La Yohimbina (17α-hydroxy-yohimban-16α-carboxylic acid methyl ester) è un alcaloide estratto dalla corteccia della Pausinystalia Johimbe e dalle foglie della Rauvolfia serpentina (nota anche come radice di serpente indiana) venduto in alcuni paesi dietro prescrizione medica per il trattamento della disfunzione erettile, per il trattamento del disturbo da ridotto desiderio sessuale (riduzione della libido), e viene anche utilizzata per i suoi presunti effetti afrodisiaci.
La Yohimbina è un noto antagonista degli adrenocettori α-2. Ciò significa semplicemente che la Yohimbina può bloccare i recettori sulle cellule adipose che normalmente bloccano il processo di rilascio dei grassi nel torrente ematico. Ciò è controllato dagli ormoni Adrenalina e Noradrenalina (detti anche Epinefrina e Norepinefrina) che normalmente si legano agli adrenocettori delle cellule adipose per segnalare il rilascio dei grassi nel sistema circolatorio affinché possano essere bruciati come fonte energetica. Il corpo cerca di fermare questo processo attraverso la stimolazione dei recettori α-2 che dicono alle cellule grasse di accumulare materiale. Quando la Yohimbina blocca i recettori α-2 viene rilasciato più grasso che poi viene bruciato come fonte energetica.
Il principale studio che supporta quanto sopraddetto è “Does yohimbine act as a slimming drug?” di Kucio C., Jonderko, K., Piskorska D., Dipartimento di gastroenterologia, Silesian School of Medicine, Katowice, Polonia [Isr J Med Sci. 1991 Oct;27(10):550-6].
Dal momento che la Yohimbina è un antagonista degli α2-recettori, è stata esaminata per la sua efficacia nella cura dell’obesità.
20 donne obese sono state sottoposte a 3 settimane di dieta ipocalorica (1.000 kcal/giorno) dopo di che sono state assegnate a caso a due trattamenti secondo la procedura dello studio a doppio cieco: 10 soggetti hanno ricevuto 5mg di Yohimbina 4 volte al giorno mentre altri 10 hanno ricevuto un placebo, tutti hanno seguito una dieta ipocalorica di 1.000 kcal/giorno.
I risultati di questo studio hanno mostrato che i soggetti che hanno ricevuto la Yohimbina hanno sperimentato una perdita di grasso media di 3,55 kg mentre il gruppo placebo ha perso solo 2,21 kg. Questi studi hanno mostrato anche che il rilascio di Insulina dovuto all’ingestione del cibo inibisce le azioni della Yohimbina mentre una dieta molto ipocalorica ne agevola l’efficacia. Meno cibo significa anche meno rilascio di Insulina. Quindi una dieta ipocalorica combinata con una somministrazione multidose di Yohimbina può aumentare il dispendio calorico di oltre il 30%.
Ci sono almeno due punti chiave per massimizzare gli effetti della Yohimbina:
1. Una dose adeguata– Molte volte viene consigliata una dose troppo bassa. Negli studi, la quantità minima di Yohimbina assunta oralmente è stata di 0,2 mg/kg al giorno. Quindi una persona di 90 kg ha bisogno di 18 mg di Yohimbina al giorno per ottenere l’effetto lipolitico desiderato. Attenzione: con la Yohimbina alcune persone sperimentano delle risposte molto forti del ritmo cardiaco e della pressione ematica. Per valutare la propria tolleranza è consigliabile cominciate con circa 1/3 della dose ottimale (quindi una persona di 90 kg comincerebbe con 6 mg) incrementando la dose nel corso di un periodo di alcuni giorni (generalmente 2-3 giorni). Se il ritmo cardiaco o la pressione ematica aumentano troppo si consiglia l’interruzione dell’assunzione di Yohimbina.
2. Deve essere assunta a stomaco vuoto– È una cosa fondamentale perché anche una piccola risposta insulinica impedirà qualsiasi effetto della Yohimbina. Assumere la Yohimbina con il cibo produrrà una risposta insulinica maggiore rispetto all’assunzione del cibo da solo (la cosa è legata ai recettori α nel pancreas). In base a questa regola, uno dei momenti migliori per assumere la Yohimbina è prima dell’allenamento aerobico del mattino. Se non si svolge una sessione aerobica al mattino, credo che un altro momento favorevole per assumere la Yohimbina sia 30 minuti prima della sessione di allenamento serale, o comunque almeno 3-4 ore dopo aver mangiato affinché i livelli di Insulina calino a sufficienza. Comunque penso che la prima parte della giornata sia il momento migliore.
Alcuni atleti assumono la Yohimbina con un po’ di Caffeina circa 30 minuti prima della sessione aerobica. Assumono anche l’associazione ECA, ma mai insieme alla Yohimbina. La combinazione ECA + Yohimbina, come l’associazione Yohimbina + Clenbuterolo, è potenzialmente pericolosa (più dei due composti presi singolarmente) a causa dell’interazione sul ritmo cardiaco e sulla pressione ematica. Gli atleti in questione assumono la Yohimbina prima della sessione aerobica del mattino, e per la prima dose di ECA aspettano 4 ore dopo l’assunzione di Yohimbina. L’emivita della Yohimbina è di 0,25-2 ore.
Ricapitolando, gli effetti collaterali della Yohimbina a seconda del dosaggio assunto possono comportare anche importanti alterazioni della pressione arteriosa, in senso ipertensivo, che spesso si accompagnano ad aumento della frequenza cardiaca. Gli eventi avversi a carico del tratto gastrointestinale comprendono nausea e vomito. Per i suoi effetti eccitatori a carico del SNC la molecola comporta spesso la comparsa di irritabilità, ansia generalizzata, eccitazione, iperattività motoria, reazioni maniacali, allucinazioni, insonnia, tremore e vertigine. La contemporanea assunzione di Yohimbina e farmaci antidepressivi o fenotiazine può comportare un aumentato rischio di comparsa e aggravamento degli effetti collaterali.
Concludendo, la Yohimbina si presenta come un efficace agente lipolitico specie nei confronti del grasso testardo. Dati i suoi possibili effetti collaterali, la Yohimbina deve essere usata con cautela calcolando accuratamente le dosi così da evitare o diminuire la comparsa di effetti avversi.
Gabriel Bellizzi
Riferimenti
– Domande & Risposte senza censura di Author L. Rea (Olympian’s News)
– Chemical Muscle Enhancement II (Author L. Rea)
– Chiedete a Lyle McDonald (THINK MUSCLE – Olympian’s News)
Il supplemento dimagrante più efficace e legale in Italia è la caffeina. Assumendone 600 mg al giorno si aumenta il dispendio energetico di 110 kcal in più. (1) Ma purtroppo la caffeina non è tollerata da tutti. Esiste uno studio dalla fine degli anni novanta, che dimostra che è possibile aumentare il dispendio calorico con solo una piccola quantità di caffeina combinata con il tè verde. (2)
Lo studio qui trattato è stato pubblicato nel 1999 sul American Journal of Clinical Nutrition ed è stato scritto da ricercatori presso l’Università di Friburgo. È stato parzialmente finanziato dalla Arkopharma Laboratories, il produttore dell’estratto di tè verde Exolise.
Al momento dello svolgimento dello studio gli integratori dimagranti contenenti caffeina ed efedra erano ancora legali. Essi erano noti per essere efficaci ma anche per i possibili effetti collaterali. Gli integratori di tè verde non presentano generalmente effetti collaterali. Ma i ricercatori hanno voluto verificare se il tè verde fosse un ingrediente adatto per gli integratori dimagranti.
I ricercatori pensarono che un integratore dimagrante basato sul tè verde funzionasse solo se abbinato ad una piccola quantità di caffeina. Considerarono una “piccola quantità” 50 mg di caffeina, all’incirca l’importo contenuto in una tazza di caffè.
I ricercatori hanno reclutato per l’esperimento 10 maschi sani di vent’anni in una camera di respirazione per 24 ore in modo che potessero misurare esattamente il dispendio energetico dei soggetti.
In una occasione i soggetti hanno ricevuto un falso supplemento senza ingredienti attivi [Placebo]; In un’altra occasione ai soggetti sono stati somministrati 50mg di caffeina a colazione, a pranzo e a cena; In un’altra occasione ai soggetti è stata somministrata nuovamente una dose di 50 mg di caffeina ma questa volta abbinata con mezzo grammo di estratto di tè verde pure: per un totale di 150 mg di caffeina e 1,5 g di estratto di tè verde al giorno.
L’estratto di tè verde utilizzato dai ricercatori aveva un contenuto di catechine pari al 25%, di cui il 72% per cento consisteva in EGCG. Questa è una percentuale elevata: nella maggior parte degli estratti di tè verde il contenuto di catechine è composto da circa la metà da EGCG. Secondo gli scienziati, l’EGCG è il flavonoide più potente nel tè verde.
La tabella seguente mostra che la caffeina ha aumentato la spesa energetica [EE] di sole 15 kcal al giorno. La combinazione di caffeina con il tè verde ha funzionato meglio, aumentando la spesa energetica totale di 79 kcal.
Ora la “spesa energetica più elevata” non significa necessariamente “un consumo più elevato dei grassi”, quindi, per tale ragione, i ricercatori hanno anche misurato la quantità di proteine, carboidrati e grassi “bruciati” dai soggetti dello studio.
I ricercatori hanno concluso che, la somministrazione orale dell’estratto di tè verde ha stimolato la termogenesi e l’ossidazione del grasso e quindi ha il potenziale per influenzare il peso corporeo e la composizione corporea attraverso cambiamenti sia nella spesa energetica che nell’uso del substrato.
Recentemente ho riportato uno studio svolto su esseri umani nel quale l’uso di tè verde (e più esattamente del suo contenuto in catechine e caffeina) ha provocato una “mutazione” delle cellule adipose da “bianche” a “brune”. Poiché le cellule di grasso brune sono metabolicamente più attive, il tè verde è potenzialmente interessante per le persone che vogliono ridurre la loro percentuale di grasso corporeo. Esiste un altro studio, questa volta svolto su animali, che mostra la stessa capacità attribuita questa volta alla curcumina, la sostanza più bioattiva della Curcuma. (1)
I biologi molecolari presso la Fourth Military Medical University in Cina hanno somministrato a dei topi 0, 50 o 100 mg di curcumina per via orale ogni giorno per un periodo di 50 giorni. L’equivalente umano di queste dosi, per un soggetto del peso di 80 kg, sarebbe circa 0, 400 o 800 mg di curcumina al giorno.
I topi ai quali era stata somministrata la curcumina non mangiavano meno – ma acquistavano meno peso rispetto ai topi ai quali non era stata somministrata la curcumina.
Alla fine dei 50 giorni, i topi ai quali era stata somministrata la curcumina avevano meno grasso corporeo rispetto ai topi del gruppo di controllo. L’integrazione con curcumina ha probabilmente aumentato il consumo calorico dei topi. Un segno di questo fu che la temperatura corporea dei topi del gruppo “curcumina” era più alta.
La supplementazione di curcumina ha aumentato anche il numero dei mitocondri nella cavità addominale inferiore dei topi. Questo è un segno che indica che la curcumina muta le cellule grasse bianche in cellule grasse brune.
