“The Body Recomposition Diet (Antobolica)”: una fase sottovalutata

BRD

Pratica comune nel BodyBuilding (o, almeno, quando fatto “bene”) e negli sport di potenza è l’alternarsi di due fasi dietetiche ben distinte al fine di ottenere differenti obbiettivi.

Le due fasi sono le conosciutissime Fase Bulk (massa) e Fase Cut (definizione):

1- Fase Bulk (massa): come ben sappiamo in questa fase si cerca di aumentare il più possibile la massa muscolare facendo in modo che (in %) si verifichi un aumento il più limitato possibile di quella grassa;
2- Fase Cut (definizione): in questa fase, ovviamente, ci si concentra principalmente sulla perdita del grasso cercando di mantenere più massa magra possibile (duramente ottenuta nella Fase Bulk).

Ma è giusto alternare in questo modo il regime dietetico di un atleta (in particolare se BodyBuilder), passando da un regime ipercalorico ad uno ipocalorico? La risposta è sia soggettiva che oggettiva! No, non sto dicendo che la risposta è sia “si” che “no” (principio di non contraddizione), quello che voglio dire è semplicemente questo: le basi genetiche dell’individuo, e le condizioni nelle quali si trova al termine della Fase Bulk, sono estremamente soggettive e dipendono anche dal modo in cui l’atleta ha affrontato la fase ipercalorica (allenamento, dieta e supplementazione). Allo stesso modo sono soggettive le risposte ad un brusco passaggio tra una dieta ipercalorica ad una ipocalorica. Ciò che diventa oggettivo è che l’efficienza di adattamento e di risposta risulta maggiormente funzionale (psico-fisicamente) quando tra un passaggio e l’altro si inserisce una “fase transitoria”.
Questa “fase transitoria” è conosciuta come “Body Recomposition Diet (Antobolica)”; una specie di mix delle due “fasi classiche” (Bulk e Cut), adattata con cura al soggetto interessato.
Penso sia ovvio (?) che la qualità della composizione corporea debba essere di primario interesse per un BodyBuilder , a prescindere dai target personali. Personalmente trovo insensato arrivare in Bulk a pesare 90-100 kg con una body fat del 20% o arrivare in Cut a pesare 65 kg con una body fat dell’8%, perché in entrambi i casi il risultato estetico sarebbe pessimo. Penso sia essenziale mantenersi in un range del 12-15% di massa grassa nella Fase Bulk e passare ad una fase “Antobolica” in modo da portare la composizione corporea ad una percentuale “massa magra/grassa” a favore della prima in modo che, una volta in Cut, la percentuale di grasso da abbassare sia nettamente inferiore rispetto alla massa magra: questo comporta una dieta meno drastica, una conservazione maggiore di massa magra (soprattutto se la chimica è ridotta al minimo o assente) e un impatto psico-fisico drasticamente inferiore.
Come logico che sia, in questa fase bisogna cercare di mantenere lo stesso peso, variando il rapporto a favore della massa magra a discapito di quella grassa. E’ un processo costante, dal tempo variabile, gradualmente percepibile: ricordiamoci che le basi di questo sport sono fatte di pazienza e costanza.

Detto ciò, è bene sapere che:

– se nell’arco di 2-3 settimane il peso sale vuol dire che si sta ingrassando e/o trattenendo acqua;
– se scende si sta perdendo muscolo e/o acqua.

In nessuno dei due casi si ha una variazione positiva della composizione corporea, né si sta mettendo muscolo né perdendo grasso.
Non è così semplice pianificare questa fase, e risulta anche più complessa delle più famose fasi (Bulk e Cut). Solitamente il “binomio vincente” è indicato con “maggior spesa-maggior resa”; in poche parole, consumare un monte calorico abbastanza elevato ma con una pari spesa energetica attraverso il proprio piano di allenamento. Essendo però un sostenitore della complessità umana (e come darmi torto) consiglierei di concentrarsi (come sempre) non solo sulle Kcal ma anche sul tipo di alimenti, sulla percentuale dei macronutrienti e sulle “tre variabili glucidico/proteiche” (Indice glicemico; Carico glicemico; Indice insulinico).

Indicativamente, un piano di “Body Recomposition” può essere riassunto come segue:

– Proteine: 2,2-3,2gm per ogni Kg di massa magra

– Carboidrati: da assumere divisi tra pre e post-workout (o, anche, solo in una delle due fasi)
° 0,5/0,8gm per ogni Kg di massa magra in soggetti con una percentuale di massa grassa superiore o pari al 15% (uomini) o superiore o pari al 25% per le donne)
° 1/1,5gm per ogni Kg di massa magra in soggetti con una percentuale di massa grassa tra il 12-15% (uomini) o il 18-20% (donne).

– Grassi: 1gm/Kg (peso complessivo)
° L’80-90% dell’introito di grassi deve provenire da saturi e monoinsaturi in rapporto 1:1, il restante 20-10% deve provenire dai polinsaturi di cui circa 2,5-5gm da EPA e DHA.

– Free Meals (Pasti Liberi): due o tre a settimana, meglio se a base di carboidrati:
° I pasti liberi non devono diventare abbuffate incontrollate. Se si ha voglia di aggiungere una bevanda alcolica evitare la birra optando per del vino rosso.

Con questo approccio i carboidrati devono bastare come “aggiunta energetica” per l’allenamento e il seguente “primo recupero”. I muscoli, a riposo, usano come fonte energetica i grassi e, quindi, non si vede la necessità di concentrarsi eccessivamente sul consumo glucidico.

Ricordiamoci che il muscolo necessità di tre cose:

1- Proteine per la riparazione
2- Glucosio per la contrazione
3- Grassi per il sostentamento

Al cervello bastano 80/120gm di glucosio al giorno, anche meno visto che può utilizzare benissimo i corpi chetonici. Un normale workout con i pesi di circa 60 minuti al 75% dell’1RM consuma solo circa 1,5gm di glucosio per chilo di massa magra, spesso anche meno, anche questa volta dipende dall’adattamento soggettivo. Per queste ragioni con questo approccio alimentare non c’è bisogno di fornire ulteriori glucidi.
Scopo di questo tipo di alimentazione è anche quello di regolare la Leptina, ormone proteico da 16 kDa che ha un ruolo importante nella regolazione dell’ingestione e della spesa calorica, compreso l’appetito ed il metabolismo. La leptina è uno dei principali ormoni prodotti dal tessuto adiposo, essendo codificata dal gene Ob(Lep) (Ob di obeso, Lep di leptina). Agisce nella regolazione del bilancio delle riserve energetiche: mentre la grelina è l’ormone che stimola il senso di appetito, la leptina regola il senso di sazietà. In sostanza la Leptina è strettamente collegata al consumo glucidico della dieta. Ma attenzione, troppo glucosio porta alla leptino-resistenza e, una volta raggiunto tale stato, tutti i suoi benefici vengono persi. La “Body Recomposition Diet”, grazie al controllo e alla temporizzazione dell’ingestione glucidica, permette il controllo di questo importante ormone, riuscendo a sfruttare i suoi benefici sulla composizione corporea.

