BICARBONATO E BODYBUILDING

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Uno studio pubblicato nel ’93 ha esaminato gli effetti del bicarbonato di sodio in un gruppo di uomini giovani che si allenavano con i pesi. I soggetti hanno eseguito 4 serie di 12 alla leg press con un carico pari al 70% del loro 1RM, riposandosi 90 secondi fra le serie. Infine, hanno eseguito una quinta serie fino all’incapacità per misurare eventuali miglioramenti della prestazione.

Dopo aver assunto il bicarbonato, 4 dei 6 soggetti sono riusciti a completare più ripetizioni, ma ciò non è stato considerato statisticamente significativo. Gli autori hanno osservato che l’allenamento non era sufficiente a intaccare significativamente l’equilibrio acido-base, quindi i risultati non erano visibili. Anche il fatto che i soggetti si siano riposati 90 secondi ha contribuito perché una pausa così lunga permette al corpo di neutralizzare l’eventuale acidità in eccesso.

Uno studio del ’98 ha usato un’intensità leggermente più alta, ma non tanto da uguagliare un vero allenamento di bodybuilding. Ad ogni modo, dopo aver assunto il bicarbonato 7 dei 15 soggetti hanno macinato più ripetizioni di quanto sia accaduto assumendo un placebo.

Non sorprende, però, che il valore del bicarbonato come aiuto ergogenico per il bodybuilding resti discutibile. Uno studio recente ha riesaminato la questione (1). I soggetti erano 12 uomini che si allenavano con i pesi, età media 20 anni, che hanno eseguito il seguente allenamento per le gambe, simile a quelli realmente svolti dai bodybuilder:

1) squat con bilanciere, 4 x 12

2) leg press su panca inclinata, 4 x 12

3) leg extension, 4 x 12

4) test sulla prestazione nel leg extension, eseguito dopo la 4a serie di leg extension con il 50% dell’1RM e portato fino all’incapacità.
Gli uomini si sono riposati 2 minuti fra gli esercizi e 90 secondi fra le serie. Il carico usato era sufficiente a permettere loro di raggiungere l’incapacità dopo 10-12 ripetizioni. Un’ora prima della sessione gli uomini hanno assunto un placebo o bicarbonato di sodio in dosi di 300 mg per chilo di peso corporeo. L’integratore è stato diviso in 4 dosi, assunte a intervalli di 10 minuti. I soggetti hanno anche bevuto 1,6 l di liquidi: con le prime 2 dosi hanno ricevuto del Gatorade, contenente carboidrati e minerali, e hanno mangiato un bagel.
Assumere un po’ di carboidrati e una sufficiente quantità di liquidi infatti riduce i normali effetti collaterali del bicarbonato. Infatti, l’alto livello di sodio stimola un effetto osmotico, che immette fluidi nell’intestino per diluire il sodio. Ciò può produrre effetti gastrointestinali come vomito e nausea, che possono essere bloccati assumendo una piccola dose di carboidrati e una quantità sufficiente di fluidi. Anche dividere il bicarbonato in 4 piccole dosi, invece di assumerlo in un’unica grande porzione riduce il rischio di effetti collaterali, così come fare un piccolo pasto a base di carboidrati, che previene un’eccessiva produzione di gas intestinali (pensate all’Alka Selzer, i cui principali ingredienti attivi sono bicarbonato di sodio e aspirina).

Questo studio è stato il primo a usare un vero allenamento di bodybuilding, con un volume sufficiente a intaccare l’equilibrio acido-base: assumendo il bicarbonato, la prestazione dei soggetti è molto migliorata rispetto a quanto avvenuto con il placebo (hanno macinato più ripetizioni senza affaticarsi). Poter completare più ripetizioni aumenta l’intensità dell’allenamento e ciò, a sua volta, migliora l‘ipertrofia muscolare.
Un potenziale problema dell’assunzione di bicarbonato prima dell’allenamento: alcuni studi mostrano che l’aumento di acidità prodotto dall’allenamento intenso avvia il rilascio di ormoni anabolici e, in particolare, dell’ormone della crescita. Uno studio del ’94 ha mostrato che fornire bicarbonato prima dell’allenamento smorzava la secrezione di GH, ma anche quella del cortisolo. Poiché lo steroide surrenale cortisolo è il principale ormone catabolico del corpo, ridurlo dovrebbe essere considerato un effetto positivo per la crescita muscolare.

