Danggui Buxue Tang e miglioramento della resistenza

 

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Nella medicina tradizionale cinese, tra i vari estratti erboristici, viene usato anche il Dang Gui Buxue Tang, una miscela di Angelica sinensis e Astragalus membranaceus. Studi in vitro hanno già suggerito che il Danggui Buxue Tang potrebbe avere effetti ergogenici interessante per gli atleti. Recentemente dei ricercatori di Taiwan hanno riportato che questa miscela erboristica ha effettivamente il potenziale di migliorare sensibilmente le prestazioni negli atleti di resistenza amatoriali.(1)

I ricercatori, affiliati alla Kaohsiung Medical University, hanno diviso 36 corridori amatoriali in 2 gruppi. I partecipanti di entrambi i gruppi avevano una forma fisica tendenzialmente eguale. Ad un gruppo è stato somministrato un placebo ogni giorno per 11 giorni, mentre all’altro gruppo è stato somministrato il Danggui Buxue Tang.

Il Danggui Buxue Tang ha mostrato in studi in vitro di poter causare un aumento della sintesi di EPO e consecuenzialmente dell’eritropoiesi.(2) Anche la sola Angelica sinensis ha mostrato in studi su animali di poter migliorare la resistenza.(3)

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I soggetti del gruppo sperimentale assumevano giornalmente 7,5g di Danggui Buxue Tang. Di questi solo 5g erano di estratto, il resto era riempitivo. I 5g di estratto erano composti per l’83% da Astragalus membranaceus e per il 17% da Angelica sinensis.

Alla fine dei 13 giorni di trattamento, i ricercatori hanno fatto percorrere ai soggetti del test una distanza di 13Km. Il gruppo sperimentale [DBT] ha percorso questa distanza ad una velocità del 14% maggiore rispetto al gruppo di controllo [Control]. La differenza di tempo media tra i gruppi era di 12,3 minuti.

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I ricercatori sospettano che il Danggui Buxue Tang migliori il metabolismo del Ferro. Di conseguenza, i globuli rossi, e più precisamente l’emoglobina, potrebbero potenzialmente trasportare più ossigeno.

La supplementazione con Danggui Buxue Tang a breve termine ha abbreviato il tempo di percorrenza su 13 km. I risultati ottenuti da questo studio suggeriscono che il Danggui Buxue Tang potrebbe essere un promettente aiuto ergogenico per le prestazioni atletiche soprattutto negli sport di resistenza.

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.3390/nu10091318
  2. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20723591
  3. http://dx.doi.org/10.3390/molecules19043926

TE’ ROOIBOS E SUO EFFETTO POTENZIALE SUGLI ADIPOCITI

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Alcune sostanze contenute nel tè rooibos potrebbero ridurre l’accumulo di acidi grassi nell’adipocita, facilitando la perdita di peso. Questo è quanto suggerito da uno studio in vitro che i diabetologi sudafricani hanno pubblicato nel 2014 su Phytomedicine.(1) Con una concentrazione sorprendentemente bassa, i componenti del tè rooibos inficiano l’uptake degli acidi grassi da parte dell’adipocita.

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Il nome scientifico del rooibos è Aspalathus linearis (Burm.f.) R.Dahlgr., nota anche col nome afrikaans di rooibos (pronuncia [ˈrɔɪbɒs]), ed è una pianta appartenente alla famiglia Fabaceae. Come intuibile da quanto scritto in precedenza, le sue foglie sono utilizzate per preparare un’infusione chiamata rooibos, Red Bush o anche tè rosso africano. La pianta cresce esclusivamente nella regione del Cederberg in Sudafrica. La bevanda ottenuta dalle foglie è da sempre usata dalle popolazioni locali le quali utilizzano l’estratto di questa pianta anche per trattare le irritazioni della pelle. Le foglie, dopo la raccolta, sono tritate, fatte fermentare e asciugare. Le foglie sono prive di caffeina e contengono molte sostanze antiossidanti, vitamina C e minerali, tra cui magnesio, calcio, fosforo, ferro, fluoro, potassio.

Secondo quanto emerso da studi in vitro, il rooibos potrebbe essere in grado di guarire le ferite più rapidamente attivando il tipo di cellula immunitaria coinvolta nei processi di guarigione.(2) Il Rooibos rafforza i processi infiammatori innescati dall’Interleuchina 1-β, con cui le cellule immunitarie ripuliscono le cellule della pelle danneggiate.(3)

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I ricercatori che hanno realizzato lo studio del quale si tratta nello specifico nel presente articolo, dopo aver preparato il tè rooibos ne hanno estratto i composti. I 3 più importanti erano l’iso-orientina, la quercetina-3-orobinobioside e l’orientina.

Secondo diversi di studi in vitro il rooibos contiene delle sostanze di un certo interesse. Ad esempio, l’aspalatina e la notofagina hanno di avere un potenziale nella protezione dei vasi sanguigni da alti livelli di glucosio inibendo le cellule immunitarie che possono danneggiare l’endotelio in queste circostanze.(4) Le sostanze contenute nel rooibos possono anche impedire (in vitro) che le cellule β del Pancreas muoiano come conseguenza all’esposizione a concentrazioni tossiche di glucosio.(5)

Altri due composti, la luteolina e l’orientina, stimolano l’accumulo di tessuto osseo in vitro.(6) Il Glucoside dell’Acido Fenilpropenoico [PPAG] e l’aspalatina hanno un effetto antiossidante negli animali da laboratorio e ne prolungano la durata della vita.(7)

Al momento gli studi sull’uomo volti a verificare gli effetti del rooibos sono al quanto rari. Un’eccezione è rappresentata dallo studio svedese pubblicato sul Public Health Nutrition nel 2010. In quello studio, il tè rooibos ha esplicato effetti ACE-inibitori.(8) Per chi non lo sapesse, gli ACE-inibitori abbassano la pressione sanguigna. Questo risultato è sicuramente interessante per gli utilizzatori di AAS i quali, come è noto, possono incorrere in aumenti significativi della pressione sanguinea.

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Tornando allo studio sudafricano, i ricercatori hanno esposto dei giovani adipociti in vitro all’estratto di rooibos, osservandone la reazione.

L’esposizione all’estratto di rooibos non è risultato dannoso per le cellule adipose, nemmeno ad alte concentrazioni. L’estratto riduceva la quantità di acidi grassi immagazzinati negli adipociti del 22-15%.

