Vitamina C e sua integrazione

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La vitamina C è un componente importante e generalmente disponibile in frutta, verdura ma anche carni.

Nonostante quello che si pensi, quando il consumo di carboidrati è molto ridotto, il bisogno di vitamina C diminuisce.

E’ evidente che come regola generale (ma soprattutto per chi segue la Paleo dieta), la vitamina C come tutte le altre sostanze dovrebbero essere assunte tramite i cibi.

Prendiamo ad esempio la frutta (spesso ricca di antiossidanti come la vitamina C) che contiene grandi quantità di antiossidanti per prevenire l’ossidazione dagli zuccheri (specialmente il fruttosio) che essa stessa contiene.

Questo però non è sempre possibile. in particolar modo quando i cibi che arrivano sulla nostra tavola sono (frutta e verdura) coltivati con pesticidi, costretti a maturare in microclimi artificiali ed in presenza di gas, o cresciuti su un suolo ormai “esaurito” o addirittura contaminato da sostanze chimiche. Stesso discorso per le carni di animali allevati in spazi angusti o alimentati con soia e granaglie.

Quali sono gli alimenti ricchi di vitamina C?

I cibi generalmente ricchi di vitamina C sono:
gli agrumi (arance, limoni, pompelmi)
i frutti tropicali
le fragole
i kiwi
le bacche (lamponi, mirtilli, more)
i pomodori
i broccoli
i peperoni (rossi e verdi)
il cavolfiore
i cavoletti di Bruxelles
il prezzemolo

Ed altri ancora. E’ buona regola consumare questi cibi crudi (o lievemente cotti) affinché possano conservare una maggiore quantità di vitamina C.

A cosa serve la vitamina C?

La vitamina C è necessaria per la produzione di alcuni componenti fondamentali per il nostro corpo.
1.Collagene
2.Carnitina
3.Norepinefrina e Epinefrina (Adrenalina)
4.Enzimi

Inoltre, la vitamina C:
Contribuisce al rafforzamento del sistema immunitario
Previene l’ossidazione del colesterolo nel sangue
Regola i livelli di zucchero nel sangue
Previene febbre e raffreddore
Protegge la salute degli occhi
Preserva i batteri buoni dell’intestino e lo protegge da Candida ed altri parassiti
Controbilancia la presenza di nitrati
E’ necessaria per mantenere i livelli di glutatione, il principale anti-ossidante del sistema immunitario.

Una carenza di vitamina C può provocare una tendenza a carie e fratture, perdita di capelli e denti, perdita muscolare, gengivite, difficoltà a guadagnare muscoli, guarigione lenta delle ferite, dolori articolari. Carenze importanti di vitamina C possono addirittura portare alla morte, se non curate.

La carenza di vitamina C può essere molto pericolosa e potenzialmente fatale:
1.senza carnitina, il corpo diventa affaticato e debole, mentre la ridotta attività mitocondriale accelera l’invecchiamento.
2.Senza collagene, tutti i tessuti deperiscono, compreso il cuore, i vasi sanguigni, i muscoli, l’intestino e le ossa.
3.Senza il riciclaggio di glutatione, lo stress ossidativo aumenta e le difese immunitarie si indeboliscono, portando ad infezioni ed infiammazione.

Secondo Paul Jaminet, persone giovani ed in salute dovrebbero integrare la vitamina C con 400 mg al giorno. Nelle persone malate, dosi maggiori possono portare benefici.

Particolarmente interessante la storia di un agricoltore neo-zelandese che dopo aver contratto l’influenza suina, essere stato in fin di vita e considerato senza alcuna speranza di sopravvivere (i medici suggerirono ai familiari di staccare le macchine per tenerlo in vita), gli furono somministrate dosi massicce di vitamina C (100 grammi al giorno). Per la somministrazione la famiglia dovette battersi a lungo contro il parere dei medici ed arruolare un avvocato per “costringere” i medici a curare il paziente con vitamina C.

Dopo la cura di vitamina C, il paziente si è ripreso ed è guarito completamente (anche dalla leucemia, diagnosticatagli dai medici dopo l’aggravarsi dell’influenza suina). La sua commovente storia, in questo video.

Inoltre, vari studi clinici hanno dimostrato i numerosi benefici per chi assume vitamina C:
secondo “The first national health and nutrition examination survey epidemiologic follow-up study” si è scoperto che nelle persone che integravano almeno 300mg di vitamina c al giorno, il rischio di morte (per qualsiasi causa) diminuiva del 35% negli uomini e del 10% nelle donne. Il tasso di mortalità da malattie cardiovascolari diminuiva del 42% negli uomini e del 25% nelle donne, e la mortalità dal cancro si riduceva del 22% neglio uomini e del 14% nelle donne. Inoltre, gli uomini che assunsero 800 mg di vitamina C al giorno vissero 6 anni di più delle persone che ne avevano assunto la dose generalmente consigliata (90 mg per gli uomini e 75mg per le donne).
“The “Nurses Health Study” che ha seguito la salute di 85.000 donne per oltre 16 anni ha scoperto che l’assunzione di integratori di vitamina C era associata ad una riduzione di rischio di malattie del cuore del 28%.
Uno studio incrociato che analizzava nove studi e che ha seguito 290.000 adulti per circa 10 anni ha scoperto che coloro i quali assumevano più di 700 mg di integratori di vitamina c al giorno vedevano ridotto del 25% il rischio di malattie coronarie rispetto a coloro i quali non integravano la vitamina C.

Tossicità della vitamina C

Trovare effetti negativi da alte dosi di vitamina C è davvero difficile.

Dosi (per via orale) superiori a 4 grammi al giorno possono provocare nausea e diarrea. Questo è il motivo per cui il limite massimo al giorno è di 2 grammi. Anche se la tolleranza a livello intestinale è molto variabile. Ad esempio, in persone malate la tolleranza può raggiungere anche i 100 grammi al giorno.

Nei pazienti affetti da cancro, la vitamina C può ridurre gli effetti della chemioterapia. Ecco perché solitamente viene somministrata in modalità intermittente.

Dosi consigliate di vitamina C (secondo Paul Jaminet)

L’integrazione di vitamina C in persone sane va da 500 mg fino a 1 grammo al giorno e generalmente non crea problemi, anzi, produce una serie di benefici tra cui una significativa riduzione del tasso di mortalità.

In persona malate, secondo gli studi del Dr. Robert Cathcart le dosi dovrebbero essere maggiori. Sempre dopo aver consultato il vostro medico di fiducia.

(Alcuni dati sono stati estrapolati dal libro Perfect Health Diet di Paul & Shou-Ching Jaminet)


Fonte: Codice Paleo

L’importanza della Vitamina D

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L’ottimizzazione della vitamina D riduce i tassi di mortalità del 50%.

Si tratta di una vitamina liposolubile e contribuisce a varie attività tra cui: la funzione immunitaria, il metabolismo del calcio e del fosforo, la mineralizzazione delle ossa.

La vitamina D è fondamentale per:

il metabolismo dei grassi
la prevenzione del cancro
l’autoimmunità
la fertilità
l’insulino-resistenza
il diabete di tipo 1 e 2
le malattie cardiovascolari
l’azione anti-infiammatoria
la funzione tiroidea

La vitamina D è principalmente “fabbricata” nella pelle, quando si è esposti al sole; è inoltre presente in alcuni cibi come l’olio di di fegato di merluzzo.

La carenza di vitamina D porta a rachitismo ed indebolimento immunitario. Una buona parte della popolazione (oltre il 50%) soffre di carenza di vitamina D. Anche seguire una paleo dieta equilibrata, in assenza di integratori o sufficiente esposizione solare, non è sufficiente per avere adeguati livelli di vitamina D,

La carenza di vitamina D è estremamente dannosa per la salute. Tra le varie cose, una carenza contribuisce a:

Tumore: in particolare per i tumori a carico del seno, l’intestino e le ovaie. Aumentare i livelli di vitamina D di 20 ng/ml può ridurre l’incidenza di tumore al seno del 41%.
Malattie cardiovascolari: i livelli di vitamina D predicono chi morirà di infarto: minore il livello di vitamina D, maggiore la probabilità di un attacco di cuore mortale. In Europa, le morti per malattie coronarie sono correlate ai livelli di radiazione solare: più sole, meno morti.
Mortalità: persone con più alti livelli di vitamina D hanno meno probabilità di morire (per qualunque causa). Nel LURIC study, solo l’8% dei soggetti aveva un livello di vitamina D superiore a 30 ng/ml. Queste persone correvano 1/4 del rischio di morire rispetto a coloro i quali ne erano carenti. In questo studio, un team di scienziati austriaci scoprì che bassi livelli di vitamina D indicavano un rischio maggiore di morte per le malattie cardiovascolari.
Diabete: un maggiore livello di vitamina D è associato con minori tassi di diabete.
Malattie infettive: in presenza di forte rachitismo, le persone morivano frequentemente di infezioni respiratorie, come polmonite, tubercolosi ed influenza. L’influenza ed altre infezioni respiratorie colpivano principalmente in inverno, quando il livello di vitamina D si abbassa. Queste connessioni non sono casuali. In un esperimento condotto su studenti giapponesi, l’integrazione con 1.200 UI al giorno di vitamina D ridusse il rischio di influenza del 42%.
Demenza: la vitamina D è molto efficace nel miglioramento della funzione cognitiva nei pazienti con l’Alzheimer. In un caso, un medico dello stato di Georgia riportò che un paziente con l’Alzheimer che non aveva parlato per un anno, ritrovò la capacità di conversare alcuni mesi dopo aver integrato con 5.000 UI di vitamina D al giorno.
Sclerosi multipla: è ben noto il fatto che l’incidenza della sclerosi multipla è maggiore nei paesi con latitude nord ed è fortemente associata a bassi livelli di vitamina D.
Malattie della tiroide: la carenza di vitamina D è associata a malattie autoimmuni della tiroide.