La supplementazione con curcumina ha aumentato la sintesi di UCP1, una molecola che aumenta il consumo energetico cellulare, e PGC-1-alfa, una molecola che aumenta la sintesi mitocondriale nelle cellule.
I ricercatori affermano che questi risultati attribuiscono alla curcumina un ruolo importante nella mutazione del grasso bianco in grasso bruno rendendola proponibile per la terapia di pazienti obesi.
Circa quindici anni fa le aziende farmaceutiche stavano studiando febbrilmente i beta-3 agonisti nella speranza che questi composti avrebbero messo fine all’epidemia dell’obesità. (2) (3) (4)
Non ci riuscirono. Gli agonisti dei recettori Beta-3 funzionano molto bene nei ratti e nei topi, ma non altrettanto negli esseri umani per via della presenza dei Beta-3 recettori nel tessuto adiposo bruno, scarso nell’adulto (specie negli uomini). D’altra parte, un aumento del grasso bruno da parte delle catechine (come detto la volta scorsa) o della curcumina può rendere il potenziale dimagrante maggiore dei Beta-3 agonisti (vedi Sinefrina) nell’uomo.
C’è anche da riflettere se le ipotesi sulla curcumina esposte dai ricercatori cinesi possano trovare reale riscontro negli esseri umani.
Se si bevono due tazze di tè verde o bianco ogni giorno, la quantità di tessuto adiposo bruno nel corpo aumenta. (1) E questo potrebbe essere interessante per le persone che vogliono perdere un po’ di grasso corporeo. Il tessuto adiposo bruno viene così definito per la sua colorazione bruna data dall’elevata presenza di ferro associato ai citocromi presenti nei mitocondri. Le cellule del tessuto adiposo bruno non solo stoccano il grasso, ma lo “bruciano” e lo trasformano in calore.
I ricercatori per lo svolgimento dello studio hanno reclutato 22 studenti di sesso femminile per un periodo di 12 settimane. Hanno somministrato a metà degli studenti 540mg di catechine e 80mg di caffeina ogni giorno e l’altra metà un placebo con una piccola quantità di caffeina. E no, i ricercatori non sono stati sponsorizzati da un produttore.
I ricercatori descrivono le catechine come “catechina, catechina gallato, gallocatechina, gallocatechina gallato, epicatechina, epicatechina gallato, epigallocatechina e epigallocatechina gallato”. La quantità di catechine e caffeina utilizzate in questo studio è tale a quella che si troverebbe in due tazze di tè verde o bianco.
Durante l’esperimento i ricercatori hanno utilizzato la spettroscopia a tempo ridotto a infrarossi per misurare la quantità di emoglobina nei depositi adiposi nella zona delle spalle delle studentesse. In questo modo i ricercatori possono determinare la quantità di tessuto adiposo composto da grasso bruno. Le cellule di grasso bruno bruciano acidi grassi, per cui hanno bisogno di ossigeno, così il tessuto adiposo bruno contiene più emoglobina rispetto al tessuto adiposo bianco.
Gli esseri umani nascono con grandi quantità di grasso bruno nella pare superiore del corpo, ma perdono gran parte di esso durante la crescita. Studi recenti hanno dimostrato che la quantità di grasso bruno aumenta di nuovo quando le persone sono esposte al freddo e, in misura minore, quando sono esposte a diverse sostanze. La manipolazione del grasso bruno, come si verifica durante una dieta efficace, non è ancora chiara.
Le catechine hanno aumentato la quantità di tessuto adiposo bruno del 18% nell’area del corpo esaminata dai ricercatori.
I ricercatori non hanno indagato se i partecipanti al gruppo sperimentale hanno effettivamente prodotto più calore o hanno cominciato a bruciare più grassi.
I ricercatori scrivono che i loro risultati indicano che l’ingestione ripetuta di una bevanda ricca di catechine aumenta la densità dei tessuti adiposi bruni valutati mediante un metodo di spettroscopia a infrarossi. Sebbene il grado di aumento della massa del tessuto adiposo marrone fosse più piccola rispetto ai precedenti studi con esposizione al freddo, il risultato di questo studio amplia la scelta dei metodi per aumentare l’attività / massa del tessuto adiposo bruno.
I ricercatori affermano inoltre che l’assunzione quotidiana di una bevanda ricca di catechina può essere utile come trattamento efficace, più facile e più conveniente rispetto all’esposizione cronica al freddo per l’aumento del tessuto adiposo bruno.
I lamponi contengono una sostanza che somiglia alla Sinefrina. I chimici la chiamano 4- (4-idrossifenil) butan-2-one; nel linguaggio comune si chiama Chetone del lampone. Secondo i ricercatori della giapponenese Ehime University e l’azienda Kanebo, il composto stimola la combustione dei grassi. Almeno, sembra farlo nei topi. (1)
Come ben sappiamo, il Chetone del lampone è già presente nel mercato degli integratori. E’ la AMP2, AMP,il notorio successore del Ergopharm. Fornitore di materie prime che vende il composto come standard Razberi-K. È anche contenuto negli integratori dimagranti come il Lipofuze, che secondo l’americano HealthNews.com americano è il miglior integratore dimagrante venduto al momento. (2)
Nel Spectraforce Research Liquibolics Razberi-K, il chetone del lampone è in realtà l’unico ingrediente attivo.
Nel 2005 i ricercatori giapponesi hanno pubblicato i risultati di uno studio su animali che ha dimostrato che il chetone del lampone favorisce la perdita di peso. I ricercatori hanno realizzato lo studio a causa della somiglianza tra la formula di struttura del chetone del lampone e quella della Sinefrina, Adrenalina e Efedrina.
I ricercatori hanno somministrato ad un gruppo di topi alimenti contenenti grandi quantità di grasso per sei settimane [HFD]. Una volta che gli animali si erano abituati al grasso, i topi “HFD” hanno messo rapidamente peso. Questo, ovviamente, non è accaduto per i topi che sono stati alimentati con cibo ordinario [ND]. E nei topi “HFD” hai quali era stato somministrato anche l’1% di chetone del lampone nella loro dieta, l’aumento del peso corporeo era inferiore.
L’aggiunta del chetone del lampone ha portato ad una riduzione della crescita del tessuto adiposo.
I ricercatori fecero esperimenti con cellule del grasso bianco per misurare la quantità di acidi grassi rilasciati in funzione della concentrazione di glicerolo nella provetta. Maggiore è la concentrazione di glicerolo, maggiore è il rilascio di acidi grassi immagazzinati nelle cellule adipose.
Se le cellule adipose non sono state esposte alla noradrenalina, il chetone del lampone non ha mostrato alcun effetto. Quando sono state esposte alla noradrenalina, le cellule adipose hanno rilasciato più acidi grassi in base alla concentrazione del chetone del lampone. A quanto pare il chetone del lampone necessità nella noradrenalina per esplicare la sua azione.
I ricercatori hanno anche scoperto che il chetone del lampone non si lega ai recettori beta-adrenergici nelle cellule adipose.
Il chetone del lampone probabilmente funziona direttamente attraverso l’enzima lipasi ormone-sensibile. Questo enzima è attivato attraverso i recettori beta-adrenergici. I ricercatori hanno dimostrato che, a seguito della somministrazione del chetone del lampone, più lipasi ormone-sensibile viene indirizzato alle vescicole in cui le cellule adipose accumulano gli acidi grassi. L’enzima lipasi ormone-sensibile fa in modo che le cellule adipose rilascino gli acidi grassi.
Tra l’altro, non pensiamo che il chetone del lampone contenuto negli integratori dimagranti venga da lamponi reali. L’industria cosmetica e alimentare ha utilizzato questa sostanza per anni come colorante e insaporire. Ci sono bioreattori che producono il composto a buon mercato.
Come ben sappiamo, il DNP [2,4-dinitrofenolo o α-dinitrofenolo] è un nitrocomposto derivato del fenolo il quale rientra nella categoria dei disaccoppianti chimici. Famoso in ambito culturistico per la sua potente azione “brucia grassi”, il DNP deve il suo grande potenziale alla sua capacità di interferire con il processo cellulare della sintesi dell’ATP: l’ATP è la fonte di energia fondamentale per la cellula e tutte le sostanze nutritive che producono energia, compresi i carboidrati, alla fine sono convertiti in ATP. Dal momento che la cellula non può sintetizzare con efficienza l’ATP in presenza di una sostanza disaccoppiante come il DNP, essa deve ricorrere ad un altro substrato energetico per ricavare le calorie necessarie per continuare la produzione di ATP: i grassi.
Nonostante l’enorme potenziale del DNP, con la sua capacità di aumentare il metabolismo a riposo del 50%, esso è risultato un composto con un esiguo margine di sicurezza tra “dose efficace” e “dose letale”, questo ha spinto atleti e ricercatori a dover trovare un sostituto che desse risultati simili ma con un margine di sicurezza più ampio; il primo ad emergere fu l’Acido Usnico.
Acido Usnico
L’Acido Usnico è un derivato del dibenzofurano naturalmente presente in alcune specie di licheni, è stato isolato dallo scienziato tedesco Wilhelm Knop nel 1844(1) e la prima sintesi risale agli anni 1933-1937 ad opera di Curd e Robertson.(2)
L’Acido Usnico è stato identificato in molti generi di licheni tra cui Usnea barbata, Cladonia, Lecanora, Ramalina, Evernia, Parmelia e Alectoria, esso possiede una vasta gamma di interessanti proprietà biologiche. Si tratta di un potente antibiotico efficace contro i batteri Gram-positivi, inclusi Staphylococcus, Streptococcus ed altri batteri come il Mycobacterium tuberculosis, agisce anche contro alcuni funghi patogeni e sembra possedere anche attività antivirale, antiprotozoaria, antimicotica, anti-infiammatoria ed analgesica.
Nel corso di ricerche preliminari, è stato verificato che l’Acido Usnico svolge azione adrenergica nei modelli di giunzione nervosa sia di rana sia di lombrico (3). L’Acido Usnico possiede anche altre caratteristiche, come l’assorbimento delle radiazioni ultraviolette, proprietà di conservazione, proprietà di inibizione della crescita batterica, agisce anche come antierbivoro ed antiparassitario nonché come insettifugo.
L’acido Usnico viene utilizzato come ingrediente di creme, polveri, dentifrici, collutori, deodoranti, shampoo per capelli e prodotti per la protezione solare. In alcuni di questi preparati, la molecola viene impiegata come principio attivo, in altri come conservante.
Ciò che interessa maggiormente l’”atleta medio” è il potenziale dimagrante dell’Acido Usnico che, con il suo sale usnato di sodio, viene commercializzato negli Stati Uniti ed in molti paesi europei come sostanza naturale utile a questo scopo, spesso è l’ingrediente di alcuni integratori alimentari proposti per la riduzione del peso corporeo, anche se questa indicazione non è supportata da solide prove scientifiche. Questi integratori, quando vengono assunti secondo le istruzioni riportate sull’etichetta, sono in grado di fornire dosi orali giornaliere tra i 10mg e 1.350 mg, per i soggetti adulti.
