GDA (Glucose Disposal Agent): caratteristiche e applicazioni (1° Parte)

Introduzione

GDA meaning - what does GDA stand for?

Con il termine GDA (Glucose Disposal Agent) ci si riferisce ad una serie di composti (non farmaci) aventi la capacità di ottimizzare il metabolismo glucidico cellulare agendo sul miglioramento del insulino-resistenza.  Questi integratori alimentari stanno avendo un largo consumo nel BodyBuilding e nel Fitness in generale data la, ormai, conosciuta importanza che la sensibilità all’insulina ha sulla composizione corporea e sulla salute generale.  I GDA, quindi, agendo sul miglioramento della sensibilità all’Insulina contribuiscono ad una migliore ripartizione calorica che si traduce in un maggiore trasporto dei nutrienti verso il miocita (cellula muscolare) rispetto all’adipocita. Lo scopo di questa serie di articoli è, quindi,  sostanzialmente quello di analizzare nel dettaglio i principali GDA valutandone il potenziale attraverso ciò che la letteratura scientifica ad oggi disponibile riporta analizzandone le possibili migliori applicazioni.

Principali GDA e loro caratteristiche

  • Berberina: caratteristiche e possibili applicazioni.
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Berberina

La Berberina è un alcaloide, più precisamente un sale di ammonio quaternario appartenente al gruppo protoberberino degli alcaloidi benzilisochinolinici trovati in piante del genere Berberis (ad es. Berberis vulgaris – crespino, Berberis aristata – albero curcuma, Mahonia aquifolium – uva-Oregon, Hydrastis canadensis – goldenseal, Xanthorhiza simplicissima – yellowroot, Phellodendron amurense (1)  – Albero di sughero Amur, Coptis chinensis – Goldthread cinese, Tinospora cordifolia, Argemone mexicana – papavero spinoso ed Eschscholzia californica – Papavero californiano). La Berberina si trova solitamente nelle radici, nei rizomi, nei gambi e nella corteccia delle piante precedentemente elencate.

Come accennato pocanzi, la Berberina è un alcaloide estratto da diverse piante utilizzate nella medicina tradizionale cinese.

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Methoxyhydnocarpina

La Berberina è attualmente in fase di studio al fine di determinarne l’efficacia d’uso per il trattamento del aritmia, del diabete, (2) del iperlipidemia, (3) del infiammazione (4) e del cancro. La Berberina esplica azione antiaritmica di classe III.(5) Vi sono alcune prove che la Berberina possa avere proprietà Anti-Aging (gero-soppressive).(6)(7) Alcune ricerche sono state condotte su un possibile uso contro l’infezione da Staphylococcus aureus (MRSA) resistente alla meticillina.(8) La Berberina è considerata un antibiotico.(9)(10) Quando applicata in vitro e in combinazione con Methoxyhydnocarpina, un inibitore di pompe a resistenza multipla, la Berberina inibisce la crescita dello Staphylococcus aureus (11) e Microcystis aeruginosa (12),  un cianobatterio tossico. La Berberina è utilizzata principalmente per i suoi effetti anti-infiammatori e anti-diabetici. Può anche migliorare la salute intestinale e abbassare il colesterolo. La Berberina è in grado di ridurre la gluconeogenesi epatica. La ricerca svolta su esseri umani e animali ha dimostrato che un dosaggio di Berberina pari a 1500mg/die, assunti in tre dosi eguali distribuite nell’arco della giornata, ha la medesima efficacia riscontrata con lo stesso dosaggio di Metformina o con 4mg di Glibenclamide, due farmaci per il trattamento del diabete di tipo II. L’efficacia è stata misurata attraverso l’impatto dei composti sulla riduzione dei  biomarcatori del diabete di tipo II.

La Berberina sembra avere anche un effetto sinergico con i farmaci antidepressivi e coadiuvare la perdita del grasso corporeo. Entrambi questi benefici hanno bisogno di ulteriori prove a loro sostegno prima che la Berberina possa essere raccomandata per l’uso in tali circostanze.

Il principale meccanismo responsabile degli effetti anti-infiammatori e anti-diabetici della  Berberina è rappresentato dalla sua capacità di attivare un enzima chiamato proteina kinasi dipendente dall’adenosina monofosfato (Adenosine Monophospate-activated Protein Kinase o AMPK) inibendo al contempo la proteina-tirosina fosfatasi 1B (PTP1B).

Nelle cellule vive, la Berberina si localizza nei mitocondri. La sua localizzazione mitocondriale è coerente con l’inibizione del complesso I della catena respiratoria, la diminuzione della produzione di ATP e la successiva attivazione del AMPK, che porta alla soppressione della segnalazione dell’mTOR.(6) Una caratteristica quest’ultima non positiva, specie in soggetti “Natural”, ma con gravità d’effetto dose dipendente e non significativa, in base ai dati aneddotici, ai dosaggi medi utilizzati. La biodisponibilità della Berberina è bassa.(13)

La Berberina sembra sopprimere debolmente il consumo di glucosio in acuto, (14) con 72 ore di incubazione che sopprimono l’assorbimento del glucosio ad un grado statisticamente insignificante in vitro.(15)

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Acarbosio

L’enzima saccarasi è inibito in modo concentrazione-dipendente con un IC50 di 1,83 mg/L (potenza piuttosto bassa) (14) e di 0,28 mg/ml.(16) Il complesso dell’enzima saccarosio-isomaltasi (SI) sembra avere un mRNA aumentato nella condizione diabetica. Questo aumento di espressione dell’enzima viene ridotto (fino al 62% rispetto a quello dei ratti di controllo) con una dose di 100-200 mg/kg di Berberina per 35 giorni, effetto riscontrato anche nei ratti non diabetici.(17) In un altro studio nel quale è stata utilizzata una dose di Berberina pari a 125 mg/kg per 33 giorni è stato osservato che, in risposta ad un test di tolleranza al saccarosio assunto oralmente, il composto ha prodotto il 43% in meno nella AUC del glucosio serico (meno efficace del Acarbosio a 20mg/kg come controllo attivo) correlato con una minore attività del sucrasi in tutte le parti dell’intestino.(16) In un altro studio, una dose di 100mg/Kg di Berberina ha dimostrato di avere effetti analoghi. (18)

L’enzima maltasi sembra essere inibito ma non in modo dose-dipendente, (14) con uno studio che mostra le alterazioni dell’attività del maltasi nei ratti diabetici (aumento di 1,45-2,56 volte) normalizzate con 35 giorni di integrazione di Berberina (100-200 mg / kg) (17) con una normalizzazione significativa in tutte le aree dell’intestino dopo la somministrazione di 125mg /kg per 33 giorni. (16) Non sembra esserci alcuna inibizione diretta degli enzimi attivi del maltasi fino a 50μM di Berberina (sebbene contestato, un altro studio suggerisce un IC50 di 0,11 mg / ml (16)), ma 5 giorni di esposizione a questa concentrazione riducono l’attività del 48% in vitro.(17)

L’enzima lattasi (media la digestione del lattosio) è risultato essere aumentato nella condizione diabetica  e attenuato, ma non normalizzato, in seguito all’ingestione di 125mg/kg di Berberina per 33 giorni nei ratti.(16)

Per quanto riguarda l’enzima alfa-amilasi (media la digestione dell’amido), la Berberina è stata testata in uno studio in vitro per l’inibizione della crescita dipendente dalla amilasi fungina con valori di Ki simili all’Acido Clorogenico e all’Acido Caffeico suggerendo una sua azione inibitoria non competitiva dell’enzima stesso. (19)
La sottoregolazione dell’attività enzimatica (complesso maltasi e SI) sembra essere in parte dipendente dalla PKA e l’inibizione della PKA con l’inibitore H89 attenua (ma non inibisce totalmente) questi effetti.(17)

L’effetto ipoglicemizzante della Berberina fu scoperto per la prima volta nel 1988 quando una condizione ipoglicemica venne osservata accidentalmente nei pazienti diabetici trattati con Berberina per i suoi effetti anti-diarroici.(20)

Una meta-analisi è stata condotta sulla Berberina al fine di valutarne le potenzialità nel trattamento del diabete di tipo II.(21) Questa meta-analisi ha rilevato 14 studi (tutti provenienti dalla Cina), che includevano l’osservazione di  1068 pazienti tra il 2007 ed il 2011, nei quali si è osservato che l’assunzione di Berberina ad un dosaggio di 0,5-1,5 g al giorno, abbinata  ad un intervento correttivo dello stile di vita del paziente,  per  12 settimane era associata a miglioramenti della glicemia a  digiuno (0,87 mmol / Riduzione L, CI 0,54-1,20), postprandiale (riduzione di 1,72 mmol / L, CI 1,11-2,32) e del HbA1c (riduzione dello 0,72%; CI 0,47-0,97%) con miglioramenti del metabolismo lipidico e la riduzione dei livelli di Insulina a digiuno ( 0,5 mU / L; CI 0,03-0,96).(21)

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Metformina

Sette studi (su 448 pazienti) hanno utilizzato una valutazione comparativa con gli agenti ipoglicemizzanti  orali e, sebbene non sia possibile eseguire una meta-analisi a causa dell’eterogeneità dei dati, non sembrano esserci differenze significative quando la Berberina è stata confrontata con Metformina, Glipizide, o Rosiglitazone. (21) In 4 studi su 6 che hanno usato la Berberina come trattamento adiuvante insieme ai farmaci  ipoglicemizzanti orali, i benefici additivi sono risultati significativi per la glicemia a digiuno (riduzione di 0,59 mmoli / L, CI 0,35-0,83), postprandiale (riduzione di 1,05 mmoli / L, CI 0,48-1,62 ) e l’HbA1c (riduzione dello 0,53%, CI 0,11-0,95%) che sono stati osservati ridursi maggiormente nella terapia combinata rispetto all’uso dei soli farmaci ipoglicemizzanti orali.(21)

La metodologia degli studi inclusi è ritenuta scadente (punteggio Jadad minore di 3) ma non sembra esserci il rischio di bias come valutato mediante il grafico a imbuto (anche se in 10 studi utilizzati il grafico a imbuto non può essere stato accurato in modo desiderabile (22)).(21) Questa meta-analisi ha escluso tre studi (nessuno dei quali è indicizzato online) a causa delle differenze al basale o dell’incertezza nella randomizzazione.(21)

Un altro studio sulla Berberina ha mostrato che l’assunzione di 0,3g  tre volte al giorno (900mg in totale) per 12 settimane su 37 soggetti con sindrome metabolica di nuova diagnosi causano una riduzioni significativa della glicemia (17%), del HbA1c (15%), dell’Insulina a digiuno (26%), e della sensibilità all’insulina valutata con l’indice HOMA-R (41%).(23) I soggetti con diabete di tipo II che avevano assunto 1g di Berberina per un mese hanno sperimentato una riduzione del 20% e del 26% rispettivamente del glucosio ematico a digiuno e post-prandiale insieme a una riduzione del 12% del HbA1c, ma solamente con una lieve tendenza al miglioramento della sensibilità all’insulina.(24) L’assunzione di 1g di Berberina per 2 mesi ha ridotto la glicemia a digiuno (25,9%), l’HbA1c (18,1%) e i Trigliceridi (17,6%).(25) Un altro studio sugli esseri umani con steatosi epatica non alcolica a cui sono stati applicati solo interventi sullo stile di vita o interventi sullo stile di vita più 15 mg di Pioglitazone al giorno o 0,5g di Berberina al giorno per 16 settimane non ha riscontrato differenze tra i 3 gruppi sul HbA1C, ma ha osservato un miglioramento nel punteggio del HOMA-IR nel gruppo che ha subito interventi sullo stile di vita insieme all’inserimento della Berberina rispetto agli interventi sullo stile di vita senza supplementazione, con nessuna differenza rispetto agli interventi sullo stile di vita in combinazione con la somministrazione di Pioglitazone.(26) L’area sotto la curva glicemica dopo un test di tolleranza al glucosio orale è stata ridotta anche nel gruppo trattato con Berberina rispetto ai soli interventi sullo stile di vita (con ancora nessuna differenza rispetto al Pioglitazone), principalmente a causa di una maggiore riduzione del glucosio a 120 e 180 minuti.(27) Miglioramenti simili sono stati riscontrati in soggetti con la sindrome metabolica, in cui 0,5g di Berberina tre volte al giorno per tre mesi hanno portato ad un miglioramento della sensibilità all’Insulina come misurato dagli indici insulinogenici e di Matsuda, dalla glicemia della  AUC del glucosio e della AUC dell’Insulina rispetto al placebo.(27)

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Rosiglitazone

Studi comparativi sull’uso della Berberina hanno mostrato che l’assunzione di 1g  al giorno dell’alcaloide presenta la medesima efficacia nel miglioramento dei parametri misurati (solitamente glicemia a digiuno, Insulina, HbA1c e Trigliceridi) riscontrata con la Metformina (28) (25) e il Rosiglitazone (25) quando utilizzati entro il range di dosaggio standard di 1,5g (Metformina) o 4mg (Rosiglitazone).

