GDA (Glucose Disposal Agent): caratteristiche e applicazioni (3° Parte)

Se non avete letto ancora la prima e la seconda parte di questa serie di articoli vi invito a farlo: 1° Parte2° Parte.

  • Cromo: caratteristiche e possibili applicazioni.
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Cromo Picolinato

 

Il Cromo è un minerale essenziale nella dieta umana ed è comunemente utilizzato come integratore alimentare (es. Picolinato o Polinicotinato) per migliorare la sensibilità all’insulina nei soggetti sani o nei soggetti diabetici. (1)

 

 

Il Cromo può essere trovato nel:

  • Colostro bovino (sotto forma di un oligopeptide di cromodulina ricco di zinco, con un atomo di Cromo per quattro amminoacidi (2) (3)) che fornisce 220mcg di Cromo per 1.035g di proteine (193ng/g di proteine) (2)
    • Latte scremato, ad una concentrazione di 252mcg di Cromo per 1.172g di proteine (215ng/g di proteine) (2)

Il Cromo è sia un minerale dietetico che un elemento (Cr) con più valenze. La forma completamente ossidata di Cromo (Cr (VI)), che è esavalente (+6 stato di ossidazione), è altamente tossica e impiegata in una varietà di applicazioni industriali.(4) Dato l’alto grado di tossicità, il Cromo esavalente non viene mai usato come integratore. Le forme supplementari di Cromo comprendono il bivalente (Cr (II)) o il trivalente (Cr (III)), quest’ultima è la forma più stabile.(1)

Il quantitativo di Cromo assunto con la dieta dovrebbe essere almeno di 0,005-0,2mg(5-20mcg) al giorno al fine di prevenirne il deficit, e l’assunzione giornaliera raccomandata è di 21-25mcg per le donne e di 25-35mcg per gli uomini con la fascia di età tra i 18 ed i 45 anni che richiede quantità verso il punto più alto dell’intervallo riportato.(5) Le donne di tutte le età che stanno allattando richiedono un’assunzione giornaliera di Cromo pari a 45mcg.(5) La dose raccomandata per i bambini da 1 a 3 anni è 11mcg/die mentre dai 4 agli 8 anni il dosaggio sale a 15mcg/die.(5)
Le concentrazioni standard di Cromo circolante in uno stato non carente sono state misurate nell’intervallo di 2,8-45mcg/L nel sangue intero e 0,12-2,1mcg/L nel siero.(6)

Una carenza di Cromo può essere indotta con una nutrizione parenterale totale a lungo termine (TPN) priva del minerale, e può essere invertita con una supplementazione di 150mcg di Cromo al giorno aggiunti al TPN come riscontrato attraverso un caso studio (7) e 250mcg al giorno per 2 settimane seguite da una dose di mantenimento pari a 20μg al giorno per 18 mesi in un altro.(8)  I principali sintomi da carenza di Cromo in questi particolari casi si manifestavano attraverso un compromessa tolleranza al glucosio e una riduzione dell’insulino-sensibilità associata alla perdita di peso, così come la neuropatia e l’encefalopatia che erano reversibili con il reintegro del minerale. (8)(7)

Quindi, una grave carenza di Cromo è associata a sintomi simili a quelli riscontrati nel diabete di tipo I (alterata tolleranza al glucosio e perdita di peso) e nella neuropatia, e può essere invertita con la somministrazione del minerale.

Le carenze subcliniche di Cromo sono associate all’insulino resistenza, poiché le concentrazioni di questo minerale sono risultate inferiori nei diabetici rispetto ai soggetti di controllo (9) (tuttavia, l’evidenza è eterogenea per il diabete gestazionale (10)(11)). Le diete con un assunzione cronica di zuccheri (35% delle calorie giornaliere) sono state associate ad una accelerata perdita di Cromo attraverso le urine (Cromo urinario) (12) sebbene le diete composte da cibi ad alto indice glicemico non abbiano influenzato in modo significativo l’eliminazione del Cromo attraverso le urine in soggetti sani, pur mostrando una tendenza nell’arco di sei giorni.(13)

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Cromodulina

Si ritiene che questa perdita accelerata di Cromo attraverso le urine si verifichi per via del rilascio di Cromodulina (LMWCr; Low-molecular-weight chromium-binding substance) nel flusso ematico da parte delle cellule insulino-sensibili, con conseguente eliminazione urinaria.(14) La Cromodulina è un peptide che esiste all’interno delle cellule. Quando combinato con il Cromo immesso nelle cellule dal flusso sanguigno, amplifica la segnalazione dell’insulina legandosi ai recettori insulinici stimolati dall’ormone.(14) La Cromodulina lega lo ione cromo ad altissima affinità, formando un complesso che può essere separato solo in condizioni non fisiologiche. Una volta che i livelli di insulina scendono, tuttavia, i recettori dell’insulina non hanno più bisogno di essere sensibilizzati, quindi l’intero complesso deve essere eliminato nel suo insieme.(14)  (15)Questa ipotesi è supportata dal rilevamento della Cromodulina nelle urine (16) e dalla sua stretta correlazione con i tassi di secrezione dell’Insulina e l’esposizione in condizioni non complementari.(16) (17) (18)

Le concentrazioni urinarie di Cromo risultano elevate in seguito ad allenamenti di resistenza (con un aumento di cinque volte dopo due ore di corsa, ma con solo un aumento di due volte nel corso delle ventiquattro ore) in un modo che non è correlato ad un aumento dell’insulina serica o ad un aumento di qualsiasi altro ione urinario.(18)  Questa condizione, nonostante l’assenza di significativi livelli di Insulina, è nota per richiedere un maggiore assorbimento di glucosio nel tessuto muscolare sostenuto da un maggiore rilascio di glucosio da parte del fegato.(19)

Il Cromo trivalente (che si trova negli integratori) sembra avere effetti tossici a concentrazioni superiori a 20mcg/mL nel siero o nelle cellule; questa tossicità è associata al danno ossidativo al DNA.(20) Questo è lo stesso meccanismo mediante il quale il cromo esavalente esprime la sua tossicità, con l’unica differenza che quest’ultimo è tossico a concentrazioni molto più basse (21), in particolare dopo inalazione durante un impiego che comporta la sua manipolazione. (22) (4)

Con il termine Cromo Picolinato ci si riferisce al Cromo nello stato trivalente (Cr (III)) il quale è legato a tre molecole di acido picolinico, un analogo strutturale della Niacina. Questa forma di Cromo è altamente stabile (23), a parte una possibile degradazione indotta dall’acido, che rimuove una molecola di picolinato e porta a due ioni di cromo che si legano insieme. (24) I ligandi picolinati sono in una posizione tale che il Cr (III) può essere ridotto in Cr (II) nella coltura cellulare senza perdere il picolinato (25), una proprietà che sembra essere unica per il picolinato rispetto ad altre forme supplementari (Cloruro e Nicotinato) e si pensa che sia alla base delle possibili proprietà cancerogene indotte da alte concentrazioni.(26)

Si ritiene che il Cromo Picolinato sia fisiologicamente inattivo fino ad avvenuta liberazione della molecola di Cromo (26), suggerendo che esso funga da “pro farmaco” al Cromo.

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Il Cromo è noto per essere presente nel lievito, dove svolge un ruolo fisiologico importante.(27) (28) All’interno delle cellule del lievito si trova il “Fattore di Tolleranza al Glucosio” (GTF) (29), che è stato inizialmente derivato dal lievito di birra.(30) Il GTF può essere purificato dai lieviti dopo l’estrazione metanolica e la successiva filtrazione, ottenendo un insieme di molecole di dimensioni variabili da 1.000 a 3.500 Da. (31)(32) I principali componenti attivi in questo set di molecole sono considerati l’acido trivalente al cromo nicotinico insieme ad alcuni aminoacidi (Glicina, L-cisteina e Acido Glutammico).(33) L’apporto alimentare del lievito sembra conferire alcuni dei benefici dati dall’integrazione di Cromo, probabilmente a causa dell’ingestione di GTF e Cromo.(29)

Si ritiene che il Cromo presente nel lievito sia acido cromo-nicotinico, sebbene possano esistere altre forme di Cromo nel lievito che non sono state ancora rilevate.

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Cromo Polinicotinato

L’Acido Nicotinico di Cromo (noto anche come Cromo Polinicotinato), forma altamente assimilabile di Cromo, è composto da Cromo legato all’Acido Nicotinico (Niacina o Vitamina B3) e si dice che abbia effetti sulla riduzione del Colesterolo.(34)(35) Negli studi in cui il Colesterolo è stato ridotto in seguito all’assunzione di Cromo Polinicotinato, non è stato trovano necessariamente un nesso benefico dato dal miglioramento del metabolismo glucidico (34)(35), suggerendo che è la Niacina a causare questi effetti.

 

Il Cromo Dinicocisteinato (CDNC) è un complesso dello ione Cromo con l’aminoacido L-cisteina. Uno studio che ha confrontato l’effetto di 400mcg di CDNC con 400mcg di Cromo Picolinato ha rilevato miglioramenti nei livelli di Insulina e della sensibilità a questa solo con il CDNC. (36)

Uno dei principali meccanismi che si ritiene correlato all’integrazione con Cromo comporta la modulazione della via di segnalazione dell’Insulina.(37) [38] Questo è stato scoperto per la prima volta quando è stato identificato un oligopeptide legante il Cromo a basso peso molecolare che ha aumentato gli effetti dell’Insulina e l’ossidazione del glucosio. (38)[39] Chiamato anche LMCr o Cromodulina (39), questo oligopeptide viene sintetizzato nel fegato dei ratti dopo iniezioni di Cromo (40) e ha una massa di circa 1500 kDa. (39)(41)

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È stato rilevato che la Cromodulina ha aumentato la segnalazione di Insulina in presenza di un livello di quest’ultima pari a 5-8 volte superiore rispetto all’attività basale, senza influenzarne la segnalazione in assenza di Insulina.(42) La deplezione di Cromo da parte della Cromodulina ne blocca l’attività (42) che si correla positivamente con il contenuto del minerale nel peptide. Inoltre, altri minerali non sono riusciti a replicarne gli effetti. (43)

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Recettore dell’Insulina

In definitiva, la Cromodulina aumenta l’autofosforilazione del Recettore dell’Insulina. La segnalazione del Recettore dell’Insulina richiede che l’Insulina o un mimetico (qualcosa che si comporti come l’Insulina) si leghi alla subunità α extracellulare del recettore (44) che consente alla subunità β intracellulare di essere autofosforilata. (44) La Cromodulina sembra agire intracellularmente nella subunità β del Recettore dell’Insulina.(14)

Le funzioni cromo-dipendenti della Cromodulina sono probabilmente la ragione biologica per la quale il Cromo è un minerale essenziale (45), sebbene la natura essenziale del Cromo sia stata recentemente contestata.(46)

L’Adenosina Monofosfato Chinasi (AMPK) è un sensore chiave dello stato energetico cellulare, il quale monitora costantemente i livelli di ATP al fine di mantenere l’omeostasi metabolica. L’AMPK si attiva durante gli stati di carenza energetica (caratterizzato da un aumento della AMP:ATP ratio) dove coordina il metabolismo degli acidi grassi e del glucosio in modo anti-obesità e anti-diabetico.(47) Quando attivato, l’AMPK sopprime le vie anaboliche come la sintesi proteica, di trigliceridi e di acidi grassi attivando contemporaneamente percorsi catabolici come la glicolisi e l’ossidazione degli acidi grassi per aumentare la produzione di ATP. (48)