Degno di nota è il fatto che tale effetto ha raggiunto il grado migliore con concentrazioni relativamente basse. Questo è sicuramente un dato positivo che fa sperare di riprodurre in modo significativo tale effetto anche in vivo nell’uomo.

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Come i composti contenuti nel rooibos ostacolino l’assorbimento degli acidi grassi da parte degli adipociti, è riportato nel grafico qui in alto. Il rooibos inibisce la sintesi dei PPAR-alfa e PPAR-gamma. È possibile considerare queste proteine come sensori per gli acidi grassi, i quali indicano all’adipocita di innescare i processi di immagazzinamento del grasso. In parolepovere, è come se le sostanze contenute nel rooibos rendessero “ciechi” gli adipociti.

Nell’insieme, i risultati ottenuti dai ricercatori indicano che il consumo di rooibos cronico può avere il potenziale per inibire l’adipogenesi e quindi ridurre l’espansione della massa tissutale adipocitaria e influenzare il il metabolismo degli adipociti in vivo.

Tuttavia, sono necessari ulteriori ricerche al fine di chiarire il preciso meccanismo molecolare attraverso il quale i composti contenuti nel rooibos esercitano i loro effetti anti-adipogenici.

Ad esempio, potrebbe essere studiato l’effetto dei composti contenuti nel rooibos sugli enzimi coinvolti nel metabolismo degli acidi grassi come l’acetil-CoA carbossilasi, la Lipasi ormone-sensibile e il triacilglicerolo lipasi. Inoltre, secondo i ricercatori, sono giustificate ulteriori indagini sui meccanismi molecolari attraverso i quali i composto del rooibos alleviano le condizioni associate all’obesità, come l’iperglicemia.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://dx.doi.org/10.1016/j.phymed.2013.08.011
  2. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29490385
  3. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27706097
  4. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25338943
  5. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27299564
  6. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25488131
  7. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23218401
  8. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20144258

EFFETTO ANTICATABOLICO DEL MSM

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MSM

Secondo uno studio pubblicato da fisiologi iraniani sull’Iranian Journal of Pharmaceutical Research, assumere una dose di Metilsulfonilmetano (meglio noto come MSM) pari al proprio peso corporeo diviso dieci ha un effetto anticatabolico sul tessuto muscolare. (1)

Come noto, il Metilsulfonilmetano (MSM) è un composto organosulforico di formula (CH3 )2SO2. È conosciuto anche con diversi altri nomi, tra cui DMSO2, solfone di metile, e dimetil solfone. Si trova in alcune piante primitive, è presente in piccole quantità in molti alimenti e bevande, ed è commercializzato come integratore alimentare, spesso in combinazione con Glucosamina e/o Condroitina, per il trattamento del dolore articolare.

Per lo svolgimento dello studio qui trattato, i ricercatori hanno somministrato a otto uomini non allenati 100mg di MSM per kg di peso corporeo, disciolti in acqua, in una sola occasione. Un gruppo di controllo delle stesse dimensioni ha assunto solo acqua.

Due ore dopo i soggetti sono stati sottoposti ad una seduta sul tapis roulant della durata di 45 minuti e ad un’intensità pari al 75% del loro VO2max.

I ricercatori hanno quindi aumentato la velocità del nastro del tapis roulant ogni due minuti, fino a quando i soggetti presi in esame non potevano più tenere il passo.

Prima e dopo la sessione sul tapis roulant, i ricercatori hanno misurato per via esami ematici la quantità di proteine ossidate sotto forma di Proteine Carbonili [PC]. Gran parte di queste proteine deriva dal tessuto muscolare, come conseguenza del danno proteico durante allenamenti intensi. Il Metilsulfonilmetano ha ridotto la quantità di Proteine Carbonili dopo la sessione di corsa.

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Le Proteine Carbonili si formano durante lo sforzo fisico, soprattutto a causa dell’attività dei radicali liberi nelle cellule muscolari. I ricercatori hanno scoperto che il Metilsulfonilmetano ha la capacità di ridurre l’attività dei radicali liberi quando hanno misurato le concentrazioni ematiche di Malondialdeide [MDA]. La MDA è un marker dell’attività dei radicali liberi.

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I ricercatori concludono dicendo che la somministrazione acuta di MSM prima dell’esercizio fisico sembra poter ridurre alcuni marker. L’esatto meccanismo attraverso il quale il Metilsulfonilmetano riduca i marker dello stress ossidativo non è ben definito e sono necessarie ulteriori ricerche.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24523764

ESTRATTO DI HOODIA E PERDITA DI PESO

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Hoodia parviflora

Sebbene non siano legali in alcuni paesi, gli integratori per la perdita di peso contenenti l’estratto di Hoodia gordonii sono facilmente reperibili sul web. La Hoodia gordonii fa parte di un genere di piante (Hoodia) appartenenti alla famiglia delle Apocinacee (sottofamiglia Asclepiadoideae), endemiche dell’Africa sudoccidentale (Angola, Botswana, Namibia, Sudafrica e Zimbabwe), usate dai boscimani a scopi medicinali, e che hanno recentemente suscitato l’interesse delle industrie farmaceutiche per le loro possibili applicazioni per il trattamento dell’obesità. Ciò nonostante, i supplementi contenenti l’estratto di Hoodia gordonii non hanno avuto il successo previsto. E’ possibile, però, che gli integratori contenenti l’estratto di Hoodia parviflora possano avere maggiore successo rispetto a questi ultimi. Bruxelles ne ha permesso la commercializzazione in Europa entro precisi limiti: la quantità di Hoodia parviflora non deve superare i 9,4mg di estratto per dose giornaliera. (1)

Le popolazioni dell’Africa sudoccidentale utilizzano parti essiccate di queste piante per sopprimere la fame, e negli anni ’60 dei ricercatori sudafricani hanno iniziato a svolgere studi al fine di realizzare prodotti dimagranti che sfruttassero le proprietà di queste piante.

Nel primo decennio del ventunesimo secolo, la Pfizer e in seguito la Unilever, pensarono che la componente simil-steroidea p57 contenuta nella Hoodia gordonii potesse essere un componente interessante per la realizzazione di farmaci dimagranti o dei così detti alimenti funzionali per la perdita di peso, ma interruppero le loro ricerche quando risultò che il p57 causava nausea agli utilizzatori.