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Adiponectina

La Berberina ha mostrato di poter aumentare i livelli di Adiponectina, una adipochina (molecola di segnalazione derivata da cellule adipose) che svolge un ruolo positivo nella sensibilità all’Insulina (viene secreta e quindi agisce sul tessuto attraverso i suoi recettori per attivare l’AMPK (29)) e che si riduce nei diabetici, in particolare nella struttura ad alta attività. (30) L’Adiponectina si trova in tre forme strutturali: trimero, esamero e ad alto peso molecolare. Quest’ultima è maggiormente correlata alla sensibilità all’Insulina (31); la Berberina (2-4uM) agisce attraverso l’attivazione del AMPK, in particolare il sottoinsieme AMPKα1, per aumentare la percentuale di Adiponectina nella sua struttura ad alta attività; un processo noto come multimerizzazione della Adiponectina. (32) Questo è stato anche notato con l’uso del AICAR, un noto  farmaco sperimentale utilizzato per attivare l’AMPK, suggerendo un effetto generale che non è unico per la Berberina; (32) questo intricato ciclo (Attivazione dell’Adiponectina tramite l’AMPK che promuove l’Adiponectina ad alta attività) è un meccanismo di autoregolazione dell’Adiponectina. (33)

Va notato che gli studi sull’uso della Berberina in adipociti predifferenziati hanno rilevato una minore secrezione di Adiponectina che era la conseguenza naturale della soppressione della differenziazione.(23) Questo è stato anche replicato nello studio sopra menzionato sull’aumento della funzione dell’Adiponectina, con entrambi i fenomeni che si verificano a concentrazioni simili. (32)

La Berberina ha dimostrato di stimolare l’uptake del glucosio nel muscolo scheletrico (34) in modo parzialmente mediato dal AMPK.(35)

mitocondrio

L’attivazione del AMPK può aumentare la biogenesi mitocondriale nelle cellule del muscolo scheletrico, cosa che è stata dimostrata in seguito ad assunzione di Berberina; è stata stabilita l’inattività della Berberina nelle cellule prive del SIRT-1 (un intermedio richiesto).(36)

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2,4-thiazolidinedione

La Berberina è nota anche per migliorare l’uptake del glucosio nelle cellule adipose con una concentrazione di 25μm dimostratasi  altrettanto potente di una concentrazione di 15uM di 2,4-thiazolidinedione (TZD, un farmaco antidiabetico, di 3,3 volte) e leggermente sovraperformato sia rispetto alla Arecolina (3,2 volte) che all’Acido Vanillico (2,9 volte), entrambi prodotti naturali. (37) Questo studio ha anche rilevato che Berberina ha agito sinergicamente sia con il TZD che con la Metformina. (37) La Berberina ha anche dimostrato di essere più efficace nell’aumentare l’assorbimento del glucosio rispetto ai polisaccaridi del Astragalus Membranaceus. (38)

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Sebbene l’aumento dell’attività del AMPK  dato dalla Berberina sia noto per migliorare l’uptake del glucosio negli adipociti, (39) la Berberina sembra agire indipendentemente dal AMPK per aumentare l’assorbimento del glucosio di 5 volte nelle cellule dei fibroblasti L929 che esprimono solo trasportatori GLUT1; si è scoperto che la Berberina aumenta l’attività dei GLUT1 (un trasportatore del glucosio normalmente poco attivo) tramite un parziale pathway del MAPK e ERK p38.(40) Questo aumento dell’attività dei GLUT1 è stato osservato negli adipociti 3T3-L1, sebbene sia classificato come secondario all’attivazione del AMPK.(41)

La Berberina può anche inibire l’enzima PTP1B e promuovere l’assorbimento del glucosio negli adipociti (e nei miociti) preservando l’attività dell’Insulina. A concentrazioni di Berberina pari a 1,25-2,5uM, la fosforilazione del Recettore dell’Insulina è aumentata senza alterare il contenuto proteico.(39)  L’IC50 della Berberina sul PTP1B sembra essere di 156,9 nM con un valore Ki di 91,3 nM,  un valore significativo. (42)

Si è scoperto che la Berberina normalizza parzialmente la diminuzione del consumo del glucosio indotto dal palmatato (un acido grasso), e ciò avviene attraverso gli effetti anti-infiammatori di inibizione dell’aumento dell’attività di IKKβ e NF-kB; che successivamente aumentano l’IRS-1 e riducono l’assorbimento del glucosio attraverso il Recettore dell’Insulina.(43) Questo effetto antinfiammatorio è stato notato anche quando la misurazione delle citochine (44),  e della resistenza all’insulina indotta dagli acidi grassi è stata replicata in altre cellule in relazione al NF-kB.(45)

Lo studio svolto prendendo in esame persone con sindrome metabolica ha rilevato che l’assunzione di 300mg di Berberina tre volte al giorno (900 mg totali) per un totale di 12 settimane è associata ad una significativa riduzione del BMI da 31.5 +/- 3.6 a 27.4 +/- 2.4 (diminuzione media del 13%) con una diminuzione significativa della circonferenza vita del 5,5%; la massa magra e la massa grassa non sono state misurate. (23) Persone sane ma sovrappeso che assumono 500mg di Berberina per tre volte al giorno (1500 mg in totale) per 12 settimane senza aggiustamenti nell’esercizio fisico hanno notato una  riduzione del peso corporeo di circa 2,26Kg (2,3% peso corporeo, 3,6% grasso corporeo); l’assunzione di cibo non è stata modificata nel complesso, ma due soggetti hanno riportato una diminuzione dell’appetito. (46)

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Pioglitazone

Uno studio svolto su  esseri umani con steatosi epatica non alcolica a cui sono stati applicati solo interventi sullo stile di vita o interventi sullo stile di vita più 15mg di Pioglitazone al giorno o 0,5g di Berberina al giorno per 16 settimane hanno riscontrato una riduzione significativa del BMI di 1,51 nel gruppo con aggiunta di Berberina rispetto alla riduzione di 0,72 in BMI riscontrata nel gruppo di solo interventi sullo stile di vita; il Pioglitazone ha causato una riduzione simile ai soli  interventi sullo stile di vita.(47)

Gluconeogenesi+epatica
Per quanto riguarda la gluconeogensi epatica (la produzione di glucosio da fonti non glucidiche, la quale tende ad essere drasticamente aumentata nello stato di diabete contribuendo all’aumento del glucosio ematico a digiuno), la somministrazione di Berberina ad alte dosi (380mg/kg al giorno) per 5 settimane nei ratti diabetici è in grado di ridurre l’attività dei due enzimi implicati nella limitazione della velocità della gluconeogenesi epatica (PEPCK e G6Pase), senza che vi sia un aumento correlato dell’Insulina (normalmente soppressiva di questi due geni). (48) Questo sembra essere correlato alla normalizzazione dell’attività del FOXO1, che è stata aumentata nei ratti diabetici, (48) e alla riduzione del contenuto proteico e dell’mRNA (trascrizione genomica). (49)

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Recettore dell’Insulina

Nelle cellule epatiche umane (studio in vitro), 10mcg/mL in 12 ore possono causare un aumento del contenuto di Recettori dell’Insulina negli epatociti; questo si estende anche ad altre linee cellulari testate (pancreas, colon, linfociti, fibroblasti) tra un aumento di 1,6 e 1,9 volte (25) e sembra funzionare sia in modo dose-dipendente che e dose-indipendente. (50) Anche la segnalazione dell’insulina è stata migliorata in modo secondario con la riduzione dello stress del reticolo endoplasmatico, (51) che è secondario al Recettore dell’Insulina.

Quando testato in cellule CEM, la coincubazione di 0,5nM di Insulina con 10mcg/mL di Berberina induce l’attivazione del Akt allo stesso grado dell’Insulina a 10nM. (25)
Uno studio sui ratti ha evidenziato che la Berberina è associata ad un aumento della secrezione di GLP-1 misurata sia nel siero che nell’intestino, in seguito all’aumento dell’mRNA del proglucagone nell’intestino; questi effetti si aggiungono alle qualità anti-diabetiche della Berberina. (52)

L’inibizione del PTP1B, che promuove la segnalazione del Recettore dell’Insulina con un IC50 di 156.9nM, (42) sembra anche avvenire nelle cellule muscolari. (39)
La Berberina sembra indurre l’assorbimento del glucosio nelle cellule muscolari di per sé indipendentemente dal fatto che la cellula sia in uno stato di aggravata insulino-resistenza (53) o di ottimale insulino-sensibile (54), e l’interazione sinergica tra Insulina e Berberina esiste solo quando la cellula muscolare è in una condizione di insulino-resistenza, mentre in presenza di cellule insulino-sensibili l’interazione è appena additiva (effetti additivi non statisticamente significativi, sembra esserci un crossover nei meccanismi). (53) (54)

La sovraregolazione del numero dei recettori insulinici (quantità di recettori insulinici espressi sulla superficie cellulare) sembra estendersi ai miociti diìel ratto L6 a 7,5 ÷ 2,5 volte quella del gruppo di controllo, con benefici significativi ma minori rilevati a 2,5uM.(50) Ciò era dovuto all’aumento della trascrizione del recettore a livello genomico, ed è dipendente dalla PKC, che la Berberina sembra attivare in modo dose-dipendente.
A causa delle interazioni con il CYP3A4 (inibizione attraverso  cui può aumentare il Testosterone) e il CYP1A2 (Aromatasi), (55) in teoria la Berberina può aumentare i livelli circolanti di Testosterone; questo, però, non è ancora stato testato in sistemi viventi.

L’incubazione di Tamoxifene (1,5uM) e Berberina (16ug / mL) nelle cellule del cancro al seno MCF-7 estrogeno-sensibili è in grado di aumentarne sinergicamente l’apoptosi. (56) Questo sinergismo sembra essere correlato ai SERM in generale, sebbene il meccanismo(i) esercitato dalla Berberina non sia attualmente noto. (56)

L’intervento con Berberina su soggetti con sindrome metabolica di nuova diagnosi ad un dosaggio di 300mg assunti tre volte al giorno (900 mg totali) per 12 settimane è stato in grado di ridurre i livelli circolanti di Leptina del 36% mentre aumentava significativamente l’Adiponectina, ma il rapporto Leptina/Adiponectina è migliorato passando da 0,76 a 0,58.(23)

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GLP-1

Il GLP-1 (glucagon-like peptide-1)  è un ormone peptidico noto per essere secreto dall’intestino con proprietà ipoglicemizzanti, esplicate in parte attraverso la stimolazione della secrezione dell’Insulina (57)(58)  e può anche avere un ruolo nella proliferazione delle cellule β del pancreas. (59) È stato osservato che la Berberina, alla dose orale di 120mg/kg per 5 settimane, aumenta le concentrazioni di GLP-1 e di Insulina nei ratti con diabete indotto da streptozotocina (misurazioni eseguite dopo somministrazione postprandiale). (60) Questo studio ha anche rilevato un aumento della popolazione delle cellule β (460% nel controllo diabetico, ma ancora meno della metà nel controllo non diabetico) che è stato attribuito all’azione del GLP-1.(60)

Le azioni della Berberina scientificamente documentate sono svariate e non implicano soltanto le interazioni di questo composto con il metabolismo glucidico. Per motivi di praticità, e per motivi legati all’argomento principale del presente articolo, ho dovuto omettere alcuni studi di un certo interesse. Per chiunque volesse approfondire cliccate qui.

Adesso sappiamo che la Berberina può migliorare la sensibilità all’Insulina in modo parzialmente dipendente dall’attivazione del AMPK, con conseguente aumento del uptake del glucosio sia da parte del miocita che del adipocita (sebbene, in questo ultimo caso, la cosa non è negativa come sembra dal momento che un ottimizzazione del metabolismo glucidico adipocitario porta ad un miglioramento della secrezione di Leptina con i benefici ad essa correlati),  e che può ridurre l’assorbimento glucidico intestinale e ridurre i tassi di gluconeogenesi epatica. Sappiamo anche che l’impatto della Berberina in sinergia con l’Insulina risulta non significativo in condizioni di un ottimale insulino-sensibilità. A questo punto la domanda è “come si possono utilizzare queste informazioni per pianificare l’uso della Berberina”? La risposta è, ovviamente, dipendente dal vantaggio che le suddette caratteristiche possono apportare in una data fase e su determinati soggetti.

Soggetti con una insulino-resistenza di base genetica, e cioè individui con una tolleranza glucidica limitata rispetto alla media,  possono trarre vantaggi dall’uso della Berberina sia in contesti di alimentazione ipercalorica (con un aumento del carico glucidico)  che ipocalorica, sfruttando, nel primo caso, l’effetto sull’insulino-sensibilità dato anche dalla sinergia Berberina/Insulina in presenza di cellule con una condizione di insulino-resistenza (condizione peggiorata già di per se da una dieta ipercalorica) e, nel secondo caso, mantenendo una insulino-sensibilità migliorata rispetto al basale con una parallela riduzione dell’assorbimento glucidico intestinale e della gluconeogenesi epatica che risultano di particolare vantaggio durante diete ipocaloriche “low carb” nonché in regimi alimentari chetogenici. L’impatto della Berberina sull’attività mitocondriale nel muscolo-scheletrico non è di certo da trascurare specie in tali contesti.

Soggetti con una buona affinità con il glucosio possono trarre vantaggi dall’uso della Berberina durante fasi ipercaloriche, mantenendo una discreta sensibilità all’Insulina con una, e già citata, sinergia additiva tra la Berberina e l’Insulina in situazioni di insulino-resistenza cellulare (indotta e/o peggiorata dalla dieta ipercalorica). L’alterazione dell’assorbimento glucidico potrebbe dare alcuni problemi se si sta cercando di aumentare la massa magra dal momento che questo meccanismo riduce l’apporto calorico. E’ vero anche, però, che il miglioramento della ripartizione calorica dato dall’uso della Berberina aumenta l’efficienza dei nutrienti assunti il che, di per se, compensa l’eventuale riduzione dell’assorbimento glucidico intestinale. Questo effetto, invece, risulta vantaggioso, parallelamente all’applicazione della Berberina in soggetti con insulino-resistenza genetica basale, durante fasi ipocaloriche. L’uso durante “refeed” dovrebbe essere evitato per le possibili “complicazioni” relative all’assorbimento glucidico (tranne nei casi di insulino-resistenza genetica basale).