Uno dei motivi per cui i sostenitori della Paleo dieta enfatizzano così tanto l’importanza della vitamina D sta nel fatto che è possibile esserne carenti anche seguendo una Paleo dieta bilanciata. Il motivo non risiede troppo nei cibi che consumiamo, ma solo perché la fonte principale di vitamina D è il sole.

Per chi lavora in ufficio o spende parte del tempo in ambienti chiuso o ancora vive in climi poso “soleggiati”, le probabilità di essere carenti di vitamina D sono assai elevate. Questo perché la vitamina D viene prodotta dal colesterolo nella pelle quando a contatto con i raggi solari. Infatti, il colesterolo è un componente fondamentale per la nostra salute, e coloro i quali assumono statine per ridurre i livelli di colesterolo sono ancora più a rischio di essere carenti di vitamina D.

La popolazione Inuit ad esempio, che non si espone molto al sole, ha comunque la pelle abbastanza scura poiché ottiene la vitamina D da uno dei pochi cibi che la contiene: pesci ad alto contenuto di grassi. E’ infatti il grasso del pesce che contiene vitamina D.

In sostanza, si stima che oltre il 50% della popolazione mondiale sia carente di vitamina D, e livelli di vitamina D sotto 30 ng/ml sono stati associati a rischio fratture, cancro, disfunzioni del sistema immunitario, malattie cardiovascolari ed ipertensione.

Quanta vitamina D assumere secondo Mark Sisson?

Una buona regola generale è quella di integrare con 4.000 UI di vitamina D al giorno. Ma prima di integrare, eseguite l’esame del sangue 25(OH)D per verificarne i livelli. Cercate di raggiungere i 50-60 ng/ml di vitamina D, dove pare si possano ottenere i migliori benefici. Se 4.000 UI al giorno non sono sufficienti, si può sempre aumentare la dose (chiedete al vostro medico), tenuto conto che il nostro corpo è in grado di produrre 10.000 UI in meno di un’ora, integrazioni fino a 10.000 UI risultano ben tollerate.

Quanto vitamina D assumere secondo Robb Wof?

Una stima, piuttosto cauta, dei livelli ancestrali normali si aggira sulle 10.000-20.000 UI di vitamina D al giorno da esposizione solare.

Diamo un’occhiata a qualche dato interessante. La gran parte degli istituti di ricerca raccomanda livelli di vitamina D tra 30 e 35 ng/ml, mentre le popolazioni che vivono all’equatore, e sono molto esplose al sole, presentano livelli nei tessuti che arrivano a 65-80 ng/ml. Diversi studi hanno dimostrato che livelli superiori ai 50 ng/ml sono in grado di prevenire il cancro e l’autoimmunità, il che non dovrebbe sorprenderci, visto che questi sono, con ogni probabilità, i livelli normali su cui si è assestato il nostro genoma, che risale al Paleolitico. Visti i benefici della vitamina D, credo che per la maggior parte delle persone sia ragionevole integrare con 2.000-5.000 UI al giorno di vitamina D (D3).

Prendete la vitamina D al mattino insieme a un pasto che contenga grassi. Se volete monitorare i vostri livelli nel sangue, dovreste trovare il modo di assumere vitamina D sufficiente a raggiungere valori intorno a 50-65 ng/ml di vitamina D.

Chi soffre di iperparatiroidismo dovrà mantenere il dosaggio inferiore a 1.000 UI al giorno, perché c’è il rischio che, per queste persone, la vitamina D raggiunga dosaggi tossici.

Quanta vitamina D secondo Chris Kresser?

Contrariamente a quello che alcuni ricercatori e medici raccomandano, non esiste alcuna evidenza che aumentare i livelli di vitamina D oltre 50 ng/ml faccia bene, anzi ci sono evidenze che ciò possa fare male. Uno studio dimostra che il picco di densità ossea si ottiene a 45 ng/ml, visto che poi diminusce una volta che i livelli di vitamina D superano i 45 ng/ml.

Un altro studio ha dimostrato il rischio di calcoli renali e malattie cardiovascolari con alti livelli di vitamina D, dovuti ad elevati livelli di calcio che accompagnano l’eccesso di vitamina D.

E’ comunque importante ricordare che la presenza di vitamina A e K2 ci proteggono dalla tossicità della vitamina D e viceversa. E’ quindi possibile che negli studi sopra citati i soggetti con un eccesso di vitamina D fossero carenti di vitamina A e/o K2. Questo è il motivo per cui è così importante integrare con tutte le vitamine liposolubili contemporaneamente.

Durante l’estate, una mezz’ora di esposizione solare (a mezzogiorno) di una persona con carnagione chiara produce 10-20.000 UI di vitamina D. Per chi ha la pelle scura, o si espone al sole in periodi diversi dell’anno o passa più tempo in ambienti chiusi, la produzione di vitamina D sarà ben inferiore.

Inoltre, vanno considerati altri fattori come l’invecchiamento, l’obesità, alti livelli di cortisolo, l’aumentata permeabilità intestinale (leaky gut), un basso consumo di grassi (oppure non digerirli bene), l’assunzione di alcuni farmaci o l’infiammazione che riducono la nostra capacità di convertire le radiazioni solari in vitamina D. Questo è il motivo per cui l’esposizione solare non è solitamente sufficiente per il nostro fabbisogno di vitamina D.

Con questo in mente la gran parte delle persone dovrebbe assumere intgratori di vitamina D. La quantità necessaria per manenere livelli di vitamina D sui 35-50 ng/ml varia a seconda dei fattori summenzionati, ma secondo l’esperienza clinica di Chris Kresser, la dose consigliata varia da 2.000 a 5.000 UI di vitamina D al giorno. E’ comunque importante verificare i livelli di vitamina D prima di integrare e dopo alcuni mesi di assunzione per determinare la corretta dose di mantenimento.

Ci sono poi le eccezioni. Ovvero in chi soffre di ipotiroidismo, può verificarsi che anche se i livelli di vitamina D (tramite esame del sangue) risultano nella media, il soggetto sia comunque carente. In questo caso, potrebbe essere opportuno assumere integratori per aumentare i livelli di vitamina D.

Tossicità della vitamina D

La vitamina D è largamente considerata la più tossica di tutte le vitamine e i tremendi avvertimenti a riguardo sono spesso divulgati per evitare un eccesso di vitamina D sia nella dieta che nell’esposizione solare. Il dibattito sulla vitamina D ha comunque mancato di prendere in considerazione l’interazione tra la vitamina A, D e K. Varie evidenze suggeriscono che la tossicità della vitamina D risulta da una carenza relativa di vitamine A e K. Quindi, la soluzione non è quella di evitare l’esposizione solare o i cibi ricchi di vitamina D ma piuttosto di unire a queste azioni (e aumentare) l’assunzione di vitamine A e K (con la dieta e/o integratori).

Come avete letto, i pareri sono diversi, motivo in più per effettuare il test e rivolgersi ad un bravo medico per valutare il dosaggio più adeguato. Anche perché in farmacia, per acquistare la vitamina D serve la ricetta.

Bibliografia


Fonte: Codice Paleo

 

Indice glicemico: un valore così importante?

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L’indice glicemico (IG) rappresenta un punto cardine per molte diete, tra cui la dieta a zona, la South Beach diet ed il metodo Montignac.

Come ogni argomento dibattuto, i pareri sulla validità di questo “strumento” sono a dir poco discordanti. Vi lascio quindi leggere il risultato delle ricerche di alcuni esperti per trarre le migliori conclusioni per la scelta dei cibi da consumare.

Cos’è l’indice glicemico?

L’indice glicemico (IG) è un sistema di classificazione numerica utilizzato per misurare la velocità di digestione e assorbimento dei cibi contenenti carboidrati e il loro conseguente effetto sulla glicemia, cioè sui livelli di glucosio nel sangue.

Michael & Mary Dan Eades su indice glicemico, mele e glucosio

Dopo gli studi del Dr. Jenkins ad inizio degli anni 80, si è sempre più radicata l’idea che i cibi a basso indice glicemico fossero buoni, mentre quelli con alto indice glicemici fossero dannosi.

