Acido Alfa Lipoico e sua integrazione

alaIntroduzione

L’acido alfa lipoico è un composto che ricopre un ruolo chiave nel metabolismo energetico cellulare della maggior parte degli esseri viventi, a partire dai batteri per arrivare fino all’uomo. Sono inoltre note le sue spiccate proprietà antiossidanti. Per questa ragione, l’assunzione di acido alfa lipoico sotto forma di integratore alimentare, può essere di grande utilità per attivare queste funzioni di vitale importanza per l’organismo.

Acido alfa lipoico: ruolo e biochimica

L’acido alfa lipoico è una molecola relativamente piccola formata da una catena di otto atomi di carbonio e due di zolfo collocati nella parte terminale. Nella forma ridotta, nota anche con il nome di acido diidrolipoico, gli atomi di zolfo sono presenti come tioli liberi (-SH), mentre nella forma ossidata, grazie alla generazione di un legame disolfuro (-S-S-), danno origine ad una struttura terminale ad anello (“dithiolane ring”). Data la sua particolare struttura molecolare, l’acido alfa lipoico può sia andare incontro a reazioni di ossido-riduzione, che fungere da trasportatore di elettroni, o di gruppi acetilici (o altri acili). (Vedi figura 1)
Per questo motivo, l’acido alfa lipoico agisce da cofattore per numerosi enzimi che partecipano al processo di conversione del glucosio, degli acidi grassi e delle altre fonti energetiche in adenosin trifosfato (ATP) (es. piruvato deidrogenasi, alfa-chetoglutarato deidrogenasi). Tale processo, che avviene a livello dei mitocondri cellulari, comprende quel complesso insieme di reazioni che è noto con il nome di “ciclo di Krebs”. La disponibilità di acido lipoico a livello cellulare, aumenta la percorribilità del ciclo di Krebs e conseguentemente anche l’efficienza dell’intero processo.

Attività antiossidante

L’acido alfa lipoico possiede alcune particolari caratteristiche che lo rendono non solo straordinariamente efficace come antiossidante, ma anche assolutamente indispensabile al nostro organismo per contrastare i danni associati alla formazione di radicali liberi. Le peculiarità che lo rendono unico sono le seguenti:
Alta assorbibilità: essendo una molecola relativamente piccola, l’acido alfa lipoico può essere prontamente assorbito e trasportato attraverso le membrane cellulari dove può quindi esercitare la sua azione.
Versatilità: l’acido alfa lipoico mantiene la sua attività sia nei comparti cellulari acquosi (citoplasma) che in quelli lipidici (membrana cellulare).
Mantenimento del potere antiossidante in entrambe le forme: sebbene la forma ridotta (acido diidrossi lipoico) sia la più attiva, anche a quella ossidata sono associabili apprezzabili proprietà antiossidanti.
Ampio spettro d’azione: l’acido diidrossi lipoico è attivo contro numerose specie radicaliche (ad esempio: radicali di tipo perossil, idrossil e perossi-nitritico, oltre a superossidi ed idroperossidi).
Rafforza e completa la rete difensiva messa a punto dalle altre molecole antiossidanti. L’acido alfa lipoico nella forma ridotta (acido diidro lipoico) è in grado di donare il suo elettrone alle forme ossidate e quindi non più attive di glutatione (glutatione disulfide) e di vitamina C (acido deidroascorbico), rigenerandole a glutatione ridotto e ad acido ascorbico. A sua volta, la vitamina C in forma ridotta è in grado di riattivare la forma ossidata della vitamina E (cromanossil radicale) riducendola a tocoferolo (vitamina E attiva). A tutto questo processo può essere associato carattere di ciclicità. Dopo la donazione di un elettrone, l’acido diidro lipoico ritorna alla forma ossidata di acido lipoico. Dal momento che anche l’acido lipoico nella forma ossidata possiede proprietà antiossidanti, il ciclo di rigenerazione può proseguire nell’interesse della cellula.
Contenimento della fuoriuscita di radicali liberi originatisi in concomitanza di un metabolismo energetico spinto: la metabolizzazione dell’energia attraverso il ciclo di Krebs, quando è molto spinta, favorisce la formazione di radicali liberi. Anche se la maggior parte di questi radicali sono contenuti nell’ambito delle reazioni chimiche del metabolismo energetico, una piccola parte può fuoriuscire e condurre gradualmente al danneggiamento cellulare. La disponibilità di acido lipoico, sebbene aumenti la percorribilità del ciclo di Krebs ed il conseguente rendimento energetico, incrementa anche il contenimento dei radicali liberi in formazione nel corso dell’intero processo. In tal modo viene garantito un sufficiente effetto protettivo, anche in condizioni di elevato rendimento energetico.

