrociti (RBC) all’O₂ (Hb 13,5 – 17g/dL [uomini], 12 – 15,5g/dL [donne]).
L’Ematocrito (HCT) rappresenta la % del volume sanguigno occupato dagli eritrociti (RBC) [uomini 41-51%, donne 36-47%].
L’Ematocrito (HCT) è correlato all’Emoglobina (Hb) mediante la formula di base:
Hb (g/dL) × 3 ≈ HCT (%)
Esempio: Hb di 15g/dL ≈ HCT del 45%.
I livelli di emoglobina sono stati significativamente aumentati (149 ± 2,9 g/L → 154 ± 3,3; dimensione dell’effetto: 1,724; %Δ: +3,35%; intervallo di confidenza del 95%) con il Trestolone (~ 2 mg q.w.) a 12 settimane, e un andamento simile (da 0,44 a 0,46; dimensione dell’effetto: 2; %Δ: +4,5%; non significativo) è stato osservato nell’Ematocrito, che però non ha raggiunto la significatività statistica. [21] Nel gruppo Testosterone (~ 120mg q.w.), invece, è stato osservato un aumento progressivo più lento della concentrazione di Emoglobina, che è diventato significativo solo a 48 settimane. Nel gruppo Testosterone si è registrato anche un aumento complessivo significativo dell’Ematocrito, sebbene nessuno dei singoli punti di trattamento fosse significativamente diverso dal pre-trattamento (0,45 ± 0,01). [21]
Conclusioni:
Le caratteristiche di base del Trestolone – la sua potente estro- e gesta- genicità – pongono le basi per i suoi forti effetti edematosi e ipertensivi, in modo tale che i suoi effetti ginecomastici, gli effetti ginecomastici derivanti dall’estrogenicità e gli effetti ginecomastici derivanti dall’antiandrogenicità, non possono essere ignorati. Attraverso il suo metabolita aromatico 7α-ME, sopprime potentemente le gonadotropine (LH, FSH), diminuendo la A:E ratio, sinergizzando con le caratteristiche gestageniche con una potenza pari a quella degli antiandrogeni farmaceutici (ad esempio, Androcur™ [Ciproterone Acetato]), stimolando la crescita direttamente del tessuto mammario attraverso l’ER e indirettamente attraverso l’azione gestagenica e antiandrogena nella modalità del Progesterone (con una potenza di quasi ⅓ per mg). Il Trestolone favorisce in particolare il “gonfiore da ritenzione” attraverso la sua azione sui reni (influenzando negativamente la regolazione della ritenzione di liquidi e sodio) e sul cervello (aumentando la sete e l’ingestione di sodio) e favorisce in particolare l’ipertensione, soprattutto l’aumento della pressione sistolica, aumentando il volume di gittata attraverso l’aumento del volume plasmatico e dell’Ematocrito, cioè la viscosità o lo densità del sangue.
Questo articolo potrebbe prevedibilmente servire da deterrente all’uso di questo agente praticamente inutile (se paragonato alle altre molecole AAS) da parte dei bodybuilder dal momento che presenta alcuni aspetti unici e non accettabili nell’insieme di una corretta valutazione della molecola.
Se lo confrontiamo con il Trenbolone, non abbiamo alcun vantaggio nel suo inserimento sostitutivo: oltre al potenziale neurotossico e cardiotossico, come abbiamo visto, si aggiungono problematiche peculiari date dalla molecola che ne rendono un ipotetico uso nettamente difficile da gestire.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
Riferimenti:
Articles by Type-IIx
[1] Attardi BJ, Pham TC, Radler LC, Burgenson J, Hild SA, Reel JR. Dimethandrolone (7alpha,11beta-dimethyl-19-nortestosterone) and 11beta-methyl-19-nortestosterone are not converted to aromatic A-ring products in the presence of recombinant human aromatase. J Steroid Biochem Mol Biol. 2008;110(3-5):214-222. doi:10.1016/j.jsbmb.2007.11.009
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Il concetto di “ricomposizione corporea” nel Fitness e nel BodyBuilding è senza dubbio considerabile come il “fattore dominante” ricercato dal momento che si tratta, molto semplicemente, del miglioramento quantitativo e qualitativo della massa contrattile (muscolo-scheletrico) a discapito della massa grassa e della ritenzione idrica extacellulare. Che si parli di “Natursl” o “Enhanced”, oltre alle variabili alimentari e allenanti vi sono quelle supplementative rappresentate, dipendentemente dalla “filosofia” scelta, da supplementi OTC e da farmaci utilizzati in ambito off-label.
Caffeina e p-Sinefrina rappresentano i lipolitici/termogenici OTC più utilizzati con un discreto margine di efficacia. Nel contesto “Enhanced”, invece, le classi di farmaci utilizzate al fine di accentuare la riduzione (direttamente o indirettamente) della massa grassa sono diverse e comprendono comunemente:
i β2-agonisti (non selettivi e selettivi) come Efedrina, Clenbuterolo e Salbutamolo;
i β3-agonisti selettivi come il Mirabegron;
gli agenti anoressizzanti con azione sui neurotrasmettitori come la Sibutramina, la Lorcaserina, l’Amfepramone e il Benfluorex;
gli anoressizzanti analoghi incretinici come la Semaglutide, il Liraglutide e il Tirzepatide;
i tiroidei Tiroxina (T4), Triiodotironina (T3) e Diiodotironina (T2);
i disaccoppianti della fosforilazione ossidativa come il 2,4-dinitrofenolo (DNP);
stimolanti il Il Peptide Natriuretico Atriale (ANP) – vedi, ad esempio, i β-bloccanti – ;
α2-antagonisti come la Yohimbina e l’α-yohimbina [Rauwolscine];
trattamenti mesoterapici a base di Fosfatidilcolina e/o Acidi Biliari.
A questo elenco, però, andrebbe aggiunta una classe di farmaci che molto poco intuitivamente ci fa pensare alla riduzione della massa grassa. Tale classe di farmaci è rappresentata dagli ACE II inibitori.
Per iniziare a comprendere del perchè questi farmaci possono rappresentare una componente funzionale nel miglioramento della composizione corporea, bisogna parlare di “Stubborn Fat” [“Grasso Testardo”]. Perchè è proprio in questa specifica e caratteristica area del tessuto adiposo che l’ACE II inibitore può contribuire alla riduzione della massa grassa.
Al fine di avere una visione di insieme più completa, è necessario trattare in modo adeguato tutte le componenti dell'”equazione”…
Tessuto adiposo e sue caratteristiche:
Il tessuto adiposo (noto anche come grasso corporeo o semplicemente grasso) è un tessuto connettivo lasso composto principalmente da adipociti.[1][2] Contiene anche la frazione vascolare stromale (SVF) di cellule tra cui preadipociti, fibroblasti, cellule endoteliali vascolari e una varietà di cellule immunitarie come i macrofagi del tessuto adiposo. Il suo ruolo non è semplicemente e solo quello di immagazzinare energia sotto forma di lipidi, ma anche di ammortizzare e isolare il corpo e rappresenta un vero e proprio organo endocrino.
Leptina
Infatti, il tessuto adiposo veniva considerato inerte dal punto di vista ormonale, ma negli ultimi anni è stato riconosciuto come un importante organo endocrino,[3] in quanto produce ormoni come Leptina, Estrogeni, Resistina e Citochine (in particolare il TNFα). Nell’obesità, il tessuto adiposo è coinvolto nel rilascio cronico di marcatori pro-infiammatori noti come adipochine, che sono responsabili dello sviluppo della sindrome metabolica, una costellazione di malattie tra cui il diabete di tipo II, le malattie cardiovascolari e l’aterosclerosi.[2][4]
Preadipociti umani sottocutanei.
Il tessuto adiposo deriva dai preadipociti e la sua formazione sembra essere controllata in parte dal gene dell’adipe. Sappiamo ormai bene che vi sono due principali tipi di tessuto adiposo, il tessuto adiposo bianco (WAT), che immagazzina energia, e il tessuto adiposo bruno (BAT), che genera calore corporeo. Il tessuto adiposo, più precisamente il tessuto adiposo bruno, è stato identificato per la prima volta dal naturalista svizzero Conrad Gessner nel 1551.[5]
Grasso Viscerale e Sottocutaneo:
Grasso Viscerale: Il grasso viscerale o addominale[6] (noto anche come grasso d’organo o grasso intra-addominale) si trova all’interno della cavità addominale, stipato tra gli organi (stomaco, fegato, intestino, reni, ecc.). Il grasso viscerale è diverso dal grasso sottocutaneo e dal grasso intramuscolare presente nei muscoli scheletrici. Il grasso nella parte inferiore del corpo, come nelle cosce e nei glutei, è sottocutaneo e non è un tessuto omogeneo, mentre il grasso nell’addome è per lo più viscerale e semi-fluido.[7] Il grasso viscerale è composto da diversi depositi adiposi, tra cui il tessuto adiposo mesenterico, il tessuto adiposo bianco epididimale (EWAT) e i depositi perirenali. Il grasso viscerale viene spesso espresso in termini di area in cm2 (VFA, visceral fat area).[8]
Da sinistra: Normale funzione dell’insulina nell’adipocita e Resistenza all’Insulina nell’adipocita.
Un eccesso di grasso viscerale è noto come obesità addominale, o “grasso della pancia”, in cui l’addome sporge eccessivamente. Nuovi sviluppi, come il Body Volume Index (BVI), sono specificamente progettati per misurare il volume addominale e il grasso addominale. L’eccesso di grasso viscerale è anche legato al diabete di tipo II,[9] all’insulino-resistenza,[10] alle malattie infiammatorie,[11] e ad altre patologie correlate all’obesità.[12] Allo stesso modo, è stato dimostrato che l’accumulo di grasso del collo (o tessuto adiposo cervicale) è associato alla mortalità.[13] Diversi studi hanno suggerito che il grasso viscerale può essere previsto da semplici misure antropometriche,[14] e predice la mortalità in modo più accurato dell’indice di massa corporea o della circonferenza vita.[15]
Gli uomini hanno maggiori probabilità di accumulare grasso nell’addome a causa delle differenze tra gli ormoni sessuali. L’estrogeno causa l’accumulo di grasso nei glutei, nelle cosce e nei fianchi delle donne.[16][17] Quando le donne raggiungono la menopausa e gli estrogeni prodotti dalle ovaie diminuiscono, il grasso migra dai glutei, dai fianchi e dalle cosce alla vita;[18] in seguito il grasso viene accumulato nell’addome.[7]
Il grasso viscerale può essere causato da un eccesso di livelli di cortisolo.[19] Almeno 10 ore MET a settimana di esercizio aerobico portano a una riduzione del grasso viscerale in chi non ha disturbi legati al metabolismo.[20] Anche l’allenamento contro-resistenza e la restrizione calorica riducono il grasso viscerale, anche se il loro effetto può non essere cumulativo.[21] Sia l’esercizio che la dieta ipocalorica causano la perdita di grasso viscerale, ma l’esercizio ha un effetto maggiore sul grasso viscerale rispetto al grasso totale. [22] L’esercizio fisico ad alta intensità è un modo per ridurre efficacemente il grasso addominale totale.[23][24] Una dieta ipocalorica combinata con l’esercizio fisico riduce il grasso corporeo totale e il rapporto tra tessuto adiposo viscerale e tessuto adiposo sottocutaneo, suggerendo una mobilitazione preferenziale del grasso viscerale rispetto al grasso sottocutaneo.[25] Il grasso addominale è fortemente soggetto alle variabili dell’Insulino-resistenza/sensibilità.
Grasso Sottocutaneo: La maggior parte del grasso non viscerale rimanente si trova appena sotto la pelle, in una regione chiamata ipoderma.[26] Questo grasso sottocutaneo non è correlato a molte delle classiche patologie legate all’obesità, come le malattie cardiache, il cancro e l’ictus, e alcune prove suggeriscono addirittura che potrebbe essere protettivo.[27] Il modello tipicamente femminile (o ginecoide) di distribuzione del grasso corporeo intorno ai fianchi, alle cosce e ai glutei è costituito da grasso sottocutaneo, e quindi rappresenta un rischio minore per la salute rispetto al grasso viscerale.[28][29]
Come tutti gli altri organi adiposi, il grasso sottocutaneo è parte attiva del sistema endocrino e secerne gli ormoni Leptina e Resistina.[26]
La relazione tra lo strato adiposo sottocutaneo e il grasso corporeo totale di una persona viene spesso modellata utilizzando equazioni di regressione. La più popolare di queste equazioni è stata creata da Durnin e Wormersley, che hanno testato in modo rigoroso molti tipi di dermoprotezione e, di conseguenza, hanno creato due formule per calcolare la densità corporea di uomini e donne. Queste equazioni presentano una correlazione inversa tra le pieghe cutanee e la densità corporea: all’aumentare della somma delle pieghe cutanee, la densità corporea diminuisce.[30]
Fattori come il sesso, l’età, le dimensioni della popolazione o altre variabili possono rendere le equazioni non valide e inutilizzabili e, a partire dal 2012, le equazioni di Durnin e Wormersley rimangono solo stime del reale livello di grassezza di una persona. Nuove formule sono ancora in fase di creazione.[30]
Gli adipociti del grasso sottocutaneo sono il target degli sforzi di manipolazione dietetica, allenante e supplementativa per ridurre al massimo la percentuale di grasso corporeo. Vi sono comunque aree di distribuzione del grasso sottocutaneo con tassi di mobilitazione lipidica differenti tra gli individui. Ed è proprio in riferimento alle aree di più difficile mobilitazione che ci si riferisce con il termina “grasso ostinato” .
Fisiologia del tessuto adiposo:
Gli acidi grassi liberi (FFA) vengono rilasciati dalla lipoproteina lipasi (LPL) ed entrano nell’adipocita, dove vengono riassemblati in trigliceridi mediante esterificazione con il glicerolo.[2] Il tessuto adiposo umano contiene circa l’87% di lipidi.[31]
Esiste un flusso costante di FFA che entrano ed escono dal tessuto adiposo.[2] La direzione netta di questo flusso è controllata dall’insulina e dalla leptina: se l’insulina è elevata, c’è un flusso netto di FFA verso l’interno e solo quando l’insulina è bassa gli FFA possono lasciare il tessuto adiposo. La secrezione di Insulina è stimolata dall’aumento della glicemia, dagli AA insulinogenici e in piccola parte dai grassi.[32]
β2-AR
Nell’uomo, la lipolisi (idrolisi dei trigliceridi in acidi grassi liberi) è controllata attraverso il settaggio equilibrato dei recettori β-adrenergici lipolitici e dell’antilipolisi mediata dai recettori α2A-adrenergici.
L’equilibrio tra β2 e α2A-AR determina le caratteristiche peculiari dell’adipocita in termini di lisi dei trigliceridi di deposito (perdita di grasso). Infatti, se l’equilibrio tende a perdersi in favore dei α2A-AR a discapito dei β2-AR ci troviamo di fronte al già prima citato “grasso testardo”.
Distribuzione degli Adrenocettori negli adipociti bianchi, bruni e beige
Gli adipociti bianchi sono il tipo di adipocita predominante nell’organismo e sono localizzati in depositi WAT distinti, caratterizzati da grasso intra-addominale (grasso viscerale che circonda gli organi interni, ovvero grasso mesenterico, perirenale e gonadico) o sottocutaneo (come il grasso inguinale). Gli adipociti bianchi immagazzinano energia (glucosio e acidi grassi) sotto forma di trigliceridi all’interno di un’unica goccia lipidica e il WAT agisce anche come organo endocrino per il rilascio di adipochine come la leptina e l’adiponectina che regolano l’omeostasi energetica dell’intero corpo (Galic, Oakhill, & Steinberg, 2010).
Differenze nella visualizzazione, nella funzione e nell’espressione dei geni firma negli adipociti bianchi, bruni e beige e l’attuale comprensione dell’espressione e della funzione degli adrenocettori (AR) nei roditori e nell’uomo. La mancata menzione di un sottotipo di adrenocettore indica che non esistono prove attuali dell’espressione/funzione della proteina recettoriale. In alcuni casi, l’evidenza funzionale si basa sull’uso di agonisti non selettivi (✦), tra cui l’Isoprenalina (Bartesaghi et al., 2015) e l’Efedrina (Carey et al., 2013) o di antagonisti (✧), tra cui la Fentolamina (Stich et al., 1999) o una combinazione di Propranololo e SR59230A per inibire tutte le risposte mediate dai β-adrenocettori (Imai et al., 2006). *L’assorbimento di 2-[18F]fluoro-2-deossiglucosio è stato misurato in risposta all’agonista selettivo dei β3-adrenocettori mirabegron nel tessuto adiposo bruno umano (Cypess et al., 2015). BA: adipocita bruno; UCP1: proteina di disaccoppiamento 1; WA: adipocita bianco
Nei roditori, tutti e tre i sottotipi di β-adrenocettori sono espressi in una serie di depositi sottocutanei e viscerali (Collins et al., 1994; Collins, Daniel, & Rohlfs, 1999; Germack, Starzec, Vassy, & Perret, 1997; Granneman, 1992; Hollenga & Zaagsma, 1989; Komai et al, 2016; Llado et al., 2002; Susulic et al., 1995), con il β3-adrenocettore che è il principale recettore responsabile della lipolisi mediata dal β-adrenocettore negli adipociti bianchi maturi. L’espressione del β-adrenocettore è influenzata anche dallo stato di differenziazione dell’adipocita bianco. L’agonista generale dei β-adrenocettori, l’Isoprenalina, ma non l’agonista altamente selettivo dei β3-adrenocettori, il CL316243, aumenta la proliferazione dei preadipociti, suggerendo un ruolo mediato dai β1-adrenocettori, mentre sia i β1-adrenocettori che i β3-adrenocettori mediano la lipolisi negli adipociti maturi (Germack et al., 1997; Klaus, Seivert, & Boeuf, 2001; Louis, Jackman, Nero, Iakovidis, & Louis, 2000; Susulic et al., 1995). È stato escluso un ruolo del β2-adrenocettore utilizzando antagonisti e agonisti selettivi del recettore.
Questi studi dimostrano collettivamente che i β-adrenocettori sono essenziali per la funzione del WAT, ma che esistono meccanismi di compensazione quando manca il β3-adrenocettore. Non ci sono prove convincenti di un contributo funzionale da parte degli α1- o α2-adrenocettori negli adipociti bianchi autentici dei roditori (Merlin, Sato, Nowell, et al., 2018). Le conoscenze sulla regolazione dell’adiponectina da parte degli adrenocettori sono meno numerose. L’adiponectina, una seconda adipochina secreta dagli adipociti bianchi e bruni, regola l’assorbimento del glucosio, la lipogenesi, la lipolisi e l’ossidazione degli acidi grassi in diversi tessuti, compreso il WAT, in modo autocrino.
Negli esseri umani, l’α1A-adrenocettore mostra una forte espressione in tutti i campioni adulti nativi, ma un’espressione trascurabile negli adipociti coltivati. Al contrario, l’mRNA per l’α1B-adrenocettore è osservato nei tessuti nativi ma anche negli adipociti differenziati di tutti i depositi, mentre l’espressione dell’α1D-adrenocettore è estremamente bassa sia nei tessuti che nelle colture primarie. L’α2A-adrenocettore mostra una forte espressione nei depositi di WAT adulto, un’espressione molto più bassa nel BAT e un’espressione bassa ma significativa nelle colture di adipociti umani maturi. L’espressione dell’α2B-adrenocettore è massima nel BAT fetale, mentre quella dell’α2C-adrenocettore è elevata nel WAT adulto e nel BAT fetale. Livelli significativi di mRNA di α2C-adrenocettori sono osservati anche negli adipociti bruni interscapolari fetali in coltura. Come accennato in precedenza, esiste un’ampia letteratura sul ruolo dei β-adrenocettori nel tessuto adiposo animale; è quindi interessante che tutti e tre i recettori siano espressi nei depositi adiposi umani nativi. Gli mRNA dei β1- e β2-adrenocettori sono presenti in tutti i depositi del BAT e del WAT, mentre l’mRNA del β3-adrenocettore è espresso principalmente nel BAT sopraclaveare adulto. Come altri marcatori termogenici, il numero di β3-adrenocettori è aumentato nel BAT sovraclaveare di un soggetto esposto al freddo (Chondronikola et al., 2016).
Rapporti precedenti hanno utilizzato la RT-PCR per dimostrare l’espressione dei β3-adrenocettori nel WAT, sebbene i segnali fossero costantemente più elevati nel BAT infantile o nel BAT perirenale (Krief et al., 1993; Lonnqvist et al., 1993; Tavernier et al., 1996). Il riscontro costante di una bassissima espressione di β3-adrenocettori nel WAT, sia da RT-PCR che da RNA-Seq, suggerisce che potrebbero esistere sottopopolazioni minori di cellule positive ai β3-adrenocettori nei depositi di WAT umano.
Le colture di adipociti derivate dalla SVF di depositi adiposi umani mostrano un’espressione trascurabile dei β3-adrenocettori, anche dopo il differenziamento in presenza di cocktail altamente adipogenici (Ding et al., 2018; Shinoda et al., 2015). L’mRNA del β1-adrenocettore è trascurabile anche negli adipociti umani primari, mentre il β2-adrenocettore è espresso nelle colture differenziate con valori medi di frammenti per kilobase per milione di reads di 1,8 (adipociti bruni sopraclavicolari) e 2,2 (adipociti bianchi sottocutanei). La mancanza di espressione dei β3-adrenocettori si verifica parallelamente a bassi livelli di mRNA per PPARGC1A, CPT1B e UCP1, tutti elementi centrali per il controllo cellulare della termogenesi. Ciò suggerisce che la differenziazione di adipociti bruni o beige termogenici è difficile da ottenere sperimentalmente negli adipociti umani primari derivati dalla SVF. Shinoda et al. (2015) hanno osservato che la differenziazione di colture clonali di adipociti bruni sopraclavicolari in presenza di 1 μM di Rosiglitazone e/o il trattamento degli adipociti maturi con 10 μM di Forskolina per 4 ore era sufficiente a indurre livelli di espressione di UCP1 simili a quelli osservati nelle biopsie scBAT native, come osservato nelle colture di adipociti bruni e beige di topo (Merlin, Sato, Chia, et al., 2018). Questo tipo di induzione potrebbe essere necessaria per promuovere l’espressione dei β3-adrenocettori, di PPARGC1A e di CPT1B.
L’espressione a basso livello dei sottotipi di β-adrenocettori è stata rilevata mediante qPCR nelle cellule staminali umane multipotenti di derivazione adiposa, con un rapporto di 3:12:1 per i β1:β2:β3-adrenocettori (Mattsson et al., 2011), ma solo gli agonisti dei β1- e β3-adrenocettori aumentano i livelli di mRNA e di proteina di UCP1 in queste cellule (Mattsson et al., 2011). Le cellule differenziate SGBS e PAZ6 sono state analizzate mediante RNA-Seq (Guennoun et al., 2015). L’espressione del β3-adrenocettore non è rilevabile nelle cellule SGBS, ma è significativa nelle cellule PAZ6 differenziate (2,5 RPKM (reads per kilobase per million mapped reads); Guennoun et al., 2015). È quindi evidente che i livelli di espressione degli adrenocettori e dei marcatori termogenici devono essere considerati in diversi sistemi modello quando si studiano potenziali agenti di “inbrunenti”.
Il WAT umano e gli adipociti bianchi dei roditori differiscono significativamente nell’espressione degli α2-adrenocettori, con un’alta espressione degli α2-adrenocettori nel WAT umano (Galitzky, Larrouy, Berlan, & Lafontan, 1990; Mauriege et al, 1991; Mauriege, Marette, et al, 1995; Mauriege, Prud’homme, Lemieux, Tremblay, & Despres, 1995), ma bassa espressione negli adipociti bianchi dei roditori (Merlin, Sato, Nowell, et al. , 2018; Valet et al., 2000). Ormai sappiamo che l’attivazione di α2-adrenocettori accoppiati a Gαi/o negli adipociti bianchi umani inibisce gli aumenti della lipolisi stimolati dalle catecolamine, contrastando così la lipolisi mediata dai β-adrenocettori (Stich et al, 1999), e gli adipociti bianchi degli esseri umani obesi presentano livelli aumentati di α2-adrenocettori, aumento di α2: β-adrenocettori e un aumento delle risposte mediate dagli α2-adrenocettori (Galitzky et al, 1990; Mauriege et al. , 1991; Mauriege, Marette, et al., 1995; Mauriege, Prud’homme, et al., 1995). Quando l’α2-adrenocettore umano è sovraespresso nel tessuto adiposo di topi KO con β3-adrenocettore, la lipolisi mediata dalla catecolamina negli adipociti bianchi è attenuata e i topi sviluppano una maggiore obesità con una dieta ad alto contenuto di grassi (Valet et al., 2000). Nonostante l’espressione significativa degli α1A- e α1B-adrenocettori nel tessuto adiposo umano nativo, non vi sono prove funzionali convincenti di un’attività diretta delle catecolamine.
“Stubborn Fat”
I due tipi di adrenocettori sopra citati, non controllano solo il metabolismo delle cellule grasse, ma anche il flusso sanguigno in entrata e in uscita da queste ultime. Di conseguenza, i β2-AR aumentano la lipolisi e il flusso sanguigno del tessuto adiposo mentre i α2A-AR inibiscono la lipolisi e il flusso sanguigno del tessuto adiposo.
Quindi, le diverse aree del grasso corporeo hanno una diversa distribuzione degli adrenorecettori β2 e α2A e questo influisce profondamente sulla capacità o meno di mobilitare e trasportare il grasso al di fuori di esse.
L’esempio più estremo è quello del grasso corporeo inferiore (fianchi e cosce), in cui è stato riscontrato un numero di recettori α2A circa 9 volte maggiore rispetto ai recettori β2. Alcune ricerche suggeriscono che il grasso addominale degli uomini ha una maggiore densità di recettori α2A (rispetto, ad esempio, al grasso viscerale), anche se non è così accentuato come per il grasso corporeo inferiore. Sebbene non sia stato studiato, è probabile che anche il grasso della parte inferiore della schiena sia relativamente resistente agli stimoli lipolitici, a causa di un numero maggiore di recettori α2A.
I dismorfismi sessuali sulla ripartizione calorica sembrano mostrare che nelle donne, dopo un pasto, può verificarsi una distribuzione calorica preferenziale nel grasso dell’area inferiore del corpo, oltre ad una ridistribuzione del grasso dalla parte superiore a quella inferiore del corpo.
Non è raro, infatti, che le donne lamentino una perdita sensibile nella parte superiore del corpo con una concomitante ed apparente peggioramento dei depositi adiposi nella parte inferiore. Una donna potrebbe mobilitare bene il grasso della parte superiore del corpo, ma immagazzinare parte di quel grasso nei depositi della parte inferiore del corpo. La parte superiore del corpo diventa più magra, quella inferiore più grassa. Questa possibilità può interessare a diverso grado anche gli uomini.
Come accennato in precedenza, oltre alle differenze nella reattività agli stimoli lipolitici, i depositi di “grasso testardo” hanno un flusso sanguigno significativamente più scarso rispetto ad altri depositi.
Alcuni studi hanno dimostrato che il flusso sanguigno nella parte inferiore del corpo può essere inferiore del 67% rispetto ad altri depositi. Il grasso viscerale ha un flusso sanguigno estremamente buono e viene mobilitato molto rapidamente.
La scarsa circolazione sanguigna ha due conseguenze importanti. In primo luogo, significa che gli ormoni trasportati dal sangue non possono raggiungere a concentrazioni ottimali le cellule adipose. In secondo luogo, un flusso sanguigno insufficiente rende più difficile far uscire il grasso mobilitato dalla cellula grassa per ossidarlo altrove.
Il motivo per cui il flusso sanguigno è così scarso non è ben definito. In parte potrebbe trattarsi semplicemente di un minor numero di vasi sanguigni, visto che gli studi di imaging ne mostrano pochi in quell’area. Inoltre, sembra che i vasi sanguigni della parte inferiore del corpo abbiano più recettori α2A che β2; ciò ha la stessa conseguenza della lipolisi. Più recettori α2A significano più vasocostrizione e meno vasodilatazione, il che si traduce in un minor flusso sanguigno.
Un fattore da tenere in considerazione è che, l’Estradiolo aumenta direttamente il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici negli adipociti sottocutanei. L’aumento del numero di recettori α2A-adrenergici causa una risposta lipolitica attenuata delle Catecolamine o delle ammine simpaticomimentiche negli adipociti sottocutanei; al contrario, non è stato osservato alcun effetto degli estrogeni sull’espressione dell’mRNA dei recettori α2A-adrenergici negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale.
Questi risultati mostrano che una cattiva gestione degli estrogeni abbassa la risposta lipolitica nel deposito di grasso sottocutaneo aumentando il numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici, mentre gli estrogeni non sembrano influenzare la lipolisi negli adipociti del deposito di grasso intra-addominale. Si è scoperto che questo effetto degli estrogeni è causato dal sottotipo α del recettore degli estrogeni (ERα).
Questi risultati dimostrano che una sovraespressione estrogenica attenua la risposta lipolitica attraverso la sovra-regolazione del numero di recettori α2A-adrenergici antilipolitici solo nel sottocutaneo e non nei depositi di grasso viscerale. Ciò rappresenta una spiegazione del modo in cui gli estrogeni mantengono la tipica distribuzione del grasso femminile nel sottocute, poiché gli estrogeni sembrano inibire la lipolisi solo nei depositi sottocutanei, spostando così l’assimilazione del grasso dai depositi intra-addominali a quelli sottocutanei peggiorando la situazione dei depositi di “grasso testardo” pre-esistenti e “generandone” di nuovi.
Antagonisti degli α2-AR:
Fentolamina; un α2 bloccante
Gli α2 bloccanti sono un sottoinsieme della classe dei farmaci α-bloccanti e sono antagonisti del recettore adrenergico α2. Sono utilizzati principalmente nella ricerca, avendo trovato un’applicazione clinica limitata nella medicina umana. Gli α2 bloccanti aumentano il rilascio di Noradrenalina e bloccano, per l’appunto, l’attività recettoriale degli α2-AR.
La Yohimbina, storicamente utilizzata come afrodisiaco, è talvolta impiegata in medicina veterinaria (anche se ora è stata ampiamente sostituita dall’atipamezolo) per invertire gli effetti degli α2-AR, come la Medetomidina, utilizzati come sedativi durante gli interventi chirurgici.[33]
Gli antidepressivi tetraciclici Mianserina e Mirtazapina sono α2-bloccanti , anche se la loro efficacia come antidepressivi può derivare dalla loro attività su altri siti recettoriali.
Meccanicamente, i α2-bloccanti aumentano i neurotrasmettitori adrenergici, dopaminergici e serotoninergici e inducono la secrezione di Insulina, riducendo i livelli di zucchero nel sangue.
La sospensione repentina degli α2-bloccanti può essere difficile o pericolosa, poiché la sottoregolazione globale dei neurotrasmettitori può causare sintomi di depressione e altri problemi neurologici, e l’aumento dei livelli di zucchero nel sangue insieme alla diminuzione della sensibilità all’insulina può causare in alcuni casi stati diabetici. Inoltre, può verificarsi una riduzione della microcircolazione insieme alla supersensibilità all’adrenalina in organi come il fegato.
Yohimbina e α-yohinbina
Yohimbina
Non vi è dubbio che la Yohimbina rappresenti l’α2-antagonista più usato per ridurre il grasso corporeo e, nello specifico, le zone del “grasso testardo”.
Se assunta alla dose raccomandata (≤0,2mg per kg di peso corporeo), la Yohimbina può causare nausea, dolore addominale, vertigini, nervosismo e ansia.[34]
Dosi più elevate di Yohimbina possono essere pericolose; un rapporto del 2005 ha rilevato che la Yohimbina ha il più alto tasso di effetti tossici di qualsiasi prodotto botanico.[35] Casi di ingestione di Yohimbina in eccesso hanno suggerito che l’ansia, l’ipertensione (pressione alta), la tachicardia (frequenza cardiaca elevata), le aritmie e l’agitazione sono tra gli effetti collaterali più gravi di questo composto.[35]
La Yohimbina è un α2-antagonista adrenergico selettivo. In altre parole, ha come bersaglio e inattiva una classe di recettori del sistema nervoso che risponde al neurotrasmettitore Noradrenalina.[36] L’antagonismo dei recettori α2 aumenta il rilascio di Noradrenalina da parte del sistema nervoso simpatico, causando gli effetti stimolanti e “iperadrenergici” della Yohimbina.
La Yohimbina inibisce anche l’attività dei recettori α2 sulle cellule adipose, dove la Noradrenalina agisce normalmente per sopprimere il rilascio di grasso. L’inibizione dell’effetto antilipolitico della Noradrenalina consente una maggiore lipolisi (e conseguente ossidazione lipidica).[37]
Dosi giornaliere totali di 0,2mg/kg di peso corporeo sono state utilizzate con successo per aumentare la mobilitazione lipidica dai depositi di “grasso testardo” e la successiva ossidazione dei grassi senza implicazioni significative sui parametri cardiovascolari come la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Ciò si traduce in un dosaggio giornaliero totale di:
14 mg per una persona di 68 kg
18 mg per una persona di 91 kg
22 mg per una persona di 113 kg.
Queste dosi totali giornaliere si riferiscono all’uso di Yohimbina come unico agente con azione riduttiva sulla attività dei recettori α2. Tali dosaggi vengono spesso suddivise e assunte in due o quattro dosi nel corso della giornata. Ad esempio, una persona di 68 kg potrebbe assumere 7mg due volte al giorno (lontano dai pasti) per raggiungere una dose totale di 14mg.
Nota: non tutti i soggetti sono in grado di tollerare la “dose piena” ricavata dalla sopra citata formula. In quel caso, l’utilizzatore mantiene la tose tollerabile raggiunta.
Rauwlscina
Se si considera lo stesso recettore α2, la Yohimbina sembra avere una selettività per la subunità α2C piuttosto che per la A o la B; la selettività è compresa tra 4 e 15 volte,[38] mentre la Rauwolscina [α-yohimbina] sembra non essere selettiva tra queste tre subunità.[39][38] La Rauwlscina sembra essere efficace a livello del recettore quanto la Yohimbina ma con una emivita di circa 5h contro i 30 minuti della prima emivita della Yohimbina.[40]
Il fatto che la Yohimbina è selettiva per la subunità α2C più che per altre subunità, compresa l’importante A, se parliamo di α2-AR adipocitari, la sua efficacia risulta moderatamente ridotta per la riduzione del “grasso testardo”, sebbene la subunità α2C sia ad un certo grado espressa anche nel WAT; o per lo meno lo è se utilizzata come unico agente interferente l’attività adipocitaria dei α2-AR.
Introduzione agli ACE II inibitori:
Captopril
Leonard T. Skeggs e i suoi colleghi (tra cui Norman Shumway) scoprirono l’ACE [Inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina] nel plasma nel 1956.[41] Le scoperte avvenute nel corso di un annosa ricerca hanno portato allo sviluppo del Captopril, il primo ACE-inibitore attivo per via orale, nel 1975.[42]
Bradichinina
Gli ACE inibitori inibiscono l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina, un componente importante del sistema renina-angiotensina che converte l’angiotensina I in angiotensina II e idrolizza la bradichinina.[43] Pertanto, gli ACE inibitori diminuiscono la formazione di angiotensina II, un vasocostrittore, e aumentano il livello di bradichinina, un vasodilatatore peptidico.[43] Questa combinazione è sinergica nell’abbassare la pressione sanguigna.
Gli ACE-inibitori riducono l’attività del sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone (RAAS) come evento eziologico (causale) primario nello sviluppo dell’ipertensione nelle persone con diabete mellito, come parte della sindrome da insulino-resistenza o come manifestazione di una malattia renale.[44][45]
Il sistema renina-angiotensina-aldosterone è un importante meccanismo di regolazione della pressione sanguigna. I marcatori di squilibrio elettrolitico e idrico nell’organismo, come l’ipotensione, la bassa concentrazione di sodio nel tubulo distale, la diminuzione del volume sanguigno e l’elevato tono simpatico, innescano il rilascio dell’enzima renina dalle cellule dell’apparato juxtaglomerulare del rene.
Renina
La renina attiva un proormone circolante derivato dal fegato, l’angiotensinogeno, mediante scissione proteolitica di tutti i suoi residui aminoacidici, tranne i primi dieci, noti come angiotensina I. L’ACE (enzima di conversione dell’angiotensina) rimuove quindi altri due residui, convertendo l’angiotensina I in angiotensina II. L’ACE si trova nella circolazione polmonare e nell’endotelio di molti vasi sanguigni.[46] Il sistema aumenta la pressione sanguigna aumentando la quantità di sale e acqua trattenuta dal corpo, sebbene l’angiotensina II sia anche un potente vasocostrittore.[47]
Struttura dell’Angiotensina I e II
Gli ACE-inibitori sono stati inizialmente approvati per il trattamento dell’ipertensione e possono essere utilizzati da soli o in combinazione con altri farmaci antipertensivi. In seguito, si sono rivelati utili per altre malattie cardiovascolari e renali[48], tra cui:
Complicanze renali del diabete mellito (nefropatia diabetica), grazie alla riduzione della pressione arteriosa e alla prevenzione del danno da iperfiltrazione glomerulare[51].
Angiotesina II e tessuto adiposo:
Noradrenalina
L’angiotensina II determina, tra le atre cose, un aumento del rilascio di catecolamine (Noradrenalina), della sensibilità alle catecolamine e della loro attività.[52]
L’angiotensina II può essere prodotta dal tessuto adiposo umano; a questo proposito, l’angiotensinogeno e gli enzimi coinvolti nella sua conversione in Ang II, nonché le vie RAS (renina, enzima di conversione dell’angiotensina: ACE) e non RAS (catepsina D, catepsina G) sono espressi nel tessuto adiposo umano. Inoltre, anche i recettori dell’Ang II sono espressi nel tessuto adiposo, il che suggerisce un ruolo locale di questo ormone nella regolazione dell’adipogenesi, del metabolismo lipidico e nella patogenesi dell’obesità28,48. L’influenza dell’Ang II sugli adipociti è mediata dall’attivazione dei recettori АТ1 e АТ2, coinvolgendo diversi sistemi di trasduzione del segnale, tra cui le risposte Са 2+, la proliferazione e la differenziazione cellulare, l’accumulo di trigliceridi, l’espressione dei geni delle adipochine e la secrezione di queste ultime [53]. L’angiotensina II ha anche un effetto anti-adipogenico, riducendo la differenziazione delle cellule pre-adipose umane [54]. Pertanto, questo ormone potrebbe rappresentare un fattore protettivo contro l’espansione incontrollata del tessuto adiposo [55].Questo effetto anti-adipogenico dell’Ang II è stato osservato anche nel grasso omentale di esseri umani affetti da obesità, con la partecipazione della via della chinasi regolata dal segnale extracellulare/1,2 (ERK/1,2) e la fosforilazione del recettore gamma attivato dal proliferatore del perossisoma (pPARG) [56]. Durante questo processo, l’origine dell’Ang II può essere sia da RAS che da vie non RAS; queste ultime potrebbero essere più importanti in questo processo [57]. Tuttavia, oltre a questo effetto, l’Ang II può aumentare il contenuto di trigliceridi e l’attività di due enzimi lipogenici (FAS: sintasi degli acidi grassi e GPDH: glicerolo-3-fosfato deidrogenasi) in colture primarie di cellule adipose umane, suggerendo un controllo dell’adiposità attraverso la regolazione della sintesi e dell’immagazzinamento dei lipidi negli adipociti [58]. L’Ang II regola anche il flusso sanguigno regionale verso il tessuto adiposo e le dimensioni e il numero delle cellule grasse [59]. Queste scoperte sono state confermate dal blocco sperimentale dell’Ang II, che influenza direttamente il peso corporeo e l’adiposità [60].
Effetti adipogenici e anti-adipogenici del sistema renina-angiotensina (RAS). La produzione locale di angiotensina II (Ang II) nel tessuto adiposo è coinvolta nella regolazione dell’adipogenesi e del metabolismo lipidico. L’Ang II ha un effetto anti-adipogenico riducendo la differenziazione adipogenica delle cellule pre-adipose umane con la partecipazione di ERK e pPARG. L’Ang II può anche aumentare il contenuto di trigliceridi negli adipociti attivando due enzimi lipogenici, FAS e GPDH. Questo effetto anti-adipogenico dell’Ang II può essere regolato. L’Ang II può essere catabolizzato dall’ACE2 adiposo per formare l’Ang 1-7 che interagisce con i recettori dell’Ang 1-7 (Mas) sugli adipociti, attivando la PI3K/Akt e l’inibizione delle vie MAPK chinasi/ ERK e inducendo un effetto inibitorio nell’Ang II/AT1 anti-adipogenico, promuovendo l’adipogenesi. AT1: Recettore-1 dell’angiotensina II; AT2: Recettore-2 dell’angiotensina II; RAS: Renin Angiotensin System; Cathep D, G: Cathepsin D, Cathepsin G; ACE1: angiotensin-converting enzyme-1; ACE2: angiotensin-converting enzyme-2; Ang 1-7: Angiotensina 1-7; ERK: extracellular signal-regulated kinase; pPARG: phosphorylated peroxisome proliferator-activated receptor gamma; FAS: fatty acid synthase; GPDH: glicerolo-3-fosfato deidrogenasi; MAPK chinasi/ERK: mitogen-activated protein kinases/extracellular signal-regulated kinases; PI3K/Akt: fosfatidilinositolo 3-chinasi/proteina chinasi B.
È stata documentata anche la regolazione autocrina dell’Ang II durante l’adipogenesi. L’angiotensina II può essere catabolizzata nei tessuti adiposi dall’enzima adiposo di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) per formare l’Ang 1-7. La regolazione autocrina del sistema angiotensinico locale implica la coespressione dei recettori dell’Ang II (AT1 e AT2) e dei recettori dell’Ang 1-7 (Mas) sugli adipociti. L’attivazione del recettore Mas da parte dell’Ang 1-7 ha un effetto contrario all’effetto anti-adipogenico dell’Ang II, inducendo l’adipogenesi attraverso l’attivazione delle vie PI3K/Akt e l’inibizione delle vie MAPK chinasi/ERK [61] . In questo contesto, la regolazione autocrina dell’asse Ang II/AT1-ACE2-Ang 1-7/Mas durante l’adipogenesi è in grado di produrre ormoni e citochine che promuovono l’infiammazione, l’accumulo di lipidi, l’IR e le componenti del RAS, che si attivano in presenza di obesità come meccanismi chiave correlati all’obesità dell’ipertensione e di altre componenti della sindrome cardiometabolica [62].
Angiotesina II e α2A-AR
Una caratteristica di particolare interesse in riferimento all’Angiotesina II è il fatto che sia un polipeptide necessario per l’espressione di alcuni recettori α2 (ma non di tutti). Ciò significa che senza l’Angiotensina II i recettori α2 non possono essere sviluppati in alcune cellule. Di conseguenza, se sottoregoliamo l’Angiotensina II, prodotta naturalmente dall’organismo, il normale rinnovamento dei recettori α2 non avverrà. Bisogna capire che in ogni cellula c’è un costante rinnovamento recettoriale. Bloccando la formazione di un tipo specifico di recettore in una cellula (ad esempio i recettori α2), dopo un po’ di tempo non ci saranno più recettori α2 in questa cellula. I vecchi recettori saranno completamente degradati e avremo impedito alla nuova generazione di recettori di sostituire quelli vecchi.