L’Acido Usnico era un ingrediente di un prodotto chiamato Lipokinetix, commercializzato negli Stati Uniti dalla società farmaceutica Syntrax Innovations, per indurre la perdita di peso attraverso l’aumento del metabolismo basale. Lipokinetix nel novembre 2001 è stato oggetto di un avvertimento della Food and Drug Administration (FDA) negli Stati Uniti, a causa della sua potenziale epatotossicità. La FDA riportava che la tossicità epatica era stata riscontrata in soggetti giovani, di età compresa tra i 20 ed i 32 anni, e che non era stato possibile identificare alcuna altra possibile causa di tossicità. In tutti i casi, inoltre, non sembrava vi fossero preesistenti condizioni mediche che avrebbero potuto predisporre questi consumatori alla tossicità epatica.
I primi segni di epatotossicità, sempre stando alla “dear doctor letter” della FDA, vennero osservati a distanza di 2 settimane – 3 mesi dall’assunzione di Lipokinetix (4). Anche se il Lipokinetix, oltre all’Acido Usnico, conteneva norefedrina (conosciuta anche come PPA, fenilpropanolamina), caffeina, yohimbina e diiodotironina (T2), in letteratura medica sono riportati diversi casi nei quali un’assunzione orale giornaliera di 300–1350 mg in un periodo di alcune settimane ha portato gli utilizzatori a sviluppare una grave epatotossicità. L’Acido Usnico è stato associato a numerosi casi di epatite acuta, talvolta fulminante, in alcuni casi esitata anche in trapianto di fegato.(5-10)
Sembra inoltre che la tossicità della sostanza possa essere incrementata dalla contemporanea assunzione di inibitori del citocromo P450, deputato al suo metabolismo. Inoltre, l’Acido Usnico non ha dimostrato nella pratica la stessa efficacia attribuibile al DNP, cosa che, sommata all’epatotossicità della sostanza, non fa di questo composto un sostituto accettabile del 2,4dinitrofenolo.
Esiste un’altra sostanza candidata a “sostituto” del DNP, l’Acido Anacardico.
Acido Anacardico
L’Acido Anacardico è una miscela di sostanze organiche naturali presenti, per 80-85%, nell’olio di gusci di anacardo, è un liquido giallo parzialmente miscibile in alcool ed etere, ma quasi immiscibile in acqua. Chimicamente, l’Acido Anacardico è una miscela di diversi composti organici strettamente correlati, ciascuno costituito da un acido salicilico sostituito con una catena alchilica che ha 15 o 17 atomi di carbonio, il gruppo alchilico può essere saturo o insaturo. La composizione della miscela dipende dalla specie della pianta.
L’Acido Anacardico, isolato dai gusci di anacardio o da diverse altre piante medicinali, è il nome generico dato a una famiglia di quattro diversi acidi salicilici 6-alchilici aventi diversi gradi di insaturazione nella catena alchilica 15-carbonio.(11) Questi composti sono associati ad azioni anti-infiammatorie, antitumorali, molluschicide, e attività antimicrobiche. In letteratura di frequente viene dato il nome Acido Anacardico al composto completamente saturo (acido 6-pentadecilsilico), ed è proprio questa variante ad essere stata analizzata in laboratorio mettendo a confronto la sua azione cellulare con quella del DNP.
Nel 2000 Masaaki Toyomizu pubblicò uno studio nel quale analizzava le proprietà dell’Acido Anacardico, uno dei composti presi in esame era, appunto, l’Acido 6-pentadecilsilico.(12) Toyomizu estrasse mitocondri dalle cellule del fegato di ratto e ne espose alcuni al DNP e altri all’Acido 6pentadecilsilico, scoprì che entrambe le sostanze avevano effetti simili, avevano ridotto l’ADP: il rapporto di ossigeno e il rapporto di controllo respiratorio [RCR]. Entrambe le molecole portarono inoltre il materiale mitocondriale nella fase di stato 4, come viene chiamata dai biologi molecolari.
In breve, come risultato dell’azione di entrambi i composti, i mitocondri iniziarono a bruciare più energia, diventando meno efficienti nell’utilizzarla, erano meno capaci di immagazzinare la forma di fosfati energetici.
I ricercatori giapponesi erano entusiasti della loro scoperta, in quanto, apparentemente, avevano scoperto un nuovo aiuto dimagrante naturale.
«Alcuni agenti disaccoppianti sono stati usati in passato per trattare l’obesità abbassando l’efficienza della produzione di ATP […] questi agenti si sono rivelati estremamente tossici, e comunque il loro uso è stato da tempo interrotto. […] Si noti che l’acido anacardico è uno dei prodotti naturali trovati non solo nell’olio del guscio di noce di anacardio ma anche nel succo della frutta a guscio, che sono state a lungo consumate da quante più persone come cibo e come bevande»
Comunque sia, anche nella valutazione dell’Acido Anacardico non ci si può sbilanciare per via della mancanza di lavori scientifici mirati allo studio degli effetti fisiologici di una possibile supplementazione con questo composto.
In definitiva, bisogna contestualizzare sempre l’uso di una data molecola, anche se parliamo di DNP; quindi, se esiste un reale “bisogno” o se si tratta di semplice e superficiale spinta psicologica. Se si tratta della seconda situazione, qualsiasi composto volto alla perdita di grasso risulterà una cattiva scelta.
Gabriel Bellizzi
Riferimenti scientifici
1. Knop W., Chemisch-physiologische Untersuchung uber die Flechten. Justus Liebigs Annalen der Chemie Volume 49, Issue 2, pages 103–124, 1844
2. Robertson&Curd. J. Chem. Soc. 1173 (1933)
3. Harris N. J., Honors Thesis, Clark University, Worcester, Massachusetts. 1961
4. Lipokinetix Dear Healthcare Professional Letter – Nov 2001.
5. Durazo et al., Fulminant liver failure due to usnic acid for weight loss. Am J Gastroenterol. 2004 May;99(5):950-2.
6. Neff et al., Severe hepatotoxicity associated with the use of weight loss diet supplements containing mahuang or usnic acid. J Hepatol. 2004 Dec;41(6):1062-4.
7. Hsu et al., ‘Fat burner’ herb, usnic acid, induced acute hepatitis in a family. J Gastroenterol Hepatol. 2005 Jul;20(7):1138-9.
8. Sanchez et al., Severe hepatotoxicity associated with use of a dietary supplement containing usnic acid. Mayo Clin Proc. 2006 Apr;81(4):541-4.
9. Foti et al., Metabolism and related human risk factors for hepatic damage by usnic acid containing nutritional supplements. Xenobiotica. 2008 Mar;38(3):264-80.
10. Yellapu et al., Acute liver failure caused by ‘fat burners’ and dietary supplements: a case report and literature review. Can J Gastroenterol. 2011 Mar;25(3):157-60.
11. Satoh et al., Synthesis of anacardic acids utilizing an annelation reaction of isoxazoles with ethyl acetoacetate. Chem Pharm Bull. 1998 Oct;46(10) 1501-1505.
12. Toyomizu et al., Uncoupling effect of anacardic acids from cashew nut shell oil on oxidative phosphorylation of rat liver mitochondria. Life Sciences. 2000;66(3):229-34.
Il 2,4-dinitrofenolo (o α-dinitrofenolo o DNP) è un nitrocomposto derivato del fenolo.
Esso rientra nella categoria dei disaccoppianti chimici, acidi deboli idrofobici e ionofori, che permettono il flusso di elettroni nella catena respiratoria senza che venga prodotto ATP, fonte energetica essenziale per la vita.
A temperatura ambiente si presenta come un solido giallo chiaro inodore. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.
Ed è proprio la sua estrema efficacia nell’aumento del metabolismo a rendere il DNP uno dei composti per la perdita di grasso più potenti ed efficaci (e pericolosi, ovviamente).
Il DNP interferisce con il processo cellulare della sintesi dell’ATP.
L’ATP è la fonte di energia immediata per la cellula e tutte le sostanze nutritive che producono energia, compresi i carboidrati, alla fine sono convertiti in ATP. Dal momento che la cellula non può sintetizzare con efficienza l’ATP in presenza di una sostanza disaccoppiante come il DNP, deve ricorrere ad un’altra fonte immediata di energia per avere le calorie necessarie a continuare la produzione di ATP: ai grassi. Il corpo inizia a bruciare i grassi come se fossero ceppi gettati tra le fiamme.
Spesso si dice che l’uso del DNP tra i Bodybuilder sia stato suggerito dallo scomparso Dan Duchaine, collaboratore di IRONMAN che conosceva ampiamente i prodotti ergogeni. Anche se fu Dan a discutere l’impiego del DNP nelle diete dimagranti, non è stato certo il primo ad esplorarne i possibili utilizzi. L’effetto dei farmaci a base di DNP venne osservato inizialmente nel 1885 quando gli scienziati notarono gli effetti termogeni di una sostanza derivata dal catrame di carbon fossile, il giallo marte, un colorante alimentare. L’idea di usare il DNP come farmaco dimagrante venne osservando gli effetti della sostanza su operai francesi che lavoravano alla costruzione delle munizioni e che producevano l’esplosivo durante la 1ª Guerra Mondiale partendo da una miscela con il 40% di DNP e il 60% di TNP. Il DNP passava attraverso la pelle degli operai facendoli dimagrire rapidamente.
Osservato questo effetto si condussero studi sugli animali e venne riscontrato che il DNP aumentava potentemente la re spirazione cellulare portando ad un rapido innalzamento della temperatura corporea.
Quando negli animali si aumentavano le dosi di DNP, morivano in breve tempo perché le cellule erano letteralmente cotte al loro interno. Si osservò anche che gli animali passavano subito al rigor mortis, un irrigidimento del corpo dovuto alla perdita di ATP muscolare nei tessuti. Solitamente quell’effetto si verifica dopo 4-6 ore dal decesso, quindi i ricercatori conclusero che le dosi elevate di DNP avevano esaurito tutte le scorte di ATP negli animali.
Nonostante il destino degli sfortunati animali al quale era stato somministrato il DNP, gli scienziati della Stanford University di Palo Alto, in California, vi scorsero un certo potenziale per la cura dell’obesità (una volta che si sarebbero determinate le dosi terapeut iche corrette). Così nei primi anni Trenta del XX secolo iniziarono a sperimentare con il DNP in soggetti obesi.
Altri ricercatori combinarono il DNP con gli ormoni tiroidei, i quali controllano il metabolismo delle cellule. Determinare le dosi di DNP che non si sarebbero rivelate pericolose fu un’impresa ardua, benché le ricerche fossero ampie. Il DNP ha un margine di sicurezza molto ridotto ed ogni soggetto può rispondere in maniera del tutto diversa, ossia alcuni possono tollerare dosi più elevate mentre altri hanno effetti collaterali piuttosto importanti anche con dosi ridotte.
Valido per tutti i soggetti era senza dubbio il fatto che il DNP aumentava il metabolismo a riposo in media dell’11% per ogni aumento della dose pari a 0,1 mg.