Miglioramento del controllo del glucosio

L’acido alfa lipoico non è in grado solo di incrementare l’efficienza dell’insulina, ma può migliorare anche il trasporto del glucosio all’interno delle cellule utilizzando vie indipendenti da quelle dell’insulina stessa. Tutto ciò, unitamente ad una migliore efficienza dell’utilizzazione del glucosio attraverso i normali processi metabolici, contribuisce alla normalizzazione del livello di glucosio nel sangue. In tal modo, la probabilità che si formino alcuni pericolosi composti di carattere radicalico, i cosiddetti AGEs (“Advanced Glycation End-products”) risulta sensibilmente ridotta. Tali prodotti si possono infatti generare a partire dalle proteine cellulari in seguito all’accumulo di elevati livelli di glucosio nel sangue. È ormai noto come le reazioni di glicosilazione e la formazione degli AGEs contribuiscano all’invecchiamento ed alla degenerazione cellulare. In loro presenza aumenta anche la predisposizione dell’organismo nei confronti di alcune patologie, in particolare modo di quelle che interessano l’apparato cardiovascolare.
L’acido alfa lipoico possiede inoltre la proprietà di ridurre la resistenza all’insulina, tipico fenomeno che concorre all’insorgenza di alcune patologie, quali il diabete e la cosiddetta “Sindrome X” (un disturbo collegato sempre alla resistenza insulinica ed, a seconda dei casi, anche ad altri fattori, quali ad esempio: l’intolleranza al glucosio, il sovrappeso, l’ipertensione arteriosa, la trigliceremia e l’ipercolesterolemia).

Per la funzionalità nervosa

L’acido alfa lipoico è in grado di proteggere i nervi dal danneggiamento agendo su diversi fronti. In primo luogo, limitando i danni provocati dai radicali liberi, li preserva da una pericolosa degenerazione. Secondariamente, migliorando la velocità della comunicazione nervosa, ne ottimizza la funzionalità. Inoltre, l’acido alfa lipoico esercita un’azione normalizzante nei confronti della sensibilità nervosa, riducendo in tal modo sia il dolore che la torpidità sensoriale.
Nel caso particolare della sciatalgia, ad esempio, sembra che la somministrazione di acido alfa lipoico possa aumentare nel nervo sciatico la presenza di alcune sostanze ad azione neurotropica, quali ad esempio il neuropeptide Y. Ciò migliorerebbe sensibilmente la funzionalità nervosa e diminuirebbe il dolore.

Contro la cataratta

Da numerosi studi condotti su animali è emerso come la somministrazione di acido alfa lipoico possa ridurre il rischio della comparsa di cataratta. Questa patologia è molto spesso correlata ad elevati livelli di glucosio nel sangue ed alla sovraesposizione alla luce solare. Tali fattori infatti contribuiscono alla formazione di radicali liberi, i quali possono poi provocare danni alle proteine delle lenti dell’occhio e favorire la generazione degli AGEs.
Uno dei principali antiossidanti presenti nel fluido che circonda l’occhio è il glutatione. Come è già stato detto, l’acido alfa lipoico può contribuire alla rigenerazione del glutatione. Tutto ciò risulta di particolare importanza dal momento che la molecola del glutatione, a causa delle sue dimensioni, non è facilmente assorbibile a livello intestinale e quindi neppure prontamente assimilabile per via orale. C’è inoltre da sottolineare che l’acido alfa lipoico contiene zolfo, vale a dire uno dei più importanti componenti della molecola del glutatione. L’integrazione con acido alfa lipoico può dunque risultare di grande utilità per incrementare i livelli di glutatione nel nostro organismo, soprattutto nei distretti nei quali esso riveste particolare importanza.

Altro

L’ictus è una grave patologia alla base della quale si colloca la formazione di un coagulo che blocca il flusso di sangue in un vaso del cervello e conduce al parziale o totale soffocamento delle cellule nella zona interessata. Anche dopo che è stata rinstaurata la circolazione, data comunque l’avvenuta formazione di un ingente quantitativo di radicali liberi, le cellule possono continuare ad essere danneggiate. In questo caso, la disponibilità di acido alfa lipoico può risultare di vitale importanza per la minimizzazione dei danni.
Le applicazioni terapeutiche dell’acido alfa lipoico possono estendersi anche in altri campi, ad esempio nel trattamento degli avvelenamenti da funghi Amanita e Galeriana. Le tossine prodotte da questi funghi, infatti, sono in grado di inibire la normale funzionalità del fegato e di distruggere le cellule epatiche. L’estrema tossicità di tali composti può condurre a conseguenze gravissime che comprendono, in funzione della dose ingerita, anche il coma e la morte. Il trattamento più diffuso è rappresentato dal trapianto del fegato. Questa soluzione, per motivi di varia natura, non è sempre attuabile. L’azione benefica che può esercitare in questi casi l’acido alfa lipoico non sembra tanto diretta alla neutralizzazione delle tossine quanto piuttosto alla stimolazione della reattività delle cellule epatiche. Ciò è direttamente visibile dalla graduale normalizzazione di alcuni enzimi, quali ad esempio la SGPT.
L’azione epato-protettiva esercitata dall’acido alfa lipoico è di notevole interesse terapeutico, anche se necessita di ulteriori approfondimenti. Per queste ragioni, gli integratori a base di acido alfa lipoico potrebbero in futuro rappresentare un’ulteriore arma preventiva a nostra disposizione per la difesa nei confronti delle sostanze tossiche con le quali possiamo involontariamente venire a contatto tutti i giorni.