L’uso della Berberina durante e dopo protocolli d’uso dell’Insulina esogena permette di utilizzare dosaggi del peptide inferiori con il mantenimento di una discreta insulino-sensibilità (durante) con una azione “rigenerativa” a livello pancreatico (dopo).

I dosaggi che hanno dimostrato un impatto statisticamente significativo, anche alla luce della ricerca scientifica svolta fino ad oggi, vanno dai  500mg a 1.5g al giorno assunti in 2-3 somministrazioni di uguale portata  distribuite durante la giornata (preferibilmente prima dei pasti). L’emivita della Berberina è stata stimata essere di circa 5-6 ore.(61)

Ai dosaggi comunemente usati nella medicina tradizionale e nel limite dei 1.500mg/die la Berberina è ben tollerata e sicura; a dosaggi più alti può determinare: disturbi gastrointestinali, dispnea, diminuzione pressoria, sintomi simil-influenzali e danno cardiaco. (62)

Fine 1° Parte…

Gabriel Bellizzi

Rifermenti:

1- Zhang Q, Cai L, Zhong G, Luo W (2010). “Simultaneous determination of jatrorrhizine, palmatine, berberine, and obacunone in Phellodendri Amurensis Cortex by RP-HPLC”. Zhongguo Zhong yao za zhi = Zhongguo zhongyao zazhi = China journal of Chinese materia medica. 35 (16): 2061–4. doi:10.4268/cjcmm20101603. PMID 21046728.
2- Dong H, Wang N, Zhao L, Lu F (2012). “Berberine in the treatment of type 2 diabetes mellitus: a systemic review and meta-analysis”. Evid Based Complement Alternat Med. 2012: 591654. doi:10.1155/2012/591654. PMC 3478874  . PMID 23118793.
3- Dong H, Zhao Y, Zhao L, Lu F (2013). “The effects of berberine on blood lipids: a systemic review and meta-analysis of randomized controlled trials”. Planta Med. 79 (6): 437–46. doi:10.1055/s-0032-1328321. PMID 23512497.
4- Mohan MC, Abhimannue AP, B PK. Identification and Characterization of Berberine in Tinospora cordifolia by Liquid Chromatography Quadrupole Time of Flight Mass Spectrometry (LC MS/MS Q-tof) and Evaluation of its anti Inflammatory Potential. Pharmacognosy Journal. 2017;9(3):350–355.
5- Huang WW, Xu SZ, Xu YQ. A study of the antiarrhythmic mechanism of berberine on delayed activation potassium current by voltage clamp. Zhonghua Xin Xue Guan Bing Za Zhi, 20 (5): 310–2, 1992 | PMID 1306830
6- Zhao H, Halicka HD, Li J, Darzynkiewicz Z. Berberine suppresses gero-conversion from cell cycle arrest to senescence. Aging (Albany) 2013; 6: 623–636. PMID 23974852, doi:10.18632/aging.100593
7- Darzynkiewicz Z, Zhao H, Halicka HD, Li J, Lee Y-S, Hsieh T-C, Wu J. In search of anti-aging modalities: evaluation of mTOR- and ROS/DNA damage- signaling by cytometry. Cytometry A 2014;85A:386-99. PMID 24677687, doi:10.1002/cyto.a.22452
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61- The 5-minute Herb and Dietary Supplement Consult – a cura di Adriane Fugh-Berman (pag. 158).

62- https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10767672

ANTIDEPRESSIVI E COMPOSIZIONE CORPOREA

  • Preambolo

Doctor holding medicine - anti depressants

L’aumento esponenziale di patologie psichiatriche, tra le quali emergono maggiormente ansia e depressione, ha portato ad un consequenziale aumento del consumo di psicofarmaci (una stima riporta che il 20% della popolazione in Italia fa uso di psicofarmaci). Il tema dell’utilizzo di psicofarmaci, come ansiolitici e antidepressivi, è molto attuale e discussa in gran parte d’Europa e negli Stati Uniti. E non sono pochi i medici che si interrogano da tempo sulle cause e i potenziali effetti della loro diffusione. Gli innumerevoli effetti collaterali legati agli psicofarmaci più diffusi (vedi antidepressivi e benzodiazepine) in molti casi, “arginando” (con marcate differenze soggettive) da una parte il malessere primario lamentato dal paziente, tendono a causare diversi problemi più o meno gravi che non solo hanno il potenziale di peggiorare le condizioni di salute del soggetto trattato ma possono anche peggiorarne le condizioni psicologiche. Uno di questi effetti è l’aumento di peso. Di particolare interesse anche per gli atleti, l’aumento di peso e il peggioramento della composizione corporea legato all’uso degli antidepressivi è un tema tutt’altro che chiarito ed è  spesso dibattuto senza avere la ben che minima formazione in merito. Scopo di questo articolo è quello di analizzare più da vicino la correlazione tra antidepressivi e aumento del peso corporeo.

Introduzione

I farmaci psicotropi hanno vari effetti collaterali e l’aumento del peso corporeo è uno di questi effetti ed è correlato ad un certo numero di composti facenti parte di questa classe di farmaci. Esiste un’ampia evidenza empirica che mostra la relazione tra la terapia antipsicotica e l’aumento del peso corporeo. Più precisamente gli antipsicotici di seconda generazione (SGA) sono noti per il loro potenziale di causare un significativo aumento del peso corporeo.(1) Tuttavia esiste una carenza di prove per quanto riguarda l’effetto degli antidepressivi sui cambiamenti del peso e della composizione corporea rispetto agli antipsicotici, lasciando aperte ulteriori controversie relative all’effetto di questi farmaci su tale risposta indotta.(1)

La depressione e l’obesità sono ormai due diffusi problemi della salute psicofisica nella società moderna.(2,3) Non ci sono studi che suggeriscono un’associazione positiva tra la depressione e l’obesità. (4-7) Alcuni ricercatori hanno tentato di stabilire i meccanismi alla base per l’associazione positiva tra obesità e depressione. (4,6,8-11) Wild et al. (4), McCarty et al. (8) e Ball et al (9) hanno suggerito che le donne sono più inclini a diventare obese durante gli stati depressivi rispetto agli uomini. Heo et al (10) hanno identificato nel sesso, età e razza dei fattori che contribuiscono all’associazione tra obesità e depressione. Fattori sociali e culturali possono anche contribuire all’aumento di peso e all’obesità che si verificano parallelamente ai disturbi dell’umore.(6) Afari et al (11) hanno svolto uno studio finalizzato a constatare se le influenze genetiche condivise sono responsabili dell’associazione tra queste due condizioni scoprendo un’associazione fenotipica modesta tra la depressione e l’obesità. È stato anche scoperto che i farmaci antidepressivi rappresentano un fattore potenziale per l’induzione dell’aumento di peso nei pazienti depressi. (5,12,13)

Tra antidepressivi TCA (antidepressivi triciclici), IMAO (inibitori delle monoamino ossidasi), e Mirtazapina (antidepressivo di seconda generazione appartenente alla classe farmacologica dei NaSSA) sono noti per dare maggiori problemi legati all’aumento di peso.(14) Alcuni pazienti possono anche aumentare di peso durante l’assunzione di SSRI, in particolare con terapia a base di Paroxetina.(15) Lo scopo di questo articolo è di intraprendere una revisione completa della letteratura riguardante l’effetto degli antidepressivi sui cambiamenti del peso e della composizione corporea, per chiarire se l’aumento di peso si verifica frequentemente con l’uso di antidepressivi e quali antidepressivi sono associati con l’aumento di peso. Gli studi disponibili saranno classificati in base a ciascun antidepressivo al fine di ottenere una prospettiva generale sull’effetto di ciascun farmaco sulle variazioni del peso corporeo. Infine verranno discusse le aree nelle quali la conoscenza è maggiormente carente dei farmaci antidepressivi e gli esiti dell’aumento di peso.

Una ricerca in rete è stata condotta attraverso i database di Medline, Pubmed, Cochrane library e Science Direct ed è stata passata al vaglio la letteratura pubblicata tra il gennaio 1973 e l’agosto 2012 utilizzando come criterio di ricerca due gruppi di parole chiave: antidepressivi, i nomi di ciascuna categoria di antidepressivi, parola chiave del primo gruppo, e, come parola chiave del secondo gruppo, obesità e peso. Gli articoli identificati nella procedura di ricerca sono stati esaminati e gli elenchi di riferimento degli articoli recensiti sono stati cercati manualmente. I riferimenti identificati come rilevanti sono stati recuperati e rivisti. Dopo aver esaminato tutti gli studi, quelli che non avevano alcun contenuto sull’associazione tra antidepressivi e variazioni di peso sono stati esclusi. Gli articoli rimanenti hanno tutti soddisfatto i criteri di ricerca come risultato principale o come risultato secondario. Tra questi articoli, sono stati identificati quarantanove studi empirici tra cui alcuni che prendevano in esame l’applicazione di diversi antidepressivi senza alcuna specificazione e alcuni hanno usato ciascun particolare antidepressivo in gruppi separati. L’ultimo gruppo che contiene risultati più precisi per ciascun antidepressivo specifico è stato enfatizzato nel presente articolo.

Esistono quarantanove studi empirici in letteratura riguardanti l’effetto degli antidepressivi sui cambiamenti del peso corporeo. Ogni antidepressivo viene discusso separatamente secondo la letteratura pertinente. La tabella 1 illustra il riepilogo dei risultati che sono stati raggiunti attraverso la review* che ha reso possibile la realizzazione di questo articolo.

Esposizione “causa/effetto” dei farmaci antidepressivi presi in esame

  • Amitriptilina

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L’Amitriptilina è un antidepressivo comunemente collegato all’aumento di peso. (12,13,16-22) In uno studio clinico 51 donne depresse trattate con Amitriptilina sono state divise in due gruppi; un gruppo aveva mantenuto l’uso della Amitriptilina per nove mesi mentre un altro gruppo aveva sospeso l’assunzione del farmaco dopo tre mesi. Entrambi i gruppi hanno mostrato un guadagno di peso durante il recupero. Tuttavia, il gruppo trattato con Amitriptilina ha continuato a ingrassare eccessivamente, mentre la cessazione dell’assunzione del farmaco dopo nove mesi di trattamento ha causato una perdita di peso.(16) Il risultato di un altro studio randomizzato in doppio cieco di sei settimane ha mostrato aumenti di peso corporeo significativamente più elevati con l’assunzione di Amitriptilina rispetto al placebo e al Trazodone (quest’ultimo ha causato una leggera perdita di peso).(17) Pande et al (18) hanno scoperto che il 100% dei pazienti trattati con Amitriptilina durante il trattamento ha subito un aumento di peso. L’Amitriptilina induce un notevole aumento di peso nei pazienti, il quale è superiore all’aumento di peso dovuto alla somministrazione di Clomipramina e Imipramina.(12) Un altro studio ha riportato aumenti di peso modesti (1,7 ± 4,1 Kg) nel 22% dei pazienti trattati con Amitriptilina in un doppio-studio clinico controllato con placebo. (20) Berilgen et al (22) hanno riscontrato che l’Amitriptilina causa aumento di peso e aumento dei livelli serici di Leptina suggerendo che l’Amitriptilina può causare resistenza alla Leptina con tutte le conseguenze ad essa correlate. Al contrario, Hinze-Selch et al (21) non hanno riscontrato influenze sui livelli di Leptina con l’uso di TCA compresa l’Amitriptilina, nonostante l’uso di questi composti abbia portato ad un aumento di peso.

Due esperimenti svolti su animali nei quali sono stati utilizzati ratti Wistar (23) e ratti OLETF (24) non furono in grado di riprodurre l’aumento di peso corporeo connesso alla terapia con Amitriptilina e lo studio portò alla conclusione che non vi era alcun legame tra l’aumento di peso e il trattamento con Amitriptilina nei ratti.(23, 24) Ciò mostra che gli studi disponibili nei quali è stato osservato l’effetto della Amitriptilina sugli animali non possono essere usati come modello di paragone per ipotizzare i meccanismi che portano all’aumento di peso con la somministrazione di Amitriptilina osservato in ambiente clinico.