Attività dell’Angiotesina II a livello dei α2A-AR e del Recettore dell’Angiotesina II dell’adipocita del WAT
Quindi, sotto-regolazione marcata dei α2 recettori . Il problema principale è se questa azione dell’Angiotensina II avviene nelle cellule adipose. L’Angiotensina II agisce solo sui recettori α2 che rispondono a due condizioni:
Sembra avere il massimo effetto sui recettori α2 del sottotipo “A”. Ciò è positivo, poiché sono proprio questi recettori a trovarsi nelle cellule adipose. Quindi, la prima condizione è soddisfatta.
L’Angiotensione II agisce solo sulle cellule ricche di recettori α2 e di recettori dell’Angiotensina II. Sappiamo già che le cellule adipose sono molto ricche di recettori α2. Da tempo i ricercatori sanno anche che le cellule adipose sono ricche di recettori dell’Angiotensina II.
Il punto chiave da ricordare è che nelle cellule grasse l’Angiotensina II è necessaria perché i recettori α2 si rinnovino normalmente. Se impediamo in qualche modo la formazione di Angiotensina II, causeremo grossi problemi nel rinnovo dei recettori α2A nelle cellule adipose.
Quindi, tutto ciò che occorre fare è alterare la produzione di Angiotensina II attraverso l’uso principale di ACE II inibitori. Nel giro di poche settimane il numero di recettori α2 diminuirà sensibilmente.
Quinapril
L’uso di ACE II inibitori ha quindi il potenziale di attenuare la sensibilità agli α2-adrenocettori negli adipociti umani. L’effetto del Quinapril, un ACE II inibitore lipofilo, è stato maggiore di quello dell’Enalapril [www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles], un ACE II inibitore idrofilo. Gli ACE II inibitori lipofili possono avere un effetto vasodilatatore più potente rispetto agli ACE II inibitori idrofili. La concentrazione di Angiotensina II nei tessuti piuttosto che nel plasma può contribuire alla sensibilità e il numero degli α2-adrenocettori.
Enalapril
È stato riportato che l’ACE inibitore lipofilo, Quinapril, riduce la concentrazione tissutale di Angiotensina II in misura maggiore rispetto all’ACE inibitore idrofilo, Enalapril, da 5 a 24 ore dopo una singola somministrazione orale nei ratti. I tempi di raggiungimento della concentrazione plasmatica massima del Quinapril e del suo metabolita attivo sono stati di 2-3 ore [63, 64]. Pertanto, per esaminare più chiaramente la cosa, ciascun farmaco è stato somministrato 22 e 3 ore prima dell’esame. Entrambi gli ACE inibitori hanno soppresso le attività plasmatiche dell’ACE per oltre il 90%. Questo risultato conferma i precedenti risultati ottenuti in soggetti giapponesi [65]. Sebbene la soppressione dell’attività dell’enzima convertitore dell’Angiotensina nel plasma e la pressione arteriosa sistemica non differissero tra i due farmaci, l’attenuazione della sensibilità degli α-adrenocettori alla Fenilefrina era maggiore nei soggetti trattati con Quinapril rispetto a quelli trattati con Enalapril. Le osservazioni e i rapporti precedenti [66] suggeriscono che la concentrazione di Angiotensina II nei tessuti piuttosto che quella nel plasma può contribuire alla sensibilità dei recettori α-adrenergici nei vasi ed in altri tessuti come quello adiposo. Inoltre, l’ACE inibitore lipofilo può essere più potente dell’ACE inibitore idrofilo. Infatti, il Quinapril ha attenuato la risposta vasopressore della Fenilefrina più dell’Enalapril e l’intervallo di confidenza del 95% per le differenze di ED50 tra Enalapril e Qinapril è stato di 31,1-397,5. Sebbene l’entità dell’attenuazione della sensibilità dei recettori α-adrenergici indotta dalla soppressione dell’ACE tissutale con Quinapril fosse varia, ciò è coerente con un altro esperimento in vitro [67].
Quando osservata, la concentrazione di Noradrenalina nel siero durante il riposo a letto non è cambiata prima e dopo la somministrazione del farmaco ACE inibitore. Rapporti precedenti hanno dimostrato che gli ACE inibitori attenuano il deflusso del nervo simpatico negli animali e nell’uomo [68, 69]. Negli studi in cui non è stato applicato alcun carico al sistema nervoso simpatico, non è stato possibile rilevare alcun cambiamento nel flusso simpatico indotto dagli ACE inibitori.
Applicazione degli ACE II inibitori nel trattamento del “grasso testardo”:
La genesi dell’uso degli ACEI come PEDs
Daniel (“Dan”) Duchaine
Nonostante il potenziale maggiore nella sotto-regolazione degli α2A-AR attribuita agli ACE inibitori con caratteristiche prettamente lipolifiche, la molecola appartenente a questa classe di farmaci maggiormente utilizzata per tale scopo e da più tempo è il Captopril. Questo storico ACE II inibitore mostra però caratteristiche idrofile. Certo, la sua maggiore diffusione è legata senza dubbio agli anni dalla sintesi e immissione nel circuito farmaceutico della molecola, ma anche, e soprattutto, al suo lancio come PEDs da parte, tra i primi, di Dan Duchaine (1952-2000).
Le proprietà potenziali sulla composizione corporea del Captopril vennero individuare per la prima volta in alcune atlete interessate ad assumere un farmaco che le desse un miglioramento della composizione corporea ma senza virilizzazione. Così quella divenne l’occasione giusta per testare il Captopril. La dieta delle atlete non venne cambiata. Le atlete hanno continuato per un paio di mesi ad assumere il Captopril come unico farmaco. Avevano migliorato leggermente il trofismo, ma non molto. Ciò che però colpì i “pionieri della preparazione” fu il fatto che avevano perso grasso in aree in cui prima non erano riuscite a perderlo in modo significativo.
Approfondendo le caratteristiche della molecola attraverso la consultazione di testi accademici reperiti alla biblioteca medica, scoprirono che la relazione tra il Captropril e i recettori α2.
Con il procedere del tempo e le sperimentazione dose-tempo nell’applicazione del Captopril (ma non solo), si è notato che il farmaco poteva rendere possibile la riduzione totale della dose di Yohimbina migliorando notevolmente la compliance dell’utilizzatore.
Sappiamo, infatti, che la Yohimbina presenta una selettività maggiore per i recettori α2C piuttosto che ai sottogruppi “A” e “B”. Questa caratteristica risulta limitativa nell’azione ricercata nella Yohimbina come α2-antagonista adipocitario. L’inserimento del Captopril [o di altro ACE II inibitore] permette di 1) ridurre sensibilmente il numero di α2A-AR nell’adipocita e 2) di permettere, a dosaggio di 1/2 fino a 1/3, un legame antagonista da parte della Yohimbina nei confronti degli α2-AR rimasti. L’uso della α-yohimbina, non presentando tale affinità selettiva, migliora sensibilmente questo effetto sinergico.
Situazione adipocitaria in fisiologia con attività catecolaminergica a livello degli adrenocettori nel adipocita; Impatto sulla attività adrenorecettoriale con somministrazione di Yohimbina; Impatto sulla densità/numero adrenorecettoriale con somministrazione di un ACE II inibitore [Captopril]; Impatto additivo sulla densità, numero, funzionalità e attivazione adrenorecettoriale con somministrazione di Yohimbina e un ACE II inibitore [Captopril].
Le limitazioni degli ACE II inibitori
Il Captopril [e in generale gli ACE II inibitori] non è un farmaco che manifesta rapidamente i suoi effetti dal punto di vista estetico. Bisogna ricordare che la regolazione degli α2-AR richiede almeno due mesi prima di diventare significativa.
È necessario seguire una dieta ipocalorica per vedere ottimi risultati in termini di perdita di grasso ostinato. Abbiamo detto, infatti, che i recettori α2-AR impediscono la normale perdita di grasso la dose si presentano in maggiori concentrazioni. Questo non significa, però, che si perderà automaticamente grasso di deposito solo perché si è ridotto il numero di recettori α2. Significa solo che la perdita di grasso ostinato indotta dalla dieta ipocalorica sarà più “facile”. Avrà un effetto permissivo sulla perdita di grasso ostinato, consentendo di ridurre i depositi adiposi con un rapporto di α2-AR più elevato.
L’ultima limitazione è che esiste ancora una linea di difesa per le cellule adipose e la conservazione delle riserve lipiche. Eliminando parzialmente la linea di difesa rappresentata dagli α2-AR, se ne attiva una nuova costituita da recettori antilipolitici chiamati peptide YY, anch’essi localizzati sulle cellule adipose. Ciò significa che la riduzione del livello dei recettori α2-AR permetterà di perdere più grasso ostinato di quanto sarebbe stato normalmente possibile, ma le limitazioni genetiche saranno sempre presenti.
Ma l’uso di Captopril [o altro ACE II inibitore] può permettere di fare un grande passo avanti nella giusta direzione se l’obbiettivo è una marcata riduzione della body fat, soprattutto le aree ostinate.
Esempi applicativi degli ACE II inibitori per il trattamento del “Stubborn Fat”
Nell’approccio protocollare di base, e se prendiamo come esempio di ACE II inibitore il Captopril:
Captopril = 50mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
Yohimbina = 5-10mg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
α-yohimbina = 3/5mg die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ].
Nell’approccio protocollare intermedio:
Captorpil = 50-75mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
Yohimbina = 10mg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
α-yohimbina = 5-6mg die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ];
T3 = 25mcg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 12,5mcg) e controllo ematico del FT3].
Nell’approccio protocollare avanzato:
Captorpil = 100mg/die [da raggiungere con gradualità e aumenti giornalieri di 6,25mg];
Yohimbina = 0.2mg/Kg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 2,5mg) e test della sensibilità ];
α-yohimbina = 0.1mg/Kg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 0,5mg) e test della sensibilità ];
T3 = 50mcg/die [dose da raggiungere con aumenti giornalieri (pari a 12,5mcg) e controllo ematico del FT3];
Salbutamolo = 8-12mg/die [dose da raggiungere con aumenti ogni 1-2 giorni (pari a 2mg)];
Alternativa: Clenbuterolo = 1mcg/Kg/die (range 40-80mcg) [dose da raggiungere con aumenti ogni 2 giorni (pari a 10-20mcg) e test della sensibilità/tolleranza];
Nedbivololo = 5mg/die [dose di partenza 2,5mg/die e valutazione della tolleranza].
*Nota bene: Nessuno dei protocolli sopra esposti rappresenta un indicazione d’uso o una prescrizione medica di applicazione. Tali informazioni SONO AD ESCLUSIVO SCOPO ESEMPLIFICATIVO!
Effetti collaterali degli ACE II inibitori
pressione bassa;
tosse. Un altro possibile effetto avverso specifico degli ACE-inibitori, ma non di altri bloccanti del RAAS, è l’aumento del livello di bradichinina. La tosse secca persistente è un effetto avverso relativamente comune che si ritiene sia associato all’aumento dei livelli di bradichinina prodotto dagli ACE inibitori, anche se il ruolo della bradichinina nella produzione di questi sintomi è stato contestato. Tuttavia, molti casi di tosse in persone che assumono ACE inibitori potrebbero non essere dovuti al farmaco stesso. Alcuni (0,7%) sviluppano angioedema a causa dell’aumento dei livelli di bradichinina. Può esistere una predisposizione genetica. ;
iperkaliemia. Il potassio elevato nel sangue è un’altra possibile complicazione del trattamento con un ACE-inibitore, dovuta al suo effetto sull’aldosterone. La soppressione dell’angiotensina II porta a una diminuzione dei livelli di aldosterone. Poiché l’aldosterone è responsabile dell’aumento dell’escrezione di potassio, gli ACE-inibitori possono causare una ritenzione di potassio. Alcune persone, tuttavia, possono continuare a perdere potassio durante l’assunzione di un ACE-inibitore. È necessario un attento monitoraggio dei livelli di potassio nei soggetti in trattamento con ACE-inibitori che sono a rischio di iperkaliemia.;
cefalea;
vertigini;
affaticamento;
nausea e compromissione renale. I soggetti che iniziano la terapia con un ACE-inibitore presentano di solito una modesta riduzione della velocità di filtrazione glomerulare (eGFR). Tuttavia, la riduzione può essere significativa in condizioni di preesistente ridotta perfusione renale, come stenosi dell’arteria renale, insufficienza cardiaca, malattia renale policistica o deplezione di volume. Una moderata riduzione della funzione renale, non superiore al 30% di aumento della creatinina sierica, che si stabilizza dopo una settimana di trattamento. La riduzione del eGFR è un problema soprattutto se il paziente assume contemporaneamente un FANS e un diuretico. Quando i tre farmaci vengono assunti insieme, il rischio di sviluppare un’insufficienza renale aumenta notevolmente.
Una rara reazione allergica grave può colpire la parete intestinale e causare secondariamente dolore addominale.
Ma gli ARB/Sartani possono essere un sostituto agli ACE II inibitori per lo scopo qui discusso?
Telmisartan
Sono circa vent’anni che si è scoperto che il Telmisartan, un Bloccante del Recettore dell’Angiotensina II (ARB) approvato per il trattamento dell’ipertensione, è anche un agonista parziale di PPARγ.[70-71] Mentre gli agonisti completi di PPARγ, come il Rosiglitazone e il Pioglitazone, promuovono l’aumento di peso alterando la distribuzione del grasso e la differenziazione degli adipociti, gli agonisti parziali (agonisti/antagonisti misti) di PPARγ possono avere la capacità di ritardare l’aumento di peso promuovendo al contempo la differenziazione degli adipociti.[72] Ad esempio, è stato scoperto che il Telmisartan può promuovere la differenziazione degli adipociti ma anche attenuare l’aumento di peso, migliorando al contempo il metabolismo del glucosio e dei lipidi nei ratti alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi e carboidrati.[70] Sharma et al[73] hanno riportato che il blocco del recettore dell’angiotensina II di tipo 1, di per sé, può promuovere la differenziazione degli adipociti e hanno proposto che questo possa contribuire agli effetti antidiabetici degli antagonisti del recettore dell’angiotensina II. Non è noto se molecole bifunzionali come il Telmisartan, che attivano PPARγ e bloccano il recettore dell’angiotensina II, esercitino effetti diversi sulle dimensioni degli adipociti e sui determinanti primari del peso corporeo rispetto ai normali bloccanti del recettore dell’angiotensina, come il Valsartan, che non hanno la capacità di attivare PPARγ.
Valsartan
Negli studi si è scoperto che il Telmisartan, ma non il Valsartan, aumenta l’espressione dei geni di un fattore di trascrizione nucleare (TFAM) che regola la funzione mitocondriale e di una proteina mitocondriale (MTCO1) coinvolta nella fosforilazione ossidativa. Rispetto agli agonisti totali convenzionali di PPARγ, come i Tiazolidinedioni, gli agonisti parziali del PPARγ, come il Telmisartan, possono avere la capacità di reclutare in modo preferenziale alcuni coattivatori trascrizionali che sono particolarmente importanti nella regolazione dei geni che controllano la funzione mitocondriale e il metabolismo energetico.[74-75] Ad esempio, gli agonisti parziali sembrano reclutare preferenzialmente il coattivatore 1-α di PPARγ, un coattivatore trascrizionale noto per stimolare l’espressione di TFAM, che, a sua volta, può aumentare l’espressione dei geni mitocondriali (ad esempio, MTCO1) e, in ultima analisi, la biogenesi mitocondriale.[75-76] Sebbene i precisi meccanismi cellulari e molecolari che mediano i robusti effetti del Telmisartan sul peso corporeo, sul dispendio energetico e sul metabolismo dei grassi rimangano da chiarire, gli studi sul reclutamento del coattivatore PPARγ e sull’espressione dei geni target, nonché sul numero, la struttura e la funzione dei mitocondri, potrebbero rappresentare aree di indagine potenzialmente fruttuose in futuro.
Ciò che si è anche notato con gli ARB, ma soprattutto con il Telmisartan, è che ha una azione sulla distribuzione del grasso più che sulla sua riduzione sistemica. Infatti, il Telmisartan ha mostrato di indurre la riduzione del grasso viscerale ma senza cambiamenti statistici sui deposito sottocutanei. Le più recenti review che hanno esaminato l’effetto del Telmisartan sulla condizione metabolica e composizione corporea dei pazienti trattati, hanno evidenziato che i risultati suggeriscono che questo sartano influisce sulla distribuzione del grasso, inducendo una riduzione del grasso viscerale, e quindi potrebbe essere utile nei pazienti ipertesi con obesità/sovrappeso, sindrome metabolica o intolleranza al glucosio.
Anche i dati aneddotici di un certo valore e design suggeriscono uno “spostamento” nell’equilibrio di mobilitazione delle riserve di grasso verso la perdita dei depositi viscerali invece di quelli sottocutanei. Ed è per tale motivo che diversi preparatori ne evitino l’uso sotto gara.
Questo “effetto shift” sul bilancio della mobilitazione delle riserve di grasso dal grasso sottocutaneo ad una prevalenza del viscerale si manifesta in modo significativo nel range di dosaggio di 80-160mg/die.
PPARγ
L’attività come agonista parziale del PPARγ è il motivo principale per il quale in Telmisartan agisce sul metabolismo lipidico adipocitario. Si è affermato che coloro i quali vogliono bypassare il problema dello shift della mobilitazione adiposa possono farlo assumendo l’Oleuropeina. Ora, non vi è nulla di certo e poco che superi la sottile linea tra ipotesi e dato realmente misurato, ma alcuni, soprattutto coloro i quali mal tollerano gli aumenti di bradichinina dati dagli ACE II inibitori, inseriscono questo supplemento erboristico nel tentativo di risolvere la sopra citata limitazione.
Peccato, però, che grazie a questa attività di agonista parziale del PPARγ, il Telmisartan può ridurre lo stoccaggio dei trigliceridi negli adipociti durante una dieta ipercalorica. In topi trattati per 28 giorni con ARB e ACE I, si è osservato un inferiore accumulo adiposo, minor peso corporeo, miglior controllo sull’assunzione di cibo rispetto ai topi non trattati con una dieta ad alto contenuto lipidico.
Nonostante, in teoria, l’effetto sul “grasso testardo” possa essere trattato anche attraverso il blocca del recettore dell’Angiotesina II, i dati a nostra disposizione ci mostrano una superiorità di azione e versatilità legata agli ACE II inibitori. L’uso di ARB, in particolar modo del Telmisartan, potrebbe avere un applicazione logica (se non si parla di soggetti obesi o in sovrappeso) nel gestione del grasso corporeo durante le fasi di ipercalorica, ad un dosaggio ipotetico di 40-80mg/die, al fine di ridurre l’accumulo adiposo e migliorare la qualità complessiva del peso raggiunto in Bulk.
Effetti collaterali degli ARB:
tachicardia e bradicardia (battito cardiaco accelerato o lento);
ipotensione (pressione sanguigna bassa);
edema (gonfiore di braccia, gambe, labbra, lingua o gola, quest’ultimo con conseguenti problemi di respirazione);
potenziale manifestazione di reazioni allergiche;
infezioni del tratto respiratorio superiore;
diarrea;
mal di schiena;
problemi renali;
iperkalemia.
Conclusioni:
Abbiamo visto come gli adrenocettori svolgono un ruolo importante nella biologia e nella fisiologia del tessuto adiposo, che comprende la regolazione della sintesi e dell’immagazzinamento dei trigliceridi (lipogenesi), la degradazione dei trigliceridi immagazzinati (lipolisi), la termogenesi (produzione di calore), il metabolismo del glucosio e la secrezione di ormoni derivati dagli adipociti che possono controllare l’omeostasi energetica dell’intero corpo. Questi processi sono regolati dal sistema nervoso simpatico attraverso l’azione di diversi sottotipi di adrenocettori espressi nei depositi di tessuto adiposo. In questa disamina, abbiamo evidenziato il ruolo dei sottotipi di adrenocettori negli adipociti bianchi, bruni e beige, e nel tessuto adiposo “testardo” ed abbiamo approfondito il ruolo potenziale degli ACE II inibitori nella modulazione sottoregolativa dell’attività degli α2-AR e l’impatto che questo può avere sul miglioramento della composizione corporea. Sono stati anche descritti gli effetti riscontrabili, nel medesimo contesto e fine, dei Sartani con le differenze tra l’applicabilità di questi confronto a quella degli ACE II inibitori.
Mentre il potenziale degli ACE II inibitori di migliorare la perdita di massa grassa in specie a carico dei depositi con una ratio sfavorevole tra α2:β2-AR, permettendo un importante sgravio sui dosaggi di α2-antagonisti, risulta un dato importante per la pianificazioni della preparazione alla gara, il potenziale effetto di riduzione del accumulo lipidico per attività di agonista parziale del PPARγ dato dal Telmisartan amplifica le applicazioni potenziali dei Sartani per il miglioramento della qualità del peso guadagnato in fase Bulk.
Ricordo, in fine, che tutto ciò che è stato detto è informazioni prettamente scientifica e non rappresenta in nessun modo un incitamento all’uso di farmaci fuori dalle linee di prescrizioni.
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I capisaldi della gestione del peso sono gli interventi sullo stile di vita con il ruolo aggiuntivo di supporto dei farmaci anti-obesità e delle procedure bariatriche. Attualmente, i farmaci disponibili approvati per il trattamento dell’obesità agiscono sul bilancio energetico riducendo l’assunzione di cibo e il comportamento di ricompensa alimentare nel sistema nervoso centrale (ad esempio, sopprimendo l’appetito) o riducendo l’assorbimento dei grassi nell’intestino.[1,2,3] Finora non sono disponibili farmaci con un effetto diretto sull’aumento del dispendio energetico attraverso un’influenza sul tessuto adiposo [4,6]. Nell’uomo esistono due tipi di tessuto adiposo con funzioni fisiologiche distinte: il tessuto adiposo bianco (WAT), specializzato nell’immagazzinamento di trigliceridi in eccesso quando l’assunzione di energia supera il dispendio energetico, e il tessuto adiposo bruno (BAT) – con i relativi adipociti “beige”/”bruni” (derivati dal WAT) – che svolge un ruolo centrale nel metabolizzare il glucosio, gli acidi grassi e altre sostanze chimiche per produrre calore attraverso l’attivazione della proteina di disaccoppiamento 1 (UCP1) specifica del tessuto termogenico [4,7]. Alcuni dati suggeriscono che il BAT possa essere funzionale nell’uomo adulto [1]. I recettori β3-adrenergici (AR) sono espressi non solo nella vescica urinaria, ma anche sulla superficie degli adipociti bruni e bianchi [1]. I tessuti adiposi bruni e “beige”, contenenti cellule grasse termogeniche, possono essere attivati da agonisti dei recettori β3-adrenergici (β3-AR) [8]. È stato riportato che il Mirabegron, un agonista β3-AR umano selettivo, può stimolare il BAT e il processo di imbrunimento degli adipociti derivati dal WAT [9,10]. Il fatto che l’attivazione del BAT e degli adipociti “beige” possa aumentare il dispendio energetico rende i tessuti adiposi bruni e “beige” nuovi e promettenti bersagli per il trattamento dell’obesità [4,11].
Il ruolo del tessuto adiposo nella termogenesi e nei processi metabolici associati all’obesità:
Nell’uomo esistono due tipi principali di tessuto adiposo, che svolgono funzioni diverse: il tessuto adiposo bianco e il tessuto adiposo bruno. Oltre al WAT e al BAT, sono state distinte anche cellule adipose “brune”, definite cellule adipose “beige”. Esse derivano dal WAT, ma la loro funzione metabolica è simile a quella del BAT [4,7]. Il WAT è responsabile dell’immagazzinamento di energia sotto forma di trigliceridi, del rilascio di lipidi e della funzione di ghiandola endocrina, secernendo adipochine, come l’adiponectina e la leptina, per promuovere l’omeostasi metabolica [9,12]. Nell’obesità, gli adipociti bianchi si ipertrofizzano, seguiti da fibrosi, necrosi degli adipociti e infiltrazione di cellule immunitarie, che portano a infiammazione locale e sistemica, insulino-resistenza e disfunzione metabolica [9].
Cellule del BAT (colorate di marrone con anticorpi contro la proteina specifica del grasso bruno Ucp1) annidate tra le cellule del WAT grasso bianco.
Il BAT è stato descritto per la prima volta nel 1981 in finlandesi che lavoravano all’aperto e che erano stati esposti a basse temperature ambientali [6]. Il BAT metabolicamente attivo è stato identificato negli adulti mediante imaging PET/CT focalizzato principalmente sulla fossa sopraclavicolare, sull’area succlavia e sull’ascella, seguito dalle aree mediastiniche, paraspinali, perinefriche e sopradrenali [10,12]. Sebbene il BAT sia presente nell’uomo, la sua prevalenza diminuisce con l’età e nelle persone in sovrappeso o obese rispetto ai soggetti magri [6,9,13,14]. Gli anelli mancanti nel trattamento dell’obesità sono i farmaci che possono aumentare la quantità o l’attività del BAT. È stato riportato che il volume del BAT può essere aumentato dopo la chirurgia bariatrica [12]. Il BAT è il principale organo termogenico dei mammiferi, con lo scopo di aumentare il dispendio energetico in risposta al freddo o ad altre stimolazioni nervose simpatiche, rilasciando noradrenalina dai terminali nervosi per attivare i recettori β3-adrenergici attraverso il processo definito termogenesi senza brividi [2,10,11,12,13]. La capacità termogenica del BAT è stata stimata in circa 500 W/kg [6]. Gli adipociti del BAT sono arricchiti di mitocondri (i loro livelli sono più alti di quelli del WAT), nei quali la proteina di disaccoppiamento 1 (UCP1) è altamente espressa. La UCP1 dissipa l’energia in eccesso sotto forma di calore in un processo noto come termogenesi [2,15]. L’attivazione adrenergica della lipolisi stimola l’attività termogenica della UCP1 [2,10]. L’attivazione dell’UCP1 sulla membrana mitocondriale interna disaccoppia la respirazione mitocondriale, separando il trasporto di elettroni dalla produzione di ATP per ossidare il substrato e generare calore [4,8,16]. Gli acidi grassi a catena lunga, generati dai pool lipidici intracellulari, sono trasportati ai mitocondri attraverso la carnitina palmitoiltransferasi 1 (CPT1) e utilizzati come fonte di carburante dagli adipociti bruni per produrre calore. Inoltre, è stato proposto che gli acidi grassi liberi agiscano come attivatori allosterici di UCP1. Oltre agli acidi grassi, anche il glucosio circolante può essere utilizzato dal BAT attivo per alimentare la termogenesi [2,10,17]. In sintesi, il BAT consuma glucosio e lipidi per generare calore attraverso la respirazione disaccoppiata mediata da UCP1, con conseguente miglioramento dell’omeostasi glucidica e lipidica [9,13,18].
Struttura della proteina disaccoppiante umana UCP1
Gli adipociti termogenici umani possono originare da due lignaggi distinti, non solo da adipociti bruni costitutivi ma anche da cellule “beige” reclutabili, definite adipociti “bruni” o “bruno-simili” [5]. Gli adipociti “beige” sono localizzati prevalentemente nei depositi di WAT [16]. Le cellule adipose del WAT possono essere convertite in adipociti “beige” termogenici in un processo chiamato “browning” o “beiging” [12]. Da un lato, è stato dimostrato un sostanziale “beiging” del WAT sottocutaneo umano in alcuni disturbi, come la cachessia da cancro, le ustioni e le condizioni con alti livelli di catecolamine, ad esempio il feocromocitoma [8,13,14]. I pazienti con tumori che secernono catecolamine hanno anche più tessuto adiposo bruno rispetto alla maggior parte delle persone [19]. D’altra parte, gli adipociti “bruni” possono essere attivati con l’induzione dell’espressione di UCP1 da parte di stimoli ambientali, come l’esposizione al freddo e agli agonisti β-adrenergici, mediata dalla via di segnalazione p38-MAPK [9,12,14,16]. La risposta “beiging” dei soggetti obesi al freddo è simile a quella dei soggetti magri [14]. Sebbene queste cellule differiscano dagli adipociti bruni convenzionali – in quanto si sviluppano da una cellula precursore di adipociti bianchi e non da una cellula precursore di adipociti bruni, simile agli adipociti bruni classici nel BAT – gli adipociti “beige” possiedono goccioline lipidiche multiloculari, un gran numero di mitocondri e marcatori unici di espressione genica del grasso bruno, come UCP1, aumentando la capacità del tessuto di ossidazione del carburante e il dispendio energetico [4,16,18]. Inoltre, è stato dimostrato che il “beiging” è associato a una riduzione della fibrosi del tessuto adiposo e della disfunzione adiposa. Questi risultati suggeriscono che l’induzione del tessuto adiposo “beige” può migliorare l’omeostasi metabolica aumentando la capacità del WAT sottocutaneo di funzionare come serbatoio metabolico per il glucosio e i lipidi o riducendo la disfunzione del WAT che si verifica con l’obesità [13]. Così, oltre alla termogenesi e al dispendio energetico, i tessuti adiposi bruni e “beige” sono associati a un miglioramento dell’omeostasi del glucosio e dei lipidi, nonché a una maggiore sensibilità all’insulina nell’uomo e nel topo [14].
Distribuzione del BAT nei neonati, nelle donne e negli uomini. Il BAT è immagazzinato in un deposito interscapolare separato nei neonati che perdono il loro tessuto adiposo bruno con l’avanzare dell’età. Negli esseri umani adulti, la maggior parte degli adipociti bruni si trova nei depositi di BAT sopraclavicolari nella regione del collo. Quantità minori di BAT si trovano nell’aorta, nelle vertebre, nelle aree ascellari e renali. C’è una distribuzione simile del tessuto adiposo bruno sia nelle donne che negli uomini. Tuttavia, le donne hanno una maggiore quantità di massa e attività di BAT.
Considerando il fatto che nelle persone obese adulte c’è meno BAT rispetto ai soggetti magri, il WAT in eccesso, che può essere stimolante e in fase di “beigezzazione/imbrunimento”, può svolgere un ruolo aggiuntivo rispetto al BAT nei processi metabolici [13]. Pertanto, il tessuto adiposo bruno e il tessuto adiposo “beige” sono stati riconosciuti come regolatori critici del metabolismo e del dispendio energetico dell’intero corpo e sono considerati bersagli promettenti per la terapia anti-obesità [2,12,15].
L’Irisina è un ormone sintetizzato in grande quantità dal tessuto muscolare umano durante le attività sportive. La molecola è in grado di operare il meccanismo molecolare detto “browning” [“imbrunimento”], ovvero di conversione del WAT in BAT.
Il grasso bruno, il grasso “beige” e i β3-adrenocettori nel contesto dell’obesità:
Struttura del recettore β3-adrenergico
La famiglia dei recettori β-adrenergici (AR) umani è composta dai recettori β1, β2 e β3, in cui il β1-AR è altamente espresso in tutto il sistema cardiovascolare, il β2-AR si trova nelle vie aeree polmonari, in tutta la vascolarizzazione e nel muscolo scheletrico e l’espressione del β3-AR è limitata soprattutto alla vescica urinaria e alla cistifellea, oltre che al BAT e al WAT [4,10]. Il β3-AR umano, identificato nel 1989, è un recettore a 7 membrane, con una coda N-terminale extracellulare e una coda C-terminale intracellulare, composta da 408 aminoacidi. Si accoppia principalmente a Gs per attivare l’adenilato ciclasi, con conseguente aumento dei livelli intracellulari di cAMP, sebbene sia stato riportato un accoppiamento promiscuo con altri effettori, come Gi [4,16].
La β3-AR svolge un ruolo critico nel tessuto adiposo, nella regolazione della termogenesi, della glicolisi e della lipolisi [16]. Studi sugli animali hanno dimostrato che la stimolazione cronica del BAT porta a un miglioramento della tolleranza al glucosio e della sensibilità all’insulina e a una riduzione dell’obesità, oltre che al rilascio di adipochine che regolano beneficamente il metabolismo [1,8,10,12,20]. Inoltre, l’attivazione β3-AR-mediata del WAT può aumentare la secrezione insulinica delle cellule β pancreatiche [5]. È stato anche riportato che una parte significativa della termogenesi non da brivido ha luogo nel tessuto adiposo bruno ed è mediata principalmente dal β3-adrenocettore [19]. Nei topi alimentati con dieta a base di chow e ad alto contenuto di grassi, il trapianto di BAT ha ridotto il peso corporeo, aumentato il metabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina e incrementato l’assorbimento di glucosio nel BAT e nel WAT [15].
Oltre alla funzione metabolica, la β3-AR svolge un ruolo nel cervello, essendo coinvolta nei processi di memoria, apprendimento e regolazione dell’appetito, nel tratto gastrointestinale, dove partecipa alla regolazione della motilità, e nel sistema genitourinario, dove svolge un ruolo nella regolazione della funzione vescicale [16].
Durante la termogenesi, i β3-adrenocettori aumentano il dispendio energetico, che può portare alla perdita di grasso, in risposta alla stimolazione simpatica [19]. È dimostrato che la stimolazione cronica dell’attività nervosa simpatica e dei β3-AR può attivare il BAT [6]. È stato dimostrato che l’esposizione al freddo stimola il sistema nervoso simpatico a rilasciare noradrenalina dalle terminazioni nervose simpatiche per attivare i β-AR sulle membrane delle cellule del BAT, promuovendo la termogenesi. In questo modo, il BAT umano è in grado di avviare la termogenesi attraverso il consumo di acidi grassi e glucosio e, successivamente, di generare calore [1,3,8]. Inoltre, l’attivazione dei β3-ARs da parte dell’esposizione al freddo o di agenti farmacologici induce un programma di “beiging” nel WAT [18]. Un modo per aumentare la quantità effettiva di tessuto adiposo bruno può essere quello di somministrare l’agonista β3-adrenoccettore in modo cronico [19]. Una singola dose di agonista dei β3-adrenocettori può almeno raddoppiare il dispendio energetico in un modello murino a circa 21 °C [19].
Struttura del gene ADRB3
Il ruolo dei β3-AR nel metabolismo energetico umano è supportato da studi clinici che riportano associazioni tra polimorfismi specifici nel gene umano ADRB3 (il gene che codifica i β3-AR) e tassi più elevati di obesità, insulino-resistenza e diabete [10]. Inoltre, le mutazioni nel gene ADRB3 sono state correlate all’insulino-resistenza, all’aumento del rischio di obesità e diabete e alla malattia del fegato grasso non alcolico negli individui obesi [10]. I dati indicano che il silenziamento di ADRB3 negli adipociti umani “marroni”/”beige” altera il macchinario termogenico cellulare e causa una riduzione dei livelli di espressione dei geni associati al metabolismo degli acidi grassi, alla massa mitocondriale e alla termogenesi, senza compromettere il fenotipo “marrone”/”beige” [10].
Attività agonista dei β3-AR del Mirabegron:
Struttura molecolare del Mirabegron
Mirabegron è una nuova generazione di agonisti dei β3-adrenocettori con una buona biodisponibilità [21]. Gli effetti dell’agonista selettivo dei β3-AR mirabegron sul rilassamento della vescica sono stati scoperti nel 2007. Per la prima volta, la selettività β3 del mirabegron (YM-178) nel contesto della funzione vescicale è stata descritta da Takasu et al. [22]. YM-178 ha aumentato l’accumulo di AMP ciclico in cellule ovariche di criceto cinese che esprimono il β3-adrenocettore umano. Mirabegron ha dimostrato valori di EC50 nanomolari contro il β3-AR umano in saggi biochimici, con una potente selettività rispetto ai β1- e β2-AR [22]. Studi in vivo hanno dimostrato che la somministrazione di mirabegron ha ridotto la pressione intravescicale e le contrazioni spontanee della vescica in modo dose-dipendente [23]. Mirabegron è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense nel 2012 come nuovo tipo di trattamento farmacologico per la vescica iperattiva (OAB) [6,21,24]. Cinquanta milligrammi di mirabegron è la dose raccomandata a tutti i pazienti con OAB [24]. Il farmaco è generalmente ben tollerato e gli effetti collaterali più comuni includono ipertensione, rinofaringite e infezione del tratto urinario [6].
La selettività β3 di Mirabegron è stata confermata in molti studi con l’uso di linee cellulari che esprimono il β3-adrenocettore sia animale che umano [22,23,25]. Mirabegron ha mostrato una selettività per il β3-AR umano superiore di oltre 400 volte rispetto al β1-AR o al β2-AR umano [26]. Ad esempio, Brucker et al. [27] hanno utilizzato cellule di ovaio di criceto cinese (CHO)-K1, cellule di rene embrionale umano 293 esprimenti stabilmente recettori β1-, β2- o β3-adrenergici umani e recettori α1D- e α2B-adrenergici umani per valutare la selettività di mirabegron. A una concentrazione di 10 μM, l’attività β3-adrenergica rispetto all’isoproterenolo (agonista β-adrenergico completo) era dell’88% per mirabegron. A sua volta, l’attività β1- e β2-adrenergica di mirabegron era rispettivamente del 3% e del 15% [27]. In questo studio mirabegron non ha soddisfatto il criterio di significatività per l’inibizione dei recettori α1D- o α2B-adrenergici [27]. Tuttavia, alcuni studi hanno indicato che mirabegron potrebbe svolgere un ruolo come antagonista degli α1-adrenergici [28,29]. Alexandre et al. [28] hanno ipotizzato che mirabegron rilassasse la muscolatura liscia uretrale nei topi attraverso un duplice meccanismo che coinvolge l’attivazione dei β3-adrenocettori e il blocco degli α1-adrenocettori. In un altro studio, mirabegron ha indotto una vasorilassazione endotelio-indipendente nelle arterie del tessuto adiposo viscerale attraverso l’antagonismo degli α1-adrenocettori. Questa azione ha suggerito che mirabegron potrebbe migliorare efficacemente la perfusione del tessuto adiposo viscerale, favorendo così un sano rimodellamento del tessuto adiposo e prevenendo alcune delle conseguenze cardiometaboliche indesiderate dell’obesità e dell’invecchiamento [29]. Resta ancora difficile stabilire in che misura l’antagonismo degli α1-adrenocettori possa contribuire agli effetti clinici di mirabegron [28,29].
I cambiamenti metabolici benefici causati dal trattamento cronico con mirabegron potrebbero derivare dalla stimolazione della β3-AR nel BAT e nel WAT umani [5,12,18]. È stato suggerito che mirabegron potrebbe migliorare le malattie metaboliche legate all’obesità aumentando la termogenesi del BAT, la lipolisi del WAT e la stimolazione del processo di “brunimento” degli adipociti derivati dal WAT [4,5,9,10]. Il trattamento acuto con mirabegron ha aumentato il dispendio energetico [10,15]. Dopo il silenziamento dell’espressione dei β3-AR, il mirabegron non è stato in grado di stimolare la lipolisi e la termogenesi del BAT [10]. Molti studi hanno dimostrato che il trattamento con mirabegron ha aumentato l’assorbimento del glucosio negli adipociti bruni e “beige”, ha migliorato l’omeostasi del glucosio e ha aumentato la sensibilità all’insulina e la funzione delle cellule β [1,9]. Inoltre, è stato dimostrato che il trattamento cronico con agonisti β3-AR nell’uomo può rilasciare adipochine benefiche [1]. Il modo in cui mirabegron migliora il metabolismo del glucosio non è stato finora chiarito [5]. Tuttavia, sono stati ipotizzati alcuni meccanismi. In primo luogo, mirabegron stimola la secrezione di adiponectina, nota adipochina derivata dal WAT e associata a una maggiore sensibilità all’insulina nel muscolo scheletrico e nel fegato. In secondo luogo, mirabegron aumenta la concentrazione di polipeptide inibitore gastrico (GIP), l’incretina collegata alla secrezione di insulina. Infine, il meccanismo di mirabegron potrebbe coinvolgere le stesse cellule β [5].
L’agonista dei recettori β3-adrenergici è un ottimo candidato per il trattamento dell’obesità, poiché l’isoforma β3 è espressa esclusivamente negli adipociti e l’azione su altri tipi di cellule, come i cardiomiociti e le cellule muscolari lisce, attraverso le altre isoforme β – β1 e β2 – è minima e dose-dipendente [11]. Pertanto, come agonista β3-AR, Mirabegron attiverebbe la termogenesi nel tessuto adiposo, stimolando l’ossidazione dei lipidi e il consumo di glucosio per produrre calore, senza causare gravi effetti collaterali cardiovascolari [13].
Mirabegron come agente antiobesità negli studi sperimentali:
Adipocita del BAT
Il trattamento dei roditori con agonisti β3-AR ha attivato il BAT, con conseguente aumento del dispendio energetico, perdita di peso e miglioramento del metabolismo del glucosio e dei lipidi. Inoltre, ha ripristinato l’equilibrio NO/redox, migliorato la funzione endoteliale e, quindi, esercitato effetti protettivi vascolari [4,6,13,17]. L’aumento dell’attività del BAT ha impedito lo sviluppo e la gravità dell’obesità e del diabete di tipo 2, mentre i topi privi di BAT erano inclini all’obesità [16]. È stato riportato che una riduzione della massa del BAT nei topi indotta da un transgene produce obesità e che questi topi presentano un’ulteriore maggiore suscettibilità all’obesità a causa di diete obesitogene [8,30,31].
Adipocita “Beige”
Come si è detto, il Mirabegron può essere efficace come attivatore del BAT, stimolatore delle cellule “beige” e controllore dell’omeostasi metabolica. L’influenza benefica di mirabegron sul metabolismo è stata confermata da studi in vitro e in vivo [2,4,15,18]. Nello studio condotto da Dehvari et al. [15], sono stati riportati gli effetti di mirabegron negli adipociti bruni, bianchi e “beige” in vitro e i suoi effetti sull’utilizzo del glucosio e sulla termogenesi in vivo. È stato dimostrato che mirabegron aumenta l’assorbimento di glucosio e la glicolisi negli adipociti bruni di topo in vitro e promuove l’assorbimento di glucosio nel BAT in vivo. Il mirabegron ha aumentato i livelli di cAMP e l’mRNA di UCP1, con conseguente aumento del consumo di ossigeno mediato da UCP1, nonché l’assorbimento di glucosio e la glicolisi cellulare negli adipociti bruni e “beige” (tale azione è mancata nelle colture cellulari primarie di adipociti bruni provenienti da topi knockout per il β3-adrenocettore), mentre questi effetti erano assenti o ridotti negli adipociti bianchi. In vivo, mirabegron ha aumentato il consumo di ossigeno nell’intero corpo e l’assorbimento di glucosio nel tessuto adiposo bruno e bianco inguinale e ha migliorato la tolleranza al glucosio. Nei topi knockout per il β3-adrenorecettore, mirabegron non è riuscito a indurre l’assorbimento di glucosio nel tessuto adiposo, né ad aumentare il consumo di ossigeno corporeo, il che dimostra che la segnalazione del β3-adrenorecettore è una via principale delle azioni metaboliche di mirabegron [15]. Analogamente a Dehvari et al. [15], Hao et al. [4] hanno studiato gli effetti anti-obesità di mirabegron utilizzando modelli in vitro e in vivo. In entrambe le linee cellulari – preadipociti bruni di topo e preadipociti bianchi 3T3-L1 – mirabegron ha stimolato l’espressione di UCP1. I topi trattati con mirabegron, alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi, presentavano una riduzione del peso corporeo e dell’adiposità, nonché un miglioramento della tolleranza al glucosio e della sensibilità all’insulina. Le goccioline lipidiche nel BAT dei topi trattati con mirabegron erano meno numerose e di dimensioni inferiori rispetto ai controlli. La colorazione H&E e l’immunoistochimica hanno indicato che mirabegron ha aumentato l’abbondanza di cellule “beige” nel WAT [4]. Si è concluso che mirabegron ha aumentato l’espressione di UCP1 e ha promosso la “brunitura” del WAT, che è stata accompagnata da un miglioramento della tolleranza al glucosio, della sensibilità all’insulina e della prevenzione dell’obesità indotta da una dieta ad alto contenuto di grassi [4]. In un altro studio su animali, Valgas da Silva et al. [18] hanno riferito che un trattamento di 2 settimane con mirabegron ha ridotto l’infiammazione, migliorato il metabolismo, impedito l’accumulo di grasso ectopico nel BAT e nel fegato e diminuito l’insulino-resistenza nei topi obesi (riduzione dell’indice HOMA e dei livelli di insulina). Mirabegron ha aumentato l’espressione di UCP1 nel BAT e il dispendio energetico, oltre a ridurre l’adiposità nei topi obesi. Inoltre, mirabegron ha ridotto i livelli circolanti di acidi grassi liberi, glicerolo e TNF-α. È noto che l’aumento dei livelli di FFA circolanti causa insulino-resistenza negli organi bersaglio dell’insulina ed è emerso come uno dei principali collegamenti tra l’obesità e lo sviluppo della sindrome metabolica. È noto anche che il TNF-α ha un effetto lipolitico, che determina un aumento dei livelli di FFA e glicerolo in circolo, contribuendo all’insulino-resistenza. Tuttavia, a differenza dello studio condotto da Dehvari et al. non sono stati riscontrati cambiamenti nel WAT inguinale: il mirabegron non ha indotto il “beiging” del WAT inguinale dei topi obesi. Inoltre, l’obesità indotta dalla dieta ha aumentato significativamente i depositi lipidici nel fegato e nel BAT, ma mirabegron ha parzialmente invertito questi cambiamenti, il che potrebbe indicare un ruolo protettivo di mirabegron nello sviluppo della steatosi epatica e dell’insulino-resistenza [18]. La conferma che mirabegron può essere utile come agente anti-obesità è stata trovata anche nello studio di Hao et al. [4]. È stato dimostrato che mirabegron provoca un aumento di 14 volte dell’espressione genica di UCP1 e può determinare una perdita di peso del 12% e una riduzione dell’adiposità nei topi obesi rispetto all’attività fisica.