È stato notato che il Cromo (trivalente con D-fenilalanina) attiva l’AMPK nel suo sito catalitico (Thr172) nei cardiomiociti e nelle cellule muscolo-scheletriche a 25μM, suggerendo che i complessi organici del Cromo possono essere nuovi attivatori della via dell’AMPK.(49)

L’assorbimento del Cromo alimentare è inversamente correlato all’assunzione, variando dallo 0,4% al 2,0%, con l’assorbimento più efficiente (2%) a un apporto dietetico inferiore di circa 10mcg negli uomini adulti.(50) Questo diminuisce a circa lo 0,5% quando l’assunzione con il cibo raggiunge i 40mcg che sembra essere il limite, dato che l’assunzione di Cromo nel range di 40-240mcg ha un assorbimento di circa lo 0,4%. (50) (51)

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Acido Fitico

L’assorbimento del Cromo è influenzato da una serie di fattori dietetici. Nei ratti, l’assorbimento del Cromo sembra essere ostacolato dalla coingestione dei fitati, che impedisce il trasporto e l’assorbimento attraverso l’intestino. (52) È stato dimostrato che il deficit di Zinco aumenta l’assorbimento del Cromo, che è aumentato nei ratti carenti di Zinco e ridotto dallo Zinco supplementare (53), suggerendo che questi due minerali possono competere per l’assorbimento. L’assorbimento del Cromo nei ratti è anche potenziato dall’ossalato, un acido organico presente in molte verdure e cereali. (52) Sebbene sia informativo, occorre prestare attenzione quando si estrapolano i risultati dagli studi sui ratti rapportandoli all’uomo, poiché studi recenti hanno rilevato che l’assorbimento di Cromo alimentare nell’uomo è significativamente maggiore rispetto a quanto avviene nei ratti per numerosi complessi di cromo testati.(54)[55]

Vitamina-C-o-Acido-Ascorbico

Gli amminoacidi sembrano migliorare l’assorbimento del Cromo alimentare poiché formano complessi che migliorano l’assorbimento riducendo la tendenza del Cromo a precipitare nel liquido intestinale alcalino.(1) L’assorbimento del Cromo negli esseri umani è anche significativamente aumentato in presenza di Acido Ascorbico e Acido Nicotinico.(1)

Nei diabetici di tipo II, un integrazione giornaliera di Cromo (come cromo Picolinato) pari a 1.000mcg è risultata sufficiente a portare i livelli del minerale a digiuno nel siero da 2,40 ± 0,19 vs 0,16 ± 0,05ng/dL al basale dopo 12 settimane e 2,62 ± 0,09ng/ dL vs 0,17 +/- 0,04ng /dL al basale dopo l’integrazione di 24 settimane.(55)

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Transferrina

La transferrina è una proteina di trasporto del siero nota per legarsi ai minerali (in particolare il Ferro). È stato notato che presenta affinità per il Cromo trivalente.(56) Per ogni molecola di transferrina si legano due ioni di cromo. (57)(58) Si pensa che la transferrina doni il Cromo all’oligopeptide Cromodulina.(59) Anche se studi precedenti hanno suggerito che la Cromodulina dona il Cromo alla transferrina. Questo lavoro però è stato condotto a temperature più elevate, che potrebbero aver causato la degradazione della Cromodulina.(60) Tuttavia, studi più recenti hanno dimostrato che la Cromodulina non rilascia il Cromo alla transferrina. (59) Poiché la transferrina rilascia ioni all’interno di una cellula dopo l’endocitosi (61), sembra che la Cromodulina accetti e trattenga questi ioni dalla transferrina.

La supplementazione con Cromo determina un aumento dell’eliminazione urinaria del minerale.(55)

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Cromo Cloride

 

Uno studio svolto su ratti ha osservato che i livelli tossici di Cromo (100mcg/kg assunto con il cibo) sembrano bioaccumularsi di più con il Cromo Cloruro rispetto al Cromo Picolinato, in parte dipendente da un più alto tasso di escrezione osservato con il Picolinato.(62) Ciò è stato ipotizzato essere dovuto all’Acido Picolinico, che è stato osservato aumentare l’eliminazione di minerali come lo Zinco.(63)

 

Diversi studi hanno suggerito che la supplementazione con Cromo può promuovere una riduzione dell’appetito, con conseguente diminuzione del consumo di cibo, sia negli animali che negli esseri umani. Una recente meta-analisi di 10 studi randomizzati, in doppio cieco, controllati con placebo ha concluso che il Cromo Picolinato ha un effetto sulla riduzione del peso relativamente modesto, ma significativo rispetto al placebo (64), suggerendo un possibile effetto sulla soppressione dell’appetito. I meccanismi associati all’effetto anoressizzante dato dall’uso del Cromo sono attualmente sconosciuti, sebbene sia stato ipotizzato che si verifichi attraverso l’azione di specifici neurotrasmettitori nel cervello deputati al controllano l’appetito e il comportamento alimentare. (65)(66)

Ciò è stato confermato in un recente studio condotto su donne in sovrappeso adulte che hanno riportato voglie di carboidrati intense (almeno due volte a settimana). La supplementazione giornaliera con 1.000mcg di Cromo (come Picolinato) nel corso di otto settimane ha comportato una maggiore riduzione dell’assunzione di cibo (25%) rispetto al placebo (8%).(67) La riduzione dell’assunzione di cibo era associata ad una diminuzione della fame e dell’appetito, tuttavia la composizione dei macronutrienti non era influenzata e questi cambiamenti erano indipendenti da qualsiasi effetto sulla sensibilità all’insulina.(67) In uno studio parallelo condotto dallo stesso gruppo di ricerca, è stato riscontrato che la somministrazione periferica di Cromo nei ratti (tramite iniezione IP) ha comportato solo una modesta diminuzione dell’assunzione di cibo, rispetto a una significativa riduzione dose-dipendente dell’assunzione di cibo quando somministrato a livello centrale (direttamente nel cervello). (67) Nel suo insieme, questo lavoro suggerisce che, come detto pocanzi, la supplementazione con Cromo può promuovere una riduzione dell’apporto di cibo attraverso l’azione di neurotrasmettitori nel cervello che controllano l’appetito e il comportamento alimentare.

Nei pazienti con depressione atipica (che è un particolare sottogruppo di depressione associato a maggiore assunzione di cibo, sonnolenza e reattività dell’umore (68)), 600mcg di Cromo Picolinato per otto settimane non hanno influenzato significativamente la maggior parte dei sintomi depressivi. Tuttavia, ci sono stati significativi miglioramenti nella voglia di carboidrati e nell’assunzione di cibo con un effetto maggiore in coloro i quali il desiderio di carboidrati era maggiore al basale. (66) Nelle persone con disturbo da alimentazione incontrollata, il tasso di declino della frequenza di binging era maggiore con 1.000mcg di Cromo rispetto al placebo e 600mcg, sebbene la riduzione complessiva non abbia raggiunto la significatività statistica.(69)

La supplementazione con 1.000mcg di Cromo (come Picolinato) in due dosi suddivise per 24 settimane nei diabetici di tipo II non ha influenzato significativamente la gluconeogenesi epatica rispetto al placebo. (55) (La gluconeogenesi epatica è spesso patologicamente elevata nei diabetici (70)).

Quando i diabetici consumavano 200mcg di Cromo (come Cloruro) al giorno aggiunto a un prodotto di latte in polvere per 16 settimane, i livelli di glucosio e di insulina nel sangue erano significativamente ridotti mentre la sensibilità all’insulina migliorava. (71) I risultati di questo studio erano tuttavia specifici per genere, in quanto miglioramenti significativi nei suddetti marker dell’omeostasi del glucosio si sono verificati solo in soggetti di sesso maschile. (71)

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Cromato di Potassio

Come detto in precedenza, la Cromodulina è un oligopeptide endogeno (41) contenente Cromo che media positivamente la segnalazione del recettore dell’insulina in presenza di Insulina.(40) L’iniezione di Cromo (come Cromato di Potassio) nei ratti aumenta le concentrazioni urinarie e fecali di questo oligopeptide. (72) Tuttavia, la Cromodulina urinaria non sembra essere saturata in condizioni basali, il che implica che più Cromo potrebbe essere legato all’oligopeptide.(72) Poiché la potenza della Cromodulina nel potenziare la segnalazione dell’Insulina è correlata con la quantità di Cromo legata ad esso (43), e le iniezioni di Cromato di Potassio nei ratti determinano una rapida associazione con la Cromodulina (60)(73), è possibile che l’aumento di Cromo alimentare possa aumentare l’attività di questo oligopeptide.

Operando partendo dal presupposto che le assunzioni tipiche di Cromo nella dieta sono insufficienti per saturare la Cromodulina, la supplementazione con Cromo potrebbe teoricamente migliorare la segnalazione dell’Insulina tramite l’aumento del legame cromo-cromodulina.

Negli studi nei quali è stato utilizzato il Cromo trivalente, sembra esserci un aumento dell’attività della chinasi del recettore insulinico (in presenza di Insulina) quando il cromo 1-10μM viene aggiunto alla coltura di cellule di mammifero.(74) Questo aumento è indipendente da qualsiasi influenza diretta sulla fosforilazione o autofosforilazione (74) e distinta da quella della Cromodulina, che influenza l’autofosforilazione. (42)

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Cromo Propionato

Alcuni complessi con Cromo trivalente hanno interazioni minori con il Recettore dell’Insulina, con complessi legati a piccole molecole endogene come Istidinato, Lattato, Acetato o Propionato che mostrano effetti inibitori minori a concentrazioni intorno a 100μM. Di questi complessi, il Cromo Propionato sembra essere il più potente, mostrando effetti inibitori a concentrazioni fino a 1μM. (75)

 

Lo stesso Cromo è stato implicato nel potenziare la segnalazione dell’Insulina, sebbene il meccanismo con gli ioni Cromo sembra differire da quello osservato con la Cromodulina e richiede una concentrazione significativamente più alta. Lo stesso Cromo non sembra influenzare direttamente il Recettore dell’Insulina come la lattina di Cromodulina.