In conclusione, dai dati raccolti, risulta più funzionale l’inserimento di una “fase transitoria” tra le classiche fasi di Bulk e Cut rispetto al passaggio repentino tra una fase ipercalorica ed una ipocalorica , sia sul risultato puramente estetico che su quello psico-fisico. Ovviamente, la pianificazione di una “Body Recomposition Diet” è strettamente personale ed è compito dell’atleta esperto, in concerto con il proprio preparatore, pianificarla correttamente seguendo le semplici linee guida sopra elencate.

PS: è di logica conclusione il fatto che questa dieta possa essere intrapresa al di fuori del mezzo tra “Bulk e Cut” come, ad esempio, su un soggetto che inizia a muovere i primi passi in questo sport (o riprende dopo un periodo di fermo) con una condizione fisica sfavorevole in termini di percentuale tra massa magra e grassa.

Gabriel Bellizzi

Approfondimenti:

Project Nutrition – Per essere padroni dei concetti e non schiavi delle diete. Capitolo IX; pag. 344.

http://www.antobolica.it/

Diete low-carb e impatto sulla funzione tiroidea

t34

Le persone (e gli atleti) che riscontrano problemi seguendo un regime low-carb sembrano ritrovarsi nel medesimo schema. Inizialmente i soggetti si sentono meglio, perdono peso ma presto sviluppano sintomi da stanchezza, spesso accompagnati da sintomi classici dell’ipotiroidismo come freddo alle estremità, perdita di capelli e problemi digestivi. Reintroducendo i carboidrati, i sintomi mostrano una attenuazione.


Dal momento che i sintomi fanno pensare all’ipotiroidismo, i soggetti interessati controllano la tiroide (solitamente con gli esami TSH e FT4 senza FT3), con ancora maggiore confusione quando i risultati indicano una situazione ottimale.
Le persone che approfondiscono ulteriormente con un esame chiamato rT3 (reverse T3, in Italia non esiste ma potete ordinarlo all’estero) scoprono di avere livelli anormali, e ciò rappresenta un problema. Con l’aggiunta di T3 esogeno i pazienti mostrano dei miglioramenti , ma non sempre ciò è sufficiente a ripristinare le cose in modo ottimale.
Un eccesso di Reverse T3 può essere causato da una disfunzione surrenale cronica (cortisolo troppo alto o troppo basso) così come da livelli di ferro/ferritina bassi. I motivi possono essere molteplici, ma questi sono certamente i più frequenti. I valori dell’rT3 vanno considerati in relazione ai valori di FT3 e T3 (quest’ultimo in Italia non lo fanno). Un rapporto sano FT3/rT3 dovrebbe essere uguale o maggiore a 10. Valori alti di rT3 sono anche associati ad aumentati livelli di colesterolo LDL. Tuttavia quel che conta è il rapporto tra i due valori.


Nell’interessante articolo “Thyronamines—Past, Present, and Future”, alcuni ricercatori spiegarono la relazione tra consumo di carboidrati e funzione tiroidea attraverso la presenza di tironamine sull’energia metabolica. Nello studio citato del 2010 è stato dimostrato che iniettando tironamine nella cavità della pancia o nei tessuti cerebrali di animali in sperimentazione si verificavano le seguenti reazioni e comportamenti:

• ridotta capacità di utilizzare lo zucchero come fonte di energia
• insulino resistenza
• temperatura basale ridotta
• contrazioni cardiache indebolite
• declino delle attività

Dopo l’iniezione di tironamine, gli effetti cominciavano entro pochi minuti e perduravano per almeno 8-12 ore.
Ad oggi non è possibile testare i livelli di tironamine, ma attraverso il test dell’rT3 possiamo verificare il precurose delle tironamine. E possibile che presto si scoprirà che elevati livelli di rT3 corrispondono ad alti livelli di tironamine nei tessuti.
La ricerca sugli esseri umani ha dimostrato che i nostri ormoni tiroidei sono influenzati da singificativi cambiamenti nella quantità di carboidrati consumati.
Per alcuni soggetti, un improvviso declino di glucosio disponibile può scatenare un riflesso simile a quello che avviene negli animali che vanno in ibernazione, e cioè provocando la conversione di T4 in rT3 anziché nella sua forma attiva T3. L’rT3 viene poi convertito in tironamine che causano i sintomi dell’ipotiroidismo senza però alterazioni particolari negli esami sierici circa il funzionamento della tiroide.
Ci troviamo comunque nel campo delle speculazioni e sono necessarie molte altre ricerche prima di avvalorare questa ipotesi.
Secondo quanto osservato, per favorire una transizione da una dieta normo-glucidica ad un regime low-carb senza conseguenze è importante che la riduzione dei carboidrati sia lenta e graduale, iniziando a diminuire il consumo di carboidrati dalla colazione per poi estenderlo agli altri pasti durante un soggettivo periodo di tempo. Una ricarica ciclica regolata dalle esigenze migliora ulteriormente la situazione.
Ricordiamoci inoltre che uno stato di adattamento chetogenico può risultare in una ridotta conversione dell’ormone T4 nell’attivo T3. Questo non rappresenta uno stato patologico ma accade semplicemente poiché in questa situazione (chetosi) non c’è bisogno di così tanto ormone tiroideo attivo per uno stato ipometabolico più efficiente. Che uno ci creda oppure no, questa è una condizione altamente desiderabile da un punto di vista della longevità. Le diete low-carb non fanno assolutamente male alla tiroide. Ed una volta che si inizia nuovamente a consumare una maggiore quantità di cibo, i valori della tiroide aumentano molto velocemente (ricordate l’inserimento di ricariche cicliche?). Questo non significa però che si tratti di una cosa sempre auspicabile.
Comunque sia, se parliamo di BodyBuilder supplementati chimicamente (con T3 esogeno) questi specifici problemi non si manifestano. Se invece parliamo di atleti che hanno scelto di limitare la loro supplementazione a quella da banco, l’aggiunta di integratori quali Selenio, Guggulsteroni, Coleus Forskohlii, Zinco, Iodio e Omega 3 (EPA e DHA) possono aiutare a migliorare e stabilizzare la situazione.