Il problema però di questa teoria sta nel fatto che l’indice glicemico non compara le mele con le mele. Ma compara le mele con il glucosio. Le mele contengono un complesso mix di pectine, lignine, cellulosa ed altre sostanze conosciute come fibre, oltre ai carboidrati puri. Le fibre rallentano l’assorbimento dei carboidrati puri, causando una bassa risposta glicemica e che probabilmente ha anche altri effetti indipendenti sui livelli di zucchero e sull’insulina. Cosìcché l’indice glicemico della mela è una funzione non dei carboidrati che contiene, ma delle azioni del resto della mela su questi carboidrati.

Nora Gedgaudas su indice e carico glicemico

Per esempio, ci sono due differenti modi in cui un alimento può essere considerato a basso indice glicemico.
Può essere composto da fibra, per cui non contiene zucchero né si converte in zucchero una volta ingerito.
Può contenere fruttosio, il quale non ha particolari effetti sull’insulina, ma è estremamente glicante, il che può essere estremamente dannoso sia per le arterie che per i tessuti. Infatti, il fruttosio è da 20 a 30 volte più “glicante” (quindi più dannoso) del glucosio.

Una cosa che l’indice glicemico non prende in considerazione sono gli altri cibi consumati insieme, che possono alterare gli effetti glicemici di un particolare alimento. Inoltre, l’indice glicemico si basa su una finestra temporale di 3 ore e non tiene in considerazione certi cibi come gli zuccheri dell’alcool che hanno un effetto glicemico ed un impatto sui livelli di zucchero nel sangue ritardati (qualcosa che non si era compreso fino a poco tempo fa).

L’indice glicemico in certi casi, può essere quindi fuorviante. C’è forse però un altro modo più utile per calcolare il contenuto di carboidrati nei cibi, il carico glicemico. Il carico glicemico prende comunque in considerazione l’indice glicemico, ma si basa sullo standard della porzione ed è calcolato prendendo l’indice glicemico assegnato, diviso per 100 e poi moltiplicato per il reale contenuto di carboidrati in una data porzione. Non si tratta di un metodo perfetto, ma sicuramente migliore dell’indice glicemico.

Ron Rosedale su indice glicemico e fruttosio

L’indice glicemido è sicuramente un valido strumento ma di certo non perfetto. Per questioni economiche e di tempo, la maggior parte degli esperimenti per determinare l’impatto di un particolare cibo sui livelli di zucchero nel sangue non si protrae oltre le 3 ore dalla somministrazione.

Sebbene il fruttosio abbia un basso indice glicemico, può causare seri problemi di salute. Primariamente promuovendo insulino-resistenza ed accumulo di grasso. Infatti, provoca più danno nel corpo del glucosio. Alcuni ricercatori hanno somministrato fruttosio ai topi da laboratorio al fine di indurre insulino-resistenza diabetica per testare l’efficacia di medicinali anti-diabetici.

Gary Taubes su indice glicemico, grassi saturi e diabete

Negli anni 80, gli studi di Jenkins e Wolever sull’indice glicemico come strumento di controllo degli zuccheri del sangue scatenarono un vivace diabttito tra gli esperti di diabete.

Il Dr. Reaven, ricercatore presso la Stanford University sosteneva che il concetto di indice glicemico non avesse senso e che fosse addirittura pericoloso: i grassi saturi non hanno indice glicemico e quindi aggiungere grassi saturi a zucchero ed altri carbidrati ridurrà il loro indice glicemico, facendo risultare questo mix di cibi “benigno” anche se non è proprio così.

Reaven inoltre screditò l’indice glicemico come elemento su cui la clinica si basa circa i livelli di zucchero nel sangue, quando invece considerava l’insulina, e l’insulino-resistenza la cosa più importante su cui porre l’attenzione […] Il punto focale è che l’indice glicemico del saccarosio è più basso dell’indice glicemico di farina (pane) ed amidacei (patate), e la ragione è nel fruttosio. I carboidrati negli amidacei vengono scomposti durante la digestione, prima in maltosio e poi in glucosio, il quale si sposta direttamente dal piccolo intestino al flusso sanguigno. Questo comporta un immediato aumento degli zuccheri nel sangue e quindi dell’indice glicemico.

Una tavoletta di zucchero (ad esempio il saccarosio) è composta sia da glucosio che fruttosio. Il glucosio si sposta nel sangue ed aumenta i livelli di zucchero, come se provenisse da un amidaceo, ma il fruttosio può essere metabolizzato solo nel fegato e così gran parte del fruttosio consumato è indirizzato dal piccolo intestino direttamente al fegato. Come risultato, il fruttosio ha un effetto immediato minimo sui livelli di zucchero nel sangue, e così, solo metà di glucosio dello zucchero si riflette nell’indice glicemico. E siccome il fruttosio viene rilevato a fatica nell’indice glicemico, è sembrato che fosse il dolcificante ideale per i diabetici.

Definendo i carboidrati come buoni o cattivi a seconda del’indice glicemico, i diabetologi hanno effettivamente sbagliato diagnosi circa l’impatto del fruttosio sulla salute. Il punto è l’influenza del glucosio o fruttosio non sugli zuccheri del sangue ma sul fegato. Il glucosio arriva direttamente nel sangue ed è immagazzinato dai tessuti e gli organi come fonte di energia; solo il 30-40% passa attraverso il fegato. Il fruttosio invece passa direttamente dal fegato, dove è metabolizzato quasi totalmente. Come risultato, secondo il Dr. Eleazar Shafrif, “il fruttosio costituisce un carico metabolico per il fegato, ed il fegato ne risponde convertendolo in trigliceridi – grasso.”

Diete vegetariane ed indice glicemico

La restrizione dei carboidrati è spesso associata all’aumento di prodotti di origine animale. Il motivo è semplice: se mangi principalmente o esclusivamente vegetali (vedi vegani e vegetariani), stai ottenendo il totale delle calorie dai carboidrati. Questo non significa che non puoi dimagrire o mantenerti magro eliminando zuccheri, farina ed amidacei e consumando solamente verdure a foglia, cereali e legumi. Ma probabilmente, non funzionerà per molti di noi.

Verdure e legumi hanno il vantaggio di contenere carboidrati che non si digeriscono velocemente, quello che i nutrizionisti chiamano un “basso indice glicemico”, ma se ci basiamo su questi cibi come unica fonte della nostra dieta, il totale di carboidrati che consumiamo (carico glicemico) sarà comunque alto. E questo può essere un motivo sufficiente per ingrassare. Soprattutto per quanto riguarda coloro i quali consumano principalmente verdura, frutta e cereali. In queste persone, non è raro ritrovare la tipologia fisica dello “skinny-fat”, ovvero una struttura generalmente magra con una concentrazione di grasso sulla pancia.

Dr Mercola su indice glicemico e fruttosio

L’indice glicemico, che misura quanto velocemente i carboidrati si converto in zucchero nel sangue, non è mai stato accettato da molti dietologi. Questa premessa, che alcuni cibi possono seriamente innalzare i livelli di zucchero nel sangue e come risultato, causare danno all’organismo, è vera. Il problema però è che l’indice glicemico non è uno strumento valido per determinare quali cibi sono la causa di questo effetto.

I valori dell’indice glicemico presentano troppe eccezioni per essere davvero utili. Un esempio classico è il fruttosio, che ha un indice glicemico molto basso, ma è stato chiaramente individuato come responsabile dell’aumento di peso in molte persone. Il punto è che numerosi fattori hanno un ruolo di come un dato alimento influirà sulla glicemia. L’indice glicemico, per esempio, non tiene conto di come un cibo o un ingrediente specifico incide nel tempo. Inoltre, non tiene conto del danno provocato da sostanze chimiche come il sucralosio, il sorbitolo o il fruttosio raffinato (per chi non segue la Paleo dieta), suppostamente “alimenti” a basso indice glicemico.

Stephan Guyenet su indice glicemico e ‘fructose index’

In questo studio del Dr. Johnson, si sostiene che la quantità di fruttosio che si trova in un cibo, denominato “fructose index” è più importante per la salute rispetto all’indice glicemico di un alimento. E visto che elevati livelli di zucchero cronici e dell’insulina sono parte della sindrome metabolica, per molto tempo si è pensato che l’indice glicemico potesse essere un buon indicatore dell’effetto metabolico di un determinato cibo nell’organismo.

La mia fede in questo concetto iniziò a vacillare quando iniziai ad approfondire le mie conoscenze sulle diete adottate da culture tradizionali che godevano di ottima salute. Ad esempio, i Kitava ottengono il 69% di calorie da cibi ad alto indice glicemico (principalmente tuberi e vegetali) con poco grasso aggiunto. Si tratta di molti carboidrati ad assorbimento rapido. Eppure, sovrappeso, elevati livelli di insulina ed altri sintomi della sindrome metabolica sono praticamente inesistenti.

In definitiva, l’indice glicemico può ancora essere uno strumento utile per chi ha problemi di controllo del glucosio come i malati di diabete tipo 2, ma non sono sicuro di quanto l’indice glicemico sia utile, oltre alla semplice restrizione del consumo di carboidrati. Ridurre il fruttosio può essere un modo più efficace per sistemare l’insulino-resistenza invece di consumare una dieta a basso indice glicemico.