Struttura molecolare della Metformina
La terapia combinata, composta da Mirabegron e Metformina, è stata verificata nel modello murino di prevenzione e nel modello murino di trattamento dell’obesità [2]. La metformina, un derivato della biguanide, è uno dei farmaci più comunemente utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2. Inibisce il complesso mitocondriale I, vitale per il trattamento dell’obesità. Inibisce il complesso mitocondriale I, vitale per il trasporto di elettroni, che porta all’attivazione dell’AMPK (proteina chinasi attivata dall’adenosina 5′-monofosfato). Di conseguenza, la produzione di ATP (adenosina trifosfato) diminuisce e la concentrazione intracellulare di ADP (adenosina difosfato) aumenta. Di conseguenza, i livelli cellulari di AMP (adenosina monofosfato) aumentano, attivando infine l’AMPK. L’AMPK è un regolatore chiave di numerose vie metaboliche, tra cui il metabolismo del glucosio e dei lipidi e l’omeostasi energetica. La metformina svolge anche un ruolo importante inibendo la segnalazione dei recettori dell’insulina e dell’IGF, con conseguenti cambiamenti nell’omeostasi metabolica [32]. Zhao et al. [2] hanno indicato che questa terapia complessa potrebbe essere un approccio promettente per la prevenzione e il trattamento dell’obesità, agendo contemporaneamente sull’assunzione e sul dispendio energetico, senza effetti collaterali sulla funzione cardiovascolare. Nel modello di prevenzione, metformina e mirabegron hanno provocato un’ulteriore riduzione del 12% e del 14% dell’aumento di peso corporeo indotto da una dieta ad alto contenuto di grassi, rispetto a metformina o mirabegron da soli, rispettivamente. Nel modello di trattamento, metformina e mirabegron hanno promosso in modo additivo una perdita di peso corporeo del 17% nei topi obesi indotti dalla dieta, superiore del 13% e del 6% rispetto a metformina e mirabegron da soli, rispettivamente. La terapia combinata ha avuto un effetto additivo sulla perdita di peso nei topi, associato a una significativa perdita di grasso, soprattutto nel WAT sottocutaneo [2]. I ricercatori hanno suggerito che l’effetto additivo di metformina e mirabegron sull’aumento del dispendio energetico abbia contribuito in modo determinante alla riduzione del peso corporeo e della massa grassa nei topi [2]. La terapia con metformina e mirabegron ha avuto un effetto additivo sulla termogenesi del BAT e sulla doratura del WAT sottocutaneo. La terapia combinata ha aumentato significativamente l’espressione di UCP1 nel BAT e nel WAT sottocutaneo [2]. Inoltre, metformina e mirabegron hanno migliorato la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, e l’effetto era indipendente dall’assunzione di cibo. Tuttavia, la co-somministrazione di metformina e mirabegron non ha migliorato l’omeostasi del glucosio nei topi in misura maggiore rispetto alla metformina o al mirabegron da soli [2].
Un diagramma che riassume gli effetti combinati di Metformina (Met)/Mirabegron (Mir) sull’obesità nei modelli di prevenzione e trattamento. (A) Nel modello di prevenzione in cui una dieta ricca di grassi (HFD) e farmaci venivano somministrati simultaneamente, il trattamento con Met/Mir ha ridotto l’aumento di peso in modo additivo. Ciò è dovuto principalmente a un miglioramento della spesa energetica (EE) che era accompagnato da un’espressione sovraregolata di marcatori critici nella lipolisi, nell’ossidazione degli acidi grassi e nella termogenesi nel tessuto adiposo bruno (BAT). (B) Nel modello di trattamento, è stato prima stabilito un fenotipo di obesità indotta dalla dieta (DIO), seguito da 5 settimane di trattamenti terapeutici con Met e/o Mir. Il trattamento con Met/Mir ha causato una marcata perdita di peso, derivante dall’aumento di EE
E’ interessante notare che la p-Sinefrina, una agonista selettivo dei β3-Adrenocettoiri di origine naturale, ha mostrato in studi su animali effetti positivi sull’imbrunimento del WAT, sopprimendo così l’obesità e la steatosi epatica.
Mirabegron come farmaco antiobesità: i dati degli studi sull’uomo:
Oltre agli studi sperimentali, esistono numerosi studi clinici in cui è stata dimostrata l’influenza di mirabegron sull’attività del BAT e sulla massa corporea. Gli autori hanno riferito che mirabegron ha portato a un aumento dell’attività del BAT e del dispendio energetico a riposo [1,3,5,10,17,21]. Prove preliminari suggeriscono che gli effetti del mirabegron sul metabolismo del glucosio, sul colesterolo HDL e sugli acidi biliari assomigliano a quelli ottenuti con un lieve esercizio fisico [1,5]. Nel primo gruppo di studi sono state testate soprattutto dosi elevate di mirabegron (100 mg, 150 mg o 200 mg) [1,3,5,17,21].
Cypess et al. [1] hanno usato, per la prima volta, Mirabegron per studiare il BAT umano e hanno confrontato la sua azione in un grado che corrispondeva alle risposte all’esposizione al freddo. La somministrazione di 200mg al giorno di Mirabegron orale per 12 settimane a 12 uomini sani è stata associata a una maggiore attività del BAT (misurata tramite tomografia a emissione di positroni 18F-fluorodesossiglucosio combinata con tomografia computerizzata) e all’aumento del tasso metabolico a riposo di 203 ± 40 kcal/die, rispetto agli individui che hanno ricevuto il placebo. È stato ipotizzato che la perdita di peso calcolata, associata al dispendio energetico, dovrebbe raggiungere i 5 kg nel primo anno e i 10 kg entro la fine dei 3 anni [1]. In questo studio, il dosaggio di 200 mg di mirabegron, una dose molto più alta di quelle attualmente approvate per ridurre i sintomi della vescica iperattiva, è stato generalmente ben tollerato, anche dopo 12 settimane di somministrazione orale giornaliera [1]. L’effetto collaterale più comune era la tachicardia [1].
L’alta dose di Mirabegron [100mg al giorno] è stata testata da O’Mara et al. durante un programma di terapia di 4 settimane su 14 donne sane di varie etnie [5]. Nell’endpoint primario, i ricercatori hanno riferito che la terapia cronica con Mirabegron ha aumentato il volume del BAT e l’attività metabolica, misurati tramite PET/CT con 18F-fluorodesossiglucosio [5]. Inoltre, le donne che avevano avuto principalmente meno BAT hanno finalmente raggiunto un aumento maggiore del volume e dell’attività del BAT dopo il trattamento [5]. Gli endpoint secondari hanno rivelato che la spesa energetica a riposo dell’intero corpo era più alta dopo il trattamento con mirabegron; tuttavia, non sono state riscontrate modifiche nel peso corporeo o nella composizione. Questi risultati dovrebbero essere associati a un intervallo di BMI ristretto e alla partecipazione di donne non obese. Inoltre, è stato riscontrato che la terapia con Mirabegron aumenta i biomarcatori delle lipoproteine come HDL e apolipoproteina A1, apolipoproteina E e peptide inibitorio gastrico (GIP), nonché i livelli di adiponectina, adipochina antidiabetica e antinfiammatoria. Dopo il trattamento con mirabegron, è stata osservata una riduzione del rapporto ApoB100/ApoA1, un biomarcatore del rischio cardiovascolare. Infine, dopo il trattamento cronico con mirabegron, un test di tolleranza al glucosio per via endovenosa ha rivelato una maggiore sensibilità all’insulina, efficacia del glucosio e secrezione di insulina [5]. Tuttavia, il cambiamento nella valutazione del modello omeostatico della resistenza all’insulina (HOMA-IR), una misura della resistenza all’insulina, non è stato significativo dopo il trattamento cronico con mirabegron. Gli autori hanno suggerito che la ragione principale dovrebbe essere il livello HOMA-IR quasi normale all’inizio dello studio [5]. Come è una preoccupazione comune nel trattamento cronico con agonisti adrenergici, 100mg di Mirabegron hanno portato a una variazione diurna della frequenza cardiaca tale che Mirabegron l’ha aumentata di più durante la notte rispetto a quando i soggetti erano svegli e in movimento. D’altra parte, il trattamento con Mirabegron non ha avuto alcun effetto sulla tolleranza all’esercizio [5].
Loh et al. [21] hanno riportato l’efficacia di varie dosi singole di mirabegron (50, 100, 150 e 200 mg) in un gruppo di 17 individui sani (11 uomini, 6 donne) che hanno assunto il farmaco in quattro giorni separati, con 3-14 giorni di wash-out tra ogni dose. Hanno riferito che la spesa energetica (misurata tramite calorimetria indiretta) è aumentata significativamente dopo le dosi da 100 mg e 200 mg e ha mostrato una tendenza all’aumento dopo le dosi da 150 mg, ma non era significativamente diversa dal basale in risposta a 50 mg di mirabegron. La temperatura cutanea sopraclaveare (come indicatore surrogato dell’attività BAT), è aumentata dopo le dosi di mirabegron da 50 mg, 100 mg e 150 mg, ma non era significativamente diversa dal basale in risposta a 200 mg. Considerando gli effetti collaterali, il cambiamento nella pressione sanguigna sistolica è stato significativo dopo le dosi da 150 mg e 200 mg rispetto alla dose da 50 mg e alla dose da 100 mg. Tuttavia, non c’era alcuna differenza nella pressione sanguigna diastolica tra le dosi da 50 mg, 100 mg, 150 mg e 200 mg. Il cambiamento nella frequenza cardiaca è stato maggiore dopo 200 mg rispetto alle dosi rimanenti. Hanno concluso che una dose da 100 mg di mirabegron può essere efficace per aumentare il dispendio energetico e la temperatura cutanea sopraclaveare in modo specifico per il recettore β3-adrenergico, senza gli aumenti significativi della pressione sanguigna o della frequenza cardiaca osservati a dosi più elevate [21].
Baskin et al. [17] hanno studiato le implicazioni cliniche del mirabegron in 12 uomini sani e magri a cui è stata somministrata la dose approvata di 50 mg e una dose elevata di 200 mg. Si è verificato un aumento più che proporzionale alla dose nell’attività metabolica del BAT (misurata tramite PET/CT). Rispetto al placebo, 50 mg di mirabegron hanno aumentato l’attività del BAT nella maggior parte dei soggetti. Tuttavia, l’attivazione del BAT con 50 mg è stata significativamente inferiore rispetto a quella con 200 mg. Solo la dose da 200 mg ha aumentato la spesa energetica a riposo (5,8%). La stimolazione cardiovascolare è stata coerente con studi precedenti, poiché 200 mg di mirabegron hanno aumentato sia la frequenza cardiaca che la pressione sanguigna.
Uno studio randomizzato, in doppio cieco, cross-over costituito da tre interventi (esposizione al freddo a breve termine (~2 h), mirabegron (dose singola da 200 mg) e placebo) in un gruppo di 10 uomini magri olandesi sud asiatici e 10 uomini magri europei, condotto da Nahon et al. [3], ha rivelato che l’esposizione al freddo e il mirabegron hanno indotto effetti metabolici benefici, tra cui un aumento della spesa energetica a riposo (misurata mediante calorimetria indiretta), livelli di acidi grassi liberi nel siero e ossidazione dei lipidi. Il mirabegron ha aumentato la frequenza cardiaca sia nei sud asiatici (+10 battiti/min) che nei caucasici bianchi (+7 battiti/min), mentre la pressione sanguigna sistolica e diastolica non sono cambiate in modo significativo [3]. È stato osservato che una singola dose di mirabegron ha aumentato i livelli di insulina nel siero senza influenzare i livelli di glucosio. Il mirabegron può stimolare il rilascio di insulina direttamente agendo sul β3-AR del pancreas o indirettamente attraverso un aumento degli FFA che possono stimolare il pancreas a rilasciare insulina [3].
L’azione dose-dipendente del mirabegron sul tessuto adiposo, inclusa l’influenza sull’attività BAT e sul dispendio energetico, può essere analoga all’effetto del mirabegron sulla vescica urinaria. L’attivazione dei recettori β3-adrenergici con mirabegron ha determinato risposte dei recettori β3-adrenergici dipendenti dalla concentrazione [27]. Per quanto riguarda la funzione della vescica, negli studi in vivo, la somministrazione di mirabegron ha ridotto la pressione intravescicolare e le contrazioni vescicali spontanee in modo dose-dipendente [23].
È stato riportato che dosi elevate di mirabegron (in particolare 200 mg al giorno), molto più elevate di quelle approvate dalla FDA per l’iperattività della vescica (50 mg al giorno), possono essere associate a effetti collaterali cardiovascolari come mal di testa, tachicardia e pressione sanguigna elevata (per lo più solo pressione sanguigna sistolica) [1,3,5,17,21]. L’aumento della pressione sanguigna sistolica può raggiungere ~10 mm Hg alla dose di 200 mg al giorno [21]. Questo è il risultato della perdita di selettività per il β3-adrenocettore a questa dose, tale che mirabegron attiva indirettamente i β1-adrenocettori che sono ampiamente espressi in vari organi, in particolare il sistema cardiovascolare. Questo meccanismo coinvolge l’assorbimento del trasportatore di noradrenalina del mirabegron nei terminali nervosi simpatici cardiaci, causando successivamente un rilascio di noradrenalina, che attiva i β1-adrenocettori [21]. Tuttavia, il trattamento con mirabegron non ha avuto effetti sulla tolleranza all’esercizio [5]. L’attivazione dei β1-adrenocettori può essere attenuata dalla co-somministrazione di propranololo o bisoprololo [16]. D’altro canto, gli studi clinici hanno rivelato che dosi di mirabegron fino a 100 mg al giorno per almeno 12 mesi hanno mostrato un buon profilo di sicurezza e non hanno determinato un aumento dell’incidenza di tachicardia, pressione sanguigna, alterazioni dell’ECG o eventi cardiovascolari [21]. Dosi terapeutiche inferiori (50 mg) nei pazienti con OAB hanno determinato piccole variazioni della frequenza cardiaca (1 battito al minuto) e della pressione sanguigna (1 mm Hg o meno). Considerando gli effetti collaterali cardiovascolari, il mirabegron non è raccomandato nei pazienti con grave ipertensione incontrollata (pressione sanguigna sistolica ≥ 180 mm Hg e/o pressione sanguigna diastolica ≥ 110 mm Hg) [16].
Nel secondo gruppo di studi, condotto da Finlin et al. [9,13,14], è stata testata una bassa dose di mirabegron, una che è stata approvata per il trattamento dell’OAB. In un gruppo di 13 pazienti obesi di mezza età, 50 mg di mirabegron al giorno durante una terapia di 12 settimane hanno indotto il “beiging” del tessuto adiposo bianco sottocutaneo, nonché un miglioramento della funzione delle cellule β. Mirabegron ha aumentato l’espressione proteica dei marcatori adiposi “beige” UCP1 (2,4 volte), della proteina transmembrana 26 (TMEM26) (4,2 volte) e dell’effettore A simile al DFFA che induce la morte cellulare (CIDEA) (2,4 volte) [13]. Il “beiging” del tessuto adiposo bianco sottocutaneo da parte di mirabegron può ridurre la disfunzione del tessuto adiposo, il che può migliorare la capacità ossidativa muscolare e può migliorare la funzione delle cellule β [13]. Prendendo in considerazione l’omeostasi del glucosio, il trattamento con mirabegron ha migliorato la tolleranza orale al glucosio, portando a convertire il prediabete in una normale concentrazione di glucosio, ha ridotto i livelli di emoglobina A1c e ha migliorato la sensibilità all’insulina e la funzione delle cellule β, senza influenzare la glicemia a digiuno o i livelli di insulina a digiuno e HOMA-IR. Tuttavia, i risultati delle pinze euglicemiche, che sono il gold standard per misurare la sensibilità all’insulina, hanno rivelato che il trattamento con mirabegron ha aumentato in modo coerente e significativo la velocità di infusione del glucosio di circa il 12% [13]. I livelli di lipidi plasmatici sono cambiati in modo significativo, ma, dopo il trattamento con mirabegron, è stata riscontrata una tendenza verso una riduzione del colesterolo totale [13]. Sfortunatamente, una terapia di 12 settimane non ha determinato un aumento significativo della quantità di BAT e del dispendio energetico a riposo, della perdita di peso o dei cambiamenti nella composizione corporea in tali pazienti [13].
L’effetto benefico del mirabegron, simile all’effetto dell’esposizione al freddo, sull’induzione del tessuto adiposo “beige” nel tessuto adiposo sottocutaneo umano è stato riportato anche in un altro studio condotto da Finlin et al. [14]. Hanno esposto al freddo i partecipanti alla ricerca magri e obesi o li hanno trattati con mirabegron. Il trattamento cronico con mirabegron (10 settimane; 50 mg/giorno) ha indotto UCP1 (3 volte) e TMEM26 (8,7 volte) nei soggetti obesi. Inoltre, l’espressione di UCP1 e dei marcatori degli adipociti “beige” è aumentata più che dopo 10 giorni di ripetuta esposizione al freddo [14].
Nello studio successivo, composto da 12 partecipanti obesi insulino-resistenti, Finlin et al. [9] hanno valutato la capacità del trattamento con pioglitazone (30 mg/giorno) o del trattamento con mirabegron (50 mg/giorno) in monoterapia, così come una combinazione di trattamento con pioglitazone (30 mg/giorno) e mirabegron (50 mg/giorno), di aumentare il grasso “beige” o migliorare ulteriormente il metabolismo del glucosio durante 12 settimane di terapia. Il pioglitazone è un attivatore PPARγ che può stimolare il BAT o “grasso beige”. Il trattamento con pioglitazone o la combinazione di pioglitazone e mirabegron hanno aumentato l’espressione del marcatore proteico del tessuto adiposo “beige” e migliorato la sensibilità all’insulina (misurata tramite clamp euglicemico, più efficace nella terapia combinata) e l’omeostasi del glucosio (inclusi test di tolleranza al glucosio migliorati, più efficaci nella terapia combinata), ma nessuno dei due trattamenti ha indotto il BAT o influenzato la spesa energetica nei soggetti obesi. Inoltre, non si è verificato alcun cambiamento significativo nel peso corporeo dopo il trattamento. Nonostante il fatto che mirabegron e pioglitazone somministrati separatamente abbiano indotto il “beiging” del tessuto adiposo, l’aggiunta di pioglitazone a mirabegron non ha migliorato il “beiging”, poiché il trattamento combinato ha prodotto un “beiging” inferiore rispetto a entrambi i farmaci somministrati singolarmente [9].
Sebbene i risultati preliminari degli studi sugli animali abbiano mostrato i benefici della co-somministrazione di mirabegron e metformina nella prevenzione e nel trattamento dell’obesità [2], a nostra conoscenza, l’influenza di tale terapia combinata non è stata verificata in relazione all’attività BAT, al dispendio energetico e alla perdita di peso negli esseri umani. È noto solo che non ci sono interazioni clinicamente significative tra metformina e mirabegron. Nello studio con 32 soggetti maschi sani (BMI: 18–30 kg/m2), mirabegron (160 mg somministrati una volta al giorno) non ha mostrato alcun effetto sulla farmacocinetica di metformina (500 mg somministrati due volte al giorno). La co-somministrazione di mirabegron con metformina ha determinato piccole modifiche nell’esposizione a mirabegron (AUC e Cmax diminuite del 21%). Le modifiche farmacocinetiche osservate non sono state considerate clinicamente rilevanti. Pertanto, non è necessario alcun aggiustamento del dosaggio di mirabegron quando viene co-somministrato con metformina [33].
Sebbene i dati confermino che una bassa dose di mirabegron può indurre il “beiging” del WAT sottocutaneo, è stato riportato che 50 mg di mirabegron durante il trattamento a breve termine (circa 12 settimane di terapia) non hanno alcun effetto sulla quantità di BAT, sul dispendio energetico a riposo e sulla perdita di peso. Pertanto, sono necessari studi clinici di lunga durata, con partecipanti obesi con una dose inferiore di mirabegron, per valutare se il “beiging” del tessuto adiposo si tradurrebbe in un miglioramento del dispendio energetico a riposo e in una significativa perdita di peso.
Conclusioni:
Il BAT metabolicamente attivo è stato correlato positivamente al miglioramento dell’energia, del glucosio e del metabolismo dell’intero corpo [34]. L’attivazione del BAT e l’induzione del processo di “browning” nel WAT sembrano essere un’interessante strategia terapeutica per aumentare la spesa energetica e migliorare il metabolismo. Il mirabegron, come agonista del recettore β3-adrenergico, si è rivelato efficace come attivatore del BAT, stimolatore delle cellule “beige” e regolatore dell’omeostasi metabolica sia negli studi sugli animali che negli esseri umani. Sebbene negli studi sugli animali la somministrazione di mirabegron abbia portato a un miglioramento dell’obesità, non è stata ancora dimostrata una significativa perdita di peso nei pazienti obesi dopo dosi elevate o basse del farmaco. Ciò può essere spiegato dalla durata troppo breve degli studi e dal numero esiguo di partecipanti agli studi. Inoltre, negli esseri umani, il trattamento più efficace per la stimolazione del BAT e del WAT è stato quello con dosi elevate di mirabegron; tuttavia, gli effetti collaterali cardiovascolari possono limitare l’uso di dosi superiori a quelle approvate dalla FDA per il trattamento della vescica iperattiva. Da un lato, considerando l’uso di dosi elevate di mirabegron, deve essere valutata la sicurezza a lungo termine in relazione al sistema cardiovascolare. In caso di attivazione aggravata dei recettori β1 miocardici, la somministrazione concomitante di 100-200 mg di mirabegron con un bloccante β1-AR può essere una strategia terapeutica utile per evitare effetti collaterali cardiovascolari. D’altro canto, dovrebbe essere valutato se dosi più piccole di mirabegron, ad esempio quelle approvate per la vescica iperattiva (50 mg al giorno), assunte per un periodo di tempo più lungo, saranno sufficienti a stimolare la crescita del BAT, l’imbrunimento del WAT e la termogenesi che può portare alla perdita di peso. Negli studi clinici riguardanti l’efficacia e la sicurezza del mirabegron nei pazienti con vescica iperattiva, l’influenza del mirabegron sul peso corporeo non è stata verificata. A nostra conoscenza, l’efficacia del mirabegron in relazione ai disturbi metabolici, inclusa l’obesità, nei soggetti trattati per vescica iperattiva, non è stata finora valutata.
Si potrebbe quindi ipotizzare che, il potenziale ruolo del Mirabegron nel trattamento o nella prevenzione dell’obesità dipenderebbe dai risultati della sua efficacia determinati da studi clinici a lungo termine. In caso di mancanza o insoddisfacente effetto dimagrante (rispetto ai farmaci attualmente disponibili approvati per il trattamento dell’obesità), il mirabegron potrebbe essere utilizzato per migliorare il profilo metabolico nei pazienti obesi. Se l’effetto dimagrante del mirabegron venisse confermato, il farmaco diventerebbe un’opzione alternativa agli attuali agenti anti-obesità, specialmente nei pazienti con controindicazioni o intolleranza ad altri farmaci. Inoltre, un aspetto interessante da valutare negli studi clinici sarebbe se la co-somministrazione di mirabegron e altri farmaci, come metformina, pioglitazone o altri farmaci anti-obesità attualmente utilizzati, potrebbe essere una strategia più efficace rispetto alla somministrazione di tali farmaci da soli per migliorare i profili metabolici o per trattare l’obesità. I benefici della co-somministrazione di mirabegron e metformina nella prevenzione e nel trattamento dell’obesità, dimostrati in studi sugli animali, devono essere confermati in ulteriori studi clinici. Sebbene i risultati preliminari della co-somministrazione di mirabegron e pioglitazone in partecipanti obesi non abbiano indicato alcuna influenza di tale terapia sul peso corporeo, devono essere eseguiti ulteriori studi per confermare questi risultati. Pertanto, l’introduzione di agonisti del recettore β3-adrenergico nel trattamento dell’obesità in futuro richiederà studi a lungo termine con un numero maggiore di soggetti per valutarne l’efficacia, la tollerabilità e la sicurezza.
I tessuti adiposi bruni e “beige” rimangono un bersaglio attraente per combattere le malattie metaboliche. Sono necessari ulteriori studi per confermare se la combinazione di agenti attivatori di BAT e “beige”, esercizi fisici e una dieta ipocalorica sana sarebbe una strategia di successo per ottenere la perdita di peso nei pazienti con obesità.
E per l’uso off-label nella ricomposizione corporea? I test in tal senso sono ancora scarsi e dal design spesso pessimo. Vi sono stati riscontri positivi, almeno preliminarmente parlando, con protocolli di 8-12 settimane a dosaggi di 75-100mg/die. Il dosaggio era stato settato partendo da 25mg/die per poi mantenere e osservare le risposte al dosaggio per qualche giorno [pressione, battito cardiaco ecc…]. L’uso del Mirabegron in ambito sportivo è tanto pionieristico come lo è quello dei tireomimetici. Ci vorranno ancora diversi studi per poter essere maggiormente certi di concreti vantaggi applicativi di questa molecola come PEDs.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
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I Glucocorticoidi (o, meno comunemente, glucocorticosteroidi) sono una classe di corticosteroidi, ovvero una classe di ormoni steroidei. I Glucocorticoidi sono corticosteroidi che si legano al recettore dei glucocorticoidi[1], presente in quasi tutte le cellule animali vertebrate. Il nome “Glucocorticoide” è un portmanteau (glucosio + corteccia + steroide) ed è composto dal suo ruolo nella regolazione del metabolismo del glucosio, dalla sintesi nella corteccia surrenale e dalla sua struttura steroidea.
I Glucocorticoidi fanno parte del meccanismo di feedback del sistema immunitario, che riduce alcuni aspetti della funzione immunitaria, come l’infiammazione. Sono quindi utilizzati in medicina per trattare le malattie causate da un sistema immunitario iperattivo, come allergie, asma, malattie autoimmuni e sepsi. I Glucocorticoidi hanno molti effetti diversi, come la pleiotropia, tra cui effetti collaterali potenzialmente dannosi.[2] Inoltre, interferiscono con alcuni meccanismi anomali delle cellule tumorali, per cui vengono utilizzati in dosi elevate per il trattamento del cancro. Ciò include effetti inibitori sulla proliferazione dei linfociti, come nel trattamento di linfomi e leucemie, e l’attenuazione degli effetti collaterali dei farmaci antitumorali.
I glucocorticoidi agiscono sulle cellule legandosi al Recettore dei Glucocorticoidi (GR). Il complesso recettore glucocorticoide-glucocorticoide attivato regola l’espressione di proteine antinfiammatorie nel nucleo (processo noto come transattivazione) e reprime l’espressione di proteine pro-infiammatorie nel citosol impedendo la traslocazione di altri fattori di trascrizione dal citosol al nucleo (transrepressione).[2]
Il Recettore dei Glucocorticoidi (GR o GCR), noto anche come NR3C1 (sottofamiglia 3 del recettore nucleare, gruppo C, membro 1), è il recettore a cui si legano il Cortisolo e altri Glucocorticoidi.
I glucocorticoidi si distinguono dai mineralocorticoidi e dagli steroidi sessuali per i loro specifici recettori, cellule bersaglio ed effetti. In termini tecnici, il termine “corticosteroide” si riferisce sia ai glucocorticoidi che ai mineralocorticoidi (poiché entrambi sono mimici degli ormoni prodotti dalla corteccia surrenale), ma è spesso usato come sinonimo di “glucocorticoide”. I glucocorticoidi sono prodotti principalmente nella zona fascicolata della corteccia surrenale, mentre i mineralocorticoidi sono sintetizzati nella zona glomerulosa.
Il Cortisolo (o idrocortisone) è il più importante glucocorticoide umano. È essenziale per la vita e regola o supporta una serie di importanti funzioni cardiovascolari, metaboliche, immunologiche e omeostatiche. Gli aumenti delle concentrazioni di glucocorticoidi sono parte integrante della risposta allo stress e sono i biomarcatori più comunemente utilizzati per misurare lo stress.[3] I glucocorticoidi hanno anche numerose funzioni non correlate allo stress e le concentrazioni di glucocorticoidi possono aumentare in risposta al piacere o all’eccitazione.[4] Sono disponibili diversi glucocorticoidi sintetici, ampiamente utilizzati nella pratica medica generale e in numerose specialità, come terapia sostitutiva in caso di carenza di glucocorticoidi o per sopprimere il sistema immunitario dell’organismo.
Si sospetta che gli atleti utilizzino i Glucocorticoidi per migliorare le prestazioni atletiche fin dagli anni ’60 (5). I glucocorticoidi possono migliorare le prestazioni fisiche attraverso diverse vie, tra cui una maggiore disponibilità di substrati metabolici attraverso un aumento della lipolisi (6), della proteolisi (7) e della disponibilità di glucosio (5). I Glucocorticoidi possono anche avere effetti immunosoppressivi e antinfiammatori che possono impedire al sistema immunitario di reagire in modo eccessivo a seguito di danni muscolari indotti dall’esercizio fisico (8), e il Cortisolo sembra preparare l’organismo per l’esercizio successivo (9). Inoltre, i glucocorticoidi possono stimolare i recettori cerebrali dei glucocorticoidi, determinando una riduzione del dolore muscolare durante l’esercizio, un aumento della soglia della fatica e risposte edoniche positive, che possono tradursi in un aumento delle prestazioni fisiche (10). I glucocorticoidi hanno un elevato potenziale di effetti avversi, tra cui il deperimento muscolare, e questi effetti dipendono da molteplici fattori come il tipo di glucocorticoide, la durata del trattamento, la dose e la via di somministrazione (11). Pertanto, gli atleti che assumono glucocorticoidi per migliorare le prestazioni probabilmente preferiscono periodi di somministrazione più brevi.
L’Associazione Mondiale Antidoping (WADA) aggiorna annualmente la sua lista proibita, un elenco di sostanze e metodi vietati negli sport d’élite. La lista proibita, in vigore dal 1° gennaio 2022, vieta tutti i glucocorticoidi nelle competizioni quando sono somministrati per via orale, rettale o iniettabile, poiché queste forme di somministrazione sono considerate ad effetto sistemico. Altre vie di somministrazione, come l’applicazione topica per inalazione e le iniezioni locali, sono approvate nelle competizioni, poiché si ritiene che abbiano un minore potenziale di miglioramento delle prestazioni. L’uso dei glucocorticoidi al di fuori delle competizioni è approvato (12). Per aiutare i medici a curare gli atleti e a rispettare le norme antidoping, dal 2022 la WADA raccomanda specifici periodi di wash out (tempo dall’ultima dose al giorno prima della competizione) per i diversi tipi di glucocorticoidi e le diverse vie di somministrazione. Dal 2022 la WADA ha anche introdotto livelli di segnalazione urinaria specifici per i diversi tipi di glucocorticoidi, in quanto i diversi glucocorticoidi hanno un’ampia variazione nel tempo di eliminazione (13).
Dagli anni 90 si è studiato l’effetto dei glucocorticoidi sulla frequenza cardiaca e sul consumo di ossigeno durante intervalli di corsa ad alta intensità. Da allora diversi studi RCT hanno analizzato l’effetto dei glucocorticoidi sulla prestazione fisica submassimale e massimale. Poiché le modalità di somministrazione, il tipo di glucocorticoide, la durata del trattamento, la dose, la popolazione e il protocollo di esercizio possono variare tra gli studi, essi giungono a conclusioni diverse per quanto riguarda l’effetto dei glucocorticoidi sulla prestazione fisica, tuttavia sono soprattutto gli studi che indagano l’effetto di alte dosi orali somministrate nel tempo sulla resistenza in bicicletta fino all’esaurimento a mostrare effetti. L’effetto dei glucocorticoidi sulla prestazione fisica e sul metabolismo dei soggetti sani è stato esaminato in precedenza (5, 10), ma senza una ricerca sistematica della letteratura e senza combinare i risultati degli studi inclusi nell’analisi statistica. Pertanto, in tale sede, cercherò anche di fare chiarezza sull’effetto dei glucocorticoidi sulla prestazione massimale o submassimale in soggetti sani.
Steroidogenesi dei Glucocorticoidi:
La steroidogenesi è il processo biologico attraverso il quale gli steroidi vengono generati dal colesterolo e trasformati in altri steroidi.[14] Le vie della steroidogenesi differiscono tra le specie. Le principali classi di ormoni steroidei, con i loro membri e le loro funzioni principali, sono i progestinici, i corticosteroidi (corticoidi), gli androgeni e gli estrogeni.[15][16] La steroidogenesi umana dei corticosteroidi avviene nella Corteccia Surrenale.
Steroidogenesi che mostra i Glucocorticoidi nell’ellisse verde a destra con l’esempio primario del Cortisolo. Non è un gruppo strettamente delimitato, ma un continuum di strutture con effetto glucocorticoide crescente.
La Corteccia Surrenale è la regione più esterna e anche la parte più grande della ghiandola surrenale. È divisa in tre zone distinte: zona glomerulosa, zona fascicolata e zona reticolare. Ogni zona è responsabile della produzione di ormoni specifici. È anche un sito secondario di sintesi degli androgeni.[17]
Corteccia Surrenale
Zona Glomerulosa
Colorazione H&E della Corteccia Surrenale. La Zona Glomerulare è lo strato più esterno, sotto la capsula renale (vicino all’indicatore)
Lo strato più esterno, la zona glomerulosa, è il sito principale per la produzione di aldosterone, un mineralcorticoide. La sintesi e la secrezione di aldosterone sono regolate principalmente dal sistema renina-angiotensina-aldosterone. Le cellule della zona glomerulosa esprimono un enzima specifico, l’aldosterone sintasi (noto anche come CYP11B2).[18][19] L’aldosterone è ampiamente responsabile della regolazione a lungo termine della pressione sanguigna. [Gli effetti dell’aldosterone si manifestano nel tubulo contorto distale e nel dotto collettore del rene, dove provoca un aumento del riassorbimento del sodio e una maggiore escrezione di potassio (da parte delle cellule principali) e di ioni idrogeno (da parte delle cellule intercalate del dotto collettore).[20] La ritenzione di sodio è anche una risposta del colon distale e delle ghiandole sudoripare alla stimolazione dei recettori dell’aldosterone. Sebbene la produzione sostenuta di aldosterone richieda un ingresso persistente di calcio attraverso canali del Ca2+ attivati a basso voltaggio, le cellule isolate della zona glomerulosa sono considerate non eccitabili, con tensioni di membrana registrate troppo iperpolarizzate per consentire l’ingresso di canali del Ca2+.[21]
La secrezione di aldosterone è stimolata anche dall’ormone adrenocorticotropo (ACTH).[22]
Le cellule della zona glomerulosa non esprimono l’11β-idrossilasi e la 17α-idrossilasi. Per questo motivo la zona glomerulosa non può sintetizzare cortisolo, corticosterone o ormoni sessuali (androgeni). [23] L’espressione di proteine specifiche per i neuroni nelle cellule della zona glomerulosa dei tessuti adrenocorticali umani è stata prevista e riportata da diversi autori [24][25][26] ed è stato suggerito che l’espressione di proteine come la molecola di adesione delle cellule neuronali (NCAM) nelle cellule della zona glomerulosa rifletta la caratteristica rigenerativa di queste cellule, che perderebbero l’immunoreattività della NCAM dopo essersi spostate nella zona fascicolata. [24][27] Tuttavia, insieme ad altri dati sulle proprietà neuroendocrine delle cellule della zona glomerulosa, l’espressione di NCAM potrebbe riflettere una differenziazione neuroendocrina di queste cellule.[24]
Zona Fasciculata
Zona Fasciculata
Situate tra la glomerulosa e la reticolare, le cellule della zona fascicolata sintetizzano e secernono glucocorticoidi (come l’11-deossicorticosterone, il corticosterone e il cortisolo), oltre a piccole quantità di androgeni ed estrogeni surrenalici.[28] La zona fascicolata ha una maggiore attività di 3β-idrossisteroide deidrogenasi rispetto alla zona reticolare. Pertanto, la zona fascicolata produce più 11-deossicorticosterone, corticosterone e cortisolo.[23] Il principale ormone che stimola la secrezione di cortisolo nell’uomo è l’ACTH, rilasciato dall’ipofisi anteriore.[22] È stato dimostrato che la capacità steroidogenica della zona fascicolata aumenta durante la malattia nei neonati.[22]
Zona Reticolare
Zona Reticolare
La zona reticolare, lo strato corticale più interno, produce gli androgeni surrenalici, oltre a piccole quantità di estrogeni e alcuni glucocorticoidi.[28] La zona reticolare possiede una quantità maggiore di cofattori necessari per l’attività della 17,20-liasi della 17α-idrossilasi rispetto alla zona fascicolata. Pertanto, la zona reticolare produce più androgeni,[23] soprattutto deidroepiandrosterone (DHEA), DHEA solfato (DHEA-S) e androstenedione (il precursore del Testosterone e DHT) nell’uomo. La secrezione di DHEAS è stimolata anche dall’ACTH.[22]
Come abbiamo visto, I glucocorticoidi sono prodotti principalmente nella Zona Fascicolata.[23]
Il precursore degli steroidi sintetizzati nella corteccia surrenale è il colesterolo che viene immagazzinato nelle vescicole. Il colesterolo può essere sintetizzato de novo nella corteccia surrenale. Tuttavia, la fonte principale di colesterolo sembra essere il colesterolo assunto dalle lipoproteine circolanti. [29]
I passaggi fino a questo punto avvengono in molti tessuti produttori di steroidi. Le fasi successive per generare aldosterone e cortisolo, tuttavia, avvengono principalmente nella corteccia surrenale:
Progesterone → (idrossilazione a C21) → 11-Deossicorticosterone → (due ulteriori idrossilazioni a C11 e C18) → Aldosterone
Progesterone → (idrossilazione a C17) → 17-alfa-idrossiprogesterone → (idrossilazione a C21) → 11-Deossicortisolo → (idrossilazione a C11) → Cortisolo
Fasi della sintesi dell’ormone steroideo surrenale
Effetto sistemico dei Glucocorticoidi:
Gli effetti dei glucocorticoidi possono essere ampiamente classificati in due categorie principali:
immunologici
metabolici.
Inoltre, i glucocorticoidi svolgono ruoli importanti nello sviluppo fetale e nell’omeostasi dei fluidi corporei.
Immunità
Come già accennato, i glucocorticoidi funzionano anche attraverso l’interazione con il recettore dei glucocorticoidi:
Aumentano l’espressione di proteine antinfiammatorie.
Riducono l’espressione di proteine pro-infiammatorie.
Micrografia elettronica a scansione di un globulo rosso (sinistra), una piastrina (centro) e un linfocita T (destra); colorato
È stato dimostrato che i glucocorticoidi svolgono un ruolo nello sviluppo e nell’omeostasi dei linfociti T. Questo è stato dimostrato in transgenici. Ciò è stato dimostrato in topi transgenici con una maggiore o minore sensibilità della linea delle cellule T ai glucocorticoidi.[30]
Metabolismo
Nello stato di digiuno, il cortisolo stimola diversi processi che servono collettivamente ad aumentare e mantenere le normali concentrazioni di glucosio nel sangue.
Effetti metabolici:
Stimolazione della gluconeogenesi, in particolare nel fegato: Questa via porta alla sintesi del glucosio a partire da substrati non esosi, come gli aminoacidi e il glicerolo proveniente dalla scissione dei trigliceridi, ed è particolarmente importante nei carnivori e in alcuni erbivori. L’aumento dell’espressione degli enzimi coinvolti nella gluconeogenesi è probabilmente la funzione metabolica più nota dei glucocorticoidi.
Mobilitazione di aminoacidi dai tessuti extraepatici: Questi servono come substrati per la gluconeogenesi.
Inibizione della captazione del glucosio nel tessuto muscolare e adiposo: Un meccanismo per conservare il glucosio
Stimolazione della demolizione dei grassi nel tessuto adiposo: Gli acidi grassi rilasciati dalla lipolisi vengono utilizzati per la produzione di energia in tessuti come il muscolo e il glicerolo rilasciato fornisce un altro substrato per la gluconeogenesi.
L’aumento della ritenzione di sodio e dell’escrezione di potassio porta a ipernatremia e ipokaliemia[31].
Aumento della concentrazione di emoglobina, probabilmente dovuto all’ostacolo dell’ingestione di globuli rossi da parte di macrofagi o altri fagociti[32].
Aumento dell’acido urico urinario[33]
Aumento del calcio urinario e ipocalcemia[34]
Alcalosi[35]
Leucocitosi[36]
Il Cortisolo innesca una cascata di eventi che influenzano l’omeostasi del glucosio. Il fegato, i muscoli scheletrici, i tessuti adiposi bianchi e il pancreas svolgono un ruolo chiave nell’assicurare un apporto continuo di energia utilizzabile per la risposta di lotta/fuga.
Livelli eccessivi di glucocorticoidi derivanti dalla somministrazione di farmaci o dall’iperadrenocorticismo hanno effetti su molti sistemi. Alcuni esempi includono l’inibizione della formazione ossea, la soppressione dell’assorbimento del calcio (entrambi possono portare all’osteoporosi), il ritardo nella guarigione delle ferite, la debolezza muscolare e l’aumento del rischio di infezioni. Queste osservazioni suggeriscono una moltitudine di ruoli fisiologici meno drammatici per i glucocorticoidi.[30]
Eccitazione e sfera cognitiva
Principali scissure e lobi del cervello visti lateralmente (il lobo frontale è mostrato in blu).
I glucocorticoidi agiscono sull’ippocampo, sull’amigdala e sui lobi frontali. Insieme all’adrenalina, favoriscono la formazione di ricordi flashbulb di eventi associati a forti emozioni, sia positive che negative.[36] Ciò è stato confermato da studi in cui il blocco dell’attività dei glucocorticoidi o della noradrenalina ha compromesso il richiamo di informazioni emotivamente rilevanti. Ulteriori fonti hanno dimostrato che i soggetti il cui apprendimento della paura è stato accompagnato da alti livelli di cortisolo hanno avuto un migliore consolidamento di questa memoria (questo effetto è stato più importante negli uomini). L’effetto che i glucocorticoidi hanno sulla memoria può essere dovuto a un danno specifico all’area CA1 della formazione dell’ippocampo.