La Fosfo-tirosinfosfatasi 1B (PTP1B) è un regolatore negativo del segnale del Recettore dell’Insulina (76) che può essere soppresso dal Cromo endogeno. Anche se la Cromodulina è stata osservata promuovere l’attività della PTP della membrana in uno studio precedente (77), ci sono molti enzimi PTP endogeni e il PTP1B non è stato specificamente esaminato in questo studio. È stato dimostrato che il Cromo trivalente inibisce il PTP1B del 21-33% nelle cellule di epatoma umano e di ratto (78), suggerendo che il Cromo può potenziare la segnalazione dell’Insulina sopprimendo la defosforilazione mediata dal PTB1B nel Recettore dell’Insulina. Al contrario, uno studio più recente ha osservato che il Cromo non è riuscito a inibire l’attività della fosfatasi PTP1B umana ricombinante in un sistema in vitro puro, suggerendo che il Cromo può potenziare la segnalazione dell’Insulina da meccanismi distinti da qualsiasi effetto sul PTP1B. (74)

In uno studio in vivo, ratti obesi diabetici trattati con 80mcg/kg di Cromo (come Picolinato) hanno subito una diminuzione complessiva dell’attività della PTP1B e dell’espressione proteica correlata ad un aumento della segnalazione dell’Insulina nel muscolo scheletrico.(79) Questa diminuzione non è stata osservata nei ratti magri ai quali è stato somministrato il Cromo alla stessa dose.(79)

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IRS-1

La fosforilazione dell’IRS-1, un importante trasduttore della segnalazione dell’Insulina che è inibito dalla fosforilazione a Serine307 (80), non è influenzato dal Cromo a 10μM in varie forme trivalenti.(75) Inoltre, l’espressione della proteina IRS è rimasta inalterata con una supplementazione di Cromo fino a 80mcg /kg nei ratti.(79) In assenza di Insulina, tuttavia, la segnalazione basale del IRS-1 è leggermente aumentata a 10 μM di Cromo, che si pensa sia dovuta alla diminuzione della fosforilazione del Serine307 (75) dal Jun NH (2) -terminal kinase (JNK). (37) Il JNK regola negativamente la segnalazione del IRS tramite fosforilazione a Serine307 (80) (81), che è aumentata nei topi obesi, (82) (83) causando insulino-resistenza. In particolare, l’attenuazione mediata dal JNK della segnalazione dell’Insulina nei ratti obesi è soppressa dal Cromo. (82)(83)

L’attivazione del JNK sopra riportata potrebbe essere ricondotta teoricamente allo stress del reticolo endoplasmatico (ER) (84), e gli agenti che riducono lo stress del ER attenuano anche i sintomi diabetici. (85)(86) È noto che lo stress del ER aumenta nelle cellule degli animali obesi e diabetici ed è curabile con il Cromo.(82)

Per riassumere i concetti esposti, sappiamo che l’interazioni del Cromo con il PTP1B, un regolatore negativo dell’attività del Recettore dell’Insulina, non sono ben compresi. Alcuni studi suggeriscono che il Cromo potrebbe non avere effetti apprezzabili sulla segnalazione del PTP1B. È possibile, tuttavia, che il Cromo sopprima l’attenuazione JNK-mediata della segnalazione dell’Insulina nel contesto di uno stato di insulino-resistenza preesistente.

Il Cromo non sembra aumentare l’espressione del Recettore dell’Insulina in presenza o assenza di Insulina, suggerendo che i suoi effetti sulla segnalazione dell’Insulina avvengono indipendentemente da eventuali cambiamenti nei livelli dei recettori insulinici. (87) (75) Inoltre, quando incubato con Insulina, il Cromo non influenza l’interazione dell’Insulina con il suo recettore.(74) Ciò suggerisce che il Cromo non influisce sulla sensibilità all’Insulina aumentando l’affinità del Recettore dell’Insulina.

Uno studio preliminare condotto nel 1992 ha rivelato che il Cromo aumenta l’internalizzazione dell’Insulina a 1μM (418ng/ml), effetto associato ad una maggiore fluidità della membrana e non replicato con altre chelazioni di Cromo o Zinco Picolinato. (88) La scoperta che l’Insulina è internalizzata nella cellula è stata successivamente rivelata come un importante meccanismo di feedback negativo per la segnalazione del Recettore dell’Insulina. Dopo che l’Insulina si lega con il suo recettore, il complesso del recettore insulinico viene internalizzato dall’endocitosi (89), innescando la degradazione dell’Insulina (90) e riducendo efficacemente il numero di recettori dell’insulina presenti sulla superficie cellulare come meccanismo per attenuare la risposta insulinica.(91)

In breve, dopo avvenuto legame con il suo recettore sulla superficie della cellula, l’Insulina innesca il movimento del complesso del Recettore dell’Insulina all’interno della cellula. Questo riduce il numero di recettori insulinici presenti sulla superficie cellulare e funziona come un meccanismo di feedback negativo per limitare la risposta della segnalazione insulinica.

In risposta a un test orale di tolleranza al glucosio, una supplementazione di 200mcg di Cromo per otto settimane non ha aumentato la risposta all’Insulina in soggetti diabetici di tipo II quando misurata dopo 10 minuti (71) mentre ad un dosaggio di 1.000mcg (come Picolinato) in soggetti non diabetici con sindrome metabolica per oltre 16 settimane ha aumentato la risposta all’Insulina nonostante non sia stato rilevato altro cambiamento nei biomarcatori del diabete. (92)

Uno studio ha osservato che, nonostante l’incapacità di trovare miglioramenti statisticamente significativi nella sensibilità all’Insulina per l’intero gruppo di soggetti presi in esame, il 46% degli individui che avevano un grado di insulino resistenza più elevato presentavano un miglioramento della sensibilità all’Insulina del 10%. (55) In particolare, non vi era alcuna differenza nell’assorbimento o cinetica del Cromo tra responder e non responder (55), suggerendo che la supplementazione con Cromo può aumentare la sensibilità all’Insulina in soggetti con insulino resistenza.

Inoltre, è stato osservato che una supplementazione di 1.000mcg di Cromo (come Picolinato) per 24 settimane in soggetti con diabete di tipo II riduce leggermente le concentrazioni di lipidi intramuscolari rispetto al placebo. (55) Poiché l’accumulo cronico di lipidi nel tessuto muscolare è una delle numerose cause patologiche dell’insulino-resistenza (93), anche questo lavoro suggerisce che la supplementazione con Cromo può aumentare la sensibilità all’Insulina in coloro che sono già insulino-resistenti.

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Una meta-analisi di studi condotti su diabetici di tipo II trattati con >250mcg di Cromo per un periodo superiore ai tre mesi non ha rilevato alcuna influenza sul HbA1c rispetto al trattamento con placebo. (94) Ciò è in contrasto con precedenti revisioni che valutato solamente studi condotti su diabetici con un HbA1c basale superiore al 7%, in cui la supplementazione con Cromo ha determinato una riduzione dell’HbA1c dello 0,34% rispetto al placebo. (95) Altre revisioni hanno rilevato riduzioni dello 0,6% (96), e fino allo 0,9% quando sono state incluse tutte le forme di diabete e gradi di insulino resistenza.(97) Va notato, tuttavia, che alcune di queste analisi comprendevano prove della durata inferiore a tre mesi (96), che potrebbero non essere sufficienti per misurare i cambiamenti nel HbA1c. (94)

A seconda della popolazione studiata e del tipo e della qualità degli studi osservati, è dimostrato che il Cromo influisce in modo eterogeneo sui livelli di emoglobina A1C.

La supplementazione con 400 o 800mcg di Cromo (come Picolinato) insieme a un pasto di prova in adulti sani ha ridotto l’area del glucosio sotto la curva (AUC) del 30-36% nei responder, con la dose bassa più efficace.(97) In particolare, i responder sono stati classificati come soggetti aventi un consumo di carne e latte relativamente più basso (97), suggerendo che il Cromo può influenzare il metabolismo del glucosio postprandiale negli individui con livelli di Cromo basali inferiori. La riduzione del glucosio non è stata associata ad alcun cambiamento nell’Insulina, escludendo un effetto insulinogeno, e si è verificata in persone senza un metabolismo del glucosio alterato.(97)

Nella meta-analisi dove sono stati vagliati gli studi che valutavano la supplementazione di cromo oltre ai 250mcg nei diabetici di tipo II per un periodo di tre mesi (o più lungo)(94), i sette studi inclusi nella meta-analisi (55)(98)(99)(100)(101)(102)(103) non hanno mostrato una riduzione dei livelli di HbA1c nel siero nonostante una lieve riduzione della glicemia (RR di -0,95 e un IC 95% da -1,4 a -0,5).(94)

Un’analisi dei dati osservazionali del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) ha rilevato che le persone che hanno consumato un integratore alimentare contenente Cromo avevano una probabilità inferiore di sviluppare il diabete (OR = 0,73), definito avendo un livello di HbA1c superiore a 6,5. L’uso di integratori in generale non ha avuto un effetto statisticamente significativo sulle probabilità di sviluppare diabete in questo studio.(104)

L’aggiunta di 400mcg di Cromo (come Picolinato) a una bevanda contenente carboidrati prima di un shuttle run test in uomini sani e attivi non ha modificato i benefici della bevanda contenente carboidrati rispetto al controllo, suggerendo che non vi è alcun beneficio aggiuntivo. (105)

Uno studio nel quale è stata somministrata una dose di 600mcg di Cromo (come Picolinato) ogni giorno per un mese prima di un esercizio di deplezione del glicogeno ha rilevato che immediatamente dopo l’esercizio e nell’ora successiva il gruppo trattato aveva livelli di lattato significativamente più alti rispetto al placebo. (106) In un altro studio che utilizzava un modello shuttle-run exercise, questo aumento di lattato non si è verificato con oltre 75 minuti di test a seguito del consumo di 400mcg di Cromo Picolinato o carboidrati o acqua (gruppo di controllo). (105) Inoltre, la concentrazione di lattato e il grado di fatica era simile in questo studio tra i due gruppi e il controllo. (105)

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Glicogeno Sintasi

Il Glicogeno Sintasi è l’enzima responsabile della conversione del glucosio in glicogeno, la forma di deposito dei carboidrati nel corpo. Allo stesso modo, la fosforilasi di glicogeno è coinvolta nello scomporre queste riserve di carboidrati in glucosio per produrre energia. A causa dei suoi effetti sul metabolismo del glucosio, il Cromo è stato studiato per il suo impatto sulle riserve di glicogeno. Prove preliminari hanno rivelato che i ratti supplementati con Cromo avevano una minore dispersione del glicogeno epatico rispetto al gruppo di controllo durante il digiuno. (107) Successivamente, si è notato che il Cromo aumentava l’attività dell’enzima glicogeno sintasi nel muscolo e nel fegato dei ratti addestrati rispetto al gruppo di controllo non supplementato, ma la glicogeno fosforilasi non era influenzata.(108)

Negli adulti sovrappeso e leggermente allenati o sedentari la somministrazione di 600mcg di Cromo (come Picolinato) per un mese insieme ad una dieta standardizzata con gli ultimi due giorni progettati per esaurire il glicogeno, la supplementazione non ha modificato i livelli di glicogeno o il tasso di risintesi (da un carboidrato contenuto in una bevande) rispetto al placebo.(106)

Secondo la meta-analisi sul peso nei diabetici di tipo II supplementati con Cromo (oltre 250mcg) per oltre tre mesi, non vi è stata alcuna alterazione significativa del peso rispetto al placebo, nonostante una modesta riduzione del glucosio nel sangue.(94) Al contrario, un’altra meta-analisi ha rilevato che gli adulti sovrappeso e obesi che hanno integrato con il cromo picolinato hanno ridotto il peso corporeo nell’intervallo di dosaggio di 200-1.000 μg, indipendentemente dallo stato diabetico. La perdita di peso è stata tuttavia molto modesta, per un totale di soli 1,1 kg (IC del 95% nell’intervallo 0,4-1,7 kg).(109) Da notare, quest’ultima meta-analisi ha ritenuto la qualità delle prove non ottimale, mettendo in discussione gli effetti mediati dal cromo sulla perdita di peso.(109)

Uno studio ha rilevato che l’aumento di peso associato alla terapia con Sulfonilurea (0,9 kg su 10 mesi) nei diabetici è stato mitigato dalla cosomministrazione di 1.000mcg di Cromo. (102) È importante sottolineare che questi risultati possono essere limitati a coloro che sono sottoposti a terapia Sulfonilurea. Quando i soggetti diabetici che non erano stati trattati con il medicinale ricevevano istruzioni per seguire una dieta di mantenimento del peso, la supplementazione di 1.000mcg di Cromo Picolinato non modificavano l’assunzione di cibo, l’appetito o il peso corporeo. (55)

Il Cromo è stato anche usato nel tentativo di mitigare l’aumento di peso associato alla cessazione del fumo, poiché le persone che smettono di fumare spesso tendono ad aumentare di peso.(110) Questo studio ha utilizzato l’Hypericum perforatum (900 mg) come primo aiuto anti-fumo e poi ha diviso i soggetti dello studio in gruppi trattati con Cromo o placebo. Sfortunatamente, la tendenza del Cromo ad attenuare l’aumento di peso non ha potuto essere testata con sufficiente potenza, a causa dei bassi tassi di successo con l’erba di cui sopra. Tuttavia, gli effetti del Cromo erano promettenti, con una probabilità di attenuare l’aumento di peso da 5,76 kg a 2,7kg dopo sei mesi.(111)

Il Cromo può anche ridurre la perossidazione lipidica in alcune popolazioni. Sono necessari però ulteriori studi per determinarne la dose appropriata e chi potrebbe trarne reale beneficio.