Bibliografia


1.“Primal body, primal mind” di Nora T. Gedgaudas
2.“The Rosedale Diet” di Ron Rosedale
3.“Protein Power” Di Michael & Mary Dan Eades
4.“Good calories, bad calories” di Gary Taubes
5.“Why we get fat” di Gary Taubes
6.http://it.wikipedia.org/wiki/Indice_glicemico
7.http://wholehealthsource.blogspot.it/2008/11/fructose-index-is-new-glycemic-index.html
8.http://articles.mercola.com/sites/articles/archive/2006/03/23/glycemic-index-deception-finally-understood.aspx


Fonte: Codice Paleo

Gli acidi grassi polinsaturi Omega-3 ed Omega-6

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In pochissime parole.

I grassi Omega-6 promuovono l’infiammazione.

I grassi Omega-3 riducono l’infiammazione.

I grassi polinsaturi Omega-6 ed Omega-3 sono considerati essenziali perché, diversamente dai grassi saturi e monoinsaturi non possono essere prodotti dal glucosio. E devono quindi essere ottenuti tramite il cibo.

I grassi Omega-3 originano nelle alghe e nelle verdure a foglia verde, mentre gli Omega-6 arrivano principalmente dai semi. E visto che i semi contengono molto più olio dei vegetali e possono essere cresciuti a basso costo, questo è il motivo per cui l’industria del cibo trova più conveniente l’utilizzo di oli di semi come soia, mais, e cartamo.

Oli vegetali ed Omega-6

Gli oli vegetali (ad eccezione dell’olio d’oliva) sono ricchi di Omega-6 e quindi tossici in grandi dosi. L’olio di soia è composto per il 55% da Omega-6, l’olio di mais per il 54% e l’olio di cartamo per il 75%. Inoltre, gli oli vegetali provenienti da grani e legumi, oltre ad avere Omega-6 in abbondanza, contengono tossine delle piante (anti-nutrienti), come nel caso dell’olio di soia, dell’olio di mais e dell’olio di arachidi.

Putroppo, per i motivi summenzionati, questi oli (veloci ed economici da produrre) vengono messi un po’ ovunque nei cibi confezionati, anche in quelli apparentemente più salutari, dai condimenti per l’insalata fino ai biscotti. Per fortuna, chi segue, ad esempio, la Paleo dieta, non ha di questi problemi. Ma per gran parte della popolazione (soprattutto in certi paesi), il problema sussite.

E allora, quali sono le conseguenze sulla salute quando lo squilibrio in favore dei grassi Omega-6 è eccessivo (fino a 25:1 in certi casi)?

A titolo esemplificativo e non esaustivo:
malattie cardiovascolari
diabete tipo 2
obesità
sindrome metabolica
sindrome del colon irritabile ed altre malattie infiammatorie a carico ddell’intestino
degenerazione maculare
artrite reumatoide
asma
cancro
disordini mentali
malattie autoimmuni

Gli effetti tossici derivanti dall’eccessivo consumo di Omega-6

Negli USA, la popolazione consuma circa il 9% della propria energia da grassi Omega-6 (la tossicità inizia al 4%).

A causa di questa eccessiva ingestione di Omega-6, gli Americani hanno tassi elevati di malattie del fegato, aterosclerosi, obesità, allergie, asma, malattie mentali, problemi intestinali e cancro. Oltre ad un tasso di mortalità molto elevato.

I grassi polinsaturi (sia Omega-6 che Omega-3) causano malattie del fegato quando consumati in abbinamento con fruttosio ed alcol, poiché aumentano lo stress ossidativo nel fegato.

Al contrario, i grassi saturi (olio di cocco, burro chiarificato) prevengono le malattie del fegato.

Questi 3 studi confermano quanto appena enunciato:

1. In uno studio pubblicato nel 1995, alcuni ricercatori provocarono malattie del fegato nutrendo dei topi con una combinazione di alcol e olio di pesce (ricco in omega-3). Poi interruppero la somministrazione di alcol e divisero il gruppo dei topi in 2 parti. Il primo gruppo fu alimentato con olio di pesce e glucosio. Il secondo gruppo con olio di palma (grasso saturo) e glucosio. Il fegato dei topi nutriti con olio di pesce non guarì. Mentre invece il fegato dei topi alimentati con olio di palma arrivò vicino ad uno stato di normalizzazione.

2. Uno studio del 2007 ha comparato i risultati di una dieta ricca di carboidrati ed olio di mais (62% carboidrati, 21% olio di semi, 17% proteine) con una dieta a basso contenuto di carboidrati ed olio di cocco o burro (17% carboidrati, 71% olio di cocco o burro, 12% proteine). I topi che consumarono una dieta a base di olio di cocco o burro, nonostante carenze di importanti nutrienti che sono solite causare malattie a carico del fegato, mantennero un fegato sano. I topi alimentati con olio di semi svilupparono gravi malattie del fegato.

3. In uno studio del 2004, alcuni scienziati provocarono malattie del fegato nei topi nutrendoli con olio di mais ed alcol. Poi, sostituirono l’olio di mais con una dieta ricca di grassi saturi (olio di cocco e sego) per il 20%, 45% e 67%. Più aumentavano i grassi, più migliorava la salute il fegato dei topi.

La competizione tra gli acidi grassi polinsaturi

Gli acidi grassi Omega-3 ed Omega-6 sono in competizione tra di loro. Competono per gli stessi enzimi e per un posto nei tessuti del corpo. Ora supponiamo che una cellula del tuo corpo abbia un posto libero. Se in presenza di 10 Omega-6 ed un solo Omega-3, quali sono le chance che quel posto sia occupato da Omega-3?

Molto poche. Quando c’è uno squilibrio in favore degli Omega-6, questi “vincono” sempre, anche se le cellule hanno ugualmente bisogno di entrambi.

Il discorso è evidentemente un po’ più complesso ma il concetto rende l’idea di quanto sia indispensabile mantenere un buon rapporto tra questi acidi grassi essenziali.

Quali sono allora i vantaggi derivanti dall’assunzione di Omega-6 (nelle dosi consigliate) quando equilibrate nel rapporto con Omega-3?
migliora la densità dei minerali nelle ossa
riduce la stato di depressione
diminuisce stati di rabbia, aggressività ed ansietà, riduce comportamenti suicidi e di auto-sabotaggio.
migliora la fase di recupero da interventi ed infezioni ed accorcia i tempi di degenza negli ospedali
riduce i dolori dell’artrite reumatoide
riduce i sintomi di eczema e psoriasi
contribuisce all’eliminazione di acne e rosacea
supporta le cure contro il cancro
previene e migliora la neuropatia diabetica

Dose consigliata di Omega-6

Il consumo ottimale di Omega-6 è probabilmente tra il 2% e 3% dell’energia totale. La tossicità comincia a partire dal 4%.

Loren Cordain sull’equilibrio tra omega-3 ed omega-6

Ecco un brano tradotto da un’intervista di Robert Crayhon a Loren Cordain.

Robert Crayhon: Quale dovrebbe essere il rapporto tra Omega-6 ed Omega-3 nella nostra dieta?

Loren Cordain: nel nostro laboratorio di ricerca, abbiamo analizzato vari tessuti di animali selvaggi ed abbiamo scoperto che il tessuto muscolare contiene un rapporto tra Omega-6 ed Omega-3 di 3,5-4 : 1.

Questo rapporto è più alto nel midollo osseo, e leggermente più basso in alcuni organi. Nel cervello, il rapporto è di 1:1. I nostri antenati prima dell’avvento dell’agricoltura, a differenza dell’età moderna, amavano nutrirsi degli organi di animali selvaggi. Certamente, mangiavano il cervello degli animali che uccidevano.

Il rapporto tra Omega-6 ed Omega-3 non poteva essere molto inferiore di 4:1 nutrendosi solo di carne. Consumando solo cervello, si sarebbe ottenuto un rapporto all’incirca di 1:1. Consumando anche pesce, il rapporto di 4:1 si sarebbe ulteriormente ridotto.

Inoltre, aggiundendo gran parte dei cibi vegetali (ma non tutti) il rapporto di 4:1 si sarebbe ancor più ridotto. La conclusione a cui sono arrivato è quindi la seguente:

ll rapporto medio tra Omega 6 ed Omega 3 durante il periodo antecedente l’agricoltura sarebbe potuto essere sempre inferiore di 4:1, ma probabilmente non meno di 2:1, a seconda della stagione, la zona e la ripartizione dei macro-nutrienti.

Bibliografia


1.“Perfect Health Diet” di Paul e Shou-Ching Jaminet
2.https://chriskresser.com/how-too-much-omega-6-and-not-enough-omega-3-is-making-us-sick
3.http://paleozonenutrition.com/2011/05/10/omega-6-and-3-in-nuts-oils-meat-and-fish-tools-to-get-it-right/


Fonte: Codice Paleo

Quante proteine al giorno in una dieta ben strutturata?

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In una ricerca pubblicata nel 2006 e condotta da Bilsborough & Mann, si suggerisce che la quantità di proteine da assumere dovrebbe essere compresa tra 1,5 grammi e 2,5 grammi per Kg di peso corporeo al giorno, con un picco massimo (considerato ancora “sicuro”) di 3,56 grammi di proteine per Kg di peso corporeo al giorno.