Gli studi mostrarono che la maggioranza dei soggetti tollerava bene dosi fino a 5 mg, per ogni chilogrammo di peso corporeo. Durante l’assunzione venivano riferite però vampate di calore e un aumento della sudorazione. Con una dose pari a 5-10 mg per chilogrammo di peso corporeo si è avuta una notevole sudorazione, ma senza che si sia oggettivamente elevata la temperatura corporea o accelerato il battito cardiaco. A 10 mg il battito cardiaco aumentava, come anche la frequenza della respirazione, e la temperatura corporea saliva verso valori pericolosi.
In base a quelle ricerche mediche svolte nel periodo storico della Grande Depressione, la dose terapeutica corretta per il DNP venne fissata sui 3-5 mg per ogni chilogrammo di peso corporeo. Quell’intervallo di valori permetteva un incremento del metabolismo basale del 20-30% dopo un’ora dall’assunzione. Il metabolismo rimaneva elevato per 24 ore, poi iniziava a scendere gradualmente. Assumendo il DNP quotidianamente si aveva un incremento pari al 40% del metabolismo basale e lo si poteva mantenere elevato per 10 settimane.
Anche se nessuno dei soggetti che assumeva il DNP nei primi studi aveva tentato di seguire una qualche dieta, avevano perso molto peso. Uno studio mostrò che su 170 persone curate con il DNP si aveva una perdita media di 7,8 kg, ossia 640 g la settimana.
Poiché il DNP non promuove direttamente il catabolismo muscolare, la conclusione fu che la perdita di peso consisteva soprattutto di grasso corporeo.
Comunque il DNP faceva venire un edema, ossia ritenzione idrica, e ciò comportava un effetto interessante.
Alcuni soggetti che assumevano il DNP dopo un certo tempo non riuscivano più a perdere peso nonostante il metabolismo continuasse a salire, ma quando ne interruppero l’uso il peso calò rapidamente. Smettendo l’assunzione del DNP, avevano perso la ritenzione idrica e si era reso evidente il dimagrimento, prima mascherato dal gonfiore.
Nonostante il notevole incremento del metabolismo dovuto all’assunzione del DNP, i ricercatori riscontrarono alcune complicazioni cardiovascolari. Non soltanto il DNP non stimola eccessivamente l’apparato cardiovascolare ma addirittura abbassa la pressione sanguigna se elevata. Gli studi attestano una riduzione media del 9,4% della pressione diastolica e del 12,6% della pressione sistolica in 30 persone già ipertese che hanno assunto il DNP. I diabetici che assumono il DNP presentano un incremento della resistenza al glucosio.
L’apparente successo – e la presunta sicurezza – del DNP se assunto alle corrette dosi terapeutiche portò alla sua diffusione come uno dei principali farmaci dimagranti. Purtroppo molti medici che lo prescrissero nei primi tempi non erano molto consapevoli del suo stretto margine di sicurezza. Un altro problema fu che con l’aumentare della sua popolarità, il DNP iniziò a comparire in vari preparati dimagranti distribuiti senza ricetta medica. Si stima che entro il 1934 lo avessero usato 100.000 persone.
Oggi molti Bodybuilder ritengono che il DNP non sia poi tanto pericoloso e che gli effetti collaterali riferiti siano stati esagerati. Si pensava alla stessa maniera negli anni Trenta, quando l’uso del DNP era tanto diffuso. A quel tempo ci furono svariati casi di consumatori non accorti, probabilmente non al corrente della dose corretta, che si erano letteralmente cotti all’interno facendo arrivare il proprio metabolismo a valori incontrollabili prendendo troppo DNP. Chi difendeva il DNP osservò che quei casi sfortunati erano comunque pochi rispetto al grosso numero di persone che usava il farmaco.
Comunque rilevarono alcuni aspetti problematici dell’uso del DNP. Circa il 7% dei consumatori aveva avuto forti rash cutanei. Inoltre pareva che il DNP riducesse i globuli bianchi necessari per contrastare le infezioni e l’inizio delle forme tumorali. Nel 1935 iniziò il declino del DNP come cura dimagrante perché vennero alla luce vari casi di donne che assumendolo si erano ri trovate con la cataratta. La Food and Drug Administration prese nota di quei casi e lo tolse dal mercato nel 1938.
Anche se il DNP in un certo senso venne relegato nel limbo dei farmaci dimagranti, non scomparve del tutto. Continuò ad essere usato per varie applicazioni industriali e mediche. È tuttora una delle sostanze citotossiche preferite per gli studi in vitro, ossia su cellule. Gli scienziati lo prediligono perché è una ottima sostanza tossica per distruggere le cellule ed accedere alla loro attività interna. Nell’industria il DNP è impiegato per la lavorazione delle vernici, come conservante per il legno e come insetticida, da qui nel bodybuilding qualcuno lo ha scherzosamente definito “la dieta dell’insetticida”. Alcuni nomi commerciali del DNP sono Caswell No. 32, Suldo Black B., Nitro Kleenup e Maroxol-50.
Nei primi anni Ottanta del XX secolo il DNP emerse di nuovo come farmaco dimagrante per i Bodybuilder e venne venduto con il nome di Hexalon. Molti professionisti d’élite di quel periodo lo usavano e quasi tutti riferivano potenti effetti dimagranti e di definizione muscolare. I fornitori del DNP avvertivano i potenziali clienti che li avrebbe fatti sentire “come con l’influenza” e ammonivano a non superare le dosi consigliate, sull’eco delle raccomandazioni dei dottori degli anni Trenta. Eppure alcuni Bodybuilder ebbero comunque dei problemi, soprattutto usandolo nel lungo termine. Questo non ci sorprende considerando che i resoconti che abbiamo indicano che alcune persone che lo avevano usato nel passato per molto tempo erano morte con una dose relativamente ridotta pari a 1-4 mg per chilogrammo di peso corporeo. La dose letale stabilita per il DNP è 14-43 mg per chilogrammo di peso corporeo – proprio poco al di sopra della dose terapeutica consigliata.
Nonostante i pericoli associati al DNP, il concetto di indurre un dimagrimento per mezzo di un meccanismo di disaccoppiamento cellulare rimane affascinante. Questo è stato vero soprattutto da quando vennero scoperte le proteine native del disaccoppiamento cellulare. Le proteine del disaccoppiamento cellulare agiscono come il DNP ma in modo molto più controllato. In definitiva il DNP non è una sostanza “per tutti”, solamente atleti con grande competenza ed esperienza alle spalle possono usarlo con un relativo margine di sicurezza per brevi periodi di tempo: generalmente 10 giorni. Alcuni di questi atleti hanno ingerito la dose di 5mg/Kg come prima cosa al mattino. Altri invece hanno suddiviso la dose in 2-5 porzioni uguali. Il DNP ha causato anche un incremento dei recettori degli androgeni. Gli utilizzatori hanno sperimentato crampi e strappi muscolari dovuti all’interferenza del DNP con la risintesi dell’ATP e altri fattori.
Comunque, il dosaggio minimo utile di DNP si attesta a 100mg (con un aumento del metabolismo basale di circa il 10%), anche se la dose minima maggiormente usata è di 200 mg / die, con un massimo di 400 mg /die. Alcuni, tuttavia, arrivano alla dose di 600 mg / die.
Il metodo di dosaggio utile più “sicuro” rimane quello che contempla l’uso di 2-4 mg (milligrammi) per 1 chilogrammo (kg) di peso corporeo. Pertanto, un atleta di 100 kg assumerebbe giornalmente una dose tra i 200 ed i 400 mg di DNP. 100kg x 2mg = 200mg.
Un esempio di programma con DNP per un atleta di 100Kg potrebbe essere il seguente:
◾Giorno 1-4: 200mg al giorno
◾Giorno 5-8: 250mg al giorno
◾Giorno 9-14: 300mg al giorno
Una percentuale molto consistente di individui, forse fino al 10%, sono allergici al DNP. Un utilizzatore alle prime armi con il DNP dovrebbe quindi utilizzare non più di 100-200 mg / die per i primi due giorni, per valutare la tolleranza.
La durata di utilizzo è spesso solo circa 2 settimane, un tempo sufficiente per vedere notevoli effetti sulla riduzione del grasso corporeo.
La componente alimentare quando si parla di DNP non è così trascurabile come si possa pensare. L’uso del DNP richiede un consumo di carboidrati controllato evitando dosi troppo basse che condurrebbero ad inevitabili “crash” energetici. In nessun modo dovrebbe essere seguita una dieta chetogenica. In media, il dosaggio di carboidrati e proteine nella dieta durante un ciclo di DNP dovrebbe attestarsi a 2g Carboidrati X Kg di peso corporeo e 4g di Proteine X kg di peso corporeo. Un eccesso di carboidrati non farà altro che aumentare la temperatura corporea con conseguente aumento dei rischi di incappare in danni fisici dovuti alle alte temperature.
Le calorie giornaliere non dovrebbero essere al di sotto della soglia di mantenimento, e spesso posso eccedere di molto questa soglia, a causa dell’aumento dell’appetito (specie verso i carboidrati).
Durante l’uso di DNP, non è possibile svolgere allenamenti intensi. Solitamente, durante il periodo di utilizzo del DNP, viene svolto un allenamento con i pesi leggero (in buffer).
Con l’uso del DNP viene generalmente aggiunta un integrazione di Vitamina E e C, Coenzima Q10, Glicerolo, Taurina e Glutammina.
Gli effetti collaterali riscontrabili con il DNP sono:
Intensa sudorazione
Fluidi corporei gialli
Forte disidratazione
Deplezione degli elettroliti
Crampi
Riduzione del T3
Edema
Respiro corto
Problemi alla vista
Aumento dell’appetito
Calo dei livelli di zucchero nel sangue
Coma e decesso (con dosi elevate)
E ‘fondamentale mantenersi adeguatamente idratati (almeno 4lt d’acqua al giorno) durante l’uso di DNP. E’ raccomandato l’uso giornaliero di un multivitaminico/multiminerale , come il monitoraggio del colore delle urine.
Nota importante: La disidratazione e l’esaurimento degli elettroliti è un problema serio con l’utilizzo di DNP; quindi è consigliata una supplementazione di Potassio, Magnesio, e Calcio. È necessario ricostituire i livelli di elettroliti quotidianamente.
L’aggiunta di una dose fisiologica di T3 (Liotironina Sodica) alla preparazione diventa una necessità durante l’uso di DNP.
*La temperatura corporea dovrebbe essere monitorata regolarmente con l’uso di DNP.
Gabriel Bellizzi
Bibliografia
Magne, H., et al. (1932). Studies on the action of dinitrophenol 1-2-4. Ann Physiol Physicochem Biol. 8:1-167.
Tainter, M.L., et al. (1932). Dinitrophenol in the treatment of obesity: final report. JAMA. 101:322-336.
Simkins, S., et al. (1937). Dinitrophenol and desiccated thyroid in the treatment of obesity, a comprehensive clinical and laboratory study. JAMA. 108:2110-2118.
Cutting, W.C., et al. (1933). Actions and uses of dinitrophenol: promising metabolic applications. JAMA. 101:193-195.
