Gli atleti che applicano con successo su loro stessi il digiuno intermittente per raggiungere i loro obiettivi potrebbero migliorarne gli effetti se combinano questo approccio dietetico con una dieta a basso contenuto di carboidrati. Almeno secondo quanto riportato da uno studio pubblicato da scienziati nutrizionisti inglesi della University of Surrey sul British Journal of Nutrition.(1)

I ricercatori hanno svolto l’esperimento prendendo in esame dieci soggetti sani ma in sovrappeso (il che, però, non è molto “sano”). In tre diverse occasioni, ai soggetti presi in esame è stata data una colazione standard in un laboratorio, la quale ha fornito loro 74 grammi di carboidrati, 24 grammi di proteine e 23 grammi di grassi.

Successivamente i ricercatori hanno monitorato i soggetti del test per un periodo di sei ore.

In una prima occasione, i soggetti avevano mangiato più o meno normalmente il giorno prima delle misurazioni. Erano stati dati loro dei pasti che fornivano il 100% del loro consumo calorico giornaliero (isocalorica). Il 55% del monte calorico proveniva dai carboidrati, il 15% dalle proteine e il resto dai grassi.

In un seconda occasione i soggetti avevano digiunato il giorno prima delle misurazioni.

In una terza e ultima occasione i soggetti presi in esame avevano consumato solo il 25% del loro dispendio calorico giornaliero. Il 37% dell’energia in questi pasti a basso contenuto calorico proveniva dai carboidrati, il 35% dalle proteine e il 28% dai grassi.

Al termine dello studio, i tre diversi pasti ai quali erano stati sottoposti i soggetti presi in esame non hanno comportato differenze sul consumo energetico. I ricercatori non hanno rilevato alcun effetto del digiuno e della forte restrizione calorica sul consumo energetico a riposo e sull’effetto termogenico del pasto.

Ciò che è cambiato è stata la preferenza del substrato energetico utilizzato dai soggetti del test. Dopo il digiuno e dopo la forte restrizione calorica il loro corpo, come ci si aspetterebbe in tale situazione, ha consumato acidi grassi, come mostrano le figure qui sotto riportate. Inoltre, il corpo mostrava una migliore efficienza nella gestione del glucosio dopo il digiuno e la restrizione calorica (un’altra cosa che ci si aspettava da un regime ipocalorico).

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I dati riportati non mostrano nulla di eccezionale se comparati a regimi alimentari più “convenzionali” ma con la stessa quota calorica. Ormai siamo pienamente consapevoli che una dieta low carb (o Ketogenica), a parità di calorie, non ha alcuna differenza nel consumo delle riserve adipose rispetto ad una dieta contenente carboidrati. L’unica cosa ha fare una reale differenza è l’effetto anoressante di certi regimi (dato dal introito proteico e dai chetoni) e il loro impatto psicologico sul soggetto a dieta il quale nota un repentino calo di peso dato prevalentemente dalla perdita di acqua e di glicogeno. C’è da aggiungere anche che, soggetti con una massa grassa superiore al 10-12%, con una insulino sensibilità compromessa, possono giovare maggiormente di regimi low carb ma sempre per periodi di tempo limitati; periodi sufficienti ad avere un iniziale calo di massa grassa (- 1-2%) e un riassetto dei valori glicemici (lo so, regimi low carb protratti portano allo sviluppo di una insulino resistenza fisiologica, ed è proprio per questo che ho specificato “per periodi di tempo limitati”), successivamente il soggetto in questione applica una reintroduzione graduale dei carboidrati (media di15-20g/die con tempistiche variabili, e dipendenti dalle risposte del soggetto, da settimanalmente a ogni due settimane) fino a raggiungere quello che io chiamo “un set-point di tolleranza ideale”.

Per concludere, tornando alla questione di fondo e cioè “Digiuno Intermittente e Low Carb” , il vantaggio di applicare una restrizione glucidica in codesto contesto alimentare porta a dei vantaggi legati ai punti sopra indicati: effetto anoressizzante di proteine e chetoni. Il vantaggio dato dall’aumento dei chetoni può permettere al soggetto di sopportare meglio i periodi di digiuno (mai sentito parlare di Keto-adaptation?)

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1017/S0007114515005346

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