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La Israeli Desert Labs (2) ha svolto studi sull’effetto dell’estratto di Hoodia parviflora per diversi anni iniziando a realizzare diversi prodotti contenenti l’estratto di questa pianta. I prodotti in questione comprendono integratori, gomme da masticare, tè e barrette.

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Secondo la ricerca sugli esseri umani condotta dalla stessa Israeli Desert Labs, i soggetti che assumono un equivalente di 142,5mg di estratto secco di Hoodia parviflora per 40 giorni consecutivi subiscono un calo di peso corporeo di poco superiore a 0,5Kg. (3) Tale effetto è stato registrato su soggetti i quali non avevano applicato cambiamenti al proprio stile di vita. Una nota interessante è che non sono stati segnalati effetti collaterali in seguito alla somministrazione dell’estratto.

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Nel 2017, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha deciso di autorizzare la vendita nel mercato europeo dei supplementi contenenti l’estratto di Hoodia parviflora con un limite massimo per dose giornaliera pari a 9,4mg.(4) Una dose decisamente inferiore ai 142,5mg utilizzati dalla Desert Labs e che hanno mostrato di poter causare un effetto coadiuvante per la perdita di peso.

Esiste comunque la possibilità che qualche lungimirante chimico trivi il modo per eludere le normative dell’UE. I principi attivi contenuti nell’estratto di Hoodia parviflora, gli hoodigosidi, sono efficaci in quantità molto piccole. In 142,5mg di estratto ve ne sono al massimo 1,43mg.

Con un buon processo di purificazione, è teoricamente possibile produrre supplementi per la perdita di peso contenenti l’estratto di Hoodia parviflora dalla significativa efficacia, rimanendo completamente conformi alle normative europee.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1089/jmf.2013.0178
  2. http://www.eating-less.com/
  3. https://doi.org/10.1089/jmf.2013.0178
  4. http://www.efsa.europa.eu/en/efsajournal/pub/5002

EFFETTO DELL’ERBA DI SAN GIOVANNI SUGLI ADIPOCITI

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Nel 2009, uno studio in vitro svolto da biochimici della Louisiana State University e pubblicato sul Biochemical and Biophysical Research Communications aveva destato un certo interesse in un discreto numero di soggetti alla continua ricerca di nuove strade per migliorare la perdita di grasso. Tale studio riportò alcuni aspetti dell’effetto dell’erba di San Giovanni sugli adipociti apparentemente utili a scopi lipolitici.(1)

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Ipertrofina

L’erba di San Giovanni (Hypericum perforatum), conosciuta anche come Iperico,  è largamente conosciuta per il suo utilizzo nel trattamento di lievi stati depressivi. Esistono studi nei quali l’Erba di San Giovanni ha mostrato di poter aumentare la secrezione di GH, ridurre i livelli di Prolattina e accelera la degradazione dell’Estradiolo.(2) Un composto importante contenuto nell’Erba di San Giovanni è probabilmente l’Iperforina.

Poiché l’erba di San Giovanni è un integratore il cui uso è abbastanza diffuso, e dato che un numero crescente di soggetti risulta in sovrappeso o obeso, i ricercatori hanno pensato che sarebbe stata una buona idea studiare l’effetto della pianta sulle cellule adipose. Così, hanno esposto gli adipociti dei topi agli estratti delle radici, foglie e fiori della pianta in questione e hanno misurato la quantità di glucosio che le cellule erano in grado di assorbire. I test hanno portato ai risultati mostrati nella figura seguente.

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Il grafico mostra l’effetto dell’estratto del fiore dell’Erba di San Giovanni. Questo estratto si trova anche nei supplementi commercializzati. L’estratto della radice della pianta hanno avuto un effetto scarso. Lestratto della foglia, che si trovano anche negli integratori, erano efficaci quanto l’estratto del fiore. I ricercatori hanno esposto le cellule adipose ad una concentrazione dell’estratto pari a 25mcg/ml . Le cellule, che erano anche esposte all’Insulina, come conseguenza presentavano un ridotto uptake di glucosio.

Quando i ricercatori hanno determinato la produzione di proteine negli adipociti, hanno ottenuto i risultati mostrati nella figura seguente. L’estratto aveva disattivato il PPAR-γ, anche conosciuto come il recettore del glitazone o NR1C3, un recettore nucleare di secondo tipo che regola il deposito degli acidi grassi e il metabolismo del glucosio.

CTL e V = gruppi di controllo.

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I ricercatori hanno riportato nelle note finali del loro studio che, un’ipotesi corrente indica il diabete di tipo II come un fattore di incapacità nella esplicazione di una appropriata regolazione dell’uso dei grassi di deposito in un contesto di bilancio energetico positivo. Alla luce di questa nozione, la capacità dell’Erba di San Giovanni di inibire l’adipogenesi potrebbe non essere metabolicamente favorevole nel diabetico a causa dell’insulino resistenza indotta a livello adipocitario.

A questo punto, alcuni speculatori che ragionano a “compartimenti stagni” hanno ipotizzato che creare una condizione di insulino-resistenza adipocitaria (insieme all’azione inibitoria sul PPAR-γ) potesse garantire un notevole vantaggio in condizioni di ipocalorica. Il loro ragionamento piuttosto elementare era questo: insulino resistenza adipocitaria e inibizione del PPAR-γ = ridotto uptake di glucosio e acidi grassi per l’adipocita = migliore ripartizione calorica e ipotrofia adipocitaria accelerata. Certo, se le cose si limitassero a questo l’erba di San Giovanni diverrebbe a tutti gli effetti un ottimo supplemento per la perdita di peso ma, ovviamente, ci sono altre cose da considerare.  Se anche l’estratto della pianta (dose sconosciuta) avesse i medesimi effetti sul metabolismo dell’adipocita, la riduzione dell’uptake del glucosio da parte della cellula adiposa porterebbe comunque ad un calo significativo della Leptina (calo già manifesto in una dieta ipocalorica specie se “Low Carbs”) con conseguente riduzione, per esempio, del metabolismo basale, all’alterazione della regolazione dell’appetito (fattore con un impatto psicologico determinante nel prosieguo di una dieta ipocalorica) e sottoregolazioni ormonali che vanno dai livelli degli ormoni tiroidei a quelli degli Androgeni. Questo avverrebbe anche nel caso d’uso del supplemento durante una dieta ipocalorica “High Carbs” , ovviamente… Se state pensando ad un suo ipotetico uso in contesti ipercalorici (sempre se l’effetto osservato in vitro sia riproducibile in vivo nell’uomo), allora potreste ritrovarvi in una situazione peggiore di quella ipotizzata in un contesto ipocalorico; un aumento dei lipidi ematici e una riduzione del metabolismo basale, oltre alle alterazioni sui livelli dei glucocorticoidi e sulla secrezione di GH (con tutta probabilità non compensata dall’ipotetico effetto di questa pianta sulla secrezione del Peptide) e Androgeni, potrebbero causare una condizione sia a livello della composizione corporea (in specie in soggetti “Natural”) che a livello della salute cardiovascolare (in specie in soggetti con alterazioni già indotte dalla supplementazione farmacologica) non proprio favorevole/salutare.