  • Clomipramina

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La Clomipramina induce un aumento di peso nell’uomo come sostenuto da due studi clinici.(12, 25) Al contrario, la Clomipramina ha ridotto l’aumento di peso e l’assunzione di cibo nei ratti Wistar maschi mantenuti su un regime dietetico di auto-selezione con fonti separate di proteine, grassi e carboidrati.(26) Durante i 27 giorni di questo studio, la Clomipramina non ha alterato il consumo alimentare dalle fonti proteiche e lipidiche, ma ha ridotto l’apporto energetico a seguito di una diminuzione nell’assunzione dalla fonte glucidica cosa che si è riflessa positivamente sul peso corporeo.(26)

  • Imipramina

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L’Imipramina non mostra lo stesso impatto nel causare l’aumento del peso corporeo rispetto all’Amitriptilina e alla Clomipramina. Un aumento di peso non significativo è stato il risultato della maggior parte degli studi svolti (27-29). Pesi medi di 2,1 ± 1,5 kg dopo 6 settimane e 4 ± 1,4 kg dopo 4-6 mesi sono stati registrati nei pazienti che assumevano Imipramina in uno studio controllato.(12) In uno studio sperimentale basato sugli animali, l’aumento di peso è stato raggiunto e persino protratto nei ratti dopo l’interruzione della somministrazione della Imipramina.(30)

  • Desipramina

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Il cinquanta per cento dei pazienti trattati con Desipramina, in uno studio clinico durato 10 anni, hanno guadagnato peso.(18) topi Sabra femmina hanno mostrato un graduale aumento del loro peso corporeo durante l’assunzione della Desipramina, rispetto al gruppo dei ratti trattati con placebo.(31)

 

 

  • Nortriptilina

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Tutti e cinque gli studi clinici disponibili per la Nortriptilina hanno riportato vari gradi di aumento di peso nei pazienti che assumevano questo farmaco.(18,21,32-34) Un gruppo di ricercatori ha esaminato l’efficacia e la tollerabilità della Nortriptilina in 35 bambini e adolescenti affetti da ADHD (Sindrome da deficit di attenzione e iperattività). Una delle loro scoperte durante lo studio in doppio cieco, controllato con placebo , è stata che la Nortriptilina ha causato un aumento di peso di 5,2 libbre (2,35kg) in media nel corso delle nove settimane dello studio.(32) Hinze-Selch et al (21) hanno riscontrato significativi aumenti di peso con Amitriptilina /Nortriptilina nella loro sperimentazione clinica controllata, mentre non hanno segnalato alcun aumento dei livelli plasmatici di Leptina . Nei pazienti geriatrici, la Nortriptilina non ha causato un marcato aumento di peso poiché un significativo aumento di peso (> 10 lb) si è verificato solo nel 17,2% dei pazienti nel periodo di 30 settimane dello studio.(34) Il 24% dei pazienti dello studio ha mostrato una perdita di peso al di sotto del livello premorboso e il 20,7% non ha mostrato alcun cambiamento di peso.(34)

  • Protriptilina

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Una perdita di peso media di 1,75Ib (793g circa) a settimana è stata raggiunta dai pazienti trattati con Protriptilina in uno studio clinico nel quale è stata osservata l’influenze della Protriptilina sui cambiamenti del peso corporeo nei pazienti con basso livello urinario di 3metossi-4-idrossi-fenilglicole.(35)

 

  • Maprotilina (antidepressivo tetraciclico)

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Come risultato di uno studio clinico controllato nel quale si sono osservati gli effetti di diversi antidepressivi sulle variazioni del peso corporeo, la Maprotilina e l’Amitriptilina hanno indotto un aumento di peso più marcato mentre gli antidepressivi Imipramina e non triciclici hanno indotto un aumento di peso minore. (12) I pazienti trattati con Maprotilina hanno subito aumenti di peso di 3,2 ± 2,6 kg dopo 6 settimane e 5,2 ± 4,1 kg dopo 4-6 mesi.(12)

  • Fenelzina e Tranilcipromina
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Partendo dall’alto: Fenelzina e Tranilcipromina

Nell’unico studio clinico disponibile attraverso il quale si è osservata l’influenza della Fenelzina sulle variazioni del peso corporeo, ha mostrato che l’aumento di peso è stato raggiunto dal 46% dei pazienti che avevano assunto questo farmaco per dieci anni.(18) Nello stesso studio il Tranilcipromina ha indotto il maggiore aumento di peso ( una media di 4,1 ± 2,2 Kg di aumento di peso nel 73% dei pazienti) rispetto ad altri antidepressivi inclusi Desipramina, Nortriptilina, Amitriptilina e Fenelzina (18).

 

  • Moclebomide

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L’unico studio disponibile trattante l’effetto del Moclebomide sulle variazioni del peso corporeo ha riportato un aumento di peso non significativo a seguito dell’assunzione di questo farmaco durante il trattamento a breve termine (6 settimane) ed a lungo termine (18 settimane).(19)

  • Fluoxetina

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Esistono risultati contrastanti in letteratura sull’effetto della Fluoxetina sui cambiamenti del peso corporeo. Alcuni ricercatori hanno riportato la perdita di peso in seguito a somministrazione di Fluoxetina (19, 35-38), e alcuni altri hanno osservato un effetto inibitorio sull’assunzione di cibo da parte dei ratti trattati con questo farmaco.(39) Al contrario, altri ricercatori hanno scoperto che la Fluoxetina può sia provocare un aumento di peso (30,40) che non portare alcun cambiamento in questo parametro.(24) Michelson et al (41) hanno anche esaminato l’effetto della Fluoxetina sui cambiamenti di peso corporeo e hanno rilevato sia un aumento e una perdita di peso corporeo, rispettivamente durante le fasi acuta e cronica del trattamento. Durante questo studio clinico durato un anno e nel quale sono stati esaminati 839 pazienti depressi, una modesta perdita di peso si è verificata dopo le 4 settimane iniziali nei pazienti che assumevano Fluoxetina. (41) Nella fase continua e dopo la remissione dei sintomi depressivi tutti i pazienti hanno preso peso e questi aumenti erano simili in entrambi i gruppi, sia in quello trattato con Fluoxetina che nel gruppo Placebo. Pertanto questo può essere dovuto alla remissione e non necessariamente al farmaco in modo diretto.(41) Un altro studio che ha trovato risultati contrastanti per la Fluoxetina è stato effettuato prendendo in considerazione il peso di base dei pazienti depressi.(42) Questo studio ha osservato una perdita di peso nei pazienti in sovrappeso e un aumento del peso corporeo nei pazienti normo peso come risultato del trattamento con Fluoxetina.(42)

  • Fluvoxamina

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In uno studio in doppio cieco, Moon e Jesinger (43) hanno confrontato gli effetti collaterali della Fluvoxamina e della Mianserina in 59 pazienti depressi. Di conseguenza, la Fluvoxamina non ha causato alcun aumento di peso come effetto collaterale mentre la Mianserina ha indotto l’aumento di peso. (43) In un altro studio i cui partecipanti erano 40 donne obese, la Fluvoxamina ha causato una perdita di peso media di 3,1 kg durante 12 settimane. Maggiore, ma non significativamente diverso dal gruppo controllato trattato con placebo.(44) Precisamente, la Fluvoxamina non induce aumenti di peso e può addirittura causare la perdita di peso nelle donne depresse obese.(44)

  • Paroxetina

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La Paroxetina è un altro antidepressivo che ha ottenuto risultati diversi per quanto riguarda la sua influenza sui cambiamenti del peso corporeo. Vi sono due studi clinici randomizzati che riportano aumenti di peso con l’uso di questo farmaco.(37,45) Benkert et al (41) hanno studiato l’efficacia e la tollerabilità della Mirtazapina rispetto alla Paroxetina e hanno scoperto che entrambi i farmaci inducevano aumenti di peso dopo 6 settimane in pazienti depressi e questo effetto era più forte per la Mirtazapina rispetto alla Paroxetina. Cambiamenti nel peso corporeo di 284 pazienti con disturbo depressivo maggiore che sono stati assegnati in modo casuale al trattamento in doppio cieco con Fluoxetina, Sertralina e Paroxetina sono stati osservati in uno studio clinico.(37) Aumenti significativi del peso si sono verificati solo nel gruppo Paroxetina per un totale di 26 e 32 settimane.(37) Al contrario, la Paroxetina non è stata osservata indurre alcun aumento di peso statisticamente significativo nei pazienti depressi durante uno studio retrospettivo comparativo che ha utilizzato registri clinici di studi in doppio cieco.(19) Un altro studio che ha concluso che la Paroxetina non influenza il peso corporeo è quello svolto da Hinze-Selch et al.(21) In questo studio hanno osservato gli effetti di diversi antidepressivi sul peso corporeo, i livelli della Leptina plasmatica, i recettori TNF-a e solubili del TNF. Gli autori hanno riportato che la Paroxetina non ha apportato alcuna modifica nei fattori citati, compreso il peso corporeo, simile agli effetti del trattamento senza farmaci, ma contrario al trattamento con TCA che ha causato aumenti del peso corporeo e dei livelli di Leptina nel plasma. In un altro studio si suggerisce che la Paroxetina inibisca significativamente l’assunzione di cibo nei ratti.(39)

  • Citalopram

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Wade et al hanno condotto due studi di 12 mesi: (i) uno studio randomizzato in doppio cieco nel quale si è usato placebo, Citalopram e Clomipmmina su 279 pazienti con disturbo di panico e (ii) uno studio aperto con Citalopram su 541 pazienti depressi. Nel primo studio i pazienti con disturbo di panico trattati con Citalopram non si sono avvicinati ad un aumento di peso statisticamente significativo e nel trial dove i pazienti depressi hanno assunto il Citalopram esso o non ha causato alcun aumento di peso o a portato ad un leggero aumento di peso (<2,5 kg) nella maggioranza dei pazienti.(25) Gli autori hanno suggerito che i minimi aumenti di peso osservati nei pazienti depressi possono essere il risultato di un aumento dell’appetito legato al miglioramento della loro condizione.(25) Il Citalopram è stato anche causa di un aumento del peso non significativo in un altro studio clinico.(46) Di 18 pazienti che sono stati esaminati per valutare il desiderio di carboidrati causato dal trattamento con Citalopram (SSRI), in una clinica per i disturbi dell’umore, otto soggetti hanno mostrato un aumento significativo della voglia di carboidrati insieme all’aumento di peso subito dopo l’inizio del trattamento.(47)

  • Escitalopram

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Durante uno studio clinico in doppio cieco della durata di otto mesi i pazienti trattati con Escitalopram hanno subito un aumento di peso medio di 1,38 kg, che era superiore all’aumento di peso nei pazienti trattati con Duloxetina.(48) Un aumento di peso non significativo di 0,14 kg in 6 mesi è stato il risultato di un altro studio aperto randomizzato.(33)

  • Sertralina

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La Sertralina può indurre un modesto aumento ponderale nei pazienti depressi.(37) I pazienti obesi possono perdere peso durante l’assunzione di Sertralina in particolare quelli con MHPG urinario basso (3-metossi-4-idrossifenilglicole).(49) Meyerowitz e Jaramillo (1994) in uno studio clinico per valutare l’effetto della Sertralina sul peso corporeo di 23 pazienti depressi e sovrappeso hanno effettuato la misurazione delle loro concentrazioni urinarie di 3-metossi-4-idrossifenilglicole (MHPG). I risultati hanno mostrato che la Sertralina può causare la perdita di peso e con una media di 1,06 libbre/settimana (circa 480g) in pazienti con bassi livelli urinari di MHPG che è risultata significativamente superiore alla perdita media di peso di 0,42 lb/settimana (circa 190g) riscontrata nei pazienti con alti livelli urinari di MHPG.(49)

  • Zimelidina

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L’unico studio disponibile ha riportato che la Zimelidina non ha causato alcun aumento di peso e, in molti casi, ha portato ad una perdita di peso con un cambiamento medio del peso di 0,2 ± 1,8 kg durante un mese di somministrazione di questo antidepressivo in uno studio clinico randomizzato. (50)

 

  • Duloxetina

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Durante uno studio controllato in doppio cieco, la Duloxetina ha avuto un’incidenza significativamente maggiore nell’aumento anormale del peso durante il trattamento (aumento del 7% del peso rispetto al basale) rispetto al placebo.(48) Durante 10 studi clinici controllati l’effetto della Duloxetina sul peso corporeo dei pazienti con disturbo depressivo maggiore è stato analizzato. (51) I risultati di questi studi non hanno indicato alcun effetto coerente dato dalla Duloxetina sul peso poiché i pazienti trattati con questo farmaco hanno subito una modesta perdita di peso in fase acuta a seguito di un modesto aumento ponderale durante trattamenti più lunghi. (51)

  • Mianserina

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In uno studio in doppio cieco di sei settimane, Moon e Jesinger (43) hanno valutato l’efficacia della Mianserina e della Fluvoxamina in pazienti affetti da episodio depressivo maggiore. La Mianserina ha influenzato la compliance a causa dell’aumento di peso per un periodo più lungo.

 

  • Mirtazapina

mirtazapina

La Mirtazapina ha mostrato di causare aumenti di peso in diversi studi svolti sull’uomo. (20,45,46,52) Durante uno studio in doppio cieco placebo-controllato svolto su pazienti adulti con disturbo depressivo maggiore, l’efficacia della Mirtazapina è stata confrontata con l’Amitriptilina. Uno dei risultati di questo studio ha evidenziato che l’aumento di peso misurato era più frequente con l’uso di Amitriptilina (22% dei pazienti) rispetto a quanto osservato con l’uso di Mirtazapina (13% dei pazienti).(20) Un altro confronto è stato fatto tra l’efficacia e la tollerabilità della Mirtazapina rispetto alla Paroxetina su 275 pazienti ambulatoriali depressi. I pazienti sono stati assegnati in modo casuale a 6 settimane di trattamento con Mirtazapina o Paroxetina. Il risultato relativo all’aumento di peso ha mostrato un aumento di peso maggiore nel gruppo trattato con Mirtazapina rispetto al gruppo trattato con Paroxetina.(45) Uno studio multicentrico randomizzato in doppio cieco con l’obbiettivo di confrontare l’efficacia e la tollerabilità della Mirtazapina e del Citalopram in pazienti depressi, ha osservato un aumento dell’appetito e del peso corporeo significativo nei pazienti trattati con Mirtazapina (rispettivamente del 8,8% e del 15,3%) rispetto ai pazienti trattati con Citalopram (1,5% e 4,5%).(46) Laimer et al hanno studiato l’influenza del trattamento con Mirtazapina sul peso corporeo, sulla massa grassa, sul metabolismo del glucosio, sul profilo lipoproteico e sulla Leptina mettendo a confronto due gruppi di donne di cui uno era composto da sette donne depresse mentre l’altro era composto da sette donne volontarie mentalmente e fisicamente sane (gruppo di controllo). I risultati hanno confermato che la Mirtazapina causa aumenti significativi del peso corporeo (da una media di 63,6 ± 13,1 kg a un peso corporeo medio di 66,6 ± 11,9 kg), della massa grassa e delle concentrazioni di Leptina nei pazienti trattati.(52) Contrariamente agli studi svolti sull’uomo non ci sono stati collegamenti diretti tra lo sviluppo dell’obesità e la Mirtazapina secondo lo studio controllato sugli animali condotto da Jeon, Joe e Kee (24) i qiali hanno usato i ratti OLETF (Otsuka Long-Evans Tokushima Fatty) per la loro ricerca.