Posologia e tossicità

L’acido alfa lipoico è solitamente presente in maggiori quantità nei tessuti che sono più ricchi di mitocondri, ovvero di quelli organelli cellulari nei quali avvengono la maggior parte delle reazioni deputate alla produzione di energia. In pratica, l’acido alfa lipoico è presente nelle foglie delle piante che contengono mitocondri e nei tessuti vegetali non fotosintetici, quali ad esempio i tuberi delle patate. Ne sono particolarmente ricchi anche i broccoli e gli spinaci. La maggiore fonte di acido lipoico rimane comunque la carne rossa e alcune frattaglie (in particolare modo il cuore).
Sebbene l’acido lipoico non rappresenti di per sé un costituente definibile come essenziale, dal momento che il nostro organismo è in grado di sintetizzarlo, esso si ritrova comunque in quantità abbastanza ridotte nel corpo umano. Sussistono inoltre problemi di biodisponibilità per l’acido lipoico contenuto negli alimenti in quanto esso è presente in forma complessata con la lipolisina e crea un insieme più grande e più difficilmente assorbibile.
Quanto fino ad ora osservato gioca dunque a favore dell’assunzione di acido alfa lipoico tramite integrazione. I dosaggi ottimali possono variare di molto in funzione delle caratteristiche individuali, dello stile di vita, dell’attività fisica, dell’esposizione ai raggi solari e della dieta.
La dose comunque normalmente consigliata a scopo genericamente preventivo nei confronti delle degenerazioni causate dai radicali liberi per i soggetti sani è di 50 mg/die, da assumersi preferibilmente in associazione con altri composti ad azione antiossidante (quali ad esempio: vitamine A, C, E, Selenio, Coenzima Q10, etc..). Per l’attenuazione dei disturbi collegati all’intolleranza al glucosio ed alla Sindrome X sono invece suggeriti dai 100 ai 300 mg/die.
In presenza di soggetti diabetici, invece, sono consigliabili 600 mg/die, da assumersi però sotto stretto controllo medico. In tali casi infatti, la somministrazione di alte dosi di acido alfa lipoico può diminuire il fabbisogno di altri farmaci in grado di abbassare il livello di glucosio nel sangue.
Per quanto concerne la tossicità, possiamo affermare che l’assunzione giornaliera di 50 mg/die di acido alfa lipoico non è stata fino ad oggi collegata con alcun effetto collaterale specifico. Alcuni studi, che hanno coinvolto dosaggi da 100 a 600 mg/die per periodi dai tre ai sei mesi, hanno evidenziato una bassa tossicità sugli esseri umani. Per dosaggi molto più alti sono invece stati riportati, anche se solamente in casi sporadici, significativi decrementi della glicemia ed alcune reazioni allergiche a livello cutaneo. Altre ricerche hanno inoltre documentato l’assenza di potere mutageno, teratogeno o cancerogeno.

Acido alfa Lipoico – Proprietà

– COME POTENTE ANTIOSSIDANTE, CONTRASTA EFFICACEMENTE I PROCESSI DEGENERATIVI RADICALICI
– COME REGOLATORE DEL GLUCOSIO E DELL’INSULINA PREVIENE L’INSORGENZA DI ALCUNE PATOLOGIE E/O NE ATTENUA I SINTOMI (DIABETE, SINDROME X, CATARATTA, ICTUS, ETC)
– INCREMENTANDO L’EFFICIENZA DEL CONSUMO DI GLUCOSIO, AUMENTA L’ENERGIA DISPONIBILE
– RIDUCE LA GLICOSILAZIONE E LA RELATIVA FORMAZIONE DEGLI AGES (RESPONSABILI DELL’INVECCHIAMENTO E DELLA DEGENERAZIONE CELLULARE).
– MIGLIORANDO LA VELOCITÀ DELLA COMUNICAZIONE NERVOSA, NE OTTIMIZZA LA FUNZIONALITÀ.
– ESERCITA UNA FUNZIONE NORMALIZZANTE NEI CONFRONTI DELLA SENSIBILITÀ NERVOSA, RIDUCENDO IN TAL MODO SIA IL DOLORE CHE LA TORPIDITÀ SENSORIALE (ES. SCIATALGIA).
– COME STIMOLANTE DELLA FUNZIONALITÀ EPATICA, NE POTENZIA LE CAPACITÀ DETOSSIFICANTI.

ACIDO ALFA LIPOICO
Tabella riassuntiva

ATTIVITÀ ANTIOSSIDANTE
È facilmente assorbibile
È versatile: è attivo sia in ambiente lipidico che acquoso
Mantiene il potere antiossidante sia in forma ossidata che in forma ridotta
È attivo contro numerose specie radicaliche
Rafforza e completa la rete difensiva formata dalle altre molecole antiossidanti.
Contiene la fuoriuscita di radicali liberi originatisi in occasione di un metabolismo energetico spinto.

CONTROLLO DELLA GLICEMIA
Incrementa l’efficienza dell’insulina
Riduce la resistenza all’insulina
Riduce i livelli di glucosio nel sangue
Riduce la formazione di AGEs

DOSE CONSIGLIATA
Per i soggetti sani: 50 mg/die
Per l’attenuazione dei disturbi collegati all’intolleranza al glucosio ed alla Sindrome X: dai 100 ai 300 mg/die.
Per i soggetti diabetici: 600 mg/die, da assumersi sotto stretto controllo medico.