Come accennato in precedenza, Il Cromo Picolinato, più di altre forme trivalenti di Cromo, ha la capacità di formare proossidanti che possono potenzialmente causare danni al DNA. La rilevanza per la supplementazione orale standard non è nota, poiché la concentrazione richiesta per danneggiare il DNA (livello alto di 50μM) è significativamente più alta di quella osservata nel sangue dopo l’ingestione orale di integratori. Inoltre, gli studi su soggetti umani non hanno notato danni al DNA con dosi supplementari standard (200-400mcg/die).

Il Cromo si accumula nei testicoli dei ratti quando iniettato, anche se i possibili benefici o danni nei testicoli con integrazione orale di Cromo non sono stati studiati. Il Cromo esavalente, la forma tossica non presente negli integratori, è noto per essere tossico per i testicoli.

Esistono diverse altre azioni potenziali legate all’uso del Cromo che sono state scientificamente documentate. Per ovvie ragioni, legate soprattutto all’argomento principale trattato in questa serie di articoli, ho omesso diversi studi di un certo interesse. Per chiunque volesse approfondire cliccare qui.

In seguito alle numerose informazioni riportate nel presente articolo, possiamo con una certa sicurezza concludere che una supplementazione di Cromo risulta maggiormente incisiva in caso di carenza del minerale a causa di una insufficiente assunzione con gli alimenti o in condizioni di insulino resistenza (sia “pre-diabetica” che nella condizione diabetica). Il potenziale anoressizzante del Cromo rappresenta sicuramente un elemento di vantaggio durante una dieta ipocalorico (specie se ipoglucidica). Il Cromo sembrerebbe avere anche una certa azione sul miglioramento dello stoccaggio del glicogeno e sulla sua preservazione, anche se la cosa, in realtà, non è mai stata riscontrata nell’uomo. Se tale azione fosse possibile o significativa, si potrebbe riflettere positivamente a livello prestativo ma che in un contesto di “scarico del glicogeno” potrebbe risultare limitante.

A questo punto la domanda che si ripresenta è “come si possono utilizzare queste informazioni per pianificare l’uso del Cromo”?

  • Vista la sua efficacia in soggetti patologici e/o in condizioni di insulino resistenza non patologica, l’uso temporalmente ridotto di 1mg (stand alone) o protratto di 400-600mcg (in combinazione con altri GDA; vedi possibile azione additiva con la Berberina e ALA) di Cromo Picolinato al giorno può portare a dei vantaggi in quei soggetti con una insulino-resistenza di base genetica, cioè individui con una tolleranza glucidica limitata rispetto alla media, o durante regimi ipercalorici (vedi peggioramento dell’insulino-resistenza durante regimi ipercalorici).
  • Dosi contenute di Cromo Picolinato (200-400mcg/die) assunte durante periodi ipocalorici possono aiutare il soggetto trattato a tollerare la riduzione calorica per via dell’effetto anoressizzante dato dall’uso di questo composto.
  • In combinazione con altri GDA durante e nel periodo successivo (periodo “protocollare” di 4 settimane) all’uso di Insulina esogena.

Alcuni effetti collaterali comuni riscontrati con l’uso del Cromo Picolinato (dose correlato) possono includere insonnia, cambiamenti di umore, irritabilità e mal di testa.

Altri effetti collaterali possibilmente riscontrabili con l’uso di alte dosi di Cromo Picolinato includono problemi di coordinamento o di equilibrio, problemi di concentrazione o difficoltà di pensiero, e sintomi legati a problemi epatici (che comprendono: nausea; mal di stomaco nella zona superiore; prurito; stanchezza; perdita di appetito; urina di colore scuro; ingiallimento della pelle o degli occhi (ittero)).

Chiedere prontamente assistenza medica di emergenza se si verificano segni di anafilassi, una reazione allergica grave che può includere orticaria, difficoltà di respirazione o gonfiore del viso, delle labbra, della lingua o della gola.

Esiste un caso studio di una donna che in seguito all’ingestione di 1200-2400mcg di Cromo (come Picolinato) per 4-5 mesi mostrava sintomi di danno renale. (112) In un altro caso studio, un Bodybuilder aveva sviluppato rabdomiolisi associata all’assunzione di 1.200mcg di Cromo Picolinato per due giorni.(113)

La possibile comparsa di questi effetti avversi può essere evitata con una attenta calibrazione della dose giornaliera di Cromo. Se ne sconsiglia quindi un assunzione superiore a 1mg/die (dose quest’ultima comunque relegabile a periodi d’uso brevi). Una supplementazione giornaliera di 200-400mcg di Cromo Picolinato è generalmente ben tollerata con una punta massima di dosaggio di 600mcg/die.

Per ottenere una migliore biodisponibilità del composto, il Cromo andrebbe assunto lontano dalla somministrazione di integratori di Zinco o con pasti contenenti fonti ricche di fitati (vedi cereali integrali e legumi; il cui contenuto di fitati può comunque essere ridotto con, ad esempio, l’ammollo e la adeguata cottura).

Come detto la volta scorsa per l’Acido Alfa Lipoico, anche con l’uso di Cromo Picolinato (o altra forma) è essenziale la cura del dosaggio e la ponderatezza nell’utilizzo.

Fine 3° Parte…

Gabriel Bellizzi

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12,13-diHOME E SUOI EFFETTI SUL METABOLISMO LIPIDICO E LA RESISTENZA

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Nel maggio di quest’anno, i ricercatori della Ohio State University e della Harvard University hanno pubblicato uno studio sul Cell Metabolism nel quale esponevano le possibili potenzialità di una composto di recente scoperta, il metabolita dell’Acido Linoleico 12,13-diHOME. (1) Questa nuova sostanza ergogenica potrebbe essere utilizzata efficacemente come coadiuvante per la perdita di grasso – e, forse, anche come agente per il miglioramento della resistenza.

I ricercatori hanno rilevato la traccia di 12,13-diHOME quando hanno analizzato il sangue di un gruppo eterogeneo di soggetti umani per la rilevazione di metaboliti degli acidi grassi per valutarne cali o aumenti dopo 40 minuti di cicloergometro.

I ricercatori hanno esaminato circa 90 metaboliti diversi tra i quali è emerso il 12,13-diHOME, che si presentava in concentrazioni maggiori durante e dopo lo sforzo fisico [grafico sotto a sinistra].

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Più elevate erano le concentrazioni ematiche di 12,13-diHOME che i ricercatori hanno rilevato nel sangue dei soggetti presi in esame, maggiore risultava la loro capacità di allenamento [grafico sotto a sinistra] e minore la loro massa grassa [grafico successivo].

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Quando i ricercatori hanno svolto esperimenti sui topi, hanno osservato che gli animali producevano quasi nessun metabolita 12,13-diHOME in seguito all’attività motoria quando privi del tessuto adiposo bruno. Quindi, il 12,13-diHOME è prodotto dalle cellule del tessuto adiposo bruno.

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Le cellule del tessuto adiposo bruno non solo immagazzinano il grasso, ma lo ossidano trasformandolo in calore. La scoperta del 12,13-diHOME ha reso il tessuto adiposo bruno ancora più interessante di quanto già non lo fosse.

Negli esperimenti in vitro nei quali sono state utilizzate cellule adipose e cellule muscolari, i ricercatori hanno scoperto che il 12,13-diHOME stimola l’assorbimento e l’ossidazione degli acidi grassi da parte delle cellule muscolari, ma non ha avuto alcuna influenza sull’assorbimento dei grassi e sulla loro ossidazione da parte delle cellule adipose.

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Il 12,13-DiHOME non ha avuto alcun effetto sul metabolismo glucidico.

Quando i ricercatori hanno iniettato il 12,13-diHOME ai topi, hanno osservato che il metabolita – indicato più correttamente come lipochina – ha ridotto il rapporto di scambio respiratorio. Ciò significa che gli animali avevano ossidato più grasso ma meno glucosio.

Un’altra caratteristica dello studio a suscitare un certo interesse è la dose della suddetta lipochina utilizzata dai ricercatori. Se i topi fossero pesati 80Kg, avrebbero ricevuto iniezioni di 8mcg di 12,13-diHOME. Sicuramente non un dosaggio elevato.

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Cosa succederebbe se ciclisti o corridori si somministrassero iniezioni di 12,13-diHOME prima di una gara? Anche se una risposta certa al momento non ci può essere, si può ipotizzare che la resistenza degli atleti supplementari con questa lipochina vedrebbero aumentata la loro resistenza. Soprattutto se incombinazione con sostanze con azione lipolitica. Ovviamente, potrebbero giovare delle possibili azioni di questo nuovo composto anche gli atleti interessati principalmente alla riduzione della massa grassa.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1016/j.cmet.2018.03.020

CARDIO A DIGIUNO E SUOI REALI EFFETTI

Nota introduttiva

L’argomento “Cardio a digiuno” è stato da me già trattato in passato, ma in modo condizionato da una certa letteratura di parte. Quindi, è mia intenzione riproporlo in chiave più “neutra” (o, meglio, oggettiva) servendomi della letteratura scientifica oggi disponibile.

Le informazioni riportate nel presente articolo sono state estrapolate dalla pubblicazione di James Krieger intitolata “Fasted Cardio…an Undeserved Good Reputation”.

Introduzione

 

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I miti nel mondo del BodyBuilding, in particolare, e del Fitness, in generale, sono difficili da debellare. Nonostante le numerose prove a loro discredito continuano a persistere diffondendosi negli spogliatoi delle palestre e nei forum in rete. Ad esempio, nonostante le innumerevoli prove schiaccianti contro l’ipotesi secondo la quale i carboidrati e l’Insulina facciano ingrassare, e nonostante il tasso con il quale tali prove continuano ad accumularsi, molta gente rimane convinta della veridicità di questa credenza.