Bisogna altresì ricordare che gli adipociti non necessitano di Insulina per immagazzinare i  Trigliceridi: infatti, un altro fattore che regola la lipogenesi è la proteina stimolante l’acetilazione (ASP). Essa è prodotta dal tessuto adiposo ed è implicata nell’accumulo  dei trigliceridi negli adipociti stessi. Inoltre contemporaneamente sembra inibire la lipolisi (Sniderman et al. 2000). L’ASP stimola l’attività del DGAT (diacylglycerol acyltransferase) aumentando la sintesi e lo stoccaggio dei trigliceridi (Coelho, Oliveira, Fernandes 2013).

In definitiva, ipoteticamente, il piatto della bilancia nell’uso dell’erba di San Giovanni a fini lipolitici penderebbe decisamente verso gli svantaggi.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19646953
  2. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14981335

EFFETTO ANABOLIZZANTE POTENZIALE DEGLI ECDYSTEROIDI MODIFICATI

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Gli Ecdysteroidi, una classe di composti steroidei presenti in natura negli artropodi, dove hanno azione principale sul cambio della muta e sullo sviluppo dell’animale, e in molti vegetali, nei quali hanno azione protettiva verso gli insetti erbivori, sono largamente conosciuti in ambito sportivo, soprattutto nel Bodybuilding, per la loro presunta azione anabolizzante sull’uomo. Sfortunatamente, gli effetti riscontrati nella pratica d’uso non sono stati, nella migliore delle ipotesi, all’alltezza delle aspettative tanto che alcuni hanno iniziato a speculare su possibili modifiche strutturali alla molecola per migliorarne biodisponibilità e potenziale anabolico. Nel giro di qualche hanno si è arrivati a poter vedere concretizzata, almeno in parte, questa speculazione. Di recente, chimici ungheresi hanno scoperto alcune forme modificate di Ecdysteroidi che, almeno in vitro, hanno mostrato di avere un potenziale anabolizzante tre volte superiore ai normali Ecdysteroidi. (1)

Come ben sappiamo, l’Ecdysteroide più importante, per via degli effetti riscontrati negli studi su animali, è l’Ecdysterone (20-Hydroxyecdysone o 20E). Negli studi svolti su animali, infatti, l’Ecdysterone ha mostrato di essere in grado di causare un aumento della massa muscolare, di stimolare la crescita della cartilagine nelle articolazioni e di avere un effetto anti-aging sulla pelle.(2)(3)(4)

I chimici ungheresi, associati all’Università di Szeged, hanno riferito nel 2015 che il Poststerone, una sorta di versione ridotta dell’Ecdysterone, in vitro mostra un effetto anabolizzante maggiore rispetto all’Ecdysterone. (5) Il Poststerone è presente in piccole quantità in quasi tutte le piante che contengono l’Ecdysterone il quale, una volta assunto, può essere convertito in questa forma.

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In questo modo, i chimici ungheresi hanno iniziato a svolgere esperimenti sugli Ecdysteroidi modificandone la struttura al fine di sintetizzare un composto con qualità anabolizzanti anche maggiori rispetto a quelle mostrate dal Poststerone. E, da quanto emerso da uno studio da loro pubblicato di recente sul Bioorganic Chemistry, sembrano esserci riusciti.

Per la precisione, sono state osservate otto forme modificate di Ecdysteroidi con una attività anabolizzante maggiore del Ecdysterone. Gli Ecdysteroidi attivano la molecola di segnalazione anabolica Akt. I ricercatori hanno anche osservato tre composti con capacità di attivazione del Akt tre volte superiore all’ Ecdysterone [composti 11, 12 e 16 riportati di seguito].

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Per quanto ne so, la maggior parte dei composti sintetizzati dai chimici ungheresi non è presente in natura. Non sono mai stati descritti in letteratura.

Sarà questione di poco tempo prima che qualche azienda di integratori immetta sul mercato prodotti contenenti queste forme modificate di Ecdysteroidi. Se questa volta le aspettative verranno soddisfatte (anche se, ad oggi, nutro dei forti dubbi in merito per il semplice fatto che la loro biodisponibilità non sembra poter essere migliorata in dalle attuali modifiche strutturali), è facile che questa classe di composti verrà inserita nella lista delle sostanze dopanti della WADA.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1016/j.bioorg.2018.10.049
  2. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20097286
  3. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20171072
  4. http://dx.doi.org/10.1097/gme.0b013e3181f322e3
  5. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26465254 

COMBINAZIONE CAFFEINA/SINEFRINA E SUO EFFETTO SULL’OSSIDAZIONE LIPIDICA

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La vendita di supplementi per la perdita di peso contenenti Sinefrina e Caffeina è significativamente aumentata negli ultimi anni, in specie dopo il ritiro dei prodotti contenenti Efedrina. La domanda che molti si pongono è se questi due composti abbiano un qualche reale grado di efficacia addizionale in combinazione. Un recente studio svolto su esseri umani, e pubblicato da scienziati dello sport spagnoli sul Medicine & Science in Sports & Exercise, sebbene non fornisca una risposta esaustiva e completa al dilemma sull’efficacia della combinazione di questi prodotti, ha dato dei risultati finali non proprio soddisfacenti. (1)

Come molti di voi sapranno, nel Citrus aurantium è contenuta la (-) – p-sinefrina. Diverse analisi di laboratorio su prodotti contenenti estratto di Citrus aurantium hanno permesso di isolare anche un altra forma di Sinefrina, la (+) – p-sinefrina. I ricercatori ritengono che questa variante sia probabilmente di origine sintetica – e occultamente aggiunta da società poco oneste.