SINERGIE CON
Altri composti ad azione antiossidante (quali ad esempio: vitamine A, C, E, Selenio, Coenzima Q10, etc..).

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Fonte: http://www.olympian.it/

Vitamina C e sua integrazione

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La vitamina C è un componente importante e generalmente disponibile in frutta, verdura ma anche carni.

Nonostante quello che si pensi, quando il consumo di carboidrati è molto ridotto, il bisogno di vitamina C diminuisce.

E’ evidente che come regola generale (ma soprattutto per chi segue la Paleo dieta), la vitamina C come tutte le altre sostanze dovrebbero essere assunte tramite i cibi.

Prendiamo ad esempio la frutta (spesso ricca di antiossidanti come la vitamina C) che contiene grandi quantità di antiossidanti per prevenire l’ossidazione dagli zuccheri (specialmente il fruttosio) che essa stessa contiene.

Questo però non è sempre possibile. in particolar modo quando i cibi che arrivano sulla nostra tavola sono (frutta e verdura) coltivati con pesticidi, costretti a maturare in microclimi artificiali ed in presenza di gas, o cresciuti su un suolo ormai “esaurito” o addirittura contaminato da sostanze chimiche. Stesso discorso per le carni di animali allevati in spazi angusti o alimentati con soia e granaglie.

Quali sono gli alimenti ricchi di vitamina C?

I cibi generalmente ricchi di vitamina C sono:
gli agrumi (arance, limoni, pompelmi)
i frutti tropicali
le fragole
i kiwi
le bacche (lamponi, mirtilli, more)
i pomodori
i broccoli
i peperoni (rossi e verdi)
il cavolfiore
i cavoletti di Bruxelles
il prezzemolo

Ed altri ancora. E’ buona regola consumare questi cibi crudi (o lievemente cotti) affinché possano conservare una maggiore quantità di vitamina C.

A cosa serve la vitamina C?

La vitamina C è necessaria per la produzione di alcuni componenti fondamentali per il nostro corpo.
1.Collagene
2.Carnitina
3.Norepinefrina e Epinefrina (Adrenalina)
4.Enzimi

Inoltre, la vitamina C:
Contribuisce al rafforzamento del sistema immunitario
Previene l’ossidazione del colesterolo nel sangue
Regola i livelli di zucchero nel sangue
Previene febbre e raffreddore
Protegge la salute degli occhi
Preserva i batteri buoni dell’intestino e lo protegge da Candida ed altri parassiti
Controbilancia la presenza di nitrati
E’ necessaria per mantenere i livelli di glutatione, il principale anti-ossidante del sistema immunitario.

Una carenza di vitamina C può provocare una tendenza a carie e fratture, perdita di capelli e denti, perdita muscolare, gengivite, difficoltà a guadagnare muscoli, guarigione lenta delle ferite, dolori articolari. Carenze importanti di vitamina C possono addirittura portare alla morte, se non curate.

La carenza di vitamina C può essere molto pericolosa e potenzialmente fatale:
1.senza carnitina, il corpo diventa affaticato e debole, mentre la ridotta attività mitocondriale accelera l’invecchiamento.
2.Senza collagene, tutti i tessuti deperiscono, compreso il cuore, i vasi sanguigni, i muscoli, l’intestino e le ossa.
3.Senza il riciclaggio di glutatione, lo stress ossidativo aumenta e le difese immunitarie si indeboliscono, portando ad infezioni ed infiammazione.

Secondo Paul Jaminet, persone giovani ed in salute dovrebbero integrare la vitamina C con 400 mg al giorno. Nelle persone malate, dosi maggiori possono portare benefici.

Particolarmente interessante la storia di un agricoltore neo-zelandese che dopo aver contratto l’influenza suina, essere stato in fin di vita e considerato senza alcuna speranza di sopravvivere (i medici suggerirono ai familiari di staccare le macchine per tenerlo in vita), gli furono somministrate dosi massicce di vitamina C (100 grammi al giorno). Per la somministrazione la famiglia dovette battersi a lungo contro il parere dei medici ed arruolare un avvocato per “costringere” i medici a curare il paziente con vitamina C.

Dopo la cura di vitamina C, il paziente si è ripreso ed è guarito completamente (anche dalla leucemia, diagnosticatagli dai medici dopo l’aggravarsi dell’influenza suina). La sua commovente storia, in questo video.

Inoltre, vari studi clinici hanno dimostrato i numerosi benefici per chi assume vitamina C:
secondo “The first national health and nutrition examination survey epidemiologic follow-up study” si è scoperto che nelle persone che integravano almeno 300mg di vitamina c al giorno, il rischio di morte (per qualsiasi causa) diminuiva del 35% negli uomini e del 10% nelle donne. Il tasso di mortalità da malattie cardiovascolari diminuiva del 42% negli uomini e del 25% nelle donne, e la mortalità dal cancro si riduceva del 22% neglio uomini e del 14% nelle donne. Inoltre, gli uomini che assunsero 800 mg di vitamina C al giorno vissero 6 anni di più delle persone che ne avevano assunto la dose generalmente consigliata (90 mg per gli uomini e 75mg per le donne).
“The “Nurses Health Study” che ha seguito la salute di 85.000 donne per oltre 16 anni ha scoperto che l’assunzione di integratori di vitamina C era associata ad una riduzione di rischio di malattie del cuore del 28%.
Uno studio incrociato che analizzava nove studi e che ha seguito 290.000 adulti per circa 10 anni ha scoperto che coloro i quali assumevano più di 700 mg di integratori di vitamina c al giorno vedevano ridotto del 25% il rischio di malattie coronarie rispetto a coloro i quali non integravano la vitamina C.