SR9009 noto anche come Stenabolic è un farmaco sperimentale che è stato sviluppato dal professor Thomas Burris dello Scripps Research Institute come un agonista dei Rev-Erba (cioè, aumenta la repressione costitutiva dei geni regolati da parte dei Rev-Erba) [1] con una mezza massima concentrazione inibente (IC50) = 670 nm per Rev-ErbAα e IC50 = 800 nm per Rev-ErbAβ. (2)
L’attivazionedel Rev-erb-alfa nei topi ai quali era stato somministrato SR9009 ha aumentato la capacità di esercizio negli animali aumentando i mitocondri nel muscolo scheletrico. (3)
Quindi, Stenabolic (SR9009) è un ligando del Rev-erba. Ciò significa che SR9009 si lega a questa proteina e la rende più attiva. Di conseguenza, l’utilizzatore può sperimentare diversi effetti positivi, come l’aumento della perdita di grasso, una maggiore resistenza, e molti altri benefici per la salute. È interessante notare che si tratta di uno dei più recenti progressi della farmacologia, ma sta già diventando sempre più popolarità tra gli atleti di tutto il mondo. Pertanto, in questo articolo parlerò di ciò che è SR9009, come funziona, e tutti i possibili vantaggi che può offrire all’utilizzatore.
Come già precedentemente accennato, il composto che qui andiamo a trattare, conosciuto anche come Stenabolic, è stato sviluppato dalla Scripps Research Institute sotto la direzione del professor Thomas Burris.
Rev-Erb Alpha
Come già accennato, SR9009 è un composto sintetico ligando del Rev-Erb, che viene assunto per via orale. Questo è un composto molto particolare. Stimolando la proteina Rev-Erb, SR9009 ha la capacità di influenzare notevolmente molti meccanismi di regolazione nel corpo umano. Per esempio, può interessare i ritmi circadiani, il metabolismo lipidico e glucidico, l’immagazzinamento del grasso nelle cellule, così come le cellule mononucleate tissutali macrofagi. Quindi, lo Stenabolic può permettere all’utilizzatore di perdere grasso e aumentare drasticamente la resistenza, entrambe qualità altamente desiderabili per un atleta.
Legandosi e attivando la proteina Rev-Erb, lo Stenabolic innesca una vasta gamma di processi nel corpo. Il più importante è l’aumento del numero dei mitocondri nei muscoli e, di conseguenza, un metabolismo accelerato.
Come conseguenza dell’aumento del numero dei mitocondri nei muscoli, l’utilizzatore noterà un drastico miglioramento della resistenza e della forza muscolare. Infatti, i topi ai quali durante gli studi è stato somministro SR9009 hanno mostrato un aumento della resistenza del 50%, calcolata sia in termini di distanza che di tempo. Ciò è possibile grazie al fatto che i mitocondri sono le “centrali energetiche” delle cellule nel corpo. Inoltre, grazie all’aumento del numero dei macrofagi, i mitocondri difettosi vengono rimossi dai muscoli e sostituiti con quelli nuovi.
Inoltre, la variazione dei tassi metabolici aumenta il dispendio energetico del 5% anche quando l’utilizzatore è a riposo; di conseguenza, SR9009 permette di bruciare le calorie in eccesso evitando così che esse vengano convertite in grasso. Questo, unito con un miglior metabolismo glucidico, aiuta a utilizzare i grassi a scopo energetico in modo efficace, il che rende lo stato del corpo come se fosse in un costante stato di esercizio. A conferma di ciò, possiamo vedere che secondo gli studi, l’attivazione della proteina Rev-Erb da parte dello Stenabolic porta a:
“…. diminuzione della lipogenesi e della sintesi del colesterolo/acidi biliari nel fegato, aumento dell’ossidazione dei lipidi e del glucosio nel muscolo scheletrico, e diminuzione della sintesi dei trigliceridi e stoccaggio nel WAT.” (4)
Ciò significa che è immagazzinato meno grasso, che è sintetizzato meno colesterolo nel fegato, e che più grasso e glucosio vengono utilizzati a scopo energetico nei muscoli.
Tuttavia, questi non sono gli unici effetti positivi sulla salute osservati con lo Stenabolic. Infatti, negli studi condotti con questo composto è stato accertato che esso diminuisce:
Trigliceridi plasmatici del 12%
Colesterolo totale del 47%
Acidi grassi non esterificati plasmatici del 23%
Glucosio plasmatico del 19%
Livelli di Insulina plasmatica del 35%
Se ciò non bastasse, è utile ricordare che SR9009 ha mostrato di diminuire la citochina proinfiammatoria IL-6 del 72%, cosa che risulta molto utile per la riduzione delle infiammazioni.
Logicamente, con tanti effetti positivi, SR9009 potrà avere un utilizzo estremamente vario in medicina. Per esempio, la drastica riduzione dei trigliceridi e glucosio plasmatico sarà un grande aiuto nel trattamento del diabete di tipo 2. Lo Stenabolic potrà essere un elemento cruciale nel trattamento della sarcopenia – perdita di massa muscolare e di forza causata dall’invecchiamento.
Inoltre, SR9009 consentirà ai medici di trattare l’obesità in coloro che per ragioni mediche non possono allenarsiné svolgere gli esercizi, come sostituto all’esercizio stesso. Infine, è molto difficile sovrastimare la sua efficacia nel trattamento di condizioni correlate al colesterolo o alla sindromi metaboliche.
Non c’è bisogno di essere un genio per comprendere tutte le possibilità che SR9009 spuò fornire ad un atleta – elevata resistenza e forza, perdita di grasso, ipertrofia muscolare (crescita), miglioramento dei livelli di colesterolo e di glucosio nel sangue, e un aumento del metabolismo. Quindi, ci si può aspettare risultati simili a quelli osservati con la Cardarine (GW-501.516), ma con più benefici. Inoltre, dal momento che lo Stenabolic potrà essere usato da solo o in combinazione con altri composti, sarà un ottima aggiunta a qualsiasi ciclo di AAS o SARM, e potrà dare risultati particolarmente impressionanti quando usato insieme alla Cardarine.
Tutto sommato, lo Stenabolic permette all’atleta di fare di più cardio-training, di sollevare più peso, di perdere più grasso, di aumentare la massa muscolare, e migliorare i livelli di colesterolo ecc… . La gestione del colesterolo e il miglioramenti della resistenza sono fattori molto importanti quando si utilizza SR9009 in combinazione con AAS come Oxandrolone o Trenbolone.
I dosaggi ottimali variano da 20 a 30 milligrammi (mg) al giorno. Tuttavia, vi è uno svantaggio – a causa di una breve emivita, sarà necessario dividere la dose in più assunzioni giornaliere. Così, è meglio assumere lo Stenabolic ogni 2-4 ore, a seconda del dosaggio esatto utilizzato. Ad esempio, quando la dose giornaliera è di 30 mg, si possono assumere 10 mg del composto ogni 4 ore.
Fino ad ora, il composto non ha mostrato effetti collaterali evidenti, quindi, in linea teorica potrebbe essere visto come un composto estremamente sicuro. Poiché lo Stenabolic non è un farmaco ormonale, non aromatizza in estrogeni e non causa nessun tipo di soppressione della produzione di testosterone endogeno. Inoltre, proprio come nel caso di altri SARM, SR9009 non presenta tossicità epatica, anche se si consiglia di usare un epatoprotettore di base quando lo si utilizza.
Lo Stenabolic può essere considerato un importante passo avanti nella farmacologia moderna, in quanto combina un numero incredibile di benefici per la salute. Eppure, sembra non mostrare effetti collaterali dei quali essere preoccupati (ricordiamoci comunque che si tratta di un composto sperimentale). Questo ligando del Rev-Erb potrà essere estremamente utile in medicina, ed è già utilizzato con successo nello sport per il miglioramento delle prestazioni.
Generalmente , l’atleta che segue protocolli chimici per il miglioramento delle prestazioni conosce due ormoni tiroidei commercializzati nella loro versione sintetica come farmaci; ovvero il T-3 (L-triiodotironina) e il T-4 (L-Tiroxina). Ma, qualcuno ancora non conosce un altro ormone tiroideo naturale chiamato T-2 (L-diiodotironina o 3,5-diiodoL-tironina / 3,3-diiodo-L-tironina) esso contiene due atomi di iodio. Questo ormone tiroideo è molto attivo ed è presente in alcuni alimenti come la carne di manzo (anche se dubito fortemente che la sua assunzione tramite il cibo riesca a produrre risultati evidenti). In molti paesi per acquistarlo non è necessaria la ricetta medica in quanto viene venduto come integratore alimentare da banco.
Dai recenti studi il T-2 sembra leggermente più efficace nell’ossidazione (consumo) dei grassi rispetto al T-4 e al T-3 assunti singolarmente e offre un maggiore effetto di salvaguardia delle proteine. Il T-2 stimola maggiormente i mitocondri cellulari (le centrali energetiche cellulari). Ciò significa che, a differenza del T-4 e del T-3, il T-2 tende meno ad attivare altre funzioni cellulari e tende maggiormente a concentrarsi sull’incremento del ritmo metabolico ovvero del dispendio energetico. L’esperienza di molti atleti intervistati ha mostrato un eccellente effetto sinergico fra T-2, norefedrina ed efedrina più caffeina (ciò riguardava gli atleti più avanzati).
Caratteristiche della molecola
Il T-2 incrementa il ritmo metabolico a riposo stimolando il dispendio energetico dei mitocondri dalle calorie (ricavate da grassi, proteine e carboidrati: la percentuale di ossidazione dipendeva fortemente dalla dieta, dall’allenamento e da altre sostanze cosomministrate). Il T-2 incrementa anche la produzione di adenilato ciclasi. L’ adenilato ciclasi è una sorta di “capo enzima” che influenza positivamente la maggior parte degli altri enzimi e ormoni brucia grassi e per la sintesi di nuovo tessuto muscolare. Per esempio, l’aumento dell’ adenilato ciclasi si traduce in un aumento del ritmo di produzione dell’AMP ciclico (cAMP) dall’ATP. Ciò costringe le cellule adipose a fornire le loro riserve affinché siano utilizzate come fonte per la produzione di energia. Il risultato è un incremento dell’ossidazione degli acidi grassi (grasso) e un effetto di salvaguardia delle proteine perché il grasso di deposito diventa il substrato preferito delle cellule muscolari.
La norefedrina e l’efedrina imitano e stimolano il rilascio degli ormoni surrenali noradrenalina e adrenalina. La noradrenalina incrementa il ritmo cardiaco e l’adrenalina stimola il metabolismo dei carboidrati che si traduce in un incremento del ritmo metabolico, del rilascio di acidi grassi dagli adipociti (cellule adipose/grasse) e dell’effetto di salvaguardia proteica. La caffeina serve semplicemente a prolungare l’effetto. Il lettore più attento avrà sicuramente capito che tutto ciò va a incrementare in maniera sinergica gli effetti del T-2 cosomministrato.
Il T-3 è circa cinque volte più attivo del T-4 e diverse ricerche hanno mostrato che il T-2 è più attivo del T-3. I pareri su questa affermazione sono discordanti tra gli stessi utilizzatori. Comunque, dato che il T-2 è venduto in diversi paesi come integratore alimentare da banco lo rende un alternativa relativamente sicura all’uso dei farmaci tiroidei classici T-4 e T-3 sintetici.