Per chi soffre di malattie renali o cirrosi del fegato, il limite di proteine non dovrebbe superare gli 0,8 grammi per Kg di peso corporeo al giorno. Tuttavia, si tratta di un’indicazione vaga, e l’unico modo per saperlo è rivolgersi ad un medico preparato.

Gabriel Bellizzi

Le patate americane dolci (batate) o patate, sono una buona fonte di carboidrati?

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Parliamo di due tipologie di patate: le patate dolci, patate americane o batate (ipomea batatas) e le patate a pasta bianca (solanum tuberosum), anche se le varietà sono molte. Per comodità, da ora in poi, chiameremo le prime “patate dolci” e le seconde “patate bianche”.

Patate ed indice glicemico

Quando si parla di patate bianche, una delle più frequenti accuse che vengono mosse è che hanno un indice glicemico più alto rispetto alle patate dolci (oltre al fatto che hanno un indice glicemico relativamente alto per chi segue, ad esempio, la paleo dieta). Quando ingeriamo cibi con alti indici glicemici, i livelli di zucchero nel sangue aumentano velocemente e questo richiede uno sforzo pancreatico per produrre una sufficiente risposta insulinica al fine di trasferire il glucosio in eccesso nel sangue nelle cellule (a grandi linee) e quindi ripristinare normali livelli di zucchero nel sangue.

In persone predisposte a problemi metabolici, se questi eventi si ripetono quotidianamente per più e più settimane, si corre il rischio di diventare insulino-resistenti, una condizione che precede di frequente lo sviluppo di una serie di malattie conosciute come sindrome metabolica. Durante il corso di mesi ed anni, l’insulino-resistenza porta ad una moltitudine di effetti nefasti per la nostra salute, tra cui obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, pressione alta, elevati livelli di colesterolo, infiammazione sistemica, gotta, acne e tumore del colon, prostata e seno.

Però..

Le patate bianche bollite hanno un indice glicemico di circa 82, mentre le patate dolci 70.

Se cotte in forno e con la buccia, entrambe aumentano il valore dell’indice glicemico (più o meno, visto che poi esistono una miriade di varietà di patate). Ad ogni modo, se lasciamo per un attimo da parte l’indice glicemico e ci concentriamo sul carico glicemico (che viene spesso considerato un miglior indicatore dei livelli di zucchero nel sangue), tra le due varietà di patete non esiste praticamente alcuna differenza. Le patate bianche infatti hanno un carico glicemico di circa 21 mentre le patate dolci 22.

Questo indica che le patate bianche hanno più glucosio che fruttosio. Mentre invece le patate dolci hanno più fruttosio e saccarosio (la metà è fruttosio) e meno glucosio ed amido rispetto alle patate bianche. In termini di qualità nutrizionale, il glucosio risulta molto più disponibile nell’organismo e più facilmente assorbibile per il recupero muscolare post esercizio fisico. Il fruttosio non è “cattivo” nelle dosi naturali che si trovano nella frutta o nelle patate dolci, ma non è ideale come fonte di carboidrati. In definitiva, le patate bianche hanno un indice glicemico più alto, ma questa caratteristica non le rende necessariamente meno salutari delle patate dolci.

Anti-nutrienti e Patate

Le patate dolci, se ben cotte e pelate, mantengono una bassissima concentrazione di anti-nutrienti, nocivi per la nostra salute. Per quanto riguarda invece le patate bianche, la situazione è ben diversa, risultando “ricche” di anti-nutrienti tra cui saponine, lectine ed inibitori della proteasi.

Inoltre, le patate bianche appartengono alla famiglia delle solanacee, un gruppo di vegetali che include anche pomodori, melanzane e peperoni. Questi vegetali per la presenza di glicoalcaloidi possono aumentare la permeabilità intestinale in soggetti intolleranti. Sono inoltre da evitare per chi soffre di malattie autoimmuni e per chi ha dolori cronici alle articolazioni.

Le saponine (comunemente riferiti ai glicoalcaloidi sotto forma di alfa-caconina e alfa-solanina) prendono il nome dalla loro capacità di generare una schiuma (simile al sapone) quando a contatto con l’acqua. Come per gli anti-nutrienti dei legumi, le saponine hanno l’obiettivo di tenere lontani microbi ed insetti. Quando roditori o animali di tagli più grandi (umani inclusi) ingeriscono tuberi contenenti glicoalcaloidi come le patate, queste sostanze spesso e volentieri creano dei “buchi” nella parete intestinale aumentando così la permeabilità.

Però..

Da notare che le più alte concentrazioni di questi glicoalcaloidi tossici risiede nella buccia delle patate, che se bollite hanno circa 27-42 mg di saponine al kg. Anche i pomodori contengono saponine (di un tipo differente dalle patate) e gli asapragi ne hanno circa 15.000 mg al kg (sebbene la concentrazione maggiore risieda nel gambo).

Ad oggi, sappiamo poco circa la soglia di concentrazione necessaria per aumentare la permeabilità intestinale (leaky gut) e provocare gli effetti nefasti associati.

Le patate dolci sono nutrienti, un’aggiunta saporita alla paleo dieta. Una paleo dieta non dev’essere necessariamente o cronicamente low-carb ed a meno che non ci siano problemi metabolici, siate in forma ed attivi (sport!), risulta difficile trovare un buon motivo per non consumare, di tanto in tanto, una bella porzione di patate dolci. Per atleti o persone in salute e normopeso, che si allenano frequentemente e con una certa intensità le patate dolci (sweet potatoes, yams) rappresentano un’ottima risorsa di carboidrati ed una fonte di gran lunga superiore ai cereali.

Una persona senza problemi di metabolismo può utilizzare tutti i macronutrienti di un alimento fresco e naturale senza alcuna disfunzione metabolica. Questo è il motivo per cui ci sono comunità di cacciatori-raccoglitori come gli isolani di Kitava in Papua Nuova Guinea o i Pigmei Mbuti dell’Africa che consumano una dieta ricca di tuberi amidacei, mantenendo ottima salute e buona forma fisica oppure gli abitanti delle isole Tokelau in Nuova Zelanda (che prima della colonizzazione vantavano una salute di ferro) che consumavano una dieta ricca di grassi saturi (da cocco insieme a patate dolci e platano) che prevedeva la ripartizione di macronutrienti in 52% di grassi, il 36% di carboidrati ed il 12% di proteine.

Per cui, la scelta di mangiare patate ha molto a che fare con il proprio metabolismo. Per chi ha problemi metabolici, è sovrappeso, insulino-resistente, le patate dovrebbero essere limitate, se non addirittura eliminate del tutto. Per le persone magre ed attive, non penso che un po’ di patate rosse per cena creino alcun problema.

Giudicare un alimento solamente per la composizione dei suoi macronutrienti è da stupidi. E’ difficile da credere, ma ci sono voluti 50 anni per capirlo. Abbiamo grassi buoni (saturi ed omega-3) e grassi cattivi (omega-6), carboidrati buoni (amidacei) e carboidrati cattivi (fruttosio), buone proteine (carne) e cattive proteine (glutine). E’ la qualità dei macronutrienti, non la sua classificazione che li rende buoni o cattivi.

Dovremmo quindi tutti mangiare patate? Sfortunatemente, no.

Non perché ci sia qualcosa di poco salutare nelle patate, ma perché molte persone non possono digerire fonti di carboidrati densi in modo salutare. Inoltre, è bene tenere conto del livello di attività fisica e della condizione metabolica. In sostanza, questi carboidrati forniscono energia per l’attività fisica. Per chi vive una vita sedentaria, è meglio che si inizi a muovere oppure è meglio mantenere il consumo di carboidrati basso. I carboidrati vanno “guadagnati”. Per chi ha problemi metabolici, questi devono prima essere risolti perché significa che i carboidrati non vengono digeriti correttamente. Finisce così che che vengono immagazzinati come grasso e non come energia disponibile.

Ma per chi è in forma e si allena ad un buon livello, non solo può, ma deve consumare una fonte di carboidrati come le patate.

Come ridurre l’impatto glicemico delle patate

Alcuni rimedi per ridurre l’indice glicemico delle patate dolci:

Cuocere a temperatura medio-bassa. Se bollite, l’indice glicemico delle patate dolci rimarrà tra 50 e 60, se invece cotte ad alte temperatura (arrosto), l’indice glicemico arriva a 100.

Consumare le patate dolci insieme ai grassi. Il grasso rallenta la velocità con cui l’amido viene digerito, riducendo così il picco glicemico a seguito del pasto.

Mangiare le patate dolci con le verdure. Aggiungere fibre al pasto riduce in modo significativo l’indice glicemico dell’amido.

Consumare le patate dolci con sostanze acide. Aceto o succo dei crauti riducono l’indice glicemico degli amidacei.

Considerazioni finali sulle patate

Come avrete visto, esistono ancora punti oscuri sull’argomento. Tuttavia, gli esperti concordano sul fatto che per chi non ha problemi di ordine metabolico, di peso, fa esercizio fisico frequentemente, o non ha interesse a seguire una paleo dieta chetogenica continua, un consumo moderato di patate dolci non appare eccessivamente “pericoloso” . Sulla questione anti-nutrienti, c’è ancora molto da scoprire. Ma per quello che sappiamo oggi, le patate dolci sembrano essere la scelta migliore rispetto alle patate bianche.