Tossicità della vitamina C

Trovare effetti negativi da alte dosi di vitamina C è davvero difficile.

Dosi (per via orale) superiori a 4 grammi al giorno possono provocare nausea e diarrea. Questo è il motivo per cui il limite massimo al giorno è di 2 grammi. Anche se la tolleranza a livello intestinale è molto variabile. Ad esempio, in persone malate la tolleranza può raggiungere anche i 100 grammi al giorno.

Nei pazienti affetti da cancro, la vitamina C può ridurre gli effetti della chemioterapia. Ecco perché solitamente viene somministrata in modalità intermittente.

Dosi consigliate di vitamina C (secondo Paul Jaminet)

L’integrazione di vitamina C in persone sane va da 500 mg fino a 1 grammo al giorno e generalmente non crea problemi, anzi, produce una serie di benefici tra cui una significativa riduzione del tasso di mortalità.

In persona malate, secondo gli studi del Dr. Robert Cathcart le dosi dovrebbero essere maggiori. Sempre dopo aver consultato il vostro medico di fiducia.

(Alcuni dati sono stati estrapolati dal libro Perfect Health Diet di Paul & Shou-Ching Jaminet)


Fonte: Codice Paleo

L’importanza della Vitamina D

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L’ottimizzazione della vitamina D riduce i tassi di mortalità del 50%.

Si tratta di una vitamina liposolubile e contribuisce a varie attività tra cui: la funzione immunitaria, il metabolismo del calcio e del fosforo, la mineralizzazione delle ossa.

La vitamina D è fondamentale per:

il metabolismo dei grassi
la prevenzione del cancro
l’autoimmunità
la fertilità
l’insulino-resistenza
il diabete di tipo 1 e 2
le malattie cardiovascolari
l’azione anti-infiammatoria
la funzione tiroidea

La vitamina D è principalmente “fabbricata” nella pelle, quando si è esposti al sole; è inoltre presente in alcuni cibi come l’olio di di fegato di merluzzo.

La carenza di vitamina D porta a rachitismo ed indebolimento immunitario. Una buona parte della popolazione (oltre il 50%) soffre di carenza di vitamina D. Anche seguire una paleo dieta equilibrata, in assenza di integratori o sufficiente esposizione solare, non è sufficiente per avere adeguati livelli di vitamina D,

La carenza di vitamina D è estremamente dannosa per la salute. Tra le varie cose, una carenza contribuisce a:

Tumore: in particolare per i tumori a carico del seno, l’intestino e le ovaie. Aumentare i livelli di vitamina D di 20 ng/ml può ridurre l’incidenza di tumore al seno del 41%.
Malattie cardiovascolari: i livelli di vitamina D predicono chi morirà di infarto: minore il livello di vitamina D, maggiore la probabilità di un attacco di cuore mortale. In Europa, le morti per malattie coronarie sono correlate ai livelli di radiazione solare: più sole, meno morti.
Mortalità: persone con più alti livelli di vitamina D hanno meno probabilità di morire (per qualunque causa). Nel LURIC study, solo l’8% dei soggetti aveva un livello di vitamina D superiore a 30 ng/ml. Queste persone correvano 1/4 del rischio di morire rispetto a coloro i quali ne erano carenti. In questo studio, un team di scienziati austriaci scoprì che bassi livelli di vitamina D indicavano un rischio maggiore di morte per le malattie cardiovascolari.
Diabete: un maggiore livello di vitamina D è associato con minori tassi di diabete.
Malattie infettive: in presenza di forte rachitismo, le persone morivano frequentemente di infezioni respiratorie, come polmonite, tubercolosi ed influenza. L’influenza ed altre infezioni respiratorie colpivano principalmente in inverno, quando il livello di vitamina D si abbassa. Queste connessioni non sono casuali. In un esperimento condotto su studenti giapponesi, l’integrazione con 1.200 UI al giorno di vitamina D ridusse il rischio di influenza del 42%.
Demenza: la vitamina D è molto efficace nel miglioramento della funzione cognitiva nei pazienti con l’Alzheimer. In un caso, un medico dello stato di Georgia riportò che un paziente con l’Alzheimer che non aveva parlato per un anno, ritrovò la capacità di conversare alcuni mesi dopo aver integrato con 5.000 UI di vitamina D al giorno.
Sclerosi multipla: è ben noto il fatto che l’incidenza della sclerosi multipla è maggiore nei paesi con latitude nord ed è fortemente associata a bassi livelli di vitamina D.
Malattie della tiroide: la carenza di vitamina D è associata a malattie autoimmuni della tiroide.