I ricercatori spagnoli hanno probabilmente esaminato anche la p-sinefrina sintetica. E’ corretto riportare il fatto, però, che essi non hanno specificato se l’analisi da loro svolta fosse diretta nello specifico sulla (-) – p-sinefrina o la (+) – p-sinefrina o, più probabilmente, su una miscela racemica di queste due. Quest’ultima opzione sembra, infatti, la più probabile.

Oltre alla p-sinefrina, in natura esistono la m-sinefrina e la o-sinefrina, ed ognuna di queste altre due forme ha due isomeri. La Sinefrina contenuta nel Citrus aurantium è una miscela di diversi tipi di Sinefrina – e la composizione di questa miscela è variabile.

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In 4 diverse occasioni, i ricercatori hanno valutato la risposta di 13 ciclisti attivi. I soggetti presi in esame sono stati sottoposti ad una seduta su cicloergometro ad un’intensità del 30% del loro VO2max, intensità che subiva incrementi del 10% ogni 3 minuti – fino a raggiungere un’intensità del 90% del VO2max.

I soggetti sono stati sottoposti alla seduta su cicloergometro nel pomeriggio dopo aver consumato un pranzo identico. Un’ora prima dei 4 test ai quali sono stati sottoposti, i soggetti avevano assunto le capsule contenenti o un placebo, o Caffeina, o Sinefrina o un mix di Caffeina e Efedrina.

In una occasione i soggetti hanno assunto capsule prive di principio attivo [Placebo]. In un altra le capsule assunte contenevano 3mg di Caffeina per Kg di peso corporeo. In un’altra ancora, le capsule contenevano 3mg di p-sinefrina per Kg di peso corporeo. In una quarta ed ultima occasione, i soggetti hanno assunto attraverso le capsule sia p-sinefrina che caffeina nel dosaggio prima indicato (3mg per Kg di peso corporeo).

Quindi, un ipotetico individuo di 80Kg avrebbe assunto o 240mg di caffeina, o 240mg di p-sinefrina, o 240mg di p-sinefrina più 240mg di caffeina.

La dose di p-sinefrina utilizzata dai ricercatori è elevata. In Svezia, gli integratori non possono fornire una dose giornaliera maggiore di 160mg di p-sinefrina per assunzione consigliata in etichetta, in Canada non più di 40-50mg e in Francia e Italia non più di 20mg. In Germania, la dose giornaliera di un integratore può contenere al massimo 6,7mg di Sinefrina.

Tornando allo studio qui trattato, nessuna supplementazione ha aumentato il consumo totale di energia. Anche se, la Caffeina, la p-sinefrina e la combinazione di questi due composti hanno aumentato l’ossidazione lipidica e ridotto l’ossidazione glucidica. Quale tipo di stimolante venisse utilizzato dai soggetti del test non aveva differenza d’impatto.

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In conclusione, in base ai dati qui esposti e a quelli raccolti in precedenza sulla potenzialità della Sinefrina per coadiuvare la perdita di peso, la combinazione dei due composti (Caffeina+Sinefrina) non porta ad alcun vantaggio sull’ossidazione lipidica e glucidica rispetto all’uso singolo di uno dei due composti. Questo, però, non esclude l’utilità della Sinefrina in un contesto ipocalorico come agente anoressizzante, come già trattato in un mio vecchio articolo, sebbene anche questo effetto sia esplicato dalla Caffeina (dose dipendente).

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

http://dx.doi.org/10.1249/MSS.0000000000001653

RUSSELIOSIDE-B E GRASSO CORPOREO

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Caralluma Quadrangula

Recentemente il farmacologo egiziano Essam Abdel-Sattar ha identificato nella pianta Caralluma Quadrangula una sostanza steroidea la quale ha mostrato alcuni notevoli effetti sulla perdita di grasso negli studi svolti su animali. (1)

La Caralluma Quadrangula è una pianta grassa particolarmente diffusa nella penisola arabica. Da questa pianta, i ricercatori hanno estratto la sostanza steroide-simile Russelioside B che hanno somministrato ai ratti attraverso la loro alimentazione.

 

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Se ad essere presi in esame fossero stati degli esseri umani adulti, la dose di Russelioside B ad essi somministrata sarebbe stata di circa 200-300mg [nei topi 25 mg/kg] o 400-600mg [nei topi 50 mg/kg] al giorno.

Per 16 settimane il contenuto calorico della dieta degli animali presi in esame è stato aumentato attraverso un surplus lipidico.

Al primo gruppo di controllo sono stati somministrati mangimi ricchi di grassi senza l’aggiunta di alcuna sostanza bioattiva; agli animali del secondo gruppo di controllo è stata somministrata un’alimentazione standard, anch’essa senza l’aggiunta di sostanze bioattive.

Sia gli animali trattati con la dosa bassa [25 mg/kg] che quelli trattati con la dose alta [50 mg/kg]  di Russelioside-B, hanno mostrato che questa sostanza esercita un azione inibitoria considerevole sull’aumento dei depositi adiposi. Ciò nonostante, come c’era da aspettarselo, la dose alta ha esercitato una azione più marcata rispetto a quella bassa.

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Il Russelioside B ha anche inibito la crescita degli adipociti [vedi figura seguente]. Il glicoside gravidico ha salvaguardato l’efficacia dell’Insulina limitando l’aumento del HOMA-IR [unità di misura per calcolare il grado di insulino resistenza].

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I ricercatori sospettano che il Russelioside-B funzioni attraverso molteplici meccanismi. Uno di questi è rappresentato dall’attività inibitoria sui fattori infiammatori come l’interleuchina 1-beta, l’interleuchina-6 e il TNF-alfa.

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Un altro possibile meccanismo è legato alla capacità del Russelioside B sull’aumento del dispendio energetico cellulare. Il Russelioside-B ha inibito la riduzione di UCP-1 e UCP-2 causata da una dieta ipercalorica. Le UCP sono proteine disaccoppianti della membrana mitocondriale interna e sono in grado di dissipare il gradiente protonico generato dal NADH tra la matrice mitocondriale e lo spazio intermembrana mitocondriale. L’energia dissipata non viene utilizzata per lavoro biochimico e viene dispersa sotto forma di calore; difatti le UCP sono associate alla termogenesi.