La pratica del Cardio a digiuno al fine di migliorare la perdita di grasso fa parte di queste credenze che circolano nel mondo del BodyBuilding e del Fitness, nonostante le prove contro tale mito si siano accumulate nel corso del tempo. Sebbene in questo specifico caso le prove contro le affermazioni di presunti vantaggi dati da tale pratica non siano così schiaccianti come per la prima citata ipotesi su carboidrati e Insulina, non esiste alcuna prova che mostri un reale vantaggio nella sua applicazione.

Eppure, molte persone giurano che il cardio a digiuno sia una pratica che apporta reali vantaggi. Il fatto è che non solo non esistono prove che supportano tale affermazione, non ha nemmeno senso applicare tale pratica quando si esamina attentamente il suo reale impatto. Quello che riporterò in seguito mette in chiaro come non vi sia un meccanismo basato sull’evidenza che dimostri che il Cardio a digiuno possa plausibilmente migliorare la perdita di grasso. Nel web sono presenti molti articoli trattanti la questione in modo critico, ma molti di questi non entrano nel dettaglio dei motivi meccanicistici del perché il Cardio a digiuno non porta i vantaggi attribuibili da una certa “credenza da spogliatoio”.

Una semplicistica esposizione del “come perdiamo grasso”

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Per illustrare ciò di cui si sta parlando, è necessario come prima cosa parlare di come perdiamo il grasso corporeo. Perdiamo grasso corporeo, semplicisticamente parlando, quando creiamo un deficit energetico, cioè quando la nostra spesa energetica è inferiore rispetto a quella assunta attraverso il cibo. Dal momento che non viene fornita una sufficiente quantità di energia attraverso le fonti alimentari il corpo soddisferà tale mancanza ricavando l’energia necessaria da altre fonti. In questo caso, l’energia verrà ricavata dalle riserve adipose e dagli aminoacidi. Ora, ovviamente, si desidera che tale deficit energetico venga compensato unicamente a carico del grasso di deposito mantenendo intatte le proteine strutturali (vedi massa muscolare), ma, ovviamente, non è così che funzionano le cose, anche se possiamo fare in modo, attraverso un adeguata manipolazione alimentare, che il catabolismo muscolare sia di molto ridotto. Comunque, a fini esemplificativi, supponiamo che il 90% di questa energia provenga dal grasso di deposito mentre il 10% derivi dalla massa magra (quindi anche dai muscoli). Ora, supponiamo di creare un deficit energetico di 500Kcal al giorno (3.500Kcal a settimana). Di quelle 500Kcal, 450 proverranno dal grasso corporeo (50g di grassi) mentre le altre 50 proverranno dalla massa magra (12,5g di proteine). Se si prosegue mantenendo questo deficit calorico su base giornaliera, con tutte le limitazioni adattative e loro gestione, si perderà gradualmente grasso corporeo (e anche un po’ di massa magra).

Il Cardio a digiuno migliorerebbe la perdita di grasso se…

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Ora, prendiamo come esempio il contesto che ho appena descritto. Si ha un deficit di 500Kcal al giorno (450 saranno ricavate dal grasso corporeo), e tale deficit si è raggiunto tramite una combinazione di dieta e allenamento Cardio. Supponiamo a questo punto che si decida di inserire il Cardio a digiuno convinti del fatto che ciò aumenterà la perdita di grasso. Bene, il Cardio a digiuno per poter aumentare la perdita di grasso dovrebbe agire almeno attraverso uno di questi tre meccanismi:

  1. Aumentare il dispendio energetico. In questo caso, si aumenta il deficit energetico mantenendo inalterata la quantità di cibo consumata. Si può ipotizzare che il deficit passi da 500Kcal al giorno a 600Kcal al giorno. Come ipotetico risultato, si avrà una spesa di 540Kcal derivanti dai grassi (90%) e 60Kcal provenienti dalla massa magra (10%).
  2. Diminuire l’apporto energetico. In questo caso, si aumenta il deficit energetico attraverso la diminuzione dell’assunzione di cibo, ma mantenendo stabile il dispendio energetico dato dall’attività Cardio. In altre parole, il Cardio a digiuno sopprime in qualche modo l’appetito. Adesso si consumano 100Kcal in meno di quanto si farebbe normalmente, portando il deficit energetico da 500Kcal al giorno a 600Kcal al giorno. Ora, come riportato nel punto 1, si avrà una spesa di 540Kcal derivanti dai grassi e 60Kcal derivanti dalla massa magra.
  3. Migliora la perdita di grasso e preserva la massa magra con lo stesso deficit energetico (un effetto di ripartizione dei tessuti). In questo caso, il deficit energetico giornaliero rimane a 500Kcal. Tuttavia, la percentuale di provenienza dell’energia ricavata dal grasso di deposito aumenta a discapito di quella ricavata dalla massa magra. Supponiamo quindi un 95% dell’energia ricavata dai grassi di deposito (475Kcal) e un 5% dalla massa magra (25Kca).

Questi sono gli unici tre scenari ipotetici in cui il Cardio a digiuno potrebbe aumentare la perdita di grasso rispetto al Cardio non a digiuno. La domanda ora è se una qualsiasi delle 3 ipotesi elencate possa effettivamente accadere con il Cardio a digiuno. Fortunatamente, la scienza applicata ci può fornire la risposta.

Il Cardio a digiuno aumenta la spesa energetica?

La risposta a questa domanda è no. Quando i ricercatori hanno confrontato le spese energetiche nelle 24 ore di 60 minuti di Cardio a digiuno rispetto a 60 minuti di Cardio non a digiuno, non sono state osservate differenze (se non di un mero scarto di 7Kcal).(1)

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Il grafico sopra esposto mostra il dispendio energetico nelle 24 ore per le due condizioni prese in esame nello studio precedentemente citato. Il Cardio a digiuno non ha praticamente aumentato il dispendio energetico, e, quindi, questo non può essere un meccanismo attraverso il quale tale pratica possa migliorare la perdita di grasso. Il punto 1 può essere cancellato dalla lista.

  1. Aumentare il dispendio energetico
  2. Effetto soppressivo sull’appetito
  3. Effetto di ripartizione dei tessuti

Il Cardio a digiuno ha un effetto soppressivo sull’appetito?

La risposta è no. In realtà, esiste uno studio (2) nel quale si è rilevato che la sensazione di appetito era inferiore nei soggetti che praticavano Cardio non a digiuno. Inoltre, l’apporto calorico ad libitum era più basso nelle 24 ore in seguito al Cardio non a digiuno rispetto al Cardio a digiuno.

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Anche il punto 2 può essere cancellato dalla lista.

  1. Aumentare il dispendio energetico
  2. Effetto soppressivo sull’appetito
  3. Effetto di ripartizione dei tessuti

Il Cardio a digiuno ha un effetto di ripartizione dei tessuti (aumento della perdita di grasso e risparmio della massa magra per un determinato deficit energetico)?

La ragione principale per cui le persone scelgono di fare Cardio a digiuno è che sono convinte di ossidare più grassi durante l’esercizio rispetto a quello che riuscirebbero a fare con il Cardio non a digiuno.(3) Il problema con questa linea di pensiero è che è al quanto concettualmente limitata. In primo luogo, il grasso che si utilizza come fonte energetica durante l’esercizio fisico non è importante per la perdita di grasso. Altrimenti, non si perderebbe mai grasso corporeo svolgendo attività come l’Interval Training, durante il quale il corpo ha una preferenza nel ricavare energia dalla via metabolica glucidica. Tuttavia, sappiamo perfettamente che si può diminuire la percentuale di grasso corporeo anche attraverso lo svolgimento di pratiche allenanti che usano il metabolismo glucidico come via metabolica preferenziale come, appunto,  nel Interval Training, in egual modo a quanto è possibile ottenere con una pratica allenante con preferenza metabolica lipidica come il Cardio LISS, a patto che il deficit energetico sia lo stesso. Non è il tipo di substrato energetico usato durante l’esercizio ad essere importante; piuttosto, è il deficit energetico che viene creato in un periodo di 24 ore (o nel complesso delle 168 ore settimanali).(4)

In secondo luogo, l’aumento dell’ossidazione dei grassi durante il Cardio a digiuno non indica la provenienza di questi ultimi. La metà del grasso ossidato durante una sessione di Cardio LISS proviene dai trigliceridi intramuscolari (“gocce” di grasso immagazzinate all’interno del tessuto muscolare), NON dal grasso viscerale o sottocutaneo.(5) Inoltre, più ci si allena, più il corpo si affida ai Trigliceridi intramuscolari per ricavare energia.(6) Infine, l’esercizio fisico aumenta l’ossidazione dei grassi alimentari consumati dopo che la sessione di allenamento è terminata.(7) Questo è simile al modo in cui una dieta a basso contenuto di carboidrati o chetogenica aumenta l’ossidazione lipidica, ma ciò non aumenta la perdita di grasso se il deficit energetico è uguale a quello creato seguendo una dieta ricca di carboidrati.(8) Quindi, non ci sono prove che dimostrino che svolgere Cardio a digiuno aumenti la perdita di grasso corporeo, anche se c’è un temporaneo aumento dell’ossidazione dei grassi. Se mai, il Cardio a digiuno semplicemente aumenterà l’utilizzo dei Trigliceridi intramuscolari e dei grassi alimentari per ricavare energia.

In terzo luogo, mentre il Cardio a digiuno può aumentare l’ossidazione del grasso nelle 24 ore come mostrato nel grafico seguente, lo fa risparmiando i carboidrati, NON le proteine o la massa magra.(9)

graficoFC3

Fondamentalmente, ciò che sta accadendo è che, quando si fa Cardio a digiuno, si riduce il glicogeno muscolare di circa il 18% (questa quantità varia a seconda della durata e dell’intensità della seduta allenante).(10) I glucidi consumati successivamente alla seduta di allenamento andranno a reintegrare (tempo variabile dipendente dalle quantità e dalla deplezione di glicogeno creata) quel glicogeno muscolare piuttosto che essere utilizzati come substrato energetico (ecco perché si ossidano meno carboidrati nell’arco di 24 ore come mostrato nel grafico sopra esposto). Poiché il corpo sta immagazzinando carboidrati sotto forma di glicogeno, in tale condizione ci si trova in un “bilancio positivo di carboidrati”. Ma è importante ricordare che i depositi di glicogeno sono limitati. Ciò significa che tale condizione creatasi non può essere protratta per un tempo indeterminato; non è possibile rimanere in uno stato di bilancio positivo dei carboidrati in continuum. Così, il corpo si adatterà nel tempo aumentando la velocità con cui ossida i carboidrati e diminuendo la velocità con cui ossida i grassi.(11) Questo è il motivo per cui occorre pensare a ciò che accade nel lungo periodo; anche ciò che succede nelle 24 ore successive alla sessione non ci dice tutto.

Quando si tratta di perdere grasso corporeo nel tempo, non ci si preoccupa del risparmio glucidico a digiuno; ci si concentra sul risparmio proteico. La ricerca ha dimostrato che il Cardio a digiuno non ha un effetto di risparmio proteico, sia attraverso l’esame dei tassi di ossidazione delle proteine (12) che attraverso l’azoto urinario (13); prodotto di scarto del metabolismo proteico.