Per valutare l’efficacia complessiva c’è da prendere in considerazione anche la sinergia fra le molecole tiroidee quando si associano nelle adeguate proporzioni T-4, T-3 e T-2 che ne diminuisce le dosi necessarie. Con questo tecnica d’assunzione, alcuni atleti hanno sperimentato una riduzione del grasso più rapida e una migliore conservazione del tessuto magro.
La maggior parte degli utilizzatori di T-2 ha riscontrato un incremento del ritmo e dell’attività metabolica proporzionale alle dosi usate. Alla dose di 50mcg quattro volte al giorno (200mcg giornalieri totali), questa molecola è stata considerata eccezionalmente efficace per i soggetti che hanno un ritmo metabolico naturalmente più lento che comporta un accumulo dei grassi di deposito superiore al normale e un cattivo recupero post-allenamento. Altri hanno trovato l’assunzione di dosi più elevate necessario per accelerare il più velocemente possibile la riduzione del grasso corporeo. La maggior parte degli utilizzatori hanno riscontrato un recupero più rapido, un miglioramento del rapporto tra massa magra e grasso (effetto “Recomp”) e spesso un aumento della libido.
Il T-2 ha un emivita di 4-6 ore . A causa di questo breve periodo di attività , gli utilizzatori hanno diviso le dosi in 3-4 somministrazioni al giorno per mantenere costanti i livelli di T-2 circolante e il susseguente incremento del ritmo metabolico.
Le dosi alte e l’uso prolungato di T-2 possono creare un feedback ciclico negativo. Spesso il risultato è la stagnazione metabolica per 3-7 giorni dopo l’interruzione dell’assunzione della molecola: per contrastare questo effetto molti atleti assumono, cominciando anche 10-14 giorni prima dell’interruzione del protocollo, Gugulsteroni, Coleus Forskolii, L-Tirossina e Iodina.
Gli atleti hanno anche usato il T-2 dopo l’uso di AAS/PH/DS per evitare la stagnazione metabolica post-ciclo (50mg quattro volte al giorno).
In definitiva, abbiamo a disposizione una molecola tutto sommato facilmente reperibile, abbastanza sicura (sempre se le dosi somministrate siano ragionevoli), ed efficace specie nei periodi di “Cutting”.
Riferimenti:
Chemical muscle enhancement. Report. B.B. desk reference di Author L. Rea.
Triiodotironina (T3): caratteristiche ed azioni biologiche
La Triiodotironina (T3) è un ormone tiroideo, prodotto dalla ghiandola endocrinatiroide insieme alla tiroxina o prodotto per conversione di quest’ultima principalmente a livello epatico.
Contiene tre atomi di iodio ed è presente nel flusso sanguigno con una concentrazione di 80/180 ng/dl di sangue. Come già accennato, nei tessuti periferici la tiroxina viene trasformata in Triiodotironina.
Il processo di biosintesi della triiodotironina coinvolge i seguenti fenomeni:
Captazione attiva di ioduro tramite cotrasportatori di membrana della cellula follicolare tiroidea, direzionamento dello ioduro al lato apicale della cellula e trasporto attraverso la membrana apicale in direzione del lume follicolare
Ossidazione dello ioduro nel lume follicolare
Iodazione dei residui tirosile della molecola della tireoglobulina, con la formazione di iodotirosine
Accoppiamento ossidativo di due iodotirosine, producendo iodotironine ancora legate alla tireoglobulina.
La tiroide capta lo ioduro circolante tramite un processo attivo che richiede energia. Questo processo di captazione è realizzato dalla proteina NIS (Sodium Iodide Symporter), che utilizza l’energia elettrochimica del sodio intracellulare.
La proteina NIS trasporta all’interno della cellula ioni sodio (Na+) e iodio (I-) in proporzione 2:1. L’attività della Na+/K+ ATPasi garantisce l’energia elettrochimica necessaria all’ingresso dello ioduro, tramite trasporto attivo di sodio fuori dalla cellula contro il suo gradiente elettrochimico, richiedendo una spesa di ATP. Questo trasporto di ioduro è inibito da ioni come il perclorato, il tiocianato e il pertecnetato.
Una volta dentro la cellula, lo ioduro si diffonde verso il lato apicale fino al lume del follicolo tiroideo, essendo trasportato attraverso la membrana apicale tramite la proteina pendrina (PDS).
Lo ioduro è infine ossidato dalla ioduro perossidasi (TPO), enzima situato sulla membrana apicale, che ha il sito catalitico all’interno del lume follicolare. Il processo di ossidazione ha come donatore di elettroni il perossido di idrogeno (H2O2), generato dall’enzima della membrana apicale DUOX.
Dopo l’ossidazione lo ioduro sarà incorporato ai residui di tirosina della molecola tireoglobulina. Quando un radicale iodio è incorporato alla tirosina, si produce una monoiodotirosina (MIT). Quando due radicali iodio, invece, sono incorporati alla tirosina, si produce una diiodotirosina (DIT).
Anche l’accoppiamento dei residui tirosile della tireoglobulina, che avviene dopo l’organificazione dello ioduro, è catalizzato dalla TPO. Ancora legate alla tireoglobulina, alcune tirosine (MIT e DIT) si accoppiano, producendo iodotironine. L’accoppiamento di una MIT con una DIT produce Triiodotironina (T3), oppure rT3 (triiodotironina inversa, che non è biologicamente attiva, dato che uno dei radicali iodio non è legato al carbonio 5 della molecola bensì al carbonio 5′). L’accoppiamento di due DIT produce tetraiodotironina, altro ormone della ghiandola tiroide (T4). Due MIT producono una forma di diiodotironina, che, come la rT3 non possiede attività biologica.
Il colloide del lume follicolare, che contiene le iodotironine ancora legate alla tireoglobulina è endocitato dalla cellula follicolare tramite il processo di pinocitosi. Nel citoplasma, dunque, le vescicole di colloide endocitate si fondono a lisosomi con enzimi di attività proteolitica, che idrolizzano la tireoglobulina, rilasciando molecole libere di T4, T3, rT3, diiodotironina, MIT e DIT. Queste ultime tre molecole, visto che non possiedono attività biologica, perdono i loro radicali iodio grazie all’azione dell’enzima DHAL nel citoplasma.
Circa il 10% della T4 prodotta dalla cellula follicolare è convertita a T3 tramite l’attività dell’enzima 5′-deiodasi ancora nel citoplasma.
Le cellule follicolari esprimo a livello della membrana baso-laterale un trasportatore appartenente alla famiglia dei trasportatori di monocarbossilato (MCT). Nel caso dei tireociti questo trasportatore è indicato come MCT8. Dati recenti indicano che MCT8 sia coinvolto nella secrezione degli ormoni tiroidei in circolo.
La concentrazione totale di triiodotironina nel sangue è di 2,3 nmol/L. Comunque, una piccola frazione si trova libera nel plasma, dato che la maggior parte dell’ormone si trova legato a proteine plasmatiche, come la proteina legante di tiroxina (TBG – thyroid binding globulin), la transtiretina (TTR), l’albumina e le lipoproteine.
Essendo un equilibrio chimico, espresso dalla formula:
T 3 + T B G ⇌ T B G T 3 {\displaystyle T3+TBG\rightleftharpoons TBGT3}
si può definire la costante:
K = [ T B G T 3 ] [ T 3 ] [ T B G ] {\displaystyle K={\frac {[TBGT3]}{[T3][TBG]}}}
La concentrazione libera di T3 sarà quindi:
T 3 = [ T B G T 3 ] [ K ] [ T B G ] {\displaystyle T3={\frac {[TBGT3]}{[K][TBG]}}}
La ghiandola tiroide produce maggiori quantità di tiroxina rispetto a triiodotironina. La triiodotironina è inoltre metabolicamente più attiva. Così, nei tessuti periferici la tiroxina viene trasformata in triiodotironina (80% della triiodotironina viene prodotta dalla tiroxina perifericamente e 20% viene prodotta nella ghiandola tiroide).
La trasformazione di tiroxina a triiodotironina avviene grazie alle deiodasi, enzimi che contengono selenio-cisteina e che rimuovono il radicale iodio della tiroxina, producendo triiodotironina e triiodotironina inversa (dipende dal radicale rimosso). Anche la triiodotironina può perdere radicali iodio, diventando diiodotironina. Questi meccanismi di produzione di rT3 e T2 sono realizzati dalla deiodasi 3 (D3) e costituiscono un metodo di inattivazione della T3 quando i suoi livelli plasmatici sono troppo alti (in situazioni di ipertiroidismo questo meccanismo non è sufficiente).
Da queste informazioni, si conclude, dunque, che la potenziale attività della triiodotironina si trova non nella T3 plasmatica (che è bassa), ma nella T4 plasmatica, che costituisce un “serbatoio” di T3 grazie alla successiva azione delle deiodasi periferiche.
La mancanza di selenio può diminuire l’attività delle deiodasi. Anche il propiltiouracile inibisce le deiodasi, causando ipotiroidismo.
La captazione cellulare della triiodotironina è realizzata da trasportatori di membrana. Sono due le famiglie di queste trasportatori: “trasportatori di anioni organici” e “trasportatori di aminoacidi”.
È di speciale interesse medico la famiglia di trasportatori di aminoacidi che trasporta iodotironine, visto che esse sono costituite da due residui dell’aminoacido tirosina. Il trasportatore di aminoacido responsabile di questa azione è il MCT8 (Monocarboxylate transporter), che trasporta aminoacidi aromatici, come la tirosina.
Nel sistema nervoso, l’azione del MCT8 è di grande importanza per i neuroni perché questo tipo cellulare non ha la deiodasi D2 sulla membrana e la captazione di triiodotironina accade grazie all’azione della D2 degli astrociti. Il MCT8 è, quindi, fondamentale per la captazione neuronale della triiodotironina convertita dall’astrocito. Una mutazione di questo trasportatore causa una sindrome legata al cromosoma X, caratterizzata da un grave ritardo psicomotore e da alti livelli di T3 plasmatica, la Sindrome di Allan-Herndon-Dudley. (1)
L’ormone TSH, prodotto nell’ipofisi è il principale regolatore dell’attività della tiroide. Comunque, anche il TSH è regolato tramite l’ormone ipotalamicoTRH (TSH Releasing Hormone), costituendo un meccanismo di retroazione negativa.
Questo meccanismo è spiegato dalla responsività delle cellule dell’ipofisi che producono il TSH alle variazioni di ormoni tiroidei nel sangue. Quando i livelli sono bassi, c’è una sintesi maggiore di recettori di TRH da queste cellule, aumenta la recettività verso il TRH e quindi si produce più TSH. Il contrario succede quando i livelli plasmatici di ormoni tiroidei sono alti.
Come l’espressione del TSH e di recettori del TRH è regolata dai livelli intracellulari di triiodotironina, i livelli plasmatici di tiroxina hanno un effetto più forte su questa regolazione, visto che la tiroxina plasmatica è la risorsa fondamentale di triiodotironina intracellulare (80% del totale), grazie all’azione della deiodasi D2 della cellula ipofisaria. I livelli di tiroxina plasmatica sono, quindi, importantissimi per la clinica.