Gabriel Bellizzi

Approfondimenti:


http://press.endocrine.org/doi/pdf/10.1210/er.2009-0040
http://www.codicepaleo.com/carbs/
Altro…

 Fonte: Codice Paleo

Quantitativo proteico massimo per pasto?

propa

Esiste un quantitativo di proteine massimo da assumere in un solo pasto? Molti di voi grideranno “Si, 30gm!”, ma non è esatto! Questo è un argomento che si trova spesso nelle riviste di BodyBuilding e ciò che viene affermato è più o meno questo: “Il corpo può assorbire al massimo 30gm di proteine a pasto!”. Anche durante i corsi di nutrizione all’Università si sente affermare la stessa cosa.
Se si domanda del motivo per il quale si afferma ciò la risposta sarà probabilmente questa:

“Come per la glicemia, nel sangue la concentrazione di aminoacidi tende a rimanere stabile. Quando cala, il catabolismo muscolare viene rallentato, quando aumenta, l’eccesso viene ossidato o trasformato, non avendo il corpo un deposito dove stoccarli. Pertanto 30gm di proteine è la quota massima assimilabile. Superarla non apporta nessun vantaggio.”

Anche se da questa affermazione il discorso sembra logico e lineare bisogna rammentarsi che, in realtà, le proteine in eccesso sono immagazzinate. Il nostro organismo non spreca mai niente. Dove vengono stoccate? Nei muscoli ovviamente grazie alla proliferazione di nuovi miofilamenti e all’ispessimento di quelli esistenti. Depositate quindi nel migliore dei modi, in forma funzionale. Il fenomeno che in termini scientifici viene definito protein deposition o protein accumulation è dovuto a uno stimolo ancora più forte dell’esercizio: l’ipernutrizione proteica, come i veri BodyBuilder sanno da sempre. Il surplus proteico viene depositato sotto forma di nuovo tessuto. Se in questo processo sono presenti troppi zuccheri si accumula grasso in maniera considerevole.
Come se questo non bastasse, il discorso cambia ulteriormente quando, modificando la composizione del pasto, i tempi di digestione ed assorbimento cambiano radicalmente. Su internet si possono trovare delle indicazioni sui tempi di digestione e assimilazione degli alimenti ma, tuttavia, si riferiscono sempre solo al singolo alimento in un quantitativo standard di 100gm.
Tenendo presente ciò, 30gm di proteine potrebbero in realtà essere assorbite in 4-14 ore a seconda della fonte dalla quale provengono e da quali alimenti viene accompagnata. In questi termini la questione cambia drasticamente. Un conto è guardare gli aminoacidi nel sangue, un altro è vedere quanto tempo l’intestino li immette nel circolo portale (la vena porta che collega l’Intestino al Fegato).
Un altro fattore di grande incidenza può essere la risposta ad un periodo di alimentazione ipo-proteica seguito da un periodo di alimentazione iper-proteica.
Negli ultimi anni sono usciti diversi studi che mostrano un profilo ormonale migliore (soprattutto per la maggiore secrezione di GH) se la quota proteica giornaliera viene concentrata in 1-2 pasti piuttosto che frazionata. A questo punto è lecito chiedersi se ha ancora senso parlare di un assorbimento massimo di 30gm per pasto.
Dal momento che la risposta soggettiva gioca un ruolo primario, si necessita di un analisi attenta della risposta individuale. Se il soggetto in questione non presenta problemi di assorbimento o digestione, frazionare la quota proteica in più pasti risulta una buona idea. Al contrario, se il soggetto risponde bene facendo tre o due pasti non si necessita di alcuna modifica.
Gli atleti che hanno sperimentato la Warior Diet , o il Ciclo Cianti, e hanno assunto tutte le proteine in un pasto unico o in pochi pasti non sono andati in contro ad una malnutrizione proteica perché non assumevano solo 30gm di proteine in più pasti.
Diversi studi hanno mostrato che bastano 20-30gm di proteine di alta qualità per innescare la massima sintesi proteica. Questo è vero ma se si assume un quantitativo maggiore la spinta anabolica perdura per un tempo più lungo.

Per concludere, vorrei far notare lo studio di ARNAL nel quale si osserva che pasti iperproteici incrementano sintesi e deposito delle proteine.
Quindici donne (età media 68 anni), sedentarie, sono state nutrite per due settimane con pulse diet (l’ottanta per cento dell’introito giornaliero di proteine in un unico pasto) e successivamente per altre due settimane con spread diet (otto spuntini al giorno). In entrambi i casi l’introito proteico giornaliero era identico (1,7 gr. PRO x kg. massa magra/giorno). Risultati a favore della pulse diet:
• bilancio azotato aumentato del 100% (54 mgN. kg MM contro 27 mg)
• turnover proteico più elevato (5,58 gr contro 4,98 gr)
• sintesi proteica più elevata (4,48 gr PRO. kg MM contro 3,75 gr)
Unica perplessità, il fatto che su un apporto proteico giornaliero complessivo di 60-70 gr, il pasto 80% della pulse diet fosse l’unico decente (56 gr di proteine). Gli 8 gr/pasto della spread diet erano ridicoli. Che sarebbe accaduto se la signora Arnal avesse somministrato alle sue pazienti 56 gr di proteine per 8 spuntini al giorno?
Rimane il fatto incontrovertibile che se donne anziane e sedentarie non solo assimilano 56 gr di proteine a pasto, ma ne ottengono anche significativi aumenti di accumulo proteico, un giovane BodyBuilder (o uno aiutato chimicamente) in pieno allenamento potrebbe essere pienamente giustificato nell’assumere 100gr di proteine a pasto per 6, 8 pasti giornalieri per un periodo determinato e alternato.

Gabriel Bellizzi

 

Fonte:

Project Nutrition – Per essere padroni dei concetti e non schiavi delle diete.

Amino Tank Theory di Giovanni Cianti

ECA e Yohimbine durante una CKD (Dieta Ketogenica Ciclica)?

kdc

Ovviamente, l’uso dei termogenici durante una CKD risulta utile. Oltre al possibile effetto di mobilitazione degli acidi grassi con l’uso dell’ECA, vi sarà un deciso aumento della termogenesi, il che significa che vengono bruciate più calorie per unità di tempo. Inoltre, alcune ricerche mostrano che prevengono la diminuzione della velocità metabolica che si ha durante una dieta. Certamente, la maggior parte degli studi sull’ECA sono stati fatti con diete a contenuto calorico molto basso (800 cal/giorno o anche meno), quindi sono limitatamente applicabili ad un deficit calorico più moderato. Comunque ci sono testimonianze che mostrano che l’ECA aiuta veramente in una CKD. Non dimentichiamoci le potenzialità anoressizanti dell’Efedrina.