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I ricercatori hanno concluso che, il Russelioside B ha esercitato un controllo sull’aumento di peso, ha migliorato il profilo lipidico e il deterioramento infiammatorio che accompagna l’obesità e l’insulino-resistenza indotte dalla dieta ipercalorica. Inoltre, il Russelioside B ha modulato l’espressione delle adipochine e ha aumentato l’espressione e il livello delle proteine legate al dispendio energetico. Pertanto, l’azione antiobesgena complessiva del Russelioside B può essere, almeno in parte, attribuita alle sue attività antinfiammatorie e sulla modulazione delle adipochine, oltre al suo effetto favorevole sul dispendio energetico. Studi futuri sono giustificati per indagare le azioni farmacologiche del Russelioside B su organi importanti come il fegato e per esplorare appieno i suoi meccanismi compensatori sugli effetti metabolici di una alimentazione ad alto contenuto lipidico nei ratti.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://doi.org/10.3389/fphar.2018.00990

GDA (Glucose Disposal Agent): caratteristiche e applicazioni (7° ed ultima Parte)

Se non avete letto ancora le precedenti parti di questa serie di articoli vi invito a farlo: 1° Parte2° Parte – 3° Parte4° Parte5° Parte6° Parte.

  • Gymnema: caratteristiche e possibili applicazioni.

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La Gymnema sylvestre è una pianta rampicante legnosa e autoctona delle foreste tropicali dell’India centrale e meridionale. Le proprietà della Gymnema  sono riconosciute nella letteratura medica tradizionale di molti paesi, tra cui Australia, Giappone e Vietnam. Le sue foglie sono comunemente usate a scopo curativo, ma anche il gambo sembra possedere qualche attività farmacologica. La pianta è caratterizzata da piccoli fiori giallastri. La Gymnema è anche conosciuta come Asclepias geminata Roxb., Gymnema melicida Edg., e Pinus sylvestris Willd. Anche la Gymnema montanum è stato oggetto di studi. (1)(2)(3)

La Gymnema ha svolto un ruolo importante nel sistema medico ayurvedico tradizionale per secoli, principalmente confinato alla gestione del diabete mellito e condizioni caratterizzate da un metabolismo glucidico alterato. Le foglie sono state utilizzate anche per il trattamento di disturbi gastrici, stitichezza, ritenzione idrica e patologie epatiche. I fiori, le foglie e i frutti sono stati usati nel trattamento della pressione arteriosa, della tachicardia e delle aritmie. Masticare le foglie riduce la voglia di dolce, caratteristica che gli ha dato il nome hindi di gurmar o “distruttrice di zuccheri”. Sembra infatti esercitare una soppressione della voglia di dolce/zuccheri. La pianta è stata usata da sola e come componente del prodotto ayurvedico Tribang Shila, una miscela di stagno, piombo, zinco , foglie di Gymnema sylvestre, semi di neem (Melia azadirachta), semi di Enicostemma littorale e jambul (Eugenia jambolana). Già nel 1930, è stato studiato l’effetto farmacologico della pianta. L’estratto di Gymnema è contenuta in molti prodotti erboristici da banco. (3)(4)(5)

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Gli acidi gymnemici, un gruppo di saponine triterpeniche, sono la principale classe di costituenti chimici isolati dalla G. sylvestre e si ritiene che siano responsabili dell’attività antidiabetica osservata. La quantità di acidi gymnemici estratti dalle foglie varia in base al luogo di coltivazione e al momento della raccolta; sono state segnalate concentrazioni variabili tra lo 0,67% e l’1,06%. Sono stati identificati diversi congeneri di acido gymnemico e sono stati descritti metodi di cromatografia liquida ad alte prestazioni per la standardizzazione.

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Presenti anche negli estratti di Gymnema sono le gymnemasaponine, un gruppo di principi “anti-dolce” (vedi il prima citato effetto soppressivo sulla voglia di dolce/zuccheri) con una struttura D-glucoside. E’ stata osservata anche la presenza di gurmarina, un composto con azione antidolorifica. I Gymnemosidi sono stati isolati da estratti alcolici di foglie di G. sylvestre. Altri componenti includono flavoni, antrachinoni, clorofille, fitina, resine, quercitolo, alcaloidi e acido tannico, formico e butirrico. (2)(6)(7)(8)(9)(10)(11)

Gli studi suggeriscono che gli effetti ipoglicemici degli estratti di Gymnema si verificano attraverso una serie di possibili meccanismi, tra cui una ridotta captazione del glucosio nell’intestino tenue, una migliore glicolisi, una migliore sintesi di glicogeno, una ridotta gluconeogenesi e la stimolazione del rilascio di Insulina dalle isole di Langerhans nel Pancreas.(3)(12)(13)(14)

Numerosi studi svolti su animali hanno valutato gli effetti della G. sylvestre sulla glicemia, spesso confrontandoli con la Glibenclamide o la Tolbutamide. La maggior parte degli studi riportava una diminuzione delle concentrazioni di glucosio ematico nei ratti diabetici. (15)(16)(17)(18)(19)(20)(21)(22) La riduzione della perossidazione lipidica e dello stress ossidativo sono stati dimostrati anche nei ratti. (21)(23)(24)(25)(26) Inoltre, la risposta gustativa al saccarosio, al fruttosio, al lattosio e al maltosio nei ratti è stata marcatamente soppressa dalla gurmarina, una proteina estratta dalla G. sylvestre. (27) (28)

Esistono pochi studi clinici metodologicamente validi. (3)(29) Studi clinici limitati e di piccola entità hanno riscontrato una riduzione nella media dell’emoglobina glicosilata (HbA 1c), nella glicemia a digiuno e nella media giornaliera del glucosio plasmatico preprandiale in pazienti con diabete di tipo 1 e 2 trattati con estratti di Gymnema in aggiunta ai loro abituali farmaci ipoglicemizzanti. (30)(31)(32)

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Acido Colico

Nei ratti è stato dimostrato un aumento dose-dipendente del colesterolo fecale e dell’escrezione dell’acido biliare derivante dall’acido colico. Uno studio di 3 settimane ha mostrato una diminuzione della digeribilità apparente del grasso e un aumento dell’escrezione di steroli neutri e steroli acidi nei ratti che assumevano un estratto di foglie di G. sylvestre con una dieta normo o iperlipidica. Anche il colesterolo totale e i trigliceridi sierici sono diminuiti. (33) Dopo 10 settimane, i trigliceridi plasmatici erano più bassi nei ratti trattati con gymnema rispetto al gruppo di controllo, ma non vi era alcuna differenza nei livelli plasmatici di colesterolo totale. (34) Nei ratti diabetici sono stati osservati profili lipidici migliorati con l’estratto di gymnema e l’acido gymnemico triacetato. (35)(36)(37)

La riduzione dei livelli plasmatici di colesterolo, trigliceridi e acidi grassi liberi è stata osservata in studi limitati su pazienti diabetici che hanno ricevuto supplementi di Gymnema in aggiunta al loro trattamento farmacologico (ad es. Insulina, Glibenclamide, Tolbutamide). (30)(31) L’abbassamento dei lipidi è stato un punto finale secondario in questi studi, che sono stati progettati per dimostrare gli effetti antidiabetici della Gymnema.