Altri studi non hanno rilevato correlazioni fra l’aumento dell’acidità ematica e il rilascio di GH. Altri fattori che possono essere coinvolti nella secrezione di GH durante l’allenamento sono: il monossido di azoto, la stimolazione neurale e il rilascio di catecolamine (soprattutto, adrenalina e noradrenalina).
Il bicarbonato è un efficace tampone extracellulare, ma lavora in sinergia con altri tamponi all’interno dei muscoli. Uno di questi tamponi intramuscolari è la carnosina, un complesso aminoacidico composto da beta-alanina legata all’istidina. Studi recenti mostrano che combinare beta-alanina (che è il fattore limitante per la sintesi di carnosina nei muscoli) e bicarbonato di sodio esercita un effetto sinergico, che potenzia ulteriormente l’effetto tampone. Usandoli entrambi, tale effetto aumenta sia all’interno che all’esterno del muscolo.
Altri studi mostrano che anche combinare il bicarbonato con la creatina aumenta l’effetto tampone. Benché sia risaputo che la creatina stimola la produzione energetica nel muscolo, meno noto è che può anche smorzare l’acidità in eccesso prodotta durante l’attività fisica. Io sospetto che combinare le 3 sostanze (bicarbonato di sodio, beta-alanina e creatina) permetta di migliorare molto l’intensità dell’allenamento. Un buon protocollo potrebbe essere il seguente:

1) creatina – 5 g un’ora prima dell’allenamento

2) beta-alanina – 3-6 g assunti in più dosi nel corso della giornata, l’ultima un’ora prima di allenarsi. Per prevenire effetti collaterali, non assumetene più di 1,6 g per volta

3) bicarbonato di sodio – 300 mg per chilogrammo di peso corporeo, divisi in dosi di 120 mg da assumere ogni 10 minuti a partire da un’ora prima dell’allenamento insieme a circa 300 ml di una bevanda con non più del 6-8% di carboidrati e a un piccolo pasto contenente carboidrati. Il pasto non dev’essere ricco di fibre, per facilitare la digestione. Probabilmente potete sostituirlo con una barretta proteica con almeno 40 g di carboidrati. Anche i BCAA contenuti nella barretta aiutano infatti ad aumentare l’intensità dell’allenamento.

Riferimenti:

1- Carr, B.M., et al. (2013). Sodium bicarbonate supplementation improves hypertrophy-type resistance exercise performance. Eur j Appl Physiol. 113;743-52.
Gli studi e le citazioni riportate sono stati tratti da un articolo di OLYMPIAN’S NEWS n° 146, pagg. 22-24 (di Jerry Brainum )pubblicato in Italia da Sandro Ciccarelli Editore.

BIOTINA, LIPIDI EMATICI E GRASSO CORPOREO

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Alte – ma non troppo – dosi di biotina riducono la quantità di trigliceridi nel sangue e riducono la massa grassa. Ricercatori molecolari presso l’Universidad Nacional Autonoma de Mexico hanno scoperto questo in seguito ad un test sui topi.(1)

Cardiologi negli anni ‘70 scoprirono che se si somministrano ad esseri umani alte dosi di biotina si ottiene una riduzione della quantità di lipidi nel sangue.(2) Questo è interessante perché i trigliceridi sono un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

I ricercatori messicani hanno voluto riproporre questo studio, nella speranza di poter scoprire un aiuto per i soggetti con alti livelli patologici di colesterolo e trigliceridi nel sangue.

I ricercatori hanno somministrato a topi maschi mangime contenente una dose di biotina appena sufficiente o del mangime contenente alti livelli di biotina, per un periodo di otto settimane. L’equivalente umano della dose di biotina del gruppo trattato era dei circa 1 – 1,5 mg al giorno.

Assumere biotina supplementare si traduce in una riduzione delle concentrazioni di trigliceridi nel sangue del 35%.

La figura 1 mostra l’effetto della supplementazione di biotina sulla produzione di una serie di proteine che le cellule usano per immagazzinare il grasso: glucotrasportatore-2 (GLUT2), glucochinasi (GK), fosfofruttochinasi (PFK1), piruvato chinasi (PK), glucosio 6-fosfato deidrogenasi (G6PDH), acetil-CoA carbossilasi 1 (ACC1), acido grasso sintasi (FAS), stearoil-CoA desaturasi-1 (SCD1), proteina steroli elemento normativo vincolante 1-c (SREBP1c), forkhead box O1 ( FoxO1) e perossisomi proliferatori recettore gamma (PPAR-gamma).