In diversi studi sugli animali, lo stress prolungato (che causa aumenti prolungati dei livelli di glucocorticoidi) ha mostrato la distruzione dei neuroni nell’area dell’ippocampo del cervello, che è stata collegata a prestazioni di memoria inferiori.[32][37][33]
Una rappresentazione grafica della curva di Yerkes-Dodson
È stato inoltre dimostrato che i glucocorticoidi hanno un impatto significativo sulla vigilanza (disturbo da deficit di attenzione) e sulla cognizione (memoria). Questo sembra seguire la curva di Yerkes-Dodson, in quanto gli studi hanno dimostrato che i livelli circolanti di glucocorticoidi rispetto alle prestazioni della memoria seguono un andamento a U rovesciata, proprio come la curva di Yerkes-Dodson. Ad esempio, il potenziamento a lungo termine (LTP, il processo di formazione dei ricordi a lungo termine) è ottimale quando i livelli di glucocorticoidi sono leggermente elevati, mentre si osserva una significativa riduzione dell’LTP dopo la surrenalectomia (stato di basso livello di glucocorticoidi) o dopo la somministrazione di glucocorticoidi esogeni (stato di alto livello di glucocorticoidi). Livelli elevati di glucocorticoidi migliorano la memoria per gli eventi emotivamente eccitanti, ma portano più spesso a una scarsa memoria per il materiale non correlato alla fonte di stress/eccitazione emotiva.[38] In contrasto con gli effetti di potenziamento dose-dipendenti dei glucocorticoidi sul consolidamento della memoria, è stato dimostrato che questi ormoni dello stress inibiscono il recupero di informazioni già memorizzate. [È stato dimostrato che l’esposizione a lungo termine a farmaci glucocorticoidi, come quelli contro l’asma e gli antinfiammatori, crea deficit di memoria e attenzione sia durante che, in misura minore, dopo il trattamento,[39][40] una condizione nota come “demenza da steroidi”.[41]
Omeostasi dei fluidi corporei
I glucocorticoidi potrebbero agire a livello centrale e periferico per contribuire alla normalizzazione del volume dei liquidi extracellulari regolando l’azione dell’organismo nei confronti del peptide natriuretico atriale (ANP). A livello centrale, i glucocorticoidi potrebbero inibire l’assunzione di acqua indotta dalla disidratazione;[42] a livello periferico, i glucocorticoidi potrebbero indurre una potente diuresi.[43]
Metabolismo dei Glucocorticoidi. La secrezione di Glucocorticoidi da parte della ghiandola surrenale è regolata dall’asse HPA tramite secrezione di ACTH. Il cortisolo plasmatico principale (F) è legato alle proteine con una frazione libera del 4-5%. Il Cortisone plasmatico (E) è nella forma libera non legata. L’equilibrio di cortisolo e cortisone tra plasma e tessuti è illustrato con le frecce bidirezionali tratteggiate. È anche raffigurato il metabolismo dei GC tessuto-specifici. I GC sono metabolizzati principalmente nel fegato e i metaboliti sono escreti nelle urine. Sono mostrati solo i tessuti rilevanti per la sindrome metabolica. THE, tetraidrocortisone; THF, tetraidrocortisolo.
Meccanismi d’azione dei Glucocorticoidi:
Transattivazione
I glucocorticoidi si legano al recettore citosolico dei glucocorticoidi, un tipo di recettore nucleare che viene attivato dal legame con il ligando. Dopo che un ormone si lega al recettore corrispondente, il complesso appena formato si trasloca nel nucleo della cellula, dove si lega agli elementi di risposta ai glucocorticoidi nella regione promotrice dei geni bersaglio, determinando la regolazione dell’espressione genica. Questo processo viene comunemente definito attivazione trascrizionale o transattivazione.[44][45]
Le proteine codificate da questi geni regolati hanno un’ampia gamma di effetti, tra cui, ad esempio:[45]
L’Annessina [Lipocortina I]
Antinfiammatori – lipocortina I, proteina legante p11/calpactina, inibitore secretorio della proteasi leucocitaria 1 (SLPI) e fosfatasi della proteina chinasi attivata dal mitogeno (MAPK fosfatasi).
Aumento della gluconeogenesi – glucosio 6-fosfatasi e tirosina aminotransferasi
Transrepressione
Il meccanismo opposto è chiamato repressione trascrizionale o transrepressione. Secondo la concezione classica di questo meccanismo, il recettore dei glucocorticoidi attivato si lega al DNA nello stesso sito in cui si legherebbe un altro fattore di trascrizione, impedendo la trascrizione di geni che vengono trascritti tramite l’attività di quel fattore.[44][45] Sebbene ciò avvenga, i risultati non sono coerenti per tutti i tipi di cellule e per tutte le condizioni; non esiste un meccanismo generale e generalmente accettato per la transrepressione.[45]
Meccanismo d’azione di NF-κB.
Si stanno scoprendo nuovi meccanismi in cui la trascrizione viene repressa, ma il recettore dei glucocorticoidi attivato non interagisce con il DNA, bensì direttamente con un altro fattore di trascrizione, interferendo con esso, o con altre proteine che interferiscono con la funzione di altri fattori di trascrizione. Quest’ultimo meccanismo sembra essere il modo più probabile in cui il recettore glucocorticoide attivato interferisce con NF-κB, ossia reclutando istone deacetilasi, che deacetilano il DNA nella regione del promotore portando alla chiusura della struttura cromatinica in cui NF-κB deve legarsi.[44][45]
Attività non-genomica
Il recettore glucocorticoide attivato ha effetti che, come è stato dimostrato sperimentalmente, sono indipendenti da qualsiasi effetto sulla trascrizione e possono essere dovuti solo al legame diretto del recettore glucocorticoide attivato con altre proteine o con l’mRNA.[44][45]
Effetti genomici e non genomici dei Glucocorticoidi. Trans-attivazione: l’effetto genomico del GC dopo il legame del GR al suo elemento di risposta positiva causa una maggiore trascrizione di proteine antinfiammatorie, ad esempio, lipocortina-1, IL-10, IL-12, MAPK fosfatasi I e IκB. Trans-repressione: l’interazione molecola-molecola tra GR attivato e fattori di trascrizione pro-infiammatori, ad esempio, AP-1 o NF-κB causa una riduzione della trascrizione di mediatori pro-infiammatori, ad esempio, Il-2, IL-3, IL-4, IL-5, IL-6, IL-13, IL-15, TNF-α e VCAM-a.
Ad esempio, la chinasi Src, che si lega al recettore glucocorticoide inattivo, viene rilasciata quando un glucocorticoide si lega al recettore glucocorticoide e fosforila una proteina che a sua volta sposta una proteina adattatrice da un recettore importante nell’infiammazione, il fattore di crescita epidermico, riducendone l’attività, che a sua volta si traduce in una riduzione della creazione di acido arachidonico, una molecola proinfiammatoria chiave. Questo è uno dei meccanismi con cui i glucocorticoidi hanno un effetto antinfiammatorio.[44]
Farmacologia dei Glucocorticoidi:
Fludrocortisone Acetato
Per uso terapeutico sono stati creati diversi Glucocorticoidi sintetici, alcuni molto più potenti del Cortisolo. Si differenziano sia per la farmacocinetica (fattore di assorbimento, emivita, volume di distribuzione, clearance) che per la farmacodinamica (ad esempio la capacità di attività mineralcorticoide: ritenzione di sodio (Na+) e acqua; fisiologia renale). Poiché permeano facilmente l’intestino, vengono somministrati principalmente per os (per bocca), ma anche con altri metodi, ad esempio per via topica sulla pelle. Oltre il 90% di essi lega diverse proteine plasmatiche, anche se con una diversa specificità di legame. I glucocorticoidi endogeni e alcuni corticoidi sintetici hanno un’elevata affinità con la proteina Transcortina (detta anche globulina legante i corticosteroidi), mentre tutti legano l’albumina. Nel fegato, vengono rapidamente metabolizzati mediante coniugazione con un solfato o un acido glucuronico e vengono secreti nelle urine.
La potenza dei Glucocorticoidi, la durata dell’effetto e la sovrapposizione della potenza dei mineralocorticoidi variano. Il cortisolo è lo standard di confronto per la potenza dei glucocorticoidi. Idrocortisone è il nome utilizzato per le preparazioni farmaceutiche di cortisolo.
I dati riportati di seguito si riferiscono alla somministrazione orale. La potenza orale può essere inferiore a quella parenterale perché quantità significative (fino al 50% in alcuni casi) possono non raggiungere la circolazione. Il Fludrocortisone Acetato e il desossicorticosterone acetato sono, per definizione, mineralocorticoidi piuttosto che glucocorticoidi, ma hanno una potenza glucocorticoide minore e sono inclusi in questa tabella per fornire una prospettiva sulla potenza dei mineralocorticoidi.
Usi terapeutici:
I Glucocorticoidi possono essere utilizzati a basse dosi nell’insufficienza surrenalica. A dosi molto più elevate, i glucocorticoidi per via orale o inalatoria sono utilizzati per sopprimere vari disturbi allergici, infiammatori e autoimmuni. I glucocorticoidi per via inalatoria sono il trattamento di seconda linea per l’asma. Sono anche somministrati come immunosoppressori post-trapianto per prevenire il rigetto acuto del trapianto e la malattia del trapianto contro l’ospite. Tuttavia, non prevengono un’infezione e inibiscono anche i successivi processi riparativi. Nuove evidenze hanno dimostrato che i glucocorticoidi potrebbero essere utilizzati nel trattamento dell’insufficienza cardiaca per aumentare la responsività renale ai diuretici e ai peptidi natriuretici. I glucocorticoidi sono storicamente utilizzati per alleviare il dolore nelle condizioni infiammatorie.[46][47][48] Tuttavia, i corticosteroidi mostrano un’efficacia limitata nell’alleviare il dolore e potenziali eventi avversi per il loro uso nelle tendinopatie.[49]
Terapia Sostitutiva
Cortisolo
Qualsiasi glucocorticoide può essere somministrato in una dose che fornisce all’incirca gli stessi effetti glucocorticoidi della normale produzione di cortisolo; si parla di dosaggio fisiologico, sostitutivo o di mantenimento. Si tratta di circa 6-12mg/m2/die di Idrocortisone (m2 si riferisce all’area di superficie corporea (BSA), ed è una misura delle dimensioni del corpo; la BSA di un uomo medio è di 1,9 m2).
Gli usi clinici dei glucocorticoidi comprendono quindi:
Terapia Immunosoppressiva: I glucocorticoidi causano immunosoppressione e la componente terapeutica di questo effetto è principalmente la diminuzione della funzione e del numero di linfociti, compresi i linfociti B e i linfociti T.
Terapia Anti-Infiammatoria: I glucocorticoidi sono potenti antinfiammatori, indipendentemente dalla causa dell’infiammazione; il loro meccanismo antinfiammatorio primario è la sintesi della lipocortina-1 (annexin-1). La lipocortina-1 sopprime la fosfolipasi A2, bloccando così la produzione di eicosanoidi, e inibisce vari eventi infiammatori dei leucociti (adesione epiteliale, emigrazione, chemiotassi, fagocitosi, esplosione respiratoria, ecc.) In altre parole, i glucocorticoidi non solo sopprimono la risposta immunitaria, ma inibiscono anche i due principali prodotti dell’infiammazione, le prostaglandine e i leucotrieni. Inibiscono la sintesi delle prostaglandine a livello della fosfolipasi A2 e a livello della cicloossigenasi/PGE isomerasi (COX-1 e COX-2),[50] quest’ultimo effetto è molto simile a quello dei FANS, potenziando così l’effetto antinfiammatorio. Inoltre, i glucocorticoidi sopprimono anche l’espressione della ciclossigenasi.[51]
Trattamento del Iperaldosteronismo: I glucocorticoidi possono essere utilizzati nella gestione dell’iperaldosteronismo familiare di tipo 1. Non sono efficaci, tuttavia, per l’uso nella condizione di tipo 2.
Trattamento insufficienza cardiaca: I glucocorticoidi possono essere utilizzati nel trattamento dell’insufficienza cardiaca scompensata per potenziare la reattività renale ai diuretici, in particolare nei pazienti con insufficienza cardiaca con resistenza diuretica refrattaria a dosi elevate di diuretici dell’ansa.[52][53][54][55][56][57][58]
Meccanismi di resistenza ai corticosteroidi
La resistenza agli usi terapeutici dei glucocorticoidi può verificarsi in un certo numero di pazienti e presentare delle difficoltà; ad esempio, il 25% dei casi di asma grave può non rispondere agli steroidi. Questo può essere il risultato di una predisposizione genetica, dell’esposizione continua alla causa dell’infiammazione (come gli allergeni), di fenomeni immunologici che bypassano i glucocorticoidi, di disturbi farmacocinetici (assorbimento incompleto o escrezione o metabolismo accelerati) e di infezioni respiratorie virali e/o batteriche.[59][60]
Glucocorticoidi e Sport:
Come abbiamo visto, i Glucocorticoidi sono una delle classi di farmaci più ampiamente utilizzate ed efficaci nella popolazione generale e sono disponibili in una varietà di formulazioni farmaceutiche (ad esempio, iniezioni, compresse, creme, colliri, gocce auricolari, inalatori e spray nasali). Somministrati sia per i loro effetti sistemici che locali, i Glucocorticoidi sono utilizzati a livello globale in una vasta gamma di specialità cliniche, principalmente per le loro proprietà antinfiammatorie e immunosoppressive. In alcuni contesti, l’uso medico dei Glucocorticoidi orali sembra essere aumentato negli ultimi anni poiché questi sono un’alternativa accessibile e conveniente ai farmaci mirati ma più costosi. La prevalenza dell’uso sistemico prevalentemente per uso a breve termine varia tra l’1% e il 3%, sebbene abbia raggiunto il 17,1% in un recente studio sugli adulti in Francia.(https://bjsm.bmj.com) Nelle popolazioni di atleti, vi è una maggiore prevalenza di lesioni muscoloscheletriche e asma, e pertanto un frequente uso legittimo di Glucocorticoidi terapeutici non sarebbe sorprendente. Tuttavia, vi è una scarsità di stime di prevalenza nelle popolazioni di atleti. Un’analisi di TUE abbreviate in cui il CIO è stato informato dell’uso di Glucocorticoidi da parte degli atleti prima dei Giochi olimpici negli anni ’90 e nei primi anni 2000 suggerisce che almeno il 5% al 12% degli atleti d’élite competitivi è stato trattato con Glucocorticoidi tramite tutte le vie, prevalentemente inalatoria. In un recente sondaggio internazionale non pubblicato di medici che lavorano con atleti d’élite, oltre l’85% ha riferito di aver somministrato almeno occasionalmente Glucocorticoidi iniettabili come parte della loro normale pratica (comunicazione personale, Dr David Hughes, Australian Institute of Sport).
I Glucocorticoidi, somministrati tramite determinate vie, sono stati proibiti per la prima volta nello sport dal CIO nel 1985 e sono stati proibiti dalla WADA sin dalla sua Lista iniziale, pubblicata nel 2004. Le sostanze o i metodi sono considerati per l’inclusione nella Lista se soddisfano due dei tre criteri seguenti come stabilito dal Codice mondiale antidoping:
potenziale di migliorare o migliorano le prestazioni sportive;
rappresentano un rischio effettivo o potenziale per la salute dell’atleta;
violano lo spirito dello sport. I Glucocorticoidi sono proibiti in competizione quando somministrati tramite vie “sistemiche” (orali, rettali, intramuscolari o endovenose).[https://www.wada-ama.org/] La somministrazione tramite tutte le altre vie (incluse le iniezioni intra-articolari e altre periarticolari) è considerata somministrazione locale e non è proibita in competizione. La somministrazione di Glucocorticoidi tramite qualsiasi via non è proibita fuori competizione (OOC).
Indipendentemente dalla sostanza specifica del Glucocorticoidi e dalle sue singole caratteristiche farmacologiche, un presunto riscontro analitico avverso (AAF) viene segnalato dai laboratori accreditati WADA quando i livelli urinari dei campioni in gara superano un livello di segnalazione di 30ng/mL. La farmacocinetica dei Glucocorticoidi è complessa e influenzata dalla formulazione, dal tipo di esterificazione e sale, dalla via di somministrazione, dal sito e dal metodo di somministrazione. Di conseguenza, mentre il limite di segnalazione del laboratorio può dimostrare la presenza di un Glucocorticoidi , non può necessariamente indicare se la somministrazione è avvenuta in gara o OOC o se è probabile che abbia un effetto farmacologico o ergogenico. Qualsiasi medico o atleta non sarà sicuro di quando interrompere l’uso di GC sistemici prima del periodo in gara per evitare di superare il limite di segnalazione. Per complicare ulteriormente il quadro farmacocinetico, le iniezioni intra-articolari possono dare origine a livelli sistemici e i medici possono inavvertitamente caratterizzare erroneamente il sito di iniezione in assenza di guida radiologica o ecografica. La definizione di limiti di segnalazione specifici per sostanza è un’area di discussione e ricerca attiva tra gli esperti nominati dalla WADA e va oltre lo scopo del presente documento.
Glucocorticoidi sistemici e performance
Alcuni atleti hanno indubbiamente tentato di sfruttare i presunti effetti di miglioramento delle prestazioni dei Glucocorticoidi sistemici che ritengono benefici nella loro particolare disciplina sportiva. Tuttavia, i meccanismi complessi e pleiotropici dell’azione dei Glucocorticoidi suggeriscono che questi farmaci sono uno strumento poco maneggevole per l’atleta che cerca di ottenere un vantaggio nelle prestazioni e sono considerati una componente meno popolare dei regimi di doping rispetto al passato.[ https://cyclingtips.com/] Alcuni pazienti e atleti hanno riferito di aver sperimentato euforia dopo la somministrazione sistemica.[ http://www.cyclingnews.com] Tuttavia, le prove scientifiche a supporto dell’euforia misurabile nelle popolazioni cliniche sono ambigue e l’interpretazione dei dati è complicata dall’associazione del dolore cronico confondente.[https://bjsm.bmj.com/]
Sembrerà starno, ma non vi è alcuna prova incontrovertibile di effetti di miglioramento delle prestazioni derivanti dall’uso a breve termine di Glucocorticoidi sistemici.[https://bjsm.bmj.com/] Esistono studi randomizzati in doppio cieco cross-over che suggeriscono che gli atleti possono sfruttare cicli di Glucococrticoidi orali ad alto dosaggio della durata di una settimana per migliorare le loro prestazioni di esercizio di intensità submassimale per brevi periodi di tempo.[https://bjsm.bmj.com/] Questi dosaggi sarebbero facilmente rilevati durante i test antidoping, se assunti in gara. Il meccanismo preciso di questo effetto non è chiaro, ma si suggerisce che derivi da una combinazione di effetti sul metabolismo energetico, sui muscoli, sull’infiammazione e sul sistema nervoso. Questo effetto del farmaco è stato dimostrato in uno studio su atleti maschi il cui allenamento era strettamente periodizzato insieme all’uso di Glucocorticoidi orali.[https://bjsm.bmj.com/] Sfruttare questo tipo di regime di miglioramento delle prestazioni evitando efficacemente l’insufficienza surrenalica e il rilevamento tramite controlli antidoping standard in gara richiederebbe una meticolosa supervisione medica. Potrebbe anche richiedere una manipolazione farmacologica più complessa ed esotica dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene rispetto a quella offerta dai Glucocorticoidi prescritti.[https://bjsm.bmj.com/]
Atleti e dottori hanno descritto metodi inappropriati con cui l’uso sistemico di Glucocorticoidi, un’alimentazione limitata e un allenamento a bassa intensità potrebbero essere combinati OOC per perdere peso e preservare la massa muscolare.[ https://www.nytimes.com/]Tuttavia, date le funzioni cataboliche proteiche ampiamente riconosciute dei Glucocorticoidi,[https://bjsm.bmj.com/] questo meccanismo di doping rimane speculativo e controverso. Inoltre, l’efficacia potrebbe dipendere dall’uso di Glucocorticoidi come parte di un cocktail complesso che include altri ormoni proibiti ma scarsamente rilevati come l’insulina.[https://bjsm.bmj.com/]
Schema esemplificativo sull’uso di Glucocorticoidi sistemici e perdita di peso/ricomposizione corporea:la base teorica sulla quale si sostiene la suddetta pratica farmacologica è il ciclo di feedback negativo dell’Asse HPA per via d’uso di Glucocorticoidi esogeni. Tale pratica dovrebbe portare a 1) soppressione del rilascio di —> CRH>ACTH>Cortisone<>Cortisolo con consequenziale prevenzione di 2) aumento della fame/appetito con il procedere del regime ipocalorico 3) prevenzione del aumento del catabolismo muscolare 4) prevenzione di un aumento della ritenzione idrica e 5) prevenzione dell’alterazione del metabolismo lipidico correlato ad un incremento significativo del Cortisolo. Da notare che il momento della somministrazione del Glucocorticoide esogeno può influenzare il grado di soppressione surrenalica. Per esempio, il Prednisone in una dose di 5mg somministrato la sera prima di coricarsi e 2,5mg al mattino produrrà una soppressione dell’Asse HPA più marcata rispetto a 2,5mg la sera e 5mg al mattino. 5mg è un dosaggio basso e generalmente non è promotore di insonnia sebbene in soggetti sensibili può manifestarsi. Il dosaggio comunemente utilizzato varia da 15 a 25mg/die diviso in due dosi dopo i pasti. Tale pratica comunemente è parte di protocolli PEDs più complessi e contenenti uno o più agenti anabolizzanti.
Recenti resoconti sulla presunta potenza dei Glucocorticoidi sistemici provengono da atleti che hanno anche confessato l’uso concomitante di altri metodi e sostanze per migliorare le prestazioni, tra cui agenti anabolizzanti come il testosterone.[https://bjsm.bmj.com/] Tali regimi di Glucocorticoidi potrebbero avere rilevanza solo in un piccolo sottoinsieme di discipline sportive, come nelle ripide tappe di montagna dei Grandi Giri del ciclismo, dove gli atleti potrebbero essere disposti ad accettare compromessi nei loro regimi di allenamento o potenza assoluta in uscita nel perseguimento di un rapporto potenza/peso superiore. L’uso di OOC richiederebbe comunque una continuazione prolungata dell’uso di Glucocorticoidi nel periodo di gara per evitare l’insufficienza surrenalica dovuta a meccanismi di feedback. L’uso prolungato di Glucocorticoidi comporta rischi medici ben noti, alcuni dei quali potrebbero ridurre in modo permanente le prestazioni atletiche.[https://bjsm.bmj.com/]
Rischi per la salute, eventi avversi ed effetti negativi sulle prestazioni
Il trattamento con Glucocorticoidi per molte condizioni ha una lunga storia e un profilo di sicurezza ragionevole. Dosi elevate o uso cronico di Glucocorticoidi sistemici presentano un certo rischio per la salute dell’atleta. Un esame attento, una diagnosi e una deliberazione da parte del medico sono fondamentali e i benefici del trattamento devono essere soppesati rispetto ai potenziali rischi ed effetti avversi. L’uso potenziale per migliorare le prestazioni, descritto sopra e ritenuto limitato a contesti sportivi specifici con uso di GC ad alto dosaggio, è anche potenzialmente associato a rischi significativi per la salute di un atleta.
Gli eventi avversi con associazioni causali ben consolidate all’uso clinicamente appropriato di GC toccano praticamente ogni sistema umano, vanno da esiti negativi sulla salute acuti a cronici e includono insufficienza surrenalica, immunodeficienza, osteoporosi, atrofia muscolare, cedimento di tendini/fasce, necrosi avascolare della testa femorale, vari squilibri elettrolitici, nutrizionali e metabolici, glaucoma e cataratta. Forse perché i GC sono farmaci così comuni e clinicamente versatili, alcuni medici potrebbero sopravvalutare il loro valore terapeutico e sottostimare la gravità degli eventi avversi associati.[https://bjsm.bmj.com/] Anche una singola iniezione intra-articolare potrebbe causare un’insufficienza surrenalica clinicamente significativa che porta a malessere, squilibrio elettrolitico e immunosoppressione per diverse settimane.[https://bjsm.bmj.com/]
È importante sottolineare che l’eziologia di questi sintomi potrebbe non essere riconosciuta dall’atleta e dal personale medico, in particolare in un contesto sportivo in cui gli atleti si allenano ad alta intensità e i sintomi possono mascherarsi da affaticamento correlato al sovrallenamento. Inoltre, un atleta che subisce un trauma o un infortunio grave potrebbe essere a maggior rischio di crisi surrenalica a causa della soppressione ipotalamo-ipofisi-surrene dovuta al precedente utilizzo di GC. Ciò potrebbe essere particolarmente problematico se l’atleta non rivela questo precedente utilizzo.
Sia l’efficacia che il potenziale danno delle iniezioni intra-articolari sono ampiamente dibattuti. Le prove di un recente studio prospettico controllato con placebo su pazienti con osteoartrite hanno suggerito che frequenti iniezioni di triamcinolone al ginocchio, somministrate secondo un programma prestabilito, non sono riuscite a gestire efficacemente il dolore a lungo termine e hanno portato a una riduzione statisticamente significativa dello spessore della cartilagine.[https://bjsm.bmj.com/]Tuttavia, le raccomandazioni della società medica, così come una meta-analisi completa, supportano l’efficacia e la sicurezza dello stesso intervento,[https://bjsm.bmj.com/l] suggerendo fortemente che un uso giudizioso di iniezioni intra-articolari in pazienti e circostanze appropriate può produrre risultati positivi. Vi è una mancanza di prove pubblicate sulla sicurezza o il danno dell’uso di GC intra-articolari nelle popolazioni di atleti e sono urgentemente necessarie ulteriori ricerche a causa dell’uso onnipresente di GC intra-articolari.
Politiche per garantire l’uso appropriato dei GC
Nonostante le preoccupazioni di un possibile abuso per un vantaggio competitivo o potenziali effetti dannosi sulla salute degli atleti, i GC sono ampiamente utilizzati nello sport per legittime ragioni terapeutiche. Considerando che l’elenco è armonizzato in tutti gli sport, dal tiro con l’arco al wakeboard, il doping con i GC non è un problema laddove i presunti benefici dell’uso di GC ad alto dosaggio (potenza prolungata a intensità di esercizio submassimali o gestione aggressiva del peso catabolico) difficilmente miglioreranno le prestazioni. Pertanto, un AAF per i GC non sarebbe probabilmente associato a nessun intento di doping. L’uso di GC sistemici in molti sport deve essere considerato sotto una luce diversa rispetto agli sport ad alto rischio come il ciclismo, dove l’abuso è ben documentato e le prove scientifiche forniscono un certo supporto.
Consapevoli delle sfide specifiche poste dall’uso di GC nello sport, le organizzazioni sportive e antidoping hanno introdotto politiche innovative e stanno rafforzando le normative esistenti per affrontare l’uso terapeutico ragionevole dei GC.
Conclusioni su Glucocorticoidi e prestazioni sportive:
Da recenti review, sappiamo che l’uso dei Glucocorticoidi sistemici può migliorare la prestazione fisica massima rispetto al placebo (SDM 0,300, 95% CI 0,080-0,520). In una recente review [https://www.frontiersin.org/], l’SDM per i 13 confronti inclusi non era eterogeneo (I2 = 35%, p = 0,099). L’analisi di sensibilità escludendo i due studi con alto rischio di bias ha mostrato un effetto simile (SDM 0,349, 95% CI 0,071-0,626). Con la meta-regressione si è scoperto che la durata del trattamento, la via di somministrazione e il tipo di esercizio non hanno influenzato (p > 0,124) l’SDM. Nell’analisi stratificata il trattamento prolungato e l’ingestione orale hanno migliorato la prestazione fisica (p = 0,003). Il trattamento acuto e l’inalazione non hanno avuto alcun effetto sulla prestazione fisica (p > 0,564), l’analisi di sensibilità con studi ad alto rischio di bias rimossi o solo un trattamento per gruppo di controllo, ha mostrato un effetto simile all’analisi completa con SDM 0,334, 95% CI 0,075-0,592 e SDM 0,296 0,059-0,532, rispettivamente. L’analisi di sensibilità escludendo i sei confronti con meno di 10 coppie di dati non ha indicato alcun effetto dei Glucocorticoidi sulla prestazione fisica (p = 0,070). I Glucocorticoidi hanno migliorato la prestazione aerobica (SDM 0,348, 95% CI 0,129-0,567). Tre confronti hanno testato l’effetto dei Glucocorticoidi sulla prestazione anaerobica massima e la meta-analisi dei confronti non ha mostrato alcun effetto (p = 0,573) sulla prestazione fisica. L’effetto è rimasto non statisticamente significativo dopo aver incluso i due studi che misuravano la prestazione anaerobica all’interno di un test di prestazione aerobica (p = 0,491) e quando tutti i risultati della prestazione anaerobica negli studi inclusi (anche più risultati dello stesso studio) sono stati meta-analizzati (p = 0,177). Non è stato trovato alcun effetto dei Glucocorticoidi sulla spesa energetica durante la prestazione submassimale (SDM 0,-332, 95% CI −0,785 a 0,121).
In una review narrativa del 2016, Collomp et al. hanno mirato a riassumere le attuali conoscenze sugli effetti ergogenici dei glucocorticoidi negli esseri umani. Hanno riferito che un effetto ergogenico (sull’esercizio di endurance) dei Glucocorticoidi sistemici a breve termine è stato chiaramente dimostrato e che gli effetti a breve termine (4,5 giorni) e a lungo termine (4 settimane) dell’assunzione di Glucocorticoidi non hanno avuto alcun effetto sul VO2-max o sulla potenza massima in uscita durante protocolli di esercizio graduati. Hanno anche il test sul campo come categoria di test delle prestazioni, ma fanno riferimento solo allo studio di Casuso et al. che riporta un miglioramento delle prestazioni nella corsa a navetta, ma nessun cambiamento nelle prestazioni nello sprint. I risultati successivi supportano e rafforzano la conclusione di Collomp et al. ( per quanto riguarda l’esercizio di endurance poiché scopriamo anche che il trattamento prolungato con glucocorticoidi migliora le prestazioni aerobiche. Tuttavia, a differenza di Collomp et al. nelle ultime review sono stati inclusi sia test di esercizio graduati che test sul campo (della durata di 1 minuto o più) nella definizione di prestazione aerobica e quindi, più studi che hanno aggiunto potenza statistica alla analisi. Non è stato trovato alcun effetto dei Glucocorticoidi sulla prestazione anaerobica quando è stato analizzato secondo il protocollo di studio, tuttavia sono stati inclusi solo tre studi che testavano la prestazione anaerobica. Per aumentare la potenza statistica, è stato anche incluso la prestazione anaerobica all’interno di test aerobici e più test anaerobici dallo stesso studio, ma ancora non era evidente alcun effetto dei glucocorticoidi. Questo approccio può diminuire la validità dell’analisi poiché la prestazione anaerobica all’interno di test aerobici può testare altre abilità rispetto ai test anaerobici e la meta-analisi di più risultati dagli stessi soggetti e l’intervento non è raccomandato dal Cochrane Handbook. Collomp et al. concludono che non è chiaro se i Glucocorticoidi migliorino la prestazione durante l’esercizio breve-intenso. Questa conclusione è ancora valida poiché solo pochi studi hanno indagato l’effetto dei glucocorticoidi sull’esercizio anaerobico/breve intenso. Tuttavia, quando meta-analizziamo tutte le prove disponibili, sembra che i Glucocorticoidi non migliorino le prestazioni anaerobiche. I Glucocorticoidi non hanno influenzato le prestazioni submassimali aumentando l’energia totale spesa e/o il VO2max a un carico fisso, ma questa conclusione dovrebbe anche essere interferita con cationi poiché l’analisi include solo 35 soggetti, il che fornisce una potenza statistica limitata.
L’uso di Glucocorticoidi nello sport è una questione altamente complessa a causa del loro uso diffuso in medicina, delle numerose formulazioni e vie di somministrazione con farmacocinetica variabile, effetti negativi sulla salute e potenziali associazioni di doping.
In definitiva, da quanto recentemente emerso attraverso il riassunto delle migliori prove scientifiche disponibili, i Glucocorticoidi migliorano le prestazioni aerobiche e massime, ma non influenzano le prestazioni anaerobiche nei soggetti sani.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
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Massari F, Mastropasqua F, Iacoviello M, Nuzzolese V, Torres D, Parrinello G (Mar 2012). “The glucocorticoid in acute decompensated heart failure: Dr Jekyll or Mr Hyde?”. The American Journal of Emergency Medicine. 30 (3): 517.e5–10. doi:10.1016/j.ajem.2011.01.023. PMID21406321.
La maggior parte degli “addetti ai lavori” e degli atleti, è perfettamente a conoscenza del fatto che una “base” di Testosterone sia necessaria all’interno di un ciclo di AAS/SARM al fine di avere un adeguato livello di metaboliti connessi [vedi E2 e DHT] evitando o riducendo quei problemi legati ad un loro marcato calo: alterazioni dell’umore, letargia, sonnolenza, spossatezza, ridotta libido, difficoltà a raggiungere e mantenere l’erezione ecc… .
Esistono altresì soggetti che decidono di non avvalersi dell’uso di una base di Testosterone optando, per esempio, per una somministrazione “rivista” di hCG. Ma vi sono altri, i così detti “agofobici” [si, esistono…si dopano e hanno paura dell’ago] che cercano di ripiegare con l’uso spesso fallimentare di DHEA [il quale, attraverso la conversione in Androstenediolo e Androstenedione converte maggiormente in E1 che a sua volta possiede una scarsa tendenza alla conversione nel più utile E2. Altri decidono di usare il Clomifene Citrato (Clomid®) o l’Enclomifene Citrato (Androxal®) per cercare di mantenere una attività dell’Asse HPT tale da garantire loro adeguati livelli di E2.
Sappiamo benissimo che i SERM agiscono a livello dei ER ipotalamici stimolando il rilascio di GnRH e, successivamente, a livello ipofisario, di LH e FSH. E’ infatti pratica comune nella PCT utilizzare tali farmaci per avere una risposta di “recupero” iniziale della produzione endogena di Testosterone dopo l’uso di AAS e loro azione soppressiva del sistema endocrino in questione.
A questo punto la domanda è: è possibile che l’uso di SERM come il Clomifene Citrato o il suo enantiomero attivo Enclomifene possa avere una risposta terapeutica anche durante l’uso di AAS?
Facciamo un pò di ripasso e cerchiamo di arrivare ad una conclusione logica e, per lo meno, accademica …
SERM e loro caratteristiche:
Siti di legame [ERα e ERβ]
I SERM sono agonisti parziali competitivi dell’ER.[1] I diversi tessuti hanno gradi diversi di sensibilità all’attività degli estrogeni endogeni, quindi i SERM producono effetti estrogenici o antiestrogenici a seconda del tessuto specifico in questione e della percentuale di attività intrinseca (IA) del SERM. [2] Un esempio di SERM con un’elevata IA e quindi con effetti prevalentemente estrogenici è il clorotrianisene, mentre un esempio di SERM con una bassa IA e quindi con effetti prevalentemente antiestrogenici è l’etamoxitripetolo. SERM come il clomifene e il tamoxifene sono relativamente più a metà strada per quanto riguarda l’IA e l’equilibrio tra attività estrogenica e antiestrogenica. Il raloxifene è un SERM più antiestrogenico del tamoxifene; entrambi sono estrogenici nelle ossa, ma il raloxifene è antiestrogenico nell’utero mentre il tamoxifene è estrogenico in questa parte del corpo.[2]
Da sinistra a destra: ERβ e ERα .
I SERM agiscono sul recettore degli estrogeni (ER), che è un attivatore trascrizionale intracellulare ligando-dipendente e appartiene alla famiglia dei recettori nucleari.[4] Sono stati identificati due diversi sottotipi di ER, ERα e ERβ. ERα è considerato il principale mezzo in cui i segnali estrogenici vengono trasdotti a livello trascrizionale ed è l’ER predominante nel tratto riproduttivo femminile e nelle ghiandole mammarie, mentre ERβ si trova principalmente nelle cellule endoteliali vascolari, nell’osso e nel tessuto prostatico maschile.[5] È noto che la concentrazione di ERα ed ERβ è diversa nei tessuti durante lo sviluppo, l’invecchiamento o lo stato patologico.[6] Molte caratteristiche sono simili tra questi due tipi, come le dimensioni (~600 e 530 aminoacidi) e la struttura. ERα ed ERβ condividono circa il 97% dell’identità di sequenza aminoacidica nel dominio che lega il DNA e circa il 56% nel dominio che lega il ligando.[4][6] La differenza principale dei domini che legano il ligando è determinata da Leu-384 e Met-421 in ERα, che sono sostituiti da Met-336 e Ile-373, rispettivamente, in ERβ.[7] La variazione è maggiore sull’N-terminus tra ERα ed ERβ.[8]
Strutture chimiche di diverse classi di SERM (Trifeniletilene, Benzotiofene, Indolo e Tetraidronaftalene).
Il dominio di legame al DNA è costituito da due sottodomini. Uno ha un box prossimale che è coinvolto nel riconoscimento del DNA, mentre l’altro contiene un box distale responsabile della dimerizzazione DNA-dipendente del dominio DNA-binding. La sequenza del box prossimale è identica tra ERα ed ERβ, il che indica una specificità e un’affinità simili tra i due sottogruppi. Le proteine globulari del dominio DNA-binding contengono otto cisteine e consentono una coordinazione tetraedrica di due ioni zinco. Questa coordinazione rende possibile il legame di ER con gli elementi di risposta agli estrogeni.[5] Il dominio legante il ligando è una struttura globulare a tre strati composta da 11 eliche e contiene una tasca per il ligando naturale o sintetico.[5][4] I fattori che influenzano l’affinità di legame sono principalmente la presenza di una frazione fenolica, la dimensione e la forma molecolare, i doppi legami e l’idrofobicità.[9]
Il posizionamento differenziale dell’elica 12 della funzione attivante 2 (AF-2) nel dominio di legame del ligando da parte del ligando legato determina se il ligando ha un effetto agonista o antagonista. Nei recettori legati all’agonista, l’elica 12 è posizionata adiacentemente alle eliche 3 e 5. Le eliche 3, 5 e 12 insieme formano una superficie di legame per un motivo NR box contenuto nei coattivatori con la sequenza canonica LXXLL (dove L rappresenta la leucina o l’isoleucina e X è un amminoacido qualsiasi).
I recettori non bloccati (apo) o i recettori legati a ligandi antagonisti allontanano l’elica 12 dalla superficie di legame LXXLL, il che porta al legame preferenziale di un motivo più lungo ricco di leucina, LXXXIXXX(I/L), presente sui corepressori NCoR1 o SMRT. Inoltre, alcuni cofattori si legano all’ER attraverso i terminali, il sito di legame del DNA o altri siti di legame. Pertanto, un composto può essere un agonista ER in un tessuto ricco di coattivatori ma un antagonista ER in tessuti ricchi di corepressori.[4]
Meccanismo d’azione
I composti estrogenici coprono uno spettro di attività che va da:
Agonisti completi (agonisti in tutti i tessuti) come l’ormone endogeno naturale Estradiolo
Agonisti misti/antagonisti (agonisti in alcuni tessuti e antagonisti in altri) come il Tamoxifene (SERM).
Antagonisti puri (antagonisti in tutti i tessuti), come il Fulvestrant.
I SERM sono noti per stimolare l’azione estrogenica in tessuti come il fegato, le ossa e il sistema cardiovascolare, ma anche per bloccare l’azione degli estrogeni laddove la stimolazione non è auspicabile, come nel seno e nell’utero. [10] Questa attività agonistica o antagonistica provoca vari cambiamenti strutturali dei recettori, con conseguente attivazione o repressione dei geni bersaglio degli estrogeni.[10][11] I SERM interagiscono con i recettori diffondendosi nelle cellule e legandosi alle subunità ERα o ERβ, con conseguente dimerizzazione e cambiamenti strutturali dei recettori. Ciò facilita l’interazione dei SERM con gli elementi di risposta agli estrogeni, che portano all’attivazione di geni inducibili dagli estrogeni e mediano gli effetti di questi ultimi.[10]
Impatto dei SERM sul omeostasi del Colesterolo.
La caratteristica unica dei SERM è la loro attività selettiva per tessuti e cellule. Ci sono sempre più prove a sostegno del fatto che l’attività dei SERM è determinata principalmente dal reclutamento selettivo di corepressori e coattivatori ai geni bersaglio dell’ER in specifici tipi di tessuti e cellule.[11][12] I SERM possono avere un impatto sulla stabilità delle proteine dei coattivatori e possono anche regolarne l’attività attraverso modifiche post-traslazionali come la fosforilazione. Molteplici vie di segnalazione della crescita, come HER2, PKC, PI3K e altre, sono downregolate in risposta al trattamento anti-estrogeno. Il coattivatore 3 dei recettori steroidei (SRC-3) viene fosforilato da chinasi attivate che ne potenziano l’attività di coattivatore, influenzano la crescita cellulare e contribuiscono alla resistenza ai farmaci.[12]
Il rapporto tra ERα ed ERβ in un sito bersaglio può essere un altro modo per determinare l’attività dei SERM. Alti livelli di proliferazione cellulare sono ben correlati con un alto rapporto ERα:ERβ, ma la repressione della proliferazione cellulare è correlata alla dominanza di ERβ su ERα. Il rapporto tra ER nel tessuto mammario neoplastico e normale potrebbe essere importante quando si considera la chemioprofilassi con i SERM.[10][11]
Per quanto riguarda le differenze tra ERα ed ERβ, sono importanti la Funzione di Attivazione 1 (AF-1) e la Funzione di Attivazione 2 (AF-2). Insieme svolgono un ruolo importante nell’interazione con altre proteine co-regolatrici che controllano la trascrizione genica.[10] AF-1 si trova nella terminazione amminica dell’ER ed è omologa solo al 20% in ERα ed ERβ. D’altra parte, AF-2 è molto simile in ERα e ERβ, e solo un aminoacido è diverso. Gli studi hanno dimostrato che scambiando le regioni di AF-1 in ERα e ERβ, si ottengono differenze specifiche nell’attività di trascrizione. In generale, i SERM possono attivare parzialmente geni ingegnerizzati attraverso ERα da un elemento del recettore degli estrogeni, ma non attraverso ERβ.[10][11] Tuttavia, il raloxifene e la forma attiva del tamoxifene possono stimolare geni reporter regolati da AF-1 sia in ERα che in ERβ.
La scoperta dell’esistenza di due sottotipi di ER ha portato alla sintesi di una serie di ligandi specifici per il recettore in grado di attivare o disattivare un particolare recettore. Tuttavia, la forma esterna del complesso risultante è ciò che diventa il catalizzatore per modificare la risposta di un tessuto bersaglio a un SERM.[10][11]
La cristallografia a raggi X di estrogeni o antiestrogeni ha mostrato come i ligandi programmino il complesso recettoriale per interagire con altre proteine. Il dominio legante dell’ER dimostra come i ligandi promuovano e impediscano il legame del coattivatore in base alla forma del complesso estrogeno o antiestrogeno. L’ampia gamma di ligandi che si legano all’ER può creare uno spettro di complessi ER completamente estrogenici o antiestrogenici in uno specifico sito bersaglio.[11] Il risultato principale del legame di un ligando all’ER è un riarrangiamento strutturale della tasca di legame del ligando, principalmente nell’AF-2 della regione C-terminale. Il legame dei ligandi all’ER porta alla formazione di una tasca idrofobica che regola i cofattori e la farmacologia del recettore. Il corretto ripiegamento del dominio di legame con i ligandi è necessario per l’attivazione della trascrizione e per l’interazione di ER con una serie di coattivatori.