Dal momento che la Yohimbina aiuta la mobilitazione dei grassi, è facile giungere alla conclusione che ciò, in un modo più o meno marcato, aumenti la riduzione di grasso nei punti critici. Ma ci sono pericoli ad aggiungere questi composti in questo tipo di dieta?

Solo uno. Le diete povere di carboidrati tendono ad incrementare il livello degli ormoni catecolaminergici (adrenalina e noradrenalina, gli ormoni del combattimento e del viaggio). L’ECA e la yohimbina lavorano con meccanismi simili. Ciò significa che il POTENZIALE impatto di entrambi potrebbe essere maggiore, specialmente per quanto riguarda gli effetti collaterali (battito cardiaco e pressione sanguigna). Nella mia esperienza e in quella di altri “addetti al settore”, ho notato che durante una CKD si tende a diventare nervosi (anche più nervosi del normale), ma l’ECA addirittura peggiora la situazione. Quindi se si è sensibili agli effetti di una dieta chetogena in termini di umore (o battito cardiaco e pressione sanguigna), l’aggiunta di ECA o di Yohimbina tende a peggiorare la cosa.

Gabriel Bellizzi

LA BODY OPUS DIET – DI DAN DUCHAINE

bo1

La “Body Opus Diet” è una dieta ideata da Dan Duchaine, uno dei più famosi “guru” della chimica applicata al BodyBuilding. Dan non era solo bravo nel pianificare cicli di AAS o di altri farmaci per il miglioramento delle prestazioni, egli era molto bravo in tutti gli aspetti della preparazione, compresa la nutrizione.
Comunque, la “Body Opus Diet” è una dieta ciclica, divisa in fasi ripartirtite nel corso della settimana.

Le fasi sono le seguenti:

– Lunedì: I carboidrati devono essere azzerati completamente, mentre l’introito calorico deve essere ridotto del 10% rispetto a quello di mantenimento. Le proteine devono essere il 30% delle calorie totali, il resto delle calorie deve provenire dai grassi. Se per esempio il vostro livello di mantenimento è di 3000 calorie, dovete assumerne 2700 di 800/900 dalle proteine, il resto dai grassi.Per portare l’organismo il più rapidamente possibile in chetosi, è necessario eliminare completamente gli zuccheri e questo significa niente frutta, niente amidi, niente verdura, niente latte e formaggi; questi ultimi possono contenere circa 2-3 grammi di carboidrati per etto. Gli alimenti devono essere scelti tra uova, carne (rossa e bianca) e pesce. Bisogna usare Olio d’Oliva, di Lino, di Pesce e di Cocco. Per raggiungere la quota corretta di grassi possono essere usati gli MCT.
Dal momento che si sarà fatta una ricarica di carboidrati nel weekand, i muscoli saranno di conseguenza saturi di glicogeno. Bisogna allenare almeno metà del corpo, preferibilmente al mattino, perché le energie nel corso della giornata diminuiscono insieme al livello glicemico del sangue. E’ meglio allenare al lunedì le parti più carenti. L’aerobica non è raccomandabile perché influirebbe negativamente sull’allenamento del martedì.

– Martedì: La completa deplezione del glicogeno provoca un abbassamento della glicemia la quale dovrebbe scendere intorno ai 50-60 mg/dl. Questo causa un senso di letargia, nausea, mal di testa. E’ forse il giorno più difficile della dieta, e non sarà raro voler desistere dal proseguire questo sistema (NON FATELO!). In questa situazione gli MCT sono particolarmente utili per avere più energia.
Il livello calorico deve essere sempre il 10% in meno del livello di mantenimento.
I cibi sono gli stessi del lunedì, però sono concesse circa 50 calorie provenienti dai carboidrati (cioè circa 13 grammi), giusto un po’ di latte nel caffè e un cucchiaino di maionese e di salsa di pomodoro come condimento.
Bisogna allenare la seconda metà del corpo. Nelle prime ripetizioni avremo mantenuto lo stesso livello di forza, ma poi un calo sarà normale. Alcuni individui preferiscono allenarsi al mattino, quando ancora utilizzano il glucosio a scopo energetico, altri preferiscono la sera quando l’organismo è in chetosi e quindi utilizzeranno soprattutto i corpi chetonici.

– Mercoledì: E’ il giorno in cui i corpi chetonici sono al loro massimo, il cervello comincia ad usufruirne, la fame si attenua (sono anoressizzanti), e ci si dovrebbe sentire bene, anche euforici. Sono consentite sempre 50 calorie dai carboidrati ed è consigliabile praticare dell’aerobica in stile HIIT per agevolera il consumo di più grassi.

– Giovedì: Uguale al mercoledì.

– Venerdi: Zero carboidrati dal mattino fino a metà pomeriggio. Circa 1 o 2 ore prima dell’allenamento bisogna assumere 100-200 calorie di carboidrati per uscire dallo stato di chetosi, in modo da riprendere ad utilizzare il glucosio come carburante svuotando così completamente le riserve di glicogeno nel muscolo, creando i presupposti per la “super-compensazione”. In questo caso un frutto è l’ideale. Secondo Dan Duchaine, l’allenamento odierno dovrebbe essere in Total Body, sempre per utilizzare tutto il glicogeno intramuscolare ed esasperare la successiva supercompensazione. Dopo il workout carboidrati a volontà.

– Sabato: Continua la ricarica dei carboidrati e niente allenamento.

– Domenica: Ancora ricarica dei carboidrati fino alle 18:00. Successivamente vengono del tutto eliminati e niente allenamento.

Personalmente non penso che la Body Opus Diet debbe essere una dieta “vita natural durante” (anche se ci sono soggetti che la seguono per anni). Ci sono troppe variabili non conosciute per quanto riguarda gli effetti a lungo termine sulla salute ecc. In questo senso l’uso migliore della Body Opus è per una gara o per un evento specifico, oppure semplicemente per ridurre il grasso corporeo a un livello a cui lo si manterrà con un’altra dieta. L’esperienza di molti atleti ci suggerisce che è più facile restare più magri dopo aver abbassato di molto il grasso corporeo. Per esempio, se nel tempo speso con la Body Opus si scende dal 15 all’8% di grasso corporeo, ciò renderebbe più facile restare vicino al limite inferiore di questo range, e cioè 8-10%. Seguendo ciclicamente la Body Opus si possono eliminare in parte le voglie di eccedere con i carboidrati.