La figura 1 mostra la produzione di proteine lipogeniche nel tessuto adiposo; la figura 2 mostra la produzione di proteine lipogeniche nel fegato. Nelle cellule adipose, la somministrazione di biotina ha ridotto la produzione di tutte le proteine lipogeniche; nelle cellule epatiche ha ridotto la produzione della maggior parte delle proteine.

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L’idea di utilizzare vitamine per scopi medicinali non è una novità. I medici prescrivono vitamina B3 (Niacina) per ridurre i livelli dei lipidi ematici (LDL e trigliceridi). Farmacologi hanno sviluppato analoghi della vitamina A e D per uso farmaceutico.

“Il contenuto di biotina negli integratori commerciali per gli esseri umani è da 40 a 166 volte superiore rispetto alla dose di riferimento di 30 mcg / giorno”, scrivono i ricercatori. “I dati del presente studio hanno dimostrato che, nei topi, un aumento di 55 volte della concentrazione di biotina nella dieta diminuisce i trigliceridi sierici e l’espressione degli enzimi lipogenici, fornendo supporto molecolare per gli effetti di concentrazioni farmacologica di biotina sulla lipemia.”

Potrebbe la biotina agire come integratore dimagrante? I risultati della ricerca suggeriscono che c’è la possibilità. Alla fine dell’esperimento di otto settimane i topi del gruppo di controllo avevano una massa grassa pari al 14,9% mentre i topi del gruppo supplementato con biotina avevano una massa grassa pari al 12,6%.

Gabriel Bellizzi


Riferimenti:

1- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20655901
2- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/7011260 Altro…

L’impatto dell’Indice Insulinico degli alimenti

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Nello studio più celebre sull’indice insulinico (Holt, 1997) vengono confrontati 38 tipi di cibo in riferimento al pane bianco.
Bisogna sapere che, malgrado il loro Indice Glicemico (IG) “troppo basso per essere definito”, alcuni alimenti (in particolare: carne, pesce, uova e latticini) hanno la capacità di indurre il pancreas a secernere molta insulina, cioè hanno un indice insulinico (IS, da “insulin score” o punteggio insulinico) elevato e non correlato all’IG; questo fatto, rilevato sperimentalmente solo di recente, ha ridimensionato in parte il ruolo centrale che si attribuiva all’indice glicemico nell’insorgenza del Diabete di tipo 2.
La ricerca in questione è quella pubblicata da Holt SH, Miller JC e Petocz P. su Am J Clin Nutr. 1997 Nov;66(5):1264-76 e dal titolo “An insulin index of foods: the insulin demand generated by 1000-kJ portions of common foods”.
Nell’articolo, gli scienziati spiegano che hanno scelto di misurare la risposta insulinica in termini di porzioni di alimenti determinate a parità di contenuto energetico (1000 kJ, pari a circa 240 kcal) anziché a parità di carboidrati, proprio perché cercavano di isolare una risposta insulinica differenziata da quella normalmente relativa al glucosio. Già all’epoca era stato, infatti, ben studiato il concetto di indice glicemico ed era stata ben correlata la risposta glicemica ai diversi tipi di alimenti, ma quasi nessuno studio la aveva messa in relazione con l’effettiva quantità di insulina circolante nei soggetti.
Lo studio ha considerato 38 alimenti, suddivisi in 6 categorie tipologiche; siccome per brevità riporto solo pochi dati, ho bisogno di cambiare la classificazione come segue, in modo da isolare gli alimenti virtualmente privi di carboidrati:

1.frutta: uva, banane, mele ed arance;
2.prodotti da forno: croissants, torta al cioccolato glassata, ciambelle con cannella e zucchero, biscotti al cioccolato, crackers;
3.snacks: Mars°, yogurt alla fragola, gelato alla vaniglia, caramelle gommose, arachidi tostate e salate, patatine fritte, pop-corn;
4.alimenti senza carboidrati: formaggio americano (cheddar), uova in camicia, bistecca di manzo alla griglia, pesce bianco al vapore;
5.alimenti ricchi di carboidrati: pane bianco, pane integrale, pane di segale, riso bianco, riso integrale, pasta bianca, pasta integrale, patate bollite, patatine fritte al forno, lenticchie bollite in salsa di pomodoro, fagioli al forno in salsa di pomodoro;
6.cereali da colazione: Kellog’s° Cornflakes, Special K°, All-Bran°, muesli naturale, zuppa di avena, ed altri sconosciuti in Italia (…).