Infatti, se si continua a fare Cardio a digiuno, senza bilanciare il consumo di carboidrati e grassi, e senza un consumo sufficiente di calorie e carboidrati al fine di ricostituire il glicogeno muscolare perso durante la sessione allenante, alla fine si raggiungerebbe una marcata deplezione dei depositi di glicogeno muscolare protratta nel tempo. Una volta raggiunto il 50% di riduzione del glicogeno muscolare, il corpo inizia ad ossidare più proteine per ricavare energia.(14) Questa non è di certo una condizione desiderabile dal momento che si vuole perdere grasso conservando il più possibile la massa muscolare.

Pertanto, l’evidenza non supporta un effetto di ripartizione dei tessuti, almeno non quello auspicato. Pertanto, possiamo cancellare anche il punto 3 della lista.

  1. Aumentare il dispendio energetico
  2. Effetto soppressivo sull’appetito
  3. Effetto di ripartizione dei tessuti

Il gioco non vale la candela…

Ora, supponiamo per un momento che esista un effetto di ripartizione dei tessuti dato dal Cardio a digiuno e che l’aumento dell’ossidazione dei grassi provenga in realtà da una maggiore perdita di grasso corporeo. Se si osserva il grafico sopra riportato, si può notare una differenza di 112Kcal ricavate dall’ossidazione lipidica nell’arco delle 24 ore tra Cardio digiunato e Cardio non a digiuno. Supponiamo che il 50% provenga dai Trigliceridi intramuscolari mentre l’altro 50% provenga dal grasso corporeo (viscerale e/o sottocutaneo). Ecco 56Kcal in più provenienti dall’ossidazione del grasso corporeo, che equivale all’incirca a 6g di grasso. Se si è svolto Cardio a digiuno per 5 giorni a settimana, sono circa 30g di grasso corporeo ossidato a settimana. Per perdere un chilo di grasso corporeo in più (454g), sarebbe necessario fare Cardio a digiuno per 60 minuti al giorno, cinque giorni alla settimana per 15 settimane consecutive. Questo non è certo qualcosa che è considerabile come vantaggiosa per la perdita di grasso, soprattutto perché potrebbe facilmente essere annullata da un aumento dell’appetito e da consequenziale aumento dell’apporto calorico.(15) È possibile ottenere risultati migliori semplicemente aumentando il dispendio energetico giornaliero aggiungendo del Cardio durante la giornata e/o riducendo ulteriormente l’apporto calorico.

Risultati nel mondo reale

Naturalmente, tutte queste dimostrazioni teorico-pratiche non hanno un importanza assoluta ed è necessario anche osservare i risultati ottenuti nella vita reale.

La domanda quindi è: cosa succede se si prendono in esame gruppi di persone alle quali viene fatto svolgere un programma di allenamento Cardio a digiuno e non a digiuno e si osserva la loro perdita di grasso? Fortunatamente, i miei colleghi Brad Schoenfeld, Alan Aragon e James Krieger lo hanno fatto, ed hanno pubblicato il loro studio nel 2014.(16) Hanno reclutato 20 giovani soggetti di sesso femmine sottoponendoli a 1 ora di Cardio a digiuno o non digiuno, tre giorni a settimana per 4 settimane. Al termine del test, non hanno riscontrato differenze significative nella perdita di grasso tra i due gruppi.

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I ricercatori hanno divulgato anche riprese video dei soggetti presi in esame in questo studio.

[per accedere al video clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=DEWmQ_cD83Q ]

Ora, ammettiamo che questo studio sia limitato in dimensioni e durata (solo 4 settimane). Tuttavia, questo non è l’unico studio che non mostra alcuna differenza nella perdita di grasso tra Cardio digiunato e Cardio non a digiuno. Un altro studio di 6 settimane non ha mostrato differenze nella perdita di grasso tra sedute di Interval Training a digiuno e non a digiuno.(17)

Cardio secondo possibilità o preferenze…

Il fatto è che non c’è motivo di svolgere sedute di Cardio a digiuno per cercare di migliorare la perdita di grasso. Per il semplice fatto che non vi sono prove a sostegno di questa tesi, ed i numeri indicano che non si otterrebbe alcun vantaggio significativo sulla perdita di grasso anche se tale vantaggio sussistesse.  Gli attuali trial controllati randomizzati, nonostante i loro limiti, non ne supportano l’uso. Il punto è che si dovrebbe semplicemente svolgere la seduta Cardio secondo possibilità o preferenze.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://www.metabolismjournal.com/article/S0026-0495(12)00461-1/abstract
  2. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22366285
  3. http://www.metabolismjournal.com/article/S0026-0495(12)00461-1/abstract
  4. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26402859
  5. http://ajpendo.physiology.org/content/ajpendo/265/3/E380.full.pdf
  6. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15358749
  7. http://journals.lww.com/acsm-msse/Fulltext/2002/11000/Prior_exercise_increases_subsequent_utilization_of.11.aspx
  8. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26278052
  9. http://www.metabolismjournal.com/article/S0026-0495(12)00461-1/abstract
  10. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4703705/
  11. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8092088
  12. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4703705/
  13. http://www.metabolismjournal.com/article/S0026-0495(12)00461-1/abstract
  14. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2269057/
  15. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22366285
  16. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25429252
  17. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23723099

EFFETTO DI UNA DIETA KETOGENICA IPERCALORICA ABBINATA AD ALLENAMENTI CONTRO-RESISTENZA – UNA CALORIA E’ SEMPRE UNA CALORIA?

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Sono ormai alcuni decenni che i fautori de “le calorie non contano” e quelli, conservatori, de “le calorie contano” si scontrano cercando di argomentare (più o meno) scientificamente le loro affermazioni. Tralasciando la questione non poco importante della trattazione superficiale che spesso caratterizza entrambe le fazioni, la schiera dei “negazionisti delle calorie” tocca livelli di scientismo e di contraddizione abbastanza evidenti (mai letto un loro libro?). Essi cercano spiegazioni (all’apparenza) plausibili per avvalorare la loro tesi. Una di esse è perfettamente rappresentata da un recente studio svolto da scienziati dello sport dell’Università di Malaga i quali hanno osservato l’effetto di una dieta chetogenica ipercalorica su atleti di forza.(1)

I ricercatori hanno reclutato 24 uomini in buona salute, che si erano allenati con pesi per almeno 2 anni, e gli hanno sottoposti ad un identico allenamento finalizzato all’ipertrofia per 8 settimane: il piano allenante era suddiviso in 2 giorni di Upper Body e 2 giorni Lower Body, con 72 ore di riposo tra le sessioni per favorire il recupero. I ricercatori hanno diviso i partecipanti allo studio in 3 gruppi e hanno dato ad ogni gruppo una dieta diversa.

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Panoramica del protocollo di allenamento. WK: allenamento (microciclo); UL: Upper-Limb; LL: Lower-Limb; R: Riposo; 30 X: 3s nell’eccentrica e movimento esplosivo durante la fase concentrica.

I soggetti del primo gruppo (gruppo di controllo), ovviamente, hanno continuato a mangiare come era loro abitudine [CG].

I soggetti del secondo gruppo hanno ricevuto un piano alimentare il quale presentava un introito proteico pari a 2g di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, e un carico glucidico di massimo 42g di carboidrati al giorno [KD]. L’apporto calorico era alto. Ogni giorno i soggetti presi in esame dovevano ingerire più di 3000Kcal.

In fine, i soggetti del terzo gruppo hanno ricevuto un piano alimentare più o meno “normale” e con un buon apporto proteico [NKD]. Anche i soggetti di questo gruppo dovevano ingerire più di 3000Kcal al giorno.

Al termine del periodo di test, è stato osservato che i soggetti sottoposti ad una dieta a basso contenuto di carboidrati avevano ridotto la loro massa grassa generale, compreso il grasso nella cavità addominale. Quest’ultimo tipo di grasso è noto per essere un fattore predittivo per lo sviluppo di diverse patologie. La massa magra di questi soggetti è rimasta costante.

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I ricercatori hanno concluso dicendo che, secondo i loro risultati, i soggetti sottoposti a un allenamento contro-resistenza durante una dieta chetogenica hanno sperimentato una maggiore riduzione della massa grassa e del tessuto adiposo viscerale, rispetto al gruppo che ha seguito un regime alimentare non chetogenico. La maggiore riduzione del tessuto adiposo viscerale può avere una certa rilevanza clinica a causa della sua associazione inversa al rischio cardio-metabolico.

I ricercatori continuano dicendo che, sono necessari ulteriori studi per valutare i vantaggi di questa combinazione (allenamento contro-resistenza e dieta chetogenica) in soggetti con un eccesso di massa grassa, con particolare attenzione alla significativa riduzione riportata a carico del tessuto adiposo viscerale, che potrebbe essere di grande beneficio per questa fascia di popolazione dato anche il fatto che la massa corporea magra è mantenuta. E aggiungono che, in effetti, questa ricerca non ha mostrato cambiamenti significativi sulla massa magra, nonostante la condizione iperenergetica e l’elevato apporto proteico (2,0g/kg/die) assunto dai soggetti sottoposti ad allenamenti contro-resistenza del gruppo “dieta chetogenica”. Quindi, essi concludono, non poco banalmente, che gli approcci dietetici a basso contenuto di carboidrati non sarebbero una strategia ottimale per la costruzione di massa muscolare in uomini allenati nelle condizioni poste da questo studio (protocollo di allenamento contro-resistenza focalizzato sulla tensione meccanica della durata di 8 settimane).

Immagino già la “standing ovation” dei detrattori della termodinamica… mantenete la calma, lo studio qui brevemente esposto ha diverse limitazioni….

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Le limitazioni del presente studio vanno dalle limitate misurazioni dei risultati, dal numero ridotto di partecipanti e dal tempo del test (8 settimane); tutti fattori che di per se riducono il valore dello studio. E, cosa assai rilevante, durante lo studio non sono state eseguite valutazioni sulla corretta assunzione calorica dei soggetti presi in esame e non è stata presa in considerazione la soppressione dell’appetito derivante da una dieta ricca di proteine e grassi. Quindi, è possibile, anzi è molto probabile, che si siano verificate variazioni nell’assunzione calorica anche se i partecipanti sono stati istruiti a seguire specifiche raccomandazioni dietetiche. In parole povere, i soggetti sottoposti a regime chetogenico hanno, con tutta probabilità, seguito un regime leggermente ipocalorico in modo indiretto come risposta alle variabili indotte dalla specifica strategia alimentare. Ed ecco spiegato, in modo assai più scientifico, il perché del calo della massa grassa e il mantenimento della massa muscolare. Quest’ultimo elemento trova la sua logica spiegazione nell’introito proteico giornaliero (2g/Kg/die) il quale ha garantito un effetto di “protein sparing”. Il numero limitato delle settimane del test (8 settimane) è stato senza dubbio incisivo anche in questo. E non dimentichiamoci del fatto che, guarda caso, non si è verificato alcun aumento della massa muscolare ne della massa corporea in generale. Evento questo decisamente ai “confini della realtà” se rapportato a soggetti in fisiologia sottoposti ad un regime ipercalorico (di qualsiasi natura esso sia).