  • Bupropione

 

 

 

 

bupropione

Tre studi clinici randomizzati hanno preso in esame gli effetti del Bupropione sulle variazioni del peso corporeo. In tutti questi studi, i ricercatori hanno concluso che il Bupropione può indurre la perdita di peso nei pazienti trattati. (53-55) In uno studio randomizzato in doppio cieco, la media della perdita di peso è risultata modesta con trattamento a base di Bupropione SR a lungo termine in pazienti con depressione aumentata in risposta all’aumento del peso corporeo al basale.(53) Un altro studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo ha valutato l’efficacia del Bupropione SR nella riduzione del peso e dei sintomi depressivi in 422 adulti obesi con sintomi depressivi. Dopo 26 settimane, il gruppo Bupropione SR ha perso in media una maggiore quantità di peso (4,4 kg: 4,6% del peso basale) rispetto al placebo (1,7 kg: 1,8% del peso basale).(54) Nel terzo studio in doppio cieco controllato con placebo della durata di 48 settimane ha mostrato che il Bupropione SR in combinazione con un programma di intervento sullo stile di vita era associato a una riduzione del peso corporeo dose correlata.(55)

  • Trazodone

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In uno studio randomizzato in doppio cieco della durata di 6 settimane è stato osservato che il Trazodone causava una leggera perdita di peso nei pazienti sovrappeso.(17)

 

Discussione conclusiva

Una significativa associazione positiva è stata riportata tra depressione e obesità in modo più marcato tra le donne.(56) L’aumento di peso corporeo è un noto effetto collaterale legato a numerosi farmaci psicotropi, inclusi gli antidepressivi.(57) Si sono riportati a conoscenza del “grande pubblico” dei vari e, spesso, contrastanti effetti dei diversi antidepressivi sulle variazioni del peso corporeo. I TCA e in particolare l’Amitriptilina, come abbiamo visto, sono noti tra gli antidepressivi per causare l’aumento di peso.(18,58,59) E’ stato anche riportato che l’Amitriptilina è stata ripetutamente segnalata come un induttore dell’aumento di peso negli studi clinici. (12,13,16-22) Tutti i TCA sembrano causare un aumento di peso negli studi clinici eccetto la Protriptilina che ha causato una perdita di peso quando somministrata a pazienti con depressione maggiore.(35) Si pensava che gli SSRI inducessero la perdita di peso piuttosto che l’aumento del peso in contrasto con i TCA.(58) Come osservabile tra i risultati, la maggior parte degli studi riporta una perdita di peso nei pazienti che assumevano la Fluoxetina, tuttavia in alcuni studi è stato riscontrato un aumento di peso con l’uso di questo farmaco. Gli stessi risultati incoerenti si applicano alla Paroxetina.

L’aumento di peso è stato anche osservato negli studi nei quali si sono presi in esame altri SSRI tra cui il Citalopram e l’Ecitalopram. Le ricerche disponibili per gli IMAO hanno riportato un aumento di peso correlato alla Fenelzina e alla Tranilcipromina, ma non è stato osservato alcun cambiamento significativo di peso con il Moclebomide. Il Bupropione è l’unico antidepressivo del quale tutti gli studi confermano l’induzione della perdita di peso in pazienti depressi trattati con questo farmaco.

Alcuni studi hanno suggerito che l’aumento di peso può essere almeno in parte legato alla remissione dalla depressione stessa e non necessariamente causato dai farmaci antidepressivi. (25, 60) A sostegno di questa ipotesi vi è la comune diminuzione dell’appetito durante gli stati depressivi. Tuttavia ci sono prove che gli antidepressivi causano un aumento di peso in pazienti con altri disturbi psichiatrici come ADHD (32) ed emicrania (22).

Anche la durata del trattamento è un fattore importante che può influire sui risultati. Un discreto numero di studi ha riportato differenze tra gli effetti a breve e a lungo termine degli antidepressivi sulle variazioni del peso corporeo. Michelson et al (41) hanno riportato la perdita di peso nei pazienti trattati con Fluoxetina durante la fase acuta (4 settimane) e un aumento di peso negli stessi pazienti durante la fase continua. Un altro studio comprendente 10 trial clinici che hanno esaminato gli effetti della Doluxetina ha riscontrato sia una perdita che un aumento di peso rispettivamente nella fase acuta e cronica, ma in tassi modesti e, quindi, non significativi. La categorizzazione delle fasi acute, croniche, di breve durata, a lungo termine, non è la stessa tra i diversi studi considerando gli effetti dipendenti dal tempo d’assunzione degli antidepressivi e aggiunge maggiori difficoltà nell’interpretazione dei risultati quando si vuole avere un punto di vista generale sulla questione.

L’età è un altro fattore che sembra influenzare la relazione tra farmaci antidepressivi e aumento del peso corporeo. Come osservato nello studio condotto da Corman et al. (34), la Nortriptilina non ha causato un marcato aumento di peso nei pazienti geriatrici e ha causato anche una perdita di peso in alcuni dei soggetti trattati. Contrariamente a ciò, nei pazienti non anziani il trattamento con Nortriptilina ha causato un marcato aumento di peso.(18,21,32)

Il peso basale dei pazienti trattati sembra essere un altro fattore di una certa importanza nel risultato delle variazioni di peso dovute all’uso dei farmaci antidepressivi. Ciò è stato confermato in uno studio clinico condotto da Orzack et al (42) che ha rilevato un aumento di peso tra i pazienti normopeso e una perdita di peso nei pazienti sovrappeso quando trattati con Fluoxetina.

I risultati incoerenti per gli effetti degli antidepressivi sui cambiamenti del peso corporeo che sono stati riportati nella letteratura disponibile possono essere riconducibili al concomitante uso di un farmaco psicotropico da parte dei pazienti psichiatrici co-morbosi. Questo fenomeno può anche essere dovuto a diversi fattori, come le dimensioni del campione e la durata degli studi, o come la sensibilità genetica all’azione del farmaco.

Come ormai risaputo, l’obesità e il sovrappeso possono portare a gravi problemi di salute come lo sviluppo di malattie cardiovascolari. Inoltre, l’aumento di peso causato dai farmaci antidepressivi è una delle principali ragioni per la non conformità dei pazienti con il trattamento e lo scarso esito dello stesso; la lotta all’aumento di peso una volta che si è verificato può essere molto difficile. (57) Quindi comprendere i meccanismi sottostanti che contribuiscono all’effetto degli antidepressivi sui cambiamenti del peso corporeo sono importanti.

I risultati degli studi svolti su animali, come di consueto, non sono sempre coerenti con quelli clinici. Per esempio l’Amitriptilina e la Mirtazapina non hanno avuto alcuna associazione diretta con l’obesità nei ratti e infatti è stato suggerito da Jeon et al (24) che questi due antidepressivi possono regolare i livelli circolanti di Adiponectina e i recettori dell’Adiponectina. L’Amitriptilina è risultata essere anche inefficace nell’aumentare l’assunzione giornaliera di cibo e il peso corporeo dei ratti in una serie di studi sperimentali nonostante l’applicazione di vari dosaggi, vie di somministrazione, composizione della dieta e appetibilità (23). La Clomipramina è stata somministrata cronicamente a ratti wistar maschi esposti a procedura di autoselezione dei macronutrienti portando ad una riduzione del consumo di cibo e dell’aumento del peso corporeo (26) mentre, similmente a quanto osservato con la Amitriptilina e Mirtazapina, la Clomipramina è stata osservata indurre un aumento di peso negli studi clinici. (12,25) Interpretare i risultati degli studi sugli animali per l’induzione dell’ obesità in seguito a somministrazione di farmaci antidepressivi è una sfida anche quando si considerano le situazioni di vita reale per l’uomo. Mastronardi et al (30) hanno tentato di simulare una situazione simile a quella di pazienti con stress/depressione ed esposizione a farmaci antidepressivi a breve termine con un consumo di una dieta ricca di grassi nei ratti. Per ottenere questo tipo di esperimento, i ratti sono stati sottoposti a ripetuti stress (RRS) e al farmaco antidepressivo nel breve termine dopo un lungo periodo di esposizione a una dieta ricca di grassi (30). I risultati hanno mostrato effetti di aumento di peso anche dopo la sospensione degli antidepressivi Imipramina e Fluoxetina nei ratti che hanno tollerato il fenomeno di sensibilizzazione tempo-dipendente. (30) In un altro studio sperimentale su base animale la Desipramina ha provocato da prima la perdita di peso nei ratti e, successivamente, a portato all’aumento di peso nelle fasi continue di trattamento della durata di oltre 3 mesi.(31)

È noto che molte sostanze regolatrici influenzano l’appetito, inclusi neurotrasmettitori come la Noradrenalina, il 5HT, i Neuropeptidi come la Colecistochinina, l’Ormone di Rilascio della Corticotropina, il neuropeptide Y, gli oppioidi e altri peptidi ormone-simili come l’Enterostatina, la Bombesina, l’Amilina e Leptina (59 ). È stato riportato che i TCA sono associati con l’aumento di peso a causa della loro azione antagonizzante sui recettori H1 protratta nel tempo. (61) È stato suggerito che l’induzione dell’aumento di peso osservata con l’uso del Citalopram possa anche essere dovuta alla sua elevata affinità con i recettori H1. Alcuni ricercatori hanno tentato di individuare il ruolo della Leptina nell’associazione tra antidepressivi e obesità.(21, 22) Berilgen et al (22) hanno scoperto che l’Amitriptilina può causare resistenza alla Leptina attraverso meccanismi diversi determinando quindi un aumento dei livelli serici di Leptina e del BMI. Al contrario, in un altro studio l’Amitriptilina non ha causato alcun aumento dei livelli di Leptina mentre induceva un aumento di peso.(21) I meccanismi sottostanti all’aumento di peso dipendente dall’assunzione di farmaci antidepressivi non sono ancora ben compresi e sono necessari ulteriori studi al fine di indagare il ruolo dei neurotrasmettitori e di altri possibili fattori che contribuiscono al induzione dell’aumento di peso causato dall’uso di farmaci antidepressivi. Le aree di controversia, come gli ovvi risultati opposti tra gli studi svolti su animali e gli studi svolti su esseri umani, o i diversi effetti dipendenti dal tempo di esposizione agli antidepressivi sui cambiamenti del peso corporeo, dovranno essere affrontati in studi futuri. Indagini continue e più precise sul fattore tempo-dipendente nell’influenza degli antidepressivi sull’aumento del peso corporeo, come è già stato fatto per gli antipsicotici (61), potrà aiutare a chiarire il ruolo della durata del trattamento con questa classe di farmaci nell’induzione di tale fenomeno. Indagare sugli effetti di altri antidepressivi che non sono stati inclusi negli studi precedenti come la Doxepina, la Trimipramina, la Venlafaxina, il Nefazodone e la Amoxapina è un altro problema che dovrà essere considerato attraverso pertinenti studi futuri riguardanti l’associazione dei farmaci antidepressivi e il cambiamento del peso corporeo.

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Gabriel Bellizzi

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EFFETTO DI UNA DIETA KETOGENICA IPERCALORICA ABBINATA AD ALLENAMENTI CONTRO-RESISTENZA – UNA CALORIA E’ SEMPRE UNA CALORIA?

kd

Sono ormai alcuni decenni che i fautori de “le calorie non contano” e quelli, conservatori, de “le calorie contano” si scontrano cercando di argomentare (più o meno) scientificamente le loro affermazioni. Tralasciando la questione non poco importante della trattazione superficiale che spesso caratterizza entrambe le fazioni, la schiera dei “negazionisti delle calorie” tocca livelli di scientismo e di contraddizione abbastanza evidenti (mai letto un loro libro?). Essi cercano spiegazioni (all’apparenza) plausibili per avvalorare la loro tesi. Una di esse è perfettamente rappresentata da un recente studio svolto da scienziati dello sport dell’Università di Malaga i quali hanno osservato l’effetto di una dieta chetogenica ipercalorica su atleti di forza.(1)

I ricercatori hanno reclutato 24 uomini in buona salute, che si erano allenati con pesi per almeno 2 anni, e gli hanno sottoposti ad un identico allenamento finalizzato all’ipertrofia per 8 settimane: il piano allenante era suddiviso in 2 giorni di Upper Body e 2 giorni Lower Body, con 72 ore di riposo tra le sessioni per favorire il recupero. I ricercatori hanno diviso i partecipanti allo studio in 3 gruppi e hanno dato ad ogni gruppo una dieta diversa.

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Panoramica del protocollo di allenamento. WK: allenamento (microciclo); UL: Upper-Limb; LL: Lower-Limb; R: Riposo; 30 X: 3s nell’eccentrica e movimento esplosivo durante la fase concentrica.

I soggetti del primo gruppo (gruppo di controllo), ovviamente, hanno continuato a mangiare come era loro abitudine [CG].

I soggetti del secondo gruppo hanno ricevuto un piano alimentare il quale presentava un introito proteico pari a 2g di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, e un carico glucidico di massimo 42g di carboidrati al giorno [KD]. L’apporto calorico era alto. Ogni giorno i soggetti presi in esame dovevano ingerire più di 3000Kcal.