Ciascuno dei soggetti selezionati per lo studio ha dapprima consumato una porzione di pane bianco, per confermare la sua normale tolleranza al glucosio; il pane bianco è stato anche scelto come riferimento per lo studio, assegnandogli un punteggio insulinico IS = 100%, e contro di esso sono stati analizzati gli effetti di tutti gli altri alimenti, seguendo un metodo del tutto analogo a quello relativo all’IG. L’uso di un alimento di riferimento mette al riparo dagli effetti di confusione che fattori individuali nella risposta al glucosio possono causare nei risultati finali dell’esperimento.
Ogni soggetto ha avuto la misura del livello di glucosio e di quello di insulina dopo 10 ore di digiuno notturno, ed ha poi consumato l’alimento di test insieme a 220 ml di acqua.
I soggetti sono quindi stati lasciati seduti comodamente e sono stati loro misurati i livelli di glucosio ed insulina nel sangue ad intervalli di 15 minuti per le successive 2 ore.
Dunque per ogni soggetto è stato calcolato il punteggio insulinico (IS) di ciascun alimento come percentuale, moltiplicando per 100 il rapporto tra il carico insulinico (area sotto la curva della risposta insulinica – integrale o AUC) generato dall’alimento in esame, e il carico insulinico generato dal pane bianco; l’IS così valutato è stato poi mediato su tutti gli individui partecipanti.

I valori di IS trovati da questa ricerca presentavano significative differenze rispetto agli alimenti: in particolare, i prodotti da forno e gli alimenti ricchi di proteine scatenavano risposte insuliniche sproporzionatamente alte.
Nel valutare i risultati numerici, ricordiamoci che IS=100%, per definizione, per il pane bianco, perché per tutti gli alimenti l’IS è valutato sempre rispetto al carico insulinico generato da una porzione di pane bianco del medesimo valore calorico.
Ecco i risultati in termini di punteggio insulinico (IS) per classe di alimenti e con esempi di alimenti specifici:

1.frutta:

•in media: 71±3%;
•minimo: 59±4% (mele);
•massimo: 82±6% (uva);

2.prodotti da forno:

•in media: 83±5%;
•minimo: 74±9% (ciambelle);
•massimo: 92±15% (pasticcini);

3.snacks:

•in media: 89±7%;
•minimo: 20±5% (arachidi);
•massimo: 160±16% (caramelle gelée);

4.alimenti senza carboidrati:

•uova: 31±6%;
•formaggio: 45±13%;
•manzo: 51±16%;
•pesce: 59±18%;

5.alimenti ricchi in carboidrati:
•in media: 74±8%;
•minimo: 40±5% (pasta, bianca o integrale);
•massimo: 121±11% (patate);

6.cereali da colazione:

•in media: 57±3%:
•minimo: 32±4% (All-Bran);
•massimo: 75±8% (cornflakes).

La novità sostanziale di questo studio sta proprio nell’esistenza di una risposta insulinica ad alimenti privi di carboidrati: a parità di calorie, le uova generano circa un terzo della risposta insulinica generata dal pane bianco, mentre formaggi e carne raggiungono la metà (IS circa 50%); il pesce, poi, raggiunge addirittura il 60% della risposta insulinica del pane bianco senza carboidrati!

Quindi, fermarsi all’Indice Glicemico è estremamente limitante quando si punta alla realizzazione di un piano alimentare funzionale al raggiungimento dei propri obbiettivi; sia se si vuole mettere massa che, maggiormente, quando si vuole perdere grasso e mantenere uno stato di salute ottimale.
Ciò che va considerato sono le Kcal totali, l’Indice Glicemico, il Carico Glicemico e l’Indice Insulinico degli alimenti: quattro variabili che non vanno tralasciate e che non vanno esaltate singolarmente.

Gabriel Bellizzi

POTENZIALE DELLA CO-SOMMINISTRAZIONE DI EAA E LEUCINA

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Per chi non avesse dimestichezza con le abbreviazioni, per EAA si intendono gli Aminoacidi Essenziali, cioè: fenilalanina, valina, triptofano, treonina, isoleucina, metionina, istidina, arginina (essenziale nei giovani), lisina e leucina. Sono “essenziali” perché il nostro corpo non li produce, quindi bisogna ricavarli dalla dieta.

Uno studio pubblicato sull’American Journal of Nutrition ha esaminato 41 pazienti con età media 79 anni che soffrivano di disturbi diversi: disturbi coronarici (73%) e fratture femorali (34%). I soggetti sono stati suddivisi casualmente in gruppi che hanno ricevuto 2 volte al giorno per 8 settimane 4 g di aminoacidi essenziali orali o un placebo più o meno isocalorico. I ricercatori hanno scoperto che gli 8 g di EAA al giorno hanno migliorato numerosi fattori della qualità della vita dei pazienti anziani, compresi sintomi della depressione, alimentazione, funzione muscolare e attività quotidiana(1).