Uno dei motivi per cui i sostenitori della Paleo dieta enfatizzano così tanto l’importanza della vitamina D sta nel fatto che è possibile esserne carenti anche seguendo una Paleo dieta bilanciata. Il motivo non risiede troppo nei cibi che consumiamo, ma solo perché la fonte principale di vitamina D è il sole.

Per chi lavora in ufficio o spende parte del tempo in ambienti chiuso o ancora vive in climi poso “soleggiati”, le probabilità di essere carenti di vitamina D sono assai elevate. Questo perché la vitamina D viene prodotta dal colesterolo nella pelle quando a contatto con i raggi solari. Infatti, il colesterolo è un componente fondamentale per la nostra salute, e coloro i quali assumono statine per ridurre i livelli di colesterolo sono ancora più a rischio di essere carenti di vitamina D.

La popolazione Inuit ad esempio, che non si espone molto al sole, ha comunque la pelle abbastanza scura poiché ottiene la vitamina D da uno dei pochi cibi che la contiene: pesci ad alto contenuto di grassi. E’ infatti il grasso del pesce che contiene vitamina D.

In sostanza, si stima che oltre il 50% della popolazione mondiale sia carente di vitamina D, e livelli di vitamina D sotto 30 ng/ml sono stati associati a rischio fratture, cancro, disfunzioni del sistema immunitario, malattie cardiovascolari ed ipertensione.

Quanta vitamina D assumere secondo Mark Sisson?

Una buona regola generale è quella di integrare con 4.000 UI di vitamina D al giorno. Ma prima di integrare, eseguite l’esame del sangue 25(OH)D per verificarne i livelli. Cercate di raggiungere i 50-60 ng/ml di vitamina D, dove pare si possano ottenere i migliori benefici. Se 4.000 UI al giorno non sono sufficienti, si può sempre aumentare la dose (chiedete al vostro medico), tenuto conto che il nostro corpo è in grado di produrre 10.000 UI in meno di un’ora, integrazioni fino a 10.000 UI risultano ben tollerate.

Quanto vitamina D assumere secondo Robb Wof?

Una stima, piuttosto cauta, dei livelli ancestrali normali si aggira sulle 10.000-20.000 UI di vitamina D al giorno da esposizione solare.

Diamo un’occhiata a qualche dato interessante. La gran parte degli istituti di ricerca raccomanda livelli di vitamina D tra 30 e 35 ng/ml, mentre le popolazioni che vivono all’equatore, e sono molto esplose al sole, presentano livelli nei tessuti che arrivano a 65-80 ng/ml. Diversi studi hanno dimostrato che livelli superiori ai 50 ng/ml sono in grado di prevenire il cancro e l’autoimmunità, il che non dovrebbe sorprenderci, visto che questi sono, con ogni probabilità, i livelli normali su cui si è assestato il nostro genoma, che risale al Paleolitico. Visti i benefici della vitamina D, credo che per la maggior parte delle persone sia ragionevole integrare con 2.000-5.000 UI al giorno di vitamina D (D3).

Prendete la vitamina D al mattino insieme a un pasto che contenga grassi. Se volete monitorare i vostri livelli nel sangue, dovreste trovare il modo di assumere vitamina D sufficiente a raggiungere valori intorno a 50-65 ng/ml di vitamina D.

Chi soffre di iperparatiroidismo dovrà mantenere il dosaggio inferiore a 1.000 UI al giorno, perché c’è il rischio che, per queste persone, la vitamina D raggiunga dosaggi tossici.

Quanta vitamina D secondo Chris Kresser?

Contrariamente a quello che alcuni ricercatori e medici raccomandano, non esiste alcuna evidenza che aumentare i livelli di vitamina D oltre 50 ng/ml faccia bene, anzi ci sono evidenze che ciò possa fare male. Uno studio dimostra che il picco di densità ossea si ottiene a 45 ng/ml, visto che poi diminusce una volta che i livelli di vitamina D superano i 45 ng/ml.

Un altro studio ha dimostrato il rischio di calcoli renali e malattie cardiovascolari con alti livelli di vitamina D, dovuti ad elevati livelli di calcio che accompagnano l’eccesso di vitamina D.

E’ comunque importante ricordare che la presenza di vitamina A e K2 ci proteggono dalla tossicità della vitamina D e viceversa. E’ quindi possibile che negli studi sopra citati i soggetti con un eccesso di vitamina D fossero carenti di vitamina A e/o K2. Questo è il motivo per cui è così importante integrare con tutte le vitamine liposolubili contemporaneamente.

Durante l’estate, una mezz’ora di esposizione solare (a mezzogiorno) di una persona con carnagione chiara produce 10-20.000 UI di vitamina D. Per chi ha la pelle scura, o si espone al sole in periodi diversi dell’anno o passa più tempo in ambienti chiusi, la produzione di vitamina D sarà ben inferiore.

Inoltre, vanno considerati altri fattori come l’invecchiamento, l’obesità, alti livelli di cortisolo, l’aumentata permeabilità intestinale (leaky gut), un basso consumo di grassi (oppure non digerirli bene), l’assunzione di alcuni farmaci o l’infiammazione che riducono la nostra capacità di convertire le radiazioni solari in vitamina D. Questo è il motivo per cui l’esposizione solare non è solitamente sufficiente per il nostro fabbisogno di vitamina D.

