
Secondo uno studio su animali svolto quasi 32 anni fa, il Paracetamolo ha meno effetto se si sta assumendo Testosterone. (1)
Nel 1985 farmacologi alla Gandhi Medical College di Bhopal hanno pubblicato sul Journal of Pharmacology indiano i risultati di uno studio in cui avevano fatto test del dolore sui ratti. Il test che ha coinvolto gli animali consisteva nel immergere la loro coda in acqua calda. Successivamente i ricercatori hanno misurato quanto tempo impiegavano i ratti a tirare fuori la coda dall’acqua calda. Più il tempo risultava lungo, e meno sensibili al dolore erano gli animali.
Questo è il modo in cui i ricercatori hanno testato l’effetto antidolorifico del Paracetamolo e dell’Indometacina. Hanno somministrato gli antidolorifici pochi minuti prima di fare il test del dolore con l’acqua calda. L’obbiettivo principale dei ricercatori è stato quello di scoprire di più sulla relazione reciproca tra gli antidolorifici e la quantità di ormone sessuale maschile circolante nel corpo degli animali. Così ai ratti sono state somministrate iniezioni di Testosterone, alla dose di 1 mg / kg / giorno, con inizio tre giorni prima dell’inizio della prova del dolore. I ricercatori hanno anche svolto i loro esperimenti con ratti castrati.
I risultati delle prove sono riportati nella figura qui di seguito riportata. È possibile vedere la quantità media di tempo impiegato dagli animali per ritrattare la coda dall’acqua calda. I tempi sono in secondi.

Il livello di testosterone nel gruppo 4 era probabilmente simile a quella del gruppo 1.
Il Paracetamolo ha aumentato la quantità di tempo impiegata dai ratti prima che questi ritirassero la coda dall’acqua calda del 72%. Se si somministra il testosterone agli animali, la quantità di tempo impiegata prima che la coda venisse tirata fuori dall’acqua è aumentato solo del 32% rispetto al normale. In altre parole, le iniezioni di Testosterone riducono l’effetto analgesico del Paracetamolo del 55%.
Fortunatamente l’assunzione di Testosterone riduce la probabilità di avere bisogno di un antidolorifico. Alcuni anni fa, i biologi della Princeton University hanno scoperto tramite studi sui passeri che gli impianti di Testosterone riducono la sensibilità al dolore. (2)
Gabriel Bellizzi
Riferimenti:
1- http://www.ijp-online.com/article.asp…
2- http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15256306
Pubblicato da Gabriel Bellizzi [also known as Ružička, The Biochemist] - CEO BioGenTech -
Negli anni trenta del ventesimo secolo si è verificata una febbre dell’oro scientifica di proporzioni inaudite nel campo della nascente endocrinologia. Questa impresa è stata portata avanti con tanta celerità grazie al pionieristico lavoro di biochimici Adolf Friedrich Johann Butenandt e Lavoslav Stjepan Ružička, entrambi premi Nobel per la chimica nel 1939 grazie proprio alla pubblicazione dell’articolo “Sulla preparazione artificiale dell’ormone testicolare testosterone (androstene-3-one--17-olio)”.
Il potenziale del Testosterone e dei suoi primi derivati che videro la luce nella seconda metà degli anni trenta del 900, arrivo’ all’orecchio degli sportivi d’élite tanto che nel 1938 vi fu una prima pubblicazione che parlava del potenziale uso del Testosterone nel Bodybuilding.
Grazie agli abbattimenti dei costi di produzione delle molecole di sintesi, resi possibili dal genio della chimica Russell Earl Marker e dalla sua “Marker degradation”, nella seconda metà degli anni quaranta l’uso di AAS si è diffuso nelle squadre olimpiche di molti paesi. Successivamente tocco’ al pubblico amatoriale. E' nel 1976 che vi fu una nuova svolta, cioè la nascita della società di biotecnologie “Genetech” nata dall’incontro tra l’imprenditore Robert Swanson e Herbert Boyer, biochimico dell’Università della California. I due decisero di fondare questa società per lo sfruttamento commerciale delle tecniche del DNA ricombinante messe a punto da Boyer. Insulina e hGH divennero parte del corollario di farmaci utilizzati dai bodybuilder, e l’era dei “Freak” venne inaugurata.
Purtroppo, lo “scandalo DOPING” negli anni 80’, e le successive restrizioni di “facciata” hanno smantellato massivamente quella nicchia di ricercatori che lavoravano a stretto contatto con gli atleti e facevano ricerca sul campo. Essi non sono “estinti” ma sono obliati da una certa narrativa di comodo. Da qui il problema presente: l’atleta è in balia di leggende e metodiche partorite da menti non avvezze alla complessità della farmacologia partendo dalle basi della biochimica.
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