In uno studio 8 adulti sani hanno eseguito 2 sessioni separate di 60 minuti alla cyclette al 60% del massimale. Durante le sessioni, i soggetti hanno ricevuto delle bevande isonitrogene (contenenti 10 g di EAA), con dosi diverse di leucina. Gli scienziati hanno misurato la sintesi proteica muscolare e il ricambio proteico in tutto il corpo.(2)

Risultati: i soggetti che avevano assunto gli EAA arricchiti con 3,5 g di leucina hanno sperimentato una sintesi proteica muscolare del 33% superiore a quella di chi aveva assunto solo EAA. Anche l’ossidazione è stata maggiore, mentre la disgregazione e la sintesi proteica in tutto il corpo sono state minori. Quindi, l’aumento della leucina contenuta nell’integratore di EAA ha accresciuto la risposta anabolica.

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Studi hanno mostrato che gli EAA sono un ottimo integratore pre-allenamento e possono migliorare ipertrofia muscolare, forza e potenza. Aggiungendo la leucina, si ottiene uno degli integratori migliori per i Bodybuilder o altri atleti agonisti. Per una formula ottimale pre-allenamento si consiglia di usare 10 g di EAA, 3,5 g di leucina, 250 mg di caffeina e 400 mg di uno stimolante cognitivo come l’alfa-GPC.

Gabriel Bellizzi

Fonti Bibliografiche

1) Th1 Rondanelli, M., et al. (2011). Effect of essential amino acid supplementation on quality of life, Amino acid profile and strength. in institutionalized elderly patients. Clin Nutr. May 31.
2) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21775557

Studi estratti da un articolo tratto da OLYMPIAN’S NEWS n° 131, pag. 30 pubblicato in Italia da Sandro Ciccarelli Editore.

TAURINA, GLICINA E GRASSO CORPOREO

Se si sta cercando di perdere un paio di chili di grasso, una dieta ricca di proteine è spesso l’opzione migliore e la più scelta. Ma qual è il miglior tipo di proteine per la perdita di peso? Secondo i ricercatori scandinavi, la chiave per trovare la risposta è racchiusa proprio nei muscoli. Infatti, questi ultimi contengono quantità relativamente elevate di Taurina e Glicina.(1)

 

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Taurina
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Glicina

I ricercatori per l’esperimento hanno diviso i topi di laboratorio in cinque gruppi. Quattro gruppi sono stati alimentati con una dieta ingrassante per sei settimane: conteneva un sacco di zuccheri e grassi. Al gruppo di controllo è stata data una dieta a basso contenuto di grassi e ricca di zuccheri.
La proteina utilizzata nella dieta povera di grassi è stata la caseina; nei quattro gruppi sperimentali la proteina era pollo, merluzzo, granchio o capesante. I ricercatori hanno utilizzato capesante canadesi, alias Placopecten magellanicus.
I ricercatori hanno voluto scoprire quale effetto abbiano le diverse proteine sull’obesità. Ci sono indicazioni che ci dicono che alcune proteine sono migliori per la riduzione del grasso corporeo in eccesso rispetto ad altre. Per esempio, uno studio del 2009 suggerisce che è più facile perdere peso utilizzando come fonte proteica il pesce magro piuttosto che la carne magra.(2)
Le proteine del pesce contengono grandi quantità di Taurina. Tutte le proteine provenienti da fauna ittica contengono grandi quantità di Taurina, e anche grandi quantità di Glicina.
Le proteine del granchio contengono più Taurina e Glicina del pesce; quindi la migliore fonte di Taurina e Glicina sono i frutti di mare.

Gli amminoacidi Taurina e Glicina non sono essenziali per gli adulti: il nostro corpo è in grado di sintetizzarli a partire da altri amminoacidi assunti con la dieta.
La figura seguente  mostra la quantità [in g per kg] di Taurina e Glicina somministrata con i cinque tipi di alimenti con i quali i ricercatori scandinavi hanno alimentato i topi dello studio.

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In breve: più Glicina e Taurina sono stati ingeriti dai topi, e meno grasso corporeo hanno accumulato. I topi ai quali erano stati somministrati frutti di mare come fonte proteica erano più magri, nonostante la loro dieta fosse senza grassi e ricca di zucchero. Al contempo non avevano perso massa magra.