Gabriel Bellizzi

Introduzione alla Dieta Fasica di Enrico Dell’Olio

DF

La Dieta Fasica è prima di tutto una nuova tecnologia alimentare sviluppata da Enrico Dell’Olio (culturista e tecnico del settore)all’interno del mondo del body-building natural e in special modo fa riferimento al completamento e ottimizzazione della crescita muscolare attraverso allenamenti e metodologie facenti capo ai sistemi H.I.T.. Con questo si può affermare, almeno in relazione a quello che oggi conosciamo, che questa metodologia sia completamente differente da qualsiasi cosa fatta finora da qualsiasi body builder sia in America che in Europa.

Nel mondo del culturismo si seguono le tendenze nel campo della nutrizione con grande interesse. A volte si trovano articoli dove il consiglio è quello di fare diete ad alto contenuto di carboidrati, altre volte ne troviamo altri dove l’attenzione si sposta sul consumo di proteine, così come ultimamente si sta dando molto spazio alle alimentazioni ricche in grassi. La cosa strana è, che virtualmente tutte queste diete si basano su premesse scientifiche documentate.

La maggior parte di questi studi vengono fatti per periodi limitati di tempo, quindi ciò che viene veramente misurato sono le conseguenze metaboliche relative ad un repentino cambio di dieta, e quindi, la gente a volte male interpreta questi risultati. Questa osservazione portò Enrico Dell’Olio a pensare a ciò che in molti seminari che tenne utilizzava come premessa alla discussione delle tecniche di allenamento H.I.T., ossia: la General Adaptative Syndrome del dottor Hans Selye.

La General Adaptative Syndrome in sostanza ci dice che il corpo ogni volta che viene sottoposto ad un nuovo evento stressorio, reagisce adattandosi. Ecco il perché della necessità di adottare schemi dinamici in allenamento, così come in dieta.

A questo punto vorrei introdurre il concetto di sistema enzimatico in relazione al nostro metabolismo. Gli enzimi controllano ogni aspetto del nostro metabolismo, incluso l’attivazione di differenti vie metaboliche e la velocità con la quale le reazioni chimiche avvengono nei nostri organismi.

I nostri geni hanno la capacità di controllare la produzione di questi enzimi così come la loro attività metabolica, infatti, il corpo è capace di adattarsi a differenti quantitativi di alimenti così come a diversi tipi di alimentazione, per esempio, durante un periodo di restrizione calorica, il numero e l’attività enzimatica che fa riferimento ai processi di immagazzinamento aumenta, mentre gli enzimi facenti capo ai processi di degradazione, così come a quelli che promuovono maggiore efficienza nell’utilizzazione dei substrati energetici, diminuiscono la loro attività.

Questa è la ragione per cui è importante non diminuire eccessivamente l’apporto calorico o la quantità di grassi introdotti se l’obiettivo è quello di dimagrire, altrimenti il corpo risponderà in maniera contraria a quello che ci si aspetterebbe facesse.

D’altro canto, dopo un periodo di restrizione calorica, il corpo si trova in una condizione ottimale per far fronte ad un futuro periodo di eccesso calorico. Quando ci si trova in questa condizione il corpo è in grado di mettere a riserva le calorie in eccesso con una velocità incredibile, questo succede per i carboidrati ( glicogeno ) ed è la base della famosa ”ricarica di carboidrati”, così come con i grassi ( trigliceridi ) e gli amminoacidi ( proteine ). Nel body-building chiamiamo questa condizione con il nome di “supercompensazione “.

Comunque, è importante ricordare che il corpo ha un turn-over enzimatico molto alto, quindi, l’aumentata attività/numero di enzimi disponibili diminuirà in un periodo di tempo relativamente breve: meno di due settimane nella maggior parte dei casi.

Gli enzimi non controllano solo il metabolismo dei grassi, degli zuccheri e delle proteine, ma anche indirettamente quello ormonale. Il sistema endocrino è così probabilmente per la necessità di avere un sistema regolatorio capace di operare su periodi più lunghi di tempo, per esempio, un eccesso persistente di calorie nella dieta aumenta rapidamente il rilascio di alcuni ormoni anabolici ( necessari a mettere a riserva gli eccessi di energia in varie forme ).

Considerando quanto appena detto, ne ricaviamo che il nostro organismo è programmato a produrre determinate quantità di enzimi e di ormoni come risposta a specifiche quantità di calorie e nutrienti. Questa condizione dipende da cosa e quanto si è mangiato, così come dal tipo di allenamento a cui ci siamo sottoposti negli ultimi giorni. A questo punto dovreste incominciare ad avere più chiare le premesse su cui si basa la Dieta Fasica.

Potremmo riassumere quanto detto fino a qui in questo modo: è necessario ingannare costantemente il corpo in modo da stimolare produzioni enzimatiche ed ormonali funzionali al raggiungimento dei nostri obiettivi: aumentare la massa muscolare e ridurre la formazione di nuovi depositi di grasso.

Gli studi indicano che il quantitativo di calorie assunte giornalmente ha maggiori effetti sul bilancio azotato ( associato all’aumento di massa muscolare ) che la semplice assunzione proteica ( C. Moundras et al., 1993 ). Io credo che si possa applicare, in linea teorica, la stessa regola a carboidrati e grassi.

È stato fatto uno studio in cui i soggetti testati avevano un introito proteico giornaliero di 1,25 g/Kg, ma con differenti apporti calorici. Questo studio ha dimostrato che un aumento calorico del 15% aumenta la ritenzione di azoto da 7,2 mg/Kg a 23,8 mg/Kg al giorno.

Quando il totale calorico fu aumentato del 30%, il bilancio azotato salì a 33,3 mg/Kg al giorno (H.N. Munro, 1964 ). Da tutto ciò ne deriviamo che la semplice aggiunta di calorie abbia azione anabolica di per sé, e con questo non voglio semplicemente dire che ciò avvenga attraverso l’aumento dei livelli di insulina, ma probabilmente attraverso l’incremento e lo stimolo di molte altre cascate ormonali ad effetto anabolizzante.

Queste risposte ormonali vengono sincronizzate dal nostro organismo una con l’altra, aumentando esponenzialmente gli effetti sinergici tra di loro. Questo è ciò che succede normalmente durante la pubertà e che cerco di riproporre attraverso una modulazione alimentare controllata durante le differenti fasi della mia dieta.

Combinando momenti di restrizione di nutrienti ad altri dove ne apportiamo in grandi quantità, riusciamo a manipolare le nostre risposte ormonali in modo da mantenere le percentuali di grasso relativamente stabili e nello stesso tempo aumentare la nostra massa muscolare in maniera significativa.