Fonte: Codice Paleo

I 2 più importanti fattori di rischio in materia di Colesterolo?

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Mark Sisson su colesterolo e infiammazione

Per esempio, gli abitanti Giapponesi dell’isola di Okinawa risultano essere tra le popolazioni più in salute al mondo. Il tasso di malattie del cuore è estremamente basso, anche se tendono ad avere elevati livelli di colesterolo.

Il punto è che tutto è collegato all’infiammazione. L’infiammazione è il fattore principale nelle malattie cardiovascolari. E’ ormai un argomento assodato, tuttavia riceve sempre poca attenzione, senza particolare prevenzione né trattamento. Per controllare i livelli di infiammazione esiste un test che si chiama Proteina C Reattiva (PcR) tramite prelievo del sangue. E’ solo un marker, ma che può dirci molto.

Da cosa è causata l’infiammazione?

Non dai grassi, ma dai carboidrati. Zuccheri e carboidrati raffinati sono al primo posto nella lista dei responsabili, ma anche cereali e amidacei contribuiscono al problema. Il colesterolo LDL non aumenta proporzionalmente con un maggiore consumo di grassi saturi, ma con l’incremento dei livelli di infiammazione causati dai carboidrati e dai grassi idrogenati.

Inoltre, quasi ogni studio suggerisce che il colesterolo LDL sia una vera minaccia solo quando è ossidato (dai radicali liberi). Stiamo parlando principalmente di grassi idrogenati. Per contrastare i radicali liberi, è necessario consumare antiossidanti come vegetali, frutta, noci, olio d’oliva e così via.

Quando i valori dei trigliceridi ematici sono elevati (solitamente ciò è dovuto a un’alimentazione ad alto tenore di carboidrati che provoca un eccessivo rilascio di insulina), la produzione di VLDL (very low density lipoprotein) aumenta vertiginosamente per gestire la quantità anomala, e molte di queste particelle possono essere convertite in particelle LDL piccole e dense (le più pericolose). Si è appurato che queste ultime sono le particelle di colesterolo che possono aderire alle pareti delle arterie e successivamente ossidarsi e infiammarsi. Il processo aterosclerotico è ulteriormente accelerato dal consumo dei PUFA, facilmente ossisabili. Una dieta con un ridotto contenuto in carboidrati consente la riduzione del numero di queste pericolose particelle.

Su questo argomento, quanto sostenuto dalle opinioni convenzionali è totalmente sbagliato. Mentre è vero che i farmaci che riducono i livelli di colesterolo (statine), o un’alimentazione a basso contenuto di grassi e/o vegetariana può ridurre i livelli di trigliceridi e colesterolo nel sangue, una dieta che comporta un’eccessiva produzione di insulina avrà come effetto quello di infiammare e ossidare tutte le LDL piccole e dense che siano ancora presenti. Un esempio “sfortunato” è stato quello del giornalista Tim Russert, stroncato nel 2008 da un infarto all’età di 58 anni, malgrado avesse livelli di colesterolo totale estremamente bassi (105 mg/dl) grazie all’uso delle statine.

In definitiva, non c’è alcuna correlazione diretta tra il consumo di colesterolo e grassi saturi e la malattia cardiaca; l’ipotesi convenzionale che i grassi facciano male al cuore si verifica esclusivamente qualora sia presente nel sangue, per lunghi periodi, una quantità eccessiva di glucosio e di insulina.

Sul colesterolo totale

Cosa dicono? Cerca di mantenere il colesterolo totale sotto 200, altrimenti prima o poi ti verrà un infarto.

Mark Sisson: Quanto appena scritto non ha alcun significato. Anche se l’evidenza epidemiologica suggerisce che un colesterolo totale tra 200 e 240 mg/dl è migliore per limitare tutte le cause di mortalità, non possiamo essere completamente d’accordo. Prima di tutto, il valore del colesterolo totale è limitato poiché ci dice solamente la quantità di colesterolo contenuto in tutte le lipoproteine senza dirci niente circa il tipo di lipoproteine che abbiamo o che ci sono.

Secondariamente, il colesterolo totale è limitato poiché viene determinato tramite una formula bizzarra (HDL-C+LDL-C+[Trigliceridi/5]) che riduce i vari tipi di lipidi nel sangue, ognuno con un ruolo differente nell’organismo ed un unico impatto sul rischio di ammalarsi, a semplici numeri. Qualcuno con un basso livello di HDL e trigliceridi alti potrebbe facilmente avere lo stesso colesterolo totale di qualcun altro con livelli alti di HDL e bassi trigliceridi. Per cui, sebbene sia utilizzato per prevedere malattie o salute di ferro, il colesterolo totale in sé non ha alcun valore.

Il Dr. Joseph Mercola su colesterolo e rischio cardiovascolare

Secondo il Dr. Mercola, il livello totale di colesterolo non è un grande indicatore del rischio cardiovascolare.

Nei test di laboratorio viene indicato un valore massimo di 200 per il colesterolo totale come ottimale per ridurre i rischi cardiovascolari. Ma quello che non si dice è che i livelli di colesterolo totale non hanno alcun significato a meno che tale valore non sia superiore a 330.

Negli ultimi 20 anni, il colesterolo è stato considerato il primo responsabile per la demonizzazione di intere categorie di alimenti (come uova e grassi saturi) e accusato per ogni caso di malattie del cuore. Qualcosa da tenere il più basso possibile per non subirne le conseguenze.

Del resto, ancora oggi, vive quasi indisturbato il mito che descrive i grassi ed il colesterolo come alcuni tra i peggiori cibi che si possano consumare. Ecco, sappiate che questi sono miti da sfatare che fanno male alla vostra salute.

Non solo il colesterolo (molto probabilmente) non rovinerà la nostra salute (come ci hanno fatto credere), ma non è neppure la causa delle malattie cardiovascolari.

Robb Wolf su colesterolo HDL e carboidrati

Ho accennato al fatto che l’acido palmitico può aumentare le particelle LDL, ma la verità è che sono i carboidrati ad avere un effetto molto maggiore sul colesterolo e, in generale, sul rischio di malattie cardiovascolari. Ecco di seguito alcune cose da ricordare riguardo l’eccessivo consumo di carboidrati e all’iperinsulinismo che ne consegue.

Quando si assumono troppi carboidrati il colesterolo LDL viene convertito nella sua versione piccola, densa e aterogenica (la più pericolosa).
Il colesterolo totale aumenta a causa della sovraregolazione della HMG-CoA reduttasi.
L’infiammazione sistemica aumenta attraverso la sovraregolazione delle molecole proinfiammatorie come le prostaglandine, le citochine e i leucotrieni.

Quando si parla di colesterolo e malattie cardiovascolari, le cose importanti da ricordare sono:
concentrare l’attenzione sulle quantità e sulla qualità dei carboidrati che si consumano, privilegiando le verdure e utilizzando la frutta e i tuberi come fonte di energia per l’esercizio fisico intenso.
cercare di creare equilibrio tra omega-3 ed omega-6 che rispecchi le proporzioni di 1:1 o 1:2, mangiando prevalentemente carne di animali alimentati esclusivamente a erba e pesce non allevato, e limitando al contempo l’assunzione di omega-6.

Colesterolo basso, statine, infiammazione ed infarti

Questo studio indica che la maggior parte delle persone che hanno un infarto hanno il colesterolo basso!

Ora, tutti sono impegnati nel cercare di abbasare i livelli di colesterolo e somministrare statine per salvare le persone, ma la gran parte degli infarti avviene in persone con livelli bassi di colesterolo!

Sorprendentemente, le statine sembrano diminuire il tasso di infarti in pazienti con livelli bassi di colesterolo.

Il meccanismo?

Possibilmente una riduzione della Proteina C Reattiva, un indicatore di infiammazione sistemica.

Sapete cos’altro riduce l’infiammazione sistemica?

Una paleo dieta che controlli i livelli di insulina, che elimini i cibi irritanti per l’intestino, che riequilibri il rapporto tra omega 3 ed omega 6. Che aggiunga vitamina D ed ore di sonno. Così facendo, si disattivano i fattori infiammatori causanti malattie cardiovascolari, cancro e neurodegenerazione.

Fonte: Codice Paleo

Come avere valori ideali di Colesterolo e aumentare quello buono?

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Come aumentare i livelli di colesterolo HDL (quello buono)?

Aumentare il consumo di grassi saturi
Digiuno intermittente e/o consumare olio di cocco

Queste due attività sono di natura chetogenica, poiché inducono il fegato a produrre chetoni. I chetoni stimolano un recettore che induce il fegato a produrre più HDL.

Esercizio fisico

In un esperimento di 12 settimane, i livelli di HDL aumentarono del 24,8% secondo un programma di camminata a moderata intensità, ed un aumento del 20,9% con un programma di camminata ad alta intensità.