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Così Glicina e Taurina sembrano avere un effetto dimagrante. Ma come funziona? I ricercatori non sanno dare una risposta. I ricercatori hanno osservato che la dieta nella quale venivano assunti frutti di mare come fonte proteica corrispondeva ad una riduzione dell’appetito, ma non erano in grado di capire se la Glicina e la Taurina riducessero la quantità di energia derivata dal cibo, o se aumentassero il dispendio calorico.

E’ giusto sottolineare il fatto che lo studio in questione è stato finanziato dal governo norvegese, il settore dei frutti di mare Novo Nordisk.

Gabriel Bellizzi

Riferimento:

1- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24658997
2- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19356912

 

CORRETTA ASSUNZIONE DI EGCG

 

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EGCG

 

Se si beve il tè verde o si assumono capsule contenenti estratto di tè verde, nella speranza di trarne i benefici per i quali le catechine ivi contenute sono conosciute, è preferibile farlo a stomaco vuoto. Nutrizionisti australiane hanno riportato questi consigli in un articolo su Nutrients. I ricercatori australiani hanno scoperto che il corpo non assorbe l’EGCG – la principale sostanza bioattiva nel tè verde – così bene in abbinamento con il cibo. (1)

I ricercatori hanno somministrato a quattro soggetti sani 500 mg di EGCG in tre diverse occasioni. Per l’esperimento hanno usato il Teavigo, prodotto dalla DSM.

L’EGCG è stato somministrato ai soggetti dello studio in tre diverse occasioni:

1) Nella prima occasione, i soggetti hanno assunto la loro dose di EGCG in forma di capsule al mattino a stomaco vuoto [Capsule senza prima colazione].
2) Nella seconda occasione, hanno assunto le capsule insieme con cornflakes e latte [Capsule con prima colazione].
3) Nella terza e ultima occasione, i ricercatori hanno mescolato l’EGCG in un frullato contenente fragole, zucchero e siero di latte [Sorbetto alle fragole], che i soggetti bevevano come prima colazione.

Dopo che i soggetti avevano assunto l’EGCG, i ricercatori hanno monitorato il livello della catechina nel sangue dei soggetti per un periodo di otto ore. I soggetti, su concessione dei ricercatori, hanno consumato il pranzo durante questo lasso di tempo.

I ricercatori hanno scoperto che il livello di EGCG nel sangue dei soggetti che lo avevano assunto a stomaco vuoto era da tre a quattro volte più alto rispetto alle altre condizioni nelle quali i soggetti hanno assunto il supplemento.
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Quando il cibo viene ingerito, lo stomaco produce acido per digerirlo. Una volta che il cibo entra nel piccolo intestino il pancreas neutralizza l’acido con bicarbonato. Secondo uno studio del 2001, questo è il momento in cui molto dell’EGCG viene perso. (2)

In conclusione, l’assorbimento sistemico è stato significativamente più alto per l’EGCG assunto in capsule senza cibo al mattino a digiuno rispetto a quando è stato assunto in capsule con una leggera colazione o inserito in un sorbetto alla fragola. Pertanto, sulla base di questi risultati, i ricercatori sottolineano che l’ingestione di EGCG con acqua a stomaco vuoto è il metodo più appropriato per la sua somministrazione orale.

I ricercatori concludono anche dicendo che questo dato dovrà essere preso in considerazione per studi clinici futuri in cui l’EGCG dovrà essere studiato come un potenziale nutraceutico bioattivo negli esseri umani.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

1- http://www.mdpi.com/2076-3921/4/2/373
2- http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0308814601001315

Assunzione di Whey Protein e stimolo dell’Acne

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Vi sono prove cumulative a sostegno del ruolo dei fattori nutrizionali nello sviluppo dell’acne. In uno studio svolto su 5 pazienti adulti maschi sani, è stato evidenziato lo sviluppo dell’acne dopo il consumo di proteine del siero del latte, un supplemento favorito e largamente consumato da coloro che sono impegnati nel BodyBuilding e Fitness. Queste osservazioni sono in linea con i dati biochimici ed epidemiologici a sostegno degli effetti di latte e derivati sullo stimolo di Insulina e Fattore di Crescita Insulino-simile-1(IGF-1). Queste osservazioni hanno evidenziato un aggravamento dell’acne.

 

Gabriel Bellizzi


Studio di riferimento:

Dermatology. 2012;225(3):256-8. doi: 10.1159/000345102. Epub 2012 Dec 13.