Aumenti del peso corporeo sono stati soppressi in uno studio a lungo termine svolto su ratti trattati con l’estratto di G. sylvestre. (34)(37) Al contrario, in un altro studio sui roditori, la perdita di peso è stata inibita dall’estratto di Gymnema. (20)

Una diminuzione del peso corporeo è stata dimostrata in studi nei quali è stata utilizzata una combinazioni di vari integratori alimentari, tra cui la G. sylvestre con Chitosano, Fieno Greco e Vitamina C e Gymnema con un complesso di Niacina-Cromo (Cromo Polinicotinato). Di conseguenza, la perdita di peso risultante non può essere attribuita a un singolo composto. (38)(39)

In uno studio svolto su topi al fine di valutare la tossicità nel breve termine della Gymnema, non sono stati osservati effetti grossolani comportamentali, neurologici o autonomici. La dose letale media acuta (LD 50) era di 3.990mg/kg e il rapporto di sicurezza (LD 50 / dose efficace media) era di 11 nei ratti normali e 16 nei ratti diabetici. (18)

Negli studi clinici nei quali sono stati analizzati gli effetti antidiabetici della Gymnema i dosaggi tipicamente usati erano di 200 o 400mg/die di estratto standardizzato al 25% di acidi gymnemici. (30)(31)(32)(39)

Sono assenti informazioni sulla sicurezza e l’efficacia in gravidanza e allattamento. (32) Al momento non esistono interazioni ben documentate con altre sostanze.

Un caso clinico di epatotossicità reversibile è stato attribuito al consumo di G. sylvestre come tè. La tossicità era evidente dagli indici di laboratorio e dall’istologia. (40) Nessuna reazione avversa è stata riportata in 1 studio clinico a lungo termine. La pressione arteriosa sistolica è stata aumentata in ratti spontaneamente ipertesi alimentati con una dieta ricca di saccarosio, ma l’importanza clinica di questo risultato è sconosciuta. (41)

Dalle informazioni riportate possiamo constatare come le potenziali azioni date dalla somministrazione dell’estratto di G. sylvestre sul metabolismo glucidico nell’uomo siano state dimostrate in un esiguo numero di studi che prendevano in esame per lo più soggetti diabetici trattati con farmaci ipoglicemizzanti. Questo potrebbe con molta probabilità significare che la Gymnema eserciti un azione lieve che trova un logico utilizzo in combinazione con altri GDA. La sua azione soppressiva sul desiderio di zuccheri ed il suo presunto meccanismo “carb-blocker”, nonché l’alterazione della gluconeogenesi epatica, lo rendono un supplemento interessante in contesti ipocalorici soprattutto con regimi dietetici “Low Carb” o Ketogenici anche se la stimolazione insulinica presumibilmente indotta potrebbe causare ipoglicemia. Il possibile effetto della Gymnema sulla stimolazione del rilascio di Insulina dalle isole di Langerhans può essere molto utile nei periodi immediatamente successivi ad un protocollo di Insulina (vedi possibile sottoregolazione del rilascio di Insulina esogena e peggioramento dell’insulino sensibilità consequenziale all’uso di Insulina esogena). Insieme ad altri GDA può essere utilizzata al fine di migliorare l’insulino sensibilità in soggetti con un insulino resistenza di base marcata o nei periodi di dieta ipercalorica.

Sebbene esista uno studio su ratti (20) nel quale il trattamento con Gymnema ha bloccato la perdita di peso, questo effetto, ad oggi, sembra improbabile che si riscontri nell’uomo.

Un dosaggio di 200-400mg/die, assunte prima dei pasti,  risulta sufficiente per poter sperimentare gli effetti della Gymnema senza rischiare ipotetici casi di tossicità.

Parlando di un supplemento dagli effetti positivi dall’entità non ben chiarita nell’uomo, il suo inserimento nella preparazione potrebbe rivelarsi ben poco incisivo.

Conclusione sui GDA

Cosa concludere dei GDA dopo la mole di materiale riportato e l’analisi fatta su di esso? Per iniziare possiamo suddividere i composti analizzati in tre categorie sulla base dell’efficacia e della versatilità:

  • Efficacia e versatilità elevata:

– Berberina

  • Efficacia e versatilità moderata:

– Acido Alfa Lipoico (ALA)

– Cromo Picolinato

– Vanadio

  • Efficacia e versatilità limitata:

– Cannella

– Banaba

– Gymnema

A questo grado di efficacia e versatilità possiamo far seguire le possibili applicazioni composto per  composto:

 

  1. Berberina: dieta ipercalorica (1-1.5g/die diviso prima dei pasti principali); dieta ipocalorica(300mg prima dei pasti principali); trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica (1.5g/die diviso prima dei pasti principali); uso durante e dopo protocolli con Insulina esogena (500mg-1.5g diviso prima dei pasti principali da sola o in combinazione con altri GDA).
  2. Acido Alfa Lipoico: dieta ipercalorica (dosaggio entro e non oltre 1g/die diviso prima dei pasti principali); dieta ipocalorica (dosaggio sufficiente 400-600mg/die diviso prima dei pasti principali); trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica (dosaggio non oltre i 600mg/die diviso prima dei pasti principali); uso durante e dopo protocolli con Insulina esogena (600mg/die in combinazione con altri GDA diviso prima dei pasti principali).
  3. Cromo Picolinato: dieta ipercalorica (400-600mcg/die [in combinazione con altri GDA] diviso prima dei pasti principali); dieta ipocalorica(effetto anoressizzante 200-400mcg/die diviso prima dei pasti principali); trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica (l’uso temporalmente ridotto di 1mg/die [stand alone] o protratto di 400-600mcg [in combinazione con altri GDA] diviso prima dei pasti principali); uso durante e dopo protocolli con Insulina esogena(600mcg/die in combinazione con altri GDA diviso prima dei pasti principali).
  4. Vanadio: dieta ipercalorica; dieta ipocalorica; trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica; uso durante e dopo protocolli con Insulina esogena (dosaggio generale non oltre i 100mg/die di Vanadilsolfato diviso prima dei pasti principali).
  5. Cannella: dieta ipocalorica; trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica (1g di Cannella di Ceylon appena prima del pasto)
  6. Banaba: dieta ipocalorica; trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica (dosaggio generale 35-50mg/die diviso prima dei pasti principali)
  7. Gymnema: dieta ipocalorica (200mg/die diviso prima dei pasti principali); dieta ipercalorica (200-400mg/die diviso prima dei pasti principali); trattamento continuo in soggetti con marcata insulino resistenza di base genetica (400mg/die in combinazione con altri GDA diviso prima dei pasti principali); uso dopo protocolli con Insulina esogena (200-400mg/die, assunte prima dei pasti in combinazione con altri GDA)