Basi strutturali del meccanismo d’azione degli agonisti e degli antagonisti dei recettori degli estrogeni. Le strutture qui mostrate sono del dominio di legame del ligando (LBD) del recettore degli estrogeni (diagramma a fumetti verde) complessato con l’agonista Dietilstilbestrolo (in alto, PDB: 3ERD) o con l’antagonista 4-idrossitamossifene (in basso, 3ERT). I ligandi sono rappresentati come sfere che riempiono lo spazio (bianco = carbonio, rosso = ossigeno). Quando un agonista è legato a un recettore nucleare, l’alfa elica C-terminale della LBD (H12; azzurro) è posizionata in modo tale che una proteina coattivatrice (rosso) possa legarsi alla superficie della LBD. Qui è mostrata solo una piccola parte della proteina coattivatrice, la cosiddetta scatola NR contenente il motivo di sequenza aminoacidica LXXLL. Gli antagonisti occupano la stessa cavità di legame del ligando del recettore nucleare. Tuttavia, i ligandi antagonisti hanno un’estensione della catena laterale che sposta stericamente H12 per occupare all’incirca la stessa posizione nello spazio in cui si legano i coattivatori. Di conseguenza, il legame del coattivatore alla LBD viene bloccato.
I coattivatori non sono solo partner proteici che collegano tra loro i siti di un complesso. I coattivatori svolgono un ruolo attivo nel modificare l’attività di un complesso. La modificazione post-traduzionale dei coattivatori può dar luogo a un modello dinamico di azione degli ormoni steroidei attraverso molteplici vie chinasiche avviate dai recettori dei fattori di crescita della superficie cellulare. Sotto la guida di una moltitudine di rimodellatori proteici per formare un complesso multiproteico di coattivatori in grado di interagire con l’ER fosforilato in uno specifico sito promotore genico, il core coactivator deve prima reclutare una serie specifica di coattivatori. Le proteine che il core coactivator assembla come complesso di coattivatori hanno attività enzimatiche individuali per metilare o acetilare le proteine adiacenti. I substrati ER o il coenzima A possono essere poliubiquitinati da più cicli della reazione oppure, a seconda delle proteine di legame, possono essere ulteriormente attivati o degradati dal proteasoma 26S.[10]
Di conseguenza, per avere una trascrizione genica efficace, programmata e mirata dalla struttura e dallo stato di fosforilazione dell’ER e dei coattivatori, è necessario un processo dinamico e ciclico di capacità di rimodellamento per l’assemblaggio trascrizionale, dopo il quale il complesso di trascrizione viene poi istantaneamente distrutto dal proteasoma.[10]
Effetti sull’Asse HPT
Gli estrogeni sono un importante regolatore dell’Asse HPT. L’ipofisi si trova al di fuori della barriera ematoencefalica e accumula alti livelli di SERM. Inoltre, i SERM possono bloccare l’aumento di peso dell’ipofisi indotto dagli estrogeni [12], suggerendo un’azione anti-estrogenica. Antagonizzando i recettori estrogenici e bloccando l’attivazione di questi da parte del E2, i SERM stimolano il rilascio da parte dell’Ipotalamo di GnRH che a sua volta induce la sintesi ed il rilascio di Ormone Luteinizzante [LH] e Ormone Follicolo Stimolante [FSH]. Ciò, di conseguenza, aumenta la sintesi testicolare di Testosterone e la spermatogenesi.
Ciclo di feedback negativo dell’Asse HPT E2 dipendente.
L’affinità del Clomifene per l’ER rispetto all’estradiolo varia dallo 0,1 al 12% in diversi studi, un valore simile a quello del tamoxifene (0,06-16%).[13][14][15] Il 4-idrossiclomifene, uno dei principali metaboliti attivi del Clomifene/Enclomifene, e l’Afimoxifene (4-idrossitamoxifene), uno dei principali metaboliti attivi del Tamoxifene, mostrano rispettivamente l’89-251% e il 41-246% dell’affinità dell’Estradiolo per l’ER nelle cellule di cancro al seno MCF-7 umano. [16] L’affinità per l’ER degli isomeri del 4-idrossiclomifene era del 285% per l'(E)-4-idrossiclomifene e del 16% per lo (Z)-4-idrossiclomifene rispetto all’Estradiolo. [16] Il 4-idrossi-N-desmetilclomifene ha un’affinità simile a quella del 4-idrossi-clomifene per l’ER.[17] In uno studio, l’affinità del Clomifene e dei suoi metaboliti per l’ERα era di ~100 nM per il Clomifene, ~2,4 nM per il 4-idrossi-clomifene, ~125 nM per l’N-desmetilclomifene e ~1,4 nM per il 4-idrossi-N-desmetilclomifene.[17]
Anche se il Clomifene ha un certo effetto estrogenico, dato dalla componente di Zuclomifene, si ritiene che la proprietà antiestrogenica sia la fonte principale della stimolazione dell’ovulazione, data dal Enclomifene. Il Clomifene sembra agire soprattutto nell’ipotalamo, dove esaurisce gli ER ipotalamici e blocca l’effetto di feedback negativo dell’Estradiolo endogeno circolante, che a sua volta determina un aumento della frequenza degli impulsi ipotalamici dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH) e delle concentrazioni circolanti di ormone follicolo-stimolante (FSH) e ormone luteinizzante (LH).
Negli uomini normali, è stato riscontrato che 50mg/die di Clomifene per 8 mesi aumentano i livelli di Testosterone di circa 870ng/dL negli uomini più giovani e di circa 490ng/dL negli uomini più anziani.[18] I livelli di Estradiolo aumentano di 62pg/mL negli uomini più giovani e di 40pg/mL negli uomini più anziani.[18] Questi risultati suggeriscono che gli effetti progonadotropi del Clomifene sono più forti negli uomini più giovani che in quelli più anziani. Negli uomini con ipogonadismo, il Clomifene è risultato in grado di aumentare i livelli di Testosterone da 293 a 362ng/dL e i livelli di Estradiolo da 5,5 a 13pg/mL.[18] In un ampio studio clinico su uomini con bassi livelli di Testosterone (<400ng/dL), 25mg/die di Clomifene [circa 15.5mg di Enclomifene] hanno aumentato i livelli di Testosterone da 309ng/dL a 642ng/dL dopo 3 mesi di terapia. Non sono stati osservati cambiamenti significativi nei livelli di colesterolo HDL, trigliceridi, glucosio a digiuno o Prolattina, sebbene i livelli di colesterolo totale siano diminuiti significativamente.[18][19]
E’ di interesse sottolineare che la miscela racemica del Clomifene è composta per il 38% da Zuclomifene e per il 62% da Enclomifene. Lo Zuclomifene è lo stereoisomero (Z) del Clomifene, mentre l’Enclomifene è lo stereoisomero (E). Lo Zuclomifene è leggermente estrogenico, e a differenza dell’Enclomifene, esso ha azione antigonadotropa a causa dell’attivazione del recettore degli estrogeni con successiva riduzione dei livelli di Testosterone negli uomini. È inoltre circa cinque volte più potente dell’Enclomifene nell’indurre l’ovulazione nelle donne.
Il primo studio pubblicato sul Enclomifene comprendeva solo 12 uomini e non era in cieco [20]. In altre parole, sia i partecipanti che i ricercatori sapevano quale trattamento stavano ricevendo gli uomini. I partecipanti erano uomini con ipogonadismo secondario trattati in precedenza con Testosterone topico. Sono stati randomizzati a ricevere nuovamente Testosterone topico o Enclomifene (25mg al giorno).
Dopo sei mesi di trattamento, i livelli di Testosterone erano praticamente gli stessi tra i gruppi: 545ng/dL (18,9nmol/L) nel gruppo che riceveva il gel e 525ng/dL (18,2nmol/L) nel gruppo che riceveva l’Enclomifene. Anche i livelli di Testosterone libero sono aumentati e sono rimasti praticamente invariati tra i gruppi. Inoltre, e naturalmente, il numero di spermatozoi è stato ridotto negli uomini che ricevevano Testosterone, con numeri intorno ai 20milioni/mL. Inoltre, come previsto, il numero di spermatozoi è aumentato negli uomini che hanno ricevuto l’Enclomifene, con una media di circa 150milioni/mL.
Due interessanti studi [21][22]sull’Enclomifene hanno utilizzato lo stesso protocollo e l’aspetto forse più interessante è stata la dimensione del campione: 256 soggetti in totale. L’intervento è durato 16 settimane e i soggetti del gruppo Enclomifene hanno ricevuto 12,5mg al giorno e sono stati trattati fino a 25mg al giorno se i livelli di Testosterone non erano aumentati ad almeno 450ng/dL (15,6nmol/L) alla quarta settimana. La dose è stata aumentata per la metà dei soggetti che ricevevano l’Enclomifene. A questo punto le cose iniziano a farsi interessanti: sebbene metà dei soggetti sia stata modificata nel dosaggio alla quarta settimana, non è successo assolutamente nulla con la concentrazione media di Testosterone:
E, in effetti, alla fine dell’intervento, la media del gruppo era appena al di sotto del valore limite di 450ng/dL (15,6nmol/L) per l’up-titration. Infine, 29 degli 85 uomini del gruppo Enclomifene non hanno visto il loro Testosterone aumentare al di sopra del valore limite di ipogonadismo di 300ng/dL (10,4nmol/L) dopo 16 settimane di trattamento. Inoltre, i ricercatori hanno fatto un lavoro non propriamente apprezzabile nel trattare correttamente il gruppo che utilizzava il gel di Testosterone, come si può vedere dalla concentrazione media di Testosterone di quel gruppo.
E’ interessante notare che il Clomifene mostra in realtà risultati molto simili, anche mg per mg, a quelli dell’Enclomifene.
Uso dei SERM nella terapia per la fertilità in pazienti sottoposti a TRT
Uno studio ha assegnato i pazienti oligozoospermici a due gruppi di trattamento: (1) 20mg/die di Tamoxifene Citrato e 120mg/die di Testosterone Undecanoato [forma orale; pari a 75.9mg di Testosterone effettivo con una biodisponibilità del 8% = 6.072mg circa di principio attivo in circolo nelle 24h] (n = 106) e (2) trattamento con placebo (n = 106) per 6 mesi. Nel gruppo Tamoxifene/T, il numero totale di spermatozoi è aumentato da una mediana [25°, 75° percentile] di 27,1 × 106 cellule/mL [9,4, 54,0 × 106 cellule/mL] a 61,5 × 106 cellule/mL [28,2, 119,6 × 106 cellule/mL], la motilità progressiva è aumentata dal 29,7% ± 12,0% al 41,6% ± 13,1% e la morfologia normale è aumentata dal 41,2% ± 14,0% al 56,6% ± 11,5% dopo 6 mesi. Il tasso di gravidanza spontanea è stato del 33,9% nel gruppo Tamoxifene/T e del 10,3% nel gruppo placebo. Questo metodo di somministrazione concomitante di Testosterone e SERM potrebbe essere efficace nel mantenere la fertilità in una certa fetta di pazienti sottoposti a TRT. L’uso concomitante di hCG o Clomifene [o altro SERM] durante la TRT potrebbe non essere ottimale negli uomini in cerca di fertilità.[https://www.mdpi.com/1648-9144/60/2/275]
E’ interessante anche un piccolo studio del 1979 che ha preso in esame l’effetto delle somministrazione cronica di Clomifene in concomitanza con diversi androgeni…
Nelle osservazioni dello studio, l’infusione di Testosterone (T; 7,5mg/die per 4 giorni) ha prodotto un calo del 40% delle concentrazioni sieriche di LH e FSH. L’infusione di estradiolo (E2) in dosi equivalenti a quelle derivate dal T infuso (45μg/die) ha provocato un calo dell’LH sierico pari al 60% di quello osservato con il T, indicando che la maggior parte della soppressione dell’LH mediata dal T può essere attribuita alla sua aromatizzazione a E. Anche l’infusione di diidrotestosterone ha provocato una diminuzione del 35% dell’LH sierico medio e una diminuzione del numero di impulsi spontanei di LH simile a quella osservata con il T, a sostegno di un ruolo della componente androgenica pura nella soppressione dell’LH mediata dal T. Durante la terapia cronica con Clomifene, né il T né l’E2, se somministrati in dosi pari al doppio del loro tasso di produzione medio negli uomini normali, né gli androgeni non aromatizzabili, il Diidrotestosterone e il Fluoxymesterone, in dosi equipotenti al T infuso, sono stati in grado di sopprimere i livelli sierici di LH e FSH o di alterare le risposte di LH e FSH alla somministrazione di GnRH. La resistenza della gonadotropina alla soppressione da parte degli androgeni durante il blocco del Clomifene rimane ma con probabili variabili dose-temporali.[https://www.researchgate.net/]
Punti chiave
Abbiamo ripassato la funzionalità documentata del Clomifene e dell’Enclomifene di causare un aumento del GnRH con conseguente incremento di LH, FSH, Tetstosterone (e metaboliti annessi) e spermatogenesi in soggetti sani e ipogonadici [ipogonadismo secondario e AAS-indotto]. Ma durante l’uso di AAS/SARM è possibile avere una risposta terapeutica?
Oltre ai dati riportati in contesto TRT e SERM, se leggiamo con attenzione i dati sopra riportati, con una risposta di legame con effetto antagonista del ER ipotalamico dei mataboliti del Clomifene/Enclomifene del 285%, possiamo ipotizzare che la sua efficacia in presenza di molecole aromatizzabili sia proporzionale ai livelli di E2 o di suoi più potenti analoghi metilati in C7α o in C17α in circolo. In assenza di queste e in cosomministrazione con molecole non aromatizzabili, il suo potenziale di legame risulterebbe analogo al contesto di non utilizzo di AAS.
Possiamo chiuderla qui con un “si, ha una azione terapeutica anche in cosomministrazione con AAS/SARM, specie se non aromatizzabili!”? Purtroppo no, perchè il controllo dell’attività dell’Asse HPT non è regolato solo ed esclusivamente dal feedback negativo del E2.
I fattori che sopprimo l’Asse HPT
Come detto pocanzi, la sottoregolazione/soppressione dell’Asse HPT non è solo dipendente dal feedback negativo dato da un aumento del E2 circolante. Infatti, i fattori che influenzano la sottoregolazione/soppressione dell’Asse HPT sono:
L’origine del AAS, e di conseguenza…
Il tasso di conversione del AAS ad estrogeno, attraverso l’enzima aromatasi in alcuni tessuti (adiposo, mammario)
L’attività estrogenica intrinseca della molecola
L’attività progestinica dell’AAS
Dose e tempo d’uso/abuso del AAS
Attività androgena del AAS
Come possiamo vedere, oltre al fattore estrogenico vi sono quello diretto dall’AAS, la sua attività progestinica e la sua affinità con l’AR.
Sebbene l’utilizzatore del “tampone SERM” per cercare di garantirsi livelli di E2 e DHT nella norma (indi minimamente funzionali) raramente utilizza progestinici, la cosa non è impossibile vista la presenza di PH/AAS orali con attività progestinica [vedi 19-Nor-5-androstenediolo, MENTDIONE, MENT, Trenbolone Acetato, Metribolone ecc…].
Struttura molecolare del 19-nor-5-androstenediolo, noto anche come estr-5-ene-3β,17β-diolo, il proormone del Nandrolone e di altri 19-norandrostani.
Il Progesterone svolge inoltre un ruolo cruciale nell’Asse HPT. Durante la fase luteale, l’ipotalamo rilascia l’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), che agisce su una ghiandola chiamata ipofisi anteriore. Una quantità eccessiva di Progesterone o la presenza di Progestinici provoca un’inibizione a feedback negativo a livello ipotalamico/ipofisario, con conseguente cessazione marcata del rilascio di ormoni; maggiore di quella riscontrata con il ciclo di feedback del E2. Questo processo, nella maggior parte dei casi (se non in una estrema maggioranza con uno scarto di possibilità limitato) non è compensabile con l’uso di SERM.
Un altro fattore che interviene a livello del feedback negativo dell’Asse HPT risiede della attività AR della molecola. Di conseguenza, dovrebbe essere chiaro che anche farmaci puramente androgeni o essenzialmente anabolizzanti e con forte potenziale di legame con il AR [vedi SARM non steroidei] possono causare una sotto-regolazione della funzionalità dell’Asse HPT, quindi con meccanismi indipendenti dalla aromatizzazione della molecola.
Infatti, gli AAS [ed i SARM non steroidei] attraversano la barriera ematoencefalica e si legano ai recettori Ipotalamici. Ciò comporterà una marcata soppressione dell’HPTA per via di intermediari quali i peptidi oppioidi endogeni.
Quindi, bisogna sapere che l’attività di soppressione/sottoregolazione dell’Asse HPT androgeno-dipendente ha come intermediari i peptidi oppioidi endogeni, con attività principale da parte della Beta-Endorfina, delle Encefaline e Dinorfine attraverso il legame con i recettori oppioidi μ.
Recettori μ-opioidi attivi e inattivi
Tale effetto ridurrà comunque l’efficacia terapeutica dei SERM utilizzati anche se questi limiteranno il feedback negativo del E2. In breve, lo stimolo del GnRH e, di conseguenza, di LH e FSH saranno potenzialmente ridotti in rapporto AAS-dipendente e dose-dipendente. Ciò significa che non sarà possibile garantire livelli adeguati di E2 secondari alla aromatizzazione del Testosterone stimolato dalla attività del LH legata alla somministrazione di Clomifene o Enclomifene.
Struttura molecolare del Fluoxymesterone
Con l’uso del Fluoxymesterone le cose si complicherebbero ulteriormente. La sua capacità inibitiva sull’Asse HPT è più marcata di quella esercitata dal Methyltestosterone, nonostante non sia aromatizzabile, e si manifesta maggiormente a livello testicolare. Nel range dei 20mg/die non sembra mostrare un significativo impatto su FSH e LH ma già sul Testosterone circolante. Il Fluoxymesterone possiede una biodisponibilità del 100%, dovuta alla metilazione in posizione 17α la quale inibisce il metabolismo epatico per ossidazione enzimatica del 17β-idrossile, consentendo l’assorbimento nel flusso sanguigno della molecola. Come molti altri steroidi metilati in C-17, il Fluoxymesterone presenta una scarsa affinità con i recettori AR, ciononostante le sue azioni sono mediate dal recettore degli androgeni, molto probabilmente a causa della sua prolungata emivita plasmatica che è di circa 9,2 ore.(Seth Roberts “Anabolic Pharmacology”. 2009)
Effetto dei SERM sull’Asse hGH/IGF1
Esistono poche differenze tra i vari SERM nell’influenzare negativamente l’Asse hGH/IGF1, in quanto è stato riportato che il Raloxifene ha indotto una minore diminuzione dei livelli di IGF1 rispetto al Tamoxifene, considerando che entrambi i farmaci sono stati somministrati a un dosaggio massimo di 120mg/die e 20mg/die, rispettivamente [94].
Cozzi et al. [95] hanno provato per la prima volta a utilizzare il tamoxifene come possibile trattamento dell’acromegalia; nel 1997 hanno trattato 19 soggetti acromegalici (6 maschi, 13 femmine) per due mesi con un dosaggio crescente, fino a raggiungere i 40 mg/die. L’IGF1 medio è diminuito del 29,5%, con un range compreso tra il 18% e il 60%, in 13 dei 19 pazienti, raggiungendo un controllo ormonale completo in quattro di essi (21%). I livelli di GH sono leggermente aumentati rispetto al basale, mentre dopo la sospensione del tamoxifene l’IGF1 sierico è prontamente aumentato. Molti anni dopo, Balili et al. [31] hanno riportato che 17 pazienti (15 maschi e 2 femmine) con acromegalia resistente sono stati trattati con tamoxifene (dose massima 40mg/die) per un periodo mediano di quattro mesi. È stata evidenziata una riduzione significativa dell’IGF1 nell’82% dei pazienti, raggiungendo il controllo della malattia nel 47% dei casi. I livelli sierici di IGF1 si sono ridotti del 17,5%, mentre i livelli di GH non hanno subito variazioni significative.
Schema semplificato dell’azione di E2 e SERM sull’Asse hGH/IGF1
Duarte et al. [35] nel 2016 hanno studiato 16 maschi con acromegalia non controllata, dimostrando l’efficacia del Clomifene Citrato (CC) come terapia aggiuntiva a SRL o Cabergolina. I pazienti sono stati trattati per tre mesi con CC 50mg/die, mostrando una riduzione media dei livelli di IGF1 del 41% (con valori compresi tra il 16,8% e il 68,3%), che ha portato il 44% dei pazienti a raggiungere il controllo ormonale. Gli estrogeni e i SERM hanno ampiamente dimostrato una significativa attività di riduzione dell’IGF1.
Le concentrazioni plasmatiche seriali di hGH sono state misurate ogni 20 minuti per 24 ore prima e dopo la somministrazione di Clomifene Citrato (100mg/die per 7 giorni) a quattro soggetti sani maschi giovani adulti. Il numero di episodi secretori di hGH e l’entità del picco delle concentrazioni plasmatiche durante la veglia e il sonno sono diminuiti dopo i periodi di trattamento con Clomifene Citrato.[https://www.sciencedirect.com/science/article/abs]
In uno studio sono stati inclusi sette bracci, comprendenti donne in postmenopausa con diabete mellito di tipo 2, donne in postmenopausa con cancro al seno, donne sane in postmenopausa e uomini anziani sani. La terapia con Raloxifene ha ridotto significativamente i livelli di IGF-1 (WMD: -2,92 nmol/L, 95% CI: -3,49, -2,35, p < 0,001) rispetto al placebo. Il dosaggio di raloxifene ˃60mg/die (WMD: -3,29 ng/mL, 95% CI: -3,50-3,08, I2 = 0,0%) ha ridotto i livelli di IGF-1 più di 60 mg/die (WMD: -2,29 ng/mL, 95% CI: -2,90 -1,69, I2 = 16%). Inoltre, la durata dell’intervento ˃26 settimane (WMD: -3,48 ng/mL, 95% CI: -5,26 a -1,69, I2 = 0,0%) ha ridotto i livelli di IGF-1 più di ˂26 settimane (WMD: -2,55 ng/mL, 95% CI: -3,31 a -1,79, I2 = 92%). Al contrario, i risultati complessivi del modello a effetti casuali non hanno suggerito un cambiamento significativo nei livelli di IGFBP-3 con la terapia con raloxifene. La terapia con Raloxifene ha ridotto significativamente i livelli sierici di IGF-1, ma senza variazioni nei livelli di IGFPB-3.[https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1096637421000447]
Il Tamoxifene è in grado di ridurre l’IGF-1 biodisponibile (calcolato come rapporto tra IGF-1 e IGF-BP3) per almeno 18 mesi. Sebbene le concentrazioni di IGF-1 non si siano ridotte in modo significativo, le concentrazioni della sua principale proteina legante IGF-BP3 sono aumentate in modo significativo, riducendo così la quantità di IGF-1 disponibile. Tuttavia, il rapporto tra IGF-1 e IGF-BP3 non era significativamente ridotto rispetto al basale a 27 mesi, per cui l’effetto di un trattamento più lungo resta da chiarire. Anche il Tamoxifene ha aumentato significativamente le concentrazioni di IGF-BP1 rispetto al basale dopo 18 mesi di trattamento. Questo aumento è stato osservato anche in altri studi.
In alcuni studi sul Tamoxifene è stata notata paradossalmente un’assenza di effetti sulle concentrazioni di IGF-1 a differenza di altri studi che hanno dimostrato una riduzione dell’IGF-1 da parte del Tamoxifene. Questo potrebbe essere il risultato del numero ridotto di pazienti degli studi in questione o della selezione della popolazione. Tuttavia, uno studio non ha mostrato un effetto sull’IGF-1 a un follow-up mediano di 29 mesi. Questi ricercatori avevano osservato una diminuzione significativa dei valori di IGF-1 dopo sei mesi di trattamento con Tamoxifene e i loro dati indicano un effetto limitato dopo un trattamento a lungo termine. Anche altri dati da campioni più piccoli indicano una riduzione iniziale (sebbene non significativa) dell’IGF-1, che si perde con l’aumentare del tempo di follow-up. Ciò indica un effetto potenzialmente importante della durata del trattamento sull’esito e sottolinea la necessità di ulteriori studi longitudinali con periodi di follow-up rigorosamente tempificati.
Uno studio a lungo termine controllato con placebo ha mostrato una riduzione significativa dell’IGF-1 dopo un follow-up medio di 27 mesi (follow-up minimo di tre mesi), ma non sono stati prelevati campioni longitudinali. È possibile che i campioni provenienti dagli studi di prevenzione con Tamoxifene in corso (come l’IBIS) vengano utilizzati per ulteriori ricerche sugli effetti del Tamoxifene sul sistema IGF. In alcuni studi i campioni utilizzati non erano a digiuno e questo può essere importante perché i valori possono fluttuare in base all’assunzione di nutrienti.
Il meccanismo con cui il Tamoxifene altera lo stato dell’IGF non è stato completamente chiarito. Tuttavia, si ritiene che il Tamoxifene alteri i valori di IGF-1 riducendo la produzione di hGH da parte dell’ipofisi, abbassando così la quantità di IGF-1 prodotta dal fegato [endocrina] e rilasciata in circolo. Sappiamo che il Tamoxifene ha anche un’azione diretta come antagonista dell’E2 in diversi tessuti del corpo oltre che sulle cellule del cancro al seno, e sembrerebbe alterare la quantità di IGF-1 e di proteine leganti rilasciate dalle cellule stesse.
Il Tamoxifene, quindi, può aumentare l’IGF-BP1, l’IGF-BP3 e ridurre il rapporto tra IGF-1 e IGF-BP3. Gli effetti a lungo termine dell’uso del Tamoxifene sullo stato dell’IGF devono ancora essere stabiliti. Non è ancora del tutto chiaro quando e per quanto tempo il Tamoxifene può ridurre l’IGF-1 circolante.[https://www.ncbi.nlm.nih.gov/]
Aumento delle SHBG
L’effetto del Clomifene Citrato (CC) sulle SHBG è stato studiato in 10 pazienti oligozoospermici con varicocele e 6 uomini normospermici. Le SHBG plasmatiche, Testosterone (T), Estradiolo (E2), FSH, LH. Prolattina (Prl), Tiroxina (T4) e 17-OH-progesterone (17-OH-P) sono stati determinati prima e durante la terapia. La concentrazione di SHBG è aumentata da 38,1 ± 18,3 a 54,3 ± 16,0 nmol/l (P < 0,01), mentre il T e l’E2 hanno mostrato aumenti significativi da 31,2 ± 10,8 nmol/***l e 24,6 ± 5,4 pg/ml a 52,0 ± 3,6 e 43,3 ± 14,9, rispettivamente nei pazienti oligozoospermici, con aumenti simili osservati negli uomini normospermici. L’FSH, l’LH e il 17-OH-P sono risultati marcatamente elevati durante la somministrazione di CC, mentre Prl e T4 sono rimasti invariati. I risultati di questo studio indicano che la CC provoca un aumento della concentrazione di SHBG, probabilmente correlato anche all’aumento della concentrazione di E2. Questa variazione della SHBG, combinata con l’attività estrogenica intrinseca del CC, potrebbe essere uno dei fattori responsabili, attraverso una diminuzione del T libero e uno squilibrio tra T ed E2, della mancanza di un effetto significativo sui parametri della qualità seminale nei pazienti così trattati. [https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/]
Schema semplificato dell’azione dei SERM e E2 sull’espressione del gene SHBG e sintesi delle SHBG.
In uno studio, tredici pazienti sono stati sottoposti a trattamento con Tamoxifene dopo la classificazione secondo Nydick (gruppo 1). Il gruppo 2 era composto da otto pazienti seguiti senza trattamento. La ginecomastia era presente bilateralmente in 15 pazienti. In entrambi i gruppi si è verificata una riduzione statisticamente significativa delle dimensioni del seno. Si è verificata una diminuzione significativa della SHBG sierica solo nel gruppo 2. Questi risultati suggeriscono che la SHBG sierica è aumentata dal trattamento con Tamoxifene negli adolescenti maschi trattati. I livelli di SHBG sono diminuiti per tutta la durata del follow-up nei pazienti che sono guariti con o senza trattamento. Tuttavia, questa diminuzione era statisticamente significativa nel gruppo non trattato, ma non in quello trattato con Tamoxifene. In conclusione, è stato suggerito che il calo puberale dei livelli di SHBG sia attenuato dal trattamento con tamoxifene somministrato per la ginecomastia puberale, poiché il Tamoxifene aumenta i livelli di SHBG negli adolescenti maschi.[https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15379424/]
Ma gli Inibitori della Aromatasi?
Gli IA possono essere in alcuni casi un modo efficace per controllare i livelli di E2 durante la TRT. Tuttavia, il dosaggio necessario per mantenere i livelli di E2 nell’intervallo ottimale dipende da ciascun individuo e richiede un attento monitoraggio da parte di un professionista sanitario. Ma in un contesto di alterazione del ciclo di feedbeack negativo del E2, specie se cosomministrati con AAS non aromatizzabili, possono portare a peggioramento delle condizioni più che ad una risposta positiva nel mantenimento di una certa attività dell’Asse HPT.
Conclusioni:
Nonostante la ricerca abbia mostrato in studi su animali sottoposti a somministrazione di AAS (Oxymetholone) abbinata al Clomifene Citrato una qualche conservazione del Testosterone endogeno [Growth-hormone-secretagogue-GHRP-6-and-clomiphene?redirectedFrom=fulltext], e che nelle terapie per la fertilità in soggetti in TRT, o in soggetti trattati per brevi periodi con AAS e.v., la somministrazione di Clomifene Citrato ha mostrato un effetto misurabile [ma qui parliamo comunque di condizioni più che altro “mimiche-fisiologiche”], sul campo la misurazione dell’efficacia della somministrazione di SERM (soprattutto Clomifene e Enclomifene) per mantenere una certa sintesi endogena di Testosterone e consequenzialmente dei suoi metaboliti E2 e DHT, non è lineare e chiara, sia per la difficile identificazione della qualità dei PEDs utilizzati e sia per la difficolta di svolgere esami ematici che non siano basati sul fallace (ormonalmente) metodo ECLIA/ELISA. La rara possibilità (almeno in Italia) di poter accedere a laboratori dove sono svolti test LC/MS-MS ultra sensibile [vedi spettrometria di massa accoppiata] limita le valutazioni precise necessarie dal momento che con i metodi sopra citati ormoni diversi possono essere letti come il medesimo ormone. Nonostante ciò, siamo stati in grado di notare degli effetti terapeutici sufficienti con cicli a medio/basso dosaggio di AAS come Oxandrolone e Stanozololo [media 30mg/die]. In altre circostanze, e in una buona fetta di popolazione, l’andamento dell’efficacia variava all’interno dello stesso arco temporale del ciclo al quale i soggetti si sottoponevano.
Basandoci sulla ricerca diretta, possiamo teoricamente elencare gli AAS/SARM/PH e DS con l’effetto ipoteticamente raggiungibile in combinazione con SERM:
Effetto buono
Oxandrolone [=30mg di media]
Stanozololo [=20mg di media]
Methyldrostanolone [=30mg di media]
4-clorodeidrometiltestosterone [=40mg di media]
Ostarina [=20mg di media]
RAD140 [=20mg di media]
Effetto discreto/moderato
Testosterone Undecanoato [<120mg/die di media]
Methandrostenolone [<20mg di media]
Oxymetholone [<50mg di media]
LGD4033 [<10mg di media]
Effetto non sufficiente
Fluoxymesterone [≥10mg di media]
MENTDIONE [≥50mg di media]
MENT [≥25mg di media]
Metribolone [≥250mcg di media]
Norethandrolone [≥20mg di media]
Trenbolone Acetato (orale) [≥25mg di media]
19-Nor-5-androstenediolo [≥50mg di media]
Chi sceglie di prendere la “via del Enhanced” e la sua paura principale è basata sulle iniezioni beh, forse è meglio che abbandoni tale possibile scelta… no?…
Paradossalmente, è di gran lunga più funzionale l’inserimento di piccole dosi di Methandrostenolone [15mg/die circa] come base “sostitutiva” del Testosterone compensando il DHT con la versione metilata in C1 di questo, il Mesterolone.
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Ovviamente, l’aumento della produzione intracellulare di MGF non è l’unica, ma certamente una nuova e importantissima via attraverso la quale gli AAS promuovono “attivamente” la crescita muscolare. Secondo uno studio del 2013 del Dipartimento di Riabilitazione e Medicina Fisica della Graduate School of Medical and Dental Sciences dell’Università di Kagoshima in Giappone (Ikeda. 2013) [1], gli agenti anabolizzanti come il Methenolone, che, come sappiamo, è un AAS presente in natura e classificato dalla WADA, con moderate proprietà androgene, presentano questa caratteristica.
Crescita muscolare indotta dalla tensione meccanica:
Per i roditori dello studio in questione, gli scienziati hanno settato il dosaggio somministrato a circa 10mg/kg per esemplare. Successivamente, i muscoli gastrocnemio destro sono stati allungati (sotto tensione) ripetutamente mediante dorsiflessione manuale della caviglia 15 volte al minuto per 15 minuti. I muscoli controlaterali non sono stati allungati come controllo. Nei ratti di controllo (n=6), il gastrocnemio è stato allungato come nel gruppo di trattamento, ma non è stato somministrato Methenolone. Ventiquattro ore dopo la procedura, i ratti sono stati soppressi mediante iniezione di una dose letale di Pentobarbital di sodio e i loro muscoli gastrocnemici mediali sono stati rimossi da entrambi i lati. In realtà, per lo scopo dell’analisi non sarebbe stato necessario sopprimere gli animali, poiché l’estrazione della ” variante autocrina specifica dello splicing IGF-I del fattore di crescita meccanica” è qualcosa che si può misurare da una biopsia muscolare. Quindi, l’unico argomento contro uno studio sull’uomo è probabilmente il dosaggio (alto) e la somministrazione generale di AAS a soggetti umani.
Effetti del trattamento su MGF, MyoD, Miogenina (a.u.) in ratti con/senza iniezione di Methenolone (Ikeda. 2013)
Con gli effetti altamente significativi sul MGF e quelli non significativi sulla MyoD e sulla Miogenina, entrambe coinvolte nel reclutamento di nuovi nuclei muscolari dal pool di cellule staminali (cellule satelliti) nella muscolatura, il risultato dello studio è ancora di natura generica e quasi certamente si applicherà anche all’uomo.
Fare stretching per la crescita muscolare?
Non è l’atto dello stretching, ma piuttosto l’usura delle cellule che viene interpretata come un lavoro intenso a indurre la crescita muscolare e soprattutto l’adattamento strutturale: in altre parole, uno “allungamento durante un sollevamento” (vedi Tensione Meccanica). Gli effetti a valle di queste reazioni intracrine (=confinate all’interno della cellula stessa) vanno ben oltre il semplice pompaggio di più proteine nella struttura muscolare esistente. In uno studio precedente, Ikeda et al. hanno già dimostrato che lo stretching continuo o ripetitivo di breve durata dei muscoli per 1 settimana aumenta i livelli di espressione dell’mRNA di MyoD, Miogenina e MyHC embrionale rispetto a quelli dei muscoli non sottoposti a tele procedura. (Ikeda. 2003)[2]
Sezione di una fibra muscolare scheletrica di mammifero – mionucleo (turchese), mitocondri (blu), rettilo sarcoplasmatico (marrone), tubuli (arancione), miofibrille (rosato) Artista: Lesley Skeates. Originariamente da Gray’s Anatomy 29a ed. Elsevier. 2008
Queste ultime sono i marcatori della spesso osannata attivazione, reclutamento e rifornimento delle “cellule staminali” o “satelliti” del muscolo che sono ciò che permette di crescere oltre il limite naturale, un limite che rende il muscolo degli animali Miostatina-deficienti enorme, ma disfunzionale – un risultato diretto dei cambiamenti strutturali che non sono in grado di tenere il passo con il costante afflusso di proteine. Poiché gli effetti dell’MGF sono correlati agli importanti effetti di facilitazione della forza dell’esercizio fisico e la causa di fondo dei cambiamenti è una semplice tensione della muscolatura, i risultati pongono un’ulteriore enfasi sulla necessità di “stressare” adeguatamente il tessuto muscolare per realizzare gli adattamenti epigenetici indotti dall’esercizio fisico.
Qual è allora il risultato esatto dello studio?
Questo studio non fa altro che confermare (a buon grado di riscontro umano) il complesso ruolo degli AAS nella crescita del muscolo scheletrico. Una dimostrazione in più di come l’assetto ormonale (anabolizzante) sia coadiuvante e cooperativo con IGF-1, MGF, hGH, Miostatina e AAS come attori di spicco con i loro ruoli specifici nell’ipetrofia del muscolo scheletrico.
Fonte immagine:
La Figura qui sopra, offre un’anticipazione di ciò di cui sto parlando.
Nonostante lo studio sia stato ricavato da una ricerca sui roditori con un agente anabolizzante “leggero”, non c’è dubbio che i risultati dello studio in questione siano rilevanti anche per gli atleti enhanced e ci sono buone prove che ciò si si possa applicare anche agli atleti di sesso femminile.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
Riferimenti:
Ikeda S et al. The Effect of Anabolic Steroid Administration on Passive Stretching-Induced Expression of Mechano-Growth Factor in Skeletal Muscle. The Scientific World Journal. 2013: Article ID 313605.
Ikeda S, Yoshida A, Matayoshi S, Tanaka N. Repetitive stretch induces c-fos and myogenin mRNA within several hours in skeletal muscle removed from rats. Arch Phys Med Rehabil. 2003 Mar;84(3):419-23.
DISCLAIMER: Il presente articolo è a solo scopo educativo, di intrattenimento e informativo. Non rappresenta in alcun modo una forma di incitamento all’uso/abuso di sostanze dopanti. L’autore ed il sito, per tanto, è esentato da qualsiasi responsabilità dipendente dalla libera scelta individuale.
Introduzione:
L’uso dell’eritropoietina (EPO) per migliorare le prestazioni atletiche, soprattutto nel ciclismo agonistico, è una questione controversa da oltre vent’anni. Nonostante la sua diffusione e le controversie che ne derivano, mancano ancora prove scientifiche solide che ne dimostrino l’efficacia nel migliorare le prestazioni dei ciclisti ben allenati.
Jules Heuberger e il suo team del Centre for Human Drug Research nei Paesi Bassi si sono posti l’obiettivo di affrontare scientificamente proprio questa domanda: L’EPO migliora effettivamente le prestazioni dei ciclisti esperti? Hanno condotto uno studio in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo – considerato il “gold standard” della ricerca scientifica – con dosaggi di EPO che rispecchiano l’uso reale nel ciclismo agonistico. Questo articolo ne condivide i risultati.
Ma partiamo con ordine…
Caratteristiche e azioni dell’Eritropoietina (EPO)
Paul Carnot
Nel 1905, Paul Carnot propose l’idea che un ormone regolasse la produzione di globuli rossi. Dopo aver condotto esperimenti su conigli sottoposti a salasso, Carnot e la sua studentessa laureata Clotilde-Camille Deflandre[1] attribuirono un aumento dei globuli rossi nei conigli trattati a un fattore emotropico chiamato emopoietina. Eva Bonsdorff e Eeva Jalavisto chiamarono la sostanza emopoietica “eritropoietina”. K.R. Reissman e Allan J. Erslev hanno dimostrato che una certa sostanza, circolante nel sangue, è in grado di stimolare la produzione di globuli rossi e di aumentare l’ematocrito. Questa sostanza è stata purificata e confermata come eritropoietina.[2][3]
Nel 1977, Goldwasser e Kung hanno purificato l’EPO.[4] L’EPO pura ha permesso di identificare parzialmente la sequenza aminoacidica e di isolare il gene.[2] L’EPO sintetica è stata utilizzata per la prima volta con successo per correggere l’anemia nel 1987.[5] Nel 1985, Lin et al. hanno isolato il gene dell’eritropoietina umana da una libreria genomica di fagi e l’hanno utilizzato per produrre l’EPO.[6] Nel 1989, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato l’ormone Epogen per l’uso in alcune anemie.[7][8]
Gregg L. Semenza e Peter J. Ratcliffe hanno studiato il gene dell’EPO e la sua regolazione ossigeno-dipendente. Insieme a William Kaelin Jr. hanno ricevuto il Premio Nobel 2019 per la Fisiologia o la Medicina per la loro scoperta del fattore inducibile dell’ipossia (HIF), che regola il gene dell’EPO, così come altri geni, in risposta all’ipossia.[9]
L’Eritropoietina (/ɪˌrɪθroʊˈpɔɪ. ɪtɪn, -rə-, -pɔɪˈɛtɪn, -ˈiːtɪn/; [10][11][12] EPO), nota anche come eritropoetina, ematopoietina o emopoietina, è una citochina glicoproteica secreta principalmente dai reni in risposta all’ipossia cellulare; stimola la produzione di globuli rossi (eritropoiesi) nel midollo osseo. Bassi livelli di EPO (circa 10mU/mL) sono costantemente secreti in quantità sufficiente a compensare il normale ricambio dei globuli rossi. Le cause comuni di ipossia cellulare che determinano livelli elevati di EPO (fino a 10.000mU/mL) comprendono qualsiasi anemia e l’ipossiemia dovuta a malattie polmonari croniche e alla bocca.
L’Eritropoietina è prodotta dai fibroblasti interstiziali del rene in stretta associazione con il capillare peritubulare e il tubulo contorto prossimale. Viene prodotta anche nelle cellule perisinusoidali del fegato. La produzione epatica predomina nel periodo fetale e perinatale; la produzione renale predomina nell’età adulta. È omologa della trombopoietina.
rhEPO
L’Eritropoietina esogena, l’Eritropoietina umana da DNA ricombinante (rhEPO), viene prodotta con la tecnologia del DNA ricombinante in coltura cellulare e viene chiamata collettivamente agenti stimolanti l’eritropoiesi (ESA): due esempi sono l’epoetina alfa e l’epoetina beta. Gli ESA sono utilizzati nel trattamento dell’anemia nella malattia renale cronica, dell’anemia nella mielodisplasia e dell’anemia da chemioterapia oncologica. I rischi della terapia includono morte, infarto miocardico, ictus, tromboembolismo venoso e recidiva del tumore. Il rischio aumenta quando il trattamento con EPO aumenta i livelli di emoglobina oltre 11g/dL fino a 12g/dL: questo è da evitare.