Latte e bilancio acido-base: ipotesi contro evidenze scientifiche.

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Recentemente la stampa ha rivendicato una ipotetica associazione tra il consumo di prodotti lattiero-caseari, la generazione di acido dietetico, e i danni alla salute umana. Questa associazione teorica si basa sull’idea che la proteina e il fosfato del latte e dei prodotti lattiero-caseari li rendano alimenti che producono acido, che determinano l’acidificazione del nostro corpo, promuovendo la comparsa di malattie tipiche della civiltà moderna. Alcuni autori hanno suggerito che i prodotti lattiero-caseari non siano utili e che siano forse dannosi per la salute delle ossa, perché la più alta incidenza di fratture osteoporotiche si osserva nei paesi con il più alto consumo di prodotti lattiero-caseari. Tuttavia, le prove scientifiche non supporta alcuna di queste affermazioni. Latte e prodotti lattiero-caseari non producono acido sul metabolismo né determinano acidosi metabolica, e il pH sistemico non è influenzato dalla dieta. L’osservazioni sulla maggiore assunzione di prodotti lattiero-caseari nei paesi con fratture osteoporotiche diffuse non tengono in considerazione altri fattori come quello ambientale e del lavoro fisico svolto in località rurali. Il latte e altri prodotti caseari continuano nell’insieme ad essere una buona fonte di proteine alimentari e altre sostanze nutritive (ovviamente, il metodo di allevamento dell’animale è di rilevante importanza).

Punti chiave di insegnamento:

– La misurazione del pH delle urine acido non riflette acidosi metabolica o una condizione nociva per la salute.

– La dieta “moderna” e il consumo di prodotti lattiero-caseari non rende il corpo acido.

– Le Diete Alcaline alterano il pH delle urine, ma non cambiano il pH sistemico.

– L’escrezione di acido non influenza in maniera importante il metabolismo del calcio.

– Il latte non produce un effetto acidificante.

– I fosfati nella dieta non hanno un impatto negativo sul metabolismo del calcio, e ciò è contrario all’ipotesi dell’acid-ash.

 

Gabriel Bellizzi

Riferimenti allo studio:

J Am Coll Nutr. 2011 Oct;30(5 Suppl 1):471S-5S. Fenton TR(1), Lyon AW.
1Department of Community Health Sciences, University of Calgary, Calgary, Alberta, Canada. tanisfenton@shaw.ca
Altro…

MIGLIORAMENTO DELLA RESISTENZA CON L-CARNITINA E CARBOIDRATI ALTI

 

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L-Carnitina L-Tartrato

 

L’efficacia di un integrazione di L-Carnitina è argomento molto dibattuto anche se le prove di una sua reale utilità non mancano, specie per quanto riguarda gli atleti di resistenza. Infatti si è dimostrato come l’assunzione di questo aminoacido con elevate quantità di carboidrati per un paio di mesi migliori l’utilizzo del glicogeno da parte dei muscoli aumentando la loro capacità di lavoro.

La Carnitina è un acido carbossilico ed aminoacido a catena corta, uno zwitterione, presente nei tessuti animali, e in quantità modeste, nelle piante. Inizialmente venne chiamata vitamina T, in quanto essenziale alla crescita del verme della farina Tenebrio molitor. Chimicamente, appartiene alla famiglia delle metilammine. Pur essendo simile strutturalmente ad un aminoacido, non forma proteine, ed è più simile all’acetilcolina. È un carrier degli acidi grassi: consente ai mitocondri di utilizzarli per la produzione di ATP. Quindi, di logica, più carnitina si tradurrebbe in più energia e quindi un tasso metabolico più alto. Purtroppo, nella maggior parte degli studi sulla L-Carnitina svolti su esseri umani, non è stato dimostrato alcun effetto. Sembra che le cellule muscolari non assorbano la Carnitina esogena.

Nel 2007 è stato pubblicato uno studio nel quale è stato chiaramente dimostrato che le cellule muscolari assorbono la L-Carnitina con livelli elevati di zuccheri e insulina.(1)

Nel 2011 i ricercatori della University of Nottingham hanno pubblicato uno studio(2) sul Journal of Physiology, nel quale 14 nuotatori, triatleti, ciclisti o corridori attivi hanno assunto un drink con placebo o uno sport drink contenenti rispettivamente 80 g di carboidrati [Controllo] e 80g di carboidrati più 2g di L -carnitina L-tartrato, due volte al giorno per 24 settimane. I 2g di L-Carnitina L-tartrato contenevano 1,36 g di L-Carnitina.