In conclusione si può affermare, e a ragione, che l’uso dei GDA in termini generali, e con alcune eccezioni, possa essere considerato funzionale per la maggior parte dei soggetti nei periodi di dieta ipercalorica o durante, e dopo, un protocollo di Insulina esogena (vedi in particolar modo Berberina, ALA e Cromo Picolinato) dove, notoriamente, l’insulino resistenza subisce un peggioramento. Al contrario, in un regime alimentare ipocalorico, dove si verifica un miglioramento dell’insulino sensibilità, l’utilità dei GDA automaticamente si riduce con l’eccezione dei composti con attività “carb-blocker” o riduttiva della gluconeogenesi epatica. Come ripetuto più volte nel corso di questa serie di articoli, solo nei soggetti con una accentuata insulino resistenza di base genetica (metabolismo glucidico non ottimale) si trovano riscontri positivi nell’uso in cronico, e a dosaggi controllati, dei GDA.

Le informazioni riportate nei sette articoli dedicati all’esposizione dei principali GDA sono più che sufficienti affinché l’atleta, o il Preparatore, possa valutare le caratteristiche di ognuno di essi e il suo potenziale applicativo nei diversi contesti della preparazione basandosi, principalmente, sulle caratteristiche di risposta soggettive.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. Gymnema sylvestre (Retz.) Schult. USDA, NRCS. 2006. The PLANTS Database ( http://plants.usda.gov , 11 May 2011). National Plant Data Team, Greensboro, NC 27401-4901 USA.
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  5. Windholz M, ed. The Merck Index . 10th ed. Rahway, NJ: Merck & Co; 1983.
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FOSFATIDILSERINA E SUO EFFETTO SULLA TESTOSTERONE/CORTISOLO RATIO

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Fosfatidilserina

Della Fosfatidilserina (PS) e dei suoi potenziali effetti ne avevo già parlato qualche anno fa in un articolo ad essa dedicato. Si tratta di un articolo nel quale esponevo in modo generale le azioni sull’equilibrio ormonale attribuite a questo Fosfolipide. Con il presente articolo, invece, è mia intenzione esporre i risultati di un interessante, seppur limitato, studio svolto su esseri umani nel quale la somministrazione di una dose giornaliera di Fosfatidilserina pari a 600mg per dieci giorni consecutivi ha dato come risultato un aumento del Testosterone e una riduzione del Cortisolo dopo quindici minuti di esercizio. (1)

Lo studio in questione è stato diretto dai ricercatori della University of Mississippi i quali, per lo svolgimento del test, hanno reclutato dieci uomini sani. I soggetti presi in esame sono stati sottoposti ad un allenamento su cicloergometro sul quale dovevano pedalare per quindici minuti per due sessioni. I partecipanti allo studio hanno eseguito anche cinque “set” da tre minuti. Ogni “set” iniziava con uno sforzo moderato – circa il 65% del VO2max – e si concludeva con un’intensità dell’85%. I ricercatori hanno misurato le concentrazioni di Cortisolo, Testosterone, Lattato e Ormone della Crescita nel sangue dei soggetti prima e dopo l’esercizio. In una sessioni gli uomini hanno assunto Fosfatidilserina mentre nell’altra hanno assunto un placebo.

Come ben sappiamo, la Fosfatidilserina si trova nelle membrane cellulari. La sua assunzione sotto forma di integratore è stata collegata ad una migliore funzionalità recettoriale e maggiore tolleranza allo stress. Il meccanismo attraverso il quale agisce non è del tutto noto, ma studi su esseri umani hanno dimostrato che la Fosfatidilserina può ridurre le concentrazioni di Cortisolo dopo l’esercizio fisico e l’esposizione allo stress (stress percepito; una delle probabili, e primarie, azioni alla base degli effetti riscontrati con l’uso di PS).

I risultati dello studio qui discusso hanno evidenziato che la supplementazione con PS ha ridotto la sintesi di Cortisolo, come mostrato nella figura seguente.

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L’assunzione di PS ha anche portato ad un incremento della sintesi di Testosterone.

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Le figure sottostanti mostrano come la Cortisolo-Testosterone ratio è cambiata in seguito all’assunzione della PS. La barra nera rappresenta il gruppo che ha assunto Fosfatidilserina.

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La figura a sinistra mostra l’effetto sulla concentrazione ematica totale di Testosterone durante l’esperimento. La barra nera rappresenta il gruppo che ha assunto la Fosfatidilserina; come si può vedere la quantità totale di Testosterone è aumentata del 35% in questo gruppo. La figura centrale mostra l’effetto della supplementazione sulla concentrazione totale di Cortisolo, che è inferiore del 35% nel gruppo Fosfatidilserina. Il rapporto tra i due ormoni è migliorato di almeno il 180%.

I ricercatori non hanno rilevato alcun effetto sulla concentrazione ematica di Lattato e statisticamente parlando la Fosfatidilserina non ha avuto effetti significativi sui livelli di GH.

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La Fosfatidilserina si trova anche nella lecitina di Soia, ma le concentrazioni sono molto basse. Cento grammi di lecitina contengono circa 15mg di Fosfolipidi, e solo una piccola parte di questi è costituita da Fosfatidilserina. L’acquisto di integratori specifici altamente titolati in Fosfatidilserina rappresenta l’unico modo per poter potenzialmente sperimentare gli effetti positivi della molecola.

Riferimenti:

  1. http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?artid=2503954&rendertype=abstract