A questo punto può sorgere spontanea questa domanda: ma allora quale è la differenza tra la Dieta Fasica e le vecchie alimentazioni mega-caloriche dove si mangiava di tutto e in quantità per mesi e mesi? l’autore ci dice che la sua esperienza fatta negli anni con le alimentazioni ad alto contenuto calorico è sempre stata negativa. Questo tipo di alimentazioni aumentano la quantità di grasso corporeo almeno tanto quanto, e a volte anche di più, del muscolo stesso.

Questo è un errore che i body builders hanno fatto per decenni. Una sovralimentazione prolungata nel tempo porta a un alto accumulo di grasso. Il sistema di Enrico Dell’Olio si basa sull’alternare momenti a maggior carico di nutrienti a momenti di drastica riduzione degli stessi in armonia con le risposte e la frequenza derivanti da allenamenti ad alta intensità. Negli ultimi anni il creatore di questa metodologia alimentare ha sperimentato quest’ultima direttamente su di lui e su molti suoi clienti avendo risultati ottimi in termini di aumento di massa muscolare e mantenimento sotto controllo del grasso corporeo.

In sostanza, andare avanti e indietro all’interno di uno schema di restrizione dei nutrienti per poi passare ad uno di eccesso è un modo per mantenere alte sia le capacità anaboliche che lipolitiche collegate a determinate produzioni enzimatiche e ormonali, nel nostro organismo.

(Tratto e adattato dal libro “La Dieta Fasica” di Enrico Dell’Olio).

Lo Zone Training di Brian Johnston

zt1

Lo Zone Training di Brian Johnston è una metodica di allenamento annoverata tra le tecniche H.I.T. in quanto la gestione di Intensità, Volume e Frequenza è quella tipica delle metodologie ad alta intensità.

Questa metodologia è stata sviluppata dal tecnico canadese Brian D. Johnston nel 2004.

L’idea che sta alla base della metodica è quella che nella maggior parte degli esercizi che facciamo, sia con manubri e bilancieri che con le macchine, possiamo scomporre il movimento in 2 momenti ben precisi: la fase facile e quella difficile.

La fase difficile è quella in cui per vari motivi legati essenzialmente allo svantaggio di leva o al tipo di attrezzatura che stiamo utilizzando lo sforzo percepito (possiamo anche dire effettivo) è molto alto e rimane così fino al raggiungimento di un punto in cui lo svantaggio di leva cessa (o la distribuzione del carico nelle macchine varia), da quel punto in poi l’esercizio diviene molto più facile.

Facciamo un esempio per meglio rendere il concetto: prendiamo il Curl con bilanciere in piedi, la parte difficile è quella del sollevamento del bilanciere dalla posizione di massima estensione del braccio fino al raggiungimento dei 90 gradi tra Ulna e Omero, da quel momento in poi continuare a sollevare il bilanciere diventa relativamente più facile.

E’ interessante ricordare che se invece prendiamo in esame l’esercizio sotto l’aspetto fisiologico sappiamo che a mano a mano che il bicipite si contrae aumentano le unità motorie reclutate arrivando a toccare il massimo del reclutamento nel punto di massima contrazione (peak-contaction), in questo punto il muscolo è in grado di esprime quindi la sua massima forza.

Nel Curl con bilanciere che abbiamo usato come esempio, a mano a mano che procediamo nel sollevamento del carico, diventiamo sempre più forti, tuttavia, passato il punto di massima difficoltà (i 90 gradi tra Ulna e Omero), la resistenza diminuisce progressivamente riducendo l’impatto totale sul nostro bicipite proprio nel momento in cui più ne avremo bisogno.

Questo, se ci pensate bene, avviene naturalmente su ogni esercizio che facciamo sia con manubri e bilancieri che alle macchine.

Lo Zone Training si basa quindi su questa “semplice” intuizione: dividere l’arco di movimento in due zone distinte; la zona facile e quella difficile per poi allenarle una di seguito all’altra.

Le due zone vengono quindi allenate partendo da quella difficile ed una volta raggiunto il cedimento muscolare (che normalmente avviene con un quantitativo di mini-ripetizioni che vanno da un minimo di 8 ad un massimo di 12) nella zona allenata si passa senza riposo (o introducendo una piccola pausa di non più di 5 secondi) ad allenare la zona più facile, che però, a questo punto, risulterà anch’essa difficile in quanto ci troviamo con un muscolo già notevolmente affaticato dal lavoro precedentemente eseguito.

Naturalmente anche per lo Zone Training (da ora in poi ZT) come per l’Heavy Duty (da ora in poi HD) esiste una modalità ben specifica di esecuzione che caratterizza la serie allenante.

Sia nell’HD che nello ZT l’attenzione è sempre riposta sul tempo totale necessario a raggiungere il cedimento muscolare, avendo ben chiaro, ad entrambi gli autori, che è necessario terminare la serie in tempi idealmente sotto i 90 secondi in modo da coinvolgere principalmente le fibre bianche di tipo IIA e IIX, intermedie e veloci (per tutti coloro che volessero approfondire questi temi consiglio di leggere il primo libro di Enrico dell’Olio: “L’intensità applicata alla scienza dell’esercizio“, dove tratta l’argomento con dovizia di particolari).

Johnston con la sua metodica non vuole creare una nuova versione di un allenamento fatto attraverso l’uso di serie parziali, egli sa bene che il lavoro attraverso movimenti parziali porta ad uno sviluppo incompleto e non equilibrato dei muscoli lavorati, aumentando anche di molto il rischio di infortunio in allenamento.

Quello che propone Johnston non è l’abolizione di uno stimolo completo, ma la scomposizione dell’esercizio in zone successive di lavoro.

In questo modo il muscolo viene comunque allenato nell’intero arco di movimento (R.O.M.), ma l’attenzione qui viene focalizzata sulla creazione di uno stress continuo ripartendolo equamente su tutto l’arco di movimento a differenza di quello che succedeva precedentemente, dove invece, per motivi fisiologici o meccanici, ci trovavamo a lavorare con resistenze diverse lo stesso muscolo durante il suo R.O.M. (Range Of Movement).

Le conseguenze per la crescita ed il coinvolgimento muscolare che derivano dall’applicazione di questa metodologia tuttavia non si esauriscono qui, le implicazioni secondarie, ma non meno importanti, derivanti da un allenamento di questo tipo coinvolgono anche altri aspetti legati alla fisiologia della contrazione muscolare:

◦Analizzando il sistema, quello che emerge immediatamente è il gran numero di mini-ripetizioni all’interno di una serie allenante ( da un minimo di 16 ad un massimo di 24 ); Johnston ama ricordare nei suoi libri che lo ZT non è una metodologia dove si facciano molte ripetizioni, ma va considerato come un sistema ad alto numero di contrazioni nella singola serie.