Durante il periodo dell’esperimento, la quantità di L-carnitina nei muscoli è aumentata nel gruppo carnitina. Quando i ricercatori hanno testato la resistenza del gruppo carnitina con una sessione di Cyclette di 30 minuti al 50% del loro VO2max alla fine delle 24 settimane, hanno notato che i soggetti utilizzavano meno glicogeno – quindi avevano usato più grasso.

Dopo una sessione di Cyclette di 30 minuti al 80% del loro VO2max avevano meno lattato nei muscoli. Il supplemento di L-Carnitina L-tartrato aveva reso il loro metabolismo dei carboidrati più efficiente e anche più efficace, come dimostra la loro fosfo-creatina:ATP ratio che è rimasta più o meno stabile, mentre il rapporto del gruppo di controllo è sceso notevolmente.

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I soggetti del gruppo carnitina erano anche in grado di generare più energia nella loro sessione allenante ed erano meno stanchi alla fine di essa. Questo fa pensare ad un possibile potenziale dell’abbinamento carnitina e interval training.

“Questi risultati hanno implicazioni significative per le prestazioni atletiche”, hanno concluso i ricercatori.

La cosa curiosa è che non sono stati finanziati e pagati dall’industria degli integratori.

 

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

1- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17331998
2- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21224234

BIOTINA E IGF-1

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Biotina

 

Le concentrazioni di IGF-1 salgono e scendono in funzione della variazione della concentrazione di Biotina, una vitamina del gruppo B [in passato anche nota come vitamina H (o talvolta vitamina I)]. I ricercatori della Universidad Nacional Autonoma de Mexico hanno pubblicato un articolo inerente a questo argomento nel European Journal of Nutrition.
Se ad animali da laboratorio si somministra troppo poca Biotina la loro crescita subisce un ritardo. Ma qual è il meccanismo alla base di ciò? Questa è la domanda alla quale i ricercatori messicani vollero dare una risposta conducendo uno studio su animali in cui fecero seguire a dei topi una dieta priva di Biotina da tre settimane di età in su.


L’industria degli integratori considera la Biotina come una vitamina che rafforza le unghie, la pelle e i capelli. Per i nutrizionisti, la Biotina è un co-fattore nei processi del corpo attraverso i quali, per usare una terminologia molto semplicistica, l’energia viene estratta dal cibo. In condizioni normali le uniche probabilità di sviluppare una carenza di Biotina sono dipendenti da un largo consumo di proteine dell’uovo (dell’albume). L’albume contiene avidina, un peptide che neutralizza (chela) la Biotina. Più a lungo si cucina l’albume e più avidina viene disattivata. In alcuni esperimenti, i ricercatori hanno cotto le proteine dell’uovo per un’ora così da essere sicuri al 100% che l’avidina fosse disattivata (non provateci a casa).


I ricercatori dello studio che qui trattiamo diedero ad un gruppo di topi una dieta standard, e a due gruppi sperimentali diedero una dieta contenente il 30% di proteine dell’uovo. Ad uno dei gruppi sperimentali venne dato cibo non contenente Biotina, mentre all’altro vennero dati alimenti a cui era stata aggiunta Biotina. Come i ricercatori si aspettavano, i topi con una carenza di Biotina presentarono ritardi nella crescita.

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Quando i ricercatori esaminarono il sangue dei topi non-biotina scoprirono come il deficit di questa vitamina avesse causato il ritardo della crescita. Sebbene la concentrazione dell’Ormone della Crescita (GH) era normale, il livello di IGF-1 nel sangue dei topi aveva subito una riduzione.

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I ricercatori ipotizzarono che la Biotina interagisca in qualche modo con il DNA, l’RNA e le proteine che ‘leggono’ il materiale genetico. La Biotina stimola le cellule a produrre più IGF-1, ma come questo accada i ricercatori non ne sono certi.


I ricercatori messicani non hanno verificato ciò che accade ai livelli di IGF-1 se si fa seguire ai topi una dieta normale, dando loro una dose aggiuntiva ed elevata di Biotina. Questo contribuisce a non rendere ancora chiaro se gli atleti possano beneficiare di questi risultati.


Nonostante ciò, questo studio ci fornisce uno spunto riflessivo utile al miglioramento della composizione nutrizionale della dieta di atleti agonisti e amatoriali.

Gabriel Bellizzi

Riferimenti:

http://link.springer.com/article/10.1007%2Fs00394-009-0773-8