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Bomba Calorimetrica

Sebbene l’uomo non sia una macchina calorimetrica, che un acido polinsaturo non equivale ad uno saturo, ecc…  bisognerebbe tuttavia ricordarsi che facciamo parte di questo universo e come tutta la materia rispondiamo alle Leggi delle Termodinamica e come tutti gli essere viventi a quelle della Bioenergia:

 

“Queste leggi descrivono come il calore (o energia termica) viene convertito da e per diversi tipi di energia, e l’effetto che questo può avere sulle varie forme di materia.”

Detto in termini semplici, quando si mangia si introduce dell’energia, questa energia non può sparire nel nulla.

Anche se un soggetto possa avere problemi d’assorbimento intestinali, disfunzioni delle proteine mitocondriali UCP2-3, una grave insulino-resistenza, o soffra di ipotiroidismo in ogni caso l’energia che introduce si trasforma sempre seguendo le leggi universali.

Ogni soggetto ha un proprio equilibrio energetico, quanto sia elevato questo equilibrio dipende dallo stato metabolico. Questi due fattori si influenzano a vicenda e sono imprescindibili l’uno dall’alto.

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Semplice schema rappresentante le varie componenti di un corretto piano alimentare con il loro grado di importanza.

Per quanto vi possa irritare, alla fine della giostra, una caloria rimane pur sempre una caloria…

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1186/s12970-018-0236-9

ALLENAMENTO CONTRO RESISTENZA E HIGH INTENSITY INTERVAL TRAINING

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Mi sono sempre discostato dalle mode e dalle “etichette commerciali” che sorgono e tramontano nel mondo del Fitness, in generale, e nel BodyBuilding, in particolare. Dalla “carbofobia” alla presunta superiorità universale delle tecniche HIT. L’inserimento di sedute di allenamento cardiovascolare nel BodyBuilding è diventato, da diverso tempo, l’ennesimo argomento da utilizzare a “fini commerciali” in senso denigratorio. In passato ho già trattato l’argomento esponendo con logica e basi concrete come tale pratica, se ben calibrata, può portare a dei vantaggi anche in una disciplina come il Culturismo. Una recente review, svolta da scienziati dello sport australiani, ha evidenziato come l’inserimento di sedute di Cardio HIT in concomitanza con un allenamento contro-resistenza non comporta perdita di massa muscolare (dipendente questo fattore dal carico allenante e dall’introito macro-calorico). I ricercatori riportano al massimo una leggera diminuzione della forza nelle gambe, problema che gli stessi considerano ovviabile.(1)

I ricercatori, affiliati all’Università di Sydney, hanno tracciato 13 studi presenti nella letteratura scientifica, in cui i loro colleghi hanno confrontato l’effetto della combinazione dell’allenamento contro-resistenza con l’HIIT(High Intensity Interval Training). I dettagli relativi alle pianificazioni utilizzate sono disponibili nella tabella riportata qui di seguito.

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I ricercatori hanno aggregato i risultati dei precedenti studi analizzandoli nuovamente.

In seguito all’analisi dei risultati derivanti dalla ricerca disponibile, si è evidenziato che l’aggiunta del HIIT all’allenamento contro resistenza non ha effetti negativi sull’aumento della massa muscolare, né sull’aumento della forza della parte superiore del corpo. Tuttavia, si verifica un effetto negativo sull’aumento della forza nella parte inferiore del corpo.

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Tale effetto negativo è comunque contenuto. Secondo la meta-analisi, la forza massima espressa dalla parte inferiore del corpo nei soggetti che avevano svolto solo l’allenamento contro-resistenza era aumentata del 23,9% contro un aumento del 19,4% riscontrato nei soggetti che avevano svolto sedute HIIT insieme all’allenamento contro-resistenza.

Tuttavia, quando i ricercatori hanno esaminato attentamente i dati in loro possesso, hanno “scoperto” il modo attraverso il quale gli atleti possono ridurre il piccolo effetto negativo dato dall’HIIT sull’aumento della forza.

In sintesi i ricercatori hanno riportato che, i risultati di questa review mostrano come l’HIIT può essere affiancato ad un allenamento contro resistenza senza che questo influenzi negativamente sui cambiamenti nella massa muscolare e che qualsiasi attenuazione della forza muscolare della parte inferiore può essere migliorata inserendo l’HIIT a debita distanza dalla sessione di allenamento contro-resistenza. Quest’ultima è una pratica che da i medesimi riscontri positivi anche con l’applicazione del Cardio LISS.

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È importante tenere in considerazione che l’allenamento contro-resistenza abbinato all’HIIT e il solo allenamento contro resistenza hanno dato come risultato un miglioramento della forza dinamica in tutti gli studi vagliati e che la differenza nell’espressione della forza della parte inferiore del corpo tra i due gruppi era minima.

Inoltre, poiché è stato dimostrato che l’allenamento HIIT migliora il VO2max, il tempo di sprint e la massima velocità aerobica, la leggera riduzione [dell’aumento] della forza corporea espressa dalla parte inferiore del corpo può essere un piccolo prezzo da pagare per ottenere miglioramenti su altri aspetti chiave della prestazione sportiva in particolare se vincolata da limiti di tempo.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1080/02640414.2018.1464636

L’EFFICACIA DEGLI AAS SULLA CRESCITA MUSCOLARE

Quanto sono realmente efficaci gli AAS nello stimolo della crescita muscolare?

Riportare in sintesi il contenuto di un vecchio studio che prende in esame l’uso di dosi sovra fisiologiche di Testosterone per rispondere a tale quesito potrebbe sembrare al quanto superfluo. Ma, in realtà, per il suo spettro d’analisi, non risulta affatto superfluo o scontato per farsi un idea del potenziale di questi abusati composti.

Il seguente grafico riporta i dati conclusivi dello studio pubblicato nel 1996.(1)

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Fonte immagine(2).

Lo studio è stato suddiviso in tre periodi distinti:

  • Un periodo di controllo di 4 settimane;
  • Un periodo di trattamento di 10 settimane;
  • Un periodo di recupero di 16 settimane.

Durante il periodo di controllo di quattro settimane, ai soggetti dello studio è stato chiesto di non sollevare pesi o di impegnarsi in un intenso esercizio aerobico.

I soggetti presi in esame (43 uomini allenati per la forza) sono stati suddivisi in quattro gruppi:

  • No esercizio più placebo
  • No esercizio più 600mg di Testosterone Enantato a settimana
  • Esercizio più placebo
  • Esercizio più 600mg di Testosterone Enantato a settimana

I soggetti del gruppo “Esercizio più placebo” e “Esercizio più 600mg di Testosterone Enantato a settimana” sono stati sottoposti ad un programma di allenamento con i pesi su 3 giorni a settimana per 10 settimane.

Due settimane prima del giorno 1, ai soggetti dello studio (di tutti e 4 i gruppi) è stato chiesto di seguire una dieta giornaliera standard contenente 36kcal per Kg di peso corporeo, con una quota proteica pari a 1,5g per Kg e un assunzione del 100% della dose giornaliera raccomandata di vitamine, minerali e oligoelementi. La conformità con la dieta è stata verificata ogni quattro settimane con registrazioni di tre giorni del consumo di cibo. L’introito alimentare è stato aggiustato ogni due settimane sulla base dei cambiamenti nel peso corporeo.

Dei 43 soggetti reclutati per lo studio, 3 sono usciti durante la fase di trattamento: 1 a causa di problemi di conformità, 1 perché faceva uso di droghe illegali rilevate dallo screening di routine e 1 a causa di un incidente automobilistico. Quaranta uomini hanno completato lo studio: 10 nel gruppo placebo, nessun esercizio; 10 nel gruppo Testosterone, nessun esercizio; 9 nel gruppo placebo più esercizio; e 11 nel gruppo di Testosterone più esercizio.

La cosa che può stupire maggiormente vagliando i risultati dello studio è che il gruppo che non si è allenato e ha ricevuto la somministrazione settimanale di Testosterone per dieci settimane ha avuto un guadagno di massa muscolare maggiore rispetto al gruppo che si allenava e veniva trattato con il placebo (3,2 vs 2kg).

I restanti risultati sono decisamente prevedibili, con il gruppo sottoposto ad allenamento e alla somministrazione di Testosterone che presenta i guadagni maggiori in termini di massa muscolare (6,1kg).

La forza muscolare espressa nel beach-press e negli squat non ha mostrato cambiamenti significativi nel corso del periodo di 10 settimane nel gruppo placebo senza esercizio. I soggetti del gruppo Testosterone senza esercizio e quelli del gruppo placebo più esercizio  hanno avuto aumenti significativi nel carico massimale negli esercizi di squat, con una media rispettivamente del 19% e del 21%. Allo stesso modo, la forza media nella bench-press è aumentata in questi due gruppi rispettivamente del 10% e dell’11 %. Nel gruppo Testosterone più esercizio, l’aumento della forza muscolare durante l’esercizio di squat (38%) è stato maggiore rispetto a quello di qualsiasi altro gruppo, così come l’aumento della forza nella bench-press (22%).

 

Nota interessante: Nessuno dei soggetti presi in esame (tutti e quattro i gruppi) ha mostrato cambiamenti nell’umore nel comportamento.

Non fraintendetemi, con questo nessuno vuole affermare che gli atleti che assumono farmaci non si allenino duramente. Loro fanno e come. In realtà, gli atleti supplementati chimicamente tendono ad allenarsi più intensamente in senso assoluto, anche a causa delle maggiori capacità di recupero offerta dall’uso di AAS.

Per fare una sintesi di quanto esposto e rispondere alla domanda iniziale: quanto sono efficaci gli AAS nello stimolo della crescita muscolare? Beh, la loro efficacia è indubbia anche se le variabili sul espressione di tale efficacia sono legate essenzialmente alla base genetica dell’utilizzatore.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8637535
  2. Joseph Agu: Elite Nutrition Coaching – ENC

IMPATTO DEL ALLENAMENTO CONTRO RESISTENZA ABBINATO A TRATTAMENTO TERMICO SULL’IPERTROFIA MUSCOLARE.

L’allenamento contro resistenza potrebbe comportare lo sviluppo di maggiore massa muscolare se gli atleti si sottoponessero a trattamento termico tre volte alla settimana al fine di aumentare la temperatura dei loro muscoli di 4 gradi Celsius. Gli scienziati dello sport della Korea University hanno esposto un argomento inerente a quanto detto sul Aging – Clinical and Experimental Research. (1) Una doverosa premessa da fare è che i ricercatori hanno condotto il loro studio su donne di età superiore ai 65 anni.

Ricercatori giapponesi e coreani hanno studiato l’effetto a livello muscolare di coperte termiche per diversi anni. Essi sospettavano che un aumento di alcuni gradi nella temperatura muscolare rafforzasse i processi anabolici nel tessuto muscolo-scheletrico.

I ricercatori dello studio che qui andiamo a trattare hanno diviso quasi due dozzine di donne di età compresa tra i 65 e i 75 anni in tre gruppi.