Consumare alcool con moderazione

Una birra al giorno aumenta i livelli di HDL del 4,4% (ma contiene glutine). Metà di una bottiglia di vino al giorno aumenta i livelli di HDL del 17%

Livelli di colesterolo ottimali :

Livelli di colesterolo totale: tra 200 e 260
Livelli di colesterolo LDL: sopra 100
Livelli di colesterolo HDL: sopra 60
Trigliceridi: tra 50 e 60

Riepilogando.

I fattori di rischio

Una dieta ad alto contenuto di carboidrati: provoca un’eccessiva produzione di insulina, alti livelli di trigliceridi e la conversione delle VLDL nelle LDL piccole, dense e pericolose.
Una dieta ad alto contenuto di PUFA (grassi polinsaturi omega-6): promuove l’ossidazione e l’infiammazione, consentendo alle LDL piccole e dense di danneggiare le arterie.
L’uso delle statine: compromette la produzione di energia da parte delle cellule (a causa della deplezione del coenzima Q10), danneggia muscoli e fegato e riduce i livelli di HDL.
L’esercizio fisico: se insufficiente, favorisce l’insulino-resistenza nei soggetti brucia-zuccheri che seguono una dieta ricca di carboidrati, ma fa male anche quando è eccessivo in quanto provoca la secrezione di un eccesso di cortisolo e una situazione di stress ossidativo.
La genetica: la predisposizioni sono normalmente rilevanti solo quando abbinate con stili di vita non idonei (eccesso di insulina, esercizio cronico, stress).

Dr. Kendrick su genetica e colesterolo:

La predisposizione genetica è una delle ipotesi più utilizzate per spiegare quello che non si capisce. Qualcuno che conoscevo molto bene ha avuto recentemente un infarto, a 36 anni. Era in forma, un ciclista di livello quasi internazionale. Era anche estremamente magro. Aveva le pulsazioni a riposo a 50 e la pressione sanguigna 120/70. Il suo colesterolo totale era 116 (molto basso). Era vegetariano e non fumava. Lo so quello che state pensando: era arrivata la sua ora.

Ora, possiamo considerare tutti i fattori di rischio elencati nelle tabelle create dall’American Heart Association, la European Society of Cardiology a la British Heart Foundation o qualsiasi altra associazione che vorrete citare. Secondo la gran parte di queste associazioni ed istituti, il mio amico non correva alcun rischio. Quindi, non avrebbe dovuto avere alcun infarto. Ad ogni modo, emerse poi che il padre aveva avuto un infarto a 50 anni.

Era quindi “geneticamente suscettibile”, direte voi. Vi supplico di riconsiderare la vostra posizione: se ci pensate bene, quello che avete appena pensato è un’affermazione completamente idiota.

Se qualcuno è geneticamente suscettibile alle malattie cardiovascolari, questa suscettibilità deve operare attraverso meccanismi identificabili. Altrimenti, siamo costretti a pensare che una grande mano appare dal cielo di tanto in tanto, e stabilisce a sua discrezione che è arrivata la tua ora e che devi morire d’infarto.

Le persone geneticamente suscettibili non hanno bisogno di alti livelli di colesterolo LDL o pressione sanguigna alta. Non hanno bisogno di fumare o di consumare una dieta ricca di grassi. Non hanno bisogno di essere sovrappeso o di avere il diabete o qualsiasi altra malattia. Queste persone vengono abbattute da una misteriosa forza genetica, che agisce in un modo che nessuna conosce.

Altre persone invece muoiono a causa dei fattori di rischio. Ma questi fattori non contano niente se siete geneticamente suscettibili.

Ho solo una parola per descrivere la “suscettibilità genetica”: Cazzate!

Azione preventive

1.Eliminazione dei carboidrati raffinati
2. Eliminazione dei PUFA (omega-6)
3. Aumento del consumo di grassi saturi con conseguente incremento del colesterolo (buono) HDL
4. Alimentarsi con la Paleo dieta: insulina moderata, corretto rapporto tra omega-6 ed omega-3, significativo aumento degli antiossidanti.
5. Esercitarsi con allenamenti brevi ed intensi uniti a movimento moderato
6. Ridurre lo stress: dormire adeguatamente, esporsi al sole, dedicare un po’ di tempo al gioco

Formule per valutare al meglio gli esami del colesterolo

Un bravo medico saprà interpretare i vostri test, ma se intanto volete divertirvi un po’. Ecco quanto.

Rapporto tra Colesterolo Totale / HDL: più basso è, meglio è. Indica una bassa concentrazione di particelle LDL.

Rapporto Trigliceridi / HDL: più basso è, meglio è. Indica la presenza di particelle LDL più grandi.

Rapporto tra trigliceridi e colesterolo HDL = rischio cardiovascolare

I livelli di trigliceridi nel sangue sono migliori quando bassi anziché alti. Su quanto alti possano essere, c’è ancora un grande dibattito. Tuttavia, la gran parte dei test indica un limite massimo di 175 (!!). Ad ogni modo, gli esperti più accreditati suggeriscono di non superare il valore di 80. In effetti, il rapporto tra HDL e triglicerici (che si ottiene dividendo il valore dei trigliceridi per il valore dell’HDL) è probabilmente il miglior metodo per definire il rischio cardiovascolare che si può ottenere da un esame standard del colesterolo. Minore è il rapporto tra i due valori, più basso è il rischio di malattie cardiovascolari (infarto). Un valore compreso tra 1 e 2 è considerato da buono a molto buono. Sotto l’uno, eccellente. 


Fonte: Codice Paleo

Cos’è e a cosa serve il Colesterolo?

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Tutti abbiamo bisogno del colesterolo.

Questa sostanza morbida e cerea si trova non solo nel sangue ma anche in ogni cellula del nostro corpo, dove aiuta a produrre le membrane cellulari, gli ormoni, la vitamina D e gli acidi biliari che ci permettono di digerire i grassi. Il colesterolo ci supporta anche nella formazione della memoria ed è vitale per la funzione neurologica.

Il fegato produce circa il 75% del colesterolo nel nostro corpo, e secondo la medicina convenzionale, ci sono due tipi di colesterolo:

Lipoproteine ad alta densità (HDL): questo è il colesterolo buono che ci aiuta a tenere il colesterolo lontano dalle arterie ed elimina ogni eccesso dalla placca arteriosa che può prevenire le malattie del cuore.

Lipoproteine a bassa densità (LDL): ovvero, il colesterolo cattivo che circola nel sangue, che secondo il comune pensare può formare placche che rendono le arterie strette e poco flessibili (aterosclerosi).

Inoltre, per completare il quadro del colesterolo totale ci sono:

Trigliceridi: livelli elevati di questi grassi sono stati collegati a malattie del cuore e diabete. I livelli dei trigliceridi sono conosciuti per essere in grado di aumentare in chi consuma molti cereali e zuccheri, è fisicamente poco attivo, fuma, beve eccessivamente alcool ed è sovrappeso o addirittura obeso.

Lipoproteine (a), o Lp(a): l’Lp(a) è una sostanza che viene prodotta da una parte di colesterolo LDL in aggiunta ad una proteina (apoproteina A-1). Livelli elevati di Lp(a) sono un fattore di rischio cardiovascolare. E’ un fatto ormai accertato, nonostante ancora pochi medici controllino questo valore nei loro pazienti.

A cosa serve il colesterolo HDL?

Il colesterolo HDL:
Fissa le endotossine batteriche, specialmente quelle di tipo lipopolisaccaride (LPS), e neutralizza la loro tossicità. Come risultato, le persone con alti livelli di HDL hanno sostanzialmente meno infiammazione durante le infezioni.
recupera le tossine in circolo, come il colesterolo ossidato e riporta le tossine al fegato per la disintossicazione. Le particelle di HDL che trasportano tossine hanno molte più probabilità di essere “accolte” dal fegato rispetto alle particelle di HDL senza tossine.

I benefici del colesterolo HDL:
le persone con alti livelli di HDL corrono 1/6 del rischio di sviluppare la polmonite, e nello studio Leiden 85-Plus, le persone con alti livelli di HDL correvano un rischio ridotto del 35% di morire a causa di infezioni.
Nell’EPIC study, ogni aumento di 16,6 milligrammi di HDL per decilitro ridusse il rischio di tumore intestinale del 22%.
Nel VA Normative Aging Study, ogni incremento di 10 milligrammi di HDL per decilitro fu associato con una diminuzione del 14% nel rischio di morire prima degli 85 anni di età.

Secondo Paul Jaminet, il valore ottimale di HDL dovrebbe essere intorno a 70. Ma nella maggior parte delle persone i livelli di trigliceridi sono troppo alti, mentre i livelli di HDL troppo bassi. Bassi livelli di trigliceridi ed alti livelli di HDL sono fortemente associati con uno stato di longevità.

Negli anziani, alti livelli di HDL sono associati con la capacità di camminare più velocemente e di un equilibrio migliore con aumentata funzione cognitiva.

Un colesterolo totale sotto i 200 indica una ridotta funzione immunitaria. Quando il colesterolo totale è basso (sotto i 200), le cause possibili possono essere:
una dieta povera di grassi, tipo la dieta macrobiotica. Se questo è il problema, aumentare i grassi
Ipertiroidismo, che può essere alleviato con integratori di litio
un’infezione come protozoa, fungina o parassiti che mangiano le particelle di lipoproteine.