Il TSH agisce direttamente sulla cellula follicolare della tiroide, promuovendo la sua crescita, proliferazione e la sua attività. I recettori del TSH nella cellula follicolare, tramite la trasduzione del segnale e l’azione della proteina G fanno aumentare i livelli plasmatici di AMP ciclico. I geni del trasportatore NIS e della tireoglobulina hanno siti regolatori mediati dai livelli di AMP ciclico e, quando essi sono elevati, la sintesi di NIS e tireoglobulina è aumentata. Così, il TSH fa aumentare l’attività degli enzimi responsabili per la sintesi degli ormoni tiroidei.
Il meccanismo auto-regolatore della sintesi della triiodotironina è dovuto alla responsività da parte della cellula follicolare ai livelli intracellulari di iodio organificato. Lo iodio organificato intracellulare inibisce l’attività dell’enzima DUOX, che fornisce il perossido di idrogeno all’ossidazione dello ioduro (2). Diminuisce così, la sintesi di iodio organificato. Quando i livelli plasmatici di ioduro sono alti, causano un effetto di diminuzione della sintesi di ormoni tiroidei, l’effetto Wolff-Chaikoff.
L’effetto Wolff-Chaikoff ha una durata di alcuni giorni, dopodiché l’effetto termina quando la sintesi degli ormoni ritorna al normale.
L’azione genomica della triiodotironina promuove la modificazione dell’espressione genica della cellula bersaglio. La T3 viene dal sangue o dal metabolismo intracellulare della tiroxina da parte delle deiodasi. Il recettore degli ormoni della tiroide (TR, dall’inglese thyroid-hormone receptor) è nucleare e si accoppia a regioni di regolazione del gene-bersaglio. Queste regioni sono denominate TRE (dall’inglese thyroid-hormone responsive element).
Il recettore TR si lega al DNA del gene-bersaglio come un monomero, omodimero o anche eterodimero. La situazione principale è la formazione dell’eterodimero del TR con il recettore nucleare RXR (dall’inglese Retinoid X Receptor, Recettore X Retinoide). Il TR può ancora formare eterodimeri con altri recettori. Comunque il complesso più stabile e con maggiore affinità per le regioni TRE è il complesso TR-RXR.
La triiodotironina genera diversi segnali cellulari che dipendono dai geni e dai tessuti, regolando tanto l’attivazione come la repressione della trascrizione del mRNA.
Il legame chimico del TR con le regioni TRE del DNA avviene indipendentemente dalla presenza della triiodotironina. Molte proteine di regolazione si legano all’omodimero TR-TR o all’eterodimero TR-RXR, come la proteina HDAC (deacetilasi di istone). Questo complesso repressore promuove la deacetilazione degli istoni, rendendo compatta la cromatina e, così, inibendo l’azione dell’enzima di trascrizione RNA polimerasi.
La presenza della triiodotironina può anche reprimere la trascrizione di alcuni geni. Questo fenomeno è importante nell’ipotalamo e nell’ipofisi per garantire la retroazione negativa che regola la secrezione della triiodotironina: la repressione della trascrizione è fondamentale per diminuire la secrezione di TSH e TRH quando i livelli di ormoni tiroidei solo alti.
Il processo di repressione verificato in questo meccanismo di retroazione è realizzato da parte del recettore TRβ2, che è espresso dalle cellule ipotalamiche e ipofisarie coinvolte nel processo di regolazione dell’attività della tiroide. Il recettore TRβ, quindi, diminuisce la trascrizione quando legato alla Triiodotironina (3).
Quando la triiodotironina si lega al TR (eccetto i tipi di TR coinvolti nella regolazione della sintesi di ormoni tiroidei, TRβ2), attiva la trascrizione di mRNA. Ciò accade perché in presenza di T3 il complesso repressore è inattivato. In questo fenomeno è importante il ruolo di proteine co-attivatorie, essendo le principali le proteine della famiglia TRAP (Thyroid Hormone Receptor-associated Proteins, ossia proteine associate al recettore degli ormoni tiroidei) e della famiglia SRC (steroid receptor co-activator, ossia attivatore del recettore steroideo). Queste ultime aumentano la trascrizione mediate non solo da recettori per steroidi, ma anche da altri recettori, come il TR.
L’interazione fra SRC-1 e le proteine della famiglia di co-attivatori p300-CBP promuove l’acetilazione delle istoni. Questa reazione chimica rende la cromatina accessibile alla RNA polimerasi, favorendo la trascrizione (4).
Mutazioni dei recettori TR possono causare resistenza agli ormoni tiroidei. Quando la mutazione è verificata nei recettori espressi da vari tessuti (come il TRα), il quadro è di ipotiroidismo, visto che i recettori TRα non riescono a regolare la trascrizione anche quando si trovano alti livelli di ormoni tiroidei nel sangue (resistenza periferica). Quando la mutazione è verificata nei recettori espressi solo dall’ipotalamo e dall’ipofisi, invece, si ha una situazione di ipertiroidismo, perché i recettori (TRβ2) non sono capaci di inibire la sintesi di TRH e TSH anche quando si trovano alti livelli di ormoni tiroidei nel sangue (resistenza ipofisaria) (5).
La triiodotironina ha anche meccanismi di azione non-genomici che, quindi, non coinvolgono la regolazione dell’espressione genica. Questo meccanismo di azione avviene grazie all’interazione fra la triiodotironina e alcune proteine della membrana cellulare e della membrana mitocondriale, che regolano, per esempio, il traffico di ADP e ATP dall’interno del mitocondrio.
La triiodotironina promuove la trascrizione di diversi enzimi coinvolti nel metabolismo, specialmente il metabolismo respiratorio. Enzimi che hanno un ruolo importante nella catena di trasporto degli elettroni, come la NADPH-citocromo-c2 reduttasi, la citocromo-c ossidasi hanno una sintesi elevata in presenza di ormoni tiroidei e, quindi, incrementano il tasso di respirazione cellulare grazie alla loro aumentata attività.
Altri prodotti dell’attività genomica della triiodotironina sono: la glicerolo-3-fosfato deidrogenasi, l’enzima malica, eritropoietina, proteina-G stimolatoria, ecc.
Aumentano anche i livelli di UCP nel mitocondrio, un forte disaccoppiante della catena respiratoria dalla fosforilazione ossidativa, causando la produzione di calore e non di ATP come risultato della respirazione.
Alcuni effetti non genomici sono osservati in presenza di triiodotironina nella cellula. Questi effetti sono causati dall’interazione con proteine che non sono coinvolte nell’espressione genica.
Come risultato, aumenta l’attività di alcune proteine importanti per il metabolismo cellulare, come alcuni trasportatori ionici (specialmente della pompa di sodio-potassio) e della calmodulina. Sono altri effetti: l’aumento della captazione di glucosio e il controllo della captazione di calcio e della rimodellazione dell’actina, alterando il citoscheletro di molte cellule.
Molti degli effetti della triiodotironina, specialmente nel sistema cardiaco, sono simili a quelli prodotti dalle catecolamine. La T3 presenta grande effetto inotropico e cronotropico nel cuore. L’eccesso di T3 aumenta la responsività adrenergica cardiaca. Gli antagonisti dei recettori β-adrenergici invertono alcuni degli effetti cardiaci dell’ipertiroidismo clinico, come la tachicardia, comunque, non riescono a invertire altri effetti dell’ipertiroidismo. La T3 promuove l’aumento dell’espressione della proteina strutturale miosina MHCα, risultando in una maggiore velocità di contrazione cardiaca.
Come effetto generale di questi fenomeni, si osserva una crescita della gittata cardiaca che garantisce un apporto di ossigeno adatto alla maggiore richiesta da parte dei tessuti che si osserva in presenza della triiodotironina. Questa crescita della gittata cardiaca è causata tanto indirettamente dalla triiodotironina (tramite l’aumento dell’azione delle catecolamine), come direttamente (tramite l’aumento dell’espressione della miosina MHCα, una maggiore captazione di calcio da parte del miocito e l’aumento dell’attività dell’adenilato ciclasi, fenomeni che aumentano la forza di contrazione).
Adeguati livelli di ormoni tiroidei sono necessari per una funzionalità cardiaca normale. Nei casi di deficienza di ormoni tiroidei tanto la gittata cardiaca è più bassa come l’efficienza cardiaca, dato che la frazione di eiezione del ventricolo sinistro è più bassa (rapporto fra la quantità di sangue eiettato alla fine della sistole e la quantità totale di sangue che c’era nel ventricolo all’inizio della sistole).
Una deficienza di triiodotironina durante lo sviluppo embrionale e durante l’infanzia causa una riduzione della crescita delle cortecce cerebrale e cerebellare, della proliferazione di assoni, della migrazione cellulare, della mielinizzazione, della ramificazione dei dendriti e della genesi di sinapsi. Come risultato, questa deficienza nelle fasi iniziali della vita causano un ritardo dello sviluppo del sistema nervoso seguito da un deficit cognitivo e motore. Questo quadro clinico è denominato cretinismo.
Immagini del cervello realizzati tramite la tomografia ad emissione di positroni hanno dimostrato che, quando i livelli di triiodotironina sono ridotti, anche il flusso sanguigno nel cervello e il metabolismo cerebrale di glucosio sono più bassi. Questi dati possono spiegare il deficit psicomotorio degli individui ipotirotici (6)
L’ormone tiroideo aumenta anche la velocità e l’ampiezza dei riflessi nervosi periferici, la vigilanza e reattività a diversi stimoli, la memoria e la capacità di apprendimento.
L’ossificazione endocondrale è stimolata dalla triiodotironina, rendendo l’osso più lungo linearmente tramite la maturazione dei centri ossei epifisari. Anche se non è necessaria per la crescita lineare dell’osso dopo la nascita, la triiodotironina è essenziale per il corretto sviluppo delle ossa del feto.
La triiodotironina partecipa anche alla rimodellazione ossea negli adulti e il suo eccesso può causare osteoporosi.
La triiodotironina partecipa anche alla maturazione dell’epidermide e degli annessi cutanei. Anche il processo di degradazione di queste strutture è promosso dalla triiodotironina. Tanto l’eccesso quanto la deficienza di questo ormone, quindi, possono causare problemi dermatologici.
Anche il derma soffre l’influenza della triiodotironina, che inibisce la sintesi e aumenta la degradazione dei glicosaminoglicani, componenti fondamentali della matrice extracellulare dermale.
La triiodotironina aumenta la produzione di eritropoietina e, quindi, aumenta l’emopoiesi. L’ormone aumenta anche i livelli di 2,3-bisfosfoglicerato negli eritrociti, promuovendo la dissociazione dell’ossigeno dall’emoglobina, elevando quindi la disponibilità di ossigeno libero ai tessuti. Questo è un meccanismo di compensazione per la richiesta più elevata di ossigeno promossa dalla Triiodotironina.