In fine, i soggetti del terzo gruppo hanno ricevuto un piano alimentare più o meno “normale” e con un buon apporto proteico [NKD]. Anche i soggetti di questo gruppo dovevano ingerire più di 3000Kcal al giorno.

Al termine del periodo di test, è stato osservato che i soggetti sottoposti ad una dieta a basso contenuto di carboidrati avevano ridotto la loro massa grassa generale, compreso il grasso nella cavità addominale. Quest’ultimo tipo di grasso è noto per essere un fattore predittivo per lo sviluppo di diverse patologie. La massa magra di questi soggetti è rimasta costante.

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I ricercatori hanno concluso dicendo che, secondo i loro risultati, i soggetti sottoposti a un allenamento contro-resistenza durante una dieta chetogenica hanno sperimentato una maggiore riduzione della massa grassa e del tessuto adiposo viscerale, rispetto al gruppo che ha seguito un regime alimentare non chetogenico. La maggiore riduzione del tessuto adiposo viscerale può avere una certa rilevanza clinica a causa della sua associazione inversa al rischio cardio-metabolico.

I ricercatori continuano dicendo che, sono necessari ulteriori studi per valutare i vantaggi di questa combinazione (allenamento contro-resistenza e dieta chetogenica) in soggetti con un eccesso di massa grassa, con particolare attenzione alla significativa riduzione riportata a carico del tessuto adiposo viscerale, che potrebbe essere di grande beneficio per questa fascia di popolazione dato anche il fatto che la massa corporea magra è mantenuta. E aggiungono che, in effetti, questa ricerca non ha mostrato cambiamenti significativi sulla massa magra, nonostante la condizione iperenergetica e l’elevato apporto proteico (2,0g/kg/die) assunto dai soggetti sottoposti ad allenamenti contro-resistenza del gruppo “dieta chetogenica”. Quindi, essi concludono, non poco banalmente, che gli approcci dietetici a basso contenuto di carboidrati non sarebbero una strategia ottimale per la costruzione di massa muscolare in uomini allenati nelle condizioni poste da questo studio (protocollo di allenamento contro-resistenza focalizzato sulla tensione meccanica della durata di 8 settimane).

Immagino già la “standing ovation” dei detrattori della termodinamica… mantenete la calma, lo studio qui brevemente esposto ha diverse limitazioni….

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Le limitazioni del presente studio vanno dalle limitate misurazioni dei risultati, dal numero ridotto di partecipanti e dal tempo del test (8 settimane); tutti fattori che di per se riducono il valore dello studio. E, cosa assai rilevante, durante lo studio non sono state eseguite valutazioni sulla corretta assunzione calorica dei soggetti presi in esame e non è stata presa in considerazione la soppressione dell’appetito derivante da una dieta ricca di proteine e grassi. Quindi, è possibile, anzi è molto probabile, che si siano verificate variazioni nell’assunzione calorica anche se i partecipanti sono stati istruiti a seguire specifiche raccomandazioni dietetiche. In parole povere, i soggetti sottoposti a regime chetogenico hanno, con tutta probabilità, seguito un regime leggermente ipocalorico in modo indiretto come risposta alle variabili indotte dalla specifica strategia alimentare. Ed ecco spiegato, in modo assai più scientifico, il perché del calo della massa grassa e il mantenimento della massa muscolare. Quest’ultimo elemento trova la sua logica spiegazione nell’introito proteico giornaliero (2g/Kg/die) il quale ha garantito un effetto di “protein sparing”. Il numero limitato delle settimane del test (8 settimane) è stato senza dubbio incisivo anche in questo. E non dimentichiamoci del fatto che, guarda caso, non si è verificato alcun aumento della massa muscolare ne della massa corporea in generale. Evento questo decisamente ai “confini della realtà” se rapportato a soggetti in fisiologia sottoposti ad un regime ipercalorico (di qualsiasi natura esso sia).

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Bomba Calorimetrica

Sebbene l’uomo non sia una macchina calorimetrica, che un acido polinsaturo non equivale ad uno saturo, ecc…  bisognerebbe tuttavia ricordarsi che facciamo parte di questo universo e come tutta la materia rispondiamo alle Leggi delle Termodinamica e come tutti gli essere viventi a quelle della Bioenergia:

 

“Queste leggi descrivono come il calore (o energia termica) viene convertito da e per diversi tipi di energia, e l’effetto che questo può avere sulle varie forme di materia.”

Detto in termini semplici, quando si mangia si introduce dell’energia, questa energia non può sparire nel nulla.

Anche se un soggetto possa avere problemi d’assorbimento intestinali, disfunzioni delle proteine mitocondriali UCP2-3, una grave insulino-resistenza, o soffra di ipotiroidismo in ogni caso l’energia che introduce si trasforma sempre seguendo le leggi universali.

Ogni soggetto ha un proprio equilibrio energetico, quanto sia elevato questo equilibrio dipende dallo stato metabolico. Questi due fattori si influenzano a vicenda e sono imprescindibili l’uno dall’alto.

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Semplice schema rappresentante le varie componenti di un corretto piano alimentare con il loro grado di importanza.

Per quanto vi possa irritare, alla fine della giostra, una caloria rimane pur sempre una caloria…

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1186/s12970-018-0236-9

IMPATTO DELLA SUPPLEMENTAZIONE DI FURSULTIAMINA SULLA RESISTENZA E LA FORZA

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La Fursultiamina è un analogo sintetico della vitamina B1. Se viene somministrata ai topi, questi, come risposta, manifestano un aumento esponenziale della resistenza e della forza. Il tutto senza uno stimolo indotto dall’attività fisica. Ciò è stato riportato in uno studio pubblicato su Nutrients.(1)

 

Il nome ufficiale della Fursultiamina è Tiamina Tetraidrofurfuril Disolfuro [TTFD]. Come accennato, è un analogo sintetico della Tiamina o Vitamina B1 il quale, grazie alla sua struttura, presenta un assorbimento cellulare migliore rispetto alla normale Tiamina. È facilmente assorbita dal tratto intestinale e trasformata in Pirofosfato di Tiamina (TPP), il quale, al pari della classica Tiamina, svolge un ruolo importante come cofattore per gli enzimi delle vie metaboliche coinvolte nella produzione di Adenosina Trifosfato (ATP). Chimicamente, la Fursulftiamina è un derivato disolfuro della Tiamina ed è simile nella struttura all’Allitiamina.(2)

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In molti paesi asiatici, la Fursultiamina è presente sul mercato come farmaco da banco per il trattamento della stanchezza, mentre in occidente è generalmente possibile trovare la Fursultiamina all’interno delle formulazioni di integratori per la perdita di peso e, a volte, nei pre-workout. Di solito la sua presenza all’interno dei supplementi è indicata in modo generale, in quantità sconosciute e, con tutta probabilità, molto piccole.

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Gli autori dell’esperimento qui trattato nello specifico, hanno somministrato ai topi una dose orale giornaliera di Fursultiamina pari a 0 [Vehicle], 50mg [TTFD-1X], 100mg [TTFD-2X] e 500mg [TTFD-5X] per kg per 6 settimane. Il dosaggio utilizzato rapportato ad un uomo adulto equivarrebbe, in media, a 0 [Vehicle], 800mg [TTFD-1X], 1600mg [TTFD-2X] e 4000mg [TTFD-5X] di Fursultiamina al giorno.

Dopo il periodo di supplementazione, i ricercatori hanno fatto correre i topi il più a lungo possibile. In basso a sinistra si può osservare che gli animali trattati con il dosaggio più alto di Fursultiamina hanno mostrato una maggiore resistenza all’esercizio.

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In alto a destra si può notare che la supplementazione di Fursultiamina ha portato ad una maggiore forza esprimibile da parte degli animali. La forza generata dalla spinta dei loro arti era maggiore nei topi trattati con Fursultiamina.

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La supplementazione con Fursultiamina ha aumentato la quantità di glucosio presente nelle cellule. Dopo che i topi avevano corso, l’analisi ematica ha evidenziato una minore presenza di proteine degradate [BUN] e di Creatina Chinasi [CK] nei topi trattati con Fursultiamina. La Fursultiamina sembra avere un effetto protettivo a livello muscolare diminuendo la degradazione proteica indotta dall’esercizio fisico.

La Tiamina, nei dosaggi raccomandati dalle linee guida. è ampiamente accettata come integratore  per mantenere le funzioni fisiologiche ottimali. I ricercatori hanno riportato che, per l’applicazioni pratica della supplementazione di Fursultiamina negli atleti è consigliabile un’assunzione giornaliera pari a 40mg/kg – dose equivalentemente convertita dal dosaggio di 500 mg/kg utilizzato nello studio, in base alla superficie corporea tra i topi e gli esseri umani secondo la formula US Food and Drug Administration, per il miglioramento della regolazione energetica e delle prestazioni in una strategia nutrizionale combinata, comprendente un carico glucidico adeguato alla domanda energetica consequenziale all’esercizio prolungato.

Per un atleta di 80Kg, la dose consigliata dai ricercatori sarebbe pari a 3.200mg di Fursultiamina al giorno. C’è il probabile rischio che tale dosaggio sia, in effetti, eccessivamente alto. In base ad un promettente studio svolto su esseri umani (3) il dosaggio efficace, e ragionevolmente “sicuro”, di Fursultiamina risulta essere di 10mg/Kg (800mg/die per un atleta di 80Kg).

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.3390/nu10070851
  2. http://www.medscimonit.com/fulltxt.php?ICID=11763
  3. http://dx.doi.org/10.5717/jenb.2013.17.4.189

EFFETTO INSULINO-SIMILE DELLA OLEUROPEINA

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L’Oleuropeina, sostanza fitochimica contenuta in quantità significative soprattutto nelle olive verdi e nell’olio extravergine d’oliva, secondo i ricercatori giapponesi dell’Università di Ochanomizu e della Eisai Food & Chemical Corporation, possiede la capacità di mimare l’effetto dell’Insulina.(1) Aumenta l’uptake del glucosio da parte del miocita.

I ricercatori hanno svolto lo studio su topi. Per 12 settimane hanno somministrato ad un gruppo di animali del mangime standard [NFD] mentre ad un altro gruppo hanno somministrato del mangime con del grasso addizionale [HFD]. Ad alcuni dei topi di quest’ultimo gruppo è stata somministrata anche l’Oleuropeina.

L’equivalente umano della dose di Oleuropeina somministrata ai topi era approssimativamente di 400-600mg al giorno.

La supplementazione di Oleuropeina non ha avuto alcun effetto sulla composizione corporea dei topi, ma, paradossalmente, ha migliorato la loro sensibilità all’insulina. Il loro HOMA-IR, una formula per calcolare il grado di insulino-resistenza, è risultato inferiore. La supplementazione di Oleuropeina potrebbe approssimativamente dimezzare l’effetto negativo di una dieta ad alto contenuto di grassi sulla sensibilità all’insulina.

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Quando i ricercatori hanno iniziato a svolgere esperimenti con le cellule muscolari in vitro, hanno scoperto che ad una concentrazione tra 10 e 100 micromoli l’Oleuropeina imitava l’effetto dell’insulina e stimolava le cellule muscolari ad assorbire più glucosio. Nelle cellule muscolari, l’Oleuropeina ha attivato i GLUT4.

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La proliferazione dei GLUT4 sulla superficie della cellula era il risultato dalla attivazione dell’enzima AMPK, e non del Akt, da parte dell’Oleuropeina. L’insulina agisce attivando l’Akt. L’effetto benefico dell’Oleuropeina sul metabolismo glucidico è quindi indipendente da quello dell’Insulina.

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Le cellule muscolari diventano insensibili all’insulina anche a causa di alte concentrazioni di acidi grassi saturi, come il palmitico [PA]. Pertanto, l’obesità può spesso portare al diabete di tipo 2. L’Oleuropeina potrebbe parzialmente annullare quest’effetto.

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Gli studi sull’uomo che hanno valutato gli effetti dell’olio d’oliva, in particolare, o della dieta mediterranea, in generale, hanno mostrato effetti benefici sulla salute cardiovascolare e sulla sindrome metabolica.

I ricercatori suggeriscono pertanto che uno dei meccanismi dell’Oleuropeina potrebbe essere il miglioramento della sensibilità all’Insulina nel muscolo scheletrico mediante la stimolazione della traslocazione dei GLUT4 in modo insulino-indipendente.

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.3164/jcbn.16-120

Aspartame: Si o No?

Nonostante due recenti meta-analisi abbiano indicato che l’uso di dolcificanti a basso contenuto calorico (LCS) è associato ad un BMI (Indice di Massa Corporea) inferiore ed a una perdita di peso sostenuta (1) (2), alcuni ricercatori continuano a sostenere che i LCS possono influire negativamente sugli sforzi volti alla perdita o al controllo del peso.

In risposta a ciò, è stato recentemente pubblicato uno studio di Higgins e colleghi nel quale sono stati valutati gli effetti di tre dosi giornaliere di Aspartame (0, 350 e 1050mg/giorno) sulla risposta glicemica, sull’appetito, sulla massa e composizione corporea.(3)

Nello studio a tre bracci paralleli della durata di 12 settimane, sono stati presi in esame 100 adulti sani (18-60 anni) ai quali sono stati assegnati in modo casuale uno dei dosaggi sopra riportati. Come riferimento, 350mg di aspartame equivalgono a circa due lattine da 330ml di Diet Coke.