GATA2
Come accennato, i livelli di eritropoietina nel sangue sono piuttosto bassi in assenza di anemia, circa 10mU/mL. Tuttavia, in caso di stress ipossico, la produzione di EPO può aumentare fino a 1000 volte, raggiungendo 10.000mU/mL di sangue. Negli adulti, l’EPO è sintetizzata principalmente dalle cellule interstiziali nel letto capillare peritubulare della corteccia renale, con quantità aggiuntive prodotte nel fegato,[13][14][15] e nei periciti del cervello.[16] Si ritiene che la regolazione si basi su un meccanismo di feedback che misura l’ossigenazione del sangue e la disponibilità di ferro.[17] I fattori di trascrizione per l’EPO sintetizzati costitutivamente, noti come fattori inducibili dall’ipossia, sono idrossilati e digeriti proteosomicamente in presenza di ossigeno e ferro. Durante la normossia, GATA2 inibisce la regione promotrice dell’EPO. I livelli di GATA2 diminuiscono durante l’ipossia e permettono di promuovere la produzione di EPO.[18]
PGC-1α
La produzione di eritropoietina può essere indotta da HIF-2α e da PGC-1α.[19] L’eritropoietina attiva anche questi fattori, dando luogo a un ciclo di feedback positivo.[19]
È stato dimostrato che l’eritropoietina esercita i suoi effetti legandosi al recettore dell’eritropoietina (EpoR).[20][21] L’EPO si lega al recettore dell’eritropoietina sulla superficie dei progenitori dei globuli rossi e attiva una cascata di segnalazione JAK2. Questo avvia le vie di STAT5, PIK3 e Ras MAPK. Ciò determina la differenziazione, la sopravvivenza e la proliferazione delle cellule eritroidi.[22] Vengono inoltre espressi SOCS1, SOCS3 e CIS, che agiscono come regolatori negativi del segnale delle citochine.[23]
L’espressione del recettore dell’eritropoietina ad alto livello è localizzata nelle cellule progenitrici eritroidi. Sebbene sia stato riferito che i recettori dell’EPO si trovano in una serie di altri tessuti, come il cuore, il muscolo, il rene e il tessuto nervoso periferico/centrale, questi risultati sono confusi dalla non specificità dei reagenti, come gli anticorpi anti-EpoR.[24] In esperimenti controllati, un recettore funzionale dell’EPO non viene rilevato in questi tessuti.[25] Nel flusso sanguigno, gli stessi globuli rossi non esprimono il recettore dell’eritropoietina, quindi non possono rispondere all’EPO. Tuttavia, è stata segnalata una dipendenza indiretta della longevità dei globuli rossi nel sangue dai livelli plasmatici di eritropoietina, un processo definito neocitolisi.[26] Inoltre, vi sono prove inconfutabili che l’espressione del recettore dell’EPO è regolata in modo elevato nelle lesioni cerebrali.[27]
L’eritropoietina è un ormone essenziale per la produzione di globuli rossi. Senza di essa, l’eritropoiesi definitiva non ha luogo. In condizioni di ipossia, il rene produrrà e secernerà eritropoietina per aumentare la produzione di globuli rossi, mirando alle sottopopolazioni di CFU-E, proeritroblasti ed eritroblasti basofili nella differenziazione. L’eritropoietina ha un effetto primario sui progenitori e sui precursori dei globuli rossi (che si trovano nel midollo osseo degli esseri umani), promuovendo la loro sopravvivenza attraverso la protezione di queste cellule dall’apoptosi, o morte cellulare.
IL-6
L’eritropoietina è il fattore eritropoietico primario che coopera con vari altri fattori di crescita (ad esempio, IL-3, IL-6, glucocorticoidi e SCF) coinvolti nello sviluppo della linea eritroide da progenitori multipotenti. Le cellule eritroidi a formazione di unità di esplosione (BFU-E) iniziano a esprimere il recettore per l’eritropoietina e sono sensibili all’eritropoietina. Lo stadio successivo, l’unità formante colonie eritroidi (CFU-E), esprime la massima densità di recettori per l’eritropoietina ed è completamente dipendente dall’eritropoietina per l’ulteriore differenziazione. Anche i precursori dei globuli rossi, i proeritroblasti e gli eritroblasti basofili, esprimono il recettore dell’eritropoietina e ne sono quindi influenzati.
È stato riferito che l’eritropoietina ha una serie di azioni che vanno oltre la stimolazione dell’eritropoiesi, tra cui l’ipertensione dipendente dalla vasocostrizione, la stimolazione dell’angiogenesi e la promozione della sopravvivenza cellulare attraverso l’attivazione dei recettori dell’EPO, con conseguenti effetti anti-apoptotici sui tessuti ischemici. Questa proposta è tuttavia controversa, in quanto numerosi studi non hanno dimostrato alcun effetto.[28] È inoltre incoerente con i bassi livelli di recettori dell’EPO su queste cellule. Gli studi clinici condotti su esseri umani con tessuti ischemici cardiaci, neurali e renali non hanno dimostrato gli stessi benefici osservati negli animali. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato un effetto neuroprotettivo sulla neuropatia diabetica, ma questi dati non sono stati confermati da studi clinici condotti sui nervi peroneo profondo, peroneo superficiale, tibiale e surale.[29]
Come sappiamo, le eritropoietine disponibili come agenti terapeutici sono prodotte con la tecnologia del DNA ricombinante in coltura cellulare e comprendono Epogen/Procrit (epoetina alfa) e Aranesp (darbepoetina alfa); sono utilizzate per il trattamento dell’anemia derivante da malattie renali croniche,[30] dell’anemia indotta dalla chemioterapia in pazienti affetti da cancro, da malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn e colite ulcerosa)[31] e da mielodisplasia dovuta al trattamento del cancro (chemioterapia e radiazioni). I foglietti illustrativi includono avvertenze relative all’aumento del rischio di morte, infarto del miocardio, ictus, tromboembolismo venoso e recidiva del tumore, in particolare quando viene utilizzato per aumentare i livelli di emoglobina a più di 11g/dL – 12g/dL.[32]
L’EPO è altamente glicosilata (40% del peso molecolare totale), con un’emivita nel sangue di circa 5 ore. L’emivita dell’EPO può variare tra le versioni endogene e quelle ricombinanti. L’ulteriore glicosilazione o altre alterazioni dell’EPO attraverso la tecnologia ricombinante hanno portato a un aumento della stabilità dell’EPO nel sangue (richiedendo così iniezioni meno frequenti).
EPO come PEDs
Come farmaco per il miglioramento delle prestazioni, l’EPO è stato vietato dall’inizio degli anni ’90, ma un primo test non è stato disponibile fino alle Olimpiadi estive del 2000. Prima che questo test fosse disponibile, alcuni atleti sono stati sanzionati dopo aver confessato di aver fatto uso di EPO, ad esempio nel caso Festina, quando fu trovata un’auto con prodotti dopanti per la squadra ciclistica Festina.
A questo punto, però, è necessario comprendere le questioni di fondo relative all’uso dell’EPO nello sport e, in particolare, il suo impatto sulle prestazioni ciclistiche. Molti atleti agonisti e osservatori ritengono che l’EPO migliori le prestazioni atletiche aumentando la produzione di globuli rossi e l’apporto di ossigeno ai muscoli. Come abbiamo visto precedentemente, infatti, la rHuEPO clinica viene utilizzata per trattare l’anemia, aumentando il numero di globuli rossi nei pazienti, il che implica che potrebbe fare lo stesso per gli atleti. Questa logica ha contribuito al suo status di sostanza vietata dalla maggior parte delle agenzie antidoping, a partire proprio dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1990.
Tuttavia, nonostante questa convinzione diffusa e il suo uso illecito tra gli atleti, è difficile trovare prove scientifiche concrete a sostegno dei suoi effetti di miglioramento delle prestazioni nei ciclisti ben allenati.
Mentre molti si concentrano sul potenziale dell’EPO di aumentare la massa dei globuli rossi e la capacità di trasportare ossigeno, altri, più previdenti, ritengono che il suo uso improprio possa portare a gravi effetti negativi. Sono state rilasciate innumerevoli dichiarazioni relative a complicazioni cardiovascolari come ipertensione, trombosi e aumento del rischio di ictus, nonché a disturbi ematologici come la policitemia.
Inoltre, alcuni avvertono che la somministrazione o il dosaggio improprio dell’EPO possono provocare uno squilibrio nella produzione di globuli rossi, portando a livelli pericolosi di ematocrito e viscosità, che a loro volta possono aumentare il rischio di coaguli di sangue e altri eventi cardiovascolari. Tuttavia, come abbiamo detto in questa serie, i presunti pericoli dell’EPO nel ciclismo di prestazione sono stati oggetto di analisi e studi, che hanno dimostrato che le agenzie sportive si sono spesso basate su affermazioni non comprovate.
Sebbene alcuni considerino l’EPO tra i migliori farmaci per il miglioramento delle prestazioni nel ciclismo, esistono studi che ne confermano la potenziale pericolosità.
Sebbene l’entità dei rischi associati all’uso dell’eritropoietina (EPO) negli atleti rimanga incerta, i dati provenienti da revisioni della letteratura e da studi condotti su soggetti sani e allenati forniscono indicazioni sui potenziali pericoli.
Pressione sanguigna sistolica
In uno studio, i ricercatori hanno notato un notevole aumento della pressione arteriosa sistolica, sia a riposo che durante l’esercizio submassimale, in seguito alla somministrazione di EPO. L’aumento della pressione arteriosa può predisporre gli atleti a complicazioni cardiovascolari, tra cui l’ipertensione e l’aumento del rischio di eventi trombotici.
Eventi trombotici
Le evidenze delle revisioni della letteratura evidenziano anche un’elevata incidenza di eventi trombotici nei pazienti trattati con dosi elevate di rHuEPO rispetto a quelli che ricevono un placebo. Tuttavia, è importante notare che questi studi hanno tipicamente utilizzato dosi significativamente superiori a quelle comunemente utilizzate negli studi sulle prestazioni di resistenza. Fattori come l’aumento della viscosità del sangue, l’aumento della coagulazione, l’attivazione endoteliale, la reattività piastrinica e l’infiammazione possono contribuire a questi eventi avversi.
Impatto con l’esercizio fisico
È inoltre importante considerare i cambiamenti fisiologici indotti dall’esercizio fisico acuto. Questi impatti includono riduzioni del volume plasmatico e del volume sanguigno accompagnate da un aumento dell’ematocrito, potenzialmente in grado di esacerbare il rischio di eventi trombotici negli atleti di resistenza, soprattutto in condizioni di disidratazione e ipertermia.
Non conclusività delle prove
Sebbene questi risultati suggeriscano potenziali pericoli associati all’uso di EPO negli atleti, mancano prove conclusive. Non è possibile trarre conclusioni definitive senza studi di ricerca ben progettati che analizzino specificamente gli effetti dell’EPO sulle prestazioni e sulla sicurezza dei ciclisti d’élite.
Heuberger et al. [33] hanno progettato uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo per affrontare le incertezze che circondano gli effetti e la sicurezza dell’uso dell’EPO in ciclisti ben allenati. Questo studio si propone di analizzare in modo rigoroso l’impatto di NeoRecormon, una forma di eritropoietina umana ricombinante sintetica, sulle prestazioni e sui parametri di sicurezza nei ciclisti d’élite.
Lo studio si è concentrato sugli effetti su ciclisti ben allenati, comprendendo 48 soggetti sani e stabili dal punto di vista medico, reclutati tramite pubblicità sui media e associazioni ciclistiche. Questi soggetti sono stati selezionati per rappresentare l’élite del ciclismo, con un alto livello di forma fisica ed esperienza di allenamento. Il protocollo dello studio prevedeva un periodo di 8 settimane durante il quale i partecipanti sarebbero stati assegnati in modo casuale a ricevere NeoRecormon o un placebo.
NeoRecormon è stato somministrato a dosi di 2000, 5000 o tra 6000 e 10.000 UI alla settimana. L’obiettivo era quello di raggiungere l’intervallo prefissato, con aggiustamenti necessari in base ai risultati dell’emoglobina (Hb) o dell’ematocrito (Ht).
Lo studio ha avuto una durata totale di 129 giorni, con un periodo di trattamento di 8 settimane. Questo lasso di tempo ha permesso di valutare in modo completo le prestazioni e la sicurezza dopo la somministrazione di NeoRecormon. Prima e dopo il periodo di intervento sono state condotte valutazioni dettagliate delle metriche di prestazione, tra cui resistenza, potenza e utilizzo dell’ossigeno.
Obiettivi primari
L’obiettivo dello studio era esplorare gli effetti di NeoRecormon sulle prestazioni ciclistiche in ciclisti ben allenati. L’obiettivo è stato raggiunto con diversi mezzi, tra cui valutazioni separate delle prestazioni in test da sforzo, in condizioni di gara e la misurazione dei marcatori ematologici tramite il Passaporto Biologico dell’Atleta. Sono state effettuate anche misurazioni del flusso sanguigno per valutare le risposte fisiologiche alla somministrazione di EPO.
Obiettivi secondari
Gli obiettivi secondari comprendevano un’ulteriore esplorazione degli effetti del NeoRecormon in un contesto di gara su strada, per facilitare la determinazione della sua capacità tra gli integratori e i farmaci che migliorano le prestazioni ciclistiche. Altri obiettivi comprendevano una valutazione completa del suo profilo di sicurezza in ciclisti ben allenati e una valutazione dei metodi di rilevamento del doping per l’uso del NeoRecormon.
I risultati dello studio
La valutazione della sicurezza del trattamento con rHuEPO in ciclisti ben allenati ha rivelato risultati rassicuranti. I segni vitali come il peso, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna erano simili tra i due gruppi di trattamento, mentre gli eventi avversi osservati erano da lievi a moderati e comparabili tra i gruppi. In particolare, non sono stati segnalati eventi avversi gravi (di grado 3 o peggiore) in nessuno dei due gruppi.
Mentre alcuni marcatori della funzione endoteliale hanno mostrato un leggero aumento con il trattamento con rHuEPO, suggerendo un potenziale aumento della trombogenicità, non ci sono stati segni clinici di effetti avversi associati alla somministrazione di rHuEPO.
In termini di miglioramento delle prestazioni, il trattamento con rHuEPO ha portato a miglioramenti nei test di laboratorio di esercizio massimale, con conseguente aumento della resistenza e delle prestazioni. Tuttavia, i suoi effetti sui test di esercizio submassimale e sulle prestazioni nelle corse su strada non sono stati rilevabili. Nel complesso, i risultati dello studio sono stati meno pronunciati rispetto alle affermazioni spesso riportate nella letteratura popolare e nei resoconti aneddotici. Ciò sottolinea l’importanza di una ricerca basata sull’evidenza per valutare l’efficacia e la sicurezza di interventi di miglioramento delle prestazioni come l’EPO.
L’assenza di effetti significativi di miglioramento delle prestazioni osservati nello studio può essere attribuita a diversi fattori:
Differenze contestuali
Gli effetti dell’EPO possono essere più pronunciati in eventi a più tappe come il Tour de France, in cui la resistenza e il recupero giocano un ruolo critico, rispetto a gare di un solo giorno come quella del Mont Ventoux inclusa nello studio. La durata e l’intensità degli eventi possono influenzare la rilevabilità degli effetti dell’EPO.
Dimensione dello studio e potenza statistica
La dimensione del campione dello studio potrebbe essere stata insufficiente per rilevare sottili differenze nei risultati delle prestazioni, in particolare nel contesto della corsa su strada. La complessità della misurazione delle prestazioni nelle competizioni ciclistiche reali e la variabilità inerente alle prestazioni dei singoli atleti possono aver limitato la potenza statistica dello studio nel rilevare effetti significativi.
Entità ridotta dei benefici
È possibile che i benefici della rHuEPO sulle prestazioni, pur essendo presenti, siano minori di quanto si tende a sostenere o a credere, il che li rende difficili da distinguere in assenza di campioni più ampi o di tecniche di misurazione più sensibili.
Conclusioni sulla sicurezza dell’EPO e sul miglioramento delle prestazioni
Sulla base dei risultati dello studio controllato in doppio cieco, la sicurezza dell’uso dell’EPO per migliorare le prestazioni ciclistiche rimane un argomento di dibattito e di cautela. Sebbene non siano state osservate differenze significative negli eventi avversi tra i gruppi EPO e placebo, lo studio ha rivelato un aumento preoccupante dei marcatori endoteliali, in particolare E-selectina e P-selectina, associati a trombogenicità e infiammazione.
Questi risultati suggeriscono un potenziale aumento del rischio cardiovascolare associato al trattamento con rHuEPO, che potrebbe non essere stato adeguatamente colto a causa della bassa incidenza di eventi cardiovascolari negli atleti sani. La limitata potenza dello studio nel rilevare tali rischi sottolinea la necessità di ulteriori ricerche con campioni di dimensioni maggiori e periodi di follow-up più lunghi.
Dato l’uso diffuso e non controllato della rHuEPO tra gli atleti, non si può escludere il rischio potenziale di eventi cardiovascolari. Pertanto, sebbene l’EPO possa offrire benefici per le prestazioni, il suo uso deve essere affrontato con cautela e gli atleti devono essere consapevoli dei potenziali rischi associati alla sua somministrazione.
Per il futuro, è indispensabile condurre studi su larga scala con periodi di follow-up prolungati per valutare in modo completo la sicurezza e l’efficacia dell’uso dell’EPO nei ciclisti ben allenati. È necessario implementare politiche e regolamenti basati sull’evidenza per mitigare i potenziali rischi associati all’abuso di sostanze che migliorano le prestazioni, evitando consapevolmente di usare iperboli o esagerazioni per demonizzare una sostanza.
Comprendere il protocollo di dosaggio dell’EPO
I ricercatori del CHDR hanno progettato e attuato con cura un protocollo di dosaggio dell’EPO [33], con l’obiettivo di replicare le pratiche note nel ciclismo professionistico, garantendo al contempo la sicurezza dei partecipanti e il rispetto degli standard etici. I partecipanti assegnati al gruppo rHuEPO (eritropoietina umana ricombinante) hanno ricevuto otto dosi totali durante il periodo di studio.
Il regime di dosaggio prevedeva la somministrazione di una dose media di rHuEPO, sotto forma di NeoRecormon, di 5000 UI per partecipante a settimana durante le prime 4 settimane dello studio. Successivamente, la dose è stata aumentata a 7000 UI a settimana per le restanti 4 settimane. Per mitigare il rischio di parametri ematologici eccessivi, ai partecipanti che hanno superato un aumento del 15% dell’emoglobina rispetto al basale o che hanno raggiunto una concentrazione di ematocrito superiore al 52% sono state somministrate iniezioni di placebo in cinque occasioni.
La dose media di rHuEPO somministrata per tutto il periodo di studio è stata di 48.000 UI, pari a una media di 6000 UI a settimana. Questa strategia di dosaggio ha determinato un aumento sostanziale della concentrazione di emoglobina, con un incremento medio del 12% fino a 10,2 mmol/L, e un aumento del 16% dei livelli di ematocrito, che ha raggiunto il 50%. Al contrario, i partecipanti al gruppo placebo hanno mostrato concentrazioni di emoglobina ed ematocrito relativamente stabili per tutta la durata dello studio.
I diari dei partecipanti sono stati tenuti con una documentazione meticolosa, contribuendo a confermare l’aderenza al regime di integrazione prescritto per tutto il periodo dello studio, garantendo coerenza e affidabilità nella somministrazione delle dosi di rHuEPO.
In seguito, approfondiremo il razionale di questa strategia di dosaggio, le sue implicazioni per le prestazioni ciclistiche e il contesto più ampio delle linee guida per il dosaggio dell’EPO sotto controllo medico.
Un esempio di protocollo di 8 settimane
Un esempio di protocollo di 8 settimane per la somministrazione di NeoRecormon potrebbe essere il seguente:
Settimana 1-4: Dosaggio di NeoRecormon da 2000 a 10.000 UI alla settimana (aggiustato in base alle misurazioni di Hb e Ht).
Settimana 5-8: continui aggiustamenti del dosaggio di NeoRecormon secondo le necessità, con regolare monitoraggio dei parametri ematologici.
Integrazione giornaliera: 50 mg di vitamina C e 200 mg di ferro per ottimizzare l’assorbimento e la salute generale.
I dettagli del dosaggio di NeoRecormon spiegati
Il farmaco sperimentale utilizzato nello studio era l’eritropoietina umana ricombinante (rHuEPO) NeoRecormon, contenente il principio attivo Epoëtine beta. NeoRecormon è stato somministrato per via sottocutanea (nel tessuto adiposo sotto la pelle) ai partecipanti rispettando uno schema di dosaggio attentamente studiato, nella speranza di ottimizzare i parametri ematologici riducendo al minimo i rischi potenziali.
Il protocollo di dosaggio di NeoRecormon si è basato su uno schema decisionale completo, ideato per guidare i ricercatori nell’aggiustamento del dosaggio in base alle caratteristiche e alle risposte dei singoli partecipanti, in particolare alla concentrazione di emoglobina (Hb) e ai livelli di ematocrito (Ht). Questo albero decisionale è stato un aiuto visivo per facilitare il processo decisionale in tempo reale per quanto riguarda gli aggiustamenti durante il periodo di trattamento di 8 settimane.
L’albero decisionale delineava vari scenari basati sulle misurazioni di Hb e Ht prima di ogni somministrazione di NeoRecormon o placebo. Se l’Ht di un partecipante superava il 52%, indicando un alto rischio di complicazioni ematologiche, la somministrazione del dosaggio veniva prontamente interrotta per ridurre i rischi potenziali. Al contrario, se i livelli di Ht erano inferiori al 52%, l’albero decisionale indirizzava i ricercatori a valutare la concentrazione di Hb del partecipante per determinare il dosaggio appropriato di NeoRecormon.
Ecco le fasi dell’albero decisionale in dettaglio:
Se il livello di Ht raggiungeva un valore superiore o uguale al 52%, il doping veniva interrotto. Se i livelli di Hb scendono al di sotto di circa 1,15x, anche il dosaggio si interrompe.
Se i livelli di Hb erano superiori o uguali a 1,10x, il dosaggio sarebbe rimasto a 2000IU/settimana.
Se la situazione non si fosse evoluta prima di 5 settimane, il dosaggio sarebbe arrivato a 5000IU/settimana; se la situazione non si fosse evoluta dopo 5 settimane o più, il dosaggio sarebbe stato aumentato a più o uguale a 6000IU/settimana, con un dosaggio massimo di 10.000IU/settimana.
Il dosaggio di NeoRecormon variava da 2.000 a 10.000 UI alla settimana, con la flessibilità di aggiustare questo intervallo in base alla risposta di ciascun partecipante al trattamento. Questo intervallo di dosaggio è stato concepito per garantire l’efficacia nell’innalzare i livelli di Hb e Ht all’interno dell’intervallo target, riducendo al minimo il rischio di effetti avversi.
Valutazione dei benefici e dei rischi
NeoRecormon è un farmaco registrato con un profilo di sicurezza noto, che lo rende adatto all’uso in contesti di ricerca. Tuttavia, i ricercatori hanno riconosciuto la possibilità di effetti collaterali, tra cui reazioni anafilattoidi, anche se con un basso tasso di incidenza di ≤1 su 10.000 casi. Per questo motivo, tutte le somministrazioni del farmaco in studio sono state condotte in un ambiente clinico sotto stretta supervisione medica, contribuendo a mitigare i rischi.
Metodologia di monitoraggio
I partecipanti sono stati monitorati attentamente per tutta la durata dello studio e le loro condizioni mediche sono state valutate regolarmente per garantire la sicurezza e il benessere. Gli aggiustamenti del dosaggio sono stati effettuati, se necessario, in base ai parametri ematologici e alle risposte individuali al trattamento, guidati dall’algoritmo dell’albero decisionale.
Rispettando il protocollo di dosaggio prescritto, seguendo accuratamente l’albero decisionale e implementando rigorose misure di sicurezza, i ricercatori miravano a ottimizzare l’efficacia e la sicurezza della somministrazione di NeoRecormon nel migliorare le prestazioni ciclistiche dei partecipanti.
Valutazione della sicurezza e del rischio dell’uso di NeoRecormon
NeoRecormon, un’eritropoietina umana ricombinante (rHuEPO), è comunemente utilizzato in ambito clinico per il trattamento di diverse condizioni mediche, tra cui l’anemia associata a malattie renali croniche e alla chemioterapia del cancro. Il suo profilo di sicurezza è stato ampiamente studiato, con linee guida di dosaggio ben stabilite per garantire l’efficacia (in questi contesti medici) riducendo al minimo i rischi potenziali.
Il rischio più comunemente associato a NeoRecormon riguarda il suo potenziale aumento dei livelli di ematocrito e di emoglobina che, se elevati eccessivamente, possono portare a complicazioni come trombosi, ipertensione ed eventi cardiovascolari. Tuttavia, se somministrato entro gli intervalli di dosaggio raccomandati, NeoRecormon è generalmente considerato sicuro ed efficace per gli scopi medici previsti. La ricerca ha anche dimostrato che l’aumento delle prestazioni dell’EPO probabilmente non è così pericoloso come le organizzazioni antidoping vorrebbero far credere al pubblico.
Confronto con un programma di pre-donazione di sangue autologo
Gli effetti dell’uso di NeoRecormon nei pazienti che partecipano a programmi di pre-donazione di sangue autologo assomigliano molto a quelli dei volontari sani. In entrambi gli scenari, è stato riconosciuto un aumento della produzione di globuli rossi. Il Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (SmPC) per NeoRecormon in un programma di pre-donazione di sangue autologo specifica una dose massima raccomandata di 1200 UI/kg a settimana per somministrazione sottocutanea, equivalente a 90.000 UI per un individuo di 75 kg.
In questo protocollo di dosaggio dell’EPO, che prevede dosi pianificate da 2.000 a 10.000 UI alla settimana, i dosaggi di NeoRecormon sono ben al di sotto del limite massimo raccomandato. Pertanto, il rischio associato alla somministrazione di NeoRecormon nello studio è considerato piccolo e accettabile.
Integrazione obbligatoria
Per sostenere gli effetti fisiologici della somministrazione di NeoRecormon e ridurre i rischi potenziali, ai partecipanti è stata prescritta un’integrazione giornaliera obbligatoria di 50 mg di vitamina C (acido ascorbico) e 200 mg di ferro (ferrofumarato) per tutto il periodo di trattamento di 8 settimane. Questi integratori contribuiscono a ottimizzare il metabolismo del ferro, l’eritropoiesi e la salute generale durante la terapia con EPO.
Supervisione medica e misure di Harm Reduction
La supervisione medica durante la somministrazione di NeoRecormon controlla da vicino i parametri ematologici, i segni vitali e lo stato di salute generale dei partecipanti, con controlli dettagliati eseguiti prima di ogni dose, il che significa 8 controlli durante tutto il processo. I partecipanti hanno sempre ricevuto le iniezioni in un ambiente clinico sotto la diretta supervisione di un professionista sanitario, garantendo una corretta somministrazione e la gestione immediata di eventuali reazioni avverse.
Le misure di Harm Reduction includono:
Valutazione settimanale dei parametri ematologici per individuare e prevenire aumenti eccessivi dei livelli di Hb e Ht.
Fornitura di un’integrazione obbligatoria di vitamina C e ferro per supportare l’eritropoiesi e minimizzare il rischio di carenza di ferro.
Interruzione tempestiva del dosaggio di NeoRecormon se i parametri ematologici superano soglie predefinite o se si verificano reazioni avverse.
Esami del sangue effettuati
Durante lo studio, i partecipanti sono stati inoltre sottoposti a esami del sangue settimanali per monitorare i parametri ematologici, tra cui:
Concentrazione di emoglobina
Livelli di ematocrito
Conteggio dei globuli rossi
Conteggio delle piastrine
Profilo di coagulazione
Questi esami del sangue hanno fornito informazioni cruciali per valutare la sicurezza e l’efficacia della somministrazione di NeoRecormon e per guidare gli aggiustamenti del dosaggio, se necessario.
Implicazioni per i medici dello sport e per i pazienti che praticano l’automedicazione
Per i medici sportivi che si trovano di fronte a pazienti che si curano da soli con l’EPO o che ne considerano l’uso per migliorare le prestazioni, questa ricerca fornisce indicazioni preziose su ciò che costituisce un protocollo di dosaggio supervisionato da un medico con le giuste misure di sicurezza. Lo studio sottolinea l’importanza di livelli di dosaggio accurati, di un monitoraggio regolare dei parametri ematologici e dell’aderenza ai regimi di integrazione per ridurre i rischi potenziali e ottimizzare i benefici.
Criteri per i dosaggi iniziali, per le modifiche o per l’interruzione del trattamento
I criteri che hanno portato alla direzione degli aggiustamenti sono stati:
Parametri ematologici di base (livelli di Hb e Ht)
Risposta ai dosaggi iniziali (per esempio, tasso di aumento di Hb e Ht)
Valori di soglia per le concentrazioni di Hb e Ht per evitare aumenti eccessivi
Comparsa di reazioni avverse o di sintomi suggestivi di complicazioni ematologiche
Questi criteri hanno guidato i ricercatori nell’individualizzazione dei regimi di trattamento e nel garantire la sicurezza dei partecipanti durante lo studio.
Rischi ed effetti collaterali monitorati
I ricercatori hanno monitorato attentamente i partecipanti per individuare potenziali rischi ed effetti collaterali, tra cui:
Aumento eccessivo dei livelli di Hb e Ht con conseguenti complicazioni ematologiche (ad es. trombosi, ipertensione).
Reazioni anafilattoidi o risposte allergiche alle iniezioni di NeoRecormon.
Carenza di ferro o disturbi del metabolismo del ferro dovuti all’aumento dell’eritropoiesi.
La valutazione regolare dei parametri ematologici e la valutazione clinica hanno permesso di individuare e gestire precocemente gli eventi avversi, riducendo al minimo il loro impatto sulla sicurezza e sul benessere dei partecipanti.
Conclusioni:
Uno studio del 2007 ha dimostrato che l’EPO ha un effetto significativo sulle prestazioni di esercizio.[chiarisci][https://link.springer.com/article/] Uno studio del 2017 ha dimostrato che allo sforzo submassimale gli effetti dell’EPO non erano distinguibili da quelli del placebo. Si afferma che “[Allo] sforzo [submassimale]…[la potenza media] non differiva tra i gruppi”. Tuttavia, “alla potenza massima [da sforzo] era più alta nel gruppo rHuEPO rispetto al gruppo placebo”. Quindi, anche se non c’erano differenze a livelli inferiori di sforzo, allo sforzo massimale il gruppo EPO ha comunque ottenuto risultati migliori rispetto al gruppo placebo.[https://www.thelancet.com/]
Ma attraverso l’approfondimento di questo articolo abbiamo compreso che il protocollo di dosaggio qui discusso fa luce sull’uso potenziale dell’EPO per migliorare le prestazioni ciclistiche sotto supervisione, e con questo articolo è stato dimostrato che potrebbe essere efficace in determinati contesti. Questo protocollo è un’ottima risorsa per chi sta valutando l’uso dell’EPO e sottolinea l’importanza di aderire a pratiche scientificamente valide per ottimizzare i risultati dando priorità alla sicurezza.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
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Il collagene (o collageno) è la principale proteina fibrosa del tessuto connettivo negli animali. È la proteina più abbondante nei mammiferi (circa il 25% della massa proteica totale), rappresentando nell’uomo circa il 6% del peso corporeo.
Il collagene, quindi, è il componente strutturale primario di tutti i tessuti connettivi (principalmente collagene di tipo I per ossa, tendini e legamenti; e principalmente collagene di tipo II per la cartilagine). L’attività del collagene di tipo III riflette la crescita e il turnover dei tessuti molli; è ampiamente distribuito nelle fibrille interstiziali dei tessuti molli, compresi tendini e legamenti, fascia, nonché nella matrice extracellulare (ECM) e nei suoi strati (ad esempio, l’endomisio) che avvolgono le parti costitutive dei gruppi muscolari e che contengono vari fattori di crescita coinvolti nella funzione e nella crescita del muscolo scheletrico.
Il metabolismo del collagene comprende i processi biochimici che regolano la sintesi, la degradazione e il ricambio dei tessuti molli che sono costituiti principalmente da collagene. I tessuti connettivi del nostro corpo sono in uno stato costante di equilibrio e flusso. Il metabolismo del collagene mantiene l’integrità strutturale e la funzione di articolazioni, ossa, tendini e legamenti del corpo. Gli enzimi e le vie di segnalazione regolano questi processi di sintesi, scomposizione e ricambio.
Il procollagene, la proteina madre del collagene, è sintetizzata e secreta dai fibroblasti. Le molecole di procollagene sono costituite da 3 filamenti proteici disposti a tripla elica. Il procollagene lascia la cellula con estensioni protettive alle estremità per prevenire la formazione prematura di collagene. La scissione dei prolungamenti tramite enzimi porta alla formazione di collagene attivo che si allinea con altre molecole di collagene.
Punto chiave: La misurazione di questi enzimi (cioè dei marcatori) fornisce un’indicazione del metabolismo del collagene. Un aumento o una diminuzione dei livelli di alcuni enzimi indica la sintesi netta di collagene (ad esempio, di tipo I), mentre una diminuzione o un aumento dei livelli di alcuni enzimi indica la degradazione netta di collagene (ad esempio, di tipo I).
Una microfibrilla è un’unità di filamenti di collagene disposti in parallelo. Sono le subunità delle fibre di collagene. Le fibre sono disposte in fasci. I legami incrociati tra le molecole di collagene adiacenti nei fasci di collagene sono legami chimici forti che garantiscono l’integrità e un robusto reticolo di tessuti connettivi che supportano lo scheletro nella locomozione.
Il collagene di tipo I è particolarmente importante per le modifiche del contenuto minerale osseo e della densità minerale ossea (BMC/BMD).
Il collagene di tipo III è particolarmente importante per i cambiamenti nella ECM, nei tendini, nei legamenti e nei tessuti connettivi:
Trasmissione della forza dal sarcomero all’osso (aumento della forza)
Recupero da lesioni muscoloscheletriche, in particolare quelle che coinvolgono la matrice di collagene.
Prevenzione di lesioni muscoloscheletriche da uso eccessivo o acute (aumentando il rapporto forza-fatica).
In generale gli AAS influenzano il metabolismo del collagene. AAS sovrafisiologici:
↑ PIIINP sierica [in maniera dose-dipendente]
↑ urina HP:LP – Dosi elevate di AAS aumentano il metabolismo del collagene dei tessuti molli, senza variazioni nel riassorbimento osseo. [1].
Cessazione (“cycling-off”) d’uso degli AAS:
↓ ICTP sierico [in funzione del tempo]. [1].
Marker del metabolismo del collagene:
Tendine ( marker metabolici del collagene)
Il propeptide N-terminale del procollagene di tipo III (PIIINP) è un marker della biosintesi delle fibrille interstiziali nei tessuti molli. Il PIIINP è stimolato dall’allenamento pliometrico nei tendini e dagli AAS in generale, dove la rigidità va a vantaggio della velocità, ma l’aumento della forza muscolare deve compensare l’aumento del rischio di strappi muscolari dovuto all’eccessiva rigidità dei tendini.
-Aumenta in modo dose-dipendente con gli AAS a concentrazione sovrafisiologica.
Ossa e tendini (“marker metabolici del collagene”)
Procollagene di tipo I C-terminale propeptide (PICP): rilasciato in circolo dagli osteoblasti proliferanti durante la biosintesi del collagene, è quindi in gran parte un biomarcatore della formazione di collagene osseo, sebbene vi sia anche un certo contributo da parte del collagene di tipo I nei tessuti molli. [2].
Telopeptide reticolato del collagene di tipo I (ICTP): rilasciato in circolo durante la fase osteoclastica della modellazione e del rimodellamento osseo (disgregazione dell’osso/collagene). [2].
-Diminuisce con la sospensione di AAS sovrafisiologici (“cycling-off”) in modo dipendente dal tempo.
Dpyr: marcatore urinario della degradazione del collagene di tipo I. [2].
Sia l’ICTP che il Dpyr costituiscono legami incrociati piridinolinici formati nel collagene maturo di tipo I e le loro concentrazioni nel siero e nelle urine riflettono il riassorbimento osseo. [2].
Ossa (“marker metabolici del collagene”)
Fosfatasi alcalina ossea (ALP): proteina presente nelle cellule ossee della placca di crescita epifisaria e negli osteoblasti maturi. È irrilevante per le dimensioni o la forza muscolare. [2].
HP (PYD): idrossilisilpiridinolina; riflette il turnover dei collageni di tipo I (osso), II, III e IX; presente in tendini, cartilagini, ossa, pareti dei vasi e dentina. [2].
LP (DPD): lisilpiridinolina; riflette il turnover del collagene di tipo I (osso); presente nell’osso e nella dentina.
Esiste un declino associato all’età di HP (↓), LP (↓) e del rapporto HP/LP (↓).
HP:LP (urina) esclude il metabolismo cutaneo (utile). [2].
Idrossiprolina
L’HP e l’LP urinari sono marcatori potenzialmente più utili del catabolismo delle fibre di collagene dei tessuti scheletrici rispetto all’idrossiprolina urinaria. Quest’ultima ha un profilo di specificità inferiore poiché si trova in tutti i tipi di collagene di tutti i tessuti connettivi (compresa la pelle). Inoltre, può anche essere rilasciata dalle molecole di collagene prima della loro incorporazione nelle fibrille e una grande percentuale di idrossiprolina viene metabolizzata nel fegato, eludendo così l’analisi quantitativa del riassorbimento del collagene maturo mediante misurazioni urinarie. [3].
Un rapporto HP:LP più basso può riflettere una maggiore proporzione relativa di riassorbimento osseo rispetto al turnover del collagene e della cartilagine, poiché il collagene osseo è la fonte primaria di LP, mentre l’HP riflette i tessuti molli in generale (eccetto la pelle)… suggerisce che anche il riassorbimento del collagene di tipo III (più HP rispetto al tipo I) diminuisce con l’età. [3].
-Aumenta con gli AAS sovrafisiologici.
Il picco di massa ossea e di HP:LP si verifica all’età di 27 anni. [3].
Ossa:
Cellule ossee
Osteoprogenitori: Cellule osteogeniche che si sviluppano in osteoblasti.
Osteoblasti: Formano l’osso; producono ECM ossea e mineralizzano l’osso (mononucleati).
Osteociti: Cellule ossee mature; secernono enzimi per mantenere l’osso.
La formazione ossea osteoblastica è associata alla deposizione di collagene di tipo I, seguita dalla mineralizzazione e dalla maturazione, durante le quali si formano legami incrociati stabili tra le fibrille di collagene. [4].
Osteocalcina (siero): Riflette la formazione ossea (così come il procollagene di tipo I [siero]).
Deossipiridinolina (urina): Riflette il riassorbimento osseo. [4].
Tendini e legamenti:
Il tendine è un tessuto connettivo che collega l’osso al muscolo, mentre il legamento è un tessuto connettivo che collega l’osso all’osso. In entrambi, circa ¾ del peso secco è costituito da collagene: la maggior parte è di tipo I: 60% (tendine) e fino all’85% (legamento).
La struttura relativamente (quasi totalmente) avascolare e collagena di legamenti e tendini limita il loro potenziale rigenerativo, con conseguenti complicazioni mediche sostanziali, che spesso rendono necessario un intervento chirurgico dopo una lesione traumatica.
I tendini e i legamenti maturi contengono relativamente poche cellule. Il numero ridotto di cellule metabolicamente attive comporta un fabbisogno di ↓O₂ e di nutrienti. I legamenti contengono fibre di elastina e collagene.
Le proprietà meccaniche di tendini e legamenti sono funzione di:
Densità delle fibre di collagene
Diametro
Orientamento e
Reticolazione -Legami incrociati enzimatici, formati dall’ossido di lisile (LOX) -Legami incrociati non enzimatici attraverso gli AGE (advanced glycation end-products), formati da una reazione di Maillard senza enzimi specifici tra uno zucchero e un amminoacido. -Entrambi i legami incrociati aumentano la rigidità di tendini e legamenti. [5].
Adattamenti dell’allenamento
Il metabolismo del tendine è molto più lento di quello del muscolo a causa della sua ridotta vascolarizzazione e circolazione, e l’aumento del flusso sanguigno al muscolo scheletrico attraverso l’esercizio fisico non è parallelo alla stessa perfusione del flusso nel tendine. [6].
L’ipertrofia muscolare è correlata a un aumento del numero e delle dimensioni dei fibroblasti, con conseguente aumento dell’apporto totale di collagene. L’attivazione dei fibroblasti e la successiva crescita del tessuto connettivo sono i prerequisiti dell’ipertrofia [7], in modo che il contenuto di collagene sia mantenuto in proporzione alla massa muscolare.
La rigidità del tendine si riferisce alla trasmissione della forza per unità di sforzo, o allungamento del tendine. L’aumento della rigidità del legamento è una buona cosa (✓), poiché la rigidità è utile per mantenere la stabilità dell’articolazione e il rischio di lesioni. Al contrario, poiché il tendine collega l’osso rigido al muscolo cedevole, un tendine più rigido non è sempre vantaggioso:
In termini di prestazioni: ↑La rigidità (tendine) trasmette più velocemente le forze muscolari all’osso, con conseguente ↑ prestazione; tuttavia, questo interesse deve essere bilanciato dal potenziale di concentrazione delle deformazioni all’interno del muscolo:
La maggiore deformazione (“stiramento”) prodotta in un determinato movimento si concentra nel muscolo collegato a un tendine rigido ⇒ contrazione isometrica piuttosto che nel tendine che si allunga in modo flessibile mentre il muscolo si contrae.
Un tendine rigido non si allunga; piuttosto, è costretto ad allungarsi durante la contrazione (eccentrica), pertanto un muscolo collegato a un tendine rigido subisce un carico eccentrico maggiore per un determinato movimento e presenta un rischio maggiore di lesioni. [5].
Effetti degli androgeni sul tendine:
Tabella che descrive le prove degli effetti meccanici, strutturali e biologici degli AAS sul tendine. [9].
Il risultato di questa tabella mostra che gli effetti degli AAS sul tendine, e soprattutto sull’unità muscolo-tendinea, non si prestano a una descrizione univoca o a una conclusione univoca, ma presentano sfumature dovute all’eterogeneità dei dati. Gli AAS migliorano e ostacolano diversi elementi della struttura e della funzione del tendine.
In sintesi, le conclusioni pratiche che si possono trarre dalla letteratura sugli effetti degli AAS sul tendine sono le seguenti:
Gli effetti biomeccanici potenzialmente deleteri degli AAS possono essere transitori.
Gli AAS somministrati per via sistemica e locale possono avere effetti simili sui tendini.
Esistono notevoli lacune nelle conoscenze relative a: -Lesioni/patologia del tendine -Risposta alla dose -Risposta al farmaco (la maggior parte degli studi utilizza il nandrolone; alcuni il metandienone) -Cosomministrazione -Tempistica e -Popolazione di risposta (differenze legate al sesso e all’età).
Effetti specifici sui tessuti: -È probabile che gli AAS influenzino in modo diverso il metabolismo dei tendini, dei muscoli e della fibrocartilagine (sintesi/degradazione netta), ma finora non sono stati condotti studi per caratterizzare queste differenze. [9].
Articolazioni:
Le articolazioni del corpo sono i punti in cui le ossa si incontrano (articolazione) e che consentono la locomozione umana (i muscoli tirano le ossa sulle articolazioni per muovere il corpo). Le articolazioni sono costituite da ossa, tendini (che collegano le ossa ai muscoli) e legamenti (che collegano le ossa alle ossa). È possibile classificare le articolazioni secondo vari schemi (ad esempio, funzionale, strutturale). Questo articolo si concentrerà sulle articolazioni sinoviali dell’organismo, che comprendono l’anca, il ginocchio, la spalla e il gomito. Oltre a essere composte da ossa, tendini e legamenti, queste articolazioni contengono cellule sinoviali, un tipo di cellula che contiene una membrana di rivestimento che produce il liquido sinoviale. Il liquido sinoviale lubrifica e nutre l’articolazione, riduce l’attrito e fornisce ammortizzazione tra le superfici articolari. È importante notare che questa lubrificazione e questo nutrimento dipendono dalla produzione di proteine e fattori di crescita.
Gli effetti degli AAS sulle articolazioni non sono descritti in modo esaustivo, ma esistono studi sui singoli composti che verranno esaminati in seguito per approfondire i particolari AAS e i loro effetti sulle articolazioni. I potenziali meccanismi con cui gli AAS influenzano le articolazioni riguardano in generale gli effetti sul metabolismo, sul ricambio, sulla scomposizione e sulla sintesi del collagene, gli effetti sul C1-INH e la funzione delle articolazioni sinoviali.
C1-INH:
Inibitore della C1-esterasi; SERPING1
Struttura molecolare del C1-INH
Il C1-INH è un inibitore della proteasi multi-serina che controlla diverse vie catalitiche, tra cui l’attivazione dei componenti classici.