◦Il numero di serie da eseguire per un gruppo muscolare non è fisso, il parametro di riferimento per terminare l’allenamento di una data area è il raggiungimento del suo massimo pompaggio, una condizione questa che si traduce in una momentanea difficoltà oggettiva e soggettiva di contrazione totale del muscolo allenato in virtù della pressione idraulica indotta dall’alto richiamo di sangue intramuscolare come diretta conseguenza dell’alto numero di mini-ripetizioni ( effetto pompaggio ).

◦Spostamento dell’enfasi del lavoro dalla sezione centrale del muscolo, come normalmente avviene nelle altre metodiche che impiegano il R.O.M. completo di movimento, alle estremità dello stesso che coincidono con i punti di origine ed inserzione dei tendini.

◦Sperimentazione di una sensazione di pompaggio estremo.

Vedremo più avanti nel libro come queste caratteristiche intrinseche ed uniche di questa metodologia di allenamento integrano e completano quelle dell’HD.

Per chi non conoscesse ancora queste tecniche di allenamento consiglio vivamente la lettura dei libri scritti da Mike Mentzer e Brian D. Johnston sul tema, così come per fare i necessari e dovuti approfondimenti:

◦Zone Training ( il metodo Johnston Rep ) di Brian D. Johnston edito da Sandro Ciccarelli editore.

◦High Intensity Training( The Mike Mentzer way ) scritto da Mike Mentzer.

Articolo tratto (e adattato) dal libro “Protocollo Ibrido HD/ZT” di Enrico Dell’Olio (http://www.highintensityitalia.com/).

L’allenamento ad alta intensità demistificato

mtzdi James Vandervest

Il problema del volume ed intensità ha probabilmente causato più controversie di qualsiasi altro argomento nel campo del bodybuilding. Il più grosso errore è stato prendere il principio del “più è meglio” che solitamente viene utilizzato negli allenamenti di resistenza come triathlon, marcia e maratona e trasferirlo al body building. Questa è una applicazione errata di questi principi correlati e dipendenti tra loro.
Il problema del volume è stato ingigantito, infatti è di secondaria importanza quando si cerca di stimolare il muscolo a guadagnare forza e circonferenze. Sicuramente dovrai avere una certa quantità di volume nel tuo allenamento, nessuno potrà dire di usare zero volume e innescare i meccanismi di crescita. Comunque il principio del volume è secondario a quello di intensità. Perchè? Perchè l’intensità è la variabile più correlata allo stimolo di crescita muscolare come i fisiologi dell’esercizio documentano da quasi 100 anni.
Il problema di serie e volume è un fattore critico nella programmazione di un allenamento H.I.T. e spesso viene male interpretato oppure usato in maniera impropria. Arthur Jones, il vero creatore degli allenamenti H.I.T., almeno in una forma coerente, all’inizio iniziò dicendo di eseguire 4 serie per esercizio. Eseguì questo protocollo nei suoi allenamenti per anni senza superare il peso di 80 kg. Dopo aver compreso ancor meglio l’argomento, dimezzò il numero totale di serie senza variare altri parametri. Aveva solamente ridotto il volume totale di allenamento. In poche settimane guadagnò 6 kg di peso.
Questo significa che una riduzione di serie del 50% gli aveva permesso di guadagnare una notevole quantità di muscoli!
Nota: molti bodybuilders, anche quelli che usano steroidi, sarebbero molto felici di guadagnare 6 kg di massa muscolare in tempi così brevi. Per molti di loro è più di quello che solitamente possono guadagnare in un anno.

Probabilmente l’esempio più estremo di allenamenti in stile “high intensity”, almeno tra quelli che riducono di molto il volume, è l’Heavy Duty di Mike Mentzer, in particolare la versione che egli stesso raccomandava tra il 1994 e il 2001. Le 2 o 3 serie ogni 4-10 giorni, citate solitamente come riassunto di questa tecnica di allenamento, fu un metodo estremo che Mentzer sviluppò nell’Heavy Duty 2 conosciuto come la routine di consolidamento, ideato per risolvere il problema dello stallo che i suoi clienti avevano nei progressi, che egli attribuì al sovrallenamento. La cosa importante era che Mentzer stava lavorando con persone dotate di una genetica nella media o addirittura sotto la media ( ovvero coloro che avevano fallito con le altre metodiche). E’ possibile che queste persone non avessero progressi a causa di recupero tra gli allenamenti insufficiente. L’allenamento che Mentzer propugnava prima del 1994 ai suoi clienti (io ero uno di loro) era originariamente 2 giorni di allenamento consecutivi e uno di riposo, 2 di allenamento e 2 di riposo. Tutte le serie erano portate al cedimento completo con ripetizioni forzate e negative alla fine di ogni serie. Questo era troppo per la maggioranza delle persone, se non per tutti i suoi clienti, incluso me stesso. Così Mike passò dalla routine chiamata Heavy Duty 1 ad un programma stilato su 3 giorni per settimana separando il corpo in petto/dorso, deltoidi/bicipiti/tricipiti e gambe che funzionava bene per molti. Personalmente ho avuto i maggiori guadagni di forza lavorando su tre giorni settimanali. Anche allenarsi tre volte settimanali può essere eccessivo per alcuni individui. Il principio dell’individualità enuncia che i clienti allenati non sono tutti uguali anche se tutti possediamo la stessa fisiologia e anatomia. Questo principio deve essere tenuto particolarmente in considerazione nel programmare o correggere un programma di allenamento per i vostri clienti o per te stesso.

Fonte: http://www.highintensityitalia.com/ Altro…

ALCUNE PRECISAZIONI SULLA CORRETTA ESECUZIONE TEMPISTICA DELLE RIPETIZIONI

ripetiz

Alti livelli di accelerazione non sono necessari per reclutare le fibre muscolari di tipo IIB. Anche con carichi al 60% del massimale teorico tutte le unità motorie nei muscoli coinvolti saranno coinvolte con poche ripetizioni dopo le quali la forza verrà mantenuta nonostante la fatica grazie ad un aumento della sincronizzazione delle unità motorie.
Sia che tu muova i pesi lentamente o velocemente, finchè utilizzi un peso che ti affatichi almeno un pò tutte le unità motorie verranno reclutate. Inoltre le fibre di tipo II non sono responsabili di movimenti esplosivi. Le parole “lento” e “rapido” nelle diciture “contrazione lenta” e “contrazione rapida” si riferiscono al tempo che occorre alle fibre per raggiungere la tensione massima, non alla velocità di movimento che una fibra è in grado di generare.
La differenza nella velocità di contrazione tra fibre a contrazione lenta e rapida è meno di un decimo di secondo. Le fibre a contrazione lenta possono produrre movimenti rapidi come le fibre a contrazione rapida e queste ultime saranno coinvolte anche in movimenti estremamente lente o in movimenti isometrici finchè vi sarà una resistenza adeguata.