Quando i livelli di colesterolo totale e HDL sono alti, ciò può significare una ridotta capacità di smaltimento di particelle LDL dal sangue. Possibili cause includono:
ipotiroidismo oppure carenza di iodio o selenio. Gli ormoni tiroidei sono necessari per attivare il recettore LDL, per permettere alle cellule di rimuovere il colesterolo LDL dal sangue. L’integrazione di iodio abbassa in modo significativo il colesterolo totale, il colesterolo LDL ed i trigliceridi.
L’insufficiente esposizione al sole previene il corpo dal produrre vitamina D ed altri steroli dal colesterolo.
Eccessiva ossidazione di colesterolo LDL oltre la capacità dei macrofagi di “ripulire” l’LDL ossidato.

Secondo Chris Kresser, queste sono le principali cause di colesterolo LDL elevato che può aumentare il rischio di malattie del cuore:
Insulino resistenza
Funzione tiroidea ridotta
Infezioni
Aumentata Permeabilità Intestinale (Leaky Gut)
Genetica

Ingeriamo colesterolo tramite molti dei cibi che consumiamo ed il nostro corpo produce (“sintetizza”) il colesterolo attraverso vari precursori. Circa il 25% del nostro fabbisogno giornaliero di colesterolo (tra 300 e 500 mg circa) deriva da ciò che mangiamo (colesterolo esogeno), mentre il rimanente 75% (tra 800 e 1200 mg circa) è prodotto dal nostro corpo (colesterolo endogeno). Per capire meglio queste cifre, consideriamo che le riserve totali di colesterolo nel nostro corpo oscillano mediamente dai 30 ai 40 grammi e che la gran parte di esso si trova nelle membrane cellulari. Ogni cellula nel corpo può produrre colesterolo e così pochissime cellule necessitano di un rifornimento (delivery) di colesterolo. Il colesterolo è necessario per tutte le membrane cellulari, per produrre ormoni steroidei e acidi della bile. E’ inoltre fondamentale nella sintesi di vitamine.

Il colesterolo è assolutamente vitale per la nostra sopravvivenza. Ogni cellula nel nostro corpo è avvolta da una membrana. Queste membrane sono fortemente responsabili della fluidità e della permeabilità, che essenzialmente controllano come una cellula si muove, come interagisce con le altre cellulre, e come trasporta “cose” importanti.


Fonte: Codice Paleo

 

I grassi saturi fanno bene al colesterolo?

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Molecola di Colesterolo

 

Forse non tutti sanno che esistono 4 tipi di grassi saturi, ognuno dei quali incide in modo differente sul colesterolo:

1.Acido laurico
2.Acido miristico
3.Acido palmitico
4.Acido stearico

I primi studi a riguardo supportavano l’idea che l’acido miristico e palmitico aumentassero generalmente il colesterolo totale, l’acido laurico provocasse un aumento lieve, mentre l’acido stearico non generasse alcun aumento di colesterolo. A quei tempi, gli esperimenti prevedevano che i pazienti consumassero solo i cibi che gli venivano somministrati e nient’altro. Tutti i pasti erano pensati per poter controllare con precisione i tipi di grassi consumati. Le persone che non si attenevano alle regole, venivano espulsi dal gruppo.

Quindi, la precisione e l’accuratezza di questi esperimenti è indiscutibile, e la conclusione che questi grassi saturi aumentassero il colesterolo è palese. Ad ogni modo, questi esperimenti avevano dei grossi limiti. Il principale era che il valore finale misurato era solo il colesterolo totale, un dato unico incompleto e fuorviante. Oggi sappiamo che questo dato da solo ha poco valore, ma evidentemente all’epoca la pensavano diversamente.

Infatti i livelli di colesterolo totale nel sangue sono un dato “crudo” come indice del rischio cardiovascolare e non riflettono le dinamiche del colesterolo nel sangue.

Il rapporto tra il colesterolo totale / colesterolo HDL è un indice molto migliore del rischio cardiovascolare, ed è ancora più indicativo se conosciamo il nostro stato di infiammazione.

L’esperimento del Dr. Hugh Macdonald Sinclair prevedeva la somministrazione ai soggetti di una dieta con basso contenuto di grassi a base di carne per 5 settimane, aggiungendo poi, durante la quarta e la quinta settimana, i grassi, mantenendo comunque lo stesso intake calorico durante tutta la durata dell’esperimento. Il risultato fu che il colesterolo totale aumentò durante la quarta e la quinta settimana (in corrispondenza dell’incremento di grassi), inducendo l’autore dell’esperimento a concludere che “i grassi saturi aumentano il colesterolo totale”. Alla fine della ricerca, il Dr. Sinclair non riportò il valore del rapporto tra colesterolo totale e colesterolo HDL, ma è un dato che si può calcolare .

A conti fatti, si evince che:

”l’aggiunta di grassi saturi alla dieta ha peggiorato il valore del colesterolo totale, ma ha migliorato il rapporto tra colesterolo totale ed HDL”.

Se ci fossimo fermati all’analisi del solo colesterolo totale, avremmo dedotto che i grassi saturi aumentano il rischio cardiovascolare. Ma guardando al rapporto colesterolo totale / HDL, ci accorgiamo invece del contrario.

Questo è il problema che risiede in gran parte degli studi condotti sul colesterolo dal 1960 fino alle fine degli anni 80. Ovvero la presa in considerazione di un unico valore (colesterolo totale) che ci ha portato a conclusioni fuorvianti che ancora oggi resistono al tempo che passa.

Una meta analisi (ricerca che combina i risultati di differenti studi) pubblicata nel 2010 dai medici Micha e Mzaffarian dell’Harvard School of Public Health dimostrò che quando i carboidrati venivano utilizzati per sostituire i grassi saturi nella dieta, i carboidrati aumentavano il rischio cardiovascolare, incrementando il livello dei trigliceridi e diminuendo i livelli di colesterolo HDL.

Inoltre, questa ricerca mostrò che la sostituzione dei carboidrati con i grassi saturi non aumentava, né diminuiva il rapporto tra colesterolo totale e colesterolo HDL. In effetti, quando comparati ai carboidrati, i grassi saturi risultavano essere neutrali, non provocando alcun incremento né diminuzione del rischio cardiovascolare. Infine, quando gli acidi grassi vennero comparati ai carboidrati, fu dimostrato che l’acido laurico, miristico e stearico abbassavano (quindi miglioravano) il rapporto tra colesterolo totale e colesterolo HDL.

Gli autori dello studio conclusero il loro studio con questa “scioccante” affermazione:

Queste meta analisi suggeriscono che non vi è alcun effetto sulle malattie del cuore derivante dal consumo di acidi grassi saturi.

Il consumo di acidi grassi saturi ed il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari è un argomento molto controverso. Negli ultimi anni molti ricercatori hanno suggerito che un aumentato consumo di alcuni acidi grassi saturi (acido laurico, miristico e palmitico) riducesse l’attività del recettore LDL e quindi aumentasse i livelli di LDL nel sangue, che è stato associato ad un maggiore rischio cardiovascolare. Dall’altro lato, l’acido stearico si è dimostrato in grado di diminuire i livelli di LDL nel sangue.

Qualunque sia la “verità”, questa visione è troppo semplicistica, visto che ci sono molti altri fattori che contribuiscono a provocare malattie del cuore, come il fumo, il mancato esercizio fisico, il consumo di grassi idrogenati, il rapporto sfavorevole tra omega 6 ed omega 3, i radicali liberi, la carenza di nutrienti, l’omocisteina, il consumo di alcool e l’infiammazione cronica, tra gli altri.

Inoltre, alcuni studi suggeriscono che non ci siano abbastanza dati scientifici a supporto del fatto che l’aumento del colesterolo totale o del colesterolo LDL sia un fattore di rischio indipendente per le malattie cardiovascolari, ma che piuttosto il vero responsabile sia il colesterolo LDL ossidato. La produzione di placche è mediata dal colesterolo LDL ossidato, non dal colesterolo LDL. Il colesterolo LDL ossidato può produrre il distacco di uno strato interno dell’arteria, detto glicocalice. A quel punto, il colesterolo LDL ossidato si infiltra nell’arteria. Il colesterolo LDL ossidato viene “mangiato” dai macrofagi, un processo conosciuto come fagocitosi, facendo sì che i macrofagi siano trasformati in cellule schiumose che producono un tappo fibroso.

Per produrre un evento ischemico, il tappo fibroso dev’essere rotto. Lectine ed infiammazione cronica sono coinvolte nell’attivazione della metalloproteinasi di matrice che rompe il tappo fibroso.

Riassumendo, livelli alti di colesterolo totale o di colesterolo LDL non aumentano il rischio cardiovascolare, piuttosto, è il colesterolo LDL ossidato che aumenta il rischio cardiovascolare. Per produrre il colesterolo LDL ossidato sono necessari i fattori summenzionati. Quindi, il consumo di acidi grassi saturi non è un problema se controlliamo gli altri fattori elencati.


Fonte: Codice Paleo