Gli androgeni attenuati – AAS che possiedono una potenza androgena relativamente ridotta – qui discussi, l’Oxandrolone e lo Stanozololo, entrambi 17AA, inducono la produzione intrinseca di C1-INH e il ↑catabolismo (cioè la scomposizione) della bradichinina.
La bradichinina, attraverso la sua azione sul B₂R, media la vasodilatazione e aumenta la permeabilità con conseguente angioedema. L’angioedema ereditario (HAE), per estensione, deriva da ↓C1-INH. L’HAE è una condizione che può essere trattata con androgeni attenuati.
Quando il C1-INH è ridotto, si verifica una permeabilità vascolare (sottocutanea e sottomucosa) (“angioedema”) dovuta alla ↑bradichinina (che il C1-INH attenua) [a causa degli effetti sul sistema di contatto classico e sull’attivazione del complemento che esulano dallo scopo di questo articolo]. [10].
Gli androgeni regolano l’espressione genica della C1-INH e l’aminopeptidasi P plasmatica (che catabolizza le chinine) (55, 56). [10].
Gli androgeni attenuati (17AA) aumentano in modo più potente la produzione epatica di C1-INH [23] per azione diretta a livello epatico piuttosto che per azione dell’AR di per sé ⇒ ↑C1-INH e C4 (a causa dell’inversione dei livelli secondariamente depressi di C4). [11].
I complessi C1/C1-INH si formano quando C1-INH si combina e rimuove C1r e C1s dal C1 attivato e questi complessi – rappresentativi dell’attivazione della via del complemento classica – sono associati a condizioni artritiche e reumatologiche. [12]. Ciò può contribuire alla reputazione di Stanozolol, in particolare, di causare dolori articolari.
Punto chiave: L'”angioedema acquisito senza focolai” può essere causato da farmaci, di cui gli ACE-inibitori (nello 0,1-2,2% dei consumatori, più numerosi negli africani) sono i responsabili più comuni. L’ACE è necessario per la degradazione della bradichinina e la sua inibizione può provocare un accumulo di bradichinina che causa l’angioedema. Gli androgeni possono in qualche misura sopprimere l’angioedema grazie ai loro effetti sulla C1-INH. In un articolo di prossima pubblicazione di questo autore si discutono i rischi della diffusione di farmaci antipertensivi, soprattutto ACE inibitori e ARB, per i bodybuilder sani che fanno uso di AAS in assenza di ipertensione cronica, e si affronta la questione particolare (e apparentemente controversa) della diminuzione (blunting) dell’ipertrofia indotta dagli ACE inibitori.
Molecole:
Nandrolone
Scheletro carbossilico del Nandrolone
Meccanismi putativi che migliorano i sintomi del dolore articolare:
Aumento della sintesi e del deposito di collagene nei tendini e nei legamenti.
Ritenzione del liquido sinoviale articolare.
Entrambi i meccanismi (aumento della produzione di collagene, ad esempio nei tendini flessori) e la ritenzione di liquido articolare sinoviale possono essere influenzati positivamente dal sistema renina-angiotensina (RAS). Il RAS regola l’equilibrio idrico ed elettrolitico, la crescita delle cellule del tessuto connettivo e il metabolismo del tessuto connettivo lasso e denso e dei siti di riparazione dei tessuti. [13]. Dal punto di vista patologico, l’attivazione del RAS aumenta la vascocostrizione, l’ipertrofia cardiaca e la fibrosi (con conseguente infarto del miocardio e fibrosi del fegato). [13]. Pertanto, è importante considerare la dualità del potenziale aumento dell’articolazione (cioè del tendine estensore del ginocchio) con l’uso di nandrolone: si può avere un beneficio transitorio nel rimodellamento del tendine (cioè del tendine estensore), ma attraverso questo stesso meccanismo, si possono accumulare disadattamenti fibrotici o cardiaci.
Quindi, per quanto riguarda i potenziali benefici transitori: L’enzima di conversione dell’angiotensina I (ACE) è un marcatore positivamente correlato all’attività dell’mRNA del collagene di tipo I e può riflettere il rimodellamento della matrice extracellulare (ECM) in cui la sintesi di collagene supera la degradazione.
Il Nandrolone aumenta l’attività ACE e incrementa la deposizione di collagene di tipo I nella matrice. In un modello di allenamento (ad esempio, pliometrico), Nandrolone + allenamento per i salti >> allenamento per i salti > sedentario per quanto riguarda l’attività ACE nel tendine (ad esempio, estensore del bicipite femorale), suggerendo una potenziale sinergia tra allenamento e Nandrolone a questo proposito. Si consideri, tuttavia, che questa stessa via è implicata nel rimodellamento del tessuto cardiaco e nell’azione patologica. Inoltre, l’aumento della rigidità tendinea rappresenta un rischio se non si aumenta la forza per ridurre la probabilità di lesioni gravi dovute a uno sforzo concentrato. Pertanto, le considerazioni sull’allenamento devono essere pianificate in modo rigoroso, soprattutto se si pratica l’allenamento pliometrico. [13].
Oxandrolone
Scheletro carbossilico del Oxandrolone
L’aumento significativamente maggiore della velocità di crescita in altezza ottenuto con il trattamento con GH più oxandrolone rispetto al solo GH si è riflesso in differenze simili nella risposta precoce dell’ALP ossea e del PICP, entrambi associati alla formazione dell’osso, ma non nel PIIINP, un marcatore del turnover dei tessuti molli, o nell’ICTP, un marcatore della degradazione del collagene osseo. Ciò suggerisce che l’oxandrolone può, direttamente o indirettamente, influenzare la proliferazione degli osteoblasti e la proliferazione e maturazione dei condrociti, con un effetto additivo rispetto a quello del solo GH. [2].
La reputazione del nandrolone di migliorare la funzione articolare durante le fasi di allenamento con carichi pesanti è rafforzata da questi risultati, secondo cui, aumentando l’attività dell’ACE e influenzando il RAS, serve ad aumentare la sintesi netta di collagene e l’equilibrio dei fluidi nelle articolazioni.
I risultati di Crofton et al. suggeriscono che GH+oxandrolone > GH+test > GH > placebo nel ΔPIINP, ma le differenze significative tra i gruppi potrebbero non essere misurabili a causa delle ridotte dimensioni del campione (un potenziale errore di tipo 2). [2].
La somministrazione di oxandrolone fino a 24 mesi a pazienti pediatrici gravemente ustionati ha migliorato significativamente il contenuto minerale osseo dell’intero corpo (WB BMC), il contenuto minerale osseo della colonna lombare (LS BMC), la densità minerale ossea della colonna lombare (LS BMD) e la velocità in altezza. [14].
Una grave ustione induce una risposta ipermetabolica e ipercatabolica caratterizzata da un aumento del lavoro cardiaco, del dispendio energetico a riposo e della degradazione delle proteine muscolari (1-6). Questa risposta compensatoria è accompagnata da un’elevata produzione epatica di glucosio e da insulino-resistenza (4, 5, 7-10). I pazienti in genere subiscono una perdita di massa magra e nei bambini la crescita è ostacolata. Nel tempo si verifica una significativa riduzione del contenuto minerale osseo (BMC), della densità minerale ossea (BMD) e del tessuto adiposo. [14].
Gli effetti sulla BMC/BMD sono diventati significativi in questi pazienti solo dopo più di un anno di trattamento continuo. [14]. Nei pazienti pediatrici è stata riscontrata una sinergia in questo effetto modulato dalla fase di maturazione della crescita, che potrebbe avere ramificazioni per l’uso in età adulta di rhGH e androgeni aromatizzanti, associati all’impennata puberale. L’ipotesi che si potrebbe trarre è che l’uso a lungo termine di androgeni aromatizzanti (ad esempio, T, nandrolone) in combinazione con dosi elevate di rhGH possa imitare alcuni aspetti della fase di maturazione della crescita nei bambini, potenzialmente aumentando la BMC e la BMD in modo sinergico in combinazione con l’oxandrolone se usato per lunghi periodi.
I particolari effetti dell’oxandrolone sul contenuto e sulla densità minerale ossea nei bambini in crescita suggeriscono che sia particolarmente utile nella fase iniziale (cioè i primi sei mesi) dell’uso continuo di RhGH, quando il turnover osseo è aumentato.
Stanozololo
Scheletro carbossilico dello Stanozololo
Lo Stanozololo, popolarmente associato al dolore articolare (“articolazioni doloranti e secche”), agisce sui fibroblasti sinoviali, precursori delle cellule che compongono le articolazioni sinoviali (ad esempio, anca, ginocchia, spalle), inibendo la sintesi del DNA. [10]. Mentre lo Stanozololo è considerato particolarmente potente nello stimolare l’attività della procollagenasi nel cuoio capelluto, un effetto che è associato all’aumento della secrezione di TGF-β1 [15] – stimolando così l’attività procollagene, ma inducendo perversamente, con questo stesso meccanismo, l’alopecia androgenica nel cuoio capelluto – l’effetto sulla cellula sinoviale è qualitativamente diverso.
L’inibizione della sintesi del DNA da parte dello Stanozololo nella cellula sinoviale, insieme ai suoi effetti sul C1-INH, fornisce diverse modalità esplicative per il fatto che provoca dolore nelle articolazioni sinoviali.
Alla fine del 1980 ricercatori britannici hanno scoperto che le cellule della pelle producono più collagene quando viene usato lo Stanozololo, ma che le cellule delle articolazioni non lo fanno [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2556901].
Testosterone
Scheletro carbossilico del Testosterone
Il testosterone (250 mg a settimana) ha causato modesti aumenti dei biomarcatori del metabolismo del collagene, aumentando il PINP del 28%, l’ICTP del 22% e il PIINP del 70%. [16]. Il testosterone ha aumentato il tipo I (osso; PINP, ICTP) e il tipo III (tendini e legamenti, tessuti molli; PIINP) e ha potenziato in particolare l’effetto dell’rhGH sui marcatori di tipo III (PIINP), suggerendo un forte effetto modulante del testosterone sul collagene di tipo III che comprende tendini, legamenti e probabilmente fasce in risposta al GH. [16].
rhGH
Struttura peptidica del rhGH.
La somministrazione di rhGH nel tendine o nel legamento determina un marcato aumento del metabolismo del collagene con conseguente deposito netto. [17]. L’RhGH aumenta l’attività dell’osteocalcina e del procollagene di tipo I nel siero, riflettendo un aumento della BMD/BMC. Nel muscolo scheletrico e nel tendine la matrice extracellulare (ECM) conferisce importanti proprietà di trazione ed è di fondamentale importanza per la rigenerazione dei tessuti dopo una lesione. [10]. La somministrazione di rhGH promuove la sintesi di collagene ECM nel tessuto muscolo-tendineo di giovani adulti sani.
L’RhGH ha aumentato l’mRNA del collagene I (osso) di 2,3 volte e del collagene III (ECM, tendini, legamenti) di 2,5 volte. [10]. È stata osservata una tendenza ad un aumento di 5,8 volte della sintesi proteica del collagene muscolare. [10]. Il dosaggio utilizzato è stato di 33,3 µg * kg-¹ * giorno-¹ nei primi sette giorni e di 50 µg * kg-¹ * giorno-¹ in giovani uomini sani. [10]. Ciò equivale a una dose giornaliera di 3 – 4,5 UI di rhGH per un uomo di 90 kg.
Nella popolazione GHD si osserva una variazione bifasica (a due punte) della BMD in risposta alla somministrazione di rhGH, con una diminuzione iniziale a circa sei mesi dall’inizio della terapia, seguita da un successivo aumento dopo almeno un anno di trattamento. [18]. L’ipotesi prevalente è che il GH stimoli sia la formazione che il riassorbimento osseo, con conseguente aumento del turnover osseo. [18]. Questo effetto è evidente almeno nei primi sei mesi di somministrazione di rhGH, con conseguente diminuzione della BMD e del contenuto minerale osseo. [18]. Non è stata stabilita una relazione dose-risposta a causa dell’ampia variazione dei dosaggi utilizzati. [18]. Sembra che l’osso trabecolare (colonna vertebrale lombare) abbia una diversa sensibilità al GH rispetto all’osso corticale (collo del femore). [18].
L’RhGH si combina almeno in alcuni aspetti con gli androgeni (ad esempio, oxandrolone, testosterone) e in altri in modo sinergico per quanto riguarda il metabolismo dei tessuti molli. L’RhGH e il testosterone, se usati in combinazione, stimolano particolarmente la PIINP, suggerendo un effetto sinergico su tendini, legamenti e probabilmente fasce.
Conclusioni
Gli AAS hanno effetti di classe e specifici sulle articolazioni e sui tessuti connettivi che le compongono. In generale, gli AAS migliorano il metabolismo dei tessuti molli senza alcun effetto sul riassorbimento osseo, ma è importante considerare i vari effetti positivi e negativi degli AAS nei confronti dei tendini.
Gli androgeni aromatizzanti, come il testosterone, hanno effetti sinergici (più che additivi) in combinazione con il GH su alcuni aspetti del metabolismo del collagene, in particolare per quanto riguarda gli aspetti legati al metabolismo dei tessuti molli (ad esempio, la fascia), ed effetti additivi per altri aspetti.
I 17AA non aromatizzabili Oxandrolone (un 5α-androstan-3-one) e Stanozololo (un AAS il cui anello A ha una giunzione anulare pirazolica) condividono alcuni effetti di classe, ad esempio la stimolazione della produzione intrinseca di C1-INH che è associata a condizioni reumatologiche e artritiche, ma lo Stanozololo si distingue per la sua dimostrabile inibizione dose-dipendente della sintesi di DNA nelle cellule sinoviali che comprendono le principali articolazioni del corpo, modulando la disgregazione del tessuto connettivo. È stato dimostrato che l’Oxandrolone aumenta in modo additivo la densità minerale ossea (BMD/BMC) e può essere particolarmente utile nei primi sei mesi di inizio di un ciclo di androgeni aromatizzanti e rhGH per migliorare la conservazione della massa ossea.
Punto chiave: Un approccio sfumato al processo decisionale sul carico dell’allenamento (ad esempio, progressione, intensità, modalità) e sugli effetti dei farmaci (ad esempio, AAS, rhGH) in relazione alle articolazioni, ai tendini, ai legamenti e alle ossa, è reso possibile da una lettura attenta di questo articolo. Per i professionisti, le aree particolari da leggere con attenzione riguardano la rigidità dei tendini e le implicazioni per coloro che si impegnano in allenamenti pliometrici o anche con carichi leggeri; i pro e i contro degli AAS sugli aspetti biologici, strutturali e meccanici dei tendini; e la scarsità di dati solidi relativi agli effetti sui tessuti molli da parte di diversi AAS.
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[10] Ellis AJ, Cawston TE, Mackie EJ. The differential effects of stanozolol on human skin and synovial fibroblasts in vitro: DNA synthesis and receptor binding. Agents Actions. 1994 Mar;41(1-2):37-43. doi: 10.1007/BF01986391. PMID: 8079819.
[11] Wright JK, Smith AJ, Cawston TE, Hazleman BL. The effect of the anabolic steroid, stanozolol, on the production of procollagenase by human synovial and skin fibroblasts in vitro. Agents Actions. 1989 Nov;28(3-4):279-82. doi: 10.1007/BF01967415. PMID: 2556901.
[12] Oleesky DA, Daniels RH, Williams BD, Amos N, Mor gan BP. Terminal complement complexes and C1/C1 inhibitor complexes in rheumatoid arthritis and other arthritic conditions. Clin Exp Immunol. 1991;84(2):250-255.
[13] Marqueti, R. de C., Hashimoto, N. Y., Durigan, J. L. Q., Batista e Silva, L. L., Almeida, J. A. de, Silva, M. da G. da, … Araújo, H. S. S. de. (2015). Nandrolone increases angiotensin-I converting enzyme activity in rats tendons. Revista Brasileira de Medicina Do Esporte, 21(3), 173–177. doi:10.1590/1517-869220152103143667
[14] Reeves, P. T., Herndon, D. N., Tanksley, J.D., Jennings, K., Klein, G. L., Mlcak, R. P., … Finnerty, C. C. (2016). FIVE-YEAR OUTCOMES AFTER LONG-TERM OXANDROLONE ADMINISTRATION IN SEVERELY BURNED CHILDREN. Shock, 45(4), 367–374. doi:10.1097/shk.0000000000000517
[15] Falanga, V., Greenberg, A. S., Zhou, L., Ochoa, S. M., Roberts, A. B., Falabella, A., and Yamaguchi, Y. (1998). Stimulation of Collagen Synthesis by the Anabolic Steroid Stanozolol. Journal of Investigative Dermatology, 111(6), 1193–1197. doi:10.1046/j.1523-1747.1998.00431.x
[16] Nelson, A. E., Meinhardt, U., Hansen, J. L., Walker, I. H., Stone, G., Howe, C. J., … Ho, K. K. (2008). Pharmacodynamics of Growth Hormone Abuse Biomarkers and the Influence of Gender and Testosterone: A Randomized Double-Blind Placebo-Controlled Study in Young Recreational Athletes. The Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, 93(6), 2213–2222.
[17] Vestergaard, P., Jørgensen, J. O. L., Olesen, J. L., Bosnjak, E., Holm, L., Frystyk, J., … Hansen, M. (2012). Local administration of growth hormone stimulates tendon collagen synthesis in elderly men. Journal of Applied Physiology, 113(9), 1432–1438. doi:10.1152/japplphysiol.00816.2012
[18] Barake, M., Klibanski, A., and Tritos, N. A. (2014). Effects of Recombinant Human Growth Hormone Therapy on Bone Mineral Density in Adults With Growth Hormone Deficiency: A Meta-Analysis. The Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, 99(3), 852–860. doi:10.1210/jc.2013-3921
La pressione alta, nota anche come ipertensione, è una delle cause più frequenti (che contribuiscono) di morte e complicazioni cardiovascolari nel mondo. Quando viene misurata, si divide in pressione sistolica (il numero superiore) e pressione diastolica (il numero inferiore). La pressione arteriosa sistolica è la pressione più alta raggiunta durante la contrazione del cuore, mentre la pressione diastolica è la pressione più bassa raggiunta durante il rilassamento del cuore. Una tipica lettura della pressione arteriosa potrebbe essere 120/80 mmHg, ovvero una pressione sistolica di 120 mmHg e una pressione diastolica di 80 mmHg. (L’unità di misura, millimetri di mercurio [Hg], risale a quando la pressione sanguigna veniva ancora misurata con manometri contenenti mercurio).
Per quantificare quanto sia grave l’ipertensione, diamo un’occhiata a un documento storico pubblicato su Lancet nel 2002 che, secondo Google Scholar, è stato citato ben 12.000 volte [1]. In questo lavoro, i ricercatori hanno riunito i dati dei singoli pazienti provenienti da 61 studi prospettici osservazionali. Questo studio comprendeva circa un milione di adulti senza precedenti malattie vascolari al basale. Per questo motivo, hanno avuto a disposizione dati davvero straordinari su cui lavorare e da cui trarre conclusioni.
Che cosa hanno dimostrato i dati? Hanno dimostrato che la mortalità per malattie coronariche e ictus aumenta con una pressione sistolica superiore a 115 mmHg e una pressione diastolica superiore a 75 mmHg. Ogni aumento di 20 mmHg della pressione arteriosa sistolica e di 10 mmHg della pressione arteriosa diastolica oltre questi valori raddoppia la mortalità per coronaropatia e ictus. In altre parole, chi ha una pressione arteriosa sistolica di 135 mmHg ha il doppio del rischio di morire per malattia coronarica o ictus rispetto a chi ha una pressione arteriosa sistolica di 115 mmHg. Si tratta di una differenza notevole. Questa relazione tra pressione arteriosa e mortalità, ad esempio per ictus, è illustrata nell’immagine sottostante:
Si noti che anche la probabilità di morire per ictus aumenta fortemente con l’aumentare dell’età. Il che ha senso, ovviamente. Sebbene non siano molte le persone che muoiono di ictus a 40 anni, è molto più comune negli anziani. Pertanto, l’aumento del rischio relativo di ipertensione diventa più rilevante con l’aumentare dell’età, poiché il rischio assoluto è molto più elevato.
Oltre a questo evidente aumento della mortalità a causa di eventi cardiovascolari, l’ipertensione provoca alterazioni strutturali e funzionali di diversi organi, danneggiandoli. Il danno agli organi bersaglio comprende, oltre al cuore e alla vascolarizzazione, il cervello, gli occhi e i reni. Il danno agli organi bersaglio può manifestarsi, oltre che con eventi cardiovascolari fatali e non fatali, con retinopatia, demenza, ischemia, albuminuria, glomerulopatia e ipertrofia ventricolare sinistra [2].
È chiaro che la pressione arteriosa elevata è dannosa per la salute.
Come influiscono gli steroidi anabolizzanti sulla pressione sanguigna?
Per rispondere alla domanda su come gli steroidi anabolizzanti influenzino la pressione arteriosa, si possono effettuare due tipi di studi. Un tipo di studio è costituito dagli studi prospettici interventistici. Questi, in sostanza, sono i più affidabili. Si prende un gruppo di persone, si somministra loro uno steroide anabolizzante e le si segue nel tempo per vedere cosa succede alla loro pressione sanguigna. Inoltre, si può includere un gruppo di controllo/placebo con cui confrontare i risultati (e se si randomizzano i soggetti si ottiene uno studio randomizzato-controllato). Sebbene questi studi siano sicuramente i migliori in termini di qualità delle prove, soffrono di un grosso inconveniente: non imitano correttamente l’uso reale, poiché i dosaggi sono inferiori a quelli utilizzati dalla maggior parte delle persone che fanno uso di steroidi anabolizzanti in modo illecito.
Detto questo, diamo un’occhiata a queste prove. Li ho riassunti nella tabella sottostante per fornire una buona panoramica:
Effetto degli steroidi anabolizzanti sulla pressione arteriosa in studi prospettici interventistici. ↑ significa un aumento statisticamente significativo, ? significa che non sono stati eseguiti test statistici, * significa rispetto al basale, † significa rispetto alla variazione nel gruppo placebo. Abbreviazioni: BP, pressione sanguigna; TE, testosterone enantato; Dbol, metandienone; ND, nandrolone decanoato.
L’unico studio che ha dimostrato un aumento statisticamente significativo della pressione arteriosa (sistolica) è stato quello di Freed et al [5]. In questo caso, sollevatori di pesi esperti hanno ricevuto 10mg o 25mg di Methandienone (Dianabol) al giorno per 6 settimane in doppio cieco controllato con placebo. La pressione arteriosa sistolica è aumentata significativamente di circa 9 mmHg. La pressione diastolica ha mostrato un leggero aumento di circa 4 mmHg, ma non è stato statisticamente significativo.
Gli altri studi non hanno eseguito test statistici [3,4] o non hanno rilevato cambiamenti statisticamente significativi rispetto al basale [6] o rispetto al cambiamento nel gruppo placebo [7, 8].
Come si può notare anche osservando i dosaggi, questi erano piuttosto bassi e non possono essere considerati rappresentativi dell’uso di steroidi anabolizzanti che si fa regolarmente in ambito del culturismo e simili. Per avere un’idea più precisa, si potrebbe ricorrere a studi prospettici osservazionali. In questi studi gli utilizzatori di AAS vengono seguiti nel tempo autosomministrando il proprio ciclo di AAS. Naturalmente, questi studi presentano anche degli inconvenienti. Uno di questi è il “policonsumo”. Non tutti gli steroidi anabolizzanti possono influire allo stesso modo sulla pressione arteriosa e, quando i consumatori di AAS li cumulano, è difficile dire quale steroide anabolizzante possa esserne responsabile. Per non parlare del fatto che è molto probabile che un consumatore di AAS stia somministrando steroidi anabolizzanti diversi da quelli che pensa di somministrare a causa di un’etichettatura errata. [9]. Inoltre, i consumatori di AAS potrebbero associarli a diversi altri tipi di farmaci, come l’rhGH, tiroidei, beta-agonisti e, al giorno d’oggi, la vasta gamma di farmaci sperimentali per il miglioramento delle prestazioni, il cui uso è in aumento.
Consideriamo anche brevemente alcuni studi prospettici osservazionali. Hartgens et al. hanno osservato gli effetti degli AAS autosomministrati per un periodo di 8 settimane in un piccolo gruppo di atleti di forza [10]. Prima dello studio, i soggetti, in media, non avevano fatto uso di AAS per quasi 8 mesi. Il dosaggio medio era relativamente basso, circa 400mg a settimana, il che mi fa pensare a quanto sia stato accurato. In ogni caso, la pressione arteriosa sistolica è aumentata da 131 a 139 mmHg. Il gruppo di controllo ha registrato un aumento da 129 a 134 mmHg. Quindi la variazione media rispetto al gruppo di controllo è stata di +3 mmHg. È stato osservato un piccolo aumento di 2 mmHg della pressione arteriosa diastolica, mentre il gruppo di controllo non ha registrato alcuna variazione. In ogni caso, le differenze non erano statisticamente significative.
Se si parte dal presupposto che gli AAS possono influenzare la pressione sanguigna e che questo fenomeno è completamente reversibile dopo la cessazione dell’uso, è possibile utilizzare un disegno di studio leggermente diverso. In altre parole, si potrebbe prendere un gruppo di utilizzatori mentre fanno uso di AAS, misurare la loro pressione sanguigna e poi misurarla di nuovo dopo un certo periodo di tempo, quando hanno smesso di usare gli AAS. Questo è esattamente il tipo di approccio che altri due gruppi hanno utilizzato [11, 12].
Uno di questi ha valutato tre gruppi: soggetti sedentari, bodybuilder che non fanno uso di AAS e bodybuilder che ne fanno uso [11]. I cicli di AAS duravano in media 8 settimane e, purtroppo, i dosaggi non possono essere ricavati con precisione dallo studio. Ciononostante, sembrano essere bassi. Subito dopo i cicli, la pressione sanguigna misurava 141/84 mmHg e 9 settimane dopo la cessazione dell’uso era 140/83 mmHg. Come riferimento, i bodybuilder che non ne facevano uso avevano una pressione sanguigna di 136/87 e i soggetti sedentari di 139/85 mmHg.
Palatini et al. hanno effettuato misurazioni della pressione arteriosa nelle 24 ore in un piccolo gruppo di consumatori di AAS [12]. I cicli duravano in media 9 settimane e il dosaggio era di circa 500mg settimanali. La pressione arteriosa era di 128/83 mmHg alla fine dei cicli e di 129/84 mmHg circa 12 settimane dopo la cessazione.
Nello studio HAARLEM, 100 consumatori di steroidi anabolizzanti sono stati seguiti nel tempo mentre si autosomministravano AAS [9]. Il dosaggio medio, basato sulle informazioni riportate sull’etichetta, era di 898mg a settimana, rendendo così il loro ciclo di AAS abbastanza rappresentativo dell’uso comune da parte dei bodybuilder. Le misurazioni sono state effettuate prima, durante, 3 mesi dopo la fine del ciclo e 1 anno dopo l’inizio del ciclo. I dati non pubblicati di questo studio hanno dimostrato un aumento di 7 mmHg della pressione sanguigna sistolica e di 3 mmHg della pressione sanguigna diastolica durante l’uso di steroidi anabolizzanti rispetto al basale [DL Smit, comunicazione personale]. Queste misurazioni sono tornate al valore basale dopo il ciclo. Data la dimensione relativamente ampia del campione di 100 utilizzatori di AAS e la natura osservazionale prospettica di questo studio, questa è attualmente la migliore stima della misura in cui gli AAS potrebbero influenzare la pressione sanguigna ai dosaggi comunemente utilizzati dai bodybuilder.
Nel complesso, si può concludere con cautela che i dosaggi sovrafisiologici di AAS possono aumentare transitoriamente la pressione arteriosa sistolica di circa 5-10 mmHg durante l’uso. È difficile dire in che misura questo aggravi il rischio cardiovascolare. Ma potremmo trarre qualche indizio da altri dati presenti nella letteratura scientifica. Ne parlerò nel prossimo articolo, in cui tratterò dei farmaci per abbassare la pressione sanguigna.ù
[altri] PEDs e pressione arteriosa:
Le evidenze nella ricerca e i dati aneddotici hanno mostrato un effetto ipertensivo legato all’uso di β-Agonisti sia non selettivi che selettivi. In particolare, è stato osservato che l’allele Gly16 del recettore adrenergico β-2 AR associato all’ipertensione. Questo effetto è stato osservato sia in trattamento con Salbutamolo che con Clenbuterolo, ed è responsivo ad alterazioni maggiori in base al dosaggio utilizzato [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10373227/].
Anche l’Insulina può aumentare la pressione arteriosa attraverso diversi meccanismi. Per esempio, portando all’aumento del riassorbimento renale di sodio, all’attivazione del sistema nervoso simpatico, all’alterazione del trasporto ionico transmembrana e all’ipertrofia dei vasi di resistenza. Ovviamente si tratta di casi emersi, o possibili, in condizione di IR o alterazione subclinica del metabolismo glucidico e dell’attività biochimica dell’Insulina. Non è raro che bodybuilder in fase di Off-Season, con abuso di Insulina esogena e/o GH, ma anche in situazioni di non uso del peptide, presentino alterazioni pressorie correlati a sensibili aumenti di peso: tale causa vede anche la condizione di IR come co-fattore peggiorativo [https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/].
In letteratura viene riportato che in seguito a somministrazione di rhGH si manifesti ritenzione idrica, e che essa sia un effetto collaterale concreto e documentato. Infatti, la maggior parte dei dati indicano che i pazienti adulti con deficit di hGH sono disidratati, cioè non hanno un volume d’acqua positivo nel corpo, e presentano una bassa concentrazione di acqua extracellulare nel plasma. Quando viene avviata la terapia sostitutiva del GH in questi pazienti i loro fluidi corporei vengono ripristinati alla normalità. La capacità di ritenzione dei fluidi del GH dovrebbe quindi essere considerata in ambito clinico come una normalizzazione fisiologica desiderabile dell’omeostasi dei liquidi corporei piuttosto che un effetto collaterale sgradevole [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10592455]. Ovviamente, nel Bodybuilding le cose cambiano nettamente come l’incidenza quantitativa e anche indiretta sulla pressione vascolare di questo effetto sulla ritenzione idrica dato dall’uso di rhGH.
Si è ipotizzato che l’ormone alterato dall’uso di rhGH e che causa la ritenzione idrica possa essere l’Aldosterone. Nel qual caso, un diuretico antagonista come lo Spironolattone aiuterebbe. Il problema può essere risolto con del Lasix, il Furosemide (non è un consiglio!) , ma dal momento che l’esperienza sul campo non ha mostrato risoluzione al problema con queste pratiche, la domanda non ha così trovato una risposta chiara.
Da sinistra: Spironolattone e Furosemide
Un altra ipotesi indica una correlazione tra ritenzione idrica da rhGH e un aumento dell’ADH (Ormone Antidiuretico, conosciuto anche come vasopressina). Uno studio giunge alla conclusione che il hGH aumenta l’ADH [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2405233], come effetto che trova la sua causa nella attivazione del sistema renina-angiotensina.
Il GH esogeno aumenta la Somatostatina, e dato che il rene possiede recettori specifici per la Somatostatina questi possono attivare il sistema renina-angiotensina [https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/2405233]. Ciò può causare la ritenzione idrica da GH che può essere inibita da un ACE-inibitore.
I ricercatori, per vederci più chiaro, hanno studiato gli effetti di un preparato biosintetico autentico del hGH (bio-hGH) sul metabolismo del sodio e l’attività del sistema renina-angiotensina. Questa preparazione è stata somministrata a 6 giovani uomini ad un dosaggio di 0,2 U / kg / die per via sottocutanea per cinque giorni consecutivi. E’ stata effettuata la raccolta delle urine nelle ventiquattro ore per la misurazione dell’escrezione di sodio e l’osmolalità, ed è stato prelevato il sangue per quantificare i cambiamenti del sodio, dell’osmolalità, dell’attività della renina plasmatica (PRA), dell’aldosterone, e delle concentrazioni della arginina vasopressina (AVP). La somministrazione di Bio-hGH ha determinato un calo nelle 24 ore dell’escrezione urinaria di sodio (197 +/- 38 a 42 +/- 20 mmol, media +/- SD, P meno di 0,005), una riduzione del volume delle urine (1.652 + / – 182-848 +/- 348 mL, P inferiore a 0,05), ma non l’osmolalità. Il PRA è aumentato in modo significativo di 1.118 +/- 73 a 3.608 +/- 1.841 fmol angiotensina 1 L / s (P meno di 0,005), il che è stato associato con un aumento di sette volte nella concentrazione plasmatica (52 +/- 12-402 + / – 99 pg / mL, P meno di 0,001). L’osmolalità del plasma e le concentrazioni di AVP non sono cambiate in modo significativo. I risultati mostrano che la ritenzione di sodio indotta dal Bio-GH comporta l’attivazione del sistema renina-angiotensina. Questo meccanismo può spiegare in parte l’insorgenza dell’espansione del volume plasmatico e l’ipertensione e suggerisce un rischio di ritenzione di liquidi e, eventualmente, l’ipertensione nei soggetti trattati con dosi sovrafisiologiche di bio-hGH per il trattamento della bassa statura [http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/611818.pdf].
Quindi, il rhGH provoca un rialzo del ADH(Ormone Antidiuretico). L’ADH è un costrittore coronarico molto potente che costringente vascolare/venoso. dato questo aumento del ADH, abbiamo la ritenzione idrica aumentata, e ciò provoca un aumento della pressione sanguinea. L’aumento del ADH causato dal rhGH è dose-dipendente.
L’uso della Clonidina è indicato se si soffre di pressione alta causata dal ADH.
Ovviamente, la somministrazione di rhGH, soprattutto se in concomitanza con AAS fortemente aromatizzabili peggiora considerevolmente la situazione collegandosi anche all’Insulino Resistenza e all’azione di alcuni AAS con i recettori mineralocorticoidi e sul danno endoteliale di questi.
La Clondina viene consigliata principalmente perché agisce direttamente sul ADH è la ritenzione idrica causata da questo ormone. Tuttavia, alcuni assumono il Furosemide (una molecola tutt’altro che sicura) per via della sua maggior potenza; ma non sembra lavorare tanto efficacemente nel complesso. Anche lo Spironolattone mostra una sua efficacia in tale circostanza con il suo effetto di diminuzione dell’attività dell’Aldosterone; riducendo quindi l’edema.
Ma la Clonidina risulta essere la prima scelta per contrastare l’effetto di un aumento del ADH dovuto alla somministrazione di rhGH esogeno. La sua somministrazione è solitamente indicata prima di dormire.
Come misurare la pressione arteriosa
In primo luogo, naturalmente, è necessario un dispositivo per misurare la pressione sanguigna a casa. Consiglio vivamente di utilizzare un apparecchio elettronico automatico che la misuri a livello della parte superiore del braccio. Questi dispositivi sono affidabili e richiedono la minima abilità, per cui c’è la minima possibilità di sbagliare la misurazione. Sono facilmente reperibili e costano circa 50 dollari. Valgono bene l’investimento. La maggior parte dei miei clienti utilizza dispositivi Omron, ma sono certo che esistono molte altre marche che producono dispositivi eccellenti.
Inoltre, assicuratevi che il misuratore di pressione sia dotato di un bracciale di dimensioni adeguate al vostro braccio. Di solito, i dispositivi per la misurazione della pressione arteriosa sono dotati di un bracciale di misura M, adatto a braccia con una circonferenza massima di 31-33 cm. Naturalmente, questa non è la circonferenza del braccio per i bicipiti flessi, ma la circonferenza quando il braccio è leggermente piegato senza essere flesso. La maggior parte degli utilizzatori di AAS ha braccia più grandi. Nella maggior parte dei casi è appropriato un bracciale di taglia L, che si adatta a braccia con circonferenza fino a 41-43 cm. Se siete molto grandi, potreste aver bisogno della taglia XL, che si adatta a braccia con circonferenza fino a circa 51-53 cm.
Un bracciale di dimensioni adeguate è importante perché, se troppo piccolo, potrebbe sovrastimare la pressione arteriosa. Ciò è ben illustrato in uno studio che ha esaminato le differenze di pressione arteriosa tra un bracciale di taglia M e uno di taglia L in 193 bodybuilder che partecipavano al Campionato Nazionale Messicano di Bodybuilding e Fitness [13]. Coloro che avevano braccia troppo grandi per il bracciale di taglia M (>33 cm) avevano una pressione sistolica più alta di 8,2 mmHg con questo bracciale rispetto al bracciale di taglia L. La pressione diastolica era più alta di 1,6 mmHg.
Anche un altro studio, condotto su individui obesi, ha sottolineato l’importanza di un bracciale di dimensioni adeguate [14]. Per ogni aumento di 5 cm della circonferenza del braccio oltre i 35 cm, si registrava un aumento di 2-5 mmHg della pressione arteriosa sistolica e di 1-3 mmHg della pressione arteriosa diastolica.
Ora che siete pronti a misurarla, come dovete fare? La Società Internazionale dell’Ipertensione ha un’ottima immagine che lo illustra [15], diamo un’occhiata:
Assicuratevi di non dover fare pipì, di non fumare (ovviamente non fumate, giusto?), di non aver bevuto caffè/caffeina o di aver fatto esercizio fisico 30 minuti prima della misurazione e di mettervi in una stanza tranquilla e confortevole per rilassarvi un paio di minuti. Siete seduti su una sedia che sostiene adeguatamente la vostra schiena dietro una scrivania. Si indossa il bracciale e si appoggia il braccio sulla scrivania, appoggiandolo completamente con la parte centrale del braccio all’altezza del cuore. Si appoggiano i piedi sul pavimento, non si accavallano le gambe e si batte il più forte possibile per far sì che il dispositivo misuri la pressione sanguigna. Ripetete la misurazione due volte con una piccola pausa tra l’una e l’altra e voilà. Prendete la media delle ultime due misurazioni e annotatela da qualche parte (la maggior parte degli apparecchi elettronici per la misurazione della pressione arteriosa ha anche una funzione di memoria, quindi potete evitare di scriverla).
Con quale frequenza si dovrebbero effettuare queste misurazioni? Le linee guida della Società Europea dell’Ipertensione per il monitoraggio domiciliare della pressione arteriosa raccomandano di farlo inizialmente almeno 3 e preferibilmente 7 giorni prima di considerare il trattamento della pressione arteriosa [16]. Le misurazioni dovrebbero essere effettuate sia al mattino che alla sera. Dopo questo periodo iniziale, è sufficiente misurarla circa una volta alla settimana.
Quando iniziare a trattare la pressione arteriosa
Dopo aver letto quanto fino a questo punto esposto, potreste pensare di dover trattare la pressione arteriosa quando è superiore a 115/75 mmHg. Tuttavia, una recente revisione sistematica e meta-analisi ha rilevato che, nella prevenzione primaria, l’abbassamento della pressione arteriosa riduce la mortalità e il rischio di malattie cardiovascolari solo se la pressione sistolica al basale è pari o superiore a 140 mmHg [17]. Se era inferiore a quella al basale, gli autori non sono riusciti a trovare alcun beneficio per quanto riguarda la mortalità o il rischio di malattie cardiovascolari. In effetti, questo è anche il motivo per cui la Società Europea dell’Ipertensione classifica l’ipertensione come una pressione arteriosa sistolica in ufficio pari o superiore a 140 mmHg e/o una pressione arteriosa diastolica pari o superiore a 90 mmHg [16]. L’ipertensione è definita come il livello di pressione arteriosa al quale i benefici del trattamento (con interventi sullo stile di vita o con farmaci) superano inequivocabilmente i rischi del trattamento, come documentato da studi clinici.
Va sottolineato che questa soglia di 140/90 mmHg riguarda le misurazioni della pressione arteriosa effettuate in ufficio. Queste sono di solito leggermente più alte rispetto alle misurazioni della pressione sanguigna effettuate a casa. Pertanto, la soglia per le misurazioni domiciliari della pressione arteriosa è definita come un valore medio di 135/85 mmHg [16].
Il trattamento dell’ipertensione produce chiari benefici clinici. Una meta-analisi mostra che ogni riduzione di 10 mmHg della pressione arteriosa sistolica riduce il rischio di eventi cardiovascolari maggiori del 20%, di malattia coronarica del 17%, di ictus del 27%, di insufficienza cardiaca del 28% e di mortalità per tutte le cause del 13% [18]. Sfortunatamente, il trattamento dell’ipertensione non annulla completamente tutti i rischi osservati nei grandi studi osservazionali. Due probabili ragioni sono: 1) l’ipertensione per periodi prolungati può danneggiare in modo irreversibile alcuni organi, e il trattamento non può annullare i danni subiti; 2) l’ipertensione spesso è associata a diverse altre comorbilità che possono influire sull’esito (ad esempio, l’obesità). Il primo motivo può essere affrontato iniziando il trattamento il prima possibile quando necessario, mentre il secondo non è particolarmente applicabile a un aumento della pressione sanguigna indotto da farmaci (come nel caso degli AAS). Tuttavia, non bisogna assolutamente dimenticare che, al di là del modesto aumento della pressione arteriosa, gli AAS hanno un impatto negativo sulla salute. Quindi, la correzione della pressione arteriosa, ovviamente, non annulla completamente i rischi per la salute degli AAS, così come non risolve i rischi per la salute di altre comorbidità che spesso vanno di pari passo con l’ipertensione.
Trattamento dell’ipertensione: modifiche allo stile di vita
Proprio come nella popolazione generale, ci possono essere alcuni cambiamenti nello stile di vita da adottare per ridurre la pressione sanguigna prima di ricorrere ai farmaci per abbassarla. Tuttavia, in alcuni casi i farmaci devono essere utilizzati immediatamente insieme ai cambiamenti dello stile di vita. La Società Europea dell’Ipertensione raccomanda di iniziare immediatamente il trattamento farmacologico nei soggetti con un rischio elevato o molto elevato di malattie cardiovascolari, malattie renali o danni agli organi mediati dall’ipertensione. Raccomanda inoltre un trattamento farmacologico immediato in tutti i pazienti che hanno una pressione arteriosa pari o superiore a 160/100 mmHg. In questi casi, vi invito a non usare steroidi anabolizzanti e a rivolgervi al vostro medico per un trattamento. Sconsiglio vivamente l’uso di steroidi anabolizzanti se questo è il vostro caso.
Detto questo, ecco alcuni cambiamenti nello stile di vita. Uno ovvio è quello di smettere di fumare, se lo fate. Non tanto per abbassare la pressione sanguigna, ma semplicemente perché il fumo aumenta enormemente il rischio di malattie cardiovascolari. Probabilmente la lettura di questo articolo non vi farà smettere di fumare (se solo fosse così facile, no?), ma volevo solo informarvi.