Con questo in mente la gran parte delle persone dovrebbe assumere intgratori di vitamina D. La quantità necessaria per manenere livelli di vitamina D sui 35-50 ng/ml varia a seconda dei fattori summenzionati, ma secondo l’esperienza clinica di Chris Kresser, la dose consigliata varia da 2.000 a 5.000 UI di vitamina D al giorno. E’ comunque importante verificare i livelli di vitamina D prima di integrare e dopo alcuni mesi di assunzione per determinare la corretta dose di mantenimento.

Ci sono poi le eccezioni. Ovvero in chi soffre di ipotiroidismo, può verificarsi che anche se i livelli di vitamina D (tramite esame del sangue) risultano nella media, il soggetto sia comunque carente. In questo caso, potrebbe essere opportuno assumere integratori per aumentare i livelli di vitamina D.

Tossicità della vitamina D

La vitamina D è largamente considerata la più tossica di tutte le vitamine e i tremendi avvertimenti a riguardo sono spesso divulgati per evitare un eccesso di vitamina D sia nella dieta che nell’esposizione solare. Il dibattito sulla vitamina D ha comunque mancato di prendere in considerazione l’interazione tra la vitamina A, D e K. Varie evidenze suggeriscono che la tossicità della vitamina D risulta da una carenza relativa di vitamine A e K. Quindi, la soluzione non è quella di evitare l’esposizione solare o i cibi ricchi di vitamina D ma piuttosto di unire a queste azioni (e aumentare) l’assunzione di vitamine A e K (con la dieta e/o integratori).

Come avete letto, i pareri sono diversi, motivo in più per effettuare il test e rivolgersi ad un bravo medico per valutare il dosaggio più adeguato. Anche perché in farmacia, per acquistare la vitamina D serve la ricetta.

Bibliografia


Fonte: Codice Paleo

 

Gli acidi grassi polinsaturi Omega-3 ed Omega-6

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In pochissime parole.

I grassi Omega-6 promuovono l’infiammazione.

I grassi Omega-3 riducono l’infiammazione.

I grassi polinsaturi Omega-6 ed Omega-3 sono considerati essenziali perché, diversamente dai grassi saturi e monoinsaturi non possono essere prodotti dal glucosio. E devono quindi essere ottenuti tramite il cibo.

I grassi Omega-3 originano nelle alghe e nelle verdure a foglia verde, mentre gli Omega-6 arrivano principalmente dai semi. E visto che i semi contengono molto più olio dei vegetali e possono essere cresciuti a basso costo, questo è il motivo per cui l’industria del cibo trova più conveniente l’utilizzo di oli di semi come soia, mais, e cartamo.

Oli vegetali ed Omega-6

Gli oli vegetali (ad eccezione dell’olio d’oliva) sono ricchi di Omega-6 e quindi tossici in grandi dosi. L’olio di soia è composto per il 55% da Omega-6, l’olio di mais per il 54% e l’olio di cartamo per il 75%. Inoltre, gli oli vegetali provenienti da grani e legumi, oltre ad avere Omega-6 in abbondanza, contengono tossine delle piante (anti-nutrienti), come nel caso dell’olio di soia, dell’olio di mais e dell’olio di arachidi.

Putroppo, per i motivi summenzionati, questi oli (veloci ed economici da produrre) vengono messi un po’ ovunque nei cibi confezionati, anche in quelli apparentemente più salutari, dai condimenti per l’insalata fino ai biscotti. Per fortuna, chi segue, ad esempio, la Paleo dieta, non ha di questi problemi. Ma per gran parte della popolazione (soprattutto in certi paesi), il problema sussite.

E allora, quali sono le conseguenze sulla salute quando lo squilibrio in favore dei grassi Omega-6 è eccessivo (fino a 25:1 in certi casi)?

A titolo esemplificativo e non esaustivo:
malattie cardiovascolari
diabete tipo 2
obesità
sindrome metabolica
sindrome del colon irritabile ed altre malattie infiammatorie a carico ddell’intestino
degenerazione maculare
artrite reumatoide
asma
cancro
disordini mentali
malattie autoimmuni

Gli effetti tossici derivanti dall’eccessivo consumo di Omega-6

Negli USA, la popolazione consuma circa il 9% della propria energia da grassi Omega-6 (la tossicità inizia al 4%).

A causa di questa eccessiva ingestione di Omega-6, gli Americani hanno tassi elevati di malattie del fegato, aterosclerosi, obesità, allergie, asma, malattie mentali, problemi intestinali e cancro. Oltre ad un tasso di mortalità molto elevato.

I grassi polinsaturi (sia Omega-6 che Omega-3) causano malattie del fegato quando consumati in abbinamento con fruttosio ed alcol, poiché aumentano lo stress ossidativo nel fegato.

Al contrario, i grassi saturi (olio di cocco, burro chiarificato) prevengono le malattie del fegato.