Risultati chiave:

– Sulla base di precedenti studi di minore entità, l’esito principale di questo studio è stato il fatto che consumare l’equivalente di due o sei lattine di Diet Coke al giorno per 12 settimane non ha avuto effetti sui livelli di glucosio e insulina in risposta al test di tolleranza al glucosio (vedi immagine seguente).

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– Non ci sono state differenze sulla massa e composizione corporea attraverso i tre bracci dello studio (0, 350mg e 1050 mg/die).

– I livelli di fame, pienezza e sete non sono stati influenzati dal consumo di aspartame.

– Anche i livelli di HbA1c (emoglobina glicata; una forma di emoglobina usata principalmente per identificare la concentrazione plasmatica media del glucosio per un lungo periodo di tempo), il colesterolo totale, l’HDL, l’LDL e la funzionalità epatica (ALT e AST) non erano diversi tra gli studi.

In definitiva, consumare qualche bevanda dietetica ogni tanto non si riflette negativamente sulla salute generale e sulla composizione corporea.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26365102
  2. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24944060
  3. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29659969

DIGIUNO INTERMITTENTE “LOW CARB”

 

Gli atleti che applicano con successo su loro stessi il digiuno intermittente per raggiungere i loro obiettivi potrebbero migliorarne gli effetti se combinano questo approccio dietetico con una dieta a basso contenuto di carboidrati. Almeno secondo quanto riportato da uno studio pubblicato da scienziati nutrizionisti inglesi della University of Surrey sul British Journal of Nutrition.(1)

I ricercatori hanno svolto l’esperimento prendendo in esame dieci soggetti sani ma in sovrappeso (il che, però, non è molto “sano”). In tre diverse occasioni, ai soggetti presi in esame è stata data una colazione standard in un laboratorio, la quale ha fornito loro 74 grammi di carboidrati, 24 grammi di proteine e 23 grammi di grassi.

Successivamente i ricercatori hanno monitorato i soggetti del test per un periodo di sei ore.

In una prima occasione, i soggetti avevano mangiato più o meno normalmente il giorno prima delle misurazioni. Erano stati dati loro dei pasti che fornivano il 100% del loro consumo calorico giornaliero (isocalorica). Il 55% del monte calorico proveniva dai carboidrati, il 15% dalle proteine e il resto dai grassi.

In un seconda occasione i soggetti avevano digiunato il giorno prima delle misurazioni.

In una terza e ultima occasione i soggetti presi in esame avevano consumato solo il 25% del loro dispendio calorico giornaliero. Il 37% dell’energia in questi pasti a basso contenuto calorico proveniva dai carboidrati, il 35% dalle proteine e il 28% dai grassi.

Al termine dello studio, i tre diversi pasti ai quali erano stati sottoposti i soggetti presi in esame non hanno comportato differenze sul consumo energetico. I ricercatori non hanno rilevato alcun effetto del digiuno e della forte restrizione calorica sul consumo energetico a riposo e sull’effetto termogenico del pasto.

Ciò che è cambiato è stata la preferenza del substrato energetico utilizzato dai soggetti del test. Dopo il digiuno e dopo la forte restrizione calorica il loro corpo, come ci si aspetterebbe in tale situazione, ha consumato acidi grassi, come mostrano le figure qui sotto riportate. Inoltre, il corpo mostrava una migliore efficienza nella gestione del glucosio dopo il digiuno e la restrizione calorica (un’altra cosa che ci si aspettava da un regime ipocalorico).

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I dati riportati non mostrano nulla di eccezionale se comparati a regimi alimentari più “convenzionali” ma con la stessa quota calorica. Ormai siamo pienamente consapevoli che una dieta low carb (o Ketogenica), a parità di calorie, non ha alcuna differenza nel consumo delle riserve adipose rispetto ad una dieta contenente carboidrati. L’unica cosa ha fare una reale differenza è l’effetto anoressante di certi regimi (dato dal introito proteico e dai chetoni) e il loro impatto psicologico sul soggetto a dieta il quale nota un repentino calo di peso dato prevalentemente dalla perdita di acqua e di glicogeno. C’è da aggiungere anche che, soggetti con una massa grassa superiore al 10-12%, con una insulino sensibilità compromessa, possono giovare maggiormente di regimi low carb ma sempre per periodi di tempo limitati; periodi sufficienti ad avere un iniziale calo di massa grassa (- 1-2%) e un riassetto dei valori glicemici (lo so, regimi low carb protratti portano allo sviluppo di una insulino resistenza fisiologica, ed è proprio per questo che ho specificato “per periodi di tempo limitati”), successivamente il soggetto in questione applica una reintroduzione graduale dei carboidrati (media di15-20g/die con tempistiche variabili, e dipendenti dalle risposte del soggetto, da settimanalmente a ogni due settimane) fino a raggiungere quello che io chiamo “un set-point di tolleranza ideale”.

Per concludere, tornando alla questione di fondo e cioè “Digiuno Intermittente e Low Carb” , il vantaggio di applicare una restrizione glucidica in codesto contesto alimentare porta a dei vantaggi legati ai punti sopra indicati: effetto anoressizzante di proteine e chetoni. Il vantaggio dato dall’aumento dei chetoni può permettere al soggetto di sopportare meglio i periodi di digiuno (mai sentito parlare di Keto-adaptation?)

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1017/S0007114515005346

DIETA CHETOGENICA E ATLETI DI ENDURANCE

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Gli atleti di endurance che hanno in programma una gara, ma vorrebbero apparire più “asciutti”, potrebbero prendere in considerazione di intraprendere un regime alimentare a basso contenuto di carboidrati (regime chetogenico per essere precisi) per alcuni mesi. Una dieta di questo tipo, a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, non inficerà la prestazione e darà come potenziale risultato una riduzione della percentuale di massa grassa di 5 punti. Quanto appena detto è stato dimostrato in uno studio irlandese pubblicato su Metabolism.(1)

Gli scienziati dello sport del Waterford Institute of Technology hanno diviso 20 atleti di resistenza di sesso maschile in 2 gruppi. Il primo gruppo ha seguito una dieta standard [HC] per 12 settimane; Il 65% dell’introito calorico proveniva dai carboidrati, il 20% dai grassi ed il 15% dalle proteine. Il secondo gruppo ha seguito una dieta a basso contenuto di carboidrati [LCKD]; Il 6% dell’introito calorico proveniva dai carboidrati, il 77% dai grassi ed il 17% dalle proteine.

Prima e dopo le 12 settimane, gli atleti hanno dovuto percorrere una distanza di 100 chilometri.

Il rapporto di scambio respiratorio [RER] durante i 100Km era più basso dopo 12 settimane di dieta a basso contenuto di carboidrati. Ciò significa che i soggetti hanno bruciato più grasso.

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Dopo 12 settimane i soggetti del gruppo a basso contenuto di carboidrati avevano perso 5kg e la loro percentuale di grasso era diminuita di poco più di 5 punti. Questi effetti erano statisticamente significativi. La dieta a basso contenuto di carboidrati sembrava anche aver reso gli atleti leggermente più veloci, ma quest’effetto non è risultato statisticamente significativo.

Se si osservano gli effetti della dieta a basso contenuto di carboidrati in riferimento ai tempi dei singoli atleti, allora si potrà notare che vi sono stati alcuni “migliori risponditori”. In questi atleti, la dieta a basso contenuto di carboidrati sembra aver migliorato le prestazioni …

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In sintesi, una dieta chetogenica può giovare ad alcuni atleti, in particolare a coloro i quali trovano difficile mantenere il peso per la competizione. L’adattamento a una dieta chetogenica per 12 settimane non ha inficiato il livello prestativo degli atleti di resistenza e ha causato adattamenti maggiormente favorevoli in alcuni individui.

Pertanto, l’implementazione o l’evitamento di questo regime alimentare dovrebbe essere basato sulle preferenze alimentari di una persona e sulla risposta individuale ad esso.

I ricercatori aggiungono che, nonostante il concetto di keto-adaptation abbia più di 30 anni, siamo ancora nelle prime fasi della comprensione di questo paradigma alimentare. La scoperta che 12 settimane di cheto-adattamento hanno migliorato la capacità nel esercizio aerobico e anaerobico, così come la composizione corporea, negli atleti di resistenza implica certamente che è possibile utilizzare una dieta chetogenica per migliorare le prestazioni e il metabolismo.

Nella ricerca di un approccio più individualistico alla prescrizione dietetica, la keto-adaptation è un approccio che vale la pena di considerare.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1016/j.metabol.2017.10.010

VARIABILI NEGLI ACIDI GRASSI ASSUNTI CON LA DIETA E LORO IMPATTO SULLA QUALITA’ DEL PESO ACQUISITO.

Quando si aumenta di peso, la tipologia di grassi consumati nella dieta ha la capacità di determinare in parte la qualità dell’aumento di peso, ciò vale a dire che i grassi alimentari possono influenzare la percentuale di massa magra e massa grassa nell’insieme del peso acquisito. Gli acidi grassi insaturi nell’olio di girasole stimolano la crescita muscolare; gli acidi grassi saturi nell’olio di palma – presenti in molti alimenti trasformati – portano invece ad un aumento della percentuale di grasso corporeo. I ricercatori dell’Università di Uppsala in Svezia hanno riportano ciò sul Diabetes. (1)

Se si fanno ingrassare gli animali da laboratorio, il tipo di grasso che si usa tende a fare la differenza. Se si utilizza dell’olio vegetale, che contiene molti acidi grassi insaturi, gli animali accumulano massa muscolare in modo relativamente maggiore rispetto a quando si utilizzano prodotti che contengono grandi quantità di acidi grassi saturi. I ricercatori svedesi erano curiosi di constatare se questi risultati si sarebbero potuti applicare anche agli esseri umani, quindi, per fare ciò, hanno svolto un esperimento reclutando 39 soggetti sani di età compresa tra i 20 ei 38 anni.

I ricercatori hanno fornito ai loro soggetti di studio 3 muffin ogni giorno per 7 settimane al vertice del loro cibo ordinario. I muffin fornivano un totale di 750 kcal – di cui metà derivava dai grassi.

Metà dei soggetti dello studio hanno ricevuto muffin preparati con olio di girasole, una fonte dell’acido grasso polinsaturo Acido Linoleico. L’altra metà invece ha ricevuto muffin fatti con olio di palma, una fonte dell’acido grasso saturo Acido Palmitico.

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I soggetti dello studio non praticavano sport e non assumevano alcun supplemento.

Alla fine delle 7 settimane, i soggetti di entrambi i gruppi avevano guadagnato poco più di 1,5 kg di peso. Ma quelli che avevano ricevuto l’acido grasso insaturo [PUFA] avevano guadagnato tre volte più massa muscolare rispetto ai soggetti dell’altro gruppo [SFA].

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Il tipo di acido grasso consumato ha avuto anche un effetto sulla distribuzione dei depositi adiposi. I soggetti che avevano mangiato i muffin all’olio di palma hanno mostrato un maggiore accumulo di grasso nella zona addominale rispetto ai soggetti che avevano mangiato muffin all’olio di girasole. Come risaputo, il grasso addominale o viscerale è meno sano del grasso sottocutaneo e aumenta la possibilità di comparsa di un certo numero di malattie tra cui il diabete di tipo II e alcune forme di cancro.

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I ricercatori affermano che, nonostante l’aumento di peso comparabile dopo 49 giorni, questo studio in doppio cieco ha mostrato che un eccesso calorico proveniente da acidi grassi polinsaturi ha impedito il deposito di grasso viscerale e totale rispetto agli acidi grassi saturi.

Inoltre, l’effetto inibitorio degli acidi grassi polinsaturi sul grasso ectopico è stato accompagnato da un aumento del tessuto magro e da un minore aumento della massa grassa corporeo totale rispetto a quanto verificatosi con gli acidi grassi saturi. Pertanto, il tipo di grasso nella dieta sembra essere un nuovo fattore determinante per l’accumulo di grasso nel fegato, nella distribuzione del grasso e nella composizione corporea durante un moderato aumento di peso.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24550191

ELIMINARE LATTICINI E DERIVATI DALLA DIETA? NON SEMPRE E’ UNA BUONA IDEA …

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Quando le persone vogliono perdere grasso, è abbastanza popolare che esse eliminino interi gruppi di alimenti, principalmente perché alle persone “piace”, ed è anche più semplice, incolpare alcuni gruppi di alimenti per il loro grasso in eccesso.

 

Naturalmente, tutte le cose che le persone pensano che facciano ingrassare, di per se, non fanno ingrassare. Carboidrati? No, di per se non fanno ingrassare. Cereali? No, di per se non fanno ingrassare. Dolcificanti artificiali? No, non fanno ingrassare (1). Zucchero? No, di per sé non fa ingrassare.

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I latticini e derivati sono anch’essi nella lista degli alimenti che le persone credono facciano ingrassare. Quando le persone vogliono dimagrire, molto spesso prendono la decisione di eliminare dalla loro alimentazione latticini e derivati. In effetti, eliminare i latticini è un punto fermo di alcune diete come la Paleo o la Whole30.