Una strategia efficace consiste nel ridurre il sodio alimentare, cioè il sale. Diverse linee di evidenza hanno costantemente implicato l’assunzione di sale nella dieta con il rischio cardiovascolare [19]. Una meta-analisi Cochrane del 2013 di 34 studi randomizzati e controllati ha dimostrato una riduzione della pressione arteriosa di 4,2/2,1 mmHg per ogni riduzione di 4,4 g/die di assunzione di sale (=1,8 g di sodio) [20]. Di conseguenza, la Società Europea dell’Ipertensione raccomanda di limitare l’assunzione di sale a 5 g al giorno (= 2 g di sodio) [16]. Tuttavia, l’assunzione di sale con la dieta mostra una curva a U per quanto riguarda il rischio di eventi cardiovascolari e di morte. Ciò significa che, mentre la riduzione dell’assunzione di sale diminuisce questo rischio, esso ricomincia ad aumentare al di sotto di una certa dose giornaliera. Una recente meta-analisi ha rilevato che, rispetto a un’assunzione di 7 o più g di sodio al giorno, 4-5 g al giorno comportano un rischio inferiore di eventi cardiovascolari e morte [21]. Allo stesso modo, anche un’assunzione di meno di 3 g al giorno mostrava un rischio maggiore rispetto a un’assunzione di 4-5 g di sodio al giorno. (Gli studi hanno esaminato l’escrezione urinaria di sodio come proxy dell’assunzione di sodio. Questa è eccellente come proxy, quindi in questo articolo faccio finta che siano la stessa cosa). Non è del tutto chiaro quale sia la causa, poiché 3 g di sodio al giorno sono sufficienti a coprire il fabbisogno giornaliero. La Società Europea dell’Ipertensione si aggrappa all’effetto di abbassamento della pressione arteriosa come decisivo per ridurla ulteriormente. Sentitevi liberi di farlo, ma credo che sia più pragmatico attenersi ai 4-5 g al giorno, a meno che non abbiate già un apporto inferiore, e lasciarlo così. E poi realizzare un’ulteriore riduzione della pressione arteriosa, se necessario, con ulteriori interventi sullo stile di vita o con farmaci. Infine, una cosa che non potrò mai sottolineare abbastanza: controllate il contenuto di sale di tutto ciò che mangiate. Potreste rimanere sorpresi dal contenuto di sale di alcuni prodotti che consumate.
Se bevete molto alcol, è ovviamente consigliabile moderare il consumo di alcol (o astenersi dal farlo). L’effetto di abbassamento della pressione sanguigna è molto modesto (riduzione di ~1,2/0,7 mmHg [22]), ma l’alcol fa male alla salute (cardiovascolare) a prescindere. La raccomandazione è di limitare il consumo a 14 unità a settimana per gli uomini (8 a settimana per le donne; 1 unità equivale a 125 ml di vino o 250 ml di birra) [16]. A parte questo, aggiungete un po’ di esercizio aerobico alla vostra routine, se non l’avete già fatto, e assicuratevi di non ingrassare. Anche questo aiuta.
Trattamento dell’ipertensione: i farmaci
Lercanidipina; un calcio-antagonista appartenente al sottogruppo dei diidropiridinici
Per il trattamento dell’ipertensione sono disponibili diversi farmaci. Esistono cinque classi principali di farmaci raccomandati per questo scopo: ACE-inibitori, bloccanti del recettore dell’angiotensina (ARB), beta-bloccanti, calcio-antagonisti (CCB) e diuretici tiazidici. Esistono alcune piccole differenze per quanto riguarda gli esiti specifici per causa tra questi farmaci. Tuttavia, gli esiti cardiovascolari maggiori e la mortalità sono complessivamente simili e pertanto tutti sono raccomandati dalla Società Europea dell’Ipertensione come trattamento di prima linea [16]. Anche la Società Internazionale dell’Ipertensione raccomanda questi farmaci come trattamento di prima linea, ad eccezione dei beta-bloccanti [15]. Ogni classe di farmaci ha le proprie controindicazioni. Ad esempio, gli atleti e i pazienti fisicamente attivi sono indicati come possibile controindicazione all’uso dei beta-bloccanti, mentre una frequenza cardiaca inferiore a 60 bpm è indicata come controindicazione assoluta sia per i beta-bloccanti che per alcuni calcio-antagonisti (le non diidropiridine) [16]. I beta-bloccanti vengono generalmente aggiunti al trattamento quando esiste un’indicazione specifica per il loro utilizzo. Inoltre, i diuretici tiazidici sono preferiti ai tiazidici. In definitiva, la terapia si riduce ai calcio-antagonisti diidropiridinici, agli ACE-inibitori, agli ARB e ai diuretici tiazidici. Secondo la mia esperienza, i consumatori di AAS hanno un accesso relativamente più facile a questi ultimi tre, ma non ai calcio-antagonisti. (Naturalmente, a meno che non vengano prescritti dal medico, ma in quel caso si fa quello che prescrive il medico). Pertanto, mi concentrerò su queste tre modalità di trattamento.
Captopril; prima molecola sintetizzata della famiglia degli ACE II-inibitori
Sia gli ACE-inibitori che gli ARB si agganciano al cosiddetto sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS). Si tratta di un sistema ormonale che svolge un ruolo estremamente importante nella regolazione del volume del sangue, degli elettroliti e della resistenza vascolare sistemica. Come tale, costituisce un bersaglio molto interessante per il trattamento dell’ipertensione. Questo sistema ormonale funziona come segue. I reni rilasciano un enzima chiamato renina ogni volta che rilevano un calo della pressione sanguigna. Questo enzima, a sua volta, converte una proteina prodotta dalla leva, l’angiotensinogeno, in angiotensina I. Si tratta di un piccolo peptide che costituisce il substrato per l’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE), che taglia altri due aminoacidi da questo peptide producendo angiotensina II. L’angiotensina II è responsabile della vasocostrizione, soprattutto nelle arteriole. Di conseguenza, aumenta la pressione arteriosa, chiudendo così il circuito avviato dal rilevamento di una diminuzione della pressione arteriosa da parte dei reni. Inoltre, l’angiotensina II inibisce il processo di escrezione di acqua (diuresi) e sodio (natriuresi) da parte dei reni. Questo effetto si ottiene in parte evocando il rilascio di aldosterone da parte dei surreni. L’aldosterone è un ligando per i recettori dei mineralocorticoidi (MR) situati nei reni. L’attivazione del MR provoca la ritenzione di acqua e sodio e la secrezione di potassio. Il RAAS è schematizzato di seguito:
Ora che sapete come funziona il RAAS, sapete anche come funzionano gli ACE-inibitori e gli ARB. Gli ACE inibitori inibiscono l’enzima ACE (naturalmente, è scritto nel nome). In questo modo inibiscono la formazione di angiotensina II a partire dall’angiotensina I. Allo stesso modo, gli ARB – bloccanti del recettore dell’angiotensina – assicurano che l’angiotensina II non possa svolgere la sua azione bloccando il recettore a cui l’angiotensina II dovrebbe legarsi.
Telmisartan; appartenente alla famiglia degli ARB
Sia gli ACE-inibitori che gli ARB hanno effetti simili sulla riduzione della pressione sanguigna. Le meta-analisi Cochrane hanno rilevato una riduzione della pressione arteriosa sistolica di 8 mmHg e della pressione arteriosa diastolica di 5 mmHg nel trattamento dell’ipertensione primaria in entrambi [23, 24]. La metà della dose massima giornaliera raccomandata dal produttore ha ottenuto un effetto di abbassamento della pressione sanguigna pari al 90% della dose massima nel caso degli ACE-inibitori e all’80% della dose massima nel caso degli ARB. Di conseguenza, l’aumento del dosaggio di questi farmaci di solito porta solo a riduzioni molto modeste della pressione arteriosa. Diventa quindi più interessante associarli a un diuretico tiazidico. Tuttavia, vorrei sottolineare una cosa: se avete bisogno di più farmaci per abbassare sufficientemente la pressione sanguigna, vi esorto a farlo sotto la supervisione di un medico.
Sebbene entrambi i farmaci siano abbastanza sicuri e ben tollerati in generale, come ogni farmaco possono avere effetti collaterali. Questi includono ipotensione/vertigini di prima dose, insufficienza renale acuta, iperkaliemia, tosse, eruzioni cutanee, disturbi del gusto (disgeusia), epatotossicità e angioedema per gli ACE-inibitori [25]. L’ipotensione da prima dose si riferisce all’improvviso calo della pressione sanguigna che può verificarsi nelle prime fasi del trattamento. Tenetene conto in caso di situazioni come la guida, ecc. Questo effetto è esacerbato quando si è disidratati (per la competizione o quando si utilizza un diuretico per qualsiasi motivo). Non utilizzare il farmaco in questi casi. L’insufficienza renale acuta si verifica in alcuni pazienti, ma di solito non comporta alcun segno clinico. Non è permanente: una volta smesso, la funzione renale torna normale. Anche in questo caso la disidratazione è un ulteriore fattore di rischio. A questo scopo, è necessario misurare la creatinina sierica nel tempo (o altri marcatori, forse più affidabili, utilizzati per stimare la velocità di filtrazione glomerulare [GFR]).
L’iperkaliemia (eccesso di potassio nel sangue) è abbastanza rara da sviluppare se questo è l’unico farmaco in uso, ma la combinazione con altri farmaci risparmiatori di potassio, un apporto molto elevato di potassio dalla dieta o un’insufficienza renale esistente possono aumentare il rischio. Per questo motivo, oltre alla misurazione della funzionalità renale, è necessario misurare anche gli elettroliti sierici. Ridurre il dosaggio (se possibile) se si è iperkaliemici, o passare a diuretici tiazidici.
Idroclorotiazide; farmaco appartenente alla famiglia dei diuretici triazidici
L’effetto collaterale più caratteristico degli ACE-inibitori è forse la tosse secca e irritante. Si verifica all’incirca in 1 persona su 10 [26], e sembra essere nettamente maggiore negli asiatici [27]. Occasionalmente, alcune persone sviluppano anche un’eruzione cutanea a causa degli ACE-inibitori [28]. Anche in questo caso, è necessario ridurre il dosaggio e talvolta il passaggio da un ACE-inibitore a un altro risolve il problema (in particolare il passaggio dal captopril). In alcuni casi molto rari, sembrano verificarsi colestasi, epatite colestatica o lesioni epatocellulari [29]. Ma in letteratura esistono solo alcuni limitati casi di questo tipo.
Un ultimo effetto collaterale che vorrei sottolineare è l’angioedema: l’accumulo di liquido sotto la pelle o le membrane mucose. Questo può includere il viso, la mucosa orale, la lingua, le labbra e anche la faringe e la laringe [30]. A seconda del luogo in cui si verifica, può causare una situazione di pericolo di vita bloccando le vie respiratorie. L’incidenza di questo fenomeno, tuttavia, è piuttosto bassa. Una meta-analisi ha rilevato un’incidenza dello 0,3% rispetto allo 0,07% del placebo [31]. Questo effetto collaterale non deve necessariamente verificarsi nelle fasi iniziali di utilizzo, ma può talvolta manifestarsi anche dopo anni di utilizzo. La raccomandazione è di interrompere completamente l’uso di qualsiasi ACE-inibitore quando si verifica l’angioedema e di non utilizzarlo mai più.
L’aspetto positivo degli ARB è che non causano tosse come gli ACE-inibitori [32] e non sembrano aumentare il rischio di angioedema [31]. Tuttavia, rimane l’aumento del rischio di ipotensione, iperkaliemia e disfunzione renale [32]. In ogni caso, il suo tasso di aderenza è superiore a quello di qualsiasi altra classe di farmaci antipertensivi [33]. Alla luce di ciò e del fatto che una recente meta-analisi non ha riscontrato differenze tra ACE-inibitori e ARB in termini di riduzione della pressione arteriosa, eventi fatali per qualsiasi causa e cause cardiovascolari, infarti miocardici fatali e non fatali e ictus [34], gli ARB sembrano la scelta più probabile tra i due, se disponibili.
Benazepril
Gli ACE-inibitori comunemente prescritti sono Benazepril, Captopril, Enalapril, Fosinopril, Lisinopril, Perindopril, Quinapril, Ramipril e Zofenopril. Gli ARB comunemente prescritti sono Candesartan, Eprosartan, Irbesartan, Losartan, Olmesartan, Telmisartan e Valsartan. Le revisioni Cochrane che ho citato in precedenza non hanno rilevato alcun ACE-inibitore con prestazioni migliori o peggiori rispetto agli altri, e lo stesso vale per gli ARB. Potrebbero esserci delle eccezioni in alcune popolazioni (ad esempio i diabetici), ma in generale si tratta di quello che si riesce a reperire. Gli ACE-inibitori generalmente più prescritti sono il Captopril, l’Enalapril e il Lisinopril, mentre gli ARB più prescritti sono il Valsartan, il Candesartan, il Telmisartan e il Losartan. In generale, la metà della dose massima raccomandata dal produttore è una buona dose iniziale. Eseguire un esame del sangue prima e un mese dopo l’inizio (o dopo un aumento della dose) e, se tutto risulta normale, ogni sei mesi. Includere creatinina, eGFR ed elettroliti. (Esistono molte linee guida sul monitoraggio, ma non c’è molto consenso al riguardo [35]). Tenete presente che sono necessarie circa 4-6 settimane per ottenere l’effetto completo del trattamento. L’ideale è raggiungere una pressione arteriosa inferiore o uguale a 130/80 mmHg (ma superiore a 120 mmHg).
I diuretici tiazidici inibiscono l’azione dei simpatizzanti sodio-cloruro nel lume del tubulo distale dei nefroni. I nefroni sono gli elementi costitutivi dei reni, l’unità di base del funzionamento. Ognuno di essi (e i reni ne contengono diverse centinaia di migliaia) contribuisce in minima parte alla funzione di filtraggio cumulativa dei reni. Guardate l’immagine qui sotto per avere un’idea di come si presenta.
Il sangue viene filtrato attraverso un gruppo di capillari “specializzati” chiamati glomeruli e il filtrato viene poi catturato in un sacco simile a una tazza che lo circonda, chiamato capsula di Bowman. Il filtrato entra quindi nel tubulo renale per essere trasformato in urina. Durante questo percorso, varie sostanze vengono riassorbite dal filtrato nel sangue e secrete dal sangue nel filtrato.
I simpaticatori su cui agiscono i diuretici tiazidici trasportano il sodio e il cloruro fuori dal filtrato. Pertanto, bloccando questo simpatizzante, nel filtrato rimane più cloruro di sodio e quindi viene espulsa più acqua. In altre parole, i diuretici tiazidici devono la loro azione diuretica (escrezione di acqua) all’azione natriuretica (escrezione di sodio).
Come nel caso di qualsiasi diuretico che porti a un aumento delle concentrazioni di sodio nella parte distale del tubulo distale, si verifica una perdita di potassio. Questo accade perché il sodio viene assorbito in misura maggiore e finisce per essere scambiato con il potassio (che viene quindi secreto nel filtrato). Pertanto, contrariamente a quanto avviene con gli ARB e gli ACE-inibitori, può verificarsi un’ipopotassiemia (un livello troppo basso di potassio nel sangue). Se si sviluppa un’ipopotassiemia, di solito è lieve, ma evidenzia la necessità di analizzare gli elettroliti. Un’ipokaliemia lieve (3,0-3,5 mmol/L) raramente provoca sintomi. Quindi non la noterete. Tuttavia, se diventa più grave (<2,5-3,0 mmol/L), si possono sviluppare sintomi come debolezza generalizzata, affaticamento e costipazione [36]. Livelli di potassio molto bassi possono anche evocare aritmie cardiache. Nel contesto dei bodybuilder che fanno uso di PED, diversi altri composti possono contribuire allo sviluppo dell’ipokaliemia. Tra questi vi sono i beta-agonisti, giàcitati in precedenza, come il clenbuterolo, ma anche dosi elevate di insulina. Ciò può causare uno spostamento transitorio di potassio dal compartimento extracellulare a quello intracellulare. Sebbene tale spostamento duri solo un paio d’ore, l’effetto può essere molto drastico nel contesto di un’ipopotassiemia esistente. Inoltre, anche l’assunzione di caffeina può contribuire profondamente. Per questo motivo, è bene controllare anche gli integratori pre-allenamento che si utilizzano, poiché si può osservare una diminuzione di 0,26 mmol/L 4 ore dopo una dose di 180 mg di caffeina e un aumento ancora maggiore di 0,44 mmol/L dopo 360 mg [37]. In ogni caso, se i risultati del sangue mostrano una lieve ipokaliemia, è possibile aumentare l’apporto di potassio con la dieta.
Come con qualsiasi natriuretico, si può sviluppare iponatriemia (bassi livelli di sodio). Il rischio è basso, ma può essere, ovviamente, molto pericoloso [38, 39]. Bisogna fare attenzione a nausea, mal di testa, crampi muscolari, affaticamento, disturbi dell’andatura, vomito, sensazione di confusione e difficoltà di pensiero. Anche bere molta acqua può contribuire a sviluppare l’iponatriemia. Non bevete quindi di proposito litri e litri di acqua. In alcuni casi possono verificarsi anche ipomagnesiemia e ipercalcemia.
Misurare creatinina, eGFR ed elettroliti prima e una settimana dopo l’inizio del trattamento. Se tutto risulta normale, effettuare una seconda misurazione entro 4-8 settimane, dopodiché è possibile ripeterla ogni 6-12 mesi [40].
Clortalidone; appartenente alla famiglia dei diuretici Sulfonamidi
Utilizzare preferibilmente Clortalidone o Indapamide e iniziare con un dosaggio basso, ad esempio 12,5 mg di Clortalidone al giorno o 1,25 mg di Indapamide al giorno (anche se di solito sono disponibili in formato da 2,5 mg senza interruzione). Dopo che la seconda misurazione del sangue è risultata normale e la pressione arteriosa non è inferiore a 130/80 mmHg, si può prendere in considerazione un ulteriore aumento della dose (si tratta di raddoppiare la dose a 25 mg e 2,5 mg per Clortalidone e Indapamide, rispettivamente). Ripetere gli esami del sangue una settimana dopo l’aumento della dose.
Conclusioni:
La pressione alta è un killer silenzioso. La maggior parte delle persone non la sente, ma aumenta drasticamente la mortalità dovuta a malattie coronariche o ictus. Ogni aumento di 20 mmHg della pressione arteriosa sistolica oltre i 115 mmHg e ogni aumento di 10 mmHg della pressione arteriosa diastolica oltre i 75 mmHg è associato a un raddoppio della mortalità per queste cause. Inoltre, l’ipertensione per un periodo di tempo prolungato provoca danni agli organi bersaglio. Questo non riguarda solo il cuore e la vascolarizzazione, ma anche altri organi come il cervello, gli occhi e i reni. I dati della letteratura indicano che l’uso di steroidi anabolizzanti ad alti dosaggi può potenzialmente aumentare leggermente la pressione sanguigna. Una cifra indicativa è di circa 5-10 mmHg per la pressione arteriosa sistolica e la metà per quella diastolica. Naturalmente, le persone possono discostarsi da questi intervalli. Ciò può dipendere o meno dal dosaggio, dai tipi di AAS utilizzati e dall’uso concomitante di farmaci ausiliari che possono influire. Fortunatamente, questi aumenti sono transitori e reversibili dopo la cessazione dell’uso.
Ora sapete come misurare correttamente la pressione arteriosa, quando è necessario trattarla e come trattarla. Il trattamento va effettuato quando la pressione è superiore a 135/85mmHg, misurata a casa, e va effettuato con ARB, ACE-inibitori o diuretici tiazidici sotto stretto controllo medico. In generale, opterei per gli ARB, che di solito sono meglio tollerati. Come nota finale di questo articolo, vi invito ancora una volta a chiedere al vostro medico di curare la vostra pressione arteriosa piuttosto che farlo da soli.
Gabriel Bellizzi [CEO BioGenTech]
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I reni sono responsabili, tra l’altro, del filtraggio del sangue e della produzione di urina. Lo fanno creando un filtrato dalle grandi quantità di sangue che li attraversano. Di solito, più di un litro di sangue passa attraverso i reni ogni minuto. Se si sottrae la frazione non fluida, lasciando quindi il plasma sanguigno, questo si traduce in circa 625 ml di plasma sanguigno che passa attraverso i reni ogni minuto. Circa un quinto di questo fluido viene filtrato attraverso i capillari glomerulari (vedi figura sotto) in ogni singolo nefrone di cui sono composti i reni. Il nefrone è l’unità funzionale del rene. Ciascuno di essi è in grado di filtrare il sangue e di produrre l’urina. Un rene è composto all’incirca da 1 milione di nefroni, ma la percentuale varia notevolmente da una persona all’altra [1]. Il fluido che viene filtrato attraverso i capillari glomerulari viene catturato in un “sacco” chiamato capsula di Bowman. La velocità con cui questo fluido, o filtrato glomerulare, viene catturato collettivamente nella capsula di Bowman da tutti i nefroni al minuto è definita velocità di filtrazione glomerulare (eGFR). Negli adulti sani è di circa 125mL/min (il 20% dei 625mL/min di cui sopra).
Circa 625 mL/min di flusso di plasma renale (RPF) passano attraverso i reni, di cui 125 mL/min vengono catturati dalla capsula di Bowman. Di conseguenza, quasi tutto questo viene riassorbito (REAB; 124 mL/min), portando a una produzione di urina di circa 1 mL/min. Immagine tratta da Guyton and Hall Textbook of Medical Physiology 13a edizione.
Stima della velocità di filtrazione glomerulare (eGFR)
La stima del eGFR viene utilizzata come indicatore della funzione renale. Il metodo migliore per farlo è utilizzare una sostanza che viene filtrata liberamente dal glomerulo e non viene né secreta, né riassorbita, né sintetizzata, né metabolizzata dal rene. Pertanto, qualsiasi quantità di sostanza venga filtrata dal glomerulo viene escreta anche nelle urine. Pertanto, l’eGFR può essere ricavato con precisione dalle misurazioni delle urine e dalla conoscenza della quantità somministrata. Il gold standard per misurarlo è l’utilizzo di una sostanza chiamata inulina. È poco utilizzata nella pratica perché è costosa, la maggior parte dei laboratori non è in grado di dosarla e per una valutazione più accurata è necessaria un’endovena con diversi campioni di sangue e la cateterizzazione della vescica. Tutto sommato, non è molto pratico.
Per questo motivo, l’eGFR viene spesso stimato in base alla concentrazione di creatinina nel siero. La creatinina non viene riassorbita o metabolizzata dai reni e viene filtrata liberamente a livello del glomerulo. Inoltre, l’apporto dal tessuto muscolare scheletrico è costante (essendo un prodotto di degradazione della creatina), per cui non è necessario somministrarla per via endovenosa, a differenza dell’inulina. Tuttavia, può verificarsi una significativa secrezione tubulare di creatinina [2]. Pertanto, pur non essendo assolutamente perfetta, queste proprietà della creatinina la rendono comunque utile per ricavare l’eGFR. Sono state stabilite diverse formule che possono fornire una stima del eGFR in base alla sua concentrazione. Tutte si basano sul presupposto che livelli di creatinina più elevati implicano una minore eliminazione di creatinina, ovvero una diminuzione del eGFR.
La formula attualmente raccomandata nella pratica clinica è l’equazione della Chronic Kidney Disease Epidemiology Collaboration (CKD-EPI) [3]. In precedenza, veniva comunemente utilizzata la Modification of Diet in Renal Disease (MDRD). L’equazione CKD-EPI tiene conto, oltre che della concentrazione di creatinina sierica, del sesso, dell’età e del gruppo etnico ed è corretta per un’area di superficie corporea di 1,73 m2. In questo modo si ottengono valori di eGFR con un’unità di misura di mL/min/1,73m2. Un eGFR normale o elevato è considerato superiore a 90 [3].
Problemi con l’eGFR basato sulla creatinina negli utilizzatori di AAS
La stima del eGFR basata sulla concentrazione di creatinina nel siero è notoriamente inaffidabile nei soggetti muscolosi. Poiché il muscolo è il principale sito di immagazzinamento della creatina nell’organismo, i soggetti muscolosi hanno una maggiore quantità di creatina nel corpo. Di conseguenza, anche il tasso di produzione di creatinina è più elevato. Di conseguenza, con tassi di clearance simili, anche i livelli di creatinina nel siero saranno più elevati. Di conseguenza, queste formule sottostimano il vero eGFR. Un altro problema che si presenta in questa popolazione è quello causato dall’integrazione di creatina. L’integrazione di creatina è una pratica comune tra i soggetti che si allenano contro-resistenza ed è efficace nell’aumentare le riserve corporee di creatina [4]. Di conseguenza, la produzione di creatinina è in assoluto più elevata. Inoltre, la creatina etil-estere in particolare può portare a un forte aumento dei livelli di creatinina nel siero [5, 6]. Il motivo più probabile è che la creatina etil-estere viene rapidamente degradata in creatinina nell’organismo dopo l’ingestione [7]. Anche l’ingestione di carne cotta può aumentare transitoriamente i livelli di creatinina nel siero per diverse ore [8]. Inoltre, ci sono prove che indicano che l’uso di steroidi anabolizzanti potrebbe aumentare la biosintesi della creatina. La creatina viene sintetizzata con un meccanismo a due fasi, come illustrato di seguito:
La reazione catalizzata dall’AGAT, che forma l’acido guanidinoacetico, è la fase limitante della sintesi della creatina [9]. È stato riscontrato che la somministrazione di uno steroide anabolizzante (17α-metil testosterone) aumenta l’espressione di AGAT [10]. Inoltre, ha aumentato l’escrezione di acido guanidinoacetico nelle urine del 70%. L’insieme di questi dati suggerisce fortemente che gli steroidi anabolizzanti, almeno quelli biodisponibili per via orale, stimolano la biosintesi della creatina. Di conseguenza, potrebbero aumentare l’accumulo di creatina e quindi influenzare anche il tasso assoluto di produzione di creatinina. Infine, la maggior parte dei consumatori di steroidi anabolizzanti consuma anche una dieta ad alto contenuto proteico. È stato riscontrato che una dieta ad alto contenuto proteico aumenta la eGFR [11]. Si noti che non si tratta di una sovrastima del eGFR, ma di un leggero aumento del eGFR reale.
Riassumendo, i seguenti fattori possono influenzare i livelli di creatinina sierica e quindi l’eGFR stimato senza influenzare effettivamente l’eGFR reale:
Essere più muscolosi
Integrazione di creatina (in particolare di creatina etil-estere)
Aver mangiato carne cotta nelle ore precedenti la misurazione
Assunzione di steroidi anabolizzanti (per via orale).
Detto questo, se si tiene conto del fatto che l’eGFR sarà alterato da questi fattori, si possono comunque osservare variazioni dell’eGFR nel tempo. Supponendo di mantenere tutto abbastanza costante, queste variazioni possono essere indicative di cambiamenti nella velocità di filtrazione glomerulare.
Gli AAS influenzano l’eGFR basato sulla creatinina
Pochi studi hanno misurato l’effetto degli steroidi anabolizzanti, in particolare del Testosterone Enantato, sui livelli di creatinina sierica. Bhasin et al. hanno riportato un lieve aumento da 1,0mg/dL a 1,1mg/dL in uomini normali che ricevevano 600mg di Testosterone Enantato settimanalmente in associazione a esercizi contro-resistenza [12]. Tuttavia, uno studio successivo dello stesso gruppo non ha rilevato cambiamenti significativi nei livelli di creatinina sierica in giovani uomini sani che ricevevano dosi graduate di Testosterone Enantato da 25 a 600mg settimanali per una durata di 20 settimane [13]. Lo stesso gruppo, sempre con un design di studio simile, ma in uomini più anziani, ha riscontrato un aumento da 1,03 a 1,17mg/dL negli uomini che ricevevano 600mg settimanali e da 1,12 a 1,19mg/dL nel gruppo che riceveva 125mg settimanali (che è limite di dosaggio della terapia sostitutiva del Testosterone [TRT]) [14]. Anche uno studio che ha fornito il proormone orale 1-androsterone al dosaggio di 330mg al giorno per 4 settimane ha rilevato un aumento da 1,1mg/dL a 1,3mg/dL dei livelli di creatinina sierica [15]. Gli autori hanno anche calcolato l’eGFR, che è sceso da 88,3 a 71,9ml/min/1,73m2. Non è chiaro se questi aumenti della creatinina sierica riflettano un’effettiva diminuzione del eGFR o se siano semplicemente artefatti derivanti dai problemi relativi all’eGFR basato sulla creatinina, come sottolineato in precedenza. In particolare, non sono note disfunzioni o malattie renali causate dagli steroidi anabolizzanti, ad eccezione di alcuni casi riportati.
Alternative all’eGFR basato sulla creatinina
Nei casi in cui vi siano chiare ragioni per sospettare che l’eGFR basato sui livelli di creatinina sierica sia impreciso, si possono utilizzare alcuni metodi alternativi. Uno di questi si basa sulla misurazione dei livelli di cistatina C nel siero. L’idea è più o meno simile a quella della misurazione della creatinina. La differenza principale è che la cistatina C è prodotta da tutte le cellule (nucleate) a un tasso relativamente costante. Tuttavia, una differenza importante è che una certa metabolizzazione della sostanza avviene nei tubuli. Inoltre, mentre inizialmente si pensava che non fosse influenzata dal sesso, dall’età o dalla massa muscolare, le prove che si stanno accumulando suggeriscono che in realtà lo sia. Diversi studi hanno rilevato che è influenzato da sesso, età, razza, peso, altezza, composizione corporea e stato di fumatore [16, 17, 18]. Tuttavia, uno studio ha concluso che la cistatina C potrebbe rappresentare un’alternativa più adeguata per valutare la funzione renale nei soggetti con massa muscolare più elevata quando si sospetta una lieve compromissione renale [19]. È probabile che l’eGFR basato sulla cistatina C possa fornire un’immagine più chiara del vero eGFR di quanto non faccia l’eGFR basato sulla creatinina nei soggetti allenati contro-resistenza che fanno o non fanno uso di steroidi anabolizzanti. Infine, i dati suggeriscono che la combinazione delle due misurazioni potrebbe addirittura fornire un quadro ancora più accurato di una delle due da sola nella malattia renale cronica [20]. Tuttavia, questi dati non sono stati verificati in modo specifico nei soggetti muscolosi/bodybuilder.
Negli studi di ricerca vengono utilizzati anche marcatori più affidabili come lo Iotalamato e lo Ioexolo. Entrambi possono essere utilizzati con una singola iniezione in bolo, ma richiedono misurazioni plasmatiche multiple. Tuttavia, sono entrambi poco costosi e forniscono stime migliori rispetto all’eGFR basato sulla creatinina/cistatina C. L’Iotalamato, per quanto ne so, è il meno utilizzato nella pratica clinica ed è radioattivo (lo Ioexolo non lo è). Lo Iohexolo comporta un piccolo rischio di nefrotossicità e di reazione allergica (soprattutto ad alte dosi). Lo menziono più per completezza che per altro, in quanto non è qualcosa che dovrebbe essere usato di routine.
Glomerulosclerosi focale segmentale (FSGS) e rilevamento del danno renale con la misurazione delle urine
In letteratura ci sono pochissime segnalazioni di steroidi anabolizzanti dannosi per i reni. Un articolo degno di nota che riporta disfunzioni renali nei consumatori di steroidi anabolizzanti è quello del 2010 di Herlitz et al. [21]. Descrive 10 pazienti provenienti dagli archivi del loro laboratorio di patologia renale in un periodo di 10 anni. I pazienti erano tutti culturisti con una lunga storia di uso di steroidi anabolizzanti. Sono state prelevate biopsie renali che hanno rivelato una glomerulosclerosi focale segmentaria (FSGS) in nove di loro, e quattro di loro presentavano anche glomerulomegalia. In uno dei pazienti non sono stati riscontrati segni di FSGS, ma solo di glomerulomegalia. Che cos’è la FSGS? È un termine un po’ generico per indicare un gruppo di malattie che portano a lesioni glomerulari, mediate da diversi insulti diretti o inerenti al podocita (le cellule che formano la superficie esterna dei capillari glomerulari) [22]. O forse, per meglio dire, è un reperto istologico che non indica necessariamente una malattia specifica. In ogni caso, nella FSGS i podociti iniziano a cambiare forma, diventando più o meno appiattiti (effacement). A un certo punto, il podocita muore e si stacca dalla membrana basale. Poiché i podociti sono cosiddetti “differenziati terminali”, non possono andare incontro a divisione cellulare (proliferare). Pertanto, queste cellule vengono sostituite da tessuto connettivo (sclerosi). Ovviamente il tessuto connettivo non funziona come i podociti e quindi la funzione di filtraggio del glomerulo è compromessa.
Questo può manifestarsi con la perdita di proteine nelle urine. Che non dovrebbero esserci (a parte alcune tracce). I bodybuilder di questo studio hanno perso grandi quantità di proteine nelle urine (in media circa 10 grammi al giorno). In prospettiva, di solito non dovrebbe trattarsi di più di qualche milligrammo. Uno dei bodybuilder era addirittura in grado di produrre il proprio frullato proteico, visto che ha fatto la pipì con ben 26 g di proteine al giorno. In particolare, anche la creatinina sierica era marcatamente elevata in questi soggetti. Mentre l’intervallo di normalità va da 0,9mg/dL a 1,3mg/dL, questi soggetti presentavano in media livelli di creatinina sierica pari a 3,0mg/dL, con uno che raggiungeva l’incredibile valore di 7,8mg/dL. Ovviamente, queste grandi deviazioni sono chiaramente causate da una diminuzione della funzione renale.
Ci sono alcune cose che vorrei sottolineare in questo articolo. Uno è che questi bodybuilder non erano bodybuilder medi. Il loro IMC medio era di 35 kg/m2. Erano dannatamente enormi. Quattro di loro hanno ammesso di aver fatto uso di steroidi anabolizzanti in combinazione con il GH e uno di loro con l’Insulina. Inoltre, sei avevano anche l’ipertensione. Di seguito è riportata la foto di uno di loro:
Sono riusciti a effettuare un follow-up di otto dei soggetti dopo la sospensione degli steroidi anabolizzanti (a tutti, tranne uno, erano stati prescritti anche dei farmaci, per lo più inibitori del sistema Renina-Angiotensina-Aldosterone [RAAS]). Al follow-up, sono stati osservati grandi miglioramenti nella proteinuria e miglioramenti variabili nei livelli di creatinina sierica. In particolare, un paziente è ricaduto nell’uso di steroidi anabolizzanti e ha visto aumentare di nuovo in modo considerevole l’escrezione di proteine nelle urine.
Sebbene sia difficile affermare che tutto questo possa essere il risultato dell’uso di steroidi anabolizzanti, sembra probabile che in alcuni rari casi l’uso cronico eccessivo di steroidi anabolizzanti possa portare a questo fenomeno. Anche perché non se ne parla molto in letteratura, nonostante i milioni e milioni di consumatori di steroidi anabolizzanti sparsi per il mondo. Tuttavia, potrebbe esserci una significativa sottostima, in quanto forme più lievi di danno renale potrebbero passare inosservate, anche con le misurazioni di routine dell’eGFR. La diagnosi precoce può essere ottenuta con il test delle proteine nelle urine, che raramente viene effettuato senza indicazione.
Per questo motivo, si potrebbe raccomandare di effettuare le misurazioni delle urine con una certa regolarità. Ad esempio, annualmente o semestralmente. Lievi aumenti di albumina nelle urine dovrebbero indurre a ripetere l’esame, poiché possono derivare, ad esempio, da un’infezione o dall’esercizio fisico, senza essere causati da un vero e proprio danno renale. In caso di elevazioni persistenti o elevate, è necessario avviare un ulteriore follow-up e, idealmente, interrompere l’uso di steroidi anabolizzanti.
Nota: la ricerca in atto ha ipotizzato che l’uso di AAS sia adittivo al possibile emergere di disfunzioni renali. I risultati di alcuni studi indicano infatti che un’elevata assunzione di proteine, l’uso di AAS, in particolare gli schemi, tra cui il Boldenone Undecylenato, e altri farmaci con un certo “carico renale”, aumentano l’ecogenicità corticale, lo spessore del parenchima renale e il volume renale nei bodybuilder.
Interazione di rInsulina e rhGH sulla funzionalità renale
L’insulino-resistenza è una caratteristica comune nei bodybuilder che usano per lunghi periodi di tempo protocolli di hGH/Insulina. L’IR è comune nei pazienti con malattia renale cronica (CKD), anche in assenza di diabete (DeFronzo et al., 1981; Shinohara et al., 2002; Becker et al., 2005; Kobayashi et al., 2005; Landau et al., 2011), ed è un fattore di rischio per la progressione della CKD (Fox et al., 2004). La sua prevalenza nella CKD varia dal 30 al 50% e dipende principalmente dal metodo di misurazione adottato (Spoto et al., 2016). L’insulino-resistenza può essere rilevata nelle fasi iniziali, quando l’eGFR è ancora nel range di normalità, suggerendo un ruolo potenziale nell’innescare la CKD (Fliser et al., 1998). Un ampio studio basato sulla coorte Atherosclerosis Risk in Communities (ARICs) ha confermato che lo sviluppo della CKD aumenta in stretto parallelismo con il numero di criteri della sindrome metabolica misurati negli adulti non diabetici, e questa relazione rimane significativa anche dopo aver controllato lo sviluppo di diabete e ipertensione (Kurella et al., 2005). L’insulino-resistenza è stata anche associata a una prevalente CKD e a un rapido declino della funzione renale in individui asiatici anziani e non diabetici (Cheng et al., 2012) e alla microalbuminuria nella popolazione generale (Mykkänen et al, 1998) e in pazienti con T1DM (Yip et al., 1993; Ekstrand et al., 1998) e T2DM (Groop et al., 1993), indicando che questa relazione è indipendente dal diabete (Mykkänen et al., 1998; Chen et al., 2003, 2004). Il meccanismo proposto per cui l’IR contribuisce al danno renale prevede il peggioramento dell’emodinamica renale attraverso l’attivazione del sistema nervoso simpatico (Rowe et al., 1981), la ritenzione di sodio, la diminuzione dell’attività della Na+, K+-ATPasi e l’aumento del GFR (Gluba et al., 2013).
L’eziologia dell’IR nella CKD è multifattoriale e dipende da fattori di rischio classici e specifici della CKD, come l’inattività fisica, l’infiammazione e lo stress ossidativo, le alterazioni delle adipochine, la carenza di vitamina D, l’acidosi metabolica, l’anemia e le tossine microbiche (Spoto et al., 2016).
L’emodialisi a lungo termine ha un effetto positivo sull’IR (DeFronzo et al., 1978), ma ci sono pochi dati clinici sull’effetto della dialisi peritoneale.
Oltre a essere un fattore di rischio per l’insorgenza e la progressione della CKD, l’IR è anche coinvolta nell’aumento del rischio cardiovascolare (CV) in questa popolazione. L’IR può essere responsabile dell’ipertensione arteriosa attraverso la stimolazione diretta del RAAS (Nickenig et al., 1998), l’attivazione del sistema simpatico (Sowers et al., 2001) e la sottoregolazione del sistema dei peptidi natriuretici (Sarzani et al., 1999).
Similmente a quanto accade nei pazienti acromegalici, livelli cronicamente alti di rhGH possono essere associati a ipertrofia renale nell’uomo [Kamenický P et al. 2014]. In uno studio caso-controllo, la lunghezza del rene valutata mediante ecografia renale è risultata significativamente aumentata di circa 5cm (55%) e 2cm (20%) rispettivamente nei pazienti acromegalici attivi e controllati [Auriemma RS et al. 2010]. Le dimensioni del rene si normalizzano rapidamente entro 3-6 mesi nei pazienti acromegalici sottoposti a chirurgia transfenoidale [Zhang Z et al. 2018]. Mancano studi sistematici sull’istologia renale nei pazienti acromegalici. Rari casi, in cui i pazienti acromegalici sono stati sottoposti a biopsia renale a causa della sindrome nefrosica o della proteinuria persistente, hanno rivelato una glomerulosclerosi focale segmentaria [Takai M et al. 2001]. In un paziente acromegalico che presentava proteinuria di gamma nefrosica e glomerulosclerosi focale segmentaria alla biopsia renale, la proteinuria si è rapidamente normalizzata dopo l’asportazione del tumore, ma è ritornata 4 mesi dopo, rispondendo però al trattamento con Prednisolone [Wang R et al. 2021]. Nei pazienti acromegalici sottoposti a biopsia renale è stata notata solo un’ipertrofia moderata o non glomerulare.
I pazienti acromegalici presentano un’iperfiltrazione glomerulare caratterizzata da un aumento di circa il 15% del eGFR e del RPF rispetto ai soggetti sani, che è reversibile nella maggior parte dei pazienti, ma non in tutti, con la rimozione chirurgica degli adenomi ipofisari [Fujio S et al. 2016]. Si ritiene che l’iperfiltrazione glomerulare persistente contribuisca allo sviluppo di albuminuria nei pazienti acromegalici sottoposti a chirurgia tardiva [Grunenwald S et al. 2011]. Nello studio Baldelli, la microalbuminuria è stata riportata nel 55% dei pazienti acromegalici e associata a ipertensione, alterata tolleranza al glucosio e diabete [Baldelli R et al. 2008].
Similmente a quanto osservato con gli abusatori di rhGH, i pazienti acromegalici mostrano un aumento dell’acqua corporea totale e del sodio e possono presentare un edema evidente. Questi cambiamenti sono legati alle proprietà di ritenzione di sodio del GH e dell’IGF-1 attraverso l’ENaC nei tubuli distali renali e possono essere invertiti se i pazienti sono sottoposti a un trattamento efficace del tumore che produce GH [Kamenický P et al. 2020]. L’acqua corporea totale (56% contro 50% del peso corporeo) ed extracellulare (20% contro 15% del peso corporeo), così come il sodio scambiabile, sono risultati aumentati nei pazienti acromegalici rispetto ai soggetti sani, mentre non sono state rilevate differenze nel contenuto di acqua intracellulare [Ikkos D et al. 1954]. Anche il volume plasmatico è risultato aumentato in questi pazienti [Hirsch EZ et al. 1969]. Le conseguenze cliniche di queste alterazioni sono l’ipertensione arteriosa, l’ipertrofia ventricolare sinistra e l’insufficienza cardiaca congestizia, che contribuiscono all’aumento complessivo della mortalità nei pazienti non trattati. È importante notare che l’ipertensione arteriosa è associata a un esito inferiore in questi pazienti [Vila G et al. 2020]. Inoltre, i pazienti acromegalici diabetici presentano un’ipertrofia ventricolare sinistra più pronunciata rispetto ai pazienti non diabetici [Nemes A et al. 2020].
I pazienti acromegalici spesso presentano una lieve iperfosfatemia nonostante l’aumento del eGFR, a causa dell’aumento del TmP/eGFR, che può essere utilizzato come misura completa dello stato della malattia e può essere invertito con il trattamento [Xie T et al. 2020]. I meccanismi sottostanti includono l’up-regulation del cotrasportatore Na-Pi 2a nei tubuli prossimali renali indotta dall’IGF-1 e un maggiore assorbimento intestinale di fosfato, dovuto all’aumento della sintesi di calcitriolo indotto dal GH. I pazienti mostrano spesso concentrazioni sieriche verso l’intervallo superiore di normalità in associazione a ipercalciuria [Manroa P et al. 2014]. Questi risultati sono molto probabilmente correlati alla sintesi di calcitriolo indotta dal GH, con conseguente aumento dell’assorbimento intestinale di calcio, poiché i livelli di calcitriolo tendono a essere elevati in questi pazienti. Inoltre, nei pazienti acromegalici è stato dimostrato un maggiore assorbimento di calcio nei reni, molto probabilmente legato alla stimolazione indotta dal calcitriolo dell’espressione di TRPV5 nei tubuli renali distali [Suzuki Y et al. 2008]. Si ritiene che l’alterato metabolismo del calcio contribuisca all’aumento della fragilità scheletrica osservato nei pazienti acromegalici [Mazziotti G et al. 2013].
Conclusioni:
Sebbene non vi siano prove certe della correlazione tra patologie renali e AAS, questi ultimi hanno mostrato di poter causare peggioramenti della funzionalità renale anche solo in modo transitorio. La loro azione addittiva con altre molecole e loro alterazione del contesto metabolico (vedi abuso di rInsulina e rhGH con conseguente peggioramento dell’IR) può essere in parte la causa delle problematiche renali osservati in diversi bodybuilder Enhanced, specie di alto livello. Gli studi svolti su animali hanno mostrato possibili attività nefrotossiche in particolari AAS come, ad esempio, il Boldenone. La ricerca, seppur in piccolo, continua e un giorno potremmo avere le idee più chiare sulla reale correlazione tra AAS (e PEDs) e malattie renali.
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