Al primo gruppo è stata fatta indossare una “coperta termica” – prodotta dalla Kao Corporation – sui loro arti superiori tre volte alla settimana per otto ore consecutive durante le 12 settimane dello studio [HEAT]. Ciò ha causato un aumento della temperatura dei muscoli della parte superiore da 35 a 39 gradi Celsius.

E’ corretto sottolineare il fatto che il presente studio non è stato finanziato dalla Kao, ma dal governo sudcoreano.

Al secondo gruppo è stato fatto allenare con una Leg-Extension tre volte alla settimana [RT], con un carico leggero: le donne in questione hanno eseguito 3 serie con il 40% del 1RM.

Il terzo gruppo, invece, è stato trattato combinando l’allenamento contro resistenza al trattamento termico [HRT].

I partecipanti di tutti e tre i gruppi hanno guadagnato forza.

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La concentrazione ematica di GH e IGF-1 era aumentata in modo significativo in tutti e tre i gruppi, ma solo i partecipanti del gruppo sottoposto ad entrambi i trattamenti (allenamento contro resistenza+trattamento termico) hanno aumentato significativamente la massa muscolare.

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I ricercatori concludono affermando che, l’esercizio fisico a bassa intensità con stress da calore può essere un metodo di resistenza efficace per il miglioramento della massa muscolare e della forza dei pazienti anziani.

Che ciò possa apportare dei reali e statisticamente significativi benefici anche agli atleti non è dato sapere con certezza…almeno per il momento…

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://dx.doi.org/10.1007/s40520-016-0685-4

TEMPO DI RECUPERO IDEALE PRECEDENTE AD UNA COMPETIZIONE DI POWERLIFTING, WEIGHTLIFTING E STRONGMEN.

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Quando i Powerlifter, gli Strongmen o i Weightlifter si preparano per una competizione, avranno una prestazione migliore in gara se interrompono i loro allenamenti qualche giorno prima dell’evento…e questo lo sanno già in molti. La durata ottimale di tale periodo di cessazione dagli allenamento pre-gara è probabilmente di 4 giorni, almeno da quanto riportato dagli autori di uno studio che è stato pubblicato sul Journal of Strength & Conditioning Research. (1)

Quando gli atleti di forza si prendono alcuni giorni liberi dalla palestra, la loro forza aumenta. Ecco perché i Powerlifter e gli Strongmen spesso non si allenano per alcuni giorni prima di una competizione. C’è da sottolineare però che i periodi di riposo che durano una settimana o più possono essere dannosi per le prestazioni della forza, e questo lo sappiamo anche attraverso la ricerca. Quanto detto è tutto ciò che gli scienziati dello sport possono dire al momento su questo argomento.

Hayden Pritchard, uno scienziato del movimento neozelandese affiliato con l’Universal College of Learning, ha svolto il presente esperimento con 8 atleti di forza esperti per ottenere maggiore chiarezza sul periodo di riposo ottimale.

Pritchard ha lasciato che gli atleti si allenassero per 2 settimane con le loro abituali routine, per poi permettere loro di riposare per 3,5 giorni. Ha poi determinato quanta energia (in realtà: Newton per chilogrammo di peso corporeo) gli atleti potessero sviluppare durante un deadlift statico (Mid-Tigh Pull) e una sessione di pressione statica su panca (Isometric Bench Press). Questo è stato fatto con macchine in cui i pesi non potevano muoversi; i soggetti del test hanno comunque compiuto il massimo sforzo.

Successivamente a queste misurazioni, Pritchard ha ripetuto la procedura, ma questa volta ha permesso ai suoi soggetti dello studio di riposare per 5,5 giorni.

Vedere grafico sottostante: misurazioni A1 prima del periodo di allenamento di 2 settimane, misurazioni A2 dopo il periodo di allenamento, misurazioni A3 dopo un periodo di riposo di 3,5 giorni.

Vedere grafico sottostante: misurazioni B1 prima del periodo di allenamento di 2 settimane, misurazioni B2 dopo il periodo di allenamento, misurazioni B3 dopo un periodo di riposo di 5,5 giorni.

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Sia il periodo di riposo di 3,5 giorni che quello di 5,5 giorni hanno portato a un aumento modesto ed identico della forza.

Entrambi i periodi di riposo hanno anche permesso ai soggetti dello studio di esercitare una forza tale negli arti inferiore da permettergli di saltare un po’ più in alto.

Secondo quanto riportato da Pritchard, sulla base delle scoperte attuali, è chiaro che la cessazione dagli allenamenti nel breve termine potrebbe essere utilizzata dai professionisti della forza e del condizionamento come mezzo efficace di riduzione graduale per migliorare l’espressione della forza massima. Si suggerisce che gli atleti impieghino un minimo di due giorni, ma non più di una settimana, di stacco dagli allenamenti prima di un evento importante nel quale l’espressione della forza massimale può essere benefico, con uno stacco ottimale che sembra essere di circa quattro giorni.

Gli atleti di forza e condizionamento dovrebbero anche considerare l’entità della routine allenante precedente alla competizione, poiché periodi di allenamento più duri possono richiedere periodi più lunghi di cessazione dagli allenamenti prima dell’evento.

I risultati mostrano anche che i Preparatori nel campo della forza e condizionamento possono progettare programmi per i loro atleti nei quali potrebbero impiegare brevi periodi di riposo dagli allenamenti rimanendo al contempo sicuri che gli atleti soggetti a tale pratica mantengano i loro livelli di forza raggiunti. Tale strategia potrebbe essere applicata come un periodo di recupero pianificato in un ciclo di allenamento o quando un atleta può avere accesso limitato a strutture di allenamento adeguate.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. https://doi.org/10.1519/JSC.0000000000001803

CARDIO A DIGIUNO E SUPPLEMENTAZIONE DI L-FENILANINA

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Le sessioni di cardio a bassa intensità e a stomaco vuoto vedono un aumento dell’ossidazione dei grassi se precedute dall’assunzione di 3g dell’amminoacido L-fenilalanina mezz’ora prima della seduta allenante. I ricercatori della giapponese Meiji (1) ne parlano sul Journal of International Society of Sports Nutrition. (2)

 

La L-fenilalanina è un amminoacido necessario per la sintesi proteica e per la produzione di Insulina e Glucagone. Il Glucagone è un ormone che induce il corpo a convertire il glicogeno in glucosio, le proteine in amminoacidi e i grassi in acidi grassi.

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La L-fenilalanina è anche un elemento fondamentale per la sintesi di una serie di ormoni e neurotrasmettitori stimolanti come adrenalina [epinefrina], noradrenalina [nor-epinefrina] e dopamina. Come alcuni già sapranno, questo gruppo di sostanze è denominato con il termine catecolamine.

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I ricercatori si sono chiesti se la L-fenilalanina potesse essere un efficace aiuto dimagrante e, di conseguenza, hanno deciso di trovare risposta al loro quesito svolgendo un esperimento reclutando 6 partecipanti. I partecipanti dovevano pedalare al 50 percento del loro massimo consumo di ossigeno per un’ora in due diverse occasioni. I partecipanti – uomini sani di età compresa tra i 20 ed i 40 anni – hanno fatto ciò al mattino presto. Non avevano ancora fatto colazione.

In un’occasione i partecipanti hanno assunto un placebo 30 minuti prima dell’inizio della sessione cardio; nell’altra occasione i soggetti dello studio hanno assunto 3g di L-fenilalanina.

 

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Mentre eseguivano la sessione cardio, la concentrazione di glicerolo nel sangue dei partecipanti aumentava notevolmente dopo che avevano assunto la supplementazione di L-fenilanina , il che indicava che il loro consumo di grassi era aumentato.

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Anche la concentrazione di Glucagone era aumentata maggiormente quando i partecipanti avevano assunto la L-fenilalanina.

Il rapporto di scambio respiratorio (respiratory exchange ratio (RER))era un po’ più basso in vari momenti dopo che i partecipanti avevano assunto la L-fenilalanina. Anche questo è un fattore indicativo sul aumento del consumo lipidico.

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I ricercatori concludono dicendo che, l’ingestione pre-esercizio di un supplemento di fenilalanina ha accelerato significativamente la secrezione di Glucagone sia durante il riposo che durante l’esercizio fisico. Inoltre, in particolare i livelli sierici di glicerolo sono aumentati significativamente durante l’esercizio, indicando uno spostamento metabolico verso l’ossidazione dei grassi.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://www.meiji.com/global/
  2. http://dx.doi.org/10.1186/s12970-017-0191-x

EFFICACIA DI ALLENAMENTI PER LA FORZA IN CONCENTRICA ED IN ECCENTRICA

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Quando si svolge un allenamento per la forza, le fasi eccentrica e concentrica di ogni ripetizione sono ugualmente importanti, secondo una meta-analisi pubblicata dallo scienziato e allenatore Brad Schoenfeld. (1) (2)

Schoenfeld ha rintracciato 15 studi in cui i partecipanti avevano svolto allenamenti esclusivamente in concentrica o in eccentrica. Successivamente ha raccolto i risultati e li ha riesaminati.

L’allenamento per la forza esclusivamente in concentrica significa utilizzare i muscoli solo per sollevare il peso per poi lasciare alla gravità il compito di abbassarlo. L’allenamento per la forza esclusivamente in eccentrica è l’opposto di quanto esposto in precedenza. Un aiutante o una macchina solleva il peso per l’atleta il quale utilizza i muscoli per abbassare il peso in modo controllato.

Svolgere solo allenamenti in concentrica ha portato ad una crescita media del muscolo del 6,8%; svolgere solo allenamenti in eccentrica ha portato ad una crescita muscolare del 10%. La differenza tra l’efficacia di ogni tipo di allenamento di forza è piuttosto “borderline”- quindi non statisticamente significativa.

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Come riportato dallo stesso Schoenfeld, data la modica differenza di dimensioni dell’effetto tra allenamento esclusivamente in eccentrica e esclusivamente in concentrica, sembra che l’allenamento solo in eccentrica probabilmente offra un piccolo vantaggio rispetto all’allenamento solo in concentrica – solo per promuovere una risposta ipertrofica; nonostante ciò, entrambe le modalità di contrazione possono promuovere un’ipertrofia muscolare significativa.

Ulteriori ricerche sono necessarie per chiarire se il beneficio dell’allenamento in eccentrica sia legato alla forza superiore prodotta e, in ultima analisi, al totale del lavoro completato rispetto all’allenamento in concentrica.

Ciò significa […] che la fase eccentrica è una parte importante di una ripetizione quando si sta cercando la crescita muscolare massima “, secondo il sito web olandese EigenKracht.nl.(3) Un normale ripetizione eseguita classicamente include una fase concentrica ed una fase eccentrica.

Se si svolgono ripetizioni complete, va bene comunque. In breve, il consiglio è: sollevamento esplosivo e abbassamento controllato. […]Evitare che la fase eccentrica della ripetizione sia lasciata soggetta alla gravità e senza controllo altrimenti è controproducente.

Ad esempio, lasciando che il bilanciere rimbalzi sul petto quando si sta facendo panca non è consigliabile. Non solo il rischio di lesioni è molto più alto, ma così facendo le ripetizioni sono almeno del 50% meno efficaci.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

  1. http://dx.doi.org/10.1519/JSC.0000000000001983
  2. http://www.lookgreatnaked.com/blog/
  3. http://www.eigenkracht.nl/nieuws/item/945