Gabriel Bellizzi

IL CHEAT MEAL E LA SUA UTILITA’

cheatm

Com’è risaputo, il cheat meal é un pasto che ha una sensibile e consistente densità di calorie provenienti da tutti i macronutrienti: proteine, carboidrati e grassi.
Questa concentrazione darà una spinta momentanea al metabolismo dopo un prolungato periodo di calorie ridotte (in particolare da quelle provenienti dai carboidrati), permettendo il più delle volte di far uscire l’atleta dallo stallo e riprendere la preparazione con una nuova spinta psico-fisica.


Il cheat meal non deve essere composto da calorie senza una logica ripartizione percentuale per ogni macronutriente, come conseguenza di una scarsa volontà, tanto per appagare una fase di privazioni alimentari.
Il cheat meal deve avere comunque una composizione calorica che possa apportare utilità complessiva.


La presenza di carboidrati ristabilirà parzialmente le scorte di glicogeno muscolari, e la porzione moderata di grasso, aiuterà a riempire ulteriormente i muscoli.
E’ bene tenere a mente che è sostanziale il supporto del sodio, che migliora lo stoccaggio di glicogeno e contribuisce ad una maggiore ritenzione intracellulare di liquidi, divenendo un ottimo supporto alla forza muscolare.


Inserito correttamente al momento giusto, il cheat meal é un ottimo strumento per proseguire o riprendere i progressi dando una nuova spinta metabolica.
Ma se inserito senza una reale necessità, il cheat meal risulterà inutile e deleterio per il progresso nella preparazione.


I segnali da monitorare per essere certi della necessità del cheat meal sono:


• Gli allenamenti sono improduttivi, nessuno o poco pompaggio muscolare, poca forza tendente al calo, e mancanza di concentrazione;
• la temperatura corporea inizia a scendere, e si sente freddo costantemente;
• stallo dei progressi sulla perdita di grasso corporeo, e l’abbassamento delle calorie vorrebbe dire arresto dei progressi o peggio il peggioramento della condizione;
• a seguito di una repentina ed eccessiva perdita di peso (da non contare la prima settimana di regime ristretto, dove liquidi e glicogeno diminuiscono rapidamente);

Qualora queste condizioni non vi fossero, è saggio restare allineati, continuare il rigore e/o applicare altre strategie.

Il cheat meal non va confuso con il “refeed” (giorno di ricarica). In questo caso l’atleta si concentra sui carboidrati, cercando di super compensare le scorte di glicogeno esaurite dai precedenti giorni a basso apporto.


Per cui se si decide di fare il cheat, è utile:


• posizionarlo preferibilmente o in un pasto pre-workout (almeno 2-3 ore prima, così da essere carico) o nell’ultimo pasto della giornata.
• avere una base proteica di qualità (circa il 30% delle Kcal), un buon contenuto di grassi di qualità evitando un eccesso di saturi o peggio transgrassi, un elevato apporto di carboidrati a favore di una saturazione parziale di glicogeno; preferibilmente con buona base sodica.
Qui gli abbinamenti possono essere vari e veramente nutrienti, importante é che sia cibo anche tendenzialmente “junk” ma non qualitativamente da fast food di basso livello
• sistemarlo preferibilmente prima di un giorno impegnativo di allenamento, oppure prima di allenare muscoli grossi che magari soffrono il regime ipocalorico o che comunque necessitano di una spinta calorica e di più in.


Infatti il glicogeno addizionale formatosi e la maggiore pienezza muscolare renderà immediatamente più piacevole e potenzialmente più efficace la seduta di allenamento.
Alcuni atleti preferiscono fare il cheat meal dopo una pesante sessione di allenamento con lo scopo di agevolare il recupero. Possono esserci condizioni idonee per farlo, ma da un punto di vista semplicemente digestivo, è preferibile non appesantire con alimenti a lenta digestione e metabolizzazione su un organismo che é impegnato già a far fronte allo stress dell’allenamento e necessità di una veloce disponibilità di elementi nutritivi.
A volte invece siamo molto “fobici” e piuttosto di sfruttare quello che potenzialmente l’uscita dal regime drastico alimentare ci possa dare, non lo si sfrutta o lo si vive male in preda ai sensi di colpa.


Per i soggetti con tendenza ad ingrassare facilmente (esempio gli insulino-resistenti) , più che aumentare l’esercizio cardiovascolare il giorno successivo sarebbe utile diminuire il totale calorico del pasto libero, riducendo il contenuto complessivo dei macronutrienti e in particolare dai grassi e leggermente dalle proteine e dai carboidrati, in modo da avere la spinta metabolica e l’effetto complessivo ricercato.
Se le condizioni fisiche precedenti al cheat meal erano idonee, i muscoli nelle ore successive godranno di un maggior pompaggio dato dal maggiore apporto di glicogeno presente nei muscoli, traducendosi in un ottimo allenamento e in una forma fisica ottimale.


Se invece le condizioni fisiche non fossero quelle giuste, allora si noterà sicuramente un buon effetto sull’allenamento, ma la maggiore ritenzione idrica extracellulare rischierà di sabotare sensibilmente il lavoro svolto.


Recuperarlo necessiterà di giorni. Quindi sarebbe saggio non inserirlo se non strettamente necessario e se non si è sicuri di poterselo permettere in termini di condizione , in specie se si fosse in una fase pre-gara, anche perché non é raro vedere aumenti di 2-3 kg pressoché di liquidi, che saranno un incisivo intralcio al percorso.


Il discorso è ancora più complesso e potenzialmente compromettente per quanto riguarda le donne.


A volte può capitare di non acquisire peso in modo rilevante, perché questo dipende anche da quanto si era depleti e da come era composto il cheat meal. Sta di fatto che la sua azione avrá comunque un impatto sul metabolismo anche se la bilancia non mostrasse grandi variazioni.


Anche qui vi sono fattori ormonali complessi relativi alla gestione dei liquidi corporei, come l’Aldosterone, e a volte il carico di ritenzione richiede diverso tempo per formarsi, ma traducendosi comunque in una situazione estetica migliorata, e temporaneamente più asciutta e definita.


l’inserimento di un cheat meal può e deve avere il suo spazio, ma solo se le condizioni fisiche del soggetto lo richiedono, altrimenti non si avranno gli effetti voluti ma solo un intralcio verso i propri obiettivi.

 

Gabriel Bellizzi