Questi 3 studi confermano quanto appena enunciato:

1. In uno studio pubblicato nel 1995, alcuni ricercatori provocarono malattie del fegato nutrendo dei topi con una combinazione di alcol e olio di pesce (ricco in omega-3). Poi interruppero la somministrazione di alcol e divisero il gruppo dei topi in 2 parti. Il primo gruppo fu alimentato con olio di pesce e glucosio. Il secondo gruppo con olio di palma (grasso saturo) e glucosio. Il fegato dei topi nutriti con olio di pesce non guarì. Mentre invece il fegato dei topi alimentati con olio di palma arrivò vicino ad uno stato di normalizzazione.

2. Uno studio del 2007 ha comparato i risultati di una dieta ricca di carboidrati ed olio di mais (62% carboidrati, 21% olio di semi, 17% proteine) con una dieta a basso contenuto di carboidrati ed olio di cocco o burro (17% carboidrati, 71% olio di cocco o burro, 12% proteine). I topi che consumarono una dieta a base di olio di cocco o burro, nonostante carenze di importanti nutrienti che sono solite causare malattie a carico del fegato, mantennero un fegato sano. I topi alimentati con olio di semi svilupparono gravi malattie del fegato.

3. In uno studio del 2004, alcuni scienziati provocarono malattie del fegato nei topi nutrendoli con olio di mais ed alcol. Poi, sostituirono l’olio di mais con una dieta ricca di grassi saturi (olio di cocco e sego) per il 20%, 45% e 67%. Più aumentavano i grassi, più migliorava la salute il fegato dei topi.

La competizione tra gli acidi grassi polinsaturi

Gli acidi grassi Omega-3 ed Omega-6 sono in competizione tra di loro. Competono per gli stessi enzimi e per un posto nei tessuti del corpo. Ora supponiamo che una cellula del tuo corpo abbia un posto libero. Se in presenza di 10 Omega-6 ed un solo Omega-3, quali sono le chance che quel posto sia occupato da Omega-3?

Molto poche. Quando c’è uno squilibrio in favore degli Omega-6, questi “vincono” sempre, anche se le cellule hanno ugualmente bisogno di entrambi.

Il discorso è evidentemente un po’ più complesso ma il concetto rende l’idea di quanto sia indispensabile mantenere un buon rapporto tra questi acidi grassi essenziali.

Quali sono allora i vantaggi derivanti dall’assunzione di Omega-6 (nelle dosi consigliate) quando equilibrate nel rapporto con Omega-3?
migliora la densità dei minerali nelle ossa
riduce la stato di depressione
diminuisce stati di rabbia, aggressività ed ansietà, riduce comportamenti suicidi e di auto-sabotaggio.
migliora la fase di recupero da interventi ed infezioni ed accorcia i tempi di degenza negli ospedali
riduce i dolori dell’artrite reumatoide
riduce i sintomi di eczema e psoriasi
contribuisce all’eliminazione di acne e rosacea
supporta le cure contro il cancro
previene e migliora la neuropatia diabetica

Dose consigliata di Omega-6

Il consumo ottimale di Omega-6 è probabilmente tra il 2% e 3% dell’energia totale. La tossicità comincia a partire dal 4%.

Loren Cordain sull’equilibrio tra omega-3 ed omega-6

Ecco un brano tradotto da un’intervista di Robert Crayhon a Loren Cordain.

Robert Crayhon: Quale dovrebbe essere il rapporto tra Omega-6 ed Omega-3 nella nostra dieta?

Loren Cordain: nel nostro laboratorio di ricerca, abbiamo analizzato vari tessuti di animali selvaggi ed abbiamo scoperto che il tessuto muscolare contiene un rapporto tra Omega-6 ed Omega-3 di 3,5-4 : 1.

Questo rapporto è più alto nel midollo osseo, e leggermente più basso in alcuni organi. Nel cervello, il rapporto è di 1:1. I nostri antenati prima dell’avvento dell’agricoltura, a differenza dell’età moderna, amavano nutrirsi degli organi di animali selvaggi. Certamente, mangiavano il cervello degli animali che uccidevano.

Il rapporto tra Omega-6 ed Omega-3 non poteva essere molto inferiore di 4:1 nutrendosi solo di carne. Consumando solo cervello, si sarebbe ottenuto un rapporto all’incirca di 1:1. Consumando anche pesce, il rapporto di 4:1 si sarebbe ulteriormente ridotto.

Inoltre, aggiundendo gran parte dei cibi vegetali (ma non tutti) il rapporto di 4:1 si sarebbe ancor più ridotto. La conclusione a cui sono arrivato è quindi la seguente:

ll rapporto medio tra Omega 6 ed Omega 3 durante il periodo antecedente l’agricoltura sarebbe potuto essere sempre inferiore di 4:1, ma probabilmente non meno di 2:1, a seconda della stagione, la zona e la ripartizione dei macro-nutrienti.

Bibliografia


1.“Perfect Health Diet” di Paul e Shou-Ching Jaminet
2.https://chriskresser.com/how-too-much-omega-6-and-not-enough-omega-3-is-making-us-sick
3.http://paleozonenutrition.com/2011/05/10/omega-6-and-3-in-nuts-oils-meat-and-fish-tools-to-get-it-right/


Fonte: Codice Paleo