C’è un problema, però. Non solo i prodotti lattiero-caseari NON fanno ingrassare, ma se vengono eliminati dalla dieta, la perdita di grasso potrebbe essere più difficile, non più facile. Ecco il perché…

LATTICINI E APPETITO

Uno dei motivi principali per cui eliminare i prodotti lattiero-caseari può rendere più difficile la perdita di grasso è insita nel fatto che i latticini possono avere effetti positivi sull’appetito, che, a sua volta, aiuterà il soggetto a dieta a mangiare di meno (mangiare di meno mentre ancora si riesce a sentirti sazi è una delle pietre miliari del successo nella perdita di grasso). Ad esempio, alcune ricerche hanno mostrato che il calcio può aiutare a regolare l’appetito nelle persone che presentano una carenza di questo minerale.(2) Uno studio ha mostrato che un integratore derivato dal latte ha contribuito a ridurre l’aumento dell’appetito che si verifica in genere con la perdita di peso.(3) Altre ricerche indicano che i componenti del latte, come le proteine del siero del latte, possono avere effetti di soppressione dell’appetito. (4) Ad esempio, le proteine del latte, e in particolare le proteine del siero del latte, possono aumentare l’Insulina e il GIP (5), due ormoni che possono avere effetti di soppressione dell’appetito.(6) In realtà, esiste molta ricerca che mostra che le proteine del siero di latte possono ridurre l’appetito.(7) Ad esempio, uno studio ha dimostrato che gli snack allo yogurt contenenti elevate quantità di siero di latte hanno portato le persone a consumare circa 200Kcal in meno a pranzo rispetto alle persone che avevano consumato lo yogurt normale.(8) Un altro studio, che ho citato in un mio precedente articolo (9), ha confrontato l’effetto dell’assunzione di shake a base di proteine del siero di latte, di tonni, di uova o di tacchino.

Questo studio ha mostrato che gli shake a base di siero di latte riducono l’appetito e riducono l’apporto calorico in un buffet seguente la loro assunzione rispetto agli altri shake.

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Il vantaggio non si limita al solo uso delle proteine del siero di latte. C’è anche una buona quantità di dati che dimostrano che lo yogurt può promuovere la stabilità del peso corporeo attraverso la sua influenza sull’appetito.(10) Qui puoi trovare una recensione completa degli impatti delle proteine del latte sull’appetito; vedi nota. (11)

LATTICINI, AUMENTO DI PESO E GRASSO CORPOREO

Mentre tutti questi dati appena esposti sui potenziali effetti positivi dei prodotti lattiero-caseari risultano indubbiamente interessanti, ciò che conta davvero è il reale impatto di latte e derivati in termini di grasso e composizione corporea. E se si osservano studi osservazionali o studi randomizzati controllati, i risultati sono gli stessi … il latte e derivati non solo non ti farà ingrassare, ma potrebbe effettivamente aiutarti a perdere grasso ed a mantenere la massa magra.

Per prima cosa, diamo un’occhiata ad alcuni studi osservazionali. Ad esempio, non vi è alcuna relazione tra l’assunzione di prodotti lattiero-caseari e il BMI di donne giapponesi.(12) In uomini statunitensi, non vi è alcuna relazione tra un aumento del consumo di latticini e un aumento del peso sul lungo termine.(13) Nelle donne in perimenopausa, alte assunzioni di prodotti lattiero-caseari sono in realtà inversamente associate all’aumento di peso (cioè, una maggiore assunzione di prodotti lattiero-caseari è associata ad un minore aumento di peso).(14)

Naturalmente, il problema con gli studi osservazionali è che non sono controllati e la valutazione della dieta in tali studi può essere molto imprecisa. Essi, inoltre, non sono in grado di stabilire i meccanismi di causa ed effetto. Per questo, dobbiamo passare ad esaminare studi randomizzati e controllati su animali e esseri umani. Per prima cosa, diamo un’occhiata ai dati sugli animali. Gli studi sugli animali mostrano un minore aumento di peso quando questi vengono alimentati con prodotti lattiero-caseari. Nei topi, la supplementazione dietetica con yogurt comporta un minor aumento del grasso corporeo e del peso rispetto a quanto riscontrato nei controlli con diete isocaloriche. (15) In un altro studio, con alimentazione supplementata con prodotti lattiero-caseari, topi transgenici hanno perso peso con diete a basso consumo energetico. (16) I topi in questione furono quindi autorizzati a mangiare ad libitum (cioè, a sazietà). I topi nutriti con prodotti lattiero-caseari hanno guadagnato meno grasso e peso durante la rialimentazione. In un terzo studio, l’assunzione di prodotti lattiero-caseari, ma non un supplemento di calcio, ha ridotto l’aumento di peso e di grasso corporeo nei topi alimentati con una dieta ricca di grassi.(17) In un quarto studio, le proteine dei latticini hanno attenuato il guadagno di grasso nei roditori nutriti con una dieta ad alto contenuto di grassi e una dieta ad alto contenuto di zuccheri. (18) In un quinto studio, una dieta a base di prodotti lattiero-caseari ha attenuato l’aumento di peso settimanale nei ratti Sprague-Dawley. (19)

Ora, quelli riportati sono studi svolti su animali. E gli studi svolti sugli umani? In uno studio, i latticini a basso contenuto di grassi non hanno mostrato di promuovere l’aumento di peso, mentre i latticini ad alto contenuto di grassi lo hanno fatto. (20) E’ possibile che in questo studio l’aumento di peso sia stato causato semplicemente da un eccesso calorico e non dall’alimento; oppure il picco insulinico dato dalle proteine contenute negli alimenti lattiero-caseari consumati, in concomitanza con il picco di acidi grassi nel sangue, abbia indirizzato questi ultimi nell’adipocita causando l’aumento del peso. In un altro studio, l’aumento dell’assunzione di latticini non ha influito sulla composizione corporea. (21) In un terzo studio, l’aumento dell’assunzione di latticini non ha compromesso la perdita di peso. (22) In uno studio della durata di un anno, l’aumento dell’assunzione di latticini non ha influenzato i cambiamenti nella massa grassa.(23) In un follow-up di 6 mesi successivo a questo studio, l’assunzione di prodotti lattiero-caseari a predetto livelli più bassi della massa grassa.(24) In uno studio della durata di 9 mesi, l’aumento dell’assunzione di latticini non ha influito sul mantenimento del peso, ma il gruppo che consumava elevate quantità di prodotti lattiero-caseari ha evidenziato una maggiore ossidazione dei grassi.(25) In uno studio svolto su agenti di polizia in sovrappeso, le proteine del latte hanno provocato una maggiore perdita di massa grassa e un aumento maggiore della massa magra, rispetto ai soggetti che non avevano assunto alcuna proteina derivata dal latte. (26)

L’ultimo test per verificare se i prodotti lattiero-caseari possano influire sul grasso corporeo e il peso consiste nel valutare le prove attraverso un ampio insieme di studi controllati. Per fare ciò, abbiamo bisogno di una meta analisi, in cui gli scienziati prendono una grande quantità di studi e li analizzano nell’insieme per avere un’idea sulla media degli effetti della classe di alimenti che qui stiamo trattando. Fortunatamente, una di queste meta-analisi è stata pubblicata nel 2012.(27) In questa analisi, gli autori hanno scoperto che i latticini aiutavano a ridurre il grasso corporeo di 1,11Kg addizionali rispetto alle persone in restrizione calorica che non consumavano latticini.

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Il grafico sopra è chiamato forest plot. Ogni riga è uno studio individuale. Quando un punto in ogni fila si trova a sinistra della linea centrale, significa che uno studio particolare ha riscontrato un beneficio positivo sulla perdita di grasso in seguito al consumo di prodotti lattiero-caseari. Come si può vedere, quasi tutti gli studi si trovano a sinistra della linea centrale. Il subtotale è l’effetto medio tra tutti questi studi, che in questo caso è -1,11Kg.

Questa analisi ha anche riscontrato un beneficio nel consumo di prodotti lattiero-caseari sulla circonferenza della vita, indipendentemente dal fatto che il soggetto fosse a dieta o meno. Il beneficio medio del consumo di prodotti lattiero-caseari sulla circonferenza della vita è risultato di 2,19 cm.

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Non solo c’era un beneficio nel consumo di prodotti lattiero-caseari sulla perdita di grasso e sulla circonferenza della vita, ma c’era un vantaggio anche sulla conservazione della massa magra durante la dieta. Nel seguente grafico, è possibile vedere che la maggior parte degli studi che sono a destra della linea centrale, indicano una maggiore massa magra con il consumo di prodotti lattiero-caseari. Il beneficio medio positivo è stato di 0,72 kg.

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Questa non era l’unica meta-analisi che mostra un effetto positivo del consumo di prodotti lattiero-caseari sulla composizione corporea. In un’analisi più recente, 2-4 porzioni di latticini, o 20-84 grammi di proteine del siero di latte al giorno hanno comportato una perdita di peso maggiore con una perdita di grasso di 1,16 kg e 1,49 kg maggiore rispetto ai soggetti che non consumavano latticini e derivati, anche se i risultati tendevano a scomparire quando i ricercatori hanno esaminato solo gli studi che prevedevano un allenamento di resistenza (si dovrebbe notare che questi risultati erano molto incerti dato il numero limitato di studi che comportavano un programma di allenamento con i pesi).

Perché si continua ad eliminare questa classe di alimenti?

Nonostante tutte queste prove che dimostrano come il consumo di prodotti lattiero-caseari sia, nella peggiore delle ipotesi, neutro in termini di grasso corporeo, mentre in molti casi può essere utile per la riduzione di quest’ultimo, perché molte persone continuano a sostenere che eliminando latticini e derivati dalla dieta si ottengono benefici per la perdita di grasso? Bene, pensiamo innanzitutto ai cibi che le persone finiscono per evitare quando eliminano i latticini:

  • Formaggio
  • Burro
  • Crema
  •  Gelato
  • Altri dessert a base di latte
  • Yogurt zuccherato

Fondamentalmente, eliminando i prodotti lattiero-caseari, si finisce per eliminare alcuni cibi con un alta densità calorica e altamente appetibili, che, a loro volta, portano a mangiare meno calorie. Quindi il problema di fondo non è il consumo di latticini e derivati… è l’apporto calorico. Si potrebbe semplicemente scegliere di ridurne il consumo ed eliminare gli alimenti con un alta densità energetica continuando a consumare ancora latticini come yogurt greco senza grassi, fiocchi di latte magri e formaggio magro, o proteine ​​del siero di latte, e avere altrettanto successo, se non maggiore, con la perdita del grasso. Ciò darebbe una maggiore flessibilità alla dieta e una più ampia varietà di scelte alimentari.

Latticini e derivati … per la maggior parte delle persone, ma non per tutti…

Ora, questo non vuol dire che il consumo di latticini vada bene per tutti. Ovviamente, le persone con intolleranza al lattosio devono limitare determinati prodotti facenti parte di questa categoria alimentare. Tuttavia, anche le persone con intolleranza al lattosio possono consumare alcuni prodotti lattiero-caseari, come lo yogurt greco o latticini e derivati delattosati. Inoltre, le persone con una vera allergia ai latticini dovrebbero comunque evitare i latticini. Ora, notate che ho detto UNA VERA ALLERGIA AI LATTICINI, vale a dire una allergia diagnosticata da un allergologo attraverso specifici test. Non sto parlando di “intolleranze alimentari” diagnosticate – si fa per dire – sulla base di test anti-IgG, che, oltretutto, non è un test affidabile. (28)

I latticini possono dare problemi di stomaco, o semplicemente possono non piacere, tutti buoni motivi per ridurre o eliminare i latticini e derivati dalla propria alimentazione. Ma ecco qui di seguito i motivi per NON evitare il consumo di latticini e derivati:

  1. Se la dieta paleo o dieta Whole30 o qualche altra strategia dietetica “scientista” dice che si dovrebbe
  2. Perché un “guru” della supercazzola alimentare dice che è “infiammatorio” (tranquilli, non lo è)
  3. Alcune analisi del sangue IgG hanno detto che si è intolleranti ai latticini
  4. Perché i latticini e derivati stimolano l’Insulina
  5. Perché il solito “guru” della supercazzola alimentare dice “siamo l’unico animale che consuma il latte di un altro animale” (l’ultima volta che ho controllato, siamo anche l’unico “animale” che digita su una tastiera o beve da un bicchiere o scrive e cucina).

La linea di fondo è, se si eliminano latticini e derivati quando non sussiste un reale bisogno, si potrebbe rendere più difficile la perdita di grasso, non più facile. Quindi, sarebbe meglio evitare certe inutili pratiche alimentari.

E no, non sono addentro al commercio dei prodotti lattiero-caseari e non commercio integratori di proteine derivate dal latte…non ho scritto questo articolo a fini commerciali…

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  • Articolo liberamente ispirato dallo scritto “Stop Ditching the Dairy” di  Weightology.net
  1. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24944060
  2. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19263591
  3. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21205360
  4. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21320381
  5. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25733461
  6. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16933179?itool=EntrezSystem2.PEntrez.Pubmed.Pubmed_ResultsPanel.Pubmed_RVDocSum&ordinalpos=66
  7. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24698990
  8. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26394259
  9. https://biogentech.wordpress.com/2017/03/11/insulina-e-latticini/
  10. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26175486
  11. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23858091
  12. http://www.nutritionjrnl.com/article/S0899-9007(05)00380-1/abstract
  13. http://www.ajcn.org/cgi/content/full/83/3/559
  14. http://www.ajcn.org/cgi/content/full/84/6/1481
  15. http://www.nutritionjrnl.com/article/S0899-9007(07)00245-6/abstract
  16. http://jn.nutrition.org/cgi/content/full/134/11/3054
  17. http://iv.iiarjournals.org/content/23/4/527.abstract
  18. http://www.nature.com/oby/journal/v18/n4/abs/oby2009300a.html
  19. http://www.liebertonline.com/doi/abs/10.1089/jmf.2009.0223
  20. http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1365-277X.2009.00967.x/abstract
  21. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19710195
  22. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16129716
  23. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15817848
  24. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17189552
  25. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18950508
  26. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10838463
  27. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22249225
  28. http://sciencebasedmedicine.org/igg-food-intolerance-tests-what-does-the-science-say/