La maturazione dei pre-adipociti ad adipociti è promossa dalla triiodotironina, che esercita diversi effetti riguardanti il metabolismo di lipidi. Tanto la degradazione quanto la sintesi del colesterolo sono promosse dall’ormone. Comunque, come la degradazione soffre un’azione tiroidea maggiore, negli stati di deficienza di triiodotironina i livelli plasmatici di colesterolo (associato alle lipoproteine a bassa densità – LDL) sono più alti. Il metabolismo del colesterolo è aumentato dall’ormone tiroideo anche grazie alla sintesi più elevata di recettori LDL sulla membrana delle cellule. L’ormone aumenta anche la lipolisi degli acidi grassi nel tessuto adiposo.
I mammiferi riescono a mantenere la temperatura corporea costante anche se la temperatura esterna soffre variazioni. Questa capacità coinvolge la generazione interna di calore, un processo denominato termogenesi obbligatoria. Negli ambienti di termoneutralità, la termogenesi obbligatoria è sufficiente. Comunque, negli ambienti più freddi, è necessaria l’attivazione di un altro meccanismo, la termogenesiindottadal freddo, inclusa nella termogenesi facoltativa. La triiodotironina regola entrambi i meccanismi.
L’azione termogenica obbligatoria della triiodotironina avviene grazie all’attivazione dell’espressione delle proteine UCP. Le proteine UCP promuovono il ritorno di protoni attraverso lo spazio intermembranoso della membrana mitocondriale, senza l’attivazione dell’enzima ATP sintetasi e, quindi, senza produrre ATP. Questo flusso di protoni dissipa l’energia potenziale chimica dei protoni sotto la forma di calore. La triiodotironina aumenta anche la lipolisi, elevando la disponibilità di lipidi, fondamentali anch’essi per questo processo di generazione di calore che è denominato disaccoppiamento. Altro meccanismo di generazione di calore nella termogenesi obbligatoria è l’idrolisi dell’ATP da parte delle ATPasi, la cui attività è promossa dalla triiodotironina.
La termogenesi facoltativa è attivata da parte del sistema nervoso simpatico grazie a stimoli esterni, ma subisce un’influenza importante da parte della triiodotironina. Animali che soffrono di deficienza dell’ormone diventano ipotermici negli ambienti freddi poiché una carenza di triiodotironina rende questi animali incapaci di sostenere la risposta noradrenergica per la generazione di calore supplementare (la triiodotironina e le catecolamine hanno effetti sinergici).
Liotironina Sodica: caratteristiche e applicazioni
Liotironina Sodica
La Liotironina Sodica (T3 sintetico) è un farmaco utilizzato come ormone tiroideo sostitutivo nel trattamento dell’ipotiroidismo e del coma mixedematoso (7).
È il più potente degli ormoni tiroidei attualmente in uso e agisce incrementando il metabolismo basale, interessando il metabolismo proteico e aumentando la sensibilità del corpo alle catecolamine. Rispetto alla Levotiroxina, ha un effetto più rapido e un’emivita più breve (emivita di 2,5 giorni).
Il primo farmaco che conteneva T3 era tecnicamente un estratto della tiroide, e venne somministrato per la prima volta ad un paziente con mixedema (una malattia della pelle associato con ipotiroidismo) nel 1891.(8) Gli estratti tiroidei naturali contengono livelli terapeuticamente vitali degli ormoni tiroidei T3 e T4, e sono stati ampiamente utilizzati nella pratica medica per più di 60 anni. Nel 1950, tuttavia, questi farmaci iniziarono lentamente a cedere il passo a nuovi farmaci tiroidei di sintesi, vale a dire la Levotiroxina Sodica e la Liotironina Sodica, che sono stati coerenti nel dosaggio e nell’effetto, e più desiderabile per i consumatori rispetto ai preparati di estratti animali. Anche se la Levotiroxina Sodica e la Liotironina Sodica sono entrambi ampiamente disponibili in molti paesi del mondo, fino ad oggi, la Liotironina conserva una porzione significativamente più piccola del mercato globale dei preparati tiroidei. Dato il suo veloce e potente effetto nell’esplicare le sue proprietà, la Liotironina rimane un farmaco tiroideo popolare tra gli atleti. Il Cytomel ® è il nome commerciale più conosciuto per questo farmaco al di fuori degli USA, dove viene attualmente venduto con il marchio King Pharmaceuticals.
La FDA richiede che il seguente avviso sia inserito nel foglietto illustrativo dei prodotti contenenti Liotironina Sodica venduti negli USA .: “farmaci con attività ormonale tiroidea, da soli o insieme ad altri agenti terapeutici, sono stati utilizzati per il trattamento dell’obesità. Nei pazienti eutiroidei, le dosi all’interno della gamma di esigenza ormonala giornaliera sono inefficaci per la riduzione del peso. Dosi maggiori possono produrre manifestazioni gravi o anche pericolose per la vita come la tossicità, in particolare quando somministrato in associazione con ammine simpaticomimetici come quelle utilizzate per i loro effetti anoressizzanti “.
Quando viene utilizzata per trattare l’ipotiroidismo mite, la dose iniziale tipica raccomandata per la Liotironina è di 25 mcg al giorno. La dose giornaliera quindi può essere aumentata di non più di 25 mcg ogni 1 o 2 settimane. La dose di mantenimento stabilita è di solito 25-75 mcg al giorno. Generalmente è raccomandata un unica somministrazione giornaliera della dose. Anche se la Liotironina Sodica è ad azione rapida, i suoi effetti possono persistere nel corpo per diversi giorni dopo l’interruzione.
Esistono generalmente due approcci nell’assunzione della Liotironina nel Bodybuilding.
Nel primo approccio, l’obiettivo è di ottenere un aiuto nel mantenere una composizione corporea ideale. In questo approccio, il dosaggio di T3 è molto basso, aggirandosi alla dose di 12,5 mcg /die, ma in alcuni casi arrivando fino a 25 mcg / die. Con il dosaggio più basso, generalmente un test della tiroide mostrerà alcuna soppressione rilevabile anche con un uso prolungato. Con il dosaggio più elevato, è a volte osservata una soppressione moderata, ma i risultati sono superiori rispetto alla non assunzione di T3, e la soppressione risulta di breve risolvendosi rapidamente alla sospensione dell’uso di T3 sintetico.
Nel secondo approccio, l’obiettivo è quello di ottenere un calo della percentuale di grasso sostanziale, anche se ciò indurrà una temporanea soppressione tiroidea. La dose migliore soppesando rischi e benefici è di circa 50 mcg / die, ma in alcuni casi può aumentare fino 75 mcg /die. Tale uso è preferibilmente di breve durata, limitandolo nel tempo a circa 8-12 settimane.
La letteratura indica un emivita per la Liotironina di 2,5 giorni. Partendo da ciò, la dose giornaliera può essere concentrata in una sola assunzione. Nonostante ciò, alcuni culturisti, specie con le dosi più alte, tendono a dividere il dosaggio in più volte al giorno.
Alti dosaggii di T3, tipicamente a partire da circa 75 mcg /die, ma in alcuni casi non iniziano fino ad una dose di circa 100 mcg / die, può causare tachicardia (frequenza cardiaca elevata) e debolezza muscolare, e può essere catabolico o almeno ridurre l’anabolismo. Alte dosi di steroidi anabolizzanti, ovviamente, tendono a mascherare quest’ultimo effetto.
Livelli molto elevati di T3 sono pericolosi per il cuore.
Alti livelli di T3 riducono i livelli di IGF-1, e ciò può ridurre gli effetti anabolizzanti del GH, ma non cambia l’efficacia sull’effetto lipolitico del GH.
L’effetto di ottundimento sull’efficacia del GH è particolarmente pronunciato quando il dosaggio di T3 è maggiore di 50 mcg /die, e sembra impercettibile se la dose rimane nel range dei 25 mcg / die.
Dopo un uso prolungato di T3 ad una dose soppressiva, la produzione endogena viene soppressa per qualche tempo dopo la sospensione del farmaco. Generalmente la durata è correlata alla lunghezza del precedente utilizzo del farmaco . In caso di utilizzo breve tipicamente non si verifica un periodo notevole di bassa funzionalità tiroidea post-ciclo , ma con cicli di lunga durata la bassa funzionalità tiroidea può essere misurata per periodi più lunghi fino ad arrivare in alcuni casi a circa sei settimane.
L’articolo presente in letteratura intitolato ““Recovery of pituitary thyrotropic function after withdrawal of prolonged thyroid-suppression therapy” fornisce un esempio delle difficoltà che si possono incontrare durante il recuperare di una buona funzionalità tiroidea dopo un lungo periodo di utilizzo dell’ormone sintetico.
Mentre in questo studio tutti i soggetti hanno ottenuto un recupero della normale funzionalità della tiroide, come accade anche abitualmente nel uso nel bodybuilding, il livello “normale” che hanno finito per raggiungere era comunque ad un livello verso il basso del range di normalità, cioè circa 40 mcg / dl di T4 totale e circa 80 ng / dl di T3 totale nel siero. Questi non sono i livelli auspicabili, e sono abbastanza bassi da compromettere il metabolismo.
Tempo fa scrissi un interessante articolo nel quale esponevo una serie di integratori volti al miglioramento del funzionamento della tiroide, anche dopo un ciclo con T3 sintetico. Vi invito a leggerlo (o rileggerlo): INTEGRATORI ALIMENTARI PER IL MIGLIORAMENTO DELLA FUNZIONALITA’ TIROIDEA.
L’utilizzo della Liotironina, specie a dosi elevate, può determinare manifestazioni cliniche di ipertiroidismo, quali perdita di peso corporeo, tremori, cefalea, nausea, nervosismo, irritabilità, insonnia, aumento dell’appetito.
La Liotironina è un vecchio farmaco ampiamente prescritto. Si può trovare facilmente in molte aree del mondo, ed è venduto in una varietà di differenti marchi e forme generiche. È importante notare che non si dovrebbe mai acquistare una forma iniettabile di questo farmaco. Questa forma è generalmente utilizzati solamente come prodotto di pronto soccorso, con effetti collaterali potenzialmente molto pericolosi se usato male.
In Italia era venduto sotto il nome di Titre (50cpr 20mcg) della Teofarma. Ora è disponibile solo in forma di soluzione da somministrazione in gocce sotto il nome di LIOTIR ® gocce da 20 mcg/ml di Liotironina sodica. E’ comunque possibile trovarlo farmaceutico in altri paesi d’Europa. E’ possibile reperirlo anche dal mercato nero, con una bassa probabilità di incappare in prodotti non contenenti principio attivo (il rischio è trovarli anche sovradosati).
La Liotironina è un composto molto efficace per favorire la perdita di grasso, ma ha gravi effetti collaterali quando assunta in dosi elevate. Con una cura adeguata nel calcolare le dosi, è un composto abbastanza facile da gestire. Dal momento che la Liotironina ha una stabilità limitata, è meglio che essa provenga da prodotti di qualità farmaceutica, con una seconda scelta sui prodotti generici del Terzo Mondo o in polvere relativamente fresca che deve essere accuratamente misurata nella preparazione delle dosi. Prodotti liquidi possono perdere potenza rapidamente e pertanto non